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	<title>Sibilla Aleramo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Ci resta poca vita, viviamo allo sbaraglio”. Elogio di Giovanni Boine</title>
		<link>https://www.pangea.news/giovanni-boine-ritratto-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 04:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
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		<category><![CDATA[giovanni boine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il viso è coperto dal rogo, da una nube di cui non si può aver paura, è fermo nella dose di bontà, nella commozione infante e forse ricercato nella malvagità, attore che infierisce e abusa, conscio di fallire, di potersi sconfiggere. Sono felici gli amici e infelici i nemici, folla anch’essi che può diradarsi. Sono [&#8230;]</p>
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<p><strong>Il viso è coperto dal rogo, da una nube di cui non si può aver paura, è fermo nella dose di bontà, nella commozione infante e forse ricercato nella malvagità</strong>, attore che infierisce e abusa, conscio di fallire, di potersi sconfiggere. Sono felici gli amici e infelici i nemici, folla anch’essi che può diradarsi. Sono i giorni bui e le correnti, un salto e si è come ieri, sempre nello ieri.&nbsp;Così l’opera di <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-boine_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giovanni Boine</a></strong>, l’urto tra disinteresse e assolutezza, la festività intransigente del suo frammento, il fatto della parola senza ufficio, la critica scriteriata di un risorto, non certo ordinaria, critica affabile o pallidamente battagliera, ma vera promessa di letteratura la cui lettera processa, combatte sul suolo totale della voce. Basti stringersi attorno ad una sua lezione di scavo e reclusione, di puntiglioso schema che si rompe nei punti, nei suoi assiomatici punti.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Dove l’opera è viva, la critica se non vuol essere oscenità di stupro, limaccioso sbavamento di chiocciola su rose, rifacimento, contraffazione da scempie bertucce, deve umiliarsi ad esser commento dilucidatorio, a fornir, secondo i casi, dati eruditi o chiavi, grimaldelli limati e netti a penetrar il misterioso congegno dell’anime. […] L’intimità dell’opera d’arte me la godo da me; che sono buon maschio e non c’è bisogno di paraninfi o di eccitanti cantaridi”.</strong> </p><cite><strong>“Plausi e Botte”, 86 recensioni uscite sulla rivista <em>Riviera Ligure</em> e poi raccolte postume, come quasi tutta l’opera di Boine, nel 1918</strong></cite></blockquote>



<p>Quasi una volgarità celata di bestemmia udita di lontano e risolta in impegno, logora benedizione. Dogmatico ferirsi nelle carte altrui in pochi minuti combattuti, col sentore di venirne stritolati, ripagati o spesse volte restandosene sulla porta con un bastone, col fascino potente di chi perde l’appetito.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="720" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-720x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-720x1024.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-600x854.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine.jpg 759w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Giovanni Boine (1887-1917), poeta</figcaption></figure>



<p>Gli applausi concessi sono fragorosi, fraterni e le stroncature miserere innocui, ironici cedimenti, quasi dispiaceri perché la carta non è gerarca ed ogni vicenda ha il suo orrore. Insomma una conoscenza spesa in incoscienza, gettata come dono, come ubiquità di uomo senza storia, ora qui a citare ora là a dire l’originale. Boine si accanisce spesso, saggiamente anche dove non ce n’è reale traccia, contro le “marinettiane parole in libertà” perché il futuro non sarà mai una maniglia e “tutti i secoli sono in fondo gli stessi, anche se Marinetti ci fa dentro il futurista”. Di tutto quello scandagliare il verbo per fuoriuscirne più vacui, di tutta quella violenza muscolare restano troppe pretese e poche risate; non c’è lo scomparire, solo lo scoppio, il boato.&nbsp;</p>



<p>In realtà ad irretirlo ancora di più sono le polemiche, lo sterile opporsi, dire sì o dire no mentre si è alla guida della propria paura, del proprio scoraggiamento. Pure contrariarsi dinanzi al futurismo è un freno, meglio rovistare in basso, in alto, di lato, lasciare nelle mani disperse il proprio obolo. <strong>Uno fra i non molti scogli cui naufragare per assistere al miracolo Boine è quello di Sibilla Aleramo, che fu sua amante per un breve periodo.</strong> La vita di Sibilla fu più arcana della sua letteratura, purissimo lo scandalo, vizioso forse il suo scrivere ma per nostra fortuna traboccante di un credito, un trattatello che potremmo estrarre col guanto, scansando il gioco. Queste righe di salvezza sono raccolte più che altro nel suo ultimo romanzo, dal titolo esatto come mai n’ebbe a rivelare in precedenza: <em>Il frustino</em> (Mondadori, 1932). Nelle trame estenuanti del solito materiale affresca la figura di Giovanni Boine. Il frustino, regalatole da Rebora, rischiara il volto di questi amori e con un colpetto di certezza parla, per amor di spregiudicatezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ti ho detto il male e il bene. C’è qualcosa fra me e te per cui non è possibile la gioia della fusione. Ci legheremmo d’abitudine e di rispetto. Soffriremmo mutilati. Di sacrifici infecondi, basta. Ci resta poca vita, viviamo allo sbaraglio. Gemevo ma non ero povero”.</strong></p></blockquote>



<p>Non puoi sparare all’inaccessibile preda, i suoi denti come di inganno ti traversano e innumerevoli sono le sorti da carnefice,&nbsp;innocui i tradimenti della vittima. <em>Gemevo ma non ero povero</em>: non si fatica ad impaginare questa confessione con le altre tra quelle di Boine, nel sussidiario della sua povertà ricca, magnanima; povertà o siccità di un delicato che lacera, riscuote sapore di gengive rotte, sangue, colluttazione. Il sorpreso abominio di una possente unione: il desiderio, la voglia – battitura concessa ai nostri istinti – e poi un taglio alla gola del racconto, la fine sbracciata di chi si prende cura e osa ingannare.&nbsp;Della medesima offesa si macchia, ingigantendo il marchio, la parola di Boine.</p>



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<p><strong>La sua poesia è però poesia senza spazi, fatta di mugolii, vibrazioni, languori, totalmente riluttante alla decifrazione e compiuta nello spoglio di una sola opera:</strong> <em>Frantumi</em>, 1918. Una poesia di chi commenta e si augura ad ogni passaggio di ricomparire esatto, più esatto che non il verso precedente, quello posteriore; un essere pieni dell’attimo e di se stessi. Forse sapeva, nel suo accrescere, che dove non arriva il nostro occhio e l’orecchio la parola attraversa i territori turriti e non è più una pietra menzionata la sua ma l’accoglienza di un olocausto, l’avvenire che già inizia a incenerirsi.</p>



<p>Il colore di Giovanni Boine è il giallo, il giallo melassa, “ambiguo giallore”, “l’ardentissimo giallore” del tenore tisico, del bruciante piumaggio, allucinazione in più tocchi e più ritiri; giallo dilagato e umido, macchia non di sole ma di unto.&nbsp;La decrepitudine è snodo per chi disfa, dismette, emargina i metodi vivi per ospitarne di morti, nuovi morti. La palude è il luogo di questo giudizio capovolto, “finché l’anfratto verde, nero si fa”. Le cellule sono nel limite e crepitano scrosci, pozze, alghe, vi si tuffano non le mani ma le prese, i morsi, le ferite; la morte lascia il suo segno ma non si intrattiene e la vita si spreca, balena.&nbsp;</p>



<p>I suoi quaderni sono correzioni e ripetizioni, attività mista di risposte allo scrivere più che naturale scrivere. <strong>Scrivere un bisogno o torturarlo? Esigerlo. Cancellature, linee, chiose, sfregi, sono la zona bianca del foglio ma quella nera è più segretamente sollevata, un arbitro dell’interrompersi: </strong>a destra l’irreparabile della frase, a sinistra lo sgomento o meglio la volontà.</p>



<p>Fatalmente uno dei testi più abissali dei <em>Frantumi</em> è tra quelli ritrovati tra le carte dopo la sua morte dall’amico e editore Mario Novaro che si è occupato di consegnarne due versioni, entrambe battute col legno duro ma brucianti di schegge&nbsp;poste all’ombra una dell’altra, similari solo dal desiderio di opporsi, di parere estranee. Entrambe perfette, rissose nell’espressione dei contrasti, nel sogno di agonia; ora orali ora scritturali, ora apocrife ora scritte di pugno per quel che sapevamo, quel che era da sapere.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ed ora, dentro dentro, il denso è impenetrabile! Nessuno più saprà (nessuno!) che mostro vi si celi né in che antro. Il fiato di caverna, respiro muto, esala: farà d’intorno un abbandono secolare. Il volo cauto degli uccelli passerà lontano ratto, come dall’albero tropicale dei veleni: – lo starnazzo triangolare delle spettrali giù, le frecce nere-stridule delle fughe dei rondoni, come il sonnifero ronzio delle mille api quando a cerca fanno l’estate elementare”.</strong><em>&nbsp; </em></p><cite><strong>I cespugli è bizzarro, <em>Frantumi</em>, versione A</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ed ora dentro dentro, ora dentro, – il denso è impenetrabile! Nessuno più saprà (nessuno!) che mostro vi si celi né in che antro. Questo fiato di caverna, respiro di terrore che ne esala, farà d’intorno un abbandono secolare. Il volo cauto degli uccelli passerà lontano ratto, come dall’albero tropicale dei veleni: il sonnifero ronzio delle mille api quando fanno a cerca l&#8217;estate elementare sarà agli orizzonti di paura lo starnazzo in fuga delle spettrali grù”.</strong></p><cite><strong>I cespugli è bizzarro, <em>Frantumi</em>, versione B</strong></cite></blockquote>



<p>Il ritmo e il corpo scoordinato nel microgrammo del frantumo sono per Boine elemento e vita vissuta, fame accatastata e risospinta al di dentro, alla medesima foce. Nella <em>repetitio</em> le valvole possono sembrare quelle di una macchina ma è l’animale atletico, l’animale nel fosso o nella partita, le carni che si riallacciano alla babele dei gesti.&nbsp; </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="759" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-759x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-759x1024.jpg 759w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-222x300.jpg 222w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-768x1037.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-600x810.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957.jpg 800w" sizes="(max-width: 759px) 100vw, 759px" /></figure>



<p><strong>Un fatto però urge, non sa risolversi, ed è il Boine mistico o meglio il Boine privo di patti chiari con la mistica. Quello seduto sulla sedia senza sapere quando alzarsi a gridare,</strong> quello che si bacchetta da solo con senso d’orgoglio e di colpa, che si pente senza schizzar via da quella sua opacità. Parla e non pare esserne fortificato, è scontento del discorso, di ogni dibattito, ma si perde volentieri, sa dove sono la fine e l’inizio, gira e rigira umile nel tanto, troppo ragionamento. Cresce però l’insofferenza quando salta l’accordo col tempo. Che basti scrivere “mistico” sopra un oggetto, “sacro” sopra un concetto per compiere il rinnovamento? Ma quale rinnovamento e da quale stazione? Decide così di non muoversi dalla sua angoscia e scrivere di cose disperate che lo fulminano. Non bastano San Giovanni Della Croce, Calvino, Pascal, non basta quel considerare tutto un romanzo, un idillio, uno sfarzo, e il politico arenarsi nella parola insopportabile di chi operò nel silenzio. Che si preferisca insomma il rimasuglio e le asprezze al <em>religio</em> da strombazzata che diventa da borsetta. La tradizione è meglio non rinnovarla che è tutto un <em>conato di novità</em>, resta sempre rozzo il dogma, non si può affinare. Questa forse fu la sua più intima morale – quella che in fondo non rigetterà mai nel tutto rigettare –, morale di antidiluviano con le doglie, pratica solo per uomini di sogno, netti, semplici, con tra le mani veri strumenti e oggetti; una morale di ordine <em>tutto polposo</em>, fatta più che di rinunce di colpi al mondo e a se stesso.</p>



<p><strong>Se l’azione è peccato e resta l’esperienza, l’opposta scorribanda al fare, la città è il luogo dei dadi lanciati, un fato concreto che è fatto per sciogliersi.</strong> La città dove si leggono nuove correnti, si stampa la carta e gli amici non sono mai ignoranti. Ma sull’ultimo libro stampato, un certo impedimento tutta questa ronda lo lascia e l’origine, il ripiego del cuore, restano gli ulivi, la casa antica dei padri ormai svenduta, Porto Maurizio, quella Liguria montana che intuisce il mare, lo sconfina dall’alto e che comincia proprio con lui, per immalinconirsi ancora più nell’ostile Montale.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché sì, Boine è forse l’erede sacrificale di tutto il Novecento, volto mappato maldestramente nell’albero genealogico</strong>,&nbsp;trasferito da un padre vociano ad una madre espressionista; con voce esile nominato ma sempre riproposto, palpato segretamente. Sono molti, troppi i suoi discepoli per essere richiamati, essi stessi inconsapevoli d’averlo ereditato. Quasi che gli eventi, più che i poeti, peregrinarono per lui, gli eventi rotti della parola poetica, nel suo lento pentirsi durante il secolo. Sono trenta gli anni da contare, esattamente conclusi nel maggio 1917, e un’infinità di bocche ancora da sfamare, orecchie ora qui incollate ad ascoltare Giovanni Boine.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ce l’ho coi libri ora che ingrasso. Che senza libri non si sia uomini? E se io ingrasso non sarò più un uomo? Basta libri, basta libri dico (e questa la è una cosa banale, da scolaro in vacanza), dico lo stesso che non voglio più leggerne, che rinunzio a farne, ch’io mi ribello a questa coltura di libri, a questa serra calda di libri a cui s’è ridotta l’intelligenza nostra. […] Facciamo dunque l’uomo una buona volta. L’uomo intelligente, non l’intelligente tecnico il tecnico dell’intelligenza”. </strong></p><cite><strong>Ragionamento al sole, 1912</strong></cite></blockquote>
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		<title>Come se dovessero espiare una colpa: grand tour tra le tombe dimenticate di due grandi, Dante Virgili e Dino Campana (colti da imbarazzo e commozione)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 06:49:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Talvolta presso il volgo e i poeti dicesi Caso quella Cagione fantastica degli accidenti, che si è chiamata con altro nome Fato, Destino, Sorte, Fortuna. Ed è sicuramente per un caso che una mattina di fine estate di qualche anno fa mi recai al cimitero Musocco di Milano in cerca della tomba di Dante Virgili. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Talvolta presso il volgo e i poeti dicesi Caso quella Cagione fantastica degli accidenti, che si è chiamata con altro nome Fato, Destino, Sorte, Fortuna. </em><strong>Ed è sicuramente per un caso che una mattina di fine estate di qualche anno fa mi recai al cimitero Musocco di Milano in cerca della tomba di Dante Virgili.</strong> Lo feci dopo aver letto i suoi due romanzi, ma soprattutto dopo aver letto quel libro strepitoso che si intitola <em>Cronache della Fine</em> (Marsilio, 2003), di Antonio Franchini, che racconta perfettamente la strana vicenda umana, editoriale e letteraria dello scrittore della <em>Distruzione</em> (1970) e di <em>Metodo della sopravvivenza </em>(1992). In <em>Cronache della fine</em>, in chiusura del capitolo <em>Una visita</em>, a pagina 200, Franchini racconta una passeggiata del 2002, tra le tombe del Musocco, fatta in compagnia di Ferruccio Parazzoli (storico editor Mondadori, oggi a capo della Saggiatore) in ricordo della morte di Virgili, avvenuta dieci anni prima: <em>Qualche giorno dopo [la passeggiata] Parazzoli mi è venuto incontro allegro. Dice: “Sa, adesso faccio mettere a posto la tomba del Virgili. S’è troppo rovinata, così com’è non può stare. Ho dato disposizione di risistemarla, è giusto così”. </em></p>
<p><figure id="attachment_61558" aria-describedby="caption-attachment-61558" style="width: 162px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61558" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-201x300.jpg" alt="la distruzione" width="162" height="242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-600x896.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione.jpg 643w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" /><figcaption id="caption-attachment-61558" class="wp-caption-text">&#8220;La distruzione&#8221;, libro &#8216;culto&#8217; di Dante Virgili è pubblico per Mondadori nel 1970; Pequod lo ristampa nel 2003 e il Saggiatore nel 2016</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando mi recai al cimitero Musocco, libro di Franchini alla mano, purtroppo la tomba di Virgili non esisteva più, inoltre il numero del campo di sepoltura e il numero del sepolcro riportati nel libro non erano corretti.</strong> Fu così che scoprì che i resti di Virgili stavano per essere gettati nell’ossario comune e, con il prezioso aiuto di Andrea Lombardi, ma nel disinteresse generale, feci quello che mi sembrò giusto fare. Una raccolta fondi per un nuovo loculo e la ripubblicazione dei suoi libri, ma sopratutto siamo riusciti a non far dimenticare il suo nome, almeno per qualche tempo. La storia è raccontata bene in due articoli di Luigi Mascheroni, apparsi sul <em>Giornale:</em> <a href="http://www.ilgiornale.it/news/caccia-spoglie-erranti-maledetto-dante-virgili-1107935.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a> e <a href="http://www.ilgiornale.it/news/snob-e-opportunisti-che-sopravvivono-grazie-dante-virgili-1341071.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E certamente è per la stessa cagione fantastica degli accidenti che ho avuto la grande fortuna di intraprendere un viaggio di cinque giorni sulle orme del poeta orfico Dino Campana, un viaggio terminato qualche giorno fa.</strong> Insieme ai poeti Serse Cardellini e Massimiliano Bardotti ho camminato sulle orme dell’Ultimo dei Germani, visto le rose e le valli descritte nei suoi <em>Canti Orfici</em>, il BarCafé Orfeo di Faenza, la casa natale a Marradi. Siamo stati ad Acquacheta, dove l’acqua tinta che rimbomba offendeva le orecchie di Dante Alighieri, che la descrisse nel canto XVI dell’Inferno. Abbiamo visto <em>la luce bianca e verde che cade dagli alberi</em> e gli orridi sotto il sole di mezzogiorno. <strong>Abbiamo goduto della vista del Monte Falterona ancora avvolto tra le nebbie, abbiamo toccato le cortecce ritorte dal tempo dei castagni di Campigno, ci siamo bagnati nel torrente Rovigo.</strong> Abbiamo fantasticato sul dialetto perduto greco-bizantino che si parla ormai solo a Casetta di Tiara, dove Dino ha vissuto con Sibilla Aleramo. Abbiamo attraversato grigie rocce frastagliate, e visto un mare infinito di ginestre, abbiamo compiuto<em> un viaggio chiamato Amore</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come da rituale, per un perfetto pellegrinaggio poetico, l</strong><strong>’</strong><strong>ultimo giorno, dopo aver visitato Villa Castelpulci (ora Scuola Superiore della Magistratura), il manicomio dove Campana fu rinchiuso all</strong><strong>’</strong><strong>età di 33 anni e, annientato dal bromuro o forse dalla Sifil</strong><strong>ide</strong> (così Sebastiano Vassalli,<em> Un po’ del mio sangue, </em>Rizzoli 2005), smise definitivamente di scrivere; visitammo il suo attuale luogo di sepoltura, nell’Abbazia Santi Salvatore e Lorenzo a Badia di Settimo. Fu in questo meraviglioso viaggio che scoprimmo che anche la salma di Campana ebbe una strana sorte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2 marzo 1932 il Poeta viene inumato nel cimitero di San Colombano a Badia di Settimo, nel territorio di Scandicci (FI), non lontano dal manicomio dove morì il giorno prima</strong>, per una forma di setticemia, dovuta a una malattia mai ben chiarita, e da dove, poco tempo dopo, sarebbe dovuto uscirne per sempre. Nel 1938, dalle pagine del <em>Frontespizio</em>, all’approssimarsi del decennale della morte, accortosi che la famiglia non avrebbe mai richiesto i resti mortali del diseredato parente (che sarebbero allora finiti nell’ossario comune), <strong>Piero Bargellini, letterato e futuro sindaco nella Firenze alluvionata del 1969, lanciò un appello per la salvaguardia delle spoglie del Poeta.</strong> Trovato a fatica, grazie a una vecchia mappa, il luogo esatto dell’inumazione (era in un campo appartato del cimitero, denominato il ‘quadrato dei morti in manicomio’), tramite un nuovo articolo, fu lanciata una sottoscrizione per una nuova croce, in attesa di trovare una sistemazione in un luogo più degno. <strong>La sottoscrizione raccolse più di mille lire, aderirono scrittori come Falqui, Pavolini, Zavattini, l</strong><strong>’</strong><strong>editore Scheiwiller, l</strong><strong>’</strong><strong>artista Giorgio Morandi</strong>, il politico Giuseppe Bottai. A luogo più degno fu scelta una “deteriorata e trasandata” cappella romanica, cappella San Bernardo, posta ai piedi del campanile della Badia di Settimo, che fu poi restaurata velocemente, grazie alle sollecitazioni di Bottai, dalla Reale Sovrintendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un resoconto del maggio del 1940, quando un folto gruppo di intellettuali dell</strong><strong>’</strong><strong>epoca riesumarono dal cimitero San Colombano le spoglie di Dino Campana</strong> per deporle nella cappella, apparve <a href="http://www.campanadino.it/biografia/274-piero-bargellini.html" target="_blank" rel="noopener">nella rubrica <em>Marginalia</em>, della rivista <em>Poesia</em></a> (All’insegna della Medusa), anno II, fascicolo ¾, gennaio 1946, a cura di Bargellini: “Una mattina presto cavammo di sotterra le ossa del poeta. Quando, adagiato tra la terra e i resti imporriti della cassa, apparve lo scheletro, Luigi Fallacara esclamò: ‘È lui’. <strong>Aveva il teschio inclinato sulla spalla destra secondo il suo atteggiamento naturale, e rideva con tutti i suoi bellissimi denti intatti. Tirammo fuori i nostri fazzoletti e, ginocchioni attorno alla fossa, ripulimmo uno per uno gli ossi terrosi prima di riporli nella cassetta di zinco.</strong> Quando fu la volta dei grossi femori, Carlo Bò disse: ‘Ha camminato tanto’.  Poiché gli ossi erano fradici, esponemmo la cassetta al sole, e si attese che l’umidità si esalasse, stando seduti sul prato del camposanto.Un’altra sera facemmo il trasporto dal cimiterino di San Colombano alla Badia di Settimo. Poeti e artisti erano intorno alla bara. I contadini, al di là delle siepi, salutavano; le donne dicevano ai ragazzi: ‘È il poeta’, senza sapere chi. Intanto i lavori di restauro della chiesina si facevano sempre più laboriosi. Fu scoperta una cripta e si pensò di deporre lì sotto le ossa di Campana. Ma le acque dell’Arno invadevano periodicamente il sottosuolo della Badia. Si preferì chiudere le ossa in una cassetta schiacciata e murarle nel cervello della volta, ai piedi del piccolo altare. In una lapide per terra fu incisa questa semplicissima epigrafe: DINO CAMPANA / POETA / 1885-1932”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 3 marzo 1942, a dieci anni dalla morte di Campana, in piena Seconda guerra mondiale, si svolse la cerimonia ufficiale per la traslazione della salma</strong> dal cimitero alla Cappella San Bernardo, erano presenti numerose personalità pubbliche: Vallecchi, Papini e Rosai, Hermet e Fallacara, De Robertis e Montale; e scrittori della generazione successiva come Bo, Gatto, Bigongiari, Luzi, Parronchi, Pratolini. Dopo la benedizione, la cassetta contenente le ossa venne calata da Gatto e Montale nel piccolo loculo sotto l’altare; Bo e Rosai vi deposero la corona offerta dal ministro Bottai.</p>
<p><figure id="attachment_61559" aria-describedby="caption-attachment-61559" style="width: 168px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61559" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-225x300.jpg" alt="tomba Campana" width="168" height="223" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana.jpg 450w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" /><figcaption id="caption-attachment-61559" class="wp-caption-text">Nell&#8217;abbazia di S. Salvatore e S. Lorenzo, a Settimo, in provincia di Firenze, la tomba di Dino Campana. Difficile da visitare, e non segnalata.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma per la definitiva pace delle spoglie di Campana bisogna aspettare ancora. Solo due anni dopo la cerimonia del decennale, il 4 agosto del 1944, i Tedeschi in ritirata minarono il campanile di Badia di Settimo, che crollò rovinosamente sulla cappella sottostante, distruggendo così per sempre la tomba scelta con tanta cura per il Poeta.</strong> Nel dopoguerra si ricostruì il campanile ma non la cappella, e le spoglie di Campana furono nuovamente spostate pochi metri più in là. Nel 1946 si svolse un’altra cerimonia ufficiale, alla presenza di più o meno le stesse personalità pubbliche presenti anche alla cerimonia del 1942. <strong>La destinazione ultima delle spoglie adesso si trova nella navata sinistra della pieve, all</strong><strong>’</strong><strong>interno dell&#8217;Abbazia di Badia di Settimo.</strong> Sempre dal resoconto di Bargellini, sulla rubrica <em>Marginalia</em> del 1946, una nota della direzione della rivista <em>Poesia</em>, scritta a margine dell’articolo: “Anche se oggi disgraziatamente sono molti i luoghi d’Italia ridotti a un cumulo di macerie, la notizia è di quelle che sorprendono e addolorano. Chi conservi animo sensibile per le cose dell’arte e della poesia, non potrà, apprendendola, <strong>non sentire un moto di pietà per la triste sorte riserbata alla salma dl Dino Campana. </strong>Così non v’ha dubbio che otterrebbe immediato affettuoso consenso qualunque iniziativa di cui ci facessimo promotori tra gli artisti e i poeti per cercare di restituir copertura e pace a quelle povere ossa. Ma noi vogliamo augurarci che a provvedere, con la dovuta sollecitudine, sarà di nuovo la Direzione delle Arti. Nella certezza di onorare in Campana un poeta ben degno. <em>(Nota della Redazione)</em><em>”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi, nonostante tutte le vicissitudini passate dalla salma del poeta di Marradi, visitare la sua tomba non è così semplice. La parrocchia S.Salvatore e S.Lorenzo a Settimo apre la chiesa solo per svolgere la funzione della SS Messa.</strong> Dunque il sepolcro è visitabile solo la domenica mattina e alle 18, dal lunedì al sabato. Per visitare la Badia abbiamo dovuto chiamare telefonicamente, e fissare un incontro per farci aprire le porte. All’appuntamento abbiamo trovato un volontario gentile e molto preparato, che ci ha fatto da guida raccontandoci la storia della Badia per un’abbondante ora. È stato il volontario a raccontarci le vicissitudini della salma di Campana, che ormai sono diventate parte integrante della storia di questo luogo magico. <strong>Ci siamo accorti però che né la pagina Wikipedia della Badia né il sito ufficiale della parrocchia riportano la sepoltura di Campana interna alla chiesa. E fuori dalla chiesa stessa manca qualsiasi riferimento al sepolcro</strong>, nessuna lapide, nessun cartello, nessuna nota informativa. A onor del vero, comunque, la notizia è riportata all’interno della brochure dell’Abbazia, acquistabile con offerta libera, all’interno della chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I parenti di Virgili e quelli di Campana non hanno voluto sapere niente delle sorti dei resti mortali dei due scrittori.</strong> Tutti e due già in vita ruppero i rapporti con le loro rispettive famiglie. Di Virgili probabilmente esiste ancora qualche lontano famigliare, in qualche parte del Sud Italia, ma che non credo abbiano cognizione di chi sia il loro parente scrittore.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia di Campana invece da l’impressione che voglia disintegrare la memoria del Poeta. La casa di famiglia a Marradi dove nacque Dino è abbandonata a se stessa e il manoscritto originale de <em>Il più lungo giorno</em>, prima promesso in dono al Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini”, fu poi venduto dai famigliari nel 2004 ad un’asta di Christie’s a Roma, per 213.425 euro. Quella che viene considerata la prima stesura dei <em>Canti Orfici</em>, che risale al 1914, è stata acquistata dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, e probabilmente depositata in qualche caveau sotterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tappa obbligata del nostro pellegrinaggio è stato anche il Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini”, che si trova in centro a Marradi, dove ad accoglierci abbiamo trovato la cordialissima Sig. Anna Gentilini</strong>, che da anni ormai insieme alla sorella Mirna, cura ottimamente le sorti di questo centro studi molto attivo e attentissimo alle traduzioni dei libri di Campana che ogni anno vengono pubblicate in giro per il mondo. Campana è stato, ed è, uno dei poeti “nazionali” più letti all’estero. Abbiamo chiesto al Centro Studi cosa ne pensasse della strana vicenda delle spoglie del Poeta, e ci hanno risposto che già dalla fine degli anni Cinquanta (grazie all’interessamento dell’allora sindaco Antonio Cassigoli) è stato più volte progettato di riportarlo nella sua città natale, e che nel 1972 sembrò quasi possibile, ma alla fine saltò tutto e che comunque al giorno d’oggi sarebbe difficile, che si creerebbero delle tensioni con la Diocesi di Scandicci che già ne ha viste e passate tante a causa dei resti mortali del Poeta Pazzo di Marradi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa storia delle tombe, del ricordo, è una questione molto ambigua. <strong>È giusto o non è giusto occuparsi delle sorti di semplici resti mortali?</strong> Non lo so, probabilmente è una di quelle questioni che tocca l’animo profondo di ognuno, dunque alla fine una questione prettamente personale. Però qui stiamo parlando di scrittori, e scrittori potenti. E un luogo, un posto, un punto fisico dove mantenere il ricordo della loro presenza viva, credo sia importante curarlo e tenerselo caro. Per non dimenticare, come troppo spesso si dice senza attuarne il senso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L</strong><strong>’</strong><strong>idea, tutta personale, che mi sono fatto sulla storia della salma di Campana è che sepolto dove è finito adesso non sia il luogo giusto. Seppure il posto sia meraviglioso, silenzioso, veramente carico di spiritualità e la tomba sia curata alla perfezione (ci sono una lapide con dei versi incisi e una scultura che riproduce i <em>Canti Orfici</em>) credo che Dino Campana meriterebbe di essere sepolto nella natura, in mezzo a un bosco, o perlomeno nel cimitero di Marradi,</strong> dove dal ’72 esiste già un cenotafio (una tomba vuota) in sua memoria; d’altronde in vita era un anarchico anticlericale. La mia impressione è che in quella chiesa lo spirito di Campana subisca, per uno strano accordo sottaciuto tra fantasmi, una sorta di espiazione dai peccati commessi in vita, quasi una punizione. Terrestre però, non divina. E bisogna dire che nelle intenzioni di Pietro Bargellini la tomba nella cappella San Bernardo sarebbe dovuta diventare una specie di santuario laico, come nel sepolcro di Dante a Ravenna, ci sarebbe stata una “Zona Campaniana”, un luogo di silenzio e meditazione, non solo dedicato al poeta ma alla poesia tutta. <strong>Ma sicuramente spostare la salma non è una priorità, e non biasimo certo chi trovi la faccenda inutile e senza senso. Vorrei però almeno porre l&#8217;attenzione sulla visibilità della tomba stessa.</strong> Mi auguro che il comune di Scandicci o la Diocesi di Settimo, magari in collaborazione con il Centro Studi Campaniani, provveda a mettere una lapide o un cartello al di fuori della chiesa che indichi la presenza della tomba. Almeno per quei non pochi turisti che al compimento dei tanti “percorsi campaniani” presenti nelle colline circostanti, abbiano l’incauto ardire di arrivare fino al sepolcro del poeta. Sopra alla lapide, in epigrafe, dovrebbero far incidere queste parole scritte da Campana, in una lettera spedita nel ’30, da Castelpulci, all’amico poeta Bino Binazzi: <em>tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili</em>.</p>
<p><strong><em>Gerardo de Stefano </em></strong></p>
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		<title>Al banale manifesto delle 124 “donne dello spettacolo” preferisco le donne con le palle, che manifestano la loro manifesta intelligenza</title>
		<link>https://www.pangea.news/al-banale-manifesto-delle-124-donne-dello-spettacolo-preferisco-le-donne-le-palle-manifestano-la-manifesta-intelligenza/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 02 Feb 2018 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <em>manifesti</em>, al di là delle buone intenzioni, servono a creare un gruppo di potere. Tutti i manifesti, in effetti, nascono con le buone intenzioni, propagando buone idee di buon gusto e di buon senso (almeno, per chi le compila). <strong>Ma l’intenzione di ogni manifesto è sempre quella, cioè quella di creare un gruppo di potere. Schierato in truppa contro un potere avversario. La “lettera manifesto” – così <em>la Repubblica </em>e sostanzialmente l’intero corpus della stampa patria – “firmata da 124 attrici e lavoratrici dello spettacolo”, che si chiama <em>Dissenso comune</em>, ha un sapore e un tenore viziosamente <em>vintage</em>.</strong> Il <em>manifesto</em> è una strategia comunicativa propria dei primi del Novecento. Una specie di stilettata ai fianchi della comunicazione vigente. Usata, appunto, per contestare un potere col desiderio di instaurarne un altro. “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerità”, gorgheggiavano i futuristi; “la nostra fede non è un inginocchiatoio, ma un coltello”, urlavano quei talebani de <em>La torre</em>; “la borghesia e con essa l’organismo sociale rassodatosi dopo la rivoluzione francese sono esausti”, facevano bla bla i socialisti dalle righe de <em>L’ordine nuovo</em>, mentre <strong>esattamente cento anni fa, nel marzo del 1918, Riccardo Bacchelli, quello della Legge Bacchelli ma soprattutto quello del ‘Mulino del Po’ – ma chi legge più – aveva già capito tutto e captato la noia dirompente, “siamo contrari a qualunque sorta di proclamazioni, collettive quanto individuali… e non intendiamo di stampare manifesti”,</strong> scrive su <em>La raccolta </em>(un florilegio appassionante è nel tomo <em>Il secolo dei manifesti</em>, a cura di Giuseppe Lupo, Aragno, 2006). Fregandosene del buon gusto estetico, invece, le “donne dello spettacolo” – come se la specifica, di per sé, fosse un marchio di virtù – scrivono “a tutte le donne” uno sgangherato manifesto “che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini” (lo leggete per esteso <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli/people/2018/02/01/news/dissenso_comune_le_donne_del_cinema_italiano_contro_le_molestie_contestiamo_l_intero_sistema_-187823453/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>). Cosa dicono? Frasi fatte e condivise, la borraccia dello scollacciato buonista (“La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto”), che potrebbero essere pronunciate da un gentil Gentiloni qualunque, evocando lo spettro del <em>sistema</em> (“noi contestiamo l’intero sistema”: frase tirata fuori dal comodino del Sessantotto, 50 anni dopo), senza fare nomi&amp;cognomi, non sia mai. <strong>Abusando della consueta strategia del manifesto: le virili donzelle vogliono – come sempre, come tutti, come i maschiacci sculacciati – costruire una forma di potere. Fare la voce grossa. </strong>Ora. Cerco di farmi capire. Ogni atto di vita è un atto di tracotanza, è volontà di potenza. Ogni parola è un atto di potere. Prima quella parola, quella affermazione, non c’era, e ora cerca di affermarsi, affamata, nel mondo, sgomitando, annientando tutte le altre. Questa è la legge della vita. Io respiro e tolgo fiato a un altro. Io lavoro e un altro fa la fame. Io vivo e un altro muore. Ma questa, capisco, fate fatica a capirla. Ne dico un’altra, più semplice. <strong>Il <em>sistema</em> della “molestia sessuale” è feroce tra gli uomini tanto quanto tra uomini&amp;donne, anzi. Il mondo del lavoro è il campo di battaglia in cui gli uomini – quelli che hanno l’affare che pende tra le gambe – se le suonano di santa ragione. Non più con la clava ma con la cravatta. L’esito, comunque, è il medesimo. Carneficina.</strong> C’è più molestia sessuale tra uomo e uomo che tra uomo e donna, due parti della stessa sporca medaglia. Perciò. Le 124 “donne dello spettacolo”, le <em>groupie</em> fuori tempo massimo più che creare un gruppetto di potere per cambiare il <em>sistema</em> – intenzione vaga quanto velleitaria – dovrebbero sancire una alleanza con i maschietti. Invece niente. Siamo sempre alla solita lotta, ancestrale. Le Baccanti che squartano Orfeo – rassegnatevi pupe: il poeta è un maschio in amore, che per riavere la sua bella è disposto a sedurre con il canto gli inferi – le Amazzoni che brandiscono l’ascia bipenne contro le creature dotate di nerchia, le donne di Atene che decidono di non darla più ai maschioni se questi non smettono di fare la guerra (la <em>Lisistrata</em> di Aristofane virata da Celentano, celebre maschio alfa, nel jingle “chi non lavora non fa l’amore”). <strong>Che pena queste attrici, in ritardo sul mondo, che sgomitano per avere un posto al sole, senza riconoscere che oggi il lavoro è un sistema di castrazione collettiva, straziante. Eppure, l’esito è raggiunto. Per qualche settimana si farà bla bla su tale insipido <em>manifesto</em>. E un nuovo gruppo di potere è fondato.</strong> Ricordo quanto mi ha detto un amico d’America, “nel mondo della cultura americano vige lo stalinismo e o si è contro Trump o si è alleati con il diavolo”. Il metodo adottato dalle Amazzoni dello spettacolo è lo stesso: chi è contro di loro è alleato agli stupratori. Usano gli stessi metodi barbari di coloro che contestano. Ad Ambra Angiolini, Sonia Bergamasco, Cristina Capotondi, Paolo Cortellesi e via sfilando, sostituisco la mia lista di donne – ovviamente parziale, di menti passate ad altra vita – un manifesto alla femminilità che basta a se stessa, che risponde con l’opera, con l’intransigenza dell’intelligenza, donne che non manifestano altro che la loro manifesta grandezza:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saffo</p>
<p>Ipazia</p>
<p>Diotima</p>
<p>Murasaki Shikibu</p>
<p>Sei Shonagon</p>
<p>Ildegarda di Bingen</p>
<p>Caterina da Siena</p>
<p>Angela da Foligno</p>
<p>Vittoria Colonna</p>
<p>Teresa d’Avila</p>
<p>Veronica Giuliani</p>
<p>Jane Austen</p>
<p>George Eliot</p>
<p>Emily Dickinson</p>
<p>Sorelle Brontë</p>
<p>Grazia Deledda</p>
<p>Sibilla Aleramo</p>
<p>Selma Lagerlöf</p>
<p>Antonia Pozzi</p>
<p>Elizabeth Bishop</p>
<p>Virginia Woolf</p>
<p>Victoria Ocampo</p>
<p>Baladine Klossowska</p>
<p>Sylvia Plath</p>
<p>Clarice Lispector</p>
<p>Simone Weil</p>
<p>Etty Hillesum</p>
<p>Wislawa Szymborska</p>
<p>Oriana Fallaci</p>
<p>Amelia Rosselli</p>
<p>Cristina Campo</p>
<p>Fernanda Romagnoli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È proprio vero, non ci sono più le donne di una volta.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>Tutti parlano di Star Wars. Ma in Inghilterra scoppia la polemica: i romanzi si scrivono meglio con la vagina…</title>
		<link>https://www.pangea.news/tutti-parlano-star-wars-inghilterra-scoppia-la-polemica-romanzi-si-scrivono-meglio-la-vagina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2017 15:33:18 +0000</pubDate>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=58684</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pare incredibile. Nel resto del pianeta culturale non si parla d’altro che di Star Wars, qualcosa che più che alla storia del cinema, ormai, ha a che fare con la teologia. L’ultimo film della terza trilogia, l’ottavo, Gli ultimi Jedi, è nelle sale dal 13 dicembre: benché sia un fenomeno del tutto americano, frutto del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tutti-parlano-star-wars-inghilterra-scoppia-la-polemica-romanzi-si-scrivono-meglio-la-vagina/">Tutti parlano di Star Wars. Ma in Inghilterra scoppia la polemica: i romanzi si scrivono meglio con la vagina…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pare incredibile. Nel resto del pianeta culturale non si parla d’altro che di <em>Star Wars</em>, qualcosa che più che alla storia del cinema, ormai, ha a che fare con la teologia. L’ultimo film della terza trilogia, l’ottavo, <em>Gli ultimi Jedi</em>, è nelle sale dal 13 dicembre: benché sia un fenomeno del tutto americano, frutto del cervello fantascientifico di George Lucas, <em>El Pais </em>all’urlo <a href="https://elpais.com/elpais/2017/12/11/album/1512993693_925561.html#foto_gal_1" target="_blank" rel="noopener"><em>‘Star Wars’, las películas de peor a mejor</em></a>, s’è inventato uno speciale obbligando quattro giornalisti a spremersi “analizzando le otto pellicole”, manco fossero la <em>Repubblica</em> di Platone. D’altronde, i francesi de <em>Le Figaro</em>, con ansia cartesiana, ci raccontano <a href="http://www.lefigaro.fr/cinema/2017/12/12/03002-20171212ARTFIG00143--star-wars-tout-ce-qu-il-faut-savoir-pour-briller-en-societe.php" target="_blank" rel="noopener">“tutto quello che bisogna sapere”</a> sull’ultimo episodio della saga. Per fortuna c’è John Boyne a scombinare i piani di una informazione appiattita sull’ovvio. Boyne, dublinese, classe 1971, è quello del <em>Bambino con il pigiama a righe</em>, la storia, un po’ patetica, di Bruno, il bimbo tedesco che fa amicizia con l’ebreo nel campo di sterminio vicino a casa, da cui è stato tratto un film di un certo successo. Tradotto con brio in Italia (da Rizzoli), Boyne se ne esce sul <em>Guardian</em> con una polemica natalizia, <em><a href="https://www.theguardian.com/books/2017/dec/12/double-x-factor-why-women-are-better-writers-than-men" target="_blank" rel="noopener">Women are better writers than men</a>. </em>Proprio così. <strong>Nel bel mezzo della sua riflessione, Boyne spara questa frase lapidaria, “penso che le donne siano narratrici migliori degli uomini – l’ho detto”.</strong> La riflessione di Boyne parte da un dato di fatto culturale e trasversalmente pop. Sulle tovaglie che ritraggono i massimi scrittori d’Irlanda – campioni di cui, giustamente, gli irlandesi vanno orgogliosi – ci sono James Joyce e Samuel Beckett, George Bernard Show e Oscar Wilde, ma… “non c’è una vagina tra loro” (testuale). Cioè mancano Molly Keane, Edna O’Brien, Maria Edgeworth; scrittrici, tuttavia, che anche prese insieme, in un unico mazzetto, ci dicono molto, molto poco rispetto ai colleghi con la verga in mezzo, più ‘palestrati’ culturalmente. La polemica di Boyne – che spiattellata così pare davvero un poco rétro – ha il suo acme poco dopo. <strong>“Recentemente la palma paradossale di ‘più grande scrittore Americano’ è andata a un maschio bianco, Jonathan Franzen, che ha prodotto soltanto un romanzo meritevole, <em>Le correzioni… </em>tre minuti e mezzo dei Pet Shop Boys sono più ispirati e ironici di 600 pagine di tedio alla Franzen”.</strong> D’altronde, “sono sempre stati gli uomini a ritenersi i più grandi scrittori degli Stati Uniti. <strong>Gli ultimi sono stati John Updike, Norman Mailer, Gore Vidal, Saul Bellow e Philip Roth. I primi quattro sono morti, il quinto in pensione, e nonostante la loro determinazione a sopravvivere ai posteri, chi li legge ancora se non per spolverare lo scaffale?</strong> Eppure, io leggo ancora volentieri <em>Il buio oltre la siepe </em>di Harper Lee e <em>Il cuore è un cacciatore solitario </em>di Carson McCaullers”.</p>
<p><figure id="attachment_58685" aria-describedby="caption-attachment-58685" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-58685" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/john-boyne-300x300.jpg" alt="john boyne" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/john-boyne-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/john-boyne-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/john-boyne-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/john-boyne.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-58685" class="wp-caption-text">Lui è John Boyne</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Convinto che i maschi appena scrivono un libro “si sentono compiaciuti per avere prodotto un lavoro intellettuale e provocatorio”, mentre le scrittrici donne devono lottare “con le unghie e con i denti per convincere il prossimo che non sono ragazze con le gambe nude distese su un campo di fieno roteando un nontiscordardime”, Boyne dettaglia il suo pensierino. <strong>Per gli uomini “le femmine, in un romanzo, si comportano come se fossero lì solo per fare sesso o per confermarli nella loro genialità”; le donne, invece, per natura “dovendo allevare i figli, gestire la casa e soddisfare le attese della società” hanno sopraffina capacità di “comprendere la complessità umana e di creare personaggi autentici”. </strong>Gli scrittori con il pene “sono ossessionati dalla propria reputazione più che dalla creazione di un romanzo davvero impeccabile”, ragion per cui, a conti fatti, la lotta per decretare “Il Più Grande Romanziere Vivente” si restringe per Boyne a un parterre di sole donne: Anne Tyler, Sarah Waters, Margaret Atwood. Ha ragione Boyne? La vagina è un romanziere migliore del pene? Dovremo sostituire Dante Alighieri con Vittoria Colonna, Alessandro Manzoni con Liala e Italo Calvino con Sibilla Aleramo? Calmi. Intanto. <strong>Il romanzo in lingua inglese ha una forte impronta femminile: pensiamo a Jane Austen, alle Brontë Sisters, a George Eliot, a Virginia Woolf.</strong> Che in Italia ci sia un problema ‘di genere’ pare indubbio: <strong>dal 2004 ad oggi il Premio Strega è andato solo a scrittori con il batacchio, idem per il Viareggio dedicato alla narrativa, dal 2010 dominio di soli maschi. Come a dire, va bene la parità, ma quando il gioco si fa duro vince chi ce l’ha più duro.</strong> Ad ogni modo, è dubbia, indubbiamente, di per sé la provocazione. Nel campo estetico conta chi è più bravo. Il ‘genere’, davvero, è una variabile impertinente, inutile, irritante.</p>
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