L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
Politica culturale
I manifesti, al di là delle buone intenzioni, servono a creare un gruppo di potere. Tutti i manifesti, in effetti, nascono con le buone intenzioni, propagando buone idee di buon gusto e di buon senso (almeno, per chi le compila). Ma l’intenzione di ogni manifesto è sempre quella, cioè quella di creare un gruppo di potere. Schierato in truppa contro un potere avversario. La “lettera manifesto” – così la Repubblica e sostanzialmente l’intero corpus della stampa patria – “firmata da 124 attrici e lavoratrici dello spettacolo”, che si chiama Dissenso comune, ha un sapore e un tenore viziosamente vintage. Il manifesto è una strategia comunicativa propria dei primi del Novecento. Una specie di stilettata ai fianchi della comunicazione vigente. Usata, appunto, per contestare un potere col desiderio di instaurarne un altro. “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerità”, gorgheggiavano i futuristi; “la nostra fede non è un inginocchiatoio, ma un coltello”, urlavano quei talebani de La torre; “la borghesia e con essa l’organismo sociale rassodatosi dopo la rivoluzione francese sono esausti”, facevano bla bla i socialisti dalle righe de L’ordine nuovo, mentre esattamente cento anni fa, nel marzo del 1918, Riccardo Bacchelli, quello della Legge Bacchelli ma soprattutto quello del ‘Mulino del Po’ – ma chi legge più – aveva già capito tutto e captato la noia dirompente, “siamo contrari a qualunque sorta di proclamazioni, collettive quanto individuali… e non intendiamo di stampare manifesti”, scrive su La raccolta (un florilegio appassionante è nel tomo Il secolo dei manifesti, a cura di Giuseppe Lupo, Aragno, 2006). Fregandosene del buon gusto estetico, invece, le “donne dello spettacolo” – come se la specifica, di per sé, fosse un marchio di virtù – scrivono “a tutte le donne” uno sgangherato manifesto “che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini” (lo leggete per esteso qui). Cosa dicono? Frasi fatte e condivise, la borraccia dello scollacciato buonista (“La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto”), che potrebbero essere pronunciate da un gentil Gentiloni qualunque, evocando lo spettro del sistema (“noi contestiamo l’intero sistema”: frase tirata fuori dal comodino del Sessantotto, 50 anni dopo), senza fare nomi&cognomi, non sia mai. Abusando della consueta strategia del manifesto: le virili donzelle vogliono – come sempre, come tutti, come i maschiacci sculacciati – costruire una forma di potere. Fare la voce grossa. Ora. Cerco di farmi capire. Ogni atto di vita è un atto di tracotanza, è volontà di potenza. Ogni parola è un atto di potere. Prima quella parola, quella affermazione, non c’era, e ora cerca di affermarsi, affamata, nel mondo, sgomitando, annientando tutte le altre. Questa è la legge della vita. Io respiro e tolgo fiato a un altro. Io lavoro e un altro fa la fame. Io vivo e un altro muore. Ma questa, capisco, fate fatica a capirla. Ne dico un’altra, più semplice. Il sistema della “molestia sessuale” è feroce tra gli uomini tanto quanto tra uomini&donne, anzi. Il mondo del lavoro è il campo di battaglia in cui gli uomini – quelli che hanno l’affare che pende tra le gambe – se le suonano di santa ragione. Non più con la clava ma con la cravatta. L’esito, comunque, è il medesimo. Carneficina. C’è più molestia sessuale tra uomo e uomo che tra uomo e donna, due parti della stessa sporca medaglia. Perciò. Le 124 “donne dello spettacolo”, le groupie fuori tempo massimo più che creare un gruppetto di potere per cambiare il sistema – intenzione vaga quanto velleitaria – dovrebbero sancire una alleanza con i maschietti. Invece niente. Siamo sempre alla solita lotta, ancestrale. Le Baccanti che squartano Orfeo – rassegnatevi pupe: il poeta è un maschio in amore, che per riavere la sua bella è disposto a sedurre con il canto gli inferi – le Amazzoni che brandiscono l’ascia bipenne contro le creature dotate di nerchia, le donne di Atene che decidono di non darla più ai maschioni se questi non smettono di fare la guerra (la Lisistrata di Aristofane virata da Celentano, celebre maschio alfa, nel jingle “chi non lavora non fa l’amore”). Che pena queste attrici, in ritardo sul mondo, che sgomitano per avere un posto al sole, senza riconoscere che oggi il lavoro è un sistema di castrazione collettiva, straziante. Eppure, l’esito è raggiunto. Per qualche settimana si farà bla bla su tale insipido manifesto. E un nuovo gruppo di potere è fondato. Ricordo quanto mi ha detto un amico d’America, “nel mondo della cultura americano vige lo stalinismo e o si è contro Trump o si è alleati con il diavolo”. Il metodo adottato dalle Amazzoni dello spettacolo è lo stesso: chi è contro di loro è alleato agli stupratori. Usano gli stessi metodi barbari di coloro che contestano. Ad Ambra Angiolini, Sonia Bergamasco, Cristina Capotondi, Paolo Cortellesi e via sfilando, sostituisco la mia lista di donne – ovviamente parziale, di menti passate ad altra vita – un manifesto alla femminilità che basta a se stessa, che risponde con l’opera, con l’intransigenza dell’intelligenza, donne che non manifestano altro che la loro manifesta grandezza:
Saffo
Ipazia
Diotima
Murasaki Shikibu
Sei Shonagon
Ildegarda di Bingen
Caterina da Siena
Angela da Foligno
Vittoria Colonna
Teresa d’Avila
Veronica Giuliani
Jane Austen
George Eliot
Emily Dickinson
Sorelle Brontë
Grazia Deledda
Sibilla Aleramo
Selma Lagerlöf
Antonia Pozzi
Elizabeth Bishop
Virginia Woolf
Victoria Ocampo
Baladine Klossowska
Sylvia Plath
Clarice Lispector
Simone Weil
Etty Hillesum
Wislawa Szymborska
Oriana Fallaci
Amelia Rosselli
Cristina Campo
Fernanda Romagnoli
È proprio vero, non ci sono più le donne di una volta.
Davide Brullo