<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>santi Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/santi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/santi/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 29 Mar 2019 05:41:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>In onore di Antonin Artaud, il poeta che ha rubato l’ombra alle parole</title>
		<link>https://www.pangea.news/antonin-artaud-poeta-christian-bobin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2019 05:41:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Antonin Artaud]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Breton]]></category>
		<category><![CDATA[Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Bobin]]></category>
		<category><![CDATA[Edgar Allan Poe]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Lautréamont]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Montale]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[Rubrica]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Yeats]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66376</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’esperienza dello sgradevole, l’esternazione dell’ingrato, fino a essere grati a ciò che è sgraziato, è disgraziato. L’arte è questo, anche: ingresso nello sgradevole – per sgravarci. Cioè: non più adornarsi degli orpelli, adorati da chi degna all’arte una attenzione meschina, da sobborgo della borghesia. Uscire dall’ombra del ‘bello’, autentico osceno. * Tutto è chiaro dalle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/antonin-artaud-poeta-christian-bobin/">In onore di Antonin Artaud, il poeta che ha rubato l’ombra alle parole</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’esperienza dello sgradevole, l’esternazione dell’ingrato, fino a essere grati a ciò che è sgraziato, è disgraziato.</strong> L’arte è questo, anche: ingresso nello sgradevole – per sgravarci. Cioè: non più adornarsi degli orpelli, adorati da chi degna all’arte una attenzione meschina, da sobborgo della borghesia. Uscire dall’ombra del ‘bello’, autentico osceno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66377 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/bobin-e1553699284713-179x300.jpg" alt="" width="129" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/bobin-e1553699284713-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/bobin-e1553699284713-768x1284.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/bobin-e1553699284713-613x1024.jpg 613w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/bobin-e1553699284713.jpg 1090w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Tutto è chiaro dalle fotografie, per altro. <strong>Antonin Artaud nel 1926: un calco nel diamante. Un volto così affilato che se lo sfiori ti tagli – ed è quella l’arte, vedi?, un florilegio di sangui. Sanguisuga, piuttosto, è la ‘società’, ciò che l’uomo sacrifica – pardon, <em>mortifica</em></strong> – per adattarsi al quieto vivere, lui, creatura inquieta, inquietante, incuneata nella solitudine. Guarda, invece, AA nel 1948, poco prima di crepare, le crepe che lo fratturano, canyon di rughe, denti decollati nell’aldilà della fame. <strong>“Il mattino del 4 marzo 1948 la morte ti accasciava ai piedi del letto, mentre infilava una spina di ferro sotto ciascuna delle tue ossa. Non è sicuro che morire risolva un enigma, che porti a compimento una frase.</strong> Piuttosto, la morte renderebbe eterna una mania dell’anima, una postura presa durante tutta la giornata: il fuoco in cui sono immerse le statue distese dei defunti faceva raggrinzire le loro mani quando erano vivi; nel loro ritiro, potevano sentire i profumi che imbalsamano i corpi illividiti dei santi”, scrive Christian Bobin in <em>L’uomo del disastro</em>, sintonizzato con la vita di AA (stampa, come tanti libri di Bobin, AnimaMundi, 2015; ristampato lo scorso anno). Bobin delinea le vite in breviario: tutto, leggendo, va pregato, è piaga, e le parole, così, ti inginocchiano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante gli anniversari, AA è scontato, è dato per letto, meglio non leggerlo.</strong> Parola che semina virus, la sua, che infetta, invia affetto ai folli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bobin scrive di “un uomo che ha perduto la propria ombra” – direi, un uomo che ha scrostato di ombre le parole.</strong> Così. Prendi una parola e la levighi fino al nudo, finché non è né luce né ombra, finché non è che lei. Sgravata. Sgradita. Artaud, un uomo senza ombre che inspira ombre.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Dunque poeta dell&#8217;oltre, dell&#8217;oltranza linguistica, della lingua a oltranza, scagliata.</strong> Oppure, del prima, dell&#8217;anteriore deteriorato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1946 “Les Cahiers du Sud” pubblica la <em>Lettera su Lautréamont </em>di AA. “Insisto su questo punto che Isidore Ducasse non era né un allucinato, né un visionario, <strong>ma un genio, che non smise mai per tutta la vita di vedere chiaro quando guardava e attizzava nel maggese dell’inconscio ancora inutilizzato. Il suo, e nient’altro, perché non ci sono nel nostro corpo punti in cui ci si possa incontrare con la coscienza di tutti. E nel nostro corpo siamo soli”.</strong> Solitudine. Cioè. Glossolalia. Parlo una lingua ignota agli altri – parlo la lingua dell’altro, sperando che dagli altri tempi, dal vigore vorticoso dell’alterità, qualcosa risponda, corroda questa lingua in talenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Artaud e la collezione dei ‘suicidati dalla società’: il poeta, irriconoscente a questo tempo, non viene riconosciuto. La riconoscibilità è criterio perverso: il poeta non va verso la folla dei fan, piuttosto, si affilia tra fratelli. “Mi spiace di aver smosso troppo la sacralità della vita e della morte”, mi scrive il poeta artaudiano <a href="http://www.pangea.news/testimoniare-di-andare-controcorrente-verso-la-meravigliosa-notte-stellata-dialogo-con-giorgio-anelli-che-ha-scritto-in-omaggio-a-cattaneo-un-libro-apocalittic/" target="_blank" rel="noopener">Giorgio Anelli.</a> Ma il poeta non fa che questo, gli rispondo, accusando la mia debolezza. <strong>Ormai, la poesia, lì come un tronco miliare, fetta di femore del titano, mi sembra proprio parola che prega, che sbenda. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ed è così che Isidore Ducasse è morto di rabbia, per aver voluto, come Edgar Allan Poe, Nietzsche, Baudelaire e Gérard de Nerval, conservare la propria individualità intrinseca invece di diventare… l’imbuto del pensiero di tutti”. </strong>L’individualità è spaventosa e sgradita – si è grati al poeta se ci ricorda che siamo anime belle, anime salve, giustificate al rito contratto con gli oscuri, tanto c’è il poeta. Il poeta assolve e assorbe gli oscuri, non ne è servo – lecca i residui della tenebra, fa gargarismi con gli inferi. Il poeta alieno, tutto individuo, per cui la fama è claustrofobia, viene castrato, esiliato, suicidato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché l’operazione non consiste nel sacrificare il proprio io di poeta e, in quel momento, <em>di alienato</em>, a tutti, ma nel lasciarsi penetrare e stuprare dalla coscienza di tutti, in modo da non essere più, nel proprio corpo, nient’altro che il servo delle idee e delle reazioni di tutti”. <strong>L’Io è l’Altro che ti sopraffà, ti spoglia, ti sperpera. Il poeta è corpo sedotto, frantumato e seminato. Il poeta si fa disseminare nei campi – le parole crescono. Fiati fatui di riso a cui si appoggiano gli aironi, destrieri a servizio dei morti. A un gruppo di studenti dico.</strong> Appena svegli, in quello stato ancora notturno, con spine di notte tra i capelli, leggete un poeta: Rimbaud, Dickinson, Leopardi, T.S. Eliot, Yeats, Montale, Brodskij… L’importante è non capire (finalmente, qualcosa che non si capisce, che sfugge, beato all&#8217;inafferrabile!), piantarsi in un altro regno del conoscere, lasciare che le parole – che sono vive – vivano, vegetino, vaghino, proliferino profetici arbusti nel corpo, nel cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora Christian Bobin, sbobina l’anima di Artaud, che ha derubato l’ombra alle parole: <strong>“Antonin Artaud, l’uomo che va nel mondo come in un deserto. La terra dove camminiamo non è quella vera. Il cielo dove beviamo non è puro. Un’arte manca alla vita… Un’arte delle cose semplici. Il meraviglioso è la radice dello spirito. E lui va a dissotterrarla, sotto le pietre della leggenda, in Messico, in Irlanda.</strong> Altrove. Scandaglia la terra e insieme il profondo di se stesso. Come un affamato, cerca. Scava nelle ferite della terra. Cerca l’uomo nudo, l’uomo affrancato dalla vergogna”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sgradevole il blabla di AA, il poeta che, scrive ripetutamente a amici &amp; passanti, ha depositi d’oro alla Banque de France, crede di essere derubato, derubricato dal mondo, che gli uomini siano tutti stregoni, fanno fatture e snaturano cabbale, una balistica della menzogna e del sortilegio, sorte bastarda, la sua, dove l’anima è nelle feci, lo spirito si caga dal di dietro, scandito per scorregge, finché il corpo, vuoto come un guanto, si può impugnare. <strong>Sgradevole AA: neppure ‘uomo del sottosuolo’ – c’è qualcosa di dandy nel razzolare tra gli ultimi – ma colui che sottostà al sotto, senza sotterfugi né redenzioni, Rodez ridotta a una stagione di shock, qualcosa che rode l’eroso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non ricordo di essere mai nato. Ricordo di non essere mai nato”, nel 1946, ad André Breton.</strong> Così poesia non è il racconto della rinascita, la cronaca bianca delle tante nascite, né lo squittio della morte, ma il detto di ciò che precede il nato. L’innato. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/antonin-artaud-poeta-christian-bobin/">In onore di Antonin Artaud, il poeta che ha rubato l’ombra alle parole</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/antonin_artaud_1896_1948_in_th-2-e1553699658305.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“La mia è stata un’infanzia meravigliosa, in essa hanno posto radici gli angeli”: per gli 80 anni di Ferruccio Mazzariol</title>
		<link>https://www.pangea.news/ferruccio-mazzariol-editore-scrittore-marco-settimini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 10:15:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[Ferruccio Mazzariol]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Imperatore]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Settimini]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sangue]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Treviso]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66174</guid>

					<description><![CDATA[<p>“La mia è stata un’infanzia piena di gioia, meravigliosa; in essa hanno posto radici i miei angeli, tutta la mia vita. Ringrazio Iddio”. Queste tra le prime parole con cui si apre Il paese dei gelsi di Ferruccio Mazzariol, uomo e già bambino fortunatissimo per la sua infanzia felice in un Veneto altrettanto tale, come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ferruccio-mazzariol-editore-scrittore-marco-settimini/">“La mia è stata un’infanzia meravigliosa, in essa hanno posto radici gli angeli”: per gli 80 anni di Ferruccio Mazzariol</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“<strong>La mia è stata un’infanzia piena di gioia, meravigliosa; in essa hanno posto radici i miei angeli, tutta la mia vita. Ringrazio Iddio”.</strong> Queste tra le prime parole con cui si apre <em>Il paese dei gelsi</em> di Ferruccio Mazzariol, uomo e già bambino fortunatissimo per la sua infanzia felice in un Veneto altrettanto tale, come recita il celebre titolo di un volume di scritti comissiani, dunque in un tempo e in un luogo nei quali poté subito accorgersi che “la vita aveva un destino eterno, non si sarebbe persa come un ciottolo nelle Grave”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66175 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol1-190x300.jpg" alt="" width="134" height="212" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol1-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol1.jpg 500w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Non tanto di fortuna si trattò insomma, bensì d’eredità e fede – d’eredità <em>della</em> fede, e non è un caso che Charles Péguy e Georges Bernanos siano tra gli autori da lui più amati – dunque storia, e con essa la vita, che <em>precede</em> e <em>procede</em> e mai non cede, tramandata di padre in figlio come</strong> egli stesso si è premurato di fare con <em>La mia Treviso</em>, città che dice anch’essa, come la vita <em>nella</em> fede, appartenergli sin da quand’era soltanto un bimbo, ed “entrata a poco a poco nel cuore come avviene per gli innamoramenti che durano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello natale di Mazzariol è un paese di gelsi e vigne, dono del Signore e delle opere degli avi, i cui frutti a Dio sempre riconsegnarono in forma d’amore per Lui e per la terra che fu loro data in dono forse più che in pegno,</strong> e infatti “i pontepiavesi che muoiono portano il loro paese di gelsi e vigne al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”, perché terra la cui economia popolare dei bozzoli e gli esordi industriali delle filande e dei setifici si fondava sui “cavalieri”, ovvero i bachi, portati via Bisanzio in Veneto e in Lombardia da alcuni missionari di ritorno dalla Cina, durante le Crociate, regalo dunque di due sante spedizioni (poiché niente è per caso), che sulle lucide foglie dei gelsi affiancarono l’uva in quelle “terre di vetusto impianto, colme di sassi cesellati dalle piene”, ronchiate nei secoli dalle stirpi di cimbre e celtiche che, dopo il lungo stato di grazia della Serenissima, ebbero la buona sorte di vivere sotto i vessilli degli Asburgo – cui l’autore trevigiano ha dedicato una terzo, leggiadro e accoratissimo libro, <em>Le aquile bianche dell&#8217;Imperatore</em> – e ne fecero un giardino incantato in cui gli acini, disgraziatamente – ringraziando la <em>Filossera vastatrix</em> importata, come troppe altre piaghe dagli Stati Uniti d’America via la Francia – in molti casi non autoctoni, come il Cabernet e il Merlot, assorbono gli “umori fragranti” del limo della Piave che nutre però anche il Prosecco, il Verduzzo e soprattutto il Raboso, “nero come la pece, adatto per palati solidi di forte carattere”, come scrive Mazzariol, “un vino poderoso adatto per il palato degli arcangeli guerrieri”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mazzariol… Nato ottant’anni fa, il 16 marzo 1939 in località Ponte di Piave – frazione Alle Grasseghelle, e vale a dire presso il “colmello” della Grasseghella – sulla riva del Piave, anzi, come ricorda, della Piave, femminile – e ben diversi suonano alle orecchie “il Piave mormorava” e “la Piave mormorava” – come da queste parti sempre la gente ha chiamato il suo fiume</strong> – che è allora, con l’Adda che taglia la Lombardia, l’unico “italiano” non maschile – che è, nelle parole di Comisso, la “grande vena di questa terra”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mazzariol&#8230; Scrittore ma anche traduttore dal francese (sue le versioni in lingua italiana del romanzo <em>La donna povera</em> di Léon Bloy e del volume di <em>Lettere e diari</em> di Emmanuel Mounier per la casa editrice La Città Armoniosa) nonché editore (col marchio doppiamente “di culto” Santi Quaranta, da una delle porte di Treviso,</strong> già nome della vicina chiesa oggi di Sant’Agnese, in direzione di Padova e Vicenza, alla fine di quello che è ora squallidamente detto Borgo Cavour) nella sua Treviso; che così descrive: “Città socievole, espansiva; patrizia e graziosa e insieme alla mano, mi ha affascinato prima di tutto per il dialetto amabile che sa di risorgiva fresca; un dialetto discreto e canterino che era una meraviglia in bocca alle donne e alle ragazze, e che ora purtroppo sta decadendo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66176 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol3-189x300.jpg" alt="" width="140" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol3-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol3.jpg 500w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Eppure, “dove Sile a Cagnan s’accompagna” (Dante, <em>Paradiso</em>, IX, 49) il dialetto trevigiano è ancora incantevole, melodico, <em>femminile</em> (già, come il nome Piave) nelle bocche degli uomini come in quelle delle donne, come annota Guido Piovene nel suo <em>Viaggio in Italia</em>, e resiste, e conserva così la peculiarità legata ai suoi corsi d&#8217;acqua, perché, <strong>scrive Mazzariol, “l’idioma trevisano continuava il mormorio del Buranello, del Siletto, del Cagnan; traduceva in parola armoniosa e cantabile il pullulare delle fresche risorgive”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come tutte le città padane e venete, e antiteticamente a Venezia che è terra nel mare, Treviso è isola ideale sulla terraferma, forgiata non dalle onde sugli arenili ma dal gesto delle mani degli uomini, col Bottaniga che presso il Ponte della Pria si divide in tre, il Buranello, il Siletto e il Cagnan.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Si tratta di una dolce foresta mossa dal vento delle abitudini e della vita. L’indole recita, appare ma possiede un suo radicamento ancestrale che distingue” i trevigiani</strong>, non solo nelle aree rurali della Marca, ma anche in quella urbana, questo teatro di dolci finzioni, seduzioni, relazioni. Con l’acqua a informare col suo altrettanto dolce scorrere tra gli antichi muri l’attitudine che Mazzariol così riesce a riassume: “Non mi logoro per niente; lascio passare l’acqua sotto i ponti placida mente. <em>No me susto par poco</em>, cioè non vale la pena guastarsi il sangue per delle inezie.” Acqua dolce e così la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi affliggo per poco. È il motto di quest’indole dolce, garbata, delicata, savia, allegra, socievole e sorniona a un tempo, scrive Mazzariol, non esattamente disimpegnata anche se tale è l’aria, in realtà più che altro noncurante; </strong>che fa quella splendida <em>devise </em>che la riflette, nutrita da “un pizzico di fatuità, una soave vanità”, che si esibisce alquanto, e che mantiene una certa qual “riserva mentale, eccessiva diplomazia” che non rende tuttavia cinico il trevigiano che ha cuore “caramelloso però gradevole e pronto spesso alla generosità”, così come l’altro motto cittadino, <em>No vao a combatar</em>, ben lungi da essere un segno d’inazione, specie negli ultimi decenni di rapida industrializzazione, dice di una forma d&#8217;indolenza del tutto atipica, anche perché, come rimarca Mazzariol, “fosse una caratteristica totalmente negativa, i trevisani non avrebbero potuto edificare una città così bella e così graziosa”, la cui grazia urbanistica non è che il riflesso di tale attitudine, l’una e l’altra capaci di resistere alle devastazioni del risorgimento, con tutti i suoi strascichi, e delle due tragiche guerre mondiali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il <em>No vao a combatar</em> è la sorda resistenza estetica e morale della Marca, che vive sottotraccia negli stravolgimenti storici, sotto l’occupazione napoleonica – “le orde del Napoleone, fameliche e feroci”, così le descrive Mazzariol, che <em>chiaramente</em> e <em>giustamente</em> le detesta</strong> – come sotto quella, successiva, degli italici, con i francesi che saccheggiarono la sua città, predando, dissacrando, rovinando il possibile, e i secondi che trasformarono la regione da teatro di vita a teatro di morte, mentre sotto gli Asburgo nella Marca persino i bachi prosperavano, tutelati come persone dal diritto penale, per volontà dello stesso Francesco Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A queste nefandezze Mazzariol oppone il suo Duca Alfonso, sempre presente nei secoli e nella storia, spesso controcorrente, anche perché poeta, attivo per il bene della sua città, fautore di una congiura contadina, nel 1812, che porterà alla definitiva caduta di Napoleone e quindi agli Asburgo</strong>, tanto da esser nominato luogotenente per la Sinistra Piave, che governa con saggezza e misericordia cristiane, migliorando le condizioni della gente, perché tutti possono pescare e cacciare, portare le bestie ai pascoli, e, grazie a una dieta molto più ricca, è così infine vinta la pellagra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A Salgarega, il Duca arriva a mettere a disposizione dei nullatenenti alcuni suoi campi, che diventano La Comun, poi El Comun, che il nonno di Mazzariol acquisterà con l’avvento degli italici, ultimo grande gesto del Duca Alfonso in cui il libro di Mazzariol tutta la storia della sua città si cristallizzano, <strong>questa figura di nobiluomo della Piave che abita nel suo castello Delle Grasseghelle, eroe dal “cattolicesimo umanissimo” che “picchia i furfanti, tramortisce i ladri con la sua alabarda ruspia; ingaggia duello con i vari Don Rodrigo dei diversi paesi che stanno prossimi a Trevigi e sempre li sconfigge”,</strong> e che è romanticamente preso d’amore per la bella Maria Beatrice Della Galea.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66177 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol2-188x300.jpg" alt="" width="132" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol2-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol2-768x1228.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol2-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol2.jpg 943w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Si fidanzano e il Duca fa costruire, affrescare e decorare la Loggia dei Cavalieri. Loggia che l’autore dice “austera, romantica”. Un ossimoro perfetto per tutta la sua Treviso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale è d’altro canto lo stesso Duca Alfonso&#8230; In lui è tutto l’ideale realizzato della città di Mazzariol, nel suo eterno ritorno, dal 1177 fino a oggi, con aggraziata costanza. <strong>E lui e Treviso sono simbolo di un mondo antico, storico e mitico a un tempo, e cortese nel senso dei <em>troubadour</em> provenzali&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molti di essi si stabilirono in città, ma stando a Mazzariol anche lo stesso Duca si dilettò in questo ambito come in tutti gli altri, “benché nessuno storico erudito lo menzioni”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Duca Alfonso non solo scrive versi, ma anche memorie. Ama leggere, ma anche andare a cavallo per le campagne.</strong> A volte con la sua bella consorte, altre in totale solitudine. Monta un sauro bianco e girovaga sui colli, pacifici finché non irruppe Napoleone con le sue truppe, tra i filari di Raboso, lungo la Livenza e fino alle sue sorgenti, alla basilica della Santissima Trinità, luogo del suo ritiro durante le due guerre mondiali e la sciagura fascista, “poco gradita ad Alfonso per quel suo sempre parlare coi gambali e la camicia nera di battaglie, violenze agli altri popoli, olio di ricino somministrato agli avversari politici”. Treviso è neutralista, avversa a una guerra che è inutile strage. Troppo stride col motto <em>No vao a combatar </em>dei trevigiani. E i sudditi degli Asburgo sono ben più fratelli degli italici. Perché gli italici sono accecati dal mostro del nazionalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se enorme era la stima dei trevigiani e dei veneti tutti per gli austro-ungarici, mai sarà tale invece per la “classe […] esistenziale, militante, squadrista” dei fascisti, con i suoi miti posticci</strong>, né tantomeno per il nazismo, per il comunismo o per gli americani. Due guerre. Liberazione. Dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veneto libero? No. Veneto felice? Sì. Perché ha san Marco e può <em>far</em> San Marco, festa “cristiana e delicata”,</strong> festa “ancestrale e serena”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ferruccio-mazzariol-editore-scrittore-marco-settimini/">“La mia è stata un’infanzia meravigliosa, in essa hanno posto radici gli angeli”: per gli 80 anni di Ferruccio Mazzariol</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mazzariol.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne”: una lettera di Emil Cioran</title>
		<link>https://www.pangea.news/mi-dispiace-di-non-soffrire-di-allucinazioni-per-intrattenere-una-conversazione-con-le-voci-del-mare-per-dimenticare-uomini-e-donne-una-lettera-di-emil-cioran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 07:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Beethoven]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Epistolario]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Mimesis]]></category>
		<category><![CDATA[pensatore]]></category>
		<category><![CDATA[Petre Tutea]]></category>
		<category><![CDATA[rumeno]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[stimmate]]></category>
		<category><![CDATA[stupidità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66156</guid>

					<description><![CDATA[<p>[Di Emil Cioran sappiamo che è il pensatore necessario, la stimmate al cuore del secolo, che dalla Romania, grazie a una borsa di studio, si sposta ai Berlino, nei primi Trenta, poi, definitivamente, in Francia, nel 1937. Di quell’anno è Lacrime e santi mentre il primo libro, nel 1934, è già lacerante, Al culmine della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mi-dispiace-di-non-soffrire-di-allucinazioni-per-intrattenere-una-conversazione-con-le-voci-del-mare-per-dimenticare-uomini-e-donne-una-lettera-di-emil-cioran/">“Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne”: una lettera di Emil Cioran</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">[Di Emil Cioran sappiamo che è il pensatore necessario, la stimmate al cuore del secolo, che dalla Romania, grazie a una borsa di studio, si sposta ai Berlino, nei primi Trenta, poi, definitivamente, in Francia, nel 1937. Di quell’anno è <em>Lacrime e santi </em>mentre il primo libro, nel 1934, è già lacerante, <em>Al culmine della disperazione. </em>Ai primissimi anni di peregrinazioni francesi si riferisce l’epistolario di Cioran con Petre Tutea, insigne filosofo rumeno, più grande di quasi dieci anni, raccolto come <a href="http://mimesisedizioni.it/l-insonnia-dello-spirito.html" target="_blank" rel="noopener"><em><strong>L’insonnia dello spirito. Lettere a Petre Tutea (1936-1941)</strong> </em></a>da Mimesis (2019), per la cura di Antonio Di Gennaro. <img decoding="async" class=" wp-image-66157 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/volti-cioran-insonnia-spirito-200x300.jpg" alt="" width="137" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/volti-cioran-insonnia-spirito-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/volti-cioran-insonnia-spirito.jpg 500w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Il libro è piccolo così, sta nella tasca di una giacca, ma conserva una forza di fiamma, una lucidità di diamante. Tutea, infatti, è uomo complesso, già marxista, poi vicino alla ‘Guardia di Ferro’, alto funzionario al Ministero dell’Economia Nazionale nei Quaranta, poi vittima della repressione comunista, in carcere dal 1948 per tredici anni complessivi, infine, soprattutto, filosofo, di istinto cristiano (“Sono diventato un pensatore cristiano quando ho compreso che senza la rivelazione, senza assistenza divina, non posso sapere chi sono, cosa sia il mondo, se esso abbia o meno un significato, se la mia stessa esistenza abbia o meno un senso. Da solo non potevo saperlo. Ho realizzato che senza Dio non è possibile conoscere il senso dell’esistenza umana e universale”). La manciata di lettere di Cioran a Tutea – nove, insieme ad alcune missive di Tutea – ottimamente commentate da Di Gennaro, da cui abbiamo estratto quella che leggete, testimoniano una amicizia, certo, ma anche l’inquietudine australe di Emil. Scrive Di Gennaro: <strong>“Nonostante la differenza di età e sebbene abbiano seguito strade completamente diverse (Cioran, esule a Parigi, spietato critico del <em>mauvais démiurge</em> e anzi lucido teorico del dubbio e alfiere dello scetticismo; Ţuţea, internato e poi perseguitato in patria dalla polizia comunista, esempio intransigente di <em>homo religiosus</em>, monaco laico), in virtù di una profonda affinità spirituale,</strong> permane tra i due eminenti intellettuali, nel corso dei decenni e a dispetto della considerevole distanza geografica, un sentimento di autentica amicizia, caratterizzata da sincera ammirazione e infinita stima reciproca”. In effetti, esistono legami, dalla distanza e dal disastro, che sono superiori alle convenzioni concettuali]</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mentone, Venerdì Santo, 1939</em></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Petrică, sono tornato in Costa Azzurra, tra questi inglesi, stanchi della ricchezza e delusi dall’Impero, <strong>per consolarmi in loro compagnia del mio vuoto [interiore] e unire le mie noie ai bagliori che ammiro per vanità. La mia condizione di valacco decadente non è più tollerabile, se non a contatto con questo falso splendore di milionari e del mare.</strong> Mi occorre portare dunque questa coscienza crepuscolare dell’Impero nel mezzo di questa gente, soffocata dalla gestazione! Tu sei figlio di un pope che deride Hegel e io di un altro che è irritato dalla sublime trivialità di Beethoven. “Quel” popolo si salva dalla propria assenza apocalittica grazie alle nostre fatiche e a quelle dei nostri amici, che possiamo contare su alcune dita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne. Il mio destino da esaltato in un mondo di peregrinazioni inutili e ripetitive mi avvicina più che mai alla stupidità degli elementi</strong>, all’evidente mancanza di risposte nella natura. Mi hai scritto da Budapest raccontandomi i piaceri da “contadino arricchito”. Io conosco solo il disgusto delle ristrettezze nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lo stesso grande affetto,</p>
<p style="text-align: justify;"><em>E.C.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mi-dispiace-di-non-soffrire-di-allucinazioni-per-intrattenere-una-conversazione-con-le-voci-del-mare-per-dimenticare-uomini-e-donne-una-lettera-di-emil-cioran/">“Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne”: una lettera di Emil Cioran</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/cioran-pode-e1446487034514-1-1024x688.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Morire è diventato imbarazzante. Ecco perché la morte è un tabù e i medici sono i nuovi dèi (ma l’obbligo della felicità ci rende infelici)</title>
		<link>https://www.pangea.news/morire-e-diventato-imbarazzante-ecco-perche-la-morte-e-un-tabu-e-i-medici-sono-i-nuovi-dei-ma-lobbligo-della-felicita-ci-rende-infelici/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/morire-e-diventato-imbarazzante-ecco-perche-la-morte-e-un-tabu-e-i-medici-sono-i-nuovi-dei-ma-lobbligo-della-felicita-ci-rende-infelici/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 10:26:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[medici]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[morti]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[rinuncia]]></category>
		<category><![CDATA[salvezza]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Sogni]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Suicidi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65811</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cos’è diventata la morte oggi? Perché è vietato parlarne? Che rapporto avevamo e abbiamo con lei? Ci ha pensato Philippe Ariès a rispondere, e l’ha fatto con Storia della morte in Occidente, disamina sulla dipartita dal Medioevo a oggi.  Non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto con la morte, neanche nei secoli bui, ma mai [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/morire-e-diventato-imbarazzante-ecco-perche-la-morte-e-un-tabu-e-i-medici-sono-i-nuovi-dei-ma-lobbligo-della-felicita-ci-rende-infelici/">Morire è diventato imbarazzante. Ecco perché la morte è un tabù e i medici sono i nuovi dèi (ma l’obbligo della felicità ci rende infelici)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è diventata la morte oggi? Perché è vietato parlarne? Che rapporto avevamo e abbiamo con lei?</strong> Ci ha pensato Philippe Ariès a rispondere, e l’ha fatto con <em>Storia della morte in Occidente</em>, disamina sulla dipartita dal Medioevo a oggi.  Non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto con la morte, neanche nei secoli bui, ma mai come oggi ci è così lontana e nemica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo arrivati ad amare la vita in maniera morbosa, e spesso non si accetta la morte non per paura, ma perché a un certo punto si tirano le somme, ci si guarda indietro, e si comincia a fare i conti con i propri fallimenti,</strong> con gli obiettivi non raggiunti, con i rimpianti, e si scopre che ormai è troppo tardi. Secondo Ariès, nella società industriale è diventato intollerabile non essersi realizzati, non aver dato abbastanza spazio ai sogni che si avevano quando si era giovani, e questo a volte può addirittura condurre all&#8217;alcolismo o al suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Le immagini della decomposizione, della malattia, traducono con convinzione un nuovo accostamento</em></strong><em> fra le minacce della decomposizione e la fragilità delle nostre ambizioni e dei nostri affetti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo attaccamento deriva anche da un diffuso senso d’immortalità dovuto all’allungamento della prospettiva di vita.</strong> Il momento della morte sembra talmente lontano e procrastinabile da non pensarci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La morte è sempre stata presente in passato, era rappresentata, faceva parte della vita di tutti i giorni; <strong>il morente trascorreva gli ultimi momenti a casa, tra i suoi cari, a volte agonizzante, e partecipavano anche i bambini, cosa oggi impensabile.</strong> È stato il sociologo inglese Geoffrey Gorer ad aver <em>mostrato come la morte sia diventata tabù, e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto</em>. Ne parla nel libro <em>The Pornography of Death</em>, dove addirittura paragona il <em>lutto solitario e pieno di vergogna alla masturbazione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ariès sostiene che tutto ciò abbia avuto inizio negli Stati Uniti agli albori del XX secolo. È qui, infatti, che la vita ha cominciato a dover sembrare sempre e comunque felice.</strong> È qui che la noia e la tristezza hanno cominciato a essere ospiti non graditi, ed è qui che la felicità è divenuta la nuova religione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In questo saggio si parla anche della storia dei cimiteri, come e perché sono diventati quello che sono oggi, come sono cambiate le usanze in merito ai cadaveri. Per esempio, <strong>solo nel XVIII secolo nacque un vero e proprio culto dei morti – e con esso i cimiteri</strong> – <em>manifestazione religiosa comune ai miscredenti e ai credenti di tutte le confessioni</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“[&#8230;] nel Medioevo i morti furono affidati, anima e corpo, ai santi e alla Chiesa; poi che i progressi della coscienza religiosa hanno meglio distinti, o addirittura contrapposto, il corpo e l’anima dei defunti:</em></strong><em> l’anima immortale era oggetto di una sollecitudine di cui testimoniano le fondazioni pie dei testamenti, mentre il corpo era abbandonato alle anonime fosse comuni”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65812 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-197x300.jpg" alt="" width="134" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro.jpg 500w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Ariès esamina tutti i cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli, compresi quelli che riguardano la perdita di dignità del morente</strong>, che nel tempo ha perso ogni diritto e si è ritrovato non più a comando della propria morte, non potendo più organizzarla, ma in balìa di dottori e parenti, spesso privato anche della possibilità di essere a conoscenza del proprio imminente decesso. Per la prima volta si muore davvero soli, e quando tutti si sono ormai voltati dall’altra parte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò è anche causa – non certo colpa – del progresso. <strong>Oggi, grazie alle cure mediche sempre più all’avanguardia, è difficile capire quando si morirà, c’è sempre speranza e possibilità di salvezza. </strong>Ariès considera soltanto il cancro la nuova e vera faccia della morte, quel male ancora chiamato ‘incurabile’, la vera sfida della medicina moderna. È il cancro, oggi, a far più paura della rappresentazione di uno scheletro o di una mummia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E qui entriamo in una sezione molto interessante del saggio, legata alla figura dei medici e degli infermieri, che sembrano aver preso il posto dei preti. Sono loro i moderni ma glaciali traghettatori di anime.</strong> Sono loro che spesso decidono di tenere all’oscuro il paziente non rivelandogli la sua condizione. Sono loro che ritardano il momento di avvertire la famiglia. Non si comunica più niente per paura di far perdere il controllo emotivo sia al malato sia alla famiglia. Negli ospedali non sono ben accette scene drammatiche, è sempre meglio far finta di niente, per il bene di tutti, per evitare grida, pianti, lacrime ed esaltazioni. Morire è diventato imbarazzante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Una volta la morte era un volto familiare, e i moralisti dovevano renderlo orribile per fare paura. </em></strong><em>Oggi basta soltanto nominarla per suscitare una tensione emotiva incompatibile con la regolarità della vita quotidiana”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E il malato, se dovesse capire che la sua ora è giunta, non può comunque accettarla, non può arrendersi, <strong>non può chiudere gli occhi e lasciarsi andare voltandosi verso il muro, no, deve continuare a fingere, a lottare anche se non vuole, altrimenti rischia di sembrare folle agli occhi degli infermieri, colpevole di rinunciare alla vita</strong>, vergogna inaccettabile. (L’episodio è reale ed è avvenuto in un ospedale californiano).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E non sarà un caso, aggiungo io, che dagli anni ’90 i nuovi miti siano diventati proprio i protagonisti di serie televisive come <em>ER, Grey’s Anatomy, Dottor House</em>.</strong> I medici sono diventati i nuovi dèi, icone, angeli a cui consegnarsi totalmente, possibilmente belli e sexy, per invogliarci ancora di più ad affidare loro anima e corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, in <em>Storia della morte in Occidente</em> appare chiaro che oggi l’importante è morire con dignità, facendo meno rumore possibile, che si sia consapevoli della propria dipartita oppure no. <strong>Ma ovviamente tutta questa negazione della morte conduce a un altro problema, al rifiuto del lutto, che è stato per secoli il <em>dolore per eccellenza</em>, che andava anche ostentato, e che oggi va nascosto. Bando alle condoglianze, alle lacrime, alla sofferenza, alla commozione.</strong> Ci si deve riprendere il più presto possibile, e se si vuole piangere, lo si deve fare in solitudine. Bisogna mostrarsi duri, forti, e non parlare con nessuno della propria perdita. La persona in lutto è considerata alla stregua di un malato contagioso che va emarginato. <strong>E in questo contesto, anche il cadavere deve essere truccato, ben lavato e ben vestito. Deve sembrare un non morto, una persona semplicemente assopita. </strong>Non esiste più l&#8217;esibizione della bruttezza del cadavere. In America si è arrivati addirittura all’imbalsamazione e alle <em>funeral homes</em>, mentre in Inghilterra alla più definitiva cremazione, considerata<em> come il sistema più radicale per sbarazzarsi dei morti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, la morte è diventata il grande assente, scomparsa com’è dalle nostre case e trasferitasi soltanto negli ospedali. <strong>La morte invidiata sembra essere quella che permette di dire “non si è accorto di nulla”, cosa che si augura anche a se stessi. E nel frattempo la malattia è diventata una lunga e interminabile agonia proprio perché si fa di tutto per ritardare il fatidico momento. </strong>La progressiva perdita della fede ha portato l’uomo a divenire nullità di fronte alla morte, mentre prima, credendo nell’aldilà, si considerava importante mantenere dignità e valore fino alla fine e oltre. Ma Ariès ci pone di fronte a una riflessione finale ben più triste e preoccupante: <strong>e se fosse proprio la negazione della morte a rendere l’uomo moderno sempre più nevrotico? E se fosse proprio il nascondimento del lutto a farci ammalare?</strong> La mancanza di sostegno in uno dei momenti più importanti e difficili della nostra vita può scatenare psicosi e isterie che si potrebbero protrarre per chissà quanto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Allora si arriva a chiedersi, con Gorer, <strong>se gran parte della patologia sociale di oggi non abbia le sue radici nell’evacuazione della morte fuori della vita quotidiana</strong>, nella proibizione del lutto e del diritto di piangere i propri morti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che la <em>crisi della morte</em> sia strettamente in relazione con la <em>crisi dell’individualità</em></strong> che attanaglia questo XXI secolo?</p>
<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Damien Hirst, &#8220;For the Love of God&#8221;, 2007</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/morire-e-diventato-imbarazzante-ecco-perche-la-morte-e-un-tabu-e-i-medici-sono-i-nuovi-dei-ma-lobbligo-della-felicita-ci-rende-infelici/">Morire è diventato imbarazzante. Ecco perché la morte è un tabù e i medici sono i nuovi dèi (ma l’obbligo della felicità ci rende infelici)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/morire-e-diventato-imbarazzante-ecco-perche-la-morte-e-un-tabu-e-i-medici-sono-i-nuovi-dei-ma-lobbligo-della-felicita-ci-rende-infelici/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/memento_mori_1-e1550936786813-1024x680.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</title>
		<link>https://www.pangea.news/sogno-le-tue-lettere-questi-esercizi-della-latitanza-e-pretendo-da-dio-che-il-futuro-sia-un-cortile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Feb 2019 07:56:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Antartide]]></category>
		<category><![CDATA[coraggio]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[cosmo]]></category>
		<category><![CDATA[Costellazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[disciplina]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Ghiacci]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Goebbels]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Libero]]></category>
		<category><![CDATA[Medusa]]></category>
		<category><![CDATA[mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
		<category><![CDATA[orrore]]></category>
		<category><![CDATA[Orsa Maggiore]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Praga]]></category>
		<category><![CDATA[ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[Siberia]]></category>
		<category><![CDATA[Sogni]]></category>
		<category><![CDATA[stelle]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tabriz]]></category>
		<category><![CDATA[Tel Aviv]]></category>
		<category><![CDATA[tomba]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>
		<category><![CDATA[vendetta]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica Tomassini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65647</guid>

					<description><![CDATA[<p>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sogno-le-tue-lettere-questi-esercizi-della-latitanza-e-pretendo-da-dio-che-il-futuro-sia-un-cortile/">“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. </em></strong><em>Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, poi in un esilio autoimposto, fino alla malattia, che lo obbliga a Tabriz, in Persia. Traffica in antiche mappe celesti e ha fede nel potere sciamanico della tigre di vetro. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? <strong>Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini</strong> giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">sul suo blog (qui)</a> le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. <strong>Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione.</strong> Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. La puntata che precede questa <a href="http://www.pangea.news/delirai-fino-a-mostrare-della-palpebra-la-norma-lepistolario-del-candore-e-del-dolore-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">la leggete qui.</a> (d.b.)</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tabriz, 5 giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Puoi riconoscere gli uomini dai denti – delle tue lettere non ho che presagi – una visione che si avvinghia a questo cubo di tende – tutto è una lettera che chiarifica e condanna – la mia è la N, la replica obliqua e doppia della tua, V e <strong>in quel labirinto privo di buio mi perdo, come un uomo dalle cui dita crescono betulle, per il dolore di donare a chi ama un bosco. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I denti – dicevo. Dai denti puoi numerare il destino di un uomo, capirne il carato del carattere – come se i denti fossero uno zodiaco. <strong>Diversi anni fa a Parigi mi reclamò un collezionista gallonato di svastiche – dicevano fosse il consigliere diretto di Joseph Goebbels. Come sai, per me la Storia è un bicchiere d’acqua </strong>– gli atti umani, anche i più efferati, soprattutto gli imperdonabili, sono uno sfarfallio di mosche al cospetto del Giudizio – come posso sapere se un corpo non è che il calco di un ordine partorito in questo istante da Dio per ragioni che mi sragionano? <strong>Sai che posseggo la meschinità dei santi e la raffinatezza dei perduti – accettai l’invito dell’alto gerarca, sensibilmente alto, di icastica magrezza, cauto nel mangiare – ricordo i lampadari come cupole di medusa, il laido servilismo dei camerieri francesi, il ristorante illuminato come se dessero un pasto nel nucleo abbacinante del sole.</strong> Forse si chiamava Friedrich, ruotava le dita come se potesse portare i continenti alla deriva, citai Hölderlin e Stefan George, così, per rimpolpare le parole con parole dette da altri, già masticate, ma lui fece un cenno, tombale, e sperò che anch’io fossi convinto che l’uomo non è libero, che quando, deliberatamente, compie un atto inesorabile, inesorabilmente ne cascano altri, in sequenza quadruplicata, “come una grandinata di rasoi”, disse così – <strong>non sembrava rassegnato né eccitato, malinconico, forse, come se nel gorgo di quei gesti che riguardano la vita e la morte avesse perduto qualcuno, se stesso nella sintetica forma di un ghepardo, forse.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho venduto al gerarca nazista la mappa celeste disegnata su un manoscritto della <em>Færeyinga Saga </em>– gli islandesi pensavano alle stelle come a scudi, capanne di eroi dimenticati, suoni, richiami d’aiuto: ogni dieci anni, dal retro del cosmo, Fenrir, il lupo, si scatena e divora le stelle, il cielo è buio, fissarlo percuote gli uomini alla follia. “Soltanto lo scaltro che riuscirà a staccare i denti di Fenrir, lunghi come corni, riuscirà a ricreare il cielo, forgiando le costellazioni come si raffina una spada, a seconda del suo desiderio di gioia o di vendetta”, disse l’uomo, citando la saga, toccandosi i denti, straordinariamente lunghi e sottili. <strong>Pensai che quell’uomo era fatto per divorare i propri simili – guardava le creature saggiandone il costato, perché il corpo è l’involucro perfetto dell’anima</strong> – mi congedò, pagando caro. “La vera domanda è capire se <em>noi</em> siamo il lupo, venuto a pulire il mondo dal suo scintillio, o l’eroe che lavora per rubare le zanne della bestia”, disse. <strong>Mi sorrise – denti grammaticali, esagerati, l’emblema della giustizia umana – erano i denti a odorare il tempo – erano i denti a sollecitare la scelta, a esaminare il passo ambio della redenzione. </strong>Vogliono avere dominio sulla vastità stellare, pensai – con quel <em>noi</em> l’uomo si riferiva ai nazi, uniti, congiunti, come un buco nero che reclami ogni precipizio. Delle sue crudeltà seppi più tardi – forse, Vera, vedi, sono corresponsabile dell’orrore che ti è accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più tardi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chi pensa che la lontananza sia un concime sbaglia, Vera – la nostra fraternità alfabetica ha come scopo l’estasi della vita – <strong>questa tenda mi sembra un igloo – i ricordi vagano come trapezi di ghiaccio e mi feriscono ovunque. A volte sento la malattia nel sangue acquattata come una tigre tra le spighe</strong> – un tempo fui devoto alla tigre di vetro, all’assalto rappreso nella perfezione formale – un tempo per te ho fatto soffiare falangi di tigri di vetro – perché ci proteggessero, soprattutto, dal passato – si può amare l’incontro e l’incorporeo nello stesso istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora non so alzarmi – qualcuno urla preghiere da una torre, quelle parole formano una guaina intorno alle case e tutto è intoccabile. Nella strada due ragazzi si picchiano – con una ferocia folle – si spaccano naso labbra mento – <strong>per un attimo ridotti a una fanghiglia di sangue sembra che si vogliano scambiare le facce – non si menano: ma con le mani uno sta fabbricando il proprio viso nel viso dell’altro.</strong> Non più una storia di rancore e di omicidio ma una operazione mistica. Quando gli infermieri, dopo un sadico tentennamento, intervengono, è tardi per entrambi, credo – potrei chiedere di sostituirmi – di uccidermi per la loro seconda vita – se fossi morto sarei da te in un istante, sulle tue spalle, sulle palpebre e sulle labbra, continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte, forse</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ore capitolano dalle palpebre – il mio corpo, malato, è nel miele, assente dalla cronologia – potrei regalarti l&#8217;eternità, Vera. <strong>“Sfasciata – morsa dalla voragine – senza un consolatore – su zaffiri erigo la tua eredità”, mi hai detto, allora – allora io ti rispondo, “L’abbandono è durato un istante – nell’eternità dell’amare ti raccolgo”. A volte la luce mi pare un secolo</strong> – ho una città sul cranio – con un chiodo intuisco costellazioni inedite, per te, lungo le gambe del letto – abbindolato dalla cecità verifico nuove quote all’abbandono – avremo il tempo di una cosmografia?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora, per te</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il siberiano ha un nome ebreo, Enoch, e sulle sue braccia sono tatuate due tigri del Nord: il muso si snoda sulla mano, dal polso. Di notte Enoch muove le braccia – ha gli occhi chiusi – “combatto”, mi dice più tardi. <strong>Mi mostra le palpebre su cui sono tatuati due piccoli soli – racconta della sua patria, Novaja Zemlja, me la descrive, si snoda sul Mare di Barents “come il balzo di una bestia”, dice – dice che lì “la luce è generata dalla terra, il ghiaccio è una patria e nessuno ha paternità sulla morte, siamo pietrificati nel santo”.</strong> Dice che ogni giorno il suo spirito vola da Tabriz a Novaja Zemlja e là combatte, per esaltare quel tratto di terra dalla cattività sovietica – “noi non abitiamo, siamo lampeggianti”, mi dice, come se i fucili fossero versetti biblici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrei donarti qualcosa Vera – devo donarti una città, una terra – una collana di costellazioni. Devo dare a qualcosa il tuo nome perché tu esista, mia, sulle labbra di tutti, nei censimenti e nelle cronache, nelle case e nei fiumi, nel contrabbando e nella corsa verticale del bosco, nella matematica censurata dagli iceberg. <strong>Da bambino mi piacevano le illustrazioni dei re che combattevano sui giaguari, a petto nudo, con un mantello su cui era dipinta l’Orsa Maggiore. Avrei voglia di prendere la pace per il collo, di sradicare una terra e aggiogarla alle nuvole per dartela come pegno nuziale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti chiamerò Antartide.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere un trattato sul candore – questo è il dovere. <strong>Candidarsi al candore. L’innocenza è una turba dei monaci, di chi vuole dissennare il turpe – il perdono appartiene ai re sanguinari, è il pregiudizio dei fanatici, dei devoti al vizio che adorano obbedire alla grazia.</strong> Il candore non ha altra certezza che il turbine del bianco – non chiede non teme non travalica. Tu sei il candore, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sogno-le-tue-lettere-questi-esercizi-della-latitanza-e-pretendo-da-dio-che-il-futuro-sia-un-cortile/">“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Fenrir_bound_manuscript_image-e1550251843428-1024x553.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La più bella mostra dell’anno è questa! Camillo Langone ha ricondotto gli artisti a Dio. Ora bisogna trovare i vescovi…</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-piu-bella-mostra-dellanno-e-questa-camillo-langone-ha-ricondotto-gli-artisti-a-dio-ora-bisogna-trovare-i-vescovi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 06:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[artista]]></category>
		<category><![CDATA[artisti]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Camillo Langone]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fuksas]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Marsilio]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64778</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dovrebbe essere il tema ineluttabile dell’arte, Dio – ora, se va bene, visto che dissacrare è una moda démodé, non lo si considera, che bolgia di sconsiderati. In effetti, perfino la Chiesa, che troppo spesso scodinzola verso il mondo senza aderire all’altro mondo, s’è scordata che Dio, anzi tutto, è un artista, e l’artista è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-piu-bella-mostra-dellanno-e-questa-camillo-langone-ha-ricondotto-gli-artisti-a-dio-ora-bisogna-trovare-i-vescovi/">La più bella mostra dell’anno è questa! Camillo Langone ha ricondotto gli artisti a Dio. Ora bisogna trovare i vescovi…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere il tema ineluttabile dell’arte, Dio – ora, se va bene, visto che dissacrare è una moda démodé, non lo si considera, che bolgia di sconsiderati. In effetti, perfino la Chiesa, che troppo spesso scodinzola verso il mondo senza aderire all’altro mondo, s’è scordata che Dio, anzi tutto, è un artista, e l’artista è il suo profeta: <strong>gli edifici di culto sono anonimi polipi di cemento, la liturgia è disintegrata dal ronzio delle schitarrate e da cori sghembamente pop, da gambizzare. Per fortuna, dal deserto odierno, specie di profeta del vizio e del sacro – che sono lo stesso – sorta di Damasceno contro gli iconoclasti e gli iconolatri, si erge Camillo Langone</strong>, “cattolico praticante”, come si definisce, San Camillo dei poeti – che celebra quando può – e dei pittori – eccellente il progetto sugli <em>Eccellenti Pittori</em>, che fu libro, per Marsilio, nel 2013, ed è sito specifico, <a href="http://www.eccellentipittori.it/" target="_blank" rel="noopener">“Il diario della pittura italiana vivente”</a>. Langone, a cavallo delle feste, si è inventato la mostra concettualmente – anche se i ‘concettuali’ gli fanno orrore, “perché Pollock consumava tutta quella vernice? Che problemi aveva? Se c’è qualcosa di comprensibile è la pittura italiana di questi ultimi anni. Perché è quasi tutta figurativa”, scrive – più interessante del corteo musivo italiano, che spero, oltre all’effetto virtuoso – che ha già – abbia un effetto virale e salutare in altre lande italiche. Insomma, <strong>presso il Palazzo dei Capitani del Popolo ad Ascoli Piceno, fino al 13 gennaio 2019, San Camillo si è inventato, sotto il titolo <a href="https://www.comune.ap.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/15422" target="_blank" rel="noopener"><em>L’arte che protegge</em></a></strong>, un percorso che sancisce il legame rinnovato tra “Pittura contemporanea e Sacro” (catalogo Silvana Editoriale). Solleticati – e sollevati – da Davide Frisoni e Omar Galliani, Tommaso Ottieri e Luca Pignatelli, Enrico Robusti e Nicola Samorì, il messaggio subliminale è sublime: <strong>se non c’è più la Chiesa a dettare agli artisti il soggetto divino, il divino invade, in forma di ispirazione soggettiva e suggestiva, l’artista.</strong> Il tema spalancato da Langone è una stimmate: neppure la declamata morte di Dio ha ucciso Dio dal divino delirio dell’arte. Resta, a Langone, l’arte di radunare la legione di artisti, al di là della mostra, per dar vita a una nuova ‘fabbrica di San Pietro’ che rinnovi il volto dell’arte, dell’uomo, di Dio. Ce la farà. (d.b.)</p>
<figure id="attachment_64779" aria-describedby="caption-attachment-64779" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64779" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Langone-200x300.jpg" alt="Langone" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Langone-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Langone-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Langone-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Langone.jpg 1050w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><figcaption id="caption-attachment-64779" class="wp-caption-text">Camillo Langone fotografato da Lorenzo Cicconi Massi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da tempo Dio e l’arte non dialogano più. Dove sta il problema? Nella Chiesa che non ha più gusto o negli artisti che sono disgustati dal divino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È una storia talmente vecchia, già vecchia quando Paolo VI disse che bisognava ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Era il 1964 e, nonostante il sincero impegno di quel Papa, la relazione non è stata riallacciata. Escluderei problemi di gusto. I problemi sono di natura teologica da una parte, di natura estetica dall’altra: ostacoli alti. Ma la posta in gioco è ancora più alta, è la fede nell’Incarnazione, e dunque bisogna continuare a impegnarsi. <strong>La mia mostra dimostra, scusa il gioco di parole, che nulla è perduto: nonostante il clima profano gli artisti sono attratti dal sacro e</strong><strong> spesso dipingono Santi, Madonne</strong>, Gesù Crocifissi senza bisogno di sollecitazioni ecclesiastiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu parli di ‘arte sacra’, ma ‘arte sacra’ è quella – chessò, Giotto, Mantegna, Bellini – di fronte a cui ti inginocchi e preghi. Intendo: non basta dipingere un Cristo perché sia ‘sacro’, è ‘arte’ e stop.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, ormai nell’Europa occidentale anche Giotto, Mantegna e Bellini sono soltanto arte. <strong>Solo nell’Europa orientale, ossia ortodossa, può succedere che i visitatori di un museo si inginocchino davanti a un&#8217;icona. Ad esempio accade in museo di Mosca davanti all’icona della Trinità di Andrej Rublev</strong>. Difficile non pensare che questi diversi comportamenti rappresentino diversi livelli di apostasia delle rispettive società: da noi elevatissimo, chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In effetti, il titolo della rassegna è “L’arte che protegge”. Spiegami il titolo e spiegami la sacralità dell’arte che hai messo in mostra. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dice Jean Clair che l’immagine è protezione, e ad Ascoli, nel Palazzo dei Capitani del Popolo, di immagini ce ne sono molte, anche di protettori in senso stretto. C’è ad esempio un bellissimo quadro dedicato a Sant’Emidio, patrono della città che ci ospita, realizzato appositamente. <strong>Non ci sono opere dissacranti, il che trattandosi di arte contemporanea mi sembra già un discreto risultato. E ci sono parecchie opere che in uno spazio sacro, in una chiesa, in una cappella,</strong> svolgerebbero egregiamente la loro funzione religiosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In fondo, la tua è anche una difesa del figurativo contro il concettuale, del carnale contro il disincarnato. </strong><strong>È</strong><strong> così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti assicuro che il figurativo non ha nessun bisogno di essere difeso, in giro per il mondo se la passa benissimo, basta guardare cosa funziona nelle aste e nelle mostre. È il non figurativo a passarsela male. <strong>L</strong><strong>’arte è in piena disintermediazione, grazie a Instagram il pisciatoio di Duchamp sta tornando un pisciatoio punto e basta, la gente clicca solo sulle opere d’arte che somigliano a opere d’arte</strong>, il concettuale agonizza nelle accademie. La Rete e la Strada esigono un’arte che, per i miei gusti tutto sommato centristi, è anticoncettuale anche troppo, e lo penso guardando i muri pieni di murali ossia di illustrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dove va l’arte italiana, oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In teoria non dovrebbe andare da nessuna parte, siccome senza soldi non si canta messa. <strong>E in Italia i soldi per l’arte sono finiti e strafiniti.</strong> In pratica ogni anno spuntano nuovi pittori, segno che la pittura è un bisogno innanzitutto interiore, incomprimibile.</p>
<figure id="attachment_64782" aria-describedby="caption-attachment-64782" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64782" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-1-e1546101477281-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-1-e1546101477281-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-1-e1546101477281-768x507.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-1-e1546101477281.jpg 923w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64782" class="wp-caption-text">Giovanni Gasparro, &#8220;Amoris laetitia. San Giovanni Battista ammonisce l&#8217;adulterio di Erode Antipa ed Erodiade&#8221;, 2017</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per altro, la tua mostra apre un problema gigantesco. La letteratura italiana non dice più Dio, ha timore di confrontarsi con la Bibbia, anzi, la ignora proprio; la musica nelle parrocchie, idem. Dove si ‘vede’ oggi Dio, dove lo vedi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono un uomo semplice, <strong>a Natale ho visto Dio nel presepe, l’ho percepito nella preghiera, l’ho ascoltato nel suono dell’organo&#8230;</strong> Certo, nella letteratura italiana Dio è assente, è morto pure Ceronetti che non era cattolico ma era comunque un mistico&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti dichiari a più riprese “cattolico praticante”: è necessario essere cattolico e praticante per parlare di arte sacra? Chi ha sconfitto l’iconoclastia, per altro, il Damasceno, era un arabo, fu monaco e fine conoscitore dell’islam. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per parlare di arte sacra cattolica essere cattolici è condizione necessaria ma non sufficiente. <strong>Lo dimostra il Cubo di Fuksas a Foligno: i committenti della Cei, sebbene con la loro commissione abbiano allontanato le persone dalla pratica religiosa, non credo fossero tutti atei.</strong> Ho citato un edificio che è il vertice della nuova iconoclastia, per battere la quale ci vorrebbe appunto un nuovo San Giovanni Damasceno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A questo punto dovresti mettere insieme una nuova ‘fabbrica di S. Pietro’, arruolare gli artisti di oggi a decorare le chiese di domani. Forse lo farai. Nel frattempo, cosa fai?, che altra mostra vorresti inventare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, dovrei farlo: gli artisti ci sono, a questo punto devo soltanto trovare i vescovi&#8230; <strong>Sento il bisogno di insistere sull’arte sacra e vorrei proporre declinazioni locali della mostra di Ascoli, qualcosa tipo “L’arte che protegge Bologna”, “L’arte che protegge Firenze”, “L’arte che protegge Vicenza”, eccetera.</strong> Per Milano ho un titolo specifico che mi piace moltissimo: “O mia bella Madonnina”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Omar Galliani, “Agnus Dei”, 2016</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-piu-bella-mostra-dellanno-e-questa-camillo-langone-ha-ricondotto-gli-artisti-a-dio-ora-bisogna-trovare-i-vescovi/">La più bella mostra dell’anno è questa! Camillo Langone ha ricondotto gli artisti a Dio. Ora bisogna trovare i vescovi…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Manifesto-per-social-e1546101236849-1024x681.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</title>
		<link>https://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Dec 2018 09:44:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Addio alle armi]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Beat Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Drieu La Rochelle]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Fernanda Pivano]]></category>
		<category><![CDATA[grandi autori]]></category>
		<category><![CDATA[Hemingway]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Kerouac]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<category><![CDATA[Lovecraft]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Settimini]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[New Age]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[Pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Romanziere]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[selvaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Truman Capote]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64796</guid>

					<description><![CDATA[<p>A cinquant’anni dalla pubblicazione di Satori a Parigi, resoconto del viaggi in Francia di Jack Kerouac, a trenta dalla traduzione edita da Mondadori, e per ricordarsi anche che l’anno che viene segnerà il cinquantennale della morte del grande romanziere d’origine quebecuoise, tanto famoso quanto male incasellato autore di Sulla strada, I sotterranei, Big Sur, Il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/">50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A cinquant’anni dalla pubblicazione di <em>Satori a Parigi</em>, resoconto del viaggi in Francia di Jack Kerouac, a trenta dalla traduzione edita da Mondadori, e <strong>per ricordarsi anche che l’anno che viene segnerà il cinquantennale della morte del grande romanziere d’origine <em>quebecuoise</em>, tanto famoso quanto male incasellato autore di <em>Sulla strada</em>, <em>I sotterranei</em>, <em>Big Sur</em>, <em>Il dottor Sax</em>, <em>Angeli di desolazione</em>, <em>Visioni di Gerard</em></strong> e di versi come quelli di <em>Mexico City Blues</em>, un abbozzo di dizionario, una ventina di spunti per riscoprirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64797 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg" alt="Kerouac" width="131" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1.jpg 220w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Una sincopata esplorazione di temi <em>standard</em> su cui è bene tornare, aspetti più o meno noti di un autore vittima dei <em>cliché</em> ideologici imposti dalla sua prima, pur meritoria, promotrice, Fernanda Pivano, e dallo spirito del tempo, degli anni che certo incarnò ma da cui volle anche prendere risolutamente le distanze, e in cui scrisse, fu letto e si appropriarono della sua poesia, delle sue visioni, fino a farne un santino <em>hippie</em>, sinistrorso, rivoluzionario, progressista. Una cantonata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non che ne sia stata l’unica vittima. La lista è lunghissima e prestigiosa. Tra gli altri Hemingway e Chatwin. E un altro <em>beat</em>, William Burroughs, di cui Kerouac scrive che: “aveva un debole sentimentale per l’America dei vecchi tempi, soprattutto degli anni Dieci, </strong>quando [&#8230;] il Paese era selvaggio, rissoso e libero, libertà di ogni genere in abbondanza per tutti. La cosa che odiava di più era la burocrazia di Washington; subito dopo venivano i progressisti; poi i poliziotti.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kerouac non solo generazionale ma anche eterno. Kerouac non solo stelle e strisce ma anche francese. Kerouac non solo <em>beat</em> ma anche proustiano. Kerouac non solo nomadista ma anche sedentario. Kerouac non solo droghe e alcol ma anche cattolico.</strong> Kerouac non solo scrittore ma anche pittore. Kerouac non solo celibe in macchina sulle strade d’America. Kerouac anche a scrivere nella casa di sua madre. Kerouac anche alla ricerca del padre nelle chiese di Francia. Kerouac da rileggere, riscoprire e ridefinire, dalla A alla Z&#8230;</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Dizionario Kerouachiano (parte prima):</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcol –</strong> La ricerca di paradisi visionari per via artificiale finì male per Jack. La prossimità con la madre, a sua volta alcolista, non gli fu d’aiuto. Ciò non toglie che pagine apocalittiche come ultime di <em>Big Sur</em> non possono esser lette solo come un episodio di delirio alcolico. Lo attestano le immagini, simili ma ben più lucide, de <em>Il dottor Sax. </em>Si tratta di testimonianze di visioni che sono pari a quelle di Dostoevskij, l’epilettico&#8230; Che ne <em>L’eterno marito</em> scriveva: “Uno beve la propria tristezza e quasi se ne ubriaca”. Nel caso di Jack si tolga il quasi. Tra Parigi e la Bretagna, cognac. Proprio in <em>Satori a Parigi </em>scrive: “E io, a volte detestabile, so essere dolce. Invecchiando divenni un ubriacone. Perché? Perché amo l’estasi della mente. / Sono un Disastro. / Ma amo l’amore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beato –</strong> Kerouac era un <em>beat</em>. Anzi inventò il <em>beat</em>. Da non confondere con <em>beatnick</em>, illegittima appropriazione da parte di gruppetti <em>hippie </em>di una parola che il romanziere aveva radici antiche, medievali, chiaramente cristiane, nella “beatitudine”. Quella dei santi cattolici. Non dei guru New Age&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cattolicesimo – </strong>Tutta la vita, l’opera, le idee, le radici, le ricerche, le visioni di Kerouac sono profondamente permeate dal Cattolicesimo dei padri, a tratti sincreticamente fuso con meditazioni, affermazioni, letture, episodi legati alle discipline d&#8217;Oriente, zigzag attorno alla linea cui fu sempre fedele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Droga –</strong> Morfina, anfetamine, marijuana, funghi allucinogeni. Oltre a bere, Kerouac provò molte sostanze tossiche. Passò d’altronde gran parte della vita con dei drogati. Fu una delle ragioni delle sue crisi e della sua morte. Lui che a destra seppe farsi soltanto acerrimi nemici. (Verso la fine della sua vita, in uno show televisivo raccontò ridendo d’essere appena stato fermato da dei poliziotti per <em>decay</em> e vale a dire “decadenza”). Lui che non ebbe remore a dirsi avverso alla sinistra. (Altro aneddoto, negli Cinquanta si divertì a guardare in televisione la “caccia alle streghe” fumando marijuana e tifando per il senatore Joe McCarthy). Lui che, come molti cattolici, rimane inclassificabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Europa –</strong> Viaggiando sulle strade degli Stati Uniti: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” – “Dove andiamo?”<br />
– “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Così in <em>Sulla strada.</em> E in <em>Satori a Parigi</em>: “Insomma stavo cercando di scoprire qualcosa della mia famiglia, io fui il primo Lebris de Kérouack che mai tornò in Francia in 210 anni e meditavo di andare in Bretagna e poi in Cornovaglia Inghilterra”. (Pierre Drieu La Rochelle in una recensione ad <em>Addio alle armi </em>di Hemingway, tradotta ne <em>L’eroe da romanzo</em>, parla di “dolente bisogno dell’Europa”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francia e Francofonia – </strong>La Francia, e più precisamente Bretagna e Normandia, era la terra d&#8217;origine degli antenati di Jack, il cui vero nome era d’altronde Jean Louis, e Kirouac il cognome originario, modificato dal nonno Jean Baptiste quando sbarcò nel “Nuovo Mondo”. La lingua madre di Kerouac non era dunque affatto l’inglese americano bensì il francese dei canadesi spregiativamente detti <em>canuck</em>, ovvero francofoni del Quebec. Il soprannome che si dette, “&#8217;Ti Jean”, è poi la forma contratta di “Petit Jean”, Piccolo Jean. Anche la parola <em>beat </em>è meglio comprensibile se si pensa alla sua versione francofona, <em>béat</em>. Jack era solito chiamare in francese, <em>mémêre</em>, ovvero mammina, la madre Gabrielle Ange. Tra i francofoni che ha letto, Pascal, Voltaire, Balzac, Chateaubriand, Céline, Montherlant. La sua prima raccolta di versi, ancora inedita, l’ha scritta in francese, in contemporanea a <em>Sulla strada</em>, e s’intitola <em>La Nuit est ma femme [La notte è la mia donna]&#8230; </em>In <em>Satori a Parigi</em> afferma che il suo nome originale sarebbe Jean Louis Lebris de Kérouac, e di recarsi in Francia proprio per trovare, senza riuscirci, né alla Nationale né alla Mazarine, delle prove a questo proposito (“Sicuramente de Kérouack dovrebbe esistere in Francia visto che è registrato nel British Museum di Londra”) e in particolare del fatto di essere un discendente dai principi di Bretagna e di un ufficiale di stanza a Montcalm, Quebec, a metà Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64798 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg" alt="Kerouac" width="142" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2.jpg 316w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Gerard, Gatti e Gargolle – </strong><em>Visioni di Gerard</em>, l’esile romanzo dedicato alla figura del fratello maggiore morto a soli quattro anni, è assieme a <em>Pic</em> uno dei libri più struggenti e misconosciuti delle lettere nordamericane. Appunti a riguardo: – La visione compassionevole di Kerouac verso il mondo e le creature ha accenti francescani. – La compassione di Kerouac è inscindibilmente connessa a un profondo senso di malinconia. – L’amore dello scrittore è universale, nei confronti del fratello come dei gatti, e su tutti Tyke. – I più grandi autori moderni sono stati fotografati con gatti, quando non ne hanno pure scritto. – Ricordarsi di Poe e Baudelaire, Twain e Lovecraft, Eliot e Neruda, Drieu e Céline, Nimier e Bukowski, Kerouac e Burroughs. – Necessario sarebbe un fotoritratto di ogni grande scrittore moderno in contemplazione delle <em>gargouille</em> delle cattedrali francesi. Tra gatti e gargolle: – Leggendo di Gerard si ha l’impressione che il romanziere più che un gatto tra le braccia abbia una gargolla distesa sul ventre, a fargli vibrare di fusa il ventre, a piantargli gli artigli nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Holmes, Hipster, Huncke –</strong> John Cellion Holmes, poeta e docente universitario americano, considerato uno degli iniziatori del genere <em>Beat </em>(con <em>Go </em>e con l’articolo <em>This is Beat Generation</em>, entrambi del 1952), in un saggio intitolato <em>The Name of the Game</em> sottolinea la grande capacità che Kerouac ebbe di descrivere lo stato mentale dei giovani <em>hipster </em>(nulla a che vedere con gli ininteressanti <em>hipster</em> degli anni Duemila), che come lui camminavano lungo le strade di New York, “guardinghi, come dei gatti, rasenti ai palazzi, nella strada ma non della strada”. Un po’ dei Gesù Cristi. <em>Cf. </em>Giovanni 15,15-19. Nel suo articolo Holmes attribuiva la paternità del nome <em>Beat</em> allo stesso Kerouac, il quale l&#8217;attribuì invece a Herbert Huncke&#8230; Altro figlio del Massachussets trasferitosi a New York, dove alla Columbia University incontrò Kerouac, Burroughs e Ginsberg.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Icone – </strong>Grande appassionato d’arte, lo scrittore studiò tanto la pittura degli informali newyorkesi quanto l’arte europea dei secoli passati. Di suo realizzò, in forme tra l&#8217;astratto e il figurativo, una serie di ritratti di personaggi famosi, da Joan Crawford a Truman Capote. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò in particolare a ritrarre uomini di Chiesa, tra i quali anche il cardinal Montini, Paolo VI. Sue opere sono state esposte presso il Museo d’Arte di Gallarate, in provincia di Milano, in occasione della mostra <em>Beat Painting</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lowell – </strong>Leggere <em>Il dottor Sax</em>: Kerouac lo considerava il suo miglior romanzo. Questo è il suo incipit: “L’altra notte ho sognato che mi trovavo seduto sul marciapiede di Moody Street, Pawtucketville, Lowell, Massachusetts, con carta e matita in mano e mi dicevo: ‘Descrivi l’asfalto grinzoso di questo marciapiede, e anche i paletti di ferro dell’Istituto Tessile, oppure il portone dove Lousy e tu e G. J. vi mettete sempre a sedere, e non soffermarti a pensare alle parole quando ti fermi, soffermati solo per immaginare meglio la scena – e lascia vagare libera la mente in questa storia’”. Guardare in rete qualche fotografia della cittadina in cui Jack nacque e visse tutta la sua infanzia. (I fiumi, il canale, gli alberi, i ponti, le strade, gli edifici di mattoni rossi, la neve). Sognare della propria. A Lowell è ambientato anche il romanzo <em>Maggie Cassidy</em>, che dà conto della partenza dalla città. (Sempre a Lowell sono nati anche l’attrice Bette Davis e lo scrittore Tom Sexton).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong><em>continua</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/">50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/kerouac-5-1024x698.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Ora vi racconto la Rimini di Fabrizio De André. Storia di un album modesto, dimenticato per decenni ma che ora torna utile alla politica</title>
		<link>https://www.pangea.news/ora-vi-racconto-la-rimini-di-fabrizio-de-andre-storia-di-un-album-modesto-dimenticato-per-decenni-ma-che-ora-torna-utile-alla-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 07:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
		<category><![CDATA[Novanta]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Rimini]]></category>
		<category><![CDATA[Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61919</guid>

					<description><![CDATA[<p>Con il dovuto ritardo, a metà strada tra due anniversari prestigiosi, i 25 e i 50 anni. Bizzarra celebrazione, quella che la città del dimentificio – “Rimini” – attribuisce non tanto all’omonimo album (1978) ma al poeta dei poeti, Fabrizio De André, uno, per dirla detta bene, che alla propria città ha sì dedicato un long playing, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ora-vi-racconto-la-rimini-di-fabrizio-de-andre-storia-di-un-album-modesto-dimenticato-per-decenni-ma-che-ora-torna-utile-alla-politica/">Ora vi racconto la Rimini di Fabrizio De André. Storia di un album modesto, dimenticato per decenni ma che ora torna utile alla politica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con il dovuto ritardo, a metà strada tra due anniversari prestigiosi, i 25 e i 50 anni. Bizzarra celebrazione, quella che la città del <em>dimentificio</em> – “Rimini” – attribuisce non tanto all’omonimo album (1978) ma al poeta dei poeti, Fabrizio De André, uno, per dirla detta bene, che alla propria città ha sì dedicato un long playing, “Creuza de ma”, una poesia musicata di una bellezza che fa male agli occhi (chiedere a David Byrne dei Talkin’ Head cosa ne pensa…) ma il suo nome, Genova o <em>Zena</em>, non lo pronuncia mai. Per i 25 anni di “Rimini” io c’ero. Come penna, come possibilità di scrittura, come acerba sensibilità, nonostante una frequentazione deandreiana già di tre lustri buoni. <strong>Nel 2003, in occasione del “quarto di secolo” del discreto lavoro di Faber – non è tra i suoi capolavori – scrissi un articolo per “La Voce di Romagna” lamentando la cecità, o la distrazione, della città.</strong> Dopo la pubblicazione dell’articolo ricevetti via mail una deliziosa lettera. “Ciao Alessandro. La nostra città (o almeno la mia, a volte anche ‘purtroppo’) si è dimenticata di onorare il grande Faber a 25 anni di distanza dall’uscita di <em>Rimini</em>, ma non io, e mi auguro nemmeno altri. Proprio il giorno di Santo Stefano passeggiando dall’ancora verso il Rockisland ho incontrato un vecchio amico Bagnino che mi ha riportato subito su quelle note, ed io che non mi faccio mancare la possibilità di dedicarmi a qualche componimento musicale, nel ripescare il ricordo ho scritto una canzone, che a questo punto voglio regalarti e con la quale ti saluto, ringraziandoti per esserti ricordato di Faber e di aver ricordato che Rimini dimentica Rimini”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il titolo è “Un uomo onesto”. Scrivo solo l’attacco e la chiusa per rispetto di chi l’ha scritta e me l’ha voluta omaggiare.</strong> “Amavi bracconare in giro con il tuo mestiere/ Le anime delle passanti/ infreddolite/ E quelle delle tristi vacanziere/ speranzose/ Di incontrare/ un’intrigante situazione, al mare/ Fresco appena sveglio e silenzioso era il mattino… Alzavi gli occhi a me ragazzino e mi dicevi ‘noi vendiamo il sole’… Ma il conto salato era in casa/ da una vita/ Tua moglie non te lo diceva ma penava per te/ E i tuoi figli/ sembravano capirti o perdonarti/ Chissà se a ragione o per farti coglione/ Oggi sulla riva del nostro stesso mare/ Dove un tempo ti toccava per forza/ imperare/ Cammini contro il tempo, contro il freddo o contro te/ E&#8217; lo stesso/ purché si cammini/ E incontri proprio quel che era un ragazzino/ E’ solo ed ha freddo, è proprio come te/ Quarant’anni gli stacchi e troppe poche bugie/ Finalmente anche tu potrai perdere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfugge al riminese che mette “Rimini” (che non è un concept album, nonostante il titolo) in cima alla classifica l’aspra critica che De André fa non tanto della città ma soprattutto delle persone che la abitano o la frequentano.</strong> C’è Teresa, ingravidata da un bagnino e che forse abortirà perché una notte di passione non si chiama amore (“E l’amore all’amore, come solo argomento” canterà 8 anni più tardi Fabrizio). C’è Andrea che si è perso. O che è stato ghettizzato. <strong>Sulla personalità del ragazzo, Faber non usa mezze misure. 1992, teatro Smeraldo di Milano. Il poeta prende il microfono e dice: “Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i figli della luna: quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay</strong> oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene”.<br />
C’è “Sally”, l’antenata di “Nina” che a fine anni Novanta volerà sulle corde di un’altalena, una piccola “Alice” mezza riminese e mezza svizzera, circondata da una pletora di personaggi poco limpidi: Pilar che con due gocce di eroina si fa addormentare il cuore, il re dei topi, un magnaccia, che manda sulle strade le bambole per adescare i signori. Il ritratto dei personaggi cantati da De André è spietato e crudo, reso bellissimo dalla sua voce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rimini, e Faber, non sono canzoni da ricantare, celebrazioni che fanno sorridere l’amministrazione locale che vede gli spazi pieni e sperano che si possano trasformare in voti.</strong> Rimini e Faber sono quella impalpabile voce che ti portano al mare e ti ritrovi a scrivere. Sono quello che ti sanno dare. E che ti fanno diventare “Un uomo onesto”. Come l’autore della canzone.</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ora-vi-racconto-la-rimini-di-fabrizio-de-andre-storia-di-un-album-modesto-dimenticato-per-decenni-ma-che-ora-torna-utile-alla-politica/">Ora vi racconto la Rimini di Fabrizio De André. Storia di un album modesto, dimenticato per decenni ma che ora torna utile alla politica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Fabrizio-De-Andre.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Da Almodóvar a Pasolini e “Titanic”: la decadenza dell’Occidente (che non sa più pregare) in pillole</title>
		<link>https://www.pangea.news/da-almodovar-a-pasolini-e-titanic-la-decadenza-delloccidente-che-non-sa-piu-pregare-in-pillole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jul 2018 06:57:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta II]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[Illuminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Imperatore]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[nichilismo]]></category>
		<category><![CDATA[Nulla]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Ortega y Gasset]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Papa]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[pittore]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Sangue]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[trans]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[vecchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61783</guid>

					<description><![CDATA[<p>[Pubblicato nell’originale inglese da Disinformation con il titolo: &#8220;Western Culture, 2000 AD&#8221;, e ispirato da una visita che feci con mia moglie a Santiago de Compostela nel 2000. Rileggendo, vi trovo un parallelo (dalle conseguenze, però, opposte) fra il film &#8220;Tutto su mia madre&#8221; di Almodóvar e &#8220;Salò, o le 120 giornate di Sodoma&#8221;, di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/da-almodovar-a-pasolini-e-titanic-la-decadenza-delloccidente-che-non-sa-piu-pregare-in-pillole/">Da Almodóvar a Pasolini e “Titanic”: la decadenza dell’Occidente (che non sa più pregare) in pillole</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[Pubblicato nell’originale inglese da Disinformation con il titolo: &#8220;Western Culture, 2000 AD&#8221;, e ispirato da una visita che feci con mia moglie a Santiago de Compostela nel 2000. Rileggendo, vi trovo un parallelo (dalle conseguenze, però, opposte) fra il film &#8220;Tutto su mia madre&#8221; di Almodóvar e &#8220;Salò, o le 120 giornate di Sodoma&#8221;, di Pasolini. Non sono orgoglioso di rivelare, ma temo di doverlo fare, che nel film di Pasolini il gerarca che obbligava quei malcapitati alla coprofagia era mio zio, Uberto Paolo Quintavalle]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I profeti sono l’incarnazione di un dilemma.</strong> Il loro messaggio è, in essenza, esoterico, tuttavia sono spinti a renderlo essoterico. Come tutti i dilemmi, neanche questo può essere risolto, e il risultato di solito è l’immolazione o la caduta del profeta, a meno che circostanze eccezionali non sospendano temporaneamente questa situazione. Inoltre, che ci debba essere l’iniziato (il profeta) e il non iniziato (i discepoli) è diventato un concetto piuttosto indigesto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti i valori tradizionali, quali il rapporto docente – discente, il tirocinio, la pazienza, la metodicità e la costanza sono andati perduti sia nella sfera sacra che in quella profana.</strong> Ad esempio, nelle arti figurative, pensate per un momento a Jackson Pollock, che ha basato tutto il suo lavoro di una vita nel tentativo di riprodurre con la pittura le tracce disegnate da suo padre, perduto da tempo, che urinava sulla roccia. Tali pitture, alle quali ero solito fare riferimento, forse in modo lusinghiero, come “spaghetti poco appetibili”, sono in mostra in molti dei principali musei del mondo. Chiaramente, non è il milieu in cui Cimabue avrebbe detto al suo allievo Giotto: “Hai superato il maestro”.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia, un forum “profetico” come questo, che esorta a ripensare le proprie convinzioni di base, sente il dovere di promuovere e divulgare idee esoteriche. Ma qual è lo stato della cultura popolare occidentale nel 2000?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il film di Pedro Almodóvar, <em>Tutto su mia madre</em>, fu insignito del (marcia trionfale):</strong> premio per la regia al Festival di Cannes; miglior film dell’anno all’International Cinematographic Press Federation (Fipresci) al festival di San Sebastiano (Spagna); miglior film europeo e miglior regista europeo agli European Film Awards del 1999; miglior film dell’anno per Time Magazine; Golden Globe per il miglior film straniero; sette Goya Awards; Academy Award per miglior film straniero, e la lista continua.</p>
<p style="text-align: justify;">Manuela, l’eroina della storia, lasciando una rappresentazione di <em>Un tram chiamato desiderio</em> col figlio diciassettenne, Esteban, si ritrova a guardare orripilata mentre questi, che stava rincorrendo la star della commedia per avere un autografo, viene ucciso da una macchina. Lui l’aveva pregata di parlargli del padre che non aveva mai conosciuto, e aveva tenuto un diario, chiamato <em>Tutto su mia madre</em> (l’eco del film <em>Eva contro Eva</em> è voluto). Dopo la morte di Esteban, Manuela va a Barcellona per cercare il padre del ragazzo, che ora si fa chiamare Lola. Transessuali, una suora incinta che lavora in un rifugio per prostitute maltrattate, l’amante saffica e tossicodipendente della star di <em>Un Tram</em> – tutti hanno un ruolo nella vita di Manuela. Alla fine, ci viene chiesto di credere che il padre transessuale del povero Esteban abbia messo incinta la giovane suora, sebbene ci si chieda che attrazione possa esercitare una suora su un omosessuale attempato. Come da copione, quest’ultima è affetta da AIDS. Alla fine, la suora muore di parto e Manuela diventa madre di un altro figlio di… Lola.</p>
<figure id="attachment_61784" aria-describedby="caption-attachment-61784" style="width: 240px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61784" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/guidorioperutwo-300x287.jpg" alt="Guido" width="240" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/guidorioperutwo-300x287.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/guidorioperutwo.jpg 395w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /><figcaption id="caption-attachment-61784" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro è l&#8217;autore, tra l&#8217;altro, di &#8220;Sottovento e sopravvento&#8221; (Ponte alle Grazie, 2017)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ernest Lehman, lo sceneggiatore preferito di Alfred Hitchcok, mio maestro a Los Angeles, mi ha insegnato una regola d’oro nello scrivere storie: “Non dire mai al lettore qualcosa che già sa”.</strong> Tuttavia, Almodóvar prima ci mostra la morte sfortunata di Esteban, poi fa in modo che Manuela racconti questa tragedia non una ma due volte ad altri personaggi che non ne sapevano niente. Il pubblico sbadiglia? Sì e no. L’intenzione è spremere le lacrime del pubblico, attirare simpatie non tanto per il figlio e per la madre, ma per tutti i personaggi coinvolti. Almodovar stesso ha affermato: “Non c’è spettacolo più grande del vedere una donna che piange.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di conseguenza, siamo indotti a commiserare un circo di personaggi dolorosamente grotteschi e non plausibili. Questa è la cultura della glorificazione del degrado e della mancanza di uno scopo.</strong> Il film sembrerebbe suggerire, forse involontariamente, che il grado di libertà goduta dai personaggi è un fardello di tale portata che semplicemente non sanno sopportarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quarantatré anni fa, <em>Salò, o le 120 giornate di Sodoma</em>, di Pier Paolo Pasolini, dipinse personaggi ancor più degradati. Qualcuno ricorderà la famosa scena in cui ad alcuni personaggi vengono fatte mangiare feci umane.</strong> Anche qui l’intento era, presumibilmente, scioccare i borghesi, visto che il film fu sequestrato, censurato etc. Al giorno d’oggi, l’intellighenzia applaude, e ricopre di premi film che, non solo ritraggono l’uomo nel suo disorientamento più totale, ma reclamano la nostra simpatia e il nostro plauso.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il vicolo cieco dell’esistenzialismo esasperato, un pozzo senza fondo. Al suo meglio, l’uomo esistenzialista, giusto e integro, è un triste sacerdote senza Dio, come esemplificato dal Dottor Rieux ne <em>La peste</em> di Camus. Al suo peggio, è un individuo antropocentrico e arrogante che non pretende niente da se stesso e indulge in qualsiasi debolezza o degrado, o per il brivido della cosa, o perché, non conoscendo nulla di meglio, non sa come aiutare se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci aveva avvertiti, Ortega y Gasset? “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente all’uomo medio”. Bene, sono felici l’uomo e la donna medi? A giudicare dal film di Almodovar, per niente.</p>
<p>E c’è dell’altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un film enormemente popolare rivela un altro aspetto della cultura occidentale, se possibile ancora più allarmante. <em>Titanic</em> racconta la storia inventata di un amore contrastato a bordo della nave fatale nel suo viaggio inaugurale. </strong>L’eroina è fidanzata per ragioni di convenienza a un uomo ricco ma volgare. Tuttavia s’innamora pazzamente di un passeggero clandestino, un giovane e spiantato pittore. Mentre la nave affonda, il ricco egoisticamente salva se stesso, a spese di una donna e di un bambino, mentre il povero sacrifica la sua vita per salvare quella dell’eroina. Milioni di donne giovani e non-così-giovani hanno pianto tutte le loro lacrime mentre guardavano queste scene. Di che cosa si tratta? Di un chiaro messaggio antimaterialistico? Sì, ma soprattutto di una rielaborazione dell’antico mito di Tristano. La cultura occidentale del 2000 è, in generale, non più cristiana ma neppure laica. È, sebbene inconsapevolmente, Manichea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Manicheismo si basa sulla divisione dualistica dell’universo negli opposti del bene e del male: il regno della Luce (spirito), guidato da Dio, e il regno dell’Oscurità (la materia), guidato da Satana.</strong> I due si sono mescolati e ingaggiano una lotta perenne. La razza umana è il risultato e il microcosmo di questa lotta. Il corpo umano è materiale, perciò è il male; l’anima umana è spirituale, un frammento della Luce divina, e deve essere redenta dalla sua prigionia, sia nel corpo sia nel mondo. In questo mondo della materia, l’amore puro (spirituale) non può esistere. Perciò si può avere solo nell’aldilà. Da qui, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pubblico occidentale contemporaneo piange guardando <em>Titanic</em>, in una inconscia presa di coscienza delle proprie manchevolezze e dei propri fallimenti. Attingendo alla propria esperienza, si rende conto che l’amore puro non si può ottenere in questo mondo, e si identifica con gli amanti sfortunati.</strong> Nonostante la libertà di scelta del coniuge, nonostante la possibilità di rimediare agli errori divorziando e risposandosi ancora e ancora, l’uomo e la donna occidentali bramano un amore di una tale purezza che, si rendono conto a dispetto di se stessi, non si può ottenere in questo mondo materialistico, ma solo nell’aldilà. Tuttavia, poiché la maggior parte di loro non crede nella vita dopo la morte, ciò diventa la moderna degenerazione del manicheismo, con una forte sfumatura nichilistica.</p>
<p style="text-align: justify;">La decadenza è un concetto comparato. Forze possenti insistono nel mostrarci un quadro roseo. Il “Progresso”, questo termine di straordinaria vaghezza, ha arruolato molti potenti alleati nei secoli. L’intera problematica iniziò a Firenze, circa sei secoli fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad alcuni gioiellieri del Ponte Vecchio fu chiesto di custodire gioielli nei loro forzieri per amici e clienti. Notando che la quantità di gioielli recuperati dai proprietari era solo una frazione del totale depositato, si resero conto che potevano temporaneamente prestare un po’ di questo oro ai cittadini che ne avevano bisogno, ottenendo una cambiale per l’importo e gli interessi. Questo fu l’inizio del moderno sistema bancario. Questo segnò la fine di ciò che io chiamo l’Età dello Spirito, ma il mondo moderno chiama i Secoli Bui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, la propaganda progressista ci insegna che il Rinascimento fu proprio questo: una rinascita. Intellettualizzando l’uomo, e ritirando la sua anima,</strong> Cartesio si ribellò contro i magnifici edifici che Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e, in misura minore, il cronicamente confuso Giordano Bruno avevano costruito. (Della Mirandola tentò di fondere la Cristianità col Neo-Platonismo e la Cabala; Ficino “si limitò” alla Cristianità e al Neo-Platonismo; Bruno cercò di rifarsi alla magia Egiziana, (però apocrifa, come è emerso).</p>
<p style="text-align: justify;">Più tardi, L’Illuminismo consolidò ulteriormente l’uomo sul trono dove si era auto installato, insieme a qualsiasi cosa ritenuta utile nella fisica di Newton. (Va sottolineato che Newton era molto coinvolto con l’alchimia, ma questa <em>non</em> sarebbe stata un’alleata del progresso). Poi giunsero gli -ismi, e il progresso trionfò completamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Meccanicismo, darwinismo, positivismo, determinismo, modernismo, e i loro inevitabili derivati: esistenzialismo, ateismo, nichilismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In altre parole, sei secoli fa l’uomo ha cominciato a cercare Dio nel proprio ombelico. Non trovandolo, ha continuato a esplorare, sebbene nei luoghi sbagliati.</strong> Alla fine, ha dimenticato persino cosa stava cercando in origine, e tutto ciò che ha potuto mostrare della sua ricerca è… il niente. Da ciò ha dichiarato che, non avendo trovato niente, non c’era niente da trovare, e Dio, o la deità, erano invenzioni delle culture primitive. La parola “superstizione” divenne di moda; la ragione, un feticcio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo antropocentrico, non subordinato, lasciato ai suoi meccanismi, mi ricorda una cellula anaplastica, la cellula cancerosa che invade e distrugge il tessuto o il sistema circostante. La perdita della subordinazione a un’autorità spirituale è andata di pari passo con la perdita di subordinazione a una autorità temporale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema del Potere è il problema della Sovranità, e il problema della Sovranità è il problema della Legittimità. Il Potere è effettivo, valido e giusto, non abusivo se basato su una Sovranità legittima.</strong> Come tale, è naturalmente, spontaneamente e persino intimamente, riconosciuto da tutti coloro che sono legati ad esso. Tuttavia, qualche paragrafo sopra ho scritto, parafrasando Ortega y Gasset: “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente l’uomo medio”. E l’uomo medio è colui la cui vita manca di qualsiasi scopo; colui che non chiede nulla a se stesso; colui che non trascende, ma piuttosto scivola lungo il facile declivio o, semplicemente, vivacchia galleggiando.</p>
<p style="text-align: justify;">Le civiltà “tradizionali”, a differenza di quelle “moderne”, erano basate su una diversa visione del mondo. La realtà era sacra e spirituale, in opposizione a ciò che è materiale e materialistico. Di conseguenza, <strong>il Potere, l’Autorità e la Sovranità non erano basati sul numero di voti (e, nota bene, l’affluenza alle elezioni statunitensi è bassa; gli elettori votano per candidati che solo grazie a immensi fondi e sostegno economico possono permettersi le campagne elettorali), ma su un’origine superiore e metafisica.</strong> Per una società che viveva al tempo del mito, l’origine divina del Potere non era assurda, come qualsiasi persona moderna con la testa a posto (o dovrei piuttosto dire convenzionale?) penserebbe, bensì naturale. Non era un concetto astratto ma realistico. La persona che lo incarnava, il Re o la Regina, il Monarca, aveva una doppia funzione. Non solo governava i suoi sudditi, ma era anche un tramite con l’Autorità che, dall’alto, legittimava il suo potere. Lui o lei erano, in altre parole, un <em>pontifex</em>, un artefice di ponti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il papa cattolico è ancora considerato un pontefice, un <em>pontifex</em>, ma dall’inizio della chiesa Cattolica questo concetto fu male applicato. Quando nell’800 nacque il Sacro Romano Impero, il suo primo Imperatore non fu un papa ma Carlo Magno. Questa frattura fra il potere Spirituale e quello Temporale ha causato guerre, bagni di sangue e calamità di origine umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sua Altezza Reale, la regina Elisabetta II, è “per grazia di Dio Difensore della fede”, sebbene non sia il capo della Comunità anglicana, poiché quest’ultima non ha autorità centrale e nessuno da cui possa aspettarsi un’autorità finale. Piuttosto, consiste di chiese nazionali autonome, che sono unite da legami di lealtà tra la sede di Canterbury e le altre. Ciò è dovuto a ragioni storiche, naturalmente. <strong>Ma, come Difensore della fede, la regina Elisabetta II è quanto di più vicino all’incarnazione di una forma di autorità tradizionale e metafisica.</strong> Come ci si aspetterebbe, molte, moltissime forze hanno lavorato nel ventesimo secolo per minare la sua autorità. Questo è un gran peccato, poiché lei rappresenta un autentico miracolo della Tradizione in un mondo altrimenti degenerato.</p>
<p style="text-align: justify;">I progressisti strombazzino pure, adesso, i loro slogan e frasi fatte. Ma si ricordino di ciò che ha scritto Ortega y Gassett: “Contrariamente a ciò che si pensa di solito, è la persona di eccellenza, e non la persona comune, che vive in una servitù essenziale. La vita non ha sapore per lui/lei a meno che lui/lei non la facciano consistere nel servizio a qualcosa di trascendentale (…) Questa è la vita vissuta come una disciplina – la nobile vita. La nobiltà è definita dalle richieste che ci impone – dagli obblighi, non dai diritti. <em>Noblesse oblige”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, in questa epoca compiaciuta di sé in cui l’uomo comune presume di governare se stesso, siamo venuti a conoscenza di un nuovo insieme di afflizioni. Mai prima le masse sono state affette dal degrado del benessere. </strong>Insonnia, obesità e la fase 2: anoressia e bulimia; depressione maniacale e cronica, tossicodipendenza, alcolismo, morti autoerotiche e così via. Gente non subordinata, antropocentrica, inquieta, nel mondo dei ricchi si rende conto che ha la nausea di sé, e di ciò di cui si è circondata lavorando così duramente per ottenerlo. Il suddetto degrado sembra loro l’unica opzione. Sembra che queste persone abbiano bisogno di drogarsi per controbilanciare l’impatto di tutti i loro meccanismi salva fatica. E quelle libere da tali afflizioni possono essere facilmente dei robot compiacenti, dei tubi di cibo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una delle maggiori vittime di questo clima di autodistruzione e di nichilismo è la preghiera. L’Occidente non prega più. D’altra parte, i musulmani pregano almeno cinque volte al giorno.</strong> Un’ipotesi semiseria mi è venuta in mente più e più volte. Non potrebbe essere che, in risposta alle loro ferventi preghiere, alle nazioni arabe siano stati garantiti immensi giacimenti di petrolio, come fossero manna, mentre l’Occidente che non prega ha prodotto le sue varie rivoluzioni industriali, che hanno reso così importante questo idrocarburo liquido? Sarebbe un sottile esempio di preghiera retroattiva. La risposta alle loro suppliche era già sotto i piedi dei fedeli. Ma c’è voluto l’Occidente per attivare questa risposta concessa da tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò significa forse che la preghiera è consigliabile? Assolutamente sì, e non solo per ragioni egoistiche, ovviamente. Pregare, inginocchiarsi di fronte alla deità, sanziona la propria subordinazione all’autorità trascendente. Il fine della vita è al di fuori della vita, al di là di essa.</strong> La trascendenza ci fa desiderare Dio e questa meta allo stesso tempo. Possono benissimo essere la stessa cosa. Come la regina Elisabetta è a-scesa al trono, così noi possiamo tra-scendere i nostri ego isolati e i nostri miopi desideri. Questa è la vita del pellegrino o, come la chiamano i Sufi, la Tariga. La trascendenza implica la subordinazione a un principio superiore, e tuttavia l’elevazione, e la santificazione della propria vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’intellighenzia santifica, con premi e promozioni di ogni tipo, la glorificazione del degrado. C’è un significato intrinseco antitrascendente nella parola stessa. Degradare, dal latino <em>de- gradus</em>, gradino. Trascendere, d’altra parte, deriva da <em>trans- scandere</em>, arrampicare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando l’uomo fu creato, non poteva fare ameno di essere geloso degli uccelli.</strong> Volando lungo linee invisibili, essi si libravano in alto fin dove poteva vedere e migravano verso terre lontane che poteva solo immaginare. Siccome non sapeva volare, iniziò a sognare. Col tempo, cominciò a costruire templi. Ma una spinta più forte era in lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Divenne un pellegrino.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua necessità di integrare il corso cosmico gli fece contemplare, considerare il corso tremolante delle stelle. Lo dice la parola stessa: contemplare, da <em>con templum</em> (uno spazio per osservare gli auguri); considerare, da <em>con sidera</em>, con le stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Solare nella sua concezione del sacro, ma anche alla ricerca del principio lunare complementare, tutto ciò di cui aveva bisogno era allineare il suo sentiero con le invisibili forze telluriche lungo le quali tabernacoli di tutti i tipi sono stati eretti lungo i secoli.</p>
<p>Che possiamo tutti iniziare un pellegrinaggio, raggiungere la nostra destinazione, e oltrepassarla.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p><em>(traduzione italiana di Patrizia Poli)</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong><em> </em>è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/da-almodovar-a-pasolini-e-titanic-la-decadenza-delloccidente-che-non-sa-piu-pregare-in-pillole/">Da Almodóvar a Pasolini e “Titanic”: la decadenza dell’Occidente (che non sa più pregare) in pillole</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/pasolini_salc3b2_120_giornate_sodoma-2.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Libri pieni di gente morta. Ovvero, ecco perché mi piace tanto Franco Arminio (ma anche Juan Rulfo non scherza)</title>
		<link>https://www.pangea.news/libri-pieni-di-gente-morta-ovvero-ecco-perche-mi-piace-tanto-franco-arminio-ma-anche-juan-rulfo-non-scherza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2018 12:26:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[Juan Rulfo]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[santi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61072</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mister M. ha paura della morte. Mi chiama alle volte per rimettermene al corrente. “La sento imminente. Mi interromperà nelle mie cose sospese: i libri che non ho letto e non ho scritto, l’amore che ho perso e ritrovato e che non farò in tempo a perdere di nuovo o a portare a compimento”. Io [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/libri-pieni-di-gente-morta-ovvero-ecco-perche-mi-piace-tanto-franco-arminio-ma-anche-juan-rulfo-non-scherza/">Libri pieni di gente morta. Ovvero, ecco perché mi piace tanto Franco Arminio (ma anche Juan Rulfo non scherza)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mister M. ha paura della morte. Mi chiama alle volte per rimettermene al corrente. “La sento imminente. Mi interromperà nelle mie cose sospese: i libri che non ho letto e non ho scritto, l’amore che ho perso e ritrovato e che non farò in tempo a perdere di nuovo o a portare a compimento”. Io gl’ho prestato pochi giorni fa <em>Cartoline dei morti</em> di Franco Arminio <em>(nella fotografia di Mario Dondero),</em> nell’edizione del 2010, prima che i morti gli mandassero altre cartoline, buone per una nuova edizione accresciuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61073 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/cartoline-dai-morti-d290.jpg" alt="Arminio" width="137" height="194" />Franco Arminio è ipocrondiaco, lo scrive lui, e ho conosciuto le sue cartoline dal mio barbiere, sotto forma di un libretto parecchio unto, pizzicato nella mischia delle riviste maschili, calcistiche e motoristiche, che è il solito trovare dal mio barbiere.</strong> Di chi fosse, perché fosse lì l’edizione dalla copertina gialla di <em>Cartoline dei morti</em>, non so e non ho chiesto, ho letto qualche pagina, provando grande simpatia per quei morti casuali, umili. Morti chi di tumore chi per uno strozzamento, come può accadere a qualunque di famiglia, nessuna morte riservata da blasone o da stelletta. Finito dal barbiere, mi sono procurato una copia delle cartoline di Arminio, le ho lette e a lettura conclusa le ho prestate a Mister M., con un gesto di sbarazzamento e forse di superstizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Franco Arminio lo incontro ogni volta per caso. La volta prima è successo in una libreria. Io ero nell’attesa tra due tappe di un viaggio e per ingannare il tempo, che tanto ci inganna sempre meglio lui,</strong> mi misi a curiosare su uno scaffale di poesia e lessi alcune poesie di Arminio, in una edizione Chiarelettere del 2017, e mi piacquero tantissimo, più delle poesie di Thomas Bernhard in una edizione Guanda del 2017, che pure mi erano piaciute molto. Io e le opere di Franco Arminio ci incontriamo come i morti delle sue cartoline incontrano la morte che gliele ha fatte scrivere: in un improvviso, senza pathos alcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho prestato <em>Cartoline dei morti</em> a Mister M. anche per sdebitarmi del prestito recente che lui aveva fatto a me, di <em>Pedro Páramo</em> di Juan Rulfo, nella bianca edizione Einaudi del 2014. <strong>Un libro pieno di gente morta, leggermente meno avara nel raccontare di sé, ma niente a che vedere con la chiarezza dei morti che spediscono cartoline a Franco Arminio.</strong> I morti di Arminio l’hanno fatta veramente finita e lasciano due righe come assolvendo a un atto burocratico, un po’ dovuto, senza pretese. I morti italiani di Franco Arminio, sembra, non hanno mai ambito alla vita, in vita, e allo stesso modo non ambiscono alla morte, in morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61074 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/Rulfo-201x300.jpg" alt="Rulfo" width="124" height="185" />I morti messicani di Juan Rulfo non hanno ancora rinunciato e infatti con le loro poche parole strappate, estorte come dietro la minaccia di una pugnale bagnato nell’acqua benedetta,</strong> sono una continua rifinitura di non detti, di accenni, di ricordi che avrebbero voluti fossero diversi. I morti in <em>Pedro Páramo</em> non hanno vissuto la vita come avrebbero voluto ma avrebbero voluto tanto viverne una, o rivivere la stessa, chiedendo l’occasione di dire <em>sì </em>quelle volte in cui hanno detto <em>no </em>e avrebbero voluto dire <em>sì </em>ma avevano troppo pudore per dirlo; l’occasione di dire <em>no </em>quelle volte che hanno detto <em>sì </em>perché avevano troppa paura per dire il <em>no </em>che avrebbero voluto urlare. I morti messicani non si sono mai rassegnati a morire, così come non si sono mai rassegnati a vivere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appena Mister M. mi farà avere sue nuove</strong> sulla lettura delle <em>Cartoline dei morti</em> – io ne ho lette una decina a sera, prima di coricarmi, e mi sono assicurato quasi tre settimane di incubi interessantissimi, tragici di lutti – vorrò proprio cavarmi la curiosità e chiedergli: “Tu ti senti più italiano o più messicano, in quanto morto?”.</p>
<p><em>Antonio Coda</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/libri-pieni-di-gente-morta-ovvero-ecco-perche-mi-piace-tanto-franco-arminio-ma-anche-juan-rulfo-non-scherza/">Libri pieni di gente morta. Ovvero, ecco perché mi piace tanto Franco Arminio (ma anche Juan Rulfo non scherza)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/Franco-Arminio-Foto-di-Mario-Dondero-1024x681.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
