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	<title>Rolling Stones Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto diventati vecchi…</title>
		<link>https://www.pangea.news/milano-identita-nostalgia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 04:07:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&#160;(anche su Pangea, qui)&#160;si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto [&#8230;]</p>
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<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/milano-non-ti-riconosco-piu-dejanira-bada/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(anche su Pangea, qui)&nbsp;</a></strong>si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto giusto.&nbsp;</p>



<p><strong>Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta (perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono più</strong>, a locali come il&nbsp;<em>Rolling Stones</em>&nbsp;(da anni una palazzina) il&nbsp;<em>Plastic</em>&nbsp;(che però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il&nbsp;<em>Leoncavallo</em>&nbsp;(anche questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?)&nbsp;<em>Le Scimmie</em>&nbsp;(ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club, quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.&nbsp;</p>



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<p>E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori.&nbsp;<strong>Non solo agli studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del&nbsp;<em>Rolling Stones</em>, del&nbsp;<em>Leoncavallo</em>, del&nbsp;<em>Govinda</em>, della&nbsp;<em>Stecca</em>&nbsp;perché sono nati con altro (meglio o peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”)</strong>&nbsp;e in quell’altro ci sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera differente da come venivamo gestiti i nostri.&nbsp;</p>



<p>Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="667" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg" alt="" class="wp-image-105263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-768x500.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-600x391.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì&nbsp;<strong>a testimoniare una città bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.</strong></p>



<p>Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano i&nbsp;<em>Sonic Youth</em>&nbsp;in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica.&nbsp;<em>Arci Bellezza, Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele</em>, e molto altro ancora.&nbsp;<strong>Una città che dal punto di vista musicale, teatrale, cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora.</strong>&nbsp;Certo, il contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il&nbsp;<em>Jungle Sound</em>&nbsp;(dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per fortuna finiscono e Agnelli è finito a&nbsp;<em>X-Factor</em>) e ne sono riapparse altre.&nbsp;</p>



<p>Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine, togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi?&nbsp;<strong>La differenza con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un infinito tempo presente dove&nbsp;<em>tutto accade&nbsp;</em>senza considerare che;<em>&nbsp;quando tutto accade alla fine non accade proprio niente</em>.</strong></p>



<p>Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però, se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le cose cambiano, non restano le stesse.&nbsp;<strong>Così Milano ha perso un’identità che non era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della città</strong>(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al&nbsp;<em>Rainbow Club</em>, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano e non una Milano che aveva identità.&nbsp;<strong>Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha mai avuta.</strong>&nbsp;Eccetto forse nel dopoguerra (<em>guardate come è fotografata nel film “Cronaca di un amore” di Rossellini</em>).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-105264" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1536x864.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (<em>la New York di oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta)</em>&nbsp;fatta di centri commerciali, catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui&nbsp;<em>week&nbsp;</em>anche piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non sono i locali, i centri sociali o la&nbsp;<em>fiera di Sinigallia</em>&nbsp;che bisogna andare a stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc&#8230; Milano sono strade, case, portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i suoi dirompenti palazzi inaccessibili.&nbsp;</p>



<p><strong>Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York, Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello che c’era in favore di altro.</strong>&nbsp;Bello o brutto ha poca importanza. Quello è importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Giosuè Gorinzi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica Raccolta Achille Bertarelli</em></p>
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		<title>Mick Jagger e Keith Richards sono innamorati, lo dicono le loro donne (e no, nessuno può spegnere la luce degli Stones)</title>
		<link>https://www.pangea.news/jagger-richards-barbara-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 06:05:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mick e Keith si amano. Io l’ho capito subito, appena li ho conosciuti. Sono innamorati, da sempre, da prima dei Rolling Stones. Ed è ancora così”. Lo diceva Anita Pallenberg, e lo sussurrava Marianne Faithfull ogni volta che con Mick andava in crisi, ma lo riconferma convinta pure Jerry Hall, più di 20 anni dopo: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Mick e Keith si amano. Io l’ho capito subito, appena li ho conosciuti. Sono innamorati, da sempre, da prima dei Rolling Stones. Ed è ancora così”. Lo diceva <a href="http://www.pangea.news/anita-pallenberg-biografia-barbara-costa/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Anita Pallenberg</a>, e lo sussurrava Marianne Faithfull ogni volta che con Mick andava in crisi, ma lo riconferma convinta pure Jerry Hall, più di 20 anni dopo:</strong> “Mick è innamorato di Keith. Sono come una coppia. Sposata”. Sono le loro ex, certo, hanno vissuto con loro, ci hanno fatto figli, e tu puoi ribattermi che il loro è classico veleno da ex, che quanto hanno affermato è frutto della loro rabbia cornuta. E però una volta, in tono scherzoso, anche Keith Richards qualcosa in proposito se l’è fatto sfuggire: “Io e Mick litighiamo, poi facciamo pace. Noi due non ci possiamo lasciare, noi due siamo marito e moglie, e con responsabilità di prole: la band”.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75607 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1-300x300.jpg" alt="" width="408" height="408" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/ROLLING-STONES-LIVING-IN-A-GHOST-TOWN-1-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" />No, non è impazzimento da quarantena, è quello che penso, con tutta la malizia mia congenita, ogni volta che su qualche sito o giornale di carta mi appaiono i <a href="http://www.pangea.news/stones-estate-violenta-a-villa-nellcote/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rolling Stones</a>, e nei giorni scorsi sono riapparsi un po’ ovunque, dacché è uscito <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LNNPNweSbp8" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Living in a ghost town</a>, </em>loro nuovo singolo, scritto un anno fa, a pandemia scoppiata immediatamente inciso, e forse preludio di un nuovo album di inediti.</strong> Lo penso, che il rapporto tra queste due divinità del rock sia sovrumano. Alzi la mano chi è riuscito a mantenere accanto, per la vita, quale migliore amico, fratello, colui che ha conosciuto alle elementari, e chi ha alzato la mano la abbassi subito, ché non vale, a meno che non sia nato nel 1943! Che poi non è esatto, Mick e Keith non si sono incontrati in <em>primary school</em>, i due sono nati nello stesso posto, nella stessa via, in abitazioni quasi adiacenti. Quando i genitori di Keith hanno cambiato casa, i due si sono allontanati ma non dimenticati: si tenevano d’occhio, sapendo benissimo l’uno dell’altro. Fino a quel giorno in stazione, come narra la leggenda, come è storia, Mick con quei dischi di nascente rock americano sotto il braccio, e Keith che quei dischi li brama e li ascolta in radio ogni notte. Quei dischi, quel ‘battito’ sconosciuto alla realtà inglese, sono la (in)consapevole base pietrosa dei Rolling Stones. E sono prima galeotta pietra del rapporto che tra Mick e Keith si instaura. Un legame che è simbiotico, ma più di un affratellamento, loro due sono e lo specchio e l’opposto l’uno dell’altro. E insieme sono incrollabili. <strong>E poi dai, su, lo pensi tu come lo penso io, questi due non sono ‘umani’, non è umano in primis Mick Jagger, e infatti, dimmi: perché la gran parte delle persone alla sua età si sente anziana, e lui sc*letta su e giù da un palco come quando ne aveva 20? E guardati qualche suo video di ieri e di oggi se non mi credi, o credi io esageri.</strong> E come mai Keith Richards oggi ha indiscutibilmente l’aspetto di un rudere, e però suona, come e meglio di quand’era ragazzo, e neppure due operazioni alla testa l’hanno infastidito, per non parlare ancora di Jagger, che un anno fa è stato operato al cuore, e dopo un mese era già su Instagram, a saltellare da par suo?</p>
<p>*</p>
<p>Sono ‘umani’? No. Non lo sono e sull’indistruttibilità degli Stones sono nati miti e complotti che compaiono in libercoli fantascientifici-criminali, su tutti quelli di strane immissioni sanguigne per annullare i postumi di eccessi alcolici e drogati, se non di innominabili patti col diavolo. Robaccia, da non perderci tempo, per me la longevità degli Stones è merito del caso, o genetica fortunata, fatto sta che stanno ancora lì, a batterti sul clitoride a 4 tempi, spediti, a struttura caoticamente ordinata, e pure <em>living/ in a ghost</em> <em>town</em> sognano <em>che ogni notte/tu ti infili nel mio letto</em>, e non c’è niente da fare, non ci sono mode, suoni, talent, stelline che nascono e nel giro di 2 hit muoiono, che possano spegnere la luce sui Rolling Stones. <img decoding="async" class=" wp-image-75608 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/JAGGER-RICHARDS-2-201x300.jpg" alt="" width="313" height="467" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/JAGGER-RICHARDS-2-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/JAGGER-RICHARDS-2.jpg 500w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" /><strong>E pensare che all’inizio i Rolling Stones suonavano sì entusiasti, ma elettrizzati dal fatto che con la musica potevano facilmente sedurre ragazze, farci sesso, e al tempo stesso allontanare l’incubo del servizio militare. I Rolling Stones quale linguaccia e icona di libertà sarebbero venuti dopo, ai tempi chi ci pensava, contava suonare e sc*pare, e allontanare chiunque si frapponeva fra Jagger e Richards.</strong> È andata così, inutile girarci intorno, Brian Jones è di troppo quando il duo Jagger-Richards si cimenta e cementa autore di canzoni: è la consapevolezza di Mick e Keith compositori, coppia di firma e di fatto, che allontana Jones, dai due, e dal gruppo. Per Jones non c’è più spazio, come in questi 58 anni non ce n’è stato per nessuno abbia osato inserirsi fra Mick e Keith. Che sì, si sono divisi, a inizio anni ’80, Jagger ha fatto album solisti, Richards pure: ma in <em>Life</em> di Richards è chiara la sofferenza provata, l’astio, il rancore. Quello di due amanti lasciati. Come è lampante la gioia di rimettersi insieme negli album degli Stones incisi dopo quell’acida rottura. E la gelosia tirannica, ingestibile di Mick contro chiunque gli ‘rubi’ Keith come chitarrista. Pazzesca e letale, nelle pagine di <em>Life</em>, la gelosia di Mick nei confronti di Gram Parsons, e di Bobby Keys.</p>
<p>*</p>
<p>O forse solo l’eroina ha in qualche modo allontanato i due, gli anni intensi di ero di Richards, in cui Richards si perde quasi interamente. <strong>Richards è onesto e lo riconosce, se gli Stones in quegli anni sono rimasti in piedi, è stato grazie all’ostinazione e all’abnegazione di Mick, che si è portato il bambino sulle spalle da solo.</strong> Una volta fuori dall’eroina sul serio, non è stato facile per Keith rientrare nel cuore di Mick, farsi accettare di nuovo, per quello che era (ed è) quel lontano giorno in cui alla stazione si erano riconosciuti. E capiti. E amati. Prima che ogni cosa iniziasse a rotolare.</p>
<p><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>*<em>Le dichiarazioni su Jagger-Richards sono tratte da: </em>Christopher Andersen, <em>Mick Jagger</em>, Sperling &amp; Kupfer, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Davanti ad Anita Pallenberg anche Keith Richards se la dava a gambe. Biografia di una donna inesorabile, che ha sempre fatto quello che le pareva</title>
		<link>https://www.pangea.news/anita-pallenberg-biografia-barbara-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2020 07:20:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2020 inizia col botto, il 26 gennaio cambia il mondo, è il nuovo Big Bang, lo sconquasso: ci sono le elezioni regionali, sì, e ’sti ca*zi, ’sti grandissimi ca*zi di chi vince e se cade il governo, se si rimpasta, chissenefrega, tu segna questo: il 26 è giorno speciale perché esce She’s a Rainbow, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2020 inizia col botto, il 26 gennaio cambia il mondo, è il nuovo Big Bang, lo sconquasso:</strong> ci sono le elezioni regionali, sì, e ’sti ca*zi, ’sti grandissimi ca*zi di chi vince e se cade il governo, se si rimpasta, chissenefrega, tu segna questo: il 26 è giorno speciale perché esce <a href="https://www.roughtrade.com/gb/simon-wells/she-s-a-rainbow-the-extraordinary-life-of-anita-pallenberg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>She’s a Rainbow</em></strong></a>, la biografia di Anita Pallenberg, scritta da Simon Wells.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72393 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-SHES-A-RAINBOW-COVER-200x300.jpg" alt="" width="225" height="338" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-SHES-A-RAINBOW-COVER-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-SHES-A-RAINBOW-COVER.jpg 334w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Anita Pallenberg, la mia musa, è oggi materia letteraria: da non crederci! Lei che era – ed è – icona di stile e vita. Perché Anita è una donna che ha fatto quello che le pareva e come più le piaceva. SEMPRE.</strong> Vincendo, sbagliando, pagando ogni volta in prima persona, ma vivendo la vita che voleva lei ovvero da fuorilegge, nomade, fuggiasca, senza regole davvero: una vita che puoi biasimare, ma che in verità vorresti vivere, assaporare, come lo vorrei io, anche solo un giorno, o una notte. Anita soggetto di un libro quando lei stessa rifiutava cifre folli per firmarne uno. Fedele e leale, fino alla fine, anzi no, per rabbia, nostalgia, ha sgarrato, una volta, per Victor Bockris, per il suo <em>Keith Richards</em> Anita qualcosa ha detto e sul sesso, sul legame omoerotico Jones-Jagger-Richards: <strong>“Io li conosco e lo so: Brian andava a letto con Mick, ma Mick è innamorato di Keith, e secondo me lo è ancora. Keith è l’uomo che Mick vorrebbe essere, e non può.</strong> Io Mick Jagger posso schiacciarlo semplicemente con una parola”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anita Pallenberg era italiana, romana de Roma, nata e vissuta in una villa “piena di libri, di grandi quadri di donne nude, di statue che giocavo a vestire e svestire, come fossero manichini. Una casa piena di musica, di Kurt Weill”. A 15 anni, i suoi genitori la spediscono in un collegio tedesco per farle imparare le regole dell’alta società.</strong> Pochi mesi e Anita si fa cacciare, “per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop”, quindi il padre la fa ritornare a Roma, la iscrive a una scuola di disegno, ma Anita non ci va, ha di meglio da fare: bigia perché è innamorata, lui fa il pittore, vive a via Ripetta, è drogato perso, e si chiama Mario Schifano. Anita va a vivere con lui, passa i pomeriggi al Caffè Rosati a Piazza del Popolo, posto frequentato da pittori, scrittori, artisti, gente come Fellini, Pasolini, Moravia, Penna. Schifano è chiamato a New York da Ileana Sonnabend, che ricorda un’Anita “tutta truccata di verde”, ma Anita la frequenta poco, a New York va dritta alla Factory, e da Frank O’Hara, dai Beat. <strong>Schifano “ha nostalgia della mamma e della pastasciutta”, torna a Roma, Anita non lo segue perché l’agenzia di moda più prestigiosa dell’epoca (quella che gestisce Twiggy) la mette sotto contratto. Anita inizia a fare la modella, gira il mondo, sta di base a Monaco. Qui una sera va al concerto dei Rolling Stones: nel backstage Keith Richards la nota ma Anita no, lei sceglie Brian Jones: le piace Brian perché “mi parla e non fa l’idiota”.</strong> “Quando ho conosciuto Anita”, ammette Keith, “me la sono fatta sotto dalla paura”. Anita è bellissima, estrosa, indipendente, è un uragano di esperienze e cultura: “Anita sapeva tutto, di tutti, e sapeva dirlo in 5 lingue”. Al suo confronto, Keith si sente “uno zotico, un provinciale. Anita mi parlava, mi contestava quel poco che le balbettavo. Alle sue domande, l’unica risposta valida sarebbe stata: ‘E io che ne so?!?’”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_72395" aria-describedby="caption-attachment-72395" style="width: 551px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-72395" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-300x145.jpg" alt="" width="551" height="266" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-300x145.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-1024x495.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-768x372.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-1536x743.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495-1320x639.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/anita-e1578035693495.jpg 2032w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /><figcaption id="caption-attachment-72395" class="wp-caption-text">Anita con Keith Richards: 12 anni di relazione, 3 figli</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Anita e Brian Jones stanno insieme 2 anni, dal 1965 al 1967: sono anni di shooting di moda e dittatura di stile, i due si vestono, pettinano allo stesso modo, parlano in simbiosi. È la Londra che vedi in <em>Blow-Up</em> di Antonioni. Ma sono pure anni di litigi, e di botte, ed ecco il ricordo di John Dunbar, gallerista e primo marito di Marianne Faithfull: <strong>“Vidi Anita che stava picchiando Brian. Lo mise KO, giuro. Una cosa decisamente spettacolare, che mi lasciò impressionato”. Ad Anita i piedi in testa non li metti, basta una parola sgarbata, e ti manda all’ospedale.</strong> Posto che Jones vede più volte, Keith no perché se Anita si incaz*a lui scappa, se l’è sempre data a gambe davanti a lei, anche nel dichiararsi: fa tutto Anita, quando dopo 2 mesi di convivenza a tre, scoppia l’amore tra lei e Richards. Anita lo sa, lo sente, che con Keith non è un flirt: stanno insieme 12 anni, fanno 3 figli. Stanno insieme ma da poliamorosi, entrambi hanno storie parallele (Anita pure con le donne, con Marianne Faithfull quando Marianne si mette con Mick), però con Keith è storia primaria, è condivisione pura. A differenza di Marianne (e di quello che fa il 99 per cento delle donne) Anita non si è mai data completamente a nessuno: con Keith ha diviso un lungo, intenso, importante pezzo di vita, non scordandosi mai di averne una propria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_72394" aria-describedby="caption-attachment-72394" style="width: 295px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-72394" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-MICK-JAGGER-performance-2-216x300.jpg" alt="" width="295" height="410" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-MICK-JAGGER-performance-2-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/ANITA-PALLENBERG-MICK-JAGGER-performance-2.jpg 500w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /><figcaption id="caption-attachment-72394" class="wp-caption-text">Anita Pallenberg e Mick Jagger sul set di &#8220;Performance&#8221;, il film di Donald Cammell e Nicolas Roeg, del 1970</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">“Eravamo un mucchio di checche quale non se n’era mai visto l’uguale”: così a Bockris chi dell’entourage dei Rolling Stones ne ha condiviso la fase di androgino esorcismo erotico fine anni ’60: <strong>Anita attira a sé Keith come la calamita il ferro, e lo spinge a truccarsi, occhi, labbra, smalto alle mani, rendendolo ancora più etero, macho, sc*pabile. Keith indossa i vestiti di Anita, crea un look fatto dei suoi pantaloni, sciarpe, bluse luccicanti. Keith subisce una metamorfosi, mentale per l’universo che Anita gli apre (antiquari, mercanti e gallerie d’arte, e libri di Kafka, Artaud, Rilke) e di immagine: </strong>nel rock Richards diventa una divinità, ‘androginandosi’ si virilizza di più, il trucco accentua la sua grazia, la sua eleganza. Anita gli accende un fuoco dentro compositivo, Anita è la sesta pietra, è dentro tantissime canzoni degli Stones, <strong>e forse non tutti sanno che <em>Angie</em> non è dedicata alla loro seconda figlia, no, <em>Angie</em> è Anita, <em>Angie</em> si legge “Anita-I-Need-Ya”.</strong> Anita è la paura in <em>Gimme Shelter</em>, la paura che lei lasci Keith per Mick: quando Keith la scrive, Anita è sul set a girare <em>Performance</em> con Jagger. Anita ha sempre negato di aver tradito Keith con Mick, eppure Keith a Bockris dice che anche <em>You Can’t Always Get</em> <em>What You Want</em> è Anita, è Mick che non può averla dopo il film, è Mick che vuole che Anita se ne vada via con lui, è Anita che gli dice no, mordendolo nell’orgoglio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia di Keith e Anita finisce il 29 luglio 1979.Con uno sparo. Sono separati da tempo, Keith è fuori dall’eroina, Anita no, lei si fa e si fa nelle natiche, per non sciupare il suo corpo magnifico che però le gravidanze, l’età, la droga, l’alcool gonfieranno, rovineranno.</strong> È il decimo anniversario dell’allunaggio e il piccolo Marlon, primogenito di Keith e Anita, sta davanti alla tv e sente uno scoppio: al piano di sopra, il toy-boy di Anita, Scott Cantrell, di 17 anni, si è sparato in bocca, sul letto di Keith e Anita, con la pistola di Keith, quella che teneva – e tiene – sotto il cuscino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive Bockris: “Anita Pallenberg brillava di una combustione interna non identificabile”. Ci ha messo 20 anni per liberarsi di alcool e droghe, e nel 2005 con l’alcool Anita ha una ricaduta. È morta il 13 giugno 2017, e per un giorno siti e giornali si sono riempiti del suo magnetismo.</strong> A 50 anni suonati, già nonna, Anita si iscrive all’università e in 4 anni si laurea in moda. Va a lavorare da Vivienne Westwood. Sono di poche stagioni fa le collezioni di Pucci, Prada, Marni interamente ispirate a lei. Ed è Anita Pallenberg la donna Etro primavera-estate 2020.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anita-pallenberg-biografia-barbara-costa/">Davanti ad Anita Pallenberg anche Keith Richards se la dava a gambe. Biografia di una donna inesorabile, che ha sempre fatto quello che le pareva</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>L’estate violenta degli Stones: droga, gelosia, caldo ipnotico, donne stregate (e la chitarra di Eric Clapton) a Villa Nellcôte, Costa Azzurra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2019 06:42:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Chi è che sa come procurarsi un po’ di m*rda, da queste parti?”: siamo nel 1971, è estate, e m*rda sta per eroina, e queste parti per Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra. Sono giorni di sole perenne, implacabile. Di caldo atroce. Insopportabile. Ipnotico. I Rolling Stones stanno, sudati e bestemmianti, in autoesilio in Francia, scappati da [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Chi è che sa come procurarsi un po’ di m*rda, da queste parti?”: siamo nel 1971, è estate, e m*rda sta per eroina, e <em>queste parti</em> per Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra. </strong>Sono giorni di sole perenne, implacabile. Di caldo atroce. Insopportabile. Ipnotico. I Rolling Stones stanno, sudati e bestemmianti, in autoesilio in Francia, scappati da quell’Inghilterra che li vuole in galera per evasione fiscale se non sganciano in tasse il 93 per cento dei loro guadagni. Fuggono, gli Stones, anche da Allen Klein, il manager che gli ha fregato soldi e i diritti delle loro canzoni: Mick gliel’ha giurata, non gliene darà altri, men che mai quelli dei nuovi brani che si porta appresso, su demo, nella fuga nel sud della Francia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Villa Nellcôte la trova Anita Pallenberg, la donna di Keith. Una dimora immensa, maestosa, soffitti alti 6 metri, specchi, colonne di marmo, scaloni imponenti.</strong> È passata dalle mani di un riccone sopravvissuto al Titanic, a quelle di un armatore, con intermezzo di occupazione nazista, che ha lasciato svastiche indelebili sulle pareti. Un’aria di morte, di tomba, aleggia in quella casa buia, umida, ferma in un gravoso silenzio. In verità è dalla morte che fuggono gli Stones, dai cadaveri di Brian Jones e di Altamont, dall’overdose quasi letale di Marianne Faithfull. Fuggono dalla morte per rifugiarsi in una catacomba, ovvero un seminterrato, quello di Villa Nellcôte, che sembra l’interno di una piramide egizia, stanze dentro stanze, corridoi, e luce e aria che entrano da una sola piccola finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-69422 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/DOMINIQUE-TARLE-ROLLING-STONES-EXILE-300x225.jpg" alt="" width="337" height="253" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/DOMINIQUE-TARLE-ROLLING-STONES-EXILE-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/DOMINIQUE-TARLE-ROLLING-STONES-EXILE-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/DOMINIQUE-TARLE-ROLLING-STONES-EXILE-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/DOMINIQUE-TARLE-ROLLING-STONES-EXILE-1320x990.jpg 1320w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" />Una prigione sotterranea. Qui gli Stones decidono di registrare <em>Exile on Main St.,</em> ogni giorno, da mezzanotte alle prime luci dell’alba. Ma tra i membri del gruppo gira un’aria brutta, tesa.</strong> Gli Stones sono nervosi, incaz*ati tra loro e per motivi loro, e tutti insieme con l’Inghilterra e col mondo intero. Una paranoia che li fa sentire sotto assedio. A Nellcôte, con Anita e Keith, si vive in bilico, da fuorilegge, ma nessuno Stones ‘regge’ Richards, che va a dormire alle 10 del mattino (quando non si fa di amfe e allora sta sveglio, a suonare, per giorni interi) e si alza nel tardo pomeriggio: così si stabiliscono lontano da Nellcôte, a ore di macchina, da cui non si muovono nei weekend. <strong>E Mick Jagger? Meglio lasciarlo stare, sta sul nevrastenico, ha appena sposato Bianca, che è incinta, e per lei fa la spola tra Nellcôte e Parigi. Mick si droga, si fa di tutto e parecchio, ma Mick è snervato perché è geloso. Di Keith.</strong> Che a Nellcôte sta sempre con Gram Parsons, che forse con Gram vuole incidere un disco, vuol fare il solista, si tormenta Mick, cioè vuole lasciare lui e gli Stones. In questa atmosfera agitata, elettrica, in quella tomba sottoterra si scrive, si suona, si urla, si litiga, ci si riconcilia. Si sta allucinati, pazzi dal caldo che un unico ventilatore non placa di nulla, e la sua inutilità finisce nel disco (<em>Ventilator</em> <em>Blues</em>). Si sta col cuoco Jacques che fa saltare in aria la cucina e li lascia affamati, e però, mica si può licenziare, è lui che procura la ‘roba’. È lui che ha i contatti con quelli di Marsiglia, è lui che porta l’eroina pura. A Nellcôte, nel gabinetto, Keith ha scritto questa formula, 97 a 3, e sono i grammi, questi ultimi, della polvere della prima busta che vanno mischiati ai 97 di lattosio della seconda. Roba da tagliare con precisione, come fa Keith, ogni volta che sparisce per quasi un’ora. È la vena che reclama.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Villa Nellcôte passano artisti, scrittori, colleghi, perdigiorno. Passa ogni tipo di droga, sui tavoli la si smercia, la si consuma, gli stessi tavoli aree da gioco d’azzardo per uomini che di giorno dormono, di notte suonano, la mattina salgono sul Mandrax, il motoscafo di Keith, che lo guida senza patente, e vanno a far colazione in Italia, </strong>e a fumar erba coi marines pazzi di felicità perché per loro star di stanza in Francia significa saltare il Vietnam. E coi marines si va a prostitute! (<em>Tumbling Dice</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69423 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/ROBERT-GREENFIELD-EXILE-ON-MAIN-ST.-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ROBERT-GREENFIELD-EXILE-ON-MAIN-ST.-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ROBERT-GREENFIELD-EXILE-ON-MAIN-ST..jpg 334w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" />A Nellcôte ci sta 6 mesi Dominique Tarlé, il fotografo che cattura visioni, spettri di quell’inferno dantesco, regalandolo alla storia. Ci sta il giornalista Robert Greenfield, che su Nellcôte, e su <em>Exile,</em> vi scrive un libro sput*anante.</strong> I piani superiori di Nellcôte divengono bivacchi, accampamenti beduini, e Anita Pallenberg, accaldata, coi vestiti appiccicati addosso, si ritrova nell’ingrato compito di buttafuori. Un carattere niente facile, quello di Anita: forte ma suscettibile, e manesco con gli uomini. E Keith non sale di sopra, trema quando la sente parlare in tedesco, perché è in quella sua seconda lingua madre che Anita si infuria. <strong>Un giorno a Nellcôte arriva Eric Clapton, con 7 chitarre, e una la dona a Keith ed è quella di Muddy Waters,</strong> e io non ho mai saputo se è tra quelle che un pomeriggio i ladri razziano mentre a Nellcôte si guarda, ‘fatti’ e beati, la tv. <strong>Un altro giorno arriva William Burroughs, ed è il suo ‘cut-up’ che salva Mick e Keith dalla paralisi compositiva. </strong>È col cut-up che si crea <em>Casino Boogie</em>, è dai giornali che riportano Angela Davis ricercata per terrorismo, che nasce <em>Sweet Black Angel</em>. In <em>Exile</em> entrano suoni duri, e testi violenti, si cerca Dio e si vuole vederlo in faccia. I brani di <em>Exile</em> riflettono e rimandano il clima ‘flippato’ di quel tempo, di quella estate. A settembre il disco è finito: gli Stones si separano, ospiti graditi e no se ne vanno, a Nellcôte rimangono Keith, Anita, il loro piccolo Marlon, i domestici. E arriva la polizia. <strong>Keith e Anita sono accusati di uso e spaccio di droga, sui media sono descritti come due delinquenti, Anita come una meretrice, una strega, una donna dalla bellezza che sgomenta e inquieta. </strong>Si scopre che tra gli inquilini di Nellcôte c’era qualche infiltrato della polizia evidentemente ignorante perché le accuse a Anita di stregoneria vengono fuori dai libri che lei aveva disseminati per la casa: insieme a Kafka, Artaud, Rilke, Hofmannsthal, svettano testi di teosofia, magia nera, esoterismo. Lei ci andava matta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Keith e Anita filano a Los Angeles. Qui arrivano anche gli altri Stones per completare <em>Exile </em>che esce nella primavera successiva, e non se lo compra nessuno. Inizialmente. Poi va al numero uno.</strong> Si parte in tour, quello dei record, quello così eccessivo che Keith se lo ricorda a lampi. In tour con gli Stones, ci sono Truman Capote per <em>Life</em>, e Annie Leibovitz per <em>Rolling Stone</em>. Pacchi di soldi agli avvocati, e le accuse a Keith e Anita decadono. Altre arriveranno. E Anita è di nuovo incinta. Nasce <em>Angie</em>.</p>
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		<title>Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 07:47:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. Paolo Giovanazzi, autore per Giunti di Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. <strong>Paolo Giovanazzi</strong>, autore per <strong>Giunti </strong>di <a href="https://www.giunti.it/libri/musica/nirvana-teen-spirit/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni</em></strong></a>, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta e furia seguendo le voraci esigenze di un mercato che non vede l’ora di spremere soldi dal cadavere di uno dei più grandi gruppi musicali di sempre. Giovanazzi racconta <strong>la storia di ogni singola canzone della band di Seattle, da quando fu concepita nella mente di Cobain al mixaggio finale, con il trasporto con cui Bukowski narra di una sua bevuta o Agatha Christie rivela infine il nome dell’assassino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero, raccontare i Nirvana non è semplice. L’autore lo fa prendendo in esame i pezzi in tutte le variazioni, mutazioni, <strong>restituendoci il travaglio di ogni singolo accordo di Kurt o rullata di Grohl</strong>, parlandoci delle chitarre spaccate e dei pezzi di batteria riparati con lo scotch.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo è per gli appassionati, ma può tornare utile a chiunque voglia immergersi nella cupa vitalità di un gruppo che, inconsciamente e suo malgrado, ha fatto da specchio dei tempi. Apatia, instabilità emotiva, difficoltà nello stare al mondo, nel tollerarlo. L’idea che, in ultimo, “non importa”. Giovanazzi, con la sua prosa coinvolgente, ha dato voce a tutto questo, a un passato che ci ha segnati e che inevitabilmente sembra sempre lo si viva ex post. <strong>Anni della nostra vita che ci sono sfuggiti dalle mani, ma dai quali non vorremmo mai distaccarci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66207 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg" alt="" width="184" height="263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28.jpg 1566w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" />Partiamo da una riflessione generale. Non ti sarà sfuggito che, per fare il verso a una famosa canzone, non si esce vivi dagli anni ’80 – ma direi anche dai ’90, come dai ’60 e ’70. Qualcuno ha parlato di sindrome da nostalgia e remake. I giovani vanno ai concerti dei Rolling Stones, ovvero di quattro – non so più quanti siano, in realtà – arzilli vecchietti. I Guns ’n’ Roses sono tornati e stanno sulla cresta dell’onda, malgrado Axl Rose assomigli sempre di più al vecchio zio, ex playboy, oramai alcolizzato e male in arnese. Che opinione ti sei fatto in merito a questa tragica e un po’ grottesca situazione? C’è ancora in giro il fermento di un tempo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà non credo che sia poi così diversa la situazione, rispetto al passato. È il mercato a essere mutato. Una volta per ascoltare la musica si pagava, questa è la differenza più evidente. <strong>Per fare soldi, oggi, bisogna fare concerti. Chi ha una storia, o un nome, rimasti nella memoria ha da spenderli il più possibile e sono pochi quelli che hanno resistito al richiamo – ad esempio gli Smiths, che hanno rifiutato offerte decisamente notevoli. Visti i soldi che ci sono in ballo, non so se al loro posto avrei fatto altrettanto, a voler essere totalmente onesto.</strong> Quanto al fervore, al momento: forse c’è fin troppa produzione, in realtà. Se vai a scavare, al di là del cosiddetto mainstream o della musica indipendente più istituzionalizzata, esiste veramente una quantità impressionante di roba in circolazione. Negli anni ’80 e ’90, arrivare a confezionare un disco era più difficile. Registrare e stampare costava molto di più e ciò, di per sé, determinava una severissima selezione. Chi arrivava al disco aveva già un suo pubblico. Oggi come oggi un album è alla portata di tutti, come poi inserire qualcosa su Spotify. Puoi fare tutto da casa, anche le registrazioni. Dunque, la mole è tale che risulta più difficile orientarsi. Poi, sai, per molta gente subentra la questione dell’età, la stanchezza. Diciamo che la voglia di scoprire cose nuove passa. Direi che, quindi, il fermento al momento è notevole, ma c’è troppo in giro ed è difficile trovare qualcosa che metta d’accordo un po’ tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai, ancora a distanza di venticinque anni, siamo qui a parlare di Kurt Cobain e dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bella domanda, ma rispondere è difficile. Ci sono cose che rimangono, mettiamola così. Potremmo chiederci perché, negli anni ’80, io e i miei compagni di classe compravamo i Doors che, per quanto più vicini, erano già morti e sepolti. Per i Nirvana non ti so dire, non ho la percezione di quanti salti generazionali abbiano compiuto. Vedo in giro tanti giovani con la loro maglietta, ma so che non è più come quando ero ragazzo io. Non significa appartenenza, ma unicamente che ti piace la maglietta. Ai miei tempi, comprare la t-shirt di un gruppo era un segno distintivo. Adesso, non so. Forse per qualcuno. <strong>Insomma, non so quanto i ragazzi abbiano ancora interesse nei Nirvana. Per chi ha la mia età conta la nostalgia, il fatto che ti piacevano e ci sei rimasto attaccato. Tanti, come dicevo prima, dopo una certa età smettono di seguire. </strong>Si sono formati i loro gusti: ciò che gli piaceva è anche quello che continuano ad ascoltare. Poi, ovviamente, chi detiene i diritti dei Nirvana ha interesse a mantenere viva la cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giustamente sta scritto nella presentazione del tuo testo “Sono usciti tantissimi libri sui Nirvana ma nessuno come questo. Si è sempre privilegiato l’aspetto biografico, la drammatica storia di Kurt Cobain e l’impetuosa ascesa della band nei giorni furenti del grunge di Seattle. Si è sempre fatta poca attenzione alla musica, alle canzoni. Qui invece abbiamo un libro che parla di canzoni; in maniera dettagliata, precisa, quasi maniacale”. Come mai hai fatto questa scelta? Volevi riempire un vuoto del mercato, o pensi che il culto del personaggio Cobain abbia finito per mettere in secondo piano la qualità artistica della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe darti una <em>risposta da autore</em>, ma la verità è piuttosto banale. La Giunti ha una collana di libri sui gruppi e le loro canzoni. A me andava bene rientrarci, perché preferisco scrivere dei singoli album e brani, piuttosto che il solito libro biografico. Ho fatto pertanto un lavoro di ricerca, d&#8217;archivio, recuperando tutte le varie riviste, i libri e ricercando sui siti internet. La ratio di tale operazione è che anche l’appassionato più fanatico è difficile abbia voglia di andare a raccogliere tutto quello che si sa su ogni pezzo, sulle sue varie fasi. <strong>Una nuova biografia avrebbe senso solo avendo informazioni di prima mano, magari dopo aver parlato con qualcuno che conosceva bene la band e ti racconta qualcosa che ancora non sia noto alle cronache.</strong> Altrimenti, i fatti più o meno si conoscono. Negli anni precedenti avevo fatto un lavoro simile a questo con Springsteen e i Rolling Stone – due imprese abbastanza complicate, data la quantità di canzoni. Con i Nirvana, che decisamente hanno una produzione ridotta, è stato molto più semplice. Per risponderti, comunque, direi che il mio è, essendo io un giornalista, un libro da giornalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiariscici un punto una volta per tutte, per favore: i Nirvana sono grunge?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un po’ un falso problema, nel senso che, per dare una risposta definitiva, bisognerebbe avere una definizione precisa di cosa sia stato il <em>grunge</em>. Il termine ha iniziato a prendere piede, nella stampa musicale, quando sono emersi una serie di gruppi, con i connotati di quella che solitamente viene definita come “una scena”: area geografica abbastanza delimitata, nella fattispecie Seattle, una o due etichette del posto, come per esempio la Sub Pop. Ci sono, poi, un paio di teorie su come sia nato il nome. La più accreditata è quella secondo cui i Mudhoney, alla domanda su come fosse la loro musica, risposero proprio “grungy”, come dire “sporca”. Questa definizione deve essere piaciuta particolarmente perché, da quel momento, si è diffuso l’uso del termine, fino a divenire distintivo per un certo genere di band. Ci sarebbe però da chiedersi quali siano, in ultimo, i tratti caratteristici del <em>grunge</em>. Sul sito del produttore Jack Enedino, c’era per esempio una polemica contro quelle riviste che lanciano rubriche del tipo “i dieci migliori album grunge”. Lui contestava il fatto di vedervi figurare un disco come l&#8217;<em>Unplugged</em> dei Nirvana, sostenendo che il grunge è una musica da gruppo rock e suona distorta. La definizione, però, è quantomeno vaga. <strong>Infine “grunge” è un’etichetta, un capello messo su una serie di gruppi gravitanti intorno a un certo giro e caratterizzati da un suono duro e aggressivo. Come i Nirvana, che incidevano per la Sub Pop, e, pur non essendo di Seattle, vi abitavano.</strong> In tal senso, sì, lo erano. Per il resto la definizione risulta piuttosto fumosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi delineare le mutazioni più evidenti nella carriera dei Nirvana, quali indicheresti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio più evidente è quello tra il primo album, <em>Bleach</em>, e <em>Nevermind</em>. Mentre in <em>Bleach </em>vi erano molti riff pesanti, con lui che vi urlava sopra, il secondo album presenta melodie e pezzi orecchiabili che suonano ancora duri e cattivi, ma con ritornelli più <em>easy listening</em>. Quello è stato il rivolgimento più evidente e la chiave che ha permesso loro di vendere tanto. <strong>Forse <em>In Utero</em> è stato una mediazione tra le due anime, quella pop unita a quella rock più rumorosa e dissonante. Nell’ultimo disco in studio viene inoltre riservata maggiore attenzione al testo, inseguendo una dimensione narrativa.</strong> In <em>Nevermind </em>le liriche erano invece costituite da frasi slegate tra loro, a volte anche contraddittorie <strong>–</strong> si veda, per esempio, <em>Come as you are</em> in cui un verso contraddice quello precedente, senza intenzione di raccontare alcunché. Rimarrà il dubbio di che strada avrebbero preso dopo <em>In Utero</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso, esistono canzoni palesemente brutte dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Palesemente brutta direi <em>Beans</em>, contenuta nel cofanetto <em>With the Lights Out</em>. In verità, non so nemmeno se la si possa definire una canzone, visto che si tratta semplicemente di Cobain che fa lo stupido con un registratore, velocizzandosi la voce. Di proprio orribili, per il resto, non me ne vengono. Poi, è questione di gusti. Io, personalmente, non sono mai stato un entusiasta di <em>Bleach</em>. Lo trovo abbastanza ripetitivo. Non mi dice granché – non era nelle mie corde e non lo è tuttora. <strong>Conoscevo già qualcosa di quel primo album, quando uscì <em>Nevermind</em>, e il mio scarso amore per esso è anche il motivo per cui non vidi i Nirvana dal vivo, quando per ben due volte passarono qui in Brianza, prima che la fama li travolgesse. A quei tempi stavano girando in Europa, ma suonavano ancora in locali piccoli.</strong> Snobbati i concerti in zona, di lì a qualche giorno, ascoltai <em>Teen Spirit</em>, rendendomi conto che probabilmente avevo fatto una cazzata. Forse quello era il loro momento migliore, l’ideale per vederli dal vivo, quando la formazione si era definita con Dave Grohl alla batteria, il loro stile era già formato, ma loro stavano ancora girando con un furgone. Durante l’ultimo tour, invece, c’era già qualcosa che non funzionava. Lui cominciava a essere stanco, o comunque non era nelle condizioni migliori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piacerebbe che scegliessi la tua preferita tra le canzoni dei Nirvana e introducessi i lettori al suo ascolto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento, sceglierei <em>All Apologies</em>. È una canzone scritta molto prima della sua pubblicazione. Le prime registrazioni risalgono addirittura ai tempi di <em>Nevermind</em>. I pezzi di <em>In Utero</em> nuovi, in realtà, erano veramente pochi. Cobain aveva recuperato diverso materiale precedente e ciò significa che in quel periodo stava scrivendo poco. In una delle ultime interviste aveva detto che sarebbe stato bello vedere cosa sarebbe riuscito a tirare fuori per il disco successivo, visto che non aveva più brani da parte e avrebbe dovuto, per così dire, cominciare da zero. Poteva essere il segnale che, in realtà, il momento magico era già finito. <strong>Il motivo per cui ho scelto questo brano, comunque, è che ne apprezzo la melodia, una delle migliori scritte da Cobain, tant’è che ha addirittura ricevuto l’onore di una cover da Herbie Hancock. Ne parlai anche con lui, quando lo intervistai anni fa. Mi raccontò di aver rifatto questo pezzo perché, in quel suo album, in cui aveva deciso di riprendere brani rock per trasporli in chiave jazz, quello dei Nirvana era veramente la scelta più improbabile. Insomma, si trattava di una sfida. </strong>Al contempo, questo brano gli offriva più possibilità per via della melodia ben definita. Un altro aspetto che mi affascina è che, in una delle prime versioni, il pezzo fosse concepito come acustico, vagamente alla Beatles <strong>–</strong> una parte di tamburello, effettivamente, li ricorda. Infine mi piace il fatto che Cobain la considerasse una canzone dedicata alla moglie e alla figlia, anche se nel testo non vi si fa riferimento. Era la melodia a dargli un senso di pace e ciò lo legava al pensiero delle due. Questo è peraltro indicativo di come desse maggiore importanza alla musica rispetto ai testi. Com’è noto, lui spesso scriveva questi all’ultimo minuto. Chi ama psicanalizzare ti direbbe che ciò significa che tirava fuori quello che aveva dentro senza filtrarlo. In verità, non lo sapremo mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nirvana-paolo-giovanazzi-giunti-musica/">Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Woland sembra il Joker di “Batman” e Ponzio Pilato ascolta i Rolling Stones: sul “Maestro e Margherita” di Bulgakov in scena</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 10:09:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avviso preambolare ai lettori (chiamarlo distico sarebbe eccessivo): la recensione di “Il Maestro e Margherita”, non durerà come lo spettacolo (3 ore con intervallo) ma molto meno. L’annuncio, piazzato in un “nisiòlo” (lenzuolo piccolo in veneziano) di carta al fianco della biglietteria, anticipa agli spettatori che la mise en scene, compresa di una pausa, terrà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Avviso preambolare ai lettori (chiamarlo distico sarebbe eccessivo): la recensione di “Il Maestro e Margherita”, non durerà come lo spettacolo (3 ore con intervallo) ma molto meno. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’annuncio, piazzato in un “nisiòlo” (lenzuolo piccolo in veneziano) di carta al fianco della biglietteria, anticipa agli spettatori che la <em>mise en scene</em>, compresa di una pausa, terrà la platea in sala per 180 minuti.</strong> Tradotto significa che per 3 ore sarà vietato (più o meno) l’accesso ai social media. Qualcuno in fila ha già i primi tiraculi: si vede dalle facce, dalle unghie che si conficcano alla base del pollice, dalle smorfie delle labbra. “Come tre ore?”. Del resto, per chi vive nel minuto o due dei video su Facebook, tre ore sono un’eternità. Eppure…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’aver donato alle dita preziose e capaci di Letizia Russo la trasposizione drammaturgica del testo di poco meno che centenario di Michail Bulgakov (è stata scritto e riscritto più volte tra il 1928 e il 1940) e l’aver affidato all’ottimo Michele Riondino il ruolo delicato e totemistico di Woland (il cattivissimo principe del male, una crasi tra il “Joker” di “Batman” interpretata da Jack Nicholson e un satanello della tradizione terrigna italica) si è rivelata semplicemente vincente.</strong> Le due storie difatti – quella dell’arrivo di Woland a Mosca e dell’incontro con una setta che si occupa di magia nera da un lato e la rievocazione degli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante la Pasqua ai tempi di Ponzio Pilato – si intrecciano e si incastrano con rara perfezione, ricamati da un filo musicale apparentemente bizzarro, quello che avvicina le sonorità di Musorgskij a “Simpathy for the devil” dei Rolling Stones (è storia nota che Mick Jagger ebbe in regalo da Marianne Faithfull il libro di Michail Bulgakov e che dopo aver letto ci scrisse la celebre canzone).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La scenografia aiuta lo spettatore e gli toglie ogni potenziale dubbio: le vicende avvengono in un bunker, con qualche piccola variazione che tratteggia e definisce le due storie. Ma sono soprattutto i registri sonori e vocali a definire gli spazi e i personaggi, tutti o quasi in cerca di un autore. <strong>Viene da sé quindi che la risalita dagli inferi di Woland – demiurgo e capocomico – porta la cricca di burattini, piuttosto caratterizzati e a tratti piacevolmente manieristici, verso la risurrezione:</strong> immediato è l’eco che si riverbera sulla città di Mosca, veloce il mutamento delle loro idee, saettante l’odore bramoso di una vita da protagonisti alla luce del sole.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I quadri apocrifi della morte di Gesù diventano rappresentazione teatrale. Qui Ponzio Pilato si fa personaggio e soggetto pittorico di Raffaello Sanzio attraverso un lungo scialle rosso vermiglio, <strong>qui Gesù (Yesua) diventa teatralmente martire, in uno scontro ideologico che supera i dogmi religiosi più canonici: troppo finto per gli atei, quasi blasfemo per i cattolici</strong>, il crocevia individuato dal regista Andrea Baracco si trasforma, con tutte le credenziali e le verità che può dare il teatro, in una risposta non drammaturgica bensì scenica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<title>Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 07:48:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Performance è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando, certi di vedere un Hard Day’s Night coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/">Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando,</strong> certi di vedere un <em>Hard Day’s Night</em> coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli sottosopra, lasciarli inquieti, ‘sporchi’ dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64476 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="268" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER.jpg 400w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Il protagonista di <em>Performance</em> è un bel ragazzo, Chas, che è un gangster che ha fatto uno sgarro: ha ammazzato chi non doveva. Per scappare da sicura vendetta, si rifugia in un seminterrato, dove vive una rockstar fallita, con due groupie. <strong>Questi tre vivono da reclusi tra libri di Borges che citano di continuo, passano il tempo a drogarsi e a far l’amore, e Chas è parecchio schifato, dalla droga e pure perché è omofobo, allora le ragazze gli danno un acido, lo fanno sballare, e Chas va a letto prima con una e poi con l’altra,</strong> ma si capisce che è attratto dal cantante bisessuale e androgino, che è truccato, che sculetta, che ha due bei labbroni, perché è Mick Jagger. Il sesso a tre avviene, con le due groupie e poi anche con Mick, in uno scambio di corpi, vischiosità e orgasmi, identità sessuali che intontiscono, e alla fine Chas spara a Jagger, ma i suoi nemici lo trovano e se lo portano via insieme al fantasma di Jagger su una Rolls-Royce bianca, il cui proprietario è John Lennon.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ditemi voi se non è una bella trama, allucinante, pepata da nudi e giochi spinti, uomini che si vestono da donne, ripresi da uno specchio che confonde i sessi, li rende fluidi, li moltiplica</strong>, passa sui capezzoli, seni femminili spuntano su petti maschili, e lingue sulle gambe, che sfiorano l’inguine, a risalire in bocca. Ma alla Warner risultano indigeste le scene con la droga, quel sesso così esplicito che sembra vero: si incavolano coi due registi, Nicolas Roeg e Donald Cammell, due esordienti, e minacciano di portarli in tribunale. Il film viene bloccato due anni, tagliato, rimontato tre volte, le scene più hot buttate nel secchio. Quando finalmente <em>Performance</em> arriva nei cinema i critici si scatenano: per alcuni è “repellente” (<em>Los Angeles Times</em>), per altri “putrido” (<em>Washington Post</em>), nonché “disgustoso” (<em>Life</em>). Al botteghino è un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64477 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="150" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo.jpg 313w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Tutto questo avviene nel 1970, ma negli anni ’90 cambia tutto, la morale, la critica, il mondo, chi lo sa, fatto sta che il British Film Institute inserisce <em>Performance</em> al 48esimo posto tra i migliori 100 film inglesi del XX secolo.</strong> Cominciano ad arrivare premi, lodi, ci sono nuove proiezioni: Scorsese, Tarantino, Soderbergh, Nolan, rivelano che senza <em>Performance</em> non sarebbero diventati registi, <strong>e si scopre pure che gran parte della regia non è di Cammell (che lo ha ideato e scritto), ma di Nicolas Roeg, quello stesso Roeg morto tre giorni prima di Bernardo Bertolucci e che nessuno ha ricordato.</strong> Del film quest’anno è uscito <a href="https://performance-book.com/" target="_blank" rel="noopener">un librone in edizione limitata</a>, 3000 copie numerate, con foto e interviste inedite al cast, alla troupe, o meglio, a chi in vita ne rimane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è distribuito in Italia col titolo di <em>Sadismo</em>, e le scene di sesso torbido tra Mick Jagger e Anita Pallenberg le trovi pure su Pornhub</strong>, compresa quella in cui sono con Michèle Breton nella vasca da bagno a fumare erba. Tre ragazzi nudi, ‘fatti’, in una vasca da bagno, dopo aver sc*pato: vi ricorda qualcosa? <strong>Sì, <em>The Dreamers</em> di Bertolucci, che ha copiato la scena a <em>Performance</em>, perché se un film fa vomitare non è detto che non faccia la storia del cinema</strong>, anche se in <em>Performance</em> le ragazze non sporcano l’acqua col ciclo mestruale, ma con le banconote che attaccano alle natiche di Jagger.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/">Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“In Tibet la situazione è gravissima”. Dialogo con Claudio Cardelli, l’uomo che ha portato il Dalai Lama in Italia</title>
		<link>https://www.pangea.news/in-tibet-la-situazione-e-gravissima-dialogo-con-claudio-cardelli-luomo-che-ha-portato-il-dalai-lama-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 05:46:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come stelle che implodono. Come urla fiammate. Ceri viventi. Si immolano. L’ultimo – per ciò che ne sappiamo, dacché oltre la cortina himalayana regna l’ambiguo – si chiama Tsekho. <strong>Un mese fa. Aveva moglie e figlie, due. Un patriota. Si è cosparso di benzina. Si è acceso. In Tibet la luce ha il sapore di tenebra, non scalda – agghiaccia</strong>. 152. I tibetani che dal 2009 si danno fuoco per dare un segno di luce – e di morte – alla loro protesta. Vogliono il Tibet libero. Si illuminano. Come ghigni di tigre contro il dragone cinese. Implacabile. Il gesto di Tsekho non è accaduto un giorno qualunque. <strong>Il 10 marzo si sono festeggiati i 59 anni dalla sollevazione di Lahsa contro l’occupazione cinese. A Ginevra, per l’occasione, si è radunato un corteo di 7mila persone. “Noi saremo sempre qui a difendere la sacra causa del Tibet e il futuro della nostra civiltà”, ha detto, per sigillare l’occasione, Claudio Cardelli. </strong>Dicono siano grandinati applausi.</p>
<p><figure id="attachment_60278" aria-describedby="caption-attachment-60278" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60278" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini-300x200.jpg" alt="Dalai Lama 2005 Rimini" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Dalai-Lama-2005-Rimini.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60278" class="wp-caption-text">Una folla per il Dalai Lama: a Rimini, nel 2005, insieme a Claudio Cardelli</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Cardelli, riminese, illuminato fin da giovane, per spirito di avventura – più che di spiritualità – dall’Oriente, è da diversi mandati il Presidente <strong>dell’<a href="http://www.italiatibet.org/" target="_blank" rel="noopener">Associazione Italia-Tibet</a>, che ha sede a Milano, quest’anno compie 30 anni, e tra i suoi compiti, da statuto, c’è quello “di far conoscere in Italia le violazioni dei fondamentali diritti umani attuate in Tibet, </strong>al fine di creare un movimento di opinione pubblica che possa contribuire al ristabilimento delle libertà democratiche nella società tibetana”. Di fatto, le notizie su quanto accade in Tibet, in Italia, le sappiamo da loro. Cardelli è un bel tipo. Alto, allampanato, barbuto, generosissimo, è, tra l’altro, la guida dei Rangzen, una delle tribute band dei Beatles – ma suonano anche i Rolling Stones, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, David Bowie – più apprezzate d’Italia. <em>Rangzen</em>, in tibetano, significa ‘indipendenza’. A dire dell’interdipendenza intraprendente tra lo spirito musicale e quello ‘politico’ a salvaguardia del Tibet. <strong>Per capirci: Cardelli ha incontrato il Dalai Lama per la prima volta nel 1982,</strong> gli è stato dietro nel 1991, a Rimini e a San Marino (a questo evento si riferisce la fotografia in copertina), lo ha riportato nella sua città nel 1994 – in concomitanza con l’assegnazione della cittadinanza onoraria – poi nel 2005. Ad ogni visita del Dalai Lama in Italia – a Milano, ad esempio, nel 2016 – Cardelli e l’Associazione Italia-Tibet ci sono. In Italia, va detto, di Tibet si dice poco – tranne quando ne parla un Richard Gere – come se la Cina funzionasse da freno inibitore a una informazione che dovrebbe sempre essere ‘sfrenata’. Fermo Cardelli di ritorno dal Buthan, l’ennesimo luogo del mondo dove tutto non è come appare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei appena tornato dal Buthan. Ragione del viaggio? Come si vive in Buthan, che atmosfera si respira?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono tornato dopo 25 anni perché ero molto curioso di vedere questo molto sbandierato F.I.L. ( Felicità interna lorda&#8230;) di cui il paese si fa gran vanto da tempo e che lo rende molto suggestivo e attraente a turisti e viaggiatori. Il Bhutan è l’ultima monarchia indipendente dell’Himalaya, con il buddhismo religione di stato, dopo che il Nepal si è trasformato da alcuni anni in repubblica con percorsi piuttosto articolati e non privi di pagine drammatiche (eccidio della famiglia reale… guerriglia maoista). <strong>Il Bhutan, stretto tra due giganti, India e Cina, cerca di mantenere relazioni equidistanti ma la pressione cinese è implacabile e non risparmia mezzi di persuasione, soprattutto economici, ma anche intimidatori</strong>, come periodici “sforamenti” di truppe di confine in territorio Bhutanese che in pratica vogliono dire: “entriamo e vi prendiamo quando e come vogliamo”. Nel frattempo finanziano totalmente e mandano anche tutte le maestranze per costruire un Buddha giagantesco (53 mt) tutto ricoperto d’oro e con intorno una sfilza di improbabili statue sempre dorate in un tripudio di piastrelle ancora dorate… Il ragazzo che ci accompagnava era molto orgoglioso e soddisfatto del regalo. Era anche disorientato assai sul mio racconto dei “Timeo Danaos et dona ferentes…”. <strong>Quando gli ho prospettato un po’ scherzando una prossima invasione cinese, mi ha subito risposto “ma noi abbiamo l’India che ci difende”. Non considerando, il ragazzo, che tra India e Cina sono in corso prove generali di disgelo che incombono ovviamente sulla testa dei deboli. </strong>Vedi Dalai Lama e comunità tibetana in India e lo stesso Bhutan assieme alle zone contese che gli stanno attorno e che la Cina reclama come sue (Arunachal Pradesh, Doklham corridor…).</p>
<p><figure id="attachment_60279" aria-describedby="caption-attachment-60279" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60279" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/Cardelli-Buthan-300x225.jpg" alt="Cardelli Buthan" width="300" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Cardelli-Buthan-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Cardelli-Buthan-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Cardelli-Buthan-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Cardelli-Buthan.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60279" class="wp-caption-text">Claudio Cardelli in Buthan. Pubblichiamo alcune foto del Presidente dell&#8217;Associazione Italia-Tibet scattate nel recente viaggio in Oriente</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, un piccolo Shangri-La ben costruito ma appeso ad un filo sottilissimo. Il paese è lindo, ordinato, attento all’ambiente e alla salute, banditi tabacco e alcool, strade a posto, servizi per tutti. Sorrisi, personale giovanissimo ovunque, hotel, ristoranti, negozi.</strong> Famiglia reale bella, illuminata e generosa che si mescola al popolo, dona terre, costruisce strutture sociali, mediche, scolastiche e campeggia su strade, edifici pubblici e privati, francobolli, banconote. Il calendario è ricco di eventi e festival religiosi molto suggestivi (come quello di Paro a cui ho assistito; 25 anni fa vidi quello di Thimpu e di Wangdi Phodrang) che sono uno dei principali elementi di attrattiva del paese. Purtroppo questi festival sono stati “arricchiti” di elementi spuri di folklore laico che servono ad allungare il brodo e deteriorano la purezza e la grande originalità dei Cham, le danze rituali del Tibet, che non dovrebbero ospitare canzoncine e balli popolari folkloristici. <strong>Ma il turismo, dopo l’energia elettrica, è la seconda voce nel bilancio del Bhutan e l’attenzione verso le migliaia di turisti, in particolare indiani, che si sfiancano su per i dirupi del Nido della Tigre o si mitragliano selfie durante i festival e nei monasteri, è enorme.</strong> Spero che Sua Maestà segue con molta attenzione tutta la faccenda e consideri che un brutto turismo può essere più rovinoso di un esercito…</p>
<p><strong>Raccontaci, visto che hai fonte certe, come si vive, davvero, oggi in Tibet. Il fenomeno delle autoimmolazioni con il fuoco continua: perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti attoniti di fronte al periodico, implacabile e sconvolgente ripetersi di autoimmolazioni in Tibet. Non si ha la forza di reagire, né con le parole e neppure con delle azioni che possano in qualche modo darci una speranza che questo possa finire. <strong>Non è possibile che 160 persone, martiri, si brucino vive per raccontare e denunciare la situazione del Tibet nell’indifferenza del mondo.</strong> La Cina è riuscita a creare una cortina di omertoso silenzio e le sue minacce ai quattro venti ovunque si paventi una iniziativa a favore del Tibet, in primis una visita del Dalai Lama, stanno ottenendo risultati concreti.</p>
<p style="text-align: justify;">E la psicosi “non si può irritare la Cina” è ormai endemica. Anche coloro che non sono direttamente oggetto di pressioni, minacce o ricatti, sentono forte questo diktat non sempre pervenuto ma aleggiante, che scoraggia ogni presa di posizione a favore del Paese delle Nevi, invaso e occupato dalla Cina dal 1950. <strong>Ancora oggi, dopo 59 anni, la situazione in Tibet rimane gravissima. I tibetani, ogni giorno, lottano per conservare la propria identità e la propria dignità contro la repressione e la violenza senza fine del regime coloniale cinese.</strong> Le notizie che ci giungono dall’interno del Tibet raccontano storie di distruzione dell’ambiente naturale, di soppressione della lingua e della cultura tibetana, di discriminazione e arresti arbitrari, di torture e condanne a morte senza processi. Mentre la macchina della conquista coloniale avanza senza esitazioni oliata dal silenzio del mondo e dalle infrastrutture che Pechino mette in piedi per favorire il flusso di coloni e il reflusso di materie prime. Ferrovia Lanzhou Shigatse in primis, 2400 km, che la Cina vuole a tutti i costi far passare sotto la catena himalayana per arrivare a Kathmandu. Con grande gioia di New Delhi la quale, durante il demenziale embargo dei carburanti contro il Nepal nel 2015, ha spalancato un varco gigantesco a Pechino che ora, l’ho toccato con mano, spadroneggia nella valle di Kathmandu e non solo e ha ben chiaro come vede il futuro da queste parti. Futuro di conquista. Tra l’altro l’agibilità dei profughi tibetani in Nepal, circa 40.000, è sempre più risicata. Il timore di essere rimpatriati forzatamente è palpabile. <strong>In queste ultime settimane in coincidenza dell’anniversario dell’insurrezione di Lhasa del 10 marzo 1959, Pechino ha puntualmente annunciato la chiusura del paese e l’espulsione di tutti gli stranieri presenti in Tibet, mentre a Ginevra lo stesso 10 marzo si è tenuta una manifestazione di oltre 7000 tibetani ed europei per sostenere le rivendicazioni del Popolo Tibetano.</strong> Manifestazioni analoghe in tutte le principali capitali del mondo non sono state comunque ritenute sufficienti per la grande stampa… Il web e i social ci salvano un po’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure. La ‘comunità internazionale’, come si dice, stringe rapporti di alleanza economica con la Cina, che prospera. Non ci sono voci che si levano contro ‘lìoccupazione’ del Tibet da parte del ‘drago’ cinese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60280 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-300x169.jpg" alt="Buthan 2018" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-768x431.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-1024x575.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-600x337.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />In passato nel mondo molte sono state le risoluzioni a favore del Tibet, anche nel Parlamento Europeo. Poco tempo fa però <strong>un mio amico a Strasburgo mi scrisse esattamente questo: “Abbiamo provato tante volte di avere una risoluzione sul Tibet ma la pressione cinese è micidiale, non riusciamo nemmeno a calendarizzare qualunque cosa che riguardi il Tibet la maggior parte dei gruppi si oppone…”. Sì, la pressione cinese è micidiale.</strong> Ricordo ancora con vividezza tattile quando nel 1991 mi trovai al Festival dei Teatri di Santarcangelo dove era stata fatta venire, con una certa ingenuità, una compagnia fantoccio dell’Opera Nazionale del Tibet di Lhasa. Incontrarono noi sulla loro strada e, risparmiandovi i dettagli pirotecnici, riuscimmo ad ottenere un convegno sul teatro tibetano con la presenza di esponenti della diaspora. La cosa fece infuriare i diplomatici cinesi in Italia che misero in croce il povero sindaco di allora, Cristina Garattoni, e pretesero l’arrivo della celere di Senigallia in tenuta anti sommossa per “proteggere gli artisti” (delle povere vittime ovviamente…) dall’assalto dei facinorosi membri dell’Associazione Italia-Tibet. In quel frangente, con una certa incosciente abilità me lo riconosco, riuscii a mettere uno davanti all’altro il rappresentante del Dalai Lama Sig. Gyaltsen Gyaltag (una delle persone più straordinarie che abbia incontrato sul mio cammino tibetano) e il console cinese a Milano. <strong>Quest’ultimo, appena si rese conto di chi avesse di fronte, fece un balzo all’indietro e iniziò, digrignando i denti, una sequela di insulti e calunnie ripetendo ossessivamente tutta la tradizionale versione cinese sul Tibet schiavista, feudale, arretrato, teocratico, di fronte ad un esterrefatto Gyaltag che continuava a mormorare basito “but it’s not true… not true…”</strong>. Il console se ne andò urlando e minacciandomi per avere portato a Santarcangelo un esponente della “cricca” del Dalai Lama. Confesso che mi venne da ridere. Però da allora nulla mi convincerà che i cinesi siano disposti a rivedere la loro posizione sul Tibet. Il Tibet ha sempre fatto parte della Cina ed è stato “liberato” dalle truppe di Mao e la Cina ha portato libertà, benessere e riforme. Infatti stanno così bene che 160 tibetani si sono bruciati vivi per protesta contro il regime che li opprime. <strong>Sul fronte Cina e resto del mondo vedo invece segnali interessanti di chi (ben alzati…) si sta rendendo conto che le grandi regalie cinesi in giro per il mondo non sono altro che novelli Cavalli di Troia per impossessarsi di risorse, siti strategici, media e cervelli servili</strong> ( il lavoro degli Istituti Confucio in questo senso è esemplare). Il mega progetto di interconnessione Indo Pacific OBOR (One Belt One Road) sta suscitando molte perplessità e qualcuno (ben alzato di nuovo) si è accorto che c’è un grosso rischio che molte nazioni possano perdere la loro sovranità se non in grado di ripianare i debiti contratti con Pechino per far parte del megaprogetto. Altro che generosi… <a href="https://www.hindustantimes.com/india-news/connectivity-projects-in-indo-pacific-could-compromise-nations-sovereignty-us/story-AAU6hgRV8W4mOmWVRsFmmN.html" target="_blank" rel="noopener">basta leggere qui per capire</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Dalai Lama come reagisce al controllo cinese?&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Dalai Lama da decenni afferma di avere rinunciato all’idea di un Tibet indipendente e si è sfiatato nel chiedere una genuina autonomia del Tibet all’interno della PRC. Questa istanza, chiamata Middle Way Approach, è stata presentata a Pechino in tutte le modalità possibili incluso l’invio di delegazioni che per oltre 10 anni sono state in Cina a tentare inutilmente un dialogo con le istituzioni di Pechino. Hanno trovato un muro; e neanche di gomma. Inoltre il Dalai Lama nel 2011 ha lasciato la sua carica politica e l’ha delegata al Primo Ministro del Governo Tibetano in Esilio (denominazione attuale “President of Central Tibetan Administration”) Avv. Lobsang Sangay. È inutile dire che nessun primo ministro, per quanto carismatico, può sostituire il Dalai Lama come leader spirituale e politico, nel cuore dei tibetani e anche nell’immaginario collettivo al di fuori del Tibet e della diaspora tibetana. Il Dalai Lama <em>è il Tibet</em>, e questo i cinesi lo sanno benissimo al punto che già da tempo blaterano che il prossimo Dalai Lama lo nomineranno loro secondo la tradizione (?) come hanno già fatto con il Panchen Lama nel 1994 sequestrando e facendo sparire assieme alla famiglia il bambino riconosciuto, come da prassi, dal Dalai Lama stesso. Tutti giochetti a cui loro oggi si prestano volentieri. Direi ci sguazzano. <strong>Interessante notare che il Partito Comunista Cinese, dopo aver bandito per decenni come superstizioni feudali le antiche pratiche di riconoscimento dei “Tulku” del Tibet (i “reincarnati”, tra cui lo stesso Dalai Lama) oggi si è scoperto qualità esoteriche, interpreta i sogni, trova messaggi segreti attraverso cui indirizzare le ricerche per i nuovi incarnati grati al Partito.</strong> La religione dunque non è più un veleno. Soprattutto se serve allo scopo di controllare una popolazione. È di pochi giorni fa un comunicato del regime di Pechino che recita “Religions in China should serve Communist Party, says got white paper”. Se il tutto non fosse tragico sarebbe veramente una rappresentazione di una comicità irresistibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia ha un rapporto particolare con il capo religioso del Tibet: Fano lo ha omaggiato con la cittadinanza onoraria e l’Università di Urbino con il Sigillo, sua massima onorificenza. So che stai tentando di ri-portare il Dalai Lama in Italia: quali sono le difficoltà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60281 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2-300x169.jpg" alt="Buthan 2018 2" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2-768x431.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2-1024x575.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2-600x337.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Buthan-2018-2.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Si è vero; l’Italia è uno dei paesi in Europa che ha più feeling con il Dalai Lama e con la questione tibetana in generale. <strong>Tra l’altro voglio ricordare che Rimini è stata la prima città italiana a dare la cittadinanza onoraria al Dalai Lama nel 1994, seguita da oltre venti città tra cui le più importanti, Roma, Firenze, Milano, Torino, Palermo etc, ed ha ricevuto ben tre visite di Sua Santità, </strong>due a Pennabilli e a San Marino e una a San Leo. Insomma un territorio succursale morale del Tibet anche per ragioni storiche legate alle missioni dei Cappuccini a Lhasa nel XVIII secolo capeggiate dal pennese Orazio Olivieri della Penna. Di queste missioni, che furono fondamentali per la diffusione della conoscenza del Tibet in occidente, facevano parte anche due cappuccini di Fano, Domenico e Giovanni da Fano, e che in virtù della cui storia la città di Fano ha ritenuto di conferire al Dalai Lama la cittadinanza onoraria e invitarlo, assieme alla Università di Urbino, che lo ha insignito della massima onorificenza, il Sigillo, per una visita nel mese di settembre. <strong>Ora il Dalai Lama ha 82 anni ed ha diradato moltissimo i suoi movimenti in giro per il mondo. A Ginevra il 10 marzo il sindaco di Fano è venuto per consegnare personalmente l’invito al rappresentante del Dalai Lama.</strong> Una iniziativa molto apprezzata ma ancora non abbiamo una risposta formale per cui incrocio le dita e attendo “hoping for the best but ready to the worst”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo scopo precipuo dell’Associazione Italia-Tibet, che presiedi? Cosa fate per aiutare il popolo tibetano in esilio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Associazione Italia Tibet compie 30 anni in questi giorni. Il nostro statuto recita che “l’Associazione si propone di sostenere il lavoro del Dalai Lama, il diritto dei tibetano all’autodeterminazione e riconosce il Governo Tibetano in esilio come legittimo rappresentante del Popolo Tibetano”. A fronte di questo il nostro lavoro si svolge su tre fronti. <strong>Quello umanitario, con l’implementazione di progetti scolastici, sanitari, di adozioni a distanza; quello politico, con attività di lobbying su parlamentari, sindaci, enti locali; quello culturale, con la preparazioni di eventi, convegni, cicli di proiezioni, concerti</strong>. Insomma tutto quello che può servire a diffondere la conoscenza del mondo Tibetano e sensibilizzare l’attenzione dell’opinione pubblica alla questione Tibetana che, non mi stanco mai di ripeterlo, non è una faccenda esotica, suggestiva o balzana, ma il paradigma di quanto Pechino è e sarà capace di fare anche a casa nostra. Non svegliamoci troppo tardi. Anche se è <em>già</em> tardi. <strong>In appendice vorrei comunicare che in occasione del 30mo anniversario di Italia- Tibet e dell’assemblea per il rinnovo delle cariche che si svolgerà a Rimini il 5 e 6 maggio</strong>, abbiamo organizzato presso la Cineteca Comunale in Via Gambalunga due incontri. Uno il 18 aprile alle 17 e 30 con il Ven. Khen Rimpoche abate del Collegio Tantrico del Gyuto, e il 5 maggio alle 15,30 un convegno sulla situazione attuale del Tibet con il rappresentante del Dalai Lama Sig Ngodup Dorje, il Ven Thubten Wangchen, parlamentare tibetano e Presidente della Casa del Tibet di Barcellona, assieme ai tre presidenti di Italia Tibet Piero Verni, Gunther Cologna e il sottoscritto. Siete tutti invitati.</p>
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		<title>Pur di girare la scena perfetta Stanley Kubrick avrebbe ucciso il proprio stuntman. A 50 anni da “2001: Odissea nello spazio” un libro fragoroso. Da iniettare nel cranio dei nostri figli</title>
		<link>https://www.pangea.news/pur-di-girare-la-scena-perfetta-stanley-kubrick-avrebbe-ucciso-il-proprio-stuntman-a-50-anni-da-2001-odissea-nello-spazio-un-libro-fragoroso-da-iniettare-nel-cranio-dei-nostri-fig/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:17:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi sono fatto un’idea. Chiedete a un ragazzo tra i 15 e i 25 anni di descrivervi quello che ha intorno. Chiedetegli di scrivere quello che vede in questo istante. Tartaglia. Ipotizza parole singole e sconnesse. Non è in grado di costruire una logica narrativa che custodisca il proprio racconto. Perché? Non leggono, i ragazzi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pur-di-girare-la-scena-perfetta-stanley-kubrick-avrebbe-ucciso-il-proprio-stuntman-a-50-anni-da-2001-odissea-nello-spazio-un-libro-fragoroso-da-iniettare-nel-cranio-dei-nostri-fig/">Pur di girare la scena perfetta Stanley Kubrick avrebbe ucciso il proprio stuntman. A 50 anni da “2001: Odissea nello spazio” un libro fragoroso. Da iniettare nel cranio dei nostri figli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi sono fatto un’idea. Chiedete a un ragazzo tra i 15 e i 25 anni di descrivervi quello che ha intorno. Chiedetegli di scrivere quello che vede in questo istante. Tartaglia. Ipotizza parole singole e sconnesse. Non è in grado di costruire una logica narrativa che custodisca il proprio racconto. Perché? Non leggono, i ragazzi, ovvio. Ma non leggevano neanche vent’anni fa. <strong>Il problema è che i ragazzi, oggi, non vedono i film. I film che vedono sono ‘fumettoni’ dove c’è tanta gente che si agita per niente, che sbraita al nulla. Non c’è narrazione. Dove sono i film di Antonioni, di Hitchcock, di Billy Wilder, di Federico Fellini, di Francis Ford Coppola, di Martin Scorsese nelle reti nazionalpopolari?</strong> Tramortiti da fiction, da reality e da trasmissioni fitte di opinionisti ci siamo fottuti la facoltà immaginativa. Per risanarci, proporrei un ciclo perpetuo, per un anno almeno, dei film di Stanley Kubrick.</p>
<p><figure id="attachment_60236" aria-describedby="caption-attachment-60236" style="width: 158px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-60236" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston-240x300.jpg" alt="kubrick weston" width="158" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston-768x960.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston-600x750.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/kubrick-weston.jpg 800w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" /><figcaption id="caption-attachment-60236" class="wp-caption-text">Stanley Kubrick con Bill Weston</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">A proposito di Kubrick. Quest’anno il vero anniversario non sono i 50 anni del Sessantotto, ma i 50 da <em>2001: Odissea nello spazio. </em><strong>Con quel film, in sostanza, Kubrick fa il ’68 della cinematografia, fa la rivoluzione. Ora.</strong> In previsione del fausto evento – che festeggerei con le reti unificate, statali e private, a proiettare il magnetico film – Simon&amp;Schuster sta per mandare in libreria un tomo di Michael Benson (chi è? “Lavora sulla soglia tra arte e scienza”, è “artista, scrittore e regista”, firma sul <em>New Yorker</em>, su <em>New York Times</em>, su <em>Rolling Stones</em>) dal titolo poco originale (<a href="http://www.simonandschuster.com/books/Space-Odyssey/Michael-Benson/9781501163937" target="_blank" rel="noopener"><em>Space Odyssey: Stanley Kubrick, Arthur C. Clarke, and the Making of a Masterpiece</em></a>) ma dai contenuti – giurano – intriganti. L’incipit, intanto, è di quelli buoni: “Il XX secolo ha prodotto due geniali ‘seguiti’ dell’<em>Odissea</em> di Omero. Il primo è l’<em>Ulisse</em> di James Joyce, che catapulta Odisseo in una città, Dublino, e in un giorno particolare, il 16 giugno del 1904… <strong>L’altro è <em>2001: Odissea nello spazio </em>di Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke, dove le isole del Mediterraneo sono le lune e i pianeti del sistema solare e il mare colore del vino è il vuoto cosmico dello spazio interstellare e intergalattico”.</strong> Snidata la retorica, la rivelazione violenta è un’altra. Il suo nome è Bill Weston. Bill Weston è stato uno stuntman britannico di una certa fama: dopo <em>2001: Odissea nello spazio </em>ha fatto <em>Superman</em>, <em>Krull, Octopussy</em>, <em>Batman</em>, <em>Hellraiser</em>, <em>Titanic</em>, <em>Robin Hood principe dei ladri</em>. Ha pure recitato, nel ruolo del comandante di una navicella, in <em>Star Wars. </em><strong>Per Kubrick, Bill Weston è l’astronauta protagonista che volteggia nello spazio. E qui vengono i problemi. <img decoding="async" class=" wp-image-60237 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr-199x300.jpg" alt="space odyssey" width="159" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr-768x1159.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr-600x906.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/space-odyssey-9781501163937_hr.jpg 1400w" sizes="(max-width: 159px) 100vw, 159px" /></strong>Per dare più concretezza alla scena, Kubrick fa volteggiare lo stunt a dieci metri da terra, senza rete di protezione, appeso a una sola fune, al posto delle due necessarie. Insomma: lo stunt rischia di sbriciolarsi le ossa per accontentare i nitriti di gloria di sua santità Stanley. Inoltre. Weston, imbragato come un astroman, il viso chiuso nel casco asfissiante, volteggia con uno zaino che gli concede solo 10 minuti di aria. Eppure, scrive Benson, “data la complessità delle riprese e il tempo necessario per sospendere lo stuntman, dieci minuti non erano affatto sufficienti”. <strong>Ergo: Weston perde conoscenza più di una volta. E Kubrick cosa fa? Latra, “Lasciatelo lassù, non ho finito di girare!”. Al che Weston s’incazza, e quando si ripiglia, vuole pigliare a pugni Stanley. Che si è magicamente volatilizzato dal set. </strong>Ripresentandosi, pimpante, tre giorni dopo. Nel frattempo “gli animi si sbollentarono quando allo stuntman regalano un frigorifero pieno di birra e un lauto aumento al compenso”. <strong>Qualche anno dopo Weston dichiara, “Stanley aveva una straordinaria integrità artistica. Però moralmente era un po’ sadico”. </strong>Quando si dice, bisogna morire per l’opera d’arte. Kubrick non vuole attori o comparse, ma martiri, uomini con il coraggio di immolarsi per la più vertiginosa delle imprese artistiche. Tutto il resto è una stilettata di tedio. Dobbiamo iniettare Kubrick negli occhi dei nostri figli. Cresceranno meno idioti, più furibondi. (d.b.)</p>
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		<title>Reportage da Buenos Aires, ovvero: quando Mick Jagger si inchinò davanti a Borges (che ascoltava i Pink Floyd)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Feb 2018 07:28:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Buenos Aires sembrano tutti in fuga, tutti stranieri. Questo, forse, è affascinante. Una città impossibile costruita con genio europeo sulle sponde livide del rio de la Plata. Come addomesticare una anaconda. Come insegnare a un giaguaro a mangiare con forchetta, coltello e fazzoletto al collo. Tutti, a Buenos Aires, sono eredi di migranti. Sono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Buenos Aires sembrano tutti in fuga, tutti stranieri. Questo, forse, è affascinante. Una città impossibile costruita con genio europeo sulle sponde livide del rio de la Plata. Come addomesticare una anaconda. <strong>Come insegnare a un giaguaro a mangiare con forchetta, coltello e fazzoletto al collo. Tutti, a Buenos Aires, sono eredi di migranti. Sono di questa terra, ma hanno il cuore sepolto in un’altra, solo sognata, immaginaria. </strong>Per questo, c’è una specie di devozione ai lari della malinconia e quando cade, la sera, disintegra viali eleganti, palazzi, uomini. Il giaguaro si sveglia e divora ogni cosa. Anacleto viene dal Portogallo, abita a Zárate, 90 chilometri da Buenos Aires, sulle sponde del Paraná. Non gli piace Zárate. In assoluto, non gli piace questo mondo né questo tempo. “La gente ha perso il senso dell’identità, tutto corre, tutto si distrugge”, dice. Poi mi indica una tizia. “Tipica argentina”. Anni 45, labbra gonfie come Zeppelin, pelle tirata, tette in esposizione. Anacleto la piglia in giro, “questa è una donna?”. Anacleto, la domenica, pranza al Cafe Tabac con la figlia, ‘Sole’, eccellente scrittrice di reportage. Quella domenica c’ero anch’io. <strong>Il Cafe Tabac è il bar più elegante della Recoleta, la zona di Buenos Aires eternata da Jorge Luis Borges in una delle sue prime poesie, <em>La Recoleta</em>. Il grande cieco amava il cimitero della Recoleta, “la comunione del marmo e del fiore”, dove “esaltiamo il sogno e l’indifferenza”. </strong>“Me lo ricordo, l’ho vissuto il tempo in cui andavi Cafe La Biela o al Tortoni e lo vedevi, Borges, appollaiato al suo bastone, e potevi fargli qualche domanda, e lui ti guardava, guardando nei gangli del tuo destino, forse, guardingo, e forse rispondeva”, mi dice, e con una mano cancella gli ultimi trent’anni, come se fossero una falange di piccioni. Anacleto ha una eleganza innata. Ha letto molti libri. Un po’ se ne vanta. “Ormai non ho nessuno con cui parlare, sa, gli amici sono quasi tutti morti”. La sua passione è Federico Fellini: cita brani di film, ricorda quando ha visto <em>Amarcord</em>, ha una passione viscerale per <em>Otto e mezzo</em>, è un florilegio di aneddoti. Mi racconta le malizie con cui Fellini rifiutò, per il suo <em>Casanova</em>, di affidare il ruolo del protagonista a Robert Redford, contravvenendo ai desideri del produttore. Che strano. All’altro capo del mondo un ‘fellinologo’. Che si offende quando non lo seguo, quando non gli do spago nel delirio filologico felliniano. Poi attacca con i libri. <strong>Adora William Faulkner. “Il suo libro più bello è <em>Le palme selvagge</em>: lo sa che lo ha tradotto anche Borges?”. Ovviamente non lo so.</strong> Poi mi parla di Cesare Pavese, di Pasolini (“mi piace <em>Ragazzi di vita</em>”), di Albert Camus e di André Malraux. Mi obbliga a comprare un libro di Isidoro Blaisten, “uno dei grandi scrittori argentini contemporanei. E poi, mi creda, se vuole conoscere l’Argentina lasci perdere <em>Martin Fierro</em> o <em>Don Segundo Sombra</em>”. E… cosa dovrei leggere? “Ovvio. <strong>Il <em>Facundo</em> di Domingo Faustino Sarmiento, quella è la quintessenza dell’argentinità… se esiste”. Mi informo. Sarmiento, che è stato anche Presidente dell’Argentina dal 1868 al 1874, ha pubblicato nel 1845 la storia di Facundo Quiroga, <em>caudillo</em> argentino</strong> vissuto nei primi dell’Ottocento, durante i turbini che seguirono la dichiarazione d’indipendenza, noto per il coraggio e l’avventatezza. Anacleto, figura eroica, a suo modo, fuori tempo, avrà 75 anni, fa il parrucchiere a Zárate, il <em>peluquero</em>. La sua barberia è una specie di antro filosofico, dove si discute di libri, di cinema, della vita e della morte. Ha fatto radio per decenni e ha portato il rock nei domini argentini. <strong>“Si informi, a Borges piaceva il rock… ed era adorato da Mick Jagger”. Poi Anacleto se ne va, con la sua aura leggendaria. Mi informo. Lì per lì penso che sia una battuta. Che cavolo c’entra lo scrittore de <em>L’Aleph </em>con il cantante di <em>Satisfaction</em>? </strong>In effetti, c’entra.</p>
<p><figure id="attachment_59288" aria-describedby="caption-attachment-59288" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59288" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/Borges-Kodoma-300x169.jpg" alt="Borges Kodoma" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Borges-Kodoma-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Borges-Kodoma-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Borges-Kodoma.jpg 624w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59288" class="wp-caption-text">Jorge Luis Borges con la sua musa (e moglie) María Kodama</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">L’aneddoto lo ha raccontato, un decennio fa, María Kodama, la musa di Borges, la vedova – se l’è sposato due mesi prima della morte – presidente della ‘Fundación International Jorge Luis Borges’. Intanto, la Kodama recensisce la discografia di Borges. “Non gli piaceva Beethoven. Ma ascoltava Brahms, Bach, la musica antica, medioevale, e il folclore, la milonga e il tango”. Fin qui, ci siamo. Il resto ci stupisce. “Gli piacevano alcuni pezzi dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Pink Floyd. <strong>I Pink Floyd gli piacevano molto. L’inno del suo compleanno non era <em>Happy Birthday</em> ma <em>The Wall</em>”. Incredibile. Il cieco che coniuga la gnosi alla saga islandese, l’apocrifo antico e la leggenda coranica che ascolta i Pink Floyd per la festa di compleanno.</strong> Siamo ancora lontani da Mick Jagger, comunque. “Eravamo al Palace Hotel di Madrid”, attacca la Kodama. “Aspettavamo che venissero a prenderci per la cena quando vedo Mick Jagger. <strong>La rockstar si inginocchia e afferra la mano di Borges, ‘Maestro, io la ammiro’, dice. Borges, un po’ stupito, fa, ‘E lei chi è?’. E lui, ‘Sono Mick Jagger’. ‘Ah, quello dei Rolling Stones’,</strong> risponde Borges. Mick Jagger quasi sviene dall’emozione, ‘E come fa a conoscermi?’”. Già. Come fa? Merito della Kodama. Che gli fa vedere un film. Il film si chiama <em>Performance</em>, in Italia è tradotto come <em>Sadismo</em>, è girato nel 1968 ma mandato al cinema nel 1970, in un tripudio di critiche. Il film è un manifesto pulp della Swinging London, tra violenza gratuita a go-go, droghe, allucinazioni, deliri sessuali. Nel film, girato da Donald Cammell, Mick Jagger interpreta una rockstar torturata dalla vita. <strong>Nel film le labbra da carnefice di Jagger pronunciano frasi elusive, “And the Tetrarchs of Sodom, and Orbis Tertius”, che rimandano al più rappresentativo dei racconti di Borges, <em>Tlön, Uqbar, Orbis Tertius</em>, raccolto in <em>Finzioni</em>.</strong> In un fotogramma del film, inoltre, si vede, rapidissima, una immagine di Borges dentro uno specchio, poi infranto. Già. Ma come fa Borges a essere finito in un film con Mick Jagger protagonista? Chiedo a Nicolás Helft, micidiale esperto di Borges. Il giro è questo. “Nel 1950 lo scrittore francese Roger Callois, che vive a Buenos Aires sotto la protezione di Victoria Ocampo, traduce <em>Finzioni</em> in Francia, per Gallimard. Segue una notevole recensione di Jean-Paul Sartre”. Segue, nel 1961, vittoria, insieme a Samuel Beckett, di un importante premio internazionale degli editori. <strong>Quell’anno, cominciano le traduzioni negli States e Borges, “nella decade degli <em>hippie</em> diventa lettura obbligata</strong> per i concetti che sa creare, la manipolazione del tempo e dell’identità, la civiltà umana che sparisce al cospetto della memoria artificiale, la biblioteca dove tutto è scritto e nulla si può creare, tutti temi che esaltano chi vuole sperimentare le droghe, gli eccessi dell’intelletto”. Ecco, questa è la storia di come Borges divenne l’autore preferito di Mick Jagger. (d.b.)</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/reportage-buenos-aires-ovvero-mick-jagger-si-inchino-davanti-borges-ascoltava-pink-floyd/">Reportage da Buenos Aires, ovvero: quando Mick Jagger si inchinò davanti a Borges (che ascoltava i Pink Floyd)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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