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	<title>Pupi Avati Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Sean Penn diventa scrittore. E agonizza sepolto da una grandine di stroncature. Da noi sarebbe impossibile: i giornalisti s’inchinano davanti al potente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 13:26:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una immagine che è indelebile, è leggenda. Mystic River. 2003. Filma Clint Eastwood. Forse il suo film più grande. Jimmy Markum si alza dal letto, va alla finestra. Una gigantesca Croce è tatuata sulla sua schiena. I muscoli della schiena guizzano come lampi. La moglie lo abbraccia, in vestaglia. “Perché tu sei il re, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una immagine che è indelebile, è leggenda. <em>Mystic River. </em>2003. Filma Clint Eastwood. Forse il suo film più grande. Jimmy Markum si alza dal letto, va alla finestra. Una gigantesca Croce è tatuata sulla sua schiena. I muscoli della schiena guizzano come lampi. La moglie lo abbraccia, in vestaglia. “Perché tu sei il re, tu sei il re…”, dice. <strong>All’epoca, quindici anni fa, Sean Penn era il re di Hollywood. Grandi interpretazioni come attore. Film magnetici da regista (almeno due: <em>La promessa </em>e <em>Into the Wild</em>). E ora? Sean Penn, classe 1960, due Oscar nello zaino, s’è rotto le palle di recitare.</strong> E ha firmato un libro. Patetico. Le star stonate finiscono per fare una frittata del proprio cervello e a farci due uova così con un libro. L’anno scorso – quest’anno per l’editoria italiana – è uscito un libro di Tom Hanks. Attualmente, in Italy, spopolano i libri di Pupi Avati e di Silvio Muccino. Poco conta. <strong>In letteratura conta solo l’opera, mica la griffe dell’autore. Bene. Pare che l’opera di Sean Penn, che s’intitola <a href="http://www.simonandschuster.com/books/Bob-Honey-Who-Just-Do-Stuff/Sean-Penn/9781501189043" target="_blank" rel="noopener"><em>Bob Honey Who Just Do Stuff </em></a>(pp.176, $24.00) sia una merda.</strong> Una specie di satira antitrumpiana dove c’è un ricco sfondato, Bob Honey, che passa il tempo a fare minchiate. L’editore, ovviamente, esulta, ha beccato l’autore dalle uova d’oro. Dida adorante – “un tornado di parole provocatorie e di immagini stupefacenti, questo è il romanzo d’esordio dei uno dei più acclamati artisti d’America”; badate alla definizione, <em>artista</em>, mica vile <em>attore</em>. <strong>Grande scrittore – Salman Rushdie – che si presta a ungere con vaselina la bandella del libro: “Pare strano che un romanzo distopico sia così divertente da leggere, ma è così. Sospetto che Thomas Pynchon e Hunter S. Thompson amerebbero molto questo libro”.</strong> Prima dell’uscita del libro, qualche giornale compiacente ha preparato l’evento con recensioni timidamente positive. Poi si sono scaricate le armi della critica giornalistica. Non della critica accademica – che ragiona sulla lunga distanza – ma della critica giornalistica, quella che se bombarda bene riesce a cambiare le sorti dell’editoria serva del mercato. La prima è stata <a href="https://www.huffingtonpost.co.uk/entry/sean-penn-bob-honey-who-just-do-stuff-review_us_5ab9a1bee4b008c9e5fa89a2" target="_blank" rel="noopener">Claire Fallon, sull’</a><em>Huffington Post. </em><strong>Titolo effervescente – “Il romanziere Sean Penn deve essere fermato” – e stroncatura madornale. Ecco due passaggi: “<em>Bob Honey </em>è l’esercizio di uno che ci mostra il culo per 160 pagine”,</strong> colpito dalla sindrome “dell’uomo bianco che si illude di avere una inaudita superiorità intellettuale”. All’accusa estetica – Penn ha scopiazzato da William S. Burroughs, “indorando la pappa indigeribile con qualche frase gergale tratta da Bukowski” – segue la sintesi, risolutiva: “Dio ci salvi dal misero pisciatoio del genio letterario di Sean Penn”. <a href="https://www.washingtonpost.com/entertainment/books/what-is-sean-penn-thinking-his-debut-novel-is-a-mess-again/2018/03/26/d3c2059a-30ff-11e8-8bdd-cdb33a5eef83_story.html?utm_term=.d6080ee2b3d5" target="_blank" rel="noopener">Mark Athitakis, dalle pagine del <em>The Washington Post</em></a>, limando le scurrilità, giunge alle stesse conclusioni. <strong>“Cosa dobbiamo pensare di Sean Penn? Che il suo romanzo d’esordio è un casino”. Conclusione: “L’era Trump deve ancora trovare il suo letterato gonzo che sappia catturare questo momento della storia scrivendo una commedia dell’assurdo. Il lavoro è duro. Sean Penn non ne è all’altezza. Ma, chi può dirlo? Può sempre farci un film”.</strong> Come a dire. Sean, smonta dalla penna o dalla tastiera e torna a cavalcare la macchina da presa. Morale. Negli States la sublime arte della stroncatura può ancora essere percorsa. Ha una storia, una nobile genealogia, è il sale della cultura giornalistica. <strong>In Italia la stessa violenza che ci si mette nelle ‘inchieste’ giornalistiche non è sfoggiata in campo culturale. Perché? Perché dei libri frega un cazzo a nessuno. </strong>E perché l’arte leccaculatoria della recensione è il mezzo più rapido per farsi quattro amici importanti e pubblicare le proprie immonde mutande presso un editore di lusso. La stroncatura, che ha regole precise e inderogabili – esasperazione dei toni e squilibrio di forze: lo stroncatore deve essere infinitamente più debole dello stroncato, perché non si spara in testa a un poveraccio – è espulsa dalla stampa patria. Ci credo. Se in un paese civile la stroncatura: a) fa godere il lettore; b) fa incazzare l’autore (che passa oltre); c) fa pensare l’editore, che forse ci pensa due volte prima di pubblicare cazzate simili. <strong>In Italia, la stroncatura, ti fa ingrassare la casella postale di casa manco fosse una donna gravida all’ultima settimana. Che partorisce diffide e querele per diffamazione. </strong>Già. Gli scrittori nostri leggono poco e scrivono male. Ma hanno l’avvocato. (d.b.)</p>
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		<title>Fellini è un ‘affare internazionale’. A 25 anni dalla morte riapre il Fulgor e nasce un Museo mostruoso: aiuto!</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Dec 2017 14:43:20 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I riminesi sono paradossali. O forse, sono semplicemente scaltri. Continuano a far soldi vendendo la cosa più brutta che hanno – il mare – e negando l’unica cosa bella che posseggono – l’arte: dalla Rimini romana a quella ‘giottesca’, dal ‘Giambellino’ al Museo Civico al Cagnacci e al Vasari. <strong>D’altronde, il riminese doc si scalda se bisogna lottare per fare della ‘piada’ un patrimonio dell’umanità ma se ne fotte del Tempio Malatestiano, la perla architettonica che ha inaugurato il Rinascimento; ignora che la ‘Gambalunghiana’ è la Biblioteca civica più antica d’Italia – compie 400 anni nel 2019 – ma conosce i migliori locali dove si mangia tanto pagando poco.</strong> Il riminese è così: mente vuota &amp; panza piena. Per questo, c’è poco da sorprendersi se Rimini – terra dell’effimero su cui non attecchisce la memoria, altro che <em>amarcord</em> qui è tutto un cin-cin – si esalta per il ‘capodanno più lungo dell’anno’ e per il primo divetto che passa, ma non sa costruire la propria identità sul mostro sacro del cinema mondiale, Federico Fellini. Stinta polemica, diranno i riminologi. Va detto, infatti, che il Sindaco supergiovane, Andrea Gnassi, un reperto renziano, ormai un quasi pensionato della politica a 48 anni (già baby consigliere regionale nel millennio passato, è stato Assessore al Turismo della Provincia di Rimini ed è Sindaco della città malatestiana dal 2011, in tutta scioltezza, non ha girato <em>La dolce vita </em>ma si fa vanto di aver inventato la Notte Rosa, il ‘capodanno dell’estate’, insomma, dove c’è da brindare Gnassi c’è), ha detto fin da subito, dal primo mandato sindacale, di voler ricucire lo strappo affettivo tra i riminesi e Fellini, due entità australi, che non sono mai andate d’accordo. Detto fatto: il Fulgor restaurato – già dato in affido a terzi come sala cinematografica – risorgerà, finalmente, il 20 gennaio prossimo (“il 2016 sarà contrassegnato dall’apertura, nel ristrutturato palazzo Valloni, della Casa del Cinema”, strimpellava, un po’ troppo avidamente, un ancestrale Documento Unico di Programmazione), per il compleanno felliniano (l’ingombrante maestro compirebbe 98 anni), ed è stato varato il bando (dal valore di 367.883 euro) per “progetto definitivo, progetto esecutivo, direzione dei lavori, misura, contabilità ed assistenza al collaudo per la realizzazione del comparto museale denominato ‘Museo Fellini’”. <strong>Il cosiddetto ‘Museo Fellini’ – desiderio onirico che attraversa la città fellinesca da lustri e lustri – sarà mostruosamente tricipite: una parte ospitata al Fulgor, l’altra a Castel Sismondo, la rocca del Malatesta, “pensato per accogliere la dimensione più performativa del Museo Fellini” (che diavolo significhi <em>più performativa</em> lo sanno solo loro, scrivete come cervello comanda, <em>please</em>), la terza si chiama CircAmarcord è una “grande area urbana pedonalizzata”, cosa vi faranno non chiedetelo, non lo sanno neppure loro.</strong> Il Comune di Rimini, come spesso accade, con una mano tocca le tette al sacro titano, con l’altra non sa che fare, si mette il pollicione in bocca. Espropriare d’identità il castello malatestiano – buono per mega-mostre – per metterci qualche pupazzo felliniano in 3D, infatti, rischia di essere una ca***a pazzesca, sarebbe come fare di Palazzo Reale a Milano una esposizione permanente di abiti di Armani o come svuotare Palazzo dei Diamanti a Ferrara per farci la sede dei memorabilia di Antonioni, che c’entra? <strong>Tra l’altro, il progetto ‘alla riminese’ di pigiare per il bavero Fellini sembra un elefante senza testa, una specie di Frankenstein travestito da Pinocchio. Che fine ha fatto l’idea (cito ancora il Dup 2016-2020) di costituire “un vero e proprio centro di studi felliniani”? </strong>Dov’è uno straccio di organigramma? Chi sono gli esperti internazionali (la presidenza di un centro studi siffatto andrebbe per lo meno a Martin Scorsese) e nazionali coinvolti? Nulla. Niente. Il vuoto rintronante. Il progetto – corretto sulla carta – di riappropriazione di Fellini è un corpo informe senza testa, tanta carne al fuoco senza uno che la sappia cucinare. Gli effetti di questa riappropriazione rustica, fatta in casa, ‘alla buona’, si vedono anche dalla recente acquisizione operata dal Comune. Dopo aver fatto l’unica cosa che non andava fatta – la chiusura dell’Associazione ‘Fondazione Fellini’, voluta dalla sorella del regista, Maddalena, nata nel 1995, presieduta, tra gli altri, da Ettore Scola, Pupi Avati, Tullio Kezich, che per anni ha partorito il Premio Fellini, andato a tipi come Scorsese, Polanski, Lumet, Sorrentino – per quanto redditizia – la ‘Fondazione Fellini’ si ferma nel 2012, chiude nel 2015 e tutti i materiali felliniani, una mole di disegni, manifesti, oggetti, oggettini, preziosi vari, va in mano al Comune – il Comune si proclama esperto in fellinologia applicata. L’ultima, fa quasi sorridere. Il Comune in una ovvia opera di acquisizione di reperti felliniani acquista per “euro 7.500… una raccolta di 11 disegni originali del Maestro Federico Fellini, realizzati in Libia sul set del film <em>I cavalieri del deserto</em>”. Del film, basato su un testo di Salgari, realizzato nel 1942 per la regia di Gino Talamo, prodotto dall’Alleanza Cinematografica Italiana di Vittorio Mussolini, Fellini fu pure sceneggiatore. La cosa anche più interessante è che, come testimonia Guido Celano, protagonista sul set insieme a Primo Carnera e a Luisa Ferida, “Fellini venne a girare le prime scene, perché Talamo era malato”. Prime esperienze da regista di un futuro genio. <strong>Tutto bello. Tranne i “disegni originali”. Bruttini. Andarono all’asta, per Minerva Auctions, qualche anno fa. Ne misero all’asta una “serie di 15 disegni a matita”, ma l’asta andò vuota, forse si percepì l’acre odore della ‘sola’. Ora il Comune non si piglia neppure il lotto completo (dove sono gli altri 4 disegni?) e per una cifra non certo ridicola.</strong> Affari riminesi. Piuttosto, non possiamo lasciare Fellini in mano ai riminesi, è troppo importante. Fellini – che ha fondato il passaporto morale dell’Italia tutta – deve diventare un affare di Stato, per lo meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Fellini, invece, per fortuna, non è affatto un ‘affare’ soltanto riminese o italocentrico. <em>La Nacion</em>,<a href="http://www.lanacion.com.ar/2096111-federico-fellini-y-el-origen-de-los-suenos" target="_blank" rel="noopener"> il massimo quotidiano argentino, dedica a Fellini una pagina speciale</a>, l’ultimo dell’anno, <em>F</em><em>ed</em><em>erico Fellini y el origen de los sue</em><em>ños. </em>La notizia è che “dopo cinque anni di tentativi falliti, riapre nella città di Rimini la mitica sala Fulgor, dove il cineasta italiano vide i primi film”; <strong>il succo è che Fellini è un mito, più oltreoceanico che riminese. L’articolo è firmato da Mar</strong><strong>ía Soledad Pereira, raffinata autrice di un giornalismo ‘narrativo’</strong> (non ignota ai lettori di Pangea, <a href="http://www.pangea.news/risorge-la-fenice-gigante-ushuaia-la-citta-piu-estrema-del-mondo/" target="_blank" rel="noopener">per cui ha firmato un reportage da Ushuaia</a>), che ho seguito, su altra testata, nella sua ‘disavventura’ riminese (<a href="https://www.riminiduepuntozero.it/dallargentina-a-rimini-per-studiare-fellini-una-brutta-avventura/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>). Ora, per carità, l’articolo, è – anche – un inno alla Romagna felix di Fellini. Ma è, soprattutto, un viaggio, a vuoto, in ciò che resta della Rimini felliniana. Nulla. O quasi.</p>
<figure id="attachment_58870" aria-describedby="caption-attachment-58870" style="width: 243px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-58870" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/maria1-286x300.jpg" alt="maria1" width="243" height="255" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/maria1-286x300.jpg 286w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/maria1-768x807.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/maria1-600x630.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/maria1.jpg 914w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /><figcaption id="caption-attachment-58870" class="wp-caption-text">Rimini, Borgo San Giuliano, in una fotografia di Maria Soledad Pereira</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La ricerca della giornalista di Buenos Aires parte dal Caffè Commercio eternato da <em>Amarcord</em>, ma “è strano, nel Caffè La Galleria [dove era ubicato il bar che si vede nel film, ndr] <strong>non esistono segni o allusioni del tipo ‘questo bar era frequentato da uno dei grandi della settima arte’, come accade, ad esempio, a Parigi, a Les Duex Margots, dove ci sono targhe che confermano che Sartre e Simone de Beauvoir si incontravano qui o a Lisbona, al Martinho de Arcada, che esalta Fernando Pessoa come un cliente molto speciale”.</strong> Sintesi amara fatta da occhi oltre atlantici: “in nessuno dei luoghi legati alla storia personale dell’artista italiano, come la casa di via Dardanelli 10… ci sono targhe allusive, didascaliche, ad eccezione del Grand Hotel”. Insomma, pare che, al di là del caravanserraglio della politica, la ferita tra Rimini e Fellini sia ancora aperta, suppurando amarezza e un tot d’ignoranza. Il viaggio della giornalista, dopo aver interpellato Paolo Fabbri, semiologo di platino, ultimo direttore della ‘Fondazione Fellini’ – “a confronto con altre città di cultura, noi diciamo che Rimini è turistica e che per questo la sua memoria è a breve termine, stagionale”, dichiara, cinicamente, il superprof – termina sulla tomba del regista, all’ombra della <em>Grande prua </em>di Arnaldo Pomodoro. Nel 2018 sono 25 anni dalla morte di Fellini. Allora, era il 1993, Sergio Zavoli disse che Fellini, attraverso i suoi film, ci insegnava a “vivere non solo di disincanto, rassegnazione e resa, ma altresì della grazia di sentirsi, attraverso l’arte, un’umanità che vuole farcela anche sognando”. Ora, 25 anni dopo, quella tomba sembra un sigillo perentorio sulla bocca della cultura italiana. Un po’ mortificante.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>Pastorale italiana. La narrativa dell’attualità, ovvero: “Igor il Russo” è un personaggio di Philip Roth</title>
		<link>https://www.pangea.news/pastorale-italiana-la-narrativa-dellattualita-ovvero-igor-russo-un-personaggio-philip-roth/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Dec 2017 09:29:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cronaca, proprio quella dei media, alle volte diventa la narrativa migliore per raccontare lo stato dei tempi di un popolo. Penso a qualche mese fa, quando, a Milano, un imprenditore 65enne investe con lo scooter una bambina di 4 anni – salva nonostante un volo di qualche metro – e ha il “coraggio” di scappare. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pastorale-italiana-la-narrativa-dellattualita-ovvero-igor-russo-un-personaggio-philip-roth/">Pastorale italiana. La narrativa dell’attualità, ovvero: “Igor il Russo” è un personaggio di Philip Roth</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La cronaca, proprio quella dei media, alle volte diventa la narrativa migliore per raccontare lo stato dei tempi di un popolo. Penso a qualche mese fa, quando, a Milano, un imprenditore 65enne investe con lo scooter una bambina di 4 anni – salva nonostante un volo di qualche metro – e ha il “coraggio” di scappare. Ad acciuffarlo è la Squadra interventi speciali della polizia locale, cioè i Navy Seals dei vigili urbani. Hanno scoperto che viaggiava con scooter sequestrato, senza assicurazione e patente revocata. Tranquilli. È successo alle quattro del pomeriggio del 7 aprile, in serata lo hanno beccato e subito dopo era già a piede libero. Per avere giustizia in Italia ci voleva che uno di quegli “incursori” impazzisse e gli sparasse in testa. <strong>In contemporanea anche “Igor il Russo” – all’anagrafe il serbo Norbert Feher – è a piede libero (per la verità lo era già da un mese e, ovvio, lo è ancora oggi). La gigantesca caccia all’uomo con elicotteri, reparti speciali e mille uomini a inseguirlo, gli ha fatto una pippa, con addirittura tre carabinieri che lo hanno intercettato ma non hanno avuto il coraggio di provare a fermarlo.</strong> E con l’edizione bolognese del <em>Corriere della Sera</em> dell’11 aprile che quel giorno ha giocato tutti i suoi assi, chiamando in causa la “Criminologa d’Italia”, Roberta Bruzzone: “È un soggetto psicopatico e sadico che ha improntato tutta la sua vita su reati di matrice criminale, non disturbato affatto dal senso di colpa”. Pupi Avati: “Un contesto inquietante, che suggerisce e legittima le recitazioni orrorifiche”. La famosa che non lascia il territorio nonostante tutto: “E la sua Budrio, la città dove la scrittrice Simona Vinci ha deciso di vivere, ‘non deve chiudersi ma fidarsi di se stessa’”. E anche il presidente di Federcaccia: “Lo incontrai nel 2015 aveva un arco e la bici con la ruota a terra; io gli prestai una pompa”. Non sto scherzando, non mi permetterei mai: era tutto sulla prima pagina. Con il caporedattore che in botta d’adrenalina si sarà detto. Per fortuna che Giacomo Bulgarelli, da Portonovo di Medicina, è morto nel 2009, altrimenti toccava sentire anche lui. E adesso, per beccarlo, dobbiamo confidare che Igor incroci la Squadra interventi speciali della polizia locale di Milano, i Navy Seals dei Navigli. <strong>Ma o</strong><strong>ltre alla cronaca, sono i commenti sui social che diventano il perfetto corollario di pensatori che vogliono apparire dei novelli Philip Roth in versione italiana ma fanno la figura inconsapevole di Alvaro Vitali quando faceva le scoregge nei suoi film. </strong>Come in questi giorni. Su Facebook ho 5mila amici e cerco di “gestirli” tenendo conto, oltre di quelli in carne e ossa, dei miei molteplici interessi – editoriali, giornalistici, orologieri e di comunicazione – e la cosa funziona discretamente perché il “palinsesto” che ne viene fuori mi incuriosisce abbastanza. <strong>Domenica scorsa la notizia trasversale era il grave malore a Nadia Toffa, la brava inviata della trasmissione tv “Le Iene”. Su Facebook ci sono due post successivi.</strong> Gli autori sono due uomini. Il primo commenta la pubblicità di Pandora: “Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?”. Giustamente il primo amico scrive: “Altri luoghi comuni ne abbiamo?”. Subito sotto, però, c’è il post del secondo uomo che condivide la notizia di Nadia Toffa, grave, in ospedale, commentandola così: “Nadia non facciamo scherzi che sei pure carina!”. E la conclusione, drammatica, è che quelli di Pandora conoscono bene i loro polli. E che la realtà è meglio di un romanzo di Philip Roth.</p>
<p><em>Michele Mengoli</em></p>
<p><em>www.mengoli.it</em></p>
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