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	<title>poeti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 20 May 2026 04:37:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Poeti in ombra. Quasi un’elegia </title>
		<link>https://www.pangea.news/poeti-in-ombra-massimo-triolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 04:37:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Triolo]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[poeti in ombra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Figli dell’apostasia verso gli apodittici trionfi di una ragione tiranna e opaca, non offrono mai rosari di certezze ma rasoi di carezze&#160;–&#160;il fianco esposto alla spina venefica di uno snobismo becero e inamidato assieme. La loro parola è un diadema di stelle,&#160;un vagito di libertà contro il cielo pietrigno e una meridiana rotta nella notte [&#8230;]</p>
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<p>Figli dell’apostasia verso gli apodittici trionfi di una ragione tiranna e opaca, non offrono mai rosari di certezze ma rasoi di carezze&nbsp;–&nbsp;il fianco esposto alla spina venefica di uno snobismo becero e inamidato assieme.</p>



<p><strong>La loro parola è un diadema di stelle,</strong>&nbsp;un vagito di libertà contro il cielo pietrigno e una meridiana rotta nella notte più scura.&nbsp;</p>



<p>Ne&nbsp;<em>hanno</em>&nbsp;da dire, ma non sulle pertiche del progresso, senza sbracciarsi per difendere l’ovvio e il dozzinale che regnano nelle accademie.</p>



<p>Recano identità duplice se non plurima e si espongono allo squilibrio e alla revoca del canone e della misura. Ma se li chiamano “dionisiaci” un sorrisetto beffardo gli si disegna in volto: lo stesso di chi non scambia le conseguenze col destino.</p>



<p>Le loro parole furono e sono un mosto denso, fioritura di glicine, rosso trifoglio e corona, ma né di ulivi né di spine.</p>



<p>Il tempo è maturo per dirigere la loro arte nel grande viaggio verso il pieno di un giorno che sconfessa sobri usi e misure discrete. La notte, poi, è un lavacro di luna e di effluvi di gelsomini, raccolti nel verso loro con impressionismo poetico.</p>



<p>Fuori dal domato fuoco della civiltà, crapulano con gli eccessi senza mezzibusti per convitati o nevrosi da “like” nel carnaio dei luoghi convenuti essere propalazione e vantaggio.</p>



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<p><strong>Gatti neri nella notte nera, selvatici e senza padrone, sono un’anomalia eteroclita e una sciagura non sventata dalla normalità. Ludici e irriverenti, iconoclasti senza piglio ideologico.</strong>&nbsp;Spiriti in viaggio per le calanche e le verdi praterie di un’ossessione in sodalizio con una natura aspra e refrattaria; spaiati sempre, ma non col proprio intimo, fuori orario (come il genio ginevrino libero da catene infiorate), e in accordo per un pugno di risate non villane ma abrasive dello stante e del circostante.&nbsp;</p>



<p>Per loro una stanza può essere il pazzo caleidoscopio dell&#8217;incommensurabile universo, e la vista più ampia e sublime un chicco di grano. Non sono ideali numeri o matricole a distinguerli (come di fatto lo sono per la quiddità dei poeti di successo), non essendo assoggettati al mercato dell’uguale, ma tali da rimanere identici alla propria “protostoria” di vinti gaudenti e vincitori fuori dalle regole dettate dai vincenti. “Religione piena è il gran poema che itera amore;/ come ogni poesia dev’essere inesauribile e completa…”, con punti in cui ci si chiede perché il poeta ha “fatto questo” e soprattutto: “non si prega una menzogna, diceva Huckleberry Finn;/ né si può poetarla. È lo stesso specchio,/ che, mobile, angolato, chiamiamo poesia,/ fisso al centro,/ chiamiamo religione,/ e Dio è la poesia còlta in ogni religione&nbsp;–&nbsp;còlto, non imprigionato&#8230;”. Era un poeta sopraffino a dirlo.&nbsp;<strong>E quella dei poeti in ombra è poesia che rasenta la religione ma senza culti né genuflessioni,</strong>&nbsp;né preghiera in senso stretto, solo con un senso del sacro nudo come un’ostia e viscerale come una bruciante impellenza.</p>



<p><em>Senza</em>&nbsp;vessilli, i poeti che san fare poesia, e non vessilliferi d’alcun privilegio nodale o partorito di fretta da una&nbsp;<em>weltanshauung</em>&nbsp;addomesticata da cataratte di grigiore e noia&nbsp;–&nbsp;che consumano come si consuma il rame alle intemperie, per poi far cogliere il “prima” nel dopo e un “dopo” senza appelli nel ricordo di ciò che era.</p>



<p>Non hanno giardini ma terra polverulenta e cortili bagnati di sole e fanciullezza, poesie dalle ginocchia sbucciate, prati puniti dal vento, stagni e non laghi, luoghi minori ma senza posa calati nella poesia: struggenti, solitari nella propria lotta contro la miseria di sguardo che affligge uno stupore domestico, anodino e indirizzato solo a ciò che è eclatante.&nbsp;</p>



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<p><strong>Sono esonerati dalle guide turistiche che muovono torme di polli d’allevamento verso la letteratura dei giardini ben curati,</strong>&nbsp;delle aiuole fiorite e di un “genio” per la banalità che rasenta l’astrazione.</p>



<p>Non hanno posti in prima fila davanti ai prodigi delle eterodirette forme del far villania della poesia e chiasso del vuoto più spinto&nbsp;–&nbsp;con tanti e talmente pallidi temi circospetti e ispettivi, riverenti e ginnasti di stupidità!</p>



<p>Costoro non hanno l’odio di chi ride, ma quello verso chi ride per odio. Continuano a svettare fuori dalle paludate scuole di chi ossequia l’antonomasia degli “arrivati”.</p>



<p>Prodigano cure a dettagli minimi, hanno l’estro della sfumatura ma non imburrano la tartina, sono scostanti come specchi che rendono inverecondamente la necrosi morale di chi si pavoneggia per mestiere e lo fa sotto lo strabismo omaggiante di predicatori e giornalisti, recensori e opinionisti.&nbsp;</p>



<p>Vedono oggi un degrado che sfiora l’infamia, pure non vendono soluzioni o abbecedari etici, semplicemente hanno cura, con pudica grazia, di ciò e di chi non si cura di quella schiera.</p>



<p><strong>Posseggono una voce sottile come la pellicola di uno specchio d’acque, ma è così bello veder posarsi su di essa la libellula…</strong>&nbsp;Non alzano i toni nel chiasso delle opinioni e delle consorterie e hanno sorrisi simili a ferite aperte su volti di bambini.</p>



<p>Nessuno detta la loro agenda, nessuno li coopta né gli conferisce lauro e gloria, e forse è per questo che il loro silenzio rasenta l’arte e la loro parola tuona nel silenzio di fatto di tanti aedi da quattro soldi premiati dal peana generale.&nbsp;</p>



<p>Sanno i veri poeti d’esser poeti, fino alla sottigliezza di dimenticarlo.</p>



<p><strong>Massimo Triolo</strong></p>



<p><em>*In copertina: Gaetano Previati, Studio per “Maternità”, 1890-91</em></p>
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		<title>All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a immaginare rivoluzioni letterarie…</title>
		<link>https://www.pangea.news/luoghi-cultura-franco-acquaviva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 05:19:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Acquaviva]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti, cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale d&#8217;aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente? Mancano le persone?&#160;Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione non sui “libri” (a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti, cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale d&#8217;aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente?</p>



<p>Mancano le persone?&nbsp;<strong>Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione non sui “libri” (a questo basta Radio Tre), ma sul mondo che i libri sollecitano in ciascuno entro un tempo libero da sovrastrutture comunicative;</strong>con qualcuno che possa con noi trasvolare non solo su titoli e autori più o meno noti, ma su epoche, critica, autori totalmente sconosciuti e magari avventurosamente scoperti, raccontandosi a vicenda storie di caccia che vedono protagoniste librerie segrete nascoste nelle pieghe di centri storici, di piccoli paesi, mimetizzate da cartolerie o mercerie di cinquant&#8217;anni fa ed esibenti fior di volumi fuori catalogo perfettamente intonsi e anzi incellophanati, dentro un cestone posto a lato dell&#8217;ingresso, come residui di un passato glorioso, e poi, dopo cernita attenta, trasportati con una specie di frenesia gioiosa sul banco, residuato anch’esso, ma bellico, davanti al vecchio titolare odorante di antitarme per lana?</p>



<p>Oppure ci si vorrebbe confessare desideri da collocare in un orizzonte di attesa di una qualche grande letteratura, o magari in nessun orizzonte di attesa se non quello della cena, ma almeno preceduta da una caduta vertiginosa nei reciproci vortici critici e analitici in prosa o in versi, passanti per silenzi complici, per pause d&#8217;intesa?</p>



<p>Si tratta a ben vedere della vecchia necessità di poter contare su un amico (o su un gruppo di amici) con cui stare a racconto su cose che la veglia continua al consumo ricaccia nelle pieghe dello stato depressivo, e che dunque devono essere estirpate o nascoste nello sgabuzzino dei materiali di risulta impresentabili&#8230;</p>



<p>D’altra parte, non volendo eleggere ad argomenti degni le cose della vita di tutti i giorni o i programmi serali in tivù o dello sport che cosa si può fare che ci induca a esorbitare da ogni ragionevolezza e buon senso mercantile?</p>



<p>Poco o nulla, in effetti.</p>



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<p>Si può tutt’al più sfiorare qualche tema spinoso, salvo poi vederlo precipitare nel taschino dimenticato dell’imbarazzo con cui ci si saluta guadagnando l’uscita con osservazioni sul meteo sempre più scientificamente improbabili, per giunta aggiornabili di secondo in secondo sul web, dunque coeve all’osservazione diretta e perciò perfettamente inutili o, al più, equivalenti al dorso di mano sporto in fuori.</p>



<p>Dovremmo farci parlanti ripetitori indeterminati del flusso magmatico delle informazioni che grondano da ogni dispositivo? Estensioni di software umane (si spera, ancora), con variante di matrice linguale e salivale?</p>



<p>Sarebbe meglio di no, sarebbe meglio farsi parlanti di linee di faglia, di sommovimenti dialettici, di subbugli filosofici, di concrezioni di domande irrisolte, di aperture al coraggio del dubbio. Sarebbe meglio usare la lingua parlante come strumento di scavo fra persone che si guardano negli occhi cadere ogni difesa, ogni senso di opportunità, ogni necessità di rappresentanza, ogni diagramma di potere implicito nel discorso e nelle posture fisiche-vocali sue proprie.</p>



<p><strong>Uno per esempio legge i&nbsp;<em>Ritratti italiani</em>&nbsp;di Alberto Arbasino (è quanto sta accadendo all&#8217;estensore di questo articolo – ci si perdoni gli involontari calchi di un grande) e ci ritrova le trattorie, i ristoranti, le case, le camere, le piazze, i teatri, i caffè, dove il confronto tra menti pensanti è continuo e tesse un reticolo di intuizioni, idee, invenzioni, improvvisazioni.&nbsp;</strong>D’accordo, erano altri tempi. Ma così lontani che sembra naturale sia venuto il momento di riavvicinarli. Così come si fa delle vecchie mode, o musiche, che di colpo appaiono nuovissime.</p>



<p>Come?</p>



<p>Le persone si nascondono dietro i tavoli e gli schermi di casa. Tolte le occasioni culturali pubbliche di un certo interesse (nella provincia della provincia nella quale vivo molto poche in verità), non esiste nulla, men che meno i caffè, se non come mera succursale della pratica degustatoria che imperversa a ogni livello (assaggi e spuntini, cucina molecolare e tonni vitellati, stuzzichini e apericene apriticielo con tutta quella roba distesa sui tavoloni che ci si sputacchia su e aperòl), e spegne i residui moti di pensiero nelle infinite varianti degli accostamenti gourmet.</p>



<p>Non solo, ma la pianificazione ha i metri cubi contati. Ogni tavolino deve rispondere alla misura metrica minima del movimento umano funzionale, non permettere esondazioni gestuali, se non quelle debitamente finalizzate al manovrare le posate o il bicchiere (in pizzeria, ad esempio), e anche lì: la linea aggettante&nbsp;&nbsp;del gomito esteso nell&#8217;atto di portare il bicchiere alle labbra ecco sfiorare lo spazio vitale del tavolo vicino, entrare nello schema degli sguardi casuali senza accoglienza o complicità ma solo con subitaneo imbarazzo. Perché la vicinanza imposta per calcolo catastale non può essere la stessa della vicinanza improvvisata sul caso di uno sfioramento di sguardi e gesti: insomma la distanza crea l&#8217;occasione della vicinanza, la vicinanza coatta fa sorgere il disagio della programmazione, o al massimo un sorrisino d&#8217;imbarazzo per aver visto i denti del dirimpettaio mostrarsi nelle masticature in corso d&#8217;opera o per lo scivolare a latere dello zaino sulla caviglia affianco impostata alla correttezza&nbsp;ortopedica&nbsp;della seduta.</p>



<p>Dunque, come?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="781" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet-1024x781.jpg" alt="" class="wp-image-106460" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet-1024x781.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet-768x586.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet-600x458.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Vernissage-della-mostra-22Dada-Max-Ernst22-alla-libreria-Au-Sans-Pareil-Parigi-2-maggio-1921.-Parigi-Bibliotheque-litteraire-Jacques-Doucet.jpg 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Vernissage della mostra <em>Dada Max Ernst</em> alla libreria Au Sans Pareil, Parigi, 2 maggio 1921</figcaption></figure>



<p>Ma scappando da queste mecche del sovrappopolamento ingerente o ingestionale o digestimolante, dove per giunta la lettura del menù è quasi simultanea al pin digitato sul pos, tanto il ragazzo ti sta addosso che vuole si liberi il tavolo per la coppia entrante (sì, come le settimane degli appuntamenti di lavoro), e tu ricorderai più le parole della lista che quelle su cui dovevi costruire liste di temi e di consigli di lettura da scambiarsi nel luccichio delle posate operanti in pietanza, pia danza di tagli e imboccature, spiate però sempre dal cameriere in disparte (con arte, bisogna ammettere)&#8230;</p>



<p>E, aggiungerei, per andare dove?</p>



<p>Infatti, non lo sappiamo.&nbsp;<strong>L’amico poeta mi ha chiamato dicendomi che sta arrivando, ma è un appuntamento volante il nostro, a seconda di dove ci troveremo in qualche punto dello spazio tempo di qui al futuro immediato, lì troveremo il modo di comunicarci le coordinate; del resto la posizione con Whatsapp è precisa al metro quadro, non ti può mancare.</strong>&nbsp;È come la battaglia navale che si giocava da bambini con foglietti coperti e schema a rete parallele e incrociate: F5 e zac! ti ho individuato. Qui non si tira mica a indovinare però, si apre il programmino ed è fatta, come far “ciao ciao” dalla superficie della terra verso l&#8217;alto, subito individuati dal cecchino satellitare – come può mancarti e mancare lui, l’amico poeta, all’appuntamento, con il suo aiuto?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sta di fatto che adesso sono impegnato in una infinita querelle con l&#8217;ufficio clienti di un negozio di elettronica, e non posso muovermi da lì, in che punto sarà lui ora su Maps, quale traiettoria starà seguendo?</p>



<p>E bisogna ancora risolvere il problema del dove andare.<br>Ho sempre percepito i bar dei centri commerciali come dei luoghi di assoluto passaggio; non c&#8217;è nulla da vedere dalla prospettiva del tavolino, se non schiene, nuche, gomiti di chi sta insaccando la spesa alla fine del tapis roulant della giostra comandata dalla signorina in grembiule. Oppure si viene abbagliati, inseguiti, scovati, dalla luce continua in schermata spiovente dalle lontanissime capriate e dai controsoffitti. Non mi ero mai soffermato sul fatto che in quei posti c&#8217;è bivacco di gente. Tornandoci, vedi le stesse facce e noti che sui tavoli non ci sono segni di consumazione. Dapprima la cosa ti appare insignificante; un&#8217;altra volta invece capita che il piccolo-borghese fascistoide razzista che pure in te in qualche modo alberga si lamenti del fatto che se volesse sedere per consumare un&nbsp;<em>quaicoss</em>&nbsp;non troverebbe posto, e dunque via questa gente che occupa senza diritto, ché poi son tutti veci bamba, con gozzi, gobbe e tripli menti e la decadenza della carne evidente su tutti le parti di pelle visibili, perciò smammare!</p>



<p>Poi, un&#8217;altra volta ancora, più rilassato, dopo aver chiuso in gabbia il membro interno urlante in manganello, avendo trovato un posto, avverti: aria (certo, artificiale, ma calda – fuori c&#8217;è meno due), nessun cameriere che ti importuna, spazio tra i tavoli, peraltro liberamente spostabili, brusio di fondo diffuso, non singole voci con il loro importuno gracchiare, ma un rumore bianco consolante, quasi protettivo.</p>



<p><strong>Prospettive? Dovunque ti volti puoi inquadrare: campo medio verso le casse, piani americani degli avventori, campo lungo e lunghissimo verso le uscite, addirittura possibilità di piano sequenza ininterrotto ruotando sulla sedia di 180 gradi (ma anche di tre e sessanta).&nbsp;</strong>Non ci avevi mai pensato, eppure, ecco, intuizione: qui darai appuntamento all&#8217;amico poeta.</p>



<p>******</p>



<p>Siamo stati due ore, seduti alla periferia della parte più densa della costellazione casuale dei tavolini.</p>



<p>Agio totale, potevi urlare (dovevi, per sovrastare il brusio) senza che nessuno sentisse quello che dicevi; potevi cambiare posizione alla sedia, spostare a volontà il tavolino di metallo (leggerissimo); cambiare punti di vista, andare e tornare dal bancone con le consumazioni. Sembrerà strano dirlo, ma la mia concentrazione è migliorata, il pensiero si è sbrigliato, la fantasia si è messa a galoppare; volendo, avrei potuto alzarmi in piedi e fare un balletto, ne avrei avuto agio e spazio, e nessuno si sarebbe stupito.</p>



<p>Dov&#8217;eravamo? Lo dirò in un orecchio. All’esselunga – sì. Ma con la&nbsp;<em>e</em>&nbsp;minuscola, come fosse un bosco, una piazzola, una radura, un’area pic-nic; un’esselunga.</p>



<p>E mi è venuto questo pensiero, bislacco.</p>



<p><strong>E se potessimo immaginare che lì, proprio lì, avrebbero agio di nascere le nuove discussioni, le nuove battaglie culturali, le nuove riviste, le nuove-star-lì-a-fantasticare-in-gruppo, rivoltando dall’interno la logica consumistica che invade, privatizza, sequestra gli spazi pubblici brandizzandoli?</strong>&nbsp;Appropriarsi degli spazi privati, brandizzarli in proprio sbrandizzandoli, allargando il minimo margine di funzione pubblica prevista e concessa dalla logica del consumo su larga scala per renderli veramente pubblici, questi spazi?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E se poeti, romanzieri, critici, attori, registi, musicisti, compositori, cineasti, pittori, performer, artisti visivi, insieme a barboni, perditempo, ubriaconi,&nbsp;flâneur, storti, disgraziati, disagiati, gente stufa ci prendessero casa?</p>



<p><em>Allons enfants de la&nbsp;</em><em>poésie&#8230;</em></p>



<p><strong>Franco Acquaviva</strong></p>



<p><em>*In copertina: André Breton, René Hilsum, Louis Aragon, Paul Eluard con DADA #3, gennaio 1919 © Paris, Bibliothèque littéraire Jacques Doucet</em></p>
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		<item>
		<title>Diffidare dei poeti vivi</title>
		<link>https://www.pangea.news/diffidare-dei-poeti-vivi-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 05:14:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dei poeti vivi diffido – sono a mio agio coi defunti. I poeti morti. Che ti spezzano il cuore. Come recita la canzone.&#160; Atto disumano, umanizzare la poesia. Rivelare il volto del poeta. Se non è velare due volte. Se non l’ha in dote – il volto da poeta.&#160; * Ho scritto a un poeta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dei poeti vivi diffido – sono a mio agio coi defunti. I poeti morti. Che ti spezzano il cuore. Come recita la canzone.&nbsp;</p>



<p>Atto disumano, umanizzare la poesia. Rivelare il volto del poeta. Se non è velare due volte. Se non l’ha in dote – il volto da poeta.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ho scritto a un poeta vivo. L’editoria lo vuole poeta morto – sostiene.</strong>&nbsp;Traduco, anni addietro, un drappello di suoi versi. Afferiscono – e fioriscono, feriscono – a una raccolta che ha l’avvenenza efferata di un salmo. Ne fantastico la pubblicazione. Il poeta vivo – paria in patria – mi scrive. E il suo fervore è umano, troppo umano – per me. Mi disorienta. Disarciona i pensieri. Il lirico si fa uomo. Il poeta è vivo – e m’inquieta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="829" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433-1024x829.jpg" alt="" class="wp-image-102732" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433-1024x829.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433-300x243.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433-768x622.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433-600x486.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2024-03-26-142433.jpg 1207w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Ho conosciuto un poeta vivo. Dita, porporate, stringono un Rilke a mo’ di breviario. Poesia e preghiera. Poesia è preghiera.</strong>&nbsp;Asserisce – senza articolare verbo. Serrato nella muta liturgia dei gesti. Pare estraneo alla terra. Ma prossimo al deserto. Ho incrociato, dapprima, la sua poesia. Votata all’uomo, consacrata a Dio. Invisibile nel visibile. Il poeta scandaglia il mondo con iride sacro. Il poeta è un profeta – vivo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ho parlato a un poeta vivo. Occhi da sioux dominano il volto increspato di versi – corpo d’albero, mani da capo dei lupi.</strong>&nbsp;Capelli inargentati – a ornare il cranio come penne d’aquila. Ebbro, l’estro – pare un Dylan Thomas etrusco – e caratura da divo del cinema, a slegarne la posa. Poesia, la sua, di parole-cannibali – inaccessibili, sfuggenti –, avviluppano letali, fetali, fatali. A divorare la poesia per la poesia. Poeta di capodogli e capitani, linee d’ombra e marinai, foglie d’erba e Frankenstein. Compone e traduce, rotea il verbo in un’ellisse – è un poeta-Ulisse.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ho osservato dei poeti vivi. Nel loro vivere da poeti. Alle opere, di solito, antepongo le biografie. Stavolta, il canone si rivolta.</strong>&nbsp;Prima la poesia – dirompe educata. Poi il poeta. A volto scoperto – velato e ri-velato, al contempo, dalla parola. Il poeta è vivo, il suo verso vivido.&nbsp;</p>



<p>Ordinata torma di poeti urbani mi si staglia fra le ciglia, di vocazione corsara e cortese, composta ed opposta – eterogeneo, l’universo dei versi, traversi. Scorgo poeti di mondo, scevri dal mondano. Un motivo beat batte sul crinale nord dell’Urbe. Capitolino, il salotto-librario si fa giungla di lettere – capitola, il poeta per il poeta. Selezione naturale del verbo metropolitano.&nbsp;</p>



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<p><strong>Così reali, questi poeti vivi, da assurgere a una guglia metafisica. La tangibilità nel poeta pare massima nella sua assenza.</strong>&nbsp;L’autenticità degli individui mi spiazza – l’inautenticità della poesia mi conforta. Non c’è verità nella poesia. Per fortuna. Nella sua forma rarefatta, è artefatta. In questo esile consesso fungo da intruso, sono il refuso di questo ritrovo. Ad animarne le fila, scopro, è Edoardo Piazza – poeta di Esperidi e civette urbane –, a margine, illumina sul senso dell’incontro, questione di necessità, per dare ‘una casa alla poesia, un approdo concreto’. Ho sempre contemplato l’ala immateriale della poesia. Eppure – banale a dirsi – a dimorarvi dietro è l’uomo, e dietro l’uomo palpita un’urgenza d’identità, di patria. Una patria poetica. Questa dislocazione fisica del verso appare cosa ordinaria – non lo è. Ho l’impressione che salti davvero ogni schema. Che il poeta resti privo del suo guscio. Pare sdrucciolevole, il terreno ‘corporeo’ della poesia – scivolare nel buonismo, nell’empatia di foggia deteriore, è un attimo. Ma la poesia, in fondo, vive solo nella forma della poesia. È armata contro la basica spontaneità del mondo. In cui tutti scrivono poesie. Tutti si dicono poeti. Vivi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Un poeta vivo è morto. Apprendo, aprendo le notizie, giorni fa. È giovane – per sempre, adesso. Non lo conosco, ma lo conosco, ma non rammento.</strong>&nbsp;Il dispositivo social che dispone di me, si premura di ricordarmi i miei ricordi. Un libro nero, minuto, estraneo al ramo commerciale dell’editoria, è giunto fino ai suoi occhi di poeta. Un carteggio a senso unico, ossessivo, Cristina Campo verso Alejandra Pizarnik – l’abbiamo pubblicato tempo fa. Ha la delicatezza di scriverne, di scrivermi. Riporta, in calce, a mo’ di orazione,&nbsp;<em>La Tigre assenza</em>&nbsp;– riletta, è già presenza. Un poeta morto è vivo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="801" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani-801x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102733" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani-801x1024.jpg 801w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani-235x300.jpg 235w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani-768x982.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani-600x767.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/mani.jpg 845w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ascolto un poeta vivo. Mentre passeggio, flâneur fra i dedali di Roma – città-lupa che pasce il dolore di tutti. Canta i poeti vivi e i poeti morti. In dote, ha il volto da poeta – caratura da cantautore, tono da angelo inquieto, voce di quarzo. Ne usucapisco la leggerezza tenace dei versi, l’umorismo arrotato della romanità.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I poeti morti ti spezzano il cuore</strong><br><strong>I poeti morti non tagliano il pane&nbsp;</strong><br><strong>Non portano il cane, non hanno tatuaggi</strong><br><strong>I poeti vivi hanno gli aggettivi</strong><br><strong>Per gratificare i nuovi primitivi</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Dei poeti vivi diffido – ai poeti vivi mi affido.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>



<p><em>*Il 16 marzo alle ore 16.30, a Roma, presso il Caffè letterario Horafelix, si terrà l’incontro “Poesia corsara”, con la partecipazione di Pangea (per info: horafelixroma@gmail.com)&nbsp;</em></p>



<p><em>*In copertina e nel testo: fotografie di mani di Alfred Stieglitz</em></p>
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		<item>
		<title>“Maledetti i poeti che se ne vanno prima del tempo…”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-maledetti-i-poeti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 03:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Ensemble]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si scrive a volte per dissipare un destino; per veder riflesso il proprio amore nello specchio degli occhi dell’altro. Ma spesso ciò non basta. Così, con una lettera di fuoco e fiamme che mai verrà resa pubblica, Abigail, l’amata musa del poeta Carl, stravolge le carte in tavola, e per via di un equivoco, rimette [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si scrive a volte per dissipare un destino; per veder riflesso il proprio amore nello specchio degli occhi dell’altro. Ma spesso ciò non basta. Così, con una lettera di fuoco e fiamme che mai verrà resa pubblica, Abigail, l’amata musa del poeta Carl, stravolge le carte in tavola, e per via di un <em>equivoco</em>, rimette tutto in gioco. Il fatto è sconvolgente. Di quelli che solo i grandi scrittori poterono mettere in pratica, affidandosi al pensiero, se non all’azione, di un amico fidato.</p>



<p>Si è predestinati, nello scrivere, a mantenere vivo un fuoco oramai raro e prezioso. Ma si è davvero scelti da un assoluto istinto nell’estinguere quelle stesse lettere d’amore, bruciandole, o cancellandole definitivamente con due click. Insomma, sono state liberate delle lettere. Ne esisterà ancora traccia?</p>



<p>L’incendio si è compiuto in una notte. Per colpa, o grazie a un <em>equivoco</em> svelato, nasce questo romanzo.</p>



<p>Dopo <em>Lettera da Noversch</em>, Giorgio Anelli ha scritto una nuova storia. La seconda di quella che un giorno rappresenterà una trilogia. <a href="https://www.edizioniensemble.it/prodotto/maledetti-i-poeti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Maledetti i poeti</em> </a>è un romanzo d’amore. Un romanzo epistolare. Una storia sulla poesia e sui mille agguati che essa comporta; facendo i conti con se stessi: guardandosi profondamente in uno specchio, per compiere la scelta decisiva e definitiva: rimanere degli scribacchini al servizio del mercato, o puntare all’immortalità?</p>



<p>***</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Non saprei dirvi l’acqua.</em><br><em>Mi sento preceduto, mi sento seguito dall’acqua,</em><br><em>sferza il cuore.</em> </p>
<cite>Benjamin Fondane</cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Urge la scelta tremenda,</em><br><em>dire sì, dire no</em><br><em>a qualcosa che so.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>
<cite>Clemente Rebora</cite></blockquote>



<p><em>Fu davvero un fatto eccezionale il ricordo di un poeta ai più misconosciuto. La morte che tutto toglie e nulla risparmia per </em><em>una</em><em> </em><em>volta</em><em> </em><em>dava</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>vita,</em><em> </em><em>rendendo</em><em> </em><em>immortali</em><em> </em><em>le</em><em> </em><em>spoglie</em><em> </em><em>umane </em><em>di chi sovvertiva il mondo con un verso; rendendo a tutti vivido il tormento di parole vergate a mano su un foglio. Tutti – di colpo, inaspettatamente – sapevano della sua esistenza; del respiro di John, di quella malata ossessione che si dice scrivere; di quel suo guizzo improvviso che lo allontanava dall’era presen</em><em>te,</em><em> </em><em>proiettandolo</em><em> </em><em>subitamente</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>tempi</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>parlavano</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>altri </em><em>mondi, e gli confidavano quel che veramente valeva la pena di </em><em>vivere.</em><em></em></p>



<p><em>La</em><em> </em><em>notizia</em><em> </em><em>della</em><em> </em><em>morte</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>John</em><em> </em><em>era</em><em> </em><em>giunta</em><em> </em><em>fino</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>lui.</em><em> </em><em>Che</em><em> </em><em>il </em><em>suo più grande amico, poeta, fratello, si fosse sfracellato giù da un ponte tra i sassi e la corrente di un fiume di montagna, non poteva lasciarlo indifferente. Carl non si capacitava di quanto era accaduto. Torcendosi disperato le mani, piangeva, urlando </em><em>a</em><em> </em><em>più</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>posso</em><em> </em><em>tra</em><em> </em><em>le</em><em> </em><em>mura</em><em> </em><em>della</em><em> </em><em>stanza-studio.</em><em></em></p>



<p><em>Quella</em><em> </em><em>morte</em><em> </em><em>rimbalzava</em><em> </em><em>da</em><em> </em><em>uno</em><em> </em><em>schermo</em><em> all’altro:</em><em></em></p>



<p><em>«John</em><em> </em><em>Barleicorn,</em><em> </em><em>il</em><em> </em><em>noto</em><em> </em><em>poeta</em><em> </em><em>italiano,</em><em> </em><em>si</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>tolto</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>vita </em><em>buttandosi da un ponte romano a Noversch. La notizia ha fatto subito il giro della nazione, e l’</em><em>ANSA </em><em>riporta pure segnalazio</em><em>ni</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>Sudamerica,</em><em> </em><em>dov’era</em><em> </em><em>tanto</em><em> </em><em>conosciuto</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>apprezzato».</em><em></em></p>



<p><em>Con</em><em> </em><em>mano</em><em> </em><em>tremante</em><em> </em><em>Carl</em><em> </em><em>strinse</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>bottiglia.</em><em> </em><em>Si</em><em> </em><em>versò</em><em> </em><em>un </em><em>goccio, lo buttò giù, e poi scagliò il vetro contro il muro.</em><em></em></p>



<p><em>«Ma come!» disse «nessuno ti conosceva; e ora che sei mor</em><em>to, tutti parlano di te?».</em><em> Carl urlò ai muri: «Maledetti! Maledetti i giorni nei quali vi ho incontrato e conosciuto! Maledetti voi, maledetti tutti!». Bevve quasi tutta la notte, sconvolto, tremendamente irre- quieto. D’un tratto, rovistò tra le tasche dei pantaloni e il portafoglio, fino a quando trovò un foglio sporco e appuntato, che diceva pressappoco così:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong><em>“</em>Maledetti i poeti che mi voglion santo<br>Maledetti i poeti che se ne vanno prima del tempo<br>Maledetti i poeti che mi han preso con loro<br>Poiché condividiamo la medesima sorte<br>E non ne possiamo fare a meno…”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Lys è tornato. Gli cammino accanto. La sua irruenza non mi è nuova. Dopo aver visto più e più volte la meraviglia del- la foce del Toce che s’immette nel Maggiore, a Verbania, là dove forse un giorno andrò ad abitare, per una volta ancora ritorno alle origini; lassù, dove tutto è cominciato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="390" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791255710844.jpg" alt="" class="wp-image-101096" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791255710844.jpg 390w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791255710844-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></figure>



<p>Ho raggiunto la pace, il fresco, qui a Gressoney, fuggendo da mesi caldissimi. Lys prorompe tra i massi bagnati, eccita l’istinto. Ma più dell’acqua, sono le rocce delle montagne immortali a reggere il mio impatto. Lo spettro di Sofia è svanito. Sofia forse è morta… Fu “musa del disincanto”. Ne ho lasciato traccia scritta – dei frammenti – da qualche parte nella stanza-studio.</p>



<p>Di lei è rimasto un anello: l’albero della vita a sigillare nell’argento un’aristocrazia della forma alla quale continua- mente tendere nella scrittura.</p>



<p>Ho esorcizzato il suo spettro. La sua malìa non mi tocca affatto.</p>



<p>Sarò degno di queste parole?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Musa</strong><strong> </strong><strong>del</strong><strong> </strong><strong>disincanto</strong><strong></strong></p>



<p>Caro Carl,</p>



<p>se finalmente mi decido a scriverti è perché sono ferita da un’assenza non prevista. Il tuo andartene improvviso ha causato in me turbamento. Mi ha reso sciocca ai tuoi occhi. Mi ha fatto capire quanto tu ci tenevi sul serio. È vero, probabilmente me la sono andata a cercare, ho tirato troppo la corda; ma, in fondo, quali aspettative avevamo l’uno sull’altra?</p>



<p>Non ho mai avuto il coraggio di rispondere alle tue lettere, nonostante ti dicessi il contrario. In ciò sta la mia paura: quell’indole asimmetrica di donna devota ai suoi figli, ma timorosa di tutto. Compitamente, sono una donna forte. Hai avuto modo di saggiarmi abbastanza. Io, che mi sono sempre dovuta sobbarcare tutto sulle mie spalle. Io, forte e randagia… stanziale. Per quel lavoro che mi obbliga a rimanere <em>chiusa</em>, fors’anche in me stessa, nella valle che hai sempre amato, e che ora rinneghi, allontanandoti da me.</p>



<p>Mi chiedo spesso dove tu possa essere andato. Volevo forse tenerti tutto per me… Qualcosa, fin da ragazzi, ci ha sempre attratto. La responsabilità è mia. D’altronde, a me piace giocare. Essere quella che nel giro fa casino, deborda, eccede. Il fatto è che ce la stavi quasi facendo. Eri riuscito a insinuarti talmente tanto nella mia mente, che non potevo più fare a meno di pensarti. Eri diventato la mia ossessione. L’uomo d’amare e ingannare. Forse, persino tradire.</p>



<p>Da quando te ne sei andato ho ripreso a bere. Più di prima. E so che dirtelo non servirà a farti tornare. Allora magari m’illudo che, scrivendoti, possa stringerti ancora una volta a me.</p>



<p>In fondo ti ho proprio ingannato. Ma ho preso in giro anche me stessa, illudendomi di poter essere libera una volta nella vita di provare qualcosa di diverso dall’euforia, ovvero la gratitudine nei confronti di qualcuno.</p>



<p>Eppure, te lo dissi, mi spaventavi. Non meritavo quell’attenzione. Sebbene mi facesse piacere. La tua pacata insistenza, soprattutto. I tuoi versi; quelle poesie che mi dedicavi e che sono ormai immortali. Quei libri che hai scritto per me. Soprattutto l’ultimo, quello dell’addio.</p>



<p>Molto prima che tu mi chiedessi di diventare la tua musa, già provavo qualcosa. Io che mi sentivo preda di forze avverse; che avevo già vissuto; che avevo girato il mondo con mio padre. Un padre-padrone che al di là di tutto mi ha insegnato molto. Io che ho sempre preso la vita a schiaffi. Io, che mi credevo una donna forte, ho incontrato un poeta. Ero convinta che la mia cultura mi permettesse di reggere il confronto col tuo sguardo. Ebbene, mi sbagliavo.</p>



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<p>La mia vita è sempre stata dura, e non ho mai avuto il tempo di lamentarmi. Sebbene ogni tanto, di nascosto, pianga. La mia vita voleva essere tua, anche se aveva già deciso in maniera differente. Tu eri l’uomo che aspettavo a ogni stagione. Sì! Ti aspettavo sempre. Non te l’ho mai detto. Egoisticamente riempivi i miei vuoti. Ma fu quando urlasti, nella notte come un lupo, che il mio cuore venne trafitto insieme a tutta la valle. La notte era finalmente squarciata. Sapevo ormai che qualcuno osava quanto e più di me. Sapevo che qualcuno della mia stessa tempra urlava la medesima disperazione. E quell’urlo rimbombava tra la neve e le rocce, crepando il ghiaccio delle mie lacrime. Almeno a te era permesso farlo. Uno straniero giungeva a rompere la monotonia di un paese fin troppo chiuso. Un poeta varcava la soglia. E io mi sono riconosciuta.</p>



<p>Dove sei Carl?</p>



<p>Se volevi darmi una lezione, ci sei riuscito.</p>



<p>Torna.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Carl Spitzweg, Il povero poeta, 1839</em><em></em></p>
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		<item>
		<title>Il poeta è stato sostituito dallo “specialista”, l’eroe dal manager. Riflessioni sulla fine di un mondo, tra Musil e Bob Dylan</title>
		<link>https://www.pangea.news/musil-bob-dylan-fine-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 05:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Speer]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Soldi]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[eroi]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Musil]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913».</strong></p>
</blockquote>



<p>Con queste parole inizia <em>L’uomo senza qualità</em> di Robert Musil. Una semplice osservazione climatica diventa il pretesto per passare l’intero universo attraverso le lenti del microscopio tecnico. Il vento, a lungo rappresentato come un ineffabile soffio che stabilisce il destino di pastori e marinai, diventa un «minimo barometrico» che avanza sull’Atlantico, determinazione geopolitica di un oceano che il poeta aveva sempre visto blu e infinito. Isoterme e isotere si «comportano a dovere», rispondendo a standard precisi e prevedibili: la loro curva è la restituzione grafica di imperituri movimenti atmosferici che devono essere compresi – penetrare la numerologia del mondo significa possederlo. La temperatura dell’aria, presa come dato a sé, non ha alcun valore, se non quando è messa in relazione a una media annua. Il sorgere e il tramontare del sole, arbitrio di imperscrutabili divinità, così come le fasi di luna e pianeti, corrispondono ora al potere del numero, obbediscono a una legge vergata su registri razionali – calcolo numerico, statistica, parcellizzazioni della vita e delle sensazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="641" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-641x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98918" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-641x1024.jpg 641w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-600x959.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678.jpg 676w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></figure>



<p><strong>È una bella giornata d’agosto dell’anno 1913 e il mondo è cambiato: attraverso l’alambicco dell’osservazione scientifica, le cose non sono più le stesse di prima. Di più, le cose non sono più semplicemente cose; o forse, al contrario, diventano per la prima volta <em>semplici</em> cose.</strong> Poi, quando tutto sembra perduto, sclerotizzato in una visione fredda e calcolante, ecco che una forza riluce tra le righe. Dall’incontro di due dati ha origine un’inedita comprensione del mondo: isotere e isoterme iniziano a “comportarsi”, assumono capacità di essere senzienti, personificazioni arcane. La luna ruota intorno alla terra, il sole sorge e tramonta; l’anello di Saturno si muove silenzioso, le fasi dei corpi celesti, come in un giroscopio cosmico, seguono la loro rotta con precisione millimetrica. L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si sovrappongono, si intrecciano nella filigrana dei numeri. Il vapore acqueo ha la tensione massima, l’umidità atmosferica è scarsa: la chimica è in equilibrio, gli elementi attendono in soprafusione – quiete o tempesta, vita o morte procedono dai numeri. Una nuova bellezza è annunciata e tutto nasce e torna in una codificazione universale. <strong>Il ribaltamento comporta che il linguaggio scelto da Musil, iper-tecnico e antipoetico, lasci trasparire una forza demoniaca, la follia di una razionalità esasperata.</strong> L’eccesso di analisi determina una tensione esoterica e l’incipit si presenta come una formula misterica, come le parole da cui scaturirà l’apocalittico incantesimo delle grandi guerre.</p>



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<p>Il cambiamento non riguarda soltanto il modo di vedere il mondo, ma anche l’essenza stessa delle cose, che ora, mostrandosi sotto un’altra forma, hanno infine abbracciato l’essenza stessa di quella forma nuova. La trasformazione si estende anche agli uomini, come avviene per il personaggio centrale del romanzo, Ulrich, l’uomo senza qualità, o meglio: l’uomo le cui molte qualità sono essenzialmente di tipo analitico. <strong>Anche la misteriosa “azione parallela”, ircocervo burocratico e kafkiano che si diffonde tra i capitoli del romanzo di Musil, è parte di questo mutamento. Finito il tempo della poesia è finito anche il tempo degli eroi, finito il tempo degli imperi è iniziato quello degli stati. </strong>Questa riduzione specialistica di cose e persone investe tutte le categorie, decretando il successo della figura del tecnico, individuo extra-morale e <em>senza qualità</em>. I grandi e terribili dittatori del Novecento rappresentarono il canto del cigno di un modo di concepire l’esistenza destinato a tramontare. A questo proposito, è emblematico del nuovo modo tecnico di esistere e di esercitare il potere il ritratto che Sebastian Haffner fece di Albert Speer, l’architetto di Hitler.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Albert Speer non è il solito nazista appariscente e ottuso&#8230; è molto più del semplice uomo che raggiunge il potere, simboleggia invece un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante uomo senza bagaglio e senza altro scopo che seguire la propria strada, senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali. Degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo&#8230;».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il passaggio da un modello all’altro non è stato facile, a tal punto che si potrebbe pensare che tutto il dolore della prima metà del XX secolo sia servito a garantire questa trasformazione. La tecnica necessitava di un nuovo orizzonte, la cui imposizione doveva passare da un atto di forza. Il senso di apocalisse di quegli anni, così come l’immane grandezza dei suoi protagonisti, è ben restituito da una pagina di <em>Chronicles</em>, l’autobiografia Bob Dylan:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Io ero nato nella primavera del 1941. In Europa infuriava la Seconda guerra mondiale e presto l’America ci sarebbe entrata. Il mondo si stava disintegrando e il caos stava già tirando un pugno in faccia a tutti quelli che allora si affacciavano alla vita. Chiunque fosse nato in quel periodo, o ci fosse ben vivo, sentiva il vecchio mondo che se ne andava e il nuovo che stava cominciando. Era come far tornare l’orologio a quando a.C. era diventato d.C. Quelli che come me erano nati in quegli anni partecipavano di tutte e due le epoche. Hitler, Churchill, Mussolini, Stalin, Roosevelt erano figure gigantesche delle quali il mondo non vedrà mai più l’uguale, uomini che contavano solo sulla loro determinazione, nel bene e nel male, ciascuno pronto ad agire da solo, indifferente a ogni approvazione, senza curarsi né di amore né di beni materiali, intento a presiedere al destino dell’umanità e a ridurre il mondo in macerie. Eredi della stirpe degli Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan, Carlo Magno e Napoleone, avevano piantato i loro coltelli nel mondo come se fosse un piatto davvero squisito. Che portassero i capelli divisi in due o si mettessero in testa un elmetto vichingo, era impossibile ignorarli e impossibile venirne a capo, rudi barbari che correvano in branco sopra la terra, martellando ovunque le loro visioni di geografia».</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Antonio Soldi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Richard Avedon, Charlie Chaplin, 1952</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/musil-bob-dylan-fine-del-mondo/">Il poeta è stato sostituito dallo “specialista”, l’eroe dal manager. Riflessioni sulla fine di un mondo, tra Musil e Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Quando distruggi, cerca di farlo con attrezzi nuziali. Chi è poeta abbia il coraggio di offrire nuda la propria opera”</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-temporelli-poesia-prefazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Aug 2023 04:18:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[prefazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia fare la voce grossa sulle grandi questioni generali, ma alla fine senza dare fastidio a nessuno nello specifico, è uno sport nazionale forse ormai più praticato anche del calcio. Che si tratti di scuola, di ambiente, di politica o di poesia, non fa differenza. Così, mi trovo a dover puntualizzare qualcosa sul mio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/andrea-temporelli-poesia-prefazioni/">“Quando distruggi, cerca di farlo con attrezzi nuziali. Chi è poeta abbia il coraggio di offrire nuda la propria opera”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Italia fare la voce grossa sulle grandi questioni generali, ma alla fine senza dare fastidio a nessuno nello specifico, è uno sport nazionale forse ormai più praticato anche del calcio. Che si tratti di scuola, di ambiente, di politica o di poesia, non fa differenza. Così, mi trovo a dover puntualizzare qualcosa sul mio precedente articolo, <em>Contro le prefazioni.</em></p>



<p>Intanto, grazie a chi ha mosso qualche osservazione di dissenso. Mi sembra sempre un esercizio utile prestare attenzione alle singole voci che muovono perplessità argomentate, anziché all&#8217;eventuale coro di plauso. Senza ansia di consensi unanimi. Detto ciò, avanti.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Punto primo. Anzitutto, è bene diffidare di chi critica soltanto. Occorre essere costruttori, proporre e praticare soluzioni. A vedere i difetti sono buoni tutti.</strong> E chi scrive da anni, quando distrugge, cerca di farlo con attrezzi nuziali, ma non è il caso di ostentare qui presunti meriti, chi vuole informazioni le ha a portata di click. Il ragionamento critico dovrebbe essere rigorosamente impersonale e già qualche aneddoto nel precedente articolo ha infastidito qualcuno. In Italia solo Moresco o Parente si autocertificano. Dunque, il lavoro compiuto è lì, reperibile e serenamente valutabile.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Punto secondo. La mia riflessione era generale, riguardava un fenomeno ormai portato a sistema. È facile tagliare alle radici qualsiasi ragionamento di tale natura, perché i singoli casi smentiscono agevolmente le tendenze e le teorie.</strong> Ma, di questo passo, si rischia di non poter parlare di nulla. Io stesso, ho esemplificato a qualcuno, preferisco, a livello teorico, tanto per dire, le poesie più lunghe, e con ottime argomentazioni, mi sembra. Ciò non toglie che sappia indicare poesie brevi meravigliose. Allo stesso modo, a livello sistemico sono molto scettico sulle scuole di scrittura, ma non sono così cretino da delegittimare un&#8217;esperienza che si ritiene diversa – anzi, la prenderei in considerazione con molta attenzione. Propongo però questa considerazione con cui fare i conti: chi analizza i grandi flussi di dati, per esempio sui social, individua tendenze certe e regole che le determinano. Si possono manipolare i consensi politici e gli orientamenti generali della massa: è stato dimostrato. Poi, però, a livello individuale, pare che di fessi non ce ne sia mai l’ombra. Siamo tutti furbi e consapevoli, presi uno per uno. Eppure, come la folla di manzoniana memoria, a mettere insieme troppi cervelli si innesca una sottrazione di intelligenza complessiva.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Punto terzo. Il problema, di per sé di poco conto, delle prefazioni divenute vezzo o abitudine scontata, è affrontato dunque in un’ottica generale.</strong> Forse un singolo autore non ha elementi sufficienti per rendersi conto del fenomeno nel suo insieme, ma chi lavora in una rivista o conosce i cataloghi degli editori di poesia o riceve regolarmente libri in lettura si sarà ben accorto della tendenza che ho stigmatizzato. Non ho però numeri oggettivi da esibire né reputo le mie valutazioni frutto di rivelazioni divine. Quando si distrugge, poi, non si opera chirurgicamente. Il mio pezzo non è una tesi di laurea, ma una provocazione, che spero possa risultare utile a qualcuno. Anche qui, gratto un po’ sulla parete dove occorre assestare il colpo, con qualche quesito birichino: un autore importante, che potrebbe promuovere un libro su un quotidiano o una rivista qualificata o in qualsiasi altro modo autorevole, perché invece preferisce firmare una prefazione? E perché è così importante accompagnare con il pensiero critico un gesto creativo, di solito, poi, non particolarmente sperimentale o di difficile interpretazione? Naturalmente, il problema è sintomatico soprattutto quando il prefatore ha una sua autorevolezza, mentre magari l’autore è agli esordi o è meno noto. È la situazione più tipica, del resto.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Punto quarto. Mi sono poi permesso l&#8217;allusione a qualche prefatore/predatore che può vantare una cospicua galleria di giovani poete che indossano il suo marchio di garanzia. Apriti cielo. Orbene, ci aspettano tempi sempre più duri, sul fronte del politicamente corretto a tutti i costi.</strong> E ovviamente ci sono donne che notano subito, nel corpo di un testo, il neo fastidioso sul viso o un po’ di cellulite fra le pieghe del discorso. A noi maschietti ancora grossolani, figli come il sottoscritto di un’altra epoca, certe smagliature sfuggono. Guardiamo troppo alla sostanza complessiva. Eppure, il senso generale di un articolo e un po’ di ironia dovrebbero ancora dar credito alla buona fede di chi scrive, senza che si debba scattare come paladine della giustizia al primo segnale sospetto. Fatto sta che, siccome non sono del tutto sprovveduto, avrei preferito, potendo, alludere a poete che firmano volentieri note introduttive a poeti bellocci, ma conosco solo il caso opposto. Ai firmatari della prefazione, peraltro, riservavo la mia ironia, da sbugiardare semmai come mascolina invidia, non certo alle poete, colpevoli al massimo di una ingenuità di fondo comunque riscattabile (sempre che non si tratti, a questo punto, di furbizia femminina. Del resto, l’opposto di un vero aforisma spesso è un aforisma vero). Ma se qualche donna si è sentita offesa, sappia che non era mia intenzione farlo. Tutto qui.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Rilanciamo dunque in modo costruttivo la provocazione dell’articolo. Chi è poeta abbia il coraggio di offrire nuda la propria opera, accettando la verifica della storia, sperando nella forza intrinseca del proprio gesto.</strong> Chi invece apprezza un autore, specialmente se agli esordi o se poco conosciuto, si assuma la responsabilità di sostenerlo pubblicamente e con determinazione, compiendo i paragoni critici necessari per aiutarlo davvero a emergere, e mettendo così in gioco la propria stessa credibilità. Viviamo in un’epoca in cui le novità più significative verranno, con tutta probabilità, inesorabilmente sommerse, sempre che ciò non accada, a breve, anche per i presunti giganti: limitarsi ad apporre il proprio bollino su un libro poi abbandonato alla sua prevedibile sorte, anche contro le proprie intenzioni, rischia di essere un gesto consolatorio e dimissionario, e francamente un po’ paternalistico. I complimenti privati, o quasi, alla fine sono utili solo a chi li fa. Come insegnante, cerco di mettere in pratica una regola semplice: critica in privato, elogia in pubblico.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Infine, cominciamo anche in poesia a pensarci come specie, non solo come individui. È un passaggio epocale da compiere a tutti i livelli.</strong> Se non ci responsabilizziamo dei comportamenti elevati a sistema e ci limitiamo a curare il nostro bel giardinetto, non lamentiamoci della nube tossica che avanza all’orizzonte.</p>



<p><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></p>
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		<title>“E prenderei l’eternità”. Una poesia di Emily Dickinson come amuleto</title>
		<link>https://www.pangea.news/emily-dickinson-poesia-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Mar 2023 05:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[attesa]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A volte un poeta rallenta: la sua corsa, il suo vagabondare. Può capitare addirittura che forse stacchi la spina. Perché? Perché appunto egli è poeta, e non scrive a comando. Soprattutto, non sopportando le attese che caso mai lo porteranno agli altari della gloria. Ma cos’è appunto questa gloria? Egli la cerca, la desidera, o [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>A volte un poeta rallenta: la sua corsa, il suo vagabondare. Può capitare addirittura che forse stacchi la spina. Perché? <strong>Perché appunto egli è poeta, e non scrive a comando. Soprattutto, non sopportando le attese che caso mai lo porteranno agli altari della gloria. Ma cos’è appunto questa gloria?</strong> Egli la cerca, la desidera, o fa parte soltanto di un falso immaginario, indotto dal mondo?</p>



<p>Più si fa un passo in avanti, più tutto sembra diventare maggiormente difficile, e la sfida si trasforma in battaglia in campo aperto. Il fatto, però, è che questa presunta battaglia consta di silenzi che non appartengono affatto al silenzio stesso del poeta.</p>



<p><strong>Egli ‒ il silenzio ‒ lo anela quale patente e forma di solitudine perfetta, quella che già lo abita nei tempi del mistero.</strong> Per questo, tutto sommato, non smetterà mai di vagabondare. In fondo, il cammino intrapreso lo aiuta a trovare parole giuste e potenti, per attraversare quel deserto che viene chiamato giustappunto <em>Pagina bianca</em>.</p>



<p>Allora, qual è il silenzio che manca e che disturba, che porta l’uomo che è ad essere nervoso, triste, trepidamente in attesa di qualcosa? È quella partita a scacchi che le case editrici o ‒ peggio ancora ‒ gli agenti letterari impongono al caro prezzo di un corrispettivo, altrimenti di un’ingiuria senza tornaconto, se non nell’intento di spezzare la libertà dello scrivere, affinché forse (ci si auspica) diventi appetibile e quindi spendibile sul mercato.</p>



<p><strong>Ma l’originalità del poeta, Signori, è altro! Ecco perché, patendo, preferisce nascondersi dietro ai versi dei poeti assoluti,</strong> di quei grandi classici che donano freschezza e forza nell’incoraggiare ad affrontare nuovamente un mondo ‒ lo sappiamo ‒ ottuso e corrotto.</p>



<p>L’originalità del poeta anela all’Opera. E se egli quindi si ferma a prender fiato, ne ha ben donde: ribellarsi, dunque, non tradire mai se stesso o vendersi, sarà il valido motivo di una vita spesa in un’unica direzione; sarà l’equilibrio infuocato di una scelta scaturita nel per sempre. (<em>Giorgio Anelli</em>)</p>



<p>***</p>



<p><strong>Se tu venissi in autunno</strong></p>



<p>Se tu venissi in autunno,<br>Io scaccerei l’estate,<br>Un po’ con un sorriso ed un po’ con dispetto,<br>Come scaccia una mosca la massaia.</p>



<p>Se fra un anno potessi rivederti,<br>Farei dei mesi altrettanti gomitoli,<br>Da riporre in cassetti separati,<br>Per timore che i numeri si fondano.</p>



<p>Fosse l’attesa soltanto di secoli,<br>Li conterei sulla mano,<br>Sottraendo fin quando le dita mi cadessero<br>Nella Terra di Van Diemen.</p>



<p>Fossi certa che dopo questa vita<br>La tua e la mia venissero,<br>Io questa getterei come una buccia<br>E prenderei l’eternità.</p>



<p>Ora ignoro l’ampiezza<br>Del tempo che intercorre a separarci,<br>E mi tortura come un’ape fantasma<br>Che non vuole mostrare il pungiglione.</p>



<p><strong><em>Emily Dickinson</em></strong></p>
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		<title>Presenzialismo, corporativismo, poetry boomer, liriche soubrette, millennials: sull’irrilevanza della poesia</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-web-nigro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 07:54:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Nigro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando la critica letteraria, quella austera che non concedeva il minimo spazio all’avanguardia e all’evoluzione poetica, diciamo così, s’è data, rintanandosi per nostra fortuna in qualche rigida e poco letta pubblicazione accademica, si assiste a un fenomeno piuttosto divertente e per certi versi intrigante per la periodicità con cui si manifesta e per l’omogeneità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da quando la critica letteraria, quella austera che non concedeva il minimo spazio all’avanguardia e all’evoluzione poetica, diciamo così, <em>s’è data</em>, rintanandosi per nostra fortuna in qualche rigida e poco letta pubblicazione accademica, si assiste a un fenomeno piuttosto divertente e per certi versi intrigante per la periodicità con cui si manifesta e per l’omogeneità categoriale dei suoi iniziatori. Di tanto in tanto, sul <em>web</em> soprattutto, divenuto ormai luogo proficuo di conoscenza diretta dello scrittore e di costruttivo confronto letterario, appaiono “studi” critici sotto forma di agili <em>post </em>attraverso i quali i loro autori cristallizzano teorie su nuove poetiche affioranti e nuove correnti individuate nonostante il caos delle pubblicazioni, filtrano voci considerando solo alcuni rapidi <em>frame</em>, militano in maniera parziale (e incompleta per loro stessa ammissione), veicolano <em>manifesti </em>improbabili e non sottoscritti ufficialmente da nessuno, basati su impressioni stilisticamente e statisticamente irrilevanti, <strong>raggruppano – in base a parametri discutibili o a empatie effimere nate sull’onda goliardica di qualche festival della poesia, tra una birra e un <em>reading</em>&nbsp; </strong><strong>̶</strong><strong>&nbsp; nomi di poeti che a loro dire rappresenterebbero le nuove leve letterarie, il nuovo <em>sol dell’avvenire</em> poetico, le speranze evoluzionistiche di un genere letterario così particolare come è quello poetico.</strong> Tutto molto incoraggiante e avventuroso.</p>



<p>Ma <em>chi</em> stabilisce <em>cosa</em>? Non tutto può essere letto, compreso, valorizzato, contestualizzato, è chiaro, e molti autori sono destinati &nbsp;̶&nbsp; a volte anche giustamente&nbsp; ̶&nbsp; a restare nell’ombra per molto tempo o forse per sempre. Una domanda giusta da fare, tuttavia, potrebbe essere: <strong>proprio perché è impossibile tastare il polso poetico generale di un’epoca, è giusto e soprattutto è <em>scientificamente </em>onesto trarre conclusioni generalizzanti basandosi esclusivamente su un paniere di nomi a cui associamo alcune gradevoli letture che comunque non possono rappresentare l’intero andamento di un periodo storico?</strong> In base a quante e quali letture è possibile stabilire la linea evolutiva della poesia nel corso di una determinata epoca? Difficile da stabilire soprattutto se è <em>in fieri</em>, e quindi proprio perché difficile, alcuni articoli appaiono ancora più faziosi, superficiali, quando non del tutto inutili dal punto di vista critico, per non dire disonesti. Si tratta di <em>isole</em> oziose: come quella sorta dalle acque intorno al tema superfluo dell’omosessualità di Leopardi, e creata a tavolino per soddisfare i pruriti <em>gender </em>di chi utilizza la storia della letteratura <em>pro domo sua</em>. Lo stesso si può dire della maggior parte delle antologie-contenitori in circolazione: i loro curatori s’illudono di fare epoca, di deviare il corso della storia letteraria contemporanea, o forse sarebbe più corretto dire che illudono gli autori convocati, i quali vi partecipano sborsando denari e cullando il sogno di far parte di una corrente artistica nata intorno alla pubblicazione. Il mito dei manifesti e dei “gruppi” all’epoca dell’esposizione mediatica più fluida che la storia della comunicazione abbia mai conosciuto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="590" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/04-Fine-della-prima-giornata-1024x590.jpg" alt="" class="wp-image-82449" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/04-Fine-della-prima-giornata-1024x590.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/04-Fine-della-prima-giornata-300x173.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/04-Fine-della-prima-giornata-768x443.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/04-Fine-della-prima-giornata.jpg 1530w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Il <em>presenzialismo </em>è certamente uno dei fattori che più di tutti determina l’incisività della poetica di un autore su questi “studi” affidati alla rete:</strong> conoscersi di persona, piacersi in senso lato, scambiarsi favori e inviti, trovarsi utili l’un l’altro, citarsi a vicenda come in una sorta di 69 poetico, presenziare agli eventi letterari, alle cerimonie, ai tagli di nastro del nulla, essere dei “castelporzianisti” ad oltranza, favorire i “compagni di merende” proponendo loro altrettante occasioni presenzialistiche, aiuta certi autori nell’affermazione della propria poetica, nell’amplificazione del messaggio, anche quando è di scarso valore o addirittura rasenta la banalità, l’essenzialismo <em>scemotto</em> scambiato per un nuovo stile ungarettiano o il diarismo giovanile sotto forma di poesiole insipide; la presenza (in questa fase dannata in cui il vissuto “in presenza” è divenuto raro e quindi prezioso) esercita una pressione positiva sul consenso: chi avrebbe il coraggio di evidenziare l’inconsistenza di una poetica dopo aver conosciuto di persona l’essere umano che l’ha concepita? Non si tratta di incoerenza o di mancanza di coraggio nell’essere critici: l’umanizzazione del verso, l’associazione di un libro al suo autore materiale, valorizza il testo, lo rende fruibile, simpatico, lo concretizza e lo rende digeribile alla luce del nuovo rapporto umano che si è venuto a realizzare.</p>



<p><strong>Altro fattore importante è il <em>corporativismo</em>: ci si annusa tra simili, tra pecore dello stesso ovile, tra appartenenti allo stesso giro (quello giusto!), alla comitiva del sabato poetico.</strong> Ma è quasi sempre un annusarsi ipocrita, basato su scambi di carinerie finalizzate al darsi il cambio su palcoscenici diversi ma sotto certi aspetti sempre uguali: l’importante è non lasciare il posto libero al poeta casuale di passaggio, al nuovo arrivato che non fa parte della cerchia ufficializzata sulla base di regole non scritte ma influenti; il presenzialismo aborrisce il vuoto e paradossalmente etichetta come <em>spam </em>gli altri presenzialismi.</p>



<p>Ecco perché gli elenchi di nomi presentati in questi “studi” sono fasulli, photoshoppati, non rappresentativi&nbsp; ̶&nbsp; voglio ripeterlo fino alla nausea&nbsp; ̶ &nbsp;di un’epoca poetica. E la cosa più divertente di questo fenomeno è che i suoi autori, insieme ai commensali nominati nei loro articoli, sono gli stessi che fino a un minuto prima ferocemente criticano il successo, secondo loro effimero e non rappresentativo, di qualche raro poeta divenuto colpevolmente <em>famoso</em>, che ha un successo editoriale, che vende decisamente più di loro a causa del suo esasperante presenzialismo territoriale, e che ha saputo ben sfruttare l’onda mediatica di alcune iniziative televisive o socio-politiche, o che è riuscito a produrre rumore intorno alla propria figura grazie ad altrettanti articoli giornalistici in cui ha osato parlare di accessibilità alla poesia, di fruibilità da parte di lettori un tempo lontani dalla poesia, addirittura di brevità o di facilità del testo. <strong>La leggerezza degli altri, chissà perché, è sempre più condannabile della banalità dei propri versi. La propria autoreferenzialità, chissà perché, è sempre meno grave di quella degli altri.</strong> Perché di “studi” autoreferenziali si tratta, anche nel caso dei summenzionati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="699" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-1024x699.jpg" alt="" class="wp-image-82450" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-1024x699.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-300x205.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-768x524.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-1536x1049.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1480749256-7114534-2048x1398.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Non resta, dunque, che la <em>dissociazione</em>; non riconoscersi e soprattutto non riconoscere la validità di determinate <em>call </em>che lasciano il tempo che trovano: dissociarsi dalle conclusioni effimere a cui giungono determinati osservatori ed essere al tempo stesso felici di non averne fatto parte neanche per errore, neanche per un istante.</strong> Si parla spesso di liquidità dei nuovi linguaggi poetici, ma chissà perché questi <em>liquidi</em> vanno a solidificarsi sempre intorno ai soliti quattro nomi del momento, sponsorizzati dal Patronato dei Poeti Laureati che cerca nuovi adepti. In poesia siamo lontani dal tentativo wuminghiano di trasversalità approntato in vista di una definizione di ciò che, in ambito narrativo, fu denominato <em>New Italian Epic</em>. L’obiettivo di “fare emergere le pluralità” è ormai sfumato o forse non è stato ancora tentato seriamente. E chi dice di tentare, mente sapendo forse di mentire: a sé stesso e ai chiamati in causa. Questi elenchi di nomi non solo non rappresentano un sommerso di valore, in quanto fortunatamente non lo includono, ma non rappresentano nemmeno l’epoca in cui viviamo, dal punto di vista poetico s’intende. Ma se il poetico è sociale, non rappresentano <em>tutti gli altri </em>nemmeno dal punto di vista umano. E se sono queste, quelle <em>chiamate</em>, le uniche persone a cui “è affidato il futuro della nostra poesia”, allora cortesemente fermate il mondo perché in molti vorranno scendere.</p>



<p>Tirare in ballo un certo purismo, dopo aver parlato male dell’accademia, sarebbe riduttivo e fin troppo semplice, per non dire ingenuo: tuttavia spesso accade che alcuni autori ritengano il proprio lavoro inspiegabilmente “superiore” e quindi siano impossibilitati, per una questione di rango da difendere, a interagire con altre manovalanze. <strong>Poi ci sono i “millennials”: quelli che, facendo leva sul dato anagrafico, credono (o glielo fanno credere) di costituire una novità e di salvare la poesia dal predominio dei <em>poetry boomer</em> con una presunta, fresca ventata giovanile che in realtà sa già di muffa. Altra storia abbastanza divertente sono le cosiddette <em>“soubrette della poesia”</em>: hanno confuso il reading poetico con il concorso di bellezza</strong> “Miss Musa della Poesia” e durante le loro performance la poesia quasi sempre passa in secondo piano, offuscata dall’immagine di sé (o delle loro tette!) che amano abbinare a versi spesso inconsistenti; il tutto condito da un dolcificante “femminismo pseudo-solidale” tra autrici come quando si va dal parrucchiere a scambiare “pareri” e risatine. La complicità di genere, fatta di like ed emoticon, e il pettegolezzo mal si abbinano alla vera ricerca poetica.</p>



<p>Sembrerebbe, in ultima analisi, che la rigidità della vecchia critica, sprovvista degli attuali mezzi di amplificazione del messaggio attraverso i <em>social</em>, sia stata sostituita da una ossimorica “rigidità fluida” che raggiunge più utenti, facendo danni maggiori rispetto a quelli che poteva fare una semisconosciuta rivista accademica letta dai soli addetti ai lavori. Il fenomeno della cerchia non si è estinto, è stato semplicemente spostato su altri supporti: spetterà al lettore libero e rispettoso della propria criticità non lasciarsi agguantare da queste discutibili <em>call</em>. Spetterà all’autore libero e rispettoso del proprio lavoro non lasciarsi includere con troppa facilità in teorie evoluzionistiche ancora acerbe.</p>



<p><strong><em>Michele Nigro</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: un&#8217;opera di Georg Baselitz</em></p>
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		<title>1950: il fatidico viaggio di Eugenio Montale per ritirare un milione di lire a San Marino</title>
		<link>https://www.pangea.news/montale-san-marino-1950/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 08:46:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[San Marino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A modo suo, un unicum. In senso letterale e letterario: una sola edizione. Esattamente 70 anni fa, nel 1950. Poi, l’abisso verticale, la terra brulla, qualche ombra surrealista. Come una seppia che riposa sulla spiaggia di Port Lligat. * Montale, che di nome fa Eugenio, proprio nel 1950 si recò sul Monte Titano in quanto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A modo suo, un unicum. In senso letterale e letterario: una sola edizione. <strong>Esattamente 70 anni fa, nel 1950. Poi, l’abisso verticale, la terra brulla, qualche ombra surrealista.</strong> Come una seppia che riposa sulla spiaggia di Port Lligat.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76640 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro-194x300.jpg" alt="" width="304" height="470" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-991x1536.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />Montale, che di nome fa Eugenio, proprio nel 1950 si recò sul Monte Titano in quanto vincitore del <a href="https://www.humboldtbooks.com/it/book/san-marino-30th-september-1950" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Premio Letterario San Marino</em></a>, il concorso che vide la partecipazione dei più illustri intellettuali, poeti, scrittori e traduttori del tempo.</strong> Le proposte furono giudicate da importanti critici della letteratura. Il Premio Nobel per la Letteratura del 1975, nato a “Zena” (Genova) nel 1896, vi partecipò con un dattiloscritto dal titolo <em>47 Poesie 1940-1950</em>, ovvero con la produzione poetica degli anni in oggetto e che confluì successivamente nella raccolta <em>La bufera e altro</em>, data alle stampe nel 1956. <strong>Un premio speciale fu assegnato anche a Leone Traverso per le sue traduzioni da Eschilo, Gongora, Yeats e George. La consegna avvenne il 30 settembre 1950, in pieno blocco militare, presso il Palazzo del Kursaal:</strong> il confine tra Italia e San Marino difatti era controllato da postazioni di blocco e polizia in quanto San Marino aveva appena aperto un casinò nonostante la contrarietà dell’Italia. Per ritirare il premio assai corposo di un milione di lire, il grande poeta però fu costretto ad attraversare la frontiera in modo rocambolesco, a piedi, quasi come un clandestino.</p>
<p>*</p>
<p>Interessante è il carteggio che porta alla produzione del volume. Recentemente è stato ritrovato presso il Fondo Falqui della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma un documento sulle <em>47 poesie (1940-1950)</em> con una nota di Montale. “Questo dattiloscritto è provvisorio. Avrà un altro titolo e tutte le parti ne avranno uno; la quinta parte sarà accresciuta ed altre liriche saranno aggiunte alla serie finale che per ora non ha trovato titolo. La prima parte – <em>Finisterre</em> – è già uscita in pochi esemplari nel 1943 e nel 1944, e pertanto non dev’essere considerata ai fini del premio San Marino. Nel manoscritto definitivo figureranno forse alcune note”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Montale non mancò mai di confrontarsi con amici e colleghi. Il 21 aprile 1943 scrive a Gianfranco Contini: “Caro Trabucco, oggi o domani ti mando a parte il fascicoletto di 15 poesie, col titolo di <em>Finisterre</em>. Ma non tutte le liriche sono di argomento apocalittico</strong> e così dovrai dirmi subito (dopo aver letto) se il libruccio può reggere un simile titolo. In caso negativo proporrei <em>Poesie del 1940-42</em>, cioè l’attuale sottotitolo un po’ modificato (poesie anziché versi)”. A distanza di 9 giorni, Contini risponde: “<em>Finisterre</em> mi pare che vada benissimo per l’intera raccolta, <em>à la fois</em> per l’allusione millenaristica e per quella geografica. Voglio dire che a Finisterre comincia l’Oceano, comincia il mare-dei-morti (punta del Mesco) ecc., di lì si dice addio alla proprietaria dei primi e alla Proprietaria degli ultimi versi: l’allusione geografica, insomma, è a sua volta doppia”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76641 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-215x300.jpg" alt="" width="311" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-733x1024.jpg 733w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-768x1072.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2.jpg 1100w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" />Non meno preziosa è la nota finale della seconda edizione di <em>Finisterre</em>, ovviamente scritta da Montale: “Non offro questo come un nuovo volume di versi, ma semplicemente come un’appendice alle <em>Occasioni </em>per gli amici che non vorrebbero fermarsi e far punto a quel libro. Se un giorno <em>Finisterre</em> dovesse risultare il primo nucleo di una mia terza raccolta, poco male per me (o male solo per il lettore): oggi non posso far previsioni. Le 15 liriche intitolate propriamente <em>Finisterre (versi del 1940-42)</em> non sono che la ristampa senza varianti del volumetto da me pubblicato, sotto questo titolo, nella <em>Collana di Lugano</em> (n. 6 della collezione diretta da Pino Bernasconi), il giorno di San Giovanni del 1943. Ne furono tirate solo 150 copie. Aggiungo in appendice due prose e quattro poesie che non disdicono molto al carattere del libretto; a eccezione forse della lirica del 1926, anch’essa nata, però, dal paesaggio delle due prose”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>È invece del 1949 la lettera che scrisse a Giovanni Macchia: “Ti mando l’indice provvisorio del mio terzo e ultimo libro di poesie che vorrei uscisse entro il 1950.</strong> Ho segnato con punti sospensivi le serie tuttora aperte (la 4a e la 5a) che dovranno arricchirsi; ma è possibile che anche le altre serie si riaprano per comprendere qualcos’altro. Tu dovresti dirmi quali poesie ti mancano, e te le manderò (tenendo presente che le quattro segnate in fondo, non però l’ultimissima, escono ora su <em>Botteghe Oscure</em>). Sul titolo (<em>Romanzo</em>) ti prego di mantenere la più assoluta discrezione, altrimenti sarà rubato da qualche giovane di belle speranze…”.</p>
<p>*</p>
<p>Torniamo alle 47 poesie. <em>Ouverture</em> (o capitolo introduttivo, o prima parte) del de <em>La bufera e altro</em>, <em>Finisterre</em> racchiude 15 liriche: <em>La bufera, Lungomare, Serenata indiana, Il giglio rosso, Nel sonno, Su una lettera non scritta, Gli orecchini, Il ventaglio, La frangia dei capelli…, Finestra fiesolana, Giorno e notte, L’arca, Personae separatae, Il tuo volo, A mia madre.</em></p>
<p><em>*</em></p>
<p><em>La bufera che sgronda sulle foglie / dure della magnolia i lunghi tuoni / marzolini e la grandine, / (i suoni di cristallo nel tuo nido / notturno ti sorprendono, dell’oro /che s’è spento sui mogani, sul taglio / dei libri rilegati, brucia ancora / una grana di zucchero nel guscio / delle tue palpebre) /il lampo che candisce / alberi e muro e li sorprende in quella / eternità d’istante – marmo manna / e distruzione – ch’entro te scolpita /porti per tua condanna e che ti lega / più che l’amore a me, strana sorella, / e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia, / lo scalpicciare del fandango, e sopra / qualche gesto che annaspa… / Come quando / ti rivolgesti e con la mano, sgombra / la fronte dalla nube dei capelli, / mi salutasti – per entrar nel buio.</em></p>
<p><em>*</em></p>
<p>In merito a <em>La bufera,</em> scrive ottimamente Marica Romolini: “La posizione privilegiata d’apertura scelta per questa lirica, a cui viene pertanto implicitamente affidata la funzione proemiale dell’intero libro, sancisce fin dal principio il fulcro attorno al quale si sviluppa l’opera: la bufera della guerra, indagata nella pienezza dei suoi risvolti privati, esistenziali, storici, metafisici e persino poetologici. Nella lettera a Silvio Guarnieri del 29 novembre 1965 Montale puntualizza la complessità della simbologia che regge il componimento, divaricandola tra la precisa referenzialità di ‘quella guerra dopo quella dittatura’ e l’allegoria della ‘guerra cosmica, di sempre e di tutti’, ontologicamente fondata nella disarmonia costitutiva della realtà. La centralità del tema bellico e della costellazione metaforico-lessicale correlata ha dunque indotto l’alterazione dell’ordine compositivo (che a rigore collocherebbe <em>La bufera</em> dopo <em>Gli orecchini</em> a favore di una studiata struttura narrativa che mira a esplicitare immediatamente lo stravolgimento, folle e apocalittico, in procinto di funestare il mondo, nonché l’estrema necessità della trasfigurazione di Clizia in creatura angelicata, anche a costo del sacrificio della donna e della rinuncia a lei da parte del poeta”.</p>
<p>*</p>
<p>Sembra complicato, ma non lo è. La poesia è la poesia. E ogni persona ci legge, ci vede, ci fantastica quello che gli va.</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’incendio e la pietà: su Roberto Roversi, il poeta che invecchiando infanciullisce</title>
		<link>https://www.pangea.news/roberto-roversi-davide-nota/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2020 07:59:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Nota]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Roversi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lʼopera di Roberto Roversi deve ancora cominciare ad essere studiata (mi verrebbe da dire: letta). La difficoltà nellʼintraprendere un percorso di studi roversiani consiste non solo nella personalità dellʼautore, particolarmente obliqua e imprendibile nelle dinamiche ottusamente dualistiche della cultura italiana (basti pensare, per farsi unʼidea, alla sua tesi di laurea presso la Facoltà di filosofia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lʼopera di Roberto Roversi deve ancora cominciare ad essere studiata (mi verrebbe da dire: letta).</strong> La difficoltà nellʼintraprendere un percorso di studi roversiani consiste non solo nella personalità dellʼautore, particolarmente obliqua e imprendibile nelle dinamiche ottusamente dualistiche della cultura italiana (basti pensare, per farsi unʼidea, alla sua tesi di laurea presso la Facoltà di filosofia di Bologna su “Le origini dellʼirrazionalismo in Nietzsche studiate nelle opere giovanili”, anno 1946, a pochi passi dalla guerra di liberazione cui partecipò fisicamente e non solo con le armi della ragione) ma anche dalla mole di materiale non organizzato sistematicamente, fogli sparsi e canzoni volanti che spuntano ancora oggi come funghi.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76361 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49-224x300.jpg" alt="" width="337" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49-766x1024.jpg 766w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49-768x1027.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-49.jpg 900w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" />Vale per Roversi la categoria nicciana dei pensieri in cammino, contro i falsi pensieri del linguaggio (<em>Genealogia della morale</em>), vale a dire unʼidea di scrittura come diario di bordo, taccuino in atto di considerazioni erranti. </strong>Ciò caratterizza anche la natura dei suoi faldoni soggetti a numerose edizioni parziali o con varianti e aggiunte anche a distanza di decenni. La lunga lista bibliografica può essere, per intraprendere un primo percorso di studi, ridotta a pochi titoli fondamentali (mi concentro in questo momento sulla poesia e sui romanzi, tralasciando il teatro su cui si dovrebbe aprire un capitolo a parte) che invito il “nuovo lettore di Roversi” a rinvenire. Per la poesia: <em>Dopo Campoformio</em> (1962; edizione definitiva 1965), <em>Le descrizioni in atto</em> (1970; 1985; edizione definitiva 1990) e <em>LʼItalia sepolta sotto la neve</em> (2010; a partire da 1984). Per la scrittura in prosa: <em>Caccia allʼuomo</em> (1959), <em>Registrazione di eventi</em> (1964) e <em>I diecimila cavalli</em> (1976).</p>
<p>*</p>
<p>A partire da questo nucleo di “fondamentali” si potrà dunque procedere, per chi vorrà, a ritroso fino alle plaquette di esordio (il battesimo giovanile è con <em>Poesie</em> nel 1942, cui seguono dodici anni di silenzio, e un nuovo esordio con le <em>Poesie per l</em><em>ʼamatore di stampe</em> nel 1954) o in esplorazione verso i capitoli a margine che costellano la mappa bibliografica dellʼavventura roversiana (il portale <a href="http://robertoroversi.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">robertoroversi.it</a>, curato dal nipote Antonio Bagnoli, offre una labirintica mappatura e anche la possibilità di sfogliare alcuni titoli, <strong>per quanto l</strong><strong>ʼinvito implicito del poeta, anche alla luce della sua predilezione per pubblicazioni in copie limitate con piccoli editori o addirittura fuori commercio, mi pare resti quello dell</strong><strong>ʼattraversamento del mondo sotterraneo delle biblioteche o delle librerie antiquarie e di modernariato,</strong> un universo minore – nellʼaccezione di Benjamin, di una marginalità come dimensione salvifica dalle dinamiche maggiori della storia – profondamente amato da Roversi che proprio nella Libreria antiquaria Palmaverde di Bologna fondò la sua dimora intellettuale).</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un</strong><strong>ʼantologia nutriente di brani in prosa, poesia e alcuni interventi teorici, e che è possibile ancora oggi trovare in commercio, è stata pubblicata da Luca Sossella nel 2008 con il titolo <em>Tre poesie e alcune prose</em> (a cura di Marco Giovenale).</strong> Traggo da questo volume uno splendido frammento di poetica, da una conversazione con Giancarlo Ferretti, originariamente posta a premessa del romanzo <em>I diecimila cavalli</em>, e che mi pare segni, anche, la differenza sostanziale tra la sperimentazione vivente del poeta bolognese, il cui centro è la vita dellʼuomo che attraversa la storia, e i laboratori autoptici della neo-avanguardia italiana, il cui centro è piuttosto il linguaggio della storia che attraversa lʼuomo. Il rifiuto di un approccio ideologico alla scrittura non poteva che porsi anche in rifiuto delle estetiche precedenti del realismo pedagogico del dopoguerra e questa distanza tanto dal neorealismo quanto dal teppismo teorico dei Novissimi, intesi entrambi come momenti di sottomissione della poesia alla comunicazione, e della dimensione umana alla necessità politica, è la lezione sostanziale della rivista “Officina”, e delle opere che da lì fuoriescono: Roversi, Pasolini, Fortini.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76362 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-51-221x300.jpg" alt="" width="320" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-51-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-51-753x1024.jpg 753w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-51-768x1044.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-51.jpg 900w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" />Qui Roversi dice, in relazione a <em>I diecimila cavalli</em>: <strong>“Il libro prende moto nel segno di due riferimenti emblematici: l’incendio di Mosca (cioè la violenza di quell’incendio) e l’arpa birmana (cioè l’autentica pietà, anche in quel film); tutto ciò che brucia per la violenza del fuoco e tuttavia non finisce per bruciare e tutto ciò che la pietà, non dico solo salva, ma riordina e torna a riportarci perché possa ancora durare e servire soprattutto la nostra coscienza e i nostri pensieri.</strong> Ecco un elemento del libro che ci terrei se riuscisse a saltare fuori: non una tenerezza per le cose, non una tenerezza solo generica per noi ma la vera dura grande e faticosa, direi faticata, pietà che dovrebbe segnare il rapporto civile e virile tra tutti; un grande vento sconvolgente. […] Scusami ma insisto perché per me è importante: credo che la pietà, e l’esercizio della pietà, rappresenti un sentimento vittorioso, capace di caricare la nostra azione, anche e soprattutto politica, di elementi nuovi, di una tensione che ci permetta di incontrare e affrontare i problemi senza pregiudizi o falsa coscienza. La pietà è naturalmente comprensione ma è anche aspettare a giudicare, non concludere tutto in fretta con la rabbia dell’insoddisfazione”. E ancora: “Discutendo parlando scrivendo adesso abbiamo bisogno, direi un bisogno urgente, di ricuperare al nostro discorso una serie di temi, di elementi antropologici che erano stati accantonati frettolosamente e con un certo snobismo squallido come deteriori, reazionari, invecchiati; insomma come inutili e perfino pericolosi. <strong>Il discorso sull’amore, sul sesso, sulla paura della morte, inesistenti nel realismo spiritato di tanti anni, vanno recuperati uno per uno, collocandoli in una diversa disposizione che ci consenta di sentirli, direi: di risentirli, subito come nostri e come parte di una vita</strong><strong> ritrovata</strong><strong>”.</strong></p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-76363 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-29-196x300.jpg" alt="" width="345" height="528" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-29-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-29-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-29.jpg 307w" sizes="(max-width: 345px) 100vw, 345px" />I romanzi e lʼopera poetica, fino a <em>Le descrizioni in atto</em>, possono essere in parte illuminati da questa conversazione che segna, mi pare, uno spartiacque tra due epoche. Ciò che la precede è la forsennata opera dello sperimentatore bolognese, i suoi “materiali ferrosi” tra Tommaso Campanella e Jim Morrison, Agrippa dʼAubigné, Hölderlin e Osip Mandelʼstam, <strong>poesie in forma di canzoni per la radio (assieme a Lucio Dalla, con cui ruppe con pacifica intransigenza luterana), lettere in versi ciclostilate in proprio e volantinate in strada, le riviste, l</strong><strong>ʼ</strong><strong>abbandono della grande </strong><strong>editoria per lʼ</strong><strong>autodistribuzione, il teatro incendiario</strong> (alla prima de <em>Il crack</em> al Piccolo di Milano il pubblico militante di studenti insorse mettendo a soqquadro la sala: “Fu meglio di tanti applausi”, mi disse in conversazione privata. Su “LʼUnità” del 10 aprile 1969 scrisse invece di “vecchio ingorgo ideologico di una sinistra impallata su congelati schematismi”). Ciò che ne segue è il lungo, misterioso e silenzioso viaggio dʼinverno de<em> LʼItalia sepolta sotto la neve</em>.</p>
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<p><strong><em>LʼItalia sepolta sotto la neve</em>, la cui composizione certificata ha inizio almeno dal 1984 e si conclude nel 2010, è il vero grande enigma dell</strong><strong>ʼopera roversiana. Sono persuaso si tratti del capolavoro di Roberto Roversi ma anche, probabilmente, di uno dei libri di poesia europea più importanti degli anni Duemila.</strong> Lo immagino, a volte, come il poema che battezza il millennio e lʼultimo Roversi un uomo antico, poeta guerriero e filosofo che invecchiando infanciullisce. Come spesso accade, per un dolce gioco di armonie segrete, la destinazione del tragitto umano pare convergere con il suo principio. Il poema, composto lungo tre decenni di smottamento epocale (dalle macerie del muro di Berlino alle Twin Towers; dalla fine del Novecento allʼimplosione della bolla speculativa del postmoderno), e suddiviso in cinque sezioni dai titoli adamantini e arcani (<em>Premessa</em>; <em>Fuga dei sette re prigionieri</em>; <em>La Natura, la Morte e il Tempo osservano le Parche</em>; <em>Astolfo trasforma sassi in cavalli </em>e <em>Trenta miserie d</em><em>ʼItalia</em>), mi pare infatti intimamente connesso a quella scintillante tesi di laurea su Nietzsche (oggi edita da Pendragon) in cui il poeta, poco più che ventenne, appuntava: <strong>“Ricorda la sorella come Nietzsche scrivesse le sue opere, cominciando dalla fine del quaderno e risalendo via via – da una sola facciata – verso il principio; e io mi sono spesso domandato se questo non possa prendersi come motivo per giudicare il filosofo: intendo – cioè – cominciando dalle opere ultime per risalire – lentamente – a quel gioioso e profondo fremito giovanile che è la <em>Nascita della tragedia</em>.</strong> In Nietzsche non vi è svolgimento: non è uomo da sciogliersi nel tempo in una progressione continuata e sicura, nel ritrovamento di nuovi motivi o di nuovi pensieri scaturenti lʼuno dallʼaltro secondo un ordine logico, naturale: poiché è così, dico, che si formano i sistemi. E in Nietzsche non vi è sistema, naturalmente: poiché un irrazionalista non può giungere al trionfo della razionalità, che è – appunto – il sistema. Nel sistema la logica celebra la propria vittoria: entro quei confini sacri la ragione, dopo lʼaspro travaglio speculativo, trova per quanto è possibile il proprio appagamento. Lʼirrazionalista si lascia condurre invece da tutti i motivi che i razionalisti dispregiano o sottomettono al proprio logico discorso: impulsi, intuizioni, baleni rapidi che avvampano. Lontano da ogni metafisica, lʼirrazionalista celebra nella vita, senza più misura, in una libertà sconfinata, il proprio tripudio e – magari – la propria salvazione. Al coerente si oppone lʼincoerente e la vita dello spirito è vista nel suo svolgersi indeterminato e indeterminabile. […] Raccontano che i marinai di una nave bordeggiante presso unʼisola sconosciuta udirono gridare, disperatamente, in pieno meriggio: “il dio Pan è morto”. Dopo secoli, Nietzsche fu il primo che udì disperatamente il richiamo di antichi tempi: “il dio Dioniso è morto”. Così è nata questʼopera nuova e diversa”.</p>
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<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76364 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro4-5-209x300.jpg" alt="" width="336" height="482" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-5-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-5-713x1024.jpg 713w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-5-768x1103.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-5.jpg 900w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" />Se dovessi scegliere una parola che esprima la forza misteriosa di quest</strong><strong>ʼopera-viaggio, questa parola, mi ripeto, è “enigma”, con tutto il carico ruvidamente arcaico di significati che porta in sé. Ma enigma non è cifra di irrazionalità, né si può certo definire Roberto Roversi un irrazionalista (come a vent</strong><strong>ʼanni definiva il suo Nietzsche), tantomeno di una volontà di essere o di apparire oscuri per capriccio ermetico.</strong> Enigma è un fare luce nel buio, un camminare nellʼignoto, attraversando la complessità simultanea degli eventi senza idee a priori circa quanto si intenderà trovare. Vale a dire trovare senza cercare, oppure cercare qualsiasi cosa, nello stupore del viaggio di conoscenza. Essere un uomo nel paesaggio della storia e non un narratore onnisciente. Inserire la propria voce nella sinfonia dei suoni, essere sempre in ascolto. Non un comprendere quanto un essere compresi, piuttosto. Lʼopera deposta da Roversi sulla battigia storica, prima del grande viaggio verso lʼisola dei beati, è un sistema neuronale, i cui versi sono articolazioni nervose, sentieri innervati che si dipanano azionando delle parole-immagini evocative di sensazioni tattili o olfattive, o di visioni o di ragionamenti e ricordi come forze attive plastiche, viventi e sempre in atto. Gli enigmi dellʼultimo Roversi sono frammenti di visione senza biografia, appunti di riflessione in cammino, scritture come lembi residuali di unʼavventura, in cui lʼoggetto dellʼesperienza giace sotto la carta, non sulla sua superficie (Dante: “Sotto ʼl velame de li versi strani”), dove la carta è il diario di bordo di un viaggio (ma non è il viaggio), e in cui il soggetto siamo anche noi. Viaggio che invita al viaggio, alla sua prosecuzione e completamento. Così si chiude il poema:</p>
<p>Il tuo destino è oscuro<br />
Italia trenta, trenta.<br />
Ogni viottolo un tumulo d’antichi guerrieri<br />
ogni cima una fortezza abbandonata<br />
nelle vallate cunicoli di trincee<br />
mani di vecchi soldati affiorano fra i sassi.<br />
Con il fuoco nel cuore<br />
e il suono<br />
dolente di una campana<br />
nell’orecchio.<br />
Chi vincerà le tue battaglie?<br />
Ancora una volta per te?<br />
Il futuro ti aspetta…</p>
<p><strong><em>Davide Nota</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/roberto-roversi-davide-nota/">L’incendio e la pietà: su Roberto Roversi, il poeta che invecchiando infanciullisce</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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