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	<title>On the road Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 09:24:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Certo, ci vuole cu*o. Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria. * Sul “Washington Post” Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kerouac-recensione-on-the-road/">La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, ci vuole cu*o. </strong>Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.washingtonpost.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sul “Washington Post”</a> Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, come l’incipit, da giornalismo narrativo: <strong>“Inizi di settembre, 1957. Jack Kerouac realizza il sogno di ogni scrittore. È mezzanotte, lui e la sua ragazza, Joyce Glassman, lasciano l’appartamento di New York City</strong>, quell’alto edificio in pietra arenaria, si fermano a un’edicola sulla 66ma, vicino a Broadway. Il tizio taglia lo spago che tiene insieme la pila dei giornali, è l’edizione mattutina del ‘New York Times’. I due aspettano. Prendono il giornale, lo sfogliano. Kerouac legge la recensione del suo libro, <em>On the Road. </em>‘Bastò il primo paragrafo… aveva le vertigini’, ricorda la Glassman”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_72183" aria-describedby="caption-attachment-72183" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-72183" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg" alt="" width="303" height="358" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg 254w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione.jpg 339w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-72183" class="wp-caption-text">5 settembre 1957: sul &#8220;New York Times&#8221; Gilbert Millstein scrive la recensione che cambia la vita letteraria di Jack Kerouac</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima frase di quella<a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/97/09/07/home/kerouac-roadglowing.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> fatale recensione:</a> “<em>On the Road </em>è il secondo romanzo di Jack Kerouac, la sua pubblicazione è un’occasione storica per capire l’epoca attraverso un’autentica opera d’arte”.</strong> Secondo paragrafo: “Questo libro richiede esegesi e studio del contesto. Certamente, questo libro sarà condannato o maledetto dai critici ‘ufficiali’ e dai critici dell’avanguardia, oppure trattato superficialmente come opera ‘intrigante’ e ‘picaresca’ o con altri aggettivi di dozzinale banalità. In realtà, <em>On the Road </em>è l’espressione più alta ed eloquente di ciò che qualche anno fa è stata chiamata generazione ‘Beat’”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ronald K.L. Collins, a cinquant’anni dalla morte di Kerouac, è piuttosto perentorio: “Senza quella recensione, Kerouac sarebbe rimasto uno scrittore minore</strong> e la Beat Generation non sarebbe fiorita affatto. D’altronde, sette anni prima, il primo libro di Kerouac, <em>The Town and the City</em>, non aveva attratto che modeste recensioni, incapaci di spingerlo alla fama”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il retroscena che ha portato a quella recensione – ergo: il cu*o – è divertente. Millstein “era il recensore giusto al momento giusto: conosceva la cultura bohémiennes degli anni Cinquanta nata intorno al Greenwich Village e aveva già recensito il romanzo d’avanguardia del 1952, <em>Go</em>, di John Clellon Holmes, oggi ritenuto il primo romanzo ‘Beat’”. Soltanto che&#8230; Il caporedattore cultura del ‘Times’, Orville Prescott, è in vacanza e <em>On the Road </em>giace muto sulla scrivania di Charles Poore. Poore non voleva occuparsi del libro, disprezzava la controcultura, allora lo passa a Millstein, l’unico collaboratore disponibile. Millstein scrive. La recensione è fiammante. <strong>Poore manda il pezzo a Prescott, che si incazza. “Odiava quel libro, quel movimento, gli pareva che la recensione fosse eccessiva”, ricorda Millstein.</strong> Alla fine, non c’è molta roba per quel numero del ‘Times’ e scelgono comunque di pubblicare la recensione. Paradosso: l’esplosione critica di Kerouac, la sua consacrazione, sancì la fine del rapporto tra Millstein e il “New York Times”. “Fu la mia ultima recensione nella mitica sezione del ‘Books of the Times’. Amen”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Kerouac e la Beat Generation non hanno beneficiato soltanto dei ritmi culturali del tempo, ma anche della recensione di Millstein: era eccezionalmente pensata e scritta in modo superbo, elegante, profonda, consapevole”. In effetti, alcuni cliché critici sono intercettati immediatamente. Ad esempio questo: <strong>“Come, più di ogni altro romanzo degli anni Venti, <em>Fiesta </em>è diventato il testamento della Lost Generation, è certo che <em>On the Road </em>diventerà l’emblema della Beat Generation. Per altro, non c’è alcuna somiglianza tra i due: formalmente e filosoficamente, Hemingway e Kerouac sono divisi, almeno, da una depressione e da una guerra mondiale”.</strong> Millstein riconosce i caratteri ‘formali’ della scrittura di Kerouac: il jazz, l’etica Zen, lo stile oceanico e involuto di Thomas Wolfe. “La ‘Beat Generation’ è nata disillusa: dà per scontata l’imminenza della guerra, l’inutilità della politica, l’ostilità del sistema sociale. Non è impressionata dal benessere, non sa in quale antro rifugiarsi, è in ricerca”. Millstein intercetta il cuore del romanzo in questa frase di Sal Paradise: “Le sole persone, per me, sono i matti, i pazzi per la vita, i pazzi che vogliono la salvezza, quelli che vogliono tutto in un istante, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai cose banali, ma che bruciano, bruciano, bruciano, come favolose, gialle, candele romane”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72184 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg" alt="" width="208" height="349" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14.jpg 609w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />In climax vertiginoso – ultimo capoverso: <strong>“Ci sono sezioni di <em>On the Road </em>dove la scrittura è di una bellezza mozzafiato… Ci sono dettagli memorabili, teneri, divertenti.</strong> Ci sono alcune considerazioni sul jazz che non anno eguali nella narrativa americana, per intuizione, stile, virtuosismo tecnico. Insomma, <em>On the Road </em>è un capolavoro” – la recensione proiettò Kerouac nell’empireo. Ne parlarono tutti. Oggi, una intervista sul ‘Corrierone’, spalmata su due pagine, sposta forse una decina di copie e chi se la ricorda più, domani, se non ci sei tu, aureo intervistato, a incorniciarla sotto vetro?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È la stessa riflessione di Collins: oggi una ragionata riflessione sui ‘giornaloni’ è sconfitta da un cinguettio sui social, che è sommersa da altri migliaia di latrati.<strong> “Per gli scrittori che sperano di esplodere e di brillare di una luce simile, nel groviglio caotico dei nostri media, oggi è più difficile che ieri. </strong>Tutto è possibile, ma è necessario un raro allineamento del destino e della creatività, un Kerouac, un Millstein…”. Insomma, ci vuole cu*o. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Jack Kerouac a Milano, 1966, photo Massimo Vitali</em></p>
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		<title>Ora vi dico perché “On the Road” è uno dei libri più sopravvalutati della storia. Paolo Rumiz, Vinicio Capossella e Jim Carroll sono molto meglio di Jack Kerouac</title>
		<link>https://www.pangea.news/jack-kerouac-on-the-road-un-libro-sopravvalutato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 08:26:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Non è perché non ho vissuto quegli anni, però sinceramente mi pare che quello sia uno dei libri più sopravvalutati della storia” mi dice Luca. * “Sono d’accordo”. * Luca è l’ex moroso storico della mia ex morosa storica. E con lui non posso parlare che di storia, ovviamente. Non della nostra “storia” in comune [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Non è perché non ho vissuto quegli anni, però sinceramente mi pare che quello sia uno dei libri più sopravvalutati della storia”</strong> mi dice Luca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono d’accordo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca è l’ex moroso storico della mia ex morosa storica. E con lui non posso parlare che di storia, ovviamente. Non della nostra “storia” in comune con la stessa ragazza (ma a distanza di tempo: non ci siamo mai sovrapposti) ma della storia della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Avrei potuto scriverlo anch’io” ha aggiunto. Io no, ma lui sì perché gli credo.</strong> A pensarci bene, forse anch’io, a dire il vero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia non siamo noi. La storia è al di là dell’Oceano</strong>, lungo le strade dritte e infinite degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67906 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/on-the-road-first-edition-jack-kerouac-1957-rare-book-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/on-the-road-first-edition-jack-kerouac-1957-rare-book-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/on-the-road-first-edition-jack-kerouac-1957-rare-book-768x614.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/on-the-road-first-edition-jack-kerouac-1957-rare-book.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Certo che l’ho letto. Lettura liceale, come tante altre<strong>: i maledetti francesi, Herman Hesse, Milan Kundera. Ma mentre tutti questi hanno in qualche modo ricevuto la mia stima</strong>, quell’altro lì, l’oggetto del dialogo tra me e Luca, è finito nella lista nera dei libri che hanno avuto una vita più dignitosa di quello che hanno vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 21 ottobre 1969 moriva lo scrittore Jack Kerouac, autore di “On the Road”,</strong> un libro bagnato dal culo. Più o meno cinquant’anni fa uno degli autori più letti se n’è andato, stroncato dall’alcol.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un invito a utilizzarlo come carta igienica: gratterebbe non poco il fondo schiena. In fondo basta “ridimensionarlo”. <strong>Non ridurlo a “Bignamino” ma più semplicemente riportarlo alla sua reale dimensione: un librino. Un librino che però divenne un manifesto</strong> a ispirazione della cosiddetta Beat generation.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Jack Kerouac lo scrisse all’età di 29 anni in tre settimane, con l’aiuto di tanto caffè e senza ricorrere alla benzedrina, un’anfetamina.</strong> Jack appuntò le proprie impressioni su una serie di blocchi di carte e fogli sparsi, da cui poi &#8211; nell’aprile del <strong>1951</strong> – estrae il romanzo, scritto su <strong>un unico rotolo di carta di 36 metri</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“On the road” è solo viaggio e non molto di più.</strong> Una storia ripetitiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dean, alter ego e icona di Kerouac, è l’eroe dei perdenti: alcol, sesso, lussuria. Un disperso tra i dispersi, affascinanti certamente, ma troppo innamorato del racconto che fa di se stesso per risultare vero. <strong>Nella sua “Spoon River” di personaggi senza denti, dediti allo sballo e sempre sospesi sul filo della voragine, non si sentono voci né si leggono epitaffi:</strong> troppo alta è la voglia di far leggere al mondo i nomi delle strade che incontra nella traversata <em>coast to coast</em> che nei fatti ha perduto la bussola e si è fatto ingolosire dalle miglia percorse. Tante, troppe, e tutte finite nella lunghezza elefantiaca e spossante del romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vinicio Capossela li avrebbe tratteggiati con più precisione:</strong> gli internati dell’ospedale “Ballo di San Vito”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più bella del libro? Il titolo. E basta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se Kerouac si fosse fatto la Appia (come ha fatto l’ottimo Paolo Rumiz), l’opera sarebbe stata più avvincente: in Italia c’è la storia.</strong> Negli USA no.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il critico Richard Lacayo ha inserito <em>“Sulla strada”</em> nei <strong>migliori 100 romanzi del Ventesimo Secolo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un libro che scorre poco. Strano, viste le miglia di strada percorse.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Questo non è scrivere, è battere a macchina” disse Truman Capote. E aveva perfettamente ragione.</strong> Aveva perfettamente ragione: lo scrittore di “On the road” usava la macchina per scrivere come uno strumento di percussione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cosa migliore di Kerouac è stato il commento che ha fatto a un suo collega. “A soli tredici anni, <a href="http://www.pangea.news/jim-carroll-10-anni-morte-patti-smith-simone-cattaneo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jim Carroll</a> scrive meglio dell’89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività”.</strong> Questo il parere che Jack espresse alla prima lettura delle pagine di diario da cui nasce “Jim entra nel campo di basket”. È il racconto di un’adolescenza newyorkese fra l’autunno del 1963 e l’estate del 1966, fatta in minima parte della normalità delle aule scolastiche e dei campetti di basket, ma nutrita soprattutto di scorribande per le strade, sperimentazioni con l’eroina e l’LSD, scoperta del sesso, contatti di volta in volta illuminanti o violenti con l’umanità più varia: preti, spacciatori, poliziotti, tossici, pervertiti, attivisti marxisti e piccoli campioni di pallacanestro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un bel viaggio, e perlopiù scritto molto bene. Scritto decisamente meglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jack-kerouac-on-the-road-un-libro-sopravvalutato/">Ora vi dico perché “On the Road” è uno dei libri più sopravvalutati della storia. Paolo Rumiz, Vinicio Capossella e Jim Carroll sono molto meglio di Jack Kerouac</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 08:30:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Fu da cattolico [&#8230;] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/">“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Fu da cattolico [&#8230;] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass<strong>., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’</strong>, la visione che la parola Beat significava beato”.</p>
<p style="text-align: justify;">È una frase tratta da <em>Scrivere bop</em> di Jack Kerouac che deve inchiodare per sempre ogni lettore del grande romanziere, statunitense sì ma <em>quebecois</em> ergo francofono, con profondo legame col paese d’origine dei suoi avi, con la sua lingua, con i suoi autori. <strong>È una frase che deve inchiodare anche nel viaggio, sulla strada, in un letto, nelle ebbrezze date da donne, alcol e droga, nelle visioni più o meno deliranti o lucide</strong>, altrimenti non si avrà mai in mano un libro del vecchio, piccolo Jack, ma uno stereotipo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64833 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums-200x300.jpg" alt="Kerouac" width="118" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums.jpg 220w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />C’è chi, come Alberto Beretta Anguissola, tra gli infiniti fiumi d’inchiostro profusi per le molte possibili interpretazioni della <em>Recherche du temps perdu</em>, ha osato proporre l’ipotesi di un Proust quasi fulminato da una visione cristologica nei paraggi di Balbec, vicino forse a una conversione mai realizzata, anche se la forma della <em>madeleine</em> resta quella della conchiglia di Santiago alias San Giacomo e la pietra d’inciampo sarà tra i piedi del suo narratore fino alle ultime pagine della sua grande esplorazione nella memoria. <strong>Invece molto poco pare esser stato scritto del più evidente, a un tempo fragile e potente, schietto ma anche zigzagante, confondente, stordente cattolicesimo di Kerouac. Un tema da riscoprire, per non cadere nei <em>cliché</em> imposti dai suoi primi lettori e promotori, da scelte ideologiche, distrazioni, superficialità e mode ormai molto vecchie.</strong> La <em>madeleine</em>, oggetto nascosto, sotterraneo del blues apocalittico e visionario anche nei suoi di romanzi, è d’altronde ciò che i <em>cliché</em> li spezza, come notava Deleuze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kerouac non solo generazionale ma anche eterno. Kerouac non solo stelle e strisce ma anche francese. Kerouac non solo <em>beat</em> ma anche proustiano. Kerouac non solo nomadista ma anche sedentario. Kerouac non solo droghe e alcol ma anche cattolico.</strong> Kerouac non solo scrittore ma anche pittore. Kerouac non solo celibe in macchina sulle strade d&#8217;America. Kerouac anche a scrivere nella casa di sua madre. Kerouac anche alla ricerca del padre nelle chiese di Francia. Kerouac da rileggere, riscoprire e ridefinire, dalla A alla Z&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dizionario Kerouachiano (parte seconda):</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Madre –</strong> Al termine di ogni suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, Kerouac faceva ritorno alla casa della madre e qui componeva i suoi libri. I suoi periodi di sedentarietà a fianco della madre furono indubbiamente più lunghi di quelli dei nomadismi sulle strade d’America. Morì nella sua dimora a St. Petersbourg in Florida. Con lei condivise la passione maledetta per il bere. <em>Cf.</em> <em>Alcol</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Neal – </strong>Neal Cassady. Il grande amico di Jack. Il Dean di <em>Sulla strada…</em> “E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, […] e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64834 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels-206x300.jpg" alt="Kerouac" width="123" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels.jpg 220w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Orfismo, Orrore – </strong>Se il primo romanzo pubblicato, nel 1951, appena un anno prima di<em> Sulla strada</em>, fu <em>La città e la metropoli</em>, tra il 1944 e il 1945 Kerouac scrisse <em>Orfeo emerso</em>, edito negli Stati Uniti soltanto nel 2002. Orfica è tutta la sua opera, costante discesa agli inferi e riemersione per raccontare le visioni, spesso allucinate, apocalittiche. Tra nomadismo e staticità. Tra metropoli e provincia. Tra isolamento e amicizie. Tra gioia e disperazione. Tra estasi e desolazione. Tra ebbrezza e lucidità&#8230; Kerouac dionisiaco. Kerouac apollineo. (“Senz’Apollo, chi saprebbe che Dioniso è passato?”, scrive Pierre Drieu La Rochelle in un testo sulla poesia, tradotto anch’esso ne <em>L’eroe da romanzo</em>). Orfismo di Kerouac. Orrore del mondo. Ricerca della pace. <em>Big Sur</em> è esemplare. <em>Cf. Alcol; Beato; Madre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proust e il Padre – </strong>Al di là delle divagazioni sincretiste nel nichilismo orientale, ogni pagina di Kerouac è colma di una brama quasi mistica di Dio, presenteassente, figura umana e divina, corporea e spirituale a un tempo, fondamentalmente compassionevole e legata a quella del Padre che lo scrittore sempre ricercò lungo le strade d’America e credette identificare nelle radici europee del suo sangue, materializzate nelle cattedrali di Francia. Altre analogie con l’amato (al pari di Louis-Ferdinand Céline) Marcel Proust cui fa riferimento quale modello l&#8217;intera opera di Kerouac, che appare come una vera e propria ricerca del tempo, e del padre, perduto, in versione americana. “La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. [&#8230;] non sono che capitoli dell’intera opera ch’io chiamo La Leggenda di Duluoz [&#8230;] veduta attraverso gli occhi del povero Ti Jean (<em>io</em>), altrimenti noto come Jack Duluoz” (in esergo a <em>Big Sur</em>). <em>Cf. Cattolicesimo, Francia e Francofonia; Neal</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Québec – </strong>Kerouac era figlio d’immigrati canadesi di origine francese. Il padre nacque Saint-Hubert-de-Rivière-du-Loup nel 1889. La madre era cugina di René Lévesque, primo ministro dello stato francofono canadese tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. <em>Cf. Francia e Francofonia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Route 66 –</strong> La grande strada che va da Chicago, Illinois, a Santa Monica, California, attraversando il Missouri, l’Oklahoma, il Texas, il Nuovo Messico e l&#8217;Arizona, parte del viaggio di <em>Sulla strada</em>. Ben più breve la strada percorsa in dieci giorni di Francia, da Parigi alla Bretagna con volo aereo, Rennes, Saint-Brieuc, dov’è sepolto lo scrittore Roger Nimier, Brest e infine Chartres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sedentario – </strong>Eterne alternanze di Kerouac. Tra nomadismo e staticità. Tra isolamento e amicizie. Tra metropoli e provincia. Tra la madre e le altre donne. (<em>Satori a Parigi</em>: “Le donne mi amano – così mi pare – ma poi capiscono che sono ubriaco ebbro di tutto il mondo e che non posso dedicarmi a loro, solo a loro, per molto, e questo le rende gelose, e io sono un pazzo Che Ama Dio. Sì”). Negli ultimi anni, tra il 1966 e il 1969, visse per lo più in modo stabile con la madre e la moglie Stella in una classica villetta della provincia statunitense, bevendo i suoi amati ma famigerati <em>shot and a wash</em>, giocando a biliardo con amici, e scrivendo. L’esperienza in Francia del 1965, pagato dalla sua casa editrice Grove Press e vissuta per lo più vagabondando, bevendo, contemplando le chiese e le strade, e trovando compagnia nelle puttane, come testimoniato dalle pagine di <em>Satori a Parigi</em>, non porterà a nuovi stimoli letterari e di viaggio. <em>Cf. Madre; Orfismo, Orrore.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64835 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard-212x300.jpg" alt="Kerouac" width="122" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard.jpg 220w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Tradizione – </strong>Quella di Kerouac è una ribellione contro il tradizionalismo della <em>middle-class</em> borghese americana per riabbracciare la vera Tradizione nello spirito cristiano-cattolico, il Padre sempre bramato, anche attraverso la ricerca delle radici europee e con uno “sregolamento dei sensi” stile <em>voyant</em> di Rimbaud&#8230; <em>Cf. Beato; Cattolicesimo; Proust e il Padre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Updike – </strong>Kerouac, a parte la tra l’altro poco spiegabile eccezione de <em>I vagabondi del Dharma</em>, ebbe sempre critiche negative. John Updike si spinse fino a scrivere una breve parodia dello stile kerouachiano in un breve testo, <em>On the Sidewalks. </em>Sono aperte le scommesse su chi verrà dimenticato per primo, se l’autore di <em>Corri, Coniglio!</em> o quello di <em>Sulla strada</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viaggi, Visioni, Vanità – </strong>Viaggi in movimento. Viaggi sul posto. Visioni in movimento. Visioni sul posto. <em>Satori</em> in strada. <em>Satori</em> in chiesa. <em>Satori </em>sui monti. (L’ascesa de <em>I vagabondi del Dharma</em>, il Desolation Pick in <em>Angeli di desolazione…</em>). Rivelazioni zen. A chiudere la<em> Recherche</em> kerouachiana, “La Leggenda di Doluoz”, nello stesso anno di <em>Satori a Parigi</em>, ecco<em> Vanità di Duluoz</em>, l’ultimo libro pubblicato in una vita di cui ripercorre alcuni episodi fondamentali dalla giovinezza a Lowell agli anni alla Columbia University, al servizio nella marina durante la guerra, al movimento <em>Beat</em>. Vanità di un ego. Vanità del <em>satori</em>. (La parola giapponese significa “illuminazione improvvisa”, “improvviso risveglio”). Vanità dello zen. Verità del Cristo. <em>Cf. Zen</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zen –</strong> Leggere <em>Satori a Parigi </em>per comprendere il senso dello pseudo buddhismo zen di Kerouac, di un Kerouac pseudo orientalista per ciò che riguarda lo spirituale. Cercare il <em>satori. </em>Andando, dove? A Rennes, o a Chartres, o a Parigi, alla Madeleine, alle Tuileries, a un <em>Requiem</em> di Mozart nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, “coi violinisti rapiti trasognati dai gomiti frementi di gioia perché i banchi e persino i posti riservati erano affollati di tanta gente distinta”, o alla Sainte-Chapelle o in Saint-Louis-en-l’Île, per ritrovare l’eterna infanzia, il tempo perduto, la vera religione: “Morivo dalla voglia di visitare la Sainte-Chapelle dove San Luigi, re Luigi IX di Francia, aveva collocato un frammento della Vera Croce. […] E morivo dalla voglia di vedere la chiesa di San Luigi di Francia nell’isola di San Luigi sulla Senna, perché così si chiama la chiesa dove fui battezzato a Lowell, Massachusetts”.</p>
<p><em><strong>Marco Settimini</strong></em></p>
<p><em>*la prima parte del Dizionario Kerouachiano è stata pubblicata <a href="http://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/" target="_blank" rel="noopener">su “Pangea” qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/">“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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