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	<title>Massimo Bacigalupo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 29 Nov 2024 05:07:20 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Nella mia brutale mente”. Sulla poesia di James Agee, il James Dean della letteratura americana</title>
		<link>https://www.pangea.news/james-agee-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 05:14:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[James Agee]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bacigalupo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In sostanza, James Agee disseminò la propria opera con dissennatezza – come si sbriciola il pane per la truppa delle bestie da pollaio. La connaturata inquietudine – l’idea di essere perennemente in fuga, sotto assedio di un dio lupo – si legava a tre nodi a un’insana indifferenza verso i propri lavori. Insuperabile, insuperbito da [&#8230;]</p>
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<p>In sostanza, <strong>James Agee</strong> disseminò la propria opera con dissennatezza – come si sbriciola il pane per la truppa delle bestie da pollaio. La connaturata inquietudine – l’idea di essere perennemente in fuga, sotto assedio di un dio lupo – si legava a tre nodi a un’insana indifferenza verso i propri lavori. Insuperabile, insuperbito da una specie di morboso desiderio di distruggersi, James Agee, forse – bello, taurino, imbestiato dal bere –, sapeva di essere postumo, piantumato dall’addio. Sapeva che il suo talento era quello della cometa di Halley, a folgorare nella memoria dei venturi – è, di fatto, il James Dean della letteratura statunitense.</p>



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<p>Per questo, lasciò tutto in forma di lascito, tragicamente incompiuto. Il libro che lo avrebbe reso leggenda, <em>Let Us Now Praise Famous Men </em>(1941), vendette qualche centinaio di copie, sfrattato quasi subito dal mercato editoriale; il film più bello che ha scritto, <em>La morte corre sul fiume</em>, con indimenticabile Robert Mitchum, uscì nell’anno in cui lo scrittore muore, d’infarto, a New York, in taxi, era il 1955 – sostanzialmente, si rivelò un fiasco. Con <em>The Morning Watch</em>, strepitoso romanzo breve d’iniziazione ai misteri della vita adulta, fu finalista, nel ’52, al National Book Awards: gli preferirono il più spendibile <em>From Here to Eternity</em> di James Jones; in lizza spiccavano Truman Capote (<em>The Grass Harp</em>) e William Faulkner (<em>Requiem for a Nun</em>). Altri tempi. Il Pulitzer gli arrivò da morto, per <em>A Death in the Family</em>, come una specie di risarcimento.</p>



<p>Scrittore dal talento conturbante e ferino, prossimo a Hawthorne e ai poeti-pastori del Seicento inglese, Agee fu vilmente frainteso come un profeta dei “Beat”. Pochi sanno che iniziò come poeta. A differenza di tutti gli altri romanzieri prestati per sfizio alla poesia (specie di sollucchero verbale: intendo, Hemingway, Faulkner, Joyce e compagnia flottante), James Agee aveva del genio. Educato ad Harvard, tre matrimoni in teca e quattro figli (per non farsi mancare il delirio da uomo braccato), <strong>Agee pubblica il primo – e unico – libro in versi nel 1934, <em>Permit Me Voyage</em>. Compiva 25 anni, il libro uscì nella prestigiosissima “Yale Series of Younger Poets”</strong> – guidata, negli anni, da W.H. Auden e Louise Glück, per dire; dove hanno esordito, tra gli altri, Adrienne Rich, John Ashbery e Robert Hass – con una generosa nota di Archibald MacLeish. Nella <em>Dedication</em> – che reca lo stigma di uno stile rintracciabile nei suoi libri più noti – Agee scrive di aver scritto quel libro in onore a</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“coloro che in ogni tempo hanno cercato la verità e l’hanno testimoniata, nell’arte o nella vita, e morirono in onore; e principalmente questi: Cristo, Dante, Mozart, Shakespeare, Bach, Omero, Beethoven, Keats, Cézanne, Gluck, Schubert, Lawrence, Van Gogh, e un ignoto scultore cinese, per la sua testa di un dio…”</strong></p>
</blockquote>



<p>Con omnitonante impeto, Agee si rivolge a</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“coloro che nel corso della vita furono avversati dalle circostanze e svantaggiati; coloro che morirono in un muto desiderio di verità e non conobbero né verità né bellezza né molta felicità che non fosse la bontà della sopportazione; coloro che in ogni tempo hanno lavorato la terra e amministrato il loro tempo cecamente, pazienti nel sole; e tutti i morti nelle loro generazioni… a coloro che indovinano in ogni uomo, dal concepimento in avanti, com’egli sia degno fra le creature create, come in lui tutto il male e il bene del mondo s’incontrino nel respiro di Dio: e come in quell’istante gli sia data una mente per conoscere e, sia pur egli tutti un meccanismo, la libertà nella sua condotta dinanzi al suo creatore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel gergo di Agee l’ansia catalogante di Walt Whitman si mesce al lignaggio dei Metafisici, il fango biblico al tono trascendentalista, Robinson Jeffers e “Charlot” prendono il tè nella stessa stiva.</p>



<p>Per lo più ignorati in Italia, i <em>poems of James Agee</em> sono stati raccolti nel 1968 da Robert Fitzgerald; <strong><a href="https://utpress.org/title/complete-poetry-of-james-agee/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">quest’anno, per la University of Tennessee Press, Michel A. Lofaro ha curato <em>Complete Poetry of James Agee</em>.</a></strong> Quasi ovvia la quarta: “Sebbene sia noto soprattutto come romanziere, giornalista e critico cinematografico… James Agee è stato soprattutto poeta, per altro, riconosciuto”. Al primo volume in versi, non ne seguirono altri: Agee è autore di ‘opere prime’, d’inesorabile eloquenza. Il resto: prove, porzioni di poemi, parole-palafitte, piccoli Graal poetici tenuti nel cassetto. Forse è in questo l’enigma del poeta: il continuo sottrarsi, e morire nudi, lasciando che altri – semmai – scoprano il nostro segreto, parola che oscuramente continua a vivere nel fiammante sussurrio.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="658" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71H1cVxZKHL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101619" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71H1cVxZKHL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71H1cVxZKHL._AC_UF10001000_QL80_-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71H1cVxZKHL._AC_UF10001000_QL80_-600x912.jpg 600w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p>In un antico studio – recluso nella raccolta <em>Novecento americano</em>, edita da Lucarini nel 1983, sotto la supervisione di Elémire Zolla –, Massimo Bacigalupo registra in sintesi – tutto d’un fiato – l’estro di Agee:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La disperazione e la dissipazione che ne segnarono i quarantacinque anni di vita, l’indifferenza per la sorte dei propri manoscritti e lavori, la trascuratezza nel vestire e la contestazione del Potere, l’antintellettualismo e il culto del bambino e dell’animale, la decostruzione delle forme letterarie tradizionali in un magma lirico-autobiografico, la passione per l’immagine fotografica e cinematografica, la venerazione di Harold Lloyd, Buster Keaton e Charlie Chaplin, di Blake, Beethoven e della musica negra: tutto ciò parrebbe fare di James Rufus Agee un precursore della controcultura degli anni Sessanta e ha contribuito a crearne la leggenda, ma basta ricordare la risentita e inesausta sensibilità morale di stampo nettamente puritano, le mirabili doti espressive, la fisionomia di professionista dello scrivere, il sospetto profondo – anch’esso puritano – per ciò che è <em>phony</em>, per il mero atteggiarsi sentimentale e artistico, a districarne la figura dalla moda culturale ‘permissiva’ e scorgere l’aria di famiglia che lo lega, come un fratello minore, a Emerson e Thoreau, a Melville e Howthorne, a Whitman e Dickinson”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Poesia che alterna spiazzanti ingenuità a intelletto a frotte, il culto della concretezza ai misteri celesti. Dio è acquattato ovunque, in questi versi di tenace stupefazione: ma il cuore del poeta, integro, va sorseggiato in piedi, di notte, tra umani in esodo, sotto stelle belle come frecce.</p>



<p>***</p>



<p><em>L’Ombra</em></p>



<p>Da fardello a falce, la luna cresce<br>diventa una mostruosa lacrima<br>ingrassa durante la notte<br>colossale sfera ubriaca:</p>



<p>rotondità in disastro<br>saluta, folle, il destino che la attende:<br>la falce si riduce a lembo, il lembo<br>si scioglie grato nell’oscurità.</p>



<p>Così, l’Ombra si placa,<br>ci inganna con un lento consenso:<br>tornerà ancora, a tempo debito,<br>per distruggere ciò che deve bruciare.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sicuro, nella splendente notte</em></p>



<p>Sicuro, nella splendente notte<br>il genio della generosità veglia su di me<br>in questa parte della terra.<br>L’ultimo anno è in fasce, a Nord.<br>Tutto è salvo, tutto è giusto.<br>I cuori sono integri.<br>Sicuro, nella splendente notte<br>piango per la meraviglia che vaga<br>lontana, tra ombre stellate.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sulla parola Regno</em></p>



<p>In quel regno è assente il pianto.<br>Nessuno dubita, perché nessuno mente.<br>Nessun figlio teme la madre<br>il fratello non invidia il fratello.</p>



<p>Le famiglie sono come alberi:<br>è primavera e primizia, bramiti<br>di api tra fiori nubiformi; ogni<br>angelo divora un’anima.</p>



<p>Si sorride di continuo perché<br>il cuore non conosce inganno.<br>Là, imperturbati, gli uomini salutano<br>la morte come un vecchio amico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="658" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51VV6yvSQZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101620" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51VV6yvSQZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51VV6yvSQZL._AC_UF10001000_QL80_-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51VV6yvSQZL._AC_UF10001000_QL80_-600x912.jpg 600w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Sulla parola Dormiente</em></p>



<p>Perfetti, nel sonno, guardali, non crederesti<br>che possano farti del male. Quella mano che si muove,<br>quella gamba, possono stringerti, amare, varcare il corpo<br>nemico docili come una moglie.<br>Ma Dio deve soffrire<br>vegliando sulle ombre della terra<br>vegliando come una candela sull’incalcolabile perdita<br>nella notte navata in cui ciascuno vive:<br>chi geme, chi sorride, chi bisbiglia; trafitto<br>dal corno, si assembla in alto, rinasce,<br>coronato da destrezza e coraggio – quando<br>è sveglio opera perché lo mettano a morte.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>L’incontro</em></p>



<p>I corni della resurrezione<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; sfere, mondi, teschi che giubilano nell’inno<br>perfetti, l’anima e il corpo<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; conchiusi tra il vivente cielo e la terra mortale.</p>



<p>Ah, fedele al nostro appuntamento<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; a me ti unisci perché insieme possiamo<br>ascendere all’amore eterno…<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ma dimmi: cosa rattrista i tuoi occhi?</p>



<p>“Tu, che tanto mi hai amato,<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; a lungo hai atteso un nuovo amore:<br>ora, davanti al Dio che arde<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; quell’amore è nube, brucia nella più chiara aria”.</p>



<p>“Non essere triste, dimenticami<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; come ora ti dimentico, perduto in Dio:<br>non ho saputo districare dal bianco<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; baratro della morte la tenue febbre d’amore!”</p>



<p>*</p>



<p><em>Parabola delle porte (o del loro erigersi)</em></p>



<p>Esistere è la cronaca di molte porte:<br>l’uomo può varcarle tutte – non deve<br>interrogare né implorare: con insensata<br>facilità gli è permesso l’accesso.</p>



<p>Benché gli uomini siano miriadi, la porta si apre<br>ed essi sciamano, tenui, senza curarsi del perché,<br>iniziati a quei misteri negati soltanto a chi<br>incessantemente li tenta: reclutatemi tra quelli.</p>



<p>Vorrei esporre le verità inalterabili<br>sconciandole in rigorose armonie che nessuna<br>intelligenza ha mai cantato. So che il vero si fonda<br>su assi e assiomi: ma la mia esagerata mente ha rotto</p>



<p>tutti i cardini. È andata così: la brutale mente<br>ha preso a spallate il cardine perché lì era<br>il vero. Non cedo e non mi lamento ma affogo,<br>sbatto e una disperazione mi affina.</p>



<p>Ho serrato le porte dell’amore per sempre,<br>ogni bellezza è disastrata in me,<br>Dio è inchiodato al cervello, ma ora<br>vedo una porta la cui portata spaura gli altri.</p>



<p>Questa porta è la morte: sebbene abbia<br>architettato lì il mio capolavoro, la più astuta<br>opera, quegli oscuri cardini che nessuna congiura<br>può aggiogare mi faranno cadere in un cielo senza ante.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il poema dei poeti</em></p>



<p>Le crude, feconde stagioni passano<br>ciascuna con il proprio inestimabile fardello:<br>amore con la sua peculiare felicità, assenza d’amore<br>con quell’appropriato gracchiare; bellezza ha la sua figura, assennata<br>sapienza reca il proprio soffrire: la mente ha estrose decorazioni<br>e fa appassire i guardoni della grazia; esangue, arida<br>e senza gioia, sussurra enigmi mortali all’erba screziata<br>e morente – la sua verde ora è stata breve, ma presto<br>l’intelletto tornerà spensierato, presto l’autunnale stallo<br>non sarà altro che il luminoso memoriale della pioggia.</p>



<p>Stordita è l’intelligenza, lingua priva di verbo<br>inabile a raccattare il più infimo pensiero<br>sottomessa al terribile istante del sommo annuncio<br>sottomessa a fuoco celeste che acceca<br>a rendere riconoscente onore a Colui che opera nel fuoco<br>con frasi blindate nell’oro e ingannevoli lamenti.<br>Cantiamo al cielo che tardivo si oscura e non ci ode,<br><em>Che presto saranno obbligati alla terra e all’umiltà<br>che sfama la quercia di orgoglio e brucia il papavero di desiderio</em>.</p>



<p>Passano le stagioni, sterzano verso le altezze<br>ancora una volta la mente si libra nel vivo fuoco<br>ancora quelle foglie verdi e sante con cui modelliamo,<br>come fossero fiori di campo, la nostra aureola ghirlanda<br>di orgoglio, artificio, disperazione:<br>per incoronare la mente di ambizione<br>e recidere Dio dai desideri terreni,<br>per distruggere la verità con la bellezza<br>e impennare il tormentato amore nella sacra prostituzione:<br><em>Ancora e ora e sempre è il rito a cui ci immoliamo<br>di cui godiamo, per dannare altri poeti di tale semi-cieco potere.</em></p>



<p><strong><em>James Agee</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“La notte è il mio giorno preferito”. Le poesie d’amore di Emily Dickinson</title>
		<link>https://www.pangea.news/emily-dickinson-poesie-amore-tonussi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Aug 2023 04:33:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bacigalupo]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Tonussi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un diamante con molteplici, variegate sfaccettature: così Virginia Woolf descriveva la personalità, un insieme frastagliato, mai univoco, sempre in movimento. Lo stesso si può dire di Emily Dickinson, che ancora oggi continua a offrire al lettore sciami di ritratti interiori. Emily bambina cacciatrice di dolcezze. La scolara disubbidiente, “indipendente come un sole”. L’amante delle nuvole, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un diamante con molteplici, variegate sfaccettature: così Virginia Woolf descriveva la personalità, un insieme frastagliato, mai univoco, sempre in movimento.</p>



<p>Lo stesso si può dire di Emily Dickinson, che ancora oggi continua a offrire al lettore sciami di ritratti interiori.</p>



<p>Emily bambina cacciatrice di dolcezze.</p>



<p>La scolara disubbidiente, “indipendente come un sole”.</p>



<p>L’amante delle nuvole, di giardini e animali.</p>



<p>L’incantatrice di suoni in ascolto dei “pianoforti dei boschi”.</p>



<p>La figlia arrendevole custode della Homestead.</p>



<p>La vestale della parola che trascrive i “bollettini dell’immortalità”.</p>



<p>Il fantasma bianco della leggenda.</p>



<p>La “cometa solitaria” tesa all’altrove.</p>



<p>L’esploratrice del “mistico territorio” della passione, dell’amore umano.</p>



<p><strong>E di amori Emily Dickinson ne ha avuti molti. Per la poesia, per gli amici e la cognata Sue, “noi due, gli unici poeti”, per il giardino di casa</strong> in cui intravedeva foreste, per l’amatissimo nipote Gilbert, morto bambino, per gli uomini che sono entrati nella sua vita per aver colpito la sua immaginazione. Per loro Emily ha respirato e ha scritto, lettere e versi.</p>



<p>Una dimensione carica di mistero, come la poesia, questo era l’amore per lei, e dunque per sua natura strettamente intrecciato al fare poetico, una sorta di celeste ricerca da deporre alle soglie dell’invisibile: “l’immortalità /trincerata in una stella”. Di questi amori dickinsoniani raccoglie le poesie<a href="https://www.bompiani.it/catalogo/poesie-damore-9788830119727" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>Massimo Bacigalupo in una bella silloge recente, curata per Bompiani: <em>Emily Dickinson – Poesie d’amore</em> (Bompiani, 2023).</strong></a></p>



<p>Come sottolinea appropriatamente Bacigalupo nella nota introduttiva <em>Amore ad Amherst</em>, nella strategia amorosa di Emily Dickinson, “moglie-musa segreta” (p. 4), è presente una forte componente di “gioco letterario” (p. 6). Così è con l’affascinante amico giornalista e viaggiatore Samuel Bowles, a cui Emily invia versi sconcertanti, insieme conoscenza dell’abisso e proiezione in parole della passione immaginata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Title divine – is mine!</em><br><em>The wife – without the Sign!</em><br><em>Acute Degree – conferred on me –</em><br><em>Empress of Calvary!</em></p>
</blockquote>



<p><em>Ho un titolo divino</em><br><em>la sposa senza il segno!</em><br><em>Acuto onore a me accordato,</em><br><em>imperatrice del Calvario!</em> (p. 120)</p>



<p><strong>Versi che travolgono come una bufera, di chi scrive fuori da ogni norma: per la violenza dei sentimenti,</strong> anche solo sognati, per le immagini, per la punteggiatura anarchica e il ritmo insieme convulso e dolente. L’amore sembra essere un “bottino ultraterreno”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="672" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/9788830119727.1000-672x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96514" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/9788830119727.1000-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/9788830119727.1000-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/9788830119727.1000-600x914.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/9788830119727.1000.jpg 709w" sizes="(max-width: 672px) 100vw, 672px" /></figure>



<p>Il gioco di maschere continua con il pastore Charles Wadsworth, “il mio pastore, il mio Filadelfia”, forse il destinatario delle strepitose “Lettere al Maestro”: entrambi sono contemplatori di cieli, corteggiatori di nuvole e fiori. Quando lo sente predicare, mentre è ospite di cugini a Filadelfia, per Emily è una sorta di rivelazione. Conia dunque il mito della “Margherita”, che corteggia il sole aspettando la notte. Oppure si fa lei stessa corolla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>I hide myself within my flower,</em><br><em>That fading from your Vase,</em><br><em>You, unsuspecting, feel for me –</em><br><em>Almost a loneliness.</em></p>
</blockquote>



<p><em>Io mi nascondo nel mio fiore,</em><br><em>perché quando appassisca nel tuo vaso,</em><br><em>senza saperlo tu provi per me</em><br><em>quasi una solitudine.</em> (p. 107)</p>



<p>E più intenso che mai il “gioco letterario” continuerà con l’ultimo amore per il posato, maturo giudice Lord, “il mio Salem”. <strong>A lui Emily scrive lettere dense di passione, per lui scandisce il “mistico territorio” dell’amore con accenti che sfiorano il silenzio, si fa ascetica, monaca, sposa reale e purissima. </strong>Misura la gioia degli amanti sul passo del paradiso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“questa notte vorrei che la mia guancia si consumasse nella tua mano. Accetterai lo spreco? – gli scrive – La notte è il mio giorno preferito…”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando il “pieghevole corteggiatore che vince alla fine”, la morte, le porta via Otis pochi mesi dopo il piccolo Gilbert, Emily si ferma, sgomenta, come le sia stato sottratto il suo mondo di segni: “Sapessi pregare, l’intuito mi guiderebbe a intercedere per il suo piede, ma sono pagana…”.</p>



<p>Rimasta sola, è tentata di lasciarsi andare, come il pettirosso che lascia il nido vuoto dopo che il compagno è scomparso. La sua poesia sconfinerà sempre più con l’arcano, in un enigmatico scambio d’indizi, una ricerca di tracce, suoni, ombre:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>You left me – Sire – two Legacies –</em><br><em>A Legacy of Love</em><br><em>A Heavenly Father would suffice</em><br><em>Had He the offer of –</em></p>



<p><em>You left me Boundaries of Pain –</em><br><em>Capacious as the Sea –</em><br><em>Between Eternity and Time –</em><br><em>Your Consciuousness – and Me –</em></p>
</blockquote>



<p><em>Tu mi lasciasti, amore, due retaggi:</em><br><em>un retaggio d’amore</em><br><em>che appagherebbe anche il Padre Celeste,</em><br><em>se a lui venisse offerto;</em></p>



<p><em>e mi lasciasti regno di dolore</em><br><em>capaci come il mare,</em><br><em>fra l’eterno ed il tempo</em><br><em>la tua presenza e me</em>. (p. 85)</p>



<p>Anche lo stile, sempre conciso, si fa più scarno, scava l’essenza.</p>



<p>La scrittura di Emily, distante pochi decenni dai romantici inglesi, è l’espressione della modernità di un’America che ha già creato il proprio “mondo nuovo” in letteratura, in poesia, nel gusto e nella sensibilità.</p>



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<p>Come scrive Massimo Bacigalupo, “alla musica onirica dei Sonetti di Shakespeare e di Keats, le cui sillabe sembrano sciogliersi sulla lingua comunicando l’estenuarsi del desiderio, Dickinson risponde con la sua prosa asciutta, prodotto […] di un fai-da-te della campagna americana, come una trapunta, un utensile degli shaker, una torta allo zenzero” (p. 8):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>The Soul selects her own Society –</em><br><em>Then – shuts the Door –</em><br><em>To her divine Majority –</em><br><em>Present no more –</em></p>
</blockquote>



<p><em>L’anima sceglie i suoi compagni</em><br><em>E poi chiude la porta;</em><br><em>la sua divina maggioranza</em><br><em>estranei non sopporta</em>. (p. 43)</p>



<p>La lingua nobile delle traduzioni di Margherita Guidacci e Ariodante Marianni rende elegante incisività a queste <em>Poesie d’amore</em>. In filigrana, resta la luce accesa dall’anima di Emily, l’orma di lei sul prato della Homestead, il suo viaggio alla velocità delle stelle:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>The Poets light but Lamps –</em><br><em>Themselves <em>–</em> go out –</em><br><em>The Wicks they stimulate</em><br><em>If vital Light</em></p>



<p><em>Inhere as do the Suns –</em><br><em>Each Age a Lens</em><br><em>Disseminating their</em><br><em>Circumference –</em></p>
</blockquote>



<p><em>Accendere una lampada e sparire –</em><br><em>Questo fanno i poeti</em><br><em>Ma le scintille che hanno ravvivato –</em></p>



<p><em>Durano come i soli –</em><br><em>Ogni epoca una lente</em><br><em>Che dissemina</em><br><em>La loro circonferenza –</em></p>



<p><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Bisogna continuare a leggere Pound, il poeta totale. Dialogo con Massimo Bacigalupo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ezra-pound-dialogo-massimo-bacigalupo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 05:14:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bacigalupo]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’armistizio, Ezra Pound, il poeta dell’altro mondo, lasciò Roma a piedi. Chiese inutilmente al Governo Americano, tramite l’ambasciata svizzera, la restituzione del passaporto; gli era stato negato di rientrare in patria, quando gli Usa avevano optato per l’ingresso in guerra. Difendendosi dall’accusa, infame, di aver tradito la propria patria, accennò a Ernest Hemingway, “Hemingway [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo l’armistizio, <strong>Ezra Pound</strong>, il poeta dell’altro mondo, lasciò Roma a piedi. Chiese inutilmente al Governo Americano, tramite l’ambasciata svizzera, la restituzione del passaporto; gli era stato negato di rientrare in patria, quando gli Usa avevano optato per l’ingresso in guerra<strong>. Difendendosi dall’accusa, infame, di aver tradito la propria patria, accennò a Ernest Hemingway, “Hemingway ha sostenuto che E.P. sarebbe incapace di tradire”. </strong>In effetti, Pound ha creato, pressoché dal niente, specie di Whitman sublunare, la letteratura ‘moderna’: la sua generosità, inesausta, monastica, potremmo dire, era tale che al ‘club’ – quelli del ‘Bloomsbury’, per dire – preferì sempre il cenacolo. Sapeva riconoscere l’assolutamente diverso da sé. Così, consentì a James Joyce di pubblicare quando nessuno capiva le pagine dell’irlandese; fu il funambolico editor di Thomas S. Eliot; insegnò a Hemingway l’arte delle frasi brevi, sprezzanti, spezzate; consegnò a William B. Yeats il gergo per una nuova giovinezza; perfino Edgar Lee Masters – che all’epoca si firmava Webster Ford – gli deve molto: ‘Ez’ riconobbe, prima di tutti, il genio ruvido dell’<em>Antologia di Spoon River</em>. Eppure, bisogna pensare al poeta privo di tutto, che non ha dove poggiare il capo – “Ho dormito due notti in una specie di corridoio, dio sa dove dormirò nei giorni venturi”, scrive, nel dicembre del 1943, a Concetto Pettinato, all’epoca direttore de “La Stampa”. E tuttavia, si arma, ancora, per tradurre in italiano le poesie di un giovane pilota della RAF morto in combattimento, J.P. Angold, e per voltare in inglese le poesie di Saturno Montanari, caduto nel 1941, sul fronte greco-albanese (“Autumn, so many leaves/ pass with the wind…”). Ancora, nonostante tutto, a creare avanguardie, a scoprire poeti nuovi, mosso dalla meraviglia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="731" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3-731x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93616" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3-768x1076.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/s-l1600-3.jpg 771w" sizes="(max-width: 731px) 100vw, 731px" /></figure>



<p>Leggere i fatidici “Radiodiscorsi” di Pound – raccolti, nel 1998, dalle Edizioni del Girasole – irrita, esalta, commuove. Pound che promuove l’opera di e.e. cummings – “un grande scrittore, sulla scia di H. James, e Thoreau, e Whitman… vi dico che è l’uomo più intelligente d’America” – che onora James Joyce – “l’eleganza latina della sua scrittura… l’ha fatto emergere tra i primi della classe” – e invita a leggere Céline (“Non solo per la sua documentazione, per la sua ricchezza linguistica. Non solo per la forza della sua prosodia, ma per il contenuto. Prima o poi dovrete leggere Céline”). Nel 1940 a Curzio Malaparte – soprannominato “Malapartissimo” – aveva testimoniato in una specie di haiku la propria etica estetica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La poesia odia le parole inutili. <em>The Imagist Movement</em> aveva per programma il dovere di staccare le parole inutili”.</strong></p></blockquote>



<p>Inutile, piuttosto, ricordare il legame di Pound con l’Italia: a Dante, l’adorato, anteponeva Cavalcanti; aveva tradotto Francesco d’Assisi e Michelangelo, si riconosceva in Sigismondo Malatesta, amava Enrico Pea – ma anche Federigo Tozzi –, è sepolto a Venezia, ha abitato a lungo in Liguria. Gli italiani d’intelletto l’hanno sempre considerato un alieno, il papa re di un’era assurda, che “ambiva a realizzare il mito leonardesco, debitamente aggiornato” (così Ezio Saini); lo hanno trattato, genericamente, come un eccentrico o un reietto; ognuno con una ‘testimonianza’ da offrire, stinta fotografia al fianco di un guru ridotto a paria, al desco della bestia rara. In un lungo servizio pubblicato su “Il Mondo” nel 1971 – <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/ezra-pound-e-inutile-che-io-parli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ora in: Ezra Pound, <em>È inutile che io parli. interviste e incontri italiani</em>, De Piante, 2021 </a>– Romano Bilenchi ricorda “l’irremovibile”, “testardo” Pound che gli parlava del fascismo citando Confucio, voleva fargli leggere Wyndham Lewis e “aveva il corpo perfetto, forte, da atleta”.</p>



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<p>Voglio dire. Pound è morto cinquant’anni fa. Non mi pare che l’attenzione nei suoi riguardi, nel nostro paese, sia miliare. Mondadori ha pubblicato la traduzione dei primi sette canti dei <em>Cantos</em> a cura di Patrizia Valduga; è qualcosa. Suggerirei – ancora – una traduzione complessiva dei <em>Cantos</em> per mano di un gruppo di poeti italiani: a ciascuno sia affidato un canto. Da investigare – e pubblicare – c’è un oceano; ci accontentiamo di tazzine di coccio, di brevi sorsate: forse ‘Ez’ fa ancora paura, forse è giusto così.</p>



<p>Tra i testi usciti di recente, <a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/ezra-pound/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>la raccolta di saggi di Massimo Bacigalupo pubblicata da Edizioni Ares, <em>Ezra Pound. Un mondo di poesia</em>,</strong> </a>è necessaria, miliare. In qualche modo, riassume quarant’anni di studi nell’aura poundiana – nel 1981 per le Edizioni di Storia e Letteratura, Bacigalupo pubblica<em> L’ultimo Pound</em>. Vi si legge, tra le tante cose, la genesi di <em>A Lume Spento</em>, la prima raccolta di poesie ideata da Pound nel 1908, a Venezia – come a dire, il cerchio che si apre e si chiude –, pubblicata a sue spese; e poi dei rapporti con Yeats a Rapallo (la cosiddetta “angloliguria”) e di quelli con Vanni Scheiwiller (a cui Pound ha letteralmente, letterariamente costruito il catalogo editoriale); un capitolo è dedicato agli “amori primaverili e invernali” di Pound: insieme a H.D. e alla fatale ‘Martinelli’ compare “la ventiseienne texana”, discreta e capace, Marcella Spann.</p>



<p>La vita di Bacigalupo, d’altronde, è legata a quella di Pound: il nonno, farmacista, era l’occasionale confidente del poeta; il padre, medico, giocava a tennis con ‘Ez’ e ne custodiva la salute; fu Pound a istruire Bacigalupo, ragazzo animato da una precoce passione per i film, sul New America Cinema. Alcune fotografie – scattate da Bacigalupo, finora inedite – sono così belle che valgono il libro: Pound ha il tenero, tremebondo ceffo del veggente. “Puoi tu entrar nel gran cono di luce?/ Ma bellezza non è follia”, detta il poeta, nei frammenti ultimi – non certo ridotto al silenzio, bensì calato nella perenne rivelazione. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="693" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/719eFFFmtmL-693x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93617" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/719eFFFmtmL-693x1024.jpg 693w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/719eFFFmtmL-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/719eFFFmtmL-600x886.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/719eFFFmtmL.jpg 731w" sizes="(max-width: 693px) 100vw, 693px" /></figure>



<p><strong>Occuparsi di Pound risponde anche a un ‘destino’ familiare, mi pare: il nonno Massimo Ruggero Bacigalupo, che penetra nell’andare dei <em>Cantos</em>, suo padre, giovane campione di tennis che condivide atletiche sfide con il poeta, a Rapallo&#8230; Da dove origina il bandolo della sua ricerca?</strong></p>



<p>Il Pound visto da vicino, fra gli eccentrici di Rapallo. Con l’amico tennista Carlo Devoto, specializzato nella imitazione di Hitler. Uscivano insieme nei locali da ballo.&nbsp; Quando Pound tornò nel 1959 e Carlo stava maluccio, EP disse, “Peccato, due vecchi mascalzoni non possono rivedersi”. Il nonno Massimo, farmacista, era persuaso che il Pound silenzioso della fine se la ridesse per aver beffato tutti. Ma non era così. Era depresso e una volta che gli chiesi se aveva un messaggio per dopo rispose con il consueto silenzio. Ma nella foto sulla copertina del mio libro, che gli feci giusto sessant’anni fa nella clinica di mio padre, ha uno sguardo indagatore.</p>



<p><strong>Cosa sono i <em>Cantos</em>? Cioè: la struttura intende replicare i canoni di una nuova Odissea, una novella Commedia, oppure, come il poeta scrive ad Harriet Monroe, replicano la trama di un testo del teatro N</strong><strong>ō</strong><strong>? Potrei chiederle, piuttosto, come cambiano pelle i <em>Cantos</em> dal 1917 in qua&#8230;</strong></p>



<p>I <em>Cantos</em> sono la registrazione, il diario, la conversazione di Pound sull’arco di cinquant’anni.&nbsp; È sempre lui che parla e racconta le cose per lui memorabili che ha sentito dire da altri o ha letto nei libri necessari a costruire “la citta di Dioce”. Aveva la teoria del “dettaglio luminoso” che rivelerebbe il senso profondo di una vita o di un’epoca. E nel poema voleva raccoglierIi tutti per guidare a una visione della società giusta in cui economia sesso arte eccetera si sarebbero esplicati armoniosamente e liberamente. Un grande libro dei racconti, le nuove <em>Metamorfosi</em> di Ovidio. Gli dei, le dee “dal capezzolo eretto”, Venere “dalle scure palpebre”. Inventò una parola pseudotedesca, “Sagetrieb”, per dire la trasmissione del sapere, racconti, aneddoti, arcani. La storia infinita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/18-04-settembre-San-Vito-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93618" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/18-04-settembre-San-Vito-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/18-04-settembre-San-Vito-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/18-04-settembre-San-Vito-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/18-04-settembre-San-Vito.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong>Fuga in Oriente. Yeats s’imbeve e s’imbambola&nbsp;di Upanishad, Eliot approccia il <em>Dhammapada</em>. Pound scarta l’India per guardare oltre, da subito, all’Estremo Oriente: Giappone e Cina, Zeami e Confucio. Cosa scopre in quelle tradizioni?</strong></p>



<p>Confucio come pensatore laico da opporre a ogni visione punitiva dell’aldilà. Il destino dell’uomo sta in questo modo. Ci sono tante cose da godere. Musica, parola, poesia. Confucio è anche il pensatore di una società gerarchica. Pound approvava, purché a comandare fossero artisti genialoidi come lui. Anche il tao si insinua, “ciò da cui ti allontani non è la via”. Ma anche: “La nostra dinastia si affermò a causa di una grande sensibilità” (Canto 85). La “nostra dinastia”, color che sanno, che partecipano al banchetto, che pur in piccioletta barca seguono il legno del poeta che cantando varca.</p>



<p><strong>Le donne. Dorothy, Olga, H.D., ‘La Martinelli’, Marcella Spann: questo ménage di menadi, di muse, di fatue amate che a tratti appaiono, trasfigurate, traslucide, nei <em>Cantos</em>, cosa ‘serve’ a Pound?</strong></p>



<p>Le amate di EP erano sempre viste come compagne di lavoro, allieve, ispiratrici, da inviare in missione, da istruire. Le sue lettere d’amore sono sempre liste di cose da fare per i suoi progetti, la trascrizione di spartiti di Vivaldi (Olga), iniziali (Dorothy) e illustrazioni (Sheri Martinelli) per i <em>Cantos</em>, letture obbligate.&nbsp; C’è anche l’elemento erotico. “Tette cosi sode che ci potevi schiacciar sopra una mosca…”. Sapeva anche ridere. E vedere.</p>



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<p><strong>Che poeta è quello che esce dalla reclusione al St. Elizabeths, la casa dei matti che diventa, poi, luogo di incontri, di studi? Sembra che la Storia, che Pound credeva di poter domare, abbia ruminato e vomitato il poeta&#8230; è così?</strong></p>



<p>Il poeta recluso si fa più ossessivo nella convinzione della congiura degli oscurantisti contro chi li smaschera. Dagli Albigesi, a Sigismondo Malatesta, a “Muss, spacciato per un errore”. I canti di Washington sono… pazzeschi. Ma l’irlandese Martinelli sa spremere qualche goccia di succo d’acero dal vecchio tronco. “Il mio bikini vale la tua chiatta, disse Leucotea” (a Ulisse).</p>



<p><strong>Come finiscono, a suo parere i Cantos? Su quale visione? E cosa resta da scoprire di Pound?</strong></p>



<p>Continua ad annotare parole sempre più flebili ma con il consueto ritmo grandioso. “Un po’ di luce, la luce di un giunco, per ricondurre allo splendore”. Si può leggere con partecipazione. E indulgenza. La mia amica poeta Grace Schulman, allieva di Marianne Moore, quasi novantenne, continua a insegnare scrittura creativa a New York. “Sto dando Pound ai miei studenti”, dice. “<em>Come leggere</em> e <em>ABC della lettura</em>. Sono libri che hanno fatto di me e faranno di loro scrittori migliori”.</p>



<p><em>*In copertina: Alvin Langdon Coburn, Vortograph of Ezra Pound, 1917</em></p>
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		<title>“Mi parve proprio ammattito”. Ezra Pound in Italy: l’idolo incompreso</title>
		<link>https://www.pangea.news/ezra-pound-italia-de-piante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 04:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bacigalupo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel maggio del 1958, dalle pagine de “Il Mondo”, Bruno Fonzi, scrittore che vale la pena riscoprire – con Einaudi ha pubblicato Il maligno e Tennis, ha tradotto, tra i tanti, Faulkner, Singer e Hemingway – racconta che “Gli americani hanno infine riconosciuto che Pound non è matto e l’hanno liberato dal manicomio”. Il pezzo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel maggio del 1958, dalle pagine de “Il Mondo”, Bruno Fonzi, scrittore che vale la pena riscoprire – con Einaudi ha pubblicato <em>Il maligno</em> e <em>Tennis</em>, ha tradotto, tra i tanti, Faulkner, Singer e Hemingway – racconta che “Gli americani hanno infine riconosciuto che Pound non è matto e l’hanno liberato dal manicomio”. Il pezzo è ben scritto, un robusto sketch narrativo, e costituisce una specie di cliché: lo scrittore dettaglia, per sommi capi, la cornice della vicenda poundiana – fascino, fascinazione per il fascismo, arresto, manicomio criminale –, e il suo incontro con il poeta, a Rapallo. La chiusa del pezzo è saporita – “Lo rividi di sfuggita a Roma… Aveva il cappello a larghe tese, un bastone dalla punta ferrata e un lungo sigaro. Mi parve proprio ammattito” – e dimostra, come altri articoli (pressoché esemplari, cioè aurei esempi di giornalismo narrativo) raccolti in <strong><em>È inutile che io parli</em></strong>, la quasi assoluta, appagata, indifesa incomprensione di Pound da parte della cultura italiana. Questa è una delle scabre scoperte del libro, <strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/ezra-pound-e-inutile-che-io-parli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">edito da De Piante e curato da Luca Gallesi, che raccoglie “Interviste e incontri italiani” di Ezra Pound</a></strong> dal 1925, l’anno in cui il poeta si trasferisce a Rapallo, al 1972, l’anno della morte, che lo coglie a Venezia, dove è sepolto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-84609" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210408_131207-scaled-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Il libro, intendo, è pieno di autentiche perle, ma l’idea generale resta quella: Pound è trattato con sospetto – se non con diffidenza – eppure, non c’è intellettuale nostrano che non accenni – con schifiltosa vanità – a un contatto, un incontro, un incrocio con il poeta più travolgente del secolo. Così, <strong>Guido Piovene</strong> gli fa visita, è il 1951, al St. Elizabeths, ma non vede che “un fauno malato”, più attratto dal contesto, il manicomio, che da Ez; <strong>Eugenio Montale</strong>, nel 1955, sul “Corriere d’Informazione”, per lo meno, fa esercizio di scaltra umiltà (“non comprendo tutte le sue poesie, probabilmente per mia ignoranza, e meno ancora so orizzontarmi nelle sue strane teorie economiche e sociali”), eppure ci ricorda “quando lo conobbi, intorno al ’25”, “era un bell’uomo, aitante, il mento adorno da un pizzo<em> poil de carotte</em>”; “Irremovibile”, “Testardo, convinto delle sue idee, di stare a un gioco divertente che non recasse male ad alcuno”, lo descrive invece <strong>Romano Bilenchi</strong>, nel 1971, sul “Mondo”, in un lungo articolo, letterariamente efficace, riannodando i suoi dialoghi con il poeta dal “corpo perfetto, forte, da atleta”. Anche l’articolo di<strong> Indro Montanelli </strong>– 11 aprile 1971, “Corriere della sera” –, come al solito impeccabile, traduce un non-incontro con un uomo cucito nel silenzio, dal volto bellissimo, “tra il profeta biblico e l’eroe omerico”, che “soldati americani rinchiusero… in una gabbia di metallo come una belva idrofoba”. Perfino la ‘mitica’ intervista di <strong>Pier Paolo Pasolini</strong> del 1968, riprodotta nel tomo, infine, dice più di Pasolini che di Pound. Il celebre articolo di <strong>Giovanni Papini</strong>, strombazzato sul ‘Corrierone’ come <em>Domandiamo la grazia per un poeta</em>, era il 1955, oltre che retorico (“A nome dei poeti e di tutti gli uomini di cuore d’Italia io mi rivolgo alla ‘donna gentile’ che rappresenta a Roma la grande unione americana. La signora Clara Luce è, per grazia di Dio, una cristiana…”) e pieno di riserve e preservativi (“Non intendo attenuare né assolvere le colpe di Ezra Pound verso il suo Paese…”), si rivelò inutile.</p>



<p>Eppure, Pound nasce poeta in Italia – nel 1908, a Venezia, “stampato da A. Antonini in 100 copie”, pubblica <em>A Lume Spento </em>–, in Italia vive e muore, studia i grandi italiani – Guido Cavalcanti su tutti, poi Sigismondo Pandolfo Malatesta, durante le gite riminesi –, dall’Italia e dell’Italia scrive – l’editore ‘poundiano’ Raffaelli ha pubblicato nel 1996 come <em>Ritorna Età dell’Oro</em> un’antologia di italiani tradotti da Pound, che vanno, senza limiti, da San Francesco a Ugo Fasolo –, in Italia è arrestato, in Italia torna dopo la gabbia americana, in Italia muore. I <em>Pisan Cantos</em> sono definiti – così la quarta di una antica edizione Garzanti, curata da Alfredo Rizzardi – “il poema più vertiginoso del nostro secolo”. Quel mucchio di canti iniziano – è il LXXIV del poema – con “Ben e la Clara <em>a Milano</em>/ per i calcagni a Milano”, con l’esortazione “Temi iddio e l’idiozia della plebe” e la visione, “tutto ciò che esiste è luce”. Per l’intelligenza italica, piuttosto, Pound restò un luogo oscuro, un buco nero, che attraeva con inderogabile magnetismo. Gli fu al fianco Vanni Scheiwiller, a pubblicare le sue memorabili avventure liriche, profetiche.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="742" height="600" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/Scan-4-742x600-1.jpg" alt="" class="wp-image-84610" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Scan-4-742x600-1.jpg 742w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Scan-4-742x600-1-300x243.jpg 300w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure>



<p>Pound, probabilmente, eccedeva la misura clerical-culturale italica (“Ezra Pound – occorre dirlo – non conosce in qualsiasi cosa la misura giusta”, scrive <strong>Gino Protti</strong> sull’“Ambrosiano”, nel 1934, “ebbi l’impressione strana che si trattasse di una persona vissuta molti secoli prima e che ritornasse proprio allora a rivedere la terra, il mare, il prodigio dei colori e delle distanze”). Ancora nel 1986, secondo lo schema consueto, <strong>Enzo Siciliano</strong> ricorda il suo personale incontro con il poeta – “Era la mattina del 7 marzo ’59. Ero arrivato a Rapallo in treno, da Roma” –, il genio indiscutibile del “mitico maestro” – “I <em>Canti pisani</em> era stato il mio libro per tre anni interi” – e, naturalmente, l’“errore”. Per tutti, tuttavia, Pound fu un totem: consentì elaborati, acrobatici esercizi di stile. Come se per essere davvero scrittori – o poeti o intellettuali al cospetto della Storia – bisognasse passare per il trogolo – e per l’acquasantiera – di Pound. Per scoprire se stessi bisognava inabissarsi nell’ombelico di Pound, dire qualcosa su Pound, avere incontrato Pound, possedere una cartolina, un libro, una reliquia di Pound. Ha qualcosa di stordente e di stupefacente, questo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="453" height="626" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/9788899567828_0_0_626_75.jpg" alt="" class="wp-image-84611" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/9788899567828_0_0_626_75.jpg 453w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/9788899567828_0_0_626_75-217x300.jpg 217w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></figure>



<p>Credo che il caso sia retto da un remota armonia, allora, perché nei giorni in cui De Piante manda in libreria <em>È inutile che io parli</em>, <strong><a href="https://www.cannetoeditore.it/prodotto/ieri-a-rapallo-giuseppe-bacigalupo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Massimo Bacigalupo, insigne studioso e traduttore di Pound, ha fatto ristampare il libro di suo padre, Giuseppe Bacigalupo, <em>Ieri a Rapallo</em>, che custodisce un mirabile ritratto di “Ezra Pound”.</a></strong> Il ritratto è bello perché privo di civetterie intellettuali e di tremori politici. Si racconta l’arresto di Pound – “Stava traducendo il <em>Libro di Mencio </em>il 3 maggio 1945 quando due partigiani lo prelevarono nella casetta di S. Ambrogio. Se lo mise in tasca e li seguì” –, il carcere, l’incontro, nel 1962, in Liguria, dopo un ricovero nella Casa di Cura di Martinsbrunn, vicino a Merano, “dimagrito, invecchiatissimo… in un mutismo quasi assoluto”. Giuseppe Bacigalupo è medico di fama e conduce Pound nella sua clinica, Villa Chiara: il poeta è operato dopo aver rilevato “una grave intossicazione uremica”. I ricordi più estasianti, però, affondano nel 1926, quando Bacigalupo conosce Pound <strong>“sui campi del Tennis Club di Rapallo. Ero agli inizi di uno sport che mi avrebbe dato molte soddisfazioni anche in campo agonistico, mentre Pound vi veniva a sfogare le energie non esaurite della sua vulcanica attività intellettuale, saltando e sudando copiosamente tra esclamazioni assai poco ortodosse”. </strong>Insieme a Pound, il giovane Bacigalupo partecipa “a qualche piccolo torneo nelle cittadine rivierasche, dove giungevamo sulla Fiat 509 torpedo, carichi di entusiasti del tennis e guidata da mia madre”. Quando Pound vinceva, insieme al giovane, talentuoso amico, “era giulivo come un ragazzo”. Sapeva giocare: “con poco stile ma con inesauribile energia e combattività”. Il poeta sul campo da tennis. Non avrebbe desiderato altro ricordo: lì, nel gioco, dove tutto è vento, volontà, vigore e verbo scomposto. E l’azzurro – si sa, siamo in Liguria – è una traccia di vetro.</p>



<p><em><a href="https://www.moma.org/collection/works/83987" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*In copertina: Alvin Langdon Coburn, Vortograph Ezra Pound, 1916-17</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ezra-pound-italia-de-piante/">“Mi parve proprio ammattito”. Ezra Pound in Italy: l’idolo incompreso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, cambiare il mondo, cosa gliene importava della cold cream pubblicata da Poetry e dal New Yorker?”. Su Pound, ancora. Dialogo con Massimo Bacigalupo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2020 04:29:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sessant’anni fa Mondadori usciva con una edizione delle Poesie scelte di Ezra Pound introdotte da Thomas S. Eliot che, con scaltra prudenza, esaltava l’uomo di cultura, l’animatore &#38; l’agitatore (“Se non fosse stato per l’opera che Pound svolse negli anni di cui ho parlato, l’isolamento della poesia americana, e quella dei singoli poeti, avrebbe potuto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ezra-pound-intervista-bacigalupo/">“Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, cambiare il mondo, cosa gliene importava della cold cream pubblicata da Poetry e dal New Yorker?”. Su Pound, ancora. Dialogo con Massimo Bacigalupo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sessant’anni fa Mondadori usciva con una edizione delle <em>Poesie scelte</em> di Ezra Pound introdotte da Thomas S. Eliot che, con scaltra prudenza, esaltava l’uomo di cultura, l’animatore &amp; l’agitatore (“Se non fosse stato per l’opera che Pound svolse negli anni di cui ho parlato, l’isolamento della poesia americana, e quella dei singoli poeti, avrebbe potuto continuare a lungo”), tacendo il genio del poeta (“Ho espresso prima d’ora l’opinione che la grandezza di un poeta non è problema da sollevarsi da parte dei critici del suo tempo: è soltanto dopo che egli è morto…” e bla bla bla). Soprattutto, il bravo Alfredo Rizzardi – nel pasticcio antologico c’erano brandelli da <em>Personae</em>, da <em>Lustra</em>, <em>Cathay</em>, “Mauberley” e dai <em>Cantos</em> – sanciva l’impossibilità di discernere il grano autobiografico da quello lirico, la poesia dal mito del poeta, il fatto dalla chiacchiera. <strong>“Il lettore che si volga alla vita di Ezra Pound con la speranza di trovare la chiave di tanti versi impenetrabili dei <em>Cantos</em>, si perderà in una selva di mezze-verità, quasi-leggende, di episodi passati di bocca in bocca e di orecchio in orecchio prima di venir fissati sulla carta. E ancor più confuso sarà da quei fatti obbiettivi, che, riferiti a Ezra Pound, acquistano tutto il sapore di una leggenda”. </strong>Con gioia da astronauta e sapienza da entomologo, piuttosto, <a href="http://www.pangea.news/pound-e-contagioso-ed-entusiasmante-a-volte-insopportabile-dialogo-con-massimo-bacigalupo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Massimo Bacigalupo</strong></a>, da anni, rintraccia negli anfratti dei testi di Pound – basti pensare ai <em>XXX Cantos</em> editi da Guanda e ai <em>Canti postumi</em> per Mondadori – le fonti, i nodi biografici, le svagate nudità, l’autentico della vita. Per la Clemson University Press, negli States, ha da poco pubblicato <a href="https://libraries.clemson.edu/press/books/ezra-pound-italy-and-the-cantos/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Ezra Pound, Italy, and The Cantos</em></strong></a>, in cui, appunto, si allinea il repertorio di “materiali italiani impiegati nella costruzione della sua opera epica più ambiziosa, <em>I Cantos</em>: paesaggi, opere d’arte, storia, persone, eventi politici”. Il libro – un sunto del lavoro molteplice di Bacigalupo nell’opera di Pound – attraversa le città ‘poundiane’, Rapallo, Venezia, Roma, gli incontri con Dante, Eugenio Montale, Carlo Izzo, l’evidenza delle muse, H.D., ‘La Martinelli’. Ezra amava l’Italia, atterrò a Venezia nel 1908, dove pubblica <em>A lume spento</em>, e a Venezia, il destino ha forma di anello e di collare, è sepolto. Ha scritto in italiano. Ha tradotto i poeti italiani, da Francesco d’Assisi a Metastasio, Michelangelo e Leopardi. <strong>Gli piaceva l’ormai dimenticato Saturno Montanari, rendendolo, in inglese, più cool (“When the light/ goes, men shut behind blinds/ their life, to die for a night”);</strong> si congratulò con Ungaretti “per aver sopravvissuto alle vicissitudini di una difficile epoca”. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_77683" aria-describedby="caption-attachment-77683" style="width: 411px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77683" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-225x300.jpg" alt="" width="411" height="547" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-1320x1760.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-7-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 411px) 100vw, 411px" /><figcaption id="caption-attachment-77683" class="wp-caption-text">Massimo Bacigalupo &amp; Ezra Pound (photo Juan Leyva Cruz)</figcaption></figure></p>
<p><strong>La storia poetica di Pound comincia a finisce a Venezia, dove muore e pubblica la prima <em>placca</em>. Eppure, nonostante la permanenza e le vicissitudini italiane, Ezra resta un poeta ‘americano’, dell’altro mondo. Chiedo a lei, allora, quanto l’Italia abbia influenzato Pound e quanto lui resti ermeticamente statunitense.</strong></p>
<p>Credo che Pound fosse molto dipendente dall’ambiente che lo circondava, lo introiettava come parte della sua biografia sovranazionale. Aveva avuto una formazione storica e filologica rivolta al mondo romanzo, da ciò il suo frequentare vecchie carte italiane per trovarvi miti e storie, come aveva fatto il vittoriano Browning. <strong>C’è l’innamoramento di Sigismondo Malatesta, amante, guerriero, mecenate, edificatore di templi, che porta alla composizione di quattro intricatissimi canti (VIII-XI) intorno al 1922, proprio quando Eliot scrive e pubblica <em>The Waste Land</em>. Io ho tradotto per Guanda i <em>XXX Cantos</em> (cioè Canti I-XXX, 1930) e ho dovuto consultare i documenti quattrocenteschi compulsati ed eccentricamente rielaborati da Pound, pubblicando a fronte del testo inglese quando possibile gli originali.</strong> Il Bandello, che so. I versi dedicati da Sigismondo all’amata. Una lettera attribuita al Pisanello. È affascinante ritrovare queste voci in un italiano che non è più il nostro, saporito, ed è questo tratto pittoresco e gagliardo che piaceva all’esuberante Ezra: “I palafreni bianchi, / con dodici donzelle tutte a cavallo / vestite di verde a una livrea; / sotto un baldacchino, argentato a punti grossi”. Questo è il mio italiano ricomposto da qualche cronaca riminese. L’inglese: “The small white horses, the / Twelve girls riding in order, green satin in pannier’s habits, / Under the baldachino, silver’d with heavy stitches…”. Non è curioso seguire queste interferenze di testi? Gianfranco Contini scrisse con sconcerto dei Canti senesi (XLII-XLIV), trascritti in parte da documenti relativi alla fondazione del Monte dei Paschi. <strong>Pound è un poeta didattico, come del resto quasi sempre gli americani (anche Stevens!), e Malatesta sta per la fecondità ritrovata nel passato che si oppone alla terra guasta del presente. Idem il Monte dei Paschi, che sarebbe fondato sui pascoli (la natura produttiva, l’ambiente) e non sulla finanza usuraia (siamo ormai a metà anni ’30). Italiano o americano? I suoi occhi sono sempre quelli di un forestiero che però come l’amico Hemingway è convinto di conoscere tutti i segreti comportamentali dei nativi, i ristoranti e monumenti da non mancare, le battute, le parole chiave. Beata ingenuità.</strong> Per questi visitatori il cattolicesimo era una religione paganeggiante e tollerante, molto meglio dell’odiato episcopalismo protestante in cui erano stati battezzati. Insomma Pound presumeva di capire l’Italia meglio degli italiani, anche il fascismo, che trattava alla stregua di una delle sue tante vantate scoperte. Ma per questa passione storica e archivistica i Canti rinascimentali sono destinati a rimanere scarsamente compresi dai lettori di lingua inglese cui sono destinati, mentre gli storici e critici italiani che possiedono le due lingue non si sono mai avventurati sulle tracce di Pound negli archivi. Lo può fare però il lettore sfegatato dei <em>XXX Cantos</em>, con esiti suggestivi: una poesia di parole e frammenti fra lingue diverse e strane. Ma come dicevo, se c’è oscurità è solo nei dettagli. L’intenzione di Pound, la sua impetuosa convinzione da comunicare, è sempre chiara. Prima della battaglia Sigismondo è un capitano spiccio e deciso: “Loro sono più giente assai che noi semo, / ma noi semo più homini” (“They’ve got a bigger army, / but there are more men in our camp”, Canto X). (Sono fiero di aver reperito la battuta originale.) È la stessa retorica dell’Enrico V di Shakespeare ad Agincourt, nella <em>sua</em> guerra di conquista. E addirittura nei Canti LXXII-LXXIII scritti in italiano nel 1944-45 <strong>il poeta attraverso uno dei suoi fantasmi medievali promette la rivincita alle armate di Salò: “Dove il teschio canta / Torneranno i fanti, torneranno le bandiere”. Nessun dubbio che Pound abbia scritto anche centinaia di pagine nel suo italiano.</strong> Il torrente era sempre in piena, e trascinava i materiali, a volte raccapriccianti, offerti dai tempi. Un vero fenomeno.</p>
<p><strong>Non mi pare avesse le idee chiare sui contemporanei, il grande Ezra: elogia Enrico Pea (e ci sta), traduce Saturno Montanari e Ugo Fasolo, ma pare ignorare il resto. Come &#8216;legge&#8217; gli italiani Pound?</strong></p>
<p>Era anche interessato a Federico Tozzi, forse a quanto gli sembrava più vigoroso e dialettale. Montanari era un giovane morto in guerra i cui versi gli furono mandati dal padre. Le versioni di Montanari hanno poco in comune con i malinconici e convenzionali originali, ricordano le coeve versioni dello <em>Shijing. </em>Diffidava dell’intellettualismo, del crepuscolarismo, e aveva le sue bestie nere nei francesi cari a <em>Solaria</em>, Proust e compagnia bella. <strong>Preferiva ovviamente il poeta guerriero D’Annunzio, e in Francia Jean Cocteau. Sicché non credo abbia mai sfogliato gli <em>Ossi di seppia</em> e se l’avesse fatto non li avrebbe capiti per l’italiano involuto e non li avrebbe amati per il sapore di eliotiana sterilità. (Montale invece lesse con attenzione e apprezzò <em>Persona</em>e e i <em>Canti pisani</em>).</strong> Anche Ungaretti non sembra essere entrato nel suo orizzonte, per quanto sia stato ospite a Siena dei Vivante, che erano amici di Montale, Ungaretti, Sbarbaro, Irma Brandeis (e dei miei genitori, che proprio a Siena si conobbero). Del resto Pound era egualmente disinteressato ai poeti americani delle generazioni successive, con poche eccezioni. <strong>Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, addirittura cambiare il mondo, cosa gliene importava della “cold cream” pubblicata da “Poetry” e dal “New Yorker”? </strong>Faceva parziale eccezione per Robert Lowell, che lo venerava e trattava alla pari, da pazzo a pazzo.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77684 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro-200x300.png" alt="" width="378" height="567" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-200x300.png 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro.png 600w" sizes="(max-width: 378px) 100vw, 378px" />Qual è il luogo, il panorama italiano che più s’imprime nella mente poetica di Pound?</strong></p>
<p>I <em>Cantos</em> sono un vero e proprio viaggio in Italia, un rosario di nomi fascinosi, collegati a chissà quali ricordi. “Venne Madame Lucrezia / e sul retro della porta a Cesena / sono, o erano, ancora le iniziali / joli quart d’heure (nella Malatestiana) / Torquato dove sei?” (LXXIV). Chissà se qualcuno ha mai trovato queste iniziali nella splendida Biblioteca Malatestiana di Cesena (che senz’altro vale la visita) e a chi si riferiscono (a Lucrezia Borgia?), e se il “joli quart d’heure” sia stato vissuto da quella dama o dallo stresso poeta, e con chi. Comunque avremmo voluto esserci. <strong>Pound non si stanca di registrare i suoi “jolis quarts d’heure” di uomo onnivoro fra libri, persone, paesaggi. È questa sua gioia e convinzione che essa sia esemplare e raccontabile a rendercelo caro. E la curiosità di seguire questi cenni, di entrare con lui nel labirinto, spesso piacevole. </strong>“Sicché sognando di Bracelonde e di Perugia / e della grande fontana nella Piazza / e del gatto del vecchio Bulagaio che con un salto tempestivo / poteva girare la leva della maniglia…” (LXXXIII). Non è bellissimo? Una volta che ero a Perugia con due simpatiche amiche scoprii (forse l’aveva già detto Contini) che Bulagaio è (o era) un quartiere povero con una mensa per studenti e una splendida vista sulle colline. Il gatto non c’era più, ma ormai sarà celebrato per sempre (se qualcuno ancora leggerà poesia e i <em>Canti pisani</em> e si dirà “ah sì, Perugia, ah sì è la fontana, ah sì il gatto…”). Il lettore è chiamato a condividere. Fin quando avverrà? I <em>Cantos </em>raccolgono tutto questo a futura memoria. Come Hemingway nelle sue memorie spagnole. Jolis quarts d’heure. Chiaro che poi Venezia appare con maggiore rilievo di altri luoghi. I Canti XXIV-XXVI (pesantini da tradurre in quanto lungagni) ne fanno la storia scorciata, poi nei <em>Pisani</em> ci sono le memorie personali. Ma già nel Canto XXVI lui interrompe le trascrizioni per dirci tutto trepido: “Ed io venni qui / nella mia gioventù / e mi stesi là sotto il coccodrillo / presso la colonna, guardando a Est il venerdì, / e dissi: Domani mi coricherò sul lato sud / e dopodomani a sudovest / e di notte cantavano nelle gondole…”. Non è troppo lontano da Byron, forse meno spiritoso. Altri quarti d’ora. <strong>Già Whitman apriva <em>Foglie d’erba</em> proponendosi di oziare: “I loafe and invite my soul”. È la polemica coll’etica mercantile protestante, tutta lavoro e utile. Io me la prendo comoda a Venezia, sotto il “coccodrillo”, che in realtà è il drago sulla colonna di San Todaro, agli Schiavoni. </strong>Sicché passando ai <em>Pisani</em> troviamo: “and by the column of Todero / shd I shift to the other side / or wait 24 hours” (“e presso la colonna di Todero / dovrei passare dall’altra parte / o aspettare 24 ore?”). E continua il diario del prigioniero: “libero allora, questa la differenza / nel grande ghetto, integro / e il nuovo ponte dell’era dove stava il vecchio orrore…” (LXXVI). Dunque passeggiamo per Venezia, dagli Schiavoni al Ponte dell’Accademia che durante l’“era” (E.F.) sostituì quello metallico precedente e tuttora fa la sua figura. Ho dovuto apprendere dai veneziani che Todero (Teodoro) lo pronunciano Tòdero. <strong>Si imparano tante cose seguendo i consigli dell’esperto viaggiatore Pound. Paesaggio e storia, nomi dalla pronuncia ignota (per non parlare del cinese). Come fa il lettore americano a districarsi, a leggere ad alta voce? Per questo il contributo più importante alla comprensione dei <em>Cantos</em> sarebbe registrarne una lettura fatta da persona informata. </strong>In questi giorni la figlia Mary compie 95 anni.  Chiederle se vuole registrare almeno qualche pagina sistematicamente? All’Università di Edimburgo c’è una ricerca finanziata (diretta da Roxana Preda), <em>The Cantos Project</em>, arrivata per ora alla <em>Quinta decade</em> (XLII-LI) e accessibile on line, che commenta il poema riga per riga e affianca letture registrate del testo. Non ho verificato l’attendibilità di queste, ma nel complesso il materiale offerto è interessantissimo, specie la corrispondenza relativa alla composizione. Pound specie agli inizi è alla ricerca di temi e scrive agli amici che se hanno qualche idea gliela comunichino. È solo allo scoccare del 1930 che perde la testa per l’economia e vede chiara la sua fallimentare missione. Il Canto XLV dell’Usura, che segue quelli sul Monte dei Paschi. Prima la ricerca, poi la conclusione, l’invettiva. <strong>Per tornare ai paesaggi, nel mio libro dedico quattro capitoli ai luoghi: Rapallo, Venezia, Roma, il “mondo verde”</strong> (“Apprendi dal mondo verde qual è il tuo posto / nella scala dell’invenzione e l’arte vera”, LXXXI). Non c’è dubbio che la Liguria abbia un ruolo prominente, Pound vi viveva e scriveva, innamorandosi del paesaggio marino e collinare e osservando i riti di pescatori e contadini, il loro (ai suoi occhi) paganesimo erotico. Altri bei momenti raccontati con parole sparpagliate sulla pagina: “Amata, / amate le ore brododaktulos / contro la mezza luce della finestra / con il mare di là che segna l’orizzonte / le contre-jour la linea del cammeo…”. Un momento condiviso con l’amata, le ore che contano in tutta una vita. Nel finale del <em>Gattopardo </em>il Principe morente ricorda i pochi momenti importanti della sua lunga esistenza, la giovane amante, la caccia, il nipote vivace, poco altro. E magari basta.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77687 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/6b8022e6a53969e253a0998bb33ac5d8-197x300.jpg" alt="" width="316" height="481" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/6b8022e6a53969e253a0998bb33ac5d8-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/6b8022e6a53969e253a0998bb33ac5d8-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/6b8022e6a53969e253a0998bb33ac5d8.jpg 329w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" />Pound e le donne. Da ‘La Martinelli’, fascinosa e fragile, a H.D. Come entra la donna nei <em>Cantos</em>, cosa ha scoperto rispetto a queste frequentazioni poundiane?</strong></p>
<p>Il Canto I celebra in conclusione Afrodite con i monili d’oro e cita anche Circe dai bei capelli. Il Canto CXVI che è l’ultimo si chiude con un segno di Venere, “il filo d’oro nell’ordito / al Vicolo d’Oro, Tigullio”. Se venite a Rapallo troverete nel vecchio centro un tempo degradato il Vico dell’oro, che non ha nulla di speciale ma è come uno dei segnali dell’amata, del senso (il filo d’Arianna), che Montale registra nei <em>Mottetti</em>. <strong>Pound godé della devozione della moglie inglese, pittrice, e della compagna americana, violinista e madre di sua figlia. Un po’ furbescamenrte scrisse in un frammento pisano: “Se sai mantenere la pace fra quelle due gattacce / non avrai problemi a governare un impero”. In realtà furono un po’ loro a governare lui, certo a dargli ascolto e agio di scrivere, con fede incrollabile e anche spirito di sacrificio. La Martinelli fu un amoretto irlandese del periodo del manicomio di Washington. Servì a Pound per comporre le pagine più belle degli anni ’50.</strong> “Da sotto il mucchio di macerie / mi elevasti, / dalla lama ottusa oltre il dolore / mi elevasti…” (XC). “È una delle più belle poesie d’amore in lingua inglese” disse Pound alla Martinelli quando gliela lesse con le lacrime agli occhi. Non peccava di umiltà, anche se “Pull down thy vanity” (strappa da te la vanità, Canto LXXXI) è un bel principio da mandare a mente, che uno si sforza di sottoscrivere. <strong>Come in ogni cosa, Pound amava a modo suo, in realtà trattava le compagne come collaboratrici. Nelle lettere niente effusioni, solo indicazioni di cose che devono fare per sé stesse e per lui. Ma nella poesia si sente quanto esse gli abbiano dato:</strong> “La generosità, infinita, delle sue mani” (CXIV). La poesia non ci sarebbe senza queste presenze.</p>
<p><strong>In ogni senso, poetico, storico, umano, il percorso di Pound sembra quello di un uomo trafitto e infine sconfitto dalla Storia, anche letteraria (lo si studia, ma come inscatolandolo, per impossibilità di replica, nel secolo che fu). Che cosa ci dice, oggi, il grande poeta?</strong></p>
<p>La ricerca pervicace del senso e dell’espressione, il tentativo di comprendere la storia, la capacità di appassionarsi, di buttarsi in nuove avventure, il cinese… <strong>“Ho fatto forse un po’ di poesia rozza, di terz’ordine. Qualche volta ho trovato forse un po’ di sentimento di malinconia popolare”. Così Pound in italiano nel 1964 presentando a Venezia la traduzione italiana delle sue <em>Confucian Odes</em>.</strong> Che aveva appunto tentato di tradurre con movenze popolareggianti. Aveva perso la capacità di credere nel grande progetto poematico che l’aveva sempre retto. Di credere in sé stesso. Però diceva anche ciò che aveva sempre sostenuto: “Nulla conta se non la qualità dell’affetto / che ha scavato la traccia nella mente” (LXXVI). Un poeta poi vale per i cinque o cinquanta versi memorabili che ci ha lasciato. E in Pound se ne trovano non pochi, come si è visto dalle precedenti citazioni. La lingua ha assunto quella forma una volta per tutte, quella voce ha parlato, pronunciato, fra sbalzi ed errori, ha saputo trovare la nota giusta. Non “una delle più belle poesia d’amore in lingua inglese” ma “un po’ di sentimento di malinconia popolare”. E poi Pound sa giocare. Sono tanti i suoi toni, quelli che ha saputo registrare. “E tre ragazzini su tre biciclette / le diedero dei buffetti sul sedere giovane nel passare / prima che si rimettesse dalla prima botta / ce sont les moeurs de Lutèce” (LXXX). Nella prima coraggiosa traduzione dei <em>Pisani</em> di Afredo Rizzardi, “young fanny” era reso “giovane pube”, e ancora è così nella ristampa corrente (Garzanti, con premessa di Raboni). Buffetti sul giovane pube?! Difficoltà che si aggiunge a difficoltà. E la battuta in francese? Ma già questa scenetta potrà riconciliarci con Pound. Non ci sono molti classici del Novecento con pagine così sbarazzine. C’è l’<em>Ulisse</em>.</p>
<p><strong>Soprattutto, che cosa resta da studiare (o cosa lei sta studiando) di Pound?</strong></p>
<p>Progetti? Una nuova traduzione dei <em>Canti pisani</em> potrebbe valere la pena. Ma intanto <strong>quando mi capita do un’occhiata al microfilm del testo manoscritto composto nell’estate 1945 presso Pisa. Non a Coltano, come dicono molti, sbagliando a volte interessatamente, ma ad Arena Metato dove erano reclusi e “rieducati”, talvolta giustiziati, i militari statunitensi rei.</strong> Lui scriveva in quel suo elegante corsivo e poi quando ricopiò a macchina il testo che oggi leggiamo non di rado saltava qualche riga creando nuove combinazioni impensate, che in fondo nell’autografo non c’erano. Così si ha l’emozione di seguire quel pensiero-scrittura. Ecco in traduzione qualche verso espunto che cito nel mio libro, legato al paesaggio ligure in cui ho conosciuto e amato Pound, e che con lui condivido: “e l’eucalipto sta per la memoria / <strong>finché una bacca di esso rimanga / salendo da Rapallo / dove Pirra abbraccia Deucalione / Bauci / Filemone / e il sentiero porta all’orlo del crinale – </strong>/ sotto gli ulivi / presso cipressi – /mare Tirreno, / <strong>e il Manico del Lume / <em>a quando</em>? – / l’erba intorno al palo della tenda / si muove nel vento tirreno – / <em>aspetto la diana</em> –</strong> / Oltre Malmaison il campo presso il fiume con i tavoli”. Ho indicato in grassetto i versi che non si leggono nel testo a stampa del Canto LXXIV, in corsivo le parole italiane nell’originale. Il Manico del Lume è un monte alle spalle di Rapallo piuttosto impervio. La bacca di eucalipto è spesso ricordata nei <em>Pisani</em> come un talismano che il poeta portò con sé quando fu arrestato. È tutto quello, ci dice nel Canto LXXXX, che porterà con sé quando lascerà l’Italia (“se la lascerò”). Ma quando partì nella sua valigetta c’erano anche i quaderni con questi versi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ezra-pound-intervista-bacigalupo/">“Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, cambiare il mondo, cosa gliene importava della cold cream pubblicata da Poetry e dal New Yorker?”. Su Pound, ancora. Dialogo con Massimo Bacigalupo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sentivo Wordsworth dietro le mie spalle… è stato il Beethoven della poesia”. Dialogo con Massimo Bacigalupo sul “Preludio”, traduzione immane</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2020 04:37:21 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/william-wordsworth-intervista-bacigalupo/">“Sentivo Wordsworth dietro le mie spalle… è stato il Beethoven della poesia”. Dialogo con Massimo Bacigalupo sul “Preludio”, traduzione immane</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel suo gioco cabbalistico – che continuo a trovare scintillante – Harold Bloom colloca William Wordsworth nell’aula della quinta Sephirot, <em>Din</em>, cioè il Potere, la Giustizia, il Rigore, luogo della disciplina e del discrimine, posto tra <em>Hesed</em> (l’Amore di Dio) e <em>Tiferet</em> (la Bellezza). In quella regione della Cabbala, Bloom installa i poeti che ama, che rappresentano, a suo dire, il potere della tradizione: Emily Dickinson, Wallace Stevens, Robert Frost, T.S. Eliot, Shelley, Keats, Tennyson. C’è anche Giacomo Leopardi. Manca Coleridge. <strong>Secondo Bloom, “Wordsworth oscurò gran parte della tradizione precedente consentendogli, come afferma William Hazlitt, di ricominciare da capo su ‘una tabula rasa della poesia’… Dopo di lui, i poeti sono wordsworthiani a prescindere dal fatto che ne siano consapevoli o meno”.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-76345 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48-194x300.jpg" alt="" width="329" height="510" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48-991x1536.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-48.jpg 1000w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" />Wordsworth, insomma, attua una specie di rivoluzione copernicana nella poesia occidentale: è il poeta che sostituisce all’argomento l’unica cosa degna di essere argomentata, l’io. È una specie di Kant della poesia – Massimo Bacigalupo, suo grande traduttore, usa il paragone con Beethoven. Eppure. In Italia Wordsworth è quasi scomparso – ricordo una antica traduzione Mursia di Angelo Righetti – mentre Coleridge – più semplice, più immediato, più breve, più ‘esotico’ – gode di una fama imperitura, della sua <em>Ballata del vecchio marinaio</em> esiste una rissa di traduzioni (spesso nobili: Mario Luzi, Giovanni Giudici, Franco Buffoni, Fenoglio, Alessandro Ceni…). Nel mondo inglese, naturalmente, Wordsworth è lettura ineluttabile e inesauribile la bibliografia che lo riguarda: <em>Wordsworth and Coleridge: the Radical Years </em>di Nicholas Roe, <em>Wordsworth’s Fun </em>di Matthew Bevis, <a href="https://www.upenn.edu/pennpress/book/15892.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Wordsworth’s Poetry 1815-1845 </em></a>di Tim Fulford e <em><a href="https://lithub.com/wordsworth-caught-in-the-act-of-making-poetry/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Making of Poetry</a> </em>di Adam Nicolson sono alcuni dei libri più recenti che ho annotato.<a href="https://www.faber.co.uk/catalogsearch/result/index/order/date_of_publication/dir/desc/q/William+Wordsworth/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> Per Faber,</a> una selezione di poesie di Wordsworth è curata da Samus Heaney. <strong>“Nel tratteggiare il suo progetto, anticipa il cammino dei suoi maggiori successori, da Leopardi a Baudelaire, da Proust a Joyce. Ma nessuno di essi dirà meglio di lui la grandezza e lo smarrimento della scoperta di una nuova sfera dell’umano”, scrive <a href="http://www.pangea.news/pound-e-contagioso-ed-entusiasmante-a-volte-insopportabile-dialogo-con-massimo-bacigalupo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Massimo Bacigalupo</a> introducendo <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/preludio-william-wordsworth/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il preludio </em></a>di Wordsworth,</strong> l’opera più ambiziosa, il romanzo in versi, il poema autobiografico, oceanico, cominciato nel 1798, rimasto nel cassetto per decenni, pubblicato dopo la sua morte, nel 1850. “È una cosa senza precedenti nella storia letteraria”, scriveva a George Beaumont, nel 1805, tanto audace – per felicità lirica, dimensioni, egotismo – da stare al fianco “alle opere in fieri (o aperte) del secolo XX – la <em>Recherche</em>, <em>Ulysses</em>, i <em>Pisan Cantos</em> – meglio che nell’ambito vittoriano”, scrive ancora Bacigalupo. Per i 250 anni dalla nascita del grande poeta, Mondadori ripubblica il malloppo (oltre 500 pagine, ma a 11 euro), tradotto da Bacigalupo nel 1990, con successo (nel ’92 ottenne il Monselice per la traduzione letteraria). Poeta <em>en plein air</em>, dell’io sconfinato al cospetto della natura – <strong>“è all’aperto, sulla strada o nella brughiera, non nel salotto di casa che la sua immaginazione si libera al massimo”, scrive Virginia Woolf</strong> in un breve studio pubblicato in calce all’edizione –, poeta dell’istantanea giovinezza, di ciò che precede, del <em>pre</em>-, della <em>preface</em> e del <em>prelude</em> (benché il titolo sia stato scelto dalla vedova, Mary), ovvero dell’estrema possibilità, della parola desunta dall’erba e sarchiata dalle nuvole, della violenta innocenza, dello spazio cangiante. Dopo Worsworth, in effetti, tutto è possibile. (d.b.)</p>
<p><strong>Perché Wordsworth è così importante per la poesia inglese moderna? Ma soprattutto: perché è per il lettore italiano, più avvezzo a Coleridge, è difficile capire questa importanza?</strong></p>
<p>Per Harold Bloom Wordsworth ha cambiato il corso della poesia mondiale, anche per chi come Leopardi non lo ha letto. È stato il primo a indagare in poesia i processi della coscienza, le sue intermittenze proustiane, partendo dalle impressioni dirompenti dell’infanzia, <strong>e l’ha fatto con una potenza immaginativa e descrittiva “così penetrante”, scrisse Mario Praz, “da non essere superata da nessuno dei poeti inglesi se non da Shakespeare”.</strong> In lui troviamo, spiega ancora il sommo anglista, “un rinnovamento del linguaggio poetico, la prima espressione veramente moderna del sentimento della natura, e la scoperta della grandezza e della dignità delle cose e delle persone umili e cotidiane”. Questi sono fatti che riguardano la vita e i sentimenti di tutti, sicché Wordsworth è una grande fonte di ispirazione e anche conforto nei travagli e nelle opacità con cui dobbiamo confrontarci, in ciò simile a Beethoven, suo esatto coetaneo, anch’egli espressione di un romanticismo etico che in realtà va oltre il romanticismo per illuminarci sulla condizione umana tout court. Ben diverso il caso dell’amico Coleridge, autore di tre formidabili e sognanti poemetti (due dei quali incompiuti) e di poche belle poesie riflessive che del resto da noi nessuno conosce. <img decoding="async" class=" wp-image-76346 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-174x300.jpg" alt="" width="315" height="543" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-593x1024.jpg 593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-768x1326.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-889x1536.jpg 889w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50-1186x2048.jpg 1186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-50.jpg 1256w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /><strong>La sua fortuna all’estero si deve all’elemento fantastico, visionario, esotico, alla Poe. Wordsworth, come Beethoven, è un adulto, “un uomo che parla agli uomini” (la sua definizione del poeta, mai sufficientemente praticata). So di lettori italiani perspicaci che non hanno avuto problemi ad apprezzare la grandezza del <em>Prelude</em>, stupiti dalla sua leggibilità, quasi romanzo o memoriale appassionante</strong> tanto per le sue indagini sulla coscienza quanto per i grandi eventi cui Wordsworth partecipa: la Rivoluzione francese vista da vicino, in prima persona, con passione, sconcerto, adesione, terrore. Non so in quale altra opera poetica possiamo leggere un resoconto così coinvolgente della storia europea pubblica e privata in anni cruciali. E così semplice e diretto, nella lingua nostra, di oggi, senza abbellimenti, solo con la forza segreta della poesia che effettivamente trasporta e arricchisce chi la ascolta e se la ripete. Apro il <em>Preludio</em> a caso e leggo un verso fra mille: “In silence through the shades gloomy and dark” (IV, 481). È tutto chiaro, diretto, impressionante. Non c’è parola o accentuazione che non sia del nostro linguaggio quotidiano. Il poeta e il reduce incontrato per strada di notte camminano insieme “in silenzio fra le ombre cupe e scure”. La scena è fra le tante memorabili del poema, e getta una luce profonda, attraverso un fatto diretto e reale, sulla condizione umana, la solidarietà che arriva fino a un certo punto. Le ultime parole del povero viandante sofferente sono di nuovo monumentali: “Ho fede nel Dio del cielo, / e nell’occhio di colui che passa!”. E Wordsworth racconta che tornava ventenne da una festa di giovani quando gli toccò vedere e ascoltare. Linguaggio, visione, evento… Le parole dette conservate sulla pagina. È tutto formidabile, incredibile, vero.</p>
<p><strong>Semplifico: il Wordsworth in sodalizio con Coleridge è un poeta ‘rivoluzionario’, quando diventa ‘laureato’ si siede, appunto, sugli allori. E così?</strong></p>
<p>Coleridge scrisse le poesie per cui è ricordato entro il 1800, cioè fino ai ventott’anni. Per Wordsworth, provato da “sventure domestiche e dalle vittorie di Napoleone” (Praz), la fase maggiore, molto più corposa, si chiude intorno al 1808, a 38 anni, che naturalmente sono già più di quelli che ebbero da vivere i poeti della seconda generazione Byron, Shelley e Keats, che tanto da Wordsworth e da Coleridge appresero e derivarono, pur criticandoli negli anni della Restaurazione per la loro svolta conservatrice. <strong>Non è che il Wordsworth quarantenne si sieda sugli allori, continua a scrivere con convinzione ma la sua fantasia non ha lo stesso vigore. È comunque da esplorare, ma a noi interessa naturalmente il poeta ineguagliato delle opere maggiori che sono doni preziosissimi per chi sa approfittarne. </strong>È ingeneroso accusare un genio di non aver prodotto capolavori per ottant’anni, quando non si finirà mai di scoprire il suo lascito maggiore.</p>
<p><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-76347 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-28-179x300.jpg" alt="" width="321" height="538" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-28-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-28.jpg 364w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" />Il Preludio</em></strong><strong>: mi dica, sommariamente, perché è un’opera che dobbiamo assolutamente leggere. O meglio: in che forme ha influenzato la lirica inglese a venire?</strong></p>
<p>Credo che <em>Il preludio</em> cambi la vita di chi lo legge, è poesia che ci porta con generosità alle sorgenti grandiose e semplici da cui è nata.  E ci invita a compiere un processo conoscitivo analogo facendoci scoprire la forza (parola importante in Wordsworth) che possediamo e non conosciamo, distratti dalle mille incombenze superficiali. <strong>Tradito dalla storia, con l’involuzione repressiva e militare della Rivoluzione, Wordsworth racconta come ci sia un’altra rivoluzione da fare individualmente, arrendendosi al potere della natura e calandosi negli affetti, nell’umano.</strong> Ma anche chi esita ad avventurarsi per i sentieri impervi del sublime quotidiano troverà nel <em>Preludio</em> il più emozionante poema degli ultimi secoli, anche solo per quello che gli rivelerà della storia del mondo, di una persona particolare, e della condizione umana, però in un’epoca precisa molto vicina e simile alla nostra anche per i grandi eventi e drammi pubblici che la segnano, per cui è tanto più importante capire dove può stare la vera forza dell’uomo:</p>
<p>… Ah, che tutti<br />
i terrori, tutti i primi dolori,<br />
rimpianti, sconforti, abbandoni, che tutti<br />
i pensieri e sentimenti che sono stati istillati<br />
nella mia mente, abbiano potuto comporsi<br />
nella calma esistenza che è mia quando<br />
son degno di me stesso!</p>
<p>(<em>Preludio</em>, I, 355-61)</p>
<p><strong>Ecco un uomo che riflette sul senso dell’esistenza, e possiede gli strumenti per coinvolgerci in questa ricerca.</strong> Anche in questa felicità raggiunta senza ignorare complessità e tensioni, le prove che occorre affrontare. Non sono molte le opere che ci offrono tanto.</p>
<p><strong>Mi sembra che questo Wordsworth sia tra le traduzioni che le hanno dato più gioia (o gloria): è così? </strong></p>
<p>In effetti, è una traduzione di cui sono particolarmente contento. Spero di correggere presto qualche svista che ho trovato rileggendola nella nuova ristampa. Pensi che per un verso bellissimo del Libro X, “Along the margin of the moonlit sea”, la traduzione legge “lungo i margini del mare <em>senza luna</em>”… Certo mentre traducevo trent’anni fa mi sarà parso di leggere “<em>moonless sea</em>”. Strano che anche l’ottima editor della Mondadori, Anna Luisa Zazo, non se ne sia accorta. Se come spero ci sarà presto un’altra ristampa, essa leggerà: “lungo i margini del mare al chiar di luna / battevamo con zoccoli tonanti la distesa di sabbia”… Ma tornando al lavoro di traduzione, ho spesso raccontato che quando nel giro di pochi giorni corressi le bozze del <em>Preludio</em> feci un gran numero di correzioni (anche perché la traduzione, dattiloscritta, era stata portata avanti nel corso di un decennio abbondante, e almeno nei primi due libri si sente ancora una certa differenza di metodo, sono più scorciati). <strong>La facilità con cui mi si suggerivano soluzioni mentre rivedevo le bozze mi diede l’impressione che fosse lo stesso Wordsworth a dettarmele! Così in effetti lo sentivo vicino, dietro le spalle.</strong> Dopo tutto, quelle parole inglesi le ha scritte lui, sono quasi fossili e reliquie che hanno viaggiato nella sua mente e ora nella mia. La contemporaneità di Wordsworth non è mai venuta meno, perché non c’è nulla nel<em> Preludio</em> che un uomo di oggi non possa sottoscrivere, sia nel linguaggio che nei contenuti. E anche un po’ della sua poesia può rinascere nella traduzione dalla potenza di quella visione:</p>
<p>Così il sentimento assiste<br />
il sentimento, e una molteplicità di forze è nostra<br />
se almeno una volta siamo stati forti.<br />
O mistero dell’uomo, da che profondità<br />
procede la tua gloria…</p>
<p>(XII, 326-30)</p>
<p><em>*In copertina: William Wordsworth nel 1798, l&#8217;epoca in cui si accinge a scrivere &#8220;Il preludio&#8221;</em></p>
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		<title>“La pratica della poesia non è mai tanto auspicabile come nei periodi di eccesso del principio egoistico e calcolatore”: sia lode a Shelley (e al suo principesco traduttore)</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 05:38:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poco meno di duecento anni fa, il 15 agosto 1822, arse la pira di Percy Shelley sulla battigia di Viareggio. Era naufragato al largo l’8 luglio nel suo “Don Juan” e il corpo era stato “straccato” a terra il 18 luglio, sepolto provvisoriamente, poi riesumato dopo uno scambio di carte bollate con le autorità sanitarie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/shelley-bacigalupo-rognoni/">“La pratica della poesia non è mai tanto auspicabile come nei periodi di eccesso del principio egoistico e calcolatore”: sia lode a Shelley (e al suo principesco traduttore)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Poco meno di duecento anni fa, il 15 agosto 1822, arse la pira di Percy Shelley sulla battigia di Viareggio. Era naufragato al largo l’8 luglio nel suo “Don Juan”</strong> e il corpo era stato “straccato” a terra il 18 luglio, sepolto provvisoriamente, poi riesumato dopo uno scambio di carte bollate con le autorità sanitarie e cremato in una cassa di ferro appositamente realizzata dall’amico e biografo Trelawny (detto il Pirata).  Una storia drammatica di cui si è continuato a favoleggiare. <strong>Byron che assiste alla macabra scena sotto il sole cocente e poi si getta in mare, Trelawny che strappa dal rogo ciò che resta del cuore e lo consegna alla vedova, le ceneri infine sepolte nel Cimitero degli Inglesi a Roma, non lontano da quelle dell’altro grande poeta perito giovanissimo, John Keats.</strong> A lui Shelley aveva dedicato nel 1821 il suo capolavoro, il poema “Adonais”, che è anche epitaffio commosso del sogno poetico neoclassico di Shelley stesso. Un po’ mortuari questi giovani romantici, Byron Shelley Keats, destinati a brillare molto ma per poco come le stelle cadenti d’agosto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65902 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro1-184x300.jpg" alt="" width="129" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro1-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro1-768x1254.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro1-627x1024.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Tutti molto fortunati anche in Italia, Shelley grazie a Carducci, D’Annunzio e i loro compagni di eroici sogni d’arte. Ma anche pressoché popolari, nel loro mito. </strong>A Viareggio il busto di Shelley fu collocato nei pressi del luogo dove il suo corpo fu rinvenuto (con le poesie di Keats in tasca) e bruciato. A San Terenzo di Lerici possiamo contemplare il sacrario di Casa Magni (oggi B&amp;B), dove Mary Shelley e Jane Williams attesero trepidanti il ritorno dei mariti su quello sfortunato Don Juan, inghiottito da un improvviso temporale. Strano a dirsi, Percy non aveva mai voluto imparare a nuotare, e ogni volta che veniva invitato a farlo si lasciava andare sul fondo, curioso, diceva, di far la prova di cosa c’era “di là”. <strong>Voleva morire e certo non fece nulla per salvarsi, mentre l’amico Williams, uomo di mare, e il mozzo inglese devono pur averci provato. Il Don Juan era stato costruito a Genova in base a un problematico progetto inglese su cui Williams si intestardì. Ciò non toglie che il veliero fu recuperato dopo esser finito per caso nelle reti di una paranza, fu restaurato e navigò ancora molti anni. </strong>Byron lo vide ormeggiato a Genova e ne soffrì, Shelley essendo l’amico di cui aveva la più alta affettuosa opinione.  Che storie complesse e infiniti intrecci: <em>Frankenstein</em>, aborti, vampiri, incesti, suicidi, figli legittimi e no (come Allegra, la sfortunata deliziosa figlia di Byron perita di febbri in un convento dove il padre la relegò: da non perdere la biografia che ne scrisse Iris Origo, che ebbe anche una traduzione italiana).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo qui per parlare dell’ultimo e maggior omaggio dedicato a Shelley italiano, due bei Meridiano Mondadori, <em>Opere poetiche</em> (pp. CXXXIX+1614, € 80,00), <em>Teatro, prose e lettere</em> (pp. LXIV+1326, € 80,00) <strong>curati da Francesco Rognoni,</strong> che ha fatto miracoli. Racconta con sensibilità la storia della poesia, poi offre una Cronologia in cui si troveranno ben ordinate e riferite le informazioni sopra riportate fra tante altre, con citazioni dei protagonisti. <strong>Un mondo abbastanza lontano, ma a noi in parte vicino geograficamente, minutamente ricostruito, con verve di scrittore che però non deborda mai nel compiacimento</strong> e nella strizzata d’occhio. Insomma critica seria, con il dono di interessare con fatti, giudizi, commenti.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c’è la poesia, tutto quello che Shelley scrisse nei suoi pochi anni di attività febbrile. <strong>Scomunicato, ateo, adultero (queste le accuse…), soprattutto perennemente creativo e votato a ideali di libertà nell’Europa della Restaurazione. Leggeva Platone in originale e scriveva una tragedia sulla liberazione della Grecia, <em>Hellas</em>, sul modello dei <em>Persiani</em> di Eschilo&#8230;</strong> Oppure il meraviglioso paradiso del <em>Prometeo liberato</em>, altra risposta ad Eschilo. Tutta la cultura antica e moderna riviveva in lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma era anche un bel giovane giocoso e innamorato, autore di liriche che sono la gioia del lettore: “A Jane, con una chitarra”. Visioni dell’Italia, Roma, Pisa, il Serchio, Lerici con le lampare, le Alpi…. Titoli come “La Maga dell’Atlante”, “La sensitiva”… C’è di che sognare<strong>. E le traduzioni sono scritte in un bell’italiano moderno, sicché Shelley in italiano è un romantico più facile da leggere di Foscolo o Manzoni. Paradossi della traduzione.</strong> “La musica, quando soavi voci muoiono, / nella memoria vibra. / Profumi, quando sfioriscono le dolci viole, vivon nei sensi che han destato”. <em>Music, when soft voices die</em>&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il lettore che si procurerà questi due Meridiani avrà il privilegio di assistere alla nascita di una delle più significative ricreazioni poetiche e critiche di questi anni. </strong>E avrà il piacere di perdervisi quando e quanto vorrà. Magari sostando a San Terenzo davanti alla fatale Villa Magni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Massimo Bacigalupo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Piccola nota per il lettore. Ho inseguito Francesco Rognoni la scorsa estate. Non potevo fare altrimenti. Di mestiere è ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore, insegna Letteratura anglo-americana e Letteratura inglese. Di fatto, è tra i massimi studiosi della letteratura anglofona in Italia. Il ‘capolavoro’ di Rognoni, che già ha curato le “Opere” di Shelley per la ‘Pléiade’ Einaudi, era il 1995, sono i due volumi Mondadori dei ‘Meridiani’ che raccolgono “TuttoShelley” – ma nel volume dedicato al “Teatro, prose e lettere” hanno cannato la copertina: non è lui il raffigurato… Insomma, preso da estro romantico ho ‘preteso’ una intervista da Rognoni. L’ho letteralmente inseguito, in effetti. Una volta era a Edimburgo, l’altra in Grecia, la terza altrove. Alla fine mi ha risposto, e ho tenuto le risposte in congelatore in attesa del momento opportuno. Eccolo. Le utilizzo ora, a corollario del pensiero critico di Bacigalupo (chi meglio di lui). (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> *</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65903 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro2-190x300.jpg" alt="" width="136" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro2-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro2-768x1211.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro2-649x1024.jpg 649w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/shelleylibro2.jpg 1074w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Percy Bysshe Shelley: come mai solo ora un ‘Meridiano’, per giunta doppio? Cosa ha ancora da dirci un poeta mitico, mitizzato, che diventa, nell’immaginario, l’emblema della poesia tout court?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un Meridiano <em>solo </em>ora? <strong>Negli ultimi vent’anni c’è stata una Pléiade (che, per la verità, negli ultimi dieci era pressoché introvabile). E ci sono stati l’Oscar di Roberto Sanesi, e la breve BUR di Giuseppe Conte (che su Shelley ha scritto anche un romanzo)… In realtà i Meridiani non hanno mai prestato grande attenzione al Romanticismo inglese. </strong>Entro l’anno uscirà un “Keats”, ma <strong>continuano a mancare ‘Meridiani’ “Blake”, “Wordsworth”, “Coleridge” e “Byron”: se qualcuno se la sentisse di ritradurre il <em>Don Juan</em>, ne uscirebbe un Meridiano magnifico!</strong> E di Blake e Coleridge circolano traduzioni d’autore (Ungaretti il primo, Fenoglio e Giudici il secondo) che arricchirebbero un eventuale volume – un po’ come l’appendice di traduzioni storiche arricchisce il Meridiano “Dickinson”. Quanto a quello che Shelley ha ancora da dirci, direi che basta citare un paio di frasi dalla <em>Difesa della poesia</em>: “Ci manca la facoltà creativa per immaginare quello che già sappiamo; ci manca l’impulso generoso per mettere in pratica quello che immaginiamo; ci manca la poesia della vita. […] <strong>La pratica della poesia non è mai tanto auspicabile come nei periodi in cui, per un eccesso del principio egoistico e calcolatore, i materiali della vita esteriore si sono accumulati al punto di eccedere la capacità di assimilarli alle leggi interne della natura umana.</strong> Allora il corpo è diventato troppo ingombrante per lo spirito che lo anima”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Soprattutto: cosa hai ‘scoperto’ di Shelley e cosa ci resta da leggere del grande poeta? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ho scoperto di Shelley? <strong>Che come poeta, e come autore tout court, mi affascina e convince ancor più adesso, a cinquantott’anni, di quanto mi affascinasse e convincesse fra i trenta e i trentacinque, gli anni che avevo quando ho lavorato alla Pléiade… </strong>E dire che, tradizionalmente, si dice che Shelley piace ai giovani, ma delude nella maturità… Se ci si prende la briga di leggere entrambi i Meridiani, credo che dovrebbe bastare… Ma può darsi che qualcuno trovi la forza e il coraggio di tradurre il lungo poema allegorico <em>Laon and Cythna. </em>In Francia lo hanno fatto qualche anno fa, nella collana di poesia della Gallimard: si sono basati sulla seconda edizione, dal titolo “attuale” <em>The Revolt of Islam</em>: in realtà, la versione più “rivoluzionaria” è la prima!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che lettura diamo, oggi, del “Prometeo slegato”: ricordo una antica traduzione di Pavese, è buona? Che idea di poesia (prometeica?) attraversa l&#8217;opera di Shelley? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti confesso che non ho mai letto davvero la traduzione di Pavese. Benché ‘antica’, è stata pubblicata solo nel 1996, l’anno dopo la mia Pléiade, quando neanche con una pistola alla tempia qualcuno avrebbe potuto costringermi a rileggere il poema… Sono certo che Pavese ne abbia fatto tesoro per le sue teorie del mito, ma non sono in grado di dare un giudizio sulla traduzione. Gli anni Venti hanno visto la pubblicazione (presso Sansoni) delle traduzioni annotate di Raffaello Piccoli: quelle sì splendide, tuttora utilissime per i commenti (le analisi metriche del Piccoli restano insuperate). <strong>Di <em>Prometheus Unbound </em>sono possibili molte letture contemporaneamente: le più immediate, una lettura politica e una psicologica (se non già proprio psicanalitica). Entrambe restano vive; e aggiungerei almeno la lettura in chiave ambientalista</strong> (finché Prometeo resta incatenato, l’aria è terribilmente inquinata!), più necessaria ora che ai tempi di Shelley…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nato l’amore per la letteratura anglo-americana? Quali sono gli autori che ha studiato di più, perché? In appendice, una domanda più provocatoria: non le pare che l’Italia sia afflitta da letteratura anglo-americana? Insomma, sono così bravi a scrivere solo negli Usa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’amore per la letteratura anglo-americana è nato dall’amore per il cinema. <strong>A vent’anni volevo fare il regista: sono stato assistente di Vancini, Damiani, Olmi, non ho avuto il coraggio di seguire quella strada e so che me ne porterò il rimpianto nella tomba…</strong> Ho studiato a lungo Elizabeth Bishop e Robert Lowell; ma forse l’ho fatto per le ragioni sbagliate, perché non credo di aver scritto cose davvero importanti su di loro…! Di certo non ho scritto quella storia della loro amicizia a cui mi ero preparato in anni non sospetti, quando il loro carteggio era inedito non solo in Italia ma anche negli USA, e agli archivi di Vassar e della Houghton Library ti permettevano ancora di lavorare sugli originali dei loro mss… <strong>Adesso ci lavorano in troppi, esiste una vera e propria “industria-Elizabeth-Bishop”, ma negli anni Ottanta era ancora una poetessa quasi segreta.</strong> Un po’ di quel lavoro (troppo poco!) è confluito nel mio commento a <em>Day by Day</em>, l’ultimo libro di Robert Lowell, la cui traduzione ho pubblicato negli Oscar nel 2002. Devo esser il maggior esperto vivente (lo dico con ironia!) di Anatole Broyard, uno scrittore quasi sconosciuto per l’eccellente ragione che non ha scritto quasi niente; o meglio, non ha scritto quello – il romanzo – che avrebbe voluto scrivere… Ho curato l’edizione italiana delle sue memorie di gioventù, <em>Furoreggiava Kafka</em> (ed. Bonnard) e dei suoi racconti (<em>La morte asciutta</em>, Rizzoli); ho anche creato un libro inedito, raccogliendo alcuni suoi pezzi dedicati all’amore per i libri: <em>Giorno di trasloco e altre astuzie per vivere coi libri </em>(Sedizioni). Il mio interesse per AB deve aver dei risvolti autobiografici: <strong>Broyard ha sofferto per tutta la vita di <em>writer’s block</em>, una malattia che conosco bene; ed era un nero che “passava” per bianco (s’è detto che a lui si sia ispirato Philip Roth per <em>La macchia umana</em>),</strong> mentre io sono un bianco che, almeno fino a qualche anno fa, veniva spesso preso per nero!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sì, abbiamo un complesso di inferiorità rispetto agli USA…</strong> ma gli americani sono bravi davvero! Che ci piaccia o no, sono ancora loro al centro dell’impero…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Provo a ragionare sui tempi presenti. Cosa si legge oggi negli Usa? Che valore ha la letteratura e la poesia laggiù? Che senso ha, ancora, la ‘tradizione’ (penso, per dire, all’ansia canonizzante di Harold Bloom, che eleva il poeta americano a misura di tutte le scritture poetiche)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono sicuro di sapere cosa si legge negli USA al momento… Sono stato a NYC (che non è gli USA) un paio di settimane a giugno, non ci andavo da un po’ di anni: si vede dappertutto <em>Americanah </em>di Chimamanda Ngozi Adichie, che a me non sembra proprio un gran romanzo… <strong>Temo ci sia in giro troppa ideologia: l’aberrazione di un presidente come</strong><strong> Trump è generata (anche) da una certa ideologia pseudo-progressista. </strong>Quando Harold Bloom parla di “canone”, mi sembra che voglia rivendicare il valore della “tradizione” sulla “ideologia” (o sulla “moda”). Bloom – straordinario insegnante – le sue cose migliori le ha scritte prima del suo <em>Canone occidentale</em>, che secondo me è stato soprattutto una scommessa editoriale vincente. Una collana come quella della NYRB Classics dà la salutare impressione che gli americani vogliano leggere anche al di fuori della loro tradizione: ma si tratta sempre di minoranza. O vogliano uscire dalla moda, dall’ossessione di generare autori sempre nuovi: penso, ad esempio, alla riscoperta dei magnifici romanzi di John Williams, che si deve proprio alla NYRB.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. A suo avviso, da lettore avveduto, in che stato versa la letteratura (poetica e in prosa) italiana recente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia mi sembra, come sempre, in buona salute: di recente ho letto l’ultima raccolta di Francesco Dalessandro e il volume delle poesie complete di Alba Donati – poeti molto diversi ma di mio pieno gradimento entrambi, ho letto i loro libri dall’inizio alla fine, come romanzi<strong>… Lo stesso non posso dire della condizione del romanzo, che in Italia non è mai stato davvero in buona salute… A mia memoria, l’ultimo romanzo italiano importante è <em>Il cardillo addolorato </em>della Ortese. </strong>Ma può darsi che ricordi male; e, se non mi fa difetto la memoria, è comunque certo che uno non ha mai letto abbastanza, c’è sempre un bel libro che non si conosce: anche perché, da almeno cinque o sei anni, io non leggo i giornali, tanto meno i supplementi letterari. Un bel romanzo relativamente recente: <em>Il celeste scolaro </em>di Emilio Jona (Neri Pozza), sulla vita del povero Federico Almansi – il fanciullo-poeta, amato da Umberto Saba, di cui io stesso ho curato l’opera poetica (<em>Attesa</em>, Sedizioni 2015). Un’opera narrativa diseguale ma assi convincente nel suo complesso: quella di Hans Tuzzi (pseudonimo di Adriano Bon), bibliofilo, giallista, romanziere, saggista… Ma, ahimè! mi accorgo che sto citando autori che conosco di persona – amici o quasi – e questo non è un buon segno!</p>
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		<title>“Sono sempre stato fuori dai giochi”. Muore Piero Sanavio: andò a trovare Pound al manicomio criminale (e gli diede dell’idiota politico). Pubblichiamo le sue interviste</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 10:23:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo dell’anno ne aveva fatti 89. Faccia da uno che ha preso una granata di pugni ma ne ha dati di più, in quantità, fiero del proprio ribellismo, Piero Sanavio è una leggenda del giornalismo italiano. Classe 1930, a vent’anni va negli Usa a trovare Ezra Pound, trincerato al St. Elizabeths, con l’intento di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sono-sempre-stato-fuori-dai-giochi-muore-piero-sanavio-ando-a-trovare-pound-al-manicomio-criminale-e-gli-diede-dellidiota-politico-pubblichiamo-le-sue-interviste/">“Sono sempre stato fuori dai giochi”. Muore Piero Sanavio: andò a trovare Pound al manicomio criminale (e gli diede dell’idiota politico). Pubblichiamo le sue interviste</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il primo dell’anno ne aveva fatti 89.</em> <em>Faccia da uno che ha preso una granata di pugni ma ne ha dati di più, in quantità, fiero del proprio ribellismo, <a href="http://www.pietrocasetta.it/pubblicazioni/piero-sanavio-appunti-per-una-biografia" target="_blank" rel="noopener">Piero Sanavio è una leggenda</a> del giornalismo italiano.</em></strong><em> Classe 1930, a vent’anni va negli Usa a trovare Ezra Pound, trincerato al St. Elizabeths, con l’intento di scrivere una tesi – pionieristica – sulle fonti dei ‘Cantos’. Su Ez firma un libro formidabile, “La gabbia di Pound” (1986; ristampato da Fazi nel 2014), e per tutta la vita racconta gli irrequieti, gli irredenti, da Witold Gombrowicz a Louis-Ferdinand Céline. <strong>Era un geniale rompicoglioni, Sanavio. La prima volta l’ho incontrato nell’antro <a href="http://www.raffaellieditore.com/sanavio_piero" target="_blank" rel="noopener">dell’editore Raffaelli</a>, a Rimini.</strong> Raffaelli ha pubblicato alcuni grandi libri di Sanavio: “Ezra Pound. Bellum Perenne” (2002), “Louis-Ferdinand Céline. Virtù dell’odio” (2009) e “Ancora su Céline” (2013). Non era felice, Sanavio, abituato a chiacchierare con T. S. Eliot, a telefonare a Ernest Hemingway e a lavorare con Dominique de Roux. Io, invece, ero felicissimo. <strong>Lo intervistai, la prima volta, il primo novembre del 2012, su “La Voce di Romagna”, in omaggio a Pound, morto 40 anni prima. Sparai il titolo (“Ode al più grande poeta d’Italia”), Sanavio si mostrò soddisfatto del sottotesto (“Intervista – con retroscena – a Piero Sanavio, l’uomo che ha conosciuto e amato Pound. Gli fu accanto durante la reclusione nel manicomio criminale di Washington”). </strong>Cominciammo un dialogo vibrante, fatto di tante interviste, alcune riprodotte in questa pagina in memoria. Contestualmente, iniziò a mandarmi a fottere – era fatto così, accettare o smammare. <strong>Se gli parlavo di un libro che mi piaceva – Cormac McCarthy, per dire, mica piccioni qualsiasi – mi bacchettava, “Non è vero che non legge romanzi, legge gli americani del passato. Legge testi con una scrittura divulgativa, industriale, passata per il mangano degli “editors” sicché non si sa cosa e come avesse scritto la persona che figura come autore. Ma ciò che importa, in un libro, è la forma, la coincidenza tra l’idea e la forma – la fabula è soltanto un’offa, un romanzo non è un racconto, è un’ipotesi sul reale. Ce l’ha insegnato Platone”. </strong>Secondo lui, per dire, “McCarthy volgarizza Faulkner, quello scadente di The Reevers, The Mansion, e torna indietro”. L’anno scorso, dopo aver letto un articolo – non ricordo quale – che firmai per ‘il Giornale’ mi scrisse, incazzato perché non lo citavo, “la ringrazio di ricordarmi come traduttore-iniziatore in Italia di ‘Walden’: Thoreau, nel dopoguerra, quando nessuno lo voleva, l’ho inventato io… non pretendo certo che legga le mie molteplici introduzioni a Thoreau. Esistono ottime storie della letteratura americana. Sarebbe il caso che ci desse un’occhiata”. Io – con il massimo rispetto che si deve a un maestro – gli rispondevo per le rime. Lui ghignava e godeva. Questa lettera privata, però – era il 27 maggio del 2016 – tra le tante che ci siamo scambiati è quella che mi pare rispecchi meglio Sanavio, sia onore a lui. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Caro Brullo &#8211; </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>mi farebbe piacere spedirle il mio ultimo romanzo. non è per una recensione: <strong>al Giornale mi detestano per le mie idee politiche, al Corriere, morto Gramigna, mi snobbano, a Repubblica sono persona non grata; e al Manifesto si sono seccati perché ho toccato chi non dovevo toccare, Celati, naturalmente, e le grandi case editrici non mi voglio perché, dicono, sono ‘difficile’ sicché ripiego di pseudo editori, stampatori, in realtà. dicono che non hanno soldi ma allora perché stampano, e neppure fanno il contratto. per autolesionismo? per vanità?</strong> mi si può chiedere perché stampi comunque con loro e la risposta è che ciò che è stampato resti; una servitù, uno sfruttamento accettato perché l’opera resti. è da E.P., quel grande poeta e idiota politico che l’ho imparato. <strong>la cosa che importa, se si riesce, è scrivere. e sopravvivere.</strong> sono molto vecchio, molto oltre gli 80, il libro è il vecchio messaggio nella bottiglia. il resto importa poco &#8211; importano poco, ormai, anche le molte tesine universitarie e le due tesi di dottorato sulla mia narrativa – l’ultima il luglio scorso. son troppo vecchio per tutte queste cose ma non ho rimpianti, una specie d’orgoglio, semmai, perché appartiene al gioco e sono sempre stato, la mia famiglia lo è sempre stata, fuori dai giochi. per orgoglio, arroganza? forse. se ciò che scrivo ha un valore, un giorno salterà fuori. Piero Sanavio”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La letteratura italiana? Puro narcisismo. Per questo ho rincorso Pound” </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come dei cospiratori. Lui ha il viso di un Cesare, il naso imponente, la mascella ardita, gli occhi che lampeggiano. L’altro è il “gancio”: alto, dinoccolato, limpida e luciferina barba. Io sono quello sul divano, che coglie, tempra e raffina le parole.</strong> In tre evochiamo lo spirito di Ezra Pound, che ha abbandonato la terra 40 anni fa, rotondi. Nella casa editrice di Valter Raffaelli (“l’altro”), l’antro in Vicolo Gioia, a Rimini, c’è “lui”, Piero Sanavio, una vita da professore di antropologia e letteratura, spesso fuori dall’Italia, inviato del “Mondo” e del “Giorno”, firma del “New York Herald”, romanziere, vigoroso, virulento saggista. Per Raffaelli ha firmato, nel 2009, un libro su Louis-Ferdinand Céline, “Virtù dell’odio”; lo intercetto mentre, insieme all’editore, pagina per pagina, sta correggendo le bozze di “Ancora Céline”, una specie di “seconda parte” del libro precedente. <strong>«Nasce dalla mia irritazione nei confronti di quelli che vogliono riabilitare Céline dalle accuse di antisemitismo. Céline era antisemita fin nelle viscere, stop. Era un uomo orrendo, un figlio di pu***na. Ciò non toglie che sia stato uno scrittore formidabile».</strong> La storia di Sanavio si spalma per sketch formidabili, nel dialogo, improvvise, scaturiscono perle, come questa<strong>: «mia moglie ha imparato a pescare alla mosca a 13 anni, istruita da Ernest Hemingway, il quale si faceva crescere la barba perché gli si squamava la pelle del viso». Sanavio documenta le vicende liriche e biografiche di Ungaretti e Montale, quella di Witold Gombrowicz. «Per la Rai, insieme a una troupe che mi fu affidata lì per lì, andai a Vence per edificare un servizio sulla sua morte». Céline, Pound, Gombrowicz: «sì, sono stato uno “fuori”, un non allineato. A me interessa la letteratura, questo è il punto, le operazioni sulle strutture narrative. Non sono un fan di Gadda, ho l’impressione che in Italia lo scrittore più importante (e più misconosciuto) sia stato Vittorio G. Rossi. Il resto è un ripiegamento narcisistico. Anche l’impeto civile di Alberto Arbasino non è che una opzione narcisistica. </strong>Pensa all’importanza di “Laborintus” di Edoardo Sanguineti: beh, non è che un plagio da Pound». La parola a Zio Ez. Già, Ezra Pound. Sanavio si ferma, guarda il soffitto, sgorga un sorriso, rincorso dagli occhi lucidi come perle. «Ezra Pound è stato il poeta italiano più grande di sempre. Sfortunatamente scriveva in inglese, ma ha usato tutto l’immaginario italiano, gli eroi, i simboli, la storia, come nessun poeta italiano ha mai fatto». Il fascismo: «certamente Pound era fascista, allora lo erano tutti, anche se era un fascista atipico, che usava come fondamenti teorici Confucio, Jefferson e Sigismondo Malatesta. Diciamo che di politica non capiva nulla. Purtroppo, ora Pound è strumentalizzato dalla destra, da chi non ha compiuto una lettura approfondita della sua opera». L’antisemitismo: «Pound non ce l’aveva con gli ebrei, ma con i banchieri. Nei “Cantos” cita il Levitico, descrive il rito ebraico nell’episodio della sinagoga di Gibilterra (Cantos XXII), che diventa familiare, un segno di amicizia con lo straniero. D’altra parte lo ha scritto anche lui, “l’antisemitismo è una falsa pista”».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64890 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound-178x300.jpg" alt="Sanavio" width="121" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound-768x1291.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound-609x1024.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound-1320x2219.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/gabbia-pound.jpg 1400w" sizes="(max-width: 121px) 100vw, 121px" />Piero Sanavio si laurea a Venezia, con una tesi sulle fonti rinascimentali italiane nell’opera di Pound, discussa con Carlo Izzo, «di fede comunista, fu il primo grande traduttore di Ezra». Dopodiché si trasferisce per continuare gli studi ad Harvard: «ero fellow della Rockefeller Foundation, perciò riuscii a ottenere i permessi per visitare Pound al manicomio criminale Saint Elizabeths di Washington»,</strong> dove Ezra, lo ricordo per verità storica, rimane recluso dal 1945 al 1958. «Era vigoroso e sopra le righe, rideva, passava da fosche depressioni a momenti di grande euforia». Il primo incontro fu squassante: «egli mi chiese come stava “Valeri”. Pensai si riferisse all’amico Diego Valeri e gli risposi che insegnava francese a Venezia. Invece, intendeva Walter Audisio, il “colonnello Valerio”, il partigiano che aveva ucciso Mussolini. Alla mia risposta replicò, “testa romana, domani senza maschera”. Credeva che fossi inviato dall’Italia a vedere come stava, era sospettoso, nonostante ci legasse una corrispondenza, vedeva nemici ovunque». A questo seguiranno un altro paio d’incontri, <strong>«rimasi impressionato dalla devozione di Dorothy Shakespear nei confronti del marito, mi innamorai della sua fedeltà a Pound. Poverissima, con un abito liso, abitava in uno scantinato e tutti i giorni andava da Ezra».</strong> Sanavio («ho fatto di tutto per non appartenere alla cerchia degli amici di Pound, a me è sempre interessata soltanto la sua opera») incontra Pound in altre occasioni, a Parigi. Nel 1965, «l’anno in cui morì Eliot», Sanavio allestì per i Cahier de L’Herne una pubblicazione su Pound, «non figuro come curatore, mentre spiccano Dominique De Roux e Michel Beaujour: allora lavoravo all’Unesco, mi consigliarono di non espormi, Pound dava fastidio». Bisognava presentare pubblicamente il lavoro: <strong>«Pound era terrorizzato, ma riuscii a vincerlo. Mi ricordo un’aula piena di poeti, giornalisti e devoti venuti a stringerli la mano. Lui mi teneva il braccio, sembrava stritolarlo, e mi sussurrò, tra i denti, “quanta gente, tutti con la testa vuota”».</strong> Al di là di altri episodi occasionali, «ho incontrato Pound l’ultima volta a Spoleto. Era seduto vicino a una chiesa, “Hello Grandpa!”, gli dissi, e lui mi fece un cenno con la mano». Sanavio mira i ricordi, il volto vibra come una fiamma. «La mia tragedia è stata tornare in Italia. Ho lavorato con Claude Lévi-Strauss, con De Santillana: qui i giornalisti si sbagliano nel pronunciare “Vermeer” e fanno di François Hollande uno yankee». I ricordi si portano con fierezza, sono medaglie, pesi. <em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Intervista pubblicata su “La Voce di Romagna” il primo novembre 2012</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Céline era antisemita, certo. Ma è dalla merda e dal sangue che nasce la grande letteratura”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Padovano, classe 1930, fronte ampia, volto volitivo, un po’ Popeye un po’ Marlon Brando, Piero Sanavio si è laureato a Venezia sulle fonti italiane dei “Cantos”, su Ez ha pubblicato un mucchio di libri. <strong>Di Sanavio mi piace l’indomita indole alla trasgressione, al vagabondaggio (ha insegnato negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna), un cipiglio fuori tempo e fuori norma che ha pagato duro: nel catalogo dei maggiori editori italiani, da Neri Pozza a Rizzoli e Bompiani, oggi è marginalizzato, lo pubblica Raffaelli, a Rimini.</strong> La prima volta che l’ho visto Sanavio lavorava a un libro su Louis-Ferdinand Céline, il seguito di “Virtù dell’odio”, del 2009, stampato proprio da Raffaelli. S’intitola “Ancora su Céline”, è in libreria dal mese prossimo, «è nato in parte dall’indignazione per la superficialità o malafede (la scelta è sua) di molta critica italiana che ha minimizzato o addirittura negato l’antisemitismo di Céline – come ne ha minimizzato l’anticomunismo facendo passare Céline persino per un simpatizzante comunista», mi dice, carattere duro, sguardo superbo, voce ferrea. Tendenzialmente introvabile, lo raggiungo per un dialogo via mail. «In questo secondo libro mi sono limitato a suggerire la rilettura di certe pagine, oltre che a indicare molte falsificazioni (sue, dei critici), molte menzogne. Anche il celebratissimo “Semmelweis”, come ce lo presenta Céline, perlomeno, è una menzogna». Quanto incide l’antisemitismo di Céline nell’opera dello scrittore Céline? <strong>«L’antisemitismo è inseparabile dall’opera e non ci sono alibi. Non ci sarebbe Céline senza l’antisemitismo. Né serve dire, a giustificazione, che gran parte della Francia tra le due guerre era antisemita. L’antisemitismo di Céline è cialtronesco, viscerale, peggiore persino di quello che fu chiamato il socialismo degli imbecilli. </strong>In Céline anche l’insistenza sull’irrazionale, il “rêve eveillé”, i famosi puntini sospensivi, la guerra contro la Grammaire Raisonnée nascono dal suo antisemitismo. È la bestialità irrazionale contro la ragione». Da qui al nazismo il passo è breve. «Con tutto questo, è eccessivo definire Céline nazista, era piuttosto un cialtrone imbevuto dello spirito revanscista che avrebbe prodotto Vichy – vile, ignobile, servile, criminale persino, come coloro che ammassarono gli ebrei al Vel’ d’Hiv’ per mandarli ai lager. Però fu anche un grande scrittore. <img decoding="async" class=" wp-image-64891 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Céline-210x300.jpg" alt="Sanavio" width="145" height="208" /><strong>Parafrasando ciò che qualcuno disse della politica, è anche “dalla merda e il sangue” che nasce la letteratura. Era l’invidia a muoverlo, invidia per tutto ciò che egli non poteva essere. Detestava gli ebrei che identificava con la grande borghesia perché sapeva che per quanti soldi potesse guadagnare e quanto celebre potesse diventare, ciò non bastava a far di lui un borghese, un  grand bourgeois alla Proust, alla Gide: occorreva assai di più e quel di più gli mancava». </strong>Già, come la mettiamo con Proust. «Con tutto il suo antisemitismo, Céline cedeva al fascino di Proust, imitandolo, per quanto tentasse di nasconderne le tracce e affermasse che lo detestava. Anche questo c’è nel mio libro. Non vi si parla soltanto di antisemitismo, o di quando Céline faceva il finto povero, nascondendo la consistenza dei suoi guadagni – si parla soprattutto, ancora, sempre, di letteratura». In sintesi: il ruolo di Céline nella letteratura moderna. «Ripeto: <strong>fu un grande scrittore. Soprattutto all’interno della letteratura francese dove, rompendo le regole della grammatica, poteva illudersi di minare le strutture sociali del Paese e stravolgerne la storia. Intrasportabile, fuori di Francia, il suo stile, come certi vini e certi formaggi, senza senso al di fuori della lingua francese e di quella letteratura».</strong> Gombrowicz, Thoreau, Pound, Céline: lei è attratto dai disobbedienti. La grande letteratura è sempre “trasgressiva”? «Shakespeare, probabile “recusant” e prudente fino a sfiorare la viltà, restava formalmente nell’ortodossia non soltanto perché era il Potere che gli permetteva di vivere, proteggendo la sua compagnia teatrale – operava nell’entusiasmo di un boom economico che pareva inarrestabile e lo restò fino alla morte di Elisabetta. Aveva anche, davanti a sé, il terribile ricordo della fine di Marlowe, il grande trasgressore. Con la menzogna del progresso inarrestabile e razionalizzando lo sfruttamento dei subalterni la cultura borghese ha occupato ogni spazio dell’esistente sicché l’arte nel suo ambito non può esprimersi che per negazioni e la scrittura non può che essere antagonista». Lo stato della letteratura italiana. <strong>«Bisognerebbe cominciare a chiedersi perché Casanova e Goldoni scrivessero le loro memorie in francese e Barretti scrivesse in inglese. Era il Settecento. Quanto al celebratissimo “Gruppo 63”, ho l’impressione che si sia trattato di un’operazione editoriale più che culturale e di una tardiva imitazione degli stranieri. Non bastava plagiare i “Cantos” per diventare moderni</strong>, o pensare che la “housewife from Dubuke, Iowa”, (per la quale Harold Ross aveva fondato il “New Yorker”) fosse sorella di latte della “casalinga di Voghera”, la signora dell’Iowa parlava inglese e aveva la traduzione della Bibbia di re Giacomo, insieme alle chiavi di casa, nella borsa per la spesa. Vale a dire: conosceva il linguaggio di Shakespeare, non fosse altro perché andava a messa, e da brava calvinista credeva nell’importanza radicale del patto – tra l’uomo e dio e tra uomo e uomo, quindi tra lo Stato e il cittadino. Sapeva anche che, se si stancava del marito, poteva sempre divorziare. Se poi si interessava all’arte, alla letteratura, la sua città, come qualsiasi altra della Repubblica, era provvista di ottime biblioteche». Socchiudo la porta della mail con un «grazie per i molti insegnamenti». Segue risposta lapidaria, «non mi prenda troppo sul serio». <em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*intervista pubblicata su “La Voce di Romagna” il 9 maggio 2013</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Pound era un genio, fu politicamente un cretino, un provinciale”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, mi piglio la mia dose di doverosi insulti. Perfino gratuiti. “Lei legge gli americani del passato. Legge testi con una scrittura divulgativa, industriale”. <strong>Cordialmente, incasso. Perché ne vale la pena e comunque avevo soppesato i rischi. Piero Sanavio, classe 1930, viso duro, da pugile, di genia “inderogabilmente antifascista”, è il più importante studioso di Ezra Pound.</strong> Intanto, lo ha studiato per davvero, discutendo una tesi a Venezia, per Carlo Izzo, sui primi <em>Cantos</em>. Poi, è andato a trovarlo. “Incontrai Pound a più riprese, a Washington e a Parigi principalmente, pure se non ho mai appartenuto, per scelta, alle <em>coteries</em> che come funghi, negli Stati Uniti e in Europa, crescevano attorno alla sua persona”. <strong>Il legame con Pound, sancito da un epistolario durato dal 1955 e il 1965, in parte inedito, custodito alla Biblioteca dell’Università di Padova, frutta a Sanavio due libri mirabili,</strong> <em>La gabbia di Pound</em> (1986; 2005, edizione ampliata) e <em>Ezra Pound: Bellum Perenne</em> (2002) e un radiodramma, <em>Il caso Pound, </em>trasmesso sul terzo della Rai nel 1987. Sanavio, giornalista – per Il Mondo di Mario Pannunzio e per Il Globo di Antonio Ghirelli – scrittore, <strong>autore di una vita ‘esagerata’ – ha fatto il tassista a Boston, ha insegnato all’Università di Puerto Rico, a Yale e a Harvard, ha lavorato a Parigi, è stato inviato in Africa per l’Unesco e ha creato un centro studi internazionali a Bucarest – dalle amicizie superiori – chiacchierò con T. S. Eliot, fu amico di Witold Gombrowicz e di Lawrence Durrell, ma gli abboccamenti con Jorge Luis Borges si rivelarono “del tutto sterili” – è l’esegeta degli estremisti.</strong> Memorabili i libri su Céline – almeno, <em>Virtù dell’odio</em>, 2009 – le traduzioni di Henry David Thoreau, di Knut Hamsun, di Joseph Conrad. “Gli studi su Ezra Pound sono diventati ormai una delle tante industrie del mondo accademico e il suo nome e reputazione si sono estesi anche a campi del tutto estranei alla letteratura, dalla sottopolitica alla sottocultura. Nessun male, tutti hanno diritto alla parola”, dice lui. Per questo, l’ho cercato. Per capire, a 45 anni dalla morte, perché il poeta americano sepolto a Venezia e sventolato come una bandierina a destra e a manca, era affascinato da un italiano nato 600 anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64892 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/americana-195x300.jpg" alt="Sanavio" width="126" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/americana-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/americana.jpg 364w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />“Restò un provinciale. Ma ciò non gli impedì di essere grande” </strong><br />
A Rimini, Pound torna, dopo le scorribande dell’anno prima, nel marzo del 1923, pochi mesi dopo la Marcia su Roma. Nella città del Malatesta entra in contatto con il fascismo, che lo affascina. “Il fascismo di Pound, l’abbaglio su Mussolini, nasce ignorando la storia italiana e la meccanica dell’Unità con l’arroganza del maestro di scuola che dalla provincia arriva in città e suppone di aver tutto capito. Se i professori che si occupano di Pound studiassero la letteratura e la storia inglese e americana, scriverebbero meno stupidaggini”. Addirittura… <strong>“Culturalmente, e con tutta la sua curiosità e genialità, Pound restò un provinciale.</strong> Ho sempre trovato illeggibile quell’esercizio in narcisismo che è l’<em>Autobiography of AT</em> della Stein (nazista, malgrado fosse ebrea, sosteneva che Hitler meritava il Nobel per la pace perché aveva pacificato la Germania eliminando gli elementi di disturbo – cioè gli ebrei), la cui attendibilità, peraltro, fu negata da un opuscolo del 1939 che mai appare nelle storie letterarie, <em>Testimony against G Stein</em>, a firma di Jolas, Matisse, Braque, Salmon, Tsara, tra gli altri, ma su un punto aveva ragione: Pound era ‘un maestro di scuola di paese’. Ciò non gli impedì di diventare un grande poeta”. Mentre oggi il Comune di Rimini non sa come trattare quel sacro estinto pieno di aculei che è Pound, nel 1925 la rivista <em>Testa di Ponte</em> gorgheggiava: “Ezra Pound è un Poeta Inglese il quale venendo in Italia, e precisamente in Rimini due anni or sono si è sentito tanto tenacemente conquistato dal fascino dei nostri monumenti, segni mortali di una storia immortale, da trovarsi avvolto nel manto dell’ispirazione. Così, Ezra Pound ritornando in patria s’è accinto a fissare sulle pagine di un superbo libro, tuttociò che turbinava nella sua mente di Poeta”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Era un coglione. Deve dire grazie a Frost, che interpellò JFK”</strong><br />
L’accusa di tradimento è la pagina più oscura della vita di Pound. Arrestato nel 1945, sarà liberato nel 1958. Una vergogna. <strong>“Si chiede perché Pound è stato accusato di tradimento? Perché era un coglione e da Radio Roma faceva propaganda contro gli USA e in favore dell’Italia durante la guerra, sostenendo che la Costituzione Americana gli garantiva libertà d’opinione”.</strong> Insieme ad Andrea Colombo, per l’editore ravennate il Girasole, lei ha curato una edizione dei <em>Radiodiscorsi</em> di Pound (1998). “Era letteralmente fuori di testa. Deve ringraziare, se scapolò l’impiccagione: 1. Il suo avvocato, che invocò l’insanità mentale. 2. Il fatto che quando aveva chiesto alla sua ambasciata, a Roma, il passaporto per ritornare negli Usa, dopo Pearl Harbor, un funzionario illegalmente glielo rifiutò – illegalità che pesò nella decisione di farlo uscire da St Elizabeths – perché (disse) era ‘un pessimo americano’. Già nella sua ultima visita in Usa (a bordo del Rex, in prima classe, strano per uno senza soldi) certe dichiarazioni erano parse perlomeno ambigue, facendo sospettare (e lui lo lasciò credere) che fosse in ufficiosa rappresentanza del Partito Nazionale Fascista. Vero? Falso? Possibile – ma era abbastanza fuori di testa da pensare di avere ruoli più importanti di quelli che effettivamente aveva. 3. L’intervento di Robert Frost presso JFK, quando diventò presidente, e l’autorità di T. S. Eliot. Tutte le petizioni di intellettuali per la sua liberazione, come correttamente diceva Hemingway, non avevano fatto che irritare l’amministrazione pre JFK”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Bisogna rileggere e reinterpretare i Cantos”</strong><br />
Altra spina nel cuore dei poundiani. <strong>La traduzione Mondadori dei <em>Cantos</em>, fatta dalla figlia Mary, “insieme a Pound, che non conosceva l’italiano”. Com’è? “Illeggibile”. E allora, ora? “Li sta ri-traducendo il solito Massimo Bacigalupo”. Esito: “la sua versione perlomeno sarà in italiano corrente, ma certamente non eccelsa. A meno che san Gennaro non gli faccia il miracolo”.</strong> Quindi, qui si pone un problema. “I <em>Cantos</em> sono da rileggere, e reinterpretare. La critica americana sta da anni facendo le note alle virgole nella migliore tradizione tedesca del XIX secolo. Io, non solo io, certo, qualche indicazione l’ho data, ho fatto la mia parte e mi son fottuto la cattedra – meglio così. Un’ultima cosa”. Dica. “I due canti in italiano, dove se la prende con gli americani per i danni al tempio dell’Alberti, fatti durante un bombardamento, come se fosse stata una scelta deliberata…”. Son quelli che ho citato all’inizio. “Beh, anch’essi sono un indizio che Pound era fuori di testa”. Perché? “C’erano depositi militari, caserme o cosa, nelle vicinanze. A Padova, quando le bombe distrussero un paio di inestimabili affreschi di Mantegna, agli Eremitani, la chiesa si trovava a pochi metri da un’importante installazione tedesca. <strong>Perché non ha mai protestato contro le depredazioni dell’arte italiana che facevano i tedeschi? Pound era un grandissimo poeta, ma politicamente, economicamente, un idiota. ‘Ma scrisse contro, l’usura!’, dicono. Anche sant’Anselmo. Anche sant’Ambrogio. Anche Vittorino da Feltre. Anche il Levitico”.</strong> Poi Sanavio mi molla. Non ne può più di chi fa domande idiote. “Sto terminando la correzione delle bozze di <em>Americana</em>, un tomo di circa 500 pagine di miei saggi sulla letteratura di laggiù. Non si illuda di recensirmi”. Chi la pubblica? “Una casa editrice di donne”. Detto tutto. Saluto. Sanavio, eremita del Novecento, scompare, come un uomo stilizzato da Joseph Conrad, accucciato tra i versi di un tonante poema. <em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>Intervista pubblicata su “Rimini2.0” il 30 maggio 2017</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sono-sempre-stato-fuori-dai-giochi-muore-piero-sanavio-ando-a-trovare-pound-al-manicomio-criminale-e-gli-diede-dellidiota-politico-pubblichiamo-le-sue-interviste/">“Sono sempre stato fuori dai giochi”. Muore Piero Sanavio: andò a trovare Pound al manicomio criminale (e gli diede dell’idiota politico). Pubblichiamo le sue interviste</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Lawrence Ferlinghetti è al comando di un elicottero…”: Massimo Bacigalupo ci spiega la poesia di Julian Stannard, un poeta che “leggerlo è uno spasso”</title>
		<link>https://www.pangea.news/lawrence-ferlinghetti-e-al-comando-di-un-elicottero-massimo-bacigalupo-ci-spiega-la-poesia-di-julian-stannard-un-poeta-che-leggerlo-e-uno-spasso/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 05:27:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra i poeti inglesi più originali e anomali di oggi, va annoverato <a href="http://www.julianstannard.com/about/" target="_blank" rel="noopener">Julian Stannard</a>, classe 1962, che insegna all’University of Winchester e ha pubblicato, in un mondo, quello anglofono, dove il poeta ha ancora voce vivida nella ‘società’, sui massimi giornali, dal ‘Guardian’ al ‘Times Literary Supplement’. <strong>La sua ultima raccolta poetica s’intitola <em>What Were You Thinking? </em>(2016), il suo talento è stato riconosciuto, tra gli altri, da Carol Ann Duffy – attuale poeta ‘laureato’ in UK – e da Christopher Reid, ma io non ne saprei nulla non fosse per Massimo Bacigalupo, il nostro massimo anglista </strong>– oltre che poundiano di platino – che mi ‘passa’ un libro di Stannard pubblicato in Italia di recente. Trattasi delle “poesie genovesi” di Stannard, pubblicate da Il Canneto in una edizione di pregio, <a href="http://www.cannetoeditore.it/libri/arte-e-grafica/sottoripa-poesie-genovesi-di-julian-stannard/#.XAJbu2hKhPY" target="_blank" rel="noopener"><em>Sottoripa</em></a>, per merito proprio di Bacigalupo, che a quel punto ho preferito interpellare. Stannard ha insegnato a lungo a Genova e ha fatto della città il nucleo creativo della sua poesia, e questo – come denuncia la ‘quarta’ – è davvero “un caso unico nella poesia inglese”. Di Stannard sorprende il detto lirico disincantato e divertente, diverso, non grave ma ‘cantabile’. Come studioso, si è occupato in particolare della lirica di Leonard Cohen e di Basil Bunting. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_64297" aria-describedby="caption-attachment-64297" style="width: 177px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64297" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/stannard-300x300.jpg" alt="stannard" width="177" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/stannard-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/stannard-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/stannard-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/stannard.jpg 400w" sizes="(max-width: 177px) 100vw, 177px" /><figcaption id="caption-attachment-64297" class="wp-caption-text">Lui è Julian Stannard, poeta inglese legato visceralmente a Genova</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Julian Stannard. Ci faccia capire chi è, come s’incista nella poesia inglese di oggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha un percorso particolare in quanto stregato dall’Italia dove arriva come lettore di inglese all’Università (caso simile al tanto diverso Tim Parks) e si getta nella vita turbolenta di vicoli e carruggi con il loro popolino di trafficanti compratori venditori di tutto compreso sé stessi. Un suo quasi coetaneo, Jamie McKendrick (<em>Chiodi di cielo</em>, Donzelli) è stato anche lettore nel Meridione e di questo sono tracce importanti nell’opera (è anche antologista e traduttore, in ultimo di tutto Bassani). Ma McKendrick vola alto, fa una poesia a suo modo pietrosa, densa, ha imparato da Bertolucci, Sereni. Tradotti del resto da un altro poeta di quella generazione, Peter Robinson, che non ha lavorato in Italia bensì in Giappone ma ha una moglie italiana. <strong>Ecco, Stannard si differenzia da questi poeti piuttosto densi per un suo dettato chiaro e surreale, quasi dei numeri da cabaret. Leggerlo è uno spasso, il che capita di rado con la poesia contemporanea</strong> dovechessia, chiamata com’è a più forti intenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un poeta e la città. Spesso i poeti sentono una sintonia rapinosa verso un luogo, penso alla Venezia di Brodskij (e alle sue <em>Elegie romane</em>), o alla Faenza e la Genova di Dino Campana, per dire. Stannard è sedotto da Genova: come mai, come la legge, cosa vi vede? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Genova è una pacchia per Stannard, un luogo strano e inedito dai toponimi stravaganti in cui si intrecciano destini bizzarri, anche dolorosi, ma tutto si mescola in una <em>olla podrida</em>, un minestrone genovese, ottima metafora di un mondo balordo.<strong> Il Vico dell’Amor Perfetto, chi non vorrebbe percorrerlo? Poi vi si incontra un travestitone, che come è capitato a me con Rossella si rivela essere un’appassionata lettrice dell’<em>Ulisse</em> di Joyce. </strong>(Rossella partecipa ogni anno alla scena del bordello del Bloomsday genovese, la lettura quasi integrale dell’<em>Ulisse</em> che organizzo ogni 16 giugno in spazi acconci del centro storico). Certo, c’è anche il ricordo (ir)riverente dei poeti genovesi di cui non ha potuto non sentire parlare in Via Balbi, e di cui offre delle imitazioni quasi plagi piene di ammirazione divertita. “Sarebbe quasi un’offesa non citare Montale, ecco ora l’ho fatto” (<em>Paradiso ligure</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A che tradizione lirica si apparenta Stannard? Specifico: Stannard ha lavorato intorno all’opera di Basil Bunting, un poeta poco noto in Italia, già amico di Ezra Pound, cita Ferlinghetti e Whitman. Ecco: che rapporto intrattiene con i ‘classici’, qual è il suo particolare album di ‘maestri’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che citi i poeti perché capitano nei vicoli coi gatti e le friggitorie. <strong>Ferlinghetti per esempio perché venne a leggere al Festival di Poesia di Genova, o Pound perché (in <em>Seminario sull’acqua</em>) qualcuno gliene indica il villino durante una veleggiata. Gli piacciono i poeti anomali, dalla battuta gettata lì. </strong>Una frase di Pound su Wagner, tanto per il sapore. È stato amico e studioso di Tomlinson, piuttosto compassato, ma in fondo il suo cuore sta con Bunting, che era un eccentrico, “il primo hippy” che si accampò in una insenatura di Rapallo, viaggiò, fece la spia, scrisse bene e a sprazzi. Il poeta becero tipo Corbière.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domanda al traduttore che ha abitato le poesie di Stevens e di Dickinson: come si traduce un poeta vivente? Lo si interpella, si dialoga con l’autore, si segue una propria via, ascoltando il proprio linguaggio e quello altrui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se c’è scritto “dog” si scrive “cane”, tutto lì. Però quante volte capitano sotto gli occhi traduzioni che mancano il senso, l’inglese non è poi così facile. (Del resto tutti sbagliamo). <strong>Si può usare il traduttore Google ma poi bisogna saper correggere. Questa traduzione di Stannard ha avuto vicende curiose, in un primo momento si pensò di affidarla a un nostro studente molto sensibile, che però tradusse in endecasillabi queste poesie da bordello, poi messo d’avviso cercò di scompigliarle.</strong> Alla fine le ho prese in mano e pur grato al nostro collaboratore della sua ricognizione ho pressoché rifatto tutto, perché conta l’unità di tono, che deve essere sboccato, da freddura, nonsense, colloquiale. Non sempre facile, e qualcosa penso di migliorare ancora nella ristampa.  Ma molto divertente. Ho avuto qualche ispirazione (o così mi sembra) quando ho cercato di rifare certe rime, come nella spassosa parodia stannardiana della <em>Litania</em> di Caproni, <em>Città di angeli malefici</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64298 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/sottoripa-250x300.jpg" alt="Stannard" width="173" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sottoripa-250x300.jpg 250w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sottoripa-768x922.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sottoripa-600x720.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sottoripa.jpg 800w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Le chiedo un giudizio, per quanto sommario, sulla poesia anglofona, oggi. O meglio, sul ruolo del poeta nei paesi anglofoni: è trattato con diffidente indifferenza, come in Italia, o la sua parola ha modo di mostrarsi, nei canali della grande informazione, di ferire, ancora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha più spazio che da noi. <strong>Carol Ann Duffy, l’attuale poeta laureata inglese, è in tutte le antologie scolastiche con le sue poesie femministe argute e mordaci. Poesia che comunica.</strong> L’esempio del vecchio Tony Harrison, che scrive poesie-opere televisive, corrispondenze dal fronte, attacchi contro i guerrafondai, un po’ di eros vesuviano.<strong> È imminente la nomina del nuovo poeta laureato, forse Simon Armitage, di cui Massimo Bocchiola ha tradotto per Guanda poemi per la televisione sull’11 settembre e la grande guerra (<em>In cerca di vite già perse</em>). La poesia fa parte del sistema di comunicazione, è efficace e arriva. </strong>Qui gli americani mi sembrano in genere più accademici, capita ancora che qualche attardato citi Derrida… La mania dell’acculturazione che guasta. Ci sono però i vecchi maestri come Charles Wright, che hanno imparato anche loro da Montale (che Wright ha tradotto) e da Pound. Wright ama Morandi, contempla, scrive con finezza di cose del mondo, cerca. Un caso a parte è Ferlinghetti, populista whitmaniano che stenta ad arrivare nelle riviste prestigiose (controllate, direbbe lui, dalla cricca accademica) ma è l’unico americano vivente di cui anche qualche non specialista all’estero abbia sentito parlare. Sì, in fondo è questo il tipo di scrittura a cui il britannico Stannard più si avvicina, non la predicazione libertaria ma il quadretto salace, a volte tenero e malinconico.</p>
<p>***</p>
<p><strong>San Giuliano</strong></p>
<p><em>Genova</em></p>
<p>C’è un vecchio bar e una baracca<br />
e qualche tavolo e poco altro<br />
di elegante sulla spiaggia<br />
di San Giuliano, e poco di<br />
buono nella gente che ci va.<br />
Mi piacerebbe farci una passeggiata.</p>
<p>Ma ricordo il temporale.<br />
Fu improvviso e spietato<br />
e riparammo in una baracca<br />
ascoltando la pioggia battente</p>
<p>sul tetto di ondulato e le onde<br />
colpire la sabbia offesa.<br />
Abbiamo più o meno aperto la bocca<br />
e ci siamo infischiati di tutto.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La rivoluzione poetica comincia qui</strong></p>
<p><em>Questo bombardamento poetico sulla città vuole lanciare in tutto il mondo il Manifesto di Genova della Rivoluzione Poetica…</em></p>
<p>Lawrence Ferlinghetti<br />
è al comando di un elicottero<br />
e sta calando pericolosamente<br />
su Palazzo Ducale.<br />
L’elicottero sposta una statua<br />
e s’innalza verso l’unica nube compiacente.<br />
Si libra e s’impenna<br />
e poi gira per mitragliare la città di Genova<br />
con poesie ipnotiche.<br />
I carabinieri sparano qualche colpo a caso<br />
e si vede Ferlinghetti<br />
scuotere il pugno<br />
mentre si prepara a sganciare<br />
una dose particolarmente letale di André Breton.<br />
I genovesi si sparpagliano e si gettano a terra<br />
e si precipitano verso la metropolitana<br />
che non è stata ancora costruita.<br />
Tutti i vicoli del centro storico sono cosparsi<br />
di poesie<br />
che compiono il loro inesorabile cammino<br />
fino a Walt Whitman.<br />
Ora si vede chiaramente Ferlinghetti<br />
tutto elegante nella sua camicia blu.<br />
Sta accarezzando<br />
i genitali della città.</p>
<p>*<strong><em><br />
</em>La Zona Rossa</strong></p>
<p>Devo ritornare nella Zona Rossa<br />
perché ho dimenticato qualcosa nell’appartamento</p>
<p>dieci, venti, trent’anni fa.</p>
<p>E questa linda fila di mutande che corre lungo il vicolo,<br />
lavate a mano, smaglianti&#8230;<br />
Devo salire per quelle scale di atdesia.<br />
Qualcuno ha toccato la serratura?<br />
E pensavo la città fosse così tranquilla<br />
finché gli elicotteri non mi hanno rombato sulle spalle.<br />
Devo entrare in quell’appartamento<br />
con i soffitti alti, le tende puttanesche,<br />
il pipistrello che ancora sbatte nel guardaroba,<br />
un bebè sul tavolo.<br />
Qualcuno ha lasciato un bebè sul tavolo?<br />
*</p>
<p><strong>Treno notturno della Riviera</strong></p>
<p>Il treno notturno della Riviera accelerò:<br />
finestrini aperti, il vento ci investiva e sbatteva.</p>
<p>Sentivo il profumo delle orate laggiù nel mare.<br />
Avevo cento esami da correggere prima di scendere a Principe.</p>
<p>D’ogni tanto una pagina impazzita volava via nella notte.<br />
*</p>
<p><strong>Città di angeli malefici<br />
<em><br />
</em></strong><em>L&#8217;amour passe de là&#8230;</em></p>
<p>Città dei miei diversi cadaveri<br />
Città di lievi valzer d’estate italiani<br />
Città di rima, città di saliva<br />
Città di funicolari, ascensori e strambi particolari<br />
Città di Caproni e tutti quei tormentoni<br />
Città della mia gamba fratturata<br />
Città in precario equilibrio sulla mareggiata<br />
Città di distici, terzine, sestine<br />
Città di trenibi e città di ratti lascivi sbucati dai tombini</p>
<p>Città di miopia e distopia<br />
Città di caffè e curiose varianti dei nostri bigné<br />
Città di “caserme piene di sperma”<em><br />
</em>Città della mente stanca, città che canta<br />
Città di revisionisti e accademie, città progressivamente di ecuadoreñi<br />
Città di confusione e di amici col magone<br />
Città di Rina, rivederla una sola volta viva<br />
Città dalle innumerevoli vocali, città di blocchi intestinali<br />
Città di Economia e di una versione domestica dell’<em>Orestea<br />
</em>Città di Via Gramsci e della mia ex incattivita la banshee<br />
Città del Ghetto, di Jack, William e Castelletto<em><br />
</em>Città di Sampdoria e della sempre differita vittoria<br />
Città di Valéry, Dickens, Montale, Melville e Hardy<br />
Città del pesto, città del mio divorzio costoso e indigesto<br />
Città della Crema per il Corpo al Profumo Patchouli<em><br />
</em>Città di Maristella, Loredana e la ragazza scozzese Julie.</p>
<p><strong><em>Julian Stannard</em></strong></p>
<p><em>trad. it. di Massimo Bacigalupo, da </em><em>Julian Stannard, “Sottoripa</em><em>. Poesie genovesi</em><em>”, </em><em>Il Canneto editore, Genova 2018</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lawrence-ferlinghetti-e-al-comando-di-un-elicottero-massimo-bacigalupo-ci-spiega-la-poesia-di-julian-stannard-un-poeta-che-leggerlo-e-uno-spasso/">“Lawrence Ferlinghetti è al comando di un elicottero…”: Massimo Bacigalupo ci spiega la poesia di Julian Stannard, un poeta che “leggerlo è uno spasso”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</title>
		<link>https://www.pangea.news/gentile-signor-pound-i-cantos-pisani-sono-veramente-straordinari-quando-marshall-mcluhan-ando-a-trovare-ez-nel-manicomio-criminale-e-divenne-suo-fan/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 09:58:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Posto delle fragole (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. La sua «corazza» viene perforata in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gentile-signor-pound-i-cantos-pisani-sono-veramente-straordinari-quando-marshall-mcluhan-ando-a-trovare-ez-nel-manicomio-criminale-e-divenne-suo-fan/">“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <em>Posto delle fragole</em> (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. <strong>La sua «corazza» viene perforata in un viaggio in auto verso Lund, quando torna a visitare il giardino d’infanzia. Rivede così il «posto delle fragole», venendo travolto dalla nostalgia e da emozioni così forti che sembrano colorare i peraltro splendidi bianchi e neri di Bergman.</strong> Inizia così un percorso di esplorazione del proprio paesaggio interiore…</p>
<p style="text-align: justify;">In qualche modo, forse anche per lo scenario «nordico», rispetto al mio domicilio abituale, <strong>il mio Giardino delle fragole è il castello di Brunnenburg. Il suo grande portone in legno.</strong> Le sue torri. La terrazza che si affaccia su valli meravigliose e verdeggianti.</p>
<p><figure id="attachment_64148" aria-describedby="caption-attachment-64148" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64148" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg" alt="Mary Daniele Ferroni" width="300" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-768x464.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-1024x619.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-600x363.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64148" class="wp-caption-text">Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, fotografata da Daniele Ferroni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Qui tornò, proprio sessant’anni fa, Ezra Pound dopo l’interminabile prigionia nel manicomio criminale di Washington<strong>. Qui iniziò a cercare di dare compimento al Paradiso dei suoi <em>Cantos</em>. Qui vive Mary de Rachewiltz (1925), avvolta dalle carte e dai libri del padre, che iniziò a tradurre durante la Seconda guerra mondiale quando era una ginnasiale di 14 anni.</strong> Mary è il riferimento obbligato per i poundiani di tutto il mondo. Ed è anche per questo che a Merano, distante dal castello solo una manciata di chilometri di ordinatissimi meleti, è sorto il Centro di ricerca «Ezra Pound» che «realizza progetti editoriali con lo scopo di valorizzare il lascito del poeta e di arricchire il corpus di edizioni critiche e di traduzioni già esistenti… organizza letture, colloqui, workshop e convegni tematici, fungendo in tal modo da punto di riferimento per la collaborazione internazionale tra i ricercatori poundiani e da centro di formazione per giovani studiosi».</p>
<p style="text-align: justify;">Il direttore del Centro è Ralf Lüfter (Accademia di Merano) e il comitato scientifico annovera alcuni dei <em>top player</em> dell’universo poundiano: Massimo Bacigalupo, autore dell’imprescindibile <em>L’ultimo Pound</em> (Edizioni di Storia e Letteratura, 1981), nonché curatore dei <em>Canti postumi</em> di Pound (Mondadori, 2002), Siegfried de Rachewiltz, figlio di Mary e ideatore del museo agricolo di Brunnenburg, Richard Sieburth (<em>A Walking Tour in Southern France: Ezra Pound Among the Troubadours</em>, New Directions, 1992), infine, David Moody, autore della monumentale biografia in tre volumi di Pound pubblicata dalla Oxford University Press (peccato non si sia fatto vivo ancora nessun editore italiano, l’ultimo volume, <em>The Tragic Years – 1939-1972</em>, è uscito nel 2015).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Centro di ricerca Ezra Pound è a Villa San Marco, presso l’Accademia di studi italo-tedeschi. Un incantevole chalet nel verde, che forse non sarebbe dispiaciuto al professor Borg di Bergman.</strong> Non lontano, corre la «passeggiata estate» sul fiume Passirio (nei giardini la brutta statua alla Principessa Sissi), e la chiesa del Santo Spirito (fondata nel 1271, al suo interno ci sono splendide statue lignee).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso novembre è stato memorabile per gli appassionati di Pound. Doppio appuntamento in simultanea, a Merano e a Venezia. Il 16 novembre al teatro Goldoni della città lagunare, così spesso richiamata dai <em>Cantos</em>, è andato in scena «Ezra in Gabbia», spettacolo scritto e diretto da Leonardo Petrillo con Mariano Regillo protagonista. Il 79enne attore napoletano, raggiunto dal <em>Corriere della sera</em>, ha svelato la sua ispirazione: <strong>«Sono profondamente attratto dalla grandiosità della lirica di Pound ed è questo che intendo evocare. Il personaggio che interpreto in modo epico, non didascalico, è un uomo che torna in pubblico per farsi giudicare dalla platea per i presunti “reati” commessi in vita: in palcoscenico si celebra il processo che Ezra non ebbe mai e ora lo pretende. </strong>Espone i momenti più duri e più bui della sua esistenza e vuole essere finalmente giudicato: colpevole o innocente. Essere liberato oppure no da quella gabbia&#8230; per trovare pace». Lo spettacolo ha registrato il <em>sold out</em> e grande successo di critica. Confidiamo in un ampio tour nazionale, mentre possiamo concordare con Regillo che Pound sia stato imprigionato per lungo tempo senza nessuna condanna… […]</p>
<p style="text-align: justify;">Il convegno di Merano si è aperto con la relazione di Carlo Pulsoni, ordinario di filologia romanza presso Università degli Studi di Perugia, che <strong>ha ricordato l’impegno di Vanni Scheiwiller perché gli scrittori italiani firmassero una petizione per liberare Pound. In proposito, ecco un significativo stralcio della lettera (sinora inedita) del 21 gennaio 1956 del giovane editore milanese a Ungaretti che aveva scritto (con qualche inesattezza) su <em>Epoca</em> a proposito di Pound: «Caro signor Ungaretti, un mio compagno d’Università mi ha passato il numero di <em>Epoca</em> con i quattro interventi su Ezra Pound. Sono tanto contento delle sue buone parole: solidarietà umana e buon cuore – niente schifosa letteratura – o peggio. </strong>(Mi fa piacere, perché ho conosciuto lei di persona, proprio e solo per parlarle di Ezra Pound, ricorda? Un caso simpatico). Siccome ci sono tanti imbecilli e in malafede, le scrivo per segnalarle una piccola inesattezza. Dove scrive “quelle pagine letterarie alla Radio di Roma, le ho qui, nel volumetto dove sono uscite quest’anno raccolte ecc.”. <em>Lavoro ed usura </em>non sono le trasmissioni radiofoniche, ma il succo, per così dire, di quelle di argomento politico-economico. Erano in inglese – in un inglese, pare, incomprensibile agli stessi compatrioti. Comunque, tutti i suoi discorsi da Radio Roma sono microfilmati e a disposizione di tutti alla Biblioteca del Congresso di Washington (una scelta, poco felice nonostante le buone intenzioni, è stata pubblicata a Siena nel 1948: <em>If this be treason</em>…). […] Valeri e Solmi stanno pensando da anni a un <em>appello di scrittori italiani </em>per la liberazione di Ezra Pound. Spero di arrivare in porto per Pasqua. (Io faccio solo il <em>postino</em>). <strong>Lei sa meglio di me come è difficile mettere d’accordo quelle teste dure dei “letterati” (specie i “critici” e i poeti di secondo piano…)».</strong> […]</p>
<p style="text-align: justify;">La sessione pomeridiana del convegno è stata aperta da Manlio Della Marca (Università di Monaco) che ha studiato i carteggi di Pound con Eva Hesse (traduttrice dei <em>Cantos</em> in Germania) e il massmediologo Marshall McLuhan, che andò a trovare (con il critico Hugh Kenner) il poeta prigioniero. Ricorda Della Marca: <strong>«</strong><strong>Il pomeriggio del 4 giugno 1948, nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washnigton D.C. avviene probabilmente uno degli incontri più intriganti nella storia della cultura occidentale del Novecento: lo studioso canadese Marshall McLuhan, che nel giro di pochi anni avrebbe raggiunto la celebrità planetaria conquistandosi l’appellativo di «oracolo» dei nuovi media, incontra Ezra Pound, universalmente riconosciuto come uno dei maggiori e controversi poeti del canone letterario americano.</strong> Dall’incontro nasce un affascinante scambio epistolare che si protrae fino al 1957. Le lettere, solo in parte pubblicate in italiano, e materiali d’archivio inediti, mostrano in modo inequivocabile l’influenza che lo stile e le idee di Pound ebbero sulla concezione del primo libro di McLuhan, <em>La sposa meccanica</em> (1951), il cui titolo originario, come risulta da una prima versione del manoscritto conservata ai Canada Archives di Ottawa, doveva essere <em>Guide to Chaos</em>, un esplicito omaggio al poundiano <em>Guide to Kulchur</em> del 1938. Come si evince da una lettera inviata da McLuhan a Pound il 30 giugno 1948, l’intuizione geniale del massmediologo canadese è quella di utilizzare il “metodo ideogrammatico” di Pound per catturare la complessità e le contraddizioni della cultura di massa: «Caro Pound […] sto lavorando a un libro […] sulla pubblicità, i fumetti, i sondaggi d’opinione, la stampa, la radio, i film ecc. Icone popolari intese come ideogrammi con complesse implicazioni…».</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco invece l’opinione espressa sulla poesia di Pound un paio di settimane prima: <strong>«Gentile signor Pound… i <em>Canti pisani</em> sono veramente straordinari, e rivelano una gamma di esperienze che sarebbe presuntuoso elogiare.</strong> Non si sente forse affine (nell’àmbito della poesia inglese) a Ben Jonson? Lo stesso modo plastico-scultoreo? La difficoltà principale che presenta la sua poesia – i <em>Cantos</em> – per quanto riguarda i lettori contemporanei è certamente lo stile intensamente maschile. Questa è un’età di psicologismo e di adorazione del grembo. La sua chiara risonanza e i suoi contorni ben delineati sono intollerabili ai lettori crepuscolari che si adagiano sulle implicazioni di genere. I suoi <em>Cantos</em> a mio avviso, costituiscono il primo e l’unico uso serio delle grandi possibilità tecniche del cinematografo. Ho ragione di ritenerli come il montaggio di <em>personae</em> e di immagini scolpite? Flashback che conferiscono percezioni simultanee?». (Altre lettere a Pound si trovano nel bel libro: Marshall McLuhan, <em>Corrispondenza 1931-1979</em>, Sugarco 1990). […]</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere i <em>Cantos</em>, ossia la Divina Commedia del Novecento, ecco il miglior modo per riconoscere in Pound il grande Ulisse del nostro tempo. E intanto per i poundiani, si avvicina un nuovo importante appuntamento: l’<em>Ezra</em> <em>Pound International Conference</em> che si terrà all’Università di Salamanca dal 25 al 29 giugno 2019…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Alessandro Rivali sarà a Rimini, una delle città ‘poundiane’, sabato 24 novembre, ore 17,30, al Museo della Città, a parlare del suo libro “Ho cercato di scrivere Paradiso” (Mondadori, 2018). Il reportage in questa pagina, parte di un articolo che sarà pubblicato su “Studi Cattolici”, si pubblica per gentile concessione</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gentile-signor-pound-i-cantos-pisani-sono-veramente-straordinari-quando-marshall-mcluhan-ando-a-trovare-ez-nel-manicomio-criminale-e-divenne-suo-fan/">“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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