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“Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, cambiare il mondo, cosa gliene importava della cold cream pubblicata da Poetry e dal New Yorker?”. Su Pound, ancora. Dialogo con Massimo Bacigalupo

Sessant’anni fa Mondadori usciva con una edizione delle Poesie scelte di Ezra Pound introdotte da Thomas S. Eliot che, con scaltra prudenza, esaltava l’uomo di cultura, l’animatore & l’agitatore (“Se non fosse stato per l’opera che Pound svolse negli anni di cui ho parlato, l’isolamento della poesia americana, e quella dei singoli poeti, avrebbe potuto continuare a lungo”), tacendo il genio del poeta (“Ho espresso prima d’ora l’opinione che la grandezza di un poeta non è problema da sollevarsi da parte dei critici del suo tempo: è soltanto dopo che egli è morto…” e bla bla bla). Soprattutto, il bravo Alfredo Rizzardi – nel pasticcio antologico c’erano brandelli da Personae, da Lustra, Cathay, “Mauberley” e dai Cantos – sanciva l’impossibilità di discernere il grano autobiografico da quello lirico, la poesia dal mito del poeta, il fatto dalla chiacchiera. “Il lettore che si volga alla vita di Ezra Pound con la speranza di trovare la chiave di tanti versi impenetrabili dei Cantos, si perderà in una selva di mezze-verità, quasi-leggende, di episodi passati di bocca in bocca e di orecchio in orecchio prima di venir fissati sulla carta. E ancor più confuso sarà da quei fatti obbiettivi, che, riferiti a Ezra Pound, acquistano tutto il sapore di una leggenda”. Con gioia da astronauta e sapienza da entomologo, piuttosto, Massimo Bacigalupo, da anni, rintraccia negli anfratti dei testi di Pound – basti pensare ai XXX Cantos editi da Guanda e ai Canti postumi per Mondadori – le fonti, i nodi biografici, le svagate nudità, l’autentico della vita. Per la Clemson University Press, negli States, ha da poco pubblicato Ezra Pound, Italy, and The Cantos, in cui, appunto, si allinea il repertorio di “materiali italiani impiegati nella costruzione della sua opera epica più ambiziosa, I Cantos: paesaggi, opere d’arte, storia, persone, eventi politici”. Il libro – un sunto del lavoro molteplice di Bacigalupo nell’opera di Pound – attraversa le città ‘poundiane’, Rapallo, Venezia, Roma, gli incontri con Dante, Eugenio Montale, Carlo Izzo, l’evidenza delle muse, H.D., ‘La Martinelli’. Ezra amava l’Italia, atterrò a Venezia nel 1908, dove pubblica A lume spento, e a Venezia, il destino ha forma di anello e di collare, è sepolto. Ha scritto in italiano. Ha tradotto i poeti italiani, da Francesco d’Assisi a Metastasio, Michelangelo e Leopardi. Gli piaceva l’ormai dimenticato Saturno Montanari, rendendolo, in inglese, più cool (“When the light/ goes, men shut behind blinds/ their life, to die for a night”); si congratulò con Ungaretti “per aver sopravvissuto alle vicissitudini di una difficile epoca”. (d.b.)

Massimo Bacigalupo & Ezra Pound (photo Juan Leyva Cruz)

La storia poetica di Pound comincia a finisce a Venezia, dove muore e pubblica la prima placca. Eppure, nonostante la permanenza e le vicissitudini italiane, Ezra resta un poeta ‘americano’, dell’altro mondo. Chiedo a lei, allora, quanto l’Italia abbia influenzato Pound e quanto lui resti ermeticamente statunitense.

Credo che Pound fosse molto dipendente dall’ambiente che lo circondava, lo introiettava come parte della sua biografia sovranazionale. Aveva avuto una formazione storica e filologica rivolta al mondo romanzo, da ciò il suo frequentare vecchie carte italiane per trovarvi miti e storie, come aveva fatto il vittoriano Browning. C’è l’innamoramento di Sigismondo Malatesta, amante, guerriero, mecenate, edificatore di templi, che porta alla composizione di quattro intricatissimi canti (VIII-XI) intorno al 1922, proprio quando Eliot scrive e pubblica The Waste Land. Io ho tradotto per Guanda i XXX Cantos (cioè Canti I-XXX, 1930) e ho dovuto consultare i documenti quattrocenteschi compulsati ed eccentricamente rielaborati da Pound, pubblicando a fronte del testo inglese quando possibile gli originali. Il Bandello, che so. I versi dedicati da Sigismondo all’amata. Una lettera attribuita al Pisanello. È affascinante ritrovare queste voci in un italiano che non è più il nostro, saporito, ed è questo tratto pittoresco e gagliardo che piaceva all’esuberante Ezra: “I palafreni bianchi, / con dodici donzelle tutte a cavallo / vestite di verde a una livrea; / sotto un baldacchino, argentato a punti grossi”. Questo è il mio italiano ricomposto da qualche cronaca riminese. L’inglese: “The small white horses, the / Twelve girls riding in order, green satin in pannier’s habits, / Under the baldachino, silver’d with heavy stitches…”. Non è curioso seguire queste interferenze di testi? Gianfranco Contini scrisse con sconcerto dei Canti senesi (XLII-XLIV), trascritti in parte da documenti relativi alla fondazione del Monte dei Paschi. Pound è un poeta didattico, come del resto quasi sempre gli americani (anche Stevens!), e Malatesta sta per la fecondità ritrovata nel passato che si oppone alla terra guasta del presente. Idem il Monte dei Paschi, che sarebbe fondato sui pascoli (la natura produttiva, l’ambiente) e non sulla finanza usuraia (siamo ormai a metà anni ’30). Italiano o americano? I suoi occhi sono sempre quelli di un forestiero che però come l’amico Hemingway è convinto di conoscere tutti i segreti comportamentali dei nativi, i ristoranti e monumenti da non mancare, le battute, le parole chiave. Beata ingenuità. Per questi visitatori il cattolicesimo era una religione paganeggiante e tollerante, molto meglio dell’odiato episcopalismo protestante in cui erano stati battezzati. Insomma Pound presumeva di capire l’Italia meglio degli italiani, anche il fascismo, che trattava alla stregua di una delle sue tante vantate scoperte. Ma per questa passione storica e archivistica i Canti rinascimentali sono destinati a rimanere scarsamente compresi dai lettori di lingua inglese cui sono destinati, mentre gli storici e critici italiani che possiedono le due lingue non si sono mai avventurati sulle tracce di Pound negli archivi. Lo può fare però il lettore sfegatato dei XXX Cantos, con esiti suggestivi: una poesia di parole e frammenti fra lingue diverse e strane. Ma come dicevo, se c’è oscurità è solo nei dettagli. L’intenzione di Pound, la sua impetuosa convinzione da comunicare, è sempre chiara. Prima della battaglia Sigismondo è un capitano spiccio e deciso: “Loro sono più giente assai che noi semo, / ma noi semo più homini” (“They’ve got a bigger army, / but there are more men in our camp”, Canto X). (Sono fiero di aver reperito la battuta originale.) È la stessa retorica dell’Enrico V di Shakespeare ad Agincourt, nella sua guerra di conquista. E addirittura nei Canti LXXII-LXXIII scritti in italiano nel 1944-45 il poeta attraverso uno dei suoi fantasmi medievali promette la rivincita alle armate di Salò: “Dove il teschio canta / Torneranno i fanti, torneranno le bandiere”. Nessun dubbio che Pound abbia scritto anche centinaia di pagine nel suo italiano. Il torrente era sempre in piena, e trascinava i materiali, a volte raccapriccianti, offerti dai tempi. Un vero fenomeno.

Non mi pare avesse le idee chiare sui contemporanei, il grande Ezra: elogia Enrico Pea (e ci sta), traduce Saturno Montanari e Ugo Fasolo, ma pare ignorare il resto. Come ‘legge’ gli italiani Pound?

Era anche interessato a Federico Tozzi, forse a quanto gli sembrava più vigoroso e dialettale. Montanari era un giovane morto in guerra i cui versi gli furono mandati dal padre. Le versioni di Montanari hanno poco in comune con i malinconici e convenzionali originali, ricordano le coeve versioni dello Shijing. Diffidava dell’intellettualismo, del crepuscolarismo, e aveva le sue bestie nere nei francesi cari a Solaria, Proust e compagnia bella. Preferiva ovviamente il poeta guerriero D’Annunzio, e in Francia Jean Cocteau. Sicché non credo abbia mai sfogliato gli Ossi di seppia e se l’avesse fatto non li avrebbe capiti per l’italiano involuto e non li avrebbe amati per il sapore di eliotiana sterilità. (Montale invece lesse con attenzione e apprezzò Personae e i Canti pisani). Anche Ungaretti non sembra essere entrato nel suo orizzonte, per quanto sia stato ospite a Siena dei Vivante, che erano amici di Montale, Ungaretti, Sbarbaro, Irma Brandeis (e dei miei genitori, che proprio a Siena si conobbero). Del resto Pound era egualmente disinteressato ai poeti americani delle generazioni successive, con poche eccezioni. Doveva scrivere la storia del mondo in poesia, addirittura cambiare il mondo, cosa gliene importava della “cold cream” pubblicata da “Poetry” e dal “New Yorker”? Faceva parziale eccezione per Robert Lowell, che lo venerava e trattava alla pari, da pazzo a pazzo.

Qual è il luogo, il panorama italiano che più s’imprime nella mente poetica di Pound?

I Cantos sono un vero e proprio viaggio in Italia, un rosario di nomi fascinosi, collegati a chissà quali ricordi. “Venne Madame Lucrezia / e sul retro della porta a Cesena / sono, o erano, ancora le iniziali / joli quart d’heure (nella Malatestiana) / Torquato dove sei?” (LXXIV). Chissà se qualcuno ha mai trovato queste iniziali nella splendida Biblioteca Malatestiana di Cesena (che senz’altro vale la visita) e a chi si riferiscono (a Lucrezia Borgia?), e se il “joli quart d’heure” sia stato vissuto da quella dama o dallo stresso poeta, e con chi. Comunque avremmo voluto esserci. Pound non si stanca di registrare i suoi “jolis quarts d’heure” di uomo onnivoro fra libri, persone, paesaggi. È questa sua gioia e convinzione che essa sia esemplare e raccontabile a rendercelo caro. E la curiosità di seguire questi cenni, di entrare con lui nel labirinto, spesso piacevole. “Sicché sognando di Bracelonde e di Perugia / e della grande fontana nella Piazza / e del gatto del vecchio Bulagaio che con un salto tempestivo / poteva girare la leva della maniglia…” (LXXXIII). Non è bellissimo? Una volta che ero a Perugia con due simpatiche amiche scoprii (forse l’aveva già detto Contini) che Bulagaio è (o era) un quartiere povero con una mensa per studenti e una splendida vista sulle colline. Il gatto non c’era più, ma ormai sarà celebrato per sempre (se qualcuno ancora leggerà poesia e i Canti pisani e si dirà “ah sì, Perugia, ah sì è la fontana, ah sì il gatto…”). Il lettore è chiamato a condividere. Fin quando avverrà? I Cantos raccolgono tutto questo a futura memoria. Come Hemingway nelle sue memorie spagnole. Jolis quarts d’heure. Chiaro che poi Venezia appare con maggiore rilievo di altri luoghi. I Canti XXIV-XXVI (pesantini da tradurre in quanto lungagni) ne fanno la storia scorciata, poi nei Pisani ci sono le memorie personali. Ma già nel Canto XXVI lui interrompe le trascrizioni per dirci tutto trepido: “Ed io venni qui / nella mia gioventù / e mi stesi là sotto il coccodrillo / presso la colonna, guardando a Est il venerdì, / e dissi: Domani mi coricherò sul lato sud / e dopodomani a sudovest / e di notte cantavano nelle gondole…”. Non è troppo lontano da Byron, forse meno spiritoso. Altri quarti d’ora. Già Whitman apriva Foglie d’erba proponendosi di oziare: “I loafe and invite my soul”. È la polemica coll’etica mercantile protestante, tutta lavoro e utile. Io me la prendo comoda a Venezia, sotto il “coccodrillo”, che in realtà è il drago sulla colonna di San Todaro, agli Schiavoni. Sicché passando ai Pisani troviamo: “and by the column of Todero / shd I shift to the other side / or wait 24 hours” (“e presso la colonna di Todero / dovrei passare dall’altra parte / o aspettare 24 ore?”). E continua il diario del prigioniero: “libero allora, questa la differenza / nel grande ghetto, integro / e il nuovo ponte dell’era dove stava il vecchio orrore…” (LXXVI). Dunque passeggiamo per Venezia, dagli Schiavoni al Ponte dell’Accademia che durante l’“era” (E.F.) sostituì quello metallico precedente e tuttora fa la sua figura. Ho dovuto apprendere dai veneziani che Todero (Teodoro) lo pronunciano Tòdero. Si imparano tante cose seguendo i consigli dell’esperto viaggiatore Pound. Paesaggio e storia, nomi dalla pronuncia ignota (per non parlare del cinese). Come fa il lettore americano a districarsi, a leggere ad alta voce? Per questo il contributo più importante alla comprensione dei Cantos sarebbe registrarne una lettura fatta da persona informata. In questi giorni la figlia Mary compie 95 anni.  Chiederle se vuole registrare almeno qualche pagina sistematicamente? All’Università di Edimburgo c’è una ricerca finanziata (diretta da Roxana Preda), The Cantos Project, arrivata per ora alla Quinta decade (XLII-LI) e accessibile on line, che commenta il poema riga per riga e affianca letture registrate del testo. Non ho verificato l’attendibilità di queste, ma nel complesso il materiale offerto è interessantissimo, specie la corrispondenza relativa alla composizione. Pound specie agli inizi è alla ricerca di temi e scrive agli amici che se hanno qualche idea gliela comunichino. È solo allo scoccare del 1930 che perde la testa per l’economia e vede chiara la sua fallimentare missione. Il Canto XLV dell’Usura, che segue quelli sul Monte dei Paschi. Prima la ricerca, poi la conclusione, l’invettiva. Per tornare ai paesaggi, nel mio libro dedico quattro capitoli ai luoghi: Rapallo, Venezia, Roma, il “mondo verde” (“Apprendi dal mondo verde qual è il tuo posto / nella scala dell’invenzione e l’arte vera”, LXXXI). Non c’è dubbio che la Liguria abbia un ruolo prominente, Pound vi viveva e scriveva, innamorandosi del paesaggio marino e collinare e osservando i riti di pescatori e contadini, il loro (ai suoi occhi) paganesimo erotico. Altri bei momenti raccontati con parole sparpagliate sulla pagina: “Amata, / amate le ore brododaktulos / contro la mezza luce della finestra / con il mare di là che segna l’orizzonte / le contre-jour la linea del cammeo…”. Un momento condiviso con l’amata, le ore che contano in tutta una vita. Nel finale del Gattopardo il Principe morente ricorda i pochi momenti importanti della sua lunga esistenza, la giovane amante, la caccia, il nipote vivace, poco altro. E magari basta.

Pound e le donne. Da ‘La Martinelli’, fascinosa e fragile, a H.D. Come entra la donna nei Cantos, cosa ha scoperto rispetto a queste frequentazioni poundiane?

Il Canto I celebra in conclusione Afrodite con i monili d’oro e cita anche Circe dai bei capelli. Il Canto CXVI che è l’ultimo si chiude con un segno di Venere, “il filo d’oro nell’ordito / al Vicolo d’Oro, Tigullio”. Se venite a Rapallo troverete nel vecchio centro un tempo degradato il Vico dell’oro, che non ha nulla di speciale ma è come uno dei segnali dell’amata, del senso (il filo d’Arianna), che Montale registra nei Mottetti. Pound godé della devozione della moglie inglese, pittrice, e della compagna americana, violinista e madre di sua figlia. Un po’ furbescamenrte scrisse in un frammento pisano: “Se sai mantenere la pace fra quelle due gattacce / non avrai problemi a governare un impero”. In realtà furono un po’ loro a governare lui, certo a dargli ascolto e agio di scrivere, con fede incrollabile e anche spirito di sacrificio. La Martinelli fu un amoretto irlandese del periodo del manicomio di Washington. Servì a Pound per comporre le pagine più belle degli anni ’50. “Da sotto il mucchio di macerie / mi elevasti, / dalla lama ottusa oltre il dolore / mi elevasti…” (XC). “È una delle più belle poesie d’amore in lingua inglese” disse Pound alla Martinelli quando gliela lesse con le lacrime agli occhi. Non peccava di umiltà, anche se “Pull down thy vanity” (strappa da te la vanità, Canto LXXXI) è un bel principio da mandare a mente, che uno si sforza di sottoscrivere. Come in ogni cosa, Pound amava a modo suo, in realtà trattava le compagne come collaboratrici. Nelle lettere niente effusioni, solo indicazioni di cose che devono fare per sé stesse e per lui. Ma nella poesia si sente quanto esse gli abbiano dato: “La generosità, infinita, delle sue mani” (CXIV). La poesia non ci sarebbe senza queste presenze.

In ogni senso, poetico, storico, umano, il percorso di Pound sembra quello di un uomo trafitto e infine sconfitto dalla Storia, anche letteraria (lo si studia, ma come inscatolandolo, per impossibilità di replica, nel secolo che fu). Che cosa ci dice, oggi, il grande poeta?

La ricerca pervicace del senso e dell’espressione, il tentativo di comprendere la storia, la capacità di appassionarsi, di buttarsi in nuove avventure, il cinese… “Ho fatto forse un po’ di poesia rozza, di terz’ordine. Qualche volta ho trovato forse un po’ di sentimento di malinconia popolare”. Così Pound in italiano nel 1964 presentando a Venezia la traduzione italiana delle sue Confucian Odes. Che aveva appunto tentato di tradurre con movenze popolareggianti. Aveva perso la capacità di credere nel grande progetto poematico che l’aveva sempre retto. Di credere in sé stesso. Però diceva anche ciò che aveva sempre sostenuto: “Nulla conta se non la qualità dell’affetto / che ha scavato la traccia nella mente” (LXXVI). Un poeta poi vale per i cinque o cinquanta versi memorabili che ci ha lasciato. E in Pound se ne trovano non pochi, come si è visto dalle precedenti citazioni. La lingua ha assunto quella forma una volta per tutte, quella voce ha parlato, pronunciato, fra sbalzi ed errori, ha saputo trovare la nota giusta. Non “una delle più belle poesia d’amore in lingua inglese” ma “un po’ di sentimento di malinconia popolare”. E poi Pound sa giocare. Sono tanti i suoi toni, quelli che ha saputo registrare. “E tre ragazzini su tre biciclette / le diedero dei buffetti sul sedere giovane nel passare / prima che si rimettesse dalla prima botta / ce sont les moeurs de Lutèce” (LXXX). Nella prima coraggiosa traduzione dei Pisani di Afredo Rizzardi, “young fanny” era reso “giovane pube”, e ancora è così nella ristampa corrente (Garzanti, con premessa di Raboni). Buffetti sul giovane pube?! Difficoltà che si aggiunge a difficoltà. E la battuta in francese? Ma già questa scenetta potrà riconciliarci con Pound. Non ci sono molti classici del Novecento con pagine così sbarazzine. C’è l’Ulisse.

Soprattutto, che cosa resta da studiare (o cosa lei sta studiando) di Pound?

Progetti? Una nuova traduzione dei Canti pisani potrebbe valere la pena. Ma intanto quando mi capita do un’occhiata al microfilm del testo manoscritto composto nell’estate 1945 presso Pisa. Non a Coltano, come dicono molti, sbagliando a volte interessatamente, ma ad Arena Metato dove erano reclusi e “rieducati”, talvolta giustiziati, i militari statunitensi rei. Lui scriveva in quel suo elegante corsivo e poi quando ricopiò a macchina il testo che oggi leggiamo non di rado saltava qualche riga creando nuove combinazioni impensate, che in fondo nell’autografo non c’erano. Così si ha l’emozione di seguire quel pensiero-scrittura. Ecco in traduzione qualche verso espunto che cito nel mio libro, legato al paesaggio ligure in cui ho conosciuto e amato Pound, e che con lui condivido: “e l’eucalipto sta per la memoria / finché una bacca di esso rimanga / salendo da Rapallo / dove Pirra abbraccia Deucalione / Bauci / Filemone / e il sentiero porta all’orlo del crinale – / sotto gli ulivi / presso cipressi – /mare Tirreno, / e il Manico del Lume / a quando? – / l’erba intorno al palo della tenda / si muove nel vento tirreno – / aspetto la diana / Oltre Malmaison il campo presso il fiume con i tavoli”. Ho indicato in grassetto i versi che non si leggono nel testo a stampa del Canto LXXIV, in corsivo le parole italiane nell’originale. Il Manico del Lume è un monte alle spalle di Rapallo piuttosto impervio. La bacca di eucalipto è spesso ricordata nei Pisani come un talismano che il poeta portò con sé quando fu arrestato. È tutto quello, ci dice nel Canto LXXXX, che porterà con sé quando lascerà l’Italia (“se la lascerò”). Ma quando partì nella sua valigetta c’erano anche i quaderni con questi versi.

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