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	<title>Maksim Gor&#039;kij Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Intossicati dal sudicio veleno del potere”. Gor’kij: lo scrittore impegnato e la libertà di stampa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 04:20:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.repubblica.it/esteri/2022/03/29/news/chiude_novaja_gazeta_lultima_voce_libera_premiata_con_il_nobel-343223587/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>La chiusura di “Novaja Gazeta”,</strong></a> il periodico moscovita sostenuto da Michail Gorbačëv, guidato da Dmitrij Muratov, recente Nobel per la pace, indigna per eccesso di cecità, di cieca ferocia: ogni potere, per giustificarsi, ha bisogno di un nemico interno. Non è questione di democrazia, ma di strategia. Nell’universo russo, tuttavia, pare che ogni contrasto debba essere spianato, ogni contrario mutilato. Il provvedimento partorito dal governo di Putin, infatti, ha una storia, per così dire, ‘gloriosa’.</p>
<p><strong>Uno dei primi atti compiuti dal governo rivoluzionario di Lenin, una settimana dopo il suo insediamento,<a href="https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/per-approfondire/formazione-pdc/viaggio-visivo/i-campi-di-concentramento-nel-novecento/i-lager-sovietici-negli-anni-venti/il-modello-coloniale-trasferito-in-europa/approfondimenti/il-decreto-sulla-stampa" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> il 16 novembre del 1917, è l’emanazione del “Decreto sulla stampa”:</a></strong> “Nell’ora seria e decisiva della Rivoluzione e nei giorni che la seguirono immediatamente, il Comitato Rivoluzionario è stato costretto ad adottare severe misure verso la stampa controrivoluzionaria di tutte le tendenze. Immediatamente da tutte le parti si è gridato che la nuova autorità socialista violava i principi essenziali del proprio programma con questo attentato conto la libertà di stampa&#8230; Tutti sanno che la stampa borghese è una delle armi più potenti della borghesia. Specialmente in questi critici momenti, in cui l’autorità degli operai e dei contadini è in periodo di consolidamento, è impossibile lasciare tale arma nelle mani dell&#8217;avversario e in un tempo in cui non è meno pericolosa delle bombe e delle mitragliatrici”.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-90183 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/61wwTnIN9BL-213x300.jpg" alt="" width="327" height="458" /></p>
<p>Così attacca il decreto, che promette “temporanee e straordinarie misure con lo scopo di arrestare l’ondata di immondizie e calunnie della stampa controrivoluzionaria”. Naturalmente, gli avversari del governo al potere pubblicano soltanto calunnie, sono, appunto, nemici del popolo, del progresso. In realtà, le misure saranno destinate a perfezionarsi: con seguente decreto vengono soffocate le case editrici private, fino a disintegrarle. Nel 1919 nascono le edizioni di Stato, <em>Gosizdat</em>, con compiti squisitamente censori.</p>
<p><strong>In particolare, il “Decreto sulla stampa” stabiliva che “Saranno sottoposte al sequestro le seguenti categorie di giornali: a. quelli che incitano all&#8217;aperta resistenza o alla disobbedienza al Governo degli Operai e dei Contadini; b. quelli che portano la confusione travisando chiaramente e deliberatamente le notizie; c. quelli che incitano ad azioni di carattere criminale punibili per legge”.</strong> La vasta vaghezza del proclama consentiva, in sostanza, di chiudere, per capriccio politico, qualsiasi giornale. <a href="https://www.marxists.org/history/ussr/publications/novaya-zhizn/index.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nel luglio del 1918, così, Lenin sceglie di chiudere “Novaja </strong><strong>Žizn’”, “La Nuova Vita”, il periodico fondato da Maksim Gor’kij</strong>,</a> un amico: giocavano, anni prima, a scacchi, a Capri, bestemmiando l’impero zarista; si erano conosciuti nella redazione di un giornale. “È necessario chiudere ‘La Nuova Vita’&#8230; con l’urgenza di portare l’intero paese a difendere la rivoluzione, ogni forma di pessimismo intellettuale è oltremodo nociva”, specifica Lenin. Era il periodo in cui Gor’kij, romanziere di fama ‘mondiale’, guardava in obliquo l’Ottobre rivoluzionario: a suo avviso la rivolta politica sarebbe sfociata in “ferocia asiatica”; folle scaltrezza dimostravano i mandarini di Lenin cullando “l’idea che i lavoratori russi siano l’incarnazione della gentilezza spirituale”. Aveva ragione lui.</p>
<p><strong>Riparato a Berlino nel 1921, Gor’kij rientrò in Russia dal 1928, divenendo il cantore del ‘realismo socialista’, il prototipo dello scrittore ‘impegnato’, l’aedo del destino sovietico</strong> incarnato da Iosif Stalin. Il quale – dotato di un indiscusso talento per i colpi di teatro e per aizzare cospirazioni – pare abbia ordinato di ucciderlo, nel 1936. Da tempo sotto osservazione dell’NKVD, alieno all’era che aveva contribuito a costruire – “Mi hanno circondato&#8230; assediato&#8230; non posso né avanzare né indietreggiare”, confessa a un amico, nel 1935 –, dicono che morì per l’aggravarsi di una polmonite. La morte mutò lo scrittore in mito, l’“iniziatore della letteratura sovietica”, come dicevano i manuali; un tempo, si leggeva molto anche in Italia.</p>
<figure id="attachment_90184" aria-describedby="caption-attachment-90184" style="width: 349px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90184" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214-222x300.jpg" alt="" width="349" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214-222x300.jpg 222w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214-758x1024.jpg 758w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214-768x1037.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214-1138x1536.jpg 1138w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/6af5f0b0deab30c6fec7213490de2214.jpg 1256w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /><figcaption id="caption-attachment-90184" class="wp-caption-text">Maksim Gor&#8217;kij con Anton Čechov</figcaption></figure>
<p><strong>Di Maksim Gor’kij, vita da film americano – orfano a sette anni, decine di lavori, rinvigorito dal dolore e dalla fame, scrittore “dei vagabondi e dei diseredati” (Ettore Lo Gatto) –, appassiona l’istinto per la contraddizione.</strong> Nel 1900 viene riconosciuto, ‘benedetto’ da Lev Tolstoj – “Mi è piaciuto: Gor’kij è un vero uomo del popolo” –, a cui dedica un delicato, eccellente libro che registra gli incontri avuti con lui; eppure, pochi anni dopo, stordito dagli eccitanti rivoluzionari lo accusa di fare “letteratura della mediocrità piccolo-borghese”. Allo stesso modo, in un discorso pubblico, attacca Dostoevskij, “è un inquisitore medioevale&#8230; ha dipinto con vivida perfezione il tipo dell’egocentrico, del degenerato sociale”, ma lo difende dalla protervia censoria stalinista. Soprattutto, scrive un magnetico elogio di Lenin (“Lo scopo fondamentale della vita di Lenin è<em> la felicità degli uomini</em>&#8230; La sua vita privata è tale che in un’epoca di grande fervore religioso lo si sarebbe considerato un santo”), ma nelle lettere ne condanna l’azione, “è un imbroglione a sangue freddo che non risparmia l’onore e la vita del proletariato, di cui non conosce nulla”. <strong>In un saggio stigmatizza l’operato di Lenin e di Trockij, “intossicati dal sudicio veleno del potere”, i quali “credono plausibile ogni sorta di crimine, compresi gli arresti insensati e l’abolizione per decreto della libertà di parola”.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90185 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-300x219.jpg" alt="" width="595" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-300x219.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-1024x747.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-768x560.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-1536x1120.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71QcXnYW5hL-2048x1494.jpg 2048w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></p>
<p>Dei suoi romanzi – <em>La madre, Infanzia, Storia di un uomo inutile</em> – non resta che un nebuloso ricordo: più che le accuse di Aleksandr Solženicyn (in <em>Arcipelago Gulag</em> racconta che la messianica gita di Gor’kij nei campi di lavoro forzato per riferire che “i detenuti ci vivono benissimo e si emendano meglio”) o le opere editoriali patetiche per ideologia (la fatidica “storia della costruzione del canale tra il Mar Bianco e il Baltico”, edita nel 1934, libro collettivo di un nugolo di scrittori sovietici, teso ad esaltare le opere pie dello stalinismo), <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845906060" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>è il ritratto di Vladislav Chodasevi</strong><strong>č, poeta timidamente antibolscevico, espatriato, maestro di Nabokov, raccolto in <em>Necropoli</em> (in Italia: Adelphi, 1985),</strong></a> a decrittare le ambiguità di Gor’kij. Ne viene fuori il piglio di un uomo generoso fino al parossismo – “La cerchia di persone che viveva a suo carico era assai vasta, non meno di una quindicina, in Russia e all’estero&#8230; Famiglie intere vivevano a sue spese molto più largamente di lui stesso” –, coltissimo perché autodidatta – “Aveva letto una quantità colossale di libri e ricordava tutto” –, modesto – “Era straordinariamente modesto, perfino quando era soddisfatto di sé. Era una modestia autentica”. I caratteri dell’‘arrivato’ si fondevano, in Gor’kij, con quelli dell’eterno scontento, per cui la vita, tara d’infanzia, è sempre insaporita di chiodi; il talento letterario con la certezza che l’arte è inutile; l’ottimismo connaturato con la scaltrezza acquisita nei bassifondi, il sospetto verso ogni forma di potere, che sempre divora. “Inquieta e affascina il ricercatore non solo il diapason assai ampio del destino letterario e umano dello scrittore, non solo quel suo quasi mezzo secolo d’attività e vita, ma la qualità della sua epoca, la materia storica dentro la quale si stampa la traiettoria del suo moto lungo, variato”, <a href="https://lecoledesitaliens.blogspot.com/2015/02/franz-wimmer.html?view=flipcard&amp;fbclid=IwAR3eiAdYstObG5H-iTGMKTg93MAPEHtqfMtqJ9LgjXqV7YZceTQDAsTjf54" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>ha scritto di lui Vittorio Strada, in un articolo pubblicato su “l’Unità” il 10 agosto del 1963. </strong></a></p>
<p>Sono due i dettagli che incatenano la personalità di Gor’kij, secondo Chodasevič. Intanto, il banditismo, idolatrato. <strong>“Gli piacevano tutte, decisamente tutte le persone che portavano nel mondo l’elemento della rivolta, o anche della monelleria – fino ai piromani”. </strong>E poi, l’odio per la verità, per chi crede di poter propalare l’annuncio della verità come una rivelazione. “Tutta la sua vita è attraversata da un sentimentalistico amore per ogni forma di menzogna e da un tenace, coerente odio per la verità.<strong> ‘Io’, scriveva a E. D. Kuskova nel 1929, ‘odio la verità nel modo più schietto fermo’”. </strong>Per questo, Gor’kij, consapevole che ogni potere mente affermandosi come vero e che solo la rivolta, in sé, esaurisce il destino dell’uomo, nello spasmo, è l’autentico araldo della Rivoluzione – e il suo anatema. Per essere un intellettuale ‘impegnato’ in Russia, d’altronde, bisognava spararsi nel cuore, come fece Majakovskij, oppure subire la lenta abulia, l’agonia macabra, il cappio in testa, come capitò a Gor’kij.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90186 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-198x300.jpg" alt="" width="310" height="470" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-676x1024.jpg 676w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-768x1164.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-1014x1536.jpg 1014w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/81WX3Y4XsBL.jpg 1064w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></p>
<p>Nell’aprile del 1928, Pasternak, che apprezzava il romanziere Gor’kij ma era turbato da ogni legame con il potere, gli aveva scritto, “Io sono ad alcune migliaia di verste da lei. Io posso pensare e ripensare. Io posso scrivere una parola e cancellarla&#8230; <strong>Che la barbara missione del lavoro per tutti sia tolta a lei e lei possa dare libertà alla propria impeccabile immaginazione, dispensato dalla necessità di correggere gli errori altrui.</strong> Ecco in allusione, il mio profondissimo augurio”. Gor’kij faceva gli anni – Pasternak si illudeva di poter vivere fuori dal mondo.</p>
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		<title>Quando Beltramelli si finse Maksim Gor’kij. Ovvero: perché i lettori italiani preferiscono libri stranieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2021 07:31:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lettore medio italiano, raro e occasionale, si aggira fra gli scaffali della libreria e viene naturalmente attratto, come per una forza sconosciuta, dai nomi stranieri (meglio se anglosassoni). Questo deve spingerci verso una duplice riflessione: siamo davanti a un lettore deluso dalla povertà di stile e idee in cui versano i libri di autori [&#8230;]</p>
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<p>Il lettore medio italiano, raro e occasionale, si aggira fra gli scaffali della libreria e viene naturalmente attratto, come per una forza sconosciuta, dai nomi stranieri (meglio se anglosassoni). Questo deve spingerci verso una duplice riflessione: siamo davanti a un lettore deluso dalla povertà di stile e idee in cui versano i libri di autori italiani di punta? Può essere che questo lettore non abbia voglia o tempo di cercare con un lanternino quel volumetto di valore schiacciato fra qualche tomo premiato allo Strega, così si butta sugli stranieri, conscio che se dall’America il libro è arrivato fin qui, se ha fatto tutta questa strada, allora ci sarà forse qualche garanzia in più sul suo valore. <strong>Ma da dove viene questa scarsa fiducia nei confronti di scrittori e di editori italiani? Ma soprattutto, è un fenomeno nuovo, o ci sono dei precedenti?</strong></p>



<p>Trovo una possibile risposta in una lettera di Antonio Beltramelli, scrittore romagnolo prolifico di grande fama, almeno fino al ’40, fascista convinto, nascosto sotto il tappeto del perbenismo democratico insieme a tanti altri scrittori. <strong>Si deve sapere che sul finire dell’Ottocento ci fu una vera e propria ondata di notorietà per le prime novelle di <a href="http://www.pangea.news/la-verita-non-e-buona-per-la-gente-su-maksim-gorkij-lo-scrittore-che-descriveva-i-delinquenti-e-conosceva-il-disgusto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Maksim Gor’kij,</a> l’orfano che ha fatto del realismo socialista il modello per generazioni di scrittori russi, colui che ha realizzato il “sogno sovietico”,</strong> vagabondo autodidatta in grado di scalare i vertici del Partito, fino a diventare una sorta di guida spirituale dopo travagliate relazioni con i bolscevichi.</p>



<p>Negli anni che ci interessano, a cavallo tra Ottocento e Novecento, Gor’kij è una vera celebrità, pedinato dalla polizia zarista, acclamato in tutto il mondo, è un ribelle rivoluzionario puro e semplice, in lite con gli stessi rivoluzionari.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="577" height="822" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/1-Antonio_Beltramelli.jpg" alt="" class="wp-image-82181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1-Antonio_Beltramelli.jpg 577w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1-Antonio_Beltramelli-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption>Antonio Beltramelli (1874-1930)</figcaption></figure>



<p>Nel frattempo, in Italia, più precisamente a Roma, <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-beltramelli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il ventisettenne Antonio Beltramelli cerca di farsi largo come giornalista e scrittore. </a></strong>Ha già in cantiere vari progetti che daranno vita, negli anni successivi, ai primi volumi di novelle che lo lanceranno verso la fama e il successo. Ma nel 1901 arranca, fatica a pubblicare; il mercato sembra avere delle riserve, è stitico. Così, Beltramelli pensa ad una burla:</p>



<p><strong>«</strong><strong>Ho dato da copiare a macchina una mia novella intitolata <em>Feodor Dobriski</em> ed ecco il perché del titolo. In questi giorni la mercanzia che corre per i giornali e per le riviste è austera e quasi esclusivamente estera così che un lavoro italiano è costretto a rimanere per interi mesi ad aspettare lo spazio per comparire. Io ho fatto una pensata!</strong> Ho fatto una novella sul tipo russo, l’ho firmata Maxim Gorki ed io non figuro che come traduttore. Quando comparirà (e sarà presto perché è merce di attualità) svelerò allora la turlupinatura con un articolo sul Marzocco e sarà una buona lezione per gli editori» [26 giugno 1901, lettera tratta da <em>I bei giorni</em> di Claudio Marabini].</p>



<p>Quello che lo stesso Beltramelli chiamò “trucco gorkiano” fece un certo scalpore nell’ambiente letterario, e di certo servì per attirare l’attenzione. Oggi della novella <em>Feodor Dobriski</em> non se ne trova traccia. Possiamo supporre che sia uscita su qualche giornale o rivista indicativamente nel 1901 dopo il mese di giugno, ma è come cercare un ago in un pagliaio. Il critico Claudio Marabini suggerisce che la novella incriminata, stando alle lettere successive, potrebbe essere stata inclusa nella raccolta <em>Anna Perenna</em>, con il titolo <em>Il vecchio della landa</em>, apportando però una serie di significative modifiche. In Beltramelli certi elementi dannunziani si sposano al realismo di Gor’kij, fino ad approdare ad un realismo fiabesco; ma Beltramelli meriterebbe interi saggi a lui dedicati, non certo l’oblio o quattro righe delle mie.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="562" height="768" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/2560846427662_0_0_0_768_75.jpg" alt="" class="wp-image-82182" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/2560846427662_0_0_0_768_75.jpg 562w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/2560846427662_0_0_0_768_75-220x300.jpg 220w" sizes="(max-width: 562px) 100vw, 562px" /></figure>



<p><strong>Tornando alla burla, dal 1904 la carriera di Beltramelli decollò magnificamente, tanto che nel 1908, riuscì a sottoporre a Gor’kij, mentre soggiornava a Capri, la raccolta di novelle <em>I primogeniti</em>; ricevuta la sua approvazione, le novelle di Beltramelli approdarono in Russia </strong>proprio grazie allo scrittore a cui aveva rubato l’identità alcuni anni prima.</p>



<p>In questa bella e sconosciuta vicenda ci sono così tante morali che non avrebbe nemmeno senso insistere più di tanto sul suo valore e significato. È un peccato che editori e lettori, dopo più di un secolo, non abbiano imparato la lezione. A noi non resta che sognare di poter mettere le mani su quel meraviglioso falso.</p>



<p><strong><em>Valerio Ragazzini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beltramelli-gorkij/">Quando Beltramelli si finse Maksim Gor’kij. Ovvero: perché i lettori italiani preferiscono libri stranieri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La verità non è buona per la gente”: su Maksim Gorkij, lo scrittore che descriveva i delinquenti e conosceva il disgusto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2018 12:18:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra società, battezzata dal filosofo Zygmunt Bauman, liquida, sembra essere caratterizzata da individui liberi, che, come i liquidi appunto, si muovono con estrema facilità, cambiando forma in continuazione, a differenza dei solidi. Una società dove apparentemente tutto è possibile, ma dove in realtà nulla è possibile e men che mai è possibile essere liberi. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La nostra società, battezzata dal filosofo Zygmunt Bauman, <em>liquida</em>, sembra essere caratterizzata da individui liberi, che, come i liquidi appunto, si muovono con estrema facilità, cambiando forma in continuazione, a differenza dei solidi. <strong>Una società dove apparentemente tutto è possibile, ma dove in realtà nulla è possibile e men che mai è possibile essere liberi. Perché?</strong> La letteratura ci viene incontro, dandoci qualche risposta e spronandoci a fare ciò che oggi sembra essere diventata la cosa più difficile: essere creatori della propria, e sottolineo <em>propria</em>, realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso ho trovato interessante presentare un dramma teatrale ad opera di Maksim Gorkij: <em>Bassifondi</em> o “L’albergo dei Poveri”. Fermo restando che alcuni punti e spunti sono tratti dalle lezioni di Dmitrij Bykov, scrittore russo, giornalista, poeta e insegnante, <a href="http://www.pangea.news/si-chiama-dmitry-bykov-ed-piu-bravo-affabulatore-ce-russia-sbobinato-sua-video-lezione-ci-racconta-grande-sfortunato-leonid-andreev/" target="_blank" rel="noopener">di cui abbiamo già avuto modo di parlare</a>, il resto è l’inevitabile conseguenza di un pensiero libero stimolato dalla letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi era Maksim Gorkij? Egli descrive se stesso come un essere freddo, cinico. Conosceva bene l’odio, il disgusto. </strong>Lo assillava l’enigma del perché non provasse compassione per le persone. Non solo, riteneva di non avere nessuna barriera morale: avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, senza nessun rimorso di coscienza. Insomma, uno scrittore crudele. La sua ideologia socialista evidentemente nasce dalla ribellione all’ingiustizia e dalla sua stessa emarginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nacque a Nižnij Novgorod nel 1868. <strong>La sua fu un’esistenza molto difficile, soprattutto durante l’infanzia: il nonno, grande lavoratore, indurito dalle difficoltà, dopo che il ragazzo ebbe perso padre e madre gli disse: “Io non ti posso appendere al collo come una medaglia, vai nel mondo”. </strong>Così Gorkij, che non aveva ancora dieci anni, imparò a vivere da sé. Fece di tutto: il calzolaio, il tipografo, il giardiniere,lo scaricatore di porto… Fu su un vaporetto di linea sul Volga, in veste di sguattero che, animato dal cuoco di bordo, si innamorò dei libri e della lettura. Scriverà: “Prima di conoscere quel cuoco avevo odiato i libri e tutta la carta stampata”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esordì con un racconto nel 1892, fino a pubblicare nel 1898 i suoi racconti in due volumi, fino a diventare a 30 anni uno degli scrittori più famosi di tutta la Russia.</strong> Non solo: venne considerato un cronista del suo tempo e il sostenitore della causa rivoluzionaria, forse per quella sua prosa semplice, senza retorica, conscio che le sue difficoltà e le difficoltà dei suoi personaggi, sono quelle di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo i primi volumi di racconti del 1898, ne pubblicò un altro nel 1899 e nello stesso anno scrisse due drammi: <em>Piccoli borghesi</em> e <em>Bassifondi</em>, rappresentati nel 1902. L’approdo al teatro, più che per questioni finanziarie (il dramma poteva essere rappresentato più volte, mentre non si potevano sfornare libri ogni giorno) e dall’influsso del matrimonio con un’attrice, si spiega anche con un altro fatto. Gorkij non era un buon drammaturgo, al contrario. Nonostante fosse un ottimo narratore, in una commedia non riusciva a organizzare le parti sceniche. E allora perché non scrivere un romanzo o un racconto? Perché in una scena passa quel qualcosa che non può passare attraverso la prosa: l’intenzione del personaggio, cosa lo spinge a fare questa o quell’azione, cosa gli passa per la testa. <em>Bassifondi</em> era perfetto per incarnare questo mistero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Bassifondi</em></strong><strong> è una commedia ambientata in un dormitorio pubblico. I personaggi sono più o meno tutti compresi nella categoria “poveri, delinquenti, ubriaconi, disagiati, disoccupati”.</strong> Quando Gorkij fece leggere le prime pagine del suo dramma a Tolstoj, di cui era molto amico, Tolstoj l’apostrofa dicendo: “ma perché ti imbatti in simili porcherie? A chi dovrebbe servire questo cosiddetto ‘realismo’? Perché ti incaponisci a descrivere questi disgraziati, ubriaconi, questi poveri malati, provi forse piacere a crogiolarti nella miseria, a centellinarla in tutti i suoi dettagli?”</p>
<p style="text-align: justify;">Fu a causa di questa osservazione, per la quale Gorkij si offese un tantino, che in <em>Bassifondi</em> compare il personaggio di Luka.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è Luka? Luka è un vecchietto molto furbo, senza passaporto, probabilmente un vagabondo, non si capisce da dove arriva e perché capita in quel dormitorio, forse per omicidio.</strong> Il suo atteggiamento è strano (non si capiscono le sue intenzioni, il suo comportamento non è spiegabile). Si interessa di tutti, presta a tutti consiglio e attenzione, consola, dice la parola giusta allo scopo di rasserenare, tranquillizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei confronti di Anna, per esempio, una povera donna picchiata vita natural durante dal marito e ora tisica e in punto di morte, Luka si comporta come del resto farebbero tutti e, forse, non a torto:</p>
<p style="text-align: justify;">Anna: Nonnino&#8230; tu mio caro&#8230; se così fosse&#8230; se io lassù&#8230; trovassi un po’ di pace&#8230; e non sentissi nient’altro!</p>
<p style="text-align: justify;">Luka: Nient’altro sentirai! Non ci sarà nulla&#8230; Credilo! Puoi morire senza paura; la morte, ti dico, è per noi come una madre pei suoi bambini&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Anna: Ma&#8230; forse&#8230; io potrei guarire&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Luka: (sorridente). Perché? Per aver nuovi tormenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Anna: Nondimeno io vorrei&#8230; vivere ancora un pochino&#8230; un pochino solo&#8230; Se lassù non ci sono sofferenze, potrei anche sopportare un altro poco qui&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa conversazione è emblematica del fatto che a Luka, nonostante le belle parole e la gentilezza, del prossimo, sembra non importargliene molto. Non solo. Sembra consideri il prossimo, con il quale si imbatte in questa dimensione di poveri e alcolizzati, solo come un essere sfortunato, di cui avere compassione, da aiutare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Luka: Veniva tutta sola lungo l’atrio appoggiandosi alla parete e gemendo continuamente. Perché la lasciate sola, là fuori? Si può mai essere così leggeri verso una creatura umana? In qualunque stato sia ridotta ha sempre il suo valore!” Frase che forse intende esattamente il “non valore” di quella stessa creatura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luka in un certo senso è Tolstoj. Gorkij, secondo il nostro Bykov, era convinto che la concezione di vita di Tolstoj fosse quella di rasserenare e non di descrivere la realtà per quella che è.</strong> Indubbiamente Tolstoj ha saputo raffigurare la Russia meglio di chiunque altro nel panorama letterario, per Gorkij invece, egli ebbe semplicemente paura della vera arte! Ovvero, Tolstoj, nei suoi romanzi, avrebbe sempre creato delle situazioni rasserenanti e consolatorie; citava spesso Marco Aurelio riguardo al fatto che l’uomo è libero anche nei momenti peggiori, che la vera svolta accade dentro di noi e non grazie alle circostanze sociali. <strong>Secondo Tolstoj l’uomo si trova in una condizione di eterno bisogno: ha bisogno di consolazione, supporto morale, da solo non si regge; l’uomo è carnale, vanaglorioso, per cui necessita essenzialmente di tre cose per rientrare nella norma:</strong> la famiglia, l’arte (anche se quest’ultima non a tutti viene donata) e la fede. Probabilmente Tolstoj non crede nell’uomo. Per questo a volte, come ben ci dimostra il personaggio di Luka, diventa necessario creare delle circostanze affinché la realtà si mostri benigna, e non faccia precipitare l’uomo nella più completa disperazione. Perché in effetti la domanda che trapela dai personaggi di questa commedia è la seguente: <strong>l’uomo ha veramente bisogno della verità? È in grado di sopportarla? Oppure ha bisogno di venire a patti con essa, creare una situazione in cui sia possibile conviverci?</strong> Creare delle situazioni in cui è più accomodante sperare, in cui è più accomodante una pacca sulla spalla perché il sano e buon sacrificio prima o poi verrà ricompensato?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Luka: La verità non è mica sempre buona, per la gente&#8230; Non sempre si può curare l’anima, con la verità&#8230; Per esempio, senti questo caso: io conoscevo uno che credeva al paese dei giusti&#8230;</strong> Ci deve essere, in questo mondo, diceva, un paese dove ci sono i giusti&#8230; in quel paese abitano genti d’un genere speciale&#8230; uomini buoni, che si rispettano a vicenda, e s’aiutano reciprocamente, dove possono; laggiù tutto è buono e bello. Quell’uomo, dunque, voleva sempre andare in cerca di questo paese dei giusti&#8230; era povero, gli andava assai male&#8230; e sebbene sentisse che era così malridotto che altro non gli restava che sdraiarsi e morire&#8230; non si perdette mai di coraggio, anzi rideva spesso fra sé e diceva: Non importa&#8230; lo tollero&#8230; Aspetto ancora un pochino, e poi mando all’inferno questa vita e vò nel paese dei giusti&#8230; Tutta la sua gioia era questo paese dei giusti. Quest’uomo allora andò da un dotto: Dimmi per piacere, dove si trova il paese dei giusti? E come si potrebbe andarci? Il dotto aprì i suoi libri, le sue carte geografiche&#8230; ma guarda, guarda, il paese dei giusti non lo trovava in nessun posto! Tutti i paesi erano segnati, solo il paese dei giusti, no! L’uomo&#8230; non ci vuol credere&#8230; ci deve essere, diceva, cerca per bene; se no&#8230; tutte le tue carte&#8230; e i tuoi libri non valgono un centesimo, se non c’è segnato il paese dei giusti! Il dotto si sentì offeso: le mie carte, rispose, sono complete, e un paese dei giusti non c’è in nessun luogo. – Allora l’altro ci si arrabbiò. – Come? disse, io ho vissuto e vissuto, tollerato e pazientato, e sempre creduto che quel paese ci fosse!&#8230; e secondo le tue carte non c’è! Questo è un furto!&#8230; e disse al dotto: Essere inutile, tu sei un mascalzone, non un dotto! e gli dette uno scapaccione, e poi un altro&#8230; (Tace un istante). Poi andò a casa e&#8230; s’appiccò”.</p>
<p><em>Isabella Serra</em></p>
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		<title>Maksim Gor’kij compie 150, ma non importa a nessuno. Ricordiamo il grande scrittore (e megafono di Lenin) pubblicando il diario dimenticato dell’incontro con Lev Tolstoj</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Mar 2018 07:56:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso di Maksim Gor’kij è emblematico riguardo alle sorti puttane della storia della letteratura e della politica. Fino a qualche decennio fa il fondatore del ‘realismo socialista’ e – di fatto – uno tra i massimi scrittori russi del secolo, ‘benedetto’ da Lev Tolstoj e amico di Anton Cechov, era proposto in tutte le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il caso di Maksim Gor’kij è emblematico riguardo alle sorti puttane della storia della letteratura e della politica. Fino a qualche decennio fa il fondatore del ‘realismo socialista’ e – di fatto – uno tra i massimi scrittori russi del secolo, ‘benedetto’ da Lev Tolstoj e amico di Anton Cechov, era proposto in tutte le solfe e in tutte le salse, era impensabile schivarlo. <strong>Ora, con la caduta del comunismo, Gor’kij, quasi ne fosse l’icona e il megafono, è precipitato nell’oblio. Ormai lo leggiamo spulciando tra piccoli editori</strong> (le Edizioni Clichy hanno riproposto <em>Bassifondi</em>, nel 2016) o tra opere periferiche (il <em>Lenin</em> edito da Castelvecchi lo scorso anno). Nato poveraccio esattamente 150 anni fa, il 28 marzo, Gor’kij, in effetti, è l’emblema dello scrittore ‘rivoluzionario’ e ‘popolare’, perfino pop. Autore baciato dal talento (si impone con <em>Konovalov</em> e <em>La madre</em>), è in piazza durante i subbugli del 1905 (“dobbiamo impugnare pistole e coltelli, colpire con forza per seminare il panico nella polizia, protettrice dell’odierno governo poliziesco”), <strong>tre anni dopo, si sa, è a Capri dove specula di rivoluzione con Lenin, tra una partita di scacchi e l’altra. Animatore culturale dall’efficienza assoluta, nel 1918 subisce la sonora sculacciata dell’amico, lo zar dei proletari. Lenin, infatti, da ordine di chiudere ‘La nuova vita’, rivista di Gor’kij</strong> particolarmente animata, dove pubblicavano poeti ostili alla Rivoluzione – o semplicemente indifferenti ad essa – come Osip Mandel’stam. Gor’kij s’incazza (“è un errore credere che con questo atto, che io definisco di viltà, si possa arrestare l’onda dei sentimenti ostili ai signori commissari e alla rivoluzione”, scrive), lascia la Russia per un po’, ma nel 1920 è già lì a gorgheggiare peana intorno al capo di Lenin (“Lo scopo fondamentale della vita di Lenin è la felicità degli uomini”).</p>
<p><figure id="attachment_59722" aria-describedby="caption-attachment-59722" style="width: 238px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59722" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-238x300.jpg" alt="stalin gorkij" width="238" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-238x300.jpg 238w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-768x969.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-812x1024.jpg 812w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-600x757.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/stalin-gorkij.jpg 1189w" sizes="(max-width: 238px) 100vw, 238px" /><figcaption id="caption-attachment-59722" class="wp-caption-text">Maksim Gor&#8217;kij discute con Stalin, negli anni Trenta</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vicino a Stalin, cantore dei successi del comunismo applicato in salsa Soviet – celandone gli orrori dietro un aggettivo – nel 1934 teorizza e propala il ‘realismo socialista’ come panacea estetica. </strong>L’intimità con il ‘capo’, comunque, lo distrugge. <strong>“Mi hanno circondato… accerchiato”, confessa, nel 1935, a un amico. Gor’kij muore nel 1936, in circostanze mai chiarite. </strong>L’“iniziatore della letteratura sovietica”, come lo censisce una enciclopedia del 1964, stampata in Urss, “doveva morire per diventare un mito” (Agnes Heller). La storia di Gor’kij, insieme a quella dei “poeti che fecero la Rivoluzione” sarà rievocata nello spettacolo teatrale <a href="http://www.teatroermetenovelli.it/il-cartellone/stagione-2017-2018/la-scienza-dei-commiati" target="_blank" rel="noopener"><em>La scienza dei commiati</em></a>, <strong>in scena venerdì 9 marzo, ore 21, al Teatro degli Atti di Rimini (ingresso gratuito), con la presenza di Silvio Castiglioni</strong>, grande interprete della grande letteratura (memorabili gli spettacoli sulla <em>Colonna infame </em>di Alessandro Manzoni, su Silvio D’Arzo e Andrea Zanzotto, su Osip Mandel’stam e Vasilij Grossman), e con Davide Brullo a fare da cantastorie. <em>Pangea </em>ricorda Gor’kij riesumandone un testo nascosto, di alata bellezza. Il diario dell’incontro con Lev Tolstoj. Un incontro tra titani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">I</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea che, visibilmente, più spesso di tutte le altre tormenta il suo cuore è l’idea di Dio. A volte sembra che non si tratti neppure di un’idea, ma di una resistenza a qualcosa che egli sente sopra di sé. Ne parla meno di quanto vorrebbe, ma vi pensa di continuo. Non credo che sia un segno di vecchiezza, un presentimento della morte; no, credo che nasca in lui dalla sua fierezza umana. E un po’ da un senso di umiliazione, perché quando si è Lev Tolstoj è umiliante sottoporre la propria volontà a uno streptococco. Se fosse stato uno scienziato, avrebbe certamente avanzato geniali ipotesi e compiuto grandi scoperte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue mani sono meravigliose: brutte, nodose per le vene gonfie, e tuttavia particolarmente espressive e ricche di forza creatrice. Forse anche Leonardo da Vinci aveva mani come le sue. Con simili mani si può far tutto. A volte, parlando, agita le dita, le stringe lentamente in pugno, poi d’improvviso schiude di nuovo la mano e pronuncia nello stesso tempo una parola bella, ricca di significato. <strong>È simile a un Dio, non certo a Sabaoth o a un Dio olimpico, ma al Dio russo che “siede su un tronco d’acero sotto un tiglio dorato”</strong> e che non ha un aspetto maestoso, ma è forse più scaltro di tutti gli altri dèi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">VI</p>
<p style="text-align: justify;">“La minoranza ha bisogno di Dio perché ha tutto il resto, la maggioranza perché non ha niente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi esprimerei diversamente: la maggioranza crede in Dio per ignavia, e solo pochi per pienezza d’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vi piacciono le fiabe di Andersen?”, mi domandò pensoso. “Non le avevo capite quando furono pubblicate, ma una decina d’anni dopo ripresi il volumetto, lo rilessi e d’un tratto sentii con grande chiarezza che Andersen era stato molto solo. Molto solo. Non conosco la sua vita; sembra che sia vissuto nella dissolutezza, che abbia molto viaggiato, ma questo non fa che confermare la mia idea: egli fu solo. Perciò si rivolge ai bambini, sebbene sia sbagliato credere che i bambini abbiano più compassione per l’uomo degli adulti. I bambini non hanno compassione, ne sono incapaci”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VII</p>
<p style="text-align: justify;">Mi consigliò di leggere il catechismo buddista. È sempre sentimentale quando parla del buddismo e di Cristo; di Cristo soprattutto parla poveramente; nelle sue parole non c’è né entusiasmo né pathos, e neppure una scintilla che venga dal cuore. <strong>Credo che consideri Cristo un ingenuo degno di compassione e, sebbene – a volte – lo ammiri, certo non lo ama. </strong>Sembra quasi che lo tema: se Cristo arrivasse in un villaggio russo, le ragazze lo deriderebbero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">XII</p>
<p style="text-align: justify;">La malattia l’ha inaridito, ha bruciato in lui qualcosa; anche interiormente è diventato più leggero, più trasparente, più accessibile. Gli occhi sono ancora più acuti, lo sguardo più tagliente. Ascolta attentamente, come se cercasse di ricordare cose dimenticate o fosse sicuro di sentire un che di nuovo, di sconosciuto. A Jasnaia mi è sembrato un uomo che sa tutto e non vuole imparare più nulla, l’uomo dei problemi risolti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">XIII</p>
<p style="text-align: justify;">Se fosse stato un pesce, avrebbe nuotato certamente solo nell’oceano, senza mai penetrare nei mari interni, e meno che mai nelle acque dolci dei fiumi. Attorno a lui si affolla e si agita la minutaglia, che non s’interessa a ciò che egli dice, non ne ha bisogno, e il silenzio di Tolstoj non la spaventa, non la commuove. Ma egli tace abilmente come un vero eremita. <strong>Sebbene dica molte cose sui soggetti d’obbligo, si sente che egli tace anche di più. Di certe cose non può parlare a nessuno. </strong>Senza dubbio ha delle idee che lui stesso teme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XVII</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo diario, che mi ha fatto leggere, mi ha colpito soprattutto questo strano aforisma: “Dio è il mio desiderio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, restituendogli il diario, gli ho chiesto cosa intendesse dire. “È un pensiero incompiuto”, ha detto, guardando la pagina con gli occhi socchiusi. “Senza dubbio volevo dire che Dio è il mio desiderio di conoscerlo… no, nemmeno questo…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Rise e, arrotolando il quaderno, lo ripose nell’ampia tasca della giacca. I suoi rapporti con Dio sono molto vaghi, ma mi ricordano talvolta quelli di “due orsi nella stessa tana”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">XXVII</p>
<p style="text-align: justify;">Gli piace porre domande difficili e perfide: “Che cosa pensate di voi stesso?”; “Amate vostra moglie?”; “Secondo voi, mio figlio ha talento?”; “Vi piace Sofia Andreevna?”. <strong>È impossibile mentirgli. Una volta mi ha domandato, “Mi volete bene?”. Sono le impertinenze di un gigante.</strong> Egli ‘sperimenta’, prova come se stesse per battervi con voi. È interessante, ma non mi va molto a genio. È il diavolo, e io sono un lattante, farebbe meglio a lasciarmi in pace.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>(I primi appunti intitolati </em>Lev Tolstoj <em>sono stati presi in Crimea, nel 1901; gli ultimi risalgono alla morte di Tolstoj, nel 1910. In volume </em>Lev Tolstoj <em>è stato pubblicato in forma incompleta nel 1919 e in edizione definitiva nel 1923) </em></p>
<p style="text-align: justify;">
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