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	<title>grandi scrittori Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Al funerale di Walt Whitman (che quest’anno fa 200 anni) c’erano politici, vecchi soldati, pescatori d’ostriche e amanti (di entrambi i sessi), si fece baldoria, rissa e poesia. Il mirabile racconto di Apollinaire</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 07:56:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’Iliade di Omero, a I morti di Joyce e Il teatro di Sabbath di Philip Roth, passando per quelle di Mariti di John Cassavetes, de L’uomo che amava le donne di François Truffaut e de Il grande freddo di Lawrence Kasdan, alcune immagini di funerali, tra le pagine scritte e il grande schermo, restano indelebili [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/walt-whitman-200-anni-apollinaire-funerale/">Al funerale di Walt Whitman (che quest’anno fa 200 anni) c’erano politici, vecchi soldati, pescatori d’ostriche e amanti (di entrambi i sessi), si fece baldoria, rissa e poesia. Il mirabile racconto di Apollinaire</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dall’<em>Iliade</em> di Omero, a <em>I morti </em>di Joyce e <em>Il teatro di Sabbath</em> di Philip Roth, passando per quelle di <em>Mariti</em> di John Cassavetes, de <em>L’uomo che amava le donne</em> di François Truffaut e de <em>Il grande freddo</em> di Lawrence Kasdan, alcune immagini di funerali, tra le pagine scritte e il grande schermo, restano indelebili come una battuta udita in <em>Harry a pezzi </em>di Woody Allen </strong>(“Tu sei un mago con le parole, se no come avresti fatto a convincermi a farti un pompino al funerale di mio padre?”) e quanto certi dettagli delle cerimonie di sepoltura di tre grandi scrittori (la colossale partecipazione popolare al funerale di Victor Hugo, dopo dieci giorni di <em>battage</em> giornalistico, con tanto di bandiera rossa e cariche della polizia a Père Lachaise; il funerale cattolico “annacquato” di Joseph Roth, l’ebreo de <em>La leggenda del santo bevitore </em>fedele agli Asburgo, ma di cui i parenti non trovarono il certificato di battesimo; niente preti ma molti fiori e soprattutto soltanto donne alle esequie di Pierre Drieu La Rochelle, a Neuilly-sur-Seine).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le pagine de <em>La Vie anecdotique</em> di Guillaume Apollinaire, si trova a vent’anni di distanza (il 1° aprile 1913) dalla cerimonia una testimonianza diretta della sepoltura (il 26 marzo 1892) del più grande poeta della giovane storia degli Stati Uniti, Walt Whitman</strong>, e di tutto quello vi girò attorno in una giornata di certo memorabile, con tante impressioni di ciò che era il popolo americano cantato nelle sue <em>Foglie d’erba </em>e di ciò che esso poteva portare di fronte al feretro del loro bardo: una grigliata di carne, una colossale bevuta, femmine feconde, graziosi fanciulli, bianchi e negre, bianche e negri, giornalisti e pescatori, contadini e infermieri… <strong>Ogni strato sociale della grande democrazia americana. Una musica da ballo concepita nei quartieri a luci rosse. Pugni assestati sulla bara ma anche su qualche grugno. Poeti. Versi. “Oh Capitano, mio Capitano! Il nostro tremendo viaggio è terminato! /</strong> La nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato; / Vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta”… (<em>Marco Settimini</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il funerale di Walt Whitman raccontato da un testimone</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un testimone del funerale di Walt Whitman me ne ha raccontato i dettagli. Li ho raccolti direttamente dalla sua voce e riproduco il suo racconto tale e quale me l’ha dettato, senz&#8217;aggiungervi nulla.</strong> D’altra parte mi è stato detto che nessuno aveva ancora pubblicato una relazione dettagliata di questa sepoltura che fu una grande festa popolare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Walt Whitman, <em>the good gray poet</em>, aveva preso lui stesso delle disposizioni per il suo funerale. <strong>In segreto aveva messo da parte denaro a sufficienza per farsi costruire una tomba francamente brutta che di sicuro aveva disegnato lui stesso. Credo che la somma ammontasse a ventimila franchi.</strong> Dopo la sua morte fu affittato un grande terreno di solito occupato da circhi ambulanti. Il campo venne circondato da staccionate dipinte di verde. Furono costruiti tre padiglioni: uno per il corpo di Whitman; l’altro per fare il barbecue (bisboccia popolare in cui si arrostisce un manzo e un montone); il terzo per le bevande: barili di whisky, di birra, di limonata e d&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Tremila e cinquecento persone, uomini, donne e bambini, andarono ad assistere a quel funerale senza invito.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevano luogo vicino a Camden, New Jersey.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre grandi fanfare in uniforme suonavano a turno. <strong>Tutti coloro che Walt aveva conosciuto erano presenti: i poeti, i gli eruditi e i giornalisti di New York, gli uomini politici venuti da Washington, dei vecchi soldati, degli invalidi del Nord e del Sud, i fattori, i pescatori d’ostriche del dipartimento in cui era nato, gli <em>stage drivers</em> (vetturini d&#8217;omnibus) di Broadway, dei negri, le sue antiche amanti e i suoi <em>comerados</em> (con questa parola, che credeva fossa spagnola, designava i giovani che aveva amato nella sua vecchiaia e non dissimulava affatto il suo gusto per i ragazzi),</strong> i medici della guerra, gli infermieri e le infermiere, i genitori dei feriti e degli uccisi nel corso della guerra, tutte persone che avevano conosciuto Whitman e con le quale aveva corrisposto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I pederasti erano venuti in massa, e il più accerchiato era un giovane tra i venti e i ventidue anni celebre per la sua bellezza, Peter Connelly, un irlandese conducente di tram a Washington</strong> prima e a Philadelphia poi che Whitman aveva amato più d’ogni altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti quanti si ricordavano d&#8217;aver spesso visto Walt Whitman e Peter Connelly seduti sul bordo del marciapiede a mangiare angurie. Così, pure in quella festa, o meglio in quel funerale, c’erano dei grandi cumuli di angurie a disposizione del pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">I discorsi non erano preparati. Parlava chi voleva. L’oratore saliva su una sedia o su un tavolo e molti oratori parlavano in contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono letti un gran numero di telegrammi e cablogrammi inviati da poeti americani ed europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti di quei telegrammi e cablogrammi erano redatti in versi.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle arringhe riguardarono i nemici di Whitman.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti bevvero enormemente. Ci furono sessanta scazzottate e la polizia intervenne arrestando cinquanta persone.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La festa durò dall’alba al tramonto. Molti degli oratori che parlarono accanto alla bara enfatizzarono i loro discorsi battendo i pugni sulla bara.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si pensa che molti figli di Whitman fossero presenti assieme alle loro madri bianche o nere, ma non è cosa certa. </strong>Whitman era solito dire d’aver conosciuto sei dei suoi figli, ma che sicuramente ne esistevano molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Al calar del sole si formò un grande corteo preceduto dai musicisti che suonavano il <em>rag-time</em><strong>. Poi veniva il feretro di Whitman portato da sei uomini ubriachi e seguito dalla folla. </strong>Si andò così dal campo recintato al cimitero dove la tomba si erigeva in cima a una collina. I musicisti non smisero mai di suonare durante tutta la cerimonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini che portavano il feretro cercarono di farlo entrare nel mausoleo, ma la porta era troppo stretta; si misero a quattro zampe e issandosi il feretro sulla schiena riuscirono a entrare nella tomba. <strong>È così che il grande poeta democratico entrò nella sua ultima dimora e la folla, cantando, accarezzandosi, titubando, riprese i tram</strong> per riguadagnare Philadelphia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guillaume Apollinaire</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Traduzione italiana di Marco Settimini</em></p>
<p><em>**In copertina: Walt Whitman fotografato nel 1891 da Samuel Murray</em></p>
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		<title>“Uno scrittore scrive sempre. Soprattutto quando non sta scrivendo”: un racconto di Shirley Jackson, la più amata da Stephen King</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 11:30:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fu Stephen King a dichiarare ai quattro venti che Shirley Jackson era la sua icona e che L’incubo di Hill House, è, insieme al canonico Giro di vite, “il più formidabile racconto inquieto scritto nell’ultimo secolo di letteratura inglese”. Lei, piuttosto, per la quota di anni che è vissuta (48, dal dicembre 1916 alla tarda [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/shirley-jackson-adelphi-stephen-king-racconti/">“Uno scrittore scrive sempre. Soprattutto quando non sta scrivendo”: un racconto di Shirley Jackson, la più amata da Stephen King</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Fu Stephen King a dichiarare ai quattro venti che Shirley Jackson era la sua icona e che <em>L’incubo di Hill House</em>, è, insieme al canonico <em>Giro di vite</em>, “il più formidabile racconto inquieto scritto nell’ultimo secolo di letteratura inglese”.</strong> Lei, piuttosto, per la quota di anni che è vissuta (48, dal dicembre 1916 alla tarda estate del 1965), si lamentava del marito fedifrago – Stanley Edgar Hyman, critico letterario di successo che prediligeva le ‘ninfette’ – e di come è difficile fare la scrittrice quando hai poco tempo da dedicare alla scrittura, assediata da quattro figli, cani, gatti, pulizie, necessità di sfamare la banda. <strong>Ciò non le ha impedito, in ogni caso, di essere tra i grandi scrittori ‘gotici’ americani, una esteta nell’arte del racconto (da <em>La lotteria</em>, del 1948, in poi). </strong><a href="https://www.newyorker.com/books/page-turner/memory-and-delusion" target="_blank" rel="noopener">D’altronde, diceva,</a> “Mi danno sui nervi le persone che pensano che cominci a scrivere quando ti siedi alla scrivania e afferri la penna e finisci di scrivere quando posi la penna; <strong>uno scrittore scrive sempre, vede ogni cosa attraverso una densa nebbia di parole, adatta in rapide descrizioni tutto ciò che vede, annota, continuamente.</strong> Come un pittore non può sedersi al banco, mentre prende il caffè, senza notare i colori che lo circondano, così uno scrittore non lascia sfuggire alcun gesto inconsueto senza dargli una descrizione verbale, non dovrebbe mai lasciare alcun istante privo di descrizione”. I libri della Jackson (tra cui <em>Paranoia</em>, <em>Lizzie</em>, <em>Abbiamo sempre vissuto nel castello</em>) sono editi in Italia da Adelphi. L’ultimo, per la traduzione di Simona Vinci, s’intitola <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845933486" target="_blank" rel="noopener"><em>La ragazza scomparsa </em></a>e allinea tre racconti lietamente enigmatici, colmi di salvifico cinismo. Queste sono le prime pagine del racconto che dà il titolo al volume.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66277 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley-181x300.jpg" alt="" width="169" height="280" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley.jpg 240w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" />Canticchiava, stonata, aggirandosi qua e là per la stanza e spostando gli oggetti con delicatezza, senza smettere di canticchiare. Betsy, curva sulla scrivania, irrigidì le spalle e chinò la testa sul libro con enfasi, sperando che quella parvenza di concentrazione potesse in qualche modo comunicare un desiderio di silenzio, ma la cantilena proseguì.</strong> Prendendo in considerazione l’idea di un gesto teatrale, scaraventare per terra il libro o urlare di fastidio, Betsy si disse, una volta di più, però <em>non puoi</em> prendertela con lei, proprio <em>non puoi</em>, e affondò ancora di più la testa. «Betsy». «Mmm?». Betsy, sempre fingendo di studiare, si rese conto che avrebbe potuto descrivere ogni singolo movimento compiuto nella stanza fino a quell’istante. «Senti, io esco». «E dove vai? A quest’ora?». «Esco lo stesso. Devo fare una cosa». «Vai, allora» disse Betsy; solo perché uno non vuole prendersela, non è che debba necessariamente mostrare interesse. «Ci vediamo dopo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La porta sbatté e Betsy, con sollievo e con un senso di freschezza, tornò al suo libro. Di fatto, fino alla sera successiva, nessuno le domandò dove fosse la sua compagna di stanza.</strong> E anche allora fu solo un accenno, che a malapena la spinse a pensarci: «Sei sola, stasera?» le chiesero. «Lei è uscita?». «Non l’ho vista per tutto il giorno» disse Betsy. L’indomani, Betsy cominciò a preoccuparsi, soprattutto perché l’altro letto era ancora intatto. Le si affacciò alla mente il mostruoso pensiero di dover andare dalla direttrice del campo («Avete sentito di Betsy? Si è precipitata da Zia Jane a dire che la sua compagna di stanza era sparita, quando la poveretta non si era mai mossa da&#8230;»), e cominciò a chiedere in giro, curiosa, formulando ogni volta la domanda come se niente fosse; nessuno, venne fuori, l’aveva più vista dalla sera di lunedì, quando aveva detto a Betsy: «Ci vediamo dopo» e se n’era andata. «Pensi che dovrei andare a dirlo a Zia Jane?» domandò Betsy il terzo giorno. «Be’&#8230;». L’altra ci pensò su. «Sai com’è, potresti passare tu  dei guai, se è scomparsa sul serio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La direttrice, una donna rassicurante, tollerante e spiritosa, abbastanza anziana da poter essere davvero la zia di tutte le istruttrici del campo, e abbastanza saggia da apparire esperta agli occhi delle ragazze, la ascoltò con attenzione e chiese: </strong>«Quindi mi stai dicendo che è sparita da lunedì ser? E oggi è giovedì?». «Non sapevo cosa fare» spiegò Betsy candidamente. «Poteva essere tornata a casa, o&#8230;». «O&#8230;?» domandò Zia Jane. «Ha detto che doveva fare una cosa» disse Betsy. Zia Jane prese il telefono e domandò: «Puoi ripetermi il suo nome? Albert?». «Alexander. Martha Alexander». «Chiama a casa di Martha Alexander» disse la direttrice dentro la cornetta del telefono, e dalla stanza accanto, nel bell’edificio rivestito di boiserie che veniva utilizzato come segreteria e, all’altro capo, come cucina, sala da pranzo e salone ricreativo, lei e Betsy udirono la voce di Miss Mills, l’assistente di Zia Jane, pronunciare in tono nevrastenico: «Alexander, Alexander», mentre sfogliava pagine e apriva cassetti. «Jane?» chiamò all’improvviso. «Martha Alexander da&#8230;?». «New York» disse Betsy. «Credo». «New York» ripeté Zia Jane dentro la cornetta. «D’accordo» disse Miss Mills dall’altra stanza. «Scomparsa da lunedì» rammentò a se stessa la direttrice, consultando gli appunti sul taccuino. «Ha detto che doveva fare una cosa. Abbiamo una fotografia?». «Non mi pare» disse Betsy, incerta. «O forse da qualche parte potrei averne una». «Anno?». «Spirito della foresta, credo» disse Betsy. «Cioè, io sono uno Spirito della foresta, e di solito mettono insieme Spiriti della foresta con Spiriti della foresta, e Follette con Follette, e Cacciatrici con&#8230;». Si interruppe perché il telefono sulla scrivania aveva preso a squillare, e la direttrice sollevò la cornetta e disse brusca: «Pronto? Parlo con Mrs Alexander? Sono Miss Nicholas, dal Campo estivo femminile Phillips, dodici-sedici anni. Sì, esatto&#8230; Bene, Mrs Alexander, e lei come sta? Ne sono lieta. Mrs Alexander, la chiamo per controllare che sua figlia&#8230; Sua figlia, Martha&#8230; Sì, esatto, Martha». Inarcò le sopracciglia guardando Betsy. «Vorremmo accertarci che sia a casa o che voi sappiate dove si trova&#8230; Sì, dove si trova. Ha lasciato il campo all’improvviso lunedì sera senza firmare il registro, e naturalmente è nostra responsabilità che le ragazze che soggiornano qui da noi, anche se tornano semplicemente a casa&#8230;». <strong>Si fermò, e i suoi occhi si concentrarono all’improvviso su un punto del muro. «Non è lì?» domandò. «E sa dove si trova, allora?&#8230; Magari gli amic?&#8230; C’è qualcuno che potrebbe saperlo?». </strong>Hilda Scarlett, l’infermiera del campo, che tutti chiamavano Will Scarlett, non trovò traccia, nel registro dell’infermeria, di nessuna Martha Alexander. Seduta di fronte a Zia Jane, si torceva nervosamente le mani e continuava a ripetere che le uniche ragazze in infermeria, al momento, erano una Folletta con orticaria da rovere velenosa e uno Spirito della foresta in preda a un attacco isterico. «Sai bene» disse a Betsy, con la voce che si alzava di tono «che se fossi venuta da noi nel momento stesso in cui se n’è andata&#8230;». «Ma io non lo sapevo» replicò Betsy, impotente «non sapevo che se ne fosse andata». «Temo&#8230;» disse meditabonda Zia Jane, voltandosi a guardare Betsy con l’aria di chi è costretto a portare un fardello non necessario e molto spiacevole «&#8230;temo proprio che dovremo avvisare la polizia». <strong>Al capo della polizia, un gentilissimo padre di famiglia che di cognome faceva Hook, non era mai capitato di far visita a un campo estivo femminile; le sue figlie non andavano pazze per quel genere di attività</strong>, e Mrs Hook diffidava della brezza notturna; era anche la prima volta che allo sceriffo Hook capitava di dover ricostruire degli avvenimenti. <strong>Gli era stato concesso di restare in carica tanto a lungo perché la sua famiglia era nota in città, perché era simpatico ai giovanotti del bar del posto, e perché, dopo vent’anni di ubriachi chiusi in cella e ladruncoli arrestati dietro confessione, vantava una carriera immacolata.</strong> In una cittadina come quella vicino al Campo estivo Phillips, i reati sono commisurati al carattere degli abitanti, e un cane rubato o un naso rotto sono sostanzialmente i fatti più clamorosi da segnalare. Non c’erano dubbi riguardo alla totale incapacità dello sceriffo Hook di affrontare la scomparsa di una ragazza dal campo estivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Shirley Jackson</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Il brano è tratto dal volume: Shirley Jackson, “La ragazza scomparsa”, Adelphi 2019</em></strong></p>
<p><em>**In copertina: Shirley Jackson con i figli, North Bennington, Vermont, 1956</em></p>
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		<title>“Gli scrittori di oggi non mi attraggono: Putin, Erdogan sono solo metastasi della grandezza di Napoleone”. Dialogo con Roberto Pazzi</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:29:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un libro mica ombelicale, ma magistrale, per fortuna, perché l’ombelico di quell’uomo fu il binocolo del secolo, fu un trono, audacemente vuoto, però, perché egli aveva l’estasi e lo scatto, quell’uomo aveva la fretta dei prediletti e in quindici anni visse quindici secoli, con la stessa impareggiabile furia di Alessandro Magno – “la sua Grande [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/roberto-pazzi-dialogo-napoleone/">“Gli scrittori di oggi non mi attraggono: Putin, Erdogan sono solo metastasi della grandezza di Napoleone”. Dialogo con Roberto Pazzi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un libro mica ombelicale, ma magistrale, per fortuna, perché l’ombelico di quell’uomo fu il binocolo del secolo, fu un trono, audacemente vuoto, però, <strong>perché egli aveva l’estasi e lo scatto, quell’uomo aveva la fretta dei prediletti e in quindici anni visse quindici secoli, con la stessa impareggiabile furia di Alessandro Magno – “la sua Grande Armata lo faceva sentire davvero emulo di Alessandro Magno” – mirando a misurare le estremità del potere</strong>, consapevole che la fine di certi uomini – aureo, corrusco, delicato Giovanni Pascoli, incipit di <em>Alexandros</em>, “Giungemmo: è il Fine” – è la fine di una civiltà, di un’era. Roberto Pazzi, narratore tra i grandi e radiosi – ne cito quattro per tutti, <em>Cercando l’Imperatore, Vangelo di Giuda, La città volante, Conclave</em>, ma è irrilevante il fatto che Pazzi abbia esordito come poeta – <strong>sfida la narrativa italiana, in soggezione di fronte ai grandi temi e ai grandi personaggi, raccontando Napoleone.</strong> Lo fa ribaltando una cornice letteraria neutrale – Napoleone a bordo della Northumberland, nell’ottobre del 1815, viaggia, finito, sfinito, <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/verso-santelena-9788845296956" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Verso Sant’Elena </em></strong></a>(Bompiani, 2019) – in una scorribanda di sogni, di visioni – l’Eugénie risorta dal romanzo giovanile dell’Imperatore, <em>Clisson ed Eugénie </em>– di sketch in cui terzi, nemici, amici, invidiosi, amanti, ne ricordano le gesta – <strong>“…l’ho ammirato. E allora mi sono immedesimato nella sua parte, mi sono chiesto che cosa potesse provare davanti a noi uno che nasceva povero, in un’isola selvaggia, con una famiglia di sette fratelli da mantenere, morto prematuramente il padre. Un parvenu che in pochi anni saliva tutta la scala sociale e si assideva su un antico trono, pari a sovrani dinastici, al potere invece da vari secoli”</strong>, pensa lo zar, in vigoria onirica, nel Palazzo d’Inverno. Capitoli conchiusi, recinti in una scrittura cristallina, aristocratica e algebrica, per un romanzo che si risolve in meno di 200 pagine – la misura, la misura, il ritmo perfetto, che Pazzi, dopo una ventina di romanzi in 35 anni, conosce molto bene.<strong> Lo leggi in un sorso, insomma, rovinando in un’epica allucinata dalla nostalgia – “Il mondo, che è così vasto, così vario, così imprevedibile, si restringe a puro desiderio, a dolce ferita dell’assenza, in una nave addormentata, che dimentica la rotta, quasi alla deriva, fuori dalla Storia” </strong>– seguendo la scia di luce di Napoleone, che già prevedeva lo scintillio e il dirottamento, la gloria e l’infamia – “Tutto ei provò”, è la lirica sintesi di Manzoni. Ma spesso tracciare una via nell’ignoto della Storia, fiocinare gli Stati con un concetto e un’armata è meglio che resistere e restare, c’è chi è eroico e chi mette a frutto grammi di nobiltà ereditati da altri. <strong>Insomma, finalmente un romanzo fiero di essere tale, senza manette sociologiche o smanettamento sperimentale.</strong> Dialogare con Pazzi, a questo punto, è inevitabile. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66077 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-214x300.jpg" alt="" width="165" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo.jpg 1000w" sizes="(max-width: 165px) 100vw, 165px" />Napoleone. Da Manzoni a Tolstoj al Pascoli, i grandi scrittori, i sommi poeti sono stati affascinati dal condottiero. Come le è venuta in mente l’idea di un romanzo come “Verso Sant’Elena”, in che contesto, quando, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho covato l’idea dai tempi della giovinezza, quando fra le mie letture preferite c’erano le biografie degli eroi, come Alessandro Magno, Annibale, Cesare e Napoleone. <strong>Adoravo l’Iliade, allora, più dell’Odissea. I destini alla Achille, di una vita bruciata dalla gloria per poi sparire prima di intristire nella vecchiaia, mi affascinavano.</strong> Avevo ed ho ancora alla mia bella età fame di <em>epos</em>. Napoleone, come per Stendhal, era emblematico di tutta questa fame di epicità. Poi vennero le letture di Rilke, con l’Angelo e con gli Eroi che corrono a compiere nella morte il loro destino. Ma questo dopo, sui trent’anni, <strong>e tenga presente che le due letture folgorati che mi hanno insegnato la scrittura sono stati Proust a 23 anni da militare (mentre Sereni mi scriveva che cosa dovevo leggere su Proust, appena consegnata la tesi di laurea in estetica su Saba, con Luciano Anceschi) e Rilke appunto, grazie all’incontro con un suo bravo traduttore.</strong> Sono poi irresistibilmente attratto dalla tragedia che consacra i Grandi Vinti poiché li purifica dal male&#8230; mi aveva fulminato in terza media <em>Il 5 maggio</em> di Manzoni, per mia fortuna imparato a memoria. Vede, io non amo il microautobiografismo che caratterizza i narratori italiani, forse ancora sulla scia di un certo Moravia. Non mi incanta apprendere quel che fanno sotto le lenzuola i personaggi di un libro. L’ho fatto con un solo romanzo, <em>La trasparenza del buio</em>, ma per tutti gli altri 20 (ne ho scritti 21 con questo ultimo) ho cercato altre strade, altre vite. Lei avrà letto <em>La certosa di Parma</em>, ecco io sono stato con Napoleone, un poco come Fabrizio del Dongo che lo cercava sul campo di battaglia di Waterloo, per questo ho scritto del viaggio verso Sant’Elena. <strong>Che cosa poteva pensare un uomo così quella notte prima di arrivare?</strong> Il romanzo è nato da questa domanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembra molto convincente la struttura narrativa del romanzo, per sketch ‘emotivi’. Sulla barca che lo porta a Sant’Elena, come una chiatta infernale, Napoleone ripercorre e rivede la sua vita (o la leggiamo attraverso parole di terzi). L’impegno documentario, soprattutto, mi sembra imponente perché lei fa parlare diversi personaggi intorno all’Imperatore in disgrazia. Ecco: cosa ha letto, dove ha studiato per giungere a quella particolare forma romanzesca? Intendo, anche, le fonti ‘letterarie’.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le mie fonte letterarie risalgono alle favolose letture fatte sotto i 20 anni o giù di lì: Tolstoj, <em>Guerra e pace</em>, <em>I Miserabili </em>di Hugo, Stendhal già citato, <em>Il 5 maggio</em> del Manzoni, e poi le memorie del cameriere personale di N. Louis Marchand che gli chiuse gli occhi quella sera del 5 maggio 1821 alle 17,50, memorie che erano un terribile atto di accusa verso gli inglesi e il governatore aguzzino Hudson Lowe, che pure nel mio romanzo salvo per le ragioni che lei ha letto. Ma soprattutto fondamentale fu la lettura <em>del Memoriale di Sant’Elena</em>, di Las Cases dettato da N. al marchese fra il 1815 e il novembre del 1816. <strong>Letto tre o quattro volte nell’arco di trent’anni. Fu un best seller dell’Ottocento. Vendette milioni di copie arricchendo i Las Cases.</strong> Mentre scrivevo il romanzo fra il 25 novembre del 2016 e la fine di gennaio del 2017, procedevo così: di giorno scrivevo il libro, la sera leggevo biografie di Napoleone, ne ho lette 15. Le più memorabili quella di Emile Ludwig e quella di Francesca Sanvitale, <em>Il figlio dell’Impero</em>. Ma anche scritti di uno storico russo e la biografia infame di Walter Scott che da buon inglese mostrificava N.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggo, nel romanzo, pur sgravato da intellettualismi, una riflessione narrativa sul potere. Quando Napoleone è perduto, riacquista la sua vita, in forma di sogno. </strong><strong>È così? Cosa ci affascina ancora di Napoleone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La chiave di questo libro segreto è la mancanza di Tempo, il Tempo che è scaduto, ma questo umanizza l’eroe, perché è il destino di tutti. <strong><em>Verso Sant’Elena</em> vuol dire per tutti andare verso la fine, giorno pe giorno mese per mese anno per anno. Ho sempre in testa una domanda del re ne Il re muore, di Jonesco: “Perchè sono nato se non era per sempre?”.</strong> N. sogna l’altra vita che avrebbe potuto vivere accanto alla donna sulla quale aveva scritto a vent’anni un romanzo d’amore, Eugénie eroina di <em>Clisson ed Eugénie</em> che ho scovato pubblicato in italiano da Sellerio nel 1980 edito in Francia nel 1926. Ho fatto uscire Eugénie dal libro e l’ho fatta diventare il sogno dell’altra vita che N. non aveva vissuto, una vita normale, in una casa in campagna con figli terra da coltivare, animali&#8230; la tentazione di viverla arrivato a Sant’Elena, l’altra vita che non fu la sua. <strong>E chi giunto alla fine o verso la fine non sogna le altre vite che avrebbe potuto vivere? Mi affascina tutto di N. è difficile scegliere, anche i difetti, come l’arroganza, la presunzione, l’egoità che talvolta lo accecava&#8230;</strong> Ma erano inezie davanti ai pregi, la fulminea intuizione della manovra giusta sul campo militare, la rapidità dell’intelligenza, l’intuito che aveva sulle persone, l’ascendente straordinario che godeva sui soldati di cui condivideva ogni fatica, la semplicità dei gusti che rifiutava lo sfarzo, l’amore per la sua famiglia che pure lo tradì con l’eccezione di Paolina, lo sprezzo della morte, il coraggio, la fame di gloria, la spinta rivoluzionaria nel suo codice esteso. <strong>Goethe lo adorava, anche Hegel ne rimase impressionato. Manzoni alla Scala incontrò per caso lo sguardo magnetico di quegli occhi grigi, “i rai fulminei”. Mi fa soffrire il vuoto storico di oggi, dove ci sono solo delle metastasi della grandezza di N. come Trump, Putin, Salvini, Orban, Erdogan.</strong> Tenga presente che N. come Cesare e Alessandro non era solo bravo in battaglia ma era anche un grande politico. Cesare però lo batteva, era un grande scrittore oltre che un grande condottiero. N. ebbe bisogno di un biografo.</p>
<figure id="attachment_66078" aria-describedby="caption-attachment-66078" style="width: 176px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66078" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-205x300.jpg" alt="" width="176" height="258" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-768x1121.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui.jpg 1139w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" /><figcaption id="caption-attachment-66078" class="wp-caption-text">Lui è Roberto Pazzi: tra l&#8217;altro, è stato per due volte tra i vincitori del Premio Campiello e nel 1999 finalista al Premio Strega</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto, lei sottolinea l’ossessione di Napoleone per Alessandro Magno. Cosa costringe a suo avviso un uomo, a esporsi verso gli estremi, a esplorare i confini delle sue possibilità umane e di potere? Sembra quasi che queste personalità siano schiave della Storia, dominate da una ferale ossessione&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La fissa di N. l’aveva ereditata da Alessandro, conquistare l’India attraverso il dominio della Russia. Forse perché voleva colpire al cuore l’Inghilterra nel suo dominio di quel grande Paese. Ma forse ha capito questo meglio di tutti Pascoli nel suo <em>Alexandros</em>, aveva un <em>daimon</em> che lo portava a non fermarsi mai. <strong>Sant’Elena lo fermò ma lo aureolò del Mito, come un novello Prometeo avvinto alla rupe dell’isola come il titano al Caucaso, vittima delle potenze oscurantiste e reazionarie della Santa Alleanza. Lo sapeva di essere diventato già da vivo mito:</strong> la corona più importante me l’hanno data gli inglesi, la corona di spine. Ho dimenticato di dire che questo personaggio viveva già in alcuni capitoli di mie opere precedenti, come <em>La principessa e il drago</em> edito da Garzanti nel 1986 finalista allo Strega, e <em>La malattia del tempo</em> edito da Marietti nel 1987 e poi ristampato da Garzanti nel 1989.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Un giudizio sommario sulla letteratura italiana recente. Cosa legge? Le piace? Chi è stato, nella sua vita, lo scrittore – se c’è stato – che considera maestro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono attratto da nessun vivente, lo confesso, fra i miei colleghi di oggi. A parte <em>Canale Mussolini</em> di Pennacchi vero romanzo epico corale, <strong>rincorrono le prime pagine dei giornali, rincorrono il sociale. Oppure parlano dei cavoli loro, ricorrono al microautobiografismo, un esempio per tutti il <em>Fedeltà</em> del già proclamato vincitore dello Strega.</strong> Ho amato molto Buzzati, ho il culto de <em>Il deserto dei Tartari</em>, Calvino fino alle <em>Cosmicomiche</em>, soprattutto<em> Il barone rampante</em> e <em>Le città invisibili</em>. Ho amato Landolfi, Palazzeschi narratore, Gadda da impazzire, qualche racconto di Tabucchi che fu al Campiello con me nella cinquina del 1985 quando entrai con <em>Cercando l’Imperatore</em> che da molti amici è appaiato a <em>Verso Sant’Elena</em>, narrando la tragedia degli ultimi Romanov nel 1918. A <em>Damasco</em>, trasmissione radiofonica sui 5 libri prediletti, ho parlato anni fa di: Proust e la <em>Recherche</em>, <em>Memorie di Adriano</em> della Yourcenar, <em>Il deserto dei Tartari</em>, <em>Cent’anni di solitudine</em> di Marquez e <em>Il Maestro e Margherita</em> di Bulgakov&#8230; Oggi avrei imbarcato anche <em>Viaggio al termine della notte</em> di Céline.</p>
<p>*<em>In copertina:&nbsp;François Gérard, &#8220;Bonaparte, Primo Console&#8221;, 1803</em></p>
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		<title>“Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda”: Amélie Nothomb, scrittrice sfuggente e implacabile, pubblica un nuovo libro e ne parla con Matteo Fais</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 07:35:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <strong>personaggio </strong>è quantomeno <strong>sfuggente</strong>. Forse non le interessa spiegarsi e ritiene che i suoi libri debbano farlo in sua vece. Certo una inconsueta forma di genialità non le manca. Probabilmente aveva ragione Oscar Wilde, in <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>, parlando di Basil, il pittore: “mette tutto ciò che di affascinante vi è in lui all’interno del suo lavoro. La conseguenza è che non gli resta niente da manifestare nella vita, se non i suoi pregiudizi, alcuni principi, e tutto il suo buon senso comune. <strong>I soli artisti che risultino gradevoli di persona sono i pessimi artisti.</strong> I grandi sono ciò che fanno e, di conseguenza, sono poco interessanti come esseri umani”. Sarebbe del resto difficile che a una scrittrice che è solita produrre tre testi all’anno rimanesse qualcos’altro da dire, oltre quello che già scrive.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che la lettura di <strong><em>I nomi epiceni</em></strong>, di <strong>Amélie Nothomb</strong>, uscito di recente per <strong>Voland</strong>, ha molteplici aspetti per cui risulta interessante. La prosa è veloce, ma riesce comunque a veicolare una sensibilità non certo superficiale. <strong>La narrazione è attraversata da una tensione costante, colpi di scena fulminanti, agnizioni inaspettate.</strong> Ma questo lo sa chiunque abbia già letto un’opera della scrittrice in questione. Così come sarà al corrente che non si può svelare niente della trama, che va invece scoperta pagina dopo pagina. Basti sapere che è <strong>una storia di rancore e vendetta, di persone apparentemente normali ma capaci di azioni del tutto fuori dall’ordinario</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">È per questa serie di motivi che siamo andati a sentire Amélie Nothomb, durante le sue recenti tappe italiane per la promozione del testo. Lei ha risposto alle nostre domande, ma l’ha fatto nel suo solito modo che, per usare un eufemismo, definiremo stringato. Al lettore la valutazione delle sue parole. Noi, per quel che vale, ci abbiamo provato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66024 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-209x300.jpg" alt="" width="164" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25.jpg 1000w" sizes="(max-width: 164px) 100vw, 164px" />Madame Nothomb, lei ha dichiarato di scrivere ben tre romanzi all’anno e iniziare immediatamente a lavorare sul successivo, nel momento in cui ne ha terminato uno. Perdoni la curiosità ma, da scrittore a scrittore, credo che l’impegno più gravoso sia l’editing, o <em>labor limae</em>, sul testo. Insomma un romanzo, se breve, può anche essere scritto in una settimana, ma ci vogliono mesi per perfezionare la prima stesura. Lei come svolge questo processo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’unica cosa difficile è impedire all’editore di modificare il testo. Io mantengo sempre la prima versione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho da sempre l’impressione che i testi di maggior impatto siano quelli in cui l’autore, facendo leva sull’immaginazione, ricostruisce storie che, se proprio non gli sono capitate, avrebbero potuto comunque aver corso nell’ambiente in cui è vissuto. Non penso quindi che Raymond Carver abbia sperimentato in prima persona tutto ciò che racconta, ma sicuramente è ben probabile che situazioni affini siano accadute alla gente intorno a lui. Non sarebbe strano, per esempio, che abbia visto un disperato alcolizzato vendersi i mobili nello yard di fronte a casa. Similmente, se certo non arrivo a pensare che Stephen King abbia avuto incontri ravvicinati con un clown che esce dalle fogne per uccidere i bambini, posso immaginare che la sua attenzione per l’infanzia derivi dall’averne avuto a sua volta una particolarmente vivida e piena di incontri segnanti. E lei, Madame? Quanto c’è di ciò che ha vissuto in prima persona nei suoi libri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho immaginato tutto e dunque tutto è vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il traduttore di Andre Dubus, a mio avviso uno dei più grandi scrittori di short stories americani, mi ha detto in una recente intervista che questo autore racconta storie popolari, ovvero storie che potrebbero capitare alle persone comuni, contrariamente a molti scrittori che ricercano situazioni e personaggi straordinari nella speranza di poter così imbastire intorno a questi una storia maggiormente interessante. Lei si sente un’autrice di storie popolari, o extraordinarie? <em>I nomi epiceni</em>, per esempio, a me pare una storia possibile, che potrebbe capitare a chiunque. Lei non trova?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono storie popolari che potrebbero accadere a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una scrittrice che conosco mi diceva che, a suo avviso, l’autore non dovrebbe mai apparire, per mandare in avanscoperta l’opera, pena influenzare la ricezione di questa da parte del pubblico con la sua <em>presenza scenica</em>. Lei per esempio gode di una notevole visibilità, tra riviste e apparizioni televisive. Perdoni l’ardire, ma non pensa mai che il lettore potrebbe acquistare un suo testo perché vede una donna dall’aspetto eccentrico e con il cilindro sul capo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Importa poco la ragione per cui il lettore compra il libro, quello che conta è che lo legga. E i miei lettori leggono i miei libri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha pubblicato tanti romanzi. È forse una delle autrici più prolifiche. Ma si chiede mai se la sua opera sopravviverà, se segnerà la letteratura europea come per esempio quella di Balzac?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michel Houellebecq, nel suo mirabile saggio <em>H.P.Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita</em>, sostiene che “l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi che ne abbia un po’ le palle piene”. Al di là del linguaggio politicamente scorretto, l’autore di <em>Serotonina </em>asserisce a mio avviso una grande verità, ovvero che l’arte esiste perché la vita nella sua intima essenza è insufficiente, mancante. Qualcosa di non molto dissimile scriveva il nostro grande poeta Leopardi, avanzando l’idea che solo nella trasposizione artistica il nulla dell’esistenza trovi il modo di rendersi sopportabile, appunto perché trasfigurato. Lei, Madame, scrive per manifestare la gioia di esistere o per rendersi sopportabile l’esistenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un’altra cosa ancora. Scrivo affinché finalmente la realtà esista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Traduzione dal e verso il francese a cura della Prof.ssa Gabriella Creti</em></p>
<p style="text-align: justify;">****</p>
<p style="text-align: justify;">Le personnage est du moins insaisissable. Il est probable qu’elle ne veuille pas s’expliquer ou qu’elle pense que ses livres le feront à sa place. Il est sûr qu’une certaine forme de génie inhabituel la caractérise.</p>
<p style="text-align: justify;">Oscar Wilde avait probablement raison dans le <em>Portrait de Dorian Gray</em> à propos du peintre Basil: «il met tout ce qu’il y a de charmant en lui, dans ses œuvres. La conséquence en est qu’il ne garde pour sa vie que ses préjugés, ses principes et son sens commun. Les seuls artistes que j’aie connus et qui étaient personnellement délicieux étaient de mauvais artistes. Les vrais artistes n’existent que dans ce qu’ils font et ne présentent par suite aucun intérêt en eux-mêmes».</p>
<p style="text-align: justify;">Il serait, d’ailleurs, difficile pour un écrivain qui publie trois textes par an de pouvoir dire autre chose que ce qu’il écrit déjà. La lecture de <em>Les prénoms épicènes</em> d’Amélie Nothomb, édité par Voland, résulte par ailleurs intéressante sous maints aspects. La prose est rapide et certainement pas superficielle. La narration est en constante tension, riche en rebondissements et reconnaissances inattendues. Et tout lecteur de l’écrivain le sait bien et sait également que rien ne peut être révélé de l’histoire et qu’il faut la découvrir page après page. Une histoire de rancune et de vengeance, avec des personnages à l’apparence normale mais capables d’actions tout à fait extraordinaires.</p>
<p style="text-align: justify;">C’est pourquoi nous avons interviewé Amélie Nothomb durant ses récentes étapes en Italie pour la promotion de son livre. Elle nous a répondu comme elle le fait habituellement, pour ainsi dire de manière concise. Nous laisserons les lecteurs en juger. En ce qui nous concerne, nous avons essayé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Madame Nothomb, vous avez déclaré écrire trois romans par an et commencer à écrire un nouveau immédiatement après avoir terminé le précédent. Pardonnez ma curiosité d’écrivain, mais je crois que le travail plus pénible est celui de l’ editing ou du peaufinage d’un texte. Même si un roman est bref et qu’ il est écrit en une semaine, il peut demander des mois de perfectionnement du premier jet. Quel processus suivez-vous?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La seule chose difficile est de résister aux tentatives de l’éditeur de modifier le texte. Je conserve toujours le premier jet.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>J’ai toujours eu l’impression que les textes les plus marquants sont ceux dont l’auteur, faisant preuve d’imagination, reconstruit des histoires qu’il n’a point vécu mais qui auraient pu toutefois se dérouler dans son milieu. Je ne pense pas, donc, que Raymond Carver ait pu vivre tout ce qu’il décrit, mais il est fort probable que des situations similaires se soient produites autour de lui. Il serait possible, par exemple, qu’il ait vu un alcoolique désespéré vendre ses meubles dans un yard en face de chez lui. Et l’on peut également supposer que l’attention de Stephen King pour l’enfance, en décrivant un clown qui sort des égouts pour tuer des enfants, soit le fruit de son enfance particulièrement riche de rencontres marquantes. Et vous, Madame, quel est la part du vécu dans vos romans?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">J’ai tout imaginé et donc tout est du vécu.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le traducteur d’Andre Dubus, l’un des plus grands écrivains américains de nouvelles, m’a dit dans une interview récente que cet auteur raconte des histoires communes, autrement dit des histoires qui pourraient arriver à des personnes ordinaires, contrairement à nombreux écrivains qui recherchent des situations et des personnages extraordinaires dans l’espoir de pouvoir créer autour d’eux une histoire plus intéressante. Vous définissez-vous comme un auteur d’histoires communes? Ou extraordinaires? <em>Les prénoms épicènes</em>, par exemple, me semble être une histoire qui pourrait arriver à quiconque. Ne pensez-vous pas?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ce sont des histoires communes qui pourraient en effet arriver à quiconque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Une écrivaine que je connais me disait qu’un auteur ne devrait jamais apparaître pour promouvoir son œuvre, au risque d’influencer son public par sa seule présence scénique. Vous, par exemple, vous jouissez d’une visibilité importante, considérant vos apparitions à la télévision et articles dans les magazines. Excusez mon audace, mais ne pensez-vous pas que le lecteur pourrait acheter un de vos livres seulement parce-qu’il a vu une femme à l’apparence excentrique et avec un cylindre sur sa tête?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Peu importe la raison pour laquelle il achète le livre. Ce qui compte, c’est qu’il le lise. Et mes lecteurs lisent mes livres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vous avez publié beaucoup de romans. Vous êtes, apparemment, parmi les auteurs les plus productifs. Ne vous demandez-vous jamais si votre œuvre vous survivra, si elle marquera la littérature européenne comme celle de Balzac?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Je ne me pose jamais la question de la survie de mon œuvre. Cela ne me regarde pas.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michel Houellebecq, dans son essai <em>H. P. Lovecraft &#8211; Contre le monde, contre la vie</em>, affirme que «l’univers artistique est plus ou moins réservé à ceux qui en ont un peu marre». A mon avis, l’auteur de <em>Sérotonine </em>dit une grande vérité, c’est à dire que l’art existe tant que la vie, dans son essence la plus intime, est insuffisante, manquante. Leopardi, grand écrivain italien, soutenait également que seulement la transposition artistique peut rendre supportable la vacuité de l’existence. Et vous? Ecrivez-vous pour manifester la joie d’exister ou pour vous rendre l’existence plus supportable?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’est encore autre chose. J’écris pour que le réel existe enfin.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-mi-pongo-mai-la-domanda-sulla-sopravvivenza-della-mia-opera-non-mi-riguarda-amelie-nothomb-scrittrice-sfuggente-e-implacabile-pubblica-un-nuovo-libro-e-ne-parla-con-matteo-fa/">“Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda”: Amélie Nothomb, scrittrice sfuggente e implacabile, pubblica un nuovo libro e ne parla con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Chi ha oggi le palle di scrivere (e di pubblicare) un libro come questo?”: 30 anni dopo la condanna a morte comminata a Salman Rushdie</title>
		<link>https://www.pangea.news/chi-ha-oggi-le-palle-di-scrivere-e-di-pubblicare-un-libro-come-questo-30-anni-dopo-la-condanna-a-morte-comminata-a-salman-rushdie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 05:54:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scrittura è sempre in contrasto con la Scrittura – il grande scrittore è Dio, chi sei tu, misero scrivano, che vuoi competere con Lui? Per essere ammesso al pubblico, ogni scrittore deve limitarsi a stare nel recinto della Scrittura, deve limare quel mondo, divino. Mi sembra normale che i grandi sistemi religiosi, attraverso sistemi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La scrittura è sempre in contrasto con la Scrittura – il grande scrittore è Dio, chi sei tu, misero scrivano, che vuoi competere con Lui?</strong> Per essere ammesso al pubblico, ogni scrittore deve limitarsi a stare nel recinto della Scrittura, deve limare quel mondo, divino. Mi sembra normale che i grandi sistemi religiosi, attraverso sistemi più o meno deliziosamente coercitivi – dall’Indice dei libri proibiti alle esecuzioni pubbliche – abbiamo castrato gli scrittori: ogni scrittura offre delle vie di uscita dall’egida divina, ci fa scappare dall’algido giardino di Eden. Ogni scrittura che non sia la Scrittura, dunque, è <em>apocrifa</em>, è cosa occulta, che va occultata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65862 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-195x300.jpg" alt="" width="146" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929.jpg 650w" sizes="(max-width: 146px) 100vw, 146px" />Se al piano celestiale sostituiamo quello terrestre è lo stesso, state tranquilli, cambiano soltanto, drasticamente, le altezze. <strong>La politica ha bisogno che sia apocrifo – cioè glassato nell’indifferenza – il poeta; la scrittura va bene purché non leda la scrittura del codice civile, le norme del convivere civile</strong>, è accettata se declinata in una qualche inoffensiva scuola di scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno di San Valentino di trent’anni fa l’Ayatollah Khomeyni, Guida Suprema dell’Iran, compie una azione estetica che non si vedeva dai tempi di Stalin, scocca l’anatema, la <em>fatwa</em>: <strong>“Informo tutti i coraggiosi Musulmani del mondo che l’autore dei <em>Versi satanici</em>, un testo scritto, editato e pubblicato contro l’Islam, il Profeta e il Corano, insieme a tutti gli editori consapevoli del suo contenuto, sono condannati a morte. </strong>Invito i valorosi Musulmani, ovunque siano nel mondo, a ucciderli senza indugio, così che nessuno osi insultare le sacre credenze dei Musulmani da ora in poi”. Dio – o il regno del Caso – decise da che parte stare: quattro mesi dopo Khomeyni lasciò questa terra. I Musulmani non scherzano: da allora Rushdie vive sotto scorta, ha cambiato casa decine di volte. A subirne le conseguenze sono anche i traduttori dei <em>Versi satanici</em>: il traduttore giapponese viene ucciso, a Tokyo, quello italiano, Ettore Capriolo (che ha tradotto anche Camus e Bellow, Thomas Wolfe e Norman Mailer, Truman Capote, Vladimir Nabokov e Joseph Conrad), viene pugnalato nella sua casa, a Milano, nel luglio del 1991. Oggi i <em>Versi satanici</em> sono stampati da Mondadori in economica, ci sono, ma non è semplice trovarli in libreria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, trent’anni dalla condanna a morte di Rushdie sono il grande discorso sul fraintendimento. <strong>Khomeyni fraintende un romanzo, ritenendolo un libro a tesi, contro il Corano – e così non è. D’altra parte, i sostenitori del romanzo lo citano per perorare l’illuministica necessità della libertà di opinione e di stampa, senza averlo letto.</strong> Un’opera d’arte – tale è un libro ascritto al genere ‘romanzo’ – va giudicata per i suoi aspetti formali – cioè: qualità di scrittura e rotondità di trama – non per le attese morali. Ma è proprio la forma, il discorso sul bello – che può essere la catabasi nell’osceno – a spaventare. Che poi una ‘forma’ possa scatenare una scelta, possa scaraventare nella conversione direi che è auspicabile – l’opera d’arte sovrasta il suo esecutore e le sue intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni atto scritto fomenta il fraintendimento: con le parole Dio crea il mondo, con le parole il serpente travia l’uomo, lo perde. <strong>Bisogna obbedire alla parola di Dio o dotarsi di una personalità propria, scrivendola? </strong>Ogni costruzione della personalità ha il fine di strangolarla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Salman Rushdie ricordo <em>I figli della Mezzanotte, </em>letto con funerea furia, e una delle mogli, Padma Lakshmi.</strong> Non penso che <em>I versi satanici </em>sia un grande libro: preferisco le scudisciate narrative di Naipaul, per dire. Per me il discorso si chiude dove per gli altri si apre. Sottilmente, i vili dicono che se l’è cercata, Salman – per altro, perpetuando la vendita dei suoi romanzi, a volte troppo laccati – perché certe cose non vanno scritte e certe intimità e identità non vanno solleticate. <strong>Al contrario, lo scrittore dovrebbe scrivere sempre ciò che non vorremmo leggere, </strong>dovrebbe mostrare le pudenda di Dio e metterle in piazza: può non prendere posizione su nulla, nella vita reale, ma dare tutto – anche la vita – per assegnare una pazza autorevolezza alla sua creazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore ha a che fare con il puzzo e con l’oscuro – ha riverenza nei riguardi della gioia. Non è un tiepido operaio della scrittura. Nel canone biblico, d’altronde, il massimo erotico – il <em>Cantico dei Cantici – </em>è accolto di fianco al nichilista assoluto – <em>Kohèlet</em> – il libro della vitalità associato a quello della rassegnazione e del cinismo. Gli ebrei lo sanno – e ci sguazzano. Leggete Isaac B. Singer, per dire. <strong>Noi pensiamo che il ‘cattolico’ sia lindo, dimori sotto un sudario: di Manzoni squalifichiamo la dostoevskijana indagine nel male e di Testori accettiamo solo il neorealismo da brigante brianzolo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In una articolessa pubblicata su <em>Aeon</em>, <a href="https://aeon.co/essays/can-there-ever-be-another-novel-like-the-satanic-verses" target="_blank" rel="noopener">“Islam after Salman”</a>, Bruce Fudge ribadisce ciò che intuiamo già. Attacca con una frase pronunciata dieci anni fa – dieci! – da Hanif Kureishi – “Nessuno avrebbe oggi le palle di scrivere <em>I versi satanici</em>, figuriamoci pubblicare un libro del genere” – giungendo, quasi subito, a una conclusione sconfortante. “Tre decenni dopo, il romanzo è ancora ristampato, facilmente disponibile, e il suo autore cammina ancora come un uomo libero. <strong>Se la battaglia dei <em>Versi satanici </em>è stata vinta, tuttavia, una guerra più importante è perduta. Chi oserebbe oggi scrivere un romanzo provocatorio sulle origini dell’Islam?</strong>&#8230; Qualche scrittore di origine musulmana potrebbe ricavare dalla vita del profeta Maometto una storia innovativa, irriverente e risolutamente senza Dio?”. La risposta è scontata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In una ragionata recensione pubblicata il 23 febbraio del 1989 sul <em>The New York Times</em>, dal titolo <a href="https://www.nytimes.com/1989/02/23/books/the-satanic-verses-what-rushdie-wrote.html" target="_blank" rel="noopener">“The Satanic Verses: What Rushdie Wrote”</a>, Michiko Kakutani, che ha capito subito il carattere formale del libro (“gran parte della rabbia che ha animato i primi libri, in particolare <em>La vergogna</em>, si è dissipata, sostituita da un lirismo che pare nostalgia”), ricalca alcune parole di Rushdie. <strong>“Racconto il disagio di una identità plurima. Ciò che si dice nel romanzo è che dobbiamo trovare un accordo con questo disagio. Stiamo diventando un mondo di migranti, fatto a pezzi, con milioni di frammenti, qua e là. Siamo qui. Ma non siamo realmente lontani da dove eravamo, da dove veniamo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole di Rushdie, rilette trent’anni dopo, impressionano. <strong>Disagio, migrazione, impossibilità di piantare davvero radici altrove. Sradicati, non abbiamo nulla da dire – ci dicono gli altri, ci misurano i soldi. </strong>Per questo ci vorrebbero tutti sradicati, felici a Roma come a New York, è uguale (ma non è uguale nulla, né la scansione della luce, né la stagionatura dell’ombra: la ‘natura’ non è la nostra anima di polistirolo e testosterone). Lo scrittore raccoglie i suoi frammenti, disciplina le sue identità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Allah pare essere più volubile e permaloso di Dio. I grandi scrittori ebrei americani hanno giocato spesso le loro armi narrative per setacciare le ambiguità di Dio, per cavargli l’iride dalle orbite. <strong>Per sua natura, Cristo ha accettato tutte le umiliazioni, anche quelle dell’arte. In questo lato letterario – la provincia Italia, dove è incapsulato il Vaticano – gli scrittori non sembrano avere gli strumenti culturali e formali</strong> per azzannare alla giugulare Cristo. Restano indifferenti, in una palude narrativa politica o inevitabilmente sociologica. Ma la sfida a Dio è necessaria allo scrittore perché è anche la sfida contro la morte, la faccia cruenta dell’aldilà. Proprio perché abbiamo dei limiti dobbiamo sfondare l’illimite. I musulmani sono intoccabili, i cristiani sono impalpabili. <strong>La scrittura, se brandita per auscultare le voglie dell’io o per promuovere la buona integrazione, non ha proprio senso</strong> – la scrittura è una legione di lupi gettata in faccia ai buoni di cuore. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Ha vissuto più vite messe assieme, è un mostro, pare uscito da un album della Marvel”: Gian Ruggero Manzoni eroe da romanzo raccontato da Pier Paolo Giannubilo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ha-vissuto-piu-vite-messe-assieme-e-un-mostro-pare-uscito-da-un-album-della-marvel-gian-ruggero-manzoni-eroe-da-romanzo-raccontato-da-pier-paolo-giannubilo/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 05:33:03 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ha-vissuto-piu-vite-messe-assieme-e-un-mostro-pare-uscito-da-un-album-della-marvel-gian-ruggero-manzoni-eroe-da-romanzo-raccontato-da-pier-paolo-giannubilo/">“Ha vissuto più vite messe assieme, è un mostro, pare uscito da un album della Marvel”: Gian Ruggero Manzoni eroe da romanzo raccontato da Pier Paolo Giannubilo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da una parte mi azzanno le dita, dall’altra giubilo. <strong>La prima volta – per quello che diceva, mescolando l’alfabeto divino di Abulafia alle poesie di Scipione, le memorie di Amelia Rosselli al manuale di un monaco stilita – poi c’era quel viso, quel cranio, austero come uno scudo acheo – e la fuga e la foga del Nostromo di Joseph Conrad – vedete, la prima volta mi era sembrato di essere al cospetto di Kurtz.</strong> Quello di <em>Cuore di tenebra. </em>Però riletto, nella giungla guerresca, da Coppola, <em>Apocalypse Now</em>, dove Kurtz è un colonnello americano con il ceffo indimenticato di Marlon Brando. <strong><a href="http://www.gianruggeromanzoni.it/" target="_blank" rel="noopener">Gian Ruggero Manzoni</a>.</strong> Famiglia di schiatta nobile, villa decadente nella folta provincia romagnola, a Lugo, terra di sgozzapreti, di falsari, di banditi, un po’ sciamano, un po’ pistolero. Alchimista. Pericoloso. Di albina generosità. Artista. <strong>L’incontro con Gian Ruggero Manzoni, ideatore di imprese letterarie garibaldine e banditesche, di riviste e di cenacoli</strong> – feci parte di quel gruppo di “poeti per una metavanguardia”, era il 2004, c’erano, tra gli undici accoliti accolti, Andrea Ponso e il compianto Danni Antonello – dall’impeto poundiano, ha sempre come esito un KO, uno schianto. <strong>GRM è l’emblema dell’eccesso: eccessivamente ambiguo, eccessivamente obbediente, radicale nella conversione e nella passione. <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/02/05/87734/" target="_blank" rel="noopener">Avrei dovuto farci un romanzo.</a> Lo ha fatto un altro. Pier Paolo Giannubilo.</strong> Scrittore di pregio (<em>Corpi estranei</em>, 2008; <em>Lo sguardo impuro</em>, 2014), incrocia GRM nel 2004, gli parla nel 2008, lo rivede nel 2012, gli scatta l’indole dell’idea. Una intervista. In cui GRM confessi tutto. Vita, onori, amori, dissapori. Soprattutto. Gli anni delle missioni impossibili nei Balcani e in capo al mondo, su cui aleggiano leggende torbide. Esito di un patto contratto con le forze dell’ordine per evitare la prigione durante i Settanta, quando GRM alterna le chiacchierate con Tondelli alla lotta armata (si fa per dire: le armi sarà costretto a prenderle, per davvero, dopo). Giannubilo si chiude in casa Manzoni per giorni. Raccoglie il materiale. Roba da far rileggere ai puri di cuore trent’anni di storia patria. C’è tutto, lì dentro: assassinio e rapina del talento, amori estremi, vendette, tradimenti, il perdono, l’assioma della disciplina. <strong>Nasce così, sinuosa divagazione sul tema amore&amp;morte, <em>Il risolutore </em>(Rizzoli, 2019), in cui Giannubilo racconta gli estremismi di un personaggio assoluto, senza tinte agiografiche, piuttosto – mungo la morale – dimostrando come solo chi precipita nel sottosuolo, nella tenebra umana, nel nulla, può con altrettanto slancio gettarsi nell’abbraccio del Perdonatore</strong>, può lasciarsi disintegrare nella luce bianca del Figlio dell’Uomo. L’unico appunto al romanzo, che ha un ritmo invidiabile (incipit che folgora: “Il bisonte è smandriato, confuso, incespica sugli zoccoli e ruzzola con la gobba nella polvere. Si rialza sulle zampe e si rilancia al galoppo nella prateria, seguendo la rotta obbligata che lo conduce sull’orlo del precipizio”), <strong>pare un raffinato film d’azione di Michael Mann</strong>, è che lascia alle voglie del lettore – di solito, ignoto – il gusto di affrontare il GRM artista, cioè quello che, finita la buriana della vita, resterà, il poeta che ha dissezionato dall’azione opere di superba potenza. Ho avuto il privilegio di far pubblicare uno smilzo, potente romanzo di Manzoni, <em>Acufeni </em>(Guaraldi, 2015), ‘GianRuggente’ sa che amo più di tutto <em>Il morbo</em>, romanzo dalla corrusca grandezza edito da Diabasis nel 2005. <strong>L’opera micidiale, però, è quella poetica, disseminata in diverse edizioni d’arte, raccolta nel 2003 da Il Bradipo in un libro-culto, <em>Scritture scelte.</em></strong> Ecco, spero che uno degli esiti ultimi del romanzo di Giannubilo – bello di per sé, sia chiaro – sia anche quello di pubblicare e di far ripubblicare come si deve GRM, uno dei grandi scrittori del nostro tempo, assai più vasto di tanti decantati americani o francesoidi (GRM si pappa a colazione Carrère, quel fustino, per dire). Altrimenti resterà in gola il bilioso paradosso: abbiamo GRM ridotto a personaggio ‘da romanzo’, ma ci manca, ovunque, nelle librerie patrie, lo scrittore, l’artista, il genio del verbo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65428 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-risolutore-194x300.jpg" alt="" width="126" height="195" />Parto citandoti. “La sua vita è la favola nera più scioccante che io abbia mai ascoltato”. In questa ‘favola nera’ – eppure, così piena di gioia creativa – si confonde l’io che narra, cioè tu: è così? Cosa hai rivisto di te in Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fra Manzoni e me c’è stato fin dal principio un involontario e inatteso gioco di specchi, e presto mi è stato chiaro che il racconto avrebbe preso la piega di un viaggio anche nella <em>mia</em> storia personale, oltre che nella sua. <strong>Come scrivo a un certo punto del romanzo, mentre lui mi rendeva partecipe dei suoi segreti nel corso dell’intervista, ne ero spaventato almeno quanto ne ero attratto. Poi, però, più scavavo nelle contraddizioni del personaggio, nel pozzo delle sue ambiguità psicologiche, più sentivo che ciò che avevamo in comune non era qualcosa di marginale.</strong> E non parlo di questioni che riguardano solo me in senso stretto, ma tanti della mia e della sua generazione. La dipendenza dal riconoscimento altrui. Una sorta di inesausta fame d’amore surrogata in certe dinamiche seduttive. L’esigenza costante si farsi percepire performanti. La volontà di lasciare un segno del proprio passaggio sulla Terra. Tornando alla questione degli specchi, è stato come prendere coscienza un po’ alla volta che Manzoni, pur col suo vissuto così radicale, non era affatto un alieno, ma un uomo fatto della stessa sostanza mia e della gente comune. Il bisogno di risarcimento, le rimostranze nei confronti della specie umana possono innescare processi spaventosi. A Manzoni, diciamo così, la situazione è decisamente sfuggita di mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni Settanta, Servizi segreti, Biennale di Venezia, mortai, pallottole, poesia. Missioni clamorose e Tondelli. Nobile genia e desiderio di perdizione. Amore e morte. Perché hai scelto proprio Gian Ruggero Manzoni, artista noto ai sapienti ma ignoto ai più, come icona per un romanzo? Che tipo di fascino e di ‘contemporaneità’ emana, al di là delle storture macchiettistiche, da fumetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per il paradosso che ho introdotto prima, <strong>Manzoni ha in sé contemporaneamente i caratteri del <em>monstrum</em>, nel senso latino del termine, di <em>prodigio, </em>di<em> essere strano</em>, e dell’uomo qualunque, il conoscente della porta accanto. Al di là della sua vicenda umana fuori dall’ordinario, mi ha molto colpito la sua aspirazione a redimersi.</strong> Ha vissuto l’equivalente di un numero esagerato di vite messe assieme, è una miniera di esperienze e storie al limite della plausibilità, pare davvero uscito da un albo della Marvel. Una vicenda biografica così iper-romanzesca andava assolutamente raccontata, ma non solo per il fascino maledetto che promana, bensì per quanto può insegnare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una grande vita feconda sempre una grande contraddizione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi proprio di sì. Nelle esistenze letterarie come in quelle reali. Ma parimenti, grandi contraddizioni fecondano grandi vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il cuore della vita di Manzoni, a tuo avviso, il momento della svolta esistenziale? E quale l’episodio che ti ha più divertito narrare? E quello che ti ha intimorito di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei rispondere facilmente:<strong> la seconda missione bosniaca, dove è sopravvissuto per grazia ricevuta. </strong>Ma il suo percorso è stato così complesso e ingarbugliato che non ha, a mio giudizio, un solo punto di svolta, piuttosto è una serie ininterrotta di scatti in avanti, ritorni, fughe, ripensamenti e ripartenze&#8230; Più facile individuare un fil rouge, e parlo dell’amore che ha portato e porta a due persone: suo padre e sua figlia. Non credo di peccare di un eccesso di romanticismo se dico che il desiderio di strapparsi di dosso la vecchia pelle abbia avuto a che fare essenzialmente con i suoi sentimenti verso queste due persone, che sono poi il suo sangue.  <strong>Per quanto riguarda gli aspetti più leggeri, l’episodio di Manzoni nella zona a luci rosse di Bordeaux insieme al Macellaio, il camionista col quale viaggiava in giro per l’Europa, mi strappa un sorriso ogni volta che ci ripenso.</strong>  Quanto all’ultima questione, il Risolutore è un’infilata di situazioni raggelanti, alcune delle quali mi hanno tenuto col fiato sospeso giorno dopo giorno, nei primi anni di composizione del romanzo. Ma meglio non anticipare nulla al lettore, per non rovinargli il piacere della scoperta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65429 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg" alt="" width="134" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo.jpg 298w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla porzione ‘in battaglia’ alterni quella dedicata alla vita privata (la vita con Ester, soprattutto). Mi pare che manchi la parte del Manzoni poeta, romanziere, ideatore di cenacoli artistici, di avventure letterarie. Ancora di più: sarebbe stato opportuno aggiungere, forse, una bibliografia in calce al libro per permettere al lettore, affascinato dal ‘personaggio’, di aggirare la vita precipitandosi nell’opera. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero, il racconto del Manzoni artista, scrittore e intellettuale è ridotto all’osso. E con mio grande rammarico, confesso.<strong> In origine avevo detto parecchio anche su questi aspetti, ma come sempre avviene molte pagine sono state tagliate – il manoscritto era oggettivamente sterminato. Ad ogni revisione ho sottratto delle grosse parti sulle quali avevo trascorso mesi e mesi di lavoro di lima.</strong> È un processo che fa male al cuore di ogni autore, come ben sa di scrive narrativa, ma si tratta in fondo di rinunce necessarie alla fruizione dell’opera. Il Manzoni en plein air è ad ogni modo accessibile a tutti, volendolo approfondire; l’obiettivo di questo libro era svelarne la parte oscura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto, a tuo dire, la vita di Manzoni ha influito sulla sua opera? A tratti, mi pare, il contemplativo decapita il guerriero – e viceversa. In pratica, ti chiedo una riflessione sui termini opposti (ma riassunti, credo, drammaticamente, in Manzoni) ‘azione’ e ‘contemplazione’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un passo definisco Manzoni un <em>polytropos</em>, affibbiandogli l’aggettivo greco “dai molti giri” riferito a Odisseo, poveramente traducibile con l’italiano “multiforme”. Un oggetto d’indagine di questo tipo confonde la visione. Ma la mia sensazione è che <strong>il contemplativo e l’uomo d’azione abbiano agito in lui uno accanto all’altro, a ore alterne,</strong> in una singolarissima, stramba dinamica di compresenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale opera di Manzoni ti ha affascinato di più? Quale opera, in assoluto, ti ha aiutato a perfezionare la strategia narrativa per raccontare Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I teatranti perduti</em>, una composizione di medaglioni dedicati da Manzoni ciascuno alla vita di un parente stretto (genitori, nonni, zia…) è a mio giudizio un capolavoro del genere biografico. Oltre a essere una lettura coinvolgente che consiglio a tutti, è stata la mia fonte primaria, è grazie a questo libro che ho potuto ricostruire il background di Manzoni. Ho attinto lì interi episodi, e li ho trasfusi nel mio romanzo a volte senza neanche citarli come manzoniani, tanto si integravano in modo fluido nella mia trama. Virgolettare quei passaggi mi dava l’impressione di rovinare un piccolo miracolo<strong>… Rispetto alla seconda domanda, so che non è possibile non citare in via prioritaria il Limonov di Carrere, ma aggiungerei anche un classico della storiografia, <em>Stalin</em> di Robert Conquest, e poi, per motivi diversi, <em>True Story</em> di Michael Finkel e <em>La spada di Mishima</em> di Christopher Ross.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Matteo Bosi, &#8220;Ritratto di Gian Ruggero Manzoni&#8221;, fotografia, 2016</em></p>
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		<title>Gita negli USA con Thomas Wolfe, lo scrittore che nessuna scuola di scrittura predica, il genio dell’eccesso</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 05:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poiché era eccessivo, lo inseguii. Eccessivo nel corpo – alto due metri, massiccio – spericolato nell’esistere – padre dagli avi tedeschi, violento, volitivo, lui, ‘Tom’, fu studente sagace e disperato, dedito alla bottiglia e alla sfrenatezza grammaticale – isolato da quel talento, la letteratura, anomalo nel suo mondo di provincia – nasce a Asheville, Carolina [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché era eccessivo, lo inseguii. Eccessivo nel corpo – alto due metri, massiccio – spericolato nell’esistere</strong> – padre dagli avi tedeschi, violento, volitivo, lui, ‘Tom’, fu studente sagace e disperato, dedito alla bottiglia e alla sfrenatezza grammaticale – isolato da quel talento, la letteratura, anomalo nel suo mondo di provincia – nasce a Asheville, Carolina del Nord, nel 1900 – preso come un ‘mostro’. Quando la ‘Garzantina’ della letteratura era il mio solido platonico mi appuntai quel nome.<strong> Thomas Wolfe. Gli aggettivi con cui lo ornavano avrebbero sconfitto un bue: “eccessivo”, “involuto”, “ridondante”, “vertiginoso”. Al contrario, m’inondarono della sconfinata voglia di capire cosa avesse scritto quel tizio morto troppo giovane, nel 1938, </strong>che Sinclair Lewis, il primo autore statunitense a ottenere il Nobel per la letteratura (era il 1930), definì così: “Ha la possibilità di essere il più grande scrittore americano… in effetti, non vedo perché non potrei dire che è uno dei più grandi scrittori al mondo” (era il 12 marzo 1935, su <em>Time</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo amavo di Wolfe: la possibilità di essere ‘il più grande’, ma l’incapacità di stare negli argini della grandezza. Il suo talento bizzarro, imbizzarrito, senza briglie, senza ragione tecnica, irragionevole.</strong> <em>Innocente</em>. Posso usare questa parola?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di Thomas Wolfe – che negli Usa ha un ruolo di profezia (era adorato dai Beat, da Kerouac &amp; Co.) e di preminenza, al fianco di Faulkner, Hemingway, Fitzgerald – all’epoca c’erano soltanto chili di oblio. <strong>I suoi grandi, difformi, esagerati romanzi erano introvabili da ere:</strong> <em>Angelo, guarda il passato </em>(Einaudi, 1949; 1965); <em>La ragnatela e la roccia </em>(Mondadori, 1955);<em> Il fiume e il tempo: storia dell’insaziabile fame dell’uomo nella giovinezza </em>(Mondadori, 1958), <em>Non puoi tornare a casa </em>(Mondadori, 1962). Già i titoli mi davano i brividi. Li trovai. Razzia ciò che potevo. L’epica e il fango, la maceria e la merce d’argento e le marce nell’oro e nel bitume. <strong>Tutto puro – tutto sporco. Mi informai. Thomas Wolfe era uno scrittore dal genio indisciplinato. Passava giorni a far grandinare parole sui fogli. Poi si ubriacava. Non aveva ordine, ma tensione.</strong> Il primo romanzo, <em>Look Homeward, Angel </em>vagava oltre le mille pagine. Maxwell Perkins tentò di imbragare la tigre. Il grande editor di Hemingway e Fitzgerald, taglia di brutto, cuce, pubblica. Il romanzo – ridotto della metà – esce per Scribner’s nel 1929. Un successo. Che Wolfe, voluttuosamente, dilapida.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65324 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/il_ritorno9x13-217x300.jpg" alt="" width="148" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/il_ritorno9x13-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/il_ritorno9x13.jpg 269w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />“Lontano dalla chiarezza e lucidità critica di Joyce, egli scriveva per dare libero sfogo alla ‘furia’ che gli urgeva dentro”, scrive Igina Tattoni, antica studiosa di Wolfe.</strong> Nel 1997 l’editore Fazi, proprio a cura della Tattoni, pubblicano <em>Storia di un romanzo</em>, incontrollata lezione in cui Wolfe ci spiega il suo rapporto con la letteratura, l’emarginazione (“Nella mia città ero guardato come una pecora nera, un paria, un emarginato che aveva attaccato in modo crudele e selvaggio la sua gente”) a cui costringe l’atto letterario. Ci sono alcune frasi che ho sottolineato. Questa, ad esempio, sulla potenza ‘mostruosa’ della letteratura, magica, che spoglia di tutto. “La dimora del cuore, del cervello, di ogni fibra dell’uomo, il piccolo abitacolo della sua vita, non può reggere, non può assolutamente essere tanto capace e resistente da contenere tutta la furia d’un’urgenza creativa”. Poi questa, sulla meta sempre irraggiunta dello scrivere: <strong>“So che la porta non è ancora aperta, so che la lingua, la parola, il linguaggio che io cerco non è stato ancora trovato, ma credo con tutto il cuore di aver trovato la via, di aver aperto un varco, di aver mosso il primo passo”.</strong> E questo, sulla necessità di spremersi, esprimersi, sperimentarsi: “esplorare in primo luogo, per quanto possibile, le proprie risorse, limiti, possibilità di uomo e di artista, piuttosto che andare a scuola da qualcun altro per imparare a scrivere storie e opere teatrali e cercare di trarre dai libri di metodologia, da libri scritti da altri, la linea, la forma, il modello che dovrebbe trovare da solo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Thomas Wolfe è il contrario dello scrittore predicato nelle scuole di scrittura poco serie. Non scrive semplice, non organizza la trama, non progetta strategie narrative vincenti, è disordinato, ti fa disperare. Si butta con la canoa nella corrente fiammante della letteratura</strong> – ignaro di scogli, cascate, dirupi, tendendo l’occhio ciclopico verso l’ardore dei puma, la spazientita agilità dei cervi. I piccoli, grandi editori, in questi anni, hanno ritemprato l’opera di Wolfe (<em>Orgogliosa sorella morte</em>, per Mattioli 1885; <em>O Lost </em>per Elliot; <em>Ho una cosa da dirti </em>per Passigli; <em>Dalla morte al mattino </em>per CartaCanta; <em>Foglie d’America </em>per Corrimano; <em>Un’oscura vitalità </em>per PaginaUno); da poco, per la cura di Francesco Cappellini – che parla di testi “come cantate dalla voce sommessa e rauca di un Tom Waits”, e ha ragione, queste parole andrebbero cantate, con torva acquiescenza, a dar lumi alle oscurità – e la stampa delle edizioni di Via del Vento, è pubblica una raccolta di sketch dal titolo <em><a href="http://www.viadelvento.it/catalogo/scheda.php?libro=260" target="_blank" rel="noopener">Il ritorno e altre prose</a>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tentativi di ridurre in leggenda pop l’inenarrabile talento di Thomas Wolfe – il film <em>Genius</em> del 2016, firma Michael Grandage, con costellazione di star:</strong> Jude Law è Wolf, Colin Firth da Maxwell Perkins, Fitzgerald ha il viso di Guy Pearce, Nicole Kidnam è Aline Bernstein, musa, amata, amante di Wolfe e ottima scenografa – non hanno avuto esito editoriale in Italia. Meglio così. Alcuni autori vanno scoperti e nascosti, amati nei sottoscala.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le prose del <em>Ritorno </em>aprite <em>Prologo all’America </em>e fatene la vostra mappa. <strong>Scandito dalla domanda ossessiva “Dove andremo adesso, e che faremo?”, Thomas Wolfe ci porta in una dissennata gita per gli Usa, a Manhattan (“stanotte un milione di piedi si muovono verso questo regno fatato caduto dal cielo, la grande Medusa notturna</strong>, le luci incredibili delle stelle disseminate sono come incastonate nell’abito della notte stessa”), a Boston (“…le finestre appannate dal vapore acre degli hamburger; le dita annerite dei compositori, che inzuppano il loro pane raffermo nella fame e nell’inchiostro…”), Chicago (“chi viene con le tenebre alla terra maledetta, troverà la bellezza dell’inferno nella terra maledetta, la fucina di Caino nella terra maledetta, le vampe di Vulcano e la marea dello Stige… vasto limbo infestato di fumo del travaglio della terra e del lavoro dell’uomo”), fino a quel passo terminale, come se negli USA si riassumessero tutte le epoche, le terre, i volti, “La luna in fiamme sulle colline stanotte, lo sbattere della zanzariera, il rumore di un chiavistello che scorre e poi silenzio in diecimila cittadine, e la gente distesa al buio, che aspetta, che chiede, che ascolta, come noi… Dove andremo ora e che faremo? Perché c’è qualcosa che sta avanzando nella notte, e così presto sarà mattina, presto sarà mattina… oh America”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando Fitzgerald gli consigliava di ridurre il suo oceano verbale dentro qualcosa di esclusivo, alla maniera di Flaubert, Wolfe, che non attendeva altro, rispondeva, “…ma ci sono Cervantes, Shakespeare, Dostoevskij, autori che hanno incluso tutto…”. </strong>Si sentiva di quella famiglia, Thomas Wolfe. La sua voce è ancora inarrestabile, irrequieta, non chiede comprensione ma accoglienza, ispirata dall’infinità della vita. (d.b.)</p>
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		<title>D.H. Lawrence: genio incendiato o santone dei dilettanti? La parola a Geoff Dyer</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 05:35:11 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il ‘wagnerismo’ di D.H. Lawrence è di conio teutonico – non a caso la sua amata Frieda faceva von Richthofen di cognome, era ricca, era tedesca – appare negli scrittori totali come Goethe, i cui nipoti difformi sono Thomas Mann, Hermann Hesse, perfino Hermann Broch. Insomma, la scrittura come esercizio del pensare, l’idea che tra atto romanzesco e gesto saggistico non c’è distanza. <strong>Per questo, DH fu visto e inviso sempre come un tipo strano, un anglofono pavone, un santone, la cui fama si è stilizzata ne <em>L’amante di Lady Chatterley</em>, mentre la sua abilità difforme e da estremo dilettante nell’alternare romanzo, poesia, teatro, pittura, critica e filosofia fu intesa con sospetto. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto. Quando il prof di letteratura inglese ci diede da leggere <em>Figli e amanti </em>sbottai in conati di vomito retorico; d’altronde, <em>Il serpente piumato </em>m’era sembrato troppo lungo, troppa frittura rètro, meglio il Messico ubriaco di Malcolm Lowry. Eppure, fui edotto alla saggistica di Lawrence da Lorenzo Scandroglio, poeta lawrenciano, che si è dato alla montagna d’alta quota, fiero nel concetto che prima si vive poi semmai si scrive. Devo dire, in effetti, che DH, nonostante i pruriti dei critici – non è bravo come Proust, gli manca l’essenzialità di Kafka, non possiede gli abissi tematici dei russi <strong>– raccoglie entusiasmi editoriali – dei piccoli e dei grandi – anche in Italia, di cui era fan (oltre ai reportage dalla Sardegna e nei <em>Luoghi etruschi</em>, ha tradotto Verga), in cui una mole di opere è costantemente tradotta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Resistono, tuttavia, come un macigno le considerazioni di Mario Praz, siamo nel 1933, DH è morto da tre anni: “Carattere comune ai libri del Lawrence è una fondamentale irrequietezza, conseguenza d’un profondo dissidio interiore, essendo la sua una natura di uomo attivo inchiodata, per un capriccio di natura, su un punto morto di contemplazione. <strong>Intellettuale, anela alla vita istintiva e denuncia il corrompimento portato dal progresso e dall’intellettualismo, e finisce per crearsi una religione nuova (un naturismo mistico affine a quello del Rousseau e a quello del Blake) che fa centro della vita il divino mistero dell’esperienza sessuale, che sola impartisce una conoscenza immediata, non-mentale.</strong> La veemenza dei suoi attacchi contro il mondo moderno fa pensare a un puritano invertito. Se questa parte apologetica e polemica, salutata da alcuni come un nuovo vangelo, rappresenta dal punto di vista artistico un peso morto, che va accentuandosi nelle ultime opere, resta pur sempre nei volumi del Lawrence tanta freschezza d’impressioni di natura e tal felice penetrazione di caratteri e di situazioni, da meritargli un posto tra i più grandi scrittori moderni. Lo stile è ineguale: efficacissimo, quando non l’intorbidano le argomentazioni e non lo diluiscono certe monotone ripetizioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A esaltare la “parte apologetica e polemica” di DH, corpo vivo più che “peso morto”, ci pensa il mitico <strong>editore inglese Penguin che mette DH nelle mani di Geoff Dyer, tra i grandi scrittori in UK</strong>, assai ben tradotto in Italy (leggete, almeno, <em>Natura morta con custodia di sax</em>, stampa Einaudi, e <em>Sabbie bianche</em>, stampa il Saggiatore). Lo scrittore in <em><a href="https://www.penguin.co.uk/books/308/308779/life-with-a-capital-l/9780241344606.html" target="_blank" rel="noopener">Life with a Capital L</a> </em>(uscita in UK a fine mese) fa una antologia di saggi di DH:<strong> 500 pagine dalla freschezza invidiabile, che rischiano di giustificare l’eccessiva sintesi del poeta Philip Larkin, “Lawrence è il più grande scrittore di questo secolo, e per molti versi il più grande di ogni tempo”. </strong>Si sa, gli inglesi amano esagerare, amano le classifiche. Sotto, riportiamo alcuni brani dal saggio introduttivo di Dyer, anticipato <a href="https://www.newstatesman.com/culture/books/2019/01/our-perpetual-contemporary-digressive-prescient-brilliance-dh-lawrence-s" target="_blank" rel="noopener">su </a><em>New Statesman. </em>(d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65238 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg" alt="" width="129" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence.jpg 440w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Poco prima di scrivere questo saggio stavo con un amico a Joshua Tree, California. Nel tardo pomeriggio siamo saliti su una collina, sotto il sole cocente, verso un camper abbandonato. Escrementi di topi, dentro, ratti ovunque, nel letto, in cucina. Resti di una vita passata, domestica, insieme ai detriti di droghe usate per modificare quel rimorchio in un “orribile paesaggio sotterraneo dell’anima umana”.<strong> Immutato da milioni di anni, il paesaggio circostante, dorato, e il cielo di un blu profondo, erano tremendi. Su un tavolo all’esterno del camper, un’edizione senza copertina degli scritti di Edgar Allan Poe. Impossibile conoscere quale “storia orrenda dell’anima umana con le sue disgustose pene” si fosse svolta qui</strong>, ma il mistero era intrecciato ai pensieri di David Herbert Lawrence su Poe. Una quindicina di giorni prima, in Colorado, ho visto luoghi che paiono desunti dal saggio di Lawrence su Fenimore Cooper: “L’anima americana essenziale è dura, isolata, stoica, assassina”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1945 Philip Larkin dice a un amico che Lawrence è stato “il più grande scrittore del secolo, e in qualche modo il più grande scrittore di ogni tempo”.</strong> Nato cinque anni dopo Larkin, John Fowles, lo scrittore de <em>Il mago, </em>alza il livello ammettendo che Lawrence è “il più grande essere umano del secolo”. Visitando il santuario e il ranch di Lawrence a Taos, in New Mexico, nel 1939, W.H. Auden annota che “macchine di donne pellegrine salgono ogni giorno a riverirlo, mi chiedo come sarebbe stato dormire con lui”. La risposta l’ha data Kate Millett in <em>Sexual Politics </em>(1970), ed è stata certamente deludente. La sua analisi, arguta e crudele, ha messo a nudo le sciocchezze e la ‘pompa liturgica’ che aleggiava sulla cosa per cui Lawrence era diventato celebre, la sua scrittura sul sesso. Aggiungiamoci pure la sua infatuazione – seppure temporanea – per il culto proto-fascista del ‘leader con seguaci’ ed è semplice capire <strong>la ragione per cui la reputazione di Lawrence sia andata declinando dagli anni Settanta in qua. Per il breve periodo in cui è durata la sua vita (nato nel 1885, è morto di tubercolosi nel 1930, a 44 anni), Lawrence è riuscito a restare perversamente fuori luogo, fuori dalle mode della critica dominante.</strong> Questo non significa che non abbia avuto devoti. Ogni tentativo di difendere questo “uomo che bruciava come una torcia/ da una parte all’altra della sua vita” doveva cominciare denunciando la scarsa qualità di romanzi come <em>Il serpente piumato</em>, ma pure criticando alcune opere canoniche che, nelle sobrie parole di George Orwell, sono “difficili da superare”. Come romanziere, argomentavano, Lawrence ha raggiunto presto il picco con <em>Figli e amanti. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Balbettando istintivamente sull’<em>Ulisse </em>di Joyce (“Che razza di sforzo! Che fatica!”), Lawrence era migliore quando improvvisava, anche se ciò gli garantì la reciproca bassa opinione di Joyce: “Questo tipo scrive davvero male”. <strong>Lawrence ha riscritto più volte i suoi romanzi più importanti, l’uomo che ha disprezzato Joyce di essere “privo di spontaneità” è una specie di proto-Kerouac. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lawrence continua ad anticipare le nostre possibili obiezioni: <strong>“Che importa se è confuso? Cosa c’importa se è ripetitivo? Che importa se a volte non è interessante, quando ci sono parti così intense che all’improvviso aprono le porte facendo scaturire lo spirito in un mondo nuovo, anche se è un mondo antico!”. </strong>Una pagina dietro l’altra, i saggi rivelano che Lawrence è uno scrittore eternamente rinnovato: è il nostro perpetuo contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Geoff Dyer</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/d-h-lawrence-genio-incendiato-o-santone-dei-dilettanti-la-parola-a-geoff-dyer/">D.H. Lawrence: genio incendiato o santone dei dilettanti? La parola a Geoff Dyer</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Houellebecq è uno squalo, Alberto Savinio una foca e Borges il Michael Phelps della scrittura”: esplorazioni marine e letterarie con Valentina Fortichiari</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2019 05:24:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando faccio avanti-indietro in un rettangolo di 25 metri pieno d’acqua, le piastrelle, in basso, sono le tessere di un mosaico che accerchiano un Cristo Pantocratore in assenza, e nonostante le zaffate di cloro, mi sembra di essere in cielo. <strong>Tra il nuoto e il volo c’è qualcosa di simile, al di là dell’azzurro intorno: inabissarsi, forse, significa ascendere</strong>, e il nuotatore, in fondo, afferra l’acqua come fosse una corda, una geologia del vento. Ho sempre pensato che ci sia sintonia tra il nuoto e la scrittura: <strong>la grazia come esito dell’obbedienza (allenamento!), la traccia che infine l’acqua – o il tempo in cui portare a maturazione gli occhi – assolve e divora, il corpo simile a un ideogramma. Di questo rapporto, Valentina Fortichiari – che è stata nuotatrice agonista, che ha vissuto lavorando nell’editoria, che è, parole sue, “rabdomante d’acqua” e “scrittrice d’acqua”</strong> – ha fatto la trama dei suoi libri, da <em>Lezione di nuoto </em>(Guanda) a <em>Non ha mai quiete. Leonardo e l’acqua </em>(2015), fino a quest’ultimo, edito da Bompiani,<a href="https://www.bompiani.it/catalogo/la-cerimonia-del-nuoto-9788845296208" target="_blank" rel="noopener"> <em>La cerimonia del nuoto</em></a>, che comincia con un inno alla “magia del nuoto”, un repertorio dei rapporti simpatici tra gli scrittori e l’acqua <strong>(“Il nuoto occupava un posto significativo nella mente di Shakespeare. L’austero Goethe faceva il bagno tutto l’anno, persino di notte in pieno inverno</strong>, talvolta con pantaloni e panciotto, nel fiume che scorreva in fondo al suo giardino, a Weimar”), poi procede tra narvali (“l’unicorno dei mari”), squali, capodogli, cavallucci marini, foche (“Il vociare dei bambini la infastidiva, ma dopo tutto per lei era anche un modo per distrarsi, nel corso delle sue lunghe giornate sempre uguali e monotone. Ma il rumore no, quello no, proprio non lo sopportava”), con l’intenzione kiplinghiana d’intuire l’intimo della creatura. E poi ci sono racconti di creaturale nostalgia (<em>Mio padre, nuotando</em>). <strong>Così, con Valentina, dissennando lo smoking dell’intervista in muta oceanica</strong>, abbiamo giocato a fare un po’ di zoologia letteraria. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65187 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/cerimonia-nuoto-214x300.jpg" alt="" width="133" height="186" />Intanto, cara Valentina, cosa c’entra il nuoto con la scrittura? Io penso che c’entri con il fatto che si entra in un elemento primordiale ma anche alieno – l’immaginazione è l’acqua, la mente è liquida – e che bisogna definire una disciplina al passo narrativo. Dimmi tu, però.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, la tua è una interpretazione affascinante, alla quale non avevo pensato, grazie. <strong>Posso aggiungere che ‘per me’ nuotare e scrivere hanno in comune i sensi, che sono sempre in allerta, e dell’acqua fanno una bandiera di stile: rigore, essenzialità, levigatezza.</strong> L’acqua (e nuotare) mi ha aiutata ad&#8230;asciugare la scrittura, a lavorarla sino a renderla un osso di seppia, liscio, senza spigoli o scorie, levigato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrei fare un gioco. Avvicinare alcuni elementi che tocchi nel tuo libro (protagonisti del nuoto, animali marini) chiedendoti di paragonarli a scrittori o libri che ti riguardano. Cominciamo. Qual è il campione di nuoto che hai ammirato di più e qual è il ‘campione’ tra gli scrittori con cui hai lavorato, direttamente o meno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un gioco divertente, ci sto, proviamo. <strong>Nel nuoto ho ammirato Michael Phelps, per la sua nuotata di potenza e grazia, a farfalla (butterfly) o delfino che dir si voglia.</strong> Ma il campione americano, considerato il più grande nuotatore di tutti i tempi, era soprannominato “lo squalo di Baltimora”, forse perché non si è mai arreso, nella vita (cresciuto senza padre), nella carriera natatoria. Uno che ha lottato sempre, e anche questo di lui mi piace. <strong>Fra gli scrittori con i quali ho lavorato posso nominare solo l’indiano Vikram Seth, il più intelligente, vivace intellettualmente, divertentissimo. Era un piacere stargli accanto. È un grande nuotatore, che anche d’inverno nuota nella Serpentine a Londra, senza muta. </strong>Ha un passo lungo nella scrittura, al <em>Ragazzo giusto</em> (<em>The suitable boy</em>, il suo libro più importante e imponente), lavorò per una decina d’anni, con potenza, resistenza, grazia. Un romanzo paragonabile all’epopea dei grandi russi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A questo punto, chi è il Michael Phelps della scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In pratica ho risposto, nominando Vikram Seth, ma se proprio vuoi un altro nome, <strong>aggiungo il nome di Jorge Luis Borges, l’incomparabile. La sua fantasia è un volo di farfalla</strong>, che si posa ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale scrittore, tra quelli con cui hai lavorato o che hai amato, è lo squalo? Naturalmente, il gioco funziona perché mi devi dare una sommaria spiegazione che giustifichi l’analogia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che ho amato, che continuo ad amare (ho appena divorato <em>Serotonina</em>) <strong>Michel Houellebecq. È uno squalo doc, le cui peculiarità – come nell’animale marino – sono la sfida, la temerarietà</strong>, la potenza di parola e d’immagine, la distruzione dei falsi miti dell’umanità, l’odio, la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E il cavalluccio marino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E qui dovrei pensare alla delicatezza, alla grazia ancora (che a volte comunque io intendo come risvolto di garbo e carattere), alla mitezza, e persino all’inapparenza. Il cavalluccio marino deve imparare a difendersi da ogni predatore, viaggia lieve, lento, nuota e vola con le sue alucce, sa nascondersi e mimetizzarsi, è timido, non ama farsi vedere. <strong>È, fra le creature del mare, forse il mio preferito. Dunque è difficile, ma io vedo Robert Walser, che lasciò dopo pochi passi sulla neve – morendo – impronte lievi.</strong> Ma che lezione nella scrittura.</p>
<figure id="attachment_65188" aria-describedby="caption-attachment-65188" style="width: 206px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65188" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/fortichiari-236x300.jpg" alt="" width="206" height="262" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/fortichiari-236x300.jpg 236w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/fortichiari-768x976.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/fortichiari.jpg 783w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /><figcaption id="caption-attachment-65188" class="wp-caption-text">Lei è Valentina Fortichiari, autrice de &#8220;La cerimonia del nuoto&#8221;, oggi, in una fotografia di Arturo Zavattini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>E il narvalo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oh qui siamo quasi nella natura preistorica degli esseri marini, il narvalo, quell’animale dotato di un grande dente che usa per combattere, e che lo rende così bello a vedersi. A me fa davvero pensare a un essere antidiluviano, e poi vive nel grande Nord. Non è facile, sai?  <strong>Quale scrittore o scrittrice ha il passo del grande Nord oppure rappresenta le radici irrinunciabili delle nostre letture? Potrei dire Salgari, che a me ha dato un imprinting magico da bambina,</strong> per l’avventura, la fantasia esuberante, la presenza del mare in ogni suo libro. Ma la mole, la scoperta della letteratura da assaporare lungamente, una scrittura lenta, maestosa, che si muove come il narvalo e occupa lo spazio di lunghi giorni e continua nella testa, lasciando segni indelebili, appartengono a Flaubert, Tolstoj.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A chi pensi pensando al “capodoglio solitario” e a chi pensi immaginando Moby Dick?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il capodoglio solitario e la balena bianca, rarissima. Spesso si muovono senza compagnia e amano stare soli. Rappresentano il mare nella sua essenza più nobile, misteriosa, sconosciuta, abissale.<strong> Non posso che nominare i grandi scrittori del mare che amo da sempre, Melville, Stevenson, con le loro sinfonie delle profondità, ma – di recente – anche due libri magnifici: </strong><em>Leviatano</em> di Philip Hoare (Einaudi) e I<em>l libro del mare o come andare a pesca di uno squalo gigante</em> di Morten A. Stroksnes (Iperborea).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In alcuni racconti, dimostri un certo fascino per il Nord, estremo. Ecco, chi è lo scrittore italiano più ‘nordico’ secondo te, che ha la tenacia e l’abisso di un fiordo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si, adoro i mari e i cieli del grande Nord. Se mi dici italiano non posso comprendervi Alice Munro e i suoi racconti, che mi hanno dato una felicità di lettura simile a quella provata con Cechov. <strong>Allora vorrei dire, senza esitazioni, Italo Calvino. Non è nordico, ma ligure, eppure la fantasia, la tenacia, la follia, l’abisso, la mutevolezza, io li sento.</strong> Pensa solo ai racconti de<em> I nostri antenati</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore come foca: dammi un nome. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La foca giocherellona, <strong>la vitalità immaginifica, le acrobazie linguistiche: Alberto Savinio. E gli metto vicino Cesare Zavattini</strong>, non suoni scandaloso. I due hanno molti elementi comuni, più di quanto non sembri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiudo. Un giudizio sulla letteratura italiana di oggi. Siamo in mare aperto, in un oceano ignoto, o in un tranquillo lago casalingo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho nessun titolo per giudicare, ma propenderei per… un tranquillo lago casalingo. Ma tu sai che il lago ha profondità che nascondono sorprese e a volte pericoli.<strong> Le acque di un lago non sono mai tranquille, e per nuotarci bisogna stare accorti. Magari un Loch Ness se ne sta sul fondo, pronto a stupirci.</strong> Nell’attesa, io continuo a leggere e rileggere Guido Morselli, la cui ‘tenuta’ letteraria oggi è sorprendente.</p>
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		<title>Quando l’FBI spiava gli scrittori. Sotto accusa: Hemingway, Truman Capote, Ray Bradbury, Norman Mailer…</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2019 05:24:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Problemi di pruderie? C’è qualcosa di giusto, di assolato, di sano in questo libro ‘accademico’ ma decisamente accattivante, pubblicato dalla MIT Press, Writers Under Surveillance, in cui tre studiosi e giornalisti di MuckRock – progetto che legge, elabora e discerne dati desecretati, files degni di giornalismo – JPat Brown, B.C.D. Lipton e Michael Morisy, hanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-lfbi-spiava-gli-scrittori-sotto-accusa-hemingway-truman-capote-ray-bradbury-norman-mailer/">Quando l’FBI spiava gli scrittori. Sotto accusa: Hemingway, Truman Capote, Ray Bradbury, Norman Mailer…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Problemi di <em>pruderie</em>? C’è qualcosa di giusto, di assolato, di sano in questo libro ‘accademico’ ma decisamente accattivante</strong>, pubblicato dalla MIT Press, <em>Writers Under Surveillance</em>, in cui tre studiosi e giornalisti di <em>MuckRock </em>– progetto che legge, elabora e discerne dati desecretati, files degni di giornalismo – JPat Brown, B.C.D. Lipton e Michael Morisy, hanno messo in fila gli “FBI Files” che riguardano una dozzina di scrittori di pregio. I grandi. I grandi scrittori americani del secondo Novecento. <strong>Che venivano seguiti e spiati dall’FBI, la polizia federale del governo statunitense, “con lo stesso scopo che aveva la Stasi in Germania Est, ‘conoscere tutto di tutti’, obbedienti al principio che chiunque avesse messo in discussione la beata American Way of Life era degno di essere schedato e investigato”</strong> (così Douglas Kennedy in un ottimo articolo pubblicato da ‘New Statement’: <a href="https://www.newstatesman.com/culture/books/2019/01/dangerous-minds-writers-hounded-fbi" target="_blank" rel="noopener"><em>Dangerous minds, the writers hounded by the FBI</em></a>). In fondo, la democrazia americana e il comunismo sovietico, quanto a spiate e a spioni, non furono diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65005 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/FBI-230x300.jpg" alt="fbi" width="156" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/FBI-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/FBI.jpg 550w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />C’è qualcosa di sano, dicevo. Perché la scrittura nasce per destabilizzare l’ordine, non per costituirlo – lo scrittore solleva il nastro adesivo della retorica statale, statuaria, per assegnare un altro valore alle parole, per lanciare frasi come fiocine</strong>. C’è qualcosa di sano nel riconoscere che lo scrittore è un ‘pericolo pubblico’, perché è pericoloso costruire narrazioni rette dalla contraddizione, che obbligano a sintesi spietate, a una conversione radiosa dei propri fantomatici credo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma al potentissimo J. Edgar Hoover, ribattezzato <em>that old cocksucker</em> dal Presidente Nixon – se non capite, smanettate, letteralmente, su Google Traduttore – cosa importava degli scrittori? Era terrorizzato perché gli scrittori mettevano in crisi la sua personalità, ambigua – omosessuale presunto, probabile amante del travestitismo, cinto da una battuta fulminante, che girava nei bordelli di New York: “Hoover gay? Ma va’, per niente. Il suo ragazzo è gay…”.<strong> Ce l’aveva con gli scrittori omosessuali e con gli scrittori comunisti. Se poi erano omosessuali-comunisti andava in estasi poliziesca. </strong>Di certo, diversi agenti erano pagati per seguire gli scrittori ‘segnati’: le segnalazioni sono così tante e variopinte da poter costruire un quartiere di grattacieli. Ecco gli scrittori – alcuni, i più importanti – che minavano la sicurezza di Stato, secondo l’FBI.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aldous Huxley: </strong>“promuove la pratica degli allucinogeni”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ernest Hemingway: </strong>era ritenuto un collaborazionista, comunista, colluso con Cuba. Diceva che Hoover era un “mediocre nazista” e che i suoi investigatori fungevano da “cavalleria franchista”. Alla foce del disturbo mentale che lo porta al suicidio sembra esserci il timore di essere spiato ovunque. In un dispaccio a Hoover del 13 gennaio 1961 si legge: “Il Sig. Hemingway ora si premura di farsi registrare in clinica sotto falso nome, è preoccupato per una indagine dell’FBI a suo danno”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allen Ginsberg: </strong>apertamente omosessuale, ritenuto “pericoloso” dal 1965, all’East Village spinge per la legalizzazione della marijuana. Così gli estratti di una scheda di un investigatore infiltrato a un comizio: “portava sandali alla giapponese e ha pronunciato preghiere indù rivolte a Shiva… Ginsberg ha parlato di Shiva come del dio della meditazione e dello yoga. Ginsberg ha predetto che in cinque anni gli Stati Uniti avrebbero legalizzato la marijuana”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Truman Capote: </strong>investigato, in apparenza, per la sua ambiguità sessuale e per aver fatto parte di un gruppo a supporto di Cuba contro gli Usa. Lui rideva, “ho sconvolto Hoover”, diceva, ammiccando, perché “ho rivelato la sua relazione omosessuale. In cambio, ha prodotto 200 pagine di indagini contro di me”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ray Bradbury: </strong>cosa c’entra l’autore di <em>Fahrenheit 451</em> negli schedari dell’FBI? La vicenda è grottesca. In pieno timore cubano, qualcuno, nel 1968, fa la ‘soffiata’ a Hoover: pare che lo scrittore voglia recarsi illegalmente a Cuba. Così, mettono sotto osservazione Bradbury. Esito del rapporto: “Le nostre fonti che hanno familiarità con le azioni di Cuba non sono in grado di confermare il viaggio”. Una bugiardata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Susan Sontag: </strong>un fascicolo sulla scrittrice è stato aperto in seguito alla sua visita ad Hanoi, durante la guerra in Vietnam. Aveva osato criticare “l’intervento americano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gore Vidal: </strong>omosessuale e autore di opere problematiche. Lo seguono dal 1960, e quando va in scena a Broadway <em>The Best Man</em>, una satira sulla politica americana, un segugio è in prima fila. Piglia la penna, scrive al suo superiore. “Inutile, stramba, del tutto ingiustificata, farà infelice Hoover”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Norman Mailer: </strong>seguito dal 1962, per 15 anni, su diretta iniziativa di Hoover che pretendeva “un dossier su Mailer”. Viene ritenuto un comunista di platino. Nel 1969 Hoover comanda di leggere e censire il libro di Mailer, <em>Miami and the Siege of Chicago, </em>che contiene riferimenti all’FBI. “Il libro è scritto nel solito stile osceno e grave con dichiarazioni sgarbate, del tipo che ci si possono attendere da Mailer, sull’FBI e il suo direttore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ayn Rand: </strong>anche Ayn Rand, nonostante sia anticomunista, è seguita dall’FBI. Il problema, in questo caso, è un articolo pubblicato sul <em>Saturday Evening Post</em>, “indica che la scrittrice è atea”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che stupisce è che in fondo, infine, è che è davvero una mera questione di <em>pruderie</em> e di sciatto opportunismo, un valzer delle moine e delle manfrine. Non siamo al cospetto di scrittori sentitamente ‘rivoluzionari’, non esistono esagitati D’Annunzio, spesso sono comunisti per vezzo – è bello fare il comunista lontano dalle fauci moscovite. <strong>Sul voyeurismo di Hoover bisognerebbe scrivere un romanzo. Sul voyeurismo dei ‘servizi segreti’. Quanto al resto, è esistita un’epoca in cui gli investigatori leggevano i libri,</strong> andavano, per oneri di lavoro, a teatro, scrivevano recensioni. Senza farsi una cultura, evidentemente. (d.b.)</p>
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