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	<title>Droga Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il crogiolo dei sogni. Sulla poesia di Jim Carroll, il cattolico punk</title>
		<link>https://www.pangea.news/jim-carroll-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 04:22:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
		<category><![CDATA[Frank O&#039;Hara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima raccolta di Jim Carroll s’intitola Organic Trains. Esce nel 1967 per la tipografia Penny Press di New York in 500 copie, “la maggior parte delle quali perdute dallo stampatore”, ricorda l’autore, con tratti di aristocratico menefreghismo. La plaquette raccoglieva sedici poesie, dedicate alla giovane attrice Linda Cambi, con una frase epigrafica di Frank [&#8230;]</p>
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<p>La prima raccolta di<strong> Jim Carroll s’intitola <em>Organic Trains</em>. Esce nel 1967 per la tipografia Penny Press di New York in 500 copie</strong>, “la maggior parte delle quali perdute dallo stampatore”, ricorda l’autore, con tratti di aristocratico menefreghismo. La plaquette raccoglieva sedici poesie, dedicate alla giovane attrice Linda Cambi, con una frase epigrafica di Frank O’Hara, guru poetico di Jim, in copertina: “A te offro il mio scafo, la sbrindellata corda della mia volontà”. La raccolta – ora amuleto per collezionisti – portava le stimmate, piuttosto, di una disperata precocità: James ‘Jim’ Dennis Carroll era nato a New York City nell’agosto del ’49, era un ragazzotto magro, già esangue, indefinito dall’abuso, talentuosissimo, di anni diciotto. Roba da <em>Rebel Without a Cause </em>con casistica sportiva appresso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="656" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-656x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96111" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-600x936.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745.jpg 692w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></figure>



<p>Studente della Trinity School, poi della Columbia, Jim era un genio della pallacanestro, un asso. <em>Organic Trains</em>, placca combinata in clandestinità – di cui qui proponiamo alcuni testi –, tagliò fuori i maneggi lirici dell’epoca – neoagricoli, neofricchettoni, neoclassici –: quasi subito il ragazzo cominciò a pubblicare sulla “Paris Review”. <strong>Gli <em>11 Trains</em> che compongono il corpo del libro sono autentici <em>trip</em>: Jim alterna i tiri da tre e le terzine all’eroina</strong> – sui paradisi artificiali di Baudelaire grava però l’isteria esistenziale del nostro tempo, la bellezza di una dannazione cercata al millimetro, lo sfoggio di sé come corpo crocefisso. Jim Carroll sognava Rainer Maria Rilke, gli angeli con le spade al braccio, tremendi, e i romanzi allucinati di Burroughs, sarebbe stato bene tra i vampiri di Abel Ferrara.</p>



<p>Il resto è ciò che si sa: il ragazzino dal viso da efebo, da re effemminato, idolatrato da Jack Kerouac che entra nell’orbita di Andy Warhol, la pubblicazione, <strong>nel ’78, del romanzo epico-lisergico <em>The Basketball Diaries</em> e poco dopo, con la complicità di Patti Smith, il primo disco della The Jim Carroll Band, <em>Catholic Boy</em>:</strong> è il 1980 e a produrre l’identità cantante di Jim è Keith Richards. Ci muoviamo nei meandri oscuri di Lou Reed, ovvio, nella poltiglia di verbi&amp;canzoni di Leonard Cohen, ma in Jim Carroll c’è qualcosa di inderogabilmente <em>bianco</em>: muta necessità della purezza, l’eros del quietismo, l’immacolato tossico.</p>



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<p>Rapidamente, Jim Carroll diventò un mito – troppo profetico per essere assunto tra i beat, troppo estroso per restare nell’ambito underground, troppo colto per giocare alla controcultura. I libri del <em>poet and punk musician</em>, l’impuro cattolico, furono sempre roba catacombale, da poeti estinti; nella puritana America di oggi le estreme purezze di Jim sono dorata eresia. Certo, Jim Carroll fu circoscritto a quel singolo, singolarissimo libro, gli acidi diari del basket, passati in Italia come <strong><em>Jim entra nel campo di basket</em> (a cura di Tiziana Lo Porto, ri-editi da minimum fax nel 2019)</strong>; e Jim restò eternato nel viso rimbaudiano di Leonardo di Caprio, che lo interpreta nel film del 1995, diretto da Scott Kalvert, <em>The Basketball Diaries</em>, appunto, con, tra gli altri, Mark Wahlberg e Juliette Lewis. Non proprio un film di Gus Van Sant.</p>



<p>Jim Carroll, cioè, cugino strafatto di Lautréamont, è soprattutto, in sostanza, poeta: <em>Living at the Movies</em> (1973), <em>The Book of Nods</em> (1986) e <em>Void of Course</em> (1998) sono i suoi vangeli abbacinanti. Quanto al resto: morì nel 2009, era l’undici settembre, troppo giovane eppure troppo vecchio, istrione di un’era istoriata di estremismi, per lo più chincaglieria. Il vagabondo del Dharma, il folle del dio metropolitano, la notte oscura dell’eros-eroina, aveva lasciato spazio al broker, al dandy d’alta finanza, al ricco sfondato in cerca di Marte. Jim Carroll, semplicemente, era il demiurgo del proprio io, segugio del Padre con la Via Lattea che gli sgorga tra le dita, e la lecca certo che, come sapevano i sapienti presocratici, la vera vita è nel sogno, i vivi sono morti ambulanti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96112" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Naturalmente, delle poesie di Jim Carroll in Italia non v’è traccia.</p>



<p>***</p>



<p><em>Il crogiolo dei sogni</em></p>



<p>Quando una gioia arriva<br>svanisce all’istante:<br>non per propria frenesia<br>ma per il gergo della mente.</p>



<p>quali corpi si ergono alla primavera<br>dell’assurdo? quali mammelle?<br>chi sono questi uomini che mi puniscono<br>perché cammino sulla cenere?</p>



<p>Filistei gettano sassi<br>contro di noi fino a tremarne<br>e periscono al cospetto dell’inizio.<br>scuri teschi che contengono la loro razza.</p>



<p>la luce della città<br>calcifica archi d’argento, l’orrore.<br>la luce del sole è oscura sui binari<br>scintille dietro i vetri. nessun viso.</p>



<p>ti ho visto, una volta, dalla finestra<br>sconfitta da una danza di dita pettegole<br>capelli biondi che fluiscono in oceani lunatici.<br>ancora piccola e priva di moto. mentre salta</p>



<p>tra stanze inumidite di malva, il crogiolo<br>degli stemmi della follia. due bibbie nel bunker.<br>calore che volteggia tra gli alberi ossificati:<br>rancido è il tuo compagno.</p>



<p>ci siamo incontrati sulla bocca dei cavalli<br>in montagna. (non devi<br>lasciarla). reclusi tra pini e lupi<br>vento che forgia vite nella pietra</p>



<p>(esegue un coro che si annoda alla tua<br>immagine. continuiamo a restare gli stessi<br>nel mutamento. come quando l’agave matura<br>e scopri che il tempo è iniquo</p>



<p>che la nostalgia sprofonda nel miele<br>nei campi dell’obliquo. lei concede<br>al cavallo di amarla. ti convincerà<br>a fare lo stesso).</p>



<p>devo accompagnarti sempre nello stagno<br>(o era un fiume, o un oceano) dove ci siamo<br>tuffati, dalla soglia del recinto?<br>abbiamo nuotato per scoprire che ha un ritmo<br>muschioso il nostro corpo, come pinne di squalo<br>che caute appaiono nelle maree insanguinate.</p>



<p>i tuoni gelano le giungle<br>degli eterei pittori. lo<br>sceriffo ci arresta mentre elemosiniamo<br>allo straniero (e non torni in città)</p>



<p>ti sei rifiutata di disobbedire<br>ai padri che presiedono il tuo concepimento.<br>ero così certo quando sei apparsa<br>abbiamo vagato così a lungo ho dimenticato</p>



<p>che sei soltanto il resto di una vita<br>forse non ti toccherò più<br>(non più il colore delle cosce<br>non più il dolore nella cenere)</p>



<p>fa male ciò che non svanisce<br>all’istante – la cosa che non ritorna<br>al suo principio e non muore nel sangue:<br>invariabile, infesta il crogiolo dietro gli scudi</p>



<p>della militare luce del giorno.</p>



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<p>*</p>



<p><strong><em>11 treni</em></strong></p>



<p><em>Primo treno (per D.C.)</em></p>



<p>i cavalli trascinano<br>obbiettivi boriosi lungo i tunnel<br>questi obbiettivi sono uno dei<br>pensieri che sbattono in fondo al giorno.<br>l’altro pensiero è amore emozione<br>non razionale come i cavalli.<br>mi muovo tra i carghi della metro cerco<br>la carota gioiello per nutrire questo coniglio<br>che con suprema abilità ho intrappolato<br>in una gabbia la settimana scorsa.<br>probabilmente il coniglio è la chiave di tutti<br>i pensieri emotivi, benché questo<br>sia il metodo peloso adottato<br>dagli animali lungo la storia.<br>se esamini l’elefante<br>puoi capire cosa intendo. e<br>gli elefanti hanno il pelo irto.</p>



<p>questo è il tempo dei volgari palloni<br>metereologici liberi di rubarci<br>la fragile luce del sole che è ci aspetta per<br>domani.<br>le bianche strisce della tigre<br>fissano le gomme<br>a coppie. gli alberi<br>l’ira della vernice rubata<br>chiarificata ora. Nolde<br>luce che filtra<br>tra gli arcadi porticati nell’ottantunesima strada<br>non c’è dubbio implorano cioccolatini dalle madri.<br>ma noi ci accasciamo evitando<br>le enormi lance di seta della peculiare morte</p>



<p>*</p>



<p><em>Secondo treno (per Frank O’Hara)</em></p>



<p>Oggi alla stazione di Long Beach<br>ogni cosa è straordinariamente bianca<br>e la sabbia filtra nelle mie scarpe da tennis<br>questo è il modo in cui vanno le cose<br>ultimamente così avvertono<br>gli orologi che mi cadono addosso<br>così tutto ciò che ho sentito furono 8 colori come<br>i miei orologi da polso che si schiantano nella guancia del cielo.<br>gli orologi simboleggiano la sicurezza<br>e mi ricordano Frank O’Hara. Frank<br>O’Hara mi ricorda molte cose<br>meravigliose, la luce vaniglia, ad esempio,<br>distillata dai suoi occhi gennaio.</p>



<p>*</p>



<p><em>Decimo treno</em></p>



<p>no!</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; siamo entrambi stanchi delle fantasie dello zoo<br>voglio che il mio leone</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; diventi reale e muova il cranio</p>



<p>lontano da me come fa il ghepardo</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; così sexy</p>



<p>lascia che si impongano i tuoi capelli<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; anche se non sono altro che vento.<br>l’aria è perseguitata dal caldo.<br>un calore che resta negli ultimi vagoni della metro<br>fino al mattino quando non si converte in menta</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; e terrore innocente.</p>



<p>gemono le isteriche intuizioni!<br>colombe istituzionali voltano nei patti viari</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; dell’oro innocente</p>



<p>come un esercito di madri mobilitate dalla propria</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; gravidanza,</p>



<p>siamo più vicini alla morte che all’amore<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (più vicini alla notte: respiriamo deserti)<br>eppure, vigilano con attenzione le stagioni<br>ed è certo, passeremo tutti un’altra settimana<br>di stimolazione anticipata? l’origine che ci<br>conduce alla luce si muove nervosamente<br>come il tuo sussurro<br>su un lastricato di pini.</p>



<p><strong><em>Jim Carroll</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Nei vestiboli dell’ebbrezza da Lsd”. I viaggi lisergici di Ernst Jünger</title>
		<link>https://www.pangea.news/junger-hoffman-lsd-carteggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 05:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Hofmann]]></category>
		<category><![CDATA[carteggio]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Jünger]]></category>
		<category><![CDATA[Giometti & Antonello]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lsd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Galeotto fu il vasetto di miele. Albert Hofmann, chimico intrepido, vince il residuo pudore: il 29 marzo 1947 spedisce a Ernst Jünger, “per il suo compleanno”, un vaso di miele. Jünger, quel giorno, compie 52 anni ed è già un mito, lo scrittore austero e assoluto di Nelle tempeste d’acciaio, Foglie e pietre, Sulle scogliere [&#8230;]</p>
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<p>Galeotto fu il vasetto di miele. <strong>Albert Hofmann, chimico intrepido, vince il residuo pudore: il 29 marzo 1947 spedisce a Ernst Jünger, “per il suo compleanno”, un vaso di miele. Jünger, quel giorno, compie 52 anni ed è già un mito</strong>, lo scrittore austero e assoluto di <em>Nelle tempeste d’acciaio</em>, <em>Foglie e pietre</em>, <em>Sulle scogliere di marmo</em>, l’avventuriero che riassume in sé, andando al di là, oltre le profezie, l’istinto di Nietzsche e il rigore di Goethe. Hofmann è un suo fan. “Gli scrissi una lettera quale lettore riconoscente”, ricorderà, qualche decennio dopo.</p>



<p><strong>Nel 1938 Hofmann, nel suo laboratorio di Basilea, sintetizza “la dietilammide dell’acido lisergico”. In sintesi, scopre l’Lsd, la droga più famosa del secolo. </strong>Soltanto nel 1943, però, quasi per caso, decide di provare la sostanza su di sé. L’esito è sconvolgente. Il 1947 è un anno decisivo perché per la prima volta Hofmann descrive su una rivista specializzata gli effetti fisici dell’“<em>horror trip</em>”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“stordimento, distorsioni della vista (i volti degli astanti somigliavano a delle maschere dipinte in forme grottesche), viva agitazione alternata con paresi, freddo…”.</strong></p></blockquote>



<p>Nello stesso anno Werner A. Stoll scrive il primo articolo scientifico sull’Lsd, collegandolo ai poteri alchemici della creazione artistica (“Mi sentivo unito ai romantici e ai sognatori di ogni epoca, pensai a E.T.A. Hofmann, vidi il maelström di Poe…”).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="682" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/1_sIqgfx85lZtRBagvyxRCvg-682x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93672" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/1_sIqgfx85lZtRBagvyxRCvg-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/1_sIqgfx85lZtRBagvyxRCvg-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/1_sIqgfx85lZtRBagvyxRCvg-600x901.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/1_sIqgfx85lZtRBagvyxRCvg.jpg 719w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></figure>



<p>Dopo una serie di cartoline convenzionali, Hofmann affronta di petto la questione con Jünger nel febbraio del 1948. Lo scienziato espone al poeta le meraviglie dell’Lsd (“Se si paragona la nuova sostanza ad altre che sviluppano effetti simili, colpisce innanzitutto la sua straordinaria efficacia”) le cui “allucinazioni cromatiche e gli umori” confermerebbero “la teoria dei colori di Goethe”. Poi si sbottona, denudando l’idea di un tour nel profondo Tibet:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“con una specialità del genere in tasca magari vedremmo schiudersi l’accesso a persone e a eremi che altrimenti resterebbero inaccessibili”.</strong></p></blockquote>



<p>Jünger, al principio, non abbocca. “Le mie esplorazioni sono terminate con l’hashish, che conduce a uno stato molto piacevole, ma spesso anche maniacale”, scrive il 3 marzo del 1948. E specifica, “mi sono lasciato alle spalle la sperimentazione diretta da molto tempo. Di fatto si tratta di esperimenti con i quali prima o poi si entra in camere davvero pericolose”. Le perplessità dello scrittore sono di ordine pratico: Jünger cerca una sostanza che dilati la sua facoltà immaginativa, senza stordirla, “la prestazione creativa esige una coscienza vigile, e che si affievolisce quando è sotto l’influsso delle droghe”. C’è da credergli. Quell’anno Jünger è preso dalla sua creazione più ardua, <em>Heliopolis. </em>Tra i cui fogli è adombrato un omaggio al chimico svizzero: nella biblioteca fantomatica di Antonio Peri, che “catturava i sogni, come altri danno la caccia alle farfalle”, appare un tomo di farmacologia “di Hofmann-Bottmingen…”.</p>



<p><strong>Jünger incontra per la prima volta Hofmann nell’ottobre del 1949; un paio di mesi dopo il chimico riemerge allucinato dalla lettura di <em>Heliopolis</em>, “sembra inesauribile”, è “il <em>Faust</em> dei nostri giorni”.</strong> L’amicizia è matura al punto giusto per un <em>trip</em>. Il primo viaggio a base di Lsd accade, dopo lenta preparazione, nel febbraio del 1951, a casa di Hofmann, a Bottmingen, Svizzera, con le “note del concerto per flauto e arpa di Mozart” in sottofondo. Jünger fu allietato dai “colori di mandala orientali”, lo scienziato era “in viaggio presso le tribù berbere del Nord Africa e contemplavo le carovane colorate e le oasi lussureggianti”. Dopo il viaggio nei paradisi artificiali, i due si avventarono sull’“ottima cena”, bevendo vino di Borgogna a go-go.</p>



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<p>L’allucinazione condivisa consolidò un’amicizia inimitabile, “ci ha uniti l’esperienza dell’accesso nei vestiboli dell’ebbrezza da Lsd”, così sigilla quel momento Hofmann, nella lettera del 22 febbraio 1951. Entrambi, racconteranno con piglio diverso l’esperienza: il chimico in <em>Lsd, il mio bambino difficile </em>e Jünger nel suo studio sulle droghe, <em>Avvicinamenti. </em>L’epistolario tra i due, però, uno dei libri rari <strong><a href="https://www.giometti-antonello.it/scheda_junger_hoffmsnn.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">stampati da Giometti &amp; Antonello, <em>Lsd. Carteggio 1947-1997</em>,</a></strong> ci permette di ricostruire le quinte di un’avventura catartica. Hofmann e Jünger furono i pionieri del regno dell’ebbrezza lisergica, i primi colonizzatori della “conoscenza mistica dell’essere”. Quando arriveranno i Beat e i Beatles, Timothy Leary e la sgangherata squadriglia capeggiata da Allen Ginsberg, quando l’Lsd diventerà una droga pop, sarà la fine della santa liturgia onirica. “<strong>Negli Stati Uniti il culto dell’Lsd è diventato oggetto di dibattito nazionale”, scrive Hofmann nel 1966, sconsolato per la “profanazione di una droga sacra”.</strong> Jünger, in risposta, nicchia, “<em>Non lo dite a nessuno, solo al saggio</em>: ciò vale anche davanti a questa profanazione”. L’idea di una nuova, fosforescente Eleusi per ispirati va a farsi benedire.</p>



<p>Il 7 febbraio del 1970, a Wilfingen, Hofmann e Jünger condividono il secondo “viaggio con l’Lsd”. “Un gran viaggio”, scrive Hofmann; “si stava bene nel blu trascendentale”, gli fa eco Jünger. Lo scrittore ha 75 anni. Resisterà ancora a lungo. Per i suoi 101 anni, nel 1996, Hofmann regala a Jünger un fungo cinese, “antichissimo simbolo di fortuna”. Ne sono passate di allucinazioni dal vasetto di miele… I due, lo scrittore e il chimico, hanno una scorza formidabile, temprata dalle droghe. Jünger muore nel 1998, un mese prima di compiere 103 anni; Hofmann se ne va nei paradisi dell’oltremondo a 102 anni, nel 2008. Complimenti ai nonni lisergici.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="483" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/4118789.jpg" alt="" class="wp-image-93673" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/4118789.jpg 483w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/4118789-242x300.jpg 242w" sizes="(max-width: 483px) 100vw, 483px" /><figcaption>I nonni lisergici&#8230;</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p><em>Da Albert Hofmann a Ernst Jünger (Kirchhorst) Bottmingen, 9 febbraio 1948</em></p>



<p>Stimatissimo signor Jünger!</p>



<p>La sua lettera, arrivata proprio il giorno del mio compleanno e per cui la ringrazio di cuore, mi ha procurato un immenso piacere. La possibilità di venire in possesso del suo manoscritto la considero una fortuna che credo di meritarmi solo in quanto quasi nessun altro può trarre più piacere di me da uno scritto simile.</p>



<p>Poiché lei, dopo gli accenni del signor Mohler al mio nuovo allucinogeno, ha manifestato interesse per questo argomento, mi permetto di allegarle un estratto del primo lavoro clinico sull’Lsd.</p>



<p>Come chimico mi occupo da diversi anni dei principi attivi della segale cornuta, una droga che trova applicazione medica già dal Medioevo. La segale cornuta, quei cornetti neri che a volte si tro- vano sulle spighe di segale, è un’escrescenza sul chicco causata dal fungo filamentoso Claviceps purpurea. Nel Medioevo era anche la causa delle tanto temute epidemie di ergotismo durante le quali le membra degli infestati diventavano nere e cadevano. Queste vecchie droghe delle streghe sono ricche miniere per i chimici organici. (…) Anche la dietilammide dell’acido lisergico (Lsd), che all’inizio ho sintetizzato per utilizzarla in sala parto e il cui singolare effetto psichico è stato scoperto per caso solo in seguito, è una variazione dei principi naturali della segale cornuta. Se si paragona la nuova sostanza ad altre che sviluppano effetti simili, colpisce innanzitutto la sua straordinaria efficacia. Per generare uno stato di ebbrezza ne basta circa un decimo della quantità necessaria di morfina o cocaina e un decimillesimo di una dose attiva di mescalina. Durante il mio primo, intenzionale esperimento su me stesso, con una frazione di un millesimo di grammo già credevo di avere oltrepassato la «stazione di dogana». Qualitativamente, l’effetto eidetico, la potenza di evocare immagini interiori, sembra essere per esempio lo stesso della mescalina. Altre due esperienze impressionanti dell’ebbrezza da Lsd sono l’estraniamento dal proprio corpo – la mente e la coscienza sembrano staccate da tutto ciò che è corporeo – e la perdita della cognizione temporale. Mi domando se l’incorporeità a cui ambiscono i mistici tibetani tramite gli esercizi di meditazione sia qualcosa di simile. Sarebbe una allettante spedizione andare alla volta dei maghi dell’altopiano del Tibet muniti di mezzo grammo del mio Lsd, per confrontare l’effetto del moderno farmaco con i vecchi metodi del Champa, dei Gomchen e dei Naljorpa. Con una specialità del genere in tasca magari vedremmo schiudersi l’accesso a persone e a eremi che altrimenti resterebbero inaccessibili.</p>



<p>La saluto con stima,</p>



<p><em>suo Albert Hofmann</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Da Ernst Jünger ad Albert Hofmann (Bottmingen), Kirchhorst, 3 marzo 1948</em></p>



<p>Gentilissimo signor Hofmann,</p>



<p>la ringrazio infinitamente per la dettagliata lettera del 9 febbraio con i due allegati sul suo allucinogeno. In effetti sembra essersi addentrato in territori misteriosi e tentatori. Il suo plico è arrivato insieme a <em>Confessioni di un mangiatore d’oppio</em>, appena pubblicato in una nuova traduzione. L’autore mi scrive che a dargli lo stimolo è stata la lettura di <em>Cuore avventuroso</em>. Per quanto mi riguarda mi sono lasciato alle spalle la sperimentazione diretta da molto tempo. Di fatto si tratta di esperimenti con i quali prima o poi si entra in camere davvero pericolose e c’è da essere contenti se ce la si cava per il rotto della cuffia. Quello che mi interessava di più era il rapporto di queste sostanze con la produzione. Ma ho sperimentato che la prestazione creativa esige una coscienza vigile, e che si affievolisce quando è sotto l’influsso delle droghe. In compenso la fase della concezione è notevole, e si hanno idee irraggiungibili per altre vie. Tra queste annovero anche il bel saggio che Maupassant ha scritto sull’etere. </p>



<p>A proposito, anche io ho avuto l’impressione che durante gli stati febbrili si scoprano nuovi paesaggi e nuovi arcipelaghi, una musica nuova che diventa del tutto chiara quando appare la «stazione di dogana». Per le descrizioni geografiche invece bisogna essere totalmente lucidi. La produzione è per l’artista quello che la guarigione è per il medico. Anche a lui perciò basterà entrare qualche volta in quei territori attraverso i tappeti tessuti dai nostri sensi. Ai giorni nostri, tra l’altro, credo di notare una propensione per gli allucinogeni inferiore a quella per gli energizzanti (tra questi rientra il Pervitin somministrato dagli eserciti ai piloti e ad altri soldati). A mio avviso il tè è un allucinogeno, il caffè un energizzante, perciò il tè ha un rango artistico di gran lunga superiore. Quanto al caffè noto che distrugge quel sottile reticolo di luci e ombre, fugando i dubbi fecondi che emergono durante la stesura di una frase. Le inibizioni di questa vengono scavalcate. Col tè invece i pensieri si arrampicano in modo naturale. Per quanto riguarda i miei «studi», avevo un manoscritto che li raccoglieva, ma l’ho bruciato. Le mie esplorazioni sono terminate con l’hashish, che conduce a uno stato molto piacevole, ma spesso anche maniacale, ovvero alla tirannia orientale.</p>



<p>Con i migliori saluti e auguri,</p>



<p><em>suo Ernst Jünger</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/junger-hoffman-lsd-carteggio/">“Nei vestiboli dell’ebbrezza da Lsd”. I viaggi lisergici di Ernst Jünger</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>DROGATI DI LETTERATURA!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2020 04:11:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Romanzo con cocaina, per chi ama i rilievi giornalistici, irrilevanti, ho già scritto. L’allucinogeno, nel caso di quel romanzo, è doppio. Il primo è stilistico. Il romanzo ha un ritmo da teppista, ipnotico, cattivo, contorto, conturbante, tra la rissa e rivolta. Come spappolare il vocabolario. E fumarselo, semmai. Romanzo della deformazione, dell’individuale, anarchica, sommaria [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ageev-bulgakov-romanzi-droga/">DROGATI DI LETTERATURA!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di <strong><em><a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/romanzo-con-cocaina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Romanzo con cocaina</a></em></strong>, per chi ama i rilievi giornalistici, irrilevanti, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/romanzo-cocaina-eccita-fantasie-lettori-ed-editori-1885997.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ho già scritto</strong>. </a>L’allucinogeno, nel caso di quel romanzo, è doppio. Il primo è stilistico. Il romanzo ha un ritmo da teppista, ipnotico, cattivo, contorto, conturbante, tra la rissa e rivolta. Come spappolare il vocabolario. E fumarselo, semmai. <strong>Romanzo della deformazione, dell’individuale, anarchica, sommaria catabasi nei propri inferi. Una baldoria di bestemmie, insomma.</strong> La percezione che si ha leggendo <em>Romanzo con cocaina </em>è che sia una specie di <em>Arancia meccanica. </em>Senza polemiche ‘sociali’ – la Critica della ragion pura di un disadattato.</p>



<p>*</p>



<p>La cosa curiosa del libro non è tanto la descrizione dello stato allucinatorio – omogeneizzato psichico che va da De Quincey a Baudelaire, dal <em>Diary of a Drug Friend </em>di Aleister Crowley, stampato in clandestinità nel 1922, a <em>Cocaina</em> di Pitigrilli<strong> (“La cocaina sdoppia la personalità: fa una tremenda opera disgregatrice, elettrolitica quasi, della coscienza. […] per opera della cocaina, lo sdoppiamento della personalità avviene come un’esplosione di ripugnanze”)</strong>, del 1921, poi giù fino ai beat – ma che l’allucinazione consente al narratore una esasperata lucidità, una capacità retorica rapace, intransigente, spinta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="716" height="1000" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro-2.jpg" alt="" class="wp-image-80059" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-2.jpg 716w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-2-215x300.jpg 215w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Esempio: “Nasce in noi il desidero di rivolgersi a tutti i futuri Profeti dell’umanità e chiedergli: “Profeti buoni e gentili! Non commuoveteci, non accendete nelle nostre anime i sublimi sentimenti umani, e non sforzatevi di renderci migliori. Perché vedete: <strong>quando siamo i peggiori ci limitiamo a qualche minuscola nefandezza, quando siamo i migliori ci mettiamo a uccidere”.</strong> Cercate di capire, buoni Profeti, che proprio i sentimenti di Umanità e di Giustizia insiti nelle nostre anime ci obbligano a risentirci, a sdegnarci, a essere arrabbiati. Dovete rendervi conto che se fossimo privati dei sentimenti di Umanità, allora non saremmo risentiti, non ci indigneremmo. Dovete rendervi conto che né la perfidia, né la malizia, né la viltà della mente, <strong>ma che l’Umanità, la Giustizia e la Nobiltà dell’Anima ci costringono a risentirci, a sdegnarci, a essere arrabbiati, a essere vendicativi.</strong> Dovete rendervi conto, Profeti, che il meccanismo delle nostre anime umane è il meccanismo dell’altalena, dove dal potente slancio dalla parte della Nobiltà dell’Anima corrisponde un potente rimbalzo dalla parte della Rabbia Bestiale”. I buoni sentimenti provocano la grande rabbia; per il bene di tutti si compie il male più grave. Olè.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro2-4-619x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80060" width="536" height="887" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-4-619x1024.jpg 619w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-4-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-4-768x1271.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-4.jpg 928w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>*</p>



<p>C’è poi, come dire, l’oppio bibliografico. <strong><em>Romanzo con cocaina </em>esce, a firma M. Ageev, su una rivista dell’emigrazione russa, a Parigi, nel 1934.</strong> La storia finisce lì, negli scantinati di un decennio di piaceri fuggitivi, di drink malinconici. Se non che il romanzo torna in auge quarant’anni fa, diventando, come si dice, ‘di culto’. Appare una traduzione in francese, un’altra in inglese; in Italia lo pubblicano due editori, nello stesso anno, il 1984: Mondadori (che affida la traduzione a Serena Vitale, affine al linguaggio della Cvetaeva) e E/O. <strong>Una visionaria querelle critica prima affibbia lo pseudonimo di M. Ageev a Vladimir Nabokov (così un articolo accademico del 1985), poi a tale Mark Levi, ebreo russo passato per Istanbul durante la Rivoluzione, approdato in Germania, e morto, nel 1974, in Armenia. </strong>In Italia si occupò della faccenda Cesare G. De Michelis – su “la Repubblica” del 21 gennaio 1986, titolo: <strong><a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1986/01/21/no-non-nabokov.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“No, non è Nabokov” </a></strong>– snocciolando un altro tassello nell’alto affare per cocainomani di libri: il volto di <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Georgy_Adamovich" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gheorghij Adamovic</a></strong>. Poeta acmeista, amico di Anna Achmatova e di Maksim Gork’ij, Adamovic sbarcò in Francia negli anni Venti, fuggendo la Rivoluzione; tradusse Cocteau e Saint-John Perse, Baudelaire e Albert Camus, non gli piaceva Dostoevskij, malsopportava i versi infuocati della Cvetaeva. <strong>Fu lui a pubblicare a Parigi i testi di M. Ageev – e aveva in odio Nabokov. </strong>Ora quel romanzo allucinato, <em>Romanzo con cocaina</em>, torna in Italia per Gog – bisogna saper leggere i Segni, come dice un mio caro amico.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Piuttosto, Michail Bulgakov era morfinomane. Cadde nella dipendenza nel 1917</strong>, quando faceva il medico a Nikol’skoe, tenebrosa provincia di Pietroburgo, per sedare una reazione allergica provocata da un vaccino antidifterico. “Bulgakov aveva cominciato ad assumere morfina in dosi sempre più frequenti e crescenti. <strong>Le sue reazioni all’astinenza erano violente, soprattutto nei confronti della moglie, che però riuscì gradualmente a disintossicarlo, iniettandogli acqua distillata al posto della morfina”</strong> (Serena Prina). L’episodio autobiografico ha sfogo in uno dei racconti più noti di Bulgakov, <em>Morfij</em>, “Morfina”, edito nel 1927, molto tradotto in Italia – l’ultima versione è di Serena Prina, appunto, in <a href="https://neripozza.it/libri/memorie-di-un-giovane-medico" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Memorie di un giovane medico</em></strong>,</a> Neri Pozza – che è anche l’ultimo testo pubblicato in vita dal grande scrittore. La storia, per struttura narrativa – qui si pubblica il diario di un morfinomane, il dottor Sergej Poljakov; lì “gli appunti di Vadim Maslennikov”, cocainomane – e cronologia fittizia – la storia narrata da Bulgakov risale al 1918; quella del folle Maslennikov è reperita “nel freddo gennaio del 1919” – si apparenta a <em>Romanzo con cocaina</em>. Il ritmo del linguaggio, però, è diverso: il genio de <em>Il maestro e Margherita </em>rende cristallina l’allucinazione, lirico l’inganno ipnotico, narra il fango ma non arretra dal paradiso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="678" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-678x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80061" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-768x1160.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-1017x1536.jpg 1017w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01-1356x2048.jpg 1356w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Memorie-di-un-giovane-medico-01.jpg 1408w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Quando il dottor Poljakov tenta di sostituire la morfina alla cocaina, svalvola. “La primavera è tremenda. Il diavolo nella fiala. La cocaina è il diavolo nella fiala. La sua azione è tale: Al momento dell’iniezione di una siringa di soluzione al due per cento quasi istantaneamente si manifesta una condizione di tranquillità e beatitudine. E questo si protrae solo per uno, due minuti. E poi tutto scompare senza lasciare traccia, come se non ci fosse mai stato. Si fanno avanti il dolore, l’orrore, il buio. La primavera rumoreggia, uccelli neri s’incrociano in volo da un ramo spoglio all’altro, e in lontananza il bosco, ispido, storpio e nero”. Rimbombato dall’assuefazione, sedotto dall’al di là chimico, il dottore torna all’arcadia della morfina. <strong>“La morte per sete è una morte paradisiaca, beata a confronto con la sete di morfina. È probabile che così colui che è sepolto vivo cerchi di cogliere le ultime, minuscole bollicine d’aria nella bara e si laceri con le unghie la pelle sul petto. </strong>Così l’eretico sul rogo geme e si dimena quando le prime lingue di fuoco gli lambiscono le gambe… Una morte arida, una morte lenta…”. Non c’è altro dio che la quiete allucinata, sepolti vivi nella dipendenza, eresiarchi dei mondi paralleli. Surfare tra il sogno e la morte, ambire a fare dell’anormale la norma: <strong>alcuni scrittori, quelli rari, imbracciano la penna come fosse un ago, le frasi, come oppiacei, lettere tetragone alla follia, ci gettano in un’altra vita, e giungle nascono dalla stanza</strong>, il cuscino diventa un pitone, le nozze il magistero dello scannatoio… Mentre il misterioso M. Ageev pubblica a Parigi <em>Romanzo con cocaina, </em>Bulgakov si trasferisce in un trilocale con la terza moglie, riprende a scrivere <em>Il maestro e Margherita</em>, lavora come librettista per il teatro, le case editrici di stato continuano militarmente a ignorarlo. (d.b.)</p>



<p><em>*In copertina: Michail Bulgakov e la terza moglie, Elena Sergeevna Šilovskaja</em></p>
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		<title>“La droga uccide tutto. È un grido che lanciano gli adolescenti, è la risposta a una società che si fonda sul risultato e che si dimentica delle persone”. Dialogo con Angela Iantosca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 07:49:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Delle droghe non se ne parla ancora abbastanza. È un argomento scomodo, perché non riguarda solo i tossicodipendenti. Quello dell’uso delle droghe – e della morte che ne deriva – è un problema sociale, familiare e culturale. È un problema che riguarda tutti. In tempo Covid19 guardiamo con scandalo agli adolescenti e ai minorenni che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Delle droghe non se ne parla ancora abbastanza. È un argomento scomodo, perché non riguarda solo i tossicodipendenti. Quello dell’uso delle droghe – e della morte che ne deriva – è un problema sociale, familiare e culturale. È un problema che riguarda tutti. In tempo Covid19 guardiamo con scandalo agli adolescenti e ai minorenni che si assembrano e non indossano la mascherina dentro agli chalet e ai locali. Scriviamo <em>post</em> sui <em>social</em> per ergerci a giudici integerrimi, ricordando le buone pratiche secondo i decreti emanati in tempo di emergenza sanitaria. Eppure non ci indigniamo a sufficienza davanti a fiumi di alcool, a minorenni che, in evidente stato di alterazione, uniscono ai superalcolici sostanze stupefacenti con conseguenze gravissime per il loro stato di salute. E i loro modelli sono spesso gli adulti. L’alcol è una droga, come lo sono le nuove sostanze psicotrope, l’eroina, la cocaina, l’hashish e la marijuana. Spesso si chiudono gli occhi, si preferisce la nenia della compassione al coraggio della responsabilità.</p>
<p>La giornalista <strong>Angela Iantosca</strong>, direttrice del <em>Festival InDipendenze</em> e autrice del libro <a href="https://www.paoline.it/blog/famiglia/3034-in-trincea-per-amore.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>In trincea per amore</em> </strong></a>(Paoline, 2020), ci racconta senza veli il dolore di chi ha aperto la porta della dipendenza. Lo fa in modo duro, secco, raccogliendo le testimonianze di madri, padri, fratelli e sorelle che hanno vissuto sulla loro pelle l’inferno delle droghe e il percorso di recupero delle comunità.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78932 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-193x300.jpg" alt="" width="410" height="637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-768x1195.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-987x1536.jpg 987w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover.jpg 1028w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" />Un libro che ha un titolo forte, che evoca l’impegno di chi combatte “contro” e “per” qualcosa. In questo caso “contro” l’uso delle droghe e “per” una vita d’amore. Come nasce il tuo lavoro di “trincea”?</strong></p>
<p>Nasce nel 2015, quando entrai per la prima volta nella <a href="https://www.sanpatrignano.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Comunità di San Patrignano</strong> </a>a realizzare un servizio per “La Vita in Diretta” (RaiUno). Dovevo raccontare la storia di Roberta, una ragazza del Sanpa Hair (il parrucchiere della comunità), quasi pronta per uscire dalla comunità: sarebbe tornata alla sua nuova vita di lì a qualche mese. Da quel momento ho sentito l’urgenza di raccontare tutti quei ragazzi: le loro voci, i silenzi, le paure, le ragioni, le scelte sbagliate, la voglia di riscatto, la ricerca di verità, la necessità di fare pace con il tempo perduto, di guardarsi allo specchio, di accettarsi e provare a ricominciare. Grazie alla comunità, ho avuto la possibilità di raccogliere molte storie, trascorrendo con i ragazzi il Natale, il capodanno, dormendo all’interno della struttura che si trova a Rimini e che è stata fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli. Una esperienza molto forte, che continua tuttora, e che ha portato alla pubblicazione di <em>Una sottile linea bianca</em> (Perrone, 2018) e alla collaborazione con la comunità al progetto di prevenzione alle tossicodipendenze, il We Free, che ogni anno fa incontrare a San Patrignano circa 50mila ragazzi delle scuole italiane. Nel mio caso, abbiamo trasformato le storie contenute nel libro in monologhi teatrali che porto in scena con i ragazzi in percorso o con alcuni già usciti. Dal 2018, anno appunto della pubblicazione del libro, è cominciato un altro percorso che mi ha portato poi a <em>In trincea per amore</em>.</p>
<p><strong>E dopo il 2018 cosa è accaduto?</strong></p>
<p>Alle mie presentazioni si presentavano familiari di ragazzi tossicodipendenti che mi dicevano “parla di noi”. Quasi un mantra. Un richiamo fortissimo al quale inizialmente mi sono sottratta per diverse ragioni: <em>in primis</em> l’estrema delicatezza della materia da trattare, e poi la responsabilità di raccontare una ferita sanguinante, di entrare nel dolore più profondo di una famiglia, sapendo di doverlo fare con tatto, ma anche con quella forza necessaria per rendere un servizio utile a chi racconta e a chi legge. Alla fine, ho ceduto e ho cominciato a scrivere, scegliendo di essere autentica come sempre nella narrazione e anche nella scelta stilistica. È accaduto quando un padre, a Ravenna, durante un pomeriggio di prevenzione, mentre raccontava la storia di suo figlio eroinomane è scoppiato in lacrime dicendo “ho fatto cose che un padre non dovrebbe mai fare”. Di fronte a quelle lacrime ho deciso che era giunto il momento di raccontare la tossicodipendenza dal loro punto di vista, dalla prospettiva di un padre, di una madre, di un fratello, di una sorella, di uno zio, di un nonno ed anche di un figlio. Sapevo che sarebbe stato coinvolgente e doloroso buttarmi in questa nuova avventura, ma ciò che mi è stato restituito in cambio è stata un’onda di amore infinito.</p>
<p><strong>Nel libro, ricco di testimonianze dirette di giovani figli e genitori, si evince chiaramente che il dramma della tossicodipendenza riguarda tutti: è un problema sociale, culturale, e solo alla fine familiare, quando un membro diventa dipendente dalle sostanze. Che cosa, secondo te, non si è ancora capito a sufficienza della tossicodipendenza?</strong></p>
<p>È un problema familiare, sociale, culturale. È un problema che riguarda tutti, anche quando pensiamo non ci riguardi. È la manifestazione ultima di problemi che hanno radici profonde, di irrisolti, di dipendenze affettive. È un grido che lanciano gli adolescenti che non sanno in che altro modo farsi sentire. È la loro risposta a ciò che non c’è, a ciò che non trovano dentro di sé e nella famiglia. <strong>È la loro soluzione alla necessità di omologarsi, di far parte del gruppo, alla noia, all’avidità, all’invidia, alla curiosità</strong>. <strong>È la risposta a una società che si fonda sul risultato</strong><strong> e che si dimentica di guardare alle persone.</strong> Mi capita spesso di sentire gente che tende a voler trovare un’etichetta politica per chi si occupa di queste tematiche, come me. La mia risposta è sempre la stessa: <strong>la droga non è un problema partitico o politico e le mie battaglie non hanno nessun colore, nessuna bandiera che le sostenga</strong>. Ciò che le muove è l’interesse che nutro per l’essere umano. Mi lasciano senza fiato dichiarazione provenienti da più parti sulla possibile legalizzazione, addirittura della cocaina (qualcuno è arrivato a dichiarare proprio questo): perché accade? Perché si ragiona sui numeri, sui soldi e non sulle persone. Oltre che su una cattiva informazione e su una assenza totale di analisi critica. Mi spiego: vogliamo domandarci cosa significherebbe legalizzare la cocaina? Ci si domanda quali sono gli effetti di questa droga sulle persone? Quando si parla della legalizzazione della cannabis per far cassa, si parla con cognizione di causa? Perché non si specifica che la legalizzazione interesserebbe sempre e comunque i maggiorenni e che i maggiori fruitori sono i minorenni? E ancora: sapete quali sono i danni della cannabis sul cervello, soprattutto sul cervello degli adolescenti? Sapete che si assottiglia la corteccia cerebrale? Sapete che fa emergere il bipolarismo latente? E che brucia i neuroni? E che non ci si dovrebbe mettere alla guida di nessun mezzo nelle tre ore successive all’assunzione perché aumenta del 50% la possibilità di fare incidenti? <strong>La droga</strong><strong> dovrebbe preoccuparci e dovremmo occuparcene, perché quello che</strong> <strong>produce</strong> <strong>è</strong> <strong>omologazione, assenza di emozioni, perdita della memoria, danni fisici, morte</strong>, distruzione non solo di chi ne fa uso, ma di tutto ciò che ruota intorno a chi la usa.</p>
<p><figure id="attachment_78933" aria-describedby="caption-attachment-78933" style="width: 647px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-78933" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-300x201.jpg" alt="" width="647" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-1024x685.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-768x514.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634.jpg 1137w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /><figcaption id="caption-attachment-78933" class="wp-caption-text">Angela Iantosca, giornalista, scrittrice, impegnata nella prevenzione</figcaption></figure></p>
<p><strong>Purtroppo tantissimi ragazzi si nascondono dietro al miraggio che vuole una distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere…</strong></p>
<p>Ogni droga produce conseguenze diverse e non ci sono differenze tra droghe leggere e pesanti. Questa è una distinzione che serve da un punto di vista legislativo, ma di fatto la droga è droga. Non c’è quella migliore e quella peggiore. La droga fa male e chi la “promuove” davvero ha a cuore la vita delle persone? Ma soprattutto: perché lo Stato dovrebbe produrre malati? Credo sia un errore già fatto con il gioco d’azzardo: per far cassa lo Stato ha prodotto un milione di ludopati. Per questo dico sempre ai ragazzi quando li incontro nelle scuole (e con me lo dicono anche gli ex tossicodipendenti): “Non apritela quella porta”. Chi entra in contatto con le sostanze dovrà farci i conti tutta la vita, dimenticando il sapore che hanno le cose buone, quelle conquistate con forza di volontà, con determinazione, con il cuore pulito, la mente lucida, in piena coscienza. Le droghe spengono tutto ciò che siamo o potremmo essere. <strong>Ascoltate chi ci è passato da quell’inferno, ascoltate i sogni bruciati, le carriere finite, le doti distrutte, le famiglie rovinate.</strong> <strong>Andate nelle comunità, ascoltate e osservate.</strong> Informatevi sulle Nuove Sostanze Psicoattive e ciò che danneggiano: dovete sapere che sono realizzate in laboratori che non si conoscono, nei quali si assemblano sostanze che non si conoscono e la cui assunzione può causare la morte perché i medici non sanno cosa fare di fronte a chi le assume e finisce in ospedale. Bisogna dire che chi le spaccia usa i giovani come cavie per fare cassa e che modifica il contenuto di queste sostanze in base ai vuoti degli adolescenti, costruendo prodotti <em>ad hoc</em>. È questo che vogliamo per i nostri figli? Ecco forse non ci si indigna abbastanza, non se ne parla abbastanza, non si crede abbastanza che la droga sia come la peste.</p>
<p><strong>«È una malattia la droga, di fronte alla quale non si può far finta di niente. Perché ti prosciuga. Ti rende tossico a tua volta. E ti fa anche ammalare</strong><strong>». Con queste parole metti in luce come l&#8217;uso della droga da parte di un figlio possa a sua volta fare ammalare genitori e fratelli: ictus, aneurismi, infarti e tumori. Qualcuno non ce la fa. Quanto logora e consuma un certo tipo di dolore?</strong></p>
<p>Paura, rabbia, senso di colpa, dolore, lacrime, attese infinite, carcere, violenza, sangue, minacce, denunce. La droga porta con sé tutto questo. <strong>E chi vive a contatto con chi si droga combatte ogni giorno una battaglia durissima, fatta di tante sconfitte, di distruzione fisica, di pianti senza fine, di urla, di disperazione. Di dipendenza dalla dipendenza. E anche di attesa della morte.</strong> <strong>Tanti genitori me lo hanno detto: “Speravo che mio figlio morisse”.</strong> Per spegnere tutto, per porre fine alla tossicodipendenza dalla tossicodipendenza, per allentare la tensione, per sentire finalmente la pace, per sapere dove è il figlio. Perché in quel dolore senza fine meglio saperlo in pace in una bara che in giro a rubare, spacciare, a morire giorno per giorno. Perché attendere la morte è sfiancante, soprattutto quando si tratta di tuo figlio.</p>
<p><strong>Il tossicodipendente mente, dice bugie, sfugge alla realtà. Sa muovere ricatti emotivi. Qualche genitore, nella sua infinita battaglia, afferma che il figlio </strong><strong>«gliela fa continuamente sotto il naso</strong><strong>». Quali atteggiamenti non bisogna mai sottovalutare?</strong></p>
<p>Il cambio di umore, gli strani appetiti, l’inappetenza, la pelle grigia, gli orari che cambiano, i risultati scolastici, le frequentazioni. Ma al primo posto è fondamentale assumersi la responsabilità di voler vedere. La droga, spesso, è l’ultimo male a cui si pensa.</p>
<p><strong>Il tuo lavoro si avvale anche delle indicazioni e delle testimonianze di operatori specializzati, responsabili terapeutici e referenti di Associazioni di recupero, perché il messaggio che è necessario divulgare è che dal tunnel della droga si può uscire. Qual è il primo passo da fare?</strong></p>
<p>Ho scritto questo libro per far sapere a più persone possibili che dalla droga si può uscire, ma che è importante chiedere aiuto. Che le associazioni esistono, sono sul territorio nazionale e sono delle “zattere in mezzo alla disperazione”. Si tratta di associazioni dove operano genitori di ragazzi in percorso, genitori di ragazzi usciti dalla comunità, ex tossicodipendenti. Sono luoghi in cui si organizzano incontri e si danno indicazioni precise su come comportarsi con chi si droga. Di solito sono i familiari che contattano le associazioni, passaggio necessario per arrivare poi in comunità. Quando arrivano sono trascorsi anche dieci anni dall’inizio della tossicodipendenza del familiare. Sono smarriti, increduli, incapaci di prendere decisioni, fragili e hanno bisogno di qualcuno che li indirizzi e che spieghi quali siano i passi da compiere: portare il ragazzo, monitorarlo, non lasciarlo mai solo, portarlo una volta a settimana a fare le analisi al Serd per dimostrare che ha smesso di drogarsi, togliere il cellulare, il motorino, la paghetta. <strong>Solo con la determinazione e la durezza si può sperare di ottenere qualcosa. Anche se la <em>conditio sine qua non</em> è sempre la partecipazione attiva del tossicodipendente, è fondamentale il ruolo dei familiari, <em>in primis </em>dei genitori che devono mostrarsi duri e compatti, coesi, determinati e soprattutto pronti anche a denunciare il figlio o a cacciarlo fuori casa, se le regole non saranno rispettate.</strong> Quindi il primo passo da fare è affidarsi a chi conosce bene i meccanismi mentali dei tossicodipendenti e le fragilità dei familiari.</p>
<p><strong>C’è un aspetto, però, da considerare: «Il troppo amore può essere controproducente». Quale errore bisogna evitare, perché l&#8217;amore stesso si trasformi davvero in un gesto efficace e di aiuto per un tossicodipendente?</strong></p>
<p>I no sono fondamentali nella crescita dei figli. Non solo: un errore che spesso si commette è creare una relazione amicale con i propri figli. Cosa sbagliatissima che porta i giovani a non rispettare gli adulti e le loro regole. <strong>Le regole sono espressione di amore, non di “odio” verso i figli.</strong><strong> E non importa se loro non lo capiscono. Sono adolescenti, sono giovani, è normale che si vogliano ribellare al sistema. Non abbiate paura di essere risoluti. </strong>Soprattutto se si ha un figlio tossicodipendente: sanno annusare la debolezza, sono manipolatori e violenti. Chi ha a che fare con loro non deve arretrare.</p>
<p><strong>Antonio Boschini, responsabile terapeutico della Comunità di San Patrignano, afferma che nove persone su dieci che arrivano nel centro fanno uso smodato di sostanze con l&#8217;unico fine di sballarsi. Il fine è la ricerca di un divertimento che senza droghe sembra non poterci essere. Pensiamo anche al caso recente di Terni, che ha visto morire per uso di metadone due giovani adolescenti. Una mancanza nel percorso educativo familiare, un bombardamento mediatico fuorviante nei modelli proposti o entrambe le cose?</strong></p>
<p>Manca la famiglia, mancano punti di riferimento, manca un metodo, mancano delle regole, mancano i no, manca una scuola attenta e preparata. In compenso c’è disinformazione, ci sono serie tv violente, serie tv che parlano di droga e che spiegano anche come venderla on line o sul deep web. Serie accessibili a tutti e che invece richiederebbero accanto qualcuno di preparato in grado di spiegare, indirizzare e far sviluppare nei giovani un senso critico. Quando sento di episodi tragici che riguardano ragazzini giovanissimi che erano in giro di notte mi domando sempre: “E la famiglia dove era?”. È inutile poi piangere e disperarsi, riempire i giornali per un paio di giorni, quando anche l’informazione è la prima responsabile di una informazione parziale. Sono temi sui quali bisogna tenere i fari accesi sempre, non solo quando c’è qualche sequestro o muore qualcuno o quando ci sono delle ricorrenze. <strong>Il 26 giugno, giornata internazionale della lotta alla droga, non si è parlato da nessuna parte del tema perché “troppo pesante”. È inutile cercare i responsabili o un capro espiatorio. Tutti dobbiamo considerarci responsabili di quelle morti:</strong> anche chi sapeva e non ha detto niente, chi ha pensato che fosse meglio farsi i fatti propri, chi ha pensato che è meglio non immischiarsi con certe situazioni. Non ci si può deresponsabilizzare. Essere società civile significa anche questo.</p>
<p><strong>E l’alcol, che a tutti gli effetti è una droga, come si colloca dentro il discorso delle dipendenze?</strong></p>
<p>L’alcol arriva prima della droga. Non se ne parla abbastanza, proprio perché è sdoganato da un punto di vista culturale e anche statale. Ma dall’Istituto Superiore di Sanità continuano a ripeterlo: <strong>prima della canna arriva l’alcol e non c’è bisogno di andare nelle periferie per vedere giovanissimi ubriachi in giro di notte che schiamazzano.</strong> Ancora una volta mi domando: la famiglia dov’è? La risposta è implicita nella domanda. Stessa domanda che mi sono posta quando un ragazzino di terza media mi ha detto che prima di andare a scuola beve la Redbull perché così si sente tranquillo. O quando una ragazzina di 12 anni mi ha confessato che la madre le permette di bere senza limiti a casa, purché non lo faccia fuori. Ancora una volta: di chi è la colpa?</p>
<p><strong>La scuola fa già molto grazie ai percorsi didattici dedicati alla cultura della legalità. Secondo te a quale età bisognerebbe cominciare a parlarne?</strong></p>
<p>Dalle scuole medie e in forma di gioco anche dalle elementari. I miei progetti di prevenzione alle tossicodipendenze li organizzo per le seconde e terze medie: durano circa due mesi e comprendono anche una visita alla comunità di recupero. È importante che i ragazzi sappiano, perché possano essere davvero liberi di scegliere. È importante che abbiano tutte le informazioni corrette.</p>
<p><strong>Lasciamoci con un messaggio di speranza&#8230; </strong></p>
<p>Ci sono migliaia di famiglie che hanno attraversato l’inferno delle droghe e che hanno trasformato il dolore in un’occasione incredibile di crescita, di messa in discussione, di riscoperta di ciò che conta davvero, e anche di amore. Sono tutte famiglie che non dimenticano ciò che hanno vissuto o stanno vivendo, ma che hanno permesso a se stessi di attraversare una porta difficile da varcare, di assumersi la responsabilità delle fragilità dei figli, per scoprirsi alla fine migliori e aggrappati alla vita come solo le persone che hanno rischiato di perderla sanno fare.</p>
<p><strong><em>Alessandra Angelucci</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Frans Hals, &#8220;Giovane ragazzo con teschio&#8221;, 1626, particolare</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/droga-angela-iantosca-intervista/">“La droga uccide tutto. È un grido che lanciano gli adolescenti, è la risposta a una società che si fonda sul risultato e che si dimentica delle persone”. Dialogo con Angela Iantosca</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2018 09:44:30 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/">50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A cinquant’anni dalla pubblicazione di <em>Satori a Parigi</em>, resoconto del viaggi in Francia di Jack Kerouac, a trenta dalla traduzione edita da Mondadori, e <strong>per ricordarsi anche che l’anno che viene segnerà il cinquantennale della morte del grande romanziere d’origine <em>quebecuoise</em>, tanto famoso quanto male incasellato autore di <em>Sulla strada</em>, <em>I sotterranei</em>, <em>Big Sur</em>, <em>Il dottor Sax</em>, <em>Angeli di desolazione</em>, <em>Visioni di Gerard</em></strong> e di versi come quelli di <em>Mexico City Blues</em>, un abbozzo di dizionario, una ventina di spunti per riscoprirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64797 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg" alt="Kerouac" width="131" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1.jpg 220w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Una sincopata esplorazione di temi <em>standard</em> su cui è bene tornare, aspetti più o meno noti di un autore vittima dei <em>cliché</em> ideologici imposti dalla sua prima, pur meritoria, promotrice, Fernanda Pivano, e dallo spirito del tempo, degli anni che certo incarnò ma da cui volle anche prendere risolutamente le distanze, e in cui scrisse, fu letto e si appropriarono della sua poesia, delle sue visioni, fino a farne un santino <em>hippie</em>, sinistrorso, rivoluzionario, progressista. Una cantonata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non che ne sia stata l’unica vittima. La lista è lunghissima e prestigiosa. Tra gli altri Hemingway e Chatwin. E un altro <em>beat</em>, William Burroughs, di cui Kerouac scrive che: “aveva un debole sentimentale per l’America dei vecchi tempi, soprattutto degli anni Dieci, </strong>quando [&#8230;] il Paese era selvaggio, rissoso e libero, libertà di ogni genere in abbondanza per tutti. La cosa che odiava di più era la burocrazia di Washington; subito dopo venivano i progressisti; poi i poliziotti.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kerouac non solo generazionale ma anche eterno. Kerouac non solo stelle e strisce ma anche francese. Kerouac non solo <em>beat</em> ma anche proustiano. Kerouac non solo nomadista ma anche sedentario. Kerouac non solo droghe e alcol ma anche cattolico.</strong> Kerouac non solo scrittore ma anche pittore. Kerouac non solo celibe in macchina sulle strade d’America. Kerouac anche a scrivere nella casa di sua madre. Kerouac anche alla ricerca del padre nelle chiese di Francia. Kerouac da rileggere, riscoprire e ridefinire, dalla A alla Z&#8230;</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Dizionario Kerouachiano (parte prima):</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcol –</strong> La ricerca di paradisi visionari per via artificiale finì male per Jack. La prossimità con la madre, a sua volta alcolista, non gli fu d’aiuto. Ciò non toglie che pagine apocalittiche come ultime di <em>Big Sur</em> non possono esser lette solo come un episodio di delirio alcolico. Lo attestano le immagini, simili ma ben più lucide, de <em>Il dottor Sax. </em>Si tratta di testimonianze di visioni che sono pari a quelle di Dostoevskij, l’epilettico&#8230; Che ne <em>L’eterno marito</em> scriveva: “Uno beve la propria tristezza e quasi se ne ubriaca”. Nel caso di Jack si tolga il quasi. Tra Parigi e la Bretagna, cognac. Proprio in <em>Satori a Parigi </em>scrive: “E io, a volte detestabile, so essere dolce. Invecchiando divenni un ubriacone. Perché? Perché amo l’estasi della mente. / Sono un Disastro. / Ma amo l’amore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beato –</strong> Kerouac era un <em>beat</em>. Anzi inventò il <em>beat</em>. Da non confondere con <em>beatnick</em>, illegittima appropriazione da parte di gruppetti <em>hippie </em>di una parola che il romanziere aveva radici antiche, medievali, chiaramente cristiane, nella “beatitudine”. Quella dei santi cattolici. Non dei guru New Age&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cattolicesimo – </strong>Tutta la vita, l’opera, le idee, le radici, le ricerche, le visioni di Kerouac sono profondamente permeate dal Cattolicesimo dei padri, a tratti sincreticamente fuso con meditazioni, affermazioni, letture, episodi legati alle discipline d&#8217;Oriente, zigzag attorno alla linea cui fu sempre fedele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Droga –</strong> Morfina, anfetamine, marijuana, funghi allucinogeni. Oltre a bere, Kerouac provò molte sostanze tossiche. Passò d’altronde gran parte della vita con dei drogati. Fu una delle ragioni delle sue crisi e della sua morte. Lui che a destra seppe farsi soltanto acerrimi nemici. (Verso la fine della sua vita, in uno show televisivo raccontò ridendo d’essere appena stato fermato da dei poliziotti per <em>decay</em> e vale a dire “decadenza”). Lui che non ebbe remore a dirsi avverso alla sinistra. (Altro aneddoto, negli Cinquanta si divertì a guardare in televisione la “caccia alle streghe” fumando marijuana e tifando per il senatore Joe McCarthy). Lui che, come molti cattolici, rimane inclassificabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Europa –</strong> Viaggiando sulle strade degli Stati Uniti: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” – “Dove andiamo?”<br />
– “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Così in <em>Sulla strada.</em> E in <em>Satori a Parigi</em>: “Insomma stavo cercando di scoprire qualcosa della mia famiglia, io fui il primo Lebris de Kérouack che mai tornò in Francia in 210 anni e meditavo di andare in Bretagna e poi in Cornovaglia Inghilterra”. (Pierre Drieu La Rochelle in una recensione ad <em>Addio alle armi </em>di Hemingway, tradotta ne <em>L’eroe da romanzo</em>, parla di “dolente bisogno dell’Europa”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francia e Francofonia – </strong>La Francia, e più precisamente Bretagna e Normandia, era la terra d&#8217;origine degli antenati di Jack, il cui vero nome era d’altronde Jean Louis, e Kirouac il cognome originario, modificato dal nonno Jean Baptiste quando sbarcò nel “Nuovo Mondo”. La lingua madre di Kerouac non era dunque affatto l’inglese americano bensì il francese dei canadesi spregiativamente detti <em>canuck</em>, ovvero francofoni del Quebec. Il soprannome che si dette, “&#8217;Ti Jean”, è poi la forma contratta di “Petit Jean”, Piccolo Jean. Anche la parola <em>beat </em>è meglio comprensibile se si pensa alla sua versione francofona, <em>béat</em>. Jack era solito chiamare in francese, <em>mémêre</em>, ovvero mammina, la madre Gabrielle Ange. Tra i francofoni che ha letto, Pascal, Voltaire, Balzac, Chateaubriand, Céline, Montherlant. La sua prima raccolta di versi, ancora inedita, l’ha scritta in francese, in contemporanea a <em>Sulla strada</em>, e s’intitola <em>La Nuit est ma femme [La notte è la mia donna]&#8230; </em>In <em>Satori a Parigi</em> afferma che il suo nome originale sarebbe Jean Louis Lebris de Kérouac, e di recarsi in Francia proprio per trovare, senza riuscirci, né alla Nationale né alla Mazarine, delle prove a questo proposito (“Sicuramente de Kérouack dovrebbe esistere in Francia visto che è registrato nel British Museum di Londra”) e in particolare del fatto di essere un discendente dai principi di Bretagna e di un ufficiale di stanza a Montcalm, Quebec, a metà Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64798 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg" alt="Kerouac" width="142" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2.jpg 316w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Gerard, Gatti e Gargolle – </strong><em>Visioni di Gerard</em>, l’esile romanzo dedicato alla figura del fratello maggiore morto a soli quattro anni, è assieme a <em>Pic</em> uno dei libri più struggenti e misconosciuti delle lettere nordamericane. Appunti a riguardo: – La visione compassionevole di Kerouac verso il mondo e le creature ha accenti francescani. – La compassione di Kerouac è inscindibilmente connessa a un profondo senso di malinconia. – L’amore dello scrittore è universale, nei confronti del fratello come dei gatti, e su tutti Tyke. – I più grandi autori moderni sono stati fotografati con gatti, quando non ne hanno pure scritto. – Ricordarsi di Poe e Baudelaire, Twain e Lovecraft, Eliot e Neruda, Drieu e Céline, Nimier e Bukowski, Kerouac e Burroughs. – Necessario sarebbe un fotoritratto di ogni grande scrittore moderno in contemplazione delle <em>gargouille</em> delle cattedrali francesi. Tra gatti e gargolle: – Leggendo di Gerard si ha l’impressione che il romanziere più che un gatto tra le braccia abbia una gargolla distesa sul ventre, a fargli vibrare di fusa il ventre, a piantargli gli artigli nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Holmes, Hipster, Huncke –</strong> John Cellion Holmes, poeta e docente universitario americano, considerato uno degli iniziatori del genere <em>Beat </em>(con <em>Go </em>e con l’articolo <em>This is Beat Generation</em>, entrambi del 1952), in un saggio intitolato <em>The Name of the Game</em> sottolinea la grande capacità che Kerouac ebbe di descrivere lo stato mentale dei giovani <em>hipster </em>(nulla a che vedere con gli ininteressanti <em>hipster</em> degli anni Duemila), che come lui camminavano lungo le strade di New York, “guardinghi, come dei gatti, rasenti ai palazzi, nella strada ma non della strada”. Un po’ dei Gesù Cristi. <em>Cf. </em>Giovanni 15,15-19. Nel suo articolo Holmes attribuiva la paternità del nome <em>Beat</em> allo stesso Kerouac, il quale l&#8217;attribuì invece a Herbert Huncke&#8230; Altro figlio del Massachussets trasferitosi a New York, dove alla Columbia University incontrò Kerouac, Burroughs e Ginsberg.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Icone – </strong>Grande appassionato d’arte, lo scrittore studiò tanto la pittura degli informali newyorkesi quanto l’arte europea dei secoli passati. Di suo realizzò, in forme tra l&#8217;astratto e il figurativo, una serie di ritratti di personaggi famosi, da Joan Crawford a Truman Capote. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò in particolare a ritrarre uomini di Chiesa, tra i quali anche il cardinal Montini, Paolo VI. Sue opere sono state esposte presso il Museo d’Arte di Gallarate, in provincia di Milano, in occasione della mostra <em>Beat Painting</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lowell – </strong>Leggere <em>Il dottor Sax</em>: Kerouac lo considerava il suo miglior romanzo. Questo è il suo incipit: “L’altra notte ho sognato che mi trovavo seduto sul marciapiede di Moody Street, Pawtucketville, Lowell, Massachusetts, con carta e matita in mano e mi dicevo: ‘Descrivi l’asfalto grinzoso di questo marciapiede, e anche i paletti di ferro dell’Istituto Tessile, oppure il portone dove Lousy e tu e G. J. vi mettete sempre a sedere, e non soffermarti a pensare alle parole quando ti fermi, soffermati solo per immaginare meglio la scena – e lascia vagare libera la mente in questa storia’”. Guardare in rete qualche fotografia della cittadina in cui Jack nacque e visse tutta la sua infanzia. (I fiumi, il canale, gli alberi, i ponti, le strade, gli edifici di mattoni rossi, la neve). Sognare della propria. A Lowell è ambientato anche il romanzo <em>Maggie Cassidy</em>, che dà conto della partenza dalla città. (Sempre a Lowell sono nati anche l’attrice Bette Davis e lo scrittore Tom Sexton).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong><em>continua</em></p>
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		<title>Sfera Ebbasta è come Kurt Cobain, canta la noia, il disagio, la rabbia. Ora potete anche insultare, ma il risultato non cambia</title>
		<link>https://www.pangea.news/sfera-ebbasta-e-come-kurt-cobain-canta-la-noia-il-disagio-la-rabbia-ora-potete-anche-insultare-ma-il-risultato-non-cambia/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 13:16:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. </strong>No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno nella storia della musica ma mica è detto. Non è nessuno fuori dall’Italia perché canta in italiano, non ha venduto milioni di dischi in tutto l’universo, non lo ascoltano anche in Polinesia, <strong>ma per i nostri giovani ragazzi italiani è una sorta di Cobain e negarlo vuol dire essere diventati vecchi, dei dinosauri, dei nostalgici</strong>, anche se la sua musica non ci piace e non si può paragonare a quella dei Nirvana (sempre per noi vecchi nostalgici).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfera riempie i palazzetti dello sport, proprio come faceva Cobain. In quel piccolo locale delle Marche avrebbe dovuto fare un dj set, non un live vero e proprio. Sfera è un idolo come Cobain. Sfera è trasgressione, come lo era Cobain.</strong> Molti giovani si sentono rappresentati da Sfera, proprio come accadeva con Cobain. I giovani che lo ascoltano non sanno neanche chi è Kurt Cobain e di certo non lo hanno mai ascoltato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rock è morto, su questo non c’è dubbio, e oggi la trap tira molto più del rock. Non c’è rockstar che possa competere con le visualizzazioni di YouTube e gli streaming di Spotify di un trapper. Oggi è il web il banco di prova, non tanto i live o la vendita di dischi.</p>
<p style="text-align: justify;">E la strage di Corinaldo non è certo colpa di Sfera Ebbasta e dei suoi testi. Kurt Cobain cantava di droga, di depressione, di suicidio, ma se molti ragazzi si sono uccisi per emularlo non è comunque colpa di Cobain.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche Sfera Ebbasta canta la noia, il disagio, la rabbia. I giovani stanno male, si sentono senza speranza, senza futuro, sognano i soldi, proprio come canta Sfera Ebbasta</strong>, e qualche canna rende le giornate più leggere, che c’è di male. E l’alcol annega i dispiaceri, le paure, le ansie, come è sempre stato. Tanti di voi si saranno ubriacati a quattordici anni. Tanti di voi a quell’età fumavano già le canne. E i dodicenni di oggi non sono i dodicenni di trent’anni fa. Sembrano dei diciottenni, sono più maturi di quello che pensiamo. Con internet vengono a conoscenza di cose che prima era impossibile raggiungere. L’età della maturità è cambiata, come è cambiata l’età dell’anzianità, che proprio in questi giorni è stata spostata a 75 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse la colpa è davvero soltanto dei genitori, che non sono più capaci di dire no</strong>, che non si fanno rispettare, che permettono tutto, che se il figlio prende 4 a scuola picchiano il professore, non il figlio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni di quei ragazzini erano al concerto con i genitori. Non c’è neanche più il gusto di scappare da casa e di fare le cose di nascosto.</strong> E questo perché forse, sotto sotto, a certe mamme piace Sfera Ebbasta che osanna il denaro, perché in fondo lo sogna anche lei il denaro, per sé e per suo figlio. Anche ai concerti di Fedez è pieno di mamme, ma lì vanno bene perché Fedez è un bravo ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo che a dodici anni costrinsi mio padre a portarmi al cinema a vedere <em>Il Corvo</em> che era vietato ai minori di 14 anni. Mi accompagnò perché era curioso anche lui e perché voleva farmi felice.</strong> Ricordo che rimase scioccato: per quale diavolo di motivo ero voluta andare a vedere un film in cui c’erano un sacco di morti, eroina, sesso, violenza? Se lo avesse saputo non mi avrebbe mai accompagnato e mi avrebbe categoricamente vietato di vederlo chiudendomi in casa. (Non sapevo nemmeno io che fosse così duro.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché a dodici anni volli vedere quel film? Perché a dodici anni non sei più un bambino e non vedi l’ora di crescere.</strong> Perché vieni a conoscenza dell’esistenza della morte e la tua infanzia finisce per sempre, e inizi ad avere fretta, fretta di sapere, di conoscere, di vivere. Non accetti che dovrai morire, non lo capisci, non lo trovi giusto, e alcuni cominciano a cercarla la morte, ad andarle incontro, proprio per esorcizzarla. Vuoi provare tutto, vuoi fare quello che fanno i grandi e non vedi l’ora di andare a sentire Cobain o Sfera Ebbasta per sentirti meno solo e un po’ compreso. Perché Cobain era trasgressivo e contro tutti e faceva musica che molti genitori e adulti odiavano perché stupida, demoniaca, per ragazzini. Proprio come Sfera Ebbasta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No, la colpa non è nemmeno dello spray al peperoncino che esiste da decenni e che ora è una moda perché crea scompiglio, attira l’attenzione e permette di fare meglio le rapine. Non è colpa dei giovani se sono morti dei giovani. Si può morire così, eccome.</strong> Si poteva evitare, certo, come tante altre morti assurde, ridicole, perché è la vita a essere assurda come ci ha insegnato il grande Albert Camus. C’è chi muore per un boccone andato di traverso. Chi esce di casa e va sotto un’auto. Chi a tre anni muore di cancro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può morire così perché la morte ti prende quando meno te l’aspetti. Dopodiché si potevano fare controlli all’ingresso, perquisizioni, come avviene nei locali di Londra; si poteva evitare di riempire quel locale all’inverosimile; si potevano evitare tante cose.</strong> Ma non si potevano chiudere in casa quei ragazzini, perché probabilmente sarebbero scappati e ci sarebbero andati lo stesso al live, magari inventandosi un pigiama party o roba del genere. Laura dice a sua madre che dormirà da Giulia e Giulia che dormirà da Laura. Ed eccole comunque al concerto di Sfera Ebbasta. Allora è tutta colpa del destino? Credere nel destino vuol dire credere in Dio, e non so se Dio c’entri sempre qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lasciamo riposare in pace quei ragazzi, che forse quella sera hanno vissuto i loro ultimi attimi di gioia, ben felici di essere presenti a quel concerto e ben felici di essere lì con la mamma.</strong> Che si prendano i responsabili, che si chiudano in galera quegli imbecilli che magari hanno pure dei genitori come si deve, chi lo sa, chi può giudicare? Non è colpa di Sfera Ebbasta, non è mai stata colpa di Kurt Cobain ma dell’ignoranza, e di quella sensazione d’immortalità che fa pensare ai ragazzi che una bravata è solo una bravata e che la morte non è una conseguenza che li riguarda, non ancora. Nessuno voleva uccidere nessuno, questa è la triste verità. Quegli stupidi ragazzi non saranno mai più gli stessi, il peso della loro coscienza li schiaccerà e questo anche se cominceranno ad ascoltare solo Laura Pausini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.dejanirabada.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></a></p>
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		<title>Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 07:48:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Performance è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando, certi di vedere un Hard Day’s Night coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando,</strong> certi di vedere un <em>Hard Day’s Night</em> coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli sottosopra, lasciarli inquieti, ‘sporchi’ dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64476 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="268" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER.jpg 400w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Il protagonista di <em>Performance</em> è un bel ragazzo, Chas, che è un gangster che ha fatto uno sgarro: ha ammazzato chi non doveva. Per scappare da sicura vendetta, si rifugia in un seminterrato, dove vive una rockstar fallita, con due groupie. <strong>Questi tre vivono da reclusi tra libri di Borges che citano di continuo, passano il tempo a drogarsi e a far l’amore, e Chas è parecchio schifato, dalla droga e pure perché è omofobo, allora le ragazze gli danno un acido, lo fanno sballare, e Chas va a letto prima con una e poi con l’altra,</strong> ma si capisce che è attratto dal cantante bisessuale e androgino, che è truccato, che sculetta, che ha due bei labbroni, perché è Mick Jagger. Il sesso a tre avviene, con le due groupie e poi anche con Mick, in uno scambio di corpi, vischiosità e orgasmi, identità sessuali che intontiscono, e alla fine Chas spara a Jagger, ma i suoi nemici lo trovano e se lo portano via insieme al fantasma di Jagger su una Rolls-Royce bianca, il cui proprietario è John Lennon.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ditemi voi se non è una bella trama, allucinante, pepata da nudi e giochi spinti, uomini che si vestono da donne, ripresi da uno specchio che confonde i sessi, li rende fluidi, li moltiplica</strong>, passa sui capezzoli, seni femminili spuntano su petti maschili, e lingue sulle gambe, che sfiorano l’inguine, a risalire in bocca. Ma alla Warner risultano indigeste le scene con la droga, quel sesso così esplicito che sembra vero: si incavolano coi due registi, Nicolas Roeg e Donald Cammell, due esordienti, e minacciano di portarli in tribunale. Il film viene bloccato due anni, tagliato, rimontato tre volte, le scene più hot buttate nel secchio. Quando finalmente <em>Performance</em> arriva nei cinema i critici si scatenano: per alcuni è “repellente” (<em>Los Angeles Times</em>), per altri “putrido” (<em>Washington Post</em>), nonché “disgustoso” (<em>Life</em>). Al botteghino è un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64477 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="150" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo.jpg 313w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Tutto questo avviene nel 1970, ma negli anni ’90 cambia tutto, la morale, la critica, il mondo, chi lo sa, fatto sta che il British Film Institute inserisce <em>Performance</em> al 48esimo posto tra i migliori 100 film inglesi del XX secolo.</strong> Cominciano ad arrivare premi, lodi, ci sono nuove proiezioni: Scorsese, Tarantino, Soderbergh, Nolan, rivelano che senza <em>Performance</em> non sarebbero diventati registi, <strong>e si scopre pure che gran parte della regia non è di Cammell (che lo ha ideato e scritto), ma di Nicolas Roeg, quello stesso Roeg morto tre giorni prima di Bernardo Bertolucci e che nessuno ha ricordato.</strong> Del film quest’anno è uscito <a href="https://performance-book.com/" target="_blank" rel="noopener">un librone in edizione limitata</a>, 3000 copie numerate, con foto e interviste inedite al cast, alla troupe, o meglio, a chi in vita ne rimane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è distribuito in Italia col titolo di <em>Sadismo</em>, e le scene di sesso torbido tra Mick Jagger e Anita Pallenberg le trovi pure su Pornhub</strong>, compresa quella in cui sono con Michèle Breton nella vasca da bagno a fumare erba. Tre ragazzi nudi, ‘fatti’, in una vasca da bagno, dopo aver sc*pato: vi ricorda qualcosa? <strong>Sì, <em>The Dreamers</em> di Bertolucci, che ha copiato la scena a <em>Performance</em>, perché se un film fa vomitare non è detto che non faccia la storia del cinema</strong>, anche se in <em>Performance</em> le ragazze non sporcano l’acqua col ciclo mestruale, ma con le banconote che attaccano alle natiche di Jagger.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/">Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Visto che la vita è uno schifo, meglio godersela: ecco perché “Harry a pezzi”, di quel porco di Woody Allen, è il film più bello che c’è, una catastrofe esistenziale</title>
		<link>https://www.pangea.news/visto-che-la-vita-e-uno-schifo-meglio-godersela-ecco-perche-harry-a-pezzi-di-quel-porco-di-woody-allen-e-il-film-piu-bello-che-ce-una-catastrofe-esistenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 07:53:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se un 60enne dice a una ragazzina che le due parole più belle del mondo non sono “Ti amo”, ma “È benigno!”, quella ragazzina cresce magari traviata, ma con sano, magnifico cinismo. Quella ragazzina ero io, quell’uomo Woody Allen, e ci sono film che ti salvano la vita, che ti porti dentro, uno di questi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/visto-che-la-vita-e-uno-schifo-meglio-godersela-ecco-perche-harry-a-pezzi-di-quel-porco-di-woody-allen-e-il-film-piu-bello-che-ce-una-catastrofe-esistenziale/">Visto che la vita è uno schifo, meglio godersela: ecco perché “Harry a pezzi”, di quel porco di Woody Allen, è il film più bello che c’è, una catastrofe esistenziale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se un 60enne dice a una ragazzina che le due parole più belle del mondo non sono “Ti amo”, ma “È benigno!”, quella ragazzina cresce magari traviata, ma con sano, magnifico cinismo. <strong>Quella ragazzina ero io, quell’uomo Woody Allen, e ci sono film che ti salvano la vita, che ti porti dentro, uno di questi è <em>Harry a pezzi</em>, e se siete tipi da <em>Ghost</em>, <em>Love Story</em> e amenità simili cambiate articolo, non è roba per voi, perché qui si fa a pezzi l’amore, la famiglia, Dio, e ogni altra sicurezza che pensate di avere, a cui vi aggrappate, illusi. </strong>Qui si scende all’inferno, quello di Dante, con Harry/Allen prendi un ascensore e vai giù, i gironi sono i piani, scendi all’ultimo, sei arrivato, è il tuo. Il Diavolo è Billy Crystal, cioè il tuo migliore amico, quello che ti frega e si sposa la tua donna, quello che fa il tuo stesso lavoro, ed è migliore di te. Si può essere più sfigati? Certo, puoi andare a p*ttane e finire nelle mani del fisco americano perché paghi le tue sc*pate con carta di credito, ti possono trovare in macchina la droga della squillo che hai caricato, un amico può morirti sul sedile posteriore, dietro di te, pensavi che dormisse, invece stava lì morto stecchito, infarto fulminante. Ma com’è l’eterno riposo? Come ‘si sta’ da morti? Uno schifo, te lo dice chi lo sa, il tuo amico morto che ti appare in cella, perché nel frattempo ti hanno messo dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63952 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/HARRY-A-PEZZI-COVER-187x300.jpg" alt="HARRY A PEZZI COVER" width="131" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/HARRY-A-PEZZI-COVER-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/HARRY-A-PEZZI-COVER.jpg 434w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />In tutto questo casino, hai una vita sentimentale? Come no, una moglie tradita con sua sorella, sc*pata da dietro il giorno del Ringraziamento a casa dei suoceri davanti alla vecchia zia cieca, ma le hai messo le corna pure con una sua paziente</strong>, tua moglie è una psichiatra, ha lo studio in casa, tu hai provato a giustificarti con un “non usciamo, non vediamo mai nessuno, ma che dovevo fare?!?”, e lei ti voleva strozzare. Tua moglie ce l’ha con te pure perché dici a vostro figlio di 9 anni “fregatene di Dio”, perché Dio non esiste, e se esiste comunque non sta sulla terra, dove invece ci stanno le donne, e tra queste le “strap*rche” cioè quelle che te la danno senza tante storie, pure a te che sei un erotomane mai cresciuto, uno che “pensa sempre a sc*pare ogni donna che incontro ovunque, in banca, vedo una sull’autobus e penso come sarà nuda, chissà se me la posso fare…!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tua moglie t’ha lasciato, eppure a pensarci bene come coppia non eravate male: prendi i Pincus, Max e Dolly, insieme da 30 anni, e solo ora Dolly ha scoperto che lui era già sposato, che ha ucciso la sua prima moglie e i loro figli, e poi se li è mangiati! Vabbè, questa storia non è vera, è inventata, <strong>è tutto il film che è così, un continuo sovrapporsi di flashback veri, falsi, su una trama scritta da un Allen nel pieno del casino Soon Yi – Farrow. Trama ispirata a Bergman, a <em>Posto delle fragole</em>, a <em>Otto e mezzo</em> di Fellini, trama che si decostruisce, si dirama in sottotrame, proiezioni su carta della mente di Harry che è uno scrittore, ed è a pezzi, ha perso l’ispirazione, non sa più scrivere</strong>, ha già speso tutto l’anticipo del nuovo libro a escort, l’ultima poi, l’ha visto così triste, emaciato, “pillolaro”, da fargli un p*mpino gratis. Può succedere di peggio? Sicuro, puoi andare in overdose di te stesso, finire sfocato, fuori fase, fare battute sull’Olocausto, litigare duro con l’unica parente che ancora ti riceve in casa, probabilmente verrà a trovarti quando starai per schiattare, attaccato ai macchinari, ma c’è tempo, c’è tempo per insultarsi, ubriacarsi, e farselo succhiare da Jane al funerale di suo padre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Harry a pezzi</em></strong><strong> è un film a salti, una vertigine, una catastrofe esistenziale, la prima volta che lo vedi non tutti i pezzi del puzzle che si ricompongono nel finale nella tua mente sono chiari, per questo lo riguardi, e riguardi,</strong> lo tieni con te, nel pc, alla bisogna, quando la vita ti va male, non ce la fai più e ti sembra tutto inutile, una perdita di tempo, ed è proprio così, ma per quanto possiamo incaz*arci, dannarci, bestemmiare la malasorte, meglio spassarsela perché “alla fine vince sempre il banco”, cioè la morte, e dopo, se ci sarà qualcosa, allora speriamo ci sia l’inferno, fa caldo ma c’è gente divertente lì, <strong>e se ancora non vi ho convinto, come dice Harry/Allen “meglio comandare quaggiù, che essere schiavi in Paradiso”, </strong>e se non sbaglio questa è di John Milton, <em>Paradise Lost</em>.</p>
<p><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/visto-che-la-vita-e-uno-schifo-meglio-godersela-ecco-perche-harry-a-pezzi-di-quel-porco-di-woody-allen-e-il-film-piu-bello-che-ce-una-catastrofe-esistenziale/">Visto che la vita è uno schifo, meglio godersela: ecco perché “Harry a pezzi”, di quel porco di Woody Allen, è il film più bello che c’è, una catastrofe esistenziale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Quando Lou Reed, l’uomo che voleva distruggere se stesso, decise di abbandonare il palco e di fare il poeta</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 07:53:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sul finire del 1969, Lou Reed viveva in un appartamento costoso dell’Upper East Side, a New York. Reed era il chitarrista e cantante dei Velvet Underground, autori di tre album che avevano fatto gridare al capolavoro gli appassionati ma avevano lasciato indifferente il pubblico. Il 1970 doveva essere l’anno dei Velvet. La consacrazione sembrava a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sul finire del 1969, Lou Reed viveva in un appartamento costoso dell’Upper East Side, a New York. <strong>Reed era il chitarrista e cantante dei Velvet Underground, autori di tre album che avevano fatto gridare al capolavoro gli appassionati ma avevano lasciato indifferente il pubblico. </strong>Il 1970 doveva essere l’anno dei Velvet. La consacrazione sembrava a un passo. Usciti dalla sfera d’influenza di Andy Warhol, primo mentore, ed entrati nella scuderia della Atlantic Records, si accingevano a incidere <em>Loaded</em>, un disco che guardava negli occhi i fan della musica pop senza rimangiarsi il marchio della fabbrica: rock distorto (Rock’n’roll) e ballate eteree (New Age). In <em>Loaded</em> ci sono almeno due classici studiati per scalare le classifiche: <em>Sweet Jane</em> e <em>Rock’n’Roll</em>. Nonostante le premesse, la lavorazione fu drammatica. Lou perse rapidamente interesse al disco e lasciò il gruppo prima della fine delle incisioni. Cosa stava succedendo? <strong>L’appartamento costoso di Lou Reed è completamente vuoto, come scopre Sterling Morrison, l’altro chitarrista dei Velvet. Ci sono una cassa di legno in un angolo, un registratore, una chitarra acustica. Il frigorifero contiene un cartone di succo di papaya. Nient’altro. Reed è in piena crisi d’identità.</strong> Ha cacciato dal gruppo il geniale polistrumentista John Cale e lo ha sostituito con il più servizievole Doug Yule. Sterling Morrison è infuriato per i modi dispotici di Lou. La batterista Moe Tucker è incinta e viene sostituita dal fratello di Youle. Ora Lou sente che il manager punta proprio su Youle, il volto pulito dei Velvet. Altro che la faccia da teppista del minaccioso Lou Reed. Non è tutto. <strong>Reed avverte che sta perdendo il controllo della situazione. Non vuole il successo a tutti i costi. Vuole innanzi tutto essere riconosciuto come un artista vero.</strong> I suoi testi cercano di portare l’arte nella musica rock in disaccordo col suo maestro all’università di Syracuse, il poeta Delmore Schwartz, che detestava i parolieri da canzonetta. Invece Lou si trova a dire nelle interviste che gli piacerebbe se i Velvet diventassero un gruppo da discoteca. Per quanto sia offuscato dalle droghe, Lou capisce di non essere se stesso. Al termine di un concerto al Max’s di New York, lascia di stucco il resto della band e se ne va. La batterista Moe Tucker lo trova seduto in disparte, in attesa dell’arrivo dei genitori. Cerca di farlo tornare sui suoi passi, senza riuscirci. Quindi Lou saluta Sterling Morrison e gli presenta Toby e Sidney Reed. Morrison ne è sorpreso. <strong>Reed aveva sempre parlato dei suoi genitori come aguzzini che lo avevano sottoposto all’elettroshock per scuoterlo dall’apatia e dalla depressione ma soprattutto per correggere una latente omosessualità. </strong>Lou non perdonò mai Toby e Sidney. Ma nel momento del bisogno si rifugia da loro, a Freeport, benestante sobborgo di New York.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62261 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed-213x300.jpg" alt="libro reed" width="144" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed.jpg 355w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />Nell’autunno del 1970, Lou lotta contro l’astinenza dalle droghe e dalla musica.</strong> Torna dallo psicanalista. Abita dai suoi genitori. Accetta un posto nella ditta di famiglia non come erede dell’attività ma come dattilografo a quaranta dollari alla settimana. Prova anche a fare lo spazzino ma resiste un solo giorno. Nel frattempo <em>Loaded</em> viene pubblicato con discreto successo. Doug Yule è il nuovo volto dei Velvet, la stampa a stento si ricorda dell’autore di tutti i brani, il dattilografo Lou Reed. Il 1971 coglie Lou Reed nello spaesamento e nella indecisione. Ha fatto causa al vecchio manager, riprendendosi i diritti delle canzoni dei Velvet ma perdendo la proprietà del nome della band. Poco male. I Velvet senza Reed produrranno un solo disco, il debole <em>Squeeze</em>. <strong>Lou non si decide a ritornare nel circo del rock pur sapendo che è il suo destino. Per un attimo, decide di dedicarsi completamente alla poesia, come avrebbe voluto Schwarz.</strong> <strong>Il 10 marzo 1971 è invitato a leggere le sue poesie alla chiesa di San Marco, a New York. Tra il pubblico ci sono Allen Ginsberg e Jim Carroll.</strong> Sono poesie su politica, sesso e whiskey. Il sapore è vagamente beat ma molti testi sono chiaramente pronti per essere cantati su base rock. E in qualche caso era già stato così, <em>The Murder Mistery</em> era finita nel terzo e omonimo album dei Velvet. Oggi quelle poesie, recuperate da un nastro trovato nell’immenso archivio lasciato da Reed alla Public Library for the Performing Arts al Lincoln Center di New York, sono oggetto di un piccolo ma prezioso libro edito da Anthology, <em>Do Angels Need Haircuts?</em> Ogni testo è introdotto da Reed e il libro offre anche la postfazione della musicista d’avanguardia Laurie Anderson, moglie di Lou. <strong>Siamo solo al primo frutto di una pianta rigogliosa. Nell’archivio ci sono infatti tonnellate di carte, contratti, fotografie e cassette dove Lou appuntava verbalmente testi e melodie.</strong> C’è un 45 dei Byrds, <em>Eight Miles High</em>, con una scritta: «Forse preferirai John Coltrane». Firmato Jimmy Page, all’epoca chitarrista degli Yardbirds. Ci sono i contratti con i musicisti e con David Bowie, produttore di Transformer. Ci sono immagini provenienti dalla Factory di Andy Warhol. Comunque quella famosa serata finì con Lou così gasato dall’entusiasmo del pubblico da fingere di boxare, declamare qualche poesia per la fidanzata Bettye e qualche altra sull’amore omosessuale. <strong>Al termine, Lou afferma di aver mollato per sempre il rock, anche per non far infuriare lo spettro di Delmore Schwartz. Pochi mesi dopo, lo troviamo in partenza per Londra dove lo attende lo studio affittato per incidere il primo omonimo album solista, </strong>composto quasi per intero da brani scartati dai Velvet Underground, suonati da turnisti esperti ma estranei all’estetica selvaggia di Reed. Il risultato è un flop.</p>
<p style="text-align: justify;">La contraddizione non deve stupire. È nel carattere di Lou. Anche il controllo è nel carattere di Lou. <strong>Se non può controllare qualcosa, la distrugge e riparte da zero. La sua carriera musicale è proprio così, un saliscendi vertiginoso tra grandi successi e altrettanto grandi cadute.</strong> David Bowie, che da tempo suonava <em>I’m Waiting for the Man</em>, uno dei classici del repertorio Velvet, decide di prendersi in carico, assieme al chitarrista Mick Ronson, la produzione dell’amatissimo Reed. Il risultato è noto a quasi tutti: <em>Transformer</em>, l’album di <em>Walk on the Wild Side</em>, <em>Vicious</em>, <em>Perfect Day</em> e <em>Satellite of Love</em>. È un successo. Lou Reed prende subito a detestare il disco perché suonava come se fosse di Bowie. Cosa vera solo in parte, visto che <em>Transformer</em> non naviga troppo lontano dalle acque glam di <em>Loaded</em>. A questo punto, mentre la casa discografica si aspetta un “Transformer 2”, Lou recluta il produttore Bob Ezrin per mettere in musica un drammone, ambientato a Berlino, su una coppia che abusa di tutto: sesso, violenza, droga. L’atmosfera è quanto mai decadente, il suono è in continuità con i Velvet, anche se si sente la mano di Ezrin nelle aperture orchestrali e nella teatralità di alcuni brani. <strong>Restano nelle orecchie dell’ascoltatore le urla e i pianti dei figli della coppia. Dal punto di vista commerciale è un bagno di sangue. Inoltre la stampa fa a gara per la stroncatura più feroce.</strong> Oggi <em>Berlin</em> è considerato uno dei miglior dischi della storia del rock.</p>
<p><figure id="attachment_62262" aria-describedby="caption-attachment-62262" style="width: 141px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62262" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824-218x300.jpg" alt="'O Magazine" width="141" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824.jpg 600w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" /><figcaption id="caption-attachment-62262" class="wp-caption-text">La copertina di &#8216;O Magazine di luglio, da cui è tratto l&#8217;articolo di Alessandro Gnocchi</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Per la carriera di Reed è una grave battuta d’arresto. A <em>Berlin</em> seguiranno i tour nei quali Reed, eseguendo soprattutto brani dei Velvet, si presenta come il <em>rock’n’roll animal</em>, una belva da palco. Il suono hard rock della band è segnato dai duelli chitarristici tra Dick Wagner e Steve Hunter. Il pubblico gradisce. Il problema è che Lou Reed non gradisce proprio ma fa buon viso a cattivo gioco. Quando è tempo di tornare in studio, Reed non ne può più. È strafatto al punto da dichiarare di non ricordarsi neppure di essere stato presente alle incisioni del nuovo disco. Ironia della sorte, <em>Sally Can’t Dance</em>, album di moderno rhythm and blues, rimarrà il più grande successo di Lou Reed, <strong>che ne trasse questa morale: «È fantastico: più faccio schifo, più il disco vende. Se la prossima volta non compaio nemmeno nel disco, probabilmente arrivo al primo posto in classifica».</strong> Non comparire nel disco&#8230; La battuta si trasforma in profezia. <strong>Lou infatti sembra deciso a far deragliare la sua carriera ogni volta che rischia di diventare una star. Insomma, gli piace auto-boicottarsi. </strong>Quando <em>Loaded</em> potrebbe aprire le porte al successo dei Velvet, Reed se ne va per tornare a Freeport a fare il dattilografo. Quando <em>Transformer</em> lo impone come esponente di spicco del glam rock, Reed manda tutti a casa quelli che si aspettavano una festa. Ora <em>Sally Can’t Dance</em> è addirittura salito ai vertici della classifica del 1974. Ci vuole una risposta adeguata, un fallimento glorioso, un tonfo spaventoso. Nel 1975, i negozi si vedono recapitare <em>Metal Machine Music</em>. Quattro facciate di feedback chitarristico senza alcuna melodia. Roba da far sanguinare le orecchie. Specialmente alla casa discografica. <strong>Il disco è invendibile. E chi lo compra, spesso lo riporta al negozio, protestando. In effetti in copertina c’è Lou Reed versione rock’n’roll animal, immagine quanto mai ingannevole, visto il contenuto del disco.</strong> Sul retro, c’è una autogiustificazione firmata dall’autore: «A molti di voi, questo disco non piacerà». Lou Reed descrive con entusiasmo la sua nuova scoperta: il noise delle chitarre cela armonie e sinfonie segrete. Per la stampa, invece, trattasi di un disco pubblicato per “onorare” nel peggiore dei modi il contratto discografico. Eppure <em>Metal Machine Music</em> ha seguito la strada di <em>Berlin</em>. Rivalutato da una generazione di musicisti abituata al gelo dell’elettronica, finirà trascritto dal gruppo d’avanguardia Zeitkratzer ed eseguito con lo stesso Lou Reed nel 2002. Il risultato è stupefacente e lascia intravedere una delle strade che Lou forse avrebbe percorso se fosse ancora tra noi. <strong>Il noise come musica d’ambiente capace di risvegliare forze assopite. La musica da ascoltare mentre si praticano le discipline orientali come il Tai Chi, che Lou Reed adorava.</strong> A riprova c’è il “Metal Machine Trio” (Lou Reed, Ulrich Krieger e Sarth Calhoun) che, oltre a esibirsi dal vivo, incide <em>The Creation of the Universe</em>, uno splendido disco di ambient “rumorosa” con improvvise esplosioni strumentali. Nel modo in cui il vecchio Lou suona la chitarra si riconosce il giovane Lou che prova a far suonare il suo strumento come il sassofono di Ornette Coleman, pioniere del free jazz.</p>
<p><strong><em>Alessandro Gnocchi</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Le poesie di Lou Reed</em></strong></p>
<p><strong> </strong><br />
<strong>Pensò all’amore nell’indolente oscurità</strong></p>
<p>Pensavo alle nostre notti insieme<br />
A noi due e a come tu non mi abbia ferito<br />
E capisco che sei stata davvero brava,<br />
Ti ho accusata di avere un sapore scadente (mentre mi amavi)<br />
E pensai, in quell’istante<br />
Che si erge oltre ogni riflessione,<br />
Di annullarti come una zecca o<br />
Schiacciarti&#8230;<br />
Come una coccinella.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo il popolo senza terra. Noi siamo il popolo privo di tradizione. Noi siamo il popolo che non sa come morire pacificamente e a proprio agio. Noi siamo i pensieri dei dolenti. Il termine dei domani. Siamo le ciocche dei governanti e i burloni dei re.<br />
Noi siamo il popolo senza diritti. Noi siamo il popolo che ha conosciuto soltanto menzogne e disperazione. Noi siamo il popolo senza un paese, una voce o uno specchio. Noi siamo lo sguardo di cristallo che ritorna attraverso la densità e l’immensità di una nazione bizzarra. Noi siamo le vittime del manifesto indicibile della mancanza di profondità del pieno, pesante vuoto.<br />
Noi siamo il popolo senza dolore che si è spostato oltre l’orgoglio nazionale e l’indifferenza verso una parodia dell’istinto. Noi siamo il popolo disperato al di là delle emozioni che sfidano il pensiero. Noi siamo il popolo che concepisce la propria distruzione e la porta a termine legittimamente. Noi siamo gli insetti del pensiero di qualcun altro. L’incidente del giorno, della notte, dello spazio e di dio senza razza, nazionalità o religione. Noi siamo il popolo. Il popolo. Il popolo.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tutto questo è perché ho sempre desiderato qualcuno che creasse un rossetto nero, così un giorno incontrai un mio amico che lo metteva e gli ho detto, “Dove l’hai preso?” e lui mi ha risposto, “Ehi, amico, tutti lo mettono”. Io gli dissi, “Pensavo di aver fatto qualcosa di nuovo”. Mi dissero, “No, amico”.</em></p>
<p><strong>Rossetto</strong></p>
<p>(Se il rossetto fosse nero<br />
tu lo metteresti<br />
Se l’amore fosse dritto<br />
tu lo torceresti<br />
Se la vita fosse bagnata<br />
tu la incendieresti.<br />
Se la morte fosse assolta<br />
tu l’adempiresti<br />
Se tu fossi la morte<br />
ti sussurrerei<br />
Se tu fossi la vita<br />
ti afferrerei<br />
Se tu fossi qui<br />
ti bacerei<br />
Ma visto che non ci sei<br />
mi mancherai)</p>
<p><em>trad. it. di Matilde Casagrande</em></p>
<p>*</p>
<p><em>L’articolo di Alessandro Gnocchi, “Il canto malinconico di Lou Reed”, è pubblicato per gentile concessione del mensile <a href="https://www.omagazine.it/" target="_blank" rel="noopener">’O Magazine</a>.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-lou-reed-luomo-che-voleva-distruggere-se-stesso-decise-di-abbandonare-il-palco-e-di-fare-il-poeta/">Quando Lou Reed, l’uomo che voleva distruggere se stesso, decise di abbandonare il palco e di fare il poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il suo ano era stretto e grinzoso”: elogio della letteratura masturbatoria, dal sensuale Guido Gozzano alla tre grazie del romanzo italiano, Melissa, Isabella, Veronica</title>
		<link>https://www.pangea.news/suo-ano-stretto-grinzoso-elogio-della-letteratura-masturbatoria-dal-sensuale-guido-gozzano-alla-tre-grazie-del-romanzo-italiano-melissa-isabella-veronica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2018 10:41:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Io sono innamorato di tutte le scrittrici… No, no! È troppo presto per parlare delle mie Letterine. Voglio prima dirvi che non vado su Youporn, e quando ho voglia di eccitarmi, non so che farmene di siti porcelloni o scaldacazzi virtuali. Io leggo. Lo faccio dal giorno in cui, timido adolescente, scoprii una poesia di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/suo-ano-stretto-grinzoso-elogio-della-letteratura-masturbatoria-dal-sensuale-guido-gozzano-alla-tre-grazie-del-romanzo-italiano-melissa-isabella-veronica/">“Il suo ano era stretto e grinzoso”: elogio della letteratura masturbatoria, dal sensuale Guido Gozzano alla tre grazie del romanzo italiano, Melissa, Isabella, Veronica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Io sono innamorato di tutte le scrittrici… No, no! È troppo presto per parlare delle mie Letterine. Voglio prima dirvi che non vado su <em>Youporn</em>, e quando ho voglia di eccitarmi, non so che farmene di siti porcelloni o scaldacazzi virtuali. Io leggo. <strong>Lo faccio dal giorno in cui, timido adolescente, scoprii una poesia di Guido Gozzano che comincia così: “Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie”.</strong> E continua, con una scrittura densa di pruriginosi doppi sensi, con frasi del tipo: “L’una, pur mentre inghiotte, già pensa al dopo, al poi”, “Un’altra, con bell’arte, sugge la punta estrema”. <em>Sex, drugs and pastry</em>. Ero poco più che adolescente, e le signore tutta panna di Gozzano calmavano i miei bollori. Con il tempo, però, mi sono accorto di avere bisogno di stimoli più forti, e ho rivolto l’attenzione ad alcune scrittrici italiane contemporanee che provocano su una parte di me un’intensa vasodilatazione. <strong>La prima è una certa Melissa capace di scrivere un romanzo che contiene la seguente frase: “Il suo ano era stretto e grinzoso. Odorava di merda”.</strong> Leggendo mi è venuto il dubbio, umanissimo e pietoso: “Ma dove mette il naso, la povera Melissa? E perché? Lo fa apposta, lo fa per gusto, o è costretta?”. Mi è bastato immaginarla alle prese con un editore affetto da sessuomania e subito ho avuto voglia di strapparla all&#8217;infame. Mi sono innamorato. <strong>La seconda è Isabella, e sapete di cosa parlano i suoi libri? Di droga, di sesso, di ragazze che si drogano per fare sesso, di ragazze che fanno sesso per drogarsi, di sesso estremo, di droghe estreme, di ragazze estreme che fanno sesso estremo dopo avere preso droghe estreme.</strong> In uno dei suoi romanzi più venduti, Isabella scrive: “Ho voglia di ascoltare i miei gemiti da puttanella-arancia-meccanica denudata da femmine che mi stanno sopra e poi dentro”. Cari amici lettori, dove andate? In bagno, topoloni? Non è il momento. Vi ricordate del giovane teppista Alexander DeLarge, che in <em>Arancia Meccanica </em>viene sottoposto a una cura che consiste nella visione di film dove sono contenute scene di violenza? Ecco, a me i libri di Isabella stanno sul cazzo, ma li leggo perché dopo una sbornia nauseante di sesso e droga posso serenamente masturbarmi pensando a Susanna Tamaro vestita da suora (mentre scrivo è Carnevale, non vedo lo scandalo).</p>
<p style="text-align: justify;">La terza scrittrice che popola il mio immaginario sessuale è Veronica, anche se io preferisco chiamarla Veronìca, con l’accento sulla terza sillaba, perché amo citarla nei miei freestyle, le battaglie a suon di rime che ingaggio con i miei amici rapper. <strong>Veronìca è bellissima. Lo scrittore Massimiliano Parente l’ha definita in un suo articolo “la <em>femme fatale</em> della letteratura italiana”.</strong> Mi eccita perché ha quell’aria strafottente che avevano le ragazze belle del mio liceo, un’aria che voleva dire, più o meno: “Se non la smetti di farmi la corte, brutto idiota brufoloso, mi metto col professore e ti faccio bocciare”. Ma non è stronza. <strong>Io so che Veronìca è buona, e lo so dal 29 giugno 2013, giorno in cui, al Tempio di Pomona, nei pressi del Duomo di Salerno, erano in programma due presentazioni nell’ambito della prima edizione del festival Salerno Letteratura. Alle 18 c’ero io con il romanzo <em>Le molecole affettuose del lecca lecca</em>, alle 19 la bella Veronìca con <em>Tutte le feste di domani</em>. </strong>Arrivai cinque minuti prima dell’evento e mi accorsi che la sala era vuota. Immaginando il numeroso pubblico che sarebbe corso ad ammirare Veronìca, feci di tutto per ritardare il mio intervento, simulando una diarrea acuta e perdendomi per le strade di Salerno con la scusa di cercare una farmacia aperta. Sconfortando gli organizzatori, tornai alle 18,40 facendomi largo tra gli ammiratori di Veronìca. Parlai davanti a un centinaio di persone, tre delle quali erano lì per me. Fu la mia lettura più affollata. Veronìca arrivò in perfetto orario, e senza protestare, aspettò che avessi finito il mio <em>one man show</em>. Una pazienza ammirevole, il segno della sua bontà. Se qualcuno di voi lettori la conosce, le porti il mio messaggio d’amore.</p>
<p><em>Francesco Consiglio</em></p>
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