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	<title>Cina Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 29 May 2026 04:07:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Solo in cammino i versi vengono da sé”. Il canzoniere di Yang Wanli o dello Studio della Sincerità</title>
		<link>https://www.pangea.news/yang-wanli-poesie-paolo-morelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 03:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Yang Wanli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco o nulla conosciuto in Italia,&#160;Yang Wanli&#160;(楊 萬里)è uno dei “quattro maestri” della poesia cinese nella dinastia dei Song Meridionali (1127-1279). Nato nel 1127 a Ji Shui nello Jiangxi (regione meridionale sulle rive del fiume Azzurro), per tutta la vita affronta gli incarichi pubblici più diversi, intervallandoli a contrasti con le autorità e ritorni nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Poco o nulla conosciuto in Italia,&nbsp;<strong>Yang Wanli</strong>&nbsp;(楊 萬里)è uno dei “quattro maestri” della poesia cinese nella dinastia dei Song Meridionali (1127-1279).</p>



<p>Nato nel 1127 a Ji Shui nello Jiangxi (regione meridionale sulle rive del fiume Azzurro), per tutta la vita affronta gli incarichi pubblici più diversi, intervallandoli a contrasti con le autorità e ritorni nel suo paese natale. Negli incarichi dà prova riconosciuta di integrità sviluppando nella vita pratica lo studio della filosofia attiva del Dao.&nbsp;<strong>Scegliendo in seguito il nome d’arte di&nbsp;</strong><strong><em>Cheng Zhai</em>, Studio della Sincerità (nel senso di laboratorio), assume sempre maggiore rilevanza come poeta diminuendo la partecipazione alla vita pubblica, spesso in disaccordo coi potenti e con l’imperatore che lo invia all’esilio nel 1188, per poi richiamarlo come direttore della Biblioteca Imperiale, l’incarico più importante mai ricoperto.&nbsp;</strong>Nel 1192, a 65 anni si ritira nel paese natale accontentandosi di una piccola pensione e conducendo vita semplice e austera assieme alla moglie e ai sette figli.</p>



<p>Muore nel 1206, ormai alle soglia degli 80 anni.</p>



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<p>Dirà di lui un contemporaneo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quali che fossero le circostanze s’esprimeva sempre in maniera franca, senza il minimo timore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Yang Wanli è autore di un corpus poetico che annovera circa 20000 componimenti (nove sillogi ebbero edizione dopo la morte, a cura di uno dei figli), il cui stile costituisce l’esito più alto dell’estetica d’ispirazione taoista dell’epoca Song, improntata sul metodo del&nbsp;<em>huo fa</em>&nbsp;come lo chiama il poeta stesso, vale a dire il ‘metodo spontaneo’ (ma anche traducibile come attivo, vivo) di cui nel verso si ritrova il ‘sapore’. Secondo tale metodo la stesura è sì istantanea, ma raggiunta dopo un lungo e rigoroso addestramento di carattere meditativo e al contempo morale, in accordo con la propria natura profonda e con l’universale, inteso anche come parte universale della nostra mente. Uno stile capace insomma di usare la spontaneità per ottenere l’eleganza, concepito come l’esito pratico di un pensiero filosofico.</p>



<p><strong>Secondo l’insegnamento, la stesura dovrà avvenire in uno stato di&nbsp;<em>wu wei</em>&nbsp;(letteralmente non-fare, ma qualsiasi traduzione sarebbe comunque fuorviante giacché si tratta comunque di un’attività senza ombre di quietismo, optiamo quindi per qualcosa che ne descrive più che altro gli effetti, come potrebbe essere ‘autenticità’, ‘spontaneità’ o, ancora, ‘sincerità’), cioè comportare un’azione non finalizzata, un’intenzione priva di interferenze mentali.&nbsp;</strong>Se, al momento della composizione, questo stato di autenticità non viene percepito, qualsiasi esordio risulterà inappropriato. In realtà il non-fare è risultato di un apprendimento, descrivibile come lo sviluppo della facoltà della mente umana di non aderire passivamente e inconsapevolmente agli oggetti del pensiero, e quindi di non rispondere in modo obbligato o compulsivo agli impulsi esterni o interni che siano.</p>



<p>Un simile procedimento che potremmo definire di economia cognitiva si dispiega e raffina in tutto l’excursus poetico di Yang Wanli, i cui temi retorici sono comuni a molta della poesia cinese in ogni epoca, e comunque collegati alla tradizione di tale esperienza filosofica: il viaggio (i luoghi sono le vaste zone della Cina centro-meridionale attorno al Chang Jiang, il fiume Azzurro), un certo tipo di lassitudine o di abbandono (vale a dire il cedere come mossa strategica, come punto di forza), e poi l’attesa, il vino che da sempre fa parte dell’armamentario di quelle congreghe poetiche. Lo stesso studio del&nbsp;<em>wu wei</em>&nbsp;vi è talvolta indicato, quando ad esempio parla di ‘sedersi’ allude spesso a quel particolare addestramento in posizione seduta. Fa pure parte della tradizione il richiamo a una visione anti-intellettualistica della conoscenza (<em>Non leggete i libri</em>), in cui la lettura dei libri viene intesa come possibile impaccio alla perfezione morale dello spirito.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="708" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/cover__id6994_w800_t1754510331.jpg-708x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107411" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/cover__id6994_w800_t1754510331.jpg-708x1024.jpg 708w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/cover__id6994_w800_t1754510331.jpg-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/cover__id6994_w800_t1754510331.jpg-600x867.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/cover__id6994_w800_t1754510331.jpg.jpg 747w" sizes="(max-width: 708px) 100vw, 708px" /></figure>



<p>Ma è certo nell’osservazione della natura che la poesia di Yang palesa di più i suoi intenti, contemplazione che non ha però e necessariamente nulla di estetizzante, anzi proverà l’esatto contrario in una forma di materialismo rispettoso, di ricerca della giusta distanza, né tantomeno il canto potrà corteggiare i lirismi, e il discorso filosofico che le sottende trova ragioni nella quotidianità, nella quale il poeta affronta in modo arguto sia i fastidi sia i piaceri della vita di ogni giorno.&nbsp;</p>



<p><strong>È un rispetto per la natura nei suoi diversi aspetti, callido, partecipe, navigato, con una fiducia generata dalla consapevolezza che la natura può essere capita solo ubbidendole</strong>&nbsp;o, in un senso ancora più vasto, che un modo esistenziale dignitoso si trova se si riesce a rinunciare&nbsp;alla pretesta di controllo su quello che può essere invece vissuto a pieno solo se a tale controllo si impara a rinunciare.</p>



<p>È il tema del potere, inesorabile e vincente che ha la capacità di adattamento di cui troviamo esempio nel comportamento dell’acqua, con quel suo tipo di forza&nbsp;che sotto l’aspetto arrendevole aggira e rompe anche le rocce più&nbsp;dure.&nbsp;Allo stesso modo l’idea poetica è incentrata sull’utilità dell’inutile, sulla forza che sta nella debolezza, sulla carenza come fonte perenne di energia. E al contempo sull’attività e il movimento, giacché “solo in cammino i versi vengono da sé”.</p>



<p>A distanza di quasi un millennio la poesia di Yang Wanli ci restituisce intatta l’immagine di una natura tutta vivente, quando una fantasia smisurata le dava vita, personificava le forze e ne intuiva le volontà, in un mondo sistematico pure se proporzionale e fantastico, esatto anche se appare magico e quasi rituale.</p>



<p>Uno studio della sincerità che potrebbe tradursi a tutt’oggi come una schiettezza di visione in grado di riaprire il noto, dimostrando ancora e di nuovo come la poesia esista da sempre nell’esigenza della mente di ricrearsi condizioni originarie al fine di non perdere i propri strumenti cognitivi. Vorrà dire, anche per il lettore odierno e occidentale, una rinata possibilità di guardare il mondo, toccando il nodo di una realtà sempre e comunque cangiante, fluttuante. Nella pienezza del momento presente, una percezione capace di avvicinare una visione, e quindi di riacquistare una sensibilità per il reale che, sola forse, potrebbe salvarci.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Il metodo usato per la traduzione si rifà alla stessa tradizione di pensiero cui ha attinto il poeta: si è provato a indovinare, captare la voce nel verso in una sorta di fragile e impunito atto di evocazione, in questo abilitati dall’esser considerato Yang Wanli un ‘poeta colloquiale’.</strong>&nbsp;Metodo che consiste quindi in prima istanza nell’individuazione della ‘voce’, quel congegno infallibile che in letteratura ogni volta ci riconduce al remoto, al condiviso, rifuggendo nella traduzione dalla ricerca di effetti retorici, costruzioni enfatiche, cadenze o versi rimati per provare a sovrapporre un tono lirico alla lettura della traduzione italiana.&nbsp;</p>



<p>Un cauto appressamento comunque che, tra il metodo di una traduzione libera all’unico scopo di rendere perfettamente scorrevole e attuale un linguaggio che non è tale, e quello della fedeltà assoluta alla forma originale, così remota, ha cercato accuratamente e seguito il più possibile una via mediana, magari appena più vicina alla prima istanza quando non solo non rischiava di tradire in alcun modo il pensiero e la sensibilità dell’autore, ma contribuiva forse a chiarirlo.</p>



<p>A fine estate del 2014, la traduttrice Marianne Schneider era in cerca di libri sul tema dell’acqua, dovendo scrivere un testo su tale argomento. Il nostro comune amico Gianni Celati le fece avere alcune trascrizioni prese dall’edizione francese di Yang Wanli che in seguito, incuriosita, si è procurata. A sua volta poi mi aveva mandato il libro, perché le sembrava “una continuazione naturale delle cose”. Mi è bastato aprire il libro per convincermi che, pur con le mie assai limitate capacità, avrei dovuto tentare la traduzione che poi man mano le facevo leggere.&nbsp;</p>



<p>Ecco quindi indicati i due maggiori responsabili della fascinazione e del lungo lavoro che ne è seguito (di Celati esiste una traduzione dal francese della poesia&nbsp;<em>Non leggete i libri</em>, in Riga n. 40).</p>



<p>Il libro è un’antologia di oltre un centinaio di poesie, <strong><a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822904997">è uscito nella primavera del 2020 edito da Quodlibet, col titolo de <em>La contrada natale dei sogni</em>.</a></strong></p>



<p><strong>Paolo Morelli</strong></p>



<p>*</p>



<p>過 百 家 渡 二 首</p>



<p>出 得 城 來 事 事 幽</p>



<p>涉 湘 半 濟 值 漁 舟</p>



<p>也 知 漁 父 趁 魚 急</p>



<p>翻 著 春 衫 不 裹 頭</p>



<p>園 花 落 盡 路 花 開</p>



<p>白 白 紅 紅 各 自 媒</p>



<p>莫 問 早 行 奇 絕 處</p>



<p>四 方 八 面 野 香 來</p>



<p><em>Al traghetto delle Cento Famiglie</em></p>



<p><em>(due poesie)</em></p>



<p>basta uscire di città e le cose via via si calmano,<br>guadando lo Xiang, a metà incrocio la barca di un pescatore,&nbsp;<br>talmente è preso ad acchiappare i pesci<br>che ha il giacchetto a rovescio e il capo scoperto.</p>



<p>nei campi i fiori appassiscono, sul sentiero sbocciano ancora,<br>bianco bianco rosso rosso, ognuno sfacciato a modo suo,<br>cosa c’è di speciale in una passeggiata all’alba?<br>dalle quattro direzioni, dalle otto prospettive c’è aroma di selvatico.</p>



<p>*</p>



<p>讀 書</p>



<p>讀 書 不 厭 勤</p>



<p>勤 甚 倦 且 昏</p>



<p>不 如 卷 書 坐</p>



<p>人 書 兩 忘 言</p>



<p>興 來 忽 開 卷</p>



<p>徑 到 百 聖 源</p>



<p>說 悟 本 無 悟</p>



<p>談 玄 初 未 玄</p>



<p>當 其 會 心 處</p>



<p>只 有 一 欣 然</p>



<p>此 樂 誰 為 者</p>



<p>非 我 亦 非 天</p>



<p>自 笑 終 未 是</p>



<p>撥 書 枕 頭 眠</p>



<p><em>Una lettura</em><em></em><em></em></p>



<p>di leggere libri non mi basta mai,<br>se mi ci dedico troppo però mi sfinisco fino a rimbambire&nbsp;<br>meglio chiudere e starsene seduti,&nbsp;<br>sia l’uomo allora che il libro si scordano le parole.<br>se poi torna la voglia di aprirlo<br>ne seguo le tracce fino alla fonte dei Cento Saggi,<br>parlano di rivelazione ma che a guardar bene non c’è nessuna rivelazione,<br>di mistero originario dicono, ma che misteri in realtà non ce ne sono<br>e quando la mente ci si ritrova&nbsp;<br>c’è solo una contentezza tale&nbsp;<br>che poi, da dove verrà mai?<br>non certo da me e dal cielo men che meno,<br>mi viene da ridere, niente di speciale dopotutto,<br>il libro lo sposto dal cuscino e cedo al sonno.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>書 莫 讀</p>



<p>書 莫 讀&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;詩 莫 吟</p>



<p>讀 莫 兩 眼 枯 見 骨</p>



<p>吟 詩 個 字 嘔 出 心</p>



<p>人 言 讀 書 樂&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;人 言 吟 詩 好</p>



<p>口 吻 長 作 秋 虫 聲</p>



<p>只 令 君 瘦 令 君 老</p>



<p>君 瘦 君 老 且 勿 論</p>



<p>旁 人 聽 之 亦 煩 惱</p>



<p>何 如 閉 目 坐 齋 房</p>



<p>下 簾 掃 地 自 焚 香</p>



<p>聽 風 聽 雨 都 有 味</p>



<p>健 來 即 行 倦 來 睡</p>



<p><em>Non leggete i libri</em></p>



<p>non leggete i libri. non recitate poesie.<br>leggere i libri prosciuga gli occhi fino all’osso,&nbsp;<br>leggi le poesie e ogni singola parola ti sputa fuori l’anima.<br>si sente dire che i libri sono una gioia,&nbsp;<br>leggere poesie a voce alta fa sentir bene,<br>ma a lungo andare dalle labbra v’escono stridii, tipo insetti autunnali&nbsp;<br>è sicuro allora che finite smagriti e invecchiati.<br>ora, se dimagrite e invecchiate poco importa&nbsp;<br>ma se vi sentono i vicini facile che si allarmino.<br>non è meglio star seduti nello studio a occhi chiusi?<br>abbasso così le tende e do una spazzata in giro, accendo l’incenso,<br>sto in ascolto del vento, la pioggia e ognuno ha il suo sapore,<br>se poi me la sento prendo a vagare, se stanco mi sdraio a dormire.</p>



<p>*</p>



<p>將 至 地 黃 灘</p>



<p>未 到&nbsp;地 黃 灘</p>



<p>十 里 先 聞 聲</p>



<p>檣 竿 已 震 掉</p>



<p>未 敢 與 渠 爭</p>



<p>舟 人 各 整 篙</p>



<p>有 如 大 敵 臨</p>



<p>搴 篷 試 一 望</p>



<p>濺 雪 紛 淙 琤</p>



<p>乃 是 水 磑 港</p>



<p>為&nbsp;灘 作&nbsp;先 嗚</p>



<p>眞&nbsp;灘 定 若 何</p>



<p>老 夫 虛&nbsp;作 驚</p>



<p><em>Avvicinando la rapida della Digitale</em></p>



<p>non ancora alla rapida&nbsp;<br>già da dieci li*&nbsp;s’è sentito il fracasso<br>l’albero già vibrava fin quasi a cadere&nbsp;<br>per paura di dover lottare con lei<br>i battellieri preparavano le pertiche<br>come dovessero affrontare un gran nemico.&nbsp;<br>scoperchiato il telone ho provato a dare un’occhiata&nbsp;<br>una sarabanda di urti bianchi e schiaffi&nbsp;<br>ma è solo la barriera di un mulino<br>a fare un baccano tipo rapida.<br>e come sarà allora quella vera?&nbsp;<br>i vecchi si mettono in allarme per niente…</p>



<p>*<em>Unità di misura: all’incirca mezzo chilometro.</em></p>



<p>*</p>



<p>宿 新 市 徐 公 店</p>



<p>籬 落 疏 疏 小 徑 深</p>



<p>樹 頭 新 綠 未 成 陰</p>



<p>兒 童 急 走 追 黃 蝶</p>



<p>飛 入 菜 花 無 處 尋</p>



<p><em>Nel borgo di Xin, pernotto alla locanda del signor Xu&nbsp;</em></p>



<p>al fondo di un sentierino in parte costeggiato da una siepe<br>dove le foglie nuove non ce la fanno ancora a far ombra,<br>ecco parte un bimbo dietro a una farfalla gialla<br>vola in mezzo ai cavolfiori e non si trova più.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>病 中&nbsp;復 腳 痛&nbsp;&nbsp;&nbsp;終 日 倦&nbsp;坐 遣 悶</p>



<p>滿 眼 生 花 雪 滿 顱</p>



<p>依 稀 又 四 三 過 年</p>



<p>誰 知&nbsp;病&nbsp;腳 妨 行 步</p>



<p>只 見 端 居 道 坐 禪</p>



<p>墮 扇 几 旁 猶 嬾 拾</p>



<p>撿 書 窗 下 更 能 前</p>



<p>世 人 總 羡 飛 仙 侶</p>



<p>我 羡&nbsp;行&nbsp;人 便 是 仙</p>



<p><em>Tuttora malato ho male ai piedi oltretutto, spossato sto tutto il giorno seduto e comunque scrivo per allontanare l’avvilimento.</em></p>



<p>occhi appannati, cranio color neve&nbsp;<br>ormai sono tre, quattro anni in abbandono,<br>tutti pensano che me stia in casa a meditare<br>chi può sapere che è il male ai piedi a impedirmi di fare un passo?&nbsp;<br>se mi cade il ventaglio sono fiacco al punto da non poterlo raccattare&nbsp;<br>peggio che peggio raggiungere un libro fin sotto la finestra.<br>nel mondo degli uomini s’invidiano gli immortali perché volano,<br>ormai per me sono immortali quelli che camminano.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>過 石 塘</p>



<p>萬&nbsp;石 中 通 一 線 流</p>



<p>千 盤 百 折&nbsp;過 孤 舟</p>



<p>灘 頭 未 不 人 猶 笑</p>



<p>下 了&nbsp;灘 頭 始 覺 愁</p>



<p><em>Tra le rocce del torrente</em></p>



<p>a mezzo di diecimila sassi come su un filo<br>sola tra mille curve, cento gomiti la barca se ne va,<br>non siamo fuori dalla rapida e gli uomini già ridono,<br>appena ne siamo a capo ci sale la malinconia.</p>



<p>*</p>



<p>下 橫 山 灘 頭 望 金 華 山</p>



<p>山 息 江 情 不 复 伊</p>



<p>雨 姿 晴 態 總 成 奇</p>



<p>閉 門 覓 句 非 詩 法</p>



<p>只 是 征 行 自 有 詩</p>



<p><em>Scendendo la rapida della Montagna Piatta, a distanza il monte del Fiore d’Oro</em></p>



<p>pensieri di montagna, sentimenti del fiume s’accavallano,&nbsp;<br>il tipo di pioggia, le parvenze del sereno insoliti ogni volta:&nbsp;<br>chiudersi dietro una porta è il metodo sbagliato di poetare<br>solo in cammino i versi vengono da sé.</p>



<p>*</p>



<p>憶 秦 娥</p>



<p>新 春 早</p>



<p>春 前 十 日 春 歸 了</p>



<p>春 歸 了</p>



<p>落 梅 如 雪</p>



<p>野 桃 紅 小</p>



<p>老 夫&nbsp;不 管 催&nbsp;春 老</p>



<p>只 圖 爛 醉 花 前 倒</p>



<p>花 前 倒</p>



<p>兒 扶 歸 去</p>



<p>醒 來 窗 曉</p>



<p><em>Aria di primavera</em></p>



<p>primavera è in anticipo<br>già dieci giorni prima è tornata<br>primavera è tornata<br>fiori di susino cadono come neve<br>quelli del pesco selvatico, così minimi e rossi di già.<br>al vecchio signore non importa se ogni primavera affretta la vecchiaia,<br>sbronzo fradicio intanto crolla davanti ai fiori&nbsp;<br>crolla davanti ai fiori<br>mio figlio mi sorregge per rientrare<br>mi scuoto allora ed ecco, c’è l’alba alla finestra.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>夏 夜 月&nbsp;下&nbsp;獨 酌</p>



<p>誰 道 今 年 熱</p>



<p>今 宵 分 外 清</p>



<p>竹 風 九 月 夏</p>



<p>溪 月 晝 三 更</p>



<p>此 景 天 慳 與</p>



<p>無 人 酒 自 傾</p>



<p>明 朝 火 傘 上</p>



<p>別 作 一 經 營</p>



<p><em>Bevendo da solo sotto la luna, in una notte d’estate</em></p>



<p>c’è chi dice che questo è un anno caldo<br>stanotte però è mite da non credersi,<br>il vento tra i bambù pare quello di settembre,<br>la luna sul torrente scambia la notte per il giorno.<br>il cielo, di momenti così, non ne regala mica tanti.<br>non c’è nessuno, mi scolo il vino da solo&nbsp;<br>ma all’alba quando s’aprirà l’ombrello di fuoco<br>bisognerà senz’altro escogitare qualcosa.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>秋 暑 午 睡 起 汲 泉 洗 面</p>



<p>大 桶 雙 擔 新 井 花</p>



<p>松 盆 滿 瀉 莫 留 些</p>



<p>剌 頭 蘸 入 松 盆 底</p>



<p>不 是 清&nbsp;涼 第 二 家</p>



<p><em>Nella calura autunnale, dopo la dormita pomeridiana vado a prendere l’acqua per sciacquarmi il viso</em></p>



<p>con due gran secchi di pino al nuovo pozzo potente,<br>l’acqua fino all’orlo e oltre, non lesiniamo,<br>mi decido e ficco la testa fino in fondo al secchio,<br>questo è refrigerio, niente di meglio al mondo.</p>



<p>*</p>



<p>新 霜</p>



<p>宿 酒 朝&nbsp;來 醉 尚 殘</p>



<p>胸 懷 眊 矂 腹 仍 煩</p>



<p>牡 丹 壇 上 欄 干 腳</p>



<p>自 刮 霜 球 袞 舌 端</p>



<p><em>La brina fresca</em></p>



<p>dopo una nottata all’osteria, all’alba postumi niente male<br>testa per conto suo, ventre in subbuglio,&nbsp;<br>m’appoggio alla ringhiera, le peonie sono là sopra,<br>gratto via una palla di brina e me l’arrotolo sulla lingua.</p>



<p>*</p>



<p>又 自 贊</p>



<p>清 風 索 我 吟</p>



<p>明 月 勸 我 飲</p>



<p>醉 倒 落 花 前</p>



<p>天 地 即 衾 枕</p>



<p><em>Sul mio ritratto</em></p>



<p>questa brezza esige da me un canto<br>una luna splendida m’invita a bere.<br>stramazzo ubriaco dinanzi ai fiori,&nbsp;<br>per coperta il cielo, la terra per guanciale.</p>



<p>Traduzione di&nbsp;<strong>Paolo Morelli</strong></p>



<p><em>*In copertina: Ma Yuan, “Ammirare i fiori di pruno al chiaro di luna”, XIII secolo </em></p>
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		<item>
		<title>“Dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano”. Due poesie di Wang Wei</title>
		<link>https://www.pangea.news/wang-wei-traduzione-paolo-morelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 04:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[dinastia Tang]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Wang Wei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=106953</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nella tradizione cinese, la poesia è il genere letterario di gran lunga più importante, mentre la prosa ha un ruolo minore e solo nel XX secolo in parte riabilitato.&#160; Com’è ben noto, il momento di maggior nitore delle arti tutte ma in specie della poesia è l’epoca della dinastia Tang (618-905 d. C.), con poeti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella tradizione cinese, la poesia è il genere letterario di gran lunga più importante, mentre la prosa ha un ruolo minore e solo nel XX secolo in parte riabilitato.&nbsp;</p>



<p>Com’è ben noto, il momento di maggior nitore delle arti tutte ma in specie della poesia è l’epoca della dinastia Tang (618-905 d. C.), con poeti come Li Bai (da noi conosciuto anche come Li Po), Tu Fu e, per appunto Wang Wei (699-759), il quale fu inoltre apprezzatissimo pittore, calligrafo e si occupò di musica e di medicina. Presente ad esempio nella celebre antologia del periodo Qing&nbsp;<em>Le trecento poesie Tang</em>&nbsp;(tradotta per l’occidente da Martin Benedikter; a sua stessa cura abbiamo le&nbsp;<em>Poesie del fiume Wang</em>, un botta e risposta poetico con l’amico P’ei Ti), fu attivo seguace del pensiero Chan per il quale la poesia è l’esercizio più intenso.</p>



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<p>In molte traduzioni di classici cinesi la scelta piú o meno consapevole dei traduttori di questa parte del mondo e segnatamente nella nostra lingua è quella di collocare preventivamente il testo in un territorio remoto, inaccessibile, qualcosa semmai da ammirare ma non toccare, tagliando fuori di conseguenza il lettore da ogni vera esperienza. Il processo di allontanamento avviene di solito dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, fallendo così nell’intercettarne l’intento originale, in più con l’elaborazione di una lingua esotica e astratta, tendente alla trascendenza, una sorta di ‘spiritualese’. È quello che si è cercato di evitare in questa traduzione.</p>



<p>Il tema dell’addio è uno degli snodi classici costanti della poesia cinese.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p>王 維</p>



<p>渭 城 曲</p>



<p>渭 城 朝 雨 浥 輕 塵</p>



<p>客 舍 青 青 楊 柳 春</p>



<p>勸 君 更 盡 一 杯 酒</p>



<p>西 岀 陽 關 無 故 人</p>



<p><em>Canzone di Wei Cheng</em><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftn1"><sup>[1]</sup></a><em></em></p>



<p>qui a Wei Cheng la pioggia al mattino ha appena bagnato la polvere,<br>la locanda del viaggiatore tutta una verde primavera di salici,<br>ti consiglio di vuotare un altro bicchiere,<br>a occidente, oltre il passo di Yang<a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>, certo non troverai i vecchi amici.</p>



<p>*</p>



<p>送 別</p>



<p>下 馬 飲 君 酒</p>



<p>問 君 何 所 之</p>



<p>君 言 不 得<a href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E6%84%8F"> </a>意</p>



<p>歸 臥 南 山 陲</p>



<p>但 去 莫 復 問</p>



<p>白 雲 無 盡 時</p>



<p><em>&nbsp;Saluto a chi parte&nbsp;</em><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftn3"><sup>[3]</sup></a><em></em></p>



<p>appena sceso da cavallo ti offro del vino<br>e ti chiedo dove stai andando.<br>dici che ti senti sconfitto<br>e ti ritiri lontano, ai monti meridionali<a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>.<br>poi te ne vai e io non chiedo più niente,<br>laggiù le bianche nubi non si disfano nel tempo. </p>



<p>Testo e traduzioni di&nbsp;<strong>Paolo Morelli</strong></p>



<p><em>*In copertina: Zhao Mengjian, Amici dell’inverno, XIII secolo</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Città sul fiume Wei, affluente del Fiume Giallo, nello Shaanxi, provincia del nord-ovest.</p>



<p><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>&nbsp;È la porta nella Grande Muraglia verso ovest (e il deserto).</p>



<p><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>&nbsp;Forse chi parte è l’amico Meng Haoran, o forse il poeta finge un dialogo con sé stesso e la propria delusione.</p>



<p><a href="applewebdata://777954FF-CA50-44B5-A466-73F9A76E59F5#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>&nbsp;Una catena collinare a sud di Chang’an, nello Shaanxi, dove Wang Wei aveva una casa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/wang-wei-traduzione-paolo-morelli/">“Dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano”. Due poesie di Wang Wei</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>“Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio”. Nell’opera alchemica di José Lezama Lima</title>
		<link>https://www.pangea.news/jose-lezama-lima-saggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 05:18:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni degli animali]]></category>
		<category><![CDATA[I Ching]]></category>
		<category><![CDATA[José Lezama Lima]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Octavio Paz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che ennesimo magnifico libro ha appena pubblicato Riccardo Corsi, un uomo che sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene, capace di avventatezze borgesiane. Per le sue Edizioni degli Animali è uscita una raccolta di saggi di José Lezama Lima, Le ere immaginarie (introduzione di Alberto Manguel, traduzione di Gianna Marras e Silvia Sichel): la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che ennesimo magnifico libro ha appena pubblicato Riccardo Corsi, un uomo che sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene, capace di avventatezze borgesiane. Per le sue <strong><a href="https://www.ibs.it/ere-immaginarie-libro-jose-lezama-lima/e/9791280475190">Edizioni degli Animali è uscita una raccolta di saggi di José Lezama Lima, <em>Le ere immaginarie</em></a></strong> (introduzione di Alberto Manguel, traduzione di Gianna Marras e Silvia Sichel): la “Stella di sabbia” tratta dal <em>thesaurus</em> di Albertus Seba, in copertina, conferisce al libro un’energia <em>oceanica</em>. </p>



<p>Di José Lezama Lima c’è poco da dire se non che ha scritto uno dei libri totem del Novecento,&nbsp;<em>Paradiso</em>, nel nostro Paese – affetto, per lo più, da cronica incuria – pressoché introvabile tramite i comuni canali di vendita. Pubblicato nel 1966, dopo quasi vent’anni di scrittura&nbsp;<em>alchemica</em>, laboriosa, incessante, il romanzo garantì a Lezama Lima l’ostracismo da parte del governo ‘rivoluzionario’ cubano: dissero che si trattava di “un’opera ermetica, morbosa, indecifrabile, pornografica”. Aggettivi che risultano, in fondo, un empireo, puro elogio per uno scrittore che aveva un concetto della scrittura come estasi e catabasi.&nbsp;</p>



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<p>L’autore morì all’Avana – da cui si era mosso di rado, quasi in esilio da sé – nell’agosto del 1976, cinquant’anni fa; durante le riunioni della mitica rivista “Orígenes”, che aveva fondato con José Rodríguez Feo e su cui pubblicavano, tra i tanti, Albert Camus e Wallace Stevens, Juan Ramón Jiménez e Paul Claudel, lo si vedeva spesso divorare un poderoso sigaro. Per lui, credo, la letteratura era un incrocio tra Minotauro e Plotino – qualcosa che al contempo reclude e libera, soffoca e ascende.&nbsp;</p>



<p><em>Le ere immaginarie</em>&nbsp;uscì nel 1970; nella&nbsp;<em>Prefazione</em>&nbsp;Lezama Lima compila una specie di ‘credo’:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgono, che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante il giorno non abbia passato e durante la notte sia millenario… Che s’accosti alle cose per appetito e che se ne allontani per ripugnanza”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><em>Le ere immaginarie</em>&nbsp;non è un libro&nbsp;<em>da leggere</em>; lo si serba, se ne leggono alcuni paragrafi come si compulsano gli apocrifi, certi che la cecità provocata è un tono dell’illuminazione. L’immaginario di Lezama Lima, la concretezza delle visioni, a tratti impaurisce – spesso è folgorante. È come credere di stare in un luna park mentre si è nella bocca di un giaguaro: qualcuno – l’autore, l’interprete di dio – ci mastica. Ha ragione – come sempre – Riccardo Corsi: “Lezama è innanzi tutto un poeta, e nella sua prosa saggistica ciò si avverte con particolare forza. Sono poesie in forma di saggio”.&nbsp;</p>



<p>Tra i saggi, sono partito a leggere quello che parte a pagina 195: “la biblioteca come dragone”. Lezama Lima comincia a parlare degli&nbsp;<em>Annali</em>&nbsp;di Goethe, per inoltrarsi in una lunga dissertazione sull’<em>I Ching</em>, “il libro dei mutamenti”, l’antico testo oracolare cinese, estorto dalle brume della leggenda. Impossibile riassumere il vagabondaggio mentale di Lezama Lima: i suoi saggi – pura opera di teurgia linguistica – non vanno ‘compresi’, l’apprensione richiede un denudamento totale. Bisogna danzare – occorre dare stelle marine e stelle celesti in pasto al cervello.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="719" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/FRONTE-copertina_Lezama_Lima_05-12-2025-copia-719x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/FRONTE-copertina_Lezama_Lima_05-12-2025-copia-719x1024.jpg 719w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/FRONTE-copertina_Lezama_Lima_05-12-2025-copia-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/FRONTE-copertina_Lezama_Lima_05-12-2025-copia-600x855.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/FRONTE-copertina_Lezama_Lima_05-12-2025-copia.jpg 758w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure>



<p>Per fare un buon esperimento ‘critico’ occorre leggere i saggi di José Lezama Lima insieme a quelli di Jorge Luis Borges e a quelli – più tardi – di Pietro Citati. In quest’ultimo caso, troviamo i meandri dell’erudizione: uno sfarfallio condannato a lasciarci infine indenni. Nel primo caso – Borges – è l’ardore letterario, il rebus in piazza, mantica bibliografica. Per Lezama Lima, invece, la strategia intellettuale fa parte della “Grande Opera”: qualcosa, nel ribollire degli elementi,&nbsp;<em>accade</em>; le parole sono alambicchi, i concetti sono uova di drago; il lettore, in questo caso, è l’apprendista e l’operaio. Insomma, leggere Lezama Lima è sempre un rischio – spesso capitano esplosioni.&nbsp;</p>



<p>Delle domande che mi hanno assillato leggendo il saggio – metafisiche o ‘tecniche’, ad esempio: di quale versione spagnola dell’<em>I Ching&nbsp;</em>si abbeverava lo scrittore? – quasi tutte sono rimaste inevase, irrisolte. Ad alcune ho trovato riscontro – si gioca a sistemare in armonia la casualità – sfogliando&nbsp;<em>Fragmentos a su imán</em>, l’ultima raccolta di poesie di José Lezama Lima, edita postuma. Alcune poesie – almeno una,&nbsp;<em>Sobre un grabado de alquimia China</em>, appuntata nel giugno del ’75 –, tradite in calce, aiutano a penetrare il velo – non certo a squarciarlo.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto, i libri di Lezama Lima – in quanto opera alchemica – sono anche un omaggio ai sodali. Da&nbsp;<em>Le ere immaginarie</em>&nbsp;spicca un saggio dedicato a&nbsp;<em>Rayuela</em>, il capolavoro di Julio Cortázar, che è poi un inno alla scrittura come labirinto – “nel labirinto viene offerta un’infinita, inarrestabile antropofania”. Introducendo&nbsp;<em>Fragmentos a su imán</em>, Octavio Paz ferma José Lezama Lima in un lirico cammeo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non ci siamo mai visti, io gli inviavo i miei libri, lui i suoi – quando ci scrivevamo, usavamo sempre il ‘voi’, come si faceva un tempo. […] Ho scorto, tra i liquidi pioppi delle ‘l’ e le magnetiche vette delle ‘m’, assediato dalle vocali – mancava soltanto la ‘u’, chiocciola della malinconia, cervo innamorato della luna – José Lezama Lina, appoggiato al suo bastone poliglotta, pastore di immagini”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>José Lezama Lima gli aveva dedicato una poesia senza nominarlo, parlando del “guerriero giapponese schiavo del suo silenzio”, della “furiosa divinità messicana” e del “Padiglione della vacuità”. Anche Octavio Paz, come lui, era affascinato dall’Estremo Oriente – era stato console in Giappone e ambasciatore in India. Quando scrive che “tutto, ovunque, è agguato”, capiamo di essere al preludio di una poetica; l’ultimo distico – “Solo il fuoco rispecchia/ la silenziosa disciplina del naufragio” – impone una via sapienziale. Octavio Paz intitola il suo omaggio a José Lezama Lima “Confutazione degli specchi”.&nbsp;</p>



<p>Nel libro in versi – a proposito: quando una traduzione della poesia di José Lezama Lima? – il grande scrittore cubano scrive anche di María Zambrano: la loro amicizia è testimoniata, tra l’altro, dalla <strong><em><a href="https://www.ibs.it/corrispondenza-libro-maria-zambrano-jose-lezama-lima/e/9791280475107">Corrispondenza</a></em></strong> pubblicata nel 2023 dalle Edizioni degli Animali. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“María è ormai così trasparente<br>che la vediamo allo stesso tempo<br>in Svizzera, a Roma e all’Avana.<br>Accompagnata da Araceli&nbsp;<br>non teme il fuoco né il ghiaccio. […]<br>María è per me, ora,&nbsp;<br>pari a una sibilla<br>a cui ci si avvicina incerti<br>certi di udire il centro della terra<br>e l’empireo che dilaga<br>oltre i visibili cieli”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In fondo, è nella tessitura delle amicizie – tessere di un unico volto, quello che, divinato dal caos, vuol dire vita – la vera opera alchemica, la vera letteratura.&nbsp;</p>



<p>Ma questo non è che uno scritto parziale, senza supporto, dal pelo ancora ignobile – uno scritto che non guarisce.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="702" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/30757301580-2-1-scaled-e1700563700427.jpg-702x1024.webp" alt="" class="wp-image-106334" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/30757301580-2-1-scaled-e1700563700427.jpg-702x1024.webp 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/30757301580-2-1-scaled-e1700563700427.jpg-206x300.webp 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/30757301580-2-1-scaled-e1700563700427.jpg-600x876.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/30757301580-2-1-scaled-e1700563700427.jpg.webp 740w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>L’impercettibile</em></p>



<p>È l’impercettibile:<br>non possiamo sapere se le foglie<br>si affollano e frullano mentre<br>la lucertola impicciona&nbsp;<br>si aggrappa a una di loro.&nbsp;<br>Ci sfiora la fronte<br>e crediamo sia un fazzoletto<br>che copre gli occhi.<br>L’oro cammina<br>verso la foglia<br>e la foglia penetra nella casa<br>vuota dell’autunno dove l’impercettibile<br>abbraccia l’invisibile<br>in un silenzioso gesto di gioia.&nbsp;<br>L’impercettibile<br>si gode il volo delle foglie<br>si riposa tra l’albero immobile<br>e il fiume della memoria che muta.&nbsp;<br>Mentre l’impercettibile agguanta<br>il suo regno, la casa oscilla<br>ma il suo cuore resta intatto.<br>Una scintilla si unisce<br>all’impercettibile<br>e comincia a bruciare di nascosto<br>sotto il suono molteplice dello specchio.<br>La casa ritorna alla sua immobilità<br>e ricomincia a navigare.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><em>Intorno a un trattato cinese di alchimia</em></p>



<p>Sotto il tavolo<br>si vedono tre porte<br>sono piccole fornaci<br>dove ardono pietre e legni:<br>il nano sbuca, mastica<br>semi per disseminarsi nel sonno.&nbsp;<br>Sopra il tavolo<br>si vedono tre cuscini grigi e blu<br>su due di essi spiccano alcune figure<br>incise con uova indistruttibili.&nbsp;<br>Accanto, un vaso disadorno.&nbsp;<br>Pezzi di legna sul pavimento.<br>Un uomo manovra una bilancia<br>pesa una cesta di mandorle.&nbsp;<br>La bacchetta di ebano<br>raggiunge subito la cifra.&nbsp;<br>Il venditore teme<br>le tre piccole fornaci<br>nascoste sotto il tavolo.<br>Da lì sorgeranno&nbsp;<br>le figure sperate<br>quando il pesatore&nbsp;<br>toccherà il centro del cesto.&nbsp;<br>Alla sua destra, un uomo contempla<br>assorto colui che pesa:<br>gioca con gli uccelli.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Cina, battaglia</em></p>



<p>Divisi dalle dolci colline<br>due eserciti mascherati<br>lanciano incessanti urla di guerra. <br>Un generale, nella tenda da campo,<br>interpreta la furia ancestrale del popolo.<br>L’altro fissa il corso del fiume<br>vede la sua ombra in un altro corpo, irriconoscibile. <br>La musica cresce nel sangue<br>precipita la marcia verso la morte.<br>I due eserciti, come avvolti in una nuvola,<br>si addormentano dimenticando quelle fugaci schermaglie. <br>I due generali sono ormai di pietra. <br>Più tardi, le ombre fuggite dai corpi diranno<br>di corpi fuggiti lungo il fiume.<br>Soltanto uno degli eserciti mantiene<br>unita l’ombra al corpo<br>il corpo alla natura fugace del fiume.<br>L’altro è vinto dall’immenso deserto<br>del sonno. <br>Il generale cede la sua spada con orgoglio. </p>



<p>*</p>



<p><em>Ascendere</em></p>



<p>La scala sull’albero<br>e l’albero della casa<br>si levano dal centro<br>della bianca tovaglia che dorme.<br>Lungo la scala c’è una formica<br>a lei si appoggia il cervo <br>con il palco molato dalla luna.<br>Una moltitudine ascende<br>ma la scala è insensibile<br>al peso dei piedi che inciampano<br>e somma corde e gradini. <br>Dove pesa di più, equilibra<br>le braccia, infine sale<br>cancellando la scala. <br>La sua testa penetra nel tetto<br>la mano percepisce, con occhi<br>sigillati, la pelle setosa<br>del pipistrello, il suo sguardo da ragazzo<br>concreato con l’alba.<br>Il pipistrello si muta negli occhi<br>che cominciano a saltare sui pioli.<br>Rinforza i vuoti ascendenti<br>gli occhi contorti dal battito d’ali<br>che annienta le fatiche del corpo.<br>La scala si impenna come una lancia<br>il cappello marcito in soffitta annuisce. <br>Lì, un tuono testimonia il braccio<br>i gradini sono l’unica linea d’orizzonte. </p>



<p><strong><em>José Lezama Lima</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian</title>
		<link>https://www.pangea.news/yiang-lian-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 05:06:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Concentric Circle]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Yang Lian]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Cerchi concentrici” è uno dei libri decisivi di&#160;Yang Lian, uno dei più duri. È stato scritto tra il 1994 e il 1997, pochi anni dopo l’esilio dalla Cina, in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, “quando la domanda fondamentale, per me, non era soltanto&#160;perché scrivere?, bensì&#160;come scrivere?&#160;In altre parole: dopo l’esilio era lecito, per me, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Cerchi concentrici” è uno dei libri decisivi di&nbsp;<strong>Yang Lian</strong>, uno dei più duri. È stato scritto tra il 1994 e il 1997, pochi anni dopo l’esilio dalla Cina, in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, “quando la domanda fondamentale, per me, non era soltanto&nbsp;<em>perché scrivere?</em>, bensì&nbsp;<em>come scrivere?</em>&nbsp;In altre parole: dopo l’esilio era lecito, per me, continuare a sprofondare nella pura creatività poetica? Insomma, in quale modo la poesia scritta in esilio avrebbe saputo trasformare la tradizione lirica cinese?”.&nbsp;</p>



<p>In realtà, per Yang Lian non si poneva altra scelta che inabissarsi nel linguaggio – da tempo le sue opere erano ‘proibite’ in Cina, giudicate ‘esoteriche’, insignificanti ai fasti di partito; insieme ad altri poeti – il più noto dei quali è Bei Dao – i suoi versi erano dileggiati come&nbsp;<em>menglong</em>, ‘oscuri’. Sfollato negli Stati Uniti, Bei Dao ha finito per insegnare a Hong Kong; da tempo Yang Lang vive in Svizzera, dove è nato nel 1955 – pur cresciuto a Pechino –, in una famiglia di diplomatici: entrambi i poeti sono stati nominati più volte nel lotto dei papabili al Nobel – questioni, queste, in fondo irrilevanti. Quando parla della Cina, Yang Lian parla di “un dolore senza tempo: la ‘storia’ della Cina si riassume in un carattere quadrato, del tutto nero, che non cambia mai, nonostante il fluttuare dei tempi”.&nbsp;</p>



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<p>“Cerchi concentrici” esce in origine nel 1999; nel 2005 Brian Holton e Anges Hung-Chong Chan approntano una traduzione –&nbsp;<em>Concetric Circles</em>&nbsp;– per Bloodaxe Books, a cui facciamo riferimento. Se nel titolo risuonano in noi echi danteschi, non siamo del tutto fuori pista: introducendo la versione inglese del suo libro (titolo: “Commosso ancora e ancora da un ancestrale tradimento”), Yang Lian fa quasi esclusivamente riferimento ai&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;di Ezra Pound – e dunque, di rincalzo, a Dante –, quasi che quel testo – parole sue – “abbia ‘inventato’ l’antica poesia cinese per gli occidentali e reinventato la lingua cinese per i cinesi”. Stratega del paradosso, Yang Lian afferma che la traduzione in cinese dei&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;è l’autentica realizzazione dell’estetica ‘poundiana’ (che postula&nbsp;<em>L’ideogramma cinese come mezzo di poesia</em>), a edificare una lingua statuaria e assoluta, monolitica eppure viva, vivente; odierna/eterna.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Credo che il vero scopo di Pound sia stato quello di superare i limiti del tempo imposti dalle grammatiche inglesi. I suoi&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;si ramificano nel tempo: è abbracciando ogni cultura, dal passato al presente, da Oriente a Occidente, che egli riesce a eliminare le differenze, toccando, di ciascuna, il nucleo immutabile. In altre parole, è sbagliato considerare i&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;alla stregua di un poema epico; essi usano la poesia per cancellare il miraggio della diacronia. Sono un universo autosufficiente, senza inizio né fine: rovesciano radicalmente la tradizione epica europea”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Secondo uno schema rigoroso – “l’intero libro è una formula geometrica: cinque capitoli collegati da un numero progressivo di ‘cerchi’, con tre sezioni in ogni capitolo; la loro struttura interna è al contempo asimmetrica e stabile” – Yang Lian tenta di operare come Pound: smuovere da dentro il ‘sistema’ della poesia cinese. Lo fa esasperando l’eredità oracolare cinese –&nbsp;<em>I-Ching</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Daodejing</em>&nbsp;sono i libri-dolmen, come&nbsp;<em>Odissea, Metamorfosi</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Divina Commedia</em>&nbsp;lo sono per Pound – per sovversione: maciullando lemmi, costruendo una stratificazione verbale che porta il lettore in un nessundove del tempo, in un nessunluogo del linguaggio. Che l’esito sia spiazzante, è voluto – non voluttà da retore, ma rigore.&nbsp;</p>



<p>Occorre pazienza per penetrare questi luoghi del linguaggio, questi laghi: del poeta va accettata la metamorfosi; Yang Lian ha voce di lucertola – il celestiale rettile addestrato dal sole – e voce di falco. Un tempo, ebbe fragore la sua poesia, in Italia: nel 2004 l’allora Libri Scheiwiller pubblicò&nbsp;<em>Dove si ferma il mare</em>(grazie a Claudia Pozzana; libro poi ripreso da Damocle nel 2016); più di recente, nel 2020, Jaca Book ha proposto&nbsp;<em>Origine</em>, dall’inglese, per merito di Tomaso Kemeny. Nel 2022 Aragno propone&nbsp;<em>In simmetria con la morte</em>&nbsp;(“morte nostro unico giardino” dice il poeta nella quarta lassa, capitolo primo di “Cerchi concentrici”). Piccole, pur belle, cose: attendiamo una sistemazione rigorosa di questo poeta così importante.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-106156" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/venice_elegy_10.jpg 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>A proposito del titolo, Yang Lian ha spiegato che l’ispirazione gli è giunta dalla fotografia di un’amica. In una stanza completamente buia, l’artista aveva fissato una lampadina, il cui brillio scatenava, fermato dalla pellicola, “una serie di cerchi concentrici sul pavimento. L’effetto era particolare non solo perché la fotografia catturava qualcosa di invisibile a occhio nudo (un fantasma?), ma perché sembrava svelare una struttura nascosta nelle profondità del mondo, che conferiva all’oscurità una struttura, una prassi. L’oscurità prodotta da quei ‘cerchi concentrici’ andava ben aldilà del fatto fisico, estendendosi alle esperienze della mia vita: me stesso/altro; in Cina/fuori dalla Cina; contemporaneità/tradizione; vita reale/scrittura; esistenza/illusione; interiorità/esteriorità… e così via”.&nbsp;</p>



<p>L’opera dell’amica artista s’intitolava&nbsp;<em>Ma gli angeli esistono davvero?&nbsp;</em>In questo perimetro, hanno senso i pensieri che soggiacciono alla parola ispirazione, alla parola evocazione. Quand’è che un angelo si fa vampiro e una linea retta sversa in cerchio? “In fondo, non ho fatto altro che ritornare alla domanda che il poeta Qu Yan ci pone da duemila e cinquecento anni:&nbsp;<em>la poesia è… cos’è?</em>”. Quando la sveli, la incenerisci – di quella cenere ci pitturiamo il viso.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Da “Cerchi concentrici”. Capitolo primo</em></strong></p>



<p>I</p>



<p>paura del freddo è la carcassa del freddo<br>pallida vertigine delle rocce carcassa della cecità delle rocce<br>autunno nelle orecchie&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;atrofizzati alberi<br>recisi nel cuore del tronco</p>



<p>poi vento&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;non più ira di rami ma ossa umane<br>non più lo scalpo del frutto ma l’udito che marcisce<br>non scrostate ali ma la raschiatura del coro ferreo di puro metallo&nbsp;</p>



<p>fuochi morti nella nerboruta nebbia&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lasciano sentore di morte<br>campi esangui&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;oscure visioni di solchi e odore di sterco<br>noci congelate da rompere una ad una<br>mentre il vino si indirizza ai bicchieri&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;come un oceano colorato e crudele<br>ogni minuto le cattedrali si svuotano delle nostre paure impilate</p>



<p>sottratte&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;fino a fare la somma detta distruzione</p>



<p>*</p>



<p>II</p>



<p>c’è sempre: eco di ciò che corre in un corridoio buio<br>ronzio nelle orecchie&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;al di là delle orecchie</p>



<p>proprio lì, dove dalla pietra inizia il mare<br>un suono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;spezza l’accordo delle ossa d’albatro<br>rincorre al contrario il corpo che prova dolore<br>i nostri corpi che nascono ancora e ancora da un paio di organi rosa</p>



<p>la realtà aumenta&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sorgiva dai tunnel del vento<br>migliaia di cactus si uniscono al comporre della notte<br>le orbite vuote delle capre eccedono il nostro respiro</p>



<p>il suono si dilegua&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;le orecchie si spezzano</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="685" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/81ehkvsmHL._SL1500_-685x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106157" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/81ehkvsmHL._SL1500_-685x1024.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/81ehkvsmHL._SL1500_-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/81ehkvsmHL._SL1500_-600x898.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/81ehkvsmHL._SL1500_.jpg 722w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /></figure>



<p>*</p>



<p>III</p>



<p>paura&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;tra valle e valle la talpa idatiforme al parto<br>paura&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;tra oro e oro<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;rovina d’uomo<br>splende l’organo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;il sole guarda il fiume creato da un bimbo piscialetto&nbsp;<br>mezzogiorno&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;eterno silenzio cola da una nuvola<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ciò che senti<br>impasta la fiamma dei peli pubici tra un sonno e l’altro<br>tra un giorno e l’altro&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;stomaco che sversa la mezzanotte<br>il silenzio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;spalanca scure partiture di granito</p>



<p>temete la vostra intemerata paura&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;tra strade di montagna<br>cave di uccello non temete di scartocciare il mattino<br>siedi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;non temere la sedia<br>confida solo sulle bianche ossa che sbucano dalle dita<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;attento allo spettacolo<br>le vecchie donne che piangano guizzano bagliori<br>facce martellate di incisioni&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;più le ascolti più ti somigliano<br>sangue martellante nel temporale di cera<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;stanche ginocchia di vecchie donne<br>avvicinati&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;danza&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;incalcolabili caviglie infiammate<br>il coro&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;inginocchiato su una rosa di vetro<br>permetti alle lingue brune di leccare la rugiada<br>non avere paura della vergogna&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;fai del tuo meglio: riproduciti</p>



<p>noi siamo il prodotto del terrore&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;e costruiamo le vette ai monti<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;fatti sentire dall’inudibile<br>diventa&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;la tenerezza tra spettro e spettro<br>tra le vostre chiacchiere brilla la neve in ogni stagione<br>il corpo mostra lo zero assoluto del linguaggio<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;confermato da pallidi errori mortali<br>tra avvizziti uteri blu&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;una distanza che non puoi controllare</p>



<p>*</p>



<p>IV</p>



<p>poesia&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;impossibile non arrendersi all’universale<br>le lingue battono sulla superficie del tamburo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;impossibile<br>che non tastino la verità</p>



<p>questi involuti involontari che non vogliono congelarsi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;fissi in una nevicata creata dalle candele<br>letti dall’odore terrifico del pesce sotto sale<br>cielo pornografico che vuole soltanto condannati e legge<br>la mappa&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;esaurita dalla lettura</p>



<p>quelli crivellati da un cervello dorato<br>ogni giorno&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;spingono un muro morto verso i sordi</p>



<p>il coltello che ci ha mutilati riversa battiti di cuore sul piatto</p>



<p>impossibile&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i vivi non sono parte delle foglie cadute dall’albero<br>impossibile che la farfalla che pinneggia sul muro non sia un pavone<br>tentenna&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;morte nostro unico giardino<br>impossibile non espellere matrimoni escrementizi su prati domenicali&nbsp;<br>baci-tuono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ingollati all’infinito per creare pietre e bombardare gli occhi</p>



<p>quando la parola è sparlata dall’indicibile&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;l’ultimo giorno è<br>il reietto dei giorni&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;finestra partoriente senza direzione<br>impassibile&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;esibisce il suo solo collasso</p>



<p>*</p>



<p>V</p>



<p>autunno vibra come uno strumento musicale impazzito</p>



<p class="has-text-align-right">la gloriosa memoria di massa deforma<br>corpi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mentre esaminati da un raggio di luce i corpi<br>noi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;siamo flutti di fango trafitti da un rosso fiero respiro</p>



<p>solo quando il volto è un fato noi siamo</p>



<p class="has-text-align-right">polmoni&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;stretti da un nero enorme che ci sovrasta<br>bestie ricoprono con cura il bianco-argento delle ossa<br>crepe nella malattia<br>mentre l’irraggiungibile&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;è questo rancido fiato<br>da accecati&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;che preme sull’oceanico fermacarte&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;scritto</p>



<p>segugi abbaiano feroci&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;guidano l’adesso in un dire<br>senza parole&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;così permane l’adesso</p>



<p class="has-text-align-right">la montagna immagazzina musica che dura una vita<br>organo a canne con denti falsi per mentire<br>carne senza ormeggio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;arpeggio bianco gelido si dilegua<br>indicibile&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;semina insetti morti come grano scintillante&nbsp;</p>



<p>sottrazione&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;grammatica che organizza un esercito solitario<br>usando i nostri occhi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;per organizzare il dolore defraudato del sole<br>spacca una bacca finché il suo pus non diventa lentamente viola<br>testicoli pendono nel nulla&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cancellano l’adesso dal reale</p>



<p><strong><em>Yang Lian</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/yiang-lian-poesie/">“Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire”</title>
		<link>https://www.pangea.news/leon-wieger-buddismo-testi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 04:07:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[adepto]]></category>
		<category><![CDATA[buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Léon Wieger]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/leon-wieger-buddismo-testi/">“Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nato a Strasburgo nel luglio del 1856,&nbsp;<strong>Léon Wieger</strong>&nbsp;avrebbe dovuto percorrere la stessa carriera del padre, insigne professore di medicina all’università. I genitori lo avevano adornato di un paio di altri nomi – Georges e Frédéric –; il ragazzo, per devozione, si iscrisse a medicina. Resistette per un biennio: folgorato da Cristo, entrò come novizio nei ranghi della Compagnia di Gesù a ventiquattro anni. Compì l’addestramento a Drongen – Tronchiennes in francese –, nelle Fiandre, presso l’antica abbazia benedettina passata da poco, dopo alterni disastri, ai Gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1887, Wieger volle impiantare il suo estro ‘scientifico’ nel cuore dell’ordine; ad ogni modo, preferiva avventarsi: quello stesso anno, partì per la Cina, presso la diocesi di Xianxian, nella provincia di Hebei, non lontano da Pechino. Non fece più ritorno in Europa. La diocesi era stata eretta da papa Pio IX una trentina di anni prima, affidandola ai missionari gesuiti. Lì Léon Wieger espresse il suo genio: imparò il cinese, andò a caccia di testi perduti, tradusse in francese i libri della tradizione taoista e buddista. Morì, dopo una vita di studi più che di apostolato, nel marzo del 1933, in Cina.&nbsp;</p>



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<p>“I suoi lavori, destinati ai missionarî, sono guide talvolta indispensabili, per gli studiosi europei, per lo studio della scrittura, della lingua, della storia, delle credenze religiose e delle opinioni filosofiche della Cina”. Così scriveva Giovanni Vacca (1872-1953), che con Wieger condivideva la passione per la scienza – era stato assistente di Giuseppe Peano – e per la sinologia – occupò la cattedra di Storia dell’Asia a Firenze poi a Roma. A Wieger dobbiamo studi su&nbsp;<em>Les pères du système taoïste</em>&nbsp;(Laozi, Liezi, Zhuangzi), stampato nel 1913, e sul&nbsp;<em>Folklore chinois moderne</em>&nbsp;(1909); compilò uno studio sulla&nbsp;<em>Histoire politique de la Chine</em>&nbsp;(1929). A dire – come diceva Ezra Pound – della necessità di studiare la Cina; a dimostrazione che l’uomo ‘occidentale’ – brutto &amp; cattivo che sia –, nella sua essenza, più che piegare, comprende, più che piagare, studia. Non si tratta di ‘illuminati’, per altro: era il buon senso ‘pratico’ a fare di Léon Wieger un formidabile scopritore di testi perduti. I suoi libri vengono ancora ciclicamente ristampati in Francia.&nbsp;</p>



<p>Erano anni, tra l’altro, in cui tutto un mondo era attratto verso Est, verso quell’<em>attraversamento</em>, alla ricerca di una sapienza remota, definitiva. Penso alla traduzione dell’<em>I-Ching&nbsp;</em>a cura del missionario tedesco Richard Wilhelm (1929), agli studi sul&nbsp;<em>Tao Te Ching</em>&nbsp;di Arthur Waley (1934; ma la prima traduzione inglese è del 1868, del missionario scozzese John Chalmers), alle esplorazioni di Giuseppe Tucci in Tibet, negli anni Trenta, agli studi dell’orientalista statunitense Ernest Fenollosa (morto a Londra nel 1908) ereditati da Pound. Ma anche, <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/lev-tolstoj-buddha/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ai &#8216;tentativi&#8217; verso la Cina di Lev Tolstoj, studioso di buddismo e taoismo. </a>Un intero mondo intellettuale, per oltre un secolo, si è mosso e ha studiato nell’estremo Oriente. La&nbsp;<em>Chinoiserie</em>&nbsp;si riversò nel pensiero occidentale, conferendogli ‘leggerezza’: Mario Novaro, il poeta ligure che si era specializzato sull’opera di Giordano Bruno, realizzò nel 1922, per Carabba, una folgorante traduzione di Zhuāngzǐ con&nbsp;<em>Acque d’autunno</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="681" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/81MlyTet7PL-681x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104880" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/81MlyTet7PL-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/81MlyTet7PL-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/81MlyTet7PL-600x903.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/81MlyTet7PL.jpg 718w" sizes="(max-width: 681px) 100vw, 681px" /></figure>



<p>In particolare, qui, m’importano i volumi che Wieger ha dedicato al&nbsp;<em>Bouddhisme chinois</em>&nbsp;(1910; 1913; poi pubblicati da Les Belles Lettres nella serie “Textes de la Chine”), cioè sulle “Vie cinesi del Budda”.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il Buddhismo primitivo, quello professato dal Buddha, non fu un sistema originale. Emerse, per reazione e per adattamento, da sistemi religiosi precedenti. Il Buddha fu il primo a proporre la liberazione a ‘uomini e donne dediti al bene’, a tutti gli uomini di buona volontà, fossero analfabeti, diseredati o gente comune. Questo rese il Buddhismo tanto celebre. La religione vedica, il Sạ̄mkhya, lo Yoga erano rivolti a una ristretta élite. La folla si precipitò entro la porta spalancata della nuova legge. Pur incerto nella dottrina, il Buddhismo fu accolto, in primo luogo, grazie all’influenza del suo fondatore, un uomo nobile e buono, dal fascino singolare. Si diffuse, poi, perché offriva ai declassati, agli emarginati, ai paria, tramite uno stile di vita semplice e immediato, una speranza di salvezza. In mancanza di meglio, il Buddhismo soddisfò per secoli molte anime elette, stanche dei vani sofismi della filosofia del tempo e innumerevoli uomini, desiderosi di pace e giustizia”.</strong></p>
<cite><strong>Léon Wieger,&nbsp;<em>Bouddhisme chinois, tome I : Vinaya, Monachisme et Discipline. Hinayana, Véhicule inférieur</em>, 1910</strong></cite></blockquote>



<p>In particolare, abbiamo qui tradotto due brevi testi che riguardano l’accoglienza di un adepto laico e di un novizio nella comunità monastica. Il rito pertiene a due scuole buddhiste in particolare: quella Sarvāstivāda e quella legata a Dharmagupta.&nbsp;</p>



<p>Al di là delle norme previste – comprensibili anche a un bimbo, da far risuonare, proprio oggi, sì, ora, da urlare, a credito di secoli che altrimenti non sono che sabbia e scolo, insieme alle parole del Nazareno redatte da Luca: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male… non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati” (6, 27-38) – è il linguaggio a persuadere. Parole che implicano una pratica, un patto – parole che esigono di essere esaudite. Cosa vuol dire? Che bisogna fare i conti con questi concetti: milizia, obbedienza, lotta. Parole che alimentano la guerra interiore, non quella esteriore, che implicano il perfezionamento personale – o quanto meno, l’equilibrio, la summa della propria inquieta quiete. Già: l’uomo, di per sé, si sa, è malvagio, è agito da un senso – più o meno violento – di sopraffazione. Questo scintillio d’ira, tuttavia, può volgersi al bene se condotto nei ranghi della pratica interiore. Le parole non domano l’uomo, lo rendono autenticamente indomabile – se ne svolgiamo il frutto. Come un seme, la parola deve spezzarsi – la parola va sguainata. Messa a pratica di scherma, senza schemi.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-3-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104881" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-3-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-3-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-3-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-3.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Eppure, prima di tutto, occorre&nbsp;<em>votarsi</em>. Invocare il voto. Non più vociferare ma: essere voce. Vocalizzare il voto. Governare il tempo e lo spazio (cioè: il corpo e la mente, io e mondo, mondo e immondo) per precisare il compito. Questo significa: parola vivente, parola sigillo, farsi ingaggiare dalla promessa.&nbsp;</p>



<p>Rileggo ancora – ancora – le parole di Scipione, il grande pittore &amp; poeta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Bisogna cristallizzarsi, costringersi nel ritmo giusto… Vivo nel voto, più leggero, sicuro, quasi sereno… Fare un voto in assenza è aspettare… Quando si scioglierà il voto si scioglierà la mia commozione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Era il marzo del 1932; raso al suolo dalla tubercolosi, Scipione morirà l’anno dopo, ad Arco, il paese di Giovanni Segantini. Enrico Falqui, raccogliendo i fogli di Scipione per Vallecchi, scrisse di “parole che echeggiano dentro di noi”, che “ce ne resta inibito ogni commento”.&nbsp;</p>



<p>È proprio&nbsp;<em>questo</em>, alienando confini geografici e cronologici: ambire all’inibizione, non più commentare ma incamminarsi, e far grano di questo echeggiante dire – fino all’annunciazione dei corvi: assai azzurri benché li si continui a dire&nbsp;<em>neri</em>.&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p><strong>Accoglienza di un adepto laico a vita</strong></p>



<p><strong>I cinque precetti&nbsp;</strong></p>



<p><em>[Testo tratto da un rituale di scuola Sarvāstivāda]</em></p>



<p>Quando un laico si presenta in monastero chiedendo di fare la professione di fede e di abbracciare i Cinque precetti, viene prima indottrinato riguardo alla vita del Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Gli viene poi insegnato a flettere le ginocchia, a congiungere le mani e a pentirsi di tutti gli eccessi commessi in pensieri parole azioni. Quindi, davanti al capitolo riunito, il maestro di cerimonia gli fa pronunciare la professione di fede:</p>



<p>“Da questo giorno in poi, io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine”.&nbsp;</p>



<p>Il candidato ripete questa formula per tre volte. Quindi, dopo che il rito ha prodotto il suo effetto, continua:</p>



<p>“Io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Chiedo con gioia di abbracciare i Cinque precetti dei laici, secondo la dottrina di Buddha Sākyamuni. Lo dico perché tutti lo sappiano”.&nbsp;</p>



<p>Il candidato ripete questa formula per tre volte, finché il maestro di cerimonia non dice:</p>



<p>“Ascolta attentamente! Questo capitolo di adepti del Virtuoso, il Buddha Sākyamuni, il Tathagata, colui che è venuto, ti annuncia, per mio tramite, i Cinque precetti che i seguaci sono tenuti a osservare per tutta la vita. Ecco i Cinque precetti:</p>



<p>1 Non uccidere alcun essere vivente. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)</p>



<p>2 Non appropriarsi di nulla che non ti sia donato. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)</p>



<p>3 Vietarsi ogni immoralità. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)</p>



<p>4 Astenersi dal mentire. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso)</p>



<p>5 Non bere liquori fermentati. Tutti i liquori rientrano in questo divieto, che siano estratti dal grano, dalla canna da zucchero o dall’uva, poco importa. Ciò che inebria è proibito. Riuscirai a osservare questo divieto? (Il candidato risponde: Posso)</p>



<p>*</p>



<p><strong>Accoglienza di un novizio</strong></p>



<p><strong>I Dieci precetti&nbsp;</strong></p>



<p><em>[Testo tratto da un rituale di scuola Dharmagupta]</em></p>



<p>Rivolgendosi al capitolo, il maestro di cerimonia presenta il candidato e dice:</p>



<p>“Venerabile capitolo, vi chiedo di poter radere il capo alla persona che vi presento. Se il capitolo lo ritiene opportuno, che i capelli del candidato vengano tagliati”.</p>



<p>Dopo aver rasato la testa al candidato, il maestro di cerimonia continua:</p>



<p>“Venerabile capitolo, la persona che vi presento chiede di lasciare la sua casa e la sua famiglia e di unirsi al monaco scelto come padrino. Se il capitolo lo ritiene opportuno, conceda al candidato la possibilità di lasciare la sua famiglia”.&nbsp;</p>



<p>Dopo il consenso del capitolo, il maestro designato a istruire il novizio gli fa scoprire la spalla e il braccio destro, gli chiede di togliersi le scarpe, di piegare il ginocchio destro e di alzare le mani giunte. In questa posizione il candidato pronuncia questa formula per tre volte:</p>



<p>“Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. Riconosco X. Come mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”.</p>



<p>Ritenendo che questa formula abbia prodotto il suo effetto, il postulante, ancora in ginocchio e con le mani giunte, dice per tre volte:</p>



<p>“Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. X. Sarà mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”.</p>



<p>Il maestro recita dunque al novizio, articolo per articolo, i Dieci precetti.</p>



<p>1 Non uccidere, mai. Questo è il primo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>2 Non rubare, mai. Questo è il secondo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>3 Non fornicare, mai. Questo è il terzo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>4 Non mentire, mai. Questo è il quarto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>5 Non bere vino, mai. Questo è il quinto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>6 Non adornarsi il capo di fiori, non ungere il corpo di profumi. Questo è il sesto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>7 Non cantare né ballare, mai, come fanno attori e cortigiane. Non assistere mai a spettacoli simili, non ascoltare canzoni simili. Questo è il settimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>8 Non sedersi mai su un seggio elevato, su un divano spazioso. Questo è l’ottavo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>9 Non mangiare mai oltre l’orario consentito, dall’alba al tramonto. Questo è il nono precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>10 Non toccare oro o argento, mai, né gioielli preziosi. Questo è il decimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò]</p>



<p>Questi sono i Dieci precetti dei novizi che non dovrete violare fino alla morte corporale. Puoi osservarli? Li osserverò.&nbsp;</p>



<p>Così si conclude la regola:</p>



<p>“Poiché ti sei sottomesso ai Dieci precetti, osservali con rispetto, non violarli mai. Onora il Buddha, la Legge il suo Ordine. Rispetta il tuo maestro e tutti coloro che ti daranno degli insegnamenti secondo la regola. Non mancare mai alla dovuta sottomissione. Rispetta i monaci, tutti, con tutto il cuore, sforzati di imparare da loro, per il tuo bene, a meditare, a recitare, a studiare. Ti aiuteranno a raggiungere la felicità, a evitare la via dell’espiazione (l’inferno, la vita famelica, la reincarnazione animale). Ti apriranno le porte del nirvana. Se pratichi le regole dei novizi poi quelle dei monaci, otterrai i quattro frutti del tuo stato, i quattro gradi della liberazione (il quarto dei quali, quello di arhan, assicura il nirvana dopo la morte)”.&nbsp;</p>
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		<title>“Torno da un sogno”. Li Quingzhao: vita &#038; versi della poetessa millenaria</title>
		<link>https://www.pangea.news/li-qingzhao-poesia-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 05:04:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura cinese]]></category>
		<category><![CDATA[Li Qingzhao]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quasi che tra cenere e sogno nessuna differenza sussista, se non quel sussulto, quello scarto tra il grigio e il ghigno del sopravvissuto.&nbsp;</p>



<p>Intrisa nel sogno, di bava d’ambra, onirica all’onestà, è l’opera di Li Quingzaho, perché è lì, nell’inconsolabile consistenza dell’inconsistente, che accade tutto: il lutto e l’amplesso, la gioia, a gorghi, e la rassegnazione, il primevo amore, il primato della razzia, i volti – tanti, ambiti, ambigui – come i fiori del pruno. Leggo che i fiori del pruno sono il simbolo della speranza, dell’eternità – in Li Quingzhao è la quieta disperazione ad avvincerci, piuttosto, l’incendio di nevi, la fuga tra corpi illusori, il senso, acuto, del transitorio. La nobiltà di questa poetessa recidiva nel recidere è in una sorta di infallibile debolezza. Così, quando scrive al Signore di Hu – una lettera intrisa di lacrime rattenute nel sangue –, alto funzionario imperiale, quella donna ai margini, tra i laterizi dell’esilio, non esita a insistere perché l’Imperatore ricordi che non è tempo di sotterfugi e negoziazioni quando decenni di caos hanno falciato i suoi sudditi, i suoi figli. Ma ancora una volta: la Storia non è che un sogno, la pietra levita in neve, la parola è cenere. Che incenerisca l’opera, allora, perché con quel nulla d’argento altri rifondino i toni, i tuoni. Se ne lordino il volto.</p>



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<p>Nacque nello Shandong, nel 1084, Li Quingzhao, in una famiglia di intellettuali: il padre era un insigne accademico, seguace dei circoli letterari più noti dell’epoca; la madre, nel cui lignaggio alligna un ministro del regno, scriveva poesie. In quell’aura libresca, Li Quingzhao si librò con eccezionale libertà: di precocissimo ingegno, già più che smaliziato, eccelse nel&nbsp;<em>ci</em>, poesia di irregolare lunghezza, modellate su toni e modelli definiti, cantabili. Si sposò nel 1101, diciottenne, con Zhao Mingcheng; fu un’unione al limite dell’idilliaco: entrambi poeti, praticavano la calligrafia e la scrittura, si inoltrarono nell’arte delle iscrizioni su pietra e su bronzo. Collezionavano libri – dialogavano in versi, durante le lunghe assenze di Zhao, impegnato nelle estenuanti prove per diventare burocrate del regno (la pratica lirica era una delle eccellenze essenziali per ‘fare carriera’ in quei ranghi).&nbsp;</p>



<p>Al tempo dell’unione, seguì quello della distruzione. Li Quingzhao e il marito vissero l’abisso della guerra che impegnò la dinastia Song contro i Jin – costretti alla macchia, subirono la razzia della casa. Non erano ricchi – i loro manoscritti furono bruciati, insieme ai libri. Nel fuoco, Li intravide lo stigma di una conversione.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="974" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/poesia-li-qingzhao-01.jpg" alt="" class="wp-image-102661" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/poesia-li-qingzhao-01.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/poesia-li-qingzhao-01-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/poesia-li-qingzhao-01-600x835.jpg 600w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Zhao morì durante i giorni della fuga, nel 1129 – Li passò mesi di vagabondaggio, di pieve in pieve, incenerita dal dolore. Finì i suoi anni a Hangzhou, dove i Song avevano stabilito la nuova capitale – ma tutto era già capitolato. Dicono di uno stuolo di pretendenti, malignano di un nuovo matrimonio, con un artista più giovane di lei, terminato in disastro; pare si sia data al buddhismo, piuttosto; le poesie misero il lutto: dai toni lievi, primaverili degli anni nell’oro, Li passò a quelli del rimorso, della malinconia, del grido in gola. Sono le poesie più belle, quelle in cui la neve si mescola al sogno, l’airone al pruno, vaghe figure della fugacità. Soltanto il vino offre un futile riparo al dolore: da ciò che si legge, Li sapeva precipitare nell’ebbrezza. Morì a 71 anni, pare – l’incerto consacra questa donna tra le semprevive leggende –, intorno al 1155 – del suo canzoniere, tra i più rinomati e noti del canone cinese, restano un centinaio di poesie, briciole per lo più di un’esistenza votata alla letteratura.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/ottanta-poetesse-per-cristina-campo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Li Qingzhao piaceva a Cristina Campo, che la voleva nel suo libro delle&nbsp;<em>Ottanta poetesse</em>&nbsp;(riprodotto da Magog, con l’aiuto di Giorgio Anelli, 2023)</a>;</strong>&nbsp;Farrar, Straus and Giroux ha da poco pubblicato&nbsp;<strong>i <a href="https://us.macmillan.com/books/9780374612757/themagpieatnight/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Complete Poems of Li Qingzhao” con un titolo suggestivo,&nbsp;<em>The Magpie at Night</em>:</a>&nbsp;</strong>i versi “della più grande poetessa cinese della storia” sono tradotti, con garbo minimalista, da Wendy Chen. Al di là dei tributi all’oggi, di quell’irreggimentare all’ovvio – si parla del “lavoro invisibile e irrequieto… di una donna che ha creato all’ombra dell’esilio, della guerra, di un ambiente letterario poco accogliente” – pare che facciano di Li una Emily Dickinson di Cina, rapita da una poesia fitta di intrepide ironie, da reclusa. In verità, Li era singolarmente nota ai tempi, e la poesia – pur apodittica, secondo i modi ideogrammatici d’Oriente – non artiglia l’intelligenza: dilata il cuore in lago.&nbsp;</p>



<p>Si sente, semmai, in sottofondo, un lento sciabordio: i versi inseguono la stesura del fiume, sono come cartigli, come foglie, lasciati alla livrea del rio. Prendili, a piena bocca: l’al di là del sogno è ricchezza in neve – non puoi lasciare tracce – né eseguirle.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/9780374612757-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102662" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/9780374612757-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/9780374612757-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/9780374612757-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/9780374612757.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>Li Qingzhao</strong></p>



<p><em>In sogno</em></p>



<p>Ricordo il giorno&nbsp;<br>passato sullo strame del rio:<br>guardavi il tramonto che artigliava<br>il padiglione.<br>Così ubriachi da perdere<br>la via del ritorno.<br>Era tardi – fu troppo tardi.<br>Voltammo la barca<br>incagliandoci in un gorgo<br>di radici di loto.&nbsp;<br>Remavi<br>remavo –&nbsp;<br>splendevano, a riva, gli aironi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Mentre scorre il fiume</em></p>



<p>L’equinozio si spezza<br>primavera arriva.<br>Legna nell’incensiere: da froge&nbsp;<br>di giada sfugge il fumo.&nbsp;<br>Torno da un sogno.&nbsp;<br>Cerco le forcine per i capelli<br>sotto il cuscino.<br>Le rondini di mare<br>sono ancora lontane.&nbsp;<br>La gente gioca<br>con l’erba, i fiori<br>del pruno riempiono il fiume.<br>Il salice germoglia<br>una bava di seta.<br>Compieta: l’altalena<br>è bagnata dalla pioggia.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Ubriaca alla festa del nono giorno&nbsp;</em></p>



<p>Nebbia sottile, nuvola esangue. Il giorno<br>è il destriero del desiderio.<br>Tronchi di canfora bruciano<br>nella bocca di bestie dorate.&nbsp;<br>Festa del nono giorno.<br>Cuscino di giada, tonaca zanzariera.<br>Il gelo di mezzanotte azzanna il mondo.<br>Crepuscolo. Mi ubriaca il chiostro<br>che costringe Oriente<br>e le mie maniche sono fragranti.<br>Non dire che mi è indifferente amare.<br>Quando il vento dell’ovest fa sbattere<br>la tenda, sono più fragile di un fiore giallo.&nbsp;</p>



<p>Mi bruci la mano<br>ma il tuo cuore è freddo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Sul tema “Come un sogno”</em></p>



<p>Notte: vento violento<br>lavacro di pioggia.</p>



<p>Dagli abissi del sogno<br>inebetita dal vino</p>



<p>chiamo l’ufficiale delle tende</p>



<p>che mi risponde: “i fiori di ciliegio<br>e quelli di melo sono gli stessi”</p>



<p>“Oh, ancora non lo sai?</p>



<p>Il rosso si assottiglia<br>il verde è diventato enorme”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Sul tema “Rosse le labbra”</em></p>



<p>Nella più remota stanza:<br>infiniti dolori infieriscono&nbsp;<br>su ogni lato del mio essere.&nbsp;</p>



<p>La primavera è passata troppo presto:<br>piogge, come frecce, disperdono gli amici.<br>Mi sporgo dal balcone: sono stanca.&nbsp;</p>



<p>Dov’è lui, il mio amato?</p>



<p>La prateria non ha orizzonte<br>avvizzisce: la strada del ritorno<br>è ormai invisibile.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Moribonda primavera – non ho voglia<br>di sistemarmi i capelli.&nbsp;&nbsp;<br>Il pruno perde i fiori&nbsp;<br>che vagano tra le rive&nbsp;<br>del vento serale.<br>Luna pallida, nubi in estro.&nbsp;</p>



<p>L’incenso non brucia più nella conca<br>di giada, ha la forma di un’anatra –&nbsp;<br>la tenda ha ancora quell’antico pudore.&nbsp;<br>Basta il suono di un corno a spaventare il freddo?&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Lamento&nbsp;</em></p>



<p>Notte fonda: ebbra<br>mi levo le vesti</p>



<p>un fiore di pruno tra i capelli<br>appassisce.&nbsp;</p>



<p>Tutto scema<br>ma l’odore del vino<br>sbriciola i sogni</p>



<p>prima che l’anima&nbsp;<br>riconosca la via di casa.&nbsp;</p>



<p>Silenzio.&nbsp;</p>



<p>La luna indugia:<br>accarezzo il fiore appassito<br>accarezzo i petali profumati</p>



<p>voglio il mio tempo perduto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Il sole si disfa<br>come oro fuso<br>le nuvole, a sera,&nbsp;<br>sono un disco di giada.<br>La nebbia avvolge i salici<br>e un flauto suona “Fiori di pruno”.&nbsp;<br>Quanti giorni ancora<br>durerà primavera?<br>La festa delle lanterne<br>dovrebbe rendermi felice<br>ma sono inerme al candore<br>del tempo – quando torneranno<br>il vento e la pioggia?</p>



<p>*<br>Ogni anno è nella neve<br>che raccolgo i fiori<br>del pruno: la loro bellezza<br>mi inebria. Avida, li accarezzo:<br>bagno la veste di lacrime<br>ed è così che consumo il mio viso.&nbsp;</p>



<p>Quest’anno ho vagato fino&nbsp;<br>al limite della foce, fino al punto<br>che inficia l’orizzonte – ormai&nbsp;<br>grige le tempie.&nbsp;</p>



<p>Il vento della sera è forte:<br>non riuscirò più a godere<br>del languore di quei fiori.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Al Signore di Hu</em></p>



<p>Non chiediamo della preziosa perla del Duca di Dui<br>né dell’inestimabile disco di giada di Ho, sommo maestro.<br>Chiediamo notizie della nostra patria.<br>Il Palazzo dell’Illuminazione è ancora lì, in rovina?<br>In che stato sono le pietre inabissate nell’erba<br>quelle tigri messe a guardia della tomba imperiale?<br>Dopo la razzia, pur al giogo, la nostra gente<br>continua a piantare alberi di gelso.&nbsp;<br>Dicono che i mercenari pattugliano&nbsp;<br>le mura della città: è davvero così?</p>



<p>Il nonno e il padre della vedova che vi scrive<br>sono nati nello Shantung: benché non abbiano<br>mai ricoperto alti incarichi, la loro fama veleggiava ovunque.&nbsp;<br>Ricordo quando discutevano alle porte&nbsp;<br>della capitale insieme ad altri studiosi:<br>gente a ventate, sudore pari a pioggia.&nbsp;<br>I loro figli hanno attraversato il fiume molti anni fa<br>per nutrirsi del sud: alla deriva, tra le rapide, tra i rifugiati.</p>



<p>Invio lacrime torchiate nel sangue alle montagne<br>della mia patria; spargo una tazza di terra sulla Rupe Orientale.<br>Immagino il vostro arrivo, degno agnello di Sua Maestà:<br>passerete per le capitali tra stole di genti – tutti faranno a gara<br>per offrirvi il tè, per ostentare un torbido benvenuto…</p>



<p>Il cuore dell’Imperatore soffre insieme a chi soffre:&nbsp;<br>siamo i suoi figli. Ditegli che la volontà celeste&nbsp;<br>ha memoria di ogni creatura. La fede con cui ci ricompensa<br>brilla come il sole, è vero, ma non è tempo di negoziare<br>per troppi anni siamo stati il cibo del caos.&nbsp;</p>
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		<title>I Ching: storia lirica del libro fondamentale</title>
		<link>https://www.pangea.news/i-ching-richard-wilhelm-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 05:25:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di un secolo fa, nel 1924, il missionario tedesco&#160;Richard Wilhelm&#160;pubblica la sua traduzione dell’I Ching, l’arcaico oracolo cinese, uno dei libri più enigmatici e polimorfici della storia. Wilhelm aveva studiato teologia a Tubinga, era approdato in Cina nel 1899, a 26 anni – praticava a Kiao-Ciao, nello Shandong, all’epoca colonia tedesca. Si fece [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Poco più di un secolo fa, nel 1924, il missionario tedesco&nbsp;<strong>Richard Wilhelm</strong>&nbsp;pubblica la sua traduzione dell’<em>I Ching</em>, l’arcaico oracolo cinese, uno dei libri più enigmatici e polimorfici della storia. Wilhelm aveva studiato teologia a Tubinga, era approdato in Cina nel 1899, a 26 anni – praticava a Kiao-Ciao, nello Shandong, all’epoca colonia tedesca. Si fece vanto di non aver convertito alcun cinese al Vangelo.&nbsp;</p>



<p>La traduzione dell’<em>I Ching&nbsp;</em>a opera di Wilhelm è uno degli eventi culturali del secolo: su quella versione si basa la traduzione di Bruno Veneziani e di A.G. Ferrara&nbsp;<a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845911309" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>edita da Adelphi</strong>,</a> la più nota in Italia. È chiaro: quando un oracolo – il cui potere è nel segreto – diventa&nbsp;<em>pubblico</em>, quando l’arcano si svela, la sua&nbsp;<em>energia</em>&nbsp;scema. È l’occulto, la divinazione solitaria, la dedizione da maestro ad allievo, la coltre e l’abisso a rendere un testo&nbsp;<em>efficace</em>, a far&nbsp;<em>agire</em>&nbsp;una parola che affiora da labbra dedite al silenzio. Nei decenni, l’<em>I Ching&nbsp;</em>è diventato testo di culto, cioè di moda: l’antica pratica dei cinquanta steli di millefoglie (l’Achillea) si è tradotta, per impratichirsi all’oggi, nel lancio delle tre monetine; l’interrogazione – che durava del tempo, ore – è diventata un botta-e-risposta, lo studio di sé una specie di spicciola sentenziosità, una frase ad effetto, come gli oroscopi nei giornali di pettegolezzi.&nbsp;</p>



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<p>Nel 1949, Carl Gustav Jung scrisse una partecipe introduzione all’<em>I Ching</em>, dimostrando gratitudine verso il docile missionario Wilhelm, morto quasi vent’anni prima per una malattia tropicale – insegnava Storia e filosofia cinese a Francoforte, chiacchierava con agio con Hermann Hesse, Martin Buber, Tagore. Nel breve saggio, Jung scrive una cosa interessante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’<em>I Ching&nbsp;</em>non si fa avanti con dimostrazioni e risultati, non fa l’imbonitore di se stesso, né è facile avvicinarglisi. Quasi fosse una parte della natura, aspetta di essere scoperto. Non offre né fatti né potere, ma per chi desidera conoscere se stesso e per chi ama la saggezza – se mai questa esiste – sembra essere il libro giusto”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ogni testo autenticamente sacro è retrattile al tocco, ci respinge. Come un serpente, ha in sé un veleno e un antidoto: spalancarlo è sempre un rischio. Ogni testo sacro è&nbsp;<em>naturale</em>: connaturato all’albero e al fiume, alla lince e al sasso. Nessuna&nbsp;<em>cultura</em>&nbsp;lo intacca – esso è dis-umano.&nbsp;</p>



<p>Chiunque abbia sfogliato l’<em>I Ching</em>, resta affascinato dalle immagini. Dissacrando l’oracolo – senza considerarne il valore di verità: il solo possibile, per altro – credo che l’<em>I Ching</em>&nbsp;sia uno dei libri di poesia più belli di ogni tempo. Intendo dire: leggerlo dilata le possibilità del nostro immaginario; è una fonte permanente di gioia per l’intelligenza – qualunque cosa questo voglia dire.&nbsp;</p>



<p>Apro il libro a caso. Esagramma 28.&nbsp;<em>Ta Kuo: La Preponderanza del grande</em>. Questa è&nbsp;<em>L’immagine</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il lago oltrepassa gli alberi: l’immagine della preponderanza del grande. Così il nobile quando sta solo è libero da crucci, e quando deve rinunciare al mondo è intrepido”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Queste sono le cosiddette&nbsp;<em>Sentenze aggiunte</em>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nella più remota antichità si componevano le salme coprendole di uno spesso strato di ramoscelli secchi e seppellendole poi in mezzo alla campagna, senza tumuli né boschetti. Il lutto non aveva una durata fissa. I santi dei tempi posteriori introdussero invece l’uso di bare e sarcofaghi. Questo lo trassero certamente dal segno: la Preponderanza del grande”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>L’<em>I Ching&nbsp;</em>sembra delineare un vagabondaggio dell’anima, il percorso di un cuore fattosi lupo e airone – al sentenzioso mescola il fiabesco, la leggenda si concretizza in legge, le immagini diventano legione, ci riempiono la bocca.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="663" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/i__id9515_mw1000__1x-663x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/i__id9515_mw1000__1x-663x1024.jpg 663w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/i__id9515_mw1000__1x-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/i__id9515_mw1000__1x-600x927.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/i__id9515_mw1000__1x.jpg 699w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p>Il talento di Wilhelm è stato quello di rendere lirico, per noi, l’assoluto ignoto. Non ho parlato di&nbsp;<em>gradevolezza</em>&nbsp;– incuria grammaticale da botri bassoborghesi – ma di altezza: dov’erano fenici ha tratto aquile, dov’erano draghi ha ricavato picchi, vette, pinnacoli verbali. Credo che l’affronto di Wilhelm sia pari a quello di Edward FitzGerald, infelice scrittore in proprio ma straordinario traduttore delle “quartine” di Khayyām; pari all’Hölderlin che si schianta contro Sofocle; a Pound che ‘rifà’ i poeti classici cinesi; a Yeats che s’immerge nelle&nbsp;<em>Upanishad</em>; all’avventuriero Giuseppe Tucci che elabora&nbsp;<em>Il libro tibetano dei morti</em>. Intendo: l’enormità della lingua.&nbsp;</p>



<p>Poi, certo,&nbsp;<em>Il Libro dei Mutamenti</em>, resta un libro per predestinati. Il concetto non è prevedere il futuro, ma comprendere il proprio posto nel tempo, e accettarne le conseguenze. Assecondare la natura delle cose, fecondarla di sé – come una mano immersa nel fiume: non sposta il flusso, ma fa fiorire qualche stellata spuma; idiota chi crede di arginare la forza dell’acqua in anguste dighe o murate museruole. La sentenza, più che altro, è una sentinella: l’<em>I Ching&nbsp;</em>non spiana e non spiega, suggerisce una via – non avviluppa e non avvicina, avverte.&nbsp;</p>



<p>Cesare Cavalleri, autentico esegeta dell’arcano cinese, ha scritto che “L’<em>I Ching</em>&nbsp;è un libro molto serio, non per giochi di società. È un condensato di saggezza a cui attingere per un consiglio quando si è realmente motivati”. Incurante del divieto biblico di auscultare oracoli e dare ascolto ai responsi, riteneva che quel libro contenesse una saggezza che ci precede.&nbsp;</p>



<p>Nella&nbsp;<em>Prefazione alla prima edizione</em>&nbsp;del suo capolavoro, scritta a Pechino nell’estate del 1923, Richard Wilhelm ricorda di essere stato introdotto all’oracolo dal “mio venerato maestro Lao Nai-hsüan”. Mentre traduceva l’<em>I Ching</em>, Tsingao, la città, veniva assediata dalle forze giapponesi, alleate all’esercito del Regno Unito. Durante la guerra – così ricorda Wilhlem – “il generale giapponese Kamio leggeva l’opera di Mencio nelle sue ore di riposo”; quanto a lui, il missionario tedesco operava nei ranghi della Croce rossa, “senza cessare nemmeno per un giorno dell’antica saggezza cinese”. L’oracolo si tingeva di sangue, i militari saggiavano antiche sapienze e quella traduzione entrava con&nbsp;<em>urgenza</em>&nbsp;nella Storia: una nuova necessità, dopo millenni passati nel lignaggio occulto, in un linguaggio ad uso di adepti, lo portava alla luce. Ogni grande opera dello spirito si tempera nella brutalità del corpo, nel pericolo, viso nel viso della morte.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un episodio narrato da Wilhelm funge da paradigma:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…ma più felice di tutti si sentiva un vecchio cinese, assorto a tal punto nella lettura dei suoi libri sacri che nemmeno una granata cadutagli accanto poté scuoterlo dalla sua calma. Egli la raccolse – non era esplosa –, ritrasse poi la mano dicendo che era molto calda, e si rivolse di nuovo ai suoi libri”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Essere nel mondo – ma non di&nbsp;<em>questo</em>&nbsp;mondo.&nbsp;</p>



<p>Nel 1996, per le edizioni Red – poi per la Utet, 1997; <a href="https://www.lafeltrinelli.it/ching-libro-dei-mutamenti-libro-vari/e/9788807889929?srsltid=AfmBOortSIhpczS027psghD0nU8g0AEekq_z1VF38--KdX3pijPUF9eu" target="_blank" rel="noreferrer noopener">poi per Feltrinelli,</a> 2011, 2017 – esce una edizione dell’<em>I Ching</em>&nbsp;– rinominato&nbsp;<em>Il Libro della Versatilità</em>&nbsp;– tradotta in italiano dal cinese antico, a cura di Rudolf Ritsema e Shantena Augusto Sabbatini, sotto gli auspici della Fondazione Eranos. Il testo è straordinario: di ogni sinogramma è fornito un significato culturale e cultuale; la bellezza dello stile è sacrificata per la certezza etimologica – che in molti casi, per verbale violenza da petroglifo, acquisisce una magnificenza più cruda, minoica.</p>



<p>L’esagramma 28 citato prima nella versione di Wilhelm, diventa, così, “L’eccesso del grande”, che nei&nbsp;<em>Percorsi di saggezza</em>&nbsp;ha questo senso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Lo specchio-d’acqua sommerge il legno. L’eccesso del grande. Il discepolo della saggezza usa il solitario consolidare per non impaurirsi e per ritrarsi dall’epoca senza malinconia”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Questo scombinare il linguaggio – a tratti&nbsp;<em>interlineare</em>&nbsp;– affascina, alletta in tigri il savio grammatico. La traduzione degli esagrammi è del tutto diversa: al posto del&nbsp;<em>Creativo</em>&nbsp;abbiamo&nbsp;<em>La forza</em>, in vece del&nbsp;<em>Ricettivo</em>c’è&nbsp;<em>Lo spazio</em>, al posto della&nbsp;<em>Difficoltà iniziale</em>&nbsp;leggiamo&nbsp;<em>Il germogliare</em>. A volte la traduzione è in occaso opposto: l’esagramma 15,&nbsp;<em>La Modestia</em>, per la versione Eranos è&nbsp;<em>L’umiliarsi</em>; l’esagramma 56 passa da&nbsp;<em>Il Viandante</em>&nbsp;a&nbsp;<em>Il soggiornare</em>. Al mutamento della traduzione segue il sovvertimento dell’oracolo? E la traduzione di traduzione – quasi un sussurro – non fa sussultare il divinare?&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/f21b7de026c6f58c552eeb98bf5c80ad4e6e04.jpg-666x1024.webp" alt="" class="wp-image-102441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/f21b7de026c6f58c552eeb98bf5c80ad4e6e04.jpg-666x1024.webp 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/f21b7de026c6f58c552eeb98bf5c80ad4e6e04.jpg-195x300.webp 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/f21b7de026c6f58c552eeb98bf5c80ad4e6e04.jpg-600x923.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/f21b7de026c6f58c552eeb98bf5c80ad4e6e04.jpg.webp 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>Wilhelm incastona alla traduzione i suoi commenti, spesso di delicata affabilità, per avvicinare l’oscuro testo al lettore occidentale. I suoi riferimenti sono, va da sé, tedeschi: spesso cita Goethe, a volte il Nuovo Testamento, una volta Beethoven. Credo che il ‘successo’ dell’<em>I Ching&nbsp;</em>dipenda anche da quel contesto: siamo nell’epoca del frammento, nell’etica-tagliagola, quella di Nietzsche, quella che attracca nel filosofeggiare oracolante di Heidegger; siamo nella lirica allucinata di Trakl, nel dionisiaco vagare tra lacerti verbali di Hölderlin; è l’era dell’orfico Rilke. Voglio dire: un andare a tentoni tra gli invisibili. Consapevole o meno, Wilhelm vive in quella temperie: Laozi non è mai stato così vicino a Eraclito, la Cina come la Grecia teutonica, la Grecia dell’anima anelata dai poeti di Germania. Bisognerebbe approfondire.</p>



<p>Traggo dal tedesco la traduzione dell’esagramma 11:&nbsp;<em>Tai / Der Friede</em>. La Pace. È l’unione dei trigrammi K’un e Ch’ien, la Terra e il Cielo. Si lega a questo mese, “febbraio-marzo, quando le forze della natura preparano la nuova primavera”:</p>



<p><strong>“<em>Il verdetto</em>:</strong></p>



<p><strong>La Pace. Il Piccolo va, viene il Grande.&nbsp;<br>Illeso! Successo!</strong></p>



<p><strong>Il segno indica il momento della natura in cui, per così dire, il cielo è in terra. Il cielo si acquatta sotto terra. È così che i poteri si uniscono in intima armonia. Questo crea pace e benedizione per tutti gli esseri. Nel mondo degli uomini è tempo di armonia sociale. L’alto s’inchina all’umile, l’umile è amichevole con l’umile, le faide hanno fine.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Dentro, nel centro, nel punto cruciale, è la luce; fuori è l’oscuro. La luce ha effetto possente, flessibile è l’oscuro. In questo modo, entrambe le parti hanno ciò che gli spetta. Quando i buoni occupano una posizione cruciale e nelle loro mani è il dominio, anche i malvagi migliorano, subiscono la loro influenza. Quando nell’uomo regna lo spirito che viene dal Cielo, la sensualità animale cede al suo influsso, trova il giusto posto.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>I piccoli, i deboli, i malvagi vanno scomparendo; i grandi, i forti, i buoni crescono. Ciò comporta salvezza, successo.&nbsp;</strong></p>



<p><strong><em>L’immagine</em>:</strong></p>



<p><strong>Cielo e Terra uniti: l’immagine della Pace.<br>Così il sovrano divide e compie<br>il corso del cielo e della terra<br>amministra e ordina i doni del cielo e della terra<br>ed è al fianco del popolo”.&nbsp;</strong></p>



<p>Nella versione Eranos si ha&nbsp;<em>Il pervadere</em>&nbsp;in vece de&nbsp;<em>La Pace</em>. In ogni caso, si tratta di trovare una interiore sovranità.&nbsp;</p>



<p>Per chi, come me, raccatta lirici monili divinare è pari a coltivare la vigna grammatica – il succo rende ebbri. Prima o poi l’anima diventerà un falchetto e dovrò cibarla di fresca preda – c’è tempo.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“Sterrare le profondità del cuore”. Il Trattato della Vita Nascosta</title>
		<link>https://www.pangea.news/yin-chih-wen-trattato-cina-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 05:49:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[D.T. Suzuki]]></category>
		<category><![CDATA[I-Ching]]></category>
		<category><![CDATA[legge]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Tao]]></category>
		<category><![CDATA[Yin Chih Wen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non può esistere una vita senza addestramento.&#160; Acquisire destrezza: essere desti.&#160; Adescare all’addestramento: l’osservazione individuale è un preludio. Ci vuole un altro, già addestrato, perché sia addestramento – e non: vagabondaggio, bondage con noi stessi.&#160; Addestramento, cioè: attenzione. Attendere. Se non si è desti, destri all’attendere, capaci nella tenda, la luce sfuma in falò, ogni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non può esistere una vita senza addestramento.&nbsp;</p>



<p>Acquisire destrezza: essere desti.&nbsp;</p>



<p>Adescare all’addestramento: l’osservazione individuale è un preludio. Ci vuole un altro, già addestrato, perché sia addestramento – e non: vagabondaggio, bondage con noi stessi.&nbsp;</p>



<p>Addestramento, cioè: attenzione. Attendere. Se non si è desti, destri all’attendere, capaci nella tenda, la luce sfuma in falò, ogni ombra sarà lupercale, rea di morso.&nbsp;</p>



<p>Si è destri, soprattutto, a se stessi – esiste un io: tramite addestramento questo io è sbriciolato nell’opera. Un io che può essere vanga e secchio, albero e pietra, falco e fiore. Un io fiorisce in tutt’altro – altrimenti, secca, marcisce. Marcitura infeconda.&nbsp;</p>



<p>Se la destrezza è individuale, la legge è universale – per quel misero universo detto ‘genti’.&nbsp;</p>



<p>La legge è ciò che è letto – lettura che penetra l’atto. Lettura conforme, che forma. Legge: lettura che prevede atti. La legge è sempre rituale: l’uomo compie dei gesti per restare eretto a se stesso, per piantumare di sé il cielo. Si dice: armonia.&nbsp;</p>



<p>Disarmonia vuol dire: divinizzare la legge.&nbsp;</p>



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<p>La legge: parola che lega. Parola a cui rispondere – il disobbediente si relega all’esilio e se ne assume il rischio.&nbsp;</p>



<p>Esiste una destrezza nell’esilio.&nbsp;</p>



<p>La legge prima di essere letta è scritta. La legge riguarda una grammatica: è parola a cui obbedire, è parola con efficacia. Come si fa?&nbsp;</p>



<p>Legge: parola di Dio rivolta all’uomo? Verbo d’uomo spartito tra uomini?</p>



<p>Ad ogni modo: legge scritta non si tocca. Quello scritto ha una sacralità. Come una formula magica – più di una magia. È parola che&nbsp;<em>lega</em>, quella della legge – incantesimo, fattura. Chi scrive le leggi sia il più abile degli scrittori.&nbsp;</p>



<p>Non ho detto: indottrinare. Non ho detto: indovinare. Non ho detto: intrattenere.&nbsp;</p>



<p>Parola che addestra.&nbsp;</p>



<p>Legge: parola a cui obbedire.&nbsp;</p>



<p>Obbedienza che equivale a dedizione. Legge come dedica.&nbsp;</p>



<p>Legge rituale: questi gesti – con destrezza perfezionati – faranno apparire Dio. Questi gesti sono il cibo di Dio.&nbsp;</p>



<p>Irrituale: uno Stato esiste a patto che si rispetti la legge. Rotto il patto, rotte le dighe: la massa, in ululato, divori se stessa.&nbsp;</p>



<p>La legge passa – è primaverile – l’addestramento resta, stagiona in saggezza.&nbsp;</p>



<p>Quando la legge interiore coincide con quella esteriore e con quella superiore – armonia. Si vive nel fruscio – come se non essere vivi: immortali. Cioè: in veglia.&nbsp;</p>



<p>Non ci si annulla – al contrario: si è nell’esubero. Nell’esorbitante.</p>



<p>In Oriente: ossessione nell’orientare la propria vita. Assurge a mania la legge. Il punto non è di mera ‘gestione’: gesto che altrimenti diventa andirivieni, gesticolio inerte. Legge che non attecchisce nel chiostro del cuore fomenta inganno, impostura, tradimento.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="810" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102325" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 810w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-243x300.jpg 243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-768x948.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-600x741.jpg 600w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /></figure>



<p>Anche chi trasgredisce la legge, vi obbedisce – per trasgredire è implicito l’abbandono all’obbedienza.</p>



<p>Anche Laozi, mitico autore del&nbsp;<em>Daodejing</em>&nbsp;arpiona la legge. È vero: egli fa il vuoto – predica la via che non afferma né esibisce, pratica il “non-agire” – ma è in quel vuoto che risuona la legge, che è impresso, impressionante, il suo canto, lo stigma. Legge oltre la legge: super-legge. Legge che leggenda autentica.&nbsp;</p>



<p>E prima di lui, l’antico libro divinatorio, l’<em>I-ching</em>. Legge: legare l’io ai voleri del Cielo, avvinghiare il fato.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nel valutare fino in fondo l’ordinamento del mondo esteriore e nel sondare la legge della propria natura fino nella sua più profonda essenza, essi [i santi saggi] arrivarono a comprendere il fato… Pertanto essi stabilirono il Senso del cielo e lo chiamarono lo scuro e il luminoso. Stabilirono il Senso della terra e lo chiamarono il cedevole e il deciso. Stabilirono il Senso dell’uomo e lo chiamarono: amore e rettitudine”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La legge regola i legami tra cielo, terra e uomo.&nbsp;<em>Ménage a trois</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Che poi la legge divenga gestione delle masse è altro. Secondo alcuni, i popoli vanno gestiti con la carezza, secondo altri con la cavezza. Alcuni predicano pietà e onorificenze, altri punizioni e decime – in entrambi i casi, i popoli sono la biada dei potenti.</p>



<p>Tra i testi meno noti lo&nbsp;<em>Yin Chih Wen&nbsp;</em>promulga una legge in radura, a rasentare lo spiffero e il breve. Ideato, a dire di chi sa, nel XVII secolo, dice della morte, del digiuno, del trattare con i buoi e con i semplici, con la formica e con il fuoco; dice dell’ombra, dell’ombreggiatura del male, dell’orfano e del cuore in vedovanza. È dunque un addestramento – destrezza nel riconoscere il compito. Compitare il compito.&nbsp;</p>



<p>Paul Carus – tedesco, spinoziano, emigrato negli Usa, autore di&nbsp;<em>The Gospel of Buddha</em>&nbsp;e di un&nbsp;<em>Essay on the Origin of Christianity</em>, lettore di Goethe, Kant e Nietzsche; nella sua vastissima corrispondenza appaiono i nomi di Nikola Tesla e Tolstoj, Edison e John Dewey – ha curato la prima traduzione in lingua occidentale, in inglese, dello&nbsp;<em>Yin Chih Wen</em>, nel 1906. Ha tradotto il fascicolo come “Il Trattato della Via Nascosta”; insieme a lui, a saggiare l’originale,&nbsp;Daisetsu Teitaro Suzuki&nbsp;autore del notissimo&nbsp;<em>Saggi sul Buddhismo Zen</em>.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La parola&nbsp;<em>chih</em>&nbsp;è usata sia come verbo che come sostantivo. Significa ‘determinare’ e ‘sollevare’, ma anche ‘principio’, ‘regola’, ‘metodo’, ‘via’. La parola&nbsp;<em>yin</em>&nbsp;vuol dire ‘in segreto’, nell’accezione di ‘inosservato’, cioè ‘senza ostentazione’. Trasmette l’idea di qualcosa che possiede un senso profondo, misterioso, nascosto. Insieme,&nbsp;<em>yin chih</em>, definiscono la via silenziosa del Cielo, che realizza, infallibilmente e invisibilmente, i fini della dispensazione divina, se assecondata con timore reverenziale e stupore… Come il Cielo permette al sole di splendere sul bene e sul male, senza attendersi ricompensa alcuna, così l’uomo dovrebbe compiere atti di misericordia e generosità con spirito imparziale, senza secondi fini, senza sperare in premi, senza desiderio di lode”.</strong></p>
<cite>Paul Carus</cite></blockquote>



<p>Per certi tratti, lo&nbsp;<em>Yin Chih Wen&nbsp;</em>ricorda il libro biblico dei&nbsp;<em>Proverbi</em>&nbsp;o la&nbsp;<em>Sapienza</em>: corazzarsi di norme, però, non tramuterà l’azzurro in pioggia. Piuttosto, armare in un vaso questa vita che oscilla tra polvere e verme – fare del corpo un albero – un adulterio di rami. Alla sua ombra, verrà il nido, nidificheranno le gemme – i frutti, ad ogni modo, non sono da sfruttare, non sono cosa nostra, ma nutrimento per chi resta.&nbsp;</p>



<p>Direi: il Trattato della Vita Nascosta. Di una via inattesa. Cacciagione sia ogni nostro gesto.&nbsp;</p>



<p>Dire di noi: ha fatto come andava fatto. Vivere, cioè, senza tributi, senza attributo. Tentati soltanto da ciò che trema, da quello stesso tentare.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Yin Chih Wen</strong></p>



<p><em>Dice il Potente:&nbsp;</em></p>



<p><em>diciassette generazioni incarnato come eccelso funzionario e mai ho oppresso popolo, mai soggiogato i sottoposti. Li ho aiutati nella sfortuna, li ho estratti dalla povertà; compassione dell’orfano ho avuto; perdono nella trasgressione; esuberante nella pratica delle segrete virtù, in armonia con ciò che detta il Cielo. Se siete capaci di addestrare il vostro cuore, come ho fatto io, il Cielo sarà fecondo di benedizioni. Queste sono dunque le leggi che elargisco all’uomo:</em></p>



<p>Chi vuole espandere il campo della gioia, cominci a sterrare le profondità del proprio cuore.</p>



<p>Pratica la benevolenza quando puoi, lascia il merito tra le erbacce.</p>



<p>Beneficia le creature; beneficia il popolo.</p>



<p>Pratica il bene: acquista gloria.</p>



<p>Resta onesto come il Cielo nel condurre affari.</p>



<p>Compassionevole, appassionato, lo stato deve essere devoto alla salvezza del popolo.</p>



<p>Che il cuore sia vasto e imparziale.</p>



<p>Sii fedele e onesto verso il sovrano. Obbediente e affettuoso verso i genitori. Amichevole e corretto con i fratelli. Sincero con gli amici.</p>



<p>Lascia che adorino l’Uno, che riveriscano la Costellazione del Nord, mentre altri si inchinano al Buddha recitando i sutra.</p>



<p>Discorrendo di moralità e rettitudine, converti astuti e calunniatori. Predica con i libri e i miti, illumina ignoranti e ottenebrati.</p>



<p>Soccorri chi è in difficoltà con la stessa prontezza con cui aiuti un pesce in secca. Libera gli uomini dal pericolo con la stessa abilità con cui sciogli il passerotto dalla trappola.</p>



<p>Pietoso con gli orfani, amico delle vedove – rispetta gli anziani, aiuta i poveri.</p>



<p>Conserva vestiti e vettovaglie per aiutare gli umili e gli affamati.</p>



<p>Munifico con le bare perché il corpo morto di un povero non sia esposto ai corvi.</p>



<p>Costruisci cimiteri per chi muore in solitudine.</p>



<p>Filantropia per i bambini che non vanno a scuola.</p>



<p>Se sei ricco, aiuta i parenti; se il raccolto del vicino è fallato, aiutalo a rimettersi.</p>



<p>Costruisci templi, distribuisci medicine per alleviare la sofferenza dei malati. Dona acqua a chi ha sete.</p>



<p>Accendi lanterne che levino il timore della notte. Finanzia i barcaioli perché traghettino chi ha bisogno.</p>



<p>Acquista animali per liberarli.</p>



<p>Astieniti dalla carne.</p>



<p>Quando cammini, stai attento a vermi e formiche.</p>



<p>Sii cauto con il fuoco.</p>



<p>Non catturare uccelli nelle reti, non avvelenare le acque.</p>



<p>Non macellare il bue che ara il tuo campo.</p>



<p>Non complottare per ottenere la proprietà altrui.</p>



<p>Nessuna invidia ti alteri.</p>



<p>Compi il tuo dovere con umiltà.</p>



<p>Sversa l’odio, perdona la malizia.</p>



<p>Non sobillare per avere averi di altri.&nbsp;</p>



<p>Non muovere all’amore moglie altrui.&nbsp;</p>



<p>Non rovinare la decenza del vicino.&nbsp;</p>



<p>Non insinuarti tra liti coniugali.&nbsp;</p>



<p>Non istigare i fratelli al duello.&nbsp;</p>



<p>Non instillare nel figlio ardore contro il padre.</p>



<p>Non infliggere il tuo potere per rabbuiare il buono.&nbsp;</p>



<p>Non industriarti per i ricchi ingannando chi soffre.&nbsp;</p>



<p>Se compiuto con umiltà il tuo compito è mirabile.&nbsp;</p>



<p>Sotterra in aura di silenzio il male, opera soltanto il bene.</p>



<p>Bocca non dica ciò che il cuore nega.&nbsp;</p>



<p>Non abbeverare la lingua in parole improprie.&nbsp;</p>



<p>Taglia i rovi che ostruiscono la via; rimuovi la pietra dal sentiero.&nbsp;</p>



<p>Reintegra a te ciò che da secoli è contaminato: rifallo intatto.&nbsp;</p>



<p>Costruisci ponti che decine, centinaia, migliaia di migliaia di uomini sappiano attraversare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Che la tua opera si conformi al Cielo, che il tuo dire sia sempre umano.&nbsp;</p>



<p>Gli antichi siano sempre nel tuo sguardo – anche quando pranzi, anche quando guardi dalla finestra.&nbsp;</p>



<p>Quando sei solo, all’ombra della coperta: scopriti integro.&nbsp;</p>



<p>Astieniti dal male! Così arretreranno le maliziose stelle e avrai sul petto astri speciali.&nbsp;</p>



<p>Il bene viene su un carro trainato da molti cavalli; la fortuna ti accoglie come una massa di nubi.&nbsp;</p>



<p>Chi vive nel cuore della silente via non accumula nulla perché tutto possiede.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: un fotogramma da Ashes of Time, film di Wong Kar-wai del 1994</em></p>
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		<title>“Coltiva l’anima, ignora chi si prende gioco di te”. Storia di Li He, il poeta eccentrico</title>
		<link>https://www.pangea.news/li-he-poesie-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Aug 2024 03:29:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura cinese]]></category>
		<category><![CDATA[Li He]]></category>
		<category><![CDATA[Tang]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ambigua nomea arma il nome di Li He, poeta tra i più alti d’epoca Tang, eppure sussurrato a fior di labbra, preso come una lebbra, marginalizzato rispetto ad altri, più solari lirici (su tutti: Li Bai, Du Fu, Wang Wei). Dicono di lui che è “il più eccentrico tra i poeti Tang e forse della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ambigua nomea arma il nome di <strong>Li He, poeta tra i più alti d’epoca Tang</strong>, eppure sussurrato a fior di labbra, preso come una lebbra, marginalizzato rispetto ad altri, più solari lirici (su tutti: Li Bai, Du Fu, Wang Wei). Dicono di lui che è “il più eccentrico tra i poeti Tang e forse della poesia cinese nel suo complesso” (Paul W. Kroll), lo additano – nell’incontrollato gioco delle somiglianze – a “Mallarmé cinese”. I suoi testi pullulano di spettri; folgora in filigrana la figura degli “immortali” di derivazione taoista. Eccelleva nell’arte della sprezzatura lirica, Li He, nelle immagini brusche: una candela trasmigra nella forma di un martin pescatore, ad esempio, la luna muta in lepre, e via così. Per identificarlo, lo dicevano <em>Guicai</em>, poeta dal “demoniaco talento”, cioè, in grado di far deragliare le forme nel proprio opposto – specie di trasmutazione lirica dalla bruta materia nell’oro fantastico. Si dice di un maledettismo retrattile, refrattario al canone: pare, Li He, l’estremo pioniere di uno strambo ‘romanticismo’ cinese. &nbsp;</p>



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<p>Nato nel 790 nella provincia di Henan, da famiglia d’alto rango crollata, però, alla periferia della corte imperiale, per Li He era apparecchiata una carriera di primo piano nei reami burocratici. A vent’anni tentò il fatidico esame per l’ingresso tra le falangi imperiali: gli fu impedito di svolgerlo con l’inganno; il ragazzo era troppo fatuo per indire proteste – scrisse una poesia, allora, <em>Accarezzando la mia tristezza</em>, tra le sue più note. Lo dicono di imponderabile precocità – comincia a comporre poesie a sette anni, a quindici ha già il titolo di maestro –, d’indole malinconica, tarlato dal male nel corpo. Viaggiava spesso, con un taccuino nella bisaccia, su cui appuntava versi, osservazioni, indizi verbali <em>en plein air</em>, che poi organizzava nella sua stanza, tributo a una solitudine che arricchisce.</p>



<p>Il suo talento fu riconosciuto e ammirato dai poeti dell’epoca, pur sconcertati dallo stile, vivido, di ombre e di nebbie; non trovò posto nel mondo, Li He, né tra i gangli imperiali né tra i monasteri, tra i picchi. Visse al lume della sua poesia. Secondo la leggenda – ma la vita di Li He ha, più che altro, i contorni della fiaba gotica – morì visitato da uno spettro scarlatto: gli intimava di scrivere le sue poesie in cielo. Il ragazzo aveva ventisei anni; il suo fantasma continua a esercitare un sinistro fascino, dopo secoli; dopo secoli, ha ancora le unghie pronte. Le poesie di Li He trovarono il favore di Mao Zedong; Roger Waters, guru dei Pink Floyd, trasse dai suoi versi <em>Set the Controls for the Heart of the Sun, </em>un pezzo inciso in <em>A Saucerful of Secrets</em> (1968).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="647" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/61gpRbgvZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-100520" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/61gpRbgvZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 647w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/61gpRbgvZL._AC_UF10001000_QL80_-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/61gpRbgvZL._AC_UF10001000_QL80_-600x927.jpg 600w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></figure>



<p>In alcuni versi, Li He immagina un dio che invecchia, che si spiuma come un albero in inverno – sapeva che le poesie possono essere falene, possono essere iene. Non gli importava essere <em>capito</em>, ma essere ricapitolato dal rondò dei fiumi, da quel collier di colibrì.</p>



<p>***</p>



<p><em>Accarezzando la mia tristezza</em></p>



<p><em>Scritto alle pendici del monte Hua</em></p>



<p>Autunno, il vento raspa la terra<br>l’erba muore<br>il monte Hua è un’ombra di zaffiro<br>nel freddo crepuscolo:<br>ho colto il mio ventesimo anno<br>ma ho fallito la prova.<br>Il mio cuore è triste, appassisce<br>come un’orchidea dal capo chino.</p>



<p>Rivestiti di piume, i cavalli<br>sembrano fiere:<br>al bivio, sguaino la spada<br>e urlo, sfacciato. Scendo alla taverna<br>senza il consueto mantello:<br>lo impegnerò per una brocca<br>di vino.</p>



<p>Invoco il Cielo fissando la tazza<br>ma nessuna nuvola arretra:<br>il giorno è bianco, freddo<br>e non reca conforto.<br>L&#8217;ospite mi esorta:<br>coltiva il corpo e l’anima<br>ignora la folla volgare<br>che si prende gioco di te.</p>



<p>*</p>



<p><em>Un sogno</em></p>



<p>Luna, vecchia lepre, e l’astro rospo si lamentano del colore<br>del cielo: balestrieri fulminei dardeggiano da torrioni di nubi.<br>Una ruota di giada spreme rugiada da bulbi di torce.<br>La fenice cova i suoi gioielli su sentieri di cinnamomo.<br>Mille anni di trasmigrazioni galoppano come cavalli<br>l’acqua diventerà polvere e da lontano l’intera Cina<br>non è che nove tralci di nebbia. L’oceano è riassunto in una tazza.</p>



<p>*</p>



<p><em>Farfalle che danzano</em></p>



<p>Il salice, a greggi, batte contro le tende<br>le nuvole sembrano una prigione.<br>Un guscio di tartaruga<br>e vesti sgargianti.</p>



<p>Le farfalle del vicino oriente<br>fluttuano verso Ovest.<br>Oggi il giovane è tornato<br>in sella al suo bianco destriero.</p>



<p>*</p>



<p><em>Ballata della tigre selvaggia</em></p>



<p>Nessuno osa attaccarla con la lancia<br>nessuno sguaina la balestra.<br>Allatta i nipoti, alleva i piccoli<br>addestrandoli alla ferocia.<br>Il suo cranio è una muraglia<br>uno stendardo la sua coda.<br>Perfino Huang del Mare Orientale<br>teme di incontrarla al crepuscolo;<br>una tigre affamata sulla strada<br>ha sconvolto Niu Ai. A cosa serve<br>quella spada, appesa al muro<br>come un tuono? Quando alle pendici<br>del monte Tai risuona il grido<br>di una donna che soffre, i funzionari<br>la ignorano: i regolamenti proibiscono<br>loro di ascoltarla.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sulla tomba di Su-Hsiao</em></p>



<p>Rugiada sulle orchidee solitarie<br>come occhi in lacrime.<br>Non esistono più legami d’amore<br>ma io non so tagliare quei fiori<br>avviluppati nella nebbia.</p>



<p>Erba per cuscino<br>abeti come tenda<br>il vento è la sua gonna<br>l’acqua la cintura di giada.<br>Nel suo palanchino<br>aspetta la fine del tempo.<br>Le candele, come martin pescatori,<br>sono stanche di brillare.</p>



<p>Sul tumulo della tomba occidentale<br>si aprono legioni di pioggia.</p>



<p>*</p>



<p><em>Immortali</em></p>



<p>Suona il liuto su una rupe<br>l’immortale, e sbatte le ali.<br>Nelle sue mani, le piume di un simurgh<br>con cui spezza le nuvole, residuo della notte.<br>I cervi dovrebbero bere nei freddi abissi<br>i pesci dovrebbero nuotare verso il mare:<br>Durante il regno dell’imperatore Wu<br>ha scritto una lettera sui fiori di pesco.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dire addio</em></p>



<p>Sulla tomba di Mao-ling siede un giovane di nome Liu<br>giunto con il vento d’autunno.<br>Di notte sentiamo nitrire il suo cavallo –<br>ma all’alba nessuna impronta ne registra l’esistenza.<br>Dalle balaustre, alberi di cassia<br>diffondono una fragranza autunnale.<br>Più di trentasei palazzi germogliano:<br>fiori su una terra smeraldo.</p>



<p>I cortigiani di Wei imbrigliano i carri<br>per un viaggio di mille leghe.<br>Il vento al passo orientale è aceto<br>e colpisce come una freccia i loro occhi.<br>Esco dal cancello del palazzo<br>con la luna alle calcagna.<br>Ricordo l’imperatore e le lacrime<br>cadono come piombo fuso.</p>



<p>Le orchidee appassite mi dicono addio<br>lungo la strada di Hsin-yang.<br>Se Dio sapesse soffrire, invecchierebbe<br>proprio come noi. Con il mio piatto<br>di rugiada, preferisco viaggiare da solo.<br>La luce è fredda, ferina la luna:<br>Wei-cheng è ormai dietro di me<br>chiama con ferma dolcezza le sue acque.</p>



<p>*</p>



<p><em>Una ballata</em></p>



<p>Il re di Qin attraverso il cosmo su una tigre:<br>la sua spada illumina i cieli, mai così chiari.<br>Xihe frusta il sole, il suo vetro rimbomba;<br>volteggiano le ceneri del vecchio mondo e la pace regna eterna.<br>Beve vino dal femore del drago e invita il dio ebbro<br>a unirsi a lui; la sua pipa, inchiostrata d’oro, vibra nella notte.<br>Sul lago Dongting la pioggia ha il suono di un flauto:<br>ubriaco, il re urla alla luna che cambia direzione.<br>Nuvole d’argento, l’alba ingioiella il palazzo:<br>il portiere annuncia il ritorno della notte.<br>Nel palazzo fioriscono fenici di giada:<br>la voce sinuosa di una donna; tuniche ornate<br>con il tritone, profumo cremisi: una serva<br>indossa il giallo e danza il desiderio –<br>che il regno duri ancora mille anni.<br>Le candele bruciano, gli occhi della donna<br>si fanno lacrime, purissimi fiumi.</p>



<p><strong><em>Li He</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Finalmente, torno alla Natura!”. Tao Yuanming, il poeta amato da Pound e da Valéry</title>
		<link>https://www.pangea.news/tao-yuanming-poesie-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jul 2024 03:37:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Waley]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Valéry]]></category>
		<category><![CDATA[Tao Yuanming]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i grandi classici cinesi, Tao Yuanmingn è il quintessenziale. La sua forza, probabilmente, è nell’ispirazione a spirale, nell’orgoglio di chi sparisce nella macchia, all’assalto. La metafora non è impropria: una delle immagini cardinali della pittura cinese mostra Tao Yuanming, il poeta, che tiene il braccio di Lushan Huiyuan, severo maestro buddista, e quello del [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i grandi classici cinesi, <strong>Tao Yuanmingn</strong> è il quintessenziale. La sua forza, probabilmente, è nell’ispirazione a spirale, nell’orgoglio di chi sparisce nella macchia, all’assalto. La metafora non è impropria: una delle immagini cardinali della pittura cinese mostra Tao Yuanming, il poeta, che tiene il braccio di Lushan Huiyuan, severo maestro buddista, e quello del taoista Lu Xiujing. I tre ridono, ebbri di chiacchiere; una tigre li avverte, con un ruggito, che hanno superato i domini del tempio, hanno invaso il suo territorio di caccia. Naturale l’osservazione che ne segue: la poesia è una forma di alta sapienza, vigilata dalla fiera, sotto assalto della belva.</p>



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<p>Al di là dell’iconografia, Tao Yuanming era un uomo buono vissuto in un’epoca feroce. Nato nel 365 nella provincia di Jiangxi, non lontano dal monte Lu, tra boschi a dirupo, Tao Yuanming discendeva da una famiglia – pur impoverita – di alti generali e di burocrati di primo livello. Anche lui, tra diverse reticenze dovute a un carattere implume, votato alla compassione e alla contemplazione più che agli intrighi di corte, si avviò alla carriera da funzionario. Visse, da dentro, i torbidi del periodo delle “Sei Dinastie”: si accorse della corruzione, della delazione, della violenza dilagante – sul campo di battaglia come nei quadrilateri del cuore. Lo circondavano cinque figli.</p>



<p>Insomma, infine Tao Yuanming mollò gli apparati burocratici, fece ritorno tra i boschi: visse lì per oltre vent’anni, ospitando gli amici, alternando la scrittura alla mescita del vino. Festosa creatura di tutto priva dunque per tutto grata, preferì un’esistenza frugale, di sentimenti primi, ben testimoniata dai suoi versi, in cui convergono elementi confuciani, buddisti, taoisti. Morì nel 427, è il primo poeta ‘paesaggista’ cinese, che anticipa una poetica divenuta canone: voltare le spalle al chiasso del mondo, ritirarsi in una ‘capannuccia’, coltivando crisantemi e alberi da frutta, dando ricovero agli sconosciuti. La poesia più nota di Tao Yuanming, <em>Ritorno ai campi</em> (altrimenti: “Ritorno a casa”), per dire di una dinamica dell’essere che sconfina oltre i dettami Oriente/Occidente, scardina i millenni, riappare in <em>The Lake Isle of Innisfree</em> di Yeats, ad esempio, negli inni di Wordsworth, nelle nostalgie del Pascoli. Poesia: rabdomanzia del ritorno, dell’uomo riferire la fiera, la palafitta in versi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="721" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228-1024x721.jpg" alt="" class="wp-image-100229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228-1024x721.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228-300x211.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228-768x541.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228-600x422.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/3839fab9-0a7c-4b2d-be39-e2da71726228.jpg 1487w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In Italia, alcune poesie di Tao Yuanming sono state tradotte da Giorgia Valensin nell’antica antologia delle <em>Liriche cinesi</em> Einaudi; Antonio Cosimo De Biasio ha tradotto il ciclo <em>Bevendo il vino</em> per La Biblioteca della Dimora (agosto, 2022; grazie a Tao Yuanming il vino diventa un topos della poesia cinese – basta leggere il fenomenale Li Po – come poi lo sarà, congiunto all’ebbrezza mistica, della poesia persiana). Nel mondo inglese, tra i tanti, Tao Yuanming ha avuto un congeniale traduttore nel ‘solito’ Arthur Waley, che lo antologizza in <em>A Hundred and Seventy Chinese Poems</em> (1919), anglicizzando; nella sua formula, il maestro cinese sembra Orazio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le nuvole resistono, rotolano.<br>Pioggia continua, acquazzoni<br>nelle Otto Direzioni – medesimo il crepuscolo.<br>Presso la pianura, il grande fiume.<br>Ho del vino, ho del vino:<br>oziando, lo sorseggio alla finestra orientale.<br>Penso intensamente ai miei amici<br>ma né barca né carrozza appaiono all’orizzonte”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ezra Pound rende la stessa poesia così, tra energumeni, energizzanti tradimenti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Pioggia, pioggia, acquartierate nubi<br>gli otto strati del cielo sono tenebra<br>la pianura muta in fiume.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vino, vino, ecco il vino!<br>Bevo presso la finestra a Est.<br>Penso di parlare a un uomo<br>e nessuna barca, nessun cargo si avvicina”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In Francia, le poesie di Tao Yuanming – cioè, a loro modo, T’ao Ts’ien – hanno un eccellente confidente – a cui affidare quel linguaggio – in Liang Tsong Tai. Cinese versato nella poesia francese, entrò in amicizia con Paul Valéry, che scrisse una appassionata prefazione a <em>Les poèmes de T’ao Ts’ien</em>, stampato nel 1930 in edizione di lusso – tiratura di trecento copie, con tavole dell’artista sino-francese Sanyu – dalle Éditions Lemarget di Parigi (ne devo la scoperta ad Alessandro Burrone, eccellente studioso di lettere cinesi, che ringrazio). Valéry, come sempre, capisce molte cose. Intanto, esalta l’ostinato legame, proprio dell’antica civiltà cinese, tra politica e poesia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quella cinese è – meglio: era – la più letteraria delle civiltà, l’unica che ha osato affidare la cura del governo agli studiosi, in cui i maestri eccellevano nella calligrafia più che nell’arte dello scettro, che aveva nella poesia il più sublime tesoro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Incommensurabile paradosso: la poesia aiuta a raffinare l’attività di governo o ne precisa la crudeltà?</p>



<p>L’altro punto riguarda la <em>semplicità</em> che distinguerebbe i versi di Tao Yuanming, esito di una maestria passata per il regime dell’abbondanza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’estrema raffinatezza, in tutti i paesi e in tutti i tempi, giunge sempre a una sorta di suicidio: si esaurisce nel desiderio della semplicità suprema; una semplicità perfetta, però, simile alla strabiliante frugalità di un uomo ricchissimo che si fa vestire dal più caro dei sarti, la bellezza della cui stoffe – e il loro clamoroso prezzo – sia impercettibile a prima vista, o che si nutre soltanto di frutta, coltivata, però, con grandi spese nelle sue campagne. Intendo dire che esistono due forme di semplicità: la prima, primitiva, deriva dalla mancanza, la seconda dall’eccesso, da un disilluso abuso. La celebre semplicità dei classici, la loro composta nudità, quella purezza così lontana dall’innocente, appare soltanto dopo periodi di disordinata abbondanza ed esperienze accumulate da un disgusto ispirato dall’eccesso di ricchezza, dalla necessità di ridurre all’essenza i propri desideri”. &nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La traduzione è introdotta da una lettera di Liang Tsong Tai a Jean Prévost: “Caro amico, queste poesie hanno riposato a lungo nel mio cassetto. Disgustato da troppe cattive traduzioni della nostra poesia, ho temuto di profanare a mia volta quei capolavori, e non ho osato mostrare gli esiti del lavoro. Una sera, alla luce di un lampione, lungo la Senna, te le ho fatte leggere. Con mia sorpresa, hanno trovato in te pronta approvazione”. Come a dire: la poesia reca – anche – lo stigma di un’amicizia.</p>



<p>Di Tao Yuanming il suo traduttore scrive che “si distinse per semplicità e naturalezza, in un’epoca in cui predominava la sovrabbondanza verbale e la ricchezza di immagini. La sua arte raggiunge una tale pienezza da apparire spontanea. Il <em>labor limae</em> non lascia crepe”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="795" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245-795x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245-795x1024.jpg 795w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245-233x300.jpg 233w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245-768x989.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245-600x772.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/2018_PAR_16415_0178_002sanyu_les_poemes_de_tao_tsien_paris_editions_lemarget_1930114245.jpg 839w" sizes="(max-width: 795px) 100vw, 795px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una tavola di Sanyu per l&#8217;edizione francese delle poesie di Tao Yuanming</figcaption></figure>



<p>Che ai suoi tempi fosse poco considerato è naturale martirio di chi insegue il <em>genuino</em>. Tao Yuanming cambiò diversi nomi; voleva sedare i seguaci, confondere le tracce. Poesia, forse, è proprio questo introdursi in una ferina spontaneità, tale da perderti: il trasalimento che si fa assalto, l’opera occulta della tigre, una qualche indefettibile fermezza. Il rigore, forse – analogo, per estro, alla sregolatezza.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Sostanza, Ombra, Spirito</strong></p>



<p><em>La Sostanza all’Ombra:</em></p>



<p>Da sempre esistono cielo e terra.<br>Fiumi e montagne non cambiano mai.<br>Ma nel loro moto incessante<br>erba e albero mutano di volta in volta<br>appassiscono e rinverdiscono<br>grazie alla rugiada e al gelo.<br>L’Uomo saggio, l’Uomo divino<br>riusciranno a sfuggire da tale destino?<br>Per un istante sei al mondo<br>poi d’improvviso sparisci e non torni mai più.<br>Come fai a sapere se gli amici che hai lasciato<br>piangeranno la tua perdita?<br>Ciò che resta sono soltanto suppellettili:<br>al vederle, lacrime rigano il viso dei parenti.<br>Non possedendo l’immortalità<br>subirai certamente la stessa sorte.<br>Dunque, ascolta il mio monito:<br>se hai del vino, bevine.</p>



<p><em>L’Ombra alla Sostanza:</em></p>



<p>L’arte dell’immortalità è pura follia:<br>impotenti siamo a preservare la vita.<br>Erravo con gioia nel Palazzo di Ts’oung-Hua;<br>ma qual è il cammino che dovremmo seguire?<br>Da quando mi sono unito a te<br>abbiamo condiviso gioie e dolori.<br>Soltanto al buio ti abbandono<br>ma a te sono legata ogni giorno.<br>Effimera è la nostra esistenza<br>debordiamo dal mondo, siamo per svanire.<br>Che con il nome scompaia la nomea<br>è un pensiero che mi corrode il cuore.<br>Finché siamo in tempo, lottiamo e lavoriamo<br>per compiere buone azioni, necessarie perché<br>ci si ricordi di noi. Il vino dissipa il dolore<br>ma è pari alla rinomanza?</p>



<p><em>Lo Spirito conclude:</em></p>



<p>Dio è colui che agisce<br>la creatura controlli se stessa.<br>L’uomo, grazie a me, è al secondo dei Tre Ordini.<br>Benché abbiamo origini distinte<br>siamo nati l’uno nell’altro.<br>Invano ci sforziamo di evitare<br>l’intima mistura di bene e di male.<br>I Tre Imperatori erano santi<br>ma dove sono adesso?<br>Il maestro P’eng ha vissuto a lungo:<br>voleva vivere ancora, infine è morto.<br>Poveri o ricchi, tutti devono morire!<br>Il semplice e il saggio non protestano.<br>L’ebbrezza ci dona un temporaneo oblio<br>ma accelera la nostra vecchiaia.<br>Le buone azioni non sono forse un bene in sé?<br>Non occupiamoci delle lodi altrui!<br>Troppi pensieri ti ostacolano.<br>Piuttosto, va’ dove ti guida il destino<br>imbarcati sull’onda dell’eternità<br>senza gioia – senza paura. Quando occorre<br>partire, parti – senza più lamentarti.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Ritorno ai campi e ai frutteti</strong></p>



<p>Da giovane, non sopportavo le folle:<br>la mia unica passione era per le montagne e i colli.<br>Accecato, caddi nella Trama della Povere<br>da cui fui liberato soltanto a trent’anni.<br>L’uccello in gabbia anela l’antico bosco<br>il pesce nello stagno ricorda la prima fonte.<br>Ho acquistato un pezzo di terra a Sud:<br>voglio una vita frugale, tra campi e frutteti.<br>La mia terra si estende per dieci acri;<br>nella mia capanna di paglia salici e orecchie<br>di mare ombreggiano le gronde;<br>peschi e susini pattugliano la stanza.<br>I villaggi sono lontani, tra spirali di nebbia;<br>il fumo delle case si snoda come una serpe.<br>Il cane abbaia in fondo a una via<br>il gallo canta sulla cima di un gelso.<br>Alla porta, presso la corte: neppure un mormorio.<br>Nelle camere regnano silenzio e quiete.<br>Troppo a lungo ho vissuto prigioniero<br>in una gabbia: finalmente, torno alla Natura!</p>



<p>*</p>



<p>L’ombra impera sul bosco di fronte alla mia stanza:<br>mezza estate, dilaga la frescura.<br>Lo scirocco segue il corso della stagione:<br>il mio petto si apre alle sue raffiche.<br>Libero da ogni legame, vivo in solitudine.<br>La mattina suono l’arpa e leggo.<br>La lattuga è ancora umida nell’orto;<br>ho ancora molto grano.<br>Per sostentarmi, devo pormi dei limiti:<br>abbondanza non è ciò che desidero.<br>Macino il miglio, faccio il vino;<br>quando il vino è pronto, me ne verso un po’.<br>I miei nipoti giocano insieme a me:<br>sillabe strabiche, primo alfabetico gorgoglio…<br>Che gioia infinita: dimentico<br>subito l’alloro e la corona della gloria.<br>Lontane, lontane, le bianche nubi:<br>su quelle antiche pagine si perdono i miei sogni.</p>



<p>*</p>



<p>Affamato, parto<br>senza sapere dove.<br>Cammino e mi trovo<br>in un villaggio sconosciuto.<br>Busso alla porta, balbetto.<br>Divina il mio viso, sorridi<br>accoglimi. Tra le risate e il vino<br>parliamo fino a sera.<br>Felici della nuova amicizia<br>cantiamo e componiamo poesie.<br>Grazie, amico, per la tua<br>ineffabile bontà: come potrei<br>mai ricambiarti? Forse<br>in un’altra vita…</p>



<p>*</p>



<p>Costruisco la mia capanna tra gli uomini:<br>qui vicino, cavallo e carrozza non fanno rumore.<br>Come è possibile?, mi chiedi.<br>Un cuore remoto crea la sua solitudine.<br>Colgo i crisantemi presso la siepe orientale:<br>il Monte del Sud mi appare regale, severo.<br>La nebbia corona i colli, a sera,<br>gli uccelli tornano, in ampi stormi…<br>In queste cose c’è una verità profonda<br>che le parole non sanno esprimere.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Anche la mia lettera è povera</strong></p>



<p>Gelido è l’anno ormai invecchiato:<br>cerco il sole sotto il porticato<br>ha una veste di cotone.<br>Il frutteto del sud è spoglio<br>rami morti si accalcano a nord.<br>Svuoto la bottiglia, bevo fino in fondo<br>e dalla cucina non si alza il fumo.<br>Libri e poesie attorno alla seggiola:<br>la luce si sbriciola e non potrò leggerli.<br>La mia esistenza qui non è un’agonia:<br>a volte però ho indugiato in pensieri tristi.<br>Non rimproverarmi, allora, se per sedare<br>l’angoscia mi dico che i saggi<br>dell’antichità hanno vissuto la mia stessa vita.</p>



<p><strong>Tao Yuanming</strong></p>



<p><em>*In copertina: Sanyu, Rami, 1963</em></p>
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