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	<title>Cantautore Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Dec 2023 05:22:18 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Ai bordi dell’infinito”. Esegesi vertiginosa di “Tutti morimmo a stento”</title>
		<link>https://www.pangea.news/tutti-morimmo-a-stento-de-andre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Dec 2023 05:22:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Cantautore]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Triolo]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti morimmo a stento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Cantico dei Drogati”: Ho licenziato Dio, buttato via un amore Con l’urgenza conchiusa e intrasferibile delle parole che abbiamo riportato nel titoletto, si apre il cupo e drammatico concept album di Fabrizio De André (uno dei primi della canzone italiana) che prende il titolo di “Tutti morimmo a stento” (1968) e che compone un affresco [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>“Cantico dei Drogati”: Ho licenziato Dio, buttato via un amore</em></strong></p>



<p>Con l’urgenza conchiusa e intrasferibile delle parole che abbiamo riportato nel titoletto, <strong>si apre il cupo e drammatico concept album di Fabrizio De André (uno dei primi della canzone italiana) che prende il titolo di “Tutti morimmo a stento”</strong> (1968) e che compone un affresco che definiremmo tonale. L’avvio è il “Cantico dei Drogati”, ispirato a una poesia dell’amico e poeta genovese Riccardo Mannerini, che mette in luce il calvario di paria senza un’ultima Tule o zona franca fuori dalla trappola fatale del proprio corpo. Corpo che vive l’avanguardia spinta di una ricerca del piacere “emorragica” (anestesia di un esistere in cui il paesaggio diviene sempre più stretto, la vita stessa qualcosa di troppo acuto da ottundere nella sensuosa ovatta di una condizione estatica artificiale), tale da rovesciarsi nel suo contrario se non nutrita con tributi sempre maggiori a una macchina morbida e insaziabile.</p>



<p>Ma la condizione di voluttà orgasmica è solo l’andito relativamente breve a un inferno senza più una direzione, e chi accoglie il cielo nelle proprie vene è presto estenuato da fantasmi che congiurano contro ogni tregua possibile, e folletti di vetro (forse bottiglie d’alcool fisse in un vetrigno sberleffo) che sembrano spiare e irridere, assediato infine da una ridda di percezioni incubatrici di ambascia e dolore.</p>



<p><strong>La morte psicologica fa il paio, o forse coincide, con quella vissuta con “un anticipo tremendo” nel corpo in disfacimento.</strong> Persino il giorno diviene un intruso buttato sulla scena del mondo e decretante la sua doviziosa impellenza (“… chi sarà mai il buttafuori del sole / chi lo spinge ogni giorno / sulla scena alle prime ore?…”) che estenua e che il drogato vorrebbe ricacciare lontano, per non dover ancora vivere il diapason sensivo di un difetto sempre maggiore di appagamento (destinato a divenire effimero e episodico) e un debito senza sconti di tormentosa, lancinante assuefazione da rimettere&#8230; Mentre in molti saranno certo pronti a sermoneggiare citandolo di monito,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“a chi crede sia bello</strong><br><strong>giocherellare a palla</strong><br><strong>col proprio cervello</strong><br><strong>cercando di lanciarlo</strong><br><strong>oltre il confine stabilito</strong><br><strong>che qualcuno ha tracciato</strong><br><strong>ai bordi dell’infinito”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non c’è spazio qui per il mito, <em>beat</em> e non, dello “psiconauta” e della coscienza espansa: quello del drogato non è un viaggio ma uno strisciare larvale, infermiccio (tra gli altri nudi, perché senza un paramento se non quello che cade, fatalmente, con la consuetudine alla consunzione di sé, e senza veli agli occhi di chiunque, senza una scusa per essere migliori, infine, o un’identità fuori dalle cinghie viepiù strette della sofferenza), uno strisciare appena parvente verso un fuoco (pare di vederlo in tremorosi riverberi lumeggiare le figure simili a spettri) che “illumina i fantasmi di un “osceno gioco”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98106" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/51UCfDVml2L._UF10001000_QL80_-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>L’alfabeto di queste creature (che scontano goccia a goccia una morte in vita) in cerca di una sedazione placentare (nostalgia inconscia di un grembo?) che nutra non più il piacere ma una sospensione del dolore e un riparo dal mondo, è l’alfabeto della propria “vigliaccheria”, quello di un fioco lamento che non sa erompere in un grido di vita, né trovare appello presso chi le ha partorite e ne è ancora custode tutelare, ma irrimediabilmente lontana: esse vivono nella paura (ormai senza voce) di essere vive quel tanto da doversene pentire: l’ovatta del piacere diviene carta vetrata. “…Come farò a dire a mia madre che ho paura?…” La loro vita non ha più una costellazione, è una protratta deriva nelle acque gelide dell’assenza (impossibilità?) di riscatto, fino nel maelstrom esiziale della crudele dissipazione di ogni fibra di vita.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Primo Intermezzo”: Gli arcobaleni di altri mondi …</em></strong></p>



<p>Il Primo Intermezzo erompe chiassoso, disturbante, ripetuto come un’assuefazione alla disfunzione. Ritmo alterato, costretto, che insiste su sé stesso senza tregua, che spezza l’arcobaleno appena intravisto ma da sempre perduto.&nbsp;</p>



<p>Inutile cercare sgargianti tinte di esotici fiori nella luce singhiozzata di questo mondo opaco e fallace. Essi sono lontani, in altri gangli di vita impossibili da raggiungere se non nell’immaginario di un desiderio senza statuto d’esiti concreti.</p>



<p>Questo brano delinea una distanza raccesa e dilavata assieme. Viva nella brama di essere attinta e toccata nelle forme e nei colori, ma così distante da rendere velleitario (o fatale?) il piacere di raccoglierla con i sensi.</p>



<p>Inizia così il ramingare della coattiva ricerca al di fuori di ciò che è dato. La felicità, in questo transito di vita, è fiore fragile e caduco, cercarlo fuori da questo labile raggio significa farlo bruciare dal gelo dell’assuefazione.</p>



<p>Si insinua una melodia lene nel tardivo dono di una nascita, fosse anche di virgulti lontani o non pienamente colti, che si evolve nella “Leggenda di Natale”.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Leggenda di Natale”: Parlavi alla luna, giocavi coi fiori&#8230;</em></strong></p>



<p>Questo nuovo passaggio si ispira a “Le Père Nöel et la Petite Fille” di Brassens, ma non ne ricalca pedissequamente il testo.</p>



<p>V’è un’armonia primigenia e intatta nel “bosco incantato” della natura di un’immaginazione vergine; la storia crudele di una fanciulla dall’innocenza spezzata fa di essa effemeride e del suo contrario la condanna di una vita.</p>



<p>In quell’immaginazione immacolata rivive la memoria di ciò che tutti noi siamo o siamo stati&#8230; Ma chi la cerca, e sempre l’ha per perduta, prepara in dono monili di perle capziose che rilucono per allettare e tradire la fiducia integra della purezza.</p>



<p><strong>De André volge il suo canto direttamente e con dolcezza elegiaca alla fanciulla che viene colta intatta in un inverno epifanico, come ogni altro, </strong>di morto colore, ma qui nunzio anche dell’amore malevolo di un Babbo Natale che invera la crudezza dell’ossimoro tra un dono lieto e uno sguardo freddo (in cui forse riluce la determinazione all’amore avere, e nella carne, ma senza darlo in cambio se non per esornare):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“coprì le tue spalle d’argento e di lana</strong><br><strong>di perle e smeraldi intrecciò una collana</strong><br><strong>e mentre incantata lo stavi a guardare</strong><br><strong>dai piedi ai capelli ti volle baciare”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La protagonista di questa piccola fiaba crudele è un fiore disseccato senza revoca, tra mille orpelli lucenti, in un lontano Natale: voluto spento da chi nel timore di esserne abbacinato (più non si adatta la fissa pupilla alla sottile filigrana di luce della delicatezza) sentenzia la fine di un’iride di vita con crudeltà spietata. Adesso che dagli altri è chiamata dea, tutto un mondo sognante, colmo di colori vividi e di fiabesca bellezza ha lasciato il posto a una sbiadita cattività dell’anima. Il rigoglio di un tempo è depauperato in un solo fatale giorno, in un solo incontro precocemente consumato e ferace di vita uguale declinata in freddo grigiore.</p>



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<p>*</p>



<p><strong><em>“Secondo Intermezzo”: Ma tra i capelli d’altri amori muoiono fiori che non ho&#8230;</em></strong></p>



<p>Il Secondo Intermezzo appare come una geometrica variazione del primo e sembra la voce nudata e sincera del crudele Babbo Natale del brano precedente, voce per mezzo della quale De André “giustifica” il suo atto “come si giustifica qualsiasi vecchio che tenta di aggrapparsi alla vita raccogliendo i frutti più belli, come il sorriso di una ragazzina vergine”.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“La Ballata degli Impiccati”: Prendendo a calci il vento&#8230;</em></strong></p>



<p><em>La Ballata degli Impiccati</em>, omonima della ben celebre di Villon, ma profondamente diversa per motivi e toni, ha fisionomia e pennellate da ballata gotica. Il tormento, l’asfissia di un orizzonte che diviene stretto nella luce che sfuma, mentre i condannati prendono a “calci il vento”, le ultime parole che si fanno grumo in gola e il tributo di una intera vita spezzata a fronte del “male fatto in un’ora” (essi pagano il prezzo più alto per una colpa senza perdono) assumono il sapore acre di un risentimento senza confini.</p>



<p><strong>Una mala fine quella degli impiccati, descritta in modo dovizioso e crudo in immagini icastiche che la raffigurano senza sconti dettati dalla misura di un velo di sobrietà, </strong>proprio a rimarcare quanto ingiusta possa essere una giustizia misurata sulla pena del taglione, e quanto inumana possa essere una fine così fatta (“gelo di una morte senza abbandono”) che pure sgrana il suo rosario di attimi atroci sotto occhi offuscati da difetto di pietà e labbra che nascondono “in un sorriso il disagio” di dare memoria a fiumi di vita corsi per trovare foce strozzata nel nodo di un cappio.</p>



<p>Sconfina in un barocco lugubre, questo brano, e vuole essere la visuale soggettivata dei condannati a giungere alla tomba irrigidendo sospesi in aria senza l’abbandono di una morte più naturale, morendo “a stento”: espressione ossimorica che attribuisce all’agonia una dilatazione atroce e fuori dal contesto puntiforme e definitivo della parola morte. Non è certo la sola volta che De André rifiuta con la sua voce una logica giustizialista, ma essa assume qui un timbro crudamente dolente e di urgenza tale da pennellare magistralmente non tanto dei concetti congetturali, ma la tela fedele a un naturalismo espressivo che sconfina nella dismisura.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Inverno”: Ma tu che stai perché rimani?</em></strong></p>



<p>Il suono della tromba è suono di note che si erge su campi esausti velati da nebbia e trinati di brine: puntuto e alto, svetta come cipresso, come campanile che rintocca sulla vita, squillante plesso verticale tra terra e cielo, e che sembra sconfinare dall’organico all’astratto, cambiare da materia a segno. Il viaggiatore parte e poi ritorna: è la stagione che cede il testimone a quella che la reciproca, sono i cicli atavici della natura, l’altalena tra giorno e notte, tra rigoglio e morte, tra destarsi/ridestarsi di vita e alla vita (“… rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate&#8230;”) e sonno greve, attesa futile o futile andare.</p>



<p><strong>Attendere, allora, restare, o andare scollinando un limine incerto, diventano termini equivalenti e interscambiabili, un pendolo tra ciò che è e desiderio di altro (che pure è già stato e così sarà ancora):</strong> entrambi misure discrete e identità piene, mature, conchiuse tra argini stemperati di tempo insensibile, giunture invisibili e inavvertite, tra un <em>adesso</em> e un<em> domani </em>che hanno il loro avvento palpabile ma sono fatti di un tempo simile a ciò che la strozzatura detta a una clessidra capovolta più e più volte oltre ogni vita, oltre ogni possibile sosta o confine. E allora andare (verso altre latitudini della vita?) quando “la luce sembra morire / nell’ombra incerta di un divenire / dove anche l’alba diventa sera / e i volti sembrano teschi di cera”, o restare? Restare perché “l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino” o perdere il senso di un’attesa nella certezza che ciò che sarà conseguito condurrà a ciò che si ha già nell’attendere: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“un altro inverno tornerà domani</strong><br><strong>cadrà altra neve a consolare i campi</strong><br><strong>cadrà altra neve sui camposanti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Girotondo”: Giocheremo a far la guerra</em></strong></p>



<p>“Girotondo” è il susseguirsi di tracce che ormano un precipizio raggelante di desolazione. Una filastrocca atroce in forma di epitaffio della sensatezza e di un patrimonio di vita da tutelare nella possibile prospettiva di un’umanità non autofaga e suicida. La voce di De André e quella del coro dei bimbi sono una trenodia dialogante di una pace auspicabile ma mai così mancata. Un determinismo spietato detta a precipizio (l’accelerazione finale lo esalta) una catena di cause e effetti che imprigiona l’umanità alla distruzione e lascia in eredità proprio ai bimbi un mondo di detriti: simbolici e non, sembrerebbe, del paesaggio e dell’anima, esattamente come in <em>San Martino del Carso</em> di Ungaretti.&nbsp; Senonché i bimbi mimano gli adulti giocando “a far la guerra” a loro volta tra le rovine di un’umanità che ha il suo “rigor mortis” nel loro gesto di perpetrare un imprinting ferale.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Terzo Intermezzo e Recitativo”: Tu lo chiami amore&#8230;</em></strong></p>



<p>Col <em>Terzo Intermezzo</em>, dice De André stesso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“giustifico la guerra e l’amore come sentimenti umani. L’amore inteso nel senso più alto, verso tutto e tutti, la guerra come estrinsecazione di quel terribile sentimento che è l’odio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Polvere, sangue, mosche che sciamano e avviluppano corpi straziati tra miasmi putri. Questo evoca la voce spessa e ben scandita di De André… Gente che muore ovunque… e qualcuno la chiama guerra e non sa che cos’è, non si spiega il perché. L’autunno negli occhi (in cui si imprimono immagini di morti come foglie cadute) e l’estate nel cuore, la “voglia di dare (qui in senso oblativo e pieno) / l’istinto di avere (traccia di un amore che sconfina in un gesto di conquista, nella brama di avere) / e tu lo chiami amore e non sai che cos’è / e tu lo chiami amore ma non ti spieghi il perché.”</p>



<p>Forse l’odio è solo la manifestazione più estrema di un amore immaturo o negato, e l’amore più grande non solo quello incapace di nuocere al prossimo, ma quello che piuttosto di chiedere sa dare: non maschera di viltà, ma sana capacità di superare l’istinto captativo a favore del donare e del donarsi. Non a caso il gesto del donare punteggia molte zone dell’album in eterogenee forme, ma soprattutto oscillando tra una sua dimensione legata alla logica del <em>dare e dell’avere</em>, e una che lo attribuisce all’ambito della gratuità, cioè della vera pienezza del dare. Per dirla parafrasando Seneca: tutto ciò che possediamo, in fondo, è ciò che si è donato.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Corale”: Noi che danziam nei vostri sogni ancora</em></strong></p>



<p>De André chiude l’album con una carrellata su tutti quei fragili virgulti di vita consegnata al destino mortifero di essere negata (drogati, ragazze traviate, condannati a morte: vinti da vita che si fa morte, o da morte che si fa ultima parola sulla vita) e con appelli alla pietà (forse vani) che sottendono un’accusa accorata: a banchieri e bottegai “col cuore a forma di salvadanaio”, ricchi proclivi solo ad accumulare possessi senza mai l’ombra di un diverso gesto improntato al semplice elargire, borghesi benpensanti (pronti a giudicare gli ultimi e i diseredati riempiendosi la bocca di un credo di condanna miope o figlio di strabismo morale, incapaci di provare solidarietà, mai scalfiti dal dubbio di poter condividere fragilità oltre che successi) e di giudici impietosi quanto compiaciuti, notarili firmatari di morte su registri di vite e destini altrui, che paiono l’anticipazione del protagonista di “Un giudice” all’interno di “Non al denaro non all’amore né al cielo” (l’album del 1971 che trae ispirazione dall’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master).</p>



<p><strong>La morte come Grande Eguagliatrice mette in fila le tombe come tessere di un domino senza fine, ricucendo vite le più dispari per esiti, in un unico disegno destinale che pareggia i conti.</strong> Tutto questo mentre il coro narra con essenziale ordito, la storia di un Re triste che decide di offrire le sue ricchezze, ma dopo aver compiuto tale gesto ricade nella tristezza, con una sorte circolare dettata dall’incapacità di donare senza l’attesa (o la pretesa) di avere in cambio.</p>



<p>La pietà è qui, ancora, la grande assente, ma anche un lume che, seppure distante e spesso fioco, può ancora guidare sul sentiero di una vita più umana, dove gli ultimi e i diseredati non siano respinti e disprezzati o crocefissi a una colpa irredimibile. Proprio come auspicato dal cantautore ne “La città vecchia” col celebre monito:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se non sono gigli</strong><br><strong>son pur sempre figli</strong><br><strong>vittime di questo mondo”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Massimo Triolo</em></strong></p>
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		<title>“La tirannia della bellezza”. Leonard Cohen, un racconto</title>
		<link>https://www.pangea.news/leonard-cohen-racconto-inedito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 04:15:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cantautore]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Leonard Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando avevo 13 anni, o giù di lì, facevo tutte quelle cose che facevano i miei amici, finché non veniva l’ora di andare a letto e allora camminavo per miglia, folle amante della notte, sbirciando tra le mense con i tavoli di marmo dove gli uomini indossavano il soprabito anche d’estate, bloccandomi per minuti micidiali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Quando avevo 13 anni, o giù di lì, facevo tutte quelle cose che facevano i miei amici, finché non veniva l’ora di andare a letto e allora camminavo per miglia, folle amante della notte, </strong>sbirciando tra le mense con i tavoli di marmo dove gli uomini indossavano il soprabito anche d’estate, bloccandomi per minuti micidiali davanti ai negozi, catalogandone trucchi e magie, scarafaggi di gomma, sigari che esplodono, bicchieri bucati, spesso scegliendo una pipa piuttosto erotica per foraggiare la mia prevista virilità, tra le vetrine luminose delle tabaccherie – mi fermavo ovunque ci fossero cose, tante cose –; edicole, vetrine di ferramenta, parrucche di capelli biondi e neri appesi a teschi di legno nei saloni di bellezza; volevo dettagli, dettagli da setacciare e studiare, a profusione&#8230; Quando tornavo a casa, mia madre era al telefono: descriveva alla polizia il mio viso, il cappotto che indossavo. Mentre mi preparavo per andare a letto, si infuriava, chiedeva spiegazioni, recitava i nomi dei bimbi che davano soddisfazione ai loro genitori, intimava il mio caro padre a denunciare la mia colpevolezza, obbligava Dio a confessare perché fossero proprio loro i genitori di un figlio come me. Mi addormentavo in quel torrente, profetizzando la faticosa giornata scolastica che mi attendeva.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="655" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61u7hDT-JgL-655x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92965" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61u7hDT-JgL-655x1024.jpg 655w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61u7hDT-JgL-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61u7hDT-JgL-600x938.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61u7hDT-JgL.jpg 691w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /></figure>



<p><strong>Non so cosa mi spingesse in centro due o tre notti alla settimana.</strong> Quei cubi oscuri tra le finestre mi attraevano. Camminavo affamato, a caccia di novità, pieno di una visione eroica di me stesso: un uomo vissuto alla metà degli anni Venti, impermeabile, cappello malconcio tirato in basso sopra uno sguardo profondo, vicende di ingiustizie varie nel cuore, un viso troppo nobile per la vendetta, che cammina di notte lungo viali tumefatti dalla pioggia, braccato dall’ammirazione di molti spettatori. Il mio immaginario derivava dalle indagini solitarie di investigatori privati su crimini radiofonici o cinematografici, dai resoconti familiari di vagabondaggio razziale, dalla biblica gloria dei santi e degli eremiti del deserto. La mia creazione camminava con il tenue sorriso di Captain Marvel, geniale nella ferocia, che agiva per la pace. Conosceva venti lingue, compresi dialetti cinesi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Amava da due a tre donne, bellissime, che non avrebbero mai potuto averlo; era così coraggioso che ogni bambino lo adorava. Scriveva libri brillanti e difficili; celebri professori a volte lo riconoscevano sul tram, ma lui si voltava, austero, e scendeva alla prima fermata.</p>



<p>Se ce lo potessimo confessare, noi non siamo altro che l’approssimazione di quell’imaginario – con meno nobiltà, sorrisi, lingue, maestria –, <strong>cresciamo nei sogni di quel tredicenne, per accondiscendenza o tradimento, allenati da film tristi, poesie della follia e del fallimento, accordi in minore di chitarra,</strong> canzoni popolari, una fraternità socialista da dimenticare. E in un attimo, passeggiamo per le strade con un trench nuovo di zecca, i capelli accuratamente scompigliati, e abbracciamo il chiaro di luna, tutta quella oscura compassione, risposta preziosa alle pretese della visione originaria; ma molto più tardi, quando siamo stanchi di indugiare su noi stessi, disprezziamo le pose, le menzogne, ci ritroviamo a passeggiare sul serio su quelle stesse strade, sotto un acquazzone autentico, e vaghiamo per la città fino al mattino finché non sappiamo a memoria ogni cancello in ferro battuto, ogni decrepito palazzo, ogni squarcio che dà verso le montagne. In questi viaggi compulsivi, siamo vagamente consapevoli di una nuova visione, di un nuovo immaginario, e preghiamo perché possa dilatarsi, incoraggiata, e impossessarsi di noi, travolgendo quella antica; una nuova visione, di austerità, lavoro, luce solare. Così, la settimana scorsa barcollavo lungo Pine Avenue, alle quattro del mattino, augurandomi di essere da tutt’altra parte, in una casa tutta mia, accanto a una moglie, pronto per il prossimo lavoro.</p>



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<p><strong>Nella mia stanza, in Mountain Street, una bella ragazza dormiva sul materasso e non ero con lei. Camminavo verso Côte-des-Neiges e lei dormiva ancora nella mia stanza</strong>, un sonno di profondo isolamento, i capelli rossi che le cadevano sul viso e sulle spalle, come se fossero acconciati da un vento ideato lì per lì da Botticelli. Non potevo non pensare che fosse troppo bella per me; non ero alto né procace, non amministravo la gloria della carne, la gente non si voltava a guardarmi sul tram, e nonostante alcune conquiste sentimentali e artistiche – che avrei di certo rivendicato – lei meritava un altro, un atleta, probabilmente, che sapesse muoversi con grazia pari alla sua, ed esercitasse, come lei, l’immediata tirannia della bellezza del viso, del corpo.</p>



<p><strong>Due giorni prima era venuta a Montreal, aveva detto di amarmi, aveva detto quelle parole che non riuscirò mai a usare con facilità: “Ti amo”,</strong> e io permettevo a quelle parole di nobilitarci, di profumare la stanza, ma non accettavo che entrassero a fondo, nel mio cuore. Forse lei lo sapeva. Voleva credere a quelle parole, ma forse non ci credeva. Forse avrei dovuto costringermi a rispondere a quella dichiarazione. Forse è bene che le persone stabiliscano intorno a un concetto ideale – l’amore – tutta una serie di accorgimenti pratici, il più rapidamente possibile, per renderlo reale, l’amore, per avvicinarlo. <strong>Che ne so dunque di quelle parole? Fuggo da quelle parole, come se fossero una sentenza, lo stigma della schiavitù; mai ho avuto il coraggio di pronunciare quelle parole.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92966" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61uY393wLPS._AC_SL1280_.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Più tardi, quella stessa notte, camminando lungo Mountain Street per prendere qualcosa da mangiare. Le ho mostrato una cancellata in ferro battuto, che aveva tutta una calligrafia di rondini, conigli, scoiattoli. Mi ha detto, “Mi hai vinto, mi hai conquistato”, e mi ripeté il suo nome. Avrei dovuto credere che l’avevo vinta, che ero riuscito a conquistarla? <strong>Avrei dovuto credere che uomini e donne si accoppiano, fanno le bestie, si piangono baci in bocca, si donano ogni brandello di carne e di spirito, finché non c’è più nulla da dare o da esigere e non resta che un cieco scambio divino di corpi, fino a sussurrarsi, esausti, “Ci siamo vinti”. </strong>Ma non succede mai.</p>



<p>Verso la fine del giorno successivo ho scritto una poesia su due eserciti che marciano da diversi angoli del continente per scontrarsi. Arrivano su una scarnificata pianura, ma non si scontrano. L’inverno divora entrambi i battaglioni come una tempesta di falene su un abito di broccato, lasciando i fili di metallo dell’artiglieria sparpagliati, senza soldati, congelati, futili disegni su una carta da parati che fodera l’armadio. Due mesi dopo, due caporali che parlano una lingua diversa si incontrano su una pianura verde, incontaminata. I loro piedi sono bendati con la stoffa strappata dalle divise dei loro superiori. Questo campo, su cui si fronteggiano, è quello che i potenti marescialli hanno decretato per la gloria. Gli uomini che si scontrano hanno dimenticato il motivo per cui sono giunti fin lì.</p>



<p>Anche lei aveva scritto qualcosa. Quando se ne è andata, ho trovato un foglio. “Non puoi avermi ora – ho troppa pietà per me stessa, ma allo stesso tempo troppa rabbia – non puoi avermi ora – vorrei parlarti, ma ora non posso…”.</p>



<p>Infine, abbiamo trovato le parole che dovevamo dirci. Le ricordo, ma non voglio registrarle tutte. Abbiamo parlato per diventare docili. <strong>Abbiamo raggiunto una specie di tenerezza: non quella che segue la passione, ma quella che sancisce un fallimento. Scartai la lussuria. Per il tempo che ci restava, sarebbe stata uno strumento di disciplina e di grazia, </strong>raffinato, per lodare la sua bellezza con esatta dedizione. Usando una metafora: abbiamo abbandonato il materasso degli amanti per le caste poltrone dell’amicizia.</p>



<p>Quella notte, l’ho vista muoversi nella mia stanza. La nostra conversazione l’aveva liberata. Non l’avevo mai vista così bella. Annidata sulla poltrona marrone, studiava una sceneggiatura. Quando lavoravo in fonderia, amavo il colore del metallo fuso, nel crogiolo. I suoi capelli avevano quel colore, e il suo corpo, caldo, lo rifletteva, proprio mentre il volto del saldatore brilla sopra gli stampi appena predisposti. Mentre ripeteva quelle parole celeberrime, il suo viso era quello di una bambina alla prima comunione, o quello di una vecchia signora nel pellegrinaggio della verginità. Ho pensato all’esclamazione di Baudelaire, mon semblable: <em>Pauvre grande Beauté!</em></p>



<p>Ho ceduto ogni mio silente inno ai suoi fianchi, alle sue labbra, non nel clamore del desiderio, ma per pura ambizione di eccellenza. Ero sufficiente distaccato per poter scrivere sul mio quaderno:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Un tempo, anelavo la distanza<br>miglia di binari<br>per scagliare l’amore lontano da me<br>e augurarmi che tornasse.</strong></p><p><strong>Ora la mia carne vuole<br>ciò che la distanza non promette.<br>Il bacio astratto non conforta<br>ho bisogno della bocca per vivere.</strong></p></blockquote>



<p>Studiavo il suo corpo, meraviglioso, che aveva caritatevolmente lasciato nudo, <strong>il suo sesso – linea morbida e primitiva, tracciata sulla parete di una caverna dall’artista-cacciatore per delineare il suo cuore albino.</strong></p>



<p>Sono stare ore bellissime, passate insieme, nella mia stanza. Eravamo insieme perché eravamo distanti. Poeta e Attrice persi nella loro maledetta Opera. Poi si stancò, si sdraiò per dormire. Sarebbe partita la mattina dopo. Volevo sdraiarmi al suo fianco. Spensi la luce. Mi avvicinai. Ho pensato al miracolo selvaggio che ci avrebbe conchiusi. Ci siamo dati la buonanotte. Appoggiò la mano sulla mia coscia, nessun desiderio alterò quel tocco.</p>



<p><strong><em>Leonard Cohen</em></strong></p>



<p>*Come <a href="https://www.penguinrandomhouse.ca/books/658265/a-ballet-of-lepers-by-leonard-cohen/9780771018145" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>A Ballet of Lepers</em> sono state raccolte “Novel and Stories” di Leonard Cohen</strong>,</a> finora inedite. Si tratta di testi sparsi scritti tra il 1956 e il 1961, cioè intorno ai primi libri poetici, <em>Let Us Compare Mythologies</em> e <em>The Spice-Box of Earth</em>. Poi, Cohen s’invola per Hydra, in Grecia, con Marianne. Il libro esce nel mondo anglofono l’11 ottobre 2022. Secondo Robert Kory, “Leonard ha avvisato tutti, poco prima di morire, che il vero capolavoro era il suo archivio, dove ha conservato, a beneficio di studiosi e di fan, un miracoloso repertorio di documenti”. Questa raccolta, di cui traduciamo alcuni brani, fa parte di quel capolavoro.</p>
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		<title>“Attenti al gorilla!”. Storia di una canzone brutale e stupefacente, da usare come antidoto al Festival di Sanremo. Ovvero: elogio di Georges Brassens</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2020 07:27:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Cantautore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre l’Italia canticchiava le canzoni presentate a Sanremo, in Francia un ragazzo con i baffi raccontava, chitarra alla mano, pipa e baffi, la storia di un quadrumane scappato dalla gabbia di un circo e che vuole togliersi l’illibatezza. * Il brano rimasto maggiormente impresso nell’immaginario popolare dell’edizione del 1953 del Festival della canzone fu Vecchio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre l’Italia canticchiava le canzoni presentate a Sanremo, in Francia un ragazzo con i baffi raccontava, chitarra alla mano, pipa e baffi</strong>, la storia di un quadrumane scappato dalla gabbia di un circo e che vuole togliersi l’illibatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73071 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/disco-300x300.jpg" alt="" width="388" height="388" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/disco-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/disco-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/disco-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/disco-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/disco.jpg 1000w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" />Il brano rimasto maggiormente impresso nell’immaginario popolare dell’edizione del 1953 del Festival della canzone fu <em>Vecchio scarpone</em>, interpretato da Gino Latilla e Giorgio Consolini</strong>, un pezzo “simbolo dello sciovinismo patriottico italiano a tal punto che fu accusato dalla sinistra dell’epoca di operare una malcelata apologia malinconico-nostalgica del Ventennio”. Sul palco ligure c’erano anche Nilla Pizzi (che l’anno prima si era aggiudicata il primo, il secondo e il terzo posto), un debuttante Teddy Reno, Carla Boni e Flo Sandon’s e Achille Togliani.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io non sono poeta, o forse solo un pochino: mescolo parole e musica e poi canto”</strong> diceva di se stesso il ragazzo “con due baffi da uomo” e una pipa sospesa sul labbro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nel 1953 e nelle case italiche riecheggiano le malinconie per un robusto calzare di montagna. <strong>Il pezzo gira così: “Vecchio scarpone/ quanto tempo è passato/ quante illusioni/ fai rivivere tu</strong>/ quante canzoni/ sul tuo passo ho cantato/ che non scordo più”. Intanto a Parigi inizia a far rumore un giovincello baffuto, pacioccone, a tratti timido, sicuramente impacciato che parla di storie di vita, di personaggi silenziosi, di borderline, di disperati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno prima, esattamente il 6 marzo del 1952, una cantante piuttosto conosciuta negli ambienti della capitale francese – Patachou è il suo nome – decide di portare sul palco di un cafè-cabaret di Montmartre i testi scritti dal figlio di un muratore di Sète, un paesino dell’Occitania. In platea c’è anche l’autore.</strong> Non ha un soldo da sbattere sull’altro. Henriette-Eugénie-Jeanne Ragon – ovvero Patachou – lo scorge con la coda dell’occhio. E sorride. “Vi ho appena cantato <em>Bancs publics</em>. Questa canzone l’ha scritta quel tizio là. Ne scrive altre, di canzoni, ma non sono adatte a me. Ve le canterà lui, adesso. Può darsi che la cosa non gli piaccia per niente, e che non voglia. <strong>Comunque si chiama <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/georges-brassens/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Georges Brassens</a>”.</strong> Patachou abbandona per un attimo il palco, si intrufola tra il pubblico, lo avvicina, lo prende sotto braccio e lo invita ad esibirsi. Il ragazzotto, colto alla sprovvista, inizia a sudare come una fontana. È terrorizzato: in fondo era lì per ascoltare, non per farsi ascoltare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine però è costretto a cedere. <strong>Non gli è amica la grazia – dicono che tenesse la chitarra alla maniera di un contadino che spinge una zappa o un aratro – e che avesse due braccia grosse come quelle di un lottatore di Sumo.</strong> Sale sul palco, e gli occhi sono tutti per lui. Si schiarisce la voce, cerca una timida dimestichezza con le corde e poi decide di dire qualcosa. Di raccontare una storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“C’est à travers de larges grilles que les femelles du canton</em>…” (che in italiano si può tradurre, in maniera grossolana, con “È attraverso grandi reti che le femmine del Cantone…”) è la prima scalpellata alla pietra angolare, la verticale che taglia il tempo, l’inizio della vita. L’acqua che si separa, l’orologio che si ferma.<strong> Il 6 marzo del 1952, in un luogo fumoso di Paris, nasce colui che Gabriel Garcia Marquez, negli anni Ottanta, definirà semplicemente “il più grande poeta francese vivente”.     </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73072 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/foto2-205x300.jpg" alt="" width="304" height="444" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/foto2-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/foto2.jpg 342w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />A Parigi hanno uno stomaco forte. Dev’essere stato questo il pensiero di Georges Brassens: la Capitale ha vissuto gli esteti del Decadentismo, i simbolisti che si devastavano di vino (Charles Baudelaire lo adorava forse più dell’assenzio), i Bohemien, la vita disperata di Amedeo Modigliani, per esempio. <strong>Quindi un gorilla che esce dalla prigione e cerca di togliersi l’onta della verginità non dovrebbe intaccare gli smalti e le pelliccette e i nasi all’insù delle dame.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tre anni dall’esibizione live a Montmartre e a due dalla pubblicazione del 33 giri – uscito per </strong><strong>Polydor nel 1952 con il numero 530.011  – una radio francese indipendente e abbastanza anarchica, Europe 1, decide di trasmettere Le gorille</strong>, la canzone più censurata della storia della Francia. È già un primato, a modo suo… Una stella al merito.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma perché? Cosa ha fatto incazzare i “censuristi” innaffiati di moralismo e che magari la sera ne fanno più di Bertoldo? Che c’è di male in un animale che finalmente viene liberato dalla gabbia in cui è stato costretto e riesce, per la prima volta, a incontrare la vita e la libertà?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1953 il singolo più venduto in Italia è </strong><em><strong>Eternamente</strong></em><strong><em> </em>di Nilla Pizzi. In Francia invece si discute di un certo Brassens, il meridionale, il cantante da osteria che scrive zozzerie e che racconta “sporcherie” inaudite</strong>, che dà voce alla giustizia della natura perché quella dell’uomo è contaminata da interessi e da un’arsura di successo. Non dice esplicitamente le parolacce però: le fa capire.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui da noi è stato importato – o meglio, sdoganato, o meglio ancora, fatto conoscere – <a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PL42CF79A78B8B870D" target="_blank" rel="noopener noreferrer">da Fabrizio De André.</a> Faber ha preso il testo, lo ha messo in italiano, e lo ha cantato.</strong> Del resto, la storia del gorilla che lo pianta nel culo a un giudice rientra nella sua poetica avendo raccontato le vicende di un laureato piccolo di statura che studia per diventare procuratore (Non al denaro, non all’amore né al cielo, concept ellepì che racconta i personaggi statunitensi della Spoon River di Edgar Lee Masters).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Georges Brassens racconta, in un frammento potentissimo e micidiale, la storia di un gorilla che viene scrutato dalle “comari”: le loro attenzioni sono tutte indirizzare verso quel coso che ha tra le gambe.</strong> I commenti si sprecano e tutte loro fantasticano numeri e prestazioni da Kamasutra. Succede che la gabbia però si apre e l’animale esce: ha fame, ma non di cibo. Ha fame di figa, detta senza troppi giri di parole. E vuole togliersi di dosso la verginità. Le donne ovviamente scappano, dimostrando che tra le idee e l’azione ci passa un fiume. Rimangono indietro una vecchietta e un giudice. La prima caccia un sospiro, pensando che in fondo sarebbe bello che fosse ancora desiderata. Il secondo invece è sereno: va bene che il gorilla non ha mai trombato, però in fondo è difficile che la “prima” debba avvenire con un uomo. Passi l’astinenza, ma passare per una scimmia, il togato, lo esclude a priori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il gorilla snobba la vecchietta e si dirige sull’uomo, lo prende per un orecchio e lo porta in mezzo a un prato. Quello che accade è facile da immaginare: gli pianta l’uccello nel culo. <strong>Il giudice piange e tra una botta e l’altra grida “mamma”. Le stesse parole che aveva pronunciato il giorno prima un signore che era stato condannato dallo stesso avvocato alla ghigliottina.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel dubbio quindi, “attenti al gorilla!”.</strong> Soprattutto se si è laureati in Giurisprudenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Nei giorni del Festival di Sanremo, animato dalla ridicola polemica pre-evento sulle parole di Amadeus sulle donne “bellissime” che sanno stare “un passo indietro rispetto ai loro partner”, metterò sul giradischi il 45 giri di Georges Brassens. Anche perché non ho studiato Legge ma Lettere moderne. E ho imparato che dietro a un grande uomo sta sempre una grande donna).</em></p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 10:24:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, al cuore della questione, la Romagna ruvida, livida di danze, speziata. <strong>Giovanni Nadiani da Cotignola, che oggi compirebbe 65 anni, “un manovale di parole”, diceva lui, che se ne è andato nel 2016 dopo tante vite, di poeta e traduttore, fondatore di riviste e insegnante, cantautore di speranze, è una specie di Jimi Hendrix della lirica romagnola.</strong> “È possibile una poesia dalla nominazione feriale e bassa, di pensiero presente e critico che, affermando la continuità della memoria contro il propagandato oblio della storia, si confronti con le stridenti contraddizioni dell’oggi? <strong>Una poesia che, dando vita a una polifonia di lingue e suoni, suggerisca utopisticamente la possibilità di una convivenza nella diversità di una koinonia, di una fratellanza in un’alterità che ci sottrae la nostra proprietà soggettiva per un dato (donato) oggettivo più grande?”,</strong> si domandava. Noi sventoliamo la sua opera in faccia all’indifferenza, con un piccolo omaggio, nella forma di due lettere scritte da compagni di avventure culturali di Nadiani. <strong>La prima è una lettera dello scrittore spagnolo David Castillo</strong>, poeta, romanziere – CartaCanta ha pubblicato il suo “Barcellona non esiste” – di cui Nadiani ha tradotto una antologia poetica, “Un presente abbandonato”, nel 2006. <strong>L’altro è un ricordo epistolare di Mercedes Ariza, traduttrice dallo spagnolo,</strong> che di Nadiani ha tradotto, in Spagna, la raccolta “Invel/Ningún sitio”, 2010]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> ***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La morte non vince mai: sul mio amico alchimista per cui il cancro era l’ultimo dei problemi”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi mesi (o anni) di corrispondenza con Giovanni Nadiani <em>Zvan </em>non sono stati per nulla facili. Spesso mi svegliavo e pensavo a lui, alla sua resistenza solitaria con la notte nel letto della sua casa di Reda che dava su un cortile</strong> in cui c’era una specie di installazione-scultura formata da libri all’intemperie pieni di piccoli insetti. Lo sognavo e mi svegliavo. Subito dopo andavo al mio computer e lo cercavo, a volte con insistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto mi rispondeva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questi giorni va tutto di merda. Da tre settimane ormai sono in una clinica, una clinica molto bella dove cercano di aggiustarmi i valori del sangue che mi portano all’assoluta mancanza di forze: astenia totale… Ogni tanto, come ieri, ho la forza di alzarmi dal letto… Oggi va un po’ meglio: ho cercato di camminare all’interno del giardino come riuscivo a fare anche nel parco della clinica mentre chiacchieravo con gli amici. Spero di riacquistare l’energia necessaria per imparare il modo di spezzare le metastasi che bloccano le vie biliari, che per il momento sono il principale problema per cui sono qui. Durante il mio soggiorno nella clinica ho già fatto tre radioterapie molto tossiche che mi hanno prosciugato le energie. Se miglioro un po’ potrò uscire da qui e impiegherò il mio cervello con la minima lucidità. Abbraccione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66089 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg" alt="" width="172" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2.jpg 480w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />Durante le nostre conversazioni pomeridiane al telefono mi ripeteva che non voleva dare troppe spiegazioni in università e men che meno voleva accettare il congedo per malattia che gli proponevano i medici. Quasi nessuno sapeva che il tumore lo stava divorando.</strong> In un ennesimo esercizio di coraggio, che tanto lo univa alla Spagna, <em>Zvan</em> si concentrava sulla sua famiglia e sulla bicicletta. Durante uno dei miei viaggi in Italia, Guido Leotta, suo amico e socio di <em>Tratti,</em> mi avvisò che era ormai alla fine – Guido sarebbe morto di un infarto prima di <em>Zvan</em>. Quando arrivai a Reda, il mio amico mi spiegò che la sua terapia era fare su e giù per le montagne attorno. Anche in un altro suo messaggio alludeva ai trattamenti a base di chemioterapia e bicicletta:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sfortunatamente gli effetti collaterali adesso sono più forti rispetto al periodo della terapia (neuropatie alle mani e ai piedi e problemi all’intestino). Devo avere pazienza. Oggi cercherò di andarmene qualche giorno in montagna (Sud-Tirolo), prenderò il treno. In un primo momento volevo andare da solo ma visto che i ragazzi non possono ritornare qui, me ne andrò con Inge. Vediamo cosa succede nel viaggio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I farmaci e il cortisone non erano gli unici argomenti di conversazione. C’erano i dischi e i libri, la situazione economica della nostra <em>bohème</em> e i problemi del lavoro. Nonostante fosse in una situazione così fottuta, per il mio amico il cancro era il minore dei mali. </strong>Le sue preoccupazioni erano tre: 1/ la morte di Guido Leotta che sancì la scomparsa della casa editrice Mobydick e la cooperativa <em>Tratti</em>, oltre a quella del gruppo di jazz in cui lavoravano insieme. 2/ i tanti debiti e la mancanza di serietà di un editore con cui aveva avviato grandi progetti editoriali. 3/ il comportamento della sua università nei confronti di una delle sue collaboratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tre preoccupazioni e la salute dei membri della sua famiglia formavano un cocktail micidiale nel suo già deteriorato morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci furono solo brutti colpi. Qualche giorno riusciva persino a mandarmi messaggi di ottimismo, addirittura col suo peculiare senso dell’umorismo, imprescindibile per leggere il migliore Nadiani. La sua opera era un insieme di asseverazioni sulla comunità, la suggestione e i limiti tra realtà e irrealtà.</strong> Durante una delle mie visite a Forlì, Zvan era euforico perchè Bob Dylan si esibiva a Bologna. Non siamo riusciti ad organizzarci per andarci ma di notte, mentre io già dormivo, Zvan mi chiamò. Era nel bar sotto il mio albergo e mi portava alcuni libri nuovi tra cui, <em>Anmarcurd</em>, un omaggio a Fellini, con una citazione iniziale in yiddish del tutto rivelatrice: “Mai sopravvivere alla propria lingua”. Era il 2015 e la sua malattia era progredita. <strong>In alcuni momenti fu sul bordo dell’abisso, in altri credette di essere guarito. Abbiamo bevuto qualcosa e mi spiegò un sogno che aveva fatto e di cui era stato stregato perché era da molto che non scriveva poesie. Aveva sognato alcune poesie scritte in un taccuino.</strong> Al risveglio trovò il taccuino del 2011 con quindici poesie dimenticate che parlavano della sua morte. Quella premonizione e il resto lo lasciarono assorto. L’interpretazione della poesia e della sua creatività andavano oltre la vita. Per questo motivo ho pensato che fosse utile scrivere queste parole sul mio amico alchimista. Se ci dedichiamo all’arte è perché, probabilmente, c’è una ragione nascosta di resistenza di fronte all’oblio, di fronte alla morte eterna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>David Castillo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forlì, 11 marzo 2019</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-66090 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg" alt="" width="115" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani.jpg 200w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Ciao Giovanni,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>auguri. Oggi è il tuo compleanno. 65 anni. Giorni fa ti ho sognato: mi parlavi, mi chiedevi, mi ascoltavi. Bello parlare con i morti: loro ti ascoltano, non hanno fretta, non fuggono, ti ascoltano e lo fanno pazientemente. A giugno ho visto David a Barcellona: gli amici del <a href="https://www.ateneubcn.org/" target="_blank" rel="noopener">Ateneu Barcelonès</a> </em><em>sono rimasti stregati dalla magia dei tuoi versi. Ci sei mancato un sacco. Nessuno è stato capace di leggere il tuo dialetto, nessuno. Con <a href="https://www.amazon.it/Ning%C3%BAn-sitio-Invel-Giovanni-Nadiani/dp/8492528923" target="_blank" rel="noopener">Invel/Ningún sitio </a>tra le mani, pensavo a te quando mi avevi proposto di tradurre le poesie in spagnolo. Una pazzia. Una assurdità. Ma non per te. Ci hai sempre creduto e ci siamo riusciti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi, per festeggiare il tuo compleanno, ho deciso di riprendere i tuoi haiku in romagnolo. Fantastici. Cristallini. Lame che trafiggono il nostro presente-assente.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ti abbraccio forte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mercedes </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*</em></strong></p>
<p><strong>Selezione nostalgico-emozionale di haiku in dialetto romagnolo da<em> Beyond the Romagna Sky (Mobydick, 2000)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1)</p>
<p>la sera l’arlùs<br />
‘t la coda d’un jet</p>
<p>un pipistrël intavanȇ<br />
e’ chèsca ‘t l’udòr di’ marugh</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La sera riluce</em><br />
<em>nella coda di un jet. </em></p>
<p><em>Un pipistrello ebbro</em><br />
<em>cade nel profumo di acacia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2)</p>
<p>al luz di semëfar<br />
al s’è mórti töti</p>
<p>int i self service<br />
e’ sbalèna i bancomat</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le luci dei semafori</em><br />
<em>si sono spente tutte.</em></p>
<p><em>Nei self service</em><br />
<em>lampeggiano i bancomat.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3)</p>
<p>la rèzna dal banchin<br />
la s’mâgna i nom inamuré</p>
<p>a l’ôra di viél<br />
e’ cerla i celuler</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ruggine delle panchine</em><br />
<em>divora i nomi innamorati.</em></p>
<p><em>All’ombra dei viali</em><br />
<em>cinguettano i cellulari.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>(4)</p>
<p>agli urtigh al s’insteca<br />
‘t al carvaj dla stablidura</p>
<p>dal lètar al s’è smarìdi<br />
‘t la memoria d’un desch</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Le ortiche s’infilano</em><br />
<em>nelle crepe dell’intonaco.</em></p>
<p><em>Lettere si sono smarrite</em><br />
<em>nella memoria di un disco.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5)</p>
<p>i piset d’arzent tra i livar<br />
i s’mâgna dal parôl ad chêrta</p>
<p>al parôl senza udór ‘t e’ computer<br />
int un balen u s’li mâgna la luz.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>I pesciolini argentati tra i libri</em><br />
<em>divorano parole di carta.</em></p>
<p><em>Le parole inodori nel computer</em><br />
<em>le divora in un lampo la corrente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6)</p>
<p>i zughetul fet d’ lego<br />
i ten lighê insen e’ mond …</p>
<p>a e’ mond u j è dal lengv<br />
ch’al va int i brisul…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I giocattoli di Lego</em><br />
<em>tengono legato il mondo…</em></p>
<p><em>Al mondo esistono delle lingue</em><br />
<em>che vanno in frantumi…</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 11:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”. Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/">“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”.</strong> Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali nascosti, alti prelati in odore di pedofilia che esercitano impunemente il ministero della Chiesa. Tutti li additano come indegni, ma nessuno riesce a cancellarli dalla vita pubblica, costringerli a restituire il maltolto o portarli a giudizio e ottenerne la condanna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accanto ai potentoni cui tutto è consentito, esiste un’altra categoria di intoccabili: quelli che godono del favore del popolo, o di una parte consistente di esso.</strong> Sarà un caso, o forse no, ma si tratta, per lo più, di uomini feticcio della sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vi racconto cosa mi è successo poco fa, dopo avere letto su un popolare quotidiano che gli undici milioni di spettatori incollati alla tv a vedere Montalbano sono tutti a favore dell’accoglienza, come il Commissario. <strong>Poiché tale concetto mi è parso risibile e fazioso, ho approfittato del pulpito digitale (l’unico, ahimè, che mi è concesso), obiettando su Facebook che, secondo quel ragionamento, se io guardassi un documentario sul nazismo, sarei un nazista. Osservazione inoppugnabile che ha raccolto solo consensi.</strong> <strong>Il peggio è accaduto poco dopo, quando ho aggiunto il mio parere sui romanzi polizieschi di Camilleri. </strong>Dopo un iniziale entusiasmo dovuto a una parvenza di originalità dello stile, oggi posso dire che la saga letteraria di Montalbano è un’operazione commerciale abilmente costruita da un furbo di tre cotte. Per non metterci del mio ed essere bollato come uno scrittore rosicone, ho citato le parole dello scrittore Fulvio Abbate: “Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un utente, tale Sergio, ha replicato: “Francesco Consiglio, pulisciti la bocca quando parli di una persona come Camilleri e di un attore come Zingaretti, stronzo”.</strong> Certo, è strano che qualcuno mi inviti a pulirmi la bocca mentre tiene nella sua uno stronzo, ma non voglio replicare. Guardo e passo. Però, mi chiedo quale bizzarra patologia mentale spinge un uomo a rischiare una querela per correre in soccorso di un personaggio famoso che saprebbe difendersi da solo, con più grazia, ma molto più probabilmente ignorerebbe il post di un semisconosciuto scrittore di provincia. Dev’essere la stessa malattia che porta un ultras disoccupato a fare a botte per l’onore della sua squadra di calciatori milionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Non capita solo a me di incontrare certi spiriti fumantini. Su questo sito ho assistito giorni fa a una cieca levata di scudi contro Davide Brullo, colpevole di avere scritto che le canzoni di De André (intoccabile trasversale: piace anche a Salvini) non sono poesie ma solo canzonette, e il cantautore genovese non è Mario Luzi né Giorgio Caproni. Apriti, cielo! Sono volati, unilateralmente, insulti e accuse a non finire, perché esiste un’accolita di blateranti fan-fanatici convinta che l’offesa al dio Faber debba essere punita con l’eterna dannazione nel girone dei bestemmiatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, scrive Brullo, “il giornalismo esiste per sfatare i falsi miti e mettere in discussioni i miti vigenti”. Toccare un intoccabile, e ferirlo, diventa un esercizio rivoluzionario solo perché viviamo in un mondo di uomini paurosi che cercano i loro dèi in terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per fortuna, esiste un cimitero degli intoccabili che mi fa sperare nella scomparsa di certi fanatismi. Sul finire degli anni Novanta, appena dopo Tangentopoli, Craxi era il Grande Corruttore e Di Pietro il Salvatore della Patria</strong> (così, in maiuscolo, per rendere la potenza del pensiero che in quei giorni dominava). Oggi l’ex pm, ex ministro ed ex segretario di partito è relegato ai margini della scena politica e l&#8217;antica e sbiadita fama gli procura soltanto qualche ospitata in tv. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ebbe un’aura di intoccabilità ai tempi della Rete (che non c’entra nulla con il web: offro da bere a chi capisce di cosa sto parlando), per poi perderla e ritrovarla recentemente come sindaco dei porti aperti. <strong>La parabola di Matteo Renzi, dal trionfo delle Europee 2014 alla catastrofica sconfitta alle Politiche del 2018, è clamorosa: quando governava, esibendo una personalità autoritaria e poco incline al dialogo, chiunque osasse muovergli una critica veniva preso a pesci in faccia.</strong> Oggi l’ex rottamatore è considerato la causa principale del declino del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse, un giorno, anche gli elettori di sinistra, per merito di una fulminazione paolina, potranno dire male di Saviano, il messia dell’anti-salvinismo, e qualcuno confesserà di essere stato contento quando Domenico Lucano, il sindaco di Riace che distribuiva patenti di legalità a sé stesso dichiarando: “Se serve, vado contro la legge”, ebbe la risposta che si meritava dalla Guardia di Finanza, più o meno questa: “Se serve, ti indaghiamo”.</strong> E chissà, un lettore ghiotto ma non scemo potrà liberamente criticare mr. Eataly, <strong>Oscar Farinetti, la cui ultima opera poetica contiene questa perla di mirabile saggezza: “L’egoismo è come l’odor della merda. Dentro il tuo ci stai pure bene. In quello altrui ci stai… di merda”. Neanche Fabrizio Corona tocca certe vette letterarie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questi tempi di dialettica cruenta, l’intoccabile più intoccabile di tutti non ha parvenze materiali, ma si afferma nelle idee e negli orientamenti delle élite: è l’euro. Inviso, sbeffeggiato, condannato da molti, viene al tempo stesso definito indispensabile. Chi lo mette in discussione è un troglodita economico o un seguace del barone von Masoch.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci si deve però meravigliare se tutto quello che oggi appare un monolite di autorità e imposizioni possa un giorno sbriciolarsi. È caduto l’Impero Romano.</strong> Si è dissolta l’Unione Sovietica. Cadrà anche l’Europa dei banchieri e dei burocrati?</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’attesa, sfido i servi degli Intoccabili e prorompo in un sonorissimo pernacchio contro chi mi insulta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>“Siamo vivi, siamo soli (e celebrare la vita è tremendamente stupido)”: Massimiliano Parente ha rapito Vasco. Lo abbiamo intervistato</title>
		<link>https://www.pangea.news/siamo-vivi-siamo-soli-e-celebrare-la-vita-e-tremendamente-stupido-massimiliano-parente-ha-rapito-vasco-lo-abbiamo-intervistato/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 06:56:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Solo Parente poteva tirare fuori dal mazzo una storia come questa”, scanzonata quanto profonda. Il protagonista del romanzo, omonimo dell’autore, è uno scrittore che sente di avere un’affinità elettiva con Vasco Rossi – convinzione che peraltro hanno tutti i fan nei confronti dei loro idoli. Egli si persuade quindi che Vasco abbia bisogno di lui [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/siamo-vivi-siamo-soli-e-celebrare-la-vita-e-tremendamente-stupido-massimiliano-parente-ha-rapito-vasco-lo-abbiamo-intervistato/">“Siamo vivi, siamo soli (e celebrare la vita è tremendamente stupido)”: Massimiliano Parente ha rapito Vasco. Lo abbiamo intervistato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Solo Parente poteva tirare fuori dal mazzo una storia come questa”</strong>, scanzonata quanto profonda. <strong>Il protagonista del romanzo</strong>, omonimo dell’autore, <strong>è uno scrittore che sente di avere un’affinità elettiva con Vasco Rossi</strong> – convinzione che peraltro hanno tutti i fan nei confronti dei loro idoli. Egli si persuade quindi che Vasco abbia bisogno di lui e viceversa, ma, invece di sognare di incontrarlo, o limitarsi ad assillarlo sui social come fanno tutti, <strong>decide di rapirlo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In sordina, dietro una storia irriverente e apparentemente disimpegnata, <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/parente-di-vasco/" target="_blank" rel="noopener"><em>Parente di Vasco </em></a>(La Nave di Teseo, 2018) restituisce <strong>una riflessione distante da qualunque retorica sul senso dell’esistenza</strong>, per arrivare infine alla conclusione, come dice lo stesso cantautore, che<strong> “questa vita un senso non ce l’ha”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Parente, al contrario di ciò che gli intellettuali continuano a ripetere nei libri che nessuno compra, ma tutti scrivono, mette nero su bianco la realtà. Filosofi e letterati per centinaia di anni hanno cercato il senso della vita, prevalentemente impelagandosi in assurde discussioni di carattere morale, quando <strong>“la vita non è altro che un processo biologico cieco e senza finalità”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalle tue dichiarazioni sembrava avessi smesso di scrivere romanzi – avendo ormai detto tutto. Poi ti sei ritrovato con questa storia fra le mani, che hai messo giù in un mese. Ma, dunque, sentivi di avere ancora qualcosa da comunicare? Qual è il senso – ammesso che i romanzi abbiano un senso – del tuo ultimo lavoro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È avvenuto tutto alla fine di quest’estate. Ero molto depresso, in particolare per una questione personale che racconto nel libro, e passavo le giornate giocando con la Playstation e ascoltando Vasco. Un giorno ho avuto l’idea di questo romanzo, per raccontare la situazione e perché la storia era divertente. <strong>Così l’ho proposta a Elisabetta Sgarbi, che è stata subito entusiasta e mi ha concesso un buon anticipo, spingendo affinché l’opera uscisse a novembre. Senza di lei non ce l’avrei mai fatta.</strong> È un editore d’altri tempi, capace di cose che nel panorama editoriale italiano attuale sono sorprendenti, come quando l’anno scorso diede alle stampe la <em>Trilogia dell’inumano</em>. Ne è venuto fuori un romanzo romantico, tragicomico, spassoso, scritto tutto in un mese. Consegnato ai primi di ottobre, è uscito giovedì scorso ed è già alla seconda edizione. Mi sono anche divertito molto a scriverlo. La maggior parte delle cose che racconto sono vere, inclusi gli incontri che ho fatto, esilaranti, per documentarmi su come rapire Vasco, resi possibili grazie alla collaborazione di Emilio Pappagallo, il mio migliore amico, al quale è dedicato il libro e che è anche un personaggio fondamentale del romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64410 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-213x300.jpg" alt="Parente" width="161" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-600x846.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10.jpg 625w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Si tratta del tuo libro con il maggior numero di riferimenti autobiografici, per quanto non sia la prima volta che ti avvali di un protagonista omonimo. Che differenza c’è, sotto questo punto di vista, tra <em>Contronatura </em>e <em>Parente di Vasco</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono testi completamente diversi. <em>Contronatura </em>è parte di un’opera di millesettecento pagine che ho impiegato tredici anni a scrivere e su cui ho investito gran parte della mia vita. Viene studiata nelle università, perché diversi studenti hanno capito che è unica nella letteratura occidentale. <strong>Per scriverla mi sono distrutto, fisicamente e psicologicamente, pur avendo scritto successivamente altri due romanzi nei quali è venuta fuori la mia vena più comica.</strong> <em>Parente di Vasco</em> è un romanzo non pianificato, come un figlio che non hai programmato ma decidi di non abortire. Buttato giù di getto, in un mese, è uscito così come l’ho scritto, con pochissime correzioni. Ripeto, gran parte del merito è della determinazione di Elisabetta Sgarbi. È vero, ho usato molte volte Massimiliano Parente come nome di autofiction, ma qui l’autofiction è minima. Ho messo più il vero me stesso qui che in tutti gli altri romanzi (sebbene un altro personaggio che mi rispecchia molto è Max Fontana, il protagonista de <em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler</em>), è una piccola autobiografia che racconta un’avventura tragicomica. È la prima volta, per esempio, che scrivo della morte di mio padre, su cui non ho mai pubblicato neppure un post su Facebook. Quelle pagine hanno colpito molti lettori, tra cui Giampiero Mughini, che ne ha scritto subito, ma anche me stesso quando le ho messe su carta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo, il protagonista sostiene che la maggior parte della musica, come della letteratura italiana, è caratterizzata da una retorica della vita, diciamo un’esaltazione smodata di questa. Sostiene anche che tale tendenza appartiene solo all’essere umano, infatti, “anche un usignolo canta tutto il giorno, ma non certo per cantare la bellezza della vita”. Se l’arte non deve quindi celebrare la bellezza di essere vivi, qual è la sua funzione dal tuo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Trovo che sia tremendamente stupido celebrare la vita per un essere vivente destinato tra l’altro a morire e a perdere tutto ciò che ama. Che magari si inventa dei paradossi che, tra gli altri grandi primati, fanno di Homo Sapiens una scimmia veramente idiota, come ad esempio la vita dopo la morte. <strong>Una minoranza della nostra specie è arrivata a comprendere aspetti incredibili di noi stessi, a mettere piede sulla Luna, a far atterrare robot su Marte, a comprendere la materia fino alle particelle elementari, a rilevare onde gravitazionali scaturite dalla fusione di due buchi neri un miliardo di anni fa, a vedere l’universo fino a una distanza di tredici miliardi di anni luce – incredibile. Ma la maggior parte dell’umanità è ancora capace di parlare a un essere immaginario che vive nel cielo – ridicolo. A me interessa la verità.</strong> Siamo l’unica specie vivente che ha impiegato duecentomila anni per arrivare, solo nell’ultimo secolo e mezzo, a conoscere la nostra origine e quella di ogni altra specie vivente. La biologia e la fisica ci hanno svelato molto di ciò che siamo, ma non solo la gente comune, anche la maggior parte dei letterati non se n’è accorta, non studia. Per me un romanzo o ha una funzione epistemologica o è puro intrattenimento, non vale più di una serie tv – tenendo conto che oggi ci sono serie tv più interessanti, anche epistemologicamente, di molti romanzi, sarà che gli sceneggiatori studiano di più. Ritengo che un romanzo debba essere romanzesco, cioè avere una trama solida, ma anche avere un pensiero moderno. <strong>Per tal motivo ho elogiato <em>Origin </em>di Dan Brown. Sarà di genere, ma dice cose interessanti, moderne. L’autore ha studiato e sa costruire un romanzo. È anche per questo che ho scelto Vasco Rossi come amico ideale nel testo, e decido di rapirlo, perché nella semplicità dei suoi testi, del suo pensiero, non c’è mai niente di consolatorio, di metafisico, di ruffiano rispetto alla vita di cui parlano i vitalisti.</strong> Addirittura, nel romanzo vorrei diventare amico di Vasco per dargli ancora più strumenti per comprendere la realtà, che lui ha comunque intuito. Nel romanzo sostengo che è lui ad aver bisogno di me ancor più che io di lui. In ogni caso di Vasco direi anche che è l’unico poeta che amo, se non pensassi di fargli un torto perché detesto i poeti ancora più dei letterati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Contronatura </em>il protagonista sostiene di scrivere per la letteratura, quindi non per il pubblico, e contro la letteratura. In <em>Parente di Vasco</em>, il protagonista dichiara di scrivere la realtà e contro la realtà. Potresti spiegare ai lettori cosa intendi esattamente con questi due concetti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È lo stesso concetto che mi ha mosso sempre come scrittore cioè dire quello che tutti gli scienziati pensano ma non possono esprimere artisticamente, usando la letteratura. <strong>Protestare contro la vita producendo opere contro la vita, ma senza trovare scappatoie metafisiche. Dire quello che molti scrittori hanno detto, per esempio gli esistenzialisti, o giganti come Proust o Beckett, ma in maniera più precisa, usando la scienza.</strong> E, ovviamente, senza mai trascurare l’aspetto romanzesco. Sto ricevendo centinaia di messaggi di lettori commossi e divertiti per <em>Parente di Vasco</em> – molti dei quali non erano neppure miei lettori prima –, perché avvertono che questo senso del comico, come anche del tragico, nasce da un approccio profondo con la realtà. Perché siamo vivi, e siamo soli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Paglialunga</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/siamo-vivi-siamo-soli-e-celebrare-la-vita-e-tremendamente-stupido-massimiliano-parente-ha-rapito-vasco-lo-abbiamo-intervistato/">“Siamo vivi, siamo soli (e celebrare la vita è tremendamente stupido)”: Massimiliano Parente ha rapito Vasco. Lo abbiamo intervistato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Essendomi rotto i cogl@on@ della letteratura, ho cominciato a dedicarmi alla musica”: Franz Krauspenhaar racconta a Matteo Fais i suoi progetti extraletterari</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:44:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Franz Krauspenhaar è un pazzo scatenato. Cosa si potrebbe dire, del resto, dell’uomo che ha scritto un testo geniale come Grandi Momenti, uscito qualche anno fa per la NeoEdizioni! Ma direi che ciò era già chiaro ai suoi lettori. Il problema di questo autore è, casomai, che non vuole limitarsi ad aver unicamente dei lettori. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/essendomi-rotto-i-coglon-della-letteratura-ho-cominciato-a-dedicarmi-alla-musica-franz-krauspenhaar-racconta-a-matteo-fais-i-suoi-progetti-extraletterari/">“Essendomi rotto i cogl@on@ della letteratura, ho cominciato a dedicarmi alla musica”: Franz Krauspenhaar racconta a Matteo Fais i suoi progetti extraletterari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Franz Krauspenhaar è un pazzo scatenato.</strong> Cosa si potrebbe dire, del resto, dell’uomo che ha scritto un testo geniale come <em>Grandi Momenti</em>, uscito qualche anno fa per la NeoEdizioni! Ma direi che ciò era già chiaro ai suoi lettori. Il problema di questo autore è, casomai, che <strong>non vuole limitarsi ad aver unicamente dei lettori</strong>. Da un po’ di tempo, infatti, <strong>gli piace anche andare alla ricerca di ascoltatori</strong>. Ha dato pertanto inizio a un altro folle progetto, parallelo a quello narrativo e poetico, chiamato <strong><em>Nerolux</em></strong>. In sostanza, Franz si è messo a <strong>cantare e suonare</strong>, facendo <strong>musica elettronica</strong>. Quando gli ho chiesto: “Scusa, ma alla tua età ti metti a suonare musica elettronica?”, candidamente mi ha risposto: “Ma perché non te ne vai a fare in culo, sono più giovane di te, vecchio scarpone”. Probabilmente, pur dicendo stronzate sul piano anagrafico e malgrado la citazione da Calibi, da un certo punto di vista ha ragione – io l’ho sempre saputo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, quando mi ha mandato il suo <strong>nuovo singolo</strong>, <strong><em>Estate</em></strong>, una <strong>cover </strong>del grande <strong>Bruno Martino</strong>, dopo averlo ascoltato, in preda alla folgorazione intellettuale che solo lui sa darmi, l’ho chiamato, formulando al volo una breve intervista per far conoscere ai suoi lettori anche questo <em>aspetto </em>della sua produzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64343 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-300x300.jpg" alt="Krauspenhaar" width="210" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-8.jpg 960w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />Cominciamo da questa tua scelta: perché un tributo a Bruno Martino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il singolo di un album che dovrebbe intitolarsi un po’ ironicamente, con un richiamo a Pavarotti, <em>Nerolux and Friends</em>. Si tratta infatti quasi esclusivamente di duetti. <strong>In <em>Estate</em> collaboro con un talentuoso produttore di musica elettronica. Io ho gusti molto vari e Bruno Martino mi piace da sempre. Il pezzo, malinconico e dolce nella versione del grande cantautore romano, qui diventa un cantato cupo, farfugliato, instabile</strong>, all’interno di un arrangiamento strumentale piuttosto dark ambient o disco. Ho tentato di mettere insieme due mondi molto distanti. A mio parere il risultato non sfigura rispetto all&#8217;originale, perché c’è amore per quel pezzo, per quel mondo notturno dei <em>night</em> in cui si muoveva Bruno. Però, qui il dolore diventa quasi assillante e credo spiazzante – come sempre io sperimento. Non mi resta che incrociare le dita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come spiegare un cantato così cupo che a tratti si fa smozzicato, fino a nascondere parti del testo originale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano è una specie di pezzo iconico e ha la mia età, più o meno. Il farfugliamento è quello di qualcuno che non ricorda o ricorda solo parzialmente, quasi come se il protagonista di questa cover, trascorsi oramai sessant’anni, avesse dei buchi nella memoria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come che ti è venuta questa passione per la musica elettronica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È una passione antica, che risale all&#8217;adolescenza, alla scoperta dei Kraftwerk e dei Neu, un gruppo meno conosciuto dalle masse, che mescolava elettronica a momenti di follia punk. E pian piano ho cominciato ad ascoltare anche altre cose. Sono arrivato a fare dell&#8217;elettronica a cinquant’anni perché mi annoiavo. Non sono un musicista fatto e finito, non so leggere la musica, ma me la cavo a orecchio e anche grazie alla tecnologia. Suono tutto su keyboard e tastiere virtuali, per esempio percussioni, bassi, piano e sintetizzatori. <strong>Ho iniziato a praticare la musica con un po’ di ritardo, anche perché, come ti ho detto in una precedente intervista, “mi sono rotto i coglioni della letteratura.” Che poi non è del tutto vero. Anzi, sto riprendendo, ho un romanzo nuovo in valutazione.</strong> La musica è diventata un impegno altrettanto serio, nonostante nel settore non mi conosca quasi nessuno. A me piace sperimentare con gli strumenti che ho, che sono soprattutto la buona conoscenza del patrimonio musicale. Dal punto di vista tecnico mi arrangio, malgrado la mia tendenza al perfezionismo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le affinità tra musica e letteratura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le affinità tra le due arti? La musicalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poeta, romanziere, e adesso pure compositore: dì la verità, non hai ancora deciso cosa fare da grande, vero, giovanotto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, non essendo per niente grande vado avanti giorno per giorno. Ci vuole un po&#8217; di incoscienza, per forza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*La canzone di Franz Krauspenhaar <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dVsgtL_FdPI" target="_blank" rel="noopener">la potete ascoltare qui.</a></em></p>
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		<title>Ode malinconica a Nick Drake, il cantautore di culto che lasciò tutto per forsennati, insonni giri in macchina e che morì troppo giovane, ignaro della fama</title>
		<link>https://www.pangea.news/ode-malinconica-a-nick-drake-il-cantautore-di-culto-che-lascio-tutto-per-forsennati-insonni-giri-in-macchina-e-che-mori-troppo-giovane-ignaro-della-fama/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 07:16:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tanto per cominciare, mettete su un suo pezzo. Uno a caso. Anzi, no: ascoltate prima di tutto Northern Sky, che è la più bella canzone d’amore mai scritta. C’è qualcosa nei suoi versi, nella melodia, nel canto, qualcosa che assomiglia al misterioso sentimento della vita, sfuggente, aurorale, dolcissimo, un misto di euforica scoperta e di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ode-malinconica-a-nick-drake-il-cantautore-di-culto-che-lascio-tutto-per-forsennati-insonni-giri-in-macchina-e-che-mori-troppo-giovane-ignaro-della-fama/">Ode malinconica a Nick Drake, il cantautore di culto che lasciò tutto per forsennati, insonni giri in macchina e che morì troppo giovane, ignaro della fama</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Tanto per cominciare, mettete su un suo pezzo. Uno a caso. Anzi, no: ascoltate prima di tutto <em>Northern Sky</em>, che è la più bella canzone d’amore mai scritta. </strong>C’è qualcosa nei suoi versi, nella melodia, nel canto, qualcosa che assomiglia al misterioso sentimento della vita, sfuggente, aurorale, dolcissimo, un misto di euforica scoperta e di malinconica rinuncia. È come se insieme alle parole della canzone anche noi andassimo enumerando tutte le cose che stiamo vivendo per la prima volta: «I never felt magic crazy as this / I never saw moons knew the meaning of the sea / I never held emotion in the palm of my hand / Or felt sweet breezes in the top of a tree / But now you’re here / Brighten my northern sky». Parole che rimandano a un pensiero così primigenio, così essenziale – la luna, il significato del mare, il vento sugli alberi, la natura che partecipa all’emozione vibrante dell’animo umano e quasi dà risonanza al sentimento amoroso, che è un sentimento di scoperta, prima di tutto, o di ri-scoperta – parole che a sentirle cantate in quel modo, con quegli accordi di chitarra &#8211; e con quell’accompagnamento discreto dell’organo, quegli agili guizzi di pianoforte, quei delicati tocchi di celesta, tutti suonati da John Cale – ci sembra, incredibilmente, di aver dimenticato. <strong>È un disvelamento, insomma. È come tornare bambini, quando si pongono continuamente domande stupide</strong> («Would you love me for my money / Would you love me for my head / Would you love me through the winter / Would you love me ’til I’m dead»), ma allo stesso tempo si dischiude un nuovo occhio interiore («Oh, if you would and you could / Straighten my new mind’s eye»).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63299 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/five-300x300.jpg" alt="Nick Drake" width="230" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five.jpg 394w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" />Non aveva una grande voce, Drake, ma la sapeva usare alla perfezione per le sue canzoni, con quella incrinatura malinconica, quella tonalità inconfondibile, quel timbro che aveva una sensualità un po’ tenebrosa, ma carezzevole.</strong> La melodia dei suoi brani non era mai banale, la sua tecnica alla chitarra, suonata quasi come un pianoforte, era insolita, originale, piena di inventiva (accordava lo strumento in maniera diversa per ogni brano). <strong>Incise solo tre dischi: <em>Five Leaves Left</em>, esordio folgorante, di una luminosa bellezza, e <em>Bryter Layter</em>, album perfetto, sia nel suono che negli arrangiamenti, senza nessun punto debole (entrambi del 1969) e <em>Pink Moon</em> (nel 1972), un canto del cigno di una essenzialità quasi ascetica. </strong>Tre gioielli assoluti di folk acustico, dark e delicatamente barocco, che segnano anche un percorso solitario, rigoroso, alieno da qualsiasi compromesso commerciale. Come confessò Flaubert all’amica George Sand, anche Drake si è sempre sforzato con la sua arte di «andare all’anima delle cose». Basta ascoltare il suo ultimo disco, <em>Pink Moon</em>, per capire che cosa intendo: concepito durante l’estate del 1971 in Costa del Sol, è tuttavia un disco notturno, inciso in poche ore, solo voce e chitarra (tranne una breve linea melodica di piano nella title-track); un disco dove è stato eliminato tutto il superfluo, qualsiasi orpello, abbellimento, per costringere l’ascoltatore a guardarsi nello specchio, a riflettersi nelle proprie disillusioni, nei ricordi, nelle insofferenze. Tre perle di musica – questi tre dischi – che caddero nell’indifferenza e nel silenzio del mondo discografico. <strong>Dopo aver pubblicato </strong><strong><em>Pink Moon</em></strong><strong>, Drake decise allora di rinunciare. L’album aveva venduto ancor meno dei due precedenti, e si era rivelato un clamoroso insuccesso. Un insuccesso segretamente voluto, forse, poiché il giovane cantautore aveva un carattere schivo, taciturno, ed era terrorizzato dal pubblico:</strong> rifiutava qualsiasi promozione e rifuggiva dalle esibizioni pubbliche, convinto com’era che le sue canzoni dovessero camminare da sole, con la forza della musica. Così, si ritirò dai suoi genitori, nella campagna del Tanworth, un piccolo villaggio a nord-est di Birmingham, a «Far Leys», una villetta in mattoni rossi, a due piani, dove aveva vissuto la sua infanzia felice. <strong>Qui passò i suoi ultimi due anni lontano da tutti e da tutto. Dopo un ricovero di cinque settimane in un ospedale psichiatrico si andò chiudendo in un isolamento sempre più greve, tra antidepressivi, notti insonni e lunghi, solitari giri in macchina</strong> <strong>(si metteva in macchina e guidava per chilometri e chilometri, allontanandosi senza meta, finché non gli finiva la benzina e allora chiamava dal primo telefono pubblico qualche amico o i familiari, affinché gli portassero una tanica di benzina per tornare a casa).</strong> Fece un viaggio a Parigi, ma la sua depressione non migliorò. La cantautrice Françoise Hardy ricorda una cena da amici dove lo incontrò. Drake si sedette davanti a lei e restò tutto il tempo a fissarla senza dire una parola. Quando tornò a casa registrò ancora una manciata di canzoni, lasciandole incomplete. Era così malmesso che non riusciva a cantare e suonare insieme, per cui fu costretto a registrare prima la musica e poi la voce. <strong>L’ultima canzone, <em>Tow the line</em>, è tesa, nervosa, cupissima; la voce di Drake è fuori tono, impastata dagli psicofarmaci, mentre canta: «</strong><strong>This day is the day that we rise or we fall / </strong><strong>This night is night that we win or lose all».</strong> È il suo congedo dal mondo. Cadrà, perderà tutto. La sua giornata, la sua notte, la sua vita volgevano al termine.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63300 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon-300x294.jpg" alt="Nick Drake" width="222" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon-300x294.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon.jpg 600w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" />Sul piatto del suo stereo, la mattina del 25 novembre 1974, girava ostinatamente, mutamente, la puntina alla fine del disco dei <em>Concerti Brandeburghesi</em> di Bach<em>,</em> quando fu trovato morto nel suo letto dalla madre, verso mezzogiorno, il corpo sdraiato sopra le coperte. <strong>Aveva solo ventisei anni, e</strong><strong> un’overdose di Tryptizol lo aveva stroncato dopo l’ennesima notte insonne. Se ne andò senza sapere che sarebbe diventato un cantautore di culto</strong>, senza poter immaginare che le sue canzoni sarebbero diventate così famose da essere utilizzate perfino come colonna sonora di importanti spot pubblicitari (proprio quella <em>Pink Moon</em> così triste, solitaria e finale).</p>
<p style="text-align: justify;">La sua morte, il suo suicidio mi fanno sempre pensare al protagonista della poesia del suo amato Robert Browning, <em>Orlando cavaliere giunse alla Torre Scura</em>. Impegnato in una ricerca disperata, attraversando un paesaggio spettrale e desolato, il cavaliere di Browning sente di essere prossimo all’insuccesso, proprio come Drake nei suoi ultimi giorni. Memore dei tanti cavalieri che lo hanno preceduto, troppe volte ha udito profezie di fallimento e adesso che è vicino alla meta, la cosa migliore gli sembra «fallire come loro». Ma ha un unico dubbio: sarebbe stato all’altezza del fallimento? Non so, francamente, che cosa sarebbe capitato a Drake se avesse vinto questo dubbio, quella notte di novembre in cui mise fine alla sua vita. <strong>Mi domando soprattutto, come spesso in questi casi, quanto il fallimento abbia contribuito a mantenere intatta la sua ispirazione e quanto, viceversa, il successo ne avrebbe guastato la purezza. Non lo sapremo mai.</strong> Ci restano, però, i suoi tre bellissimi dischi, che ci accompagnano e ci consolano, nei lunghi inverni del nostro scontento. Ascoltateli, iniziando da <em>Northern Sky</em>: vi farà innamorare dell’amore, innamorare della vita. Come stringere un’emozione nel palmo della mano. E per questo gli sarete grati per sempre.</p>
<p><strong><em>Fabrizio Coscia</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Sono soltanto un borghese piccolo, piccolo”: 40 anni fa esce “Rimini”, il disco più strano di Fabrizio De André. E a Rimini si fa festa! Intervista a Massimo Roccaforte, la roccaforte degli indipendenti</title>
		<link>https://www.pangea.news/sono-soltanto-un-borghese-piccolo-piccolo-40-anni-fa-esce-rimini-il-disco-piu-strano-di-fabrizio-de-andre-e-a-rimini-si-fa-festa-intervista-a-massimo-roccafort/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2018 10:40:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Definitivamente, con un tasso di genio inversamente proporzionale agli autori citati, Rimini appare, brutale, in un paio di film (Rimini Rimini e Rimini Rimini. Un anno dopo, entrambi di Bruno Corbucci), in un libro (Rimini, di Pier Vittorio Tondelli), in un disco (Rimini, di Fabrizio De André). In dieci anni (dalla Rimini di De André, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Definitivamente, con un tasso di genio inversamente proporzionale agli autori citati, Rimini appare, brutale, in un paio di film (<em>Rimini Rimini </em>e <em>Rimini Rimini. Un anno dopo</em>, entrambi di Bruno Corbucci), in un libro (<em>Rimini</em>, di Pier Vittorio Tondelli), in un disco (<em>Rimini, </em>di Fabrizio De André). In dieci anni (dalla Rimini di De André, del 1978, a quella di Corbucci, del 1988), Rimini esaurisce il suo immaginario spregiudicatamente pop. <strong>In precedenza, Rimini è un luogo di perduti, di perdenti, di folli, aureolata nel sogno: </strong>è la Rimini di Fellini (eternata in <em>Amarcord</em> e prima ancora ne <em>I vitelloni</em>) e quella, di fate e di fato, di Valerio Zurlini (<em>La prima notte di quiete</em>). In una intervista del 1978 rilasciata a <em>l’Unità</em>, De André specifica il carisma del disco ‘riminese’. <strong>“Questo disco ha come protagonista la piccola borghesia e come centro storico la Rimini dei vitelloni di Fellini. Parla dei sogni di una ragazza piccolo borghese, figlia di un droghiere, che viene coinvolta nel pettegolezzo di un aborto.</strong> Sognatrice come i piccoli borghesi, fa credere che il suo fidanzato sia stato ucciso a New York durante la ‘caccia alle streghe’, sogna di incontrare Colombo e di mettergli le manette. È seduta all’Harris bar, sempre illudendosi di essere quella che non è”. Rimini non è più un luogo, una estetica dell’estasi, ma un logo, un marchio, un simbolo. In quella intervista, <strong>in cui De André, tra l’altro, racconta la sua nuova vita da “allevatore in Sardegna… perché ho a che fare con esseri viventi” </strong>(come se il pubblico della musica non lo fosse, fosse massa indistinta, discinta), sbuca una confessione. “Anch’io sono un piccolo borghese: solo che io lo so, me ne rendo purtroppo conto”. <em>Rimini</em>, il disco di De André pubblicato da Ricordi con massiccia stampa promozionale (volantini cangianti con scritta: “Giugno 77: Fabrizio De André è in sala di registrazione o ha affittato due cabine a Rimini?”), compie 40 anni. <strong>L’occasione è troppa ghiotta per non farci una grande festa. La festa, in effetti, si farà, sotto il logo “Rimini canta Rimini”, il 21 luglio, con florilegio di cantanti e musicisti</strong> (da I Ministri a John De Leo, da Andrea Amati e NicoNote a Dany Greggio e l’orchestra Rimini Classica diretta da Federico Mecozzi, che rifarà il disco per intero), alle 21, nella Corte degli Agostiniani. Prima, però, alle 18 dello stesso giorno, al Fulgor risorto, ci sarà Dori Ghezzi con Giordano Meacci e Francesca Serafini che presentano <em>Lui, io, noi </em>(Einaudi, 2018), e soprattutto si mostra al mondo la nuova versione del disco, <em>Rimini</em>, rimasterizzato, insieme a un libro con copertina griffata da Eron, edito da Interno4 Edizioni. <strong>Questa, in effetti, è la vera ciliegina sulla festa (in copie numerate): oltre a materiali recuperati</strong> (compresa l’intervista fatidica a De André), appare una storia analitica del disco pubblico 40 anni fa, un articolo di Enrico De Angelis, uno studio di Stefano Pivato su <em>La Rimini di De André e quella degli altri</em> e altri reperti che sono una goduria per il fan e una fiera per il curioso. <strong>Alle spalle del progetto multiplo (evento musicale+evento bibliografico) c’è Massimo Roccaforte, la roccaforte degli ‘indipendenti’, editore di australe intraprendenza, di radicale generosità</strong>, che come le persone rare, ama più gli altri di se stesso. Così, lo abbiamo fermato, nello tsunami della sua esistenza attuale. Chi non ha avuto, d’altronde, un “un amore perso/a Rimini d’estate”? Rimini esiste proprio per questo: è il posto dove si perde l’amore – per trovare ciò che si ama davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61908 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva-300x198.png" alt="De André" width="300" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva-300x198.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva-768x506.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva-1024x675.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva-600x396.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Cover-De-Andrè-aperta-definitiva.png 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Intanto: “Rimini” e De Andrè. Come ti è venuto in mente il progetto, perché, che rapporto c’è tra De Andrè e la Riviera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è un rapporto diretto tra Rimini e Fabrizio De André. La Rimini di De André è la Rimini dell’immaginario più comune nel dopoguerra: la Rimini delle vacanze in cui la piccola borghesia si annoia “tra i gelati e le bandiere” o nei più artistici dei riferimenti la Rimini della piccola borghesia di provincia rappresentata da Fellini nei Vitelloni. Personalmente celebrare il quarantennale di Rimini per me è stato lo sbocco naturale di un lungo percorso tra la cultura editoriale, politica e pubblica che da anni nel mio piccolo professo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha, oggi, un cantautorato come quello di De Andrè? Lasciando perdere la ‘storia della musica’, ovviamente, ma riguardo alla vita reale, vera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il modello di cantautore nato nel dopoguerra italiano ed egemone nella discografia italiana fino alla fine degli anni ’70, che De André ha rappresentato ai massimi livelli oggi è forse superato, si è evoluto ma non è scomparso si è appunto evoluto. A dimostrarlo stanno anche band giovani come I Ministri o “cantautori” come Andrea Appino degli Zen Circus che stanno venendo a Rimini per interpretare a modo loro il maestro di tutti Fabrizio De André.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domanda politica. Credi che il ‘servizio pubblico’, le amministrazioni comunali, lo Stato debbano o possano fare cultura? E come, con quale idea di fondo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La situazione italiana attualmente è così preoccupante dal punto di vista dell’alfabetizzazione generale, del rapporto tra cultura e cittadinanza, che lo Stato e le amministrazioni pubbliche dovrebbero impegnarsi sempre di più per diffondere e professare il diritto e il piacere della cultura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domanda editoriale. Tu sei uno che crede, lavora, divulga gli ‘indipendenti’. Ha ancora senso questo marchio in una editoria di grandi gruppi (con cui anche tu ti devi giocoforza relazionare) e di grande mercato? Che tipo di cultura del libro propagano gli ‘indipendenti’ di cui tu sei uno degli illustri interpreti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nel pieno di un passaggio storico, di una “crisi” cominciata dieci anni fa e di un conseguente cambiamento da cui ancora non si riesce a definire l’esatta configurazione del futuro. La realtà culturale, ed editoriale in specifico, italiana è ricca di idee e protagonisti ed articolata nelle sue varie ramificazioni. Gli indipendenti in Italia sono il motore principale della creazione di soggetti, strutture e pensieri su cui poi si forma “il pensiero dominante”, ma vivono il paradosso di una continua e costante cannibalizzazione da parte dei grandi gruppi e vivono a perenne contatto con una precarietà che ne mette a repentaglio la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prossimi progetti da ‘agitatore culturale’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tanti! La quarta edizione di InVerso per il Cantiere Poetico per Santarcangelo dal 7 al 9 settembre, sette libri in uscita come editore tra settembre e novembre (interno4 edizioni e Goodfellas), quattro dischi a marchio Spittle e il tentativo di costruire una nuova struttura promozionale dedicata alle librerie indipendenti e ai piccoli editori che è da sempre, con tutti i miei limiti, la mia attività principale.</p>
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		<title>Le grandi fiere del libro e i guru della letteratura nostrana se ne fregano degli editori veri. Per fortuna c’è Elba Book: l’ultima isola per gli indipendenti, l’ultima spiaggia per i lettori</title>
		<link>https://www.pangea.news/le-grandi-fiere-del-libro-e-i-guru-della-letteratura-nostrana-se-ne-fregano-degli-editori-veri-per-fortuna-ce-elba-book-lultima-isola-per-gli-indipendenti-lultima-spiaggi/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2018 08:14:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito nell’isola deserta ci si porta un libro, basta quello, per vivere felici. Qui, invece, c’è un’isola al servizio della letteratura, un rifugio, forse, l’ultima riserva dell’editoria indipendente, l’enclave del bello e dell’insolito. Voglio dire. La letteratura, per sua natura, è una festa ma non è ‘festivaliera’. Il salone del libro torinese – tornato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di solito nell’isola deserta ci si porta un libro, basta quello, per vivere felici. <strong>Qui, invece, c’è un’isola al servizio della letteratura, un rifugio, forse, l’ultima riserva dell’editoria indipendente, l’enclave del bello e dell’insolito.</strong> Voglio dire. La letteratura, per sua natura, è una festa ma non è ‘festivaliera’. Il salone del libro torinese – tornato a essere un supermarket dell’ovvio – o il tempo libero passato tra i libri a Milano, sono utili a far sentire lo scrittore uno scrittore, sono l’alcova del suo ego, siamo d’accordo, la nostra illimitata pazienza è prona alla compassione. <strong>Ma, sostanzialmente, i saloni torinesi e i salotti milanesi sono l’emblema della tracotanza dei grandi gruppi editoriali – con stand transatlantici, perché vince chi paga di più mica chi è più intelligente e intrigante, ovvio </strong>– a discapito del lettore, che strapazzato dalla folla annaffia la bile di noia – alzi la mano chi trova un libro nei vari salumifici dell’editoria… quando poi ti intrufoli, per ristoro bibliografico, negli stand del Libraccio scopri che i libri usati lì, specie di tartufi, costano il triplo di quelli nuovi di pacca, già inutili anche se intonsi. <strong>Non cambia molto se frequentate la sagra romana, quella per cui stampare <em>più libri</em> renderebbe tutti <em>più liberi</em> (magari: l’eccesso librario, al contrario, sta producendo una regressione estetica, alfabetica</strong>, grottesca, non conta il <em>più</em>, generico attributo matematico, ma il <em>cosa</em>, il senso di cosa stai stampando), che ha fatto della <em>piccola e media editoria </em>una griffe, enogastronomica anch’essa (per cui, redditizia). In tutti i casi (Roma, Milano, Torino) la folla, il chiasso, il festival non permettono, biologicamente, al lettore la lettura (che chiede compostezza, attenzione, lucidità nella scelta) e al vagabondo il godimento. Cionondimeno, <strong>la massa fa gola al mercante, per questo i salumifici del libro e i salumai-editori preferiscono mettervi le fette di salame sugli occhi, non guardare ciò che stampo compra e basta, ti basti</strong>. Per questo, l’Elba Book Festival, che si fa a Rio nell’Elba, cioè in un borgo ricco di storia conficcato in un’isola fulgida di bellezza, è una specie di toccasana e di rifugio dalle banalità editoriali, l’epopea dall’editoria intesa come sogno e non come denaro (per altro, con 650 euro l’editore – cioè, due persone – ha lo stand e pernotta nell’isola per una settimana, a Torino costa mille euro soltanto lo stand di 8 metri quadrati e non puoi neppure dormirci dentro, idem a Roma dove i ‘piccoli&amp;medi’ pagano di più, follia romana, da 1.080 euro per uno stand da 6 metri quadri a 4.560 euro per chi se lo può permettere da 24 metri quadri, e neanche lì puoi campeggiare con gli amici in coro). Al festival isolano “dell’editoria indipendente” – che, si spera, fa libri grandi e autarchici, e poi, sperabilmente, soldi – partecipano editori come Exòrma e L’Orma, Quodlibet e Noctua e Neo e A2mani. <strong>Mollare tutto e andare sull’isola, in questo caso, è un gesto editorialmente nobile.</strong> Il festival <a href="https://www.elbabookfestival.com/programma-elbabook-2018/" target="_blank" rel="noopener">(il programma lo trovate squadernato qui)</a> comincia martedì 17 luglio, e tra le tante cose (compreso, uno spettacolo di Giuseppe Cederna e un incontro con Sigfrido Ranucci e Giovanni Tizian), c’è proprio una ‘tavola rotonda’ che mette a confronto <em>Piccoli e grandi festival del libro. </em><strong>Mancano, al confronto, però, i <em>grandi festival</em>, i rappresentanti delle macellerie del libro di Torino e di Milano. “Abbiamo invitato alla tavola rotonda del 19 luglio anche i direttori artistici del Salone del libro di Torino e di Tempo di libri, </strong>ma purtroppo per impegni già presi in precedenza, non potranno partecipare al nostro tavolo di discussione”, mi dice <strong>Marco Belli</strong>, ideatore e factotum del festival. Ovviamente, mi vien da dire. Ovvio, a questo punto, che Ebla Book Festival sia un atto ‘politico’. In direzione contraria all’ideologia editoriale dominante.</p>
<p><strong>Intanto. Come nasce l’idea del festival sull’isola per l’editoria indipendente? Cosa vi anima, cosa vi stimola a farlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2014 nasce l’idea di un festival dell’editoria indipendente a Rio nell’Elba. A un paio di chilometri dal bellissimo borgo della zona nord-est dell’isola, il fotografo Hans Georg Berger aveva trovato nel 1977 l’eremo di fondazione medievale dedicato a Santa Caterina infestato dalle erbacce. Dopo la ristrutturazione Berger fondò, come ebbe modo di scrivere Michel Foucault, un falansterio, un presidio della cultura in una delle più belle isole italiane. <strong>Elba Book, festival del libro indipendente, si colloca nei pressi dell’eremo dove soggiornarono, alcuni tra i più importanti intellettuali e artisti della cultura mondiale della seconda metà del ’900 in una sorta di “ostaggio creativo”</strong> (Nan Goldin, Norberto Bobbio, Roberto Gabetti, Amaro Isola, Riccardo Francovich, Hervè Guibert, Michel Foucault e tanti altri). Elba Book Festival sta proseguendo la medesima ricerca tentando di dare voce alla scena editoriale indipendente italiana che rappresenta un importante volano economico per il piccolo comune di Rio, che fin dagli anni Ottanta, dopo la chiusura delle sue storiche miniere di ferro, ha deciso di investire con coraggio su un turismo lento, sostenibile e culturale. <strong>L’obiettivo è di mettere assieme piccoli e medi editori al fine di condividere le varie esperienze sul mercato cartaceo e digitale per mettere a punto nuove strategie di joint venture, cooperazione, nuovi metodi di distribuzione, nuove proposte politiche per la tutela degli editori indipendenti.</strong> La manifestazione vuole mettere al centro della propria politica culturale la promozione della lettura attraverso l’implementazione di una rete tra “tutti i soggetti attivi nel mondo del libro” (biblioteche, librerie, editori, associazioni culturali, associazioni professionali, associazioni di volontariato).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;cioè, continuo con la domanda precedente, cosa manca all’editoria italiana, in fondo? Cioè (e spalanco subito la questione): che idea hai dell’editoria italiana, oggi, maciullata (o benedetta) dai grandi gruppi editoriali? E della letteratura? Cosa ti piace leggere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Trovo che nel giardino coltivato dall’editoria indipendente stiano sbocciando tra i più belli e interessanti libri del panorama italiano (le edizioni sono spesso più curate e originali di quelle dei grandi gruppi editoriali). <strong>L’editoria indipendente italiana di qualità dovrebbe trovare una politica comune riguardo, per esempio, strategie alternative di distribuzione. </strong>Leggo un po’ di tutto, da <em>Novella 2000</em> a Hegel. Sono uno scrittore di libri gialli, quindi leggo spesso letteratura di questo genere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Ho visto che dedicate uno spazio a Gianmaria Testa, cantautore ‘altro’, autarchico, indipendente. Mi chiedo. Come costruite il programma del festival?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno lo costruiamo attorno a un concetto cardine. <strong>Per l’edizione 2018 abbiamo scelto come immagine del festival la radice, che fa parte di quella costellazione di simboli su cui si fonda la nostra manifestazione; ripartire dal proprio territorio, dagli elementi archetipici che lo contraddistinguono, che lo rendono diverso da tutti gli altri luoghi </strong>per ritrovare quell’energia autentica che apre nuove prospettive di crescita culturale. Gli incontri ruoteranno attorno al concetto di <em>rigenerazione</em>. Rigenerazione dell’uomo, dei materiali, dei luoghi, ma soprattutto rigenerazione civile (tema caro al compianto Gianmaria Testa).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Senti ma&#8230; fuori dai denti: ti piace il Salone del Libro torinese? E quello milanese? Da quello che vedo, i guru dei ‘salotti’ letterari italiani non ci sono nel vostro programma&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo invitato alla tavola rotonda “Piccoli e grandi festival del libro” del 19 luglio <strong>anche i direttori artistici del Salone del libro di Torino e di Tempo di libri, ma purtroppo per impegni già presi in precedenza, non potranno partecipare al nostro tavolo di discussione.  Credo che quest’anno la piccola editoria indipendente sia stata molto penalizzata a Torino dopo il ritorno dei grandi gruppi editoriali.</strong> L&#8217;Associazione Elba Book Festival ha intrapreso in questi ultimi quattro anni una ricerca politica che ha l’obiettivo di rilanciare un territorio <em>alla periferia dell’Impero</em> ricco di tradizione e insieme valorizzare un’editoria che forse ha sempre più bisogno di piccole manifestazioni (non grandi kermesse) fortemente radicate nei luoghi, nei comuni, per ritrovare una dimensione del libro meno mercificata e più umana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61726 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/Logo_Radici-300x197.jpg" alt="Ebla Book" width="253" height="166" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Logo_Radici-300x197.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Logo_Radici-768x504.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Logo_Radici-1024x673.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Logo_Radici-600x394.jpg 600w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" />Che cosa significa, precisamente, ‘editoria indipendente’? Intendo, le grandi case editrici da chi dipendono, da cosa? Nessuno, in fondo, piglia soldi pubblici per stampare libri.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei risponderti citando la “Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti, per la tutela e la promozione della bibliodiversità” firmata a Parigi nel  2007. <strong>“Un editore indipendente concepisce la sua politica editoriale in assoluta libertà, in modo autonomo e sovrano: non esprime l’ideologia di un partito, di un’istituzione, di un gruppo mediatico o di un’azienda. Anche la costituzione del capitale dell’editore e l’identità degli azionisti sono una prova d’indipendenza. </strong>La finanziarizzazione del settore editoriale — acquisto di case editrici da parte di imprenditori senza alcun legame con l’editoria e realizzazione di una politica di elevata redditività — comporta una perdita d’indipendenza e, molto spesso, un cambiamento della linea editoriale. L’editore indipendente, grazie alla sua libertà di espressione, è protagonista della bibliodiversità. Ma, al di là degli elementi di definizione, che pure costituiscono il fondamento dell’autonomia, è possibile valutare in maniera più precisa il livello d’indipendenza di una casa editrice attraverso i criteri quantitativi, ma anche qualitativi, che rispondono a queste domande: chi possiede le strutture? qual è il peso della ricerca del profitto nella politica editoriale? come e con quanta coerenza si realizza il catalogo? in che modo l’editore entra in relazione con il lettore?”. Questa è un po’ la sintesi della filosofia di Elba Book Festival e degli editori che vi partecipano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sogno realizzato. La cosa più bella che hai fatto all’Elba Book? Il sogno irrealizzabile (forse). Chi vorresti portare al festival?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Essere riusciti in questi anni a mettere insieme imprenditoria illuminata, realtà culturali elbane e non, scuola e le <em>energie nascoste </em>del territorio riese; infatti Elba Book è festival del territorio (non un format) che ha creato in questi anni gemellaggi importanti (una radice che mette in comunicazione luoghi diversi): la Fiera del Libro di Iglesias, il Premio letterario “Città di Siena”, la Città di Isaura-Associazione per la gioia della lettura e l’Associazione L’Elba del Vicino con sede a Rio Marina, una nuova e importante collaborazione che vuole celebrare la ritrovata unione amministrativa tra i due comuni del versante nord-est dell&#8217;isola. <strong>Insomma una rete tra festival, premi o qualunque falansterio della cultura indipendente che tenta di rigenerare tra la gente la voglia di leggere a scuola, a casa propria o per strada.</strong> Proprio non saprei, forse mi piacerebbe portare al festival sempre più giovani elbani; perché quando saremo troppo vecchi per organizzarlo avremo bisogno di una vivace retroguardia che prenderà il nostro posto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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