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	<title>Atelier Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura</title>
		<link>https://www.pangea.news/visione-agonistica-letteratura-andrea-temporelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 05:16:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere, manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina? Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si perda, in termini di energia, di intelligenza, di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/visione-agonistica-letteratura-andrea-temporelli/">Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere, manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina?</p>



<p>Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate, quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie.&nbsp;<strong>S’impone, per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania, verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai “minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile).</strong></p>



<p>Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo, resta indistinto, alluso, omesso.</p>



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<p><strong>Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima.</strong>&nbsp;I suoi protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni, guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli letti il mio preferito è&nbsp;<em>Eusebio e Trabucco</em>, fra Montale e Contini, curato da Isella per Adelphi).&nbsp;</p>



<p>Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche. Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente, che modella il territorio in segreto.</p>



<p><strong>Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura inserite nel circuito letterario maggiore.</strong>&nbsp;Ma come ben sappiamo le novità spesso nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché).</p>



<p>La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure,&nbsp;<strong>mentre mi documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi nessuno si rammenta.</strong>&nbsp;Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non sono state intercettate e sviluppate.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="712" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina-712x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106490" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina-768x1105.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina-600x863.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-01-Copertina.jpg 800w" sizes="(max-width: 712px) 100vw, 712px" /></figure>



<p>I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente? Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso. Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un “maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria?</p>



<p><strong>Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi, però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su Luzi.</strong>&nbsp;Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva Giovanni Raboni per le sue&nbsp;<em>Canzonette mortali</em>&nbsp;è l’icona di un’occasione perduta. Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza. Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso.</p>



<p><strong>Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni:</strong>&nbsp;quella società ideale (ma non da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini, si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (<em>Le recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili</em>, Lucy sulla cultura, online).</p>



<p><strong>È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come l’orizzonte fosse piatto, atomizzato.&nbsp;</strong>Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’ che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi, perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre 2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno, liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano, quindi va ignorata.&nbsp;<strong>Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Prendiamo ad esempio il caso De Angelis.&nbsp;</strong>Già all’epoca – era chiaro a tutti – si trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione. Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere” prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/ dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società letteraria?&nbsp;<strong>Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di identificazione.</strong>&nbsp;E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="711" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina-711x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106491" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina-600x864.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-41-Copertina.jpg 800w" sizes="(max-width: 711px) 100vw, 711px" /></figure>



<p>Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono, significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano, proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un confronto reale, non ipocrita.</p>



<p>Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre. O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote.</p>



<p>Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il fornello.&nbsp;<strong>Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia, il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo, l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere, persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il paesaggio della nostra letteratura?</strong></p>



<p>Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che trovo enucleato anche nel recente volume di <strong><a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/cose-la-poesia-contemporanea-in-italia-dal-novecento-a-oggi/">Matteo Marchesini, <em>Cos’è la poesia contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi </em>(Castelvecchi).</a></strong> Basta la citazione riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio, di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico di cui prendere atto. <strong>Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la schiena dritta e osare. Siamo rassegnati.</strong></p>



<p>Così Marchesini:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo: “ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente giornalistica dell’attualità”.</p>



<p>Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come? Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di prese di posizione gravide di prospettive.&nbsp;<strong>Come a dire: mentre siamo interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura.</strong></p>



<p>Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire, più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è detto; e così via).&nbsp;<strong>Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel cuore della provincia.</strong>&nbsp;E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="711" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina-711x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106492" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina-600x864.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Atelier-47-Copertina.jpg 800w" sizes="(max-width: 711px) 100vw, 711px" /></figure>



<p>Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione? Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa. Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai, ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare l’impresa.&nbsp;<strong>Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.&nbsp;</strong></p>



<p>In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di Giudici?&nbsp;<em>L’intelligenza col nemico…</em>). Questo sì che sarebbe un cambiamento di stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di piegarsi sull’opera.</p>



<p><strong>A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso.&nbsp;</strong>La parola è abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è, questa, una legge della vita?</p>



<p>E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni per il falò con cui benedire anche la dimenticanza.</p>



<p><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: George Wesley Bellows,&nbsp;</em><em>Stag at Sharkey’s, 1909</em></p>
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		<item>
		<title>“Benedire tutto, crescere verticali su sé stessi”. Dialogo con Andrea Temporelli</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-temporali-poesia-italiana-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jul 2025 03:50:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica italiana dei poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gliel’ho detto così, brutale, a bruciapelo. Il tuo libro non mi è piaciuto. Sembrava saperlo. Sembra sapere tutto. Sembrava sollevato. Poi ho capito qualcosa – che dirò più tardi.&#160; Con&#160;La Repubblica italiana dei poeti&#160;– Edizioni Industria &#38; Letteratura, 2025 – Andrea Temporelli tenta di costruire un orizzonte per comprendere la poesia italiana contemporanea. Lo fa [&#8230;]</p>
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<p>Gliel’ho detto così, brutale, a bruciapelo. Il tuo libro non mi è piaciuto. Sembrava saperlo. Sembra sapere tutto. Sembrava sollevato. Poi ho capito qualcosa – che dirò più tardi.&nbsp;</p>



<p>Con&nbsp;<strong><a href="https://www.industriaeletteratura.it/prodotto/la-repubblica-italiana-dei-poeti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La Repubblica italiana dei poeti</em>&nbsp;– Edizioni Industria &amp; Letteratura, 2025 – Andrea Temporelli</a></strong> tenta di costruire un orizzonte per comprendere la poesia italiana contemporanea. Lo fa consapevole del frainteso, per un bene più grande, a mo’ di lascito. Più che la costruzione di un nuovo canone, mi pare la sua disfatta – qualcosa di simile all’<em>Uranometria&nbsp;</em>di Johann Bayer, dove gli ammassi stellari possono sembrare draghi, pellicani ed eroi omerici fuori tempo, oppure meri emblemi del nostro disorientamento. In sostanza, Temporelli passa in rassegna oltre seicento poeti. Neppure troppi, se si pensa che Pier Vincenzo Mengaldo, nel ’78, ne ha riferiti, a rappresentare i&nbsp;<em>Poeti italiani del Novecento</em>, una cinquantina – non tutti indimenticabili –; un numero che è andato, con lo svolgersi dei decenni, drammaticamente levitando.&nbsp;</p>



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<p><em>La Repubblica italiana dei poeti</em>&nbsp;– io propendo ancora per la “Dittatura dell’unico” – è costruita a contrario rispetto a una comune antologia. Dopo aver impilato i poeti di cui occorre “leggere tutto”, “tutto o quasi”, “tutto o quel che si può” (il che è tutto risolto a pagina 28), l’autore si impegna – per le successive duecento e passa pagine – a dar conto degli esclusi. Questa porzione del libro s’intitola&nbsp;<em>La cura degli assenti</em>; non è secondario ricordare – a dire della mente&nbsp;<em>simbolica</em>&nbsp;dell’autore, nel senso che tiene assieme tutto – che quello è anche il titolo di una recente poesia di Temporelli (il quale, per buon gusto – anzi, con alta malizia –, non si auto-antologizza), apparsa&nbsp;<a href="https://www.crocettieditore.it/rivista/poesia-rivista-internazionale-di-cultura-poetica-nuova-serie-vol-31/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>su un numero di “Poesia” (n.31, Maggio-Giugno 2025)</strong>. </a>Ne ricalco alcuni lacerti, i più belli:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La neve invece<br>prepara il fango, l’usura del gelo, il silenzio<br>ingoiato per fame, vera fame. […]<br>L’osso scartato dai cani<br>è la prima idea del mattino”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel circuito di queste parole – la neve e la fame, l’osso, il mattino, i cani – si trova forse la chiave per comprendere&nbsp;<em>La Repubblica dei poeti</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Smetto di cianciare.&nbsp;</p>



<p>Il lavoro di Temporelli è folle: richiede la mente di Cartesio in un corpo dionisiaco. La danza, selvaggia, pretende, perché la profezia si avveri, di polverizzare tutto: così un figlio s’india nel padre e il padre può smettere di essere padre, ma acqua, mano, neve.&nbsp;</p>



<p><em>La Repubblica italiana dei poeti</em>, attaccavo, è un libro che non mi piace. Ovvio: la vertigine dei nomi –&nbsp;<em>legione</em>direbbe l’evangelista – fa svenire, fa venir voglia di consacrarsi ad altro. Ma sarebbe sbagliato perché ogni singola vita – insegna l’autore o la sua ombra – va benedetta. Non mi piace, dicevo, perché ho avuto il privilegio di scorrazzare nella savana&nbsp;<strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/atelier/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di “Atelier”, la rivista ideata da Marco Merlin – l’altro lato di Andrea Temporelli, il suo idolo – trent’anni fa e da lui diretta fino al 2013.&nbsp;</a></strong>A quell’epoca – di cui potete leggere tutto –, era già tutto chiaro, con furia lungimirante, ad alto grado di ebbrezza: la fine dei ‘maestri’, l’implosione di ogni ordine di autorevolezza (ergo: pubblicare per ‘Lo Specchio’ Mondadori equivale a stampare per l’editore-artigiano sotto casa), la latitanza da ogni orizzonte di gloria, il brigantaggio del linguaggio, la critica spettrale, atta a certificare la lebbra, la morte-in-vita. Alla letteratura, appunto – con le sue stole, le moine, i premi, il delirio patologico dell’egotismo – preferimmo la vita. Per intenderci, così scriveva Marco Merlin nell’editoriale di “Atelier” del marzo 2004:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La nostra parte ci è chiara. Quello che spetta a noi è stare, verticali, dentro il nostro respiro, smemorati del nostro nome, aperti a tutto, senza privilegio alcuno da difendere. Ma anche senza la paura di testimoniare le passioni che ci animano e di soffiare sull’orizzonte, per vedere se qualche zolla comincia a bruciare”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ho conosciuto Marco Merlin attorno a un editoriale dal titolo che ancora brucia, “Militare più che militante”. Era il 2001. Quegli editoriali (dai titoli-emblema: “Siamo poeti o giullari?”; “Fine del Novecento”; “Lo scisma della poesia”; “La poesia è una marchetta”; “Liberarsi dalla letteratura”), che costituiscono una delle audacie più pure e più folli della poesia recente, sono stati poi raccolti in un libro,<a href="https://www.andreatemporelli.com/portfolio-articoli/smarcamenti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<strong><em>Smarcamenti, affondi e fughe</em>(Giuliano Ladolfi Editore, 2016).</strong></a>&nbsp;L’autore di quel libro risulta essere Andrea Temporelli – in realtà è Marco Merlin. Andrea Temporelli – che ho chiamato al dialogo – ha inglobato e divorato Marco Merlin, maestro di cui sono ormai orfano.&nbsp;</p>



<p>Ricalco alcune frasi – come sempre di miliare potenza, che istigano a un compito – con cui Temporelli chiude&nbsp;<em>La Repubblica dei poeti</em>. “La competizione, semmai, è crescere verticali su sé stessi per raccogliere più luce”; “Riconosciamo nel dissenso e nella diversità di vedute l’unica opportunità sensata e interessante per superare la palude contemporanea. Il nemico leale sarà il vero maestro, la pietra per saggiare e rafforzare il talento”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ora ho capito – dicevo al principio. La ridda di nomi serve per disfarsene – per disfarsi, soprattutto, del proprio sguardo ‘critico’, del proprio io. Un ritornare puri dopo la puritana guerra. Sporchi, luridi – ma vivi.</p>



<p>Andrea Temporelli ha scelto il deserto – che lo dica&nbsp;<em>bosco</em>&nbsp;è lo stesso. Lo chiamerò Ismaele. Il figlio di Abramo “abitò nel deserto e divenne un arciere” (<em>Gn</em>&nbsp;21, 20). Arciere in ebraico si dice&nbsp;<em>qashshath,&nbsp;</em>parola che viene usata soltanto una volta in tutto il Testo, per onorare Ismaele. Il figlio sinistro ha destrezza nell&#8217;arco, non si fa addestrare dalla trafila del Patto. Alla Terra Promessa preferisce il Nessundove dei rettili e dei cavalli rudi, dal pelo ispido, le dune e le tende al giardino del tempio. Mi viene in mente il bel libro di Octavio Paz,&nbsp;<em>L’arco e la lira</em>&nbsp;– ma lì si parlava di Apollo. Chissà se il dardo sibila in endecasillabi prima di avverarsi nella preda. Parole, parole.&nbsp;</p>



<p>Immagino Temporelli, di spalle, l’arco a tracolla – ed è tutto.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="805" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1-805x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104122" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1-805x1024.jpg 805w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1-236x300.jpg 236w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1-768x977.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1-600x763.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/cover-temporelli-scaled-1.jpg 849w" sizes="(max-width: 805px) 100vw, 805px" /></figure>



<p><strong>Andrea Temporelli: che fine ha fatto Marco Merlin?</strong></p>



<p>Finalmente si è tolto dalle scatole. Me lo sono divorato e sbocconcellato fino all’ultimo brandello e ora, dopo una bella dieta dimagrante, posso scattare senza ingombri oltre il suo territorio limitato. Averlo fatto fuori, mi permetterà di scrivere, disinibito, lasciando ad altri la teoria e il lavoro critico. Temo solo che qualcuno voglia fare pagare a me i suoi debiti. Ma, si sappia, non ci penso nemmeno. Mi chiedo, divertito, quanto tempo gli altri ci metteranno a capire che non c’è più.</p>



<p><strong>Che rapporto c’è tra “L’opera comune” e “La Repubblica italiana dei poeti”?</strong></p>



<p>Idealmente, sono due meravigliosi fallimenti concentrici. Il primo, entro il raggio ristretto dell’amicizia; il secondo, con un raggio quasi illimitato che rilancia in una dimensione politica la medesima utopia.</p>



<p><strong>Che rapporto c’è, nel tuo ‘metodo’ poetico – dunque, esistenziale – tra il deserto che ti sei scavato e la massa di poeti – una schiera, una falange, una squadriglia – che hai scovato?</strong></p>



<p>Non lo so. Era una domanda da porre a quell’altro, che non c’è più. Io non possiedo il metodo, semmai ne sono posseduto e solo dall’esterno qualcuno potrà descriverlo. Per me la massa&nbsp;<em>è&nbsp;</em>il deserto.</p>



<p><strong>I maestri sono scimmie ammaestrate che desiderano portaborse, l’autorevolezza editoriale è defunta da un pezzo, gli editori ‘di peso’ equivalgono ai pesi piuma. In questo spazio – che dura da più di un ventennio – di libertà assoluta, che senso ha rifondare un canone, perimetrare un ‘orizzonte’?</strong></p>



<p>Tutta la vicenda umana consiste nell’innalzare castelli di ghiaccio nel deserto! Lo si fa per obbedienza a un senso di bellezza, alla bellezza di un senso che ci sfugge. Detto questo, tu lo sai bene e lo hai spiegato: si fa l’appello per lo sterminio della vanità, per attraversare il fuoco dell’opera (nostra, altrui, comune) che ci travalica, che diventa dono. Di maestri non ne ho più bisogno, ormai. Ma non fraintendermi: preferirei averne ancora desiderio, significherebbe essere ancora giovani e aperti a molteplici sviluppi. Alla mia età, però, sarebbe patologico insistere a cercare “padri”. Quelli che si sono presentati come tali, erano padrini incapaci di riconoscere e difendere la profezia degli eventuali figli e, dunque, non c’è stato reciproco riconoscimento. Hanno preferito, come indichi nella domanda, la gratificazione immediata del rispecchiamento. Si sono bruciati da soli, in tal senso. E sono fiducioso: la loro eredità, per fortuna, andrà perduta. La loro autoconsacrazione nel canone non ha fondamento. Io, con questo libro, rimetto idealmente tutto in discussione. I conti con la tradizione, vivaddio, sono sempre aperti, e lo sguardo determinante è quello dei posteri, degli alieni che equivocheranno, rimedieranno, rimuoveranno secondo la loro logica, non secondo quella di chi li ha preceduti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="566" height="566" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/366375049_787096586750466_1317404493474323238_n.jpg" alt="" class="wp-image-104123" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/366375049_787096586750466_1317404493474323238_n.jpg 566w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/366375049_787096586750466_1317404493474323238_n-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/366375049_787096586750466_1317404493474323238_n-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/366375049_787096586750466_1317404493474323238_n-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 566px) 100vw, 566px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lui è Andrea Temporelli o Marco Merlin?</figcaption></figure>



<p><strong>Nella tua “Repubblica” pare che la quantità abbia soppiantato la qualità. Mentre il secolo scorso si può riassumere entro una piramide di nomi e di dicotomie (Pascoli/D’Annunzio; Ungaretti/Montale/Svevo; Luzi/Zanzotto/Sereni/Caproni etc., con singolarità satellitari – es. Campana, Sbarbaro, Rosselli, Bertolucci, Pasolini, Pozzi…) l’oggi è l’assembramento di centinaia. Il poeta è detronizzato dallo storicismo, dall’orizzontalità dilagante, da una analfabeta alfabetizzazione? Cosa?&nbsp;</strong></p>



<p>Siamo passati dall’umanesimo aristocratico, con i suoi pregi e difetti, alla democratura dell’individualismo capitalistico. Ma la rete si sta formando: i nodi strategici si rafforzeranno, le cricche saranno poste ai margini, la coscienza generale lascerà emergere le nuove strutture, e anche la matassa ora apparentemente indistricabile in cui ognuno pare avere il diritto di autorealizzarsi (in qualsiasi pratica sociale o forma d’arte) avrà una sua figura riconoscibile. Manca qualcuno, nel mio catalogo? Indubbiamente. Tu aggiungeresti, mi hai detto, Ivano Fermini, io Sonia Gentili e, forse, Ugo Magnanti e Domenico Segna; ma anche qualche decina di nomi ulteriori non smuoverebbe la massa critica di oltre seicento autori (selezionati!). Per questo la fotografia del panorama resta complessivamente credibile e, adesso che il perimetro è ragionevolmente chiuso, si potrà anche eleggere i pochi che veramente svettano – spiegando perché, rendendo ragione, insomma, di tutti gli altri. Questo è l’intento del libro. Se poi si vorrà ammettere che non svetta nessuno, che abbiamo tante colline e che in generale la produzione poetica è buona (una visione ottimistica e inclusiva), sia pure. Saremo un’epoca di produzione di massa da cui prendere, di volta in volta, esempi a capriccio. Per quel che riguarda me, invece, arriverei a dire che i poeti che mi interessano e che continuerò a seguire sono pochissimi. Due mani per contarli basteranno.</p>



<p><strong>Che rapporto c’è, cioè, tra il singolare talento di un poeta e la ‘comunità’ dei poeti?</strong></p>



<p>Vedo che fatichi anche tu a ricordarti che Marco Merlin non c’è più. È una domanda a cui lui avrebbe saputo rispondere. Non a caso, la&nbsp;<em>Repubblica italiana dei poeti</em>&nbsp;non è un suo libro, perché non ha metodo e uniformità di sguardo critico. È il bolo fermentante, il rigurgito con cui ho digerito ciò che lui avrebbe voluto apparecchiare con perizia tecnica. Perdonerai l’immagine infelice, che però coglie nel segno.</p>



<p><strong>Che differenza c’è, cioè, tra generosità ed ecumenismo, tra dottrina e indottrinamento?</strong></p>



<p>Non lo so. Umanamente e intellettualmente, mi addestro alla generosità, con risultati alterni. L’ecumenismo e l’indottrinamento spettano a chi ha qualche idea da imporre agli altri. Magari qualche poetica. Io invece non ne ho. Non a caso, nel libro non escludo nessuna ipotesi di poesia, nessun orientamento specifico.</p>



<p><strong>In un recente incontro, hai usato la parola ‘benedire’. Spiegami: cosa significa nel contesto della tua ricerca?</strong></p>



<p>Benedire significa dire bene. Pronunciare un nome in modo che il chiamato si senta compreso, rispettato, amato. Significa riconoscere l’alterità. Anche quando si convoca l’altro per una responsabilità, per chiedere di rispondere a qualcosa che ha che fare con la relazione. Occorre benedire ogni poeta, e benedire ogni epoca. Anche la propria, che è sempre così facile da disprezzare.</p>



<p><strong>La poesia all’epoca dell’Intelligenza Artificiale: che senso ha? Che poeta verrà?</strong></p>



<p>Non lo so. Ma sono molto curioso. Penso che mi troverò a mio agio nella strategia della continua evoluzione di pensiero e di stile. L’IA è il terreno in cui coltivare la Maniera. L’arte sopravvivrà in forme più selvatiche. L’errore, l’imperfezione, lo scatto qualitativo imprevisto rispetto al sistema saranno le stimmate della verità poetica. E l’errore evolutivo, lo scarto, ogni forma di smarcamento hanno a che fare con l’emozione, che resta supporto dell’intelligenza umana, come ha dimostrato Damasio.&nbsp;</p>



<p>Ma chissà, staremo a vedere.</p>



<p><strong>Mi pare che la poesia abbia perso premura di profezia, è così orientata al tempo presente da perderlo di vista. Sbaglio, sono un qualunquista?</strong></p>



<p>Ciò che è davvero presente, pre-sente. Ma molti poeti, hai ragione, non sono presenti a sé stessi, perché si fissano nello specchio, anziché guardare la scena in cui sono essi stessi inseriti. Forse, la fotografia dell’oggidì scattata in questa&nbsp;<em>Repubblica italiana dei poeti</em>&nbsp;fornirà a qualcuno la scossa per risvegliarsi dall’incantamento.</p>



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<p><strong>E ora… cosa scrivi?</strong></p>



<p>Ho una raccolta di poesie quasi pronta; si intitola&nbsp;<em>Luz</em>. Ho in gestazione un poema, per ora informe. Queste le sento come due opere urgenti, che vorrei licenziare quanto prima, per determinare un punto di non ritorno. Ma sto concependo anche un romanzo fantasy, o forse più propriamente epico, che potrebbe anche abortire e ho un semenzaio di appunti su quaderni e diari piuttosto vasto. Ho il presentimento di un flusso poetico che vuole emergere in modo continuativo con una sua particolare struttura, insieme mossa e determinata. Mi tenta, per tutte queste avventure, l’ipotesi di dedicarmici in una condizione di libertà dalla pubblicazione. Molto di ciò che scriverò, oltre ai prossimi due passi poetici (<em>Luz&nbsp;</em>e il poema), potrebbe restare inedito per scelta. Non so. Non vorrei che fosse il segno di una resa, un alibi rispetto alla “lotta” per difendere ciò in cui si crede. Ma l’idea di attendere i fatidici nove anni prima di rileggersi ed eventualmente proporsi a un editore mi piace, mi dà pace. O magari andare ben oltre i nove anni. Ci pensi anche tu? Scrivere per&nbsp;<em>non&nbsp;</em>pubblicare, ma solo per dedicarsi all’opera. Che vertigine di libertà!</p>



<p><em>*In copertina: Leonardo da Vinci, Studio per la testa di un guerriero, 1504 ca.</em></p>
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		<title>Riccardo Ielmini: lo scrittore che non ha mai sbagliato un libro, con un Loch Ness nel cuore</title>
		<link>https://www.pangea.news/riccardo-ielmini-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2025 04:12:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[cattolico]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ielmini]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se vuoi conoscere uno scrittore – uno scrittore vero – devi andare a Laveno. Sponda lombarda del Lago Maggiore. Ho sempre frequentato l’altra, quella piemontese: la preferivano Manzoni e Rebora, forse perché sboccia nella Val Grande, la più grande area selvaggia d’Italia. Scrivere vuol dire dare del tu ai lupi.&#160; È vero: ho sempre tenuto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se vuoi conoscere uno scrittore – uno scrittore vero – devi andare a Laveno. Sponda lombarda del Lago Maggiore. Ho sempre frequentato l’altra, quella piemontese: la preferivano Manzoni e Rebora, forse perché sboccia nella Val Grande, la più grande area selvaggia d’Italia. Scrivere vuol dire dare del tu ai lupi.&nbsp;</p>



<p>È vero: ho sempre tenuto in sospetto i lombardi di lago. Gente dai sorrisi larghi e ingrigiti; di un’eleganza stantia, a un passo dalla città.&nbsp;<strong>Riccardo Ielmini</strong>&nbsp;non fa eccezione. Classe 1973, elegante, educato – sorride sempre. A Luino, poco più in là, sono nati Piero Chiara e Vittorio Sereni. Di mestiere, Ielmini fa il dirigente scolastico di un Istituto comprensivo a Cuveglio: tremila e passa abitanti in provincia di Varese. Non ci sono mai stato. Bisogna sospettare sempre degli uomini di lago: dietro le apparenze da villino con florilegio di ortensie, si cela un mostro. Anche quel gentile dirigente scolastico nasconde, nei sotterranei del cuore, un Loch Ness.&nbsp;</p>



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<p><strong>Riccardo Ielmini, semplicemente, non ha mai sbagliato un libro.</strong>&nbsp;Esordì come poeta nel nuovo millennio, nel 2000, con un libro rivoluzionario fin nel titolo,&nbsp;<em>Il privilegio della vita</em>. A dispetto dei poeti inargentati dal dolore, inclini al lamento, Ielmini canta la gioia, la sofferenza come prova, la fermezza nell’amare. Alcuni versi, di per sé, segnarono una rivolta: “Arrivare a dire sono uno fortunato”; “Stare nel privilegio della vita”; “Quanta vita ancora chiede voce”. Ecco un poeta che ha la primavera tra le falangi, verrebbe da dire;&nbsp;<strong>verrebbe da dire: ecco un poeta nel pieno della lotta, nell’urlo. In una poesia, Ielmini scrive di Kurt Cobain</strong>&nbsp;(attacco memorabile: “I bambini belli la vita li rovina/ quasi sempre, gli inficca nel cuore una lama”), un’altra s’intitola&nbsp;<em>Mio padre è uno stanco democristiano</em>. Credo che Ielmini tifi ancora Inter – fedeltà alla squadra come alla donna –; ha uno stuolo di figli, ho perso il conto. A me ricorda James Stewart, il grande attore, quello di&nbsp;<em>It’s a Wonderful Life</em>.</p>



<p><strong>Riccardo Ielmini ha scritto un altro libro in versi memorabile: s’intitola – appunto –&nbsp;<em>Una stagione memorabile</em>, lo ha pubblicato Il Ponte del Sale nel 2021</strong>, ma non è questo il punto. Ielmini non ha sbagliato neppure un libro. Nel 2011 ha pubblicato una folgorante raccolta di racconti,&nbsp;<em>Belle speranze</em>&nbsp;(stampa Macchione), nel 2019, per le edizioni Unicopli, è uscito con&nbsp;<em>Storia della mia circoncisione</em>. Leggetelo. Si parla di un venticinquenne, Giovanni De Ambrosis, di un kibbutz in Lombardia, della Svizzera e di Dio.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="759" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1-1024x759.jpg" alt="" class="wp-image-103721" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1-1024x759.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1-768x569.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1-600x445.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Riccardo_Ielmini_1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lui è Riccardo Ielmini</figcaption></figure>



<p>Forse Riccardo Ielmini è l’unico scrittore autenticamente “cattolico” d’Italia – nel senso che gli scrittori cattolici, in Italia, di solito rifuggono dallo scrivere di Dio; lui invece no, Ielmini non ha paura di lordare le sacre verità, di dissacrare il tempio e di pronunciare invano il Nome. Quando si legge Riccardo Ielmini accade uno strano fenomeno. Ielmini scrive in un italiano sgargiante, ‘manzoniano’, si direbbe (di certo, marziano all’oggi); il suo è un tono da ironia epica, eppure, pare, leggendolo, di sentire i modi di Philip Roth, i toni di Saul Bellow e di Henry Roth, lo straordinario scrittore di&nbsp;<em>Chiamalo sonno</em>. Ecco: Riccardo Ielmini, l’ultimo scrittore autenticamente “cattolico” d’Italia, scrive come un ebreo-americano.&nbsp;</p>



<p><strong>L’ultimo libro di Riccardo Ielmini – uno scrittore-cecchino, uno scrittore che non sbaglia neanche un libro – <a href="https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/spettri-diavoli-cristi-noi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">s’intitola&nbsp;<em>Spettri Diavoli Cristi Noi</em>&nbsp;(Neo, 2025), ed è il libro più bello di questo autore così anomalo.</a></strong>&nbsp;Il romanzo si svolge in un paese in riva al lago dal nome fittizio, Contea; i protagonisti sono un gruppo di ragazzi, la Confraternita; il contesto mostra messe nere, assassini in serie, orrori a tracannare. L’incipit è apocalittico, una specie di John Milton all’imbarcadero:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In principio, nel buio, prima del sonno, è la paura, la magica incontrollabile paura del Diavolo che aleggia sulla giovinezza, il Diavolo bestemmiato dalle nostre vecchie come Anticristo, Bestia, Ciapìn, l’acchiappa-anime che visita i tuoi sogni, bambino, che si intrufola nel tuo ozio, pinìn, che perlustra gli angoli morti della tua fragile fortezza, stèla, e quindi sta’ lontano dal Diavolo…”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>…e avanti così, in sabba, per un paio di pagine. Il romanzo è fitto di personaggi sfacciati e fiabeschi – “Indiano Joe”, “L’Uomo Dei Boschi”, “Artù il Muto”, “La Frida” –, alcuni dei quali – Von Arcimboldi e Frau Ingeborg Bauer – sono tratti dai libri di Roberto Bolaño. Il romanzo inscena, soprattutto, l’eterna lotta tra il Bene e il Male – “l’Altissimo dava retta alle giaculatorie delle nostre vecchie e disseminava nelle boscaglie intorno alla Contea i suoi spettri custodi” – perché il Male, quello al di là del raziocinio, esiste –&nbsp;<strong>“la Bestia esiste e indossa panni di carne umana e schianta la sua fame aggredendo altra carne, carne debole, innocua”&nbsp;</strong>–, ma pure il Bene, quello incredibile, quello indicibile. Non mancano le viltà, i tradimenti e i giornalini porno: l’orrore non è negato, ma narrato con la certezza che l’Onnipotente, prima o poi, farà quadrare il caos. Più che a Flannery O’Connor, Ielmini guarda, in questo romanzo, al ghigno da chassid di Isaac B. Singer. Su tutto, aleggia un’atmosfera che mescola&nbsp;<em>Twin Peaks</em>&nbsp;ai&nbsp;<em>Goonies</em>; sgommano a go-go falangi di vecchie, indimenticate bmx.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71BzwO0AqL-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103722" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71BzwO0AqL-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71BzwO0AqL-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71BzwO0AqL-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71BzwO0AqL.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p>In un articolo pubblicato ricordando Simone Cattaneo – su “Atelier” n. 67, del settembre 2012, lo trovate in rete –, Ielmini accenna a Dejan Stanković: furoreggiava nell’Inter di allora. “Una volta mi aveva tenuto un monologo sugli slavi: razza calcistica superiore, perfetta: bastardi con piedi buoni da sudamericani e testa dura e cattiva, aveva detto”. Le stesse caratteristiche tecniche di Ielmini: estro e ferocia, genio e pervicacia.&nbsp;</p>



<p>Non ha mai sbagliato un libro.&nbsp;</p>



<p>Mai trovarselo davanti. Sembra gentile, sorride sempre – è implacabile.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/riccardo-ielmini-romanzo/">Riccardo Ielmini: lo scrittore che non ha mai sbagliato un libro, con un Loch Ness nel cuore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>Simone Cattaneo compie 50 anni: è ora di fargli la festa!</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-compleanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Feb 2024 04:44:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lou Reed]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[Peace & Love]]></category>
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<p>Simone Cattaneo fa cinquant’anni il 4 febbraio.</p>



<p>Ogni anno, ai primi di febbraio, mi scriveva una cartolina, mi faceva un regalo. Una delle ultime è una cartolina della Tuborg, l’ha presa in un pub di Milano. Mi chiamava “The Genius”, si firmava “Il tuo fratellone”. In questa cartolina – che conservo nella Bibbia valdese di mio padre, a cura di Giovanni Luzzi – Simone mi scrive: “Pensandoci bene è sempre tempo per un paio di birre del cazzo!”.</p>



<p>Sono nato cinque anni e quattro giorni dopo Simone. Sei nato il giorno di Hristo Stoičkov, mi diceva. Gli piaceva, il bulgaro: talento, irascibilità, scaltrezza. Preferiva Dejan Stanković, comunque, i calciatori che avrebbero potuto tutto ma hanno raccolto poco, per un insano istinto all’autodistruzione – figli del ‘bel gesto’ prima che del calcolo. Condivideva la passione per l’Inter – io stavo sulla sponda opposta – con Riccardo Ielmini. “Una volta mi aveva tenuto un monologo sugli slavi: razza calcistica superiore, perfetta: bastardi coi piedi buoni da sudamericani e testa dura e cattiva, aveva detto”, ha scritto Riccardo, in un testo molto bello, <em>Simone, Dejan Stankovic, Walter Zenga (e anch’io)</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="702" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-702x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98506" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-600x876.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n.jpg 740w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /><figcaption class="wp-element-caption">Simone Cattaneo (1974-2009)</figcaption></figure>



<p>Un giorno, per il nostro compleanno, <em>ci</em> ha regalato un concerto di Lou Reed, il suo idolo, in prima fila – <em>in prima fila</em>, rifilava, voce tellurica, felice come un bimbo –, a Milano. Dopo il concerto, quel giorno, è rimasto a dormire da me: occupavo la casa dei miei nonni, che svernavano al mare.</p>



<p>È morto prima lui di Shane MacGowan, il suo altro idolo. Gli idoli di Simone, io, autistico al mondo, non li capivo. Diceva che saremmo diventati vecchi, che avrebbe inacidito la nostra connaturata infelicità portandomi ai Caraibi. Gli parlavo di Derek Walcott, andiamo a Santa Lucia? Lui mi diceva di Denis Johnson, avrebbe voluto tradurre le sue poesie – lo farò per lui. Per lui la solarità era carnale: alto, ruvido, col giubbotto di pelle, piaceva alle donne.</p>



<p>*</p>



<p>I ricordi sono diventati come le <em>tsantsa</em>, le teste microscopiche fabbricate dai nativi dell’Amazzonia. Simone rimpicciolito, Simone porta-chiavi, Simone sempre nella mia tasca destra. Simone sul comodino. Simone sul cuscino. Simone nel piatto in cui mangio. Simone-pupazzo, Simone-amuleto, Simone-santino. Simone-ex-voto.</p>



<p>Ma i ricordi li devi conservare sotto strati di garza, lasciarli lì, come le spade – e lucidarli, nella cantina, distinguendo bagliore da abbaglio, da solo. Altrimenti, come ci difenderemo quando verrà il giorno?</p>



<p>È brutto morire senza avere Simone al fianco: sapeva chi ero, entrava nel cuore degli altri dal lato debole, dalla finestra socchiusa, senza fare rumore. Poi te lo trovavi lì, seduto, in sala. Aveva premure da innamorato: preparava la cena, stappava la bottiglia. Scherzava anche quando c’era poco da scherzare.</p>



<p>*</p>



<p>Tutto merito della cucciolata tirata su in un luogo improbabile, tra i laghi e il niente, da Marco Merlin. Uccelli rari, gente disadatta, uno zoo di ragazzi resi alle più diverse ambizioni e coercizioni. Marco, geniale ornitologo della poesia – odorava il talento e ti chiamava alla mischia. Riconosceva, soprattutto, le voci diverse dalle sue, le voci marziane, i condor di insondate Ande. La sua curiosità, famelica, faceva paura – ti assaliva, ti dissanguava.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="619" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06.jpg" alt="" class="wp-image-98507" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-300x232.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-768x594.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-600x464.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Simone Cattaneo in primo piano e una parte di &#8220;Atelier&#8221;, nel 2006</figcaption></figure>



<p>Dell’ultima telefonata di Simone, ricordo una piscina, vasta come un prato, il cielo azzurro di Riccione, vittima della sua falsità, puoi bucarlo, pare di cartone. Mio figlio doveva compiere sei anni, nuotava. Simone mi diceva qualcosa di lontano su “giovani ragazze e le loro mamme”. Avevo appena accettato un incarico – passato dall’oro al disastro – come preside di un Liceo linguistico. Mi chiamava “fratellino”.</p>



<p>Per un periodo, Simone è stato tutta la mia famiglia – “Atelier” la sola sfilza di parenti: gli eredi, gli avi, i traditori – Merlin il patriarca.</p>



<p>*</p>



<p>Non so perché mi avesse attirato a sé, Simone. Forse riconosceva lo stigma dell’estraneo, dello straniato. Nel paese in cui sono cresciuto, alla periferia di Torino, non c’era una libreria, se avessi detto ai miei compagni di calcio che scrivevo poesie mi avrebbero dato del “frocetto”. Uno di questi l’ho rivisto da poco – in verità, lo ha visto il mio solo amico, che fa il medico. Si chiama anche lui Simone: era un centrocampista dal talento micidiale; a sedici anni, durante una partita, s’incazza, va verso l’arbitro, gli spacca il naso. Due anni di squalifica. Aveva appena segnato un gol memorabile, da metà campo, pallonetto da astronomo.</p>



<p>Per otto anni, Simone Cattaneo è stato il mio confidente, la mia guardia del corpo, il mio sodale, il solo che leggeva i miei libri. È stato ovunque nella mia vita di allora – e ovunque, principesco. La sua eleganza: brutale. La sua cultura: selvaggia. Mi ha fatto conoscere Delmore Schwartz e Jim Carroll, un giorno mi ha regalato la videocassetta di <em>Donnie Brasco</em>, il film di Mike Newell con Al Pacino e Johnny Depp; un giorno è venuto con <em>Scarface</em>. Ah, certo, Brian De Palma… L’originale, fratellino, mi fa lui, e tira fuori dal giaccone lo <em>Scarface</em> del 1932, diretto da Howard Hawks, con Paul Muni.</p>



<p>Una volta, mi ha letto una poesia di Paul Muldoon, <em>Il vento e l’albero</em>, che attacca così: “Come la gran parte del vento/ accade là dove ci sono alberi,/ così la gran parte del mondo è centrato/ su noi stessi”. Nel 2008 Mondadori aveva pubblicato una raccolta di <em>Poesie</em> di Muldoon, a cura di Luca Guarnieri: comprai il libro, non mi appassionò troppo. Secondo un’efficace intuizione di Flavio Santi – uno che ne battezza tanti e ne santifica pochissimi – “Cattaneo è il nostro Armitage”. Perfezionò l’assunto in un articolo strepitoso, pubblicato su “Ore piccole” nel luglio del 2008:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad esempio uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da <em>reading</em> e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome –, Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…). C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>A Simone spazientiva, del trito reame poetico italiano, il labirinto di specchi, la falange dei portaborse e dei lacchè, l’autorevolezza della viltà, l’impossibilità di lottare ad armi pari, secondo i propri meriti. Su questo, eravamo disillusi un po’ tutti, già venticinque anni fa: proprio per questo Merlin aveva fondato la ‘collezione di poesia’ “Parsifal”, dove Simone aveva esordito con un libro spartiacque, <em>Nome e soprannome</em>. Di quel libro – e del talento di Simone – non si sono accorti soltanto lettori del sottosuolo, come noi della banda: ricordo una bella pagina di Roberto Roversi (“verrebbe voglia di cantarli, questi versi; o almeno di recitarli ritmicamente”), un bel pezzo di Stefano Raimondi su “Pulp” (“Gli occhi di Buster Keaton, la violenza dello splatter, l’intimità esistenziale di Montale e la chirurgia psico-linguistica di Benn sembrano modellare lo spessore di questi versi composti da parole-fendenti, tese e, allo stesso tempo, coinvolgenti e calde”), un articolo di Daniele Piccini su “Famiglia Cristiana” (“Il libro di Simone Cattaneo è un pugno allo stomaco… il grido di allarme di una generazione”), che però si riferiva al secondo libro di Simone, <em>Made in Italy</em>, pubblicato sempre in seno ad “Atelier”, nel 2008. Ne scrisse, su “La Stampa”, pure Maurizio Cucchi – pur da maestrino con il goniometro e la squadra, “Simone Cattaneo mostra una personalità già molto decisa…” – ma per Simone restare nel paddock di “Atelier” era una specie di sconfitta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="680" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98508" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_-600x882.jpg 600w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In un libro di tanto tempo fa, <em>La stella polare</em>, tentai di riferire il lignaggio lirico di Simone Cattaneo. Vedevo i suoi lari, anzitutto, nel <em>Principe</em> di Machiavelli (“Il più grande romanzo della letteratura italiana”, copy Cattaneo) e in <em>Quaderni di Voronež</em> di Osip Mandel’štam – l’edizione Mondadori del 1995 era il suo libro ‘di culto’ – che avevano proliferato, per assurdo incrocio, una serie di figli cadetti e cugini minori: in diverso modo, nelle poesie di Simone sono presenti i film di Martin Scorsese (<em>Toro scatenato, Taxi Driver, Quei bravi ragazzi</em>) e le canzoni di Lou Reed, <em>Jesus’ Son</em> di Denis Johnson e <em>Il cattivo tenente</em> di Abel Ferrara, Patty Smith e i fratelli Dardenne.</p>



<p>Alcuni preferivano il primo Cattaneo, quello delle liriche litiche, lavorate come selci, come monili primordiali, questa, ad esempio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se perdessi la carità luminosa<br>delle notizie marcate<br>se la pioggia fosse<br>l’unico testimone della<br>magia d’ogni cosa<br>berresti quest’acqua morta?<br>Una penna celeste<br>sopra il cappello strizza<br>saggia le grinze dell’aria<br>senza rendersi conto<br>di quanto si sia celebrata<br>di quanto alta sia la mia fronte<br>attraversata a mezzogiorno<br>dai fossi della finestra”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Altri preferivano il Simone degli sketch narrativi, brutali, intrisi di nera ironia, precisi come un fermoimmagine:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,<br>mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,<br>violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,<br>mi ammazzino per primo sarà un piacere, basta sorrisi avvizziti<br>al gin, sconfinamenti nei campi magnetici, non mi interessa se<br>la statica si equivalga alla dinamica, è giunta l’ora che i<br>rottami privi di sesso dai dialetti strani: albanesi, criminali o<br>calabresi brucino questa nuova Milano di Averna e cambiali, nessuna<br>visione metaprospettica, vivono in macchine abbandonate in balìa<br>del gelo, torce di immondizia, corpi vivi ma già in avanzato stato<br>di decomposizione. Milano ti amo dalla ’ndrangheta al Cenacolo Vinciano<br>ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire<br>di dieci anni non serve a nulla, è un saldo di fine stagione<br>dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la<br>differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle:<br>è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Un giorno, Simone mi legge una poesia al telefono. Vuole farmi un omaggio. Avevo da poco pubblicato un libro intitolato <em>L’era del ferro</em>: la nostra ricerca si è sempre mossa in direzioni distanti, spesso opposte – forse, ci segnava una stessa disciplina. Lui mi capiva. La poesia è questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Con quegli uncini puliti e curati crea una tempesta già consumata<br>da mille glaucomi schiacciati di inerzia per cauterizzare la visione<br>di due cosce squarciate senza alcuna ragione.<br>Gusci di uomini febbricitanti trasportano crani rampicanti<br>dove il flusso dei preservativi batte sulla pioggia<br>come uno stiletto liquefatto.<br>Portare un asciugamano lercio intorno alla vita prima dell’alba<br>non può sconfiggere alcun pronostico.<br>Qualcosa succederà, questa è l’era del ferro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nelle poesie di Simone c’è spesso la pioggia – forse le poesie non sono che questo: acqua. E devi aprire le mani, e devi sorseggiare – e devi onorare l’acquazzone con tutto te stesso. Forse voleva liquefarsi.</p>



<p>*</p>



<p>Oggi Simone Cattaneo, nei luoghi opposti ai principi dominanti, è quasi un dio. Chi lo ha conosciuto in carne e ossa è geloso a chili che di un uomo si faccia idolo di bronzo, scempio idolatrico. Ma è così, è ovvio: Simone è la nostra giovinezza per sempre, perciò un sempiterno monito. La morte di Simone, un estuario e un lascito, ci ha rimessi nel ventre, ci ha rifatto feti, impedendoci di crescere. Simone ci ha salvato la vita.</p>



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<p>Di recente, <strong><a href="https://open.spotify.com/episode/6EOjJsEDDiuNfiYFFSnvHd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fabrizio Testa ha coordinato un podcast su “Simone Cattaneo. L’ultimo poeta metropolitano”</a>,</strong> in una serie, “The Outsider”, che ha raccontato finora le vite di Dante Arfelli, Sergio Quinzio, Dante Virgili. <strong><a href="https://revistareplicante.com/que-los-apestados-se-queden-apestados/?fbclid=IwAR2nW4vySj3RoiWdAixQ4WBlitQdBwkI5b2eahzfzY4d79F01eExaN9uz8w" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La rivista spagnola “Replicante”,</a></strong> l’anno scorso, ha scritto che “Simone Cattaneo è stato un salvatore della poesia moderna. Non ha soltanto spalancato uno spazio di rottura nel canone italiano, ancora legato ai caratteri accademici della tradizione orfica, simbolista, oscura e dalla tendenza formale, ma ha lasciato in eredità un universo di possibilità poetiche, pur restando quasi completamente sconosciuto fuori dall’area mediterranea” (Isai Cabrera González). Tra l’altro, hanno tradotto questa poesia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non so se discutere di transazioni politiche o di ballerine<br>dalle teste bollite, Allah è proprio una merda, il santo padre<br>è un maiale che adora una scimmia crocifissa, maometto è<br>un impotente, gesù andava a troie, si è sposato con la Maddalena<br>e se ne sono scappati in Australia. Sulla mitria del papa è<br>disegnata una svastica, sgozziamolo il maiale, i musulmani si inculano<br>le capre e poi vanno tutti contenti nelle loro moschee del cazzo,<br>imam sono analfabeti e non vestono Prada né Cavalli, i preti<br>sono pedofili pompinari. Le guerre sono causate sempre da quei<br>bastardi giudei. Gli ebrei vanno sterminati, l’olocausto è una menzogna<br>sionista, le lobby ebraiche governano il mondo.<br>Ma il 9 luglio 2006 l’Italia è diventata per la quarta volta<br>nella sua storia Campione del Mondo di calcio. Basta e avanza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non credo che Simone sia inimitabile per il linguaggio spaccone, che rovescia l’aggressione in attrazione, l’offesa in sentenza, né per la virilità verbale, apparentemente antilirica. Credo sia inimitabile per una specie di compassione tesa fino all’impossibile, fino allo spasmo, fino a svenare l’ultima strettoia di vita, l’ultimo braccio esangue. Soltanto un talento illecito, senza giogo al cuore, può scrivere una poesia come questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e<br>il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,<br>cammino sulla strada crivellata di buche come fosse<br>un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,<br>la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado<br>dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori<br>e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.<br>Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Oggi, mi dicono – me lo dice Giorgio Anelli, che a Simone ha dedicato un libro, <em>Simone Cattaneo. De culto et orfico</em> (2019) –, all’opera di Simone dedicano tesi di laurea.</p>



<p>L’opera di Simone è finora raccolta in due volumi: <a href="https://www.ibs.it/peace-love-libro-simone-cattaneo/e/9791280446046" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Peace &amp; Love</em>, la raccolta complessiva edita da Il Ponte del Sale nel 2012</a> (e costantemente ristampata), <a href="https://www.andreatemporelli.com/2014/08/27/atelier-lultimo-progetto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">e nel numero monografico di “Atelier” </a>(Numero 67, Anno XVII, Settembre 2012) a lui dedicato, “La fine dell’opera comune”.</p>



<p>*</p>



<p>Una volta, a Firenze, c’era un importante convegno organizzato da “Atelier”. Dopo un po’, insieme a Simone, mollo l’ascolto, vaghiamo per la città. Simone – come fa lui, d’impeto – entra in un negozio di roba varia, variopinta. Esce, felice, con la locandina de <em>Il cacciatore</em>, uno dei suoi film prediletti. Robert De Niro, benda rossa, pistola alla tempia. Me la regala. Di Michael Cimino gli piaceva – come sempre – la caduta, il genio che si schianta contro insuccesso, fraintesi, eccessi. In questi giorni ho rivisto <em>Il cacciatore</em>. Simone diceva che assomigliavo a Christopher Walken, che nel film interpreta “Nick”. Tu sei “Mike”, gli dicevo: a te tutto viene bene, e sei il più forte di tutti. Simone rideva. A volte, di notte, mi telefonava, urlava in cagnesco – un urlo basso, di viscere, come avesse un leone nel corpo – la sua disperazione. Voleva mettere fine a tutto. <em>Tutto</em> era il modo in cui diceva mondo. <em>Tutto</em> era questo millennio sciacallo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="732" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-732x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98511" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto.jpg 772w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure>



<p>Come “Mike”, quello del film, Simone è venuto a prenderci tutti: quando eravamo a terra, quando siamo stati sconfitti, quando c’era da fare festa, quando il sole aveva apertura alare da avvoltoio. Non ci ha mai dimenticato, non ha mai disonorato il compito. Simone c’era per tutti, dappertutto. Ma nessuno è andato a sollevare Simone.</p>



<p>Essere <em>a terra</em>, per Simone, significava proprio così. <em>A terra</em>. Atterrare su asfalto ostile.</p>



<p>Non amava le metafore, Simone: in ogni parola vedeva il cielo e l’altro mondo.</p>
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		<title>“Sì, va nominato l’inferno, talvolta”. Intorno ad Andrea Temporelli</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-temporelli-atelier/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 04:03:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ultima viene la vergogna, ed è quella – sorella della vanità – la parte buona, l’estremo esordio, la suprema nudità. Bisogna vergognarsi dei propri testi, allontanarli per eccesso d’amore, neppure parlarne, cucirsi la bocca donando lo scritto al segreto, al falò nero, sabba di tutti i canoni. Che epoca strana, questa: non bisognerebbe discutere che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ultima viene la vergogna, ed è quella – sorella della vanità – la parte buona, l’estremo esordio, la suprema nudità. Bisogna vergognarsi dei propri testi, allontanarli per eccesso d’amore, neppure parlarne, cucirsi la bocca donando lo scritto al segreto, al falò nero, sabba di tutti i canoni. Che epoca strana, questa: non bisognerebbe discutere che di poesia, invece, incuneati in una cattedrale di glossolalie, ma c’è sempre <em>il più importante</em> che preme, la vaga foga dei frustrati, impegnati nel mondo, indotti alla guerra civile, alla cagnara. D’altronde, dov’è la poesia quando è la falsa profezia – come sempre – a dominare?, dove si va a scavare come volpi il verbo, tra tane e anfratti, a predare lo scritto, raggiera di vipere? E chi lo sa. Da tempo la poesia si trova negli spazi impropri, negli incontri intrepidi, senza timore di apparire poveri, scemi.</p>
<p>L’ultimo di tanti doni che vengono da <a href="https://www.andreatemporelli.com/2015/09/10/autoritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Andrea Temporelli</strong>,</a> uomo di lago, puro come l’acqua e scaltro come un merlo, è la vergogna; cioè, la soglia dell’infanzia. <a href="https://www.ibs.it/come-tornare-a-casa-antologia-libro-vari/e/9788866445791" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Come tornare a casa </em>(Giuliano Ladolfi Editore, 2021)</strong></a> è un fascicolo che antologizza “poeti pubblicati nelle collane Parsifal e Macadamia”, cioè passati per il vaglio, appunto, di Temporelli. Sono testi che raccolgono un lavoro decennale – dal 2001 al 2011 – a cui si torna dopo l’esatto maggese di un decennio: misura esatta per capire, forse, la natura di una poesia. Quella poesia ha la consistenza di un fiume, ha favore di quarzo, scappa, come una lucertola, o vola? Oppure, semplicemente, va sotterrata in una furia di pietre? La vergogna riguarda la propria posizione rispetto al monito; bisogna dubitare di chi è fatalmente orgoglioso di sé e di chi, con lo stesso orgoglio, si supera, senza concessione di prova. Così, ci sono le poesie di Simone Cattaneo e di Flavio Santi, di Massimo Gezzi e di Maria Grazia Calandrone; continuo a credere importanti i libri di Federico Italiano, di Riccardo Ielmini, di Gabriel Del Sarto. Che questi nomi non dicano nulla a chi legge è la legge di questo tempo, buona, infine: il poeta sconfina nell’anonimato, per esagerazioni. Più che altro, un pudore – non per forza imprigionato nell’azzurro – cela i nostri anni più belli, avventurieri. Chi si vergogna dell’infanzia è impaniato nell’adultità, poveretto: scrivere vuol dire costruire case sugli alberi e far esistere davvero il proprio nome nella polpa di un albero, col coltello.</p>
<p><a href="https://www.andreatemporelli.com/atelier/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>La <em>casa</em> a cui allude Temporelli, suppongo, è l’ambito di “Atelier”, quella tana-alcova, la rivista che ha fondato nel 1996 e diretto fino al 2013.</strong></a> Temporelli, poi, è stato divorato dal suo alter ego – l’autentico pseudonimo, o gemello fittizio – Marco Merlin, che è insegnante e svolge il ruolo con miliare creatività e dedizione. Marco fa così: ama le cose fino a esaurirle; Andrea, a contrario, raccoglie i frantumi per trarre l’intero, ricostruisce della reliquia il corpo, nel balbettio intravede la genesi di un dio. A me pare, da questa sfinita distanza, che Andrea Temporelli sia la <em>personalità</em> letteraria più lucida, intricata, intrigante di questi tempi. Prima ha scelto la trincea, la milizia; poi l’ascesa, il monte, un eremo di rocce. Chi conosce Andrea Temporelli se non per allusioni o fraintesi? Appunto. Non essendoci merce da vendere né consigli per gli acquisti, posso dire di Temporelli l’intuizione, la sapienza apocalittica, apodittica; e di Merlin l’amicizia di cui sono privo, scalfito, sconfitto. Insegna a verificare i propri scritti con l’ascia, perché siano singolarmente vivi, come un braccio, Temporelli; non mi spiace una poesia che senza nominare il falco lo ripercorra. I suoi testi, soprattutto quelli occasionali, gli editoriali raccolti in <a href="https://www.amazon.it/Smarcamenti-affondi-fughe-Andrea-Temporelli/dp/886644281X" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Smarcamenti, affondi e fughe</em></strong></a> (2016), spesso, hanno la violenza di un’illuminazione, come di uno che usa i ramponi e ha fiamme al posto delle unghie: per me sono un tunnel, un pozzo, una voragine. Raduno qui alcune frasi a mo’ di regola – da evadere, come tutto. Un rosario di trappole.</p>
<p><figure id="attachment_86256" aria-describedby="caption-attachment-86256" style="width: 369px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-86256" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/Parsifal_BM_19490411.3518_1-225x300.jpg" alt="" width="369" height="490" /><figcaption id="caption-attachment-86256" class="wp-caption-text">Parsifal secondo Odilon Redon</figcaption></figure></p>
<p>“Il poeta non si pone il problema di essere riconosciuto: parla nel luogo in cui tutti gli uomini sono anonimi. L’incomprensione e la solitudine non sono i suoi inferni privati. Nel momento in cui si mette ‘in posa’, tradisce il luogo da cui gli è sgorgata la parola”.</p>
<p>“Sì, va nominato l’inferno, talvolta. C’è un tempo per essere cauti e un tempo per osare”.</p>
<p>“Il fatto è che siamo imprendibili: ci vogliono davanti, schiena contro il muro, per misurarci e darci il voto nelle loro scuole, ma noi li osserviamo alle spalle. Ci vogliono giovani: siamo già più vecchi di loro”.</p>
<p>“No, è un bene che la poesia sia marginale perché è un luogo di autenticità in un mondo falsificante… La poesia non va promossa, va preservata. Non va reclamizzata, va suggerita con tremore. La poesia non è una chiamata generale, è una risposta personale: lavoriamo semmai sulla possibilità della domanda”.</p>
<p>“Ed è la continua lotta dell’uomo per disegnare (spente le luci della ribalta) nuove costellazioni, false anch’esse, ma insieme autentiche nella loro provvisorietà storica, che le rende capaci di offrirci un oroscopo in cui leggere davvero la nostra sorte”.</p>
<p>“Occorre sentirsi artisti di strada con il cappello rovesciato in terra e un pugno di rime scritte all’insaputa di se stessi, per rubare il silenzio delle cose, quando a tratti pare sorridere con gli occhi di qualcuno che presta attenzione. Gli scrittori sono bambini innocenti e crudeli, che nascondono sassi nelle loro palle di neve. Non serve mai in letteratura, alla lunga, far comunella, piuttosto condividere la fatica di una dura disciplina personale. Senza lagne. Anzi, a tratti persino con gioia”.</p>
<p>“L’autore che fonda e riconosce se stesso lo fa con un atto libero e liberante, anche se in questo gesto è implicato uno strappo, talvolta doloroso, con tanti che lo circondano”.</p>
<p>“Nessuno è più innocente. Non aspettiamoci una generazione che giudichi meglio. Siamo tutti colpevoli. Ormai il combattimento è senza avversari, se non noi stessi. Ho voglia di scrivere cose bellissime e terribili. Ma per chi?”.</p>
<p>“Ci punge, alla fine, solo una certezza: la partita per l’opera si gioca indiscutibilmente altrove”.</p>
<p>“Il dono nasce nelle mani di chi accoglie e chi ha dato, in verità, riceve… Lascio spazio. Perdo il controllo e faccio capriola sui miei limiti. Mi smarco. Entro nella mia profezia privata. Se ho generato, è poca cosa. Sono i figli che danno alla luce”.</p>
<p>“Si tratta di avventurarsi, di muovere i primi passi esplorativi nell’epoca informe che, inevitabilmente, ci darà un volto, per quanto con tratti scomposti, con dettagli sfuocati. E benedetto sia l’anonimato che ci permette la libertà degli infiltrati e l’allegria dei disperati. Attraversiamo regioni psichiche senza permesso, corriamo rischi colossali mentre gli altri nemmeno più vedono le nostre ali da gigante sempre spiegate, mentre camminiamo, lavoriamo, amiamo e ci indigniamo come tutti”.</p>
<p><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: George Romney, Inferno, senza data</em></p>
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		<title>“Sul duro crepitio del corpo”. Flavio Santi, poeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/flavio-santi-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2021 05:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Industria & Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima volta che ho visto Flavio Santi era il 2001, vent’anni fa. Di mezzo c’era un lago: e i laghi, si sa, rendono arcane le memorie e non distinguono tra cadaveri e pietre. Nel lago, insomma, si affonda e si scintilla. Il suo intervento – perché era un convegno, quello, organizzato dalla rivista “Atelier” [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La prima volta che ho visto <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Flavio_Santi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flavio Santi</a></strong> era il 2001, vent’anni fa. Di mezzo c’era un lago: e i laghi, si sa, rendono arcane le memorie e non distinguono tra cadaveri e pietre. Nel lago, insomma, si affonda e si scintilla. Il suo intervento – perché era un convegno, quello, organizzato dalla rivista “Atelier” – simulava, nel titolo, Philip K. Dick, <em>I poeti sognano pecore elettriche? </em><strong>“Io esigo una poesia che si renda conto di essere entrata nel ventunesimo secolo, nel terzo millennio”, diceva Flavio, “l’immaginazione è stata bruciata da internet”, diceva Flavio, “ogni cellula, ogni frammento di realtà è stato filmato e immagazzinato lì dentro”, diceva Flavio, “non abbiamo più bisogno di immaginare l’orrore, lo abbiamo in perenne connessione”.</strong> Quell’anno, il 2001, con Marsilio, aveva pubblicato una raccolta di poesie, <em>Rimis te sachete</em>, di avveniristica bellezza; aveva già pubblicato, con PeQuod, il primo romanzo, <em>Diario di bordo della rosa</em>. Ero troppo orfico, orfano di mondo, per capirlo – non abitavo la meccanica dei suoi versi, mi pareva intelligentissimo, brutale nella sintesi, felice, uno che sposava i quanti a Ovidio, che mescolava Orazio al delirio politico, a Don DeLillo, che aveva mangiato, con vampira fame, tutti i cadaveri di Pasolini che da più di quarant’anni ci seppelliscono. Abbiamo pianto, insieme, parecchi anni fa, con la dilapidata severità di chi non piange mai; abbiamo litigato, per futilità letterarie. Il <em>giallo</em> pubblicato da Mondadori nel 2016, <em>La primavera tarda ad arrivare</em>, non mi era piaciuto, l’avevo sentito come un tradimento: uno che doveva fare <em>La montagna incantata</em> s’era messo a scrivere “La prima indagine dell’ispettore Furlan”. Flavio aveva preso male il mio articolo, inatteso, dispettoso, “Dunque non accetto lezioni di morale, perché i miei comportamenti sono dettati ad assoluto rispetto e lealtà. E soprattutto a una totale fiducia nella scrittura. Sempre. Le scorciatoie le lascio agli altri”, mi scrisse. Fine delle comunicazioni, o quasi – le amicizie, d’altronde, vanno provate nell’acido e nel duello.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="400" height="400" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/Prima-di-copertina-web-400x400-1.jpg" alt="" class="wp-image-82189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Prima-di-copertina-web-400x400-1.jpg 400w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Prima-di-copertina-web-400x400-1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Prima-di-copertina-web-400x400-1-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Prima-di-copertina-web-400x400-1-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p>L’ultimo libro di poesie di Flavio è di dieci anni fa, <em>Mappe del genere umano</em>, per Scheiwiller; ha tradotto, tra i tanti, Ian Fleming per Adelphi, Fitzgerald e Melville per la Bur. È sempre stato pronto all’intrepido editoriale: ricordo, nel 2010, la traduzione di un bel libro di Maurice Chappaz, <em>Vangelo secondo Giuda</em>, oltre al “Voyage” di de Maistre per La Grande Illusion, nel 2019. Per Industria &amp; Letteratura, così, industriosa collana diretta da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto, FS pubblica una specie di antologia per “Truciolature, scie, onde”, che sta tra Sbarbaro (<em>Trucioli</em>) e la science fiction, tra Nadia Cassini, “dattilografa delle nostre oscene debolezze”, la macchina di Turing, l’al di là della poesia. <strong><a href="https://industriaeletteratura.it/prodotto/quanti-truciolature-scie-onde-1999-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">S’intitola <em>Quanti</em>, e la parola, che dice della moltitudine e della scienza, dello scempio,</a></strong> accerchia frantesi e finisce in un’apocalisse, “così minacciosi incombono gli anni dei secoli dei millenni perché tutto finirà”. <strong>“Non esistendo più, temo, un ‘reale’ pubblico della poesia (ma questo l’aveva già intuito Paul Valéry in tempi non sospetti), non posso che concepire la poesia come profondo gesto di amore/amicizia”,</strong> scrive Santi nella “nota finale” (che <em>si autodistruggerà in 10, 9, 8…</em>). Privo di pubblico, in effetti, il poeta non pubblica, poeta, semmai, abita una barbarica (funesta?) libertà (o l’abbaino del proprio narcisismo): può fare gol dal calcio d’angolo nella propria porta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="321" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/Santi-e1528709530225-800x321-1.jpg" alt="" class="wp-image-82190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Santi-e1528709530225-800x321-1.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Santi-e1528709530225-800x321-1-300x120.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Santi-e1528709530225-800x321-1-768x308.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p><strong>Ho scoperto FS che scimmiottava Philip K. Dick: lo rivedo che cita Michelangelo. “<em>A me morendo vivo</em> è uno spicchio di verso di Michelangelo. Oltre che una perfetta sintesi di come mi sento in generale”, scrive.</strong> Per esteso, il verso è questo: “Vivo al peccato, a me morendo vivo”. È il frammento di un sonetto, scritto a matita, sul retro di una lettera inviata a Michelangelo, da un amico, nel 1525. Frammenti, matite, supporti casuali: in questa indecente fragilità si mangia la poesia, oggi, come chi è turbato dalle rovine, fino a crederle casa. (d.b.)</p>



<p>**</p>



<p>Era stato il telefono,</p>



<p>quando la pioggia</p>



<p>era tutta ormai</p>



<p>spaesata tutta, a partire</p>



<p>dalla finestra amara</p>



<p>tra le venette</p>



<p>degli stipiti.</p>



<p>Era stato il telefono,</p>



<p>quando si infilava</p>



<p>come serpe tra</p>



<p>i nostri orecchi.</p>



<p>Era stato questo</p>



<p>uso del verbo</p>



<p>imperfetto.</p>



<p>La corrente</p>



<p>elettrica</p>



<p>passa per</p>



<p>i fili, dici che</p>



<p>ci possa aumentare</p>



<p>il voltaggio d’affetto?</p>



<p>Poi la pioggia</p>



<p>– sillabando –</p>



<p>sdrammatizzò.</p>



<p>Quella stessa.</p>



<p>*</p>



<p>Donna sì, ma che donna:</p>



<p>nel tuo fingerti</p>



<p>meno donna e più</p>



<p>luna.</p>



<p>Femmina sì, ma</p>



<p>accorto dramma,</p>



<p>specimine poco</p>



<p>interpretato per</p>



<p>evidenti difficoltà</p>



<p>di traslitterazione.</p>



<p>Ma per ovviare</p>



<p>stanno</p>



<p>preparando</p>



<p>un dizionario Chiara/Flavio</p>



<p>Flavio/Chiara.</p>



<p>*</p>



<p>Sparato</p>



<p>sul duro crepitio del corpo</p>



<p>un bengala per</p>



<p>far luce.</p>



<p>*</p>



<p>Ma io che vorrei</p>



<p>scriverti migliaia di</p>



<p>bronzee lettere, con una</p>



<p>busta aperta che a ogni</p>



<p>metro o chilometro variabile</p>



<p>si riempia delle cose:</p>



<p>ghiande da strada, balconi</p>



<p>andati all’aria, giberne</p>



<p>ghiacciate, fossati e</p>



<p>rammendi o anche frammenti così:</p>



<p>«Che storia e che</p>



<p>svolo, piccolo mio</p>



<p>appartamento, o randa o cucina,</p>



<p>dove dal soffriggere di cipolla o di mare</p>



<p>penso alle sue mani, al</p>



<p>suo sale». Anche così.</p>



<p>E per francobollo una nottola,</p>



<p>un cherubino, un animale,</p>



<p>un fine funerale.</p>



<p><strong><em>Flavio Santi</em></strong></p>



<p><em>*I testi sono tratti da: Flavio Santi, “Quanti (Truciolature, scie, onde, 1999-2019)”, Industria &amp; Letteratura, 2020</em></p>



<p><em>**In copertina: J.M.W. Turner, Brennendes Schiff, 1830</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Turner-Brennendes_Schiff-1830-1024x719.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Una fame immane di umanità”. Atelier 100!</title>
		<link>https://www.pangea.news/atelier-numero-100/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2021 06:17:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Atelier non mi è mai sembrato un nome adatto. “Siamo artigiani della parola, letterati che non temono di sporcarsi le mani per tracciare qualche pensiero”: così Marco Merlin giustificava il nome della rivista, nata a Borgomanero nel 1996, per dedizione di un prof poeta (Giuliano Ladolfi), illuminata dallo scabro, violento talento di un ragazzo fuori [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Atelier </em>non mi è mai sembrato un nome adatto. “Siamo artigiani della parola, letterati che non temono di sporcarsi le mani per tracciare qualche pensiero”: così Marco Merlin giustificava il nome della rivista, nata a Borgomanero nel 1996, per dedizione di un prof poeta (Giuliano Ladolfi), illuminata dallo scabro, violento talento di un ragazzo fuori dal tempo (Merlin) e da un gruppo di amici avventati (Paolo Bignoli, Riccardo Sappa). Merlin, nell’editoriale, si faceva accompagnare, in esergo, cioè sulla soglia del balcone, in bilico, da alcuni maestri – Dante, Shelley, il Salmista – e parlava di “una fame repressa e incompresa di poesia, mossa da una fame immane di umanità”. Chi conosce Marco – spoglio della cruda maschera di Andrea Temporelli – sa che ha il viso di una volpe, l’arguzia della faina, l’ostinata grazia del merlo. Sa essere brutale. Per questo <em>Atelier</em>, che nella mia mente rimanda alla moda e alla signorilità, non mi pareva un nome adatto. <a href="https://www.andreatemporelli.com/atelier/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Marco Merlin, piuttosto, ha creato, negli anni – fino a che ha diretto la rivista –, una tana, un agone, l’agonia del ring, un cenacolo, il chiostro dove i monaci si pigliano a pugni fino a perdere il nome, i denti e a dimenticare Iddio.</a> Idiota io, sdraiato sulla superficie dei nomi: <em>atelier</em>, in verità, viene da <em>astelle</em>, la scheggia di legno; da qui il laboratorio dell’artigiano. “Siamo schegge penetranti, testimonianze di un passaggio memorabile”, scriveva, ancora, Marco. Già. Si fa poesia come si sbozza una sedia. Come si lima un coltello. La scheggia è lì, nel sottosuolo del pollice – e sanguina – e non la sguaino.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="712" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/Atelier-01-Copertina-712x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82039" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Atelier-01-Copertina-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Atelier-01-Copertina-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Atelier-01-Copertina-768x1105.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Atelier-01-Copertina.jpg 800w" sizes="(max-width: 712px) 100vw, 712px" /></figure>



<p><a href="http://www.atelierpoesia.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Oggi <em>Atelier</em>, dopo 24 anni di vita, tocca il numero 100. </a>La rivista, ora, è guidata, come allora, da Giuliano Ladolfi, che ha con sé Giovanna Rosadini, Luca Ariano e diversi altri direttori. Ladolfi scrive di “rinnovamento nella continuità del progetto iniziale”, e ci credo – agli <em>inizi</em>, non c’ero. Merlin ha mollato la direzione esattamente sette anni fa – se la cabbala ha un merito è quella di rendere tutto esatto – al numero 72 del dicembre 2013. “Mi smarco. Entro nella mia profezia privata”, scriveva, in un editoriale innaturalmente sobrio, perfino legnoso, dal titolo magnifico, <em>Compimento del dono. </em>In copertina – un caso? – la rivista riproduce il <em>capricho</em> numero 69 di Goya: s’intitola <em>Sopla</em>, “Soffia”; una strega tiene per le caviglie un bimbo che fluttua, mostra il culetto verso lo spettatore, scoreggia e inaugura fiamme. Da allora, per me, i numeri di <em>Atelier</em> sono una stele e uno specchio: la nostalgia di una giovinezza defunta, un monito a ritrarmi sempre per difetto, affinando la fiamma, cristallizzando le ferite. Ho capito la scelta di Marco: un’opera si realizza allontanandosene. Marco è così: con sé, uomo di lago, uomo del Nord, cioè di pensieri lucidi ma micidiali, è sempre stato spietato. Per amore più che per coraggio è ancora lì che si taglia le dita, falange per falange. Autentico eresiarca, potrebbe costruire monasteri, ideare regole, per lasciarle ad altri, installandosi in una severità d’altro rango.</p>



<p>Ho conosciuto MM vent’anni fa: il caso ci ha condotti sulla cima di un edificio di fianco alla Scala, a Milano. Marco, nel cenacolo di Borgomanero, insegnava – così ho capito, per lo meno – che dell’ispirazione bisogna diffidare, è un cobra; che ogni poesia è imperfetta e va presa a sassate, con la sovrumana gioia dei briganti; che l’opera è una comunità, difforme, dispari, spregiudicata; che del poeta, di chi si dice tale, per pudore e scaltrezza occorre dubitare. Insomma, fu una lotta – e furono gli anni più belli della mia vita, tra sentieri d’oro. Pubblicai i primi testi nel dicembre del 2002 (orrendi: in quel caso il <em>capricho</em> di Goya in copertina vede una massaia che sculaccia con la scarpa un bimbo, segno che avrei dovuto interpretare), ho scritto con spazientita e difforme continuità. MM ha raccolto gli editoriali di <em>Atelier</em> – un autentico arrembaggio – in un libro – quasi un manuale di guerra – che s’intitola <em>Smarcamenti, affondi e fughe</em> (2016). Nel primo numero di <em>Atelier</em> figuravano, tra i “Collaboratori”, Roberto Carifi e Franco Loi, Roberto Mussapi, Marco Guzzi, Davide Rondoni; il lavoro memorabile fu fatto tra i ragazzi, tra gli esordienti. Da <em>Atelier</em>, in forma occasionale o duratura, pubblicando libri o inediti, sono passati i poeti autentici di oggi (per me, tutti maestri a cui estrarre una costola): Federico Italiano, Alessandro Rivali, Riccardo Ielmini, Flavio Santi, Isacco Turina, Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Tiziana Cera Rosco, Massimo Gezzi… nel 2005, in un numero speciale dedicato ai “Racconti italiani”, fu pubblicato un giovane e semisconosciuto Roberto Saviano. Simone Cattaneo, naturalmente, è altro. Nell’“Antologia di poeti nati negli Anni Settanta” <em>L’opera comune</em> (1999), esito del primo lavoro compiuto da <em>Atelier</em>, hanno pubblicato, tra i tanti, Elisa Biagini e Daniele Mencarelli, Laura Pugno, Daniele Piccini, Gian Maria Annovi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="623" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-623x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82040" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-623x1024.jpg 623w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-768x1262.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-935x1536.jpg 935w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1-1246x2048.jpg 1246w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-scaled-1.jpg 1558w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /></figure>



<p>Ma la poesia non indugia nelle nostalgie, non indaga le scelte parziali: è un salto che scioglie ogni paternità in gargarismo. Ciò che resta, in questa morte – di cui i poeti, spesso, sono i sacerdoti, mortificanti impiegati del perduto, incensieri che censiscono il proprio lamento – sono i legami, incauti, carnivori. La vita, cioè, che riverbera in versi, anche. Con alcuni si preferisce una fratellanza tale che non ha bisogno di prove né di proclami – selvatica. Nel ‘centenario’ di <em>Atelier</em>, pubblico una scrittura che proviene dalla sfida, con Marco, ancora. (d.b.)</p>



<p>***</p>



<p>VIII</p>



<p>D: scatenò i ghepardi tra le paludi</p>



<p>come Bibbie scagionate nell’oro</p>



<p>che reagiscono alla decomposizione</p>



<p>“è giusto svanire in un azzardo – finire</p>



<p>nel futile” – e aggiunse che la velocità</p>



<p>categoria distratta dai libri celesti</p>



<p>rende sacro l’assassinio – solo la preda</p>



<p>prevede la gittata del giorno –</p>



<p>“non sei più tu” – non lo sono mai stato</p>



<p>e non è questo che dovrebbe preoccuparti</p>



<p>“si muore per potersi rincorrere” dice e crede</p>



<p>incolpevole la lontra che con regolarità</p>



<p>d’argento recluta la nostra pazienza</p>



<p>a un destino di piogge – “per concisione”</p>



<p>ripeto – coincidere con la pupilla</p>



<p>d’odio e morire per tutti</p>



<p>sa schivare la tratta con un sillabario</p>



<p>i cervi censiscono la valle in vaniloquio</p>



<p>si agisce oggi come ci si spoglia dello scapolare</p>



<p>*</p>



<p>A: non credo in chi non si inchina</p>



<p>nelle scelte secondarie – giova a un’altra</p>



<p>perfezione e fa del corpo un convento dove</p>



<p>chi adora e chi arde sono entrambi</p>



<p>in abside – anche i ricordi hanno un patrigno</p>



<p>il tomismo del perdono e qualcuno ha scoperto</p>



<p>che a Nord zampilla il fratello – il cormorano</p>



<p>scava un golfo – una durata – perché il vento</p>



<p>è nobile come l’opera dell’uomo –</p>



<p>con un sinonimo hai curvato la generazione</p>



<p>in degenerato – scollinare dal dogma</p>



<p>ritarda la ritirata in un magma di grano</p>



<p>ricorre nella fronte la stessa memoria</p>



<p>con cui la pianta in spirali assale</p>



<p>la luce – bianca e abbreviata sull’epilogo</p>



<p>del muro – “siamo coerenti al bagliore”</p>



<p>eppure bisogna scegliere un fuoco – costruire</p>



<p>il sole ulteriore – per sciogliere il ferro dalla fede</p>



<p>distinguere cena e censura – e curvare</p>



<p>il corpo tra le risaie dell’ombra –</p>



<p>si è uccisi sempre per fraintendimento per</p>



<p>l’amore meno importante</p>
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		<title>“Andare contro lo slam poetry è da reazionari e troppe riviste sono servili alla gerontocrazia poetica”: Gabriella Montanari risponde alle posizioni avanzate da Matteo Fantuzzi</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 06:54:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scorsa settimana, credendo di rivolgerci ai nostri soliti venticinque lettori di manzoniana memoria, abbiamo intervistato il poeta e Direttore di “Atelier”, Matteo Fantuzzi, senza neppure immaginare a quante polemiche saremmo andati incontro. Tutto per due righe in cui l’autore di La stazione di Bologna esprimeva la sua sacrosanta opinione, secondo la quale il poetry [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La scorsa settimana, credendo di rivolgerci ai nostri soliti venticinque lettori di manzoniana memoria, abbiamo <a href="http://www.pangea.news/matteo-fantuzzi-intervista-atelier-matteo-fais/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">intervistato il poeta e Direttore di “Atelier”, Matteo Fantuzzi,</a> senza neppure immaginare a quante polemiche saremmo andati incontro. <strong>Tutto per due righe in cui l’autore di <em>La stazione di Bologna</em> esprimeva la sua sacrosanta opinione, secondo la quale il poetry slam non sarebbe assimilabile alla poesia vera e propria. Ci sono stati momenti in cui si è rischiato l’accoltellamento virtuale e la minaccia di morte. </strong>Queste e altre spiacevoli quisquilie ci hanno rubato tanto tempo nei giorni a seguire, ma siamo fortunatamente sopravvissuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando, per un attimo, la massa di esagitati isterici, <strong>ci ha colpito molto il breve ma mordace commento che in merito ha scritto Gabriella Montanari, poetessa ed editrice.</strong> Abbiamo quindi deciso di ospitarla sulla nostra pagina essendo lei, diversamente dagli altri, una che parla fuori dai denti, piuttosto che con un coltello tra i denti. E ne ha dette, ne ha dette tante sulla situazione dell’attuale universo letterario nazionale!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Commentando l’intervista a Matteo Fantuzzi, hai scritto una breve ma intensa critica alle idee da lui avanzate. La tua replica inizia con queste parole: “Reazionari sono tutti coloro che hanno per le mani una parvenza di potere decisionale e morirebbero piuttosto che perderlo o cederlo. Qui mi pare evidente che si cerchi di conservare uno status quo provinciale”. Spiegami meglio questo concetto, per favore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Comincerei precisando che, chiaramente, il termine “reazionario” non ha qui una valenza politica. In prima istanza, desideravo riconnettermi alle posizioni avanzate in merito allo slam poetry. Questo filone è qualcosa di relativamente nuovo dal punto di vista formale, ma mi pare venga inteso da Fantuzzi come un’involuzione rispetto al modo in cui di solito si concepisce il fare/comunicare poesia. Personalmente, pur non praticando né frequentando questo genere di espressione poetica, non condivido questa sorta di timore reverenziale che secondo certe persone dovrebbe legarsi al pronunciare la parola poesia, per cui lo slam e lo spettacolo che lo accompagna sarebbero di conseguenza viste come qualcosa di svilente, di dissacrante. <strong>Con reazionario volevo dunque indicare chi si pone nella posizione di giudicare la forma attraverso cui l’artista della parola sceglie di esprimersi, stabilendo in maniera del tutto soggettiva e spesso autocentrata una sorta di scala di valore: serietà e professionalità tra le modalità di comunicare il proprio sentire poetico. Reazionario è chi non tiene conto della diversità, tra i fruitori di poesia, di gusti, esigenze, capacità e aspettative, sia in materia di contenuti che di forma.</strong> Non tutti hanno due lauree, sono addetti ai lavori, hanno a che fare professionalmente con la letteratura. L’“intrattenimento poetico” non è da condannare, anzi, se riesce ad avvicinare il pubblico più ostico, ossia i giovani, alla poesia, deve essere incoraggiato. A volte una lirica recitata in un certo modo o in un certo contesto riesce a toccare corde altrimenti poco sensibili agli approcci più classici di presentazione e reading. Nell’etimo di poesia vi è l’azione di fare, produrre e creare, ma non vi è alcun riferimento a modalità più o meno consone o “nobili”. Il suono, il ritmo, la musicalità del linguaggio giocano un ruolo fondamentale. Le primissime forme di poesia, in epoca arcaica, erano orali, si sposavano con il canto. Dai trovatori medievali, ai cantastorie popolari, ai moderni cantautori la parola poetica non ha forse trovato nell’esibizione in pubblico il suo vettore? Mi sembra quindi che gli <em>slammer</em> non si allontanino più di tanto dall’origine.<strong> In ultimo, andare ad ascoltare uno slam è sempre e comunque più edificante che stare davanti alla televisione o al telefono. Non credo sia da condannare come pratica.</strong> Per non essere reazionari è dunque necessario non fermarsi a uno status riconosciuto come l’unico degno di essere considerato “fare poesia”. Nell’intervista si parlava, inoltre, di “metodo”. Devo dire che questa parola non mi sembra applicabile al di fuori dello studio e dell’analisi critica. Possiamo utilizzarlo entro tale approccio, ma nel <em>fare </em>poesia mi pare un concetto assolutamente fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al di là del cosa possa dirsi poesia, tu contesti, sempre in questa prima trance del tuo intervento, il fatto di arrogarsi un potere decisionale in ambito letterario, se non comprendo male.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È tipico di troppe realtà, oggi, in Italia. Non so se si tratti deliberatamente di appropriazione del potere, ma mi pare evidente e sotto gli occhi di tutti un determinato modus operandi: <strong>a quale “tipo” di poesia dare considerazione e visibilità, di quali poeti circondarsi, come valorizzarli escludendone altri. Chi si presta a questo gioco entra a far parte di una cerchia, chi non lo fa opera da cane sciolto, fatica, si isola.</strong> Ho sempre avuto il sospetto che dietro tale modo di agire si nascondesse molta paura. Solitamente chi tenta di conservare uno stato acquisito, che non consente a chi sta fuori di entrare e di apportare un contributo diverso, ha solo il timore di vedere crollare il proprio fortino, specie se gli avversari sono di spessore e quindi reali concorrenti. <strong>Tutto ciò mi fa sorridere, in un ambito che non è neppure quello della narrativa, in cui quindi non c’è alcun interesse economico in ballo</strong>. È casomai un potere che nasce dalla frustrazione, un potere pari a quello dei soldi del Monopoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gramscianamente, se certo non si può parlare di potere economico, esiste in senso lato un potere dato dal costituirsi come classe intellettuale. Ciò è sempre accaduto, sia chiaro – solo che la Destra non è riuscita a portare avanti un simile percorso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma sempre si tratta di un’auto proclamazione! Io, poi, sul piano politico non sono una praticante, e nemmeno una teorizzatrice, e ho capito in fretta che questo vuol dire stare fuori da certi giri. Non faccio poesia “civile” o impegnata socialmente, come si suol dire – si tratta di una scelta personale, frutto di lunga riflessione. <strong>Già questa è ragione sufficiente per non essere considerata da realtà editoriali che, attraverso le opere di determinati autori, diffondono un pensiero politico più che una linea editoriale. Non credo che un editore debba pubblicare unicamente quello che corrisponde al suo modo di vedere.</strong> Il valore estetico, intrinseco ed emozionale di un’opera letteraria dovrebbe essere valutato in maniera autonoma rispetto alla visione del mondo del suo autore o dell’editore che intende diffondere poesia nella maniera più democratica possibile. Ci sono gruppi di influenza, formati da poeti, critici e giornalisti proclamati o autoproclamatisi “establishment”, spesso di dubbio valore letterario e umano, onnipresenti come il prezzemolo e restii a fare spazio, a consigliare, a condividere, ma soprattutto ad ascoltare e a mettere in discussione il piccolo mondo di favori e scambi a cui sono saldamente ancorati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perdona la curiosità, ma che cosa avresti tu di tanto diverso da dire che non si possa proprio incontrare con la loro visione delle cose?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia è una visione che disturba perché non incline ai compromessi, alle cordate, alle mode. L’onestà nel raccontare le bruttezze, nel denunciare o nell’estraniarsi non è mai stata merce apprezzata, di certo non da chi della poesia ha la pretesa di farne mestiere. Non scrivo per piacere a “quelli che contano”, ma per avvicinarmi a lettori curiosi, aperti e in cerca di emozioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stai forse cercando di dire che la loro visione ideologica preclude l’apprezzamento della tua espressività?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No. Semplicemente ritengo non sia giustificata questa esclusione di chi non è di loro gradimento. <strong>Purtroppo, è prassi diffusa allontanare chi non va a genio, o evitare di menzionarlo, fare come se non esistesse.</strong> Ultimamente, proprio perché ci sono tanti autori che semplicemente non vengono mai citati in quanto atipici o non schierati, mi sono presa la briga di farlo io sui social. Vorrei far circolare i nomi di tutti quelli che ritengo siano stati messi da parte, pur avendo qualcosa di veramente forte da dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fammi qualche nome, ti prego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In primis, Ivano Ferrari. Mi chiedo di cosa abbiano paura gli altri, quelli i cui nomi circolano sulla bocca di tutti, rispetto a poeti come lui. Io non credo sia un caso che i grandi, quelli fuori dai sistemi, siano volontariamente messi da parte. Infatti <strong>non ho mai sentito un accenno, una parola, per esempio su Filippo Strumia, perché quelli come lui e Ferrari non stanno tutto il giorno a cercare conferme della propria poesia, pur essendo pubblicati dai maggiori editori.</strong> E credo che ciò avvenga anche perché gli altri sanno che i reali concorrenti sono loro, perché quella è la poesia che piace al lettore. Poi c’è quella che piace agli altri poeti, ai critici, agli addetti ai lavori. Io ci vedo una scissione&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parli di una scissione tra alto e basso, tra il popolo e gli intellettuali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Parlo di una poesia che si rivolge al lettore e quindi arriva anche a chi va verso di essa disarmato, semplicemente con la propria sensibilità, senza sapere “chi sta con chi”, per quale editore pubblica l’autore in questione. Invece tutto l’apparato che si muove dietro questo mondo, alla fine, se la racconta, se la legge e se la pubblica da solo. Non credo che siano intellighenzia. Spesso mancano lucidità e criticità sul proprio lavoro, manca l’autoironia, e da qui tutti i mali. Il bisogno di esercitare una qualche forma di potere sugli altri cela molto spesso grandi insicurezze e incolmabile esigenza di riconoscimenti e conferme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veniamo all’ultima parte del tuo commento: “Certe riviste emanano aria stantia. Si avvalgono di giovani vecchi dentro e servili alla geriatocrazia poetica”. Chiariscimi il punto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rivista è solitamente la meta per chi inizia a scrivere, o per chi vuole continuare a far circolare il proprio nome tra un libro e l’altro. Dovrebbe anche essere un mezzo per tenersi aggiornati sulle novità e per conoscere le tendenze. <strong>Purtroppo, oggi, le riviste non offrono molto spazio a chi non ha conoscenze, a chi non è amico di uno dei redattori, a chi non è stato “raccomandato”. Non si può più sperare di mandare qualcosa a una redazione che liberamente selezioni, senza una mediazione.</strong> E questo vuol dire che la rivista è anch’essa uno strumento in cui si ritrovano determinate dinamiche dell’editoria, dei “circoli intellettuali”, dei festival letterari. Forse nei blog c’è più autenticità: chi pubblica altri autori lo fa semplicemente seguendo il proprio gusto personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E i giovani nati vecchi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi capita di incontrarli, leggerli, di ricevere i loro manoscritti e mi dispiace a volte riscontrare che si tratta già di ombre, emuli o potenziali portaborse di chi ha raggiunto una posizione in ambito letterario. <strong>Il coraggio di osare, di distinguersi, di non avere un protettore, di usare un linguaggio e uno stile propri, mi pare sia andato perduto. Forse interessa di più avere una voce seguita e sostenuta che possedere una voce unica. A me è capitato di ricevere e leggere scritti in cui un giovane autore autodefiniva il proprio stile, per esempio “alla Cucchi” o “alla Magrelli”, e lo faceva con orgoglio.</strong> Tutto ciò è abbastanza triste, perché ti chiedi su chi riporre le speranze se non sui giovani, temi che anche la poesia viva di corsi e ricorsi storici e che tutto rimanga identico a oggi. Le nuove generazioni avranno le stesse aspirazioni di quelle che le hanno precedute. Questo demone del riconoscimento credo sia la bestia più difficile da sconfiggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scusa ma tu ritieni che queste riviste siano fucine entro cui vengono allevati dei cloni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io dico che quando s’incominciano a vedere spuntare come funghi queste realtà di aggregazione, con un unico e rigido modo di pensare, di scrivere, di concepire la letteratura… non è molto rassicurante. In economia si parla di monopoli e cartelli… Ci vedo molte similitudini. Quando nasce quella che io chiamo una triade (vale a dire una casa editrice, una rivista, un premio), allora dubito che si possa parlare di una realtà aperta, democratica, libera, a disposizione di chi ha qualcosa da proporre. Diventa un accumulo d’influenze che ovviamente si autoalimenta. <strong>Che oggi si debba essere obbligati, quando si ha il desiderio di partecipare a un premio letterario, di controllare chi è in giuria, chi è l’editore di riferimento, vuol dire che sussiste un problema. Spesso sai già che in alcuni casi sarà inutile partecipare</strong> (non sempre l’anonimato è rispettato come si dovrebbe), perché non sarà il tuo testo a essere valutato, ma ciò che tu rappresenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Gabriella Montanari con Dan Fante, il figlio di John Fante, lo scrittore, geniale, di “Aspetta primavera, Bandini” e “Chiedi alla polvere”</em></p>
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		<title>“Gli slam poetry non sono poesia, ma intrattenimento… dobbiamo ripartire dallo studio, mi preoccupano ignoranza e arroganza”: Matteo Fantuzzi, neo direttore di “Atelier”, dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/matteo-fantuzzi-intervista-atelier-matteo-fais/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2019 06:38:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A quanto pare, si torna sempre all’annosa questione del cosa sia poesia. Ciò accade perché il panorama generale muta, soprattutto in questi tempi così social nei quali la lirica, o presunta tale, circola senza argini tra i vari profili e gruppi di lettura. Nuove forme si presentano all’attenzione del pubblico: Instagram e Slam Poetry, tanto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A quanto pare, si torna sempre all’annosa questione del <strong>cosa sia poesia</strong>. Ciò accade perché il <strong>panorama generale muta</strong>, soprattutto in questi tempi così <em>social </em>nei quali la lirica, o presunta tale, circola senza argini tra i vari profili e gruppi di lettura. <strong>Nuove forme</strong> si presentano all’attenzione del pubblico: <strong>Instagram e Slam Poetry</strong>, tanto per fare qualche esempio. Come a suo tempo per il cantautorato, <strong>è lecito interrogarsi in merito alla possibilità di assimilarli all’ambito poetico in sé</strong>. Tra le posizioni in tal senso meno “aperte” – meno <em>accondiscendenti </em>–, si segnala quella di <strong>Matteo Fantuzzi</strong>, <strong>poeta </strong>e <strong>Direttore </strong>della versione cartacea di “<strong>Atelier</strong>”. Nell’ultimo numero della rivista ha voluto ribadire il concetto con un editoriale perentorio e inequivocabile, intitolato <a href="http://www.atelierpoesia.it/portal/it/atelierpoesia-it-mul/atelier-mul/item/1055-atelier-94-editoriale-contro-un-possibile-dadaismo-di-matteo-fantuzzi?fbclid=IwAR3mRWJeVcYSQwhrvg0mdQ4VYMeo-IE7nA9vCWf2hwUqpMV2oRpUBQmoj8k" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Contro un possibile dadaismo</em></strong></a>. Nell’ottica di dare spazio a tutte le possibili voci, non potevamo fare a meno di approfondire il suo punto di vista, partendo da vari passaggi del testo e chiedendogli di sviscerarli per noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67927 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-40-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-40-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-40-768x1160.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-40-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-40.jpg 1147w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" />Caro Matteo, nel tuo ultimo editoriale su “Atelier”, parli, in merito alla poesia attuale, di “un’evoluzione che senza le giuste attenzioni, contrariamente a quanto di solito accade in natura, potrebbe davvero non produrre miglioramenti”. A quale involuzione – se non comprendo male – ti riferisci? E, soprattutto, qual è lo stato della poesia attuale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che, con molto apporto collettivo, gli ultimi anni abbiano indicato con precisione il rischio che la poesia smettesse di parlare alla collettività: non avremmo un racconto della Prima Guerra Mondiale senza Ungaretti, non avremmo le contraddizioni del conflitto irlandese senza Seamus Heaney, o forse tutto questo accadrebbe in maniera diversa. Certo questi sono i tempi dell’Io, ma non dell’Io montaliano dalle <em>Occasioni </em>a la <em>Bufera</em>: <strong>è piuttosto una estensione del solipsismo che a partire dagli anni Ottanta ha fatto coincidere l’esperienza privata con l’esperienza poetica, quella tendenza che dopo i fatti quasi mitologici di Castelporziano oggi in molti vivono nella profonda solitudine ingigantita dai social:</strong> una nuova forma di esponenziale distacco, distacco dalla realtà e soprattutto dal dialogo, ed è questa mancanza di dialogo che mi preoccupa nella attuale poesia perché al di là della quantità enorme di informazioni manca troppo spesso una capacità di entrare nelle cose. La liquidità della società trova nella poesia (da sempre antropologicamente “dell’uomo”) il proprio specchio, uno specchio convesso per dirla alla Ashbery.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembra di capire che tu contesti tutte le presunte novità, ovvero la visione “di chi nella pratica considera in qualche modo tutto lecito e tutto poesia. Dagli slam fino al meticciato del rap, tutte queste forme sembrano voler ricadere ed essere contemporaneamente accolte nella comunità della poesia, una poesia tout court senza alcun tipo di distinguo né formale né soprattutto sostanziale”. Ma, dunque, scusami, cosa è poesia e perché il resto non lo è?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio oggi rileggevo un passo di Andrea Afribo, che insegna Storia della lingua italiana presso la facoltà di Lettere dell’Università di Padova, che sottolineava come «lo stesso programma di tabula rasa dell’istituzione poetico-letteraria, che nei testi di questi nuovi poeti si realizza principalmente in forma di parodia e straniamento finisce di fatto per accentuare i caratteri secolari della nostra storia linguistica: ovvero iperletterarietà, formalismo e ipercultura, aristocraticismo corporativo, distacco della lingua dalla (loro) poesia dalla lingua di tutti». È chiaro che tutto questo avviene nel momento in cui non viene dato peso a quelli che altrove definiremmo <em>controller </em>e questo spaesamento si deve a mio avviso soprattutto al disinteresse dimostrato verso la crescita di una classe critica che sia in grado in scienza e coscienza di filtrare tutta la mole di materiale prodotto, come avveniva per le grandi riviste, o per i comitati di redazione delle collane di poesia.<strong> L’impoverimento di quel mondo, o la delimitazione in luoghi sempre meno comuni, popolari, ha permesso come in altri settori (penso alla politica) l’esplosione di quel qualunquismo da “questo lo dice lei” (frase rivolta, in un noto programma televisivo italiano, a un accademico che stava cercando di confutare alcune traballanti tesi economiche di una sedicente esperta del settore)</strong> che anche in poesia porta a una sorta di autodeterminazione che non ha più i confini dei percorsi validi di crescita autoriale, quanto piuttosto una sorta di raggi di esplosione popolare/emozionale che con il plot del testo non hanno quasi mai nulla a che vedere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67928 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-223x300.gif" alt="" width="223" height="300" />Tu esprimi per la lirica la necessità di “raccontare il presente”, intesa come la “grande sfida di non relegare la poesia italiana a protagonista minore dell’esperienza internazionale”. Concretamente, cosa la poesia non fa, ma dovrebbe fare, per raccontare il nostro tempo? E, ancora, quando questa è stata protagonista della scena internazionale e perché non lo è più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che in Italia esistano testi virtuosi, e credo che l’unica cosa da fare sia parlare di questi testi: per esempio in questi giorni è uscito un libro molto potente di Antonio Lanza, che si chiama <em>Suite Etnapolis</em> (editore Interlinea) e racconta lo spaesamento di uno dei più grandi centri commerciali d’Europa alle pendici dell’Etna. Un libro che affronta quello stesso spaesamento e che racconta la nostra incapacità di reagire ai radicali cambiamenti imposti da una società oramai disumanizzante è <em>Gli enervati</em> <em>di Jumièges</em> di Roberta Bertozzi, è uscito alcuni anni fa per Pequod; d’altronde credo anche sia impossibile non comprendere la centralità di un libro come <em>Fabrica </em>di Fabio Franzin in un’ottica di poesia come racconto delle pulsioni collettive, dei disamori e delle esperienze quotidiane: le fabbriche che si svuotano, i comparti industriali in crisi, il lavoro che dove c&#8217;è diventa sempre più disumano. <strong>In Italia (e questo andiamo ricordando da alcuni tempi in “Atelier”, la rivista che dirigo) nel silenzio quasi collettivo sono venute alla luce molte opere importanti, opere in grado di portare agli eventuali lettori qualcosa, un segno, un momento di riflessione anche al proprio interno. Ma vanno raccontate, vanno conosciute perché sono opere spesso di autori di case editrici medio piccole, di autori che vivono le nostre periferie e le nostre provincie, autori che stanno facendo tanto e che trovo sia giusto vengano conosciuti da tanti.</strong> Probabilmente con il giusto numero di testi importanti l’impatto della nostra poesia sarebbe diverso così come attenzione viene data a Durs Grünbein o Simon Armitage.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il compito primario della rivista non consiste nel trovare sempre e necessariamente il nuovo, quanto piuttosto delineare pienamente i margini della militanza anche andando a tracciare la rotta piana e sensata per chi oggi alla poesia si affaccia”. Premesso che non ho ben capito cosa tu voglia indicare con la formula “margini della militanza”, mi chiedo perché ci sia la necessità di tracciare una via per chi si avvicina alla poesia? Non è possibile costruirsi un personale percorso in autonomia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’autonomia deriva dalla conoscenza, se una persona ha la possibilità di conoscere è in grado anche di decidere e formare un proprio gusto. <strong>Mi preoccupano piuttosto l’ignoranza (nel senso latino del termine) e l’arroganza (nel senso proprio del termine): ed è il combinato disposto tra queste due entità a impoverire la percezione della nostra scrittura o quantomeno a creare dei dislivelli di percezione</strong>; non è un discorso di tattica letteraria – il nodo, a mio avviso, è dato dai centri della diffusione della produzione poetica i quali, se in partenza si rivelano virtuosi, consentono una definizione corretta dei parametri finanche del gusto e delle tendenze, ma se tutto questo è gestito in maniera mendace allora anche le tendenze risentiranno di questo restringimento del registro di interesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contro il dadaismo imperante, “Atelier” si pone “in una posizione non retorica di serietà e intransigenza”. Perdonami la provocazione, ma non sarai mica un reazionario della rima?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’innovazione come in qualsiasi altra materia è necessaria, il caso italiano è un poco strano perché si cerca di proporre come poesia quello che poesia non è e che appartiene ad altre categorie, né migliori né peggiori, semplicemente altre. <strong>Per quale motivo dovremmo definire poesia gli slam poetry? Sono una forma spettacolare di testi che hanno magari una buona dose poetica, ma non collimano con la poesia. Sono un’ottima forma di intrattenimento,</strong> non per nulla sono stati accolti recentemente da Zelig dove giustamente c’è gente che va lì per ridere, per divertirsi, per assistere a degli spettacoli in cui tra un “Chi è Tatiana !?” e un “Amici ahrarara” giustamente trovano la loro corretta collocazione, e lo dico senza polemica né volontà provocatoria. Sarebbe sufficiente che ogni categoria si mantenesse nei propri ambiti: il rap non è poesia e viceversa, il trap non è poesia e viceversa, le pesche non sono poesia e viceversa. Io credo che ogni innovazione debba necessariamente essere una evoluzione positiva di ciò che è stato in precedenza – che in Italia significa ad esempio leggere e conoscere il Novecento, magari per rivoltarlo come un calzino (e, in fondo, non lo ha fatto anche Sereni ne <em>Gli strumenti umani</em> o Bertolucci ne <em>La camera da letto</em>?) ma sempre all’interno del percorso che da Dante in poi ci ha permesso di essere un esempio virtuoso all&#8217;interno della letteratura internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-67929 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro2-7-212x300.jpg" alt="" width="165" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-7-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-7.jpg 444w" sizes="(max-width: 165px) 100vw, 165px" />Anche in questo tuo editoriale, come in altri contesti in cui ti sei espresso, si respira un malcelato odio per i social. Eppure, “Atelier” ha persino una pagina Instagram. Mi spiegheresti che danno reale arrecherebbero questi alla poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Porre l’ipotesi dell’odio credo sia anche quello specchio dei tempi: io credo che esprimere una posizione non sia né fonte di odio né fonte di astio; è la mancanza di dialogo – questa sì – che mi preoccupa dell’ultima società, questa violenza nei confronti delle idee altrui. I social, come qualsiasi altro strumento tecnologico vanno vissuti bene. Prendiamo ad esempio “La setta dei poeti estinti” su Instagram, ad oggi 67mila e oltre followers che ogni giorno propone autori importanti e spesso non banali, da Giorgio Orelli a Salvatore Toma per dire alcuni degli ultimi post, quindi autori ancora una volta non di facile reperimento proposti a un pubblico sterminato per la nostra poesia. Anche i numeri di “Atelier” sono tali perché esistono i social: l’importante però è ancora una volta cercare di alzare l’asticella, quando si scrive e quando si racconta poesia. <strong>Credo e ribadisco ancora una volta che si debbano utilizzare bene gli strumenti che si hanno a disposizione e coinvolgere chi ha il compito di formare le future generazioni, dalle Università fino agli insegnanti di ogni ordine e grado, dai giornalisti a tutto il mondo editoriale e di settore. Meccanismi virtuosi pongono le basi per dare credito all’ottima poesia che ancora grazie al cielo a noi non manca.</strong> Basta trovarla e proporre quella, non altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In chiusura del tuo pezzo, marchi ulteriormente il punto: non vuoi che si confonda la mediocrità con l’eccellenza. Vedi, per caso, tante mediocrità brillare immeritatamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il merito è una conquista che dipende dal metodo. <strong>Io credo che dovremmo ripartire da quello: lettura della poesia, amore per la poesia, sostegno della critica e metodo, tantissimo metodo.</strong> Col metodo saremo in grado di comprendere quello che è mediocre e gioire viceversa per quello che non lo è e che magari avrà la giusta attenzione letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Matteo Fantuzzi visto da Daniele Ferroni</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/matteo-fantuzzi-intervista-atelier-matteo-fais/">“Gli slam poetry non sono poesia, ma intrattenimento… dobbiamo ripartire dallo studio, mi preoccupano ignoranza e arroganza”: Matteo Fantuzzi, neo direttore di “Atelier”, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>I poeti “laureati” di oggi? Sono tutti uguali: giocate a trovare le differenze! Una staffilata salutare di Marco Merlin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 10:26:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Viviani]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Maurizio Cucchi]]></category>
		<category><![CDATA[Milo De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel per la letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Provocazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[Marco Merlin, per eccesso di lucidità, ha smesso da anni il ruolo di direttore di “Atelier” e da tempo non esercita più la critica letteraria, attività pericolosa in un tempo in cui tutti, se va male, si sentono degni del Nobel per la letteratura. Alcune sue riflessioni critiche si possono leggere in libri come “Poeti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-poeti-laureati-di-oggi-sono-tutti-uguali-giocate-a-trovare-le-differenze-una-staffilata-salutare-di-marco-merlin/">I poeti “laureati” di oggi? Sono tutti uguali: giocate a trovare le differenze! Una staffilata salutare di Marco Merlin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[<strong>Marco Merlin</strong>, per eccesso di lucidità, ha smesso da anni il ruolo di direttore di “Atelier” e da tempo non esercita più la critica letteraria, attività pericolosa in un tempo in cui tutti, se va male, si sentono degni del Nobel per la letteratura. Alcune sue riflessioni critiche si possono leggere in libri come “Poeti nel limbo” (Interlinea, 2005) e “La tentazione del metodo” (Moretti &amp; Vitali, 2016). Nello spazio telematico privato, <a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noopener">questo</a>, Marco lancia, ogni tanto, delle frecce di diamante. <a href="https://www.andreatemporelli.com/2019/02/12/e-alla-fine-divennero-tutti-uguali/" target="_blank" rel="noopener">Una è quella che ricalco.</a> Attenzione, però: dietro alla provocazione (cinica fino a un certo punto) c’è il rilancio, riguardo ai singoli autori, a pagine di alta densità critica. Ergo: si critica, sempre, dopo aver studiato a lungo, con dedicata ferocia]</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno era partito da toni vertiginosi, che fecero parlare di nuovo orfismo; altri nacque come campione della linea lombarda, svezzato con un certo espressionismo sperimentale; altri furiosamente abitava il linguaggio con estro psicanalitico</strong>, prima di trovare una dizione tersa e persino sapienziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Strano che alla fine tutti (e altri poeti ancora si potrebbero accostare, con appena qualche forzatura in più) <strong>si siano messi a scrivere libri composti per lo più da poesie brevi, spesso di un solo periodo, che diventano tasselli di un diario compatto di riflessioni.</strong> Poesie scarsamente caratterizzate da elementi strutturali forti, appena distinguibili in qualche scelta lessicale o qualche inflessione sintattica tipica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, qui sotto vi presento una poesia di <strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/2016/01/06/milo-de-angelis/">Milo De Angelis</a></strong>, una di <strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/2017/06/06/maurizio-cucchi/">Maurizio Cucchi</a></strong>, una di <strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/2016/04/05/cesare-viviani/">Cesare Viviani</a></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapreste attribuire queste poesie al giusto autore?</p>
<p style="text-align: justify;"> *</p>
<p style="text-align: justify;">Comincerà la luce a rafforzare la fede,<br />
nell’arco della mattina crescendo,<br />
a scacciare nubi o incredulità o più spesso<br />
a formarla, a fondere nei pensieri l’impronta.<br />
Così la vita non procede, ritorna,<br />
un movimento a ritroso lento e costante<br />
fino a debordare, in ogni momento, in un’altra<br />
precedente o prossima, sconosciuta o nota,<br />
fino a diventare, come è sempre stata,<br />
ignota</p>
<p>* * *</p>
<p>Noi che abbiamo conosciuto<br />
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,<br />
l’idea che illumina la carne,<br />
la sapienza delle misure<br />
e il lampo, noi ci lasciamo<br />
qui, in due metri di cemento, con un atto<br />
di presenza, un battito<br />
estivo, uno scambio di persona.</p>
<p>* * *</p>
<p>Nel tempo che invece non esiste<br />
che è un’illusione o solo svolgersi<br />
ordinario di un sé fino a maturazione<br />
e fine, sbando definitivo e arresto<br />
per lo spin del misero soggetto<br />
nel paradosso semplice del mondo,<br />
giacciono strati, subsidenze, depositi<br />
di inesplorata materia remotissima</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-poeti-laureati-di-oggi-sono-tutti-uguali-giocate-a-trovare-le-differenze-una-staffilata-salutare-di-marco-merlin/">I poeti “laureati” di oggi? Sono tutti uguali: giocate a trovare le differenze! Una staffilata salutare di Marco Merlin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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