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	<title>Ambasciatore Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>110 anni fa Filippo Tommaso Marinetti detto “Effetì”, la “Caffeina d’Europa”, il “cretino fosforescente” pubblica il Manifesto del Futurismo su “Le Figaro” (e s’inventò il giornalismo moderno)</title>
		<link>https://www.pangea.news/110-anni-fa-filippo-tommaso-marinetti-detto-effeti-la-caffeina-deuropa-il-cretino-fosforescente-pubblica-il-manifesto-del-futurismo-su/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 07:56:48 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/110-anni-fa-filippo-tommaso-marinetti-detto-effeti-la-caffeina-deuropa-il-cretino-fosforescente-pubblica-il-manifesto-del-futurismo-su/">110 anni fa Filippo Tommaso Marinetti detto “Effetì”, la “Caffeina d’Europa”, il “cretino fosforescente” pubblica il Manifesto del Futurismo su “Le Figaro” (e s’inventò il giornalismo moderno)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’avevano chiamato la <em>Caffeina d’Europa.</em> E Filippo Tommaso Marinetti, nato in una casa sul mare, ad Alessandria d’Egitto, “col preannunzio sciroccale”, il 22 dicembre 1876</strong>, con la sua dirompente carica rivoluzionaria e geniale, in effetti, aveva saputo infiammare lo scenario culturale dell’epoca, riuscendo a rompere la grammatica della tradizione letteraria, esaltando i nuovi miti della modernità, la macchina, i valori della potenza e del coraggio, e della guerra. La sua creatività e la sua originalità erano, a suo dire, patrimonio genetico: “Mio padre m’infuse nel sangue la sua tenacia piemontese – aveva scritto – Gli devo la sua grande forza di sanguigno volitivo e dominatore, ma fortunatamente non ho il fitto intrico dei suoi cavilli spirituali, né la sua memoria stupefacente”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’avvocato, il padre, Enrico Marinetti è nato in una famiglia di piccoli trasportatori a Pontecurone, tra Tortona e Voghera, dove porta avanti uno studio legale ben avviato</strong>, si legge nella biografia <em>Filippo</em> <em>Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario</em> di Giordano Bruno Guerri (Mondadori, 2017). Ad un certo punto, però, il padre del grande futurista si innamora di Amalia Grolli, che, purtroppo, è già sposata e pure triste. <strong>Così i due innamorati scappano ad Alessandria d’Egitto per vivere il loro amore autentico ma troppo anticonvenzionale, per l’epoca. La madre di Filippo Tommaso “fu tutta una poesia delicatissima e musicale di tenerezza e lagrime affettuose” e, prima dell’artista, nel 1874 aveva messo al mondo il primogenito, Leone. </strong>La casa natale sul porto antico di Alessandria è colma di arredi orientali e altrettanto abbondanti sono i nomi di Filippo Tommaso: Susù, Tom, Thomas, anche se, al consolato e all’anagrafe di Milano, è registrato soltanto come Emilio Angelo Carlo e dice di chiamarsi Filippo Achille Giulio, ma poi, dal momento in cui inizia a scrivere, sceglie Filippo Tommaso e per i più intimi, semplicemente “Effetì”. Una marea di nomi a cui votarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65720 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Manifestofuturismo-211x300.jpg" alt="" width="187" height="266" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Manifestofuturismo-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Manifestofuturismo-768x1090.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Manifestofuturismo-721x1024.jpg 721w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Manifestofuturismo.jpg 1253w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" />“Quando appariva distratto, preoccupato da problemi di difficile soluzione o non risolti secondo la sua direttiva – scrive di lui Aldo Palazzeschi – con la sigaretta in bocca si sedeva all’organo per eseguire una sonata che faceva assurgere al massimo livello l’atmosfera da Harem-Moschea di quella casa.</strong> Eseguita la sonata si alzava ridendo: ogni dubbio dileguato, ogni difficoltà risolta, il suo ottimismo era di tale lega che nulla riusciva a scalfirne la buccia”. L’appetito futurista, poi, è proverbiale (si ricordano ancore certe mangiate di pastasciutta al Savini di Milano) e ben alimentato con “costolette ampie come bandiere formaggio gorgonzola e vino Grignolino” servito dalla cuoca Marietta. Palazzeschi ricordava: “All’ora del pranzo e a quella della cena appariva Nina giovanissima cameriera azzurra e dalla grazia squisitamente goldoniana, con la massima spigliatezza e quasi con sdegno toglieva da quella tavola, divenuta una fucina, tutto quello che c’era di più per poterla restituire, almeno provvisoriamente, alla propria natura”. Un eccentrico e un dandy che, nonostante le numerose amicizie, incontra anche non poche polemiche e riceve curiosi epiteti: <strong>“una nullità tonante” lo definisce Gabriele d’Annunzio (del resto Effetì lo chiamava vecchio trombone e lui gli rispondeva: cretino fosforescente), “poeta degli imbecilli” fu invece il lieve soprannome affibiatogli da Antonio Fogazzaro.</strong> Ma la sua vitalità è incontenibile e passa volentieri dalle parole (e dai versi e dagli insulti), ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1905, appunto, pubblica l’inno, in francese<em>, A l’automobile</em> e pochi anni più tardi, si compra un’<em>Isotta Fraschini </em>da quasi cento cavalli, <em>nomen omen</em>. Ma guidare un “automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia” (il vocabolo è maschile, si sa, all’inizio, fino al 1923, quando d’Annunzio, in una lettera a Giovanni Agnelli, decide di cambiargli il genere) non è così immediato per Marinetti, che si domanda: <strong>“se un po’ alla volta riesco a imparare i rudimenti della lingua cinese, volete che non riesca infine a pilotare una Isotta Fraschini?”. Eppure, proprio mentre prende lezioni di guida dall’amico meccanico Ettore Angelici, il 15 ottobre 1908, in via Domodossola, il fattaccio.</strong> Gli compaiono davanti due ciclisti, “titubando come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradditori” e il futurista sterza bruscamente, precipitando, con qualche ammaccatura, nel canale. Da allora, il futurista si fa accompagnare sempre da uno chauffeur. <strong>“Noi vogliamo inneggiare inneggiare all’uomo che tiene il volante” si legge, curiosamente, nel celebre <em>Manifesto del Futurismo</em>, ma l’uomo in questione è quindi l’autista, se vogliamo leggere alla lettera la sua vita.</strong> Il <em>Manifesto</em> appare in prima pagina su <em>Le Figaro </em>di Parigi, quello storico 20 febbraio 1909. Ma non è il solo giornale ad ospitare il Manifesto del futurista che dichiarò guerra al chiaro di luna, e non è il primo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Marinetti aveva inondato i giornali italiani – scrive Guerri – di volantini con il testo e sono state rintracciate, finora, otto edizioni a stampa precedenti <em>Le Figaro</em>: sulla <em>Gazzetta dell’Emilia</em>, su <em>Il Pungolo</em> di Napoli, sulla <em>Gazzetta di Mantova</em>, sull’<em>Arena</em> di Verona, sul <em>Piccolo</em> di Trieste, a Napoli su <em>Tavola rotonda</em>, poi sul <em>Giorno</em> di Roma”.</strong> I quotidiani locali accolgono il progetto futurista con “il coraggio, l’audacia, la ribellione”, mettendo, in prima pagina, un articolo dalla potente carica esplosiva. Un articolo, in undici punti (tremila battute, spazi inclusi) destinato a “inventare” il giornalismo moderno, come ha scritto Pontus Hulten: <strong>“Marinetti ha inventato il giornalismo moderno. Ha capito che l’informazione precede gli avvenimenti. Quando ha pubblicato il Manifesto, il Futurismo non esisteva ancora”.</strong> Anche Marinetti, come molti scrittori, ha con sé un’arma carica, in punto di morte. Qualche mese prima di morire, Marinetti, che si è ormai trasferito a Como, vicino al Lario, riceve in dono una rivoltella da parte dell’ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka. Grazie all’amico nipponico sono stati salvati anche cinque grossi faldoni di documenti, manoscritti, lettere e inediti di Marinetti. Ancora una volta, l’ambasciatore giapponese interviene nella vita del futurista, invitandolo a trasferirsi in due stanze all’<em>Hotel Splendido</em>, l’attuale <em>Excelsior</em>, di Bellagio. La vita abbandona il futurista, ormai sconfitto, magro e malato, davanti ad un lago, quello di Como, luogo di passaggio più che mai in quell’istante, da un mondo all’altro, dall’Italia del nord ferita sotto i bombardamenti alleati. La <em>Caffeina d’Europa</em> si spegne allo Splendido di Bellagio, il 2 dicembre 1944, dietro i monti del lago di Como. E si chiude così il<em> Futurismo</em>, per Marinetti, quel gelido giorno d’inverno.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>“Le uniche cose che poesia e politica hanno in comune sono le lettere P e O”: Iosif Brodskij ottiene il Nobel, Seamus Heaney fa gli applausi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2019 07:47:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo un problema. Il mercato editoriale è sommerso di autobiografie professorali ma, in fondo, mancano giornali con firme autorevoli. La soluzione auspicata da Pangea dice questo: incominciamo a pubblicare poesie sulle prime pagine dei giornali. Se poi non vendono, meglio – vengono chiusi e ne apriamo altri interamente nuovi, con un pubblico del tutto diverso. Anni fa, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo un problema. Il mercato editoriale è sommerso di autobiografie professorali ma, in fondo, mancano giornali con firme autorevoli.</strong> La soluzione auspicata da <em>Pangea</em> dice questo: incominciamo a pubblicare poesie sulle prime pagine dei giornali. Se poi non vendono, meglio – vengono chiusi e ne apriamo altri interamente nuovi, con un pubblico del tutto diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anni fa, quando se ne andò il critico strutturalista Cesare Segre, fu ristampata da Einaudi la sua autobiografia <em>Per curiosità</em>. Segre accennava a qualche svolazzo erotico tra una conferenza e l’altra in giro per il mondo. Peccato che in Italia ci sia questo persistente pudore cattolico, mal calibrato, che tace sulle cose fondamentali. Come sanno i lettori di <em>Pangea</em>, i discorsi sull’Essere sono bellissimi, ma li facciamo dopo. Dopo aver visto come gli scrittori parlano di tutto. Di sesso nei libri. Di poesia e poeti sui giornali. L’azzardo è ugualmente grande, in entrambi i casi. E se non ci si spoglia delle (presunte perfezioni) non si va lontano. I miti si creano con le debolezze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione. Da noi non si parla di sentimenti perché non si sa parlare di cos’è il corpo, di cosa sa fare, come può sentire.</strong> Di conseguenza sulle prime pagine si lasciano scrivere i vegliardi che non capiscono una cippa neanche di panorami politici globali. Ma forse è meglio così, saranno dei retrogradi in termini di libertà sessuale questi soloni da prima pagina.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò. Suoniamo le trombe e le fanfare del passato. <strong>Sfogliamo il glorioso <em>NY Times </em>degli anni che furono. Tu guarda. Un poeta che spiega perché hanno dato il Nobel a un altro poeta. Correva l’anno 1987. Iosif Brodsky era il secondo più giovane scrittore a vincere nella storia del Nobel.</strong> (Quando gli dissero che aveva vinto era in una locanda a Londra, con una spia-scrittore, e fuori i giornalisti rompevano le palle).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nobel a Brodsky: i perché di un applauso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è stato un applauso a Stoccolma quando Brodsky ha ricevuto il Nobel per la Letteratura. Succede sempre (credo) in queste occasioni, sono lì per questo, ma questa esplosione di salve, in particolare, sembra sia stata più animata del solito, una cosa da partigiani. Non partigiani in senso politico, est-ovest, ma nella singolare personalità del neoconvertito, per il partito preso che alcuni poeti ispirano col loro modo di fare – <strong>giacché coi poeti il lettore è invitato costantemente a varcare la soglia</strong> che usualmente sta a delimitare lo spazio del lettore da quello del sostenitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Un dissidente? Ma allora si accosta alla volgarità mondana nel modo in cui erode il destino individuale e mescola tra loro le scelte, di per se stesse uniche. <strong>Un dissidente che porta l’attenzione a questa dizione compiaciuta: “Le uniche cose che poesia e politica hanno in comune sono le lettere P e O”, ha dichiarato Joseph quando l’ho intervistato a Dublino un paio di anni fa.</strong> Un tipo piantato per terra, impaziente e davvero riconoscibile, come tutti quelli che l’esilio condanna a vivere in modo frugale, arrabattandosi e, tutto sommato, in fondo, a vivere in solitudine. Qualche anno fa gli ho fatto visita nel suo appartamento a New York, e sentivo di accedere nel retrobottega mentale di uno che si fosse sospeso nello scorrere del tempo. Enciclopedie russe, libri impilati, fogli mescolati, tutto disposto senza disegno retrostante – per nulla uno spazio di lavoro. Eppure. Sentii di aver passato la prova quando nel mio attico a Dublino Joseph guardò il casino che c’era e disse con piacere slavo, un accento remotissimo: “Sta benissimo”.</p>
<figure id="attachment_65225" aria-describedby="caption-attachment-65225" style="width: 199px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-65225" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/brodsky-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/brodsky-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/brodsky.jpg 678w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /><figcaption id="caption-attachment-65225" class="wp-caption-text">Iosif Brodskij ottiene il Nobel per la letteratura nel 1987, a 47 anni. Insieme a Rudyard Kipling (Nobel a 41 anni) e ad Albert Camus (Nobel a 44 anni) è il Nobel per la letteratura più giovane di sempre</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se mai qualcuno si è meritato di essere menzionato da Joyce con un <em>kenning</em> inflessibile e onorevole, ebbene questi è Joseph Brodsky: è lui l’uomo-penna.</strong> E ancora. Se leggiamo il suo <em>Less than one</em> [tr. italiana <em>Fuga da Bisanzio</em>] con tutti suoi sottintesi, vediamo che maneggia benissimo la sua scia: devoto all’abilità artigiana dell’artista, è davvero l’ultimo che ti aspetteresti alla cerimonia col mazzetto di lillà. Nonostante ciò troviamo qualcosa di Wilde nel parlare fiorito di Brodsky, una cura per le cose non visibili al fine di aprire quanto risulta innegabile, mentre accoglie le posizioni che possono essere chiamate alla vita solo tramite l’arte e le sue domande. È lui che ha detto che si scrive per crescere tramite l’arte, ricordandoci perciò che anche il corollario è vero – il lettore legge per ragioni simili, per crescere. Quel che distingue uno scrittore dall’altro, di conseguenza, è la natura esatta della crescita che consente, e qui mi sembra che il drammaturgo anglo-irlandese e il poeta russo-ebraico condividano caratteristiche fondamentali di scrittura – nella combinazione di pennacchio stilistico e scazzottata intellettuale, nell’allergia che provano davanti alla noia, nello stravolgere i cliché e quando creano un <em>piano di cura</em>, come lo chiama Mr. Brodsky, quando vuole mantenere un certo tono espressivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è davvero strano, altri dettagli delle due biografie dell’irlandes ee del russo coincidono. Entrambi, Wilde e Brodsky, sono stati gettati in prigione e di conseguenza esiliati.</strong> Ma non si vuole travisare la nuova vita di Mr. Brodsky negli USA – è stato espulso dall&#8217;URSS nel 1972 ma non è stato degradato come Wilde a Parigi. Degrado postumo, aggiungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, Brodsky è stato guardato più come profeta che come <em>pariah</em>, sebbene si sia sforzato a mantenersi sullo sfondo. Quando gli si chiede del suo periodo nei campi di lavoro sovietici, parte col discorso consueto che dura un minuto, e più in generale evita di apparire come un rifugiato. Ma è sempre pronto a combattere a mezzo stampa, e ha fatto notare che un conto è il suo <em>Less than one </em>letterario, altra cosa la sua generica umanità piuttosto ordinaria – c’è dell&#8217;arroganza privata in quel <em>one</em>. È un fraintendimento che commettiamo spesso quando usiamo questa parola definitiva <em>one</em>. <strong>Perché ‘uno’ nasce scrittore invece di nascere alla consueta vita domestica. ‘Uno’ rifiuta le circostanze storiche perché vuole possedere e vantare una libertà e una singolarità sue.</strong> Mr. Brodsky ha un modo originale di ribadire la fede romantica e antica tesa a esaltare la diversità di ciascuna invenzione poetica, e indulge all’affronto sublime dove afferma che le vite dei poeti sono tutto sommato identiche tra loro – “i loro fatti si differenziano solo in virtù del suono”, delle loro vocali e sibilanti, delle metriche, delle rime e delle metafore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il metro di Mr. Brodsky e le sue vocali mi hanno risvegliato negli anni Settanta. Lo incontrai mentre arrivava nel Michigan da Mosca, e prima si era fermato un paio di giorni a Londra, era l’Internazionale di Poesia a Londra del 1972. Nel suo viso semplice trovavi qualcosa di misterioso che ti riportava in vita, era un uomo ben fatto in camicia rossa, nato un anno dopo di me ma era già stato segnato dalla storia, che lo aveva lanciato in orbita</strong>. Mesi dopo quell’incontro lo sentii leggere le sue poesie a un altro incontro poetico ad Amherst, e lì mistero ed energia sprizzarono da tutti i pori. Teneva una mano in tasca, si poggiava tutto sui tacchi, alzava lievemente il volto – come a prendere la mira – e dispiegava la voce. Una voce di grana spessa, dalle corde sottili, per uno strumento intonato al profondo. <strong>Sentivi lamento e tensione, turbolenza e coerenza. Non sono mai stato in presenza di un lettore così apertamente poeta al momento di leggere.</strong> E il segreto di questa sua completezza, lo capii dopo, era il dono che lui faceva – la sua vocazione originaria, ripresa giorno per giorno, in ogni minuto della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia diviene una regola, un abito, una disciplina per ogni apprendista, ma ci sono gradi di intensità nel seguire la regola. Di Joseph Brodsky, comunque, si poteva dire – come Osip Mandel’stam disse del suo vecchio maestro, il simbolista V.V. Oppius – che avesse stabilito relazioni personali non solo con la poesia russa ma con tutto il pantheon, classico e vernacolo, delle letterature europea e americana, “legami splenetici e amorosi colmi di nobili invidie, irrispettosi e offensivi, disonesti e dolorosi – come avviene tra i membri di una famiglia”. Naturalmente, questa relazione intima, faccia a faccia con i maestri mantiene il tono di cui sopra. <strong>Non solo perché Brodsky fu investito da Anna Achmatova, da Nadezda Mandel’stam e W. H. Auden, e perciò si è collocato in una successione filiale entro due grandi tradizioni poetiche. </strong>È anche uno scrittore che, mandando a mente quel che ama del passato, ha incorporato le domande e la mentalità di quelle letterature. Le conseguenze stilistiche della grande poesia si sentono dall’intonazione, da come è strenua e concentrata la vigilanza con la quale legge non solo i libri, ma il mondo. <strong>E lo si percepisce nei gesti risoluti, come quando a maggio si è dimesso dall’American Academy and Institute of Arts and Letters dopo che quell’istituto aveva fatto membro onorario Evgenij Evtushenko, poeta sovietico e (in via ufficiosa) ambasciatore culturale.</strong> Mr. Brodsky, deplorandone la selezione, ha detto “Averlo nell’accademia, per quanto rappresenti tutti i poeti russi, mi sembra inimmaginabile e scandaloso”. […] <strong>Ma andando avanti di questo passo si finisce con l’essere solenni. E Brodsky è troppo alternativo, non se lo meriterebbe un trattamento simile. Lui è piantato in terra, come ci hanno insegnato gli Acmeisti russi</strong> per riformulare le aspirazioni degli acchiappanuvole, dei Simbolisti. Le sue metafore rischiano di andare avanti e lontano. I suoi aforismi, con la compulsione a deliziare e stordire, fanno l’effetto di saltare e rimbalzare, ma l’elemento che rimane nella sua scrittura è sempre governato da un sentimento laconico, pane al pane, vino al vino. […] Ma per poesia di Mr Brodsky, scritta in russo e rivelata tra i primi ai grandi lettori russi e pure ai loro grandi contemporanei, il processo di traduzione è a ben guardare più problematico e resistente. Qui un evento – il poema russo – deve essere re-inventato altrimenti diviene, per citare Robert Lowell, la registrazione di un avvenimento. Nel passato la re-invenzione è stata ottenuta da poeti nativi inglesi i quali lavoravano – e davvero il verbo non è esagerato – in collaborazione con l’autore, sebbene in una nota al suo <em>Parte del discorso </em>[tr. Adelphi], libro del 1980, Brodsky ci dice che in diversi casi si è preso la libertà di lavorare daccapo in alcune pagine “a costo di rendere il tutto più viscoso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In altre parole, come capita con poeti forti, Mr. Brodsky mette il comfort del lettore ben al di sotto delle necessita del poema, e poi vuole imporre all’inglese una stranezza e una densità immaginativa, tutto questo traducendosi lui dal russo.</strong> Trovi perciò un amore aperto per il verso inglese, al limite della possessività, ma la dinamo russa fornisce energia, e le metriche russe originali non saranno contraddette e l&#8217;orecchio inglese arriva all&#8217;elemento fonetico al tempo stesso animato e distorto. A volte ci si ribella d’istinto quando le nostre aspettative sono negate in termini di sintassi e di accenti (velleità). Oppure si va in panico e ci si chiede stupiti se non siamo stati portati via di corsa, mentre ci aspettavamo qualcosa di più ritmico. Altre volte ancora, il verso raggiunge quel consenso illimitato che solo l’arte aspira a ottenere. Solo l’arte lo consente. Ed è un trionfo:</p>
<p><em>Libertà è quando dimentichi come si sillaba il nome del tiranno</em><br />
<em>e la tua saliva alla bocca è più dolce delle torte arabe</em><br />
<em>e sebbene la tua testa è tutta piegata come il corno di un montone</em><br />
<em>nulla cola dal tuo occhio celeste.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’applauso a Stoccolma era tutto per questi motivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Seamus Heaney</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>Il testo di Seamus Heaney è stato pubblicato sul New York Times l’8 novembre 1987 con il titolo “Brodsky&#8217;s Nobel: What the Applause Was About”</em></p>
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		<title>Simon Armitage: “Non basta essere una brava persona e fare il giurato ai premi per diventare Poeta Laureato”</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 05:29:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dati di fatto. In UK la massima onorificenza assegnata a un letterato è la carica di ‘Poet Laureate’. In Italia, i premi che vanno per la maggiore – Strega, Campiello – vanno ai romanzieri, anche se l’Italia è – è noto – terra di modesti romanzieri </strong>– tolto Manzoni e tolto Verga – e di grandi poeti. Avete ragione, certo. In UK vanno di moda, da sempre, le parrucche, i club, le medaglie e gli allori. E pure i poeti. Eppure, appunto, un fatto è un fatto: in UK il poeta è tenuto in giusto pregio, la poesia si legge, i poeti – autorevolmente, bislaccamente, causticamente, grottescamente – sono nel centro dell’agone e dell’agorà, hanno un ‘ruolo’ – che poi può essere sputtanato.<strong> In Italia, dove la poesia moderna è nata – con Petrarca – e dove è nato il concetto di ‘poeta laureato’ – lo fu Petrarca – il poeta conta soltanto nei circoli festivi dei poeti di provincia, e l’alloro lo usa per insaporire la zuppa coi ceci, non gli è concesso altro. </strong>I poeti, in Italia, sono fuori dalle scuole, fuori dai giornali che contano, fuori dalle università e dalle case editrici, fuori dai premi che premiano grosso, fuori dai canoni e fuori legge. Che figo, dirà il culturista della controcultura. Per nulla, rispondo. <strong>I poeti, in Italia, sono talmente fuori che fanno girare le palle, sonoramente, da quanto son diventati patetici: per un verso – arpeggiano manco fossimo in bucolico Ottocento – o per l’altro – fanno finta di averlo duro, ma la virilità linguistica non si raggiunge per difetto di aggettivi bensì per eccesso di genio</strong> – per non dire l’altro ancora – le masse di poeti ‘normodotati’ che canticchiano la vita ‘normale’ con pose cantautorali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio di retroguardia culturale. I ‘poeti laureati’ inglesi. Si presume siano la quintessenza della poesia inglese. In Italia, a parte due poeti e mezzo (William Wordsworth, Ted Hughes e Alfred Tennyson, quest’ultimo noto ai sopraffini), chi li conosce, chi li traduce, chi li pubblica?</strong> Per dire solo del Novecento: mai letti Robert Bridges, John Masefield, Cecil Day-Lewis – il padre di Daniel, l’attore – John Betjeman? Appunto. Gli ultimi due ‘poeti laureati’, poi, sono editorialmente disintegrati, mi riferisco a Andrew Motion (incarico risolto dal 1999 al 2009) e a Carol Ann Duffy (tradotta dai piccoli, speciali, almeno, Crocetti e Le Lettere), che indosserà la corona poetica fino al maggio del 2019. La cosa non è grave dal punto di vista meramente lirico ma ‘sociale’: questi poeti, infatti, intervengono a pieno titolo – e spesso a gamba tesa – nella vita ‘politica’ occidentale, scrivendo, agendo, movimentando. E noi? Stiamo a guardare, ignari e ignoranti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64668 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg" alt="armitage " width="123" height="192" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-768x1197.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-1320x2058.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2.jpg 1642w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Il prossimo ‘poeta laureato’ dovrebbe essere <a href="https://www.simonarmitage.com/biography/" target="_blank" rel="noopener">Simon Armitage</a>. Giovane il giusto – classe 1963 – ha ottenuto i premi giusti</strong> – nel 1999 è stato nominato ‘Millennium Poet’, l’anno scorso ha vinto il Pen America Award, qualche giorno fa gli hanno affibbiato il ‘Queen’s Gold Medal for Poetry’, andato, tra gli altri, a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves, Derek Walcott, di fatto il gradino preliminare alla ‘laurea’ – e dal 2015 siede sulla prelibatissima cattedra di poesia all’Università di Oxford. <strong>Simon Armitage è un grande poeta perché come i grandi poeti alterna una lingua scanzonata, gergale, bruta, a una nitidezza classica, sta tra melma e stelle e quando Mondadori, nel 2001, pubblicò una raccolta delle sue <em>Poesie</em>, per noi poetini con la cerbottana fu una festa, una fiera.</strong> Va detto che da allora, editorialmente, in direzione contraria al crescente successo pubblico – e alla crescita lirica – di Armitage, in Italia, s’è visto poco. Guanda, sia benedetta, ha pubblicato nel 2015 <em>In cerca di vite già perse </em>e nel 2011 il lavoro di Armitage dentro l’epos medioevale (<em>Sir Gawain e il cavaliere verde</em>; ma Armitage ha lavorato pure scavando l’<em>Odissea </em>e il mito di Artù). Per un autore che ha pubblicato una ventina di raccolte poetiche (le ultime: <em>The Unaccompanied </em>per Faber, l’anno scorso; <em>Flit</em>, quest’anno, esito di una residenza allo Yorkshire Sculpture Park) e un’altra ventina di libri, compresi un paio di romanzi, quasi nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è caro, Simon Armitage, è chiaro. Mi è caro anche per una questione di affetti, per così dire. Su <em>Il Riformista </em>– il quotidiano fondato da Antonio Polito un’era giornalistica fa – <strong>Flavio Santi, scrivendo l’articolo più ispirato e corretto riguardo all’opera di Simone Cattaneo (ancora vivo), capì tutto, “Cattaneo è il nostro Armitage</strong> (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…)”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, sì, volevo chiudere l’articolo proponendo un analogo del ‘Poet Laureate’ anche per l’Italia – insomma, riproponiamo ciò che fu nostro, che ci appartiene – ma poi… Questo non è un Paese perduto, è un Paese di perdenti, che pensano che il poeta sia perso, che la poesia sia inutile quando è la sola cosa che ci resta da fare, la poesia. </strong>Oltre al ‘poeta laureato’ ci vuole – come in UK – il sistema editoriale che pubblica la poesia, i lettori di poesia, i poeti nelle accademie – per davvero – a schiantare l’accademismo, i poeti nei tiggì, i poeti invitati in Parlamento per far capire al resto dell’assemblea che cosa è l’uomo, cosa è la vita, cosa l’economia. Quindi, sì, io sono contento se Armitage diventa ‘Poet Laureate’ per una piccola cosa, insignificante, forse, ma decisiva per me. <strong>Se Armitage diventa ‘laureato’ lo sarà, con lui, anche il mio amico Simone.</strong> Nel frattempo, ho tradotto per voi il proclama di Armitage pubblicato un mese fa. Titolo: cos’è il ‘Poet Laureate’ secondo me. Direi, un buon discorso di insediamento. D’altronde, un poeta che afferma, con solare potenza, che i poeti del futuro saranno migliori di questi, di oggi, se adeguatamente promossi, è un vero poeta, non è uno che dorme sugli allori del proprio ego. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il linguaggio è la nostra invenzione più grande. </strong>Come strumento per comprendere noi stessi e il mondo, niente gli è pari. La poesia è il linguaggio più profondo, la poesia è la nostra conquista più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, la ‘laurea’ è il più alto onore e onere per la poesia e il ‘laureato’ dovrebbe essere il guardiano di questi ideali. L’alloro dovrebbe essere assegnato a un poeta riconoscibile e autorevole, un poeta ammirato dai poeti e dal pubblico, <strong>un poeta allo stesso tempo esperto ed entusiasta</strong>, un poeta che è un eccellente interprete nell’arte di cui sarà campione e ambasciatore. Nessun altro lo sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere un poeta predisposto all’ascolto più che alla chiacchiera, alla lettura più che alla scrittura, che pensi al lavoro degli altri poeti più di quanto essi facciano tra loro, che conosca e che si interessi profondamente dei poeti del passato, perché ce ne sono molti e molti sono migliori di noi<strong>. Se ti metti in testa la corona di alloro e non hai letto tutto <em>Beowulf </em>o l’<em>Iliade </em>o non sai chi ha scritto <em>Lycidas </em>o non sei in grado di recitare una poesia di Saffo o di Emily Dickinson, o non conosci neanche una poesia di Derek Walcott, beh, non sei degno di quel ruolo.</strong> Sarai imbarazzato alla prima intervista. La maggior parte della migliore poesia mai scritta è disponibile per tutti per questo non leggerla – anche soltanto per criticarla – è imperdonabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La ‘laurea’ pretende esperienza e dignità. <strong>Non dobbiamo nominare il sindaco del Paese dei Balocchi o la mascotte delle nostre aspirazioni quotidiane. O qualcuno che ha pubblicato quattro libri, ha il seggio in cinque commissioni, è giudice in sei premi ed è una brava persona</strong>, o qualcuno che è un amministratore nel negozio dei valori contemporanei, e in secondo (o in terzo) luogo un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vuoi concorrere, devi essere in grado di valicare la tastiera e di scendere dalla torre d’avorio, lasciare i tomi polverosi, la soffitta illuminata dal sole, l’aula degli anziani, e prepararti ad andare nelle scuole, nelle prigioni, nelle comunità, negli ospizi. Probabilmente devi avere almeno trent’anni. Dovrai felicemente andare nei teatri, nei festival e nei locali notturni a vedere e ad ascoltare la poesia che viene declamata e rappresentata. E dovresti avere in mente un progetto a lungo termine, come il Poetry Archive di Andrew Motion o il premio per le nuove opere di Carol Ann Duffy. <strong>E dovresti pensare a come incoraggiare e promuovere i poeti del futuro </strong>– perché ci saranno, saranno più di noi, saranno migliori di noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simon Armitage</em></strong></p>
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		<title>Rileggiamo Aleksandr Kuprin, il Jack London russo, amico dei clown (in questa storia ci sono: lo zar, Rasputin, la Rivoluzione, Charlie Chaplin, lo spionaggio giapponese e il Signor Treves…)</title>
		<link>https://www.pangea.news/rileggiamo-aleksandr-kuprin-il-jack-london-russo-amico-dei-clown-in-questa-storia-ci-sono-lo-zar-rasputin-la-rivoluzione-charlie-chaplin-lo-spionaggio-giapponese-e-il-signor-treves/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 06 Oct 2018 04:47:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questa storia c’è Odessa, c’è Rasputin, c’è il clown più famoso di ogni tempo, c’è Charlot, c’è la cupa ascia della Storia e c’è uno scrittore ingiustamente dimenticato. * La fonte della storia è un libro, sobriamente rilegato in rosso. ‘Nuova Amena Treves’, 1931. In catalogo risultano Prévost, Maupassant, Turgenev, Pierre Louys. Il libro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In<strong> questa storia c’è Odessa, c’è Rasputin, c’è il clown più famoso di ogni tempo</strong>, c’è Charlot, c’è la cupa ascia della Storia e c’è uno scrittore ingiustamente dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fonte della storia è un libro, sobriamente rilegato in rosso. ‘Nuova Amena Treves’, 1931.</strong> In catalogo risultano Prévost, Maupassant, Turgenev, Pierre Louys. Il libro promette una scelta di <em>Racconti russi </em>– tradotti da Maria Rakowska – di Aleksandr Kuprin, italianizzato ‘Alessandro Cuprin’. Parto con l’intro: “…ha lavorato anch’egli, sulle orme dei grandi predecessori, a preparare l’ambiente storico di una rivoluzione politica, dalla quale, spaventato e impoverito, ha poscia dovuto cercare scampo nella fuga”. <strong>Kuprin muore nel 1938, ottant’anni fa: tra gli anni Venti e Trenta è stato tra gli autori russi enormemente pubblicati in Italia</strong>; nel 1944 Garzanti riprende i <em>Racconti russi</em>, nel 1999 l’editore romano Voland pubblica i <em>Racconti di mare</em>, nel 1991 Tranchida ripubblica <em>Il braccialetto di granati</em>, che è il più raffinato tra i racconti di Kuprin, mentre Rizzoli, nel 1989 pubblica <em>La fossa</em>, il romanzo ambientato in un bordello (traduce Ettore Lo Gatto, che lo descrive così, “L’amore del particolare descrittivo e della quotidianità dell’avvenimento sono, assieme con una calda simpatia per i personaggi meschini e volgari, le note caratteristiche dell’arte di Kuprin”). Ciò che incuriosisce è che Kuprin pensava di diventare “il Jack London russo”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63258 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-225x300.jpg" alt="Kuprin" width="166" height="220" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75.jpg 576w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />“Dalla metà d’agosto, prima della nuova luna, il tempo si era fatto improvvisamente bruttissimo, come capita spesso sulla costa nord del Mar Nero. Per alcuni giorni di seguito ora si distendeva sul mare e sulla terra un denso velo di nebbia e la sirena del faro urlava continuamente di giorno e di notte come un toro infuriato; ora cadeva senza tregua dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina una fittissima pioggia autunnale, che trasformava le vie di quel terreno argilloso in una melma densa, nella quale affondavano pericolosamente vetture e carri”: questo è l’incipit de <em>Il braccialetto di granati </em>che già dà il senso della qualità ‘pittorica’ di Kuprin – ricorda molto Ivan Bunin – anche se, di norma, la sua è una scrittura rapida, a descrivere scene schiette, spesso crude. <strong>Ad ogni modo, Kuprin, figlio di una principessa tatara, avviato alla carriera da soldato, che abbandonò per la via della scrittura, è il tipico russo emigrato a Parigi.</strong> Quando capì che andava a morire, decise di tornare nell’allora Leningrado, per respirare le ultime folate di Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1907, a Odessa, Aleksandr Kuprin amava frequentare il circo. Dopo gli spettacoli, da vero nobile, invitava gli artisti a cena. Una sera, mangia, ride, beve, si appisola. Gli artisti si dileguano. Al suo fianco resta ‘Giacomino’, il milanese Giacomo Cireni, il re dei clown, che da allora sarà suo amico assoluto. Cosa ci fa ‘Giacomino’ in Russia? Fin da bimbo nel circo, ‘Giacomino’ perfeziona l’arte a Parigi, dal 1903 è al Circo Imperiale di Pietroburgo, che è diretto dall’italiano Scipione Ciniselli. <strong>In Russia ‘Giacomino’ ha un successo unico: è invitato dallo zar Nicola II al Palazzo d’Inverno per far sorridere il figlio Alessio, lì conosce Rasputin. Kuprin ha istoriato per il clown una targa, che campeggia sulla porta del suo camerino: </strong>“Chi ha un volto che sprizza allegria? Chi ha il coraggio dell’acrobata? Il clown Giacomino, mio compagno e mio amico”. In alcune fotografie lo scrittore realista parla al clown, che ha una faccia che sembra svanire da un momento all’altro, in un turbine di api.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si abbatte, la Rivoluzione non ha pietà per i clown, d’altronde, c’è poco da ridere.</strong> A Giacomino vengono confiscati i beni, ma un permesso di Lenin gli consente di partire per il Giappone dove, segretamente, consegna dei documenti dello zar all’ambasciatore italiano a Tokyo. <strong>Dal Giappone, atterra negli Usa dove, a Hollywood, nel 1918, aiuta Charlie Chaplin a perfezionare l’arte della clownerie. </strong>Nel 1920, infine, il ritorno in Italia, dove Giacomino lavorerà e morirà, nel 1956. Kuprin non si dimenticherà mai di lui, come testimoniano le lettere che si sono scambiati, lo scrittore e il clown.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63259 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-209x300.jpg" alt="Kuprin" width="143" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-600x863.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin.jpg 1000w" sizes="(max-width: 143px) 100vw, 143px" />Nel 1907, l’anno in cui conosce Giacomino, Kuprin stampa <em>L’elefante</em>, un racconto per l’infanzia, ora diventato un piccolo classico (e riproposto in questa forma, due anni fa, <a href="https://www.topipittori.it/it/catalogo/lelefante" target="_blank" rel="noopener">da Topipittori)</a>. “Ora vive da esule a Parigi”, ricorda la nota della mia edizione Treves, “ma <strong>si narra che abbia esercitato i più umili mestieri, non solo di pescatore, cacciatore, agricoltore, per suo diletto e per desiderio di utili cognizioni attinte direttamente nella realtà, ma perfino di scaricatore di navi e di cantante in un coro,</strong> per guadagnarsi il pane nei giorni più duri della sua vita”. Kuprin pare, davvero, in sintonia con London: raccontare la realtà frequentandola, con dettagli veritieri e impeto possente. Un brano di un suo racconto tra i più noti, <em>La spia</em>, è emblematico: “‘…tutto è in potere di Dio, senza Dio non si fa un passo. La guerra non è ancora finita. Tutto può accadere. Il soldato russo è abituato a vincere… Iddio ha la Russia sotto la sua protezione, non vi pare?’. Egli parlava e gli angoli della sua bocca sussultavano in sorrisi strani, rabbiosi, inumani, e i suoi occhi scuri, sotto le sopracciglia nere, scintillavano di una luce gialla minacciosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non sappiamo chi possa non riconoscere che il Kuprin è veramente un poeta”, chiosa il baldo Treves.</strong> Il problema, oggi, è ben altro: altro che riconoscerlo, ma chi lo conosce più, Kuprin? (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rileggiamo-aleksandr-kuprin-il-jack-london-russo-amico-dei-clown-in-questa-storia-ci-sono-lo-zar-rasputin-la-rivoluzione-charlie-chaplin-lo-spionaggio-giapponese-e-il-signor-treves/">Rileggiamo Aleksandr Kuprin, il Jack London russo, amico dei clown (in questa storia ci sono: lo zar, Rasputin, la Rivoluzione, Charlie Chaplin, lo spionaggio giapponese e il Signor Treves…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Octavio Paz, il poeta-mago morto 20 anni fa, era controllato dalla polizia segreta (ma… importa agli italiani?)</title>
		<link>https://www.pangea.news/octavio-paz-il-poeta-mago-morto-20-anni-fa-era-controllato-dalla-polizia-segreta-ma-importa-agli-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2018 04:27:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’incrocio di due anniversari importanti e una rivelazione agghiacciante mi paiono una concreta ‘notizia’. Ma forse non è così. * Gli anniversari che s’intramano sono funerei entrambi. Il primo più del secondo. Il secondo è la morte di Octavio Paz, il 20 aprile del 1998, vent’anni fa. Octavio Paz è riconosciuto – faccio ripetere alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’incrocio di due anniversari importanti e una rivelazione agghiacciante</strong> mi paiono una concreta ‘notizia’. Ma forse non è così.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anniversari che s’intramano sono funerei entrambi. Il primo più del secondo. Il secondo è <strong>la morte di Octavio Paz, il 20 aprile del 1998, vent’anni fa. Octavio Paz è riconosciuto – faccio ripetere alla Treccani per evitare facili tautologie – “tra i maggiori intellettuali messicani e dell’America latina”</strong>, tanto che “si affermò come un innovatore del costume letterario e delle concezioni culturali”. In modo stringato: è tra i sommi poeti latinoamericani, tra i grandi teorici dell’arte poetica, tutti meriti sanciti – felicemente, una volta tanto – dal Nobel per la letteratura cascatogli in mano nel 1990. Il primo anniversario, plumbeo, è il cosiddetto ‘massacro di Tlatelolco’ accaduto il 2 ottobre 1968: il governo messicano, guidato monoliticamente dal PRI (Partido Revolucionario Institucional), spara contro una massa di studenti pacificamente ribelli, ne fa fuori un centinaio. Tra i feriti, c’è Oriana Fallaci, che <a href="http://www.oriana-fallaci.com/numero-42-1968/articolo.html" target="_blank" rel="noopener">all’<em>Europeo </em>racconta ‘in presa diretta’</a>, la vergogna di quanto accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63234 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/paz-ventocardinale19905547a6d03992f_300h-189x300.jpeg" alt="Paz" width="131" height="208" />Octavio Paz, nel 1968, è già tra i massimi poeti del suo tempo: trent’anni prima – nel 1937, esattamente – in Spagna, al secondo ‘Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura’, ascolta André Malraux e Tristan Tzara, incontra Hemingway e Auden, chiacchiera con Neruda e diventa amico di Rafael Alberti.</strong> Nel 1943 studia negli Stati Uniti, conosce William Carlos Williams e Robert Frost, impara l’arte. Un certa violenza mistica meridiana si fonde in Octavio Paz a un linguaggio d’avanguardia, da sentinella sugli abissi: nel 1956 pubblica un saggio lirico determinante, <em>L’arco e la lira</em>, mentre nel 1967 edita l’opera lirica più estrema, <em>Blanco</em>, dove la lettura si fa esperienza totale (così la descrive Franco Mogni: “una scatola di cartone, su uno dei lati un rettangolo nero con dentro un rettangolo giallo con dentro un rettangolo nero, sull’altro lato un rettangolo bianco con dentro un rettangolo giallo con dentro un rettangolo bianco, e quindi il lungo pieghevole con la sua diversità di caratteri e colori: leggere equivale entrare in un flusso misterico e anche chiudere, piegare una sezione per aprire/aprirsi a una nuova diramazione in un gioco di oltre venti associazioni”). Viaggiatore culturale instancabile, attratto dall’Oriente, dal 1962 Paz è ambasciatore del suo Paese, il Messico, in India. Ed è lì che gli anniversari si incrociano. Leggendo del massacro di Tlatelolco, Paz si fa da parte, abbandona il ruolo all’ambasciata. La lettera del 4 ottobre 1968, pubblicata nel tomo curato da Ángel Gilberto Adame, <em>Octavio Paz en 1968: el año axial </em>(Taurus, 2018), è definitiva: <strong>“Sono in assoluto disaccordo con i metodi usati per risolvere (in verità: reprimere) le domande e i problemi che i nostri giovani hanno portato in piazza.</strong> Non si tratta di una rivoluzione sociale, benché molti dei nostri dirigenti siano rivoluzionari radicali, ma di realizzare una riforma del nostro sistema politico”. Qualche giorno dopo il massacro, si aprono, a Città del Messico, i Giochi olimpici: “Questa Olimpiade non è limpida, è gialla, è nera, visto che una nazione intera ne ha vergogna”, dirà il poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La rivelazione, pubblicata su <em>El Pais </em>a firma di Luis Pablo Beauregard e di David Marcial Pérez con il titolo <a href="https://elpais.com/cultura/2018/10/01/actualidad/1538422420_043537.html" target="_blank" rel="noopener"><em>As</em><em>í espiaba la polic</em><em>ía del PRI a Octavio Paz</em></a>, è che, appunto, Paz, un poeta, era controllato dai servizi segreti del suo paese. Diverse istituzioni nordamericane (la Northwestern University e il Centre for Research Libraries) e messicane hanno cominciato a digitalizzare i fascicoli della Dirección Federal de Seguridad, l’agenzia di intelligence del PRI, che ha operato fino al 1985. <strong>Da lì scopriamo che la prima notizia dei servizi riguardante Paz è datata 1939 – atteggiamenti antifranchisti in un bar di Città del Messico – e si intensifica, va da sé, dopo che Paz lascia l’incarico governativo nel 1968, dandosi all’insegnamento negli Stati Uniti, per poi tornare in Messico nel 1971.</strong> Nonostante Paz non sia affatto un animatore poltico, è seguito costantemente dalla polizia segreta, che prende appunti durante le sue conferenze pubbliche – proprio nel 1971, ad esempio, una nota segnala: “parlò dell’esistenza di un dio che ha creato l’uomo per l’uomo, del bene e del male che gli esseri procurano a causa del loro egoismo”, e riguardo alla poesia letta agli astanti sottolinea che “non presentava commenti politici o attacchi all’attuale governo”. Un faldone degli anni Settanta fa il sunto della vita privata di Paz, delle donne amate, dei soldi percepiti come ambasciatore a Nuova Delhi (“nel 1962 il suo stipendio era di 8.383 pesos”): negli anni Ottanta l’attività di spionaggio nei suoi confronti si ammorbidisce, ma “il suo dossier resta aperto, passando da una centrale investigativa all’altra, fino all’anno della morte, nel 1998”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63235 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/arco-lira-paz-199x300.jpeg" alt="Paz" width="132" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/arco-lira-paz-199x300.jpeg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/arco-lira-paz.jpeg 500w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Il Messico come la Russia, come qualsiasi altro Paese: i poeti, in altri tempi – nei quali una poesia sapeva animare idee e commozioni comuni – erano un problema per l’affarismo politico, per la strategia dell’ignoranza. Anche in questo caso – come nei casi di <a href="http://www.pangea.news/amate-il-vostro-essere-piu-di-voi-stessi-ecco-perche-osip-mandelstam-e-il-poeta-fondamentale-dialogo-con-gianfranco-lauretano/" target="_blank" rel="noopener">Mandel’stam</a> e di Iosif Brodskij, i di <a href="http://www.pangea.news/visar-zhiti-lultimo-poeta-arrestato-dal-regime-comunista-piaceva-tanto-eco/" target="_blank" rel="noopener">Visar Zhiti</a> in Albania, di <a href="http://www.pangea.news/intervista-oscar-hahn-poeta-bandito-dal-regime-pinochet-raymond-carver-disse-non-avrebbe-carriera/" target="_blank" rel="noopener">Oscar Hahn</a> in Cile – <strong>si colpisce o si spia un poeta che si impegna unicamente in ciò che sa fare, creare una forma bella.</strong> Come se la bellezza fosse per sua natura ostile al potere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Octavio Paz, il poeta immenso, spiato dalla polizia segreta. Pensavo fosse una ‘notizia’. Forse in Italia non lo è.</strong> Mi accorgo, infatti, che a vent’anni dalla sua morte, di Paz, in libreria, a parte sporadiche cose (<em>Anch’io sono scrittura. L’autobiografia</em>, Sur 2014; <em>La duplice fiamma</em>, Se 2015; che vi sfido a trovare…), c’è nulla. Pare – <a href="http://www.pangea.news/macondo-intervista-ilide-carmignani-la-voce-garcia-marquez-roberto-bolano/" target="_blank" rel="noopener">me lo accennava Ilide Carmignani</a> – che Mondadori partorirà un ‘Meridiano’ dedicato. Era ora. Ma non basta più, ora, in un Paese che marcia a ‘reddito di cittadinanza’, perché i ‘Meridiani’ sono per chi se li può permettere. La bellissima raccolta negli Oscar Mondadori, <em>Vento cardinale e altre poesie </em>(1999), a cura di Franco Mogni, non c’è più. Davvero, un mondo pare tramontato per sempre: che nostalgia quando i poliziotti prendevano appunti, in borghese, durante le lezioni tenute dai grandi poeti – magari, v’immaginate, qualche delatore s’è convertito in poeta… (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pubblichiamo una selezione di frasi da “L’arco e la lira” (Il Melangolo, 1991) e da “Vento cardinale e altre poesie” (Mondadori, 1999), in omaggio a Octavio Paz e al suo carattere poetico. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’operazione poetica non è diversa dall’esorcismo, dall’incantesimo e da altri procedimenti magici. E l’attitudine del poeta è molto simile a quella del mago… Ogni operazione magica richiede una forza interiore, conquistata attraverso un penoso sforzo di purificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il sogno, il delirio, l’ipnosi e altri stati di rilassamento della coscienza favoriscono lo scaturire delle frasi. La corrente sembra non aver fine: una frase ci porta a un’altra. Trascinati dal fiume delle immagini, sfioriamo le sponde del puro esistere e indoviniamo uno stato di unità, di finale riunione con il nostro essere e con l’essere del mondo. Incapace di opporre argini alla marea, la coscienza vacilla. E all’improvviso tutto sfocia in un’immagine finale. Un muro ci sbarra la strada: ritorniamo al silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Religione e poesia tendono a realizzare una volta per tutte e per sempre questa possibilità dell’essere che siamo e che costituisce il nostro particolare modo di essere; entrambi sono tentativi di abbracciare quella “alterità” che Machado chiamava “l’essenziale eterogeneità dell’essere”. L’esperienza poetica, come quella religiosa, è un salto mortale… Poesia e religione sono una rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia di una sola sillaba non è meno complessa della <em>Divina commedia </em>o del <em>Paradiso perduto. </em>Il <em>Sutra Satasahasrika</em> espone la dottrina in centomila strofe, il <em>Sutra Eksaksari </em>in una sillaba: <em>a. </em>Il suono di quella vocale concentra in sé tutto il linguaggio, tutte le significazioni e, simultaneamente, l’assenza finale di significazione del linguaggio e del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico, un altro testo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In mutamento perenne, la poesia non avanza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Aprire la poesia in cerca di <em>questo</em> e trovare <em>quello</em>, sempre un’altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poesia è lotta continua contro la significazione. Un linguaggio oltre il linguaggio o la distruzione del linguaggio mediante il linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Innamorato del silenzio, un poeta non può far altro che parlare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Octavio Paz</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Del mio prossimo m’interessa pochissimo, d’altronde, siamo un paese dall’identità liquefatta… Ad agosto comincerò a scrivere un libro. L’ultimo”: dialogo estivo con Giampiero Mughini</title>
		<link>https://www.pangea.news/del-mio-prossimo-minteressa-pochissimo-daltronde-siamo-un-paese-dallidentita-liquefatta-ad-agosto-comincero-a-scrivere-un-libro-lultimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 05:12:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rimbambito dalla bambagia estiva, vago tra i bagnanti per il gusto di affogare. Vacanza ha a che fare con il vacare, che in me suona simile a cacare, evacuare. Insomma, c’è sempre qualcuno – di solito, uno str***o – che vaga da un punto all’altro dell&#8217;immane intestino estivo, arriva alla vacanza con una faccia e ritorna [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/del-mio-prossimo-minteressa-pochissimo-daltronde-siamo-un-paese-dallidentita-liquefatta-ad-agosto-comincero-a-scrivere-un-libro-lultimo/">“Del mio prossimo m’interessa pochissimo, d’altronde, siamo un paese dall’identità liquefatta… Ad agosto comincerò a scrivere un libro. L’ultimo”: dialogo estivo con Giampiero Mughini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Rimbambito dalla bambagia estiva, vago tra i bagnanti per il gusto di affogare. <em>Vacanza</em> ha a che fare con il <em>vacare</em>, che in me suona simile a cacare, <em>evacuare. </em>Insomma, c’è sempre qualcuno – di solito, uno str***o – che vaga da un punto all’altro dell&#8217;immane intestino estivo, arriva alla vacanza con una faccia e ritorna con un&#8217;altra, genericamente più truce. <strong><em>Vacare</em>, poi, biologia etimologica, significa essere vuoti: solo i vuoti vanno in vacanza, a evacuare le poche risorse di cui sono in possesso. Gli altri, pieni di sé, o fuggono – cercando la fuga da sé, va da sé – o viaggiano – cioè, si arrischiano a cambiar vita.</strong> Altrimenti, sostano, sostenuti dalla propria petulante personalità. Insomma: abitando un luogo atto a far vacanza e senza altra storia che la propria gloria alberghiera, misuro la differenza tra la nebbia che dilaga come un gas per Riccione d’inverno e il chiasso estivo, che s’abbarbica la notte alle finestre come un geco. <strong>Si sa, si passa il tempo a osservare gli altri per darsi ragione della propria mostruosità – il romanziere, in effetti, lo insegna Tolstoj, non guarda gli altri, gli bastano gli innumerevoli altri, ignoti, che ha dentro di sé.</strong> Per farla breve. A mo’ di consolazione dall&#8217;afrore vacanziero, scrivo a Giampiero Mughini. Rispondimi ad alcune domande, ti prego, così ne faccio un editoriale da solleone. In verità, il fatto che Mughini non debba dimostrare nulla ad alcuno – ha l’età che rende rimbambiti i cretini da una vita o fa re, intoccati saggi –, che sia adornato di un vispo cinismo e che viva sull’intrepidezza della propria intelligenza, lo rende il mio interlocutore ideale. Le domande, per la cronaca, sono queste:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Che fa Mughini d’estate? Si rinchiude nell’igloo della propria biblioteca, frequenta il bunker del proprio ego, si ristora tra le masse turistiche in località affollatissime? Insomma, che fai? Ovvero: lettura ‘mughinesca’ del rito italico della vacanza estiva. Pochi aggettivi ben calibrati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*D’estate, che si fa? Si legge, si scopa, si ozia, si penetra in una frustrazione analoga a quella della vita cittadina? Tu, cosa leggi? Cosa dici che dobbiamo leggere sotto l’ombrellone o in cima ai monti?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è questo testo, di dolce spietatezza. (d.b.)</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Per me l’estate non è una stagione che arrovescia quel che sono il resto dell’anno. Niente affatto. Non cambia la mia testa, non modifico le mie scelte di pensiero e di sensibilità. <strong>Quanto al frequentare assiduamente “il bunker del mio ego”, anche quello lo faccio tutto l’anno ed è quello che mi rende una brava persona: uno che mantiene la parola data, che non colpisce l’avversario alle spalle, che consegna in tempo il proprio lavoro, che restituisce al tempo pattuito il denaro eventualmente chiesto in prestito, che preferisce non leggere un libro che non gli piace anziché strombazzarne tutto il male possibile.</strong> Mi piace il mare e per questo derogo a uno dei miei principi: non andare mai nei luoghi in cui ci sono più di 5-6 persone. Sì, non sono uno che ha in grande considerazione il suo prossimo, e del resto credo oggi sia difficile per un italiano avere grande considerazione del proprio prossimo. <strong>Siamo un Paese la cui identità si sta liquefacendo. E del resto basta vedere chi sono gli uomini e le donne che hanno avuto il massimo del consenso elettorale un paio di mesi fa. Qualcuno di voi, glielo avessero pronosticato, ci avrebbe creduto?</strong> Io non credo. E dunque d’estate non faccio nulla che non faccia il resto dell’anno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trovo un po’ ripugnante il verbo &#8220;scopare&#8221;, un verbo che non ho mai adoperato nel mio parlare quotidiano. E comunque un verbo che alla mia età cade inevitabilmente in disuso, e comunque che non dipende certo dai gradi di temperatura.</strong> Sto pochissimo sotto l’ombrellone e in quel caso leggo i giornali quotidiani, gli stessi cinque che leggo d’inverno: <em>Repubblica</em>, <em>Corriere</em>, <em>la Stampa</em>, <em>il Foglio</em>, <em>il Fatto</em>. Se <em>Pangea</em> fosse fatta di carta, immancabilmente la comprerei o mi abbonerei.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa estate mi porterò appresso quattro o cinque libri: <strong>il libro di un ex ambasciatore israeliano sulla Guerra dei sei giorni vinta da Israele nel 1967, un racconto di Dostoevskij tradotto dalla grande Serena Vitale e appena pubblicato da Adelphi, </strong>il libro di Rosetta Loy dedicato a Cesare Garboli (era stato il suo grande amore), il libro di Sandra Petrignani sulla Ginzburg entrato nella cinquina finale dello Strega, un libro di Pierre Siniac, uno scrittore francese pressoché totalmente ignorato in Italia, uno che ha scritto solo libri “noir” e che è di certo uno dei più grandi scrittori francesi degli ultimi quarant’anni. <strong>Il 9 agosto tornerò a Roma. Non so quello che mi aspetta. Non ho nessun rapporto o contratto di lavoro. Non so che cosa farò per campare.</strong> Ah sì, comincerò a lavorare a un nuovo libro, probabilmente l’ultimo della mia vita. Crepi il lupo.</p>
<p><em>Giampiero Mughini</em></p>
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		<title>Ci mancava l’ennesima, patetica orazione di fra’ Roberto Saviano. Lo scrittore feconda il futuro, è contro tutti e costruisce Roma sulle betulle</title>
		<link>https://www.pangea.news/ci-mancava-lennesima-patetica-orazione-di-fra-roberto-saviano-lo-scrittore-feconda-il-futuro-e-contro-tutti-e-costruisce-roma-sulle-betulle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jun 2018 11:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il bene non ha mai portato bene alla letteratura. Cos’è il bene, d’altronde? Quando sento parlare di bene, automaticamente, volto il corpo altrove. Il male nasce perché c’è qualcuno che si è convinto di fare il bene. C’è chi vuole fare il ‘bene degli Italiani’, chi il bene dei migranti – tutti mirano in fondo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ci-mancava-lennesima-patetica-orazione-di-fra-roberto-saviano-lo-scrittore-feconda-il-futuro-e-contro-tutti-e-costruisce-roma-sulle-betulle/">Ci mancava l’ennesima, patetica orazione di fra’ Roberto Saviano. Lo scrittore feconda il futuro, è contro tutti e costruisce Roma sulle betulle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il bene non ha mai portato bene alla letteratura. Cos’è il <em>bene</em>, d’altronde? <strong>Quando sento parlare di <em>bene</em>, automaticamente, volto il corpo altrove. Il male nasce perché c’è qualcuno che si è convinto di fare il bene.</strong> C’è chi vuole fare il ‘bene degli Italiani’, chi il bene dei migranti – tutti mirano in fondo al proprio, al proprio bene. <strong>In questa palude di beni privati e di privazione del bene primario, l’intelligenza, quando leggo uno scrittore che scrive, “L’Italia sta vivendo la sua ora più buia, preda di una destra xenofoba e di un partito populista disorganizzato”,</strong> mi domando se chi scrive sia uno scrittore o l’ennesimo scrivano prestato alla politica, con l’invidia di un ruolo ministeriale da Ambasciatore della Buona Morale. L’invettiva di Roberto Saviano <a href="http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/06/18/news/e-ora-di-ribellarci-a-chi-fonda-la-politica-sul-cinismo-l-attacco-di-roberto-saviano-1.323884" target="_blank" rel="noopener">pubblicata su <em>L’Espresso</em></a>, punta tutto sul registro patetico (“non si fa campagna elettorale sulla pelle delle persone, sulla pelle di 629 persone…”), <strong>per ottenere lo stesso effetto di chi dileggia – Salvini – cioè ottenere consensi, lettori, fan. La retorica del cinismo (i migranti sono brutti&amp;cattivi, i rom sono tutti sporchi&amp;ladroni) ha la sua equivalenza nella retorica del piagnisteo</strong> (poverini, chi vuol lasciare in balia dell’oceano tanti sfigati e tanti bimbi, quanto è bella la diversità). Risolto, risolutamente, in un narcisismo imbarazzante (“Io sono l’esempio vivente di cosa significhi essere del sud e occuparsi di sud: significa dare fastidio”, e giù applausi, ma cosa ne sa Saviano – <em>io</em> sono l’esempio vivente – di tanti cronisti che per aver svelato le stronzate di uno o più Sindaci locali hanno perso il ruolo giornalistico e il saluto dei vicini, senza profluvio di consensi pubblici?), <strong>Saviano ci impone la solita domanda: qual è il ruolo dello scrittore in questi tempi, scriteriati (come tutti i tempi dacché l’uomo è eretto)?</strong> Secondo Saviano la “stragrande maggioranza” dei “colleghi scrittori” – <em>colleghi</em>, <em>collegati</em>, già dà l’idea dell’idea burocratica, statalista, stalinista della scrittura secondo Saviano – “ha deciso che quello che accade in questo Paese non può avere effetti su di loro, sui loro scritti e che la letteratura non si può sporcare con dichiarazioni sul qui e ora”. Magari. Secondo me, infatti, i “colleghi scrittori” di Saviano si occupano troppo del <em>qui e ora</em>, e comunque pubblicano libri troppo brutti per essere veri, per essere letti. <strong>Il fatto, di fondo, è che il compito di uno scrittore, che non può prescindere dal <em>qui e ora, </em>non è esprimere un parere, l’ennesimo, sul <em>qui e ora.</em></strong> <strong>Gli scrittori, di solito – e Saviano ne è la testimonianza somma – hanno opinioni da bar sul <em>qui e ora.</em></strong> Che ca**o vuoi che dica uno scrittore sulla vicenda dell’Aquarius? L’ennesima minchioneria perché – e lo dico anche io, con tutto il cuore inscatolato nel pathos – chi vuole il male del prossimo?, non certo io. <strong>Sul <em>qui e ora </em>lo scrittore non ha voce in capitolo, perché la sua voce è quella, appunto, dello scrittore, mica dell’opinionista prezzolato. Lo scrittore scrive. Scrive storie. Che dal <em>qui e ora </em>fecondano il domani, creano l’assoluta profezia.</strong> L’ennesima declinazione dell’oggi, pur con sfarfallio retorico, è involuta puttaneria. La sconcezza dell’ovvio. Del <em>qui e ora </em>va detto il cuore, indicibile, la sovrana sporcizia, l’incapacità di gioire di fronte a un corpo primaverile e al cospetto del bastione di nuvole che bendano il cielo, la barbarica demenza di chi preferisce una ‘professione’ all’ammirare il cerchio giottesco del falco, a mezz’aria, eretto dallo scampanio della chiesa, a lato. <strong>Tutto ciò che dà sviluppo a una ‘professione’ a una ‘professionalità’, compreso il “lavorare sull’accoglienza e renderlo un settore virtuoso”, come vuole fra’ Saviano, è vizio del mercimonio, sistema delle merci, stipendio fisso.</strong> Roba che fa venire il vomito. Lo scrittore deve rivestirsi della gratuità, sottomesso alla propria personale grazia, e perforare il potere come una spada. Che questo potere prenda il volto barbone di Salvini, quello da faina di Di Maio o quello un po’ imbecille di Martina, è uguale. Lo scrittore non vuole bonus, non vuole patti. “Esprimere un parere significa schierarsi e spesso schierarsi significa non stare dalla parte della maggioranza e se non si sta dalla parte della maggioranza si perdono lettori e telespettatori”, scrive Saviano, con la tronfia sicurezza di un ministro – dimenticando la regola viziosa, l’unica: il fascino, per chi scrive, di stare con i perduti, di aiutare i caduti a rialzarsi per poi fargli lo sgambetto quando stanno sul trono. Palle, palle, palle. <strong>Lo scrittore può schierarsi solo per se stesso, re nel deserto del proprio talento, responsabile di ogni verbo, dimentico delle sue creazioni.</strong> Al caos si reagisce con la forma, realizzando l’opera indimenticabile – benché suffragata dal dileggio – benedetta dal bello, che è più sano del buono. Dissanguando l’uomo dal malvagio, dedicandosi alla spietatezza – verso di sé, soprattutto. Quanto al resto, lo sappiamo. Non basta dirottare una barca o fare la ‘voce grossa’. I continenti scalpitano. Agli occhi del resto del mondo l’Europa è un corpo di bue agonizzante. Qualcuno ha assestato i primi morsi. Il pasto cominci. Ricostruiremo Roma e Atene sulla cima delle betulle. (d.b.)</p>
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		<title>I missili di Mr. Trump “lo sconsiderato” in Siria sono un sms a Putin. E accelerano l’intervento – drammatico – della Cina. Ecco perché a chi gioca a Risiko dei bambini siriani che muoiono importa nulla</title>
		<link>https://www.pangea.news/i-missili-di-mr-trump-lo-sconsiderato-in-siria-sono-un-sms-a-putin-e-accelerano-lintervento-drammatico-della-cina-ecco-perche-a-chi-gioca-a-risiko-dei/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2018 08:32:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scia del missile che fende la notte siriana sembra la stella cometa. I tre re Magi, però, non sono quelli dell’oleografia natalizia. Uno è un settantenne dalla parrucca improbabile che si è sposato una bambola gonfiabile slovena; l’altro è una racchia con un nome falsamente primaverile, May, maggio; il terzo è il toy boy [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La scia del missile che fende la notte siriana sembra la stella cometa. I tre re Magi, però, non sono quelli dell’oleografia natalizia. <strong>Uno è un settantenne dalla parrucca improbabile che si è sposato una bambola gonfiabile slovena; l’altro è una racchia con un nome falsamente primaverile, <em>May</em>, maggio; il terzo è il toy boy di una maestrina assatanata</strong>, sorride come una baguette e sbatte i tacchetti perché vuole mettere i denti di latte sulla Siria, brioches un tempo francofona. La parola magica che ha scatenato l’attacco in Siria mutilerebbe le palle di Nostradamus. ‘Armi chimiche’. Ricordate? La sceneggiata si svolgeva sempre in Medio Oriente, un po’ più in là. In Iraq. Al posto di Assad c’era Saddam – nome assonante – ma le ‘armi chimiche’ non c’erano, chissà dov’erano, la <em>fake</em> era necessaria a detronizzare il cattivo. Ora. I giornali rigurgitano commenti di analisti, geostrateghi, opinionisti. <strong>La realtà dei fatti è più brutale di chi gioca a Risiko in una redazione con sedili in pelle e umani incravattati. Dei bambini che muoiono in Siria martoriati dalle armi chimiche, francamente, frega un cavolo a nessuno. I morti, come si sa, dacché sono morti, servono per fare altri morti. </strong>Soprattutto: alcuni morti sono più importanti di altri, per l’uso che se ne può fare. Alcuni morti sono oro, giustificano la guerra; altri sono pappa per vermi e stop, <em>mors tua</em> cazzi miei. Per capire il resto non serve Machiavelli: il trio Usa-UK-Francia spara missili in Siria come fossero sms a Putin. <strong>Se poi, per caso, cade Assad – le recenti detronizzazioni di Saddam e di Gheddafi dovrebbero aver insegnato che l’area musulmana non è il Sudamerica – c’è trippa per tutti</strong>, la Siria ha bei siti archeologici, tanti spazi edificabili e un tot di petrolio. Ora. M’interessa capire cosa dicono i giornali anglofoni – di solito meglio attrezzati giornalisticamente – sul tema. Ewen MacAskill,<a href="https://www.theguardian.com/world/2018/apr/14/trumps-attack-on-syria-is-not-without-risk-but-its-not-world-war-three" target="_blank" rel="noopener"> via <em>Guardian</em></a>, alterna banalità cerchiobottiste (“L’attacco di Trump alla Siria non è privo di rischi – ma non è la terza guerra mondiale”), a numeri interessanti. Intanto. <strong>Stati Uniti batte Russia 20 a 1. “Nonostante la retorica, la forza militare russa è ben lontana dai tempi dell’Unione Sovietica… Gli Usa spendono circa 550 miliardi di dollari l’anno in difesa, mentre la Russia nel spende quasi 70. </strong>Basti un dato: la Russia ha solo una vecchia portaerei, gli Stati Uniti ne hanno 20”. Va bene, ma bombardare – come è stato fatto, dopo una telefonata agli amici russi – i ‘giacimenti’ di armi chimiche non è un poco pericoloso? Pare di no. “Gli esperti britannici di armi chimiche dicono che il rischio di dispersione è minimo, e che comunque le armi chimiche sarebbero fatte esplodere prima di lasciarle disperdere”. Il rischio, ad ogni modo, c’è. Gli analisti americani parlano un po’ più chiaro. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/trumps-strikes-on-syria-risk-retaliation-escalation-in-a-war-he-wants-to-avoid/2018/04/13/5f1059fc-3f7a-11e8-912d-16c9e9b37800_story.html?utm_term=.88a5ddc28f76" target="_blank" rel="noopener">Paul Sonne sul <em>The Washington Post </em></a>è consapevole che un raid-confetto come quello di questa notte è una ‘sveltina’ quasi inutile. <strong>“Robert Ford, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, ha detto che l’azione militare dissuaderebbe Assad dall’uso di armi chimiche solo se reiterata, solo se si verificassero altri attacchi”. </strong>Il <a href="https://www.nytimes.com/2018/04/13/opinion/donald-trump-syria-military.html?action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=opinion-c-col-left-region&amp;region=opinion-c-col-left-region&amp;WT.nav=opinion-c-col-left-region" target="_blank" rel="noopener"><em>The New York Times</em>, invece</a>, mette il dito in una questione sonoramente politica. Negli Usa, diversamente da quanto prevede la Costituzione (“i poteri di guerra sono divisi tra Congresso e Presidente”), il Congresso conta bellicamente quanto un becco. Ciò significa larga libertà per il Presidente di giocare alla guerra con i suoi consiglieri. <strong>“Il Presidente Barack Obama e ora Mr. Trump hanno ordinato almeno 37 volte attacchi contro lo Stato Islamico e altri gruppi militari in 14 paesi, compresi Yemen, Filippine, Kenya, Eritrea, Niger.</strong> Ciò permette al Congresso guidato dai Repubblicani di evitare il dibattito pubblico e di non prendersi la responsabilità per l’invio di uomini e donne americani in battaglia”. Soprattutto, <strong>“questo dà mano libera al volubile e sconsiderato Mr. Trump, che potrebbe essere ancora più pericoloso se dovesse ingaggiare una guerra contro Iran o Corea del Nord”. </strong>Più articolato – e drastico – <a href="https://blogs.spectator.co.uk/2018/04/bombing-syria-would-be-a-grave-mistake/" target="_blank" rel="noopener">l’articolo di Dominic Green pubblicato sullo <em>Spectator</em></a> (“Bombardare la Siria è un grave errore”). Intanto, Green mette il dito nella piaga militare di Francia e UK, i leccapiedi di Trump. <strong>“La Russia ha una sola portaerei? Beh, è più di quello che possiede la Gran Bretagna. L’avventura libica del 2011 ha provato come Gran Bretagna e Francia non possano fare nulla senza l’apporto degli americani”.</strong> La seguente analisi, a lunga gittata, acceca. “Se agiamo come vuole Putin, bombarderemo la Siria. A quel punto, l’architettura di sicurezza costruita dopo la Seconda guerra mondiale sarà distrutta. L’esito potrebbe accelerare l’arrivo della Cina come potenza militare globale, a un ritmo che non sapremo gestire. <strong>La mappa muta, il Medio Oriente sta esplodente, l’Occidente non ha una strategia regionale. Non è questo il momento di bombardare la Siria. Difficile da riconoscerlo, ma è così. Se facciamo gesti spericolati, incapaci di sostenerli, la lezione sarà molto amara”. </strong>Capito? Trump fa il gradasso a Risiko, Putin ride sotto i bicipiti – ormai ha un red carpet davanti, può fare ciò che gli pare, è giustificato dallo yankee – e la Cina, una tirannica immensità, aguzza gli artigli. <strong>L’Occidente tramonta nella propria stupidità. Di fronte ai missili che lampeggiano come stelle comete, però, più che gli opinionisti o gli strateghi biblici, servono i poeti.</strong> Di fronte a parole babeliche brandite come claim, come loghi pubblicitari (Donald Trump che cinguetta: Assad è un “Gas Killing Animal”), serve l’abisso del verso lirico. Il poeta ci fa capire che l’innocenza è perduta, che il male alligna ovunque, che solo i malvagi agiscono ‘a fin di bene’, che le battaglie da combattere sono quelle perdute, e che comunque se si vuole difendere qualcosa non basta un tweet, bisogna proteggere l’amato facendogli scudo con il nostro corpo. Le guerre viste in tivù come una partita di calcio sono l’orrore. (d.b.)</p>
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		<title>Da Pallone d’Oro a Presidente della Liberia: intervista a George Weah. “Roberto Baggio mi ripeteva che ‘è tutto un magna magna’”</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 10:57:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lunedì 22 gennaio 2018. George Weah, 51 anni, ex calciatore, ha giurato come Presidente della Liberia. Gli ho inviato un messaggio di congratulazioni. Mi ha risposto. Il nostro è un rapporto sincero, leale, di collaborazione umanitaria che parte da lontano. Da quando era arrivato al Milan dove ha giocato dal 1995 al gennaio 2000 mettendo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lunedì 22 gennaio 2018. George Weah, 51 anni, ex calciatore, ha giurato come Presidente della Liberia. Gli ho inviato un messaggio di congratulazioni. Mi ha risposto. Il nostro è un rapporto sincero, leale, di collaborazione umanitaria che parte da lontano. <strong>Da quando era arrivato al Milan dove ha giocato dal 1995 al gennaio 2000 mettendo a segno 58 gol in 147 partite, vincendo due scudetti e un Pallone d’Oro (primo giocatore africano a vincerlo). Non sono mai stato un cronista sportivo né un tifoso rossonero sfegatato. Ma Weah al Milan faceva notizia.</strong> Così l’avevo intervistato.</p>
<figure id="attachment_59776" aria-describedby="caption-attachment-59776" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59776" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/George-Weah-300x200.jpg" alt="George Weah" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/George-Weah-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/George-Weah.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59776" class="wp-caption-text">George Weah oggi. Dal calcio alla presidenza della Liberia</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">E dopo i soliti convenevoli sulle tattiche, i dribbling e le trasferte Weah (che per i giornali era diventato Re Leone o King George o Big George o Giorgino) aveva cominciato a parlare dei problemi della sua Liberia e di come risolvere la povertà dei bambini. Davanti al mio stupore mi aveva spiegato «quando sono in campo mi concentro sulla partita. Quando esco dallo stadio non guardo i programmi di calcio e non leggo i giornali sportivi ma mi occupo dei problemi della mia terra. Lo sport è uno strumento per aiutare il mio popolo». Ci accomunava, e tutt’ora ci accomuna, la collaborazione con Unicef anche se in ruoli diversi (lui è testimonial e ambasciatore). E sempre per Unicef, da quel momento siamo rimasti in contatto, anche solo al telefono o via mail o attraverso skype. L’ultima volta l’ho incontrato a Bruxelles. Era settembre dello scorso anno e Weah era in piena campagna elettorale. Che ha vinto. E poi, come ho detto, le congratulazioni per la conquista della Presidenza e uno scambio di commenti e sensazioni sul suo futuro. Perciò questa non è una semplice intervista. È una specie di raccolta di confidenze private, battute spiritose, frasi che l’hanno reso famoso, ricordi divertenti ma anche l’analisi obiettiva di sconfitte politiche e di rivincite orgogliose, speranze deluse e sogni dissolti prima dell’alba ma poi risognati per realizzarne almeno uno. Che finalmente si è concretizzato. E Weah ce l’ha raccontato. In esclusiva. Sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partendo dal calcio è diventato Presidente. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal calcio si imparano molte cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche dai colleghi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto italiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per esempio?                </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando giocavamo insieme nel Milan Roberto Baggio mi ripeteva che «è tutto un magna magna».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se l’è ricordato?         </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho messo la lotta alla corruzione al primo punto del mio programma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E la libertà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Liberia deriva dal latino <em>liber</em>. La libertà è alla base del mio programma politico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baggio raccontava che in  albergo lei dormiva sul pavimento. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un modo per ricordare a me stesso le mie origini. Da dove sono partito. Da una bidonville di Monrovia.</p>
<p><strong>Prima del calciatore aveva fatto altri mestieri? </strong></p>
<p>Centralinista alla <em>Liberia Telecommunications Corporation</em>.</p>
<p><strong>Sempre Baggio diceva che lei a tavola sceglieva sempre il riso. </strong></p>
<p>Un altro modo per ricordare che nel mio villaggio mangiavamo solo una manciata di riso.</p>
<p><strong>È importante non montarsi la testa? </strong></p>
<p>Fondamentale. Lo facevo da calciatore famoso, a maggior ragione da Presidente.</p>
<p><strong>Però sa anche scherzare sulle sue origini. </strong></p>
<p>L’umorismo e la voglia di sorridere non devono mai mancare.</p>
<p><strong>Servono anche a sdrammatizzare il razzismo dilagante? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non l’ho mai avvertito in Italia. Almeno, non con me.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baggio è famoso anche per la sua fede buddhista, lei invece è un musulmano convertito. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia famiglia, specialmente mia nonna paterna che mi ha cresciuto, era cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come  mai ha cambiato maglietta? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dio è grande e buono, comunque lo si chiami. Ma credo che quella musulmana sia la religione giusta per me.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti   ricordano quando pregava anche in mezzo al campo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prego cinque volte al giorno. Anche per strada, anche quando giocavo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche come  Presidente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto di più. Ne ho bisogno. La responsabilità è enorme. Ma so che Dio mi è vicino. E mi aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di partita, è vero che ha inserito nel protocollo d’investitura presidenziale una partitella di calcio? </strong></p>
<p>Il calcio unisce. Quando eravamo in guerra, l’unica cosa che univa la gente era il pallone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi rientra nei festeggiamenti nazionali? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Weah All Stars</em> contro <em>Armed Force Liberia</em>, l’esercito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maglietta numero 9 e fascia da capitano? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fascia da capitano ma maglietta numero 14.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ha segnato?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo dei due gol che ci hanno permesso di vincere 2 a 1.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà istituzionalizzata la partitella di fine settimana? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo. È stata una delle ultime volte che mi avete visto giocare a calcio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partita anche diplomatica con il calcio d’inizio dell’ambasciatrice statunitense. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’appoggio statunitense è stato fondamentale. Barack Obama ci ha aiutato nella crisi dell’Ebola e non solo.</p>
<p><strong>E con Trump? </strong></p>
<p>Il fatto che abbia definito <em>shitholes</em> i Paesi africani non ci fa stare tranquilli.</p>
<p><strong>Una prospettiva che rende ancora più difficile il suo ruolo. </strong></p>
<p>So di avere gli occhi puntati addosso. Sento lo scetticismo di molti.</p>
<p><strong>Di chi?</strong></p>
<p>Di chi pensa che un ex calciatore non possa essere un buon Presidente.</p>
<p><strong>Forse  perché tutti  conoscono il suo curriculum sportivo, pochi quello accademico. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scuola media al Congresso musulmano, scuola superiore alla <em>Wells Hairston High School</em>, laurea in Arte e Amministrazione sportiva alla <em>Parkwood University </em>di Londra, dottorato onorario in Umanità dal <em>A.M.E. Zion University College </em>della Liberia, master in Pubblica Amministrazione e business management alla <em>DeVry University </em>in Florida.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Basta così! Forse manca la preparazione politica…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei sei anni del mio mandato dimostrerò il mio valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dicono che lei non  sappia parlare in pubblico con proprietà di linguaggio politico ed economico. </strong></p>
<p>Parlo di progetti e di cose concrete.</p>
<p><strong>Le rinfacciano che in tre anni al Senato non abbia brillato. </strong></p>
<p>Brilla l’amore che ho per la mia gente.</p>
<p><strong>Che cosa ha promesso?</strong></p>
<p>Più strade e nuovi posti di lavoro.</p>
<p><strong>Ci sono cartelli per le strade che le ricordano di mantenere le promesse. </strong></p>
<p>Lo so. Il Governo precedente ha promesso e non ha mantenuto.</p>
<p><strong>Perché lei sarà diverso?    </strong></p>
<p>So di che cosa ha bisogno la mia gente. Non dimentico mai da dove arrivo.</p>
<p><strong>Ce la farà? </strong></p>
<p>Ce la dobbiamo fare. Le aspettative delle persone mi danno la carica giusta.</p>
<p><strong>Troppo ottimista? </strong></p>
<p>I giovani mi hanno votato perché sperano di cambiare la propria vita come ho fatto io.</p>
<p><strong>Non tutti nascono Weah. </strong></p>
<p>Tutti però possono provarci.</p>
<p><strong><em>Liberian dream</em>? </strong></p>
<p>Il mio compito è di dare ai giovani un sogno.</p>
<p><strong>I sogni sono desideri? </strong></p>
<p>Voglio provare a dare ai giovani l’opportunità che ho avuto io.</p>
<p><em>Claudio Pollastri</em></p>
<p><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(L’intervista di Claudio Pollastri, pubblicata parzialmente per gentile concessione, si può leggere nel numero 684 di “Studi Cattolici”, febbraio 2018; info: www.ares.mi.it)</em></p>
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		<title>“D’Annunzio non è mai stato fascista… era come Picasso”: in Francia la biografia definitiva del Vate. Intervista a Maurizio Serra</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2018 06:31:00 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francia-la-biografia-definitiva-dannunzio-80-anni-non/">“D’Annunzio non è mai stato fascista… era come Picasso”: in Francia la biografia definitiva del Vate. Intervista a Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Marzo 2018. L’aggettivo per adornare il mese – e fuggire dalla calca elettorale – è <em>dannunziano. </em>Il primo marzo, infatti, sono squillati gli 80 anni dalla morte di Gabriele D’Annunzio. Il 12 marzo è l’anniversario della nascita: ‘il Vate’ è nato a Pescara, 155 anni fa, olè. <strong>Marzo <em>dannunziano</em>, insomma. Chi s’immagina grandi feste per uno dei poeti più importanti del secolo, che fu uno nessuno e centomila, tra i rarissimi artisti italiani pienamente ‘internazionali’ del Novecento, vive in un bignè di illusioni.</strong> In un corsivo piuttosto anonimo pubblicato su <em>l’Espresso</em>, evocando le gesta del ‘papi’ (“andò a Fiume con lui e spesso, quand’ero giovane, mi raccontava di quella spedizione nazionalista e comunque ribelle alla politica giolittiana dell’epoca”), Eugenio Scalfari riassume l’esito letterario di D’Annunzio così: “Certo la sua poesia non è quella di Montale o di Quasimodo, i suoi racconti non sono quelli di Moravia, forse in certi casi sono stati anche migliori, il <em>Piacere</em> per esempio è meglio degli <em>Indifferenti</em>”. Per lo meno, si cede, al ‘Vate’, l’onore delle armi, il premio estetico di consolazione. A dire il vero, la poesia di D’Annunzio giganteggia su quella di Quasimodo – e Montale non esisterebbe senza l’ingombrante predecessore. Poco importa. Tanto i liceali a mala pena sanno sillabare il cognome del grande Gabriele. Vengo al punto. Al di là di eventi sporadici (il <em>D’Annunzio segreto </em>scritto da Angelo Crespi per Edoardo Sylos Labini, ad esempio, che però è in scena da un paio d’anni) e della costante attività proposta dalla <a href="http://www.vittoriale.it/" target="_blank" rel="noopener">Fondazione il Vittoriale degli Italiani</a>, non è che la cultura italiota ci abbia stupito con effetti speciali per onorare l’anniversario. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-59714 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro-194x300.jpeg" alt="D'Annunzio libro" width="194" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro-194x300.jpeg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro.jpeg 311w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /><strong>Il paradosso, intanto, è che la biografia definitiva su D’Annunzio è uscita in Francia, per l’editore Grasset. Oltre 700 pagine di studio</strong>, sotto il titolo <a href="https://www.grasset.fr/dannunzio-le-magnifique-9782246806622" target="_blank" rel="noopener"><em>D’Annunzio le Magnifique</em></a> (Grasset 2018, euro 30), con scheda editoriale audace: <strong>“Gabriele D’Annunzio fu lo scrittore-personaggio più imitato del suo tempo.</strong> Henry James, Shaw, Stefan George, Heinrich e Thomas Mann, Karl Kraus, Hofmannsthal, Kipling, Musil, Joyce, Lawrence, Pound, Hemingway, Brecht, Borges e tutti i francesi – da Remy de Gourmont a Cocteau, Morand Yourcenar – tre generazioni di intellettuali lo hanno letto, studiato, copiato”. <strong>A compilare l’opera, l’Ambasciatore Maurizio Enrico Serra, Rappresentante Permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, insigne studioso di cose letterarie</strong>, che con il volume dedicato a D’Annunzio termina la personale ‘trilogia italiana’ pensata per Grasset. “Con Grasset il rapporto è nato qualche anno fa. Mi contattarono per scrivere una biografia su Malaparte. Da tempo avevo in mente un lavoro su D’Annunzio. In mezzo, tra due personalità così spiccate, abbiamo scelto di raccontare Italo Svevo”. La biografia di Svevo, <em>ou l’antivie</em>, fu pubblica nel 2013; il Malaparte (<em>vies et légendes</em>) fu un sonoro successo. Il libro ottenne il Goncourt per la biografia nel 2011, è stato tradotto nel 2012 per Marsilio, “adesso è disponibile anche in serbo-croato e in tedesco”. Contatto l’Ambasciatore nel suo studio, a Ginevra, per una chiacchierata dannunziana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Cosa porta di nuovo il suo studio alla storia della cultura letteraria italiana? Cosa ha scoperto di ‘inedito’, quale sguardo nuovo ci offre sulla personalità tempestosa del Vate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“In generale, ho insistito sulla modernità del personaggio, che non è mai disgiunto dal poeta. Il poeta D’Annunzio è decisivo: ora riscoperto nelle università canadesi e americane, è stato ridotto a una sorta di caricatura in Francia. Si è trattato, perciò, di ristabilire la verità dei fatti. Il suo impegno nella Prima guerra è stato troppo spesso volgarizzato. <strong>Rispetto ad altri valorosi biografi, poi, ho dedicato una attenzione particolare agli anni del Vittoriale, che non sono certo un ‘ripiego’. </strong>Mi pare, invece, che l’ossessione tardivamente erotica di D’Annunzio, il suo essere volitivo, lo avvicina a Picasso, al Picasso degli ultimi anni. Non bisogna dimenticare che dal ’37 D’Annunzio mette in guardia Mussolini dall’avvicinarsi ad Adolf Hitler”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma… fu personaggio assoluto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“D’Annunzio viene da una provincia isolata per secoli, eppure fortemente vitale. Questo si vede in un uomo che è vissuto fino a 75 anni con una forza primigenia indiscutibile. <strong>Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il minotauro.</strong> La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”.</p>
<p><strong>Tra le fonti usate per il suo studio, qual è quella che l’ha colpita maggiormente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Le carte della famiglia Caproni, i costruttori di aerei. D’Annunzio, che pure non aveva una patente aereonautica, era estremamente propositivo: il suo entusiasmo vitale ne ha fatto un dilettante di raro intuito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Estetica ed azione, arte e politica: in D’Annunzio elementi che paiono contrastanti si fondono, sullo sfondo di un impeto poetico totale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il grande momento ‘pubblico’ di D’Annunzio, in questo senso, dura cinque o sei anni, dalla Prima guerra mondiale fino al ‘Natale di sangue’. L’esperienza di Fiume ne è chiaramente un culmine. <strong>Si è passati dal considerare Fiume una esperienza totalitaria, un po’ alla ‘bunker di Berlino’, al proporre una idea, altrettanto eccessiva, di Fiume libertaria, un prototipo del Sessantotto.</strong> Entrambe le concezioni sono radicali. A Fiume si condensa l’aspetto libertario come quello cesarista… lo racconta bene Giovanni Comisso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…dopo Fiume, il Fascismo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Negli anni tra il 1921 e il ’22, intorno a D’Annunzio si condensa un movimento alternativo al Fascismo. Mussolini anticipa la marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 perché una iniziativa analoga era pensata da D’Annunzio e dai suoi per il 4 novembre. D’Annunzio, va detto una volta per tutte, non è mai stato fascista, neanche alla fine, quando viene eletto Presidente dell’Accademia d’Italia. <strong>Fu legato da un rapporto competitivo prima e opportunistico poi con il fascismo, quando ormai aveva vinto ‘l’altra parte’</strong>, ma non fu mai, con cuore, ragione e sentimento, fascista”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ‘personaggio’ D’Annunzio influenzò stuoli di artisti, da André Malraux a Saint-Exupéry e Lawrence d’Arabia. In Italia chi ‘subì’ più di altri il carisma del Vate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Curzio Malaparte. Lo dico a ragion veduta, avendo studiato entrambi. <strong>Malaparte imita D’Annunzio, facendo le cose alla rovescia. Pensi a Villa Malaparte a Capri rispetto al Vittoriale, ad esempio: un luogo luminoso e vuoto, essenziale, quanto la dimora del ‘Vate’ è affollata di oggetti, sfarzosa, eccessiva. Villa Malaparte è davvero un ‘anti-Vittoriale’.</strong> Ma, bisogna dirlo, il D’Annunzio dandy bellicista ha fatto scuola, il ‘dannunzianesimo’ è stato il fenomeno di almeno una generazione, quella dei nati tra il 1914 e il ’20. Tra l’altro, non ho mai visto così tanti uomini piccoli e calvi, così tanti piccoli D’Annunzio come tra i nati in quel periodo…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Visto che il libro è scritto in francese, si sarà soffermato sul D’Annunzio ‘in francese’, quello del “martyre de Saint Sébastien”, per dire…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il francese di D’Annunzio è una lingua innaturale, inventata, tratta dai vocabolari, datata. Alcune sue pagine, però, quelle polemiche, la ‘Confessione dell’ingrato’, ad esempio, sono ancora coinvolgenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’inimitabile e imitatissimo D’Annunzio, però, gode di scarsa fama in Italia, così pare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A dire la verità, non penso. <strong>Durante gli ‘anni di piombo’ parlare di D’Annunzio era come nominare la Folgore…</strong> Ora direi che la situazione è cambiata, alcuni giovani scrittori tornano a certi stilemi dannunziani. D’altronde, sarebbe davvero ipocrita demonizzare D’Annunzio: nessun poeta italiano può evitare la lettura di <em>Alcyone</em>, uno dei grandi libri della nostra tradizione poetica”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha studiato D’Annunzio e Malaparte, Drieu La Rochelle e Malraux: forse è attratto dagli artisti estremi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Tutto risale ai miei interessi specifici, raccolti nella nozione de <em>L’esteta armato</em>, come s’intitola un mio libro di qualche anno fa. <strong>Non amo in particolare gli ‘estremi’, ma gli artisti che hanno vissuto le contraddizioni della letteratura nella Storia.</strong> Questo contraddittorio è estremamente affascinante per uno studioso e per uno storico della letteratura. I personaggi lineari di solito sono noiosi e secondari”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un ragazzo che abbia voglia di leggere D’Annunzio cosa consiglia, per non scoraggiarlo o farlo ‘girare a vuoto’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A un ragazzo italiano direi che l’ingresso principale è la poesia, il libro delle <em>Laudi</em>, l’essenza di D’Annunzio. A un lettore francese, invece, consiglio i primi romanzi di D’Annunzio, quelli tradotti sotto la sua supervisione, che sono ancora leggibili. La fase ultima di D’Annunzio è stata eccessivamente ‘dannunziarizzata’ dai traduttori d’Oltralpe, ed è lecito un lavoro di ripulitura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Quando leggeremo questo lavoro ‘monstre’ in Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non lo deve chiedere a me. Nel libro edito da Grasset ho privilegiato riferimenti noti al pubblico internazionale. Per l’Italia, dovrei aggiungere molti riferimenti specificamente italiani. Insomma, l’editore ha l’obbligo di investire una certa cifra&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, culliamo il paradosso. A 80 anni dalla morte, la biografia più poderosa di Gabriele D’Annunzio è stata scritta da un italiano. In francese. In Francia.</p>
<p>Davide Brullo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francia-la-biografia-definitiva-dannunzio-80-anni-non/">“D’Annunzio non è mai stato fascista… era come Picasso”: in Francia la biografia definitiva del Vate. Intervista a Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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