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	<title>Alessandra Angelucci Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 14 May 2022 16:20:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Riccardo Mauri sfiletta il corpo-universo degli adolescenti nel suo romanzo &#8220;Non fate arrabbiare Petra&#8221;. Intervista a tutto campo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2021 11:11:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Angelucci]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Mauri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Petra è il nome di un’adolescente che in questo mondo così competitivo, distratto e votato all’apparenza, percepisce di essere invisibile. Petra si sente come «la siepe di Leopardi», s’innamora del ragazzo sbagliato, viene bullizzata dagli amici, non si fida di nessuno, non si sente amata. Lei è la protagonista del romanzo Non fate arrabbiare Petra [&#8230;]</p>
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<p><em>Petra è il nome di un’adolescente che in questo mondo così competitivo, distratto e votato all’apparenza, percepisce di essere invisibile. Petra si sente come «la siepe di Leopardi», s’innamora del ragazzo sbagliato, viene bullizzata dagli amici, non si fida di nessuno, non si sente amata. </em><strong><em>Lei è la protagonista del romanzo </em><a href="https://www.paolinestore.it/shop/non-fate-arrabbiare-petra-18912.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Non fate arrabbiare Petra</a> <em>di Riccardo C. Mauri, autore e sceneggiatore per il web e la tv, edito da Paoline</em></strong><em>.</em></p>



<p><em>Petra è anche la ragazza che rivoluziona il suo modo di affrontare la vita e che nella disciplina sportiva del pugilato troverà nuove regole, nuove forme di autostima e affermazione sociale. Un romanzo per gli adolescenti di oggi che hanno voglia di mettersi in gioco e di capire perché sport e amicizia possono davvero salvarti la vita. Lo afferma anche Irma Testa, giovane campionessa di pugilato italiana, che firma la prefazione: «Osserva il ring e prova a immaginarti lì sopra, pronta a combattere». (<strong>Alessandra Angelucci</strong>)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="351" height="590" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/05/boxing-kids-ancient-greece.jpg" alt="" class="wp-image-85305" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/boxing-kids-ancient-greece.jpg 351w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/boxing-kids-ancient-greece-178x300.jpg 178w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></figure>



<p><strong><em>Una storia, quella che racconti, che ruota intorno alla figura di una giovane donna: chi è Petra?</em></strong></p>



<p>Petra è un’adolescente che fa esperienza di un sentimento di unicità che non trova un corrispettivo nel mondo che la circonda. Lei è unica e speciale ma ha la percezione che agli occhi del mondo sia invisibile. Questo crea in lei una forma di conflitto interiore, come spesso accade quando si è in adolescenza. Ma il suo nome dice molto. L’ho scelto perché rappresenta qualcosa di stabile, di solido, di duro, in contrasto con la sua fragilità e vulnerabilità.</p>



<p><strong><em>Fra le prime pagine può leggersi la descrizione della cameretta in cui la protagonista passa molte ore del suo tempo. Un luogo in cui potrebbero rispecchiarsi tutti gli adolescenti di oggi, da un anno a contatto soprattutto con questo spazio, a causa del Covid-19. Che cosa rappresenta?</em></strong></p>



<p>Quando ero adolescente io, ho vissuto la rivoluzione di Internet, ma non avevo gli strumenti tecnologici di cui i ragazzi ora dispongono. A quindici &#8211; sedici anni, la cameretta è il rifugio che si ha rispetto al mondo e alla famiglia. Il luogo che ti permette di non esserci e di decidere tu se vuoi esserci e quando, come e per chi. Questo accadeva quando non c’erano cellulari e social. Oggi invece, sei raggiungibile ovunque, anche all’interno della cameretta, che resta un luogo importante nell’adolescenza, in cui far germogliare, per tentativi, la propria personalità.</p>



<p><strong><em>Eppure la cameretta di Petra è vuota. Non ci sono poster, fotografie. Si può dire che per lei sia un luogo di protezione, prima del “volo” che poi farà?</em></strong></p>



<p>Sì. Un luogo di protezione ma anche di proiezione. Come se fosse lo schermo bianco del cinema: attraverso la sua immaginazione, Petra arricchisce la stanza con il suo mondo interiore. Da un lato soffre per il fatto di vivere in una stanza che non è abbellita come quelle dei suoi coetanei, dall’altro però è proprio il vuoto che permetterà alla sua fantasia di prendere forma.</p>



<p><strong><em>Il libro tocca temi sociali importanti: bullismo, cyberbullismo, violenza fra i ragazzi e le ragazze, anche nel mondo della scuola. Petra sente di essere esclusa e diventa anche oggetto di presa in giro nel gruppo WhatsApp “Sfigate X Sempre”. Come reagisce alle prese in giro e al disagio che ne consegue?</em></strong></p>



<p>Petra è una ragazza che trova una risorsa in quello che le succede. Riesce a reagire. Non tutti nella vita, per ragioni diverse, hanno la forza di risolvere o trovare soluzioni alle vessazioni subite. Petra ha carattere e grande forza di volontà, fa propri gli stimoli esterni che arrivano e li trasforma in qualcosa di positivo e di virtuoso.</p>



<p><strong><em>E lo fa trovando la sua collocazione nel mondo dello sport: il pugilato. Una donna che si avvicina a una disciplina che, nell’immaginario collettivo ricco di stereotipi, tende ad essere associata alla figura maschile.</em></strong></p>



<p>Siamo in un momento storico in cui c’è sensibilità su determinati temi e stiamo andando nella direzione della parità, anche nello sport. La boxe è una disciplina che è stata sempre considerata, anche con un po’ di pregiudizio, appannaggio dei maschi, perché mette in scena episodi di fisicità che è facile associare a un certo tipo di maschilità. Questo rappresenta un pregiudizio e probabilmente continuerà ad esserci. In Italia abbiamo tantissimi esempi di campionesse nel pugilato femminile. Penso a Irma Testa, che ha firmato la prefazione del libro: prima in Italia a partecipare a una Olimpiade. Negli ultimi anni, le palestre di pugilato sono molto frequentate dalle ragazze che cercano in questo sport non soltanto un’attività fisica ma anche un modo per superare determinate paure.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="417" height="626" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/05/9788831552462_0_0_626_75-1.jpg" alt="" class="wp-image-85313" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/9788831552462_0_0_626_75-1.jpg 417w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/9788831552462_0_0_626_75-1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 417px) 100vw, 417px" /></figure>



<p><strong><em>La boxe insegna regole di vita importanti. Quali?</em></strong></p>



<p>Nell’ambito dei valori, la boxe insegna il rispetto dell’avversario, testimoniato dall’abbraccio dei due contendenti alla fine di ogni incontro. Al gong finale gli atleti si stringono con rispetto, mentre poco prima si stavano menando. È un momento che trovo molto intenso, frutto della cultura del rispetto che questo sport mette in luce. Una delle regole fondanti è anche che sul ring è assolutamente vietato colpire una persona inerme, caduta a terra. Questa è una regola pratica che vale come regola di vita in generale. Penso ai brutti episodi di cronaca nera, anche recenti. Se venisse osservato questo principio anche nelle improvvise contese di strada, leggeremmo probabilmente meno brutte notizie sui giornali.</p>



<p><strong><em>“Combattere” consente a Petra di fare anche un salto metaforico importante: se nella vita si può rischiare di non esistere per qualcuno che ami, sul ring si esiste per se stessi e sei visto anche dagli altri. È così?</em></strong></p>



<p>Assolutamente. È un po’ come per Clark Kent, che entra nella cabina telefonica e ne esce da Superman. È un momento che consente di sentirsi come dei piccoli super eroi quotidiani. La differenza con i fumetti è che sul ring non sei un super eroe che salva il mondo, ma un super eroe che salva se stesso. E chi salva se stesso, salva anche il mondo.</p>



<p><strong><em>La protagonista lotta, combatte per la sua affermazione, reagisce alle prese in giro dei suoi compagni. Vuole qualcosa di più dalla vita che un semplice riconoscimento “social”. Petra insegna che si può essere persone e non personaggi.</em></strong></p>



<p>Credo che la comunicazione <em>social, </em>purtroppo, favorisca la formazione di una identità molto omologata e standardizzata. Per cui per essere riconosciuti come persone vincenti e sentirsi tali, bisogna avere determinate caratteristiche fisiche, seguire le tendenze. Le persone che per mancanza di volontà e attitudine non riescono a conformarsi a questi tipi di modelli, pagano un po’ il prezzo dell’invisibilità, come accade a Petra.</p>



<p><strong><em>Infatti Petra si confronta con Tommaso, Seb, Erika, Marghe: amici “visibilissimi” agli occhi della società. Belli, attivi, presenti sui canali social. Ma accade qualcosa di rivoluzionario: Petra compie azioni forti nei loro confronti, disarciona gli steccati costruiti intorno a loro e smaschera le loro vere identità.</em></strong></p>



<p>Petra, nei confronti degli altri personaggi della storia, suoi co-protagonisti, vive sempre delle situazioni che invertono lo stato iniziale. Con ciascuno di loro vive una situazione inziale da vittima che verrà poi ribaltata. In qualche modo rieduca i suoi pari, al fine di farsi rispettare. Erika, che è l’amica bellissima e desiderata, si scopre essere molto fragile. Seba si interessa a lei, ma lo fa male, esagerando e in maniera inopportuna. Sarà Petra a rimetterlo a posto. E poi Tommaso, il contraltare della protagonista: lui è visibilissimo, mentre Petra no. Tommaso pecca così tanto di <em>overconfindence</em> nei confronti di Petra e del mondo, che si dimostra alla fine per quello che è: un ragazzino pieno di paure.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="660" height="816" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/05/IMG_7616.jpg" alt="" class="wp-image-85303" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/IMG_7616.jpg 660w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/IMG_7616-243x300.jpg 243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/05/IMG_7616-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></figure>



<p><strong><em>Nell’intreccio della storia compaiono anche alcune ragazze che confidano di essere state umiliate dai propri coetanei, attraverso la divulgazione, nelle chat, di alcune foto rubate inconsapevolmente ad alcuni loro momenti di intimità. Il collegamento al problema del </em>revenge porn<em> è immediato.</em></strong></p>



<p>In alcuni casi e contesti particolari, le persone che si rendono responsabili di questi episodi di violenza non hanno gli strumenti per riconoscere il disvalore di quello che stanno facendo. È un problema di diseducazione che porta giovani, ma anche adulti, a piombare direttamente davanti alla gravità del gesto, solo una volta sanzionati secondo Legge. Fortunatamente negli ultimi anni le cose stanno cambiando, comincia ad affermarsi una sensibilità diversa. Spero che non si smetta mai di parlare di violenza, di <em>revenge porn</em>. Anzi, spero che le persone che si sono macchiate di simili reati possano diventare testimoni dei loro errori e del dolore che hanno creato a molti.</p>



<p><strong><em>Credo ci sia anche la volontà, in questo libro, di restituire una nuova dignità alla figura genitoriale, in un momento storico in cui la famiglia vive una evidente fragilità. C’è un padre disattento, almeno all’inizio, e una madre che abbandona. Per fortuna, poi, ci sono i ricordi che salvano, e per Petra “il suo primo ricordo è fatto di amore e vertigini”, collocato su un balcone, dentro un abbraccio materno. Ma non saranno proprio gli abbracci a mancare ai figli di oggi?</em></strong></p>



<p>Credo che gli abbracci manchino in generale a tutti, sempre. Recuperare una memoria fisica, tattile, con dimostrazioni di affetto credo sia necessario. Soprattutto in questo momento storico in cui abbracciare un amico o un genitore non è più una cosa scontata. Quando è difficile la comunicazione “a parole”, l’affetto arriva a risolvere, mettendo in luce sentimenti ed emozioni.</p>



<p><em><strong>La storia che racconti ruota intorno a stereotipi sociali. In questi giorni si parla molto dell’approvazione del DDL Zan contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo. Lei è a favore?</strong></em></p>



<p>Sì, senza dubbio. È necessario intervenire su alcuni temi sociali attraverso le Istituzioni e dare una forma legislativa chiara. Occorre superare la riflessione basata sulle opinioni, in questi casi, e formalizzare messaggi che chiariscano, nel rispetto dei diritti umani, che cosa è lecito dire e fare e cosa non lo è.</p>



<p><strong><em>Dal mondo autoriale televisivo, come quello de</em> Le Iene<em>, a quello editoriale. Cosa resta di questa ultima esperienza da scrittore?</em></strong></p>



<p>Scrivere di narrativa per bambini e adolescenti è un’attività che faccio con passione nel mio tempo libero e continuerò a fare, perché mi tiene connesso alle parti più infantili. Un processo sicuramente diverso dalla scrittura che faccio per mestiere in tv. Ci sono modi e tempi diversi.</p>
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		<title>“I matti non mentono/ i matti ci vedono/ i matti dicono sempre una verità” sui beati della “casa delle farfalle”</title>
		<link>https://www.pangea.news/beati-gli-inquieti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2021 07:45:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA["beati gli inquieti"]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Angelucci]]></category>
		<category><![CDATA[la casa delle farfalle]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Redaelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Beati. Potrebbe indugiare qui, il lettore. Chiudere gli occhi sul precipizio di una iniziale invocazione e riaprirli soltanto alla consegna di un preciso messaggio: “P+F=P”. È questa la formula rivoluzionaria, la nuova fisica che sposta ancora l’asse dei pianeti per riallineare le variabili sulla linea del tempo. Dire che sì, “presente più futuro uguale passato”, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Beati. Potrebbe indugiare qui, il lettore. Chiudere gli occhi sul precipizio di una iniziale invocazione e riaprirli soltanto alla consegna di un preciso messaggio: “P+F=P”. È questa la formula rivoluzionaria, la nuova fisica che sposta ancora l’asse dei pianeti per riallineare le variabili sulla linea del tempo. Dire che sì, “presente più futuro uguale passato”, perché è il futuro – con tutto quello che sarai, farai, scriverai – a dare senso a ciò che sei stato e hai fatto. Beati: virgola. <strong>Per continuare devi prima conoscere. Accettare che ormai il cambiamento è vicino. “P+F= P”. Ripetere la formula come una preghiera.&nbsp;</strong></p>



<p><a href="https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/beati-gli-inquieti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Stefano Redaelli con <em>Beati gli inquieti</em> (Neo edizioni) consegna un’opera che è un vero e proprio atto di fede, perché la voce è quella dei “matti”, la più autorevole in mezzo a tanti uomini di scienza che parlano e sanno perché sta scritto in terra.</a> <strong>La voce dei “matti”, invece, non ha bisogno di essere verificata, perché è altrove che sta il sigillo della sua veridicità: “Chi soffre non è misero. Gesù lo chiama beato”</strong>. Ed è da qui che germina <em>Beati gli inquieti</em>, dalla voce di chi vede il cielo arcobaleno, perché ha conosciuto il nero del centro della terra. Un libro che arriva a dirci che questo è il tempo delle domande, in mezzo a tanti che danno risposte.</p>



<p>E se avessimo davvero sbagliato tutto? Se la soluzione fosse tutta lì, nella spinta in avanti, sulla finestra del futuro atteso che determinerà la possibilità di ogni redenzione umana? Ciascuno di noi potrebbe essere Lazzaro senza saperlo, perché è davanti ai farisei che ci inginocchiamo per chiedere ancora spiegazioni e assoluzioni per i peccati commessi.</p>



<p>Lo scrittore Stefano Redaelli, professore di Letteratura Italiana presso la Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, consegna al lettore la formula – “P+F= P” – che potrà riscattare ogni essere umano giudicato, processato, vilipeso, abusato. Lo fa aprendo le porte della “Casa delle farfalle”, il luogo abitato dai reietti a cui l’autore dà corpo, braccia, testa, voce, anima. Angelo, Carlo, Simone, Marta, Cecilia. Nella “Casa delle farfalle” abitano loro, la follia e il deserto, poiché – come si legge – “follia e deserto hanno tre cose in comune: 1) l’abbandono, 2) la sconnessione, 3) lo spopolamento”. E questo le farfalle lo sanno.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/Copertina-BEATI-GLI-INQUIETI-Stefano-Redaelli-Neo-Edizioni_low-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83163" width="522" height="782" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Copertina-BEATI-GLI-INQUIETI-Stefano-Redaelli-Neo-Edizioni_low-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Copertina-BEATI-GLI-INQUIETI-Stefano-Redaelli-Neo-Edizioni_low-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Copertina-BEATI-GLI-INQUIETI-Stefano-Redaelli-Neo-Edizioni_low-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Copertina-BEATI-GLI-INQUIETI-Stefano-Redaelli-Neo-Edizioni_low.jpg 827w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /></figure>



<p>Chi può essere definita una creatura beata? Quale feritoia dell’umana esistenza bisogna attraversare, perché la libertà possa essere percepita come olio medicamentoso? <strong>Beati, beati, beati: un incedere anaforico che Stefano Redaelli sigilla già nel titolo del suo libro, invocando la carità che fu di San Francesco e la salvezza di chi è “senza quiete”, di chi è chiuso dentro una vita che si fa molteplice e scorticata dai muri del rifiuto.&nbsp;</strong></p>



<p>“Beati gli inquieti” poggia la narrazione su un atto rivoluzionario: la voce, una voce, le voci. Struttura narrativa degna delle più belle drammaturgie, dove al primo atto sei già certo di aver capito come andrà a finire. Ma sorriderai, quando vedrai chiudersi il sipario. Ripenserai a chi hai visto piantare poesie sottoterra e attendere la fioritura in parole, a chi ha truccato gli occhi con colori diversi, sapendo che la tristezza e la gioia sono riflessi di uno stesso specchio.&nbsp;</p>



<p>Siete pronti ad ascoltare la storia del protagonista Antonio? Anche lui si trova lì, ricercatore solo e vivo, vivo e solo, con un incendio come ricordo. Pronto a registrare cosa accade nella “Casa delle farfalle” di cui è parte, giorno dopo giorno. Quella di Antonio potrebbe essere la storia di tutti: metafora del volo e di un’esistenza fragile, che si dischiude al lettore con una iniziale bugia che tutti perdoneranno presto, quando capiranno che <strong>“I matti non mentono/ i matti ci vedono/ i matti sono nudi/I matti dicono sempre una verità”. Perché è il mondo ad abitare in loro e non loro ad abitare il mondo.</strong> <strong>Gli uomini abitano il pianeta terra, i matti no. I matti hanno il mondo dentro, sono capaci di capovolgerlo e vedere allo stesso tempo la notte e il giorno.&nbsp;</strong> Loro lo sanno che “il presente è il tempo degli schizofrenici” e che “il passato è il tempo dei depressi”.</p>



<p>Beati. Beati. Beati. Nel Vangelo di Matteo la mano di Dio è pronta a riconoscere la giusta ricompensa. È questa l’eco che Redaelli fa suonare attraverso la voce narrante, augurando beatitudine ad “Angelo non violento”, a “Cecilia poeta”, a “Simone sacerdote”, a “Marta sposa”. Ma dovranno stare tutti attenti, cercare di non fare il passo che li spinga oltre il precipizio. <strong>Il pericolo è proprio questo: loro, che sono sale della terra agli occhi di Dio, creature beate di un pianeta corrotto, potrebbero pietrificarsi e cristallizzarsi con un soffio di labbra. </strong>Il destino, allora, potrebbe essere uno soltanto: diventare abitanti immobili della “sala dei depressi”, gessati dal loro stesso sale che più non scioglie. Una sala che l’autore immagina aggiungersi agli ambienti reali e già esistenti nelle Miniere di sale di Cracovia. Avete visitato mai quel luogo? Io sì. Bisogna scendere nelle viscere della terra e mancare d’aria. Credeteci, perché lo dicono proprio loro e “bisogna essere idioti per non capire i matti”</p>



<p><strong><em>Alessandra Angelucci</em>&nbsp;</strong></p>
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		<title>“E verso il sole alzò la pura fronte”. Virgilia D’Andrea, poetessa e anarchica</title>
		<link>https://www.pangea.news/virgilia-dandrea-poesia-anarchia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 06:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Angelucci]]></category>
		<category><![CDATA[Ensemble]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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		<category><![CDATA[Virgilia D'Andrea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Virgilia D’Andrea ci consegna Tormento nel 1922, per dirci che la vita germina dal profumo di libertà e che cantare in versi è atto di rinascita. Un gioiello edito da Ensemble con introduzione di Dario Pontuale e prefazione di Errico Malatesta, per un messaggio che riluce del sentimento di giustizia fatto proprio dall’autrice: «La libertà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Virgilia_D%27Andrea#Bibliografia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Virgilia D’Andrea</a></strong> ci consegna <strong><em>Tormento</em> </strong>nel 1922, per dirci che la vita germina dal profumo di libertà e che cantare in versi è atto di rinascita. <a href="https://www.edizioniensemble.it/prodotto/tormento/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Un gioiello edito da <strong>Ensemble </strong></a>con introduzione di <strong>Dario Pontuale</strong> e prefazione di <strong>Errico Malatesta,</strong> per un messaggio che riluce del sentimento di giustizia fatto proprio dall’autrice: <em>«La libertà dell’essere umano dev’essere un diritto, non una concessione».</em></p>



<p>*</p>



<p>Un’infanzia difficile quella di Virgilia, poggiata subito sul trampolino del dolore: <em>«Ricordatevi che siete sola, che non avete più nessuno</em><em>».</em> È la realtà che la piccola Virgilia sostiene senza pianto davanti al cancello dell’orfanotrofio.</p>



<p>A sei anni parole come queste puoi ingoiarle solo come grandi bolle d’acqua. Le mandi giù veloci ma sai che esploderanno, se non ti è concesso crescere con il gioco lieve dei bambini. <strong>Da queste prime radici lo sguardo sul mondo di Virgilia si apre con tutta la potenza di chi ha in eredità una mancanza da significare: <em>«un rimpianto/ d’anime stanche per un vuoto immenso».</em></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro-9.jpg" alt="" class="wp-image-80151" width="330" height="513" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-9.jpg 297w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-9-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" /></figure>



<p>*</p>



<p>È <strong>Sulmona</strong> il paese d’Abruzzo che le dà i natali. Il vigore e l’asperità dei monti le danno spinta per diventare maestra di scuola elementare e scrittrice. Un percorso difficile che merita d’essere definito conquista sottratta ai dettami irrevocabili del Fascismo: <em>«E verso il sole alzò la pura fronte/ E disse: ‘Alla riscossa’».</em> Lei è infatti <strong>Virgilia d’Andrea, la donna che non avrà timore del buio delle carceri, che ingannerà la fame, che arderà d’amore per il bolognese Armando Borghi, confermando che l’impossibile diventa a volte necessario.</strong> Persino attraversare gli Oceani per ricongiungersi all’amato, dopo anni di nascondigli e silenzi.</p>



<p>Cosa può essere più necessario della parola che si fa arma di conquista?</p>



<p>*</p>



<p>Con atto di grazia <strong>Virgilia D’Andrea (1888-1933)</strong> si concede al lettore, mette a nudo se stessa. Il titolo <em>Tormento</em> non nasconde l’urlo profondo scavato in lei al tempo «del nodo acerbo di catene infame»: l’urlo di chi, come attivista anarchica, non accetta di soccombere. Per questo saranno i versi a farsi traccia storica dello strazio, proponendosi come culla materna o lamentazioni di fucilazioni nemiche: <em>«E sui trafitti cadono le madri/ Rivoltellate sopra il cor dei figli&#8230;/ E gli assoldati ai paltonieri, ai ladri,/ Scrivono bandi e impongono gli esigli».</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="350" height="546" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro2-12.jpg" alt="" class="wp-image-80152" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-12.jpg 350w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-12-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Sono certa che una donna come Virgilia avrebbe detestato essere definita eroina, seppur infiammata da un sentimento patriottico che l’ha guidata e sospinta nelle lotte civili e nelle scelte audaci sotto la legge dei fucili. <strong>Si capisce da alcuni passi che sentirsi madre delle sue scelte ha avuto per lei più valore di un gagliardetto: </strong><strong><em>«E ogni donna il suo dolore porti/ E ridistenda il suo funesto lutto</em></strong><strong><em>».</em></strong></p>



<p>Virgilia D’Andrea muore a New York nel 1933.</p>



<p>Il suo grembo offerto in <em>Tormento</em> riguarda tutti, per ciò che è stato e non dovrà essere ancora.</p>



<p><strong><em>Alessandra Angelucci</em></strong></p>
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		<title>“La droga uccide tutto. È un grido che lanciano gli adolescenti, è la risposta a una società che si fonda sul risultato e che si dimentica delle persone”. Dialogo con Angela Iantosca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 07:49:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alessandra Angelucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Delle droghe non se ne parla ancora abbastanza. È un argomento scomodo, perché non riguarda solo i tossicodipendenti. Quello dell’uso delle droghe – e della morte che ne deriva – è un problema sociale, familiare e culturale. È un problema che riguarda tutti. In tempo Covid19 guardiamo con scandalo agli adolescenti e ai minorenni che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/droga-angela-iantosca-intervista/">“La droga uccide tutto. È un grido che lanciano gli adolescenti, è la risposta a una società che si fonda sul risultato e che si dimentica delle persone”. Dialogo con Angela Iantosca</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Delle droghe non se ne parla ancora abbastanza. È un argomento scomodo, perché non riguarda solo i tossicodipendenti. Quello dell’uso delle droghe – e della morte che ne deriva – è un problema sociale, familiare e culturale. È un problema che riguarda tutti. In tempo Covid19 guardiamo con scandalo agli adolescenti e ai minorenni che si assembrano e non indossano la mascherina dentro agli chalet e ai locali. Scriviamo <em>post</em> sui <em>social</em> per ergerci a giudici integerrimi, ricordando le buone pratiche secondo i decreti emanati in tempo di emergenza sanitaria. Eppure non ci indigniamo a sufficienza davanti a fiumi di alcool, a minorenni che, in evidente stato di alterazione, uniscono ai superalcolici sostanze stupefacenti con conseguenze gravissime per il loro stato di salute. E i loro modelli sono spesso gli adulti. L’alcol è una droga, come lo sono le nuove sostanze psicotrope, l’eroina, la cocaina, l’hashish e la marijuana. Spesso si chiudono gli occhi, si preferisce la nenia della compassione al coraggio della responsabilità.</p>
<p>La giornalista <strong>Angela Iantosca</strong>, direttrice del <em>Festival InDipendenze</em> e autrice del libro <a href="https://www.paoline.it/blog/famiglia/3034-in-trincea-per-amore.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>In trincea per amore</em> </strong></a>(Paoline, 2020), ci racconta senza veli il dolore di chi ha aperto la porta della dipendenza. Lo fa in modo duro, secco, raccogliendo le testimonianze di madri, padri, fratelli e sorelle che hanno vissuto sulla loro pelle l’inferno delle droghe e il percorso di recupero delle comunità.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78932 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-193x300.jpg" alt="" width="410" height="637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-768x1195.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover-987x1536.jpg 987w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/InTrinceaPerAmoreCover.jpg 1028w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" />Un libro che ha un titolo forte, che evoca l’impegno di chi combatte “contro” e “per” qualcosa. In questo caso “contro” l’uso delle droghe e “per” una vita d’amore. Come nasce il tuo lavoro di “trincea”?</strong></p>
<p>Nasce nel 2015, quando entrai per la prima volta nella <a href="https://www.sanpatrignano.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Comunità di San Patrignano</strong> </a>a realizzare un servizio per “La Vita in Diretta” (RaiUno). Dovevo raccontare la storia di Roberta, una ragazza del Sanpa Hair (il parrucchiere della comunità), quasi pronta per uscire dalla comunità: sarebbe tornata alla sua nuova vita di lì a qualche mese. Da quel momento ho sentito l’urgenza di raccontare tutti quei ragazzi: le loro voci, i silenzi, le paure, le ragioni, le scelte sbagliate, la voglia di riscatto, la ricerca di verità, la necessità di fare pace con il tempo perduto, di guardarsi allo specchio, di accettarsi e provare a ricominciare. Grazie alla comunità, ho avuto la possibilità di raccogliere molte storie, trascorrendo con i ragazzi il Natale, il capodanno, dormendo all’interno della struttura che si trova a Rimini e che è stata fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli. Una esperienza molto forte, che continua tuttora, e che ha portato alla pubblicazione di <em>Una sottile linea bianca</em> (Perrone, 2018) e alla collaborazione con la comunità al progetto di prevenzione alle tossicodipendenze, il We Free, che ogni anno fa incontrare a San Patrignano circa 50mila ragazzi delle scuole italiane. Nel mio caso, abbiamo trasformato le storie contenute nel libro in monologhi teatrali che porto in scena con i ragazzi in percorso o con alcuni già usciti. Dal 2018, anno appunto della pubblicazione del libro, è cominciato un altro percorso che mi ha portato poi a <em>In trincea per amore</em>.</p>
<p><strong>E dopo il 2018 cosa è accaduto?</strong></p>
<p>Alle mie presentazioni si presentavano familiari di ragazzi tossicodipendenti che mi dicevano “parla di noi”. Quasi un mantra. Un richiamo fortissimo al quale inizialmente mi sono sottratta per diverse ragioni: <em>in primis</em> l’estrema delicatezza della materia da trattare, e poi la responsabilità di raccontare una ferita sanguinante, di entrare nel dolore più profondo di una famiglia, sapendo di doverlo fare con tatto, ma anche con quella forza necessaria per rendere un servizio utile a chi racconta e a chi legge. Alla fine, ho ceduto e ho cominciato a scrivere, scegliendo di essere autentica come sempre nella narrazione e anche nella scelta stilistica. È accaduto quando un padre, a Ravenna, durante un pomeriggio di prevenzione, mentre raccontava la storia di suo figlio eroinomane è scoppiato in lacrime dicendo “ho fatto cose che un padre non dovrebbe mai fare”. Di fronte a quelle lacrime ho deciso che era giunto il momento di raccontare la tossicodipendenza dal loro punto di vista, dalla prospettiva di un padre, di una madre, di un fratello, di una sorella, di uno zio, di un nonno ed anche di un figlio. Sapevo che sarebbe stato coinvolgente e doloroso buttarmi in questa nuova avventura, ma ciò che mi è stato restituito in cambio è stata un’onda di amore infinito.</p>
<p><strong>Nel libro, ricco di testimonianze dirette di giovani figli e genitori, si evince chiaramente che il dramma della tossicodipendenza riguarda tutti: è un problema sociale, culturale, e solo alla fine familiare, quando un membro diventa dipendente dalle sostanze. Che cosa, secondo te, non si è ancora capito a sufficienza della tossicodipendenza?</strong></p>
<p>È un problema familiare, sociale, culturale. È un problema che riguarda tutti, anche quando pensiamo non ci riguardi. È la manifestazione ultima di problemi che hanno radici profonde, di irrisolti, di dipendenze affettive. È un grido che lanciano gli adolescenti che non sanno in che altro modo farsi sentire. È la loro risposta a ciò che non c’è, a ciò che non trovano dentro di sé e nella famiglia. <strong>È la loro soluzione alla necessità di omologarsi, di far parte del gruppo, alla noia, all’avidità, all’invidia, alla curiosità</strong>. <strong>È la risposta a una società che si fonda sul risultato</strong><strong> e che si dimentica di guardare alle persone.</strong> Mi capita spesso di sentire gente che tende a voler trovare un’etichetta politica per chi si occupa di queste tematiche, come me. La mia risposta è sempre la stessa: <strong>la droga non è un problema partitico o politico e le mie battaglie non hanno nessun colore, nessuna bandiera che le sostenga</strong>. Ciò che le muove è l’interesse che nutro per l’essere umano. Mi lasciano senza fiato dichiarazione provenienti da più parti sulla possibile legalizzazione, addirittura della cocaina (qualcuno è arrivato a dichiarare proprio questo): perché accade? Perché si ragiona sui numeri, sui soldi e non sulle persone. Oltre che su una cattiva informazione e su una assenza totale di analisi critica. Mi spiego: vogliamo domandarci cosa significherebbe legalizzare la cocaina? Ci si domanda quali sono gli effetti di questa droga sulle persone? Quando si parla della legalizzazione della cannabis per far cassa, si parla con cognizione di causa? Perché non si specifica che la legalizzazione interesserebbe sempre e comunque i maggiorenni e che i maggiori fruitori sono i minorenni? E ancora: sapete quali sono i danni della cannabis sul cervello, soprattutto sul cervello degli adolescenti? Sapete che si assottiglia la corteccia cerebrale? Sapete che fa emergere il bipolarismo latente? E che brucia i neuroni? E che non ci si dovrebbe mettere alla guida di nessun mezzo nelle tre ore successive all’assunzione perché aumenta del 50% la possibilità di fare incidenti? <strong>La droga</strong><strong> dovrebbe preoccuparci e dovremmo occuparcene, perché quello che</strong> <strong>produce</strong> <strong>è</strong> <strong>omologazione, assenza di emozioni, perdita della memoria, danni fisici, morte</strong>, distruzione non solo di chi ne fa uso, ma di tutto ciò che ruota intorno a chi la usa.</p>
<p><figure id="attachment_78933" aria-describedby="caption-attachment-78933" style="width: 647px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-78933" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-300x201.jpg" alt="" width="647" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-1024x685.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634-768x514.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/DSC09634.jpg 1137w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /><figcaption id="caption-attachment-78933" class="wp-caption-text">Angela Iantosca, giornalista, scrittrice, impegnata nella prevenzione</figcaption></figure></p>
<p><strong>Purtroppo tantissimi ragazzi si nascondono dietro al miraggio che vuole una distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere…</strong></p>
<p>Ogni droga produce conseguenze diverse e non ci sono differenze tra droghe leggere e pesanti. Questa è una distinzione che serve da un punto di vista legislativo, ma di fatto la droga è droga. Non c’è quella migliore e quella peggiore. La droga fa male e chi la “promuove” davvero ha a cuore la vita delle persone? Ma soprattutto: perché lo Stato dovrebbe produrre malati? Credo sia un errore già fatto con il gioco d’azzardo: per far cassa lo Stato ha prodotto un milione di ludopati. Per questo dico sempre ai ragazzi quando li incontro nelle scuole (e con me lo dicono anche gli ex tossicodipendenti): “Non apritela quella porta”. Chi entra in contatto con le sostanze dovrà farci i conti tutta la vita, dimenticando il sapore che hanno le cose buone, quelle conquistate con forza di volontà, con determinazione, con il cuore pulito, la mente lucida, in piena coscienza. Le droghe spengono tutto ciò che siamo o potremmo essere. <strong>Ascoltate chi ci è passato da quell’inferno, ascoltate i sogni bruciati, le carriere finite, le doti distrutte, le famiglie rovinate.</strong> <strong>Andate nelle comunità, ascoltate e osservate.</strong> Informatevi sulle Nuove Sostanze Psicoattive e ciò che danneggiano: dovete sapere che sono realizzate in laboratori che non si conoscono, nei quali si assemblano sostanze che non si conoscono e la cui assunzione può causare la morte perché i medici non sanno cosa fare di fronte a chi le assume e finisce in ospedale. Bisogna dire che chi le spaccia usa i giovani come cavie per fare cassa e che modifica il contenuto di queste sostanze in base ai vuoti degli adolescenti, costruendo prodotti <em>ad hoc</em>. È questo che vogliamo per i nostri figli? Ecco forse non ci si indigna abbastanza, non se ne parla abbastanza, non si crede abbastanza che la droga sia come la peste.</p>
<p><strong>«È una malattia la droga, di fronte alla quale non si può far finta di niente. Perché ti prosciuga. Ti rende tossico a tua volta. E ti fa anche ammalare</strong><strong>». Con queste parole metti in luce come l&#8217;uso della droga da parte di un figlio possa a sua volta fare ammalare genitori e fratelli: ictus, aneurismi, infarti e tumori. Qualcuno non ce la fa. Quanto logora e consuma un certo tipo di dolore?</strong></p>
<p>Paura, rabbia, senso di colpa, dolore, lacrime, attese infinite, carcere, violenza, sangue, minacce, denunce. La droga porta con sé tutto questo. <strong>E chi vive a contatto con chi si droga combatte ogni giorno una battaglia durissima, fatta di tante sconfitte, di distruzione fisica, di pianti senza fine, di urla, di disperazione. Di dipendenza dalla dipendenza. E anche di attesa della morte.</strong> <strong>Tanti genitori me lo hanno detto: “Speravo che mio figlio morisse”.</strong> Per spegnere tutto, per porre fine alla tossicodipendenza dalla tossicodipendenza, per allentare la tensione, per sentire finalmente la pace, per sapere dove è il figlio. Perché in quel dolore senza fine meglio saperlo in pace in una bara che in giro a rubare, spacciare, a morire giorno per giorno. Perché attendere la morte è sfiancante, soprattutto quando si tratta di tuo figlio.</p>
<p><strong>Il tossicodipendente mente, dice bugie, sfugge alla realtà. Sa muovere ricatti emotivi. Qualche genitore, nella sua infinita battaglia, afferma che il figlio </strong><strong>«gliela fa continuamente sotto il naso</strong><strong>». Quali atteggiamenti non bisogna mai sottovalutare?</strong></p>
<p>Il cambio di umore, gli strani appetiti, l’inappetenza, la pelle grigia, gli orari che cambiano, i risultati scolastici, le frequentazioni. Ma al primo posto è fondamentale assumersi la responsabilità di voler vedere. La droga, spesso, è l’ultimo male a cui si pensa.</p>
<p><strong>Il tuo lavoro si avvale anche delle indicazioni e delle testimonianze di operatori specializzati, responsabili terapeutici e referenti di Associazioni di recupero, perché il messaggio che è necessario divulgare è che dal tunnel della droga si può uscire. Qual è il primo passo da fare?</strong></p>
<p>Ho scritto questo libro per far sapere a più persone possibili che dalla droga si può uscire, ma che è importante chiedere aiuto. Che le associazioni esistono, sono sul territorio nazionale e sono delle “zattere in mezzo alla disperazione”. Si tratta di associazioni dove operano genitori di ragazzi in percorso, genitori di ragazzi usciti dalla comunità, ex tossicodipendenti. Sono luoghi in cui si organizzano incontri e si danno indicazioni precise su come comportarsi con chi si droga. Di solito sono i familiari che contattano le associazioni, passaggio necessario per arrivare poi in comunità. Quando arrivano sono trascorsi anche dieci anni dall’inizio della tossicodipendenza del familiare. Sono smarriti, increduli, incapaci di prendere decisioni, fragili e hanno bisogno di qualcuno che li indirizzi e che spieghi quali siano i passi da compiere: portare il ragazzo, monitorarlo, non lasciarlo mai solo, portarlo una volta a settimana a fare le analisi al Serd per dimostrare che ha smesso di drogarsi, togliere il cellulare, il motorino, la paghetta. <strong>Solo con la determinazione e la durezza si può sperare di ottenere qualcosa. Anche se la <em>conditio sine qua non</em> è sempre la partecipazione attiva del tossicodipendente, è fondamentale il ruolo dei familiari, <em>in primis </em>dei genitori che devono mostrarsi duri e compatti, coesi, determinati e soprattutto pronti anche a denunciare il figlio o a cacciarlo fuori casa, se le regole non saranno rispettate.</strong> Quindi il primo passo da fare è affidarsi a chi conosce bene i meccanismi mentali dei tossicodipendenti e le fragilità dei familiari.</p>
<p><strong>C’è un aspetto, però, da considerare: «Il troppo amore può essere controproducente». Quale errore bisogna evitare, perché l&#8217;amore stesso si trasformi davvero in un gesto efficace e di aiuto per un tossicodipendente?</strong></p>
<p>I no sono fondamentali nella crescita dei figli. Non solo: un errore che spesso si commette è creare una relazione amicale con i propri figli. Cosa sbagliatissima che porta i giovani a non rispettare gli adulti e le loro regole. <strong>Le regole sono espressione di amore, non di “odio” verso i figli.</strong><strong> E non importa se loro non lo capiscono. Sono adolescenti, sono giovani, è normale che si vogliano ribellare al sistema. Non abbiate paura di essere risoluti. </strong>Soprattutto se si ha un figlio tossicodipendente: sanno annusare la debolezza, sono manipolatori e violenti. Chi ha a che fare con loro non deve arretrare.</p>
<p><strong>Antonio Boschini, responsabile terapeutico della Comunità di San Patrignano, afferma che nove persone su dieci che arrivano nel centro fanno uso smodato di sostanze con l&#8217;unico fine di sballarsi. Il fine è la ricerca di un divertimento che senza droghe sembra non poterci essere. Pensiamo anche al caso recente di Terni, che ha visto morire per uso di metadone due giovani adolescenti. Una mancanza nel percorso educativo familiare, un bombardamento mediatico fuorviante nei modelli proposti o entrambe le cose?</strong></p>
<p>Manca la famiglia, mancano punti di riferimento, manca un metodo, mancano delle regole, mancano i no, manca una scuola attenta e preparata. In compenso c’è disinformazione, ci sono serie tv violente, serie tv che parlano di droga e che spiegano anche come venderla on line o sul deep web. Serie accessibili a tutti e che invece richiederebbero accanto qualcuno di preparato in grado di spiegare, indirizzare e far sviluppare nei giovani un senso critico. Quando sento di episodi tragici che riguardano ragazzini giovanissimi che erano in giro di notte mi domando sempre: “E la famiglia dove era?”. È inutile poi piangere e disperarsi, riempire i giornali per un paio di giorni, quando anche l’informazione è la prima responsabile di una informazione parziale. Sono temi sui quali bisogna tenere i fari accesi sempre, non solo quando c’è qualche sequestro o muore qualcuno o quando ci sono delle ricorrenze. <strong>Il 26 giugno, giornata internazionale della lotta alla droga, non si è parlato da nessuna parte del tema perché “troppo pesante”. È inutile cercare i responsabili o un capro espiatorio. Tutti dobbiamo considerarci responsabili di quelle morti:</strong> anche chi sapeva e non ha detto niente, chi ha pensato che fosse meglio farsi i fatti propri, chi ha pensato che è meglio non immischiarsi con certe situazioni. Non ci si può deresponsabilizzare. Essere società civile significa anche questo.</p>
<p><strong>E l’alcol, che a tutti gli effetti è una droga, come si colloca dentro il discorso delle dipendenze?</strong></p>
<p>L’alcol arriva prima della droga. Non se ne parla abbastanza, proprio perché è sdoganato da un punto di vista culturale e anche statale. Ma dall’Istituto Superiore di Sanità continuano a ripeterlo: <strong>prima della canna arriva l’alcol e non c’è bisogno di andare nelle periferie per vedere giovanissimi ubriachi in giro di notte che schiamazzano.</strong> Ancora una volta mi domando: la famiglia dov’è? La risposta è implicita nella domanda. Stessa domanda che mi sono posta quando un ragazzino di terza media mi ha detto che prima di andare a scuola beve la Redbull perché così si sente tranquillo. O quando una ragazzina di 12 anni mi ha confessato che la madre le permette di bere senza limiti a casa, purché non lo faccia fuori. Ancora una volta: di chi è la colpa?</p>
<p><strong>La scuola fa già molto grazie ai percorsi didattici dedicati alla cultura della legalità. Secondo te a quale età bisognerebbe cominciare a parlarne?</strong></p>
<p>Dalle scuole medie e in forma di gioco anche dalle elementari. I miei progetti di prevenzione alle tossicodipendenze li organizzo per le seconde e terze medie: durano circa due mesi e comprendono anche una visita alla comunità di recupero. È importante che i ragazzi sappiano, perché possano essere davvero liberi di scegliere. È importante che abbiano tutte le informazioni corrette.</p>
<p><strong>Lasciamoci con un messaggio di speranza&#8230; </strong></p>
<p>Ci sono migliaia di famiglie che hanno attraversato l’inferno delle droghe e che hanno trasformato il dolore in un’occasione incredibile di crescita, di messa in discussione, di riscoperta di ciò che conta davvero, e anche di amore. Sono tutte famiglie che non dimenticano ciò che hanno vissuto o stanno vivendo, ma che hanno permesso a se stessi di attraversare una porta difficile da varcare, di assumersi la responsabilità delle fragilità dei figli, per scoprirsi alla fine migliori e aggrappati alla vita come solo le persone che hanno rischiato di perderla sanno fare.</p>
<p><strong><em>Alessandra Angelucci</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Frans Hals, &#8220;Giovane ragazzo con teschio&#8221;, 1626, particolare</em></p>
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		<title>9 maggio: in memoria di Peppino Impastato. Dialogo con Luisa Impastato, presidente di Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato”, a Cinisi</title>
		<link>https://www.pangea.news/luisa-impastato-intervista/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 07 May 2020 07:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza Covid-19 ha lasciato immobile l’Italia per diverse settimane. Ha creato rotture, morte, disagi, crisi emotive e finanziarie. Ha unito il paese sotto il segno della “zona protetta” e ha abituato i cittadini a una nuova “normalità”. Ma ci sono cose che per fortuna non sono mai cambiate. Anzi, hanno continuato a esistere e a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’emergenza Covid-19 ha lasciato immobile l’Italia per diverse settimane. Ha creato rotture, morte, disagi, crisi emotive e finanziarie. Ha unito il paese sotto il segno della “zona protetta” e ha abituato i cittadini a una nuova “normalità”. Ma ci sono cose che per fortuna non sono mai cambiate. Anzi, hanno continuato a esistere e a vivere nonostante i decessi, gli sbarramenti fra i comuni, le porte chiuse. <strong>La lotta alle mafie non si è arrestata e con lei non si è fermato l’immenso lavoro di <a href="http://www.casamemoria.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato”</a>, a Cinisi. Fra qualche giorno sarà il 9 maggio e, per la prima volta nella storia del centro, le porte non si apriranno</strong>, nel rispetto dei decreti del Governo. Casa Memoria, però, ci sarà lo stesso e darà vita a un grande evento social: “9MAGGIO2020ONLINE – DISTANTIMAUNITI”. <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-impastato/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Peppino Impastato</strong></a> verrà ricordato da migliaia di persone, in nome di quella libertà per cui lui stesso ha combattuto, fino al 9 maggio 1978, giorno in cui fu ucciso dalla mafia. In questa intervista, la voce di <strong>Luisa Impastato</strong>, presidente di Casa Memoria, figlia di Giovanni Impastato e nipote di Felicia Bartolotta.</p>
<p><figure id="attachment_75842" aria-describedby="caption-attachment-75842" style="width: 406px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-75842" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o-300x300.jpg" alt="" width="406" height="406" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o-768x766.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/95864416_10220529253528655_2137918755831808000_o.jpg 960w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /><figcaption id="caption-attachment-75842" class="wp-caption-text">Luisa Impastato, nipote di Peppino Impastato, presidente di Casa Memoria</figcaption></figure></p>
<p><strong>Per la prima volta, a causa dell’emergenza Covid, il 9 maggio di Casa Memoria sarà diverso. Uniti ma distanti, per ricordare Peppino Impastato e la sua lotta alle mafie, insieme a Radio 100 Passi e ad altre realtà promotrici. Quello a cui avete pensato è un vero e proprio corteo virtuale, online.</strong></p>
<p>Noi stavamo già lavorando all’evento del 9 maggio, già settimane prima del lockdown. Avevamo in previsione un programma cospicuo con diversi interventi e tante tematiche intorno alle quali costruire dibattiti, per continuare a divulgare le idee di Peppino. Idee che consideriamo sempre attuali. Visto il periodo storico così difficile, non potendoci riunire, abbiamo pensato di esserci comunque, utilizzando il mezzo “social” che giunge a nostro favore, in questo momento, per veicolare messaggi, poesie, musiche, testimonianze. Sarà un momento di confronto per rimanere tutti uniti nel segno della lotta alle mafie. Se ci pensiamo bene, stiamo facendo un po’ come fece Peppino tanti anni fa, con Radio Aut: lui entrava nelle case delle persone, attraverso la radio, noi cerchiamo di raggiungere con i social tutti coloro che sarebbero arrivati a Cinisi, il 9 maggio, per ricordarlo.</p>
<p><strong>Il Covid-19 ha impedito a tutti di uscire dalle proprie abitazioni, se non per necessità. Ha limitato gli spostamenti, ha scollato le relazioni umane. Come avete vissuto l’emergenza, a Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato”?</strong></p>
<p>Tenere chiuse le porte di Casa Memoria, è stata per noi una grande amarezza, perché quella casa è rimasta sempre aperta per volontà di mia nonna Felicia. La sua è stata una grande storia: lei non si è chiusa nel silenzio, ma ha deciso di continuare a lottare per la giustizia e la memoria di suo figlio. A noi ha lasciato come testamento morale, quello di tenere aperte le porte. È questo l’impegno che quotidianamente portiamo avanti. Per la prima volta, dopo tanti anni, non siamo riusciti a onorarlo, per un evento storico che non ci aspettavamo. Sicuramente è stato pesante ed essere lì è una delle cose che mi manca di più. Soprattutto perché in questo periodo avremmo incontrato migliaia di studenti provenienti da ogni parte d’Italia. Molti sarebbero arrivati da quelle aree d’Italia che sono poi diventate le cosiddette “zone rosse”. Abbiamo considerato questo periodo come un’occasione di analisi da cui ripartire in modo diverso.</p>
<p><strong>Avete pensato a una ipotetica data di riapertura?</strong></p>
<p>Sì, noi riapriremo il 18 maggio e saremo insieme ai volontari. Vogliamo esserci, anche insieme a tutti i libri che sono lì.</p>
<p><strong>Accoglienza, coraggio e testimonianza: tre parole per riassumere tutto ciò che racconta Casa Memoria, attraverso la storia di Peppino e di sua madre Felicia. Quale messaggio, secondo te, deve continuare a passare fra i giovani, fra tutte le persone?</strong></p>
<p>Mi viene in mente la parola “resistenza”. L’impegno portato avanti da mia nonna è stato quello di resistere. Resistere alla cultura mafiosa, al silenzio e alle prevaricazioni. Anche oggi fare memoria, soprattutto in questo momento storico, è un atto di resistenza.</p>
<p><strong>L’emergenza sanitaria ha fatto riflettere molto sulla perdita degli anziani, e quindi dei nonni. Cosa ti manca di nonna Felicia?</strong></p>
<p>La sua ironia: una caratteristica che molti non si aspettano. Mia nonna era molto ironica e credo che Peppino avesse ereditato da lei questo aspetto. Aveva una grande capacità comunicativa. Nonna Felicia era in grado di farsi capire da chiunque, qualunque fosse la parte del mondo da cui provenisse. Si faceva capire da tutti parlando il dialetto siciliano. Nella sua casa c’era sempre qualcuno. Era molto credente, ma accoglieva anche i Testimoni di Geova, perché le piaceva ascoltare e confrontarsi. Ecco, tutto questo mi manca, ma Casa Memoria parla di lei in ogni angolo ed è come se fosse sempre in vita.</p>
<p><strong>La storia di Peppino è stata segnata dalla lotta. Come è mutata, nel tempo, la considerazione di Peppino a Cinisi? C’è stata un’evoluzione, grazie al vostro lavoro? </strong></p>
<p>In passato, a Cinisi, ci sono state particolari resistenze da parte della comunità. Nel corso degli anni, e credo anche grazie alla presenza di Casa Memoria sul territorio, qualche muro è stato abbattuto. Noto una consapevolezza maggiore della storia di Peppino, del suo impegno e del suo essere diventato una figura collettiva. Il suo messaggio ha un’eco nazionale. Lo noto anche dalla scuola, negli ultimi tempi, dalla comunità in generale, che va cambiando. Le persone che arrivano a Casa Memoria vengono per visitare un luogo, simbolo di riscatto. Di conseguenza anche Cinisi è diventata simbolo di avversione alla mafia e non più il paese del boss Gaetano Badalamenti.</p>
<p><strong>Cosa ne pensi della polemica sorta a seguito delle scarcerazioni dei boss mafiosi, a causa del Coronavirus?</strong></p>
<p>Io sono, direi, garantista. È un segnale inquietante, certo. Forse una delle misure più discutibili in questo periodo storico <em>straordinario</em>. Io sono per la tutela dei diritti, e quindi anche del diritto alla salute anche per chi vive nel regime del 41bis. Però ovviamente capisco, e in parte condivido, l’amarezza dei familiari delle vittime di mafia. Sono persone che hanno sofferto e che vedono ora scarcerati i boss che hanno determinato la morte dei propri cari: si riaprono ferite che in realtà non si sono mai rimarginate. Mi auguro che questi provvedimenti rimangano numericamente limitati e che la decisione di convertire il carcere duro in detenzione domiciliare possa tener conto di un serio bilanciamento fra il diritto alla salute e la sicurezza della collettività.</p>
<p><strong>Per la giornata di commemorazione del 9 maggio, visto che vi muoverete sui social, fra le tante iniziative, avete lanciato una proposta particolare: associare l’immagine del proprio profilo Facebook a una frase di Peppino. Tu a quale frase legherai il tuo?</strong></p>
<p>Ho deciso di condividere nel mio profilo l’immagine dello striscione dei compagni di Peppino, quello che hanno utilizzato durante il funerale. Lì c’è scritto così: “Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo”. È quello che proviamo a fare con Casa Memoria, con grande umiltà e senso di responsabilità.</p>
<p><strong>Ed è lo stesso messaggio, immagino, che vorreste facessero proprio gli studenti…</strong></p>
<p>Sì, abbiamo pensato molto a loro. Noi lavoriamo tantissimo con i ragazzi che, fra l’altro, sarebbero stati al centro del nostro 9 maggio. In una condizione di “normalità”, ci sarebbero state tante iniziative dedicate a loro. L’impegno per l’antimafia è anzitutto un impegno culturale, sociale. Per questo l’invito è di certo questo: studiare, conoscere per capire, continuare.</p>
<p><strong><em>Intervista di Alessandra Angelucci</em></strong></p>
<p><em>Editing di Matteo Fais</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luisa-impastato-intervista/">9 maggio: in memoria di Peppino Impastato. Dialogo con Luisa Impastato, presidente di Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato”, a Cinisi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non c’è da vergognarsi, la violenza è una piaga e va smascherata”. Dialogo con Gessica Notaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 10:58:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Angelucci]]></category>
		<category><![CDATA[Gessica Notaro]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gessica Notaro è anzitutto una persona. Come tale vive, lavora, offre la sua competenza nel sociale. Sorride, perché lo desidera più di ogni altra cosa. Ama, e ha vinto la sua più grande battaglia contro la violenza. Conosce la dignità. Gessica Notaro è anche donna e parla di eguaglianza, tutela dei diritti e parità di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gessica-notaro-intervista/">“Non c’è da vergognarsi, la violenza è una piaga e va smascherata”. Dialogo con Gessica Notaro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Gessica Notaro</strong> è anzitutto una <strong>persona</strong>. Come tale vive, lavora, offre la sua competenza nel sociale. Sorride, perché lo desidera più di ogni altra cosa. Ama, e <strong>ha vinto la sua più grande battaglia contro la violenza</strong>. Conosce la dignità. Gessica Notaro è anche <strong>donna</strong> e parla di eguaglianza, tutela dei diritti e parità di genere. E il nostro è un mondo troppo svilito dalla volgarità, per affacciarsi allo specchio e confessare quanto si sia perso per egoismo e competizione. Basta guardarla con occhi scevri dal pregiudizio, per capire che lei ha l’eleganza dei delfini: la delicatezza d’animo è pari alla grazia che emana. La sua bellezza conosce il dono della luce. Crede in Dio. <strong>Una storia di coraggio</strong>, <strong>quella che testimonia.</strong> Lo ha fatto anche di recente, sul palco di <strong>Sanremo</strong>, dove con l’artista Antonio Maggio ha interpretato <strong><em>La faccia e il cuore</em></strong>, per dire a tutti che «c’è una donna ancora in piedi». Aggredita il 10 gennaio 2017 dall’ex compagno Jorge Edson Tavares, Gessica Notaro <strong>rappresenta il rifiorire del più bel mandorlo in primavera</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Afferriamo il presente. Lei è modella, ballerina e cantante, in mezzo a tanti sacrifici e obiettivi che ogni giorno ridefinisce. Che periodo sta vivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Direi molto intenso. Sto dando spazio a me stessa e alle mie passioni, portando avanti progetti importanti in difesa delle donne vittime di violenza. Spero di costituire presto un’associazione che si occupi soprattutto di questo, ma c’è da fare ancora molto. Inoltre tanti aspetti della mia vita che sembravano perduti a causa degli eventi trascorsi, si stanno ora risollevando e per me tutto questo è motivo di grande soddisfazione».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È per lei un momento anche pieno d’amore, di rinascita. La sua storia, segnata tragicamente da quel 10 gennaio 2017, attesta che è possibile farcela, che si può dire no ai soprusi, agli abusi e alla violenza nata all’interno di una relazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Certo. È possibile dire no, perché l’amore non ha niente a che vedere con le relazioni tossiche, all’interno delle quali la donna resta legata all’uomo che la maltratta, un uomo che all’inizio si camuffa molto bene. Eppure si percepisce sin dall’inizio se una relazione è davvero sana oppure no. La donna lo sente nello stomaco. Se ci disperiamo e passiamo più tempo a piangere che ad essere felici, dovremmo porci subito delle domande».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la forma più subdola di manipolazione, campanello di allarme?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Consiste in un agire che fa sentire la vittima sempre sbagliata e inadeguata, in continuo senso di colpa. L’uomo trasforma la donna nella causa di tutti i probabili fallimenti del quotidiano e schiaccia la sua personalità per un insano desiderio di emergere. Il manipolatore aumenta il proprio ego, nutrendosi dell’energia altrui».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E le donne che sono ingabbiate in una relazione tossica, quale tipo di fragilità manifestano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Le donne potrebbero commettere l’errore di non aprirsi e di non parlare del loro dolore per un senso di vergogna, quando invece è fondamentale chiedere aiuto subito. Subito! E poi c’è una costante nelle relazioni non sane: la tendenza da parte delle vittime a giustificare i partner violenti e a trattarli come se fossero un po’ i loro figli. Noi donne, purtroppo, in alcuni casi vestiamo l’abito della “crocerossina” e questo è un gravissimo sbaglio. Gli uomini vanno trattati da compagni, non da figli».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono molte le forme di violenza. Prendiamo in esame, per un attimo, quella verbale che impera anche sui social. Come personaggio pubblico, lei si è trovata a leggere vere e proprie invettive a commento di alcuni suoi <em>post</em> che la ritraggono a lavoro o in alcune trasmissioni. Addirittura sono comparsi interventi di alcune donne che l’hanno accusata di aver “approfittato” della sua storia per raggiungere la notorietà. Cosa prova, quando accade?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Stiamo parlando di persone che non stanno bene, che hanno una percezione distorta della realtà. Devo dire la verità, alcune volte mi faccio delle grandi risate! Come è accaduto in occasione del post pubblicato poche ore fa, in cui mi hanno incolpata di aver “sfruttato” la mia faccia per diventare famosa. Sono convinta siano persone profondamente insicure, che non riescono a godere del bello della vita, della felicità altrui, della capacità di trovare il positivo anche nelle esperienze negative. Una persona entusiasta della sua esistenza non perderebbe il proprio tempo a fare simili cose».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto è importante l’uso attento della parola?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È fondamentale. Credo però si sia perso il controllo e di esempi ne abbiamo molti, purtroppo. Seguo anche i <em>reality</em> nei vari canali, diverse trasmissioni, e mi sembra che le persone manifestino ormai una seria difficoltà nel dare il giusto peso alle parole. È molto grave».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo molti ostacoli, alcuni davvero dolorosi, oggi ha di nuovo in mano la sua vita. Poche settimane fa è stata ospite a Sanremo con la canzone <em>La faccia e il cuore</em> scritta da Ermal Meta e da lei interpretata insieme ad Antonio Maggio, cui è legata da una grande amicizia. Alcuni versi citano: «Tieni le mani in tasca e se le tiri fuori è per una carezza…». Quale messaggio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«<em>La faccia e il cuore</em> è una canzone che racconta non soltanto la mia storia, ma anche quella di tutte le donne che hanno subito violenza. C’è nel testo la voglia di gridare in faccia a certe persone che è inutile ciò che fanno, perché alla fine il bene torna sempre. Vince. Ci sono tante vittime che sono ancora chiuse dentro casa, che si sentono sole, che pensano di non potercela fare davanti alle più atroci forme di abuso. Ecco, è a loro che noi vogliamo portare speranza. Vogliamo portare la luce. E c’è poi chi ha perso la vita, non possiamo dimenticarlo. Il femminicidio resta ancora una piaga sociale da debellare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quante donne la cercano, ogni giorno? So che è costante la sua vicinanza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Gestisco tutto tramite e-mail o messaggi, o per telefono quando ci sono casi più urgenti. In questi ultimi tempi sono veramente tanti. Il più delle volte si tratta di casi di stalking, in altri di vittime di una dipendenza affettiva. Molte, dopo aver chiuso una storia tossica, non riescono ad uscirne completamente, restano chiuse nel circolo vizioso dei maltrattamenti e cadono in depressione. A volte ci sono anche tentati suicidi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è da fare ancora, perché si possa davvero sperare per tutti in un futuro più sereno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Ah…tante cose! Innanzitutto trovare il coraggio di smascherarli, gli uomini violenti. Sempre e comunque. Cercare di non chiudersi o smarrirsi, perché la violenza è un problema della società intera, non bisogna temere di parlarne. Non c’è da vergognarsi. Ma ciò che mi preme molto è sapere di poter contare sull’appoggio delle Istituzioni. Questo è un capitolo che meriterebbe un approfondimento a parte, perché c’è ancora da fare un bel po’».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può dire – quindi – che la parola chiave sia “denuncia”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Denunciare, certo. Ma direi di più “prevenzione”. Questa è la parola. E non solo nelle scuole. Ovunque. In modo particolare costruire da parte delle Istituzioni una vera rete di supporto alle donne, soprattutto dopo che è avvenuta la segnalazione del proprio carnefice. Quello costituisce un momento molto delicato in cui la vittima deve essere tutelata con ogni mezzo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandra Angelucci</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gessica-notaro-intervista/">“Non c’è da vergognarsi, la violenza è una piaga e va smascherata”. Dialogo con Gessica Notaro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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