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	<title>aborto Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Il dolore allontana, la malattia spaventa”. Sul potente romanzo di Ada d’Adamo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ada-dadamo-come-daria-grittani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 05:27:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Ada d&#039;Adamo]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Grittani]]></category>
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		<category><![CDATA[Elliot]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ada-dadamo-come-daria-grittani/">“Il dolore allontana, la malattia spaventa”. Sul potente romanzo di Ada d’Adamo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Forse a causa delle reticenze che soprattutto negli ultimi tempi allignano in certe cordate letterarie, una folta schiera di scrittrici, critiche e giornaliste sta facendo in modo che ci si avvicini <strong>allo struggente romanzo d’esordio di Ada d’Adamo</strong> con la sensibilità, la poesia e la sospensione di giudizio di cui solo le donne sono capaci. Lo si percepisce dai blurb, dai commenti e dalle critiche (tutte entusiaste, più che giustamente) che stanno uscendo, a pochi giorni dalla pubblicazione di<em>&nbsp;</em><a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/ada-dadamo-come-daria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em><strong>Come d’aria</strong>&nbsp;</em>(Elliot edizioni). </a>Invece un modo interessante per accedere senza pregiudizi ai pesantissimi temi che affronta il libro, potrebbe essere proprio il punto di vista di un uomo. Non necessariamente quello di chi scrive, ma quello di un uomo. Uscendo dall’equivoco che questo genere di narrazioni risultino sempre troppo distanti dagli uomini, che in quanto tali non dispongano dei mezzi umani per capirle fino in fondo, e che quando anche ne siano dotati non sappiano usarli. Insomma, nel nostro piccolo ci proveremo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="686" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-686x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94503" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-600x896.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL.jpg 723w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></figure>



<p><strong>Cominciando col dire che<em>&nbsp;Come d’aria</em>&nbsp;non è un romanzo&nbsp;ma una dichiarazione d’amore, nonostante tutto una dichiarazione d’amore per la vita. Nonostante tutto, già.</strong> Nonostante contenga l’evoluzione&nbsp;di una malattia terribile, l’oloprosencefalia di cui è affetta una bambina/ragazza (appunto Daria, nel romanzo i suoi anni scorrono veloci) il cui corpo risponde a pochissime sollecitazioni.&nbsp;Nonostante racconti&nbsp;del cancro di cui si ammala sua madre, la protagonista del romanzo&nbsp;(ovvero la stessa autrice). Nonostante affronti con coraggio la necessità dell’aborto, specie in una società così irresponsabile, cinica&nbsp;e immatura come la nostra. Nonostante si occupi del vuoto degli affetti che si crea intorno al dolore, quando una cosa&nbsp;sembra&nbsp;riguardare&nbsp;molti ma appartiene&nbsp;per davvero&nbsp;solo a pochissimi. Nonostante lo faccia grazie a una scrittura mai sbavata, mai compiaciuta,&nbsp;anzi&nbsp;puntualissima (forse l’unica soluzione a disposizione&nbsp;della d&#8217;Adamo),&nbsp;di matrice&nbsp;tecnica e quindi&nbsp;in brevissimi tratti&nbsp;anche&nbsp;scientifica,&nbsp;spoglia e crudele&nbsp;(da manuale&nbsp;letterario&nbsp;pagina 25, in cui confronta felicità e sconforto), ma piena di solitudine che diventa grazia,&nbsp;in alcuni momenti&nbsp;elegia. <strong>Nonostante tutte queste cose,&nbsp;<em>Come d’aria</em>&nbsp;è un grande inno alla vita, al mistero di vedercela scorrere intorno, accanto e dentro.</strong></p>



<p>Si può discutere&nbsp;sull’enfasi&nbsp;di alcune presentazioni, recensioni e consigli di lettura – come detto, tutti&nbsp;rigorosamente&nbsp;declinati al femminile&nbsp;e da voci femminili&nbsp;– ma non si può discutere sul coraggio analitico dell’autrice e su&nbsp;una scrittura che sembra donata dalla necessità di sopravvivere&nbsp;più che&nbsp;acquisita da un’esperienza diretta&nbsp;(come in realtà è).&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«La chiesa, la politica, la medicina smettano di guardare alle donne come a puttane che non vedono l’ora di uccidere i propri figli. L’aborto è una scelta dolorosa per chi la compie, ma è una scelta e va garantita. Anche se mi ha stravolto la vita, io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta. Ma se avessi potuto scegliere, quel giorno, avrei scelto l’aborto terapeutico».</strong></p></blockquote>



<p>E infatti Ada d’Adamo racconta di un aborto senza conseguenze, eseguito per conservare&nbsp;il proprio equilibrio affettivo. E di un altro che non ha mai pensato di eseguire, che quindi è diventato parto. Il parto da cui è nata Daria, la bambina, la malformazione della quale cambierà la&nbsp;stessa&nbsp;vita che avrebbe voluto proteggere.</p>



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<p>Forse sarà per questo che, con eccessiva fretta, questo bellissimo libro viene quasi tenuto al riparo dalla possibile analisi di&nbsp;lettori uomini, ma per le ragioni sopra espresse – e per il materiale esplosivo che maneggia con straordinaria incoscienza – di questo romanzo consiglierei la lettura&nbsp;soprattutto agli&nbsp;uomini. Come una mannaia, una ghigliottina&nbsp;sulle&nbsp;buone intenzioni che non avrebbero ragione di esistere&nbsp;al cospetto di queste drammatiche casualità (come le chiama l’autrice)&nbsp;e che invece continuano a stare in cima ai desideri di chi prova a cimentarsi con la faticosa impresa della famiglia.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Volevo spezzare la divisione tra buone e cattive madri. Non volevo piegarmi all’ipocrisia, autoincludendomi senza alcun merito nel novero delle donne che avevano abbracciato la croce ed erano state citate come esempio di virtù».</strong></p></blockquote>



<p>L’autrice rappresenta con lucida intensità anche il dramma della solitudine del dolore, del vuoto che si fa intorno a chi deve affrontare l’umiliazione di uno Stato che ha totalmente dimenticato la diversabilità&nbsp;(campagne elettorali e ministeri vuoti a parte). Insegnanti di sostegno che cambiano ogni anno, scuola che comincia dopo quella dei compagni&nbsp;di classe, strumenti e marchingegni per superare le barriere fuori e dentro la casa, mille indifferenze intorno a una condizione che sembra cristallizzata&nbsp;per condanna&nbsp;e che invece scava dentro qualsiasi cosa.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Scavano pure quelle poche persone che ti sono state vicine i primi tempi, ma poi la loro vita è andata avanti, i figli sono cresciuti e se li sono portati via verso le feste di compleanno e picnic, corsi di nuoto e campeggi estivi e pigiama party. (…) Sono via, lontano, anche quelli che dovrebbero stare più vicino. Via fratelli e sorelle. Via nonni, zii, cugini, nipoti. Il dolore allontana, la malattia spaventa. Le famiglie si sfasciano. Via, via, via. La solitudine fa talmente compagnia che a un certo punto non si ha più niente da dire».</strong></p></blockquote>



<p>Da tempo non leggevo un romanzo così istruttivo sull’impotenza e sulla prevaricazione del destino nei confronti di due donne, una bambina/ragazza e sua madre. Ma resto dell’idea che questo romanzo – di una potenza fuori dal comune, di una consapevolezza così rara da non sembrare appunto un romanzo&nbsp;ma un invito a partecipare, a spendersi per la vita&nbsp;– debba essere strumento di crescita soprattutto per gli uomini, soprattutto per chi crede di essere solo sfiorato da queste cose&nbsp;ma&nbsp;invece ne fa parte, ne è parte.<em>&nbsp;<strong>Come d’aria&nbsp;</strong></em><strong>è una storia così ingiusta che vien voglia di lamentarsi, di strapparlo il libro</strong> (verso pagina 90 o poco più, quando il cancro complica le cose in maniera per fortuna reversibile). Ma dentro il lamento degli umani, c’è la dignità degli dei. E Ada d’Adamo diventa un cantico, non un’autrice ma un’ode alla miserabile forza che la&nbsp;sopravvivenza&nbsp;riesce a tirar fuori dalle viscere di ciascuno di noi.&nbsp;&nbsp;Soprattutto dalle donne (è vero!), ma non solo. Perché questi gesti d’amore, questi testamenti letterari così rari, devono diventare materia d’esame per gli uomini che hanno voglia di imparare&nbsp;come si fa. E&nbsp;ve&nbsp;ne sono, tanti.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Davide Grittani</em></strong></p>
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		<title>Annie Ernaux? Vi siete sbagliati, il Nobel lo ha vinto Michel Houellebecq</title>
		<link>https://www.pangea.news/ernaux-nobel-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2022 04:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Annie Ernaux]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo, vero vincitore del Nobel per la letteratura 2022 è L’orma editore. Una bella notizia. Fanno libri di alta qualità, con dedizione e sapienza; insistono su autori dimenticati per strada da case editrici imponenti (due esempi: Julien Gracq e Uwe Johnson). Il caso di Annie Ernaux è paradigmatico: pubblicata qua e là da Rizzoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il primo, vero vincitore del Nobel per la letteratura 2022 è <a href="https://www.lormaeditore.it/catalogo/autore/36/annie-ernaux" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’orma editore.</a> </strong>Una bella notizia. Fanno libri di alta qualità, con dedizione e sapienza; insistono su autori dimenticati per strada da case editrici imponenti (due esempi: Julien Gracq e Uwe Johnson). <strong>Il caso di Annie Ernaux è paradigmatico:</strong> pubblicata qua e là da Rizzoli e da Guanda, anche con traduzioni di pregio – firmate, per dire, da Romana Petri e Idolina Landolfi – è stata acquisita da L’orma dal 2014, diventando, di fatto, la “bandiera” della casa editrice, che ha pubblicato pressoché un libro all’anno dell’autrice francese. Otto anni di lavoro. E ora, il Nobel. Bravi.</p>



<p><strong>Il resto, è uno dei Nobel più attesi e ovvi di sempre. Lo sarebbe stato anche se avessero premiato Cormac McCarthy.</strong> Annie Ernaux non è Marguerite Yourcenar, è meno potente di Marguerite Duras; già che ci siamo consiglio agli editori nostrani – a L’orma, perché no – di ripigliare <em>Il riposo del guerriero</em> di Christiane Rochefort, stampava Longanesi. Tuttavia, è nota, corretta, di successo; l’ultimo libro – ha un talento poligrafo – <strong><a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Le-jeune-homme" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è uscito da Gallimard in maggio, s’intitola <em>Le jeune homme</em></a></strong>, questa la trama: “In poche pagine, in prima persona, Annie Ernaux racconta la relazione vissuta con un uomo di trent’anni più giovane di lei”. Nulla di nuovo sotto le gonne, sarà un bestseller. A me queste passioni calligrafiche, i paragrafi esigui, la scrittura esiziale, confessionale, con il bisturi, il dolore esposto per scopi “sociali”, il libertinaggio come opzione partitica, il corpo esposto come una tesi (e non per il gusto), lo scandalo da bidet, i romanzi non-romanzi (che ormai sono la norma del romanziere normodotato) non piacciono, ma non c’entra. <strong>Per me Annie Ernaux, lo ammetto, resta imperdonabile: esattamente dieci anni fa – il 10 settembre del 2012</strong> – ha letteralmente (cioè: letterariamente) disintegrato la carriera di uno scrittore più talentuoso di lei, Richard Millet (leggetevi <em><a href="https://www.gallimard.fr/searchinternet/advanced?all_title=richard+millet&amp;SearchAction=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La confession négative, L’Orient désert, L’enfer du roman</a></em>, stampa Gallimard). <strong><a href="https://www.lemonde.fr/idees/article/2012/09/10/le-pamphlet-de-richard-millet-deshonore-la-litterature_1758011_3232.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A partire da un articolo pubblicato su “Le Monde”, accusò Millet, all’epoca lettore in Gallimard, di aver scritto un “pamphlet fascista” che “disonora la letteratura”.</a></strong> Si riferiva a <em>Elogio letterario di Anders Breivik</em> (in Italia lo ha stampato, nel 2014, Liberilibri), pubblicato dalle edizioni di Pierre-Guillaume de Roux, in cui Millet, partendo dall’eccidio norvegese, ragiona sulla fine dell’Occidente, con protervia provocatoria tipica della grande letteratura francese (Jouhandeau, Montherlant, Malraux, Drieu La Rochelle…). La Ernaux scatenò le Erinni della <em>gauche</em>, che in coro urlarono all’untore, alla lapidazione pubblica. <a href="https://www.ilfoglio.it/articoli/2012/09/08/news/la-fatwa-letteraria-contro-millet-58226/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Da allora Millet, in patria, è una specie di paria,</a> i suoi libri fiammate nel vuoto civico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93064" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Resta allora la sovrumana domanda, che ci si fa ogni anno: <strong>a che pro il Nobel per la letteratura? Che senso ha? Probabilmente nessuno</strong>, finché premia autori di chiara fama, dal conclamato successo, mero chiasso nella mistica porcilaia della cultura. D’altra parte, gli ingessati svedesi non possono rischiare, quello lo fanno da sempre – e con tanti soldi – le fondazioni americane: per questo, per dire, sono nati il Bollingen o il MacArthur Fellowship (andato, per altro, a Cormac McCarthy, a Derek Walcott e a Iosif Brodskij, nel lontano 1981). Questi premi – o meglio: borse di studio – servono a mettere scrittori, che magari otterranno il Nobel molti anni dopo, nelle condizioni di fare ricerca, di continuare a scrivere come si deve. Il Nobel, invece, è un premio “alla carriera”: che se ne fanno gli artisti dei soldi vinti, si comprano una casa? aprono una fondazione umanitaria?</p>



<p>Il problema sta all’origine. Il signor Nobel, che faceva l’imprenditore, pensò di premiare chi “nel campo letterario, ha prodotto il lavoro più autorevole in una direzione ideale”. Che vuol dire? In letteratura, nulla. Per questo, più che la libertà di giudizio, a Stoccolma ha vinto il crisma geopolitico e un po’ di fancazzismo. Il Nobel per la letteratura esiste, infine, in sé, perché si parli di qualcosa, purché se ne litighi. Nel 1974 capitò un cataclisma perché gli svedesi avevano osato premiare due svedesi, Eyvind Johnson e Harry Martinson. Morirono, entrambi, capitolati sotto uno stuolo di polemiche, dopo pochi anni: Johnson nel ’76; Martinson nel febbraio del ’78, dopo vari ricoveri: in preda a una nevrosi lancinante, si squarciò il petto con un paio di forbici. Era un poeta di valore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93065" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p>Se il Nobel è ciò che è, puro show, intrattenimento, mercato con lo smoking, gli scrittori fanno bene a guardarlo con sospetto: dal giorno dopo, diventano autori da salotto, da conferenza, da abito di gala. <strong>Il sogno di uno scrittore, invece, è avere un successo di pubblico tale da sputare in faccia a tutti, fottendosene di tutto, augurandosi l’aura di un certo, pur viziato, maledettismo.</strong> O monaco o bastardo, o santo o puttaniere, lo scrittore. Michel Houellebecq si sfogherà in ghigni. Il Nobel, in fondo, lo ha vinto lui.</p>



<p>*</p>



<p><em>Era già tutto previsto. Almeno dal Leone d’oro di Venezia, andato, lo scorso anno, a “L&#8217;Événement”, il film francese di Audrey Diwan tratto dal romanzo di Annie Ernaux, “L’evento”. Di quell’evento – con perspicacia “politica” – aveva scritto Fabrizio Sabbatini su “L’Intellettuale Dissidente”: era il 4 novembre 2021. Ripubblichiamo l’articolo di allora per percepire il paté ideologico che alligna dietro una scelta estetica. L’“ideale” professato da Nobel trova nella Ernaux una degna rappresentanza: la scrittrice francese incarna, in effetti, una specifica idea di mondo.</em></p>



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<p>Il Ddl Zan è morto, il Ddl Eutanasia è in fin di vita e anche il patriziato liberal locale non si sente molto bene.</p>



<p><strong>I progressisti di casa nostra, infatti – che non ne azzeccano una forse dai tempi delle unioni civili, contentino di civilizzazione in salsa italiana – vivono un momento cupo, di depressione, dato dal ritorno delle battaglie ideologiche, intra ed extramoenia parlamentari.</strong> Ma anche oltre i confini dello Stivale la situazione non è messa meglio, la <em>culture war</em> è in atto ovunque, arriva fino a latitudini oltreoceaniche.</p>



<p>Non resta quindi che rivangare nel passato, scavare nella fossa, riesumare vecchi bottini di guerra, spolverarli, lucidarli, tirarli a nuovo e propinarli al proprio boario uditorio, rivendendoli come attuali.</p>



<p>Teatrino di questa pantomima, il Festival del Cinema di Venezia – divenuto ormai il Sanremo della settima arte – che ha visto il trionfo, nel 2021, e la relativa assegnazione del famigerato leone aureo al film <em>L’événement</em>, ovvero la pellicola pro-aborto in concorso.</p>



<p>Il film, in Italia, si chiama <em>La scelta di Anne</em>, in ossequio alla tradizione in cui gli italiani sono – e si confermano – veri maestri, ossia quella di generare titoli tristi e banali per soppiantare quelli originali, mentre le tribune giacobine della critica – prive d’ogni senso della realtà – accolgono con plausi e boati l’uscita e la premiazione della pellicola di Audrey Diwan, trasmettendo una sorta di grottesca tenerezza.</p>



<p>Sono trascorsi infatti più di quarant’anni dall’entrata in vigore della Loi Veil in Francia e dalla Legge 194 in Italia – che hanno depenalizzato e disciplinato l’interruzione volontaria di gravidanza – e, con ogni probabilità, non esiste un tema su cui il pensiero attuale sia più appiattito ed uniforme. Presentare un film sull’aborto, oggi, non è certo un’ardimentosa impresa, un’iniziativa eroica, spericolata, si tratta banalmente di un film come un altro – bello o brutto che sia – ma non per questo meritevole di “giusta” premiazione, come sostenuto da <a href="https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2021/11/01/news/la_scelta_di_anne-324626855/">alcuni</a>. In tal caso, vi è solo il trionfo della prevedibilità.</p>



<p>Il canone, infatti, è sempre il medesimo – cinema, letteratura, teatro – se l’opera è engagé e politicamente corretta scatta la pubblica lode, se non lo è, che vada pure a farsi benedire.</p>



<p>Ma il progressista medio vive coi paraocchi, senza rendersi conto di una realtà che evolve, muta, si trasforma. Se nei primi anni Sessanta i più giovani vivevano immersi in una dilagante ignoranza – o strafottenza – sessuale e la contraccezione era illegale, l’aborto – comunque la si pensi al riguardo – era certamente un tema da <em>débat public</em>, ma nella postmodernità, in cui tutto è sdoganato – dal sesso virtuale alla cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo – davvero si osa ancora ipocritamente definire “coraggioso” un film che tratta una tematica da decenni non più tabù per nessuno?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93066" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL.jpg 730w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p>Ultimamente poi, il bersaglio prediletto dei feticisti del progresso è divenuto il Texas, con il suo recente <em>abortion ban</em> – l’interruzione di gravidanza ritenuta illegale dopo la sesta settimana (la legge è attualmente al vaglio della Corte Suprema) – contro il quale vengono scagliati dardi infuocati, perché la democrazia liberal funziona così, quando manca la maggioranza si urla automaticamente alla dittatura e il potere del popolo non è più degno di garanzie.</p>



<p>Ma rimembrare le antiche battaglie si tramuta solo in un esercizio di memoria, di celeste nostalgia, si finisce per parodiare sé stessi, con quella brama di rivoluzione permanente, divenuta ormai solo pane per denti esaltati, da parte di una schiera di individui che imposta tutto con la ragione per imporre i propri imperativi morali e poi vendersi a una politica fatta di emozioni, di sentimentalismo, alla perenne ricerca di un nemico da osteggiare, di una battaglia da combattere. È la patologia del sessantotto infinito. I progressisti di oggi si rivelano infatti, ancora una volta, i veri conservatori, con la loro smania di congelare gli status quo ante, senza guardare avanti. La nave imbarca acqua, rode lo scafo, ma loro continuano a suonare, in abito da sera, come l’orchestrina del Titanic sul ponte principale, mentre tutto intorno affonda.</p>



<p>Che poi, libertà, coraggio, diritti a profusione, premi e tabù e nemmeno l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il proprio nome, conferendogli almeno la dignità del linguaggio.&nbsp;</p>



<p><strong>Annie Ernaux, con il suo tipico tono pedante, nel libro – ambientato nel 1963, epoca in cui era una giovane ragazza – utilizza espressioni quali “questa realtà dentro la pancia”, “questa cosa qui”, mentre sceglie dolorosamente di farsi strappare clandestinamente il suo bambino dal grembo</strong>, di abortire il proprio figlio, rischiando la vita, per sottrarsi a un destino proletario, per proseguire gli studi, perpetuare la propria esistenza da intellettuale. <strong>E proprio in quanto trattasi di una scelta sofferta, struggente, l’idea di sventolare il dolore, l’orrore, come una conquista sociale, strumentalizzarlo su un tappeto rosso, festeggiarlo a lustrini e champagne, per godere del marcescente strascico di vecchi fasti progressisti, è qualcosa di aberrante, disgustoso.</strong> Non ha certamente nulla in comune con quella “civilizzazione” tanto professata dai sostenitori della causa ma è forse più vicina ad un futuro prossimo governato da quelle possibilità che l’ingegneria sociale potrà concedere all’individuo – uomo o donna che sia – insieme alle peggiori nefandezze. Da quando il nichilismo è divenuto infatti emblema di civiltà?</p>



<p>“Nell’amore e nel piacere non mi sentivo un corpo intrinsecamente diverso da quello degli uomini” scrive l’autrice, ed eccolo lì, il grande errore del femminismo, quello dell’affermazione del proprio successo nel mondo delle donne attraverso l’erosione della sua caratteristica, naturale differenza rispetto a quello maschile – la maternità – tramite il diritto all’aborto.</p>



<p>In maniera molto più brutale ma molto più realista, Carmelo Bene – che soleva autodefinirsi un aborto vivente – diceva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ha ragione Schopenhauer: il sospiro degli innamorati è in realtà la <em>specie che vagisce</em>. Non esiste la copula, è la specie che bussa”. &nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Lo scorso settembre, invece, ben poche sale cinematografiche hanno aderito alla programmazione di <em>Unplanned. La storia vera di Abby Johnson</em>, film anch’esso di matrice autobiografica (il libro da cui è tratto – <em>Scartati-La mia vita con l’aborto</em> – in Italia è stato pubblicato da Rubbettino), in cui la direttrice di una clinica abortiva si ritrova per un caso fortuito ad assistere dal monitor ad un’interruzione di gravidanza – con il profilo del bambino che scalcia, cercando di respingere la cannula che lo risucchia – cambiando così per sempre la sua visione dei fatti e diventando un’attivista pro-life. Ovviamente, a parte qualche giornale di ispirazione cattolica, nessuno, nei media conformisti, ne ha fatto menzione.</p>



<p>Ma è qui che il presunto conservatore si mostra più progressista del suo detrattore. Rompere un tabù, non è forse, oggi, mostrare cosa accade a un cuore che smette di battere?&nbsp;</p>



<p><strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Ho ucciso mia madre in me”. Il romanzo sull’aborto</title>
		<link>https://www.pangea.news/annie-ernaux-aborto-libro-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2022 04:17:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Annie Ernaux]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;orma]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Oriri </em>in latino è un verbo anomalo che sta a indicare il fatto di nascere. Con l’aggiunta di “ab” è venuta al mondo la parola <em>aboriri</em>, perire e “aborto” che, in questi tempi confusi, si pronuncia sottovoce, non senza una certa circospezione. Soprattutto di fronte al tramonto del diritto di abortire legalmente delle donne d’America, con l’abolizione della storica sentenza “Roe v. Wade” della Corte suprema federale (sentenza del 1973).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/i__id1228_1x-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91797" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/i__id1228_1x-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/i__id1228_1x-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/i__id1228_1x-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/i__id1228_1x.jpg 730w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p><strong>“La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto” recita la decisione della Corte suprema, di pochi giorni fa, passata con sei voti a favore e tre contrari. La parola, insomma, torna nel limbo dell’irregolarità, dell’illecito, nella zona d’ombra della mancanza di libertà, e di scelta.</strong> Siamo in America, d’accordo, ma guardiamo un momento alla vecchia Europa. Riprendo in mano <strong>un libro potente della scrittrice francese Annie Ernaux, qui l’aborto dà il titolo al romanzo: “L’evento”.</strong> Pubblicato da Gallimard nel 2000, il romanzo autobiografico è stato pubblicato – traduzione a cura di Lorenzo Flabbi – da L’orma editore nel 2019 (anno in cui molti stati americani hanno adottato leggi contro l’aborto) e, nell’inverno scorso, è arrivato in Italia il film <em>La scelta di Anne</em>, vincitore del Leone d’oro all’ultima mostra del cinema di Venezia, curiosa e infedele traduzione dell’originale <em>L’évenément</em>. Un libro necessario oggi per illuminare quello che non si vuole dire, per dare voce a chi attraversa un dolore pazzesco, a chi sceglie di non scegliere la maternità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo”.</strong></p></blockquote>



<p>Nell’ottobre 1963, in Francia, l’aborto è illegale e la giovane studentessa di lettere ventitreenne Annie ha cercato disperatamente qualcuno disposto ad aiutarla in questa strada clandestina. Per la scrittrice fare i conti con il passato – un passato che si fa presente – è scendere nel buio tormento di quei giorni mai dimenticati.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Da anni giro attorno a questo avvenimento della mia vita. Leggere in un romanzo la narrazione di un aborto mi fa trasalire, mi getta in uno sbigottimento senza immagini né pensieri, come se istantaneamente le parole si facessero sensazione violenta”.</strong></p></blockquote>



<p>La Ernaux ripercorre sensazioni e situazioni di una ferita che, nonostante il tempo, non smette di sanguinare.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Che la clandestinità in cui ho vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta. Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quasi sempre quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo, con la scusa che «le cose sono cambiate». Ciò che è accaduto resta coperto dallo stesso silenzio di prima. È proprio perché nessun divieto pesa più sull’aborto che, mettendo da parte la percezione collettiva e le formule necessariamente semplificate imposta dalle battaglie degli anni Settanta – «violenza sulle donne» eccetera –, io posso affrontare, in tutta la sua realtà, questo evento <em>indimenticabile</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>Perché era proibito l’aborto? “Era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito”. La gravidanza era il frutto di un amore passeggero e senza futuro con uno studente di Scienze Politiche e la giovane studentessa si era fatta fregare “all’ultimo degli ardori”, perciò sentiva forte la bruciatura, “il fallimento sociale”. I ragazzi, gli studenti, i medici, in questa dolorosa avventura, sono troppo inclini al rispetto della legge, assai poco empatici e interessati all’evento come uno spettatore al cinema che non vuole perdersi il finale, senza contare l’improvvisa possibilità di provarci: hanno ben poco a cuore la situazione della ragazza. In fondo “i figli dell’amore sono sempre belli” commenta sbrigativamente il dottore che la visita.</p>



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<p>Annie non è spaventata dalla prospettiva dell’aborto in sé, le sembrava una prova che non richiedesse chissà quale dose di coraggio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Una prova come le altre. Bastava seguire la strada sulla quale legioni di donne mi avevano preceduta. Sin dall’adolescenza avevo accumulato narrazioni, lette nei romanzi, origliate nei pettegolezzi di quartiere. Avevo acquisito vaghe conoscenze sui metodi che venivano utilizzati, il ferro da maglia, il decotto di prezzemolo, le iniezioni di acqua saponata, l’equitazione”.</strong></p></blockquote>



<p>La soluzione sembrava quella di scovare uno dei medici detti “cucchiai d’oro” oppure una donna di quelle che venivano chiamate “fabbricanti d’angeli”. Le confidenze ai compagni di studi si rivelano spesso fonte di nuovi crucci e di infelicità per la giovane Annie. Infine, trova una <em>fabbricante d’angeli</em>, la vecchia signora P.-R., sospesa tra tenerezza e ferocia. E arriva a narrare “l’evento”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Vedevo la finestra con le tendine, le finestre del palazzo di fronte, la testa grigia della signora P.-R. tra le mie gambe. Non avevo mai immaginato che, un giorno, mi sarei potuta trovare lì. Forse ho pensato alle mie compagne di università che in quello stesso istante erano chine sui libri, a mia madre che canticchiava stirando, a P. che camminava per Bordeaux”.</strong></p></blockquote>



<p>In quel momento, quel drammatico evento le ha permesso di nascere, venire al mondo e provare a desiderare dei figli.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“È come se questa donna che si dà da fare tra le mie gambe, che introduce lo speculum, mi stesse facendo nascere. Ho ucciso mia madre in me in quel momento”.</strong></p></blockquote>



<p>Il dolore è stato atroce. “Lei diceva «su, piccina, la smetta di urlare» e «devo pur fare il mio lavoro», o forse altre frasi ancora che avevano un solo significato, l’obbligo di andare a fondo. Frasi che in seguito ho ritrovato nei racconti di donne che avevano abortito clandestinamente, come se non ci possano essere, in quel momento, parole diverse da quelle della necessità e, talvolta, della compassione”. La donna che ha fabbricato il suo angelo ha i contorni di una strega, con le pantofole ai piedi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Mi sentivo abbandonata da tutti, con l’unica eccezione di quella signora anziana dal cappotto nero che mi scortava come se fosse mia madre. Nella luce della strada, fuori dal suo antro, con la sua pelle grigia, mi suscitava avversione. La donna che mi salvava assomigliava a una strega o a una vecchia ruffiana”.</strong></p></blockquote>



<p>Quando il bambino – è un maschio, forse – esce dal suo grembo sembra un bambolotto e ha una strana pesantezza. Senza censure questo evento rende il romanzo imponente e spietato, inequivocabile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“In mezzo alle cosce vedevo le piastrelle del pavimento. Spingevo con tutte le mie forze. È zampillato all’improvviso come lo scoppio di una granata, in un fiotto d’acqua che si è allargato fino alla porta. Ho visto un piccolo bambolotto penzolarmi dal sesso, appeso a un cordone rossastro. Non avevo immaginato di avere dentro di me una cosa così. Dovevo camminare portandomelo dietro fino alla stanza. L’ho preso in una mano – aveva una strana pesantezza – e mi sono trascinata lungo il corridoio stringendolo tra le cosce. Ero una bestia”.</strong></p></blockquote>



<p>La strana “bambola indiana”, con il corpo minuscolo e il testone viene infilato in un sacchetto di biscotti vuoto. Forse l’ultima dolcezza prima della sua scomparsa. In bagno, capovolge il sacchetto sopra la tazza e tira lo scarico. L’aborto clandestino non viene compiuto completamente perché dopo averlo reciso grossolanamente, il cordone ombelicale non smette di sanguinare. Così viene ricoverata all’ Hôtel-Dieu.</p>



<p>L’incontro con i medici, uomini essenzialmente, non è mai felice. Il vero sacrificio, ieri come oggi, è delle donne, così come la sofferenza e il pesante giudizio morale. Anche nella clinica di Rouen dove viene curata, il dottore che l’effettua il raschiamento la maltratta, e poi se ne vergogna dal momento in cui scopre che è una studentessa di lettere. Anche la ragazza madre dei quartieri poveri di Rouen che ha deciso di tenere il bambino non si guadagna un trattamento migliore di Annie che, invece, ha abortito.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="620" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/81eH9olvBXL-620x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91798" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/81eH9olvBXL-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/81eH9olvBXL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/81eH9olvBXL-600x991.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/81eH9olvBXL.jpg 654w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p>Annie Ernaux non ha mai smesso di pensare alla vecchia signora P.-R. e ha cercato anche di tornare nei luoghi in cui si è compiuto “l’evento”, pensando che, forse, le sarebbe successo qualcosa. È a lei che pensa dovrebbe dedicare il romanzo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Senza saperlo, quella donna forse venale – ma viveva in una casa povera – mi ha strappata a mia madre e mi ha gettata nel mondo”.</strong></p></blockquote>
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		<title>Lettura domenicale. Elio Paoloni, “La coppia inattuale. Matrimoni politicamente scorretti”. Un brano sull’“interruzione volontaria di gravidanza”</title>
		<link>https://www.pangea.news/elio-paoloni-la-coppia-inattuale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 07:07:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[aborto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La coppia inattuale, di Elio Paoloni, TAU editrice, è un contro-manuale di coppia scomodo, scanzonato e profondo, spesso provocatorio (un capitolo è dedicato all’elogio del sensale di matrimoni). Attingendo alla storia, alla letteratura, e soprattutto alla common decency, quella naturale predisposizione morale delle classi popolari a cui faceva costante riferimento George Orwell, “un sentimento intuitivo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.taueditrice.com/index.php?option=com_jshopping&amp;controller=product&amp;task=view&amp;category_id=60&amp;product_id=627&amp;lang=it" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em><strong>La coppia inattuale</strong></em></a>, di <a href="http://www.eliopaoloni.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Elio Paoloni</strong></a>, TAU editrice, è un contro-manuale di coppia scomodo, scanzonato e profondo, spesso provocatorio (un capitolo è dedicato all’elogio del sensale di matrimoni). Attingendo alla storia, alla letteratura, e soprattutto alla <strong><em>common decency</em></strong>, quella naturale predisposizione morale delle classi popolari a cui faceva costante riferimento George Orwell, “un sentimento intuitivo delle cose che non si devono fare se si vuol restare degni della propria umanità”, Paoloni intende dimostrare, pur evitando accuratamente ogni genere di argomentazione religiosa, che alcuni valori sono fondamentali per qualsiasi società che voglia restare civile, sana, strutturata. Qui sotto un brano relativo all’aborto.</p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76621 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-23-200x300.jpg" alt="" width="299" height="449" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-23-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-23.jpg 250w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" />Interruzione volontaria di gravidanza</strong>, che si contrae in IVG. Un acrostico, una sigla. Neutra, deodorata, devitalizzata. Gli acronimi sono l’ultima moda in fatto di eufemismo, <em>l’eufemismo perfetto</em>. L’eufemismo è un delitto. Uccide la verità, poi ci permette di sopprimere la vita. Ascoltate una donna incinta che parla della gravidanza che intende portare a termine: si rivolge al contenuto del suo grembo come a un <em>bambino</em>, da subito. Già nei primi giorni ne parla designandolo con un nome proprio, quello che gli darà al battesimo. Nell’altro caso, invece, si parla di embrione, feto, o, meglio ancora, non lo si nomina in alcun modo. Si tenta di considerarlo un’escrescenza, una cisti. Così un <em>omicidio</em> diventa faccenda di donne, confuso tra perdite, mestruazioni e ritardi, quelle robe lì. Se lo si chiamasse bambino non si potrebbe evitare di chiedere il parere – almeno “consultivo”, formula ipocrita che sta in tanti atti amministrativi – di chi, qualche mese dopo si vedrebbe investito fino alla morte, in qualità di padre, da responsabilità giuridiche, economiche, morali. Se usi il termine appropriato permetti anche alla ragazzina incinta di essere consapevole. Consapevole davvero, non intronata dalla speciosa terminologia adottata dalle riviste femminili e dai quotidiani progressisti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Si arrampicheranno sugli specchi</strong> per spiegarvi che quella cosa non è nulla, non è una persona, non è una vita. Perché qui, perché là. “Non soffre”. “Non ha memoria”. In uno scambio epistolare un mite scrittore mi ha scritto “il feto è non è nulla o è poco”. Poco. Sì, ha scritto <em>poco</em>. Poco. Come anche un mongoloide, immagino, o un malato di Alzheimer, che non ha memoria. E continuava, serafico: “un topo o un’ombrina soffrono più di un feto di tre mesi”, fondando un’etica sulla scala di resistenza al dolore. Vale a dire che se ammazzo sul colpo un uomo addormentato (sofferenza zero) non dovrei essere imputabile. Da prepararci subito un disegno di legge. Ultimamente, va detto, evitano queste argomentazioni perché proprio quella Scienza che sbandieravano ha definitivamente accertato che nell’ovulo fecondato c’è tutto il destino di quell’essere, malattie comprese. Ma lo sapevano già tutti, senza bisogno di risultanze scientifiche – e non importa se credono o no all’anima – che quello è un preciso progetto di vita, che da lì nascerebbe proprio ed esclusivamente quella persona, quell’individuo, quella realtà vitale. Come si può tranquillamente stroncare quell’essere, se solo dopo qualche mese lo stesso atto viene visto come orrendo delitto, abominevole comportamento?</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ascolto di continuo i belati</strong> degli osservatori <em>comprensivi</em>: ma cosa credi, è una scelta difficile, le donne ne soffrono. Diamo per scontato che sia vero, anche se non sempre lo è: molti consultori fanno di tutto per renderla facile; non che ve sia bisogno: l’ideologia dominante, l’isteria femministoide, l’assuefazione, fanno sì che le ragazzine vi ricorrano come se si trattasse di prendere un’aspirina. Dopo anni, magari decenni, alla nascita di un figlio, alla morte di un congiunto o per la caduta della negazione, forse realizzeranno e si troveranno a far ricorso allo psicologo. Intanto molte la vedono facile. Ma la mia risposta, in ogni caso, è: <em>chi se ne frega</em>. Sorvolare sul delitto perché l’assassino ci ha pensato su e, <em>poer nano</em>, è pure dispiaciuto, è abominevole. Ha fatto a pezzi la nonna, però, sai, è stata una decisione difficile.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_76624" aria-describedby="caption-attachment-76624" style="width: 511px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-76624" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/paoloni-300x180.png" alt="" width="511" height="307" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/paoloni-300x180.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/paoloni-1024x614.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/paoloni-768x461.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/paoloni.png 1200w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /><figcaption id="caption-attachment-76624" class="wp-caption-text">Lui è Elio Paoloni. Tra le altre cose ha pubblicato con Melville, nel 2019, &#8220;Abbronzati a sinistra&#8221;</figcaption></figure></p>
<p><strong>Ridicolo il tiramolla sul periodo</strong> di liceità del delitto. Tre settimane, no, due, no, quattro, il tutto condito con farneticazioni parascientifiche e pretestuose disquisizioni giuridiche. Cosa succede, a parere di lor signori, al novantunesimo giorno? Non può trattarsi dell’instaurarsi di un’anima, alla quale lor signori non credono, dunque si tratta di una questione di fattezze, la riconoscibilità delle forme. Ma ogni limite può essere spostato. Aristotele, non edotto sul DNA, immaginava che lo sperma rimanesse in qualche modo ‘separato’ dall’embrione fino a un certo punto. A tentoni individuava nel quarantesimo giorno di gestazione la comparsa del movimento e della sensazione, legata al formarsi del cuore, dopodiché l’aborto sarebbe divenuto empio. Lo Stato di New York, invece, ha promulgato una legge secondo la quale, se è a rischio la salute della madre, l’aborto può essere praticato in qualsiasi momento, anche il giorno prima del parto, in sostanza. Non vi sarebbe nulla da eccepire, a un primo sguardo, ma se consideriamo che in quella vaga formulazione, ‘salute’, possono rientrare le problematiche psicologiche, e sapendo bene che per il DSM, la bibbia degli psicoterapeuti, anche la melanconia è ormai una vera e propria malattia, ne risulta che se al settimo mese mi prende la malinconia posso avviarmi tranquillamente all’aborto.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Gli ingenui danno per scontato</strong> che la determinazione della presenza o dell’assenza di vita o meglio di diritti – tot settimane, tot mesi – preceda e determini la formulazione della legge. Ma è sempre il contrario: avendo deciso di avallare l’omicidio si è cercata la giustificazione “scientifica”. Perché gli abortisti non si oppongono al divieto di abortire dopo una certa data?  Anche a otto mesi il feto dovrebbe “appartenere” alla donna: è pur sempre nell’utero. <em>E quello è mio e me lo gestisco io</em>. L’opinione della maggioranza è spesso associabile all’orrore, specie in quell’abuso di democrazia diretta costituito da certi referendum: qualche anno fa è stato chiesto a milioni di assoluti profani di decidere il numero di ovuli impiantabili nella procreazione assistita. Se, cioè, nove erano troppi o troppo pochi. Ovvio che la risposta a quel quesito sia stata – necessariamente e in tutti e due i casi – ideologica, ovvero governata dalle parole d’ordine delle élites. Vergognoso lo sdegno dei media verso le madri che abbandonano il neonato nel cassonetto, ipocrite le lacrimucce di chi in quel cassonetto ha lasciato depositare decine di feti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Si parla spesso del “dovere della memoria”</strong>: non bisogna dimenticare (perciò beccatevi queste tremende immagini dello sterminio degli ebrei). Ma l’immagine di un feto fatto a pezzi durante un’operazione di aborto non è altrettanto orribile di una cadavere scheletrico bruciato in un forno crematorio? Perché quest’ultima viene di continuo ostentata in film, reportage e fiction mentre la seconda è proibita e nascosta? – si chiede lo storico Franco Cardini. Certo, sulla shoah si è tutti d’accordo mentre sul fatto che l’aborto sia o meno una pratica delittuosa esiste una radicale divergenza che attraversa e spacca la nostra società. Proprio per questo, però, dovremmo mostrare come si trucidano i bambini (questo sono: bambini).</p>
<p><strong><em>Elio Paoloni</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Lorenzo Lotto, &#8220;Giovanni della Volta con moglie e figli&#8221;, 1547</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elio-paoloni-la-coppia-inattuale/">Lettura domenicale. Elio Paoloni, “La coppia inattuale. Matrimoni politicamente scorretti”. Un brano sull’“interruzione volontaria di gravidanza”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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