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	<title>Costume Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Mistica, metafisica, terribile Riviera romagnola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 03:56:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[costa romagnola]]></category>
		<category><![CDATA[Giosuè Gorinzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Camera 127 dell’Hotel Esedra, Milano Marittima, 14 agosto. Balcone che dà su un piccolo viale alberato. Da lontano si sente il piano bar di qualche albergo. Canzoni popolari degli anni Settanta. La tv della stanza trasmette “Ferragosto Ok”, miniserie televisiva del 1986 con Mauro Di Francesco e Gianni Ciardo. Quando scendo, nello splendido dehor dell’albergo, trovo [&#8230;]</p>
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<p><strong>Camera 127 dell’Hotel Esedra, Milano Marittima, 14 agosto. Balcone che dà su un piccolo viale alberato. Da lontano si sente il piano bar di qualche albergo.</strong> Canzoni popolari degli anni Settanta. La tv della stanza trasmette “Ferragosto Ok”, miniserie televisiva del 1986 con Mauro Di Francesco e Gianni Ciardo. Quando scendo, nello splendido dehor dell’albergo, trovo una copia della “Gazzetta di Modena” che decido di leggere per aspettare la mezzanotte e tornare in camera, a dormire.</p>



<p>Sempre più articoli (l’ultimo è questo&nbsp;<a href="https://www.internazionale.it/notizie/alessandro-calvi/2026/08/15/rimini-riccione-turismo">I sogni sbiaditi della riviera adriatica &#8211; Alessandro Calvi &#8211; Internazionale</a>) parlano della decadenza rivierasca raccontando di come la costa era quella lingua di divertimenti e solitudini tanto care a Tondelli e Fellini. Da quando lo scrittore e il regista hanno iniziato a raccontare la loro visione della costa ecco che i giornalisti, da allora e fino ad oggi, hanno continuato a speculare su questa narrazione romantica e cinematografica. Da una parte lo spleen dei viali luccicanti di Riccione, dei gay e degli uomini muscolosi, delle spiagge infinite ed assolate. Dall’altra parte la nebbia del fuori stagione, dei confini sconfinati, dei personaggi alla ricerca di loro stessi. L’immaginario rivierasco si è cicatrizzato dentro la stessa inutile narrazione da ormai cinquant’anni. Ovviamente per chi legge quegli articoli, per chi ascolta un certo tipo di musica, per chi guarda vecchie pellicole o per chi legge determinati libri.&nbsp;<strong>Il turista nazional-popolare se ne è sempre sbattuto le palle di tutta questa storia e ha sempre accettato la Romagna per quello che è, un semplice posto fatto di mare e pinete dove trascorrere le vacanze d’estate.</strong>&nbsp;Oggi (a parte forse Alessandro Gori) nessuno può permettersi di passare più uno o due mesi in hotel. Oggi (ma ormai da vent’anni esatti) le vacanze sono fatte di veloci week end per un bagno e una piadina nei sempre già citati posti Tondelliani o Felliniani (Rimini e Riccione su tutti) per una serata in discoteca (ma ormai nessuno parla più del divertimentificio rivierasco) e sempre meno per frequentare la spiaggia (torbida, assolata, calda) ormai svuotata dal rito collettivo del sole e del bagno al mare. In spiaggia si va verso mezzogiorno per un pranzo (sono tutte dotate di ottimi ristoranti) e forse poi, qualcuno, decide di fermarsi per un’ora di sole sul lettino a bordo riva.&nbsp;</p>



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<p><strong>Crisi costiera, cristi vacanziera. Insomma, si leggono sempre le solite cose da circa vent’anni. Fellini, Tondelli, spleen adriatico e gente che preferisce andare altrove.</strong>&nbsp;Ma la costa adriatica non sono Rimini e Riccione, non è solo il divertimentificio, il sapore vintage della vacanza di una volta o la piadina nel chiosco.&nbsp;<strong>C’è tutta una geografia di posti, di luoghi, di mappe, di situazioni sconosciute o semi-sconosciute che fanno della costa il paradiso dei paradisi terrestri. Un luogo di astrazione</strong>, lontano dalle luci della ribalta tanto cara ad autori e creativi, che disegna sensazioni mistico-costiere solo per chi davvero la Romagna prova a viverla da adepto e non da turista.&nbsp;</p>



<p>Intanto la costa inizia da Casalborsetti, luogo metafisico fatto di pinete, alberi, pigne e pinoli, con un campeggio (la vacanza in camping, ancora molto amata e dai prezzi sempre più proibitivi ma poco considerata negli articoli di cui parlavamo sopra) immerso nelle ombre tremende del bosco di pini marittimi&nbsp;<strong>a ridosso di una spiaggia selvaggia ed infinita che pare più una spiaggia del Galles che dell’Adriatico.&nbsp;</strong>I silenzi, le visioni mistiche, gli ululati notturni (le pinete si stanno recentemente popolando di lupi scesi dagli appennini) rendono questo posto spettrale, magico, silente. Marina Romea è uno squarcio di villette, negozi e qualche bar intrappolato, come sopra, da una pineta selvaggia (cavalli allo stato brado) e poi chimici in bella vista, che la notte sono illuminati come navicelle spaziali parcheggiate a bordo lago. Lì si possono trovare ancora le pizzerie economiche, le statue delle Madonne nei cortili dei villini che sembrano disabitati, i tavoli da ping-pong posizionati negli angoli di alberghi remoti.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-108287" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-1536x1025.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/milano-marittima.jpg 1614w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Il porto canale di Ravenna, da dove partono navi cargo per le zone più lontane del mondo, divide Marina Romea da Marina di Ravenna, una specie di Los Angeles in miniatura.</strong>&nbsp;La struttura è quella di Venice Beach. Il paese, tra porto e cemento, senza alberi è un luogo sperduto fatto di case e negozi alla moda per il passaggio della movida ravennate. Poi una lingua d’asfalto percorre la strada costeggiata a destra e a sinistra da una pineta ombrosa. Da una parte qualche camping e qualche piccolo albergo, dall’altra gli stabilimenti balneari che offrono ristoro, relax, inquietudini, musica dal vivo, piante tropicali, cibi esotici, tamarrate assortite. Punta Marina pare il seguito epico di Marina di Ravenna&nbsp;<strong>(recentemente è stata invasa da più di duemila pavoni liberati da un giardino privato) con un piccolo centro termale per i fanghi e le visite mediche</strong>, la discoteca sulla spiaggia che sa di sabbia e polvere, la solita devastante pineta zeppa di more selvatiche, stronzi di cane, fazzolettini usati, qualche slip, cartacce, pinoli, insetti vari, ombre.&nbsp;</p>



<p>Lido Adriano è un isolato centro urbano fatto di cemento e grigiore sorto dal nulla tra il mare e la pineta. Comunità gitane, slave e magrebine convivono girovagando in ciabatte tra le vie fatte di casermoni popolari e villette con giardino fino al gradito sconfinare della spiaggia, libera e abbronzatissima, dei soliti stabilimenti balneari che ospitano l’umanità più disperata.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Lido di Dante è isolata, ritrovo di omosessuali e nudisti, campeggi luridi e sordidi,</strong>&nbsp;una spiaggia con due o tre stabilimenti scopre il lato oscuro e sudicio, tra scambisti e vacanze naturiste fino a farsi inglobare nella pineta delle pinete.&nbsp;</p>



<p>La pineta di Classe, citata persino da Dante nella sua Commedia, si aggroviglia su sé stessa per chilometri. Canali di scolo, canalini, stradine impercorribili, lunghi viali battuti da corridori e ciclisti, ragni malefici, lupi e cerbiatti, zone militari invalicabili, porzioni di spiaggia chiuse al pubblico per la nidificazione dei volatili. Lì ho trovato, tra le frasche, uomini libidinosi, gente afflosciata nei terricci, hippie addormentati tra gli stronzi dei merli, cesene malinconiche, voci dall’oltretomba.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24-1024x679.jpg" alt="" class="wp-image-108288" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24-1024x679.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24-300x199.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24-600x398.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/24.jpg 1257w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>La Romagna delle pinete dolorose e oscene termina qui. Inizia una seconda Romagna più vitale e caciarona, ma anche più malinconica e spensierata.</strong>&nbsp;Parliamo sempre di costa, perché la regione offre anche pallide scorciatoie nell’entroterra che mai ho voluto investigare o visitare. Per me esiste solo la costa, splendida e tremenda, la costa dove i sogni si spengono perché le vacanze finiscono. Lido di Classe, cittadina abitata prevalentemente da transessuali, villette misteriose, ombre di camping spariti, cinema all’aperto tra zanzare e sedie arrugginite, parcheggi di camper infiniti. Lido di Savio, una strada come in qualche film western, da una parte gli alberghi, dall’altra sale giochi, lavanderie a gettoni, bar, gelaterie, qualche negozio di abbigliamento. Il mare con i suoi stabilimenti balneari è come un impiccio, un’aggiunta.&nbsp;</p>



<p>Milano Marittima, luogo mitico e fantastico, lontano in realtà dalla sua celebrità televisiva dovuta a vip di terza fascia e napoletani in vacanza, offre una zona di ombre oscure, rigurgiti fascisti grazie a colonie rimaste ancora in piedi (dal terreno geologicamente alchemico come sosteneva Paulo Zeder) caserme, spiagge spiegazzate dal tempo, parcheggi spartani, immancabili camping fatti di tende, roulotte con veranda, terricci, lampioni e ancora seducenti malinconie che svuotano il respiro e riempiono l’aria circostante. La zona centrale è un tripudio di grattacieli, ristoranti, plastica e bar alla moda. Una moda decaduta, una moda che risorge su sé stessa ogni anno. Funzionale per il turista di passaggio, per il giovane che cerca svago, per il nordafricano coatto che sogna l’Italia del successo e delle ambizioni occidentali. Ma è anche un concentrato di piccoli alberghi, che frequento spesso quando raggiungo quelle lande, per un rituale che è solo mio. Il dehor silenzioso della pensione, la camera con il balconcino e la tv che trasmette film marittimi, l’atmosfera della vacanza rilassante. I muscoli finalmente perdono le tensioni cittadine ed è qui che si sciolgono definitivamente rivelando cervicali e lombalgie acute mai apparse prima. L’esperto di geopolitica Alessandro Pasi prende lo stesso lettino al Bagno Ancora da trent’anni e ancora non si è rotto i coglioni. Il Momento (una caprese perfetta a solo 9 euro) è forse il ristorante che meglio identifica l’ambivalenza del posto. Struttura da pub tedesco, menù infinito, prezzi abbordabili: scarta e dribbla i ristoranti costosi del centro per un attimo di tranquillità prima di scendere nell’inferno dei propri pensieri e ricordi vacanzieri.&nbsp;<strong>C’è il trauma degli hotel chiusi e abbandonati che affiorano qua e là tra le viette addormentate, il Conte che racconta e scrive di una Milano Marittima differente e diversa e auspica un ritorno agli anni Sessanta</strong>, le fontanelle pubbliche sempre più rare.&nbsp;</p>



<p>Cervia con il lungomare che pare non finire mai, Pinarella (che ripiomba nel vizio oscuro di pinete e ombre) tra minigolf, colonie per anziani e disabili, bar e centri commerciali che sorgono dalla terra, tra cemento e piastrelle, e raccolgono librerie con vecchie edizioni a prezzi scontati, qualche boutique senza firme, bazar e paninoteche notturne.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="706" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72-1024x706.jpg" alt="" class="wp-image-108289" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72-1024x706.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72-300x207.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72-768x530.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72-600x414.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/72.jpg 1211w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Cesenatico è divisa in due da un grande porto, fortuna per chi possiede barche a vela o yatch a buon mercato, tra un affastellarsi di colonie abbandonate occupate da abusivi (gitani, zingari, nordafricani) e merde di cane coperte con fazzolettini di carta Tempo. Poi c’è una Cesenatico di viali, hotel pensione completa, spiagge moderne, stabilimenti balneari con gli scivoli (visti nel film&nbsp;<em>Acapulco, prima spiaggia a sinistra</em>) un grattacielo compatto ed immenso ed un vialone che sfocia verso Valverde (e da quelle parti abitava il Re di Cesenatico, Marco Pierantoni detto Il Presidente – autentico outsider che viveva in una villetta con i suoi cani e le sue mutande da donna che provava a vendere al mercato). San Mauro Mare e Gatteo senza alberi e ripugnanti, sono un concentrato di alberghi e strade accaldate, Bellaria e Igea Marina appaiono così diverse; speculari sia come frequentazioni che come struttura.&nbsp;<strong>Bellaria è alberata, tranquilla, con la stazione che divide la città in due come un paesino della Liguria, con gelaterie e anziani, bambini e sale giochi, una sensazione di morte e monotonia tesa al massimo.</strong>&nbsp;Igea è una lingua di fuoco che procede la sua corsa verso Viserba (prima di cedere il passo alla grandezza di Rimini) con la spiaggia mitica fatta di sole accecante, pensieri abbacinanti, donne in topless dalle tette sode e perfette, ragazzine minorenne dai facili costumi, hotel con piscina e vetri a specchio. Una Miami disgraziata, disperata e bellissima che si perde via per sempre, attraversandola e assaporandola magari alla maniera di Elia Tazzari (camminatore romagnolo di quelli veri).</p>



<p>Rimini e Riccione sono già state raccontate (sono sempre raccontate) dagli articoli citati prima, dai film di Fellini e dai libri di Tondelli quindi trovo insensato parlarne. Lo farà Alessandro Gori in qualche suo scritto o spettacolo. Lui scrive molto meglio di me.&nbsp;</p>



<p>Passo direttamente alla fine della costa concentrandomi su Misano Adriatico, tra giovani e meno giovani che passeggiano in serata tra le strade animate del posto, i rombanti motori del vicino autodromo, lo sport sentito e praticato da tutti.&nbsp;<strong>Misano sembra una cittadina di vacanze per sportivi sotto allenamento spensierato. Ma bisogna ricordare che a Misano si potrebbe morire mangiando per un gelato come cantava Il Lungo Addio.</strong>&nbsp;Cattolica distrugge la costa adriatico-romagnola con le sue badilate di cemento, calcestruzzo e caldo asfissiante. Cattolica è un baluardo mistico-vacanziero-religioso fatto di mistiche presenze, negozi standardizzati, piccole spiagge insipide e una zona (quella del porto canale) che pare davvero al confine con il mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="707" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69-1024x707.jpg" alt="" class="wp-image-108290" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69-1024x707.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69-300x207.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69-768x530.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69-600x414.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/69.jpg 1224w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Dal satellite Cattolica sembra l’Area 51, e vederla dal vivo sono strade ritmate dal vento caldo del deserto, dal sole osceno e lurido, da un caldo che non dà scampo a nessuno. Neppure agli sportivi come Lorenzo Soavi che affrontano, ogni anno, le strade oscene del posto in bicicletta nelle ore più tremende del giorno. Il grande caldo lì sepellirà!</p>



<p>La costa è un continuo e perpetuo rigurgito di sogni, visioni mistiche (religiose), terricci dove poter sprofondare (i terricci accanto ai dehors degli alberghi, illuminati di notte da lampioni sferici quasi incastonati nel terreno) dalle merde che si trovano in pineta. Qualcuno ha affrontato una stagione come guardiano in un camping spinto da visioni cicatrizzanti popolate da personaggi inquietanti come un uomo con il volto ricoperto di calce o un altro con le croste su gambe e braccia (qui:&nbsp;&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/081ltPJN">https://amzn.eu/d/081ltPJN</a>).&nbsp;<strong>Non mi interessa ricercare qualche cosa di ormai perduto, l’immaginario Tondelliano o Felliniano, oggi poi, mi sembrano delle pose accartocciate su sé stesse, ma vivere l’essenza estrema e tremenda della costa</strong>&nbsp;fatta di silenzi, di ombre oscure, di echi lontani, di piano bar, di camere d’albergo afose, di sole abbacinante, di mare putrido, di olezzi e altre amenità assortite.</p>



<p><strong>Giosuè Gorinzi&nbsp;</strong></p>



<p><em>*Le fotografie nel servizio sono di Giosuè Gorinzi</em></p>
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		<title>Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il Michael Jackson della letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 05:05:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Asia Argento]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Cortese]]></category>
		<category><![CDATA[Fazi]]></category>
		<category><![CDATA[J.T. Leroy]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di un segreto. Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso, [&#8230;]</p>
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<p>Quella sera, alla libreria Arion di via Veneto, non si stava solo presentando un libro. Si respirava l’elettricità tipica di chi è a un passo dal disvelamento di un segreto.</p>



<p><strong>Eravamo nei primi anni Duemila. Un’epoca analogica, dove non potevi ancora vivisezionare la vita di un tuo idolo su Instagram. Il mistero era reale, denso, quasi fisico.</strong> Aspettavamo l’arrivo del discusso scrittore americano come si aspetta un’apparizione: con quel misto di venerazione e curiosità morbosa che si riserva ai miti maledetti. Avevo adorato i suoi romanzi: avevo già divorato <strong><em>Sarah</em> e <em>Ingannevole è il cuore più di ogni cosa</em> (da cui Asia Argento ha tratto un film), <a href="https://fazieditore.it/catalogo/autore/1043/j.t.-leroy">entrambi tradotti da Martina Testa e pubblicati da Fazi.</a></strong></p>



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<p>Quando Jeremiah è apparso, il silenzio si è fatto pesante e&nbsp;&nbsp;gravido. Davanti a me non c’era un ragazzo, ma un’icona pop fatta di fragilità e artificio. Indossava un cappello nero a falde larghe, come nelle sue foto apparse sulle riviste, calcato sui bei capelli biondi che poi si riveleranno una parrucca. Gli enormi occhiali scuri a coprire metà del viso, trasformandolo in una maschera impenetrabile. Un corpo minuto, l’aria timida, un’identità fluida che sfuggiva a ogni definizione.&nbsp;</p>



<p>Sembrava un Michael Jackson della letteratura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="923" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/i__id109_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-106517" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/i__id109_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/i__id109_mw600__1x-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p><strong>Ero lì, a pochi centimetri da quella che è stata poi definita una grande truffa letteraria (svelata nel 2006 dal “New York Times” e divenuta nel 2018 un film di Justin Kelly)</strong>&nbsp;ma allora per me rispondeva tutto alla nuda verità. Avevo letto i libri di&nbsp;<strong>J.T. LeRoy</strong>&nbsp;come fossero vangeli autobiografici, e mi chiedevo se il ragazzo che avevo davanti, lì in libreria, avesse davvero attraversato l’inferno descritto con tanta brutale grazia nelle sue pagine.</p>



<p>Mi sono avvicinato a lui&nbsp;&nbsp;stringendo in mano il suo romanzo&nbsp;<em>La fine di Harold</em>&nbsp;(Fazi), appena acquistato. Col mio stentato inglese gli ho detto che scrivevo anche io, che venivo da una piccola isola: Lipari e che da poco vivevo a Roma.&nbsp;<strong>Mi ha ascoltato con attenzione, guardandomi&nbsp;&nbsp;da dietro le lenti scure e ha scritto per me questa dedica: “Davide, qui a Roma trovi molta ispirazione per la poesia. J T LeRoy”.&nbsp;</strong>Ha firmato con quello che allora credevo fosse il suo nome, mi ha sorriso&nbsp;&nbsp;e mi ha stretto la mano.</p>



<p>Non potevo sapere che dietro quegli occhiali&nbsp;<strong>non c’era Jeremiah, ma Savannah Knoop, che a sua volta interpretava il sogno febbrile di Laura Albert, la compagna di suo fratello.&nbsp;</strong>Laura Albert era la vera scrittrice che stava dietro quella messinscena.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="720" height="960" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/1000172572.jpg" alt="" class="wp-image-106518" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/1000172572.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/1000172572-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/1000172572-600x800.jpg 600w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p>Oggi, quell’autografo non mi appare come la reliquia di una menzogna, ma come&nbsp;<strong>l’autentica prova di una performance artistica totale.</strong>&nbsp;Laura Albert aveva compreso che il pubblico non voleva solo una storia, voleva un corpo singolare da idolatrare.</p>



<p>Ci interroghiamo spesso sul confine tra auto-fiction e invenzione. Che differenza c’è tra un autore che usa il proprio nome per un personaggio e uno che inventa un personaggio per fargli calzare la propria vita. La realtà è fragile: Laura Albert ha creato un mondo altro perché il suo, fatto di dolore e abusi, era stato rifiutato da tutti gli editori a cui si era rivolta.</p>



<p><strong>La letteratura, in fondo, è una danza sul filo del rasoio tra ciò che è e ciò che appare. Se la finzione è ciò che nasce dall’immaginazione, allora quella sera alla libreria&nbsp;&nbsp;Arion di via Veneto io non ho incontrato un impostore.</strong>&nbsp;Ho incontrato la letteratura nella sua forma più pura e spietata: quella capace di strapparti al reale e farti credere, anche solo per il tempo di una dedica, che l&#8217;impossibile fosse seduto proprio davanti a te.</p>



<p><strong>Davide Cortese</strong></p>



<p><em>*In copertina: un fotogramma da “The Cult of JT Leroy”, 2014</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jt-leroy-storia-truffa/">Il fantasma di via Veneto. La sera in cui incontrai J.T. LeRoy, il Michael Jackson della letteratura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori</title>
		<link>https://www.pangea.news/diventare-scrittori-agostinelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 04:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Agostinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere qualcuno che conta? Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito. Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto un’altra: perché [&#8230;]</p>
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<p>Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere qualcuno che conta?</p>



<p>Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito. Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra storia.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Editoria in crisi, proposte in rialzo</em></strong></p>



<p>Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono salirci sopra.</p>



<p>La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli, saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi, il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una maniera arcaica di vedere la cosa.</p>



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<p>*</p>



<p><strong><em>Social e AI</em></strong></p>



<p>Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto&nbsp;<em>et voilà</em>, era bell’e fatto!</p>



<p>Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una nuova opera.</p>



<p>Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la fine).</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Censo&nbsp;</em></strong>Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto. Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace. Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare un ghost writer e il gioco è fatto.</p>



<p><strong><em>Amicizia&nbsp;</em></strong>Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore – gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori collana”).</p>



<p><strong><em>Sesso&nbsp;</em></strong>Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare scritt*.<strong><em>&nbsp;</em></strong>Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci.</p>



<p><strong><em>Tenacia&nbsp;</em></strong>Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni, settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte al giudice supremo della casa editrice.</p>



<p><strong><em>Fortuna&nbsp;</em></strong>Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché, un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie: questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o…&nbsp;<em>ad libitum</em>.<strong><em>&nbsp;</em></strong>C’è chi ha inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa.</p>



<p><strong><em>Bravura&nbsp;</em></strong>Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge di nulla.<strong><em>&nbsp;</em></strong>Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si accorge di nulla.<strong><em>&nbsp;</em></strong>Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non si accorge di nulla.</p>



<p><strong><em>Circostanze</em></strong><em>&nbsp;</em>Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali. Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché – dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando…</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Post Scriptum</em></strong></p>



<p>Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome.</p>



<p><strong><em>Alessandro Agostinelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore</em></p>
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		<title>Le rassegne letterarie ai tempi del narcisismo della mediocrità</title>
		<link>https://www.pangea.news/rassegne-letterarie-narcisismo-mediocrita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2025 03:59:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[costume]]></category>
		<category><![CDATA[cultura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lettori]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[rassegne letterarie]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ridicolo spettacolo che in questi giorni di torrido caldo estivo va in scena dal teatro sempre attivo dei social con l’amletico dubbio (si fa per dire!)&#160;“presentazione dei libri, sì o no?”&#160;fa lo stesso effetto della mosca che molesta la pennichella pomeridiana. A leggere questi messaggi parrebbe che da un giorno all’altro le presentazioni dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il ridicolo spettacolo che in questi giorni di torrido caldo estivo va in scena dal teatro sempre attivo dei social con l’amletico dubbio (si fa per dire!)&nbsp;<em>“presentazione dei libri, sì o no?”</em>&nbsp;fa lo stesso effetto della mosca che molesta la pennichella pomeridiana.</p>



<p>A leggere questi messaggi parrebbe che da un giorno all’altro le presentazioni dei libri siano diventate inutili e soprattutto improduttive: per i librai che devono mettere a disposizione e allestire i loro ambienti ricavandoci poco o nulla, per le case editrici che già da tempo investono pochissimi denari in queste iniziative e, infine, anche per gli stessi scrittori che si sono accorti (sempre con maggiore lentezza degli altri, sia chiaro)&nbsp;<strong>dell’ininfluenza – sulle vendite e sulla auspicata notorietà – di queste futili sagre dell’ovvio e della banalità.</strong></p>



<p>Il bello, però, è che ad aggiungersi alla compagnia dei tristi teatranti siano proprio gli stessi protagonisti della cosiddetta scena culturale che fino a qualche giorno fa smaniavano per esporsi, per presentarsi, per far parlare di sé… per coprirsi di ridicolo, insomma. Gli stessi che, pur di mostrare la copertina del proprio libro, erano disposti a macinare chilometri viaggiando dalla Pro Loco di Cuneo alla Società Bocciofila di Gioia Tauro anche nella stessa giornata; i medesimi che avrebbero fatto carte false pur di esporre i loro modesti prodotti artistici nel primo tinello disponibile a quel cenacolo di amici e di parenti che (non lo dicono, ma è così!) non ne possono più di avere nel proprio giro “uno che scrive”.</p>



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<p>Nella mia città, una piccola libreria che programma almeno un paio di presentazioni alla settimana occupa lo spazio di una piazzetta a essa antistante e là, tra il via vai di chi porta a casa la spesa, tra l’insolenza di chi urla parlando al cellulare e il bivacco scomposto di chi occupa le gradinate pubbliche che collegano quella piazza alla strada che vi passa sopra,&nbsp;<strong>lo scrittore di turno prova a interessare qualcuno parlandogli da un microfono con amplificazione, come i Cristiani Evangelici che testimoniano ai passanti la loro conversione religiosa e il cammino di fede</strong>, della sua ultima fatica che con ogni probabilità nessuno degli astanti acquisterà e mai leggerà. Recentemente, poi, ho preso parte alla presentazione del saggio di un filosofo nostrano che si è tenuta in un bistrot di trenta metri quadri dopo la quale è stato servito, con la formula della “consumazione obbligatoria”, un aperitivo rigorosamente “a pagamento”. Ho dovuto inventare uno stratagemma per trovare una via di fuga e sottrarmi a questa laida estorsione.</p>



<p>Allora, alla luce di tutto ciò, chiedo a voi, scrittori della vanagloria, poeti da diporto, artisti della fanfaluca:&nbsp;<strong>davvero trovate utile e vantaggioso ciarlare dei vostri raccontini a un pubblico di persone che nella maggior parte dei casi vi è seduto davanti perché non aveva di meglio da fare&nbsp;</strong>o perché in libreria, al bar, nella saletta parrocchiale in cui vi esibite c’è l’aria condizionata? Veramente vi piace stordirvi e mostrare le vostre miserie letterarie alla ridda dei saloni del libro o ai Barnum dell’arte in cui tutto è soltanto siparietti, convenevoli, spettacolo, caciara e marketing? Ma davvero trovate divertente e soddisfacente scrivere frasi di circostanza e dediche fasulle, sotto le quali mettete pure la vostra firma (un’aggravante!), a persone che non conoscete e che voi, invece di identificare come mitomani, chiamate impunemente “lettori”?&nbsp;<strong>Quante foto che vi ritraggono mostrare giulivi e soddisfatti la copertina del vostro libro appagheranno il vostro patologico narcisismo?</strong>&nbsp;E quante sedie vuote dovrete ancora contare alle vostre presentazioni prima di capire, una volta per tutte, che la giostra si è fermata e che il giostraio è morto?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104056" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/11417.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>È vero, lo so, le cose non vanno meglio neppure alle rassegne letterarie e ai festival del libro. Soprattutto quelli estivi che ora ci attendono, dove purtroppo al ridicolo si aggiunge inesorabile anche il malcostume.</p>



<p>L’inarrestabile&nbsp;<em>décadence</em>&nbsp;di quest’epoca svaligiata, avvilita e colpevolmente traviata si manifesta con preoccupazione quando, ahimè, i suoi segni giungono proprio dagli ambiti artistico-culturali.&nbsp;<strong>Se un tempo lo hippie era la reazione al pettinato conformismo borghese, oggi la sciatteria dei costumi (altro che la kantiana metafisica!) è essa stessa il conformismo, la regola più che l’eccezione.</strong>&nbsp;Il capellone, il figlio dei fiori, il punk, costituivano il fenomeno culturale che investiva polemicamente una società chiamata, in un modo o nell’altro, a farsene carico con confronti e analisi. Oggi, invece, pare che la parola d’ordine sia soltanto la pigra strafottenza che livella tutto ai propri confortevoli bisogni, alle proprie trasandate necessità, ai propri infantili capricci.&nbsp;</p>



<p>E così, non è insolito assistere a festival letterari in cui i travet della scrittura presentano i loro improbabili capolavori in pantaloncini, bermuda, camicie hawaiane sbottonate fino all’ombelico, scarponcini da spiaggia e infradito. Poi, collassati come dei Proust di periferia su poltroncine e cuscini d’ogni foggia, si avvicendano nel resoconto balbettante del valore artistico del loro nuovo romanzo (leggasi “esposizione della trama”, “sintesi o riassunto del racconto”) a un pubblico che, in giornate di arsura estiva, forse meriterebbe di più per coraggio e resistenza.&nbsp;</p>



<p><strong>Ma tant’è, la conventicola delle nostrane lettere si riconosce anche da questo&nbsp;<em>glamour</em>straccione,</strong>&nbsp;da questa apparente&nbsp;<em>nonchalance</em>&nbsp;da artista incompreso che alla fine si riduce allo smercio (magari!) di qualche altra copia del proprio libriccino, a uno stravagante selfie per Instagram e a poche altre ridicole bramosie. Che tristezza!</p>



<p>È in questi casi di esasperazione che, maledicendo l’attimo in cui ho deciso di uscire di casa e di assistere a quest’inesorabile&nbsp;<em>débacle,</em>&nbsp;mi sovviene il titolo, bizzarro ma implacabile, di&nbsp;<strong>quell’anomalo libro di Peter Bichsel:&nbsp;<em>Al mondo ci sono più zie che lettori</em></strong>, libro che i nostri scrittori e organizzatori di rassegne letterarie un giorno dovranno leggere e tenere a mente come viatico.</p>



<p>Ahimé, «La vita o è stile o è errore» ebbe a dire un tempo Giovanni Arpino.</p>



<p>Già,&nbsp;<em>un tempo</em>!&nbsp;</p>



<p><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Giacomo Balla, Autosmorfia, 1900, Collezione privata</em></p>
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		<item>
		<title>Un romanzo che sfugge a ogni definizione. “Il Gattopardo” cambia per non cambiare: dal libro alla serie Netflix</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-gattopardo-luisa-cotta-ramosino-netflix/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2025 04:14:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Gattopardo]]></category>
		<category><![CDATA[Luisa Cotta Ramosino]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
		<category><![CDATA[serie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sicilia, 1860. Il principe di Salina, esponente dell’antica nobiltà isolana, traghetta la famiglia attraverso i moti risorgimentali, nel tentativo di strappare alla Storia uno scampolo di prestigio. Per farlo, dovrà scendere a compromessi con i nuovi ceti, gli sciacalli che minacciano i “gattopardi”, ormai ingabbiati nei loro palazzi in declino. Dopo oltre 60 anni dalla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sicilia, 1860. Il principe di Salina, esponente dell’antica nobiltà isolana, traghetta la famiglia attraverso i moti risorgimentali, nel tentativo di strappare alla Storia uno scampolo di prestigio. Per farlo, dovrà scendere a compromessi con i nuovi ceti, gli sciacalli che minacciano i “gattopardi”, ormai ingabbiati nei loro palazzi in declino.</p>



<p>Dopo oltre 60 anni dalla pubblicazione del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958), dalla sua consacrazione allo Strega (1959) e dal sontuoso adattamento di Luchino Visconti (1963),&nbsp;<em>Il Gattopardo</em>&nbsp;è approdato a marzo su Netflix, in una trasposizione seriale prodotta da Indiana Productions e Moonage Pictures per la regia di Tom Shankland.&nbsp;<strong>Luisa Cotta Ramosino</strong><a href="applewebdata://459D1474-C72A-4A58-AA66-6E40ED29EAA2#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>, Direttrice delle serie italiane Netflix, ci racconta gli ingranaggi della serie-evento.</p>



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<p><strong><em>Il Gattopardo</em>&nbsp;è il romanzo del “gran rifiuto” di Elio Vittorini per Mondadori ed Einaudi, e fu pubblicato da Feltrinelli solo dopo la morte dell’autore (1957). Da sempre divisivo, pesa sull’opera l’accusa di conservatorismo rivolta all’autore, come del resto al suo protagonista, già dai contemporanei. Eppure, fa ancora parlare di sé con una serie-evento: cosa lo rende intramontabile?</strong></p>



<p>È un romanzo che già al momento della sua nascita sta riflettendo su sé stesso, perché parla delle epoche di passaggio, è stato scritto in un’epoca di passaggio e non a caso noi lo abbiamo riproposto in un momento di grandi passaggi. I suoi personaggi vivono questo passaggio in maniera drammatica, sia a livello individuale e famigliare, sia a livello sociale. È un incastro di dimensioni che rende il romanzo particolarmente forte, perché insiste sui sentimenti umani in un mondo in cui, un po’ come oggi, tutto è messo alla prova. Un mondo che è raccontato e, sì, in parte è giudicato, ma non giudicato per guardare al “bel tempo che fu”, immobilizzato in un tempo perduto. C’è chi prova curiosità per il mondo che cambia, come Tancredi, e invece chi quel mondo che cambia lo teme, e chi è affezionato al passato. È una contrapposizione che credo non sia per niente banale: non si dice che il nuovo è a tutti i costi buono, anzi; ma nello stesso tempo non si dice neanche che conservare il passato è a tutti i costi sbagliato. C’è quindi una grande capacità di sfidare il lettore, e poi lo spettatore, a guardare il mondo con più complessità. E la complessità, per quanto sia più faticosa da affrontare rispetto a un racconto lineare, è incredibilmente affascinante.&nbsp;</p>



<p><strong>Che è poi ciò che ha “salvato” il romanzo.</strong></p>



<p>È un romanzo che sfugge a ogni definizione: è stato salvato dal fatto che ognuno ci vedeva qualcosa di diverso, ed è questa grande complessità a renderlo unico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster-819x1024.webp" alt="" class="wp-image-103375" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster-819x1024.webp 819w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster-240x300.webp 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster-768x960.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster-600x750.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Il-Gattopardo-poster.webp 864w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure>



<p><strong>“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”: le parole di Tancredi, nipote del Principe, sono forse le più conosciute del romanzo. Il mondo cambia, ma assistiamo, a livello nazionale e mondiale, a un fiorire del&nbsp;<em>period drama</em>, e questo nonostante gli alti costi di produzione: cosa è bene che rimanga com’è, e cosa è necessario che cambi, quando si racconta il passato per parlare al presente?</strong></p>



<p>Da una parte i sentimenti umani hanno un’universalità, e spesso e volentieri in questi personaggi del passato sono come amplificati. Dall’altra c’è il lavoro di scrittura, questo strano equilibrio per cui quel passato deve essere rievocato, attraverso i costumi, le scenografie, il racconto di alcuni fatti precisi, e allo stesso tempo bisogna cercare di fare capire allo spettatore cosa significassero quei sentimenti per le persone di quel mondo, e cosa di quei sentimenti conserviamo ancora noi oggi. Raccontare il passato non significa dire che questi personaggi erano uguali a noi, perché non lo erano. Eppure, avevano delle cose in comune con noi. Non credo che oggi tante ragazze di fronte al matrimonio del fidanzato con un’altra si chiuderebbero in convento, però di quel sentimento di Concetta possono riconoscere l’assolutezza e il dolore nudo da lei provato in quel momento, e in quello si riconoscono, e lo possono abbracciare. Come il sentimento di un genitore che vede un figlio che fa una scelta che non vorrebbe facesse, oppure che si rende conto di aver preferito un figlio a un altro, come capita a don Fabrizio. Sentimenti presenti nell’oggi, che lì vivono con una loro grandezza che li rende ancora più evidenti: il&nbsp;<em>period</em>&nbsp;ha questa capacità di essere&nbsp;come la realtà, ma con un grado più forte.</p>



<p><strong>Viviamo un momento in cui alcune tematiche, fondamentali da trattare e purtroppo tragicamente urgenti, sono onnipresenti nelle narrazioni che ci circondano e rischiano, soprattutto nelle ricostruzioni storiche, di essere o di essere percepite come…&nbsp;</strong></p>



<p>Abusate.</p>



<p><strong>O anacronistiche, calate dall’alto rispetto alla storia, e alla Storia. Penso al potenziamento delle figure femminili: come avete trovato un equilibrio nella serie?</strong></p>



<p>Ci sono storie che già da qualche parte esistevano, ma che nessuno raccontava, perché non erano considerate importanti. C’è poi una differenza tra una serie storica che vuole essere la rievocazione di un’epoca, e una serie che voglia accogliere in quel passato un qualcosa che risuona ancora nel presente. Ci sono serie che spingono sull’attualizzazione, come&nbsp;<em>Lidia Poët</em>, altre che ci portano in un luogo dove siamo stati mille volte e ci fanno vedere che quel personaggio c’era, ma non avevamo colto quanto importante fosse, come per esempio le donne della serie&nbsp;<em>I Medici</em>, che in realtà anche nei libri di storia figurano come artefici della fortuna della famiglia, ma fino a quel momento erano sempre rimaste nell’ombra delle figure maschili. Dare attenzione a queste storie è giusto; forzare alcune linee narrative è meno interessante e richiede un livello di artificiosità che le rende meno appassionanti. Si trova la misura nel momento in cui una storia appassiona: se succede, lì c’è della verità. Quando l’autore deve metterci molto del suo, è perché probabilmente quella storia non ha una verità da raccontare, e forse si sta prendendo la strada sbagliata.</p>



<p>La scelta de&nbsp;<em>Il Gattopardo</em>&nbsp;è un po’ diversa: il personaggio di Concetta era quasi invisibile, il fatto di averlo raccontato e reso presente lavorando sui vuoti è un modo per mettere in primo piano questo personaggio che nel romanzo esiste quasi solo in funzione degli altri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103376" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/13704.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>A proposito di lavorare sui vuoti: guardando la serie sembra di assistere a uno spin-off, a un ampliamento del materiale di partenza, al contrario di quanto avviene normalmente guardando le cosiddette “riduzioni” cinematografiche delle opere letterarie. Un&nbsp;<em>period drama</em>&nbsp;che diventa&nbsp;<em>family drama</em>, e sembra cercare tra le pieghe del testo un accenno o un silenzio per costruirvi una tridimensionalità che può essere abitata da tutta la famiglia dei personaggi, e non più solo dal protagonista.</strong></p>



<p>Il&nbsp;<em>period</em>&nbsp;tendenzialmente è già “famigliare” –&nbsp;<em>Downton Abbey</em>, per esempio,&nbsp;<em>è</em>&nbsp;la storia della famiglia. Raccontare la storia di un’intera famiglia permette di dare più sfumature a un’epoca, soprattutto quando ci si apre a diverse classi sociali. Non si tratta di un genere che prende il posto di un altro, perché di fatto i due generi coincidono: la saga famigliare, attraverso i suoi conflitti, è un modo di esplorare il passato, perché ognuno dei componenti della famiglia ha un’esperienza diversa di quell’epoca.&nbsp;<em>Il Gattopardo</em>&nbsp;ha al suo interno una quantità di personaggi che vengono anche solo accennati e aprono un orizzonte rispetto a quel mondo.</p>



<p><strong>Le parole di Tancredi riflettono alla perfezione anche il concetto stesso di adattamento transmediale, che spesso è chiamato a “tradire” la lettera dell’originale per custodirne lo spirito, a cambiare per rimanere come è. Qual è il più grande “tradimento” della serie nei confronti del romanzo, e perché è indispensabile?</strong></p>



<p>Il tradimento più grande – e lo dico anche con un certo orgoglio perché ho spinto molto per questo tradimento – è nel finale. Il finale del romanzo è molto triste: è la fine di un’epoca, c’è la morte del principe, ci sono le principesse ormai anziane, il cane imbalsamato… Si percepisce un senso di grande nostalgia per qualcosa che non c’è più. Inoltre, accade a distanza di alcuni anni rispetto al celebre ballo. I nostri sceneggiatori tenevano molto a mostrare la morte del principe, ma dedicarvi un intero episodio inevitabilmente avrebbe dato il senso di una grande sconfitta. Neppure Visconti lo ha mostrato. Invece il nostro finale, che è un piccolo finale, e che pure non è un&nbsp;<em>happy ending</em>, dà speranza: concludere la storia con i due fratelli che riportano dentro la famiglia alcune proprietà proprio grazie ai soldi del ceto emergente riguadagnati attraverso il matrimonio di Tancredi, che era stato vissuto come una sconfitta, personale e di classe, è una rivincita, e apre alla speranza. Come anche l’ultima passeggiata di Concetta, il nuovo Gattopardo. La tradizione rimane, ma preservare quel passato non significa immobilizzarlo, imbalsamarlo, perché questo passato, questa Sicilia che vediamo nella sua bellezza, ha un valore. Il finale non mette in scena un tramonto, ma un’alba: l’alba di un’epoca nuova, che non si sa cosa porterà, ma proprio per questo nasconde in sé anche una speranza per il futuro.</p>



<p>Da un certo punto di vista c’è un tradimento del romanzo, però io credo che sia un tradimento che nell’economia del racconto, in cui Concetta è diventata la co-protagonista, era giusto dare e ci ha fatto piacere dare.</p>



<p><strong>Ormai la maggior parte delle opere audiovisive è composta da adattamenti: in un mondo in continua evoluzione, quali sono le storie a cui restare ancorati, per andare avanti e cambiare in meglio? Perché tutto cambi, cosa deve rimanere come è?</strong></p>



<p>Non è un caso che ci siano così tanti adattamenti letterari, perché il romanzo conferisce una naturale profondità ai personaggi che, è vero, si può costruire anche con storie originali, ma lì si può trovare con una tessitura consolidata dal tempo che l’autore ha impiegato nel raccontare. E poi spesso, quando si tratta di classici, esiste anche tutto il discorso che è nato intorno al romanzo, che è come se avesse dato un ulteriore spazio di apertura. Sembra una banalità, ma a rendere unica una storia è il fatto di avere dei personaggi indimenticabili: questo è ciò che attira come il miele l’audiovisivo. La cosa importante è trovare almeno un personaggio di cui ti innamori e dici: ecco, se riuscissi a trasferirlo sullo schermo sono sicura che la gente vorrebbe passare delle ore con questa persona per sentire la sua storia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-103377" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/113543.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>L’Italia è un Paese che legge poco. E in generale nel mondo la lettura, così legata allo sviluppo del pensiero critico e dell’empatia, è minacciata dai tanti stimoli offerti dalle nuove tecnologie e dalla competitività degli altri media. L’audiovisivo è un rivale o un alleato? E l’adattamento che ruolo ha in questa prospettiva?&nbsp;</strong></p>



<p>La tragedia è che, se anche non ci fossero gli audiovisivi, la gente non leggerebbe comunque. Anzi, forse l’adattamento è un’occasione per invogliare a leggere il romanzo da cui è tratto. È ovvio che il tipo di fruizione è completamente diverso, perché il tempo della lettura – che sia su supporto fisico o digitale, pur nella differenza penso che qualunque forma di lettura sia da considerare positiva – è un tempo personale, in cui si riflette, ed è un tempo di solito più lungo rispetto al tempo di fruizione dell’audiovisivo. Spero però che una cosa non escluda l’altra. E poi il raccontare storie ha un valore di per sé: ci apre agli altri, perché una storia contiene un’esperienza umana che non è la nostra, e noi ne abbiamo terribilmente bisogno per non rimanere ancorati solo a noi stessi. Fruire le storie apre all’empatia, qualunque sia la forma. E la forma di quest’epoca è spesso quella della serialità televisiva.&nbsp;</p>



<p><strong>E Netflix? Che tipo di storie sta cercando? È alle porte qualche progetto che vuole (e può) raccontarci?</strong></p>



<p>Ancora non c’è niente di annunciato. Però a me piacciono questo tipo di storie; è facile perciò che me ne arrivino altre di questo tipo.</p>



<p><strong>Per concludere, c’è qualche aspetto che desidera sottolineare, o aggiungere?&nbsp;</strong></p>



<p>Avevamo il desiderio di raccontare l’identità italiana. Secondo me è stato esaudito, perché è stato fatto non in maniera teorica, ma attraverso i personaggi, grandi storie, grandi famiglie, grandi individualità, che ci portano dentro l’Italia di allora, che poi è anche quella di oggi. Credo che ci siano dei momenti che definiscono l’identità di un popolo, ed è sempre interessante raccontarli. L’Italia è un Paese che è arrivato tardi all’Unità: raccontare quel momento con tutte le sue contraddizioni, e quindi non con una celebrazione&nbsp;<em>tout court</em>, è sensato in un momento storico in cui i temi dell’identità nazionale danno vita a guerre. Queste storie hanno una capacità di parlare all’oggi e di essere urgenti a modo loro.</p>



<p><strong>Chiara Bianchi</strong></p>



<p><em><a href="https://www.edizioniares.it/studi-cattolici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica per gentile concessioni delle Edizioni Ares; il servizio è in uscita su “Studi Cattolici”</a></em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://459D1474-C72A-4A58-AA66-6E40ED29EAA2#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Luisa Cotta Ramosino è Director Local Language Series Netflix per l&#8217;Italia e coordina il team che, di concerto con i partner produttori, si occupa di sviluppare le serie italiane di Netflix, riportando a Tinny Andreatta. Si occupa poi direttamente dello sviluppo di alcune serie tra cui “Il Gattopardo”. Prima di arrivare a Netflix ha lavorato come sceneggiatrice e produttore creativo per diversi produttori italiani ed è stata responsabile delle coproduzioni internazionali per Lux Vide.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-gattopardo-luisa-cotta-ramosino-netflix/">Un romanzo che sfugge a ogni definizione. “Il Gattopardo” cambia per non cambiare: dal libro alla serie Netflix</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Dove sei più felice”. James Dean, il fanciullo dell’Indiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/jeans-dean-dennis-stock/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 04:21:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dennis Stock]]></category>
		<category><![CDATA[Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[James Dean]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Piscopo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella storia del cinema il 1955 fu l’anno di&nbsp;<strong>James Dean</strong>. Prima di scomparire alla velocità di una meteora, il giovane ribelle<em>&nbsp;</em>statunitense lasciò dietro la sua scia tre film indimenticabili, la promessa della fama mondiale e il sogno di diventare regista.&nbsp;</p>



<p>Eletto a idolo romantico della gioventù degli anni Cinquanta, Dean diede corpo e voce a personaggi fuori da ogni schema. Per Elia Kazan aveva vestito i panni del rancoroso ma dolce eroe steinbeckiano di&nbsp;<em>East of Eden (La Valle dell’Eden)</em>, nel superbo&nbsp;<em>Rebel Without A Cause</em>&nbsp;<em>(Gioventù bruciata)</em>&nbsp;di Nicholas Ray si era trasformato nell’intrepido Jim Stark, chiudendo con&nbsp;<em>aplomb</em>&nbsp;nella parte dell’orgoglioso Jett Rink in&nbsp;<em>Giant (Il Gigante</em>&nbsp;postumo)<em>,</em>&nbsp;a coronare la triade per cui è ricordato come il “ragazzo d’oro” del cinema americano.</p>



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<p>Nello stesso anno, la promessa di Broadway – il debutto in&nbsp;<em>See the Jaguar</em>&nbsp;è del ’52 –&nbsp;<strong>fuggiva dalle luci del successo e da lunghe notti insonni, trascinate sui marciapiedi di New York, per tornare alle sue radici, a Fairmount.</strong>&nbsp;Qui poté finalmente respirare, ancora per qualche tempo, l’aria di casa. Non appena giunto nella cittadina sonnolenta dell’Indiana s’immerse a capofitto nel torpore della vita rurale, confondendosi fra i contadini e i manovali del paese.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="695" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018-1024x695.jpg" alt="" class="wp-image-103277" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018-1024x695.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018-300x203.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018-768x521.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018-600x407.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2024-09-26-180018.jpg 1259w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">James ‘Byron’ Dean in compagnia del suo border collie Tuck a Fairmount, Indiana, 1955.</figcaption></figure>



<p>Nato nella vicina Marion, il piccolo Jimmy era cresciuto nella fattoria di proprietà dello zio Mark Winslow, il quale tornava prodigamente ad ospitarlo. Accolto a braccia aperte da tutti i suoi cari, riunì attorno a sé i membri di almeno tre generazioni. L’avrebbe seguito ovunque, <a href="https://www.life.com/people/james-dean-in-the-rain-the-most-iconic-photo-of-hollywoods-most-enigmatic-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dal selciato bagnato di Times&nbsp;Square</a>&nbsp;&nbsp;ai suoi frugali ambienti domestici, l’obiettivo di Dennis Stock (lo stesso che ispirerà le pose di Kate Moss e Liz Tyler dopo di lui). Deciso a tracciarne le orme, per immortalarlo sotto un aspetto più intimo, il cronista mondano gli avrebbe dedicato una celebre serie di ritratti destinata alle prestigiose testate di&nbsp;<em>Life</em>. Come riporta l’editor Eliza Berman, l’incontro tra il fotografo e la futura star ebbe un effetto folgorante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Mentre Stock ascoltava Dean parlare con nostalgia della sua educazione a Fairmount, nell&#8217;Indiana, pensò bene di cogliere il ritratto di un giovane uomo sospeso tra due mondi: quello della fattoria di famiglia, dove i suoi zii lo avevano allevato dopo la morte della madre, e quello di Hollywood in cui sarebbe stato presto accolto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>A metterne in luce i turbolenti rapporti si aggiunge in tempi recenti il tributo offerto da Anton Corbijn ai due artisti, interpretati dai brillanti Robert Pattinson e Dane DeHann, nel film&nbsp;<a href="https://www.mymovies.it/film/2015/life/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Life</em>&nbsp;(2015).</a></p>



<p>Nel febbraio 1955,&nbsp;<strong>alla domanda “Dove scattiamo le foto?” Stock aveva proposto “dove sei più felice”</strong>. Da quel momento, l’<em>appeal</em>&nbsp;del saltimbanco nottambulo e del selvaggio contadino andava fissato in una delle maggiori icone di bellezza maschile del secolo.&nbsp;</p>



<p>Unico nel suo genere, il volume che raccoglie le fotografie di Stock – ironiche, stravaganti e familiari –, uscito in Italia come&nbsp;<a href="https://www.ibs.it/james-dean-per-sempre-giovane-libro-dennis-stock/e/9788889032640?srsltid=AfmBOoq30etM8wzaQ8dzbJyM2a2ONCRXQEcCWLUeF-JKQLKllNfXEoMh" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>James Dean. Per sempre giovane</em>&nbsp;(Contrasto,&nbsp;2005)</strong>,</a> include anche una nota biografica sull’amico modello, seguendone passo dopo passo il profilo anticonformista.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Jimmy non teneva minimamente al proprio aspetto: due volte su tre si vestiva in modo più che trasandato, che si trattasse di una riunione formale o informale”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Aggirato il volto da leggenda, questi scatti delicati e spontanei lanciano uno sguardo lucido sul ragazzo più autentico, legato alla sua terra e teneramente devoto alla famiglia.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="779" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/150924-james-dean-dennis-stock-05-779x1024-1.jpg" alt="" class="wp-image-103278" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/150924-james-dean-dennis-stock-05-779x1024-1.jpg 779w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/150924-james-dean-dennis-stock-05-779x1024-1-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/150924-james-dean-dennis-stock-05-779x1024-1-768x1010.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/150924-james-dean-dennis-stock-05-779x1024-1-600x789.jpg 600w" sizes="(max-width: 779px) 100vw, 779px" /></figure>



<p>In quei giorni, la vita dai Winslow procedeva al suo ritmo regolare, essenziale e aromatica, proprio come l’aveva lasciata prima di ascendere alla luce di Santa Monica o ai ritmi sfrenati della vita newyorkese. Le ore più calde trascorrevano in un’atmosfera rustica e serena, imbevuta di reminiscenze d’infanzia di stampo quacchero e circondato dai suoi affetti.&nbsp;</p>



<p><strong>Steso a pancia in giù sul tappetto del salotto e preso dall’entusiasmo nei giochi del cuginetto Markie, che aveva visto crescere, Jim si sentiva racchiuso nel grembo di un’alcova, un rifugio sicuro dove poter essere l’eterno fanciullo dei suoi sogni.</strong>&nbsp;Adesso, più di tutto, il caos della metropoli era svanito lontano come un’isola del Pacifico, scacciato dal suono del bongo che portava sempre con sé.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="661" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean-1024x661.jpg" alt="" class="wp-image-103279" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean-1024x661.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean-768x496.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean-600x388.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/dean.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Per sempre giovane. Dean gioca insieme al cugino Marcus Winslow Jr.</figcaption></figure>



<p>Durante il breve soggiorno, l’orgoglio d’Indianapolis ebbe anche il tempo di visitare le aule della vecchia&nbsp;<em>high school</em>, venendo travolto da un’ondata di nostalgia per gli anni dell’adolescenza consumati da vero campione tra eccezionali partite di basket e prime produzioni teatrali. Più tardi, la sua insegnante di recitazione e prima fan<em>&nbsp;</em>Adeline Nall avrebbe ricordato in toni sinceri e commossi lo studente di genio che lasciò il segno sul palco scolastico:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Jimmy Dean amava sentire il suolo dell’Indiana sotto ai suoi piedi, e credo che traesse da lì gran parte della sua energia.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Un famoso scatto di Stock, poi rimasto iconico, lo vede davanti a tutta la famiglia raccolta attorno alla tavola imbandita per il pranzo della domenica. A un tratto, il nuovo arrivato prese a recitare un noto componimento del sommo poeta locale James Whitcomb Riley: il preferito della madre che scelse di chiamarlo James Byron in onore alle proprie passioni letterarie.&nbsp;</p>



<p><strong>Con timbro enfatico e strampalato, la personalissima <a href="https://verse.press/poem/the-home-going-24619" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lettura di<em>&nbsp;Home-Going&nbsp;</em>(1910)</a>,</strong>&nbsp;attestava il ritorno a casa attraverso la via diretta della poesia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Oh! Siamo così bisognosi di casa</strong><br><strong>La risata del mondo è come un gemito</strong><br><strong>Nei nostri orecchi stanchi, e pure i suoi canti son vani,</strong><br><strong>Dobbiamo tornare a casa – dobbiamo tornare di nuovo a casa!</strong><br><strong>Dobbiamo tornare a casa:&nbsp;</strong></p>



<p><strong>[…] Là dove tutto riposa:</strong><br><strong>Il tocco di tenere mani su fronte e capelli –</strong><br><strong>Stanze buie, in cui più dolce è la luce del sole –</strong><br><strong>L’amore perduto di madre e figlio…”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="706" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-1024x706.jpeg" alt="" class="wp-image-103280" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-1024x706.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-300x207.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-768x529.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-1536x1059.jpeg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large-600x414.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/EtvK3BSVcAAJyu9.jpg-large.jpeg 1567w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">James Dean declama i versi di James Whitcomb Riley, il poeta dell’Indiana.</figcaption></figure>



<p>Per una singolare nemesi, il giovane eroe del cinema avrebbe fatto nuovamente ritorno in Indiana, ma stipato dentro un feretro più scomodo di quello in cui si era adagiato, solo sette mesi prima, durante una buffa visita alle vicine imprese funebri. La lente incredula dell’amico lo catturava allora, nel presagio d’un eccesso burlesco, con l’espressione da bambino ferito stampata per sempre sul volto.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ma come ha scritto Oriana Fallaci, agli occhi del pubblico e dell’industria cinematografica, James Dean non poteva rassomigliare in toto a un ingenuo contadino del suo Stato natale, tanto sfaccettato era il talento che gli spianava la strada per il mito. Da fervido seguace di Brando, si sarebbe avvicinato di ruolo in ruolo ai divi moderni come ai vecchi idoli europei:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Era la Sagan tradotta in americano, l’adolescente pazzo per noia romantica, più vicino all’europeissimo Truman Capote e a Oscar Wilde che ai personaggi contadineschi di Peyton Place o ai giovani pazzi ma paesani che si riscontrano nei romanzi americani”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Fissato nell’icona di Hollywood e del&nbsp;<em>viveur</em>&nbsp;di Manhattan, il nuovo “bello e dannato” sfrecciava verso le stelle di una carriera tutta in ascesa.&nbsp;</p>



<p><strong>A stroncare tragicamente la parabola della sua breve esistenza, sancendone la consacrazione all’Olimpo californiano, una corsa maledetta sull’asfalto della U.S. Route 466</strong>, sul sedile della temibile “piccola bastarda”, la sua Porsche 550 Spyder. In un amplesso di euforia e bagliori di gloria, rapido come aveva vissuto, se ne andava in un lampo, direzione Salinas.</p>



<p><strong><em>Pierluigi Piscopo</em></strong></p>
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		<title>Contro i coccodrilli. Ovvero: ecco perché Mario Vargas Llosa è ancora vivo</title>
		<link>https://www.pangea.news/vargas-llosa-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 04:21:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[coccodrillo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[La casa verde]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Vargas Llosa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi sono ripromesso che non leggerò nulla di scritto su Vargas Llosa giusto perché è morto, nessun articoletto salmodiante tenuto in caldo in attesa della salma apposita e sfornato per vendere qualche copia in più al mattino, come con Martin Amis, Paul Auster, e tutti gli altri eccetera all’indietro e in avanti. Non leggerò nessun [&#8230;]</p>
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<p>Mi sono ripromesso che non leggerò nulla di scritto su Vargas Llosa giusto perché è morto, nessun articoletto salmodiante tenuto in caldo in attesa della salma apposita e sfornato per vendere qualche copia in più al mattino, come con Martin Amis, Paul Auster, e tutti gli altri eccetera all’indietro e in avanti.</p>



<p>Non leggerò nessun aneddoto autobiografico pubblicato per dare l’impressione che loro, gli aneddotici, siano ancora vivi e lui, Vargas Llosa no, mentre anche così sarà vero il contrario, o meglio:&nbsp;<strong>l’opera letteraria di Vargas Llosa resterà più viva di chiunque pretenderà di essere nella condizione di poterla ricordare:</strong>&nbsp;è la letteratura che ci ricorda, che ci mette nella condizione di ricordarci semmai di noi stessi; quando avviene il viceversa non è letteratura, non lo è mai stata.&nbsp;</p>



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<p>Non leggerò nulla su Vargas Llosa in morte di Vargas Llosa se prima non leggerò qualcos’altro di Vargas Llosa stesso. Di suo proprio di recente ho letto <strong><em>L’orgia perpetua,</em></strong> recuperato nel circuito dell’usato nella edizione Rizzoli del 1986 con la traduzione di Angelo Morino e non nella nuova traduzione a scrittore-in-vita di Giuliana Calabrese per la Settecolori, invece sono passati almeno un paio di decenni dal mio essere uscito frastornato dal romanzo che ha aveva separato la mia strada da lettore dalla sua di scrittore: <strong><em>La casa verde</em></strong>, che secondo me in italiano è stata tradotta non come merita, detto da chi non conosce affatto la lingua originale, ma se <em>La casa verde</em> è il capolavoro che è, e che non ho dubbio che sia, non può essere il romanzo che ho letto io nella resa di Enrico Cicogna – così come sono convinto che <em>Meridiano di sangue</em> di Cormac McCarthy non è quello che leggo nella resa di Raul Montanari. Un capolavoro tante volte lo è proprio per come lo resta nonostante le traduzioni che ce la mettono tutta perché non si noti quanto lo sia.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="652" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/s-l1600-652x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103185" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/s-l1600-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/s-l1600-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/s-l1600-600x942.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/s-l1600.jpg 688w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p><em>Meridiano di sangue</em>&nbsp;me lo sogno tradotto dalla Balmelli che ha tradotto&nbsp;<em>Suttree</em>. Pure vero che&nbsp;<strong><em>La città e i cani</em></strong>, primo romanzo di Vargas Llosa, primo sia nel senso che è il primo scritto da lui sia che è il primo dei suoi che abbia letto,&nbsp;<strong>che mi conquistò totalmente e che sancì la mia ammirazione inconfutabile</strong>, io l’ho comunque letto nella traduzione del da me vituperato Enrico Cicogna.&nbsp;<em>La casa verde</em>&nbsp;è romanzo sorprendentemente e formalmente più ardito, però, de&nbsp;<em>La città e i cani</em>.&nbsp;</p>



<p>Così come le è stato chiesto di ritradurre&nbsp;<em>Cent’anni di solitudine</em><strong>,</strong>&nbsp;di Marquez, a Ilde Carmignani non potrebbero chiedere una nuova traduzione di&nbsp;<em>La casa verde</em>? La traduzione precedente di&nbsp;<em>Cent’anni di solitudine</em>, tra l’altro, lo scopro adesso che ho controllato, era di Enrico Cicogna.&nbsp;</p>



<p><strong>Speriamo che essere morto a Vargas Llosa valga almeno la consolazione di essere ri-tradotto perché possa risorgere come merita in italiano.</strong>&nbsp;In lingua originale, che è l’autentico piano dell’esistenza di uno scrittore che è riuscito a diventarlo, certo non occorre nulla del genere. Lì Vargas Llosa è diventato immediatamente immortale, cioè come tutti i grandi lo sarà finché qualcuno felice d’imparare a leggere-leggere a giro lo si troverà ancora.&nbsp;</p>



<p>Nella morte di uno scrittore io non ci trovo nulla di interessante, nulla di pertinente, tutto di necrofilo oltre che di ipocrita e opportunistico. Le prime pagine di giornale potevano aprirle, per esempio, con l’annunciata pubblicazione&nbsp;<strong>del prossimo romanzo di Thomas Pynchon: l’uscita di&nbsp;<em>Shadow Ticket</em>&nbsp;scagionerà il prossimo 7 ottobre</strong>&nbsp;<strong>dall’essere solo un infausto anniversario israelo-palestinese</strong>, oltre che mondiale, così come lo sono diventati il 24 febbraio in Ucraina, l’11 settembre negli Stati Uniti, il primo settembre in Polonia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103186" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/20250328_160304.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Giovandomi ripetendo: finché a scuotere le popolazioni informate non sarà l’annuncio di un nuovo romanzo di Aldo Busi o di Peter Handke o di J. M. Coetzee o di Helena Janeczek o di Herta Müller, per dire, ma il mero pettegolezzo della morte sempre da mettere in conto di Questo Scrittore o Quella Scrittrice, saranno più alte le probabilità di un nuovo 5 marzo 1933 in Germania che quelle di un nuovo 16 giugno 1904 a Dublino.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>…Intanto aspetto mi arrivi via posta la copia ordinata della&nbsp;<em>Lettera d’amore a Giacomo Leopardi</em>, di Antonio Moresco: le rondini in copertina non importa non facciamo primavera, purché facciano letteratura.</p>



<p><strong>antonio</strong>&nbsp;<strong>coda</strong></p>
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		<item>
		<title>Tecnologia nostalgia. I vecchi cellulari e il tempo che passa</title>
		<link>https://www.pangea.news/vecchi-cellulari-antonio-soldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 05:16:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Soldi]]></category>
		<category><![CDATA[cellulari]]></category>
		<category><![CDATA[costume]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[nostalgia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I vecchi cellulari finiscono nei cassetti, esiliati tra penne e matite. Dimentichi della nostra mano veloce, ci guardano ottusi, fatti estranei dal tempo che è passato. I vecchi cellulari non ti cercano più, e invano fissiamo il nero del loro schermo in attesa di un bagliore che non arriverà. A lungo li abbiamo portati con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>I vecchi cellulari finiscono nei cassetti, esiliati tra penne e matite. Dimentichi della nostra mano veloce, ci guardano ottusi, fatti estranei dal tempo che è passato.</strong> I vecchi cellulari non ti cercano più, e invano fissiamo il nero del loro schermo in attesa di un bagliore che non arriverà. A lungo li abbiamo portati con noi, guardandoli con trepidazione, speranza, delusione o fastidio. A lungo li abbiamo stretti tra le mani, con familiarità e fiducia, attenti al loro richiamo. Poi, però, per un motivo o per un altro, d’improvviso o con progetto, questi telefoni sono stati sostituiti, e il loro schermo si è spento. Così, questi vecchi cellulari non hanno più niente da dirci e, desolati, attendono chissà cosa nel fondo di un cassetto. Il loro silenzio è anche il nostro, è il sonno di qualcosa che siamo stati e di cui non abbiamo che un debole ricordo.</p>



<p><strong>Talvolta però, e senza un vero motivo, i vecchi cellulari vengono riaccesi. Ci si imbatte per caso in uno di questi dispositivi e, spinti da una misteriosa forza, non resistiamo alla tentazione di collegare l’alimentazione e dare avvio.</strong> È allora che, con curiosità e nostalgia, tracce di vita passata affiorano, producendo in noi emozioni contrastanti. È buffo: sapevamo tutto di questi vecchi cellulari, tanto da poterli usare a occhi chiusi, e loro sapevano tutto di noi, tanto che non potevamo privarcene neanche per poche ore. E adesso, ora che ci eravamo dimenticati della loro esistenza, questi sono lì a ricordarci che conoscono ancora qualcosa di noi.</p>



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<p><strong>Così lo schermo si accende e, interdetti, ci troviamo davanti a situazioni superate, a vecchie faccende di cui non avevamo memoria.</strong> Le sensazioni che ne derivano possono essere varie; non di rado curiosità, malinconia e smarrimento si confondono. Le applicazioni, gli appunti digitati nelle note, le molte fotografie che non sono state trasmesse nel nuovo dispositivo, qualche messaggio rimasto in memoria: tutto ci costringe ad andare indietro, a tornare a frequentazioni che si sono interrotte nel tempo, a necessità che sembravano definitive e che poi si sono dissolte, a impegni superati, passioni spente, timori dimenticati. Troviamo traccia di persone con cui abbiamo condiviso un pezzo di strada, prima di svoltare a un bivio e continuare da soli: rendersene conto può essere doloroso o lasciarci indifferenti, ma è sempre un po’ seccante capire ora quello che vivendo non capivamo. Del resto, il cammino della vita si vede meglio dall’alto e, dopo tante passioni, dubbi e incontri, resta la strada che un tempo abbiamo percorso con animo agitato e che ora, scontante quelle che credevamo essere scelte, ci appare come un tragitto obbligato.</p>



<p><strong>Ci pervade allora uno strano presentimento: siamo ancora gli stessi individui che usavano quei vecchi cellulari? Come è possibile che, nel meccanico scorrere dei giorni, così tanto sia mutato?</strong> Basterebbe questo semplice esperimento domestico, basterebbe tornare più spesso a questi dispositivi, per dare più senso al tempo che passa e meno peso alle preoccupazioni del presente. Ma, forse, è incauto tornare indietro nel tempo, ed è spiacevole vedere un passato così apparentemente vicino senza poterlo riavere indietro. Forse, i vecchi cellulari non andrebbero semplicemente riaccesi.</p>



<p><strong><em>Antonio Soldi</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Poesie da spiaggia”: è roba buona? Jovanotti Ministro della cultura!</title>
		<link>https://www.pangea.news/jovanotti-crocetti-poesie-spiaggia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2022 14:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Jovanotti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro che Nicola Crocetti ha curato con Jovanotti pare una boiata. Invece... Le poesie sono belle e spesso insolite. Catalogo stretto: Nabokov, Saint-John Perse, Chlebnikov, Isaaco Rosenberg, Massimo Ferretti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando mi è arrivato il libro, non richiesto, “A Davide da un lettore di Pangea, Lorenzo Jovanotti”, sono stato tentato di restituirlo a Feltrinelli, con dida epigrafica: <em>Si gradiscono vergini, privi di dedica, qui, i libri</em>. Vertigine narcisista.</p>



<p>Premessa. Sì, sono un narcisista, un cultore del pozzo dell’ego, un idiota, presuntuoso. Tra i titani egotisti, per altro, va ascritto Lev Tolstoj <em>soprattutto</em> quando si vestiva da contadino, camminava per i campi a piedi nudi, proclamava la povertà come via, la vita evangelica, scabra, cruda, felicemente atroce. Non credo nel diaframma della fama, nell’idolatria del numero, nell’ideologia dei primi della classe e dei primi in classifica. <strong>Preferisco il mondo a contrario, l’ultimo, il dilaniato, lo sputato, il martire; mi fa sbocciare rose negli occhi il <em>privilegio della povertà</em> – di cui mi profumo come tutti i privilegiati –, amo la latitanza, l’anonimato, con la protervia tipica di chi, in fondo, ha casa stabile e una breve porcilaia di notorietà. </strong>Tracanno la mia contraddizione con spirito sprezzante; in fondo, sono un vile. Per questo, credo nella poesia come qualcosa di nascosto, di remoto, di irrimediabile e dunque irrivelabile; credo che bisogna ascendere alla poesia per tuffarsi a capofitto nel fango umano; disprezzo i poeti piazzisti, sono convinto che la poesia vada scovata scavando, in disciplina, inginocchiati, senza inginocchiatoio. Credo che il poeta, se vuole restare uno scandalo, segno di contrasto e di scontro, debba lasciarsi avvincere dal deserto e da ogni miraggio, più che raspare la porta del re, nutrito dalla ciotola di corte.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Attimo </strong></p><p>Una sigaretta accesa. <br>Una ragazza sulla spiaggia. <br>Una pietra caduta in mare. <br>Ha fatto appena in tempo a dire: vita.</p><cite><em>Ghiannis Ritsos (trad. it. di Nicola Crocetti)</em></cite></blockquote>



<p>Parole, parole. Probabilmente, non credo nella poesia – chi scrive crea con la violenza di distruggere tutto il resto, non è custode di mummie, ‘uomo di relazioni’. <strong>La poesia, poi, ammaestra al crudele, all’inaccettabile, alle piccole sovversioni, all’attenzione miracolosa. Che cretino. Credo nella poesia come <em>elezione</em> con il principio non detto che tra gli eletti sia io a spiccare</strong>; penso alla setta dei poeti estinti cioè inestinguibili, in una comunità di anime affini, sopraffine. Come tutti, ho paura, difendo il piccolo recinto in cui mi sento a casa, che cupa verità. La poesia, invece, è spoglia, indifesa, indifendibile;<strong> la poesia non è neppure quella che – per istinto, o meglio, per istantanea delazione del verbo – chiamiamo <em>poesia</em>. </strong>La poesia sta nella torre d’avorio e nella merda, in libreria e nel sottotetto, è inscritta sui muri, sulla pelle, sulla soglia delle basiliche e degli ospizi. <strong>La poesia è puttana e sputtanata, è putrida e preziosa, sprecata, spregiudicata, dissipata, discinta, pudica fino allo spudorato, invisibile e vipera, assoluzione e veleno; tutto – nulla.</strong> La poesia è al di là del giudizio, perché è.</p>



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<p>Da sempre, <strong>Nicola Crocetti</strong> lavora perché la poesia sia per tutti. D’altronde, è un editore, non si è mai sognato – vezzo comune – di scrivere versi. Al contrario, ha tradotto moltissimi versi altrui. Per questo – lui direbbe: “suscitare un putiferio, cogliere tutti di sorpresa, incantare” – ha fondato una rivista di poesia, <em>Poesia</em>, l’ha voluta in edicola, a prezzo popolare, sbattendo il viso del poeta ‘in prima pagina’. Gli aneddoti su come sia riuscito a costruire uno spot televisivo sulle reti Mediaset, negli anni Novanta, per raccontare al mondo <em>Poesia</em>, convincendo i truci (tra i tanti, anche Indro Montanelli) sono memorabili – giuro di non rivelarli, per ora. Chi conosce Crocetti non ritiene un’incongruenza la sua corroborante schifiltosità – non sopporta la falsa poesia, l’incultura, la modestia verbale, la mancanza di disciplina – con la necessità di divulgare la poesia. Ha fede nella poesia a prescindere, è la sua ortodossia; a più di ottant’anni la sua giovinezza è ormai un canone, non ha nulla da perdere, nulla ha, evviva. Putiferio, sorpresa, incanto: parole che indicano una strategia, una poetica; sembra ovvio, a Crocetti, che un grande poeta sia un grande uomo, soltanto i miseri, d’altronde, possono spendere tempo per scrivere brutti versi.</p>



<p><strong><a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/poesie-da-spiaggia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Da un po’ di tempo Crocetti mi parlava del progetto <em>Poesie da spiaggia</em>, costruito con Jovanotti.</a></strong> Ne è entusiasta. Proprio perché è spazio sacro, la poesia può essere dissacrata; d’altronde, i poeti ‘laureati’, quelli che pubblicano nelle collane ornate di specchi, spesso sono la causa della morte della poesia. Nell’intervista doppia che apre il libro, Jovanotti dice che “il vero incontro folgorante fu con i futuristi”: Edoardo Sanguineti – antologizzato a pagina 43 – ne sarebbe felice: la sua antologia – la più divertente e polemica del secolo – Poesia italiana del Novecento (1969) sdogana i Futuristi – Luciano Folgore, Farfa, Soffici, Boccioni &amp; Co. – ed elegge Dino Campana (qui antologizzato a pagina 75) ad autentico, fuori moda, fuori di testa, cardine del canone.</p>



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<p>La verità è che <em>Poesie da spiaggia</em> – ma certo: il guadagno in termini di ‘immagine’ di Jovanotti, “bagnino per le anime, naufrago”, in vista del suo <em>Beach Party</em>, è superiore a qualsiasi successo di vendita del libro, beh, bravo lui se la scaltrezza rende famelici del sole – è una bella antologia. Al netto delle rare scelte discutibili – Aldo Nove è meno poeta di Alessandro Ceni, Mariangela Gualtieri non ha la stessa vastità di Riccardo Ielmini, Francesca Serragnoli, Federico Italiano e, appunto, un’antologia non può ridursi a una raccolta di mirabili figurine, dovrebbe accogliere il rischio, fugare l’inganno – l’antologia è speciale, ha istanti di estasi, spesso opta per l’insolito. Così, tra gli antologizzati, spiccano Saint-John Perse e Gerard Manley Hopkins, il Rilke tradotto da Franco Rella, ma pure Vladimir Nabokov nella versione di Massimo Bocchiola, (“ma la poesia che piomba da altezze sconosciute&#8230;”: per inciso, le <em>Poesie</em> di VN sono pubblicate dal Saggiatore nel 1962); ci sono Marina Cvetaeva e Osip Mandel’štam, certo, ma ci sono anche i russi che nessuno si fila da anni, Nikolaj S. Gumilëv e Velimir Chlebnikov; sono stipati Ezra Pound e Friedrich Nietzsche, Rimbaud e Robert Frost, William Blake e Jorge Luis Borges, Wallace Stevens e Derek Walcott, ma abbagliano gli autori inconsueti, Pandelìs Buklas, Isaac Rosenberg, Mannick, Malcolm Lowry, ed è bello leggere Bartolo Cattafi e Massimo Ferretti, ci vuole delicatezza, altezza, senso della sprezzatura, la gioia di prendersi in giro per pubblicare le <em>Terzine sulla caducità</em> di Hugo von Hofmannsthal, autentico cardinale della forma.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="620" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/41N7OeKEKKL-620x1024.jpg" alt="" class="wp-image-90906" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/41N7OeKEKKL-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/41N7OeKEKKL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/41N7OeKEKKL-600x991.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/41N7OeKEKKL.jpg 654w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p>La poesia, se è tale, ha tale certezza di sé da non farsi dileggiare in merce: vincerà il mercato con un surplus di sogno. Così, soltanto uno sciocco pensa che <em>Poesie da spiaggia</em> sia lettura da ombrellone: la poesia sterza le intenzioni promozionali nell’ambizione dei corsari. <strong>La spiaggia, semmai, è quella dell’isola deserta, della morgana meridiana, dell’abbrivio spirituale: quando cominci a leggere “questa luce sovrana sulle rocce&#8230;/ non può nulla sulle lacrime”</strong> (a voi riconoscere il poeta) non ti importa di nient’altro, tanto meno delle canzoni di Jovanotti, delle voluttà di Crocetti, della misera stalla dove s’accalcano, oggi, i poeti acclamati, bestie da soma; sei nel lucore del canto, ed è bello, e basta.</p>
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		<item>
		<title>“Ha mai letto Jean Genet?”. La Regina dei lettori</title>
		<link>https://www.pangea.news/elisabetta-ii-lettrice-compleanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 02:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Bennett]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta II]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una è falsa (anche se ha tutte le caratteristiche per sembrare verosimile), l’altra invece è testimoniata, documentata con abbondanza attraverso l’unicità dell’arte, quella di saper comunicare senza l’utilizzo delle parole. Ma vista l’età anagrafica – oggi ne fa 96, 70 li ha vissuti con la corona in testa che, checché se ne dica, ha pur [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una è falsa (anche se ha tutte le caratteristiche per sembrare verosimile), l’altra invece è testimoniata, documentata con abbondanza attraverso l’unicità dell’arte, quella di saper comunicare senza l’utilizzo delle parole. Ma vista l’età anagrafica – oggi ne fa 96, 70 li ha vissuti con la corona in testa che, checché se ne dica, ha pur sempre un certo peso –, è probabile (e verosimile) che le abbia dismesse entrambe.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La prima riguarda quello che tu lettore stai facendo in questo momento: leggere, lettura, letteratura, storia. A rivelare questa passione di Elizabeth Alexandra Mary, esattamente 15 anni fa per Adelphi, è stato l’ottimo Alan Bennet</strong> in un libricino di 100 pagine e qualcosa, nulla di impegnativo. Si intitola <em>La sovrana lettrice</em>: se vi capita tra le mani, potrete ricredervi sulla sua personalità apparentemente algida (che non si scioglie nemmeno al sole).</p>
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<p>Succede che Her Majesty, un giorno come tanti altri, incroci una biblioteca ambulante che stranamente è parcheggiata davanti alle cucine reali. Lì dentro vivono il bibliotecario e un inserviente, giovanissimo e imberbe, impegnato a leggere. Si chiama Norman ed è, si scoprirà, un “figlio della Luna”. Elisabeth II chiede in prestito un volume. E si accende la miccia: come una febbre, la passione in lei inizia piano piano a crescere. Quando è matura (sia la fiamma per la lettura che lei stessa – Alan Bennett la “ferma” attorno agli 80 anni) e ha bottinato qualche autore di ottimo lignaggio e sostanza (Hardy, Forster, McEwan, Ishiguro, Nabokov, Roth), <strong>a una cena di gala come tante – e quindi pallosissima – chiede </strong><strong>al Presidente francese se ha mai letto Jean Genet e poco dopo domanda al Ministro degli Esteri se ha sfogliato Marcel Proust.</strong></p>
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<p>“Dite tutta la verità, ma ditela insinuandola: l’importante&nbsp;è girarci attorno” dice, con accento inglese (che ovviamente si può solo immaginare: il libro di Bennet è tradotto in italiano) a un certo punto Elisabetta II. “Chi mai può essere al di sopra della letteratura? Sarebbe come essere al di sopra dell’umanità”.</p>
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<p><strong>“La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre” azzarda sempre lei, quasi fosse una Oscar(a) Wilde.</strong> Perché Elisabetta è letteratura, odore di polvere tra le pagine, copertine ingiallite, occhi stanchi che si sono persi negli interstizi bianchi che separano le parole.</p>
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<p>Non è certo al 100% ma ci si va vicini quando si fa combaciare la figura del Primo Ministro del Regno Unito che compare nel libro con l’altezza e i tratti somatici di Tony Blair: Alan Bennett lo definisce come un uomo d’azione ma di scarsa cultura, che pensa al futuro senza aver fatto tesoro delle esperienze storiche.</p>
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<p><strong>“Quando cominciamo un libro lo finiamo. Ci hanno educate così. Libri, purè, pane e burro: bisogna finire quello che c’è nel piatto. Del resto i libri, come certo saprà, è raro che inducano ad agire. In genere confermano solo quello che, magari inconsapevolmente, si è già deciso di fare. </strong>Si ricorre ad un libro per avere conferma delle proprie convinzioni. In altri termini per chiudere un capitolo – per declinare l’invito a entrare nella gabbia dei leoni neri”. La Magnifica Sovrana, dopo aver scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino.<br />
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<p>Poi Sua Maestà, verso la fine, riaccende la luce, prende un taccuino e annota, con estrema precisione: “Non si mette la vita nei libri. La si trova”.</p>
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<p><strong>Vi è invece la certezza che ami molti i cavalli, i cani (i Pembroke Welsh&nbsp;<em>Corgi)</em> e la fotografia. Come <em>Gerda Taro</em>, anche Lilibet si è cimentata spessissimo con le Leica</strong> (ovviamente customizzate, quindi con inciso il Monogramma Reale sul top della macchina), portando avanti una tradizione familiare: il trisnonno Albert, quello che poi è stato il marito della Regina Vittoria, era appassionato di foto e fu il patrono della celebre Royal Photographic Society. Il papà di Elisabetta II, Giorgio VI, vista la <em>royal</em> tradizione, donò alla piccola figlia una comoda e compatta Kodak Brownie.</p>
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<p><strong>Forse può essere derubricato a letteratura ma pare che la Regina sia stata una dotta “consulente” in materia di immagini: Cecil Beaton le chiedeva spunti sulle inquadrature e sulle pose.</strong> L’attento David Montgomery, chiamato a scattarle qualche foto, ebbe l’accortezza di darle carta bianca sulla posa. Lei si acciambellò davanti al camino. <strong>Annie Leibovitz osò chiederle di togliersi la corona perché “appesantiva” il servizio e di tutto punto la Regina replicò piccata: “H</strong>a in mente chi sono io?”. Brian Aris, un fotografo con gli attributi (s’era fatto il Vietnam e l’Africa assetata e affamata) davanti a lei si emozionò e con un gesto disattento stava per far cascare a terra la sua Hasselblad “cavallettata” (il medio formato richiede spesso il cavalletto, specie in studio). Un assistente riuscì ad evitare il disastro e Aris scattò “fermandola”<strong> mentre rideva di gusto, a bocca aperta. Lei scelse esattamente quello. </strong>Con Jane Brown, che si presentò a Palazzo senza compagnia né assistenti, fece di più: montò lei stessi i pannelli e i sostegni per le attrezzature.</p>
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<p>Se, come dice la stessa sovrana di Bennet, “la letteratura è un Commonwealth” e “le lettere sono una Repubblica”, cos’è la fotografia?</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elisabetta-ii-lettrice-compleanno/">“Ha mai letto Jean Genet?”. La Regina dei lettori</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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