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	<title>Valerio Zurlini Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Alain Delon e Joseph Conrad, ovvero: storia di un Lord Jim casalingo </title>
		<link>https://www.pangea.news/alain-delon-lord-jim-zurlini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 03:41:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Delon]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[La prima notte di quiete]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lord Jim]]></category>
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<p><strong>Il 3 agosto del 1924, un secolo fa, moriva Joseph Conrad. Da tempo si era trasferito nel Kent, a Bishopsbourne, in campagna.</strong> Probabilmente, fu il cuore a cedere. Aveva 66 anni. Fu sepolto a Canterbury: il funerale, modesto, improntato alla cupa severità conradiana, fu seguito da una folla “che ignorava la grandezza di quello scrittore”, scrisse Edward Garnett. Jessie, la moglie di Conrad, di vent’anni più giovane, di spiazzante bellezza, morì dodici anni dopo; gli aveva dato due figli. Di Conrad, tutti ricordavano la barba, cavalleresca, gli occhi, gravidi di intramontabile inquietudine, le rughe, australi. Thomas S. Eliot e T. E. Lawrence riconobbero in Conrad le stimmate del genio: entrambi, a modo loro – uno, nell’alcova lirica, altoborghese, l’altro in un’esistenza liricheggiante, cioè tormentata di abissi e di dubbi – tentarono di interpretare <em>Cuore di tenebra</em>. <a href="https://www.nytimes.com/1924/08/04/archives/joseph-conrad-dies-writer-of-the-sea-author-of-victory-the-rover.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il “New York Times” si limitò a dire al mondo che Conrad era un <em>writer of the sea</em>:</a> se lo era, era uno <em>scrittore di mare</em> pari a Melville, dove l’oceano assurge a testo sacro, a funambolica icona di Dio. L’articolista citava i libri a suo dire memorabili di Conrad, <em>Victory, The Rover, Youth</em>. <em>The Rover </em>è l’ultimo romanzo di Conrad – non il più bello. Se <em>Nostromo</em> e <em>Chance</em> sono i libri più complessi, quello assoluto, il libro-icona, l’arcangelico, è <em>Lord Jim</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100653" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-600x872.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200.jpg 743w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p><strong>Alain Delon è morto un secolo dopo Conrad, nello stesso mese, agosto</strong>, decabrista più che augusteo, che annienta i campi con il sole sciacallo e fa del mare una palude tropicale. Non credo sia un caso. Tutti, di Delon, ricordano il volto, sublime, la vita privata, naturalmente labirintica. Da tempo, non faceva film. La parte più bella, probabilmente, Alain Delon la deve a Valerio Zurlini, che nel 1972 lo dirige in <em>La prima notte di quiete</em>. Il film fu quasi subito, come si dice, ‘di culto’: un manifesto dell’esistenzialismo all’italiana – a tratti, insopprimibilmente insopportabile. Il gioco d’azzardo, gli amori perduti, il talento sprecato e il corpo oltraggiato sono i simboli generici del film, girato, come si sa, in una Rimini piagata da lebbra-nebbia, mai così conturbante – pare la Saigon di <em>Apocalypse Now</em>, o uno dei porti estremo orientali degli estremi romanzi di Conrad, dove ci si siede in attesa che il destino, il demone, ti afferri per i capelli. Nel film, Alain Delon interpreta un professore, Daniele Dominici, che s’innamora – più per desiderio di abolirsi che per altro – di un’alunna, Vanina; il finale, va da sé, non può che sfinire in tragedia. Delon che vaga nella nebbia con il cappotto cammello è un fermoimmagine tra i più belli del cinema italiano; da paragonare, semmai, al Marlon Brando di <em>Ultimo tango a Parigi</em>, uscito nello stesso anno (chi dei due è Dioniso, chi Apollo?).</p>



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<p><strong>A Zurlini non piacque Alain Delon. “Ne ricavò un trionfo”, disse, ma “era l’opposto morale del personaggio e non ne rifletteva che esteriormente la profonda gentilezza e l’inguaribile malinconia”.</strong> <em>Profonda gentilezza</em>, <em>inguaribile malinconia</em> sembrano tralucere dal viso di Conrad; temprano, comunque, il suo personaggio più ambiguo, Lord Jim. Per chi non lo ricordasse, Jim, ufficiale della marina mercantile inglese, poi trasferitosi tra Giava e Celebes, è atrofizzato da un tremendo senso di colpa: aver abbandonato, durante una tremenda tempesta, la “Patna”, una bagnarola a lui affidata, che trasportava pellegrini musulmani. Ritirato in un sé Minotauro, Lord Jim sfoggia gesti spesso insensati, animato dal principio dello schianto.</p>



<p><strong>Zurlini forgia il carattere di Daniele Dominici sui tratti di Lord Jim:</strong> il soggetto del suo film, in effetti, s’intitolava <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di Daniele Dominici personalmente ho solo un vago ricordo. Lo avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte, durante quel breve e rigido inverno che lui trascorse a Rimini, in occasione delle periodiche visite che facevo ai miei genitori sempre più vecchi e soli”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così attacca il testo di Zurlini: nell’anonimo che parla in prima persona non è difficile intuire le reticenze di un Marlow, il narratore di <em>Lord Jim</em>. Il ‘carattere’ di Daniele Dominici è speculare a quello di Lord Jim:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“in realtà, nessuno sapeva niente di lui… non poteva fare una buona impressione: vestiva in modo trascurato, pantaloni di flanella troppo larghi, un maglione grigio a collo alto, scarpe di antilope scalcagnate e bisunte, un vecchio paletot militare inglese a cui mancò sempre un bottone di cuoio, le mani profondamente affondate nelle tasche… portava la barba lunga… fumava ostinatamente delle Gauloises che infilava in un corto bocchino d’osso… parlava poco, rispondeva solo in maniera vaga e paradossale, così da ingenerare lo sgradevole sospetto di essere presi in giro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Eppure, Daniele Dominici – proprio come Jim, il cui enigma nasconde il riflesso di una arcana nobiltà – “quest’uomo apparentemente alla deriva, aveva qualcosa di elegante e di aristocratico che resisteva con ostinazione”. Possedeva “belle lunghe mani”, “colore chiaro degli occhi e dei capelli”, “distinzione naturale dei modi”, “l’aria timida di chi è – e tiene a rimanere – uno straniero nell’ambiente che lo ospita”. Naturalmente, “la sua vera identità nessuno riuscì a scoprirla se non dopo la sua morte”.</p>



<p><strong>Nel film, il carisma-Conrad, presente ovunque</strong> – Rimini resta, pur in monopolio di mare lacustre e di una natura territoriale da pingue lido, un porto –, rimane tuttavia in sottofondo, velato, tra Piero della Francesca e le notti in discoteca, tra abiezione e amorosi incanti. <em>La prima notte di quiete</em>, nel film, è il titolo di un libro di poesie di Daniele Dominici, della sua abiurata giovinezza; si dice sia tratto da un verso di Goethe, tuttavia irreperibile. Piuttosto, è Wilhelm Klemm, poeta espressionista tedesco, ad aver scritto un verso che pare riassumere il tema del film: “La morte è la prima notte tranquilla”. Così, almeno, scrive Jorge Luis Borges in <em>Storia dell’eternità</em> (ora: Adelphi, 1997): dubitare della citazione – JLB dissemina falsi, calchi di calchi – è necessario.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="993" height="993" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg" alt="" class="wp-image-100654" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg 993w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 993px) 100vw, 993px" /></figure>



<p><strong>Il racconto-soggetto di Zurlini, <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>, fu pubblicato la prima volta nel 1983</strong>, in un libro complessivo stampato dalla Libreria Prandi, <em>Gli anni delle immagini perdute</em> (poi ripreso da Mattioli 1885 in <em>Pagine di un diario veneziano</em>, 2009; 2022). <strong>Piacque molto a Vittorio Tondelli</strong>, che lo antologizzò nel suo studio sulle “Immagini letterarie di Riccione e della riviera adriatica”, tra Alberto Arbasino e Mario Luzi, Giovannino Guareschi e Giorgio Bassani, Tonino Guerra, Sibilla Aleramo e Alfredo Panzini (raccolto in <em>Ricordando Fascinosa Riccione</em>, Grafis edizioni, 1990; poi, con larga messe di documenti, in: <a href="https://www.guaraldi.it/Scheda1c4b.html?id=431" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pier Vittorio Tondelli, <em>Riccione e la Riviera vent’anni dopo 1985-2005</em>, Guaraldi, 2005</a>).</p>



<p><strong>Detta in altri termini: Zurlini ha ideato una trasposizione filmica di Conrad, delle sue ‘atmosfere’, ben più accurata di altri ben più noti film</strong> (nell’immenso <em>Apocalypse Now</em>, ad esempio, Conrad, pur citato a man bassa, funge da zucchero a velo). Alan Delon è un Lord Jim, a conti fatti, più autentico di Peter O’Toole (che fu Lord Jim in un didascalico film di Richard Brooks, era il 1965).</p>



<p><strong>Zurlini, d’altronde, aveva il piglio dello scrittore puro.</strong> Nel 1951 aveva spedito al “Premio Riccione” – noto per aver premiato, quattro anni prima, Italo Calvino, per la giuria d’impeccabili nomi, per la cifra consegnata al vincitore, importante – una pièce, <em>Storia senza titolo</em>, con un ‘motto’ esplicito: “I mostri”. La vicenda è centrata su Barbara, ragazzina agitata da euforia di sesso, di fuga, di vita, inchiodata nella prigione familiare: i suoi fratelli sono “i mostri”, reclusi in una camera, sotto chiave, affetti da una inspiegata deformità-disabilità. Il testo, finora inedito, custodito negli archivi del Premio Riccione, ha un fascino corrusco, imperfetto: “mostruosi”, in fondo, sono i desideri – messi in catene, taciuti, oppressi da tabù basso-borghesi – che folgorano i personaggi della storia.</p>



<p>La storia è ambientata “in una cittadina sul mare”, in provincia. Anche qui – come nei romanzi di Conrad – la linea d’ombra, la prova, la moria morale, il bisogno di perdersi, il mare, i piedi a mollo, un torbido torpore, l’Adriatico come la Malesia.</p>
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		<item>
		<title>David Lynch può permettersi di dire cretinate e Lord Jim abita a Rimini</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-lynch-zavattini-zurlini-registi-scrittura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 04:21:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Zavattini]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[David Lynch]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Zurlini]]></category>
		<category><![CDATA[Werner Herzog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Riccione, in macelleria. La sera lascia il suo strascico, gelsomini di luce, pezzi di ferro, ansietà di luna senza lama. Mi si fa addosso un amico, si chiama Alessandro, architetto, è alto. Trivella di versi: “Quando ripari in qualcosatu cessi di tendere al tutto,perché per giungere del tutto al tuttodevi lasciare del tutto il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A Riccione, in macelleria. La sera lascia il suo strascico, gelsomini di luce, pezzi di ferro, ansietà di luna senza lama. Mi si fa addosso un amico, si chiama Alessandro, architetto, è alto. Trivella di versi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando ripari in qualcosa<br>tu cessi di tendere al tutto,<br>perché per giungere del tutto al tutto<br>devi lasciare del tutto il tutto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E poi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per arrivare a sapere tutto<br>non voler sapere nulla in nulla…<br>Per arrivare a essere tutto<br>non voler essere nulla in nulla”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Giovanni della Croce. Il mio amico ordina della carne, del pollo, credo. La traduzione di Giovanni della Croce è di Cristina Campo, accolta nei <em>Mistici dell’Occidente</em>, sotto cardinalizia curatela di Elémire Zolla. Le traduzioni sono firmate Giusto Cabianca. Il mio amico ripete verseggiando: “per giungere del tutto al tutto/ devi lasciare del tutto il tutto”. Ripete ancora, chiosa: cos’altro ci serve? Qualcuno ci guarda, nessuno pare pronto a rinnegare tutto. È il mio turno. Cos’è il tutto, qual è il suo lascito? Prendo un pacco di piadine. Alla fine, tutto si riduce a questo, gli dico. Ridiamo.</p>



<p>*</p>



<p>Alla stazione di Bologna. Attraverso la strada. Luce come bandiere di preghiera appese a un filo: le ombre sono sanscrite e l’alfabeto in cui si esprime il giorno mi è ignoto. La cronica libreria di libri vecchi, sorpassati, felicemente fuori catalogo, non c’è più, sostituita da una libreria di libri nuovi, che non mi interessano.</p>



<p>Nell’incavo di un edificio, residui d’accampamento di un senza dimora. Corpi in sgombero. C’è una scritta, con pennarello nero. Occupa l’intero codice del muro. Probabilmente, chi ha scritto era seduto, poi sdraiato – era rabbioso. Ricorre la parola “AIUTATEMI!”, in maiuscolo. Segue, più piccolo, il dettaglio di una storia dai tratti schizoidi. Ci sono i nomi di alcune persone che avrebbero sottratto a chi scrive la casa, i soldi: per questa ragione, ora, l’uomo non ha nulla. Ripete, con scalpitante, sudaticcia ossessione, i nomi di queste persone, le cifre, la storia. Ogni angolo di quell’angolo di muro è ricoperto da quella storia. Per lo più è un anatema, formula da messa contorta. Immagino, per analogia, le scritte dei carcerati, le pitture parietali, steli cinesi, papiri egizi, colonne romane. L’uomo testimonia ovunque ciò che è – si incorpora in una testimonianza. Maestà dell’implorazione, accuse, il giusto ingiustamente perseguitato.</p>



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<p>Resta quella parola, <strong>a galleggiare nel delirio, “AIUTATEMI!” – avrei potuto scriverla io, esserci lì, io, conficcato a rombo, in quel covo metropolitano.</strong> Nelle meteore, invece, non scrivere nulla, scritti da Dio: ripetere.</p>



<p>*</p>



<p>Nel suo canone sugli scrittori adriatici, <em>Cabine! Cabine!</em> – in: <em>Ricordando Fascinosa Riccione</em>, 1990 – Pier Vittorio Tondelli antologizza, tra Alberto Arbasino e Giovannino Guareschi, Raffaello Baldini, Tonino Guerra e Giorgio Bassani, anche <strong>Valerio Zurlini, il regista</strong>. Il testo antologizzato da PVT s’intitola <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>, e attacca così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di Daniele Dominici personalmente ho solo un vago ricordo. Lo avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte, durante quel breve e rigido inverno che lui trascorse a Rimini, in occasione delle periodiche visite che facevo ai miei genitori sempre più vecchi e soli. Una volta lo vidi al Tempio Malatestiano. Se ne stava a contemplare naso all’aria il Sigismondo di Piero della Francesca e parlottava fra sé e sé: aveva l’aria svagata distratta e appassionata di quelli che amano e capiscono la pittura”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il testo, di fatto, è il soggetto del film più bello di Zurlini, <em>La prima notte di quiete</em>, appunto. L’accenno a Lord Jim, però, mi fa pensare che questo tratto di costa, rosicchiato da nebbie madornali, non sia diverso a uno di quei porti di Giava o del Borneo, assonnati sulla prima colpa, narrati da Conrad. Non è raro trovare dei Conrad spiaggiati per caso quaggiù; gente che fissa quel mare lacustre, latrina azzurra, angusta, frenando ogni istinto al viaggio: gettano il viso a terra, raccolgono le vongole quando le acque, lunari, si ritirano, con brama d’addio e barba bianca.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="611" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81Kctsc5LKL-611x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95108" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81Kctsc5LKL-611x1024.jpg 611w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81Kctsc5LKL-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81Kctsc5LKL-600x1006.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81Kctsc5LKL.jpg 644w" sizes="(max-width: 611px) 100vw, 611px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Zurlini ha istanti da scrittore autentico. Nei fondali della Biblioteca di Riccione è custodita la sua prima sceneggiatura, s’intitola <em>Senza titolo</em>, ovvero: <em>I mostri</em>. Sembra un romanzo esistenzialista francese. Nessuno la conosce.</p>



<p>Ai registi dona il genere diaristico. <em>Il libro dei sogni</em> di Federico Fellini è il palinsesto di tutti i suoi film, erotica wunderkammer di un regista Minotauro, un mostro. La storia editoriale del libro è accidentata: le edizioni Mondadori Electa l’hanno pubblicato fino al 2020, ora risulta irreperibile. Dieci anni fa l’editore visionario Mario Guaraldi – che di Fellini fu amico, curando il lancio ‘mondiale’ di <em>E la nave va</em> – pubblicò, insieme al semiologo Paolo Fabbri, <em>Il libro dei miei sogni</em> di Fellini in versione digitale, in tre tomi e più lingue. Idea troppo bella per durare.</p>



<p>Il diario di Andrej Tarkovskij passa sotto il titolo di <em>Martirologio</em>. L’onirico ha paramenti sacri, qui.</p>



<p>*</p>



<p>Non so giudicare i libri di Paolo Sorrentino, regista di grido, felliniano. Non mi piacciono. Al <em>Compromesso</em>, il romanzo più bello di Elia Kazan – edito in Italia da Mattioli 1885 – antepongo il romanzo di uno dei suoi sceneggiatori, Budd Schulberg – pigliò l’Oscar per <em>Fronte del porto</em> –, <em>I disincantati</em> (stampa Sellerio).</p>



<p>*</p>



<p>Ai libri, <strong>David Lynch</strong> preferisce, come attività secondaria, l’arte figurativa, pittorica. Ha fatto tante mostre, qua e là. Gli piacciono Francis Bacon ed Edward Hopper: gusti condivisi con qualche migliaio – o milione – di altri esseri umani. Non ha scritto romanzi o aforismi. Il fatto che abbia realizzato alcuni film straordinari, da <em>The Elephant Man</em> a <em>Una storia vera</em> e <em>Mulholland Drive</em> – per non dire del ciclo di “Twin Peaks” – non significa che sia un grande artista usando altri mezzi.</p>



<p>All’apparenza, <strong><a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/essere-artisti" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Essere artisti</em> – da poco pubblicato da il Saggiatore</a> </strong>– pare una raccolta di testi o di aforismi di David Lynch. Invece – ma lo capisci solo alla fine – “i testi sono tratti da interviste di Chris Rodley a David Lynch”. Le interviste di Chris Rodley a David Lynch sono state pubblicate proprio da il Saggiatore nel 2016, come <em>Io vedo me stesso</em>. Insomma: <em>Essere artisti</em> è un taglia-e-cuci. Non sempre accattivante – d’altronde, si tratta di interviste. Essendo un genio, nel suo campo, David Lynch può permettersi di fare il cretino: “Credo che se si cresce in città si è terrorizzati dalla campagna, e se si cresce in campagna si è terrorizzati dalla città”; “Il cinema è perfetto per comunicare emozioni, ma richiede precisione”; “Non è una questione di talento, ma di destino”; “Ritengo che il marketing sia importante, ma credo molto di più nel fato”. Frasi da soffocare in pellicola trasparente, inutili.</p>



<p>Qualcosa, qua e là, da sottolineare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“C’è bontà nei cieli blu e nei fiori, ma ci sono anche altre forze – il male selvaggio, la decadenza – che accompagnano ogni cosa”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Naturalmente, Lynch spiega che gli adulti soffrono di “restrizione dell’immaginazione”, mentre da bambini “tutto è così misterioso”. Lo dicevano anche Paul Klee e Picasso – lo dice il Nazareno. Quando si parla di rispetto delle norme e delle forme, dobbiamo capire quali norme e quali forme – il formalismo è l’abominio della forma, a volte lo è anche la formalità; la norma non riguarda la normalità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95109" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG-819x1024.jpg 819w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG-768x960.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG-600x750.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/978880625006HIG.jpg 864w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Di scrittori-registi ce ne sono tanti: lo scrittore, di solito, ammattisce il film, vuole far vedere – a differenza di Lynch – quanto è intelligente, che la sa lunga, che vede meglio di tutti. Il film di uno scrittore, a volte, è sfoggio d’intelletto. <strong>Cesare Zavattini</strong> mantiene sempre un equilibrio obliquo, in cui germogliano purezze. Ha realizzato un solo film, <em>La veritaaaà</em>, nel 1982, dopo averne scritti decine, spesso bellissimi.</p>



<p>Nel 1974 Vanni Scheiwiller pubblica “nella mia collana di ‘Narratori’”, in duemila copie numerate, <em>Un paese</em>. Libro delicatissimo e crudo, ad impasto di requiem. Nella nuova prefazione – il libro, in origine, esce per Einaudi nel 1955 – Zavattini vira l’elogio di Luzzara verso i meandri del moderno, mondi scomparsi entro i paraventi del progresso. E scrive frasi bellissime:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Essere dentro a questo vuoto di pianura che palpita all’unisono coi nostri polmoni in tutto, anche il nitido apparire e sparire delle lucciole ha del palpito, anche gli occhi dei gatti che balenano come le gemme rosse sul parafango dietro le biciclette, essere dentro a questo nero serale lunghissimo, un tunnel materno, è così bello quando si ama che tutte le cose diventano di un valore enorme, non c’è bisogno di possedere più di una bicicletta di una veste di un cappello, in questo momento avere di più sarebbe una pena, un fastidio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Tra i registi che scrivono, amo <strong>Werner Herzog</strong>. Non avanza con i vezzi da scrittore in pectore: i suoi libri sono canovacci, poco più che soggetti, con tonsura di aggettivi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“No, dice Fitzcarraldo, trasporteremo la nave scavalcando la montagna… eccoli, dunque, i due fiumi, in quel punto tanto vicini l’uno all’altro, e tra loro le colline di Camisea, soffocate dalla foresta vergine, ecco il monte che è il destino di Fitzcarraldo. Qui dunque è il posto della SUA SFIDA: la sfida dell’impossibile”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Scrivere non è vedere bensì sentire: prima <em>senti</em> il coltello in pancia, poi lo <em>vedi</em>, ne riconosci il manico, l’ombra che lo ha conficcato, la stanza in cui morirai.</p>
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		<title>I mostri siamo noi (e gli italiani restano imbecilli). Intorno a un testo inedito di Valerio Zurlini</title>
		<link>https://www.pangea.news/valerio-zurlini-i-mostri-riccione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Nov 2022 05:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[mostro]]></category>
		<category><![CDATA[mostruosità]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Riccione]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stava lavorando all’adattamento di un romanzo di Vasco Pratolini, Lo scialo. L’ultimo lavoro. Quello che avrebbe chiuso il cerchio. Il primo lungometraggio, prodotto dalla Lux nel 1954, era tratto da un altro romanzo di Pratolini, Le ragazze di San Frediano. Novembre 1981: la rivista francese “Cinématographe” contatta Valerio Zurlini. Il grande regista detta un requiem [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Stava lavorando all’adattamento di un romanzo di Vasco Pratolini, <em>Lo scialo</em>. L’ultimo lavoro. Quello che avrebbe chiuso il cerchio. Il primo lungometraggio, prodotto dalla Lux nel 1954, era tratto da un altro romanzo di Pratolini, <em>Le ragazze di San Frediano</em>. Novembre 1981: la rivista francese “Cinématographe” contatta Valerio Zurlini. Il grande regista detta un requiem del cinema italiano, reo “di essersi venduto” agli americani, di mettere in scena affari poco interessanti (“noi italiani parliamo una lingua che non interessa nessuno, anche le nostre problematiche sono poco interessanti&#8230; siamo conosciuti per i nostri difetti atavici e non per le nostre qualità”), di essere arzigogolato e noioso (“i film di Nanni Moretti&#8230; non riesco a capirli”), sorretto da una critica ideologica, sparuta, spazientita, bieca (il decantato Moravia? “Le sue critiche sono le valutazioni di uno scrittore, non di chi comprende davvero il cinema”). Sintesi: “gli italiani sono imbecilli”. <strong>Durante il fascismo, continua Zurlini, esteta del paradosso, andava meglio, “e sapete perché? Perché Giuseppe Bottai, il ministro fascista della cultura, era più intelligente di quelli che ci governano oggi.</strong> Anche Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare, capo del fascismo repubblicano, che venne fucilato insieme a Mussolini, era un uomo di cultura raffinata e consentì a Luchino Visconti di girare <em>Ossessione</em>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="761" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w-761x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93398" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w-761x1024.jpg 761w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w-768x1033.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w-600x807.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/e33UR0VB2BoNXa4nhI9Y2Nlyz_w.jpg 803w" sizes="(max-width: 761px) 100vw, 761px" /></figure>



<p>A parlare è un regista roso dall’amarezza e dalla solitudine, “autore di un cinema ‘silenzioso’, attento alla psicologia dei personaggi… uno dei registi più importanti e meno noti della sua generazione” (Francesco Zippel),&nbsp;che morirà di lì a poco, il 26 ottobre del 1982, quarant’anni anni fa, e che ha firmato l’ultimo film importante nel 1976, <em>Il deserto dei Tartari</em>. A dire di Pier Vittorio Tondelli, Zurlini aveva perfino il talento sconvolto dello scrittore. Nella sua eccentrica, ambiziosa, donchisciottesca antologia di “immagini letterarie… della riviera adriatica” – raccolta nel 1990 in <em>Ricordando Fascinosa Riccione</em>, sorta di nuovo paradigma del ‘canone’ – PVT antologizza, tra Bassani e Comisso, Alberto Arbasino, Giovannino Guareschi e Cesare Zavattini, alcune pagine di Zurlini tratte da <em>Gli anni delle pagine perdute</em> (in particolare: <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>), “diario delizioso non meno che inquietante”.</p>



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<p>Quarant’anni prima della livida intervista rilasciata a “Cinématographe”, nel 1951, Zurlini girava i primi corti e si dava al teatro. Scrittore già smaliziato, venticinquenne, Zurlini, spedisce al Premio Riccione un testo buttato giù insieme a Lucio Chiavarelli. Il Premio Riccione era noto per pagare bene e per beccare giovani talenti: alla sua prima edizione – varata per premiare il romanzo “sociale” –, nel 1947, aveva scoperto un allora ignoto Italo Calvino, che si era presentato con <em>Il sentiero dei nidi di ragno</em>. <strong>Zurlini griffa la pièce come <em>Storia senza titolo</em>. Il motto è più esplicito: <em>I mostri</em>. Il testo è un dramma da camera, ambientato nel “salotto borghese, dai colori morti”</strong> di una casa anonima, “in una cittadina sul mare, una di quelle piccole città di provincia che nel periodo estivo vivono un loro fugacissimo splendore ai giorni nostri”. Lì si consuma, con violenza esistenzialista, il disfacimento di una famiglia. <em>I</em> <em>mostri</em> cui si riferisce il titolo sono i figli, affetti da una deformità-disabilità inspiegata, di Ida e Giorgio, chiusi a chiave in una stanza di casa, invisibile. La mostruosità della prigionia familiare, degli affetti frustrati, il tabù dell’incesto, la sovversione della carne sono i temi che agitano nel sottosuolo il testo. A tutto ciò si ribella Barbara, la figlia sana, agita da un insano desiderio di fuga e di sesso, che vuole bruciare ogni cosa e che obbliga gli amanti a un rito perverso: se la vogliono, se vogliono godere di lei, prima devono aprire la stanza dove stanno <em>i mostri</em> e vincere l’orrore che si prova a vederli. Naturalmente, nessuno dei pretendenti sa superare l’atavico orrore prodotto dai mostri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/136360-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93399" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/136360-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/136360-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/136360-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/136360.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>I motivi capitali sono quelli del corpo privato e del corpo ‘sociale’, del corpo defraudato, del corpo impaniato di deformità. Barbara è aliena all’egida rivoltante – a suo dire – della maternità, ai vieti riti del matrimonio borghese – “Non so, non saprò mai essere la madre dei figli che desideri e che continuamente fai apparire nella nostra vita futura. Ne ho terrore. Ho sempre rifiutato di sposarmi per questo motivo”, dice a uno spasimante – perché ritiene la propria nascita un abominio: “La mia nascita è stata un vostro errore, me ne rendo conto, oggi”, urla alla madre.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Al mio posto poteva anche nascere un altro mostro! Come quelli, come quelli! Come puoi pretendere che ti voglia bene? Io non posso chiamarti mamma; mi hai dato un destino troppo crudele…”.</strong></p></blockquote>



<p>Il testo, dal fascino plumbeo e plebeo, violento, è molto più bello ora di quanto apparve allora. È vero: in Francia c’erano già stati Camus – <em>La peste</em> esce nel 1947 – e Drieu, la ‘Medusa’ Mondadori pubblicava, con agio, in quegli anni, i libri di Sartre e di Julien Green, con atmosfere ascrivibili al ‘pezzo’ di Zurlini: Hollywood, però, premiava i classiconi – l’<em>Amleto</em> di Laurence Olivier – e i film ‘politici’ – <em>Tutti gli uomini del re</em> di Robert Rossen – mentre lo Strega onorava il plumbeo apollineo Pavese, con <em>La bella estate</em>. Il testo di Zurlini, pur prolisso, del tutto narrativo, è dotato di un’inquietudine allora inedita, inaccettabile:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il passato non lo abbiamo costruito noi. Noi non lo abbiamo voluto. Eppure pesa su questo presente. Spesso si nasce con la propria sorte già segnata. Ma se questo male ci ha perseguitati e noi non abbiamo fatto nulla per meritarlo, ci si può condannare? Ci si può togliere la possibilità di vivere? Non si deve invece venirci incontro, sollevarci, aiutarci a dimenticare? Non può non essere così… Il passato ci segue come una condanna, non ci abbandona mai”.</strong></p></blockquote>



<p>Sergio Pugliese, già segretario del Partito Nazionale Fascista di Ivrea, poi brillante dirigente in Rai, giudicò <em>I mostri </em>“abbastanza interessante”, ma la giuria del Premio Riccione, in cui figuravano, tra gli altri, Lorenzo Ruggi, Raul Radice, Vito Pandolfi, lo scartò. Quella edizione del Premio baciò Tullio Pinelli, già noto autore per Pietro Germi e Federico Fellini, con <em>Gorgonio</em>; tra i segnalati spicca il nome di Enzo Biagi, che tentò la via della drammaturgia prima di diventare giornalista. <strong>Il testo di Zurlini, così, fu trapiantato nell’oblio, dove giace ancora oggi, inedito. Il regista, tuttavia, continuò a frequentare Riccione e Rimini</strong>, le città di provincia dalle folgoranti effimere, innamorato della torbida malinconia del mare d&#8217;inverno – la leggenda racconta che si giocasse tanto, troppo in epiche partite a carte –, dove ambientò i film più celebri, <em>Estate violenta</em> (1959), <em>La ragazza con la valigia</em> (1961), <em>La prima notte di quiete</em> (1972). Quanto a Lucio Chiavarelli, fu regista teatrale – nel 1956 al Gobetti di Torino debutta con <em>Una donna senza importanza</em> di Wilde – e scrittore per il cinema, curò opere di Ibsen, Balzac, Jules Verne, Laclos e Wilde, appunto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="662" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-1024x662.jpg" alt="" class="wp-image-93400" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-1024x662.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-768x496.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-1536x993.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio-600x388.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Zurlini-Valerio.jpg 1671w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Valerio Zurlini (1926-1982)</figcaption></figure>



<p><em>I</em> <em>mostri</em>, piuttosto, opera primaria, allucinata, mostrano che lo scrittore deve sondare sempre la tenebra di ogni creatura, snidare il nodo irrisolto, e sporgersi là dove nessuno vuole, fissare l’inguardabile, il gorgo inguaribile. L’abietto è l’autentico eletto, sembra dirci Zurlini, la vita, senza sconti, va scontata, come dice Ida alla figlia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Tutto quello che v’è di più nauseante tocca a me. Nutrire, pulire, osservare questo segreto che non deve essere violato. Mi sono abituata a loro, mi sono resa conto che nulla, mai, avrebbe potuto modificare quello che la natura ha voluto. Scontiamo”.</strong></p></blockquote>



<p>Cingere il mostro nelle segrete dell’inganno. Vivere da violati, volitivi nel giuramento. L’agnizione è perfino ovvia: gli unici mostri sono quelli che animano il cuore dei normali, dei normati:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ora ho trovato i mostri che vivono in noi, in ogni nostro calcolo, in ogni gesto, in ogni pensiero…”.</strong></p></blockquote>



<p>Formidabili figure di perduti, nei meandri della sfinge, al di là dello zuccherificio odierno che a vende, un po’ a tutti, una inqualificabile, sconfitta, patente per essere ‘speciali’. Piuttosto, si sboccia morendo a se stessi.</p>



<p>*</p>



<p><em>Si ricalcano alcuni brani da “Storia senza titolo”, ovvero, “I mostri”, testo finora inedito di Valerio Zurlini e Lucio Chiavarelli.</em></p>



<p>“Sempre, sempre sono stata ossessionata dal pensiero dei fratelli, dalla responsabilità che la loro presenza in questo mondo mi imponeva, mi impone. Perché io non saprò mai separarmi da loro… Ho compiuto mille piccole azioni inutili per stancarmi, per poter arrivare a casa e gettarmi sul letto con la certezza che il sonno sarebbe venuto presto. Sono stata al fiume, sono scesa verso l’argine laggiù dalle parti della stazione vecchia; i rami degli alberi sembravano tante bianche matite ghiacciate con le nebbie della sera; disegnavano una tela di ragno contro quell’azzurro cupo… Vedi? Mi diverto a costruirmele da sola queste blande immagini di poesia a buon mercato… Ho pensato ad una Barbara ricca di quel diritto che la giovinezza concede anche ai diseredati, il diritto di illudersi, di conservare tutte le illusioni, le speranze”.</p>



<p>“Tutto quello che v’è di più nauseante tocca a me. Nutrire, pulire, osservare questo segreto che non deve essere violato. Mi sono abituata a loro, mi sono resa conto che nulla, mai, avrebbe potuto modificare quello che la natura ha voluto. Scontiamo”.</p>



<p>“La mia nascita è stata un vostro errore, me ne rendo conto, oggi. Al mio posto poteva anche nascere un altro mostro! Come quelli, come quelli! Come puoi pretendere che ti voglia bene? Io non posso chiamarti mamma; mi hai dato un destino troppo crudele… Odio quella che diventerò e che vedo riflessa in te: nei tuoi occhi, nel tuo modo triste di parlare, nella piega delle tue labbra”.</p>



<p>“Il passato non lo abbiamo costruito noi. Noi non lo abbiamo voluto. Eppure pesa su questo presente. Spesso si nasce con la propria sorte già segnata. Ma se questo male ci ha perseguitati e noi non abbiamo fatto nulla per meritarlo, ci si può condannare? Ci si può togliere la possibilità di vivere? Non si deve invece venirci incontro, sollevarci, aiutarci a dimenticare? Non può non essere così… Il passato ci segue come una condanna, non ci abbandona mai”.</p>



<p>“Non so, non saprò mai essere la madre dei figli che desideri e che continuamente fai apparire nella nostra vita futura. Ne ho terrore. Ho sempre rifiutato di sposarmi per questo motivo. Ora sai tutto di me”.</p>



<p>“Sapevo che saresti nata femmina. Quando si aspetta un figlio, ci si illude. E tutto quello che doveva essere in seguito il tuo destino, scomparve, per lasciar posto solo a promesse. Ti volevo felice. Capisci ora tanta parte del mio egoismo. Si è egoisti quando si ama, perché anche la persona amata è una parte di noi stessi. E tu avevi raccolto tutto l’amore che non avevo potuto dare ai tuoi fratelli… La vita non è finita. Tutti i colpi che essa può dare, anche i più duri, servono in questa tormentosa ricerca di noi stessi… Hai ancora in te tutto un mondo pieno di cari e vuoti inganni”.</p>



<p>“No mamma. I mostri sono morti. Ma qualcosa di peggio è sopravvenuto. Una aridità che presentivo e che mi terrorizzava. Ora ho trovato i mostri che vivono in noi, in ogni nostro calcolo, in ogni gesto, in ogni pensiero…”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/valerio-zurlini-i-mostri-riccione/">I mostri siamo noi (e gli italiani restano imbecilli). Intorno a un testo inedito di Valerio Zurlini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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