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	<title>umanità Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Fedeltà a questa poesia misteriosa e leale”. Vincenzo Gambardella scrive ad Antonio Trucillo</title>
		<link>https://www.pangea.news/antonio-trucillo-vincenzo-gambardella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 04:08:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Trucillo]]></category>
		<category><![CDATA[Interno Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Gambardella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Antonio Trucillo, questa lettera è un esperimento, e un’attestazione di verità, insieme a una confessione, nell’attimo in cui s’è fatta luce dentro di me, direi spazio vitale, nel chiedersi cos’è un libro se non andare all’origine della conoscenza, della scoperta, e cos’è la nostra vita, in particolare la vita di uno scrittore, di un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Caro Antonio Trucillo,</p>



<p>questa lettera è un esperimento, e un’attestazione di verità, insieme a una confessione, nell’attimo in cui s’è fatta luce dentro di me, direi spazio vitale, nel chiedersi cos’è un libro se non andare all’origine della conoscenza, della scoperta, e cos’è la nostra vita, in particolare la vita di uno scrittore, di un poeta, se non interrogarsi su questo, e ingrandirlo, lasciare che prenda il campo intero, fino a escludere il resto, assorbito da quell’unico soggetto… Un dettaglio, ma è tutto, ingigantito in quanto forma del Novecento, dove ci siamo compiuti, e perciò secolo delle relazioni, delle espressioni, dei tentativi, dell’inesprimibile che si rivela, del rinnovamento, dell’uomo che è “fedeltà a questa poesia/ misteriosa e leale/ che aspira al pane/ e all’elettricità… […]” (p. 49 del volume che sto per citare), dunque, anelante a vivere in pienezza, disintegrando l’io in modo da renderlo strumento dell’opera, suo compimento.&nbsp;<strong><a href="https://www.ibs.it/umanita-libro-antonio-trucillo/e/9791280138606?srsltid=AfmBOorZGjIlhO8bqS3Vtba5_2M1asFbAcG5IaBsaKW1e0LZGCjt9Ufo" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Umanità</em>&nbsp;(Interno Libri Edizioni, 2025)</a></strong>&nbsp;è proprio andare alla radice, per un dettato che è il mondo, e dentro questo ecco il suo dono. D’accordo, il frammento, ma qui il discorso è trovare la parola migliore del Novecento, che ha saputo dire il confine dell’uomo, il suo limite mentre dice “Italia, la nostra lingua è splendente” (pag. 25), che è la voce intera a scandire il legame con una tale potenza di pienezza da sfidare il mistero. Quando è avvenuto un simile destino?, sempre, viene da rispondere, e noi non siamo esclusi, nessuno ci ha alienato, tant’è vero che per tutta la vita abbiamo cercato dentro quella parola del Secolo, il valore che si afferma avanti a tutto, che esalta solo la pronuncia: umanità!&#8230; Già di per sé esclamativa, ma che sulla pagina appare in controluce.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ah quei convogli dell’Adriatico<br>treni neri<br>spenti treni neri<br>come noi stessi sperduti<br>in umana cadenza<br>in umana disarmonica pena<br>dov’è grano e granaglia<br>dov’è olivo e olivastro<br>dov’è umanità.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ce lo chiediamo ancora: dov’è?, e, anche se può sembrare patetico, aggiungerei: chi ci ha amati veramente, umanamente? Comunque meglio l’ingenuità di certe richieste, che il farcela a tutti i costi di oggi, pena il fallimento, ché, nel concreto, si riduce ad attuale propaganda: stare sempre a pensare di riuscire, di potercela fare, competizione, quindi, soprattutto se si ritiene essere necessità primaria, mentre appartiene alla regola in cui viviamo, o talmente assunta in noi stessi da diventare volontà nostra specchiata.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Cade,<br>viene a poggiarsi,<br>sciacqua i cotti dei tetti<br>ma tu sai per certo<br>che tra poco poco resterà:<br>pure, che festa sarà<br>dove finiscono gli orti<br>e ricomincia la piccola<br>città.</strong></p>
</blockquote>



<p>Quel poco è il tanto della poesia, quella piccolezza è in realtà immensa, perché è affidata all’eterno, e se siamo stati ignorati, o riteniamo sia stato insufficiente il bene, basti pensare a come l’abbiamo ricevuto. Che punta è l’amore!, che sottolineatura!, la parola sta lì per questo, ripete per ribadire, serve a ristorare il nostro rapporto con gli affetti, con ciò che ci manca. La parola sta sul corpo degli affetti, si potrebbe parlare di nuovo di una parola innamorata che trova nell’intimo dell’immagine il solco, o la traccia di una vicenda che rimanda all’infinito delle cose, poesia ferita, la poesia stessa, che non si sa da cosa è diretta, per cui anche il conoscere arrossisce, si schermisce di fronte al mistero della nostalgia, del dire il punto dove è accaduta l’ispirazione, lo stesso che ha mosso (per inquietudine) o ha fatto dire a Rilke o a Celan o a Luzi o a Caproni: io questa cosa l’ho vissuta, anch’io l’ho provata ma in modo irripetibile.</p>



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<p>I nomi sono là, sono quelli che ho citato, insieme a molti altri, calibrati dal lavoro espressivo, eppure se allunghi un braccio ecco che scompaiono, appartengono al passato, mentre la tua poesia, amico mio, ha bisogno di un tempo ancora da venire, ancora da scoprire nella sua portata e nel suo valore poetico, secondo cui un discorso su&nbsp;<em>Umanità</em>&nbsp;apre a una questione profonda&nbsp;<strong>che è la predestinazione, o predisposizione al bene, al linguaggio poetico, il bene di tutti, senza saperlo, senza nemmeno immaginarlo</strong>, inteso come sentire del poeta universale, vocazione al trascendente. Viene da chiedersi quando arrivano le parole, quando si configurano in versi in ritmo, immagini, forma, stile. Quando? Accade qualcosa e ci mettiamo in ascolto. Dunque all’inizio è fantasma, poi si presenta nell’accadimento della parola, distinta, precisa, netta all’attenzione umana… Umanità, di nuovo, roba da non poter sfuggire (diciamo roba), che comunque si affronta per poter conoscere il peso di quel determinato verso, la sua forma. Dove porta? Chiamiamo tutto questo ispirazione, ma è il lavoro che si fa dopo che è fondante. Nel tuo libro si intuisce. Lì si scrive la poesia, che è già scritta, eppure deve essere messa sulla carta, aggiustata fino al divenire. È questo il mistero che c’interroga: come fa a esserci già se non è stata ancora composta?&nbsp;<strong>Se esiste già, chi l’ha scritta?, chi è il poeta?, dove vive? Possiamo richiamarci a un paradosso, quello che sosteneva Diderot per quanto riguarda l’attore.</strong>&nbsp;Ne&nbsp;<em>Il paradosso sull’attore</em>, la cui prima stesura risale al 1768, e che fu pubblicato postumo nel 1830, l’enciclopedista francese sostiene, in ultima analisi, che non è l’attore il vero protagonista ma le sue parole, il testo a cui le sue parole rimandano, ecco allora l’annullamento della sensibilità recitativa in funzione di un maggior controllo delle emozioni, e dunque il raggiungimento dell’effetto voluto. Questo a costo di uno sdoppiamento, dovuto allo sforzo d’interpretare. Ma nel poeta?&#8230;&nbsp;<strong>Se vogliamo svolgere un parallelo si può dire che il maggior paradosso del poeta è il fatto che egli si fa piccolo fino a scomparire, per poter dare forma e forza alla pagina.</strong>&nbsp;Così pure il lettore, quante volte ci sentiamo immersi nelle parole del vero poeta, tanto da dimenticarci di noi stessi, perché è quello che accadrà un giorno, ne sono sicuro, un giorno io credo che si ascolterà soltanto, e l’ascolto ci renderà liberi, felici, infatti la realtà vera del poeta allude a questo e consiste nelle sue parole.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="536" height="784" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/9791280138606_0_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-105167" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/9791280138606_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/9791280138606_0_0_536_0_75-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Tutto richiama all’infinito, non l’emozione, o meglio, l’emozione arriva in seconda battuta, prima si presenta la conoscenza, e l’emozione è una conseguenza della verità. La realtà del fenomeno emozione rimane, resta sigillata eternamente, forse addirittura nel sangue. Il sangue è il primo segno, eppure qui non è l’espressione di un sintomo, con buona pace dei dottori, qui parliamo di altro, ma nemmeno questo basta a dire il nostro stato. La verità è la speranza, e&nbsp;<em>Umanità</em>, il tuo ultimo libro, amico mio, lo dice, fin da subito incomincia a macinare il suo seme, che darà frutto, è promessa, non importa quello che pensiamo a livello di opinioni, è importante ciò che si rafforza in noi senza che ce ne accorgiamo, nonostante non sia un caso il corso della nostra vita.&nbsp;<em>Umanità</em>&nbsp;ripete questo processo in versi, arriva e tocca, è sintomo e forma, è cura ma non in quanto l’uomo è malato, bensì perché ha un compito e lo deve assolvere, anche se ha deciso basta. C’è uno struggimento in questo, che va oltre, la fine non è il termine ultimo, l’umanità è più forte delle nostre teorie. Un solo momento di verità assolve tutto. Leggiamo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>E solo a pronunciarlo in un soffio quella parola,<br>u-m-a-n-i-t-à stelle velocissime solcano,<br>attraversano il vuoto del firmamento,<br>non più nascosto dietro il silenzio<br>del corpo, mi sono avvicinato<br>più che potevo al suo respiro,<br>mi sono afferrato ai filanti,<br>alla scia del racconto<br>per esserne parte, sentirne anch’io<br>l’odore.</strong></p>
</blockquote>



<p>“La domanda ‘Che cosa domandiamo, umanità, alla poesia?’ è proprio il manuale d’uso con cui leggere questo libro. Possiamo domandare? E se sì, cos’è che ci fa essere umani più umani? E cosa, invece, ci fa assomigliare al tutto dal quale veniamo?”. Sono parole esemplari, perfette, profonde, di Anna Ruotolo, magnifica poetessa che ha scritto la prefazione al libro. Io dico che ci fa umani il desiderio di perdono, invece ci facciamo problemi su tutto tranne chiederci a che punto è l’amore nel mondo, e nel nostro cuore, che percentuale ha di non morire. Dovrebbe essere la domanda principale sul livello della nostra civiltà, in grado di verificare, misurare in che stato è il nostro sentire. Parlo da cristiano, dunque mi sento di sviluppare il mio pensiero all’intero creato. Creature, non gente, non popolo, non massa, non pubblico, non no.</p>



<p>Cito Turoldo, grande poeta e ancora attuale nel fondere i contrasti in argento vivo, scintillante, utile alla riflessione. L’autore si riferisce a Leopardi, che chiama anima mia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“[…] Oltre agli accenni interni al discorso, come il suo idillio sul colle da dove sentiva la contemplazione quale dolce naufragare (e quindi poesia come salvezza), io mi chiedevo: per noi che resta? e che infinito ci salva? o almeno, quale la nostra possibilità di canto e di ascolto? E oltre il ricordo della sera del dì di festa, quale sera per noi e quale festa? e cioè, in cosa crediamo ancora?” </strong></p>
<cite><strong>(David Maria Turoldo, pag. 427, da&nbsp;<em>O sensi miei…</em>, Rizzoli, 2002)</strong></cite></blockquote>



<p>Il finale, qui sotto, appartiene alla poesia intitolata&nbsp;<em>Scolio XVI (omaggio a Emilio Vedova)</em>, ed è a pag. 50.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>[…] È papiro indecifrabile? È l’umano,<br>non astrazione e neppure<br>vertigine. È l’umano che si fa<br>narrativa connessa ai ventricoli pulsanti,</strong></p>



<p><strong>minuzioso strazio, non geologia<br>e</strong><strong>&nbsp;</strong><strong>neppure cieco desolato<br>avvenire.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ed ecco la confessione che ho preannunciato all’inizio. Sono stato io a gettare “Il cortile”, il dattiloscritto che mi mandasti tanti anni fa per posta, confidando nell’esistenza di un’altra copia, e che non trovi più. L’ho fatto io, di certo, durante qualche pulizia di casa, o trasloco o che so, negandolo al tempo. Eppure mi piace immaginare che da qualche parte deve trovarsi, ma non so, e il non sapere avvalora maggiormente l’incognita,&nbsp;<strong>rende più vero, più luminoso il margine buio delle cose inespresse, che pure continuano a vivere, per miracolo. Lo rivelo adesso perché una ragione c’è, e ha a che fare con la tua poesia, Antonio.</strong>&nbsp;Voglio dire che è rimasto incancellabile il suo senso, il quale si è fermato in me, custodito fra me e te. Là dicevi che la poesia è l’ostia, lo ricordo bene, e incarna, si offre (“l’ostia totale”, scrive in una sua poesia Padre Turoldo, per tornare a lui). Ora posso dire di questo libro fantasma, mai nato, oppure, scritto e perduto, che si fa vivo nella presente citazione, alla luce del nuovo&nbsp;<em>Umanità</em>, e vuole riemergere dai pensieri, determinare umanità nostra, tradita dal baratro delle cattive abitudini, dalla superficialità, addirittura dai fatti della grande Storia, andando in parallelo con essa, come ritengo di dimostrare: gli ebrei non sono più le vittime, e il comunismo non è morto, dobbiamo fare i conti con la nostra menzogna; dobbiamo, io per primo. È questo il succo, e sono pronto a rifarmi. Il male ci divide, aspettiamo un ricongiungimento. Imperituro, si spera. Dal fondo di questo piccolo abisso che sono, e in cui mi&nbsp;trovo, concludo qui la mia lettera.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Gambardella</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: un disegno del Guercino</em></p>
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		<item>
		<title>Che cos’è la realtà? Tra redenzione e oblio immenso</title>
		<link>https://www.pangea.news/prima-la-realta-daniele-gigli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 04:12:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea G. Sciffo]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Gigli]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Quadrelli]]></category>
		<category><![CDATA[T.S. Eliot]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domanda che pressa l’animo, in maniera crescente in questi anni recentissimi, è: ma il mondo contemporaneo, il mondo degli otto miliardi di esseri umani è lo stesso di quando, nel 1970, il medesimo mondo ospitava quattro miliardi di persone? “Questo” è ancora “quello” (per usare due deittici leopardiani)? Ieri e oggi sono comparabili, commensurabili? [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La domanda che pressa l’animo, in maniera crescente in questi anni recentissimi, è: <strong>ma il mondo contemporaneo, il mondo degli otto miliardi di esseri umani è <em>lo stesso </em>di quando, nel 1970, il medesimo mondo ospitava quattro miliardi di persone? “Questo” è ancora “quello” (per usare due deittici leopardiani)?</strong> Ieri e oggi sono comparabili, commensurabili? La domanda è una sola, le risposte sono, in ultima istanza, soltanto due.</p>



<p>T.S. Eliot e Rodolfo Quadrelli, nel lasso di tempo che fu dato loro di vivere (il secolo, tutt’altro che breve, tra il 1888 e il 1984), risposero di sì: che la realtà è sempre la stessa, che la natura umana nei secoli non varia, che il fondamento è immutabile e poggia sul substrato della sostanza. <strong>Daniele Gigli</strong>, a sua volta poeta, da lunghi anni si è posto alla scuola eliotiana e quadrelliana e questi suoi <strong><a href="https://www.faraeditore.it/html/narrabilando/PrimarealtaGigli.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Due esercizi su poesia e conoscenza</em> </a></strong>sono oggi disponibili in volume, premiati al concorso “Faraexcelsior 2024” con motivazioni dei giurati dalle quali traggo lo stralcio su cui impernio la mia critica: « [Eliot e Quadrelli furono] preoccupati, nei loro tempi, di comprendere verso quali oscuri orizzonti sta muovendo l’umanità » (p.7).</p>



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<p>Alla stregua dei suoi maestri, anche Gigli risponde di sì alla domanda che apre questo mio intervento. E le sue fitte, dense, trentasette pagine di dissertazione formano un dittico che omaggia il lascito poetico-filosofico dei suoi due virgilii, traslandolo sin qui, dentro la postmodernità; ossia dentro un tempo che non presta orecchio a quei poeti-filosofi che non siano dei cantori menestrelli esperti nella lode della postmodernità stessa. Inoltrandosi tra le righe dei saggi di Gigli, si è condotti a capire l’entità della reazione, la tenacia della conservazione, la volontà di tradizione come apertura al futuro – ciò che nella motivazione dei giurati, di cui sopra, è denominata “preoccupazione”. E che deriva del realismo aristotelico-tomista su cui si fonda.</p>



<p>Sul versante opposto, dirimpetto a questa posizione, sta l’altra opzione: quella che risponde che “no, il mondo contemporaneo, il mondo degli otto miliardi di esseri umani non è <em>lo stesso </em>di quando, nel 1970, il medesimo mondo ospitava quattro miliardi di persone”. Tutto scorre e muta e si cangia col tempo e nella storia le età e gli uomini non ammettono fattori unificanti, né un minimo comun denominatore. <strong>Nulla resta, tranne il divenire. Nessun paragone è plausibile: è questa l’opzione di altri maestri, anch’essi impegnati nella tradizione del futuro</strong> ma, diversamente da Eliot e Quadrelli, completamente e consciamente ed esplicitamente abbandonati in balia del presente e alla sua <em>sperdutezza</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="485" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Primarealtacoverw-485x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100993" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Primarealtacoverw-485x1024.jpg 485w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Primarealtacoverw-142x300.jpg 142w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Primarealtacoverw.jpg 511w" sizes="(max-width: 485px) 100vw, 485px" /></figure>



<p>Qui si trova il magistero dei Maurice Maeterlinck, degli Elémire Zolla. A conferma del fatto che, quando una cosa raggiunge e supera una certa soglia, quella cosa diventa un’altra. E i fenomeni di oggi, i nomi di oggi, le realtà di oggi non sono quelle di ieri o del passato, né nella forma né nella sostanza – questa è la frontiera su cui si affaccia la provocazione massima, “lacaniana” mi verrebbe da dire, per la quale <strong>la realtà non è una, non è nemmeno unica perché al di fuori e al di là e attorno a qualunque realtà (alle <em>molteplici</em> realtà plurali) c’è il reale, che tutte le supera e le comprende, senza essere superabile né comprensibile: </strong>né singolare né plurale bensì “uncountable”.</p>



<p>Prima la realtà, quindi, e poi altro. Cioè, quella porzione di reale che si raggiunge non con la morte ma attraverso e oltre la morte: quel mondo che può attenderci solo quando si è usciti dal mondo e dalla realtà. Là dove, assieme a ogni nome, anche “il nome che più dura e più onora” sarà stato totalmente dimenticato: dato che nel futuro anteriore dove tutto <em>sarà </em>stato, forse ciò che qui e ora reputiamo essere realtà verrà sommerso dall’abbraccio dell’onda di un oblio immenso, in un orizzonte che non è affatto detto che sia oscuro.</p>



<p><strong><em>Andrea G. Sciffo</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Wyndham Lewis, Portrait of T. S. Eliot, 1930s</em></p>
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		<item>
		<title>Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno</title>
		<link>https://www.pangea.news/tim-burton-regista-david-di-donatello-sogno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 10:47:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caracolla, come una specie di clamoroso insetto. Sembra Jack Skeleton, l’inquieto re di Halloween di Nightmare Before Christmas. Forse è così, forse, infine, ti trasformi in una delle tue creature. * Ciò che mi affascina di un grande artista è l’inadeguatezza. Il suo essere fuori luogo, impaurito dal resto degli uomini. Tutti sono impuniti tranne [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tim-burton-regista-david-di-donatello-sogno/">Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Caracolla, come una specie di clamoroso insetto. Sembra Jack Skeleton</strong>, l’inquieto re di Halloween di <em>Nightmare Before Christmas. </em>Forse è così, forse, infine, ti trasformi in una delle tue creature.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che mi affascina di un grande artista è l’inadeguatezza. Il suo essere fuori luogo, impaurito dal resto degli uomini.</strong> Tutti sono impuniti tranne lui, l’artista, impenitente creatore di altri mondi. Il grande artista non ha bisogno di ostentare la bravura, di urlare al mondo il suo mondo: esso si presenta da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’è bisogno di violenza per chi viola le norme della logica quotidiana </strong>– per chi sovrappone alla ferocia il candore del proprio creato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66392 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tim Burton ai David di Donatello, l’alcova di cristallo del cinema italiano, una scopiazzatura all’amatriciana – ma più elegante – dei Premi Oscar.<strong> Tim Burton farfuglia, tartaglia, si fa piccolo, vorrebbe diventare una formica, una piccola formica nella narice del conduttore, Carlo Conti.</strong> Sembra un personaggio tratto da un dialogo in mongolfiera tra Edgar Allan Poe e Franz Kafka. Ostenta il disagio, la commozione, la stranita meraviglia di essere lì.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I film di Tim Burton sono l’elezione del ‘mostro’ a dio. L’umanità è condotta da provinciale crudeltà, bada al denaro, ha occhi nel ricino della corruzione – non vede altro se non ciò che vuol vedere</strong>, ciò che riconosce. Il ‘mostro’ – il diverso, cioè, in sostanza, l’uomo vs. gli uomini – è guardato con schifo, poi eletto come un ‘caso’ – eventualmente utile a far soldi – poi cacciato, chi può accettare un mostro? Il film delicatissimo è <em>Edward mani di forbice </em>(1990), gotico pop che segna il sodalizio tra il regista e Johnny Depp.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti vogliono innamorarsi del mostro – il diverso è una moda –, ma nessuno può sopportarlo per ciò che è</strong> – e lui, dopo la grazia, fa il favore di sparire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pure nei film più brutti – come quest’ultimo, vado di pregiudizio, <em>Dumbo </em>– il canone è quello: l’elogio del disadatto, il mostro che ha talenti divini. <strong>Il Willy Wonka secondo Burton è un uomo tormentato da una infanzia terribile, un recluso, un eccentrico all’eccesso, pare – nel profilo del viso, nell’albeggiare della pelle – un incrocio tra Michael Jackson e Lewis Carroll.</strong> Eppure. Il ‘mostro’ crea qualcosa di insostenibilmente dolce, la magica barra di cioccolato. Eppure. Più che lavorare con maestranze umane, che schifo, preferisce ingaggiare altri mostri come lui, gli Umpa Lumpa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi di Tim Burton, assediati dall’incomprensione, hanno miglior dialogo con i morti: <em>La sposa cadavere </em>(2005) e <em>Frankenweenie </em>(2012) testimoniano un gravido commercio con l’aldilà. <strong>La capacità fantastica – o l’amore fantomatico – vincono il regno della morte. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero testamento di Tim Burton è <em>Big Fish</em> (2003), però, una fioriera di <em>freaks</em>. Il senso profondo del film, che si regge sulle balle auree del formidabile Ed Bloom (interpretato da Albert Finney e da Ewan McGregor), è che le cose, i fatti, non esistono di per sé ma nel turbinio di un racconto. <strong>Le cose, i fatti, non esistono se qualcuno non li racconta – la vita ha senso perché qualcuno, un uomo, la inventa, la organizza in una stagione verbale, la esprime con priorità fantastica. La vita è finché continuiamo a narrarne il mito,</strong> a investigarne le proprietà fantastiche, finché forziamo il caos in destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capisci ora perché Tim Burton caracolla, imbranato, imbarazzato, come un ragazzino</strong> – e se è stata ‘posa’, è bella anche quella, mirabilia del mentire per dare virtù al canto – sul palco colmo di cineasti meno bravi di lui. C’è sempre un po’ di vergogna nel vivere con audacia il proprio sogno. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tim-burton-regista-david-di-donatello-sogno/">Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La poesia è l’intera storia del cuore umano su una capocchia di spillo”: da Leonardo Da Vinci a William Faulkner, passando per Wislawa Szymborska, Umberto Saba, Charles Bukowski, Joyce Lussu, cronaca dei tentativi – lirici &#038; maldestri – di spiegarci cos’è davvero la poesia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 09:48:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è davvero la poesia? Leonardo Da Vinci ebbe a dire: “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”. E come ciechi sembrano davvero brancolare nel buio tutti i più grandi poeti davanti a questa domanda, a dimostrazione che la poesia può tutto, tranne spiegare sé stessa. Wislawa Szymborska, forse la più grande icona poetica mondiale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-definizione-szymborska-faulkner-bukowski-saba/">“La poesia è l’intera storia del cuore umano su una capocchia di spillo”: da Leonardo Da Vinci a William Faulkner, passando per Wislawa Szymborska, Umberto Saba, Charles Bukowski, Joyce Lussu, cronaca dei tentativi – lirici &#038; maldestri – di spiegarci cos’è davvero la poesia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è davvero la poesia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leonardo Da Vinci ebbe a dire: “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”. E come ciechi sembrano davvero brancolare nel buio tutti i più grandi poeti davanti a questa domanda</strong>, a dimostrazione che la poesia può tutto, tranne spiegare sé stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Wislawa Szymborska, forse la più grande icona poetica mondiale contemporanea, non si avventurò a definire la poesia nemmeno in occasione del discorso per il Premio Nobel. I<strong>n quel 7 dicembre 1996, giorno in cui la piccola poetessa polacca balzò dal suo modesto bilocale di Cracovia alle cronache del mondo intero, si limitò a dire che qualunque cosa fosse l’ispirazione nasceva da un grande “non lo so”.</strong><br />
E quando negli anni Cinquanta curava una piccola rubrica letteraria su una rivista locale, alla precisa domanda di un lettore la poetessa preferì citare il collega americano Premio Pulitzer Carl Sandburg:<br />
“La poesia è un diario scritto da un animale marino che vive sulla terra e vorrebbe volare”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Altra rara e preziosa conferenza venne registrata nel 1967 ad Harward, quando per ben sei lezioni fu invitato il grande Jorge Luis Borges</strong> a dirimere la questione. Ovviamente senza mai arrivare a una conclusione univoca, e rifacendosi come tutti in larga parte a citazioni altrui: “Il sapore della mela non sta nel frutto né nella bocca che lo assapora: serve l’incontro e il contatto tra i due perché la magia avvenga, così è la poesia”, disse citando prima il vescovo George Berkeley per poi ricorrere alle parole di Robert Louis Stevenson, celebre autore dell’<em>Isola del Tesoro, </em>per il quale “le parole nascono per un uso normale, quotidiano, ma il poeta le trasforma in elementi magici capaci,” disse citando a sua volta Coleridge “di creare un’alchimia tra chi legge e chi scrive: una volontaria sospensione dell’incredulità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto un intreccio di metafore, insomma, perifrasi e allegorie perché, ammette Borges, in fondo noi “sappiamo cos’è la poesia e per questo non sappiamo definirla con altre parole</strong>, come non possiamo definire il gusto del caffè o il colore giallo, il significato dell’amore o dell’odio”.<br />
E per analogia cita in conclusione Sant’Agostino: “cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”. L’unica vera concessione che Borges fa riguarda sé stesso “per quanto riguarda me, mi reputo uno scrittore. Cosa significa essere uno scrittore? Semplicemente essere fedele alla mia immaginazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tema, questo della fedeltà a sé e ai lettori, molto caro anche a Umberto Saba, il quale scrisse nel 1911 per “La voce” un articolo che però la rivista rifiutò, poi ritrovato tra le carte del poeta e pubblicato solo nel 1959: “Quello che resta da fare ai poeti”, afferma secco e perentorio nel testo, “è fare la poesia onesta”.<br />
<strong>Quella grande onestà e trasparenza che non mancò mai ad Alda Merini, poetessa nostrana per eccellenza: “il poeta è sempre lontano dall’impossibile”</strong> disse, ma soprattutto visse, scrivendo ancora “la casa della poesia non avrà mai porte”.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrettanto sfuggente fu Giorgio Caproni, in una altrettanto rara apparizione pubblica avvenuta il 16 febbraio 1982 al Teatro Flaminio di Roma. <strong>“Il poeta è un minatore” disse per poi rifugiarsi anch’egli in una citazione: “è poeta colui che riesce a calarsi a fondo</strong> in quelle che il grande Machado definiva «le segrete gallerie dell’anima»”. Riferendosi al paradosso per cui tanto più il poeta si immerge in profondità nel proprio io, tanto più si allontana da ogni autoreferenzialità, perché è in quella profondità vera che si cela l’universale. Ma meglio che con le parole, come spesso accade, anche Caproni se la cavò in poesia:</p>
<p style="text-align: justify;">Buttate pure via<br />
ogni opera in versi o in prosa.<br />
Nessuno è mai riuscito a dire<br />
cos’è, nella sua essenza, una rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, più i poeti sono grandi, e più tendono a descrivere l&#8217;immensità della poesia come qualcosa di molto piccino e fragile. <strong>“La poesia è l’intera storia del cuore umano su una capocchia di spillo”, diceva Faulkner. Così pure Charles Bukowski, che oltre a essere scrittore irriverente e scandaloso fu poeta dolce e sorprendente,</strong> riferendosi alla sua scrittura diede forse una delle definizione più belle: “La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’. In ogni caso io godo nel minacciare il sole con una pistola ad acqua”.</p>
<p style="text-align: justify;">Definizione che ricorda la bella e fragile sfrontatezza dell&#8217;amico Franco Arminio: “La poesia è una lucciola alle due del pomeriggio, è un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano”. Non meno ironico e profetico seppe essere il grande Pier Paolo Pasolini quando sentenziò: “il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro aneddoto gustoso ci arriva da Valerio Magrelli nel suo audio libro <em>Cos’è la poesia?,</em> scritto in forma di abbecedario poetico, che in conclusione cita Roman Jackobson: “In Africa, un missionario rimprovera i fedeli della tribù che si ostinano a girare completamente nudi. E tu? Ribattè uno di loro indicando il viso del missionario. Non sei anche tu nudo in qualche parte?<br />
Certo, replicò lui, ma questo è il volto!<br />
Al che gli indigeni risposero: ma in noi dappertutto è volto”.<br />
Così è la poesia, dove ogni elemento ha la stessa importanza di tutto l’insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Persino i rivoltosi, i poeti rivoluzionari, gli antipoeti, finiscono per accomunarsi con i poeti <em>mainstream</em> nell’impossibilità di definire la poesia fosse pure per darle contro. È il caso del cileno Nicanor Parra, considerato un genio da intellettuali come Harold Bloom e Roberto Bolaño, nel ’54 pubblicò un libro fondamentale per tutta la letteratura ispano americana dove teorizzava il concetto di “Antipoesia”, termine da lui coniato in polemica con i Pablo Neruda e altri poeti dell’epoca, nella quale respinge ogni registro alto e situa la poesia nel quotidiano, inserendovi il lessico dei mass-media, facendo uso dell&#8217;ironia e della parodia, e accompagnando spesso le sue liriche con disegni e opere grafiche: <strong>“La poesia muore se non la si offende: bisogna possederla e umiliarla in pubblico, poi si vedrà cosa diventa” scrisse inserendo i versi tra due cosce di donna oscenamente aperte. </strong>Impegnato politicamente contro ogni regime, tra i suoi versi più dolenti sul ruolo dei poeti certamente ci sono quelli contro ogni repressione: “La tortura non dev’essere sanguinaria: a un intellettuale, per esempio, basta nascondere gli occhiali”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accanto a lui viene in mente il grande poeta rivoluzionario americano Amiri Baraka, attivista e icona della rivolta afroamericana. Per lui fare poesia significa assumere su di sé il dolore del mondo per poi trasformarlo:</strong> “È quello che Keats e Bu Bois chiedevano ai poeti di fare: portare Verità e Bellezza. Illuminare la mente umana, dare luce al mondo. Poetate!” esortava invitando alla pratica poetica come a una vera battaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Concetto quanto mai attuale che sarebbe piaciuto tanto a un’autentica rosa rossa della poesia, con la quale concludiamo il nostro viaggio: Joyce Lussu, compagna dell’antifascista Emilio Lussu, ma soprattutto poetessa riscoperta troppo tardi grazie al lavoro di una giovanissima Silvia Ballestra che a metà anni ’90 per Baldini &amp; Castoldi raccolse diciannove conversazioni incise su nastro. <strong>Joyce Lussu rompe una convenzione non da poco: parlare male degli altri poeti, senza peli sulla lingua. “I poeti andrebbero divisi in due categorie: quelli che hanno dato tanta noia al fascismo da essere schedati e combattuti</strong> come pericolosi sovversivi, Nazim Hikmet, Garcia Lorca, Agostinho Neto, Guillen, Ho Chi-Min,Marcellino Dos Santos, e quelli che al fascismo non hanno dato nessuna noia o addirittura ne sono stati accarezzati come Saba, Montale, Quasimodo o Ungaretti, del quale andrebbero prima rilette le poesie e poi il viscido discorso che fece quando fu accolto nell’accademia fascista”.</p>
<p style="text-align: justify;">“I veri poeti”, conclude Joyce Lussu, “sono quelli che ci rendono un po’ più intelligenti, non soltanto per osservare la realtà, ma per parteciparvi attivamente. <strong>Un vero poeta non canta la rivoluzione: fa la rivoluzione cantando. </strong>E per rivoluzione intendo anche i piccoli gesti quotidiani. La vera poesia è forza liberatrice”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E non ultimo, anche per chi vi scrive in queste colonne, piccolo tra i grandi, la poesia resta un mistero. Mi piace però pensare che sia nata la prima volta che un essere vivente si è inchinato a raccogliere una conchiglia non perché servisse a tagliare, cacciare o coltivare, ma solo perché bella. Facendo della poesia un bisogno necessario proprio perché in grado di elevarci oltre lo stretto indispensabile.<strong> Insomma la poesia è nata “la notte in cui l’uomo ha iniziato a contemplare la luna, consapevole del fatto che non era commestibile”, come dice il poeta rumeno Valeriu Butulescu, o se preferite, dato che alle citazioni altrui non si scampa: “dunque un poeta è veramente un ladro di fuoco”, come disse Arthur Rimbaud,</strong> forse il più grande, che a soli vent’anni aveva già detto tutto e tutto piantò per avventurarsi in un lungo viaggio senza ritorno nel cuore dell’Africa e dell’umanità, dove al posto delle parole si mise a commerciare in armi. Tragica metafora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Gaviani</em></strong></p>
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		<title>“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 05:46:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rifiuto è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti. E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/">“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Rifiuto </em>è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: <strong>siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti.</strong> E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. <strong>Sul tema del rifiuto – esistenziale, etico, estetico, sociale, ecologista – Guido Viale ha allineato una bibliografia perfino profetica</strong> (<em>Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà</em>, 1994; <em>Governare i rifiuti</em>, 1999; <em>Azzerare i rifiuti</em>, 2008), ma in questo caso lo scatto letterario è affascinante. In <em><a href="http://libri.goodfellas.it/la-parola-ai-rifiuti.html" target="_blank" rel="noopener">La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci</a> </em>(Edizioni Interno4, 2019), lo scopo di fondo è sottile. Viale lo dice così:<strong> “Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Saramago a Coetzee, da Dickens a Ballard – e tanti altri ancora – quei testi documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia </strong>(ma già Eraclito aveva trovato una corrispondenza tra un mucchio di rifiuti e “il più bello dei mondi”), i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite. E di come abbiano finito per imprimere il proprio marchio anche sugli esseri umani, ridotti a scarti quando non servono più”. Io direi, selvaggiamente, che <strong>gli scrittori vedono quello che nessuno vuol vedere, immaginano, con virtuosa virulenza narrativa, l’inimmaginabile e arrivano prima degli altri al cuore della questione.</strong> In questo caso, l’antologia allestita da Viale – testimonianza di un lettore col fiuto – è affascinante e allucinante: si va dall’immancabile <em>Nome della rosa </em>di Umberto Eco – che illustra come si alienavano i rifiuti nel Medioevo – alla Londra lorda di merci in avaria di Charles Dickens, dove ciò che è rifiuto per uno è oro per l’altro,<strong> dall’eruzione distopica di rifiuti di J.G. Ballard (“Scese nelle strade deserte, osservando la leggera cenere che cadeva su Hamilton, proveniente dalle centinaia di falò di rifiuti alla periferia della città e che copriva le strade e i giardini come per l’eruzione di un vulcano vicino”) alla “lordura” e al “trionfo della spazzatura” cantati da Eugenio Montale</strong> agli abissi esistenziali di Samuel Beckett e i panorami arsi dal nulla biblico del Cormac McCarthy de <em>La strada </em>(“La città era abbandonata da anni ma ne percorsero le strade ingombre di rifiuti con grande circospezione, tenendosi per mano. Superarono un cassonetto in cui un tempo qualcuno aveva cercato di bruciare dei cadaveri”). Una storia della letteratura per rifiuti – le letture sono molte, reclamano Buzzati a Coetzee, Kafka e Hrabal, Tiziano Scarpa e Javier Marías, Don DeLillo, Jonathan Franzen, Magda Szabó – commentata, per fiocinare di pensieri il nostro <em>status</em> e il nostro Stato, la nostra natura e il mondo. Nel <em>Viaggio in Italia</em>, a Sud, presso Napoli, Goethe ha una illuminazione che folgora: “In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e <strong>un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia”.</strong> Qui al rifiuto si associa il tema della rinuncia, dell’accontentarsi, dell’essere contenti. Concetti non da poco. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66314 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg" alt="" width="158" height="237" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro.jpg 666w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Intanto, come nasce questo libro, con quali premesse, dettato da quali interessi questo lavoro antologico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La parola ai rifiuti</em> raccoglie una rassegna di testi letterari in cui a vario titolo si parla di rifiuti. È una selezione dei circa cento articoli che ho scritto nel corso di quasi vent’anni per il supplemento socio culturale della rivista <em>GSA Igiene Urbana</em>, che si occupa di questa materia da un punto di vista tecnico. Queste letture mi hanno aiutato ad allargare e approfondire lo sguardo su un tema, quello dei rifiuti, che in genere impegna solo in termini strettamente tecnici chi se ne occupa da un punto di vista professionale. <strong>Con questo libro intendo accompagnare il lettore a scoprire come mai, a partire dalla fine del Settecento, cioè dalla rivoluzione industriale in poi, dei rifiuti si siano molto occupati la letteratura e gli scrittori (poeti compresi) proprio mentre economisti, sociologi, medici e filosofi non si accorgevano della montagna di scarti che stava crescendo sotto i loro occhi.</strong> Quegli scrittori in effetti hanno visto nei rifiuti qualcosa di più di semplici materiali di scarto: una metafora della condizione umana, proprio mentre il mondo delle merci e del consumo celebrava i suoi trionfi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che valore ha la letteratura, grandissima – citi da Montale a Beckett, da Goethe a McCarthy – o rasoterra nell’affrontare temi ‘sociali’? Voce che urla nel vuoto o potenza conturbante? La letteratura, poi, si deve porre problemi di ordine sociale, ecologico, politico, etico? Qual è il suo impegno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo ambito la letteratura è sicuramente una voce conturbante. Per quasi due secoli i rifiuti, prodotti in quantità crescenti, non hanno trovato posto nella rappresentazione di un mondo ordinato e in continuo progresso che ci è stata fornita dai saperi ufficiali. <strong>Eppure erano là, a testimoniare che ogni ‘bene’, inteso sia in senso economico che sociale, ha il suo rovescio. Che oggi ci sta portando a fondo, perché anche la CO2, causa prima dei cambiamenti climatici che minacciano la sopravvivenza stessa dell’umanità, non è che un rifiuto:</strong> lo scarto di tutti i processi di combustione su cui si è retto lo sviluppo della civiltà industriale. <strong>La letteratura non si ‘deve’ occupare di problemi specifici; si occupa della vita, perché questa è la sua vocazione.</strong> Ma se lo fa bene non può non incrociare e sviluppare uno sguardo specifico, che è quello dell’autore, e per questo diverso dagli altri, su tutti questi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale tra gli scrittori che hai antologizzato ti ha convinto di più, quale ti ha emozionato di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il più emozionante è per me è senz’altro Samuel Beckett che in <em>Finale di partita</em> rende esplicito quello che è il tema di fondo di tutti gli scrittori che in qualche modo hanno toccato o sfiorato il mondo dei rifiuti: <strong>l’identificazione dell’essere umano con nient’altro che un rifiuto, la sua svalorizzazione fino all’annullamento totale; unico punto a partire dal quale si può cercare di restituire un senso alla vita:</strong> ma a una vita completamente diversa. Il più convincente è senz’altro Italo Calvino, di cui, unico tra gli autori trattati, analizzo ben due testi, in due capitoli diversi: per lui i rifiuti sono non la metafora dell’esistenza, ma una chiave di interpretazione della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In assoluto: quali letture hanno segnato la sua vita, c’è un libro che riconosce come stella polare, a cui ritorna con ostinata continuità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo. Come Harold Wilson riconduce a Shakespeare tutto il ‘canone’ della letteratura occidentale – compresi, paradossalmente, persino alcuni autori che lo hanno preceduto – così <strong>io penso che in Dante ci sia tutta la letteratura che è venuta dopo di lui.</strong> Senza mai, ovviamente, raggiungerne l’altezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Rifiuto”, lo accennava anche nelle domande precedenti, è un termine che riguarda lo stato esistenziale, esiziale della natura umana, oggi. Rifiutiamo troppo, facciamo troppi rifiuti, abbiamo il timore di essere rifiutati, siamo i rifiuti di un tempo ingiusto, ingiustificati…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La vita, e il mondo, sono fatti di attrazione e di repulsione. Come, oltre ad essere attratti da qualcuno o qualcosa, aspiriamo anche a essere attraenti per gli altri, compresi i beni che ci circondano, così siamo portati o costretti a rifiutare molte cose e molti atteggiamenti delle persone, ma abbiamo paura di essere a nostra volta rifiutati. <strong>Ma nei rifiuti c’è qualcosa che, oltre a respingerci ci attrae, a volte in forme morbose: è la nostra vita, il trascorrere del tempo, che si deposita nelle cose che abbiamo usato e che non ci servono più, e di cui dobbiamo sbarazzarci.</strong> Così come nell’attrazione c’è sempre, o dovrebbe esserci, anche una componente di respingimento; altrimenti ci identificheremmo totalmente con la cosa o la persona che ci attrae, perdendo la nostra identità. Il fatto è che questi ‘moti dell’animo’ non si distribuiscono in modo uguale tra tutti gli esseri umani: chi più ha più attrae. Chi non ha niente per lo più respinge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi il tema ambientale – in area sacra come profana – è prepotente, fa concordi tutti. Almeno, quando ci sono manifestazioni di piazza. Cosa ne pensa: sono le solite buone parole che tornano? D’altronde, lei di rifiuti (penso a “Un mondo usa e getta”, 1994) e di ecologia (cito ad esempio “La conversione ecologica”) ha fatto un tema dominante da decenni. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il colmo dell’ipocrisia. L’ambiente mette d’accordo tutti, fin che se ne parla in astratto, mentre tutti, o quasi, sono impegnati a distruggerlo e devastarlo. <strong>Questo gioco è andato avanti per anni, ma adesso è arrivato a un nodo. Se non invertiamo rotta non ci sarà più niente da devastare, perché avremo distrutto tutto il devastabile; compresi noi stessi, l’umanità, a cui stiamo sottraendo le condizioni che hanno reso possibile la sua evoluzione e la sua storia.</strong> A quel punto, senza un richiamo all’attrazione che su noi dovrebbero esercitare le cose che fanno bella la vita, la Terra e la convivenza umana non saranno più nient’altro che immani rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: J.G. Ballard, l’autore di “Terra bruciata” (testo antologizzato da Guido Viale), nel 1977</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/">“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non dovremo scriverci ma sentirne l’odore – e riconoscere grandezza nell’essere preda”</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 07:43:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, Nathan è ora in Kirghizistan, in un bosco, dove sta costruendo una casa per la sua amata. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Dalle foreste del Küngöy Ala, nel primo degli anni nuovi, in un mese appena dissotterrato</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre fatto così – non ti ho detto – con l’unghia te ne decorai il corpo sfiatato dal sonno – a Praga – quella notte che fu incisa nell’osso di una eternità fa continuamente immediata </strong>– da ora le mie lettere non potranno arrivarti – le rileggo te le ripeto perché l’intenzione è più forte del verbo – qualcuno, conosco i kirghisi, labbra che s’insinuano tra malia e mestizia, avrà sotterrato le lettere sperando che da parole occidentali nascano uomini, radicati al canto e all’impresa. <strong>Ho sempre fatto così, non te l’ho detto, abito nel sedicesimo salmo e nel suo scoppio di luce – sulla tua schiena, con dita di iena e d’arcangelo, ho scritto, scavando nella torba del sonno, il tuo, “Non scacci la mia anima agli inferi/ Non pressi nella fossa chi ti ama”</strong> – l’ho segnato sul tavolo della scrivania – sulla soglia del cimitero dove è sepolta mia madre – che al massacro avvenga la gioia – ora lo scrivo sulla nostra casa, questa specie di calice di legno, l’ultimo versetto del Salmo 16 mi svena, mi sfigura, “Sveli la via della vita/ Nel tuo volto è gioia sopraffina/ Impugni la quiete” – <strong>quando il cacciatore che mi ha aiutato, saturo di fatica, nell’arguzia del fato, mi lascia, e la casa in cui non abiterò – è tua, è la tua reggia – è terminata, azzannato dal fiotto di resina, di caldo, di miele,</strong> prendo il coltello, “Sveli la via della vita”, mi scrivo sul braccio sinistro, perché forse questo basta a raggiungerti, raggiante, e il sangue è una pulizia, merletto che decora l’incanto – e dico, allora esiste l’immortalità – allora prendi tutto della vita, mordi, accogli, corrodi, purifica, deturpa, erompi, perché non è questa la vita, ma la prossima, che sto bonificando di preghiere per te. Ho una milizia nelle giunture e sul rapace degli alberi ho scritto “vita”, “anima”, “gioia”, “volto”, “quiete” – <strong>m’inginocchio fino a ridurre il bosco alla dimensione di una mosca, potrei mangiarlo, a retrodatare l’Asia a quando era il pensiero di un dio fossilizzato – ho relegato la Storia a uno sbadiglio e ogni sorta di parentela si installa nel nulla</strong> – due giorni fa ho visto una tana di vipere e soltanto un increato può non vedere in quel viluppo il vocabolario degli eventi futuri, un sibilo sibillino di colonie aliene – ripeto ossessivamente gli ultimi versetti del Salmo 16 e penso così di mantenerti in vita, un canto ti inarca la schiena, sorregge le case e le amicizie, avvera Israele, la dittatura del bosco, la durata del lago, che altera i voleri di chi si specchia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tra concesso e ceduto c’è una differenza essenziale – in un caso è qualcosa che cade, senza medicina, dall’altro è qualcuno che ti aiuta a rialzarti, in cambio di una cessione di volontà. <strong>A te sono ceduto, con una caduta che mi spaventa perché è come se precipitassi nel futuro, nelle vite a venire – mi è concesso vivere in questo urlo verde della Storia, dove non esistono dèi – perciò non esiste l’anatema e la pena – ma uomini che nuotano nel lago e riemergono, con audace felicità.</strong> L’uomo che dice di chiamarsi Bakai non sa se la lucidità del lago e l’atto della montagna siano da ascrivere a una mancanza o a un sogno – mi ha mostrato, poco lontano dalla tua casa, che ieri ho battezzato “Via della Vita”, un nido di farfalle – centinaia, coprono una roccia per dargli natura di vento, <strong>potrebbero velare il mondo e crearne un altro, con rapimento – le farfalle sembrano lettere che si uniscono e si scindono, combinando un poema, ora, in aria – e se fossero loro, questa foga di forma, ad aver creato la terra, la galassia, l’illusione dell’infinito? </strong>Quello sfarfallio ha riordinato la mia memoria – il nostro scopo è unirci per annientare tutto il resto, ricorda – il mio patrigno, ricordo, perché?, nella foresta di Tronçais, penso che rabbrividì l’inettitudine delle querce, l’État Français, ricordi?, perché?, le forze militari di Vichy, mi aveva portato con lui perché, diceva, François Darlan avrebbe acquistato una carta celeste, una di quelle virtuosamente dipinte con figure di eroi e di animali, piene di colori, stampate nel Settecento dagli opifici dell’Aja, voleva regalarla al figlio, ricoverato ad Algeri per una poliomielite. I soldati guidati dal mio patrigno – come si chiamava?, viso a trapezio, basso, rapido di lingua, con occhi simili ad altre, duplicate, lingue – avevano fermato dei militari di Francia Libera, un contingente di trenta uomini, circa, c’erano anche dei tedeschi tra di noi, forzarono il mio patrigno a imbastire un processo e a condannare i prigionieri. La condanna doveva svolgersi, appunto, perché?, nella foresta di Tronçais, tra quegli alberi risoluti come un endecasillabo – <strong>ma fu il tedesco – i resistenti erano uno di fianco all’altro con la faccia stupefatta di chi ha dato la morte ma non sa come riceverla, giovani ispirati dal fascino della fama – tirò giù i pantaloni di uno, gli squadernò il membro, poi col coltello glielo mozza</strong> – il soldato aveva i polsi legati, s’inginocchiò, un urlo bianco, poi il tedesco disse di martirizzare anche gli altri, il mio patrigno sillabò l’ordine, e alcuni soldati tenevano fermi i nemici, altri, come se compissero un atto d’amore, slacciavano i pantaloni, poi, con fatica, con un sonoro terrore, staccavano via la minchia dei militari, “non è gente degna di procreare”, disse uno, pensai all’infezione, ai coltelli che sono una imitazione del membro, al bisogno di bucare, il mio patrigno, più tardi, a conferma del gesto, avrebbe estratto dallo zaino un libro, eravamo a cena, a Strasburgo, nella casa, neanche lussuosa, del prefetto, le <em>Memorie Historiche dell’Introduttione dell’Heresie Nelle Valli di Lucerna, Marchesato di Saluzzo &amp; altre di Piemonte &amp; Sauoia</em>, un’ottima edizione torinese del 1649, in cui si dettagliava il modo in cui era stata estirpata l’eresia dei Valdesi e dei Catari di montagna, <strong>raccomandando di usare, come mezzo per dissuadere il disordine religioso, l’evirazione – mi chiesero un commento sul libro, ghignai, probabilmente la copertina è stata realizzata con carne di pudenda, dissi – e ricordo, ora, quel mucchio di minchie, per terra, davanti ai soldati attoniti, alcuni svenivano e il dolore gli inaridiva gli occhi, faceva lividi i denti – e le minchie scodinzolavano, come piccole rane</strong>, sembravano avere vita autonoma, mentre il sangue sbavava ovunque, come se potessero fecondare gli alberi e le pietre dando origine a una nuova umanità, più consistente, innocua al pudore. Di questa “crudeltà bizantina”, come dicevano, non fu detto nulla – non vidi più il mio patrigno – i castrati furono lasciati nella prigione di Strasburgo, qualcuno morì – quanto al libro, di pregio, lo rubai per rivenderlo, anni dopo, a Praga, poco prima di averti.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Infine</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse non dovremo scriverci ma sentirne l’odore – quello che nei nervi precede la grammatica e sancisce un legame nell’argento</strong> – forse dovremo ripetere soltanto le parole che reggono la statura del tempo e il suo squittio – oppure dirle al contrario, come una sciarada di vampiri, per rotolare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, Bakai, mi racconta dell’intelligenza del giaguaro delle nevi e per indicarmi dove vive mira, tra le montagne, un luogo di vite fa – <strong>non spera nell’azzeramento dell’inferno, Bakai, a cui non bastano diversi figli per avere la certezza che questo è esistere, sa che anche la sopravvivenza è un rigurgito della meraviglia</strong>, dovremo imporci lo stare in legge, come chiodi all’apice della luce, una stimmate nel tempo, un foro, qualcosa che non ha norma – e riconoscere grandezza nell’essere preda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Trump è un razzista, Obama non meritava il Nobel per la pace (né Bob Dylan quello per la letteratura), l’Islam è responsabile di un fondamentalismo distruttivo”: intervista fiume a Wole Soyinka</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 05:28:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>[Wole Soyinka, di fatto, è il solo scrittore africano insignito del Nobel per la letteratura. Il premio gli è accaduto nel 1986; gli altri due ‘nobeliati’ sono sudafricani bianchi, Nadine Gordimer (era il 1991) e John Maxwell Coetzee (nel 2003). I suoi libri sono pubblicati in Italia da Jaca Book, che l’anno scorso ha mandato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/soyinka-trump-obama-nobel-islam-intervista/">“Trump è un razzista, Obama non meritava il Nobel per la pace (né Bob Dylan quello per la letteratura), l’Islam è responsabile di un fondamentalismo distruttivo”: intervista fiume a Wole Soyinka</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[Wole Soyinka, di fatto, è il solo scrittore africano insignito del Nobel per la letteratura. Il premio gli è accaduto nel 1986; gli altri due ‘nobeliati’ sono sudafricani bianchi, Nadine Gordimer (era il 1991) e John Maxwell Coetzee (nel 2003). I suoi libri sono pubblicati in Italia da Jaca Book, che l’anno scorso ha mandato in libreria “L’uomo è morto? Smurare la libertà” e tra l’altro, con il marchio Calabuig, ha stampato testi importanti come “La strada” (2018), “Gli interpreti” (2017), “L’uomo è morto” (2016). L’editore Bompiani ha pubblicato nel 2015 “Africa”. In maggio Jaca Book pubblicherà il testo poetico &#8220;Ode Umanista per Chibok&#8221;. Quest’anno Soyinka compirà 85 anni. Già drammaturgo al Royal Court di Londra e prof a Yale e ad Harvard, voce critica della letteratura africana – e per questo, antipatico ai dittatori – Soyinka è stato intervistato da Henry Louis Gates Jr. L’esito è reso pubblico dal “New York Review of Books” con il titolo <a href="https://www.nybooks.com/articles/2019/03/21/one-humanity-conversation-henry-louis-gates-wole-soyinka/" target="_blank" rel="noopener">“There’s One Humanity or There Isn’t: A Conversation”</a>. Traduciamo ampi stralci dalla conversazione] </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Henry Louis Gates Jr.</em></strong><strong><em>: Wole, </em></strong><strong><em>qual è il suo punto di vista circa l’impatto di Donald Trump in Africa, e come viene percepito nel continente?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Wole Soyinka</em>: Mi permetta di dirlo senza tanti giri di parole. Viene considerato una mina vagante che sta dimostrando comportamenti razzisti, xenofobi, e tenuti nascosti a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Esiste un rapporto di causa-effetto tra il fatto che un uomo di colore abbia occupato la Casa Bianca per otto anni e che poi sia stato eletto il suo esatto opposto?   </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Trump si è presentato con un programma basato sul disprezzo politico, razziale e ideologico nei confronti di Obama. Non è stato nemmeno discreto riguardo alla sua missione di smantellare l’eredità di quest’uomo di colore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Ed è senza precedenti, nella mia esperienza, che un politico dica: “La cosa più importante per me è cancellare i provvedimenti politici del mio predecessore”.   </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: È insolito. In Nigeria e in altri paesi, quando si sente che un presidente o un governatore è arrivato e ha iniziato a sparlare delle politiche, dei traguardi o delle attività del proprio predecessore, di solito è per un solo scopo. Cancella questo, quello, quell’altro, così può ricominciare da capo a guadagnarsi i soldi. In altre parole, spesso alla radice c’è la corruzione. [<em>ride</em>] Questa è la prima volta che ho visto un approccio iconoclastico, la negatività pura come scopo, come ideologia di un nuovo presidente. È come dire agli americani “Vi hanno venduto uno scemo. Io sono l’autentico americano e quindi posso fare quello che voglio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: È corretto dire che Donald Trump è razzista?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Direi proprio di sì. <strong>So che i politici possono dire o fare qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo, credo sia del tutto meschino che un’arma pericolosa come il razzismo possa essere usata per fare carriera. Il razzismo politico è controverso. Viene deliberatamente usato come arma per mettere una parte contro l’altra.</strong> Qualsiasi capo di Stato, persino un funzionario minore, può fare affermazioni riguardo a “paesi di merda” – e addirittura menzionarli! – e dire, “D’altro canto, potete portarmi i norvegesi con occhi azzurri. Non mi importa che loro entrino nel paese”. Si può essere più razzisti? Ci si può avvicinare oltre alla funesta dottrina dell’ideale di umanità degli ariani con gli occhi azzurri?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Ha strappato la sua green card quando ha sentito che Trump era stato eletto presidente. Perché l’ha fatto?    </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Perché ho capito cosa stava succedendo. E molti non sanno quanto io sia legato alla nostra diaspora, non solo storicamente o intellettualmente, ma anche emotivamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-66237 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro1-190x300.jpg" alt="" width="160" height="253" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro1-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro1.jpg 354w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Gates</em></strong><strong><em>: </em></strong><strong><em>La diaspora africana?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Sì, assolutamente, la diaspora africana, che sia negli Stati Uniti, ai Caraibi o persino in Iraq, dove abbiamo scoperto gli Zanj [minoranza africana, nata da schiavi, in Iraq, ndr]. Uno dei fatti poco noti su di me è che ho avuto una piccola, minuscola parte nella desegregazione dell’America, quando <strong>ho personalmente abolito la segregazione in una piscina ad Atlanta durante una conferenza tenutasi lì nei primi anni </strong><strong>Sessanta</strong><strong>. L&#8217;emozione provata nel vedere un uomo di colore salire alla posizione più elevata in questa nazione basata su una cultura schiavista, è stat</strong><strong>a</strong><strong> paragonabile alla visione del decollo di un razzo verso lo spazio.</strong> Quindi quando ho visto ciò che sembrava un rovesciamento delle conquiste della diaspora nera, mi sono allarmato e abbattuto. L&#8217;ho capito, e ho detto &#8221;se gli americani permettono che ciò succeda, quest&#8217;uomo che rigurgita una retorica divisiva e razzista, ridurrò la relazione che ho con questo paese”. Quindi non ho detto di aver voltato del tutto le spalle agli Stati Uniti. È stata una dimostrazione di come mi sentivo. In più per tagliare la carta sono andato all&#8217;ambasciata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: L’ha tagliata? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Era difficile strapparla. Non sapevo come fare, quindi l’ho tagliata. <strong>La porto in giro come un talismano, così se mi verrà mai negato l’accesso negli Stati Uniti dirò “Okay, so perché lo state facendo. Volete un souvenir? Ve ne do un pezzo”. </strong>Perciò sono andato all&#8217;ambasciata perché bisogna formalizzarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Quindi ha firmato il ripudio. Non l’ha più ripresa?  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Valuterò se riprenderla quando vi sarete liberati di Trump.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Lei è stato insignito del Nobel. Ricordo che molti rimasero sorpresi – alcuni euforici, alcuni scioccati – quando la commissione conferì a Obama il Premio Nobel per la pace poco dopo essere stato eletto. Cosa ne pensò lei?  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Posso dirle francamente che non credo sia stato un gesto positivo.<strong> Prima o poi i capi di Stato si trovano obbligati a prendere provvedimenti drastici, che non possono essere considerati nell&#8217;ottica della pace, ma possono essere giustificati dalle circostanze – se si viene attaccati, ad esempio. Se qualcuno attaccasse persino la mia Nigeria senza alcuna ragione e il presidente non prendesse nessun provvedimento, sarei in prima linea con coloro che lo vorrebbero buttare fuori dall’ufficio. </strong>E credo che alle persone in questo tipo di posizione, che devono fare scelte difficili non si dovrebbe consegnare un riconoscimento come il Premio per la pace. Dopo la fine del mandato si possono guardare i risultati e verificare se siano state messe in pratica politiche o azioni che la promuovessero. Perché per me la pace non è una virtù banale. È qualcosa che l’intero universo brama prima o poi. Non bisogna essere all&#8217;altezza di un premio. Il riconoscimento dovrebbe essere post factum. Questo è l’unico motivo per cui ero contro il Nobel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Come giudicherebbe l’eredità di Obama come presidente? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Per come mi ha influenzato personalmente quando detenevo la green card ed ero un residente permanente di questo paese, <strong>posso dire grazie al cielo per la <em>Obamacare</em> nei tempi duri per la mia famiglia. Quindi capisco il suo valore, il suo significato per la gente normale.</strong> E mi rivolgo a chiunque cominci a smantellarla: per me equivale ad un crimine contro l&#8217;umanità. Per quanto riguarda la politica estera, ovviamente Obama è stato risoluto se necessario. Ricordo le sue prime dichiarazioni dopo che divenne presidente: “Offriamo una mano di amicizia, ma allo stesso tempo siamo pronti ad agire con il pugno della resistenza”. Credo che questo esprima chiaramente quale dovrebbe essere la filosofia di qualsiasi governante nel mondo. <strong>Alcuni pensano che fosse cauto fino alla timidezza. Non sono affatto d’accordo. L’incremento delle armi di distruzione di massa rende possibile lo scoppio di una terza guerra mondiale.</strong> Viviamo in un mondo estremamente precario che richiede equilibrio e attenzione. Lo ha dimostrato nell’incredibile impresa di catturare Osama bin Laden. È necessario un leader cauto, di buoni principi, ed efficace per autorizzare un’operazione del genere come segnale al mondo che non si commette questo tipo di atrocità senza aspettarsi ripercussioni. È servito coraggio. Le persone obiettarono che fu omicidio extragiudiziale. Lo trovo davvero ridicolo. È stato un crimine globale e Obama ha preso provvedimenti. Allo stesso tempo, tuttavia, l’ecumenismo, possiamo dire, di Obama, il suo senso di dedizione per l’uguaglianza delle culture, a volte lo ha condotto sulla strada sbagliata. Ad esempio, credo che la sua affermazione al Cairo sia stata un disastro in termini di liberazione dell’umanità – <strong>quando ha parlato del suo, non proprio assenso, ma sostegno al diritto di qualsiasi cultura di costringere le donne ad indossare il velo. Questo genere di discorso ha reso quello di umanità un concetto relativo.</strong> <strong>Per me, c’è un’unica umanità o non c’è affatto. Nessuna cultura ha il diritto di umiliare la femminilità.</strong> Anche se non si può fare nulla a riguardo, quanto meno non si deve mai fare una dichiarazione che supporti una qualsiasi nozione di relativismo culturale, non quando sono coinvolti la dignità e i diritti fondamentali dell&#8217;umanità. Inoltre credo che Obama abbia preso troppo le distanze dalla comunità di colore. L’ho trovato piuttosto seccante. Finché non si raggiunge piena giustizia razziale – questo non accadrà nel tempo della mia vita e probabilmente nemmeno della vostra – come una sorta di modalità di esistenza sociale naturale e casuale, <strong>deve esserci sempre un qualche tipo di attenzione verso gli strati più svantaggiati della popolazione, sia che si parli in termini di genere che in termini razziali. E penso che Obama abbia voltato le spalle a questo tipo di umanità. </strong>Direi che questi sono i problemi principali che ho avuto con Obama. Per il resto, sono convinto che il suo sia stato uno dei mandati più progressisti alla Casa Bianca, e che gli americani abbiano il diritto di rimpiangere la loro scelta nelle ultime elezioni. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-66238 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro2-1-214x300.jpg" alt="" width="168" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-1-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-1.jpg 399w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" />Gates</em></strong><strong><em>: Ci aiuti a comprendere il ruolo del fondamentalismo religioso in Nigeria, sia quello islamico che quello cristiano evangelico. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Si presenta sotto varie forme e le persone ritengono saggio essere obbiettivi, ma quando si parla di morti nell’ordine delle centinaia e spesso uccisi in modi orrendi, bisogna essere estremamente diretti e franchi. <strong>Esiste un fondamentalismo innocuo e trascurabile e uno maligno e violento, e sfortunatamente è l’Islam a produrre quel genere di fondamentalismo aggressivo e distruttivo.</strong> O almeno coloro che hanno commesso questi crimini contro l’umanità affermano di essere musulmani. E non basta che i leader, tra l’altro molto in ritardo, continuino a dire “Questo non è Islam.” Lo sappiamo già. La cosa importante, il fattore decisivo, è che sono i sostenitori del “vero Islam” – stando a ciò che dicono – a commettere questi crimini contro la comunità. All’inizio sono stati coccolati, viziati. Il governo si è fatto in quattro per ignorare gli eccessi. I loro stessi capi religiosi hanno mantenuto il silenzio per qualche tempo, finché sono diventati anch&#8217;essi dei bersagli. Ci sono state delle eccezioni, devo evidenziarlo. Grazie al cielo fin dall’inizio ci sono state eccezioni che hanno gridato a squarciagola “Questi non siamo noi. Non è la nostra religione. Queste persone sono criminali. Sono psicopatici. Non abbiamo niente a che fare con loro”. <strong>Ma per ragioni politiche il governo si è rifiutato di prendere sul serio questa minoranza fino a tempi recenti, quando si sono verificati episodi vergognosi come il rapimento delle ragazzine portate nella foresta e trattenute per anni. Traumatizzate, deumanizzate. Un’atrocità dopo l’altra.  </strong>Fondamentalmente è un problema di impunità. O hai una costituzione o non ce l’hai. O hai delle leggi o non le hai. Se hai delle leggi e un gruppo di persone continua a trasgredirle, sostenendo di essere autorizzate dalle sacre scritture a commettere dei crimini, allora non fanno parte del sistema di governo generale. <strong>La prima reazione si sarebbe dovuta verificare quando lo stato del Zamfara decise di adottare la Shari’a come legge del sistema legale. Fu chiaramente detto che ciò era contro la costituzione, la quale non permette uno stato teocratico. Tuttavia, come capita spesso in questi casi, l’allora presidente Olusegun Obasanjo adottò una politica di pacificazione per rimanere al potere.</strong> E gli è stato detto “Devi prendere provvedimenti”. Ma intanto stava facendo la corte proprio a questi gruppi per ottenere il loro supporto e prolungare la sua permanenza al governo. E così l’impunità regnò sovrana. Una cosa seguì l’altra, sia su scala maggiore che minore. I diritti umani diventarono un pensiero secondario, ammesso che ce ne sia stato uno. Furono adottati tutti i tipi di pena non presenti né nella costituzione né nella legislazione, ad esempio l’amputazione per i piccoli furti. Sì, un caso si è verificato prima che l’intervento internazionale costringesse il governo a porre fine alla cosa. Ma almeno una di queste pene fu portata a termine e altri furono minacciati. Ricorda il noto caso della donna condannata alla lapidazione? Se una sentenza del genere fosse portata a termine, strapperei il mio passaporto. Non riuscirei a concepire l’idea di vivere in una nazione, definendomene cittadino, che permette queste atrocità: seppellire una donna fino al collo e lapidarle la testa finché non diventa poltiglia. Non importa se succede in Arabia Saudita o in Afghanistan.  <strong>Dunque al fondamentalismo religioso è stato permesso di radicarsi. Sarebbe potuto essere fermato, rimesso al suo posto. La religione è un affare privato. Volete organizzarvi, pregare insieme? La costituzione lo prevede. Se si vuole adottare una cultura dettata dalla religione, che non viola i diritti degli altri, non penso che qualcuno possa interferire. Volete coprirvi con il velo dalla testa ai piedi? Potrei considerarlo disgustoso da guardare, però non vi toglierei l’hijab.</strong> Ma non si può sfidare la costituzione imponendosi sugli altri aspetti della comunità, non si può obbligare gli altri a rispettare tassativamente le norme della religione. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: In un tempo di sconvolgimento sociale e ingiustizia spesso gli scrittori hanno fatto ricorso ad allegorie per fare l’appello più potente all&#8217;immaginazione della libertà. Ora, da maestro del tono mitico, come vede oggi il ruolo dello scrittore/attivista nel mondo che ha appena descritto? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Una delle cose che mi piace sottolineare quando affronto questo tipo di domande è che bisogna sempre considerare questa questione separatamente dall’epoca contemporanea, così da comprendere che in ogni società ci sono sempre stati artisti coscienti, spesso impostati in modo ritualistico. Esistono nella cultura nera e so che ci sono anche in quella etiope. Ci sono tracce nelle società che segnano la celebrazione del pesce d’aprile – chiamato con nomi diversi a seconda dei paesi – durante il quale si esprime una voce alternativa, o direttamente o tramite gli strataggemi artistici come spettacoli, messinscene, burlesques. Perciò quando parliamo del ruolo degli attivisti e degli scrittori oggi, non è una novità. In Africa e nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, viene falsamente considerato un concetto occidentale. Lo trovo irrispettoso in modo criminale. Quindi secondo me non è cambiato nulla. Si stanno solo usando nuovi mezzi: vignette, che sono una caratteristica di spicco in molte società, spettacoli, sketch, commedie satiriche, teatro e ovviamente musica.  È un continuum. Cerco sempre di sottolinearlo; non sta accadendo nulla di davvero innovativo. Semplicemente adesso abbiamo dei mezzi di comunicazione che evidenziano le difficoltà degli scrittori coinvolti in questo genere di attività. È intrinseco nella natura sociale, che non è mai unitaria. In caso contrario l’umanità morirebbe, e questo non ci piace. Continua solo a rivitalizzarsi, rimodellandosi in vari modi e adattandosi alle condizioni particolari. Qual è la differenza tra un giovane uomo completamente sconosciuto che si dà fuoco in Tunisia – dando così inizio alla primavera araba nel paese, dove già da prima erano cominciati dei dissidi – e, a parte le conseguenze individuali, la donna che in Egitto si è scoperta il seno in segno di protesta? È stato per dire “Okay, state dicendo che c’è emancipazione ma noi donne non la percepiamo. Siamo ancora soggette a queste condizioni discriminatorie e umilianti come esseri umani”. E allora si è spogliata completamente fino alla vita e ha postato deliberatamente la foto su internet. Questa è stata la sua forma di protesta. <strong>Durante il movimento delle suffragette, le donne si incatenavano alle ringhiere davanti a Westminster. La società, persino quella più rozza e chiusa, trova sempre un modo per mostrare che esiste un’alternativa. </strong>Perciò non vedo alcuna differenza nel modo in cui oggi gli scrittori affrontano gli aspetti inaccettabili della loro società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>:  Qual è la sua spiegazione per l’improvvisa esplosione di creatività da parte delle scrittrici africane? Stiamo assistendo ad una rivoluzione?  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: È un fenomeno. Davvero commovente. Ma mi permetta di raccontarle una cosa successa in Nigeria. Alcuni anni dopo la guerra civile, qualcuno mi ha detto esserci stato un incontro dell’organizzazione del gruppo etnico Igbo (chiamata Ohanaeze) durante il quale fu presa una decisione riguardo il riposizionamento della stessa popolazione per permettergli di riprendersi dal trauma e dalla devastazione della guerra civile, sbalzandoli dalla posizione di rilievo che avevano avuto nel paese [Gli Igbo sono uno dei tre maggiori gruppi etnici in Nigeria, e l’organizzazione Ohanaeze Ndigbo, fondata nel 1976, li rappresenta dentro e fuori dal paese. La sua direzione è in parte eletta in modo democratico e le decisioni devono essere rispettate da tutta la Ndigbo. Spesso, il resto della popolazione nigeriana viene a conoscenza delle riunioni dell’organizzazione solo quando le decisioni vengono rese note. Non è insolito che queste decisioni vengano contestate, ndr]. E decisero che avrebbero cominciato a concentrarsi sull’istruzione delle donne, e che gli uomini per ottenere un cambiamento dovevano gestire le risorse economiche degli Igbo. Uscire, commerciare, fare affari per raccogliere fondi per questa rinascita economica, e le donne dovevano assolutamente andare a scuola; in altre parole, invertire la rotta tradizionale. Questo mi è stato detto in confidenza da un Igbo molto affidabile. <strong>Le donne che hanno sempre occupato le fasce più basse della società, ora si sentono galvanizzate intellettualmente e dal punto di vista creativo. Sospetto che ciò abbia provocato un fenomeno di emulazione tra questa generazione di donne in Nigeria, specialmente nella parte occidentale.</strong> È l’unica spiegazione che immagino. Per questo tendo a credere a questa storia, per la vivacità della creatività femminile, lo spirito imprenditoriale in ambito culturale: anche le arti visive, le riviste, i giornali sono stati inaugurati dalle donne Igbo. Sono stati prodotti degli ottimi romanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-66239 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro3-218x300.jpg" alt="" width="178" height="245" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3.jpg 406w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Gates</em></strong><strong><em>: Era sorpreso quando l’Accademia svedese ha insignito Bob Dylan del Premio Nobel?  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Sì e all’inizio provavo sentimenti contrastanti a riguardo. In seguito ho nettamente propeso per quello negativo. <strong>Prima di tutto, confrontata con l’industria musicale, la letteratura è nettamente svantaggiata in termini di fondi e riconoscimento popolare. Diciamo le cose come stanno: gli scrittori devono lavorare il doppio rispetto a un musicista, specialmente del genere pop.</strong> Non parlo della musica classica, che è più impegnativa. La vedo come una di quelle provocazioni: “Rompiamo gli schemi per il solo gusto di farlo”. Non ne sono rimasto affatto colpito. Anche se si volesse fare una cosa del genere, si dovrebbe procedere come si fa solitamente per la letteratura. Vuoi separare il testo dal suono e affermare che anche quella è letteratura, nonostante sia in musica? Allora bisogna applicare gli stessi rigidi standard, e non credo che sia stato fatto. <strong>Guardo la lista di poeti nominati in passato. Paragono le loro opere ai testi di Bob Dylan ed è una cosa ridicola.</strong> […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: L’America nelle sue condizioni migliori ha eletto Obama, ma in qualche modo la reazione è stata eleggere il peggio? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Esatto. Non che mi aspettassi niente di diverso, anzi sono sorpreso che gli elettori americani non sembrassero preparati; e quindi ogni giorno c’è un nuovo shock, una nuova preoccupazione. E <strong>so che anche quelli che hanno eletto Trump si staranno chiedendo cosa credevano di fare.</strong> Mi dispiace ma non offrirò le mie soluzioni perché non ne ho.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Da cosa deriva questa attrazione di Trump verso Putin? Come la spiega? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Non ne ho idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gates</em></strong><strong><em>: Quindi adesso Putin è l’uomo più potente del mondo? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soyinka</em>: Quello che posso dire è che persino Putin è più credibile come leader rispetto a Donald Trump.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>Traduzione italiana di Giulia Di Blasio</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/soyinka-trump-obama-nobel-islam-intervista/">“Trump è un razzista, Obama non meritava il Nobel per la pace (né Bob Dylan quello per la letteratura), l’Islam è responsabile di un fondamentalismo distruttivo”: intervista fiume a Wole Soyinka</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 07:45:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una leggenda racconta che Dio non annienta la letteratura per merito di un manipolo di giusti dei libri, che si adopera, infaticabile, per divulgare, recensire, ma soprattutto leggere e segnalare le opere che meritano di sopravvivere. Si tratta di oscuri insegnanti, magazzinieri, infermieri, banconisti di macelleria, cui raramente viene data voce nei grandi palcoscenici. Fabio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una leggenda racconta che Dio non annienta la letteratura per merito di un manipolo di giusti dei libri, che si adopera, infaticabile, per divulgare, recensire, ma soprattutto leggere e segnalare le opere che meritano di sopravvivere. Si tratta di oscuri insegnanti, magazzinieri, infermieri, banconisti di macelleria, cui raramente viene data voce nei grandi palcoscenici.<strong> Fabio Orrico è un giusto dei libri: un grande lettore. È promotore culturale, creatore di riviste on line, blogger e vlogger, recensore vigoroso di libri e film. Uomo appassionato, cultore della parola e delle immagini, affascinato dai segni e dalle icone, non smette di cercarne. </strong>Si sa per certo che Fabio è un famelico cultore di letteratura e cinema, ne appare come drogato. Non è raro assistere a questa scena: Fabio, alla luce di un faretto, legge le ultime pagine di un libro. Lo richiude. Ci pensa un po’ su, ma proprio poco. Qualche secondo. Se ne esce con un commento fulminante regalato al soffitto. Lo ripone su un ripiano. Ne piglia un altro, da una fila proprio accanto. Lo apre. Si abbandona nuovamente alla sua estasi mistica, senza soluzione di continuità, impossibile distrarlo. Un libro via l’altro. Di lui si dice che legga al posto di respirare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno dice che per saper scrivere bene è necessario leggere molto. Beh, in Fabio la condizione essenziale è rispettata.</strong> Poeta (<em>Strategia di contenimento</em>, <em>Della violenza</em>), si è cimentato con il thriller (<em>Giostra di Sangue </em>ed <em>Estate nera</em>, scritti a quattro mani con Germano Tarricone), con il romanzo erotico (<em>Il Bunker</em>). Sta per uscire per Italic Pequod il suo ultimo romanzo: <em>Giorni feriali </em>è un nuovo inizio. Un esordio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo immaginario mi sembra di vedere immagini e scene di film, come se tu costruissi la tua prosa e la tua poesia attraverso quadri, come scene ancor più che come sequenze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo anni di militanza cinefila penso di aver la testa piena di immagini di film e ti confesso che mi viene la voglia di guardare direttamente a scene che mi sono piaciute e scriverle, magari incastonandole dentro alla storia. Si potrebbe parlare di citazioni in maniera giusta, però trasferendosi da un medium a un altro cambiano natura. Se io cito una scena aumentandola diventa altra cosa, non un vezzo. Probabilmente tutto quello che ho scritto ha dentro di sé tante immagini cinematografiche che mi hanno colonizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno potrebbe dire che sei un uomo film.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì esatto come gli uomini libro di Fahrenheit 451. Però non mi prendo un film solo da testimoniare, me ne prendo tanti. È una cosa di tutti i cinefili, non soltanto mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante nel tuo immaginario ci siano storie e immagine raccontate, pensate e costruite da altri in tutto quello che scrivi c’è questo senso di autenticità, di onestà. Senza voler per forza usare parole abusate, sei spietato con i tuoi personaggi, che non nascondono difetti e limiti, ma tirano fuori le debolezze con spontaneità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me ci sono autori che hanno una distanza considerevole ed evidente dai personaggi e sembrano quasi incombere su di loro. <strong>Parlando di cinema il regista che più risponde a questo modo di concepire l’invenzione è Kubrick. Nei suoi film si sente sempre la sua intelligenza cupa che si affaccia sui personaggi, come se fossero osservati dall’esterno, giudicati. Un atteggiamento rispettabile, che però non sento mio. Non mi arriva. </strong>C’è una frase di De André che dice “quando si racconta il porcile è bene farlo sposando il punto di vista del maiale”. A me piace moltissimo questa frase e cerco di muovermi in quella direzione: l’essere spietati con i propri personaggi non significa non amarli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66243 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg" alt="" width="158" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1.jpg 387w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Hai un modo di osservare che passa attraverso le persone che incontri, le storie che raccontano, l’affetto che nutri per loro che diventa immedesimazione nelle vicende.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi dieci anni ho scritto cose anche molto autobiografiche e la cosa curiosa è che rileggendole dopo molto tempo non le riconoscevo, mi sembravano finte. Allo stesso tempo ho raccontato cose successe ad altri e paradossalmente quando le rileggevo mi sembravano vere. Questo è curioso, forse possiamo formulare un teorema, non valido in senso assoluto, ma valido per me. <strong>Mettermi in scena comporta fatalmente una quota piuttosto rilevante di parzialità. Alla fine sono sempre io quello che ha ragione. Per forza!</strong> Lo voglia o no <em>io</em> sono il protagonista della <em>mia</em> vita, ma se provo a modificare la prospettiva, le cose cambiano e si fanno più interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle nostre esperienze di lettura, di visione di film, di ascolto di testi di canzoni, c’è sempre un punto: qualcosa deve arrivare. Ami ripetere che in un libro cerchi qualcosa che ti tocchi, indipendentemente dal fatto che sia un libro essenziale, popolare, con una ricerca linguistica, con una scrittura difficile o piana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi ha un nostro canone, è naturale. Si può preferire Hemingway a Foster Wallace o viceversa. <strong>Per quanto mi riguarda ho delle predilezioni, ma amo con la stessa intensità Paolo Volponi e Romano Bilenchi, che sono due scrittori opposti:</strong> Bilenchi funziona sulla forma breve, Volponi ha bisogno di almeno duecento pagine per dire quel che deve dire. Bilenchi ha una lingua semplice, Volponi carnosa ma l’emozione che io ho provato leggendoli è stata intensa con entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bilenchi e Volponi hanno però molto in comune. Sono riferimenti importanti nella letteratura sul lavoro, anche se in momenti storici diversi. Il lavoro è tornato ad essere presente con insistenza nella letteratura del nuovo millennio. Esiste ormai una corrente che si è concentrata, in modo che a me inizia a sembrare fastidiosa, sul tema della precarietà vissuta da finti precari. Ragazzi con due lauree che vivono il lavoro come intermezzo o un fastidio necessario per raggiungere altri obiettivi. In Bilenchi e Volponi ma anche nelle tue opere, si parla del lavoro in maniera molto più vera: da dentro, da chi il lavoro lo conosce e lo vive, dalla mattina alla sera e ne percepisce le contraddizioni e l’importanza, nell’averlo e dunque anche nel perderlo. Il significato di quell’esperienza è completamente diverso da una ricerca un po’ finta e spocchiosa che ha piacere nel non trovare e nel piangersi addosso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura non è molto democratica: anche un finto precario può tirar fuori un libro pazzesco. Certo è diverso trattare il lavoro da posizioni di privilegio e dalla morchia della fabbrica. Durante la presentazione di un suo libro Emanuele Tonon parlava di Paolo Volponi, peraltro indicato come uno dei suoi punti di riferimento, e diceva che un libro come <em>Memoriale</em> era comunque un libro scritto da un dirigente mentre lui aveva lavorato in fabbrica alla catena di montaggio e la sua esperienza comprendeva anche i calci in culo del capo reparto. Attenzione, non era critico nei confronti dei risultati: Volponi aveva raccontato il lavoro in fabbrica con grande verità ma sempre forzatamente dal punto di vista di un responsabile che vede la produzione da un ufficio separato da vetri insonorizzati e questa cosa la senti e non è detto che sia per forza qualcosa di negativo. L’analisi di Volponi, quindi di un intellettuale, poteva essere ancor più pregnante perché nasceva da fuori ed era meno viziata emotivamente. <strong>In ogni caso Tonon rivendicava questa peculiarità: lui la fabbrica l’ha raccontata dal punto più basso. Sono punti di vista la cui differenza si avverte. Tutto questo per dire che l’aureo motto di Tolstoj “parla del tuo cortile e parlerai del mondo” è sicuramente giusto</strong> ma non va a detrimento di chi non parla di ciò che conosce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si è affacciata al pubblico la generazione degli scrittori nati tra i settanta e gli ottanta è arrivata questa ondata di call center, precariato, lavoretti che a mio avviso non rispecchia per niente il nostro tempo. Un esercito di </strong><strong><em>radical chic </em></strong><strong>che intende il lavoro come una scocciatura strumentale per potere scrivere il grande romanzo, oppure per girare il grande film, per cogliere l’immagine fotografica perfetta, o per dipingere il capolavoro immortale. Ne viene fuori molto più il prolasso di una generazione illusa e presuntuosa, che una denuncia sociale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se uno vuole intendere il lavoro come una scocciatura strumentale per poter scrivere il grande romanzo sono affari suoi, poi leggiamo il romanzo e vediamo se è effettivamente grande. <strong>Resta il fatto che il lavoro è un problema nevralgico del nostro tempo, specie per gente come me che non ha voglia di lavorare, ma nemmeno di morire di fame quindi lavora.</strong> Diciamo che se in passato è stato prezioso capire quanto il lavoro fosse determinante nelle nostre vite adesso è altrettanto importante raccontare quanto pesi l’assenza del lavoro o l’assenza del lavoro come lo abbiamo conosciuto fino all’altro ieri. Poi bisogna aggiungere che io scrivo di gente poco scolarizzata, senza grandi ambizioni o prospettive. Forse è per questo che, nelle mie storie, se uno lavora in un magazzino non percepisce questa situazione come un abuso o un’ingiustizia della sorte. Voglio comunque rivelarti una mia bassezza: tendo al vittimismo. Anche per questo, perché conosco la noia che il vittimismo provoca, l’insofferenza che il lamento scatena, i miei personaggi non lo possono essere, vittimisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66244 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg" alt="" width="150" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2.jpg 349w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />I tuoi personaggi non lasciano che la vita accada, nella vita in fabbrica, nel tentativo di sbarcare il lunario, nelle relazioni umane, negli incontri e nell’erotismo, ma seppur nell’attesa, nella riflessione e nell’autoanalisi sono proattivi, a un certo punto di muovono, possono ribollire poi esplodono.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di narrativa: nel primo libro che ho scritto con Germano Tarricone, <em>Giostra di sangue</em>, che rivendica orgogliosamente il suo essere un thriller al grado zero, una <em>pulp fiction</em> da edicola, avevamo una protagonista troppo passiva e le successive stesure sono servite a correggere questo suo difetto. Il lettore non perdona la passività dei personaggi, a meno che non sia un elemento essenziale dell’identità e dell’intreccio, un carattere fondamentale e riconoscibile. <strong>Un personaggio passivo è l’anticamera di un romanzo sbagliato e lo dico con tutto il fastidio che provo per gli accorgimenti e le regole della buona scrittura. Neanche i personaggi monologanti e arresi alla vita di Thomas Bernard sono passivi.</strong> Se pure si arrendono, il loro cedere le armi prevede comunque uno scontro frontale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’assenza di azione può essere uno strumento vigile per conoscere e capire il mondo, per accoglierlo, come nei poeti, penso a <em>Paterson</em>. Quando ho visto il film mi sono detto: sai che questo personaggio assomiglia tantissimo a Fabio Orrico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo film di Jarmush che hai citato l’ho amato davvero molto. Se fossi un regista (che poi è il sogno proibito della mia vita) vorrei fare un film così, con lo stesso sguardo fenomenologico su ciò che accade, nitido e dettagliato. In più <em>Paterson</em> ha il pregio di riuscire a parlare di poesia senza cadere nel ridicolo. Cosa rara al cinema. Mi viene in mente <em>Il mistero dell’acqua</em> della Bigelow, dove il protagonista, interpretato da Sean Penn, è un poeta e a mio avviso dà un’idea molto falsa della poesia, come pura contemplazione, come tiramento di culo inessenziale. <strong>In una scena Sean Penn davanti al tramonto dice: <em>chiunque può tirare fuori qualcosa di bello da questo tramonto</em>, una stronzata, battuta sciocca, ingenua. Addirittura in quel film Sean Penn è descritto come una rockstar: viene riconosciuto per strada, il che è ridicolo.</strong> Le persone non riconoscono per strada Stephen King, figurati se riconoscono un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia in Italia è maltrattata. Non se ne conosce né la potenza né il ruolo. I poeti sono misconosciuti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riesumare e resuscitare i poeti dimenticati sarà il lavoro di molti per molto tempo. La mia impressione è quella di un terreno dove, specie nei momenti di analisi, vige la soggettività più estrema alternata in modo schizofrenico a una pigra conferma dei canoni. La critica agisce ai margini e spesso non sa essere incisiva, rinunciando alla chiarezza e perdendosi in astruserie e, soprattutto, commettendo il grande errore di separare la poesia dal resto della letteratura. C’è differenza tra poesia e romanzo, ma parliamo comunque di due ragazze sedute allo stesso tavolo che si frequentano e si influenzano a vicenda, traendone beneficio. <strong>La mia impressione è che sia stato emesso un verdetto nei confronti della poesia, parte di un verdetto più generale nei confronti della letteratura, che la relega fuori dai giochi.</strong> Mi spiego con un esempio: in un racconto di Moravia di cui non ricordo il titolo c’è un personaggio spregevole e meschino e per farci capire quanto è ignorante, di lui Moravia dice che legge al massimo quatto o cinque libri all’anno, tutti gialli. Capisci bene che uno così nell’Italia del 2018 è un raffinato intellettuale! D’altra parte Moravia si sposa la Morante e va a cena con Pasolini: evidentemente è abituato a conversazioni altissime. Io che sono un uomo della strada mi rendo conto che la letteratura sembra essere morta anche come semplice evasione. Adesso l’oggetto libro è remoto alla maggior parte delle persone, qualcosa che non si sa bene come maneggiare. Non voglio essere spocchioso, ma credo sia indiscutibile. <strong>Questo relativizza le polemiche che leggiamo ovunque, sul web e sui giornali, anche se in misura molto minore rispetto a un tempo. È un dialogo tra morti. Siamo come i sacerdoti degli antichi dei quando si stava affermando il cristianesimo. Non ci rendiamo conto, non capiamo cosa porterà questa nuova religione.</strong> Chi parla di libri sembra non capire che è accaduto qualcosa che ha condotto il libro fuori dai giochi dell’umanità. La poesia vive al cubo questa situazione, forse perché non si possono trarre film o serie TV dai sonetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non si annuncia nessun Dio all’orizzonte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto economico. Una volta era un affare pubblicare una collana di gialli o di letteratura rosa, adesso semplicemente non lo è più. Chi cercava nei libri solo un’occasione per svagarsi, ora fa altro. Questo è centrale, perché toglie di mezzo il grasso della letteratura, quella riserva che permetteva l’emergere di qualche raro grande capolavoro. <strong>La letteratura non segna più la società, diventa astratta. Un editore vuole vendere, anche se poi misteriosamente non è che si sbatta più di tanto a promuovere i propri libri. </strong>Pubblica a grappolo poi qualcosa venderà da sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mi diceva Alberto Gaffi in Italia esistono duecentomila lettori dal dopoguerra, e quelli sono rimasti. Non sono affatto diminuiti, sono sempre i soliti. Si è ingrossata invece la schiera degli scrittori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa cosa non mi indigna. Mi sento un lettore infaticabile. È anche vero che spesso intellettuali di vaglia ostentano un cinismo verso chi scrive che non è onorevole. Quando ho fondato la rivista on line “scrittinediti”, nei suoi primi anni di vita, ricevevo carrettate di materiale, che adesso non ricevo più perché la gente si fa il blog da solo, o si autopubblica. <strong>C’è una tendenza cristallizzata dal non mettersi più in gioco. Non rischiare nemmeno il verdetto di una redazione, il giudizio di terzi, di chi la letteratura la conosce perché ci lavora. È anche un fatto statistico, è ovvio che quest’oceano di materiale è costituito per lo più da cose mediocri.</strong> Scrivere deve essere un fatto consapevole, molto spesso non lo è, ma una volta che depuriamo il nostro giudizio da questa constatazione, il gesto di scrivere merita rispetto. Meno cinismo aiuta, anche a scegliere, anche a scovare frammenti lucenti nella porcilaia. Leggo molte recensioni poco argomentate. Le poco volte che si stronca lo si fa in modo offensivo. Si insulta l’autore. L’autore a sua volta si offende, inspiegabilmente, anche di fronte a perplessità legittime ed espresse in modo civile. La recensione che amo scrivere o amo leggere è fatta di argomentazioni. La stroncatura ha una sua onestà, certo, se fondata su fatti e analisi accurate. Un critico non è un oracolo che sputa parole d’oro, è uno che prima di tutto argomenta il suo gusto. Per questa ragione la recensione orienta la scelta: scelgo libri da leggere e film da vedere fidandomi della parola di un critico che mi piace. Bada bene: non tutti, ma quello con cui sento un’affinità, quando lo conosco abbastanza da capire che abbiamo giudizi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66245 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg" alt="" width="136" height="260" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg 157w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-768x1468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-536x1024.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1.jpg 1179w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Il destino della letteratura c’entra con la morte ed è forse la ragione per cui la amo. La letteratura muore e parla della morte. Nei libri vediamo la morte al lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cocteau diceva: “il cinema è la morte al lavoro”, perché vedi il tempo che agisce sui personaggi, sui paesaggi, sulle città. Adesso accade in modo evidente con le serie TV. Un adolescente cresce durante le stagioni e si fa uomo o donna. Ma anche in certi film. Penso a <em>Sorelle mai</em> di Bellocchio, un film straordinario, o a <em>Boyhood</em> di Linklater, la cui lavorazione è spalmata nel corso di anni, documentando la crescita di un attore. La letteratura ha filtri diversi. Un libro è un universo controllato. Su altra scala rispetto ad altre arti, il cinema, ma anche il teatro e la musica. La possibilità di controllo, rifinitura e cesello che ha la letteratura non esiste altrove. Anche se si parte con tutte le possibilità di averlo, il controllo. Ne hai gli strumenti: collaboratori, troupe, tecnologia. Eppure il controllo totale non potrai mai averlo. <strong>D’altra parte, e adesso mi contraddico, Tondelli amava le pagine che arrivavano in libreria ancora acerbe, dove sentivi la pennellata grumosa, dove percepivi l’intervento della realtà fuori controllo.</strong> In effetti la letteratura non si lascia catalogare in schemi certi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti sei un fanatico apostolo di autori anche molto diversi tra loro. Penso ad Antonio Moresco, che per te è un totem. Ma anche Emanuele Tonon. Ami gli scrittori che hanno una passione sensuale, carnale con la lingua: Amelia Rosselli, Dino Campana, Gianni Celati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma tieni presente che amo Moresco ma anche Stephen King. Se metto l’accento sugli scrittori che citi è perché spesso vengono definiti difficili e questa cosa mi manda fuori di testa. <strong>Non mi piace questa categoria, questa storia del libro difficile. In realtà le cose difficili non esistono, piuttosto ci sono testi che ci parlano immediatamente, ci raggiungono e ci ammaliano e altri che non ci dicono niente e spesso per ragioni che fatichiamo a definire. Posso innamorarmi di </strong><strong><em>Sotto il vulcano </em></strong><strong>e annoiarmi con l’</strong><strong><em>Ulisse </em></strong><strong>o viceversa ma credo che questo riguardi la mia sensibilità e disponibilità di lettore.</strong> Poi nutro forse un po’ di insofferenza per la struttura in tre atti, per una forma di romanzo che non si concede mai digressioni, perché sostanzialmente trovo puerile titillare il lettore con il solito bric a brac di colpi di scena e caratterizzazioni insistite. Detto questo, i miei romanzi penso si basino su una struttura solida e insieme testimoniano con una certa evidenza il mio amore per la narrativa di genere. Come lettore di narrativa, banalmente, cerco un testo che mi conquisti e io sono incline a lasciarmi conquistare da scrittori diversissimi fra loro: Volponi ma anche Carver, Tanizaki ma anche David Goodis, Willa Cather ma anche Renato Olivieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra che tu abbia un’ossessione per la guerra. Usi metafore guerresche, nei titoli delle tue opere. </strong><strong><em>Strategia di contenimento</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Il bunker</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Una guerra di nervi. </em></strong><strong>Metafore cruente per parlare di sentimenti, pudori, ritrosie, consapevolezze amare. Eppure gli esempi di guerra guerreggiata del nostro tempo non ci mancano. C’è un dislocamento quasi fastidioso tra le gole sgozzate nei deserti, i bombardamenti governativi o alleati e il tuo canto: cupo, grigio e accorato. Come se le nostre civiltà acquisissero significato nel confronto con la barbarie. Nei tuoi versi c’è sempre questo iato. La voce di un’umanità che assiste alla storia e fatica a rendersi conto che ne è soverchiata e annichilita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono un uomo ossessivo e sono ossessionato dalla guerra. <strong>L’essere umano è naturalmente incline alla violenza e alla sopraffazione, siano esse espresse con forme attive o passive.</strong> Credo sia un po’ il sottofondo morale di tutto quello che ho scritto e, immagino, scriverò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tema forte nelle tue opere è il sesso. O meglio la perversione. L’incontro carnale, sempre intrinsecamente allacciato alla partecipazione emotiva, mai gratuito, trova la sua forza fuori da sé. Nella violenza, negli oggetti, nel travestimento. Penso al ruolo che hanno le armi da fuoco o da taglio, nell’amore. Il gusto per il feticismo. La curiosità e l’attrazione per il mercimonio dei corpi. È una smania a volte divertita più spesso struggente, un’indagine, l’atto di un desiderio inesauribile di esplorazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vado matto per i travestimenti. Una cosa che mi diverte molto è andare alle fiere del fumetto e guardare sfilare i cosplayer. Ho una mia personale classifica delle varie Wonder Woman che ho visto nel corso degli anni ma per delicatezza resterà segreta. <strong>Le serate fetish dei club privée e le riunioni di cosplayer si assomigliano tantissimo, pratiche erotiche a parte (nelle prime più o meno esplicite, più o meno mediate, nelle seconde sarei tentato di dire surrettizie).</strong> La tua domanda mi sembra faccia balenare un immaginario torrido e cupo e magari in parte è così ma credo che ne <em>Il bunker </em>come nel romanzo che sta per uscire questo aspetto, molto presente, è raccontato sotto una luce positiva, nel senso che i protagonisti sanno cosa gli piace fare in camera da letto, lo fanno e si divertono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo le tue storie e le tue riflessioni sembra che il vero amore possa nascere solo con le puttane, in senso ampio. Come se con loro ci fosse una vicinanza, una similarità, che permette di essere pienamente se stessi. E sei convincente. Sgradevole e illuminante. Leggendoti ci riconosciamo tutti compromessi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti confesso che non ho mai pensato un solo secondo in vita mia che il vero amore possa nascere con le puttane ma se questa è la lettura che emerge vorrà dire che dovrò essere più bravo in futuro. <strong>Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie, questo è vero. Ciò che mi attrae è il senso di completa libertà nell’intendere il piacere e il proprio corpo, come se fosse un segnale, rivelatore di una libertà più ampia del pensiero e dell’intelligenza.</strong> Riflettendo sulla tua domanda in modo più didascalico: essere se stessi in un rapporto mercenario non è una nota di merito. È la disinvoltura del cliente, il tipo più diffuso di italiano, arrogante e indisciplinato, incapace di stare un solo secondo in coda alla cassa del supermercato o alle poste senza scatenare un putiferio e di minacciare di adire alle vie legali con chiunque gli capiti a tiro. Se ci sentiamo noi stessi, liberi e in pace è perché mettiamo mano al portafoglio quindi possiamo pretendere pretendere pretendere, serenamente e senza nessun bisogno di mettersi in gioco. Allo stesso tempo la prostituzione, come la guerra, è una metafora facile e perfetta, anzi, è più che una metafora: io per esempio mi prostituisco e su questo non ho dubbi. Faccio un lavoro che mi piace ma se non avessi bisogno di soldi per mangiare, vestirmi e scaldare il mio appartamento sono quasi sicuro che farei altro. Anzi, ti dirò che quando rido con eccessivo trasporto alle battute del mio capo mi sembra di mimare certi manierismi da prostituta (“amore, tesoro, mi hai fatta venire, etc etc”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale disincanto dobbiamo aspettarci da </strong><strong><em>Giorni feriali</em></strong><strong>? Quale ferita stai per infliggerci? O stai per darci una speranza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so, sinceramente. È un librino piuttosto agile, spero divertente e sicuramente digressivo. <strong>Parla di un ragazzo che perde il lavoro e si mette nei casini, un tipo molto ordinario con una manifesta difficoltà nel dominare i propri sentimenti. Diciamo che dentro ci ho messo tutte le cose che amo di più e che più temo.</strong> In ordine sparso: la campagna ravennate, donne disinibite e autoritarie, i due Michael (Mann e Cimino), l’abbandono, la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simone Cerlini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 10:58:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti. * Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/">Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. </strong>Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al legno, che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità ci piace, ci convince, è un segno, nel dramma, beneaugurale, un atto di eroismo concepibile. <strong>Abbiamo più problemi, presumo, nel credere che risorgeremo nella carne e che per questa fede – il crisma del cristianesimo – dobbiamo dare la vita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale, parziale, dentro a cui, come il succo della noce, si cela la sostanza. I tre evangelisti – Marco, Matteo, Luca – ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta: <strong>da lì l’azione di Gesù – che prima è maestro di vita, guaritore, sapiente – ha come obbiettivo Gerusalemme, cioè la morte</strong> – la città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato. Da quel momento, i discepoli affogano nell’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa – 17 marzo – la lettura evangelica riguardava la trasfigurazione trasfigurata nelle parole di Luca – perché le parole sono volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura. All’episodio accede la primizia dei discepoli, “prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo” (<em>Lc </em>9, 28). <strong>Questa ‘aristocrazia’ nel cristianesimo non può essere sottovalutata: Cristo è per tutti ma ne sceglie 12, tra i tutti, e dei 12 ne sceglie 3 per “salire sul monte a pregare”</strong> (il monte è lo spazio del pregare come il deserto è il luogo della prova: sul monte parla Dio, nel deserto si sfida il sussurro del male).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a “due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia” (<em>Lc </em>9, 30). <strong>La rivelazione è il dialogo con i morti – il dialogo autentico accade sempre con i morti,</strong> che ci aggiornano sul destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mosè ed Elia – i morti – “parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme” (<em>Lc </em>9, 31). <strong>La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà, eccola la grande rivelazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Esodo </em>traduce <em>exodus. </em>Luca non dice ‘viaggio’, ‘cammino’, ‘avvenimento’. Dice esodo, <em>exodus. </em>Esodo vuol dire ‘via’ (<em>odos</em>) che è fuori (<em>ex</em>) dalle vie comuni, un ‘fuori pista’. <strong>Per compiere il proprio destino bisogna uscire fuori di sé. Non c’è altra via che uscire dalle vie consuete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (<em>Lc </em>9, 23) Gesù ha detto, con inedita violenza – una violenza che risuona raramente nelle aule colonnate delle chiese – “se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce”. Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano – <strong>seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi. Meglio ancora: trafiggersi – una sintesi tra il rinnegare e la croce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo la trasfigurazione (<em>Lc </em>9, 41) Gesù urla contro l’umanità perché i suoi discepoli non sono stati in grado di scacciare i demoni dal corpo di un ragazzo (cioè: di vincere il male). <strong>“Generazione di increduli e di contorti, fino a quando dovrò stare con voi e sopportarvi?”.</strong> Gesù urla contro chi ha rinnegato tutto per seguirlo. Le parole dei discepoli si contorcono come serpi, si avvitano su di sé, non hanno energia. Gesù non ha dubbi riguardo all’idiozia degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione di Gesù accade “otto giorni dopo” (<em>Lc </em>9, 28) la prefigurazione della Passione. Gregorio Palamas, sommo monaco dell’Athos, ci spiega cosa significa così: <strong>“la grandiosa visione della Luce della Trasfigurazione del Signore rappresenta il mistero dell’ottavo giorno, cioè il tempo futuro, dopo che avrà fine il mondo creato in sei giorni; rappresenta cioè il superamento dei nostri sensi,</strong> che esercitano in noi la loro energia in sei modi. Abbiamo infatti cinque sensi, ma a questi si aggiunge la parola profetica in modo sensibile, che fa diventare sei le energie della nostra sensibilità. Ora, il regno di Dio promesso a coloro che ne sono degni è superiore ai sensi e alla parola. Ecco perché, dopo che queste energie che agiscono in noi in sei modi avranno un felice compimento – compimento che dà al settimo giorno la sua ricchezza e dignità – ecco che nell’ottavo giorno, per la potenza di una energia superiore, risplende il regno di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio della trasfigurazione ci insegna alcune cose riguardo all’approccio a Dio. Il contrasto tra sonno e veglia, ad esempio. “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria” (<em>Lc </em>9, 32). <strong>Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma. Si accede alla gloria arsi dal timore</strong> (“Ebbero paura”, <em>Lc </em>9, 34); in ogni caso, beati nell’ignoranza, aderendo a una spudorata semplicità (“ma non sapeva cosa stava dicendo”, <em>Lc </em>9, 33).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca dice che la trasfigurazione accade durante la preghiera – <strong>ci sono parole, dunque, in grado di cambiare le fattezze di un viso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi</strong> – la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera simulo l’altro, non lo sono – decido di diventare quell’altro, non l’altro. La maschera è la festa, la danza – della trasfigurazione occorre contemplare l’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, Luca scrive: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (<em>Lc </em>9, 29). Luca usa la parola greca <em>èteros</em> per intendere ‘altro’. <strong>Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro. Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro.</strong> Vincere la congiura delle forme, contraffare il destino della corruzione, deformare, sformare, trasfigurare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa trasfigurare? Trapiantarsi in altro. Vedere attraverso la forma fissa – che è tale solo per occhi che non sanno vedere. <strong>Di ogni uomo, in effetti, dovremo saper vedere l’aspetto trasfigurato – quello solo è atteso, è attestabile.</strong> Il resto è il corrotto, ciò che cambia – ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce”: discorso intorno a Joseph Beuys, l’artista tedesco più controverso del secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 05:31:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) è probabilmente l’artista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) </strong><strong>è probabilmente l’</strong><strong>artista tedesco più importante e più controverso della fine del XX secolo, </strong>soprattutto perché il suo personaggio è strettamente intrecciato con il passato della Germania e dell’intera Europa.</p>
<p><figure id="attachment_66149" aria-describedby="caption-attachment-66149" style="width: 372px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66149" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg" alt="" width="372" height="248" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1320x880.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1.jpg 1600w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /><figcaption id="caption-attachment-66149" class="wp-caption-text">Joseph Beuys (1921-1986)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della sua intensa e azionistica vita, in cui arte e appunto esistenza sono divenuti un tutt’uno, come poi egli giustamente teorizzava, è passato dalla scultura all’installazione, dall’aderire al Movimento Fluxus alla performance, dal motto “La Rivoluzione siamo noi!” alla sentenza “Chi non conosce la morte non sa che cosa sia il pensiero!&#8221;, <strong>transitando dallo studio della antroposofia al seguire gli insegnamenti del filosofo Friedrich Schlegel, poi di Nietzsche e di  Helena Blavatsky, per finire alla sola parola, alla sola enunciazione teorica, tenendo conferenze, nella sua ultima fase creativa ed esistenziale, che sono durate anche 12 ore, esploran</strong><strong>do la concezione espansiva dell’</strong><strong>arte anche nei regni della scienza, della politica e della spiritualità, operando in un modo completamente interdisciplinare </strong>e abbracciando conclusioni antropologiche e politiche di notevole valore ribellistico e anticonformista (seguendo una linea indubbiamente jüngeriana e oltremodo “aristocratica” nel porsi), in particolare ponendosi, come Pound, contro il capital-liberismo materialista e “usuraio” targato USA, e, ovviamente, contro il pensiero massificante e appiattente marxista, ambedue vincitori della Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta che ho incontrato l</strong><strong>’</strong><strong>opera di Joseph Beuys è stato alla fine degli anni ’70 presso la galleria di Lucio Amelio, a Napoli, rimanendone oltremodo colpito.</strong> <strong>Fino a quel momento ero stato scettico nei confronti dell&#8217;arte “Concettuale</strong><strong>” e </strong><strong>“Povera”, sebbene cugino di Piero Manzoni. </strong>Ciò non significava che, culturalmente, o, meglio, intellettualmente non avessi ammirato Marcel Duchamp, ma quale pensatore e filosofo, non tanto come artista visivo e plastico. Del resto Duchamp aveva reso arte ciò che, secondo me, “sarebbe potuta anche essere arte, se non fosse stato altro” (e la sfumatura non è da poco), semplicemente attraverso il potere della sua mente, della sconcertante dialettica che possedeva e della forte personalità, e il risultato, a suo tempo, fu indubbiamente interessante, infatti la sua tesi centrale era che “l’arte è tutto ciò che un artista dice che quella sia arte”: un orinatoio, un portabottiglie, anche un’azione, infatti la proposizione di Duchamp era che l’arte non doveva essere giudicata dalla qualità artigianale espressa nel realizzarla, ma dai requisiti dell’idea che trasmetteva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Seppure in parte “figlio” anch’egli del pensiero del teorico francese, Joseph Beuys, favolista e realista, uomo che intendeva l’esistenza quale mescolanza di verità e verosimile, ma sempre il tutto rivolto a un fine alto, elevato</strong>, quindi ideologo romantico e attivista, ammiratore del norvegese Premio Nobel per la Letteratura Knut Hamsun e del nostro sommo artista Alberto Burri, da buon tedesco recuperò, in questo processo di “liberalizzazione della rappresentazione mentale”, linea germogliata agli inizi del ’900, ogni sorta di credenza simbolica, mistica, spesso esoterica, mitologica, insistendo, soprattutto, sull&#8217;idea, per molti anacronistica, che l&#8217;arte fosse una ricerca magica, persino occulta. <strong>Di seguito, in piena visione simile a quella del pittore russo ottocentesco Alexandr Andreevic Ivanov, </strong><strong>Beuys elevò l’</strong><strong>artista al ruolo di “evangelista” laico, di “re taumaturgo”, di sciamano</strong>, il cui compito era quello di guarire i mali che albergavano in se stesso e i mali del mondo … un mondo livellato, omologato, decadente, alienato dal consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66150" aria-describedby="caption-attachment-66150" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66150" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-66150" class="wp-caption-text">Joseph Beuys, &#8220;Lightning with Stag in its Glare&#8221;, 1958-85</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Disse, e ancora dice di lui </strong><strong>l’</strong><strong>artista britannica Cornelia Parker, dopo averlo ascoltato a Edimburgo, nel 1980: “Sembrava quasi un personaggio immaginario. Ero attratta dal suo lavoro perché risultava misterioso. Era un uomo con un enorme carisma. Una delle sue doti era quella di allenarci al vivere e alla creatività.</strong> In lui pareva che dimorasse un conflitto irrisolto tra l’impulso modernista di demolire totalmente le definizioni dispotiche e accademiche del voler spiegare il moto espressivo e il bisogno di recuperare certi aspetti tipici del fascino dell’autorità auratica che egli attribuiva all’artista, pur sempre portatore di un messaggio messianico di salvezza”. Anche da ciò il comprendere il misticismo che sempre mosse Beuys e il credere nella possibilità di poter generare calore tramite elementi naturali, del resto, quasi da neo <em>wandervogel</em>, il rapporto col sociale antiborghese e il persistente interesse per l’ecologia furono elementi fondamentali del suo percorso, tanto che negli anni ’80 del secolo scorso egli diede vita a opere aventi temi ambientali o basate sul riciclo, un esempio fra tutte fu “7000 Querce”, un lavoro realizzato in occasione della mostra “Documenta 7” tenutasi presso la città tedesca di Kassel. <strong>Beuys, dopo aver accumulato davanti al Museo Federiciano 7000 pietre di basalto invitò il pubblico a versare una somma di denaro al fine di “adottare, ognuno, una pietra” così da permettere, con il ricavato, di piantare 7000 querce… ciò che poi avvenne.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma dove maggiormente ritroviamo, in Beuys, questa fascinazione per l’aspetto “messianico” dell’artista e dell’arte? Il “messia” della tradizione cristiana, che nella Germania medioevale prese sembianze nel cavaliere e poeta Wolfram von Eschenbach, il quale, nel 1210, scrisse un poema titolato “Parzival (Parsifal)”, come ben sappiamo riscatta l’umanità assumendo la sua sofferenza su se stesso, quindi diventa sia vittima che salvatore, sia dolente che guaritore, ed è stato proprio questo doppio ruolo (non amato, come ho già detto, da certi critici occidentali formatisi dopo il Secondo Conflitto Mondiale) che ha interessato Beuys, cioè, sebbene da sconfitti, il tentare di guarire la cultura europea ancora attingendo alle mitiche fonti, di energia primordiale, arcaica, palingenetica, che hanno reso grande, nei millenni, il nostro continente. <strong>Infatti, seppure dilaniato dal dubbio e dalle tante domande scaturite dalla distruzione di certi modelli in cui, da giovane, aveva creduto, ripresa forza, Joseph Beuys ha inondato i suoi ascoltatori di risposte, e ciò ponendosi contro la nuova autorità, con un’autorità antica, seppure reinterpretata tramite linguaggi contemporanei, e, in questo, la sua grandezza, ma anche il non essere capito da molti, o l’essere considerato, come ho enunciato in apertura, “politicamente, socialmente e intellettualmente ambiguo”,</strong> quando solo per chi non atto a intendere certe componenti, fondanti il nostro essere (…quelle componenti creanti la nostra identità), la coerenza ideale dell’artista tedesco risultava stridente, pesante, sgradevole, non tollerabile, riducendo, il tutto, a un suo esprimersi vago, a volte confuso, sfuggente, equivoco, e anche intellettualmente disonesto, quando Beuys, a mio parere, e a parere di tanti altri, ha vissuto ed agito sempre in piena limpidezza, con diamantina purezza, mai interessandosi di avere successo e, soprattutto, denaro (la sua vita e la vita della sua famiglia furono all’insegna della totale spartanità).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei detrattori dell’artista tedesco fu lo storico dell’arte, a sua volta tedesco, ma naturalizzato USA, Benjamin H. D. Buchloh, ordinario di Arte Moderna presso l’Università di Harvard, il quale, <strong>nel suo famoso saggio del 1980 “Beuys: The Twilight of the Idol (Beuys: Il Crepuscolo dell’Idolo)”, accusò il suo ex connazionale di aver deliberatamente offuscato i fatti storici, inerenti il Nazismo, mitologizzando i concetti di sofferenza e guarigione, evitando così la questione delle responsabilità che gravavano sul popolo tedesco.</strong> Buchloh indicò la natura delle auto interpretazioni simboliche di Beuys come prova di una posizione reazionaria nel quadro degli sviluppi creativi degli anni ’60 in modo che l’artista, secondo lui, ripristinò il tradizionale modello monodimensionale dell’autorevole attribuzione di significato attraverso la dichiarazione dell’intenzione dell’artista, e nulla più, quasi che Beuys, tramite il suo creare, ma, soprattutto, per mezzo del suo porsi e del suo dire, non volesse che riscattare da ogni colpa ciò che la Germania aveva fatto dal 1914 al 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel che risulta, a parte una qualche battuta di rimando e alcune brevi tentativi di spiegazione al suddetto Buchloh, a Joseph Beuys non importò più di tanto l’attacco del professore harvardiano e, con la determinazione di sempre, continuò a farsi fotografare con asce in mano e il suo famoso cappello in testa, nonché a dare forma alle sue installazioni usando aste di rame,  grasso organico, unghie e corna di animali selvatici, lepri cacciate, rami rinsecchiti, coperte di feltro, dando sempre più spazio ai suoi eventi cerimoniali, ai suoi “altari”, e sempre più vigore e fierezza alla sua essenza “germanico tribale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, non posso che terminare, questa mia breve riflessione su uno dei giganti dell’arte del XX secolo, citando una sua frase emblematica: <strong>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce e l’arte antropologica deve iniziare”… e questo valga per noi tutti, sempre,</strong> cioè il mai rinnegare le proprie radici in favore di una falsa idea di progresso<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gian Ruggero Manzoni</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beuys nazista: allineiamo i fatti. Quando l’artista si arruolò volontario nella Luftwaffe e fu salvato da una tribù nomade di Tartari </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più controversi della vita di Beuys rimane senza dubbio la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale in seno alla <em>Wehrmacht</em>, e la sua successiva narrazione delle vicende belliche che lo videro protagonista. Joseph Beuys, nato il 12 maggio 1921 a Krefeld in Renania settentrionale-Vestfalia, frequentò dal 1927 al 1932 la scuola popolare cattolica e il ginnasio statale di Kleve, mostrando talento per violoncello e pianoforte, e un vivo interesse per la mitologia e le scienze naturali. <strong>Come la maggior parte della gioventù tedesca, entrò nella <em>Hitlerjugend</em>, partecipando con il suo nucleo al Raduno di Norimberga del 1936. Dopo lo scoppio della guerra e la mobilitazione delle varie classi di leva, nell’estate del 1940 il giovane Beuys si diede volontario nella <em>Luftwaffe</em> assieme ad altri suoi compagni di studi e fu quindi inviato a Posen, l’attuale Poznań in Polonia, per esservi addestrato quale marconista d’aereo e mitragliere. In questo periodo si interessò all’antroposofia, leggendo avidamente le opere di Rudolf Steiner (1861-1925) e di altri autori, e maturando definitivamente la sua aspirazione di diventare artista. </strong>Nel 1942 fu inviato nel Kuban e in Crimea, e assegnato a diverse unità di bombardieri in azione sul fronte meridionale della Russia tra Perekop, Kerch e Odessa e contro la munita piazzaforte di Sebastopoli.</p>
<p><figure id="attachment_66151" aria-describedby="caption-attachment-66151" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66151" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001.jpg 2047w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /><figcaption id="caption-attachment-66151" class="wp-caption-text">Joseph Beuys a Manfredonia, Puglia, in divisa Lutwaffe (fotografia tratta dal libro di Caroline Tisdall, &#8220;Joseph Beuys&#8221;, New York, 1979)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Promosso <em>Unteroffizier</em> (sottufficiale), nell’estate 1943 fu poi destinato a uno stormo di bombardieri in picchiata <em>Junkers Ju 87</em> <em>Stuka</em> operativo nella zona dell’Adriatico, in Croazia prima e a Foggia poi, quale mitragliere di coda e marconista, partecipando a dei test su nuove armi e equipaggiamenti: in questo periodo Beuys iniziò a realizzare disegni e schizzi che già mostravano la sua “mano” caratteristica. Il suo stormo sarà quindi inviato in Crimea, appoggiando le unità di terra tedesche, ora impegnate in duri combattimenti difensivi contro le offensive dell’Armata Rossa.  <strong>Il 16 marzo 1944, lo <em>Stuka</em> di Beuys, al ritorno dalla seconda missione del giorno contro il nemico e ai comandi del giovane pilota Hans Laurinck, si schianta al suolo nei pressi di un villaggio russo a causa di una tempesta di neve. Beuys narrò nel dopoguerra di essere stato salvato da una “tribù nomade di pastori Tatari, che mi salvarono dal congelamento avvolgendomi in panni di feltro e cospargendomi di grasso animale, accudendomi per 12 giorni e infine trasportandomi sino alle linee tedesche”.</strong> Se il feltro e il grasso furono in effetti due dei materiali-feticcio di Beuys, che li impiegò in diverse opere e installazioni, è molto probabile invece che la circostanza del suo salvataggio da parte dei Tatari fosse un prodotto dell’immaginazione dell’artista: infatti, se i Tatari furono una delle etnie realmente perseguitate da Stalin e dai sovietici, e numerosi di essi combatterono quali ausiliari nelle forze militari e di sicurezza tedesche, d’altra parte Beuys risulta ospedalizzato in un ospedale militare per gravi ferite alla testa risultanti dallo schianto del suo aereo già il 17 marzo 1944, e rimanendovi sino al 7 aprile successivo. Per le sue azioni, Beuys fu decorato della Croce di Ferro di 2<sup>a </sup>Classe, del Distintivo da Ferito in Nero (assegnato per una ferita) e del Distintivo da Pilota/Osservatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine della sua degenza, nell’agosto del 1944 Beuys fu trasferito in occidente per essere incorporato, come altro personale di volo e di terra ormai in eccesso a una <em>Luftwaffe</em> sempre più indebolita, in una raccogliticcia Divisione paracadutista (la <em>7. Fallschirmjäger-Division</em>) di nuova formazione, e dopo un breve addestramento ai combattimenti terrestri, dal settembre-ottobre 1944 inviato in azione contro gli Alleati, in Olanda a Venlo e Overbeck e nei combattimenti in difesa della Germania</strong>, nella battaglia della foresta del Reichswald e nei dintorni di Kleve stessa, a Wesel e infine a Oldenburg. In quest’ultima fase della guerra, l’adesso <em>Oberjäger</em> nel <em>Fallschirmjäger-Regiment 19</em> Joseph Beuys fu insignito della Croce di Ferro di 1<sup>a</sup> Classe, del Distintivo per Combattimenti Terrestri della <em>Luftwaffe</em>, e del Distintivo da Ferito in Argento e poi in Oro, concessogli per le sue cinque ferite riportate. <strong>Dopo mesi di combattimenti difensivi e di ripiegamento contro le superiori forze Alleate, la Divisione e Beuys si arresero agli inglesi il 4 maggio 1945 a Cuxhaven, alla foce dell’Elba. Rilasciato il 5 agosto 1945, tornò a casa dai suoi genitori a Rindern</strong>, dove si erano trasferiti nel 1930, gravemente debilitato nel corpo, iniziando da lì a poco la sua straordinaria carriera artistica, terminata prematuramente il 23 gennaio 1986 con la sua morte per insufficienza cardiaca. Secondo le sue volontà, le ceneri di Beuys furono liberate nel Mare del Nord.</p>
<p><em><strong>Andrea Lombardi</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cerco-di-andare-oltre-la-soglia-in-cui-larte-moderna-finisce-discorso-intorno-a-joseph-beuys-lartista-tedesco-piu-controverso-del-secolo/">“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce”: discorso intorno a Joseph Beuys, l’artista tedesco più controverso del secolo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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