<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>realtà Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/realta/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/realta/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 31 Mar 2026 04:21:23 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa</title>
		<link>https://www.pangea.news/internazionale-letteratura-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 04:21:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Buni]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=106920</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni sul numero 1655 di “Internazionale”, quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/internazionale-letteratura-antonio-coda/">La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni <a href="https://www.internazionale.it/sommario/1655">sul numero 1655 di “Internazionale”,</a> quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con la copertina a vista, ho una bambina di sei anni che va in agitazione anche solo guardando le prime scene di <em>Jumpers</em>, con la tartarughina rovesciata sulla schiena che non riesce a rimettersi sulle zampe. Il numero 1655 lo lascio aperto sulla pagina successiva, con la pubblicità del Rolex, da bravo comunista-vota-no troppo spocchioso per andare al Pulp Podcast.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="640" height="212" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd.jpg" alt="" class="wp-image-106921" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd-300x99.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd-600x199.jpg 600w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>Nella striscia di Buni che intendo c’è questa sorta di coniglio bianco e nero che tazza rossa in mano raccoglie il giornale consegnato sul vialetto, se lo porta al tavolo della colazione, lo apre e gli esplodono in faccia le ultimissime, viene ustionato all’ennesimo grado dal mondo nella malora della guerra a-fin-di-bene, il bene s’è capito di chi, di certo non dei cittadini che grazie alla guerra non s’ingrossano i conti in banca, anzi, s’accostano alle pompe di rifornimento con lo spirito contrito di chi entra nella Rothko Chapel di Houston.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="106785" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Cercando nella rubrica dei contatti whatsapp mi chiedo a chi potrebbe far piacere se gli mandassi uno stralcio dal pezzo di Sasha Mudd&nbsp;<em>La magia di leggere ai figli ad alta voce</em>&nbsp;dello stesso numero di “Internazionale”, questo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Parte del brivido che proviamo entrando in una storia assieme a chi ci ascolta nasce dall’improvvisa immersione – simultanea, intensa, naturale – in una coscienza, quella del personaggio. I suoi pensieri e le sue emozioni diventano i nostri. Il suo viaggio, il nostro. Il lato solitario della coscienza svanisce mentre noi siamo risucchiati in un altro sé, entrando in una sorta di trance collettiva. Da tanti, diventiamo uno.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Roba da brivido, sul serio, sembra Pluribus.&nbsp;</p>



<p>La Mudd, voglio precisare, ai suoi figli legge Peter Pan e Harry Potter ma c’è pure chi è riuscito a farsi rifarsi la coscienza leggendo in comitiva&nbsp;<em>Il Signore degli Anelli</em>. La realtà è la conseguenza delle fantasie che uno si fa.&nbsp;</p>



<p>Da <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Fiori-Un-Solo-Giorno/Kazumi-Stahl/1248"><em>Fiori di un solo giorno</em>, di Anna Kazumi Stahl:</a> </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di che vita reale parli? Certo che capita questo genere di cose. Cosa pensi che sia? Ti svegli un bel giorno e hai il cancro. Ieri no, ma oggi sì, e non lo credevi possibile. Oppure ti svegli un bel giorno e ci troviamo in uno stadio d’assedio, oppure ti bloccano i risparmi, vinci al lotto, ti investe un autobus… Oppure, Aimée, erediti una casa che vale un mucchio di soldi. La vita è così, Aimée. Ormai sei grande, non dovresti meravigliarti.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Sembra la morale di quella puntata de <em>La ruota della fortuna</em> col concorrente di ventidue anni che ha vinto duecentomila euro e con l’assistente al tabellone Samira attonita in volto, come resto attonito io quando sento i giocatori dire “Esse come Samira”. </p>



<p>I grandi non si meravigliano, non dovrebbero. I romanzi di finzione che spiegano cos’è la vita reale sono un’ottima dimostrazione di come non esista nessuna vita reale prescrivibile. Scrive la Mudd nell’articolo di cui prima:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di solito la coscienza è frammentata. Saettiamo da un pensiero all’altro, da un’emozione alla seguente. La coscienza di un personaggio, invece, ha una forma, un’unità, una coerenza che di rado raggiungiamo nel corso della nostra vita.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa.<strong>&nbsp;</strong>I bambini è giusto lo sappiano per tempo.</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>In copertina: La bella addormentata secondo Roland Topor</em></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/internazionale-letteratura-antonio-coda/">La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/386-1024x812.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>150 anni fa, il romanzo più grande di sempre: “Guerra e pace” (appendice sulla crisi devastante che colpì Lev Tolstoj)</title>
		<link>https://www.pangea.news/guerra-e-pace-lev-tolstoj-crisi-arzamas-150-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 05:50:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[estetica]]></category>
		<category><![CDATA[figlio]]></category>
		<category><![CDATA[fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra e pace]]></category>
		<category><![CDATA[Igor Sibaldi]]></category>
		<category><![CDATA[infinito]]></category>
		<category><![CDATA[Lev Sestov]]></category>
		<category><![CDATA[Lev Tolstoj]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone]]></category>
		<category><![CDATA[New Criterion]]></category>
		<category><![CDATA[nudo]]></category>
		<category><![CDATA[Nulla]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[postumo]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[rinuncia]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Romanziere]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66184</guid>

					<description><![CDATA[<p>150 anni fa nella vita di Lev Tolstoj accadono due cose opposte ed entrambe rivelative. Pubblica in volume Guerra e pace, dimostrando al mondo, così, ciò che è: il più grande – nella grandezza è intesa la consanguineità tra impero formale e impeto etico – romanziere di ogni tempo. Poi, la crisi, clamorosa. Appena diventato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guerra-e-pace-lev-tolstoj-crisi-arzamas-150-anni/">150 anni fa, il romanzo più grande di sempre: “Guerra e pace” (appendice sulla crisi devastante che colpì Lev Tolstoj)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>150 anni fa nella vita di Lev Tolstoj accadono due cose opposte ed entrambe rivelative.</strong> Pubblica in volume <em>Guerra e pace</em>, dimostrando al mondo, così, ciò che è: il più grande – nella grandezza è intesa la consanguineità tra impero formale e impeto etico – romanziere di ogni tempo. Poi, la crisi, clamorosa. Appena diventato re, Tolstoj precipita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rewind. Se vi va, un dato dimostra che per Tolstoj arte &amp; vita sono consustanziali, epica della stessa consegna. <strong>Nel 1862 il conte Tolstoj si sposa con l’avvenente diciottenne Sonja – ergo: Sof’ja Andrèevna –, l’anno dopo nasce Sergèj, il primo figlio. In quel nugolo di mesi, Tolstoj inizia a scrivere <em>Guerra e pace.</em></strong> Il compimento del romanzo è festeggiato con la nascita di Lev, il quarto figlio, che – paradosso di cubica crudeltà – fu scrittore, fu contrario ai diktat morali del padre (“Ho conosciuto personalmente gli effetti degli errori del pensiero di mio padre”), emigrò dopo la Rivoluzione, morendo in Svezia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sul <em>The New Criterion </em>un’articolessa di Gary Saul Morson ci spiega perché <em>Guerra e pace </em>è <a href="https://www.newcriterion.com/issues/2019/3/the-greatest-of-all-novels" target="_blank" rel="noopener"><em>The greatest of all novels</em></a>, il romanzo più grande di tutti – e se lo dice un americano – ma soprattutto perché è l’antidoto a ogni ideologia concentrazionaria (scientista, comunista, papalina). “Leggere <em>Guerra e pace </em>è un’esperienza diversa dalla lettura di ogni altro libro, eccetto, suppongo, <em>Anna Karenina</em>. <strong>Passiamo dalla meraviglia dei piccoli sommovimenti della coscienza alla grandiosa visione della vita in tutta la sua infinita varietà… Eccola, la saggezza tolstoiana: la verità non è in un sistema astratto, che semplifica necessariamente la vita, ma in una fede aperta, pronta.</strong> La verità è difficile da discernere perché è nascosta allo sguardo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66185 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1-188x300.jpg" alt="" width="150" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1.jpg 250w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Una delle scene più grandi di <em>Guerra e pace</em>, come si sa, è quella in cui il principe Andrej Bolkonskij cade, ad Austerliz. Mentre gli uomini combattono, sul campo, egli s’immerge nel cielo, ha la schiena sul prato, il rumore della battaglia e della morte è attutito dal dolore, dall’illuminazione. “Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non limpido, tuttavia di un’altezza incommensurabile, con grigie nuvole che vi fluttuavano silenziose. ‘Che silenzio, che calma, che solennità!’, pensò il principe Andrej… ‘Come mai prima non lo vedevo questo cielo sublime? E come sono felice d’averlo finalmente conosciuto<strong>. Sì! Tutto è vano, tutto è inganno al di fuori di questo cielo infinito. Nulla, nulla esiste all’infuori di esso. Ma neppure esso esiste, non esiste nulla tranne il silenzio, tranne la quiete”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore, qui, ha una rivelazione. La rivelazione della vanità di ogni atto umano, la percezione del nulla – e il nulla non getta nel disperato, inietta quiete. Il carisma di questa rivelazione viene esasperato poco dopo, quando il principe Andrej incontra Napoleone, “il suo eroe, <strong>ma in quel momento Napoleone gli sembrava un uomo meschino e insignificante in confronto a ciò che accadeva fra la sua anima e quell’alto cielo sconfinato sparso di nuvole fuggenti”.</strong> Tolstoj tiene fermo questo concetto, con briglie narrative esatte, e lo specifica – con il ritmo rollante di una ossessione di pace: “Guardando gli occhi di Napoleone, il principe Andrej <strong>pensò alla nullità della grandezza, alla nullità della vita, della quale nessuno può comprendere il significato, e all’ancor maggiore nullità della morte, il cui senso nessun vivente può comprendere e spiegare”.</strong> Nel cerchio romanzesco, questi concetti un poco vaghi – il nulla, la vanità della Storia – hanno forza icastica prodigiosa. Napoleone, letteralmente, si sbriciola davanti ad Andrej, davanti a noi. La teoria di gesti umani – guerre, città, progresso – non è più di una foglia che declina e cade, senza strascico d’urla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La grandezza ha rigurgiti di caos. Sonja, al quarto figlio, s’arrabbia. <strong>“Mi sa che sono ancora incinta. Ad ogni figlio che hai, rinunci sempre di più alla vita per te stessa e ti rassegni al giogo di tutte queste cose da fare, delle preoccupazioni, delle malattie, degli anni”. </strong>Tolstoj la ingraviderà per 13 volte. Il conte, inoltre, comincia a cedere. “Alla fine del 1866 rompe il contratto con il <em>Russkij vestik, </em>non vuole che l’ansia delle scadenze editoriali interferisca con l’ansia sua, già estrema, di venire a capo delle molteplici linee della trama. In primavera cominciano ad affacciarsi sintomi di sfinimento: <strong>un pomeriggio di maggio ha un accesso di semi-follia, improvvisamente si mette a urlare, getta a terra un vassoio, e rimane per qualche minuto con lo sguardo fisso, la bocca aperta” </strong>(Igor Sibaldi, nel necessario <em>Album Tolstoj</em>, Mondadori, 1994). La letteratura, in cambio, ti chiede tutto, l’ultimo respiro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">150 anni: la grande vittoria di Lev Tolstoj, con la pubblicazione di <em>Guerra e pace. </em>E la grande caduta. Arzamas è una cittadina che oggi fa 108mila abitanti, dipende da Niznij Novgorod, pare il nome di un incantesimo. Piuttosto, è una parola che evoca l’incubo, l’incauto, l’incanto. Tolstoj passa di lì il 2 settembre di 150 anni fa. Deve andare a Penza, per trattare l’acquisto di una terra. Fa tappa, si ferma la notte a dormire. Durante la notte, accade l’incantesimo: Tolstoj è preda dell’angoscia. <strong>Una angoscia indicibile. L’angoscia della morte. Sente la morte addosso. “Erano le 2 di notte, ero terribilmente stanco, avevo sonno e non mi faceva male nulla. Ma a un tratto m’è venuta una tale angoscia, paura, orrore, come non ne avevo mai provati…”, scrive nel diario.</strong> Confuso, scosso, Tolstoj di primo impulso dimentica l’episodio. Che continua a roderlo. Dopo la seconda, grandiosa avventura romanzesca, <em>Anna Karenina</em>, Tolstoj dà una prima sistemazione razionale a quella notte. Scrive il pamphlet <em>La confessione</em>, pubblico, clandestinamente, nel 1882, in cui ripudia la letteratura, la scienza, le finzioni della morale ortodossa, tentato da una fede autentica, spoglia, frugale, popolare. Soltanto qualche anno dopo, però, la notte di Arzamas viene evocata nel racconto più estremo di Tolstoj, <em>Le memorie di un pazzo</em>, inaccettabile anche da parte dello scrittore, ormai evoluto in guru. Il racconto, redatto nel 1884, sarà pubblico postumo, nel 1912.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66186 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/guerra-e-pace2-190x300.jpg" alt="" width="146" height="232" />Il racconto narra l’impulsiva lotta tra Tolstoj – o meglio: l’io che narra la vicenda accaduta a Tolstoj – e Dio. <strong>“Allora, a che serve la vita? Morire? Uccidermi adesso, subito?&#8230; Perché ci sono?, cosa sono io? E io rimanevo solo con me stesso. E mi davo io risposte, in luogo di Colui che non voleva rispondere… Perché questa confusione, qui, perché tutto questo tormento?&#8230; Se Tu esistessi, Tu lo diresti a me, agli uomini. Ma Tu non ci sei, c’è soltanto la disperazione”.</strong> Questa variazione dal libro di Giobbe è resa esteticamente coinvolgente dalla descrizione, espressionista, che Tolstoj dà del dolore. “Ancora una volta provai a dormire, <strong>ma c’era sempre quell’orrore rosso, bianco, quadrato”.</strong> Quel trio di aggettivi – rosso, bianco, quadrato – inaugura un nuovo modo di fare letteratura, una nuova realtà da raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Concentrandosi sulle <em>Memorie di un pazzo</em>, Lev Sestov scrive il saggio più importante – perché paurosamente dispari, con veggenza ulteriore – su Tolstoj, <em>In sede di giudizio finale. </em>Tra l’altro, scrive: “Così, implacabilmente, Tolstoj si mette a nudo. Pochi scrittori ci rivelano questo tipo di verità. E, se si vuole afferrare questa verità, se se ne è capaci – infatti la verità messa a nudo non è neppure facile a vedersi – fatalmente nasce tutta una serie di problemi sproporzionati al nostro pensiero abituale. <strong>Come accogliere questi <em>immotivati</em>, <em>subitanei</em> terrori rossi, bianchi, a quadri? In un ‘universo comune a tutti’ non vi sono, non vi possono né debbono essere, fatti ‘improvvisi’, azioni ‘immotivate’. E i terrori non sono né rossi né bianchi né quadrati. Ciò che è capitato a Tolstoj è una minaccia per la coscienza umana normale. Oggi è Tolstoj la vittima improvvisa e immotivata dell’inquietudine; domani, parimenti senza ragione, sarà un altro, e un altro ancora, e un giorno il contagio si diffonderà su tutta la società, su tutti gli uomini. </strong>Se ammettiamo seriamente quanto si racconta nelle <em>Memorie di un pazzo, </em>non c’è che un’alternativa: o dobbiamo rinunciare a Tolstoj e metterlo al bando dalla società, come si faceva nel Medioevo con i lebbrosi e altri malati contagiosi, oppure, se consideriamo ‘legittima’ la sua esperienza, dobbiamo aspettarci che altri subiscano quello che è accaduto a lui e paventare che l’‘universo comune a tutti’ crolli, e gli uomini prendano a vivere ognuno nel proprio universo, non solamente in sogno, ma anche nella realtà”. La grande letteratura pone al cospetto del drastico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono stupido come un cavallo. Lavoro, taglio, zappo, falcio e per mia fortuna non penso nemmeno più all’orrenda let-te-ra-tu-ra”. Così Tolstoj in una lettera del 1870 all’amico Afanasij Fet. <strong>Lo scrittore lotta con la letteratura, fino allo schifo, fino al vomito – la parola angoscia la vita. Senza questo rigetto, senza questa fuga</strong>, non c’è scrittura, ma didattico diletto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guerra-e-pace-lev-tolstoj-crisi-arzamas-150-anni/">150 anni fa, il romanzo più grande di sempre: “Guerra e pace” (appendice sulla crisi devastante che colpì Lev Tolstoj)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/tolstoj-e1552735862654-1024x610.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</title>
		<link>https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 10:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[filosofi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[perbenismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Trasfigurazione]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66210</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti. * Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/">Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. </strong>Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al legno, che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità ci piace, ci convince, è un segno, nel dramma, beneaugurale, un atto di eroismo concepibile. <strong>Abbiamo più problemi, presumo, nel credere che risorgeremo nella carne e che per questa fede – il crisma del cristianesimo – dobbiamo dare la vita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale, parziale, dentro a cui, come il succo della noce, si cela la sostanza. I tre evangelisti – Marco, Matteo, Luca – ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta: <strong>da lì l’azione di Gesù – che prima è maestro di vita, guaritore, sapiente – ha come obbiettivo Gerusalemme, cioè la morte</strong> – la città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato. Da quel momento, i discepoli affogano nell’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa – 17 marzo – la lettura evangelica riguardava la trasfigurazione trasfigurata nelle parole di Luca – perché le parole sono volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura. All’episodio accede la primizia dei discepoli, “prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo” (<em>Lc </em>9, 28). <strong>Questa ‘aristocrazia’ nel cristianesimo non può essere sottovalutata: Cristo è per tutti ma ne sceglie 12, tra i tutti, e dei 12 ne sceglie 3 per “salire sul monte a pregare”</strong> (il monte è lo spazio del pregare come il deserto è il luogo della prova: sul monte parla Dio, nel deserto si sfida il sussurro del male).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a “due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia” (<em>Lc </em>9, 30). <strong>La rivelazione è il dialogo con i morti – il dialogo autentico accade sempre con i morti,</strong> che ci aggiornano sul destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mosè ed Elia – i morti – “parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme” (<em>Lc </em>9, 31). <strong>La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà, eccola la grande rivelazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Esodo </em>traduce <em>exodus. </em>Luca non dice ‘viaggio’, ‘cammino’, ‘avvenimento’. Dice esodo, <em>exodus. </em>Esodo vuol dire ‘via’ (<em>odos</em>) che è fuori (<em>ex</em>) dalle vie comuni, un ‘fuori pista’. <strong>Per compiere il proprio destino bisogna uscire fuori di sé. Non c’è altra via che uscire dalle vie consuete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (<em>Lc </em>9, 23) Gesù ha detto, con inedita violenza – una violenza che risuona raramente nelle aule colonnate delle chiese – “se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce”. Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano – <strong>seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi. Meglio ancora: trafiggersi – una sintesi tra il rinnegare e la croce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo la trasfigurazione (<em>Lc </em>9, 41) Gesù urla contro l’umanità perché i suoi discepoli non sono stati in grado di scacciare i demoni dal corpo di un ragazzo (cioè: di vincere il male). <strong>“Generazione di increduli e di contorti, fino a quando dovrò stare con voi e sopportarvi?”.</strong> Gesù urla contro chi ha rinnegato tutto per seguirlo. Le parole dei discepoli si contorcono come serpi, si avvitano su di sé, non hanno energia. Gesù non ha dubbi riguardo all’idiozia degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione di Gesù accade “otto giorni dopo” (<em>Lc </em>9, 28) la prefigurazione della Passione. Gregorio Palamas, sommo monaco dell’Athos, ci spiega cosa significa così: <strong>“la grandiosa visione della Luce della Trasfigurazione del Signore rappresenta il mistero dell’ottavo giorno, cioè il tempo futuro, dopo che avrà fine il mondo creato in sei giorni; rappresenta cioè il superamento dei nostri sensi,</strong> che esercitano in noi la loro energia in sei modi. Abbiamo infatti cinque sensi, ma a questi si aggiunge la parola profetica in modo sensibile, che fa diventare sei le energie della nostra sensibilità. Ora, il regno di Dio promesso a coloro che ne sono degni è superiore ai sensi e alla parola. Ecco perché, dopo che queste energie che agiscono in noi in sei modi avranno un felice compimento – compimento che dà al settimo giorno la sua ricchezza e dignità – ecco che nell’ottavo giorno, per la potenza di una energia superiore, risplende il regno di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio della trasfigurazione ci insegna alcune cose riguardo all’approccio a Dio. Il contrasto tra sonno e veglia, ad esempio. “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria” (<em>Lc </em>9, 32). <strong>Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma. Si accede alla gloria arsi dal timore</strong> (“Ebbero paura”, <em>Lc </em>9, 34); in ogni caso, beati nell’ignoranza, aderendo a una spudorata semplicità (“ma non sapeva cosa stava dicendo”, <em>Lc </em>9, 33).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca dice che la trasfigurazione accade durante la preghiera – <strong>ci sono parole, dunque, in grado di cambiare le fattezze di un viso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi</strong> – la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera simulo l’altro, non lo sono – decido di diventare quell’altro, non l’altro. La maschera è la festa, la danza – della trasfigurazione occorre contemplare l’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, Luca scrive: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (<em>Lc </em>9, 29). Luca usa la parola greca <em>èteros</em> per intendere ‘altro’. <strong>Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro. Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro.</strong> Vincere la congiura delle forme, contraffare il destino della corruzione, deformare, sformare, trasfigurare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa trasfigurare? Trapiantarsi in altro. Vedere attraverso la forma fissa – che è tale solo per occhi che non sanno vedere. <strong>Di ogni uomo, in effetti, dovremo saper vedere l’aspetto trasfigurato – quello solo è atteso, è attestabile.</strong> Il resto è il corrotto, ciò che cambia – ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/">Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/bowie-1-1024x512.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 05:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[Bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[bugie]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Colli]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Guglielmo da Baskerville]]></category>
		<category><![CDATA[Il giovane Holden]]></category>
		<category><![CDATA[Il nome della rosa]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[silenzio]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66096</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un rapace risultato la fiction l’ha ottenuto. Tiepido. Ma tangibile. Il nome della Rosa è tornato in classifica: posizione 18 nella ‘Narrativa italiana’, posizione 34 in assoluto. Mai come Elena Ferrante (4 libri tra i primi dieci nella classifica degli italiani). Non che ne avesse bisogno: Il nome della Rosa, che l’anno prossimo compie quarant’anni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/">Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un rapace risultato la fiction l’ha ottenuto. Tiepido. Ma tangibile. <strong><em>Il nome della Rosa </em>è tornato in classifica: posizione 18 nella ‘Narrativa italiana’, posizione 34 in assoluto. </strong>Mai come Elena Ferrante (4 libri tra i primi dieci nella classifica degli italiani). Non che ne avesse bisogno: <em>Il nome della Rosa</em>, che l’anno prossimo compie quarant’anni di vita, fa parte del ristretto club di libri sempreverdi: ha venduto oltre 50 milioni di copie, come rari libri buoni – <em>Lolita, Il giovane Holden</em> – e parecchi osceni – <em>Il Codice Da Vinci, L’Alchimista. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di fare ingresso in una abbazia del Trecento – piena, più che di monaci, di polli editoriali dalle uova d’oro – tuttavia, <strong>Umberto Eco s’era infiltrato nelle scuole elementari, finendo, ovviamente, per smarrirsi in una libreria babelica, infinita. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66097 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini-194x300.jpg" alt="" width="151" height="234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini.jpg 323w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Il libro introvabile di Umberto Eco, <strong>certamente più attuale del <em>Nome della Rosa</em>, s’intitola <em>I pampini bugiardi </em>– sottotitolo: “Indagine sui libri al di sopra di ogni sospetto: i testi delle scuole elementari”</strong> – lo ha pubblicato l’editore Guaraldi nel 1972, ed è l’atto con cui l’illustre semiologo – aveva da poco pubblicato <em>L’industria della cultura </em>con Bompiani e ispirato la nascita del Dams – sculaccia, anzi, disintegra il sistema educativo italico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, Eco firma l’introduzione di uno studio compiuto da Marisa Bonazzi, che squaderna le antologie in uso all’epoca nelle scuole elementari, dimostrando come i baby venissero allevati in batterie ottocentesche, secondo uno stile moralista grottesco. Eco non si risparmia in salutari scudisciate. “Il ragazzo viene educato a una realtà inesistente&#8230; quando i problemi, e la risposta che ne viene fornita, concernono la vita reale, <strong>essi sono posti e risolti in modo da educare un piccolo schiavo, preparato ad accettare il sopruso, la sofferenza, l’ingiustizia, e a dichiararsene soddisfatto.</strong> I libri di testo dicono insomma delle bugie, educano il ragazzo a una falsa realtà, gli riempiono la testa di luoghi comuni, di <em>platitudes</em>, di atteggiamenti codini e acritici. Quel che è peggio, compiono quest’opera di mistificazione attenendosi ai più vieti cliché della pedagogia repressiva ottocentesca, per pigrizia o incapacità dei compilatori”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Riformare l’educazione? Macché: rifondarla. Ma neanche. Distruggerla. Le parole di Eco riecheggiano quelle di Giorgio Colli, l’accademico eretico (“L’educazione dev’essere sottratta all’Università. La scuola non può essere riformata, ma solo combattuta”) e quelle di Maurice Blanchot che <strong>nei filosofi servi delle Università, cioè del sistema statale, asserviti al linguaggio del ‘comunicare’ e del ‘far capire’ e del ‘produrre’ – al posto di indirizzare verso l’ignoto, l’inesauribile e l’inafferrato – vedeva dei vili, dei traditori della sapienza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Con brutale lucidità Eco, Guglielmo da Baskerville scatenato tra i pedanti architetti del sistema scolastico – da prendere a pedate – capisce che la scuola è il pollaio dei consumatori, il ventre che partorisce schiavi: “si può riconoscere in tali testi <strong>lo strumento più adeguato di una società autoritaria e repressiva, tesa a formare sudditi, uomini dal colletto bianco, folla solitaria, integrati di ogni categoria, esseri a una dimensione, mutanti regressivi pre-gutenberghiani&#8230; Questi libri sono manuali per piccoli consumatori acritici,</strong> per membri della maggioranza silenziosa, per qualunquisti in miniatura, deamicisiani in ritardo che fanno elemosina a un povero singolo e affamano masse di lavoratori col sorriso sulle labbra e l’obolo alla mano”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non è ancora così? La scuola dovrebbe essere liberatoria, un cantiere della creatività non il cratere delle convenzioni, la burocrazia del noto, per diventare notabili nel tedio. <strong>A scuola s’impara il sé, grazie al quale (e in virtù del quale) si riesce ad apprendere un mestiere – e il mestiere è l’esercizio concreto del talento, la vita, insomma, la soddisfazione di trarre una forma dal nulla,</strong> qualunque essa sia – che sia una sedia o un libro o una protesi – mica la cosa che bisogna fare per guadagnare soldi da spendere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta di Eco al disastro scolastico è affascinante. Al deserto culturale, alla scuola a senso unico – mentre dovrebbero proliferarne a migliaia, di scuole, ciascuna con un progetto educativo diverso, vero – si risponde con la biblioteca infinita, con l’avventura della lettura, con la meraviglia e l’assalto. “Il problema non è di fare dei libri di testo «migliori»: <strong>il problema è di fornire a bambini e insegnanti biblioteche scolastiche talmente ricche e una tale disponibilità alla realtà (quella dei giornali, della vita di tutti i giorni) che l’acquisizione di nozioni veramente utili avvenga attraverso una libera esplorazione del mondo</strong>, la lettura dei giornali, dei libri di avventure, degli stessi fumetti (e perché no, letti, criticati insieme, e non letti di nascosto e per disperazione, visto che i libri ufficiali di lettura sono quello che sono), dei manifesti pubblicitari, dei rendiconti di vita quotidiana forniti dagli stessi allievi&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Senza organizzare ‘chiavi di lettura’ del mondo, lasciamo che siano i ragazzi a spalancarci il loro mondo. I libri, in questo caso, sono caleidoscopi, binocoli, pontili da cui decolla il deltaplano. <strong>Nella realtà ci si avventa, non si tentenna, e il libro si morde non è vieto esercizio d’educazione o di erudizione</strong> – certi hanno ancora paura: se gli studenti pensano, al posto di obbedire ai diktat di mercato, è un problema. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/">Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/eco-foto-1024x675.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</title>
		<link>https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 10:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[Blues]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Cantautore]]></category>
		<category><![CDATA[Castillo]]></category>
		<category><![CDATA[Fellini]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Nadiani]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[lirica]]></category>
		<category><![CDATA[Mercedes Ariza]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Nulla]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[sopravvivere]]></category>
		<category><![CDATA[tumore]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66088</guid>

					<description><![CDATA[<p>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, al cuore della questione, la Romagna ruvida, livida di danze, speziata. <strong>Giovanni Nadiani da Cotignola, che oggi compirebbe 65 anni, “un manovale di parole”, diceva lui, che se ne è andato nel 2016 dopo tante vite, di poeta e traduttore, fondatore di riviste e insegnante, cantautore di speranze, è una specie di Jimi Hendrix della lirica romagnola.</strong> “È possibile una poesia dalla nominazione feriale e bassa, di pensiero presente e critico che, affermando la continuità della memoria contro il propagandato oblio della storia, si confronti con le stridenti contraddizioni dell’oggi? <strong>Una poesia che, dando vita a una polifonia di lingue e suoni, suggerisca utopisticamente la possibilità di una convivenza nella diversità di una koinonia, di una fratellanza in un’alterità che ci sottrae la nostra proprietà soggettiva per un dato (donato) oggettivo più grande?”,</strong> si domandava. Noi sventoliamo la sua opera in faccia all’indifferenza, con un piccolo omaggio, nella forma di due lettere scritte da compagni di avventure culturali di Nadiani. <strong>La prima è una lettera dello scrittore spagnolo David Castillo</strong>, poeta, romanziere – CartaCanta ha pubblicato il suo “Barcellona non esiste” – di cui Nadiani ha tradotto una antologia poetica, “Un presente abbandonato”, nel 2006. <strong>L’altro è un ricordo epistolare di Mercedes Ariza, traduttrice dallo spagnolo,</strong> che di Nadiani ha tradotto, in Spagna, la raccolta “Invel/Ningún sitio”, 2010]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> ***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La morte non vince mai: sul mio amico alchimista per cui il cancro era l’ultimo dei problemi”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi mesi (o anni) di corrispondenza con Giovanni Nadiani <em>Zvan </em>non sono stati per nulla facili. Spesso mi svegliavo e pensavo a lui, alla sua resistenza solitaria con la notte nel letto della sua casa di Reda che dava su un cortile</strong> in cui c’era una specie di installazione-scultura formata da libri all’intemperie pieni di piccoli insetti. Lo sognavo e mi svegliavo. Subito dopo andavo al mio computer e lo cercavo, a volte con insistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto mi rispondeva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questi giorni va tutto di merda. Da tre settimane ormai sono in una clinica, una clinica molto bella dove cercano di aggiustarmi i valori del sangue che mi portano all’assoluta mancanza di forze: astenia totale… Ogni tanto, come ieri, ho la forza di alzarmi dal letto… Oggi va un po’ meglio: ho cercato di camminare all’interno del giardino come riuscivo a fare anche nel parco della clinica mentre chiacchieravo con gli amici. Spero di riacquistare l’energia necessaria per imparare il modo di spezzare le metastasi che bloccano le vie biliari, che per il momento sono il principale problema per cui sono qui. Durante il mio soggiorno nella clinica ho già fatto tre radioterapie molto tossiche che mi hanno prosciugato le energie. Se miglioro un po’ potrò uscire da qui e impiegherò il mio cervello con la minima lucidità. Abbraccione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66089 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg" alt="" width="172" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2.jpg 480w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />Durante le nostre conversazioni pomeridiane al telefono mi ripeteva che non voleva dare troppe spiegazioni in università e men che meno voleva accettare il congedo per malattia che gli proponevano i medici. Quasi nessuno sapeva che il tumore lo stava divorando.</strong> In un ennesimo esercizio di coraggio, che tanto lo univa alla Spagna, <em>Zvan</em> si concentrava sulla sua famiglia e sulla bicicletta. Durante uno dei miei viaggi in Italia, Guido Leotta, suo amico e socio di <em>Tratti,</em> mi avvisò che era ormai alla fine – Guido sarebbe morto di un infarto prima di <em>Zvan</em>. Quando arrivai a Reda, il mio amico mi spiegò che la sua terapia era fare su e giù per le montagne attorno. Anche in un altro suo messaggio alludeva ai trattamenti a base di chemioterapia e bicicletta:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sfortunatamente gli effetti collaterali adesso sono più forti rispetto al periodo della terapia (neuropatie alle mani e ai piedi e problemi all’intestino). Devo avere pazienza. Oggi cercherò di andarmene qualche giorno in montagna (Sud-Tirolo), prenderò il treno. In un primo momento volevo andare da solo ma visto che i ragazzi non possono ritornare qui, me ne andrò con Inge. Vediamo cosa succede nel viaggio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I farmaci e il cortisone non erano gli unici argomenti di conversazione. C’erano i dischi e i libri, la situazione economica della nostra <em>bohème</em> e i problemi del lavoro. Nonostante fosse in una situazione così fottuta, per il mio amico il cancro era il minore dei mali. </strong>Le sue preoccupazioni erano tre: 1/ la morte di Guido Leotta che sancì la scomparsa della casa editrice Mobydick e la cooperativa <em>Tratti</em>, oltre a quella del gruppo di jazz in cui lavoravano insieme. 2/ i tanti debiti e la mancanza di serietà di un editore con cui aveva avviato grandi progetti editoriali. 3/ il comportamento della sua università nei confronti di una delle sue collaboratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tre preoccupazioni e la salute dei membri della sua famiglia formavano un cocktail micidiale nel suo già deteriorato morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci furono solo brutti colpi. Qualche giorno riusciva persino a mandarmi messaggi di ottimismo, addirittura col suo peculiare senso dell’umorismo, imprescindibile per leggere il migliore Nadiani. La sua opera era un insieme di asseverazioni sulla comunità, la suggestione e i limiti tra realtà e irrealtà.</strong> Durante una delle mie visite a Forlì, Zvan era euforico perchè Bob Dylan si esibiva a Bologna. Non siamo riusciti ad organizzarci per andarci ma di notte, mentre io già dormivo, Zvan mi chiamò. Era nel bar sotto il mio albergo e mi portava alcuni libri nuovi tra cui, <em>Anmarcurd</em>, un omaggio a Fellini, con una citazione iniziale in yiddish del tutto rivelatrice: “Mai sopravvivere alla propria lingua”. Era il 2015 e la sua malattia era progredita. <strong>In alcuni momenti fu sul bordo dell’abisso, in altri credette di essere guarito. Abbiamo bevuto qualcosa e mi spiegò un sogno che aveva fatto e di cui era stato stregato perché era da molto che non scriveva poesie. Aveva sognato alcune poesie scritte in un taccuino.</strong> Al risveglio trovò il taccuino del 2011 con quindici poesie dimenticate che parlavano della sua morte. Quella premonizione e il resto lo lasciarono assorto. L’interpretazione della poesia e della sua creatività andavano oltre la vita. Per questo motivo ho pensato che fosse utile scrivere queste parole sul mio amico alchimista. Se ci dedichiamo all’arte è perché, probabilmente, c’è una ragione nascosta di resistenza di fronte all’oblio, di fronte alla morte eterna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>David Castillo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forlì, 11 marzo 2019</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-66090 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg" alt="" width="115" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani.jpg 200w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Ciao Giovanni,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>auguri. Oggi è il tuo compleanno. 65 anni. Giorni fa ti ho sognato: mi parlavi, mi chiedevi, mi ascoltavi. Bello parlare con i morti: loro ti ascoltano, non hanno fretta, non fuggono, ti ascoltano e lo fanno pazientemente. A giugno ho visto David a Barcellona: gli amici del <a href="https://www.ateneubcn.org/" target="_blank" rel="noopener">Ateneu Barcelonès</a> </em><em>sono rimasti stregati dalla magia dei tuoi versi. Ci sei mancato un sacco. Nessuno è stato capace di leggere il tuo dialetto, nessuno. Con <a href="https://www.amazon.it/Ning%C3%BAn-sitio-Invel-Giovanni-Nadiani/dp/8492528923" target="_blank" rel="noopener">Invel/Ningún sitio </a>tra le mani, pensavo a te quando mi avevi proposto di tradurre le poesie in spagnolo. Una pazzia. Una assurdità. Ma non per te. Ci hai sempre creduto e ci siamo riusciti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi, per festeggiare il tuo compleanno, ho deciso di riprendere i tuoi haiku in romagnolo. Fantastici. Cristallini. Lame che trafiggono il nostro presente-assente.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ti abbraccio forte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mercedes </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*</em></strong></p>
<p><strong>Selezione nostalgico-emozionale di haiku in dialetto romagnolo da<em> Beyond the Romagna Sky (Mobydick, 2000)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1)</p>
<p>la sera l’arlùs<br />
‘t la coda d’un jet</p>
<p>un pipistrël intavanȇ<br />
e’ chèsca ‘t l’udòr di’ marugh</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La sera riluce</em><br />
<em>nella coda di un jet. </em></p>
<p><em>Un pipistrello ebbro</em><br />
<em>cade nel profumo di acacia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2)</p>
<p>al luz di semëfar<br />
al s’è mórti töti</p>
<p>int i self service<br />
e’ sbalèna i bancomat</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le luci dei semafori</em><br />
<em>si sono spente tutte.</em></p>
<p><em>Nei self service</em><br />
<em>lampeggiano i bancomat.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3)</p>
<p>la rèzna dal banchin<br />
la s’mâgna i nom inamuré</p>
<p>a l’ôra di viél<br />
e’ cerla i celuler</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ruggine delle panchine</em><br />
<em>divora i nomi innamorati.</em></p>
<p><em>All’ombra dei viali</em><br />
<em>cinguettano i cellulari.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>(4)</p>
<p>agli urtigh al s’insteca<br />
‘t al carvaj dla stablidura</p>
<p>dal lètar al s’è smarìdi<br />
‘t la memoria d’un desch</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Le ortiche s’infilano</em><br />
<em>nelle crepe dell’intonaco.</em></p>
<p><em>Lettere si sono smarrite</em><br />
<em>nella memoria di un disco.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5)</p>
<p>i piset d’arzent tra i livar<br />
i s’mâgna dal parôl ad chêrta</p>
<p>al parôl senza udór ‘t e’ computer<br />
int un balen u s’li mâgna la luz.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>I pesciolini argentati tra i libri</em><br />
<em>divorano parole di carta.</em></p>
<p><em>Le parole inodori nel computer</em><br />
<em>le divora in un lampo la corrente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6)</p>
<p>i zughetul fet d’ lego<br />
i ten lighê insen e’ mond …</p>
<p>a e’ mond u j è dal lengv<br />
ch’al va int i brisul…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I giocattoli di Lego</em><br />
<em>tengono legato il mondo…</em></p>
<p><em>Al mondo esistono delle lingue</em><br />
<em>che vanno in frantumi…</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/nadiani.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“In Argentina fu genocidio culturale”: a 35 anni dalla morte di Julio Cortázar, una intervista sui rapporti tra letteratura e politica</title>
		<link>https://www.pangea.news/in-argentina-fu-genocidio-culturale-a-35-anni-dalla-morte-di-julio-cortazar-una-intervista-sui-rapporti-tra-letteratura-e-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2019 11:07:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[1984]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Buenos Aires]]></category>
		<category><![CDATA[Clarin]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[Haroldo Conti]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Liliana Heker]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Rayuela]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Regime]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[Videla]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65572</guid>

					<description><![CDATA[<p>Julio Cortázar ci manca da 35 anni, muore a Parigi il 12 febbraio del 1984. Il “Clarín”, tra i massimi quotidiani di Buenos Aires, pubblica l’ultima intervista del grande scrittore argentino realizzata durante la visita definitiva nella sua città, il 3 dicembre del 1983. I temi toccati da Cortázar sono quelli del rapporto tra lo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-argentina-fu-genocidio-culturale-a-35-anni-dalla-morte-di-julio-cortazar-una-intervista-sui-rapporti-tra-letteratura-e-politica/">“In Argentina fu genocidio culturale”: a 35 anni dalla morte di Julio Cortázar, una intervista sui rapporti tra letteratura e politica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Julio Cortázar ci manca da 35 anni, muore a Parigi il 12 febbraio del 1984. Il “Clar</em><em>ín”, tra i massimi quotidiani di Buenos Aires, pubblica <a href="https://www.clarin.com/cultura/35-anos-muerte-julio-cortazar-ultima-entrevista-clarin_0_wWBGmr1Ec.html" target="_blank" rel="noopener">l’ultima intervista del grande scrittore argentino</a> realizzata durante la visita definitiva nella sua città, il 3 dicembre del 1983. I temi toccati da Cortázar sono quelli del rapporto tra lo scrittore e il regime, tra l’artista e la sua appartenenza politica, già trattati, in altra sede, <a href="http://www.pangea.news/caro-cortazar-un-intellettuale-non-aspetta-che-sia-un-governo-a-dargli-il-permesso-di-parlare-sceglie-la-scomodita/" target="_blank" rel="noopener">nel dibattito acceso con Liliana Heker</a>. Qui si traducono alcuni estratti dall’intervista. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le minacce di morte. </strong>“Le prime minacce di morte le ho ricevute a Parigi. Restai in guardia. Disgraziatamente, ciò che è accaduto è stato sempre più grave, culminando con il golpe di Videla. Da allora sono diventato ciò che non avrei mai creduto di diventare: un esiliato. Sapevo che se fossi tornato in Argentina non ne sarei uscito vivo. Ho scritto troppi articoli contro la giunta militare per essere perdonato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torturati o torturatori.</strong> “Passeggio per Buenos Aires, che è sempre così bella, con i suoi suoni, le voci, gli odori, entro in un caffè, guardo i volti dei miei compatrioti e mi chiedo: chi di costoro è stato torturato? Chi di questi ha fatto parte dei gruppi paramilitari che hanno portato alla scomparsa o alla morte di 30mila argentini? Questa è la zona oscura, una zona che il tempo, la storia e la giustizia dovranno chiarificare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65574 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/rayuela-197x300.jpg" alt="" width="131" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rayuela-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rayuela-768x1170.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rayuela-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rayuela-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rayuela.jpg 985w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Il neocolonialismo degli Usa. </strong>“La realtà dei paesi sudamericani non è uniforme. Il tentativo di esportare un movimento rivoluzionario o di applicare un modello A nel paese B è fallimentare. In Argentina, il neocolonialismo economico da parte degli Stati Uniti è un problema preoccupante, che condiziona l’ordine interno. La complicità delle classi dirigenti locali con gli Usa è evidente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quasi un genocidio culturale. </strong>“Ovviamente la nozione di ‘genocidio’ suppone la distruzione di un intero popolo. Ho parlato di ‘genocidio culturale’ quando tre figure fondamentali della nostra letteratura sono tragicamente scomparse: Rodolfo Walsh, Paco Urondo, Haroldo Conti. I tre, inoltre, erano miei cari amici. Bisogna capire lo stato mentale in cui ho giudicato l’azione della giunta militare. Ho usato quella parola e molti si sono offesi, perché non tutti sono vittime. Ma bisogna pensare che sono stati dieci anni di autocensura per gli intellettuali argentini che hanno vissuto qui. Ritiro la parola ‘genocidio’, ma mantengo la convinzione generale. Qui quasi nessuno ha potuto leggere i venti articoli che ho scritto sulla situazione del mio Paese: dimmi se questo esilio culturale non è terrificante… Penso anche a legioni di scienziati che hanno dovuto lasciare l’Argentina per lavorare all’estero”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sulla responsabilità dell’intellettuale. </strong>“Torniamo all’etica. Il problema di ogni intellettuale è un problema di responsabilità. Deve rispondere ai suoi lettori, alla sua gente. E se è un problema di responsabilità è anche un problema etico, giusto? Si tratta di una questione di scelte: c’è chi resta nella sua ‘torre d’avorio’ e continua a scrivere sonetti – ed è perfettamente in suo diritto – ma non è un uomo che si assume una responsabilità di tipo storico”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura fa politica?</strong> “Il problema è quello di creare una convergenza equilibrata tra la vocazione dello scrittore, una letteratura che sia la più bella ed esigente possibile e un senso di responsabilità che porti a trasmettere anche un messaggio di tipo politico o ideologico. Chi dà la priorità al messaggio politico di solito scrive opere mediocri. Il realismo socialista in Unione Sovietica è un esempio piuttosto efficace”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono solo con me stesso. </strong>“Non ho mai scritto una frase pensando al lettore che leggerà. Sono consapevole del fatto che non scrivo per tenere i miei scritti nel cassetto, ma per pubblicarli e farli arrivare a un lettore. Ma quando faccio letteratura sono solo con me stesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-argentina-fu-genocidio-culturale-a-35-anni-dalla-morte-di-julio-cortazar-una-intervista-sui-rapporti-tra-letteratura-e-politica/">“In Argentina fu genocidio culturale”: a 35 anni dalla morte di Julio Cortázar, una intervista sui rapporti tra letteratura e politica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/julio-e1549969328193.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>A proposito di Festival di Sanremo… Pasquale Panella, quello di “trottolino amoroso” e del sodalizio mistico con Battisti, mi piace, mi svena, mi rende indecente</title>
		<link>https://www.pangea.news/a-proposito-di-festival-di-sanremo-pasquale-panella-quello-di-trottolino-amoroso-e-del-sodalizio-mistico-con-battisti-mi-piace-mi-svena-mi-rende-indecente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 08:15:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Costa]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Sanremo]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[Mogol]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[superiore]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65467</guid>

					<description><![CDATA[<p>Io mi sono innamorata di Pasquale Panella che leggeva un testo di Mogol. E precisamente, Anonimo, quel verso, “una goccia di benzina…”, come lo dice e come lo ripete: la sua voce è eroina che scende nelle vene, ti crolla le ossa, non ti collassa ma è lingua che ti batte sul clitoride, e ti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-proposito-di-festival-di-sanremo-pasquale-panella-quello-di-trottolino-amoroso-e-del-sodalizio-mistico-con-battisti-mi-piace-mi-svena-mi-rende-indecente/">A proposito di Festival di Sanremo… Pasquale Panella, quello di “trottolino amoroso” e del sodalizio mistico con Battisti, mi piace, mi svena, mi rende indecente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Io mi sono innamorata di Pasquale Panella che leggeva un testo di Mogol. E precisamente, <em>Anonimo</em>, quel verso, “una goccia di benzina…”, come lo dice e come lo ripete: </strong>la sua voce è eroina che scende nelle vene, ti crolla le ossa, non ti collassa ma è lingua che ti batte sul clitoride, e ti viene voglia di aprirgli le gambe. Ci sono scrittori per cui vale perdere ogni femmina dignità, per cui sperperarsi. <strong>Oltre a farmi venire affastellando parole, Panella ha questo che me lo rende speciale: la sua libertà di andarsene, di disessere, di non partecipare, e di goderne. Ti getta addosso i suoi versi a farti un favore, con noncuranza, del destino delle sue creazioni frega il niente.</strong> In questa modica e monotona realtà dove l’umiltà è vanto, è pregio, Panella si erge a superbia e alterigia (“Se devo chiedere un parere autorevole, lo chiedo a me”), due qualità adorabili in un uomo, e mi si trovi qualcuno a lui migliore, o superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65468 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA-215x300.jpg" alt="" width="163" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA.jpg 286w" sizes="(max-width: 163px) 100vw, 163px" />C’è che quel seme, il suo, nel mondo della canzone non ce lo mette nessuno perché nessuno ne ha cervello e coraggio, e la facilità, l’immediatezza.</strong> Hai letto bene, Panella è facile e immediato, ogni appellativo che i sapientoni della critica osano affibbiargli, ermetico, dadaista, orfico, tutte caz*ate, credi a me. Panella è Panella. Vertiginoso, esigente, così giocoso. Non c’è bisogno di spiegare altro, e anche queste mie righe a lui odiose (“detesto riassumermi”), risultano inopportune, innecessarie. <strong>Ma che ci posso fare, Panella mi piace, mi svena, mi rende indecente, è lui il primo a essere indecente a scrivere, a vivere e morire nel solo atto di scrivere, nel giocarsi l’autenticità a versi stesi, nel venirti tutto</strong>, dentro, a sc*parsi l’udito di chi ascolta, che nel suo intento è sempre donna, è sempre pronta. Panella è un baco che secerne seta, è un invito a impazzire, per lui non esiste pubblico, non esiste recensione, è ogni volta una questione a due. Ti sfida a fare letteratura con le mani, ti aspetta all’alba a duellare, pronto con armamenti linguistici che impugna e offre a chi lo legge e l’ascolta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con lui, in una canzone, non è pensabile che l’eccesso. Cosa vuoi ascoltare, che la vita è difficile, che l’amore fa soffrire? Allora vuoi solo quello che sai già, vuoi canzoni acquietanti, analgesiche.</strong> Cerchi un senso nel godimento, nel piacere? Allora non vuoi ciò che può esserne <em>diluvio</em>, non vuoi l’illecito, non vuoi <em>l’apparenza</em>. Dice Panella: “Non so mai quello che scrivo, magari so quello che non scriverò”. Si inca*zi, si indigni, mi prenda a sberle, io gli rinfaccio che è un gran truffatore che si trastulla a pensar parole, titillandone il limite estremo. Ma alle parole sa dare configurazione, sa metterle a rischio, provare a confonderle, prima che le stesse, o la noia, abbiano il sopravvento. Chiede Panella: “Esiste qualcosa che non sia un punto di vista?”. È un punto di vista rispondergli – o ratificargli – che è lui l’incredibile, da oltrepassare la vergogna? Ci gode a trascorrere e percorrere le parole e i sensi, ad attirarti alla scoperta di un tesoro che vuoi evitare. Portarti all’estenuazione. Panella fugge il senso unico, o meglio, l’unico senso. Se solo si conoscesse l’indicibile, velato da tutto ciò che pare detto: il mondo di Panella azzardo inizi da qui, da questo sguardo su questo farsesco orrore. <strong>Adattare teoriche parole alle parole, e sia: <em>trottolino amoroso</em>, (“un verso che volli e l’ottenni, me lo estorsi godendo”), </strong><em>dolcezza e</em> <em>liturgia/orgetta e leccornìa</em>, (“dietro c’è un corpo, e si sente”), e ancora, “alla canzone non è chiesto di dire, ma di apparire. Ecco perché <em>L’apparenza</em>: con Lucio Battisti, io per la prima volta ho fatto provare alla canzone il brivido della scrittura”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole non hanno un significato, ne hanno molti: ci sono scrittori che hanno una vocazione parossistica del senso, sono contro la riduzione della figura retorica a senso, detestano chi ne enfatizza uno soltanto. <strong>Pasquale Panella non ricerca il senso, persegue l’esaltazione. È un uomo, è <em>cose che pensano</em> non di questo mondo, ha un ‘suo’ tempo. Per lui esiste un’altra realtà, l’inopportuna.</strong> I testi sono la sua Abissinia, di cui far commercio di parole schiave. Se l’amore è, se è possibile che sia, è vampa nascente, dolosa, non manifesto per istinto, e senza futuro. Ogni altra forma è arredamento, è adeguatezza. L’amore è abbaglio, è lotta tra due cecità, l’altra è l’odio. <strong>L’amore è farlo, è voglia. E cosa vuole la voglia? Esaudirsi, e spirare (“con l’amore ho ingaggiato una lotta, gli ho messo le mani addosso, questo amore del quale oggi si fa abuso narcotico, calmante”).</strong> Far piangere di desiderio: è per Panella la funzione della scrittura. Una scrittura che sia più improvvisata che altro. Tutto il resto, sono piccole moralità.</p>
<p><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-proposito-di-festival-di-sanremo-pasquale-panella-quello-di-trottolino-amoroso-e-del-sodalizio-mistico-con-battisti-mi-piace-mi-svena-mi-rende-indecente/">A proposito di Festival di Sanremo… Pasquale Panella, quello di “trottolino amoroso” e del sodalizio mistico con Battisti, mi piace, mi svena, mi rende indecente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/PASQUALE-PANELLA.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</title>
		<link>https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jan 2019 05:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[aforisma]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Arslan]]></category>
		<category><![CDATA[coraggio]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[filosofi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Influenza]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[processo]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[selvaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Siobhan Nash-Marshall]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<category><![CDATA[strategia]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65220</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le idee non sono innocue. La scorsa estate ho avuto una discussione piuttosto effervescente con Siobhan Nash-Marshall, filosofa, insegnante al Manhattanville College di New York, autrice di un libro, The Sins of the Fathers, in cui rintraccia le fonti ‘filosofiche’ che hanno condotto al genocidio armeno, al suo concepimento mentale e alla strategia ideologica della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/">Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le idee non sono innocue. La scorsa estate ho avuto una discussione piuttosto effervescente con Siobhan Nash-Marshall, filosofa, insegnante al Manhattanville College di New York, autrice di un libro, <em>The Sins of the Fathers</em>, in cui rintraccia le fonti ‘filosofiche’ che hanno condotto al genocidio armeno, al suo concepimento mentale e alla strategia ideologica della sua attuazione. Il libro <a href="http://www.pangea.news/il-genocidio-armeno-colpa-di-cartesio-intervista-a-siobhan-nash-marshall/" target="_blank" rel="noopener">(ne ho parlato con l&#8217;autrice un po&#8217; di tempo fa)</a> è stato tradotto un paio di mesi fa da Guerini e Associati come <em>I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno</em>, con una appassionata introduzione di Antonia Arslan, che scrive: “Siobhan Nash-Marshall, in questo libro affascinante e coraggioso, affronta con ampia documentazione anche il problema dell’accanito negazionismo di Stato come ‘parte integrante del processo genocidario’ (rav Giuseppe Laras). <strong>Ancor oggi infatti, dopo più di cent’anni, ogni diniego dei fatti, ogni capzioso distinguo rinnova nei cuori e nelle menti dei discendenti delle vittime l’orrore di quella tragedia infinita, la rende attuale e presente, allontana perdono e oblio”. L’ultimo brandello – su <em>perdono e oblio </em>– andrebbe stampato sul petto della storia recente.</strong> Quanto ai Governi che accolgono senza troppi pruriti morali il negazionismo della Turchia, la filosofa ha capito il punto, “sottomettono la metafisica alla loro politica, e non il contrario”. Ergo: le idee non sono innocue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65221 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg" alt="" width="112" height="176" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4.jpg 637w" sizes="(max-width: 112px) 100vw, 112px" />Il libro della Nash-Marshall, paragonato, nel mondo americano, alla <em>Banalità del male </em>di Hannah Arendt, in Italia ha creato punte di sconcerto. <strong>La filosofa, così, è stata coinvolta da Marcello Flores in una polemica piuttosto sterile <a href="https://www.corriere.it/la-lettura/19_gennaio_06/si-germi-violenza-genocida-vengono-pensiero-cartesio-282968a8-11a6-11e9-9792-87746038bd2f.shtml" target="_blank" rel="noopener">pubblicata dal <em>Corriere della Sera</em>.</a> Flores, di fatto, accusa la Nash-Marshall di aver “messo sotto accusa l’intera tradizione filosofica occidentale degli ultimi due secoli e mezzo”.</strong> In realtà, la filosofa, nel suo libro, fa un paio di considerazioni micidiali. Prima: “La fascinazione per l’approccio di Cartesio fu fatale per gli sviluppi del pensiero occidentale. E fu devastante per il mondo. Condusse il mondo occidentale a pensare che unicamente i propri pronunciamenti razionali avessero valore e che questi ultimi… potessero essere confutati soltanto da altri pronunciamenti razionali, e non da prove concrete inerenti alle realtà materiali”. Seconda:<strong> “Chiunque conosca la storia del XX secolo dovrebbe comprendere che non è possibile afferrare il senso degli incalcolabili spargimenti di sangue che in quasi ogni angolo del globo vi furono senza fare riferimento ai filosofi. </strong>I politici britannici, in generale, vissero e morirono influenzati da Mill e Bentham. Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Ceausescu, Menghitsu, Enver Hoxha, Tito, per fare alcuni nomi dei dittatori più potenti del XX secolo, furono tutti seguaci di Karl Marx, il filosofo discepolo di Hegel. Hitler, nonostante amasse molto Nietzsche, il Van Gogh della filosofia, fu anche un socialista, assai ispirato da Marx. Così pure Mussolini, che era socialista e, pare, anche un grande esperto di letteratura socialista”. Marx e Cartesio grandi motori dei disastri del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Interpello la Nash-Marshall, di passaggio in Italia. I ‘Giovani Turchi’ trovano la matrice ideologica per la costruzione di una ‘patria’ ideale – che materialmente passa per lo sterminio degli Armeni – “nel concetto di nazione forgiato da Fichte, e in un miscuglio che fonde razionalismo francese e idealismo tedesco…”. Ma, cosa c’entra Cartesio. “Guardi, io non capisco perché la gente se la prende con me per quello che ha scritto Cartesio. I fatti concreti oggi agli intellettuali non servono. Nel suo <em>Discorso sul metodo</em>, ad esempio, è Cartesio a dire che tutti gli stati dovrebbero essere governati da una persona sola perché di per sé l’uomo è selvaggio, se lasciato da solo crea confusione. Ed è Cartesio a dire che la conoscenza di per sé è vera”. Ovviamente, non è Cartesio ad aver armato gli assassini degli Armeni: ma quando le idee sono ritenute più concrete dei fatti, quando al volto si sostituisce un concetto, un pregiudizio, ogni atto sanguinario è lecito, è giustificato. <strong>“Lo svantaggio di Hitler – se ne confrontiamo le vicende con quelle del Cup e di Mustafa Kemal, da lui grandemente ammirato – fu che i polacchi e i russi, autoctoni delle terre che questi voleva requisire… non erano solo studiosi e banchieri, scrittori e professori, mercanti e industriali. Erano molto più numerosi degli armeni. </strong>Non avrebbe potuto cioè liberarsene in un colpo solo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione profonda del libro è denunciata dalla ‘quarta’. <strong>“La Turchia odierna sta ancora cercando di costruire il suo <em>vatan</em>, proseguendo così il genocidio iniziato dai turchi ottomani, e continuando a negare, di fatto, che questo abbia avuto luogo. Coprire un crimine vuol dire prolungarne gli effetti”. </strong>Ecco, forse, cosa fa paura di questo libro: capire l’ideologia che ha fabbricato il genocidio impone una direzione morale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofa, dall’intelligenza esuberante, ha colto due problemi concatenati di oggi: “il pensiero che è diventato pura retorica, dissociato dai fatti” e i giovani “che hanno paura, una paura folle del mondo, pensano che il mondo voglia schiacciarli”. Così, da vera filosofa, Siobhan modifica l’ordine dei fattori. “Intanto, bisogna misurarsi con i testi importanti, discutendone le radici di senso, partendo da Tommaso d’Aquino. Poi, <strong>bisogna tornare alla materia. Bisogna insegnare ai ragazzi come ci si misura con i testi ma anche come si restaura un mobile, perché devono conoscere il mondo concreto. Io amo restaurare i mobili: la materia è cosa ostinata, mi mantiene umile”.</strong> Ed eccola qui la natura della filosofia – pensiero e lavoro, concetto e atto. Per evitare il fiorire del sangue. Denso come un aforisma. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/">Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/marx-e1548336538246-1024x766.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”: come la meditazione può diventare un gesto politico rivoluzionario. Su un libro prezioso di Chandra Livia Candiani</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-pace-non-e-la-quiete-e-piuttosto-laccoglienza-dellirrequietezza-come-la-meditazione-puo-diventare-un-gesto-politico-rivoluzionario-su-un-libro-prezioso-di-cha/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 08:36:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[caso]]></category>
		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
		<category><![CDATA[citazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Acquaviva]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Nulla]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[selvaggio]]></category>
		<category><![CDATA[silenzio]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64739</guid>

					<description><![CDATA[<p>Che cos’è la meditazione? Aldilà delle tecniche, che sono molteplici, qual è il fondo comune che non cambia al cambiare delle diverse discipline? Sì può dire che per meditare si devono rispettare almeno tre condizioni: silenzio, immobilità del corpo, attenzione al respiro. L’attenzione normalmente rivolta ai sensi è costretta a volgersi all’interno. All’interno trova l’inferno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-pace-non-e-la-quiete-e-piuttosto-laccoglienza-dellirrequietezza-come-la-meditazione-puo-diventare-un-gesto-politico-rivoluzionario-su-un-libro-prezioso-di-cha/">“La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”: come la meditazione può diventare un gesto politico rivoluzionario. Su un libro prezioso di Chandra Livia Candiani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Che cos’è la meditazione? Aldilà delle tecniche, che sono molteplici, qual è il fondo comune che non cambia al cambiare delle diverse discipline? <strong>Sì può dire che per meditare si devono rispettare almeno tre condizioni: silenzio, immobilità del corpo, attenzione al respiro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’attenzione normalmente rivolta ai sensi è costretta a volgersi all’interno. All’interno trova l’inferno di processi mentali allo stato selvaggio, nebulose di pensieri che attraversano fulminee la mente col loro carico di emozioni e ricordi, recriminazioni e giudizi, immagini ed echi di parole dette e sentite, che la disciplina del respiro insegna a lasciar scorrere sullo schermo della mente, senza fissarvi l’attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64740 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/candiani-169x300.jpg" alt="candiani" width="149" height="264" />La meditazione, se praticata quotidianamente e con senso di avventura, cioè di ricerca, a poco a poco cambia la vita, perché cambia gradualmente il nostro stato di coscienza. C’è una bellissima definizione di Yogananda in proposito: “meditare significa morire al mondo senza morire”.</strong> È un lasciar andare tutte le cose cui quotidianamente, e per tutta la vita, rimaniamo aggrappati. <strong>Morte, imparare a lasciar andare, sono temi che tornano spesso in “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione” di Chandra Livia Candiani </strong>(Einaudi, 2018): “Da piccola mi sembrava che gli adulti fossero troppo aggrappati, non si lasciavano strappare abbastanza e guarivano troppo presto, non sentivano più il mare dell’inconsistenza sotto i piedi, non erano marinai della morte”. La meditazione è un lavoro quotidiano, ed è necessario praticarla in un luogo che si sia destinato a quella funzione. “La stanza della meditazione” è anche il titolo di uno dei capitoli del libro, quello in cui Chandra parla della propria “stanza vuota”, nella quale è solita praticare e dove accoglie il gruppo di allievi che periodicamente lì si riunisce. Luogo che è nato “intorno a un gesto. <strong>Il gesto di inchinarsi, di poggiare la fronte a terra. Di scendere. È bello avere un gesto che si ripete ogni giorno</strong> […]. Tenendo fermo il gesto, notiamo che un giorno lo facciamo con commozione, un giorno con rabbia, un giorno di fretta, un giorno siamo innamorati e un’altra volta non lo siamo più, la vita ci ha toccato a fondo, la vita sembra trascurarci, e con tutto questo scorrere di eventi e di stati d’animo, insieme a tutto questo, noi c’inchiniamo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Meditare è una via che non sta da qualche parte nella mente, raggiungibile con l’immaginazione, con i pensieri, con l’attività intellettuale, ma è “in un dentro molto prossimo al corpo, molto distante dal carattere, in un’intimità con me che andava oltre me […]”. </strong>Ed è soprattutto una via di silenzio solitario e comunitario insieme: “non esiste il silenzio mio o tuo. Fare silenzio insieme è una profondissima comunione. Le diverse esperienze di vita, i diversi stati d’animo possono creare complicità o avversione, il silenzio consapevole unisce”. E ancora: “Ci sono infinite varietà di silenzio. Il silenzio è un po’ come la luce, bisogna affinare i sensi per accorgersi di quante diverse sfumature di luce in una giornata incontriamo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si potrà credere che tutto questo lavorìo interiore in fondo assomigli molto a una sorta di fuga dalla realtà</strong>, assecondando così il luogo comune che vede nella meditazione una specie di droga che ci renderebbe indifferenti al mondo perché focalizzati su un nostro universo interno, pacificati e lontani dalle necessità della vita esteriore, dall’impegno quotidiano nell’azione. Niente di più distante dal vero: anche se “la maggior parte di noi inizia un percorso meditativo in cerca di pace”, ben presto ci si accorge che “quello con cui entriamo in contatto è il caos della nostra mente e la ristrettezza del nostro cuore. <strong>La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”.</strong> Non si tratta dunque, sottolinea la Candiani, di sottrarsi alla vita, all’azione, alle sue necessità, per “fuggire in un mondo solo interno, in un oltre”, ma “sono seduta (a meditare) perché tutto brucia di illusione e di incantamento e ora so che non voglio più essere incantata, che voglio svegliarmi”. Per questa via l’autrice approda a una delle affermazioni più forti di tutto il libro, che investe un concetto fin troppo abusato come il concetto di “politico” (o meglio, di “atto politico”), ma qui come pulito da ogni incrostazione superficiale. E se conveniamo che la dimensione del politico è diventata oggi, per dirla con Shakespeare, una storia “piena di rumore e furore, che non significa nulla”, <strong>Chandra si premura invece di ricordarci che il mondo può cambiare solo se cominciamo a cambiare noi stessi, perché la postura (“fisica e del cuore”, come l’autrice sottolinea in un altro punto) necessaria per meditare è “esporsi all’essere. Dunque, sedersi in meditazione, accogliere in silenzio il respiro, conoscere senza pensare, è un atto politico</strong>. Ha una portata collettiva indelebile, mi trasforma e con me trasforma tutto il mondo attraverso il cambiamento del mio atteggiamento verso ogni fenomeno con cui vengo in contatto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione” è un libretto aureo nel quale uno può perdersi e ritrovarsi, camminare sulle tracce della poesia</strong>, incontrare momenti di autobiografia scabri e tersi come un cristallo e cogliere disseminati per le pagine, come i sassolini bianchi della fiaba, ma così come per caso, con leggerezza, tutta una serie di insegnamenti etici e pratici. E ogni pagina è pervasa da quel tono dolce e profondo, da quello sguardo infantile e guerriero insieme, dolorosamente toccato dalla vita eppure così luminoso, che caratterizza sempre anche tutta la poesia di Chandra. Poesia che d’altronde fa capolino nel libro, e prende la forma di alcuni testi, riportati nei primi capitoli, composti dai bambini durante i seminari che la poetessa tiene nelle scuole primarie di Milano. Perché fare poesia con i bambini? La risposta comprende anche il senso del meditare e, in fondo, dell’incontro: “Peter Bichsel in <em>Quando sapevamo aspettare </em>scrive: «è possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire». <strong>Seminare la meditazione, come pure seminare la poesia a scuola, fra i bambini, significa innanzi tutto invitare a tollerare di non capire, per imparare ad ascoltare e ospitare nel corpo.</strong> Incorporare è portare umilmente al corpo ancora e ancora quello che ascoltiamo, finché l’io si stanca e allora noi cambiamo, ci apriamo al non conosciuto”.</p>
<p style="text-align: justify;">È un racconto-saggio-poemetto dal tono colloquiale costellato di saporose citazioni questo testo, dove la stessa lunghezza dei capitoli obbedisce più a una logica di respiro organico che di argomentazione razionale. Ogni capitolo un respiro, e come ogni respiro del corpo è diverso in ampiezza sia dal precedente sia dal successivo, così la lunghezza di ogni sezione sembra seguire un ritmo analogo. Ci si può imbattere allora anche in paragrafi di mezza pagina o nel più breve: un sutra del Buddha – il “sutra del Diamante”, sei righe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sembra un libro importante questo, <strong>perché c’è una strana atmosfera intorno alle pratiche meditative; un risveglio di interesse che mette in luce la grande diversità degli approcci e concorre a creare anche molti equivoci</strong>. Meditare è un percorso che mette in gioco tutta la vita della persona, è qualcosa che scardina e consola, mette in crisi e ricentra. E si tratta di un lavoro spirituale. Mai come oggi si avverte una specie di timore a cogliere questo lato della questione. La vulgata New Age mette piuttosto l’accento sul rilassamento, sulla lotta allo stress, sul miglioramento delle prestazioni lavorative – aumento della concentrazione, maggiore energia ecc. –, sulla conservazione della salute, fisica e psichica. Ma questi sono effetti che non esauriscono la portata enorme, spirituale ripetiamo, della meditazione. Ecco allora che questo libro contribuisce, con gentilezza e grazia, a disperdere molti degli equivoci che si sono accumulati sull’argomento, i quali, funzionali come sono al mercato del benessere, certo non aiutano a districarsi in una materia che è complessa e richiede una conoscenza profonda e sottile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Franco Acquaviva</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-pace-non-e-la-quiete-e-piuttosto-laccoglienza-dellirrequietezza-come-la-meditazione-puo-diventare-un-gesto-politico-rivoluzionario-su-un-libro-prezioso-di-cha/">“La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza”: come la meditazione può diventare un gesto politico rivoluzionario. Su un libro prezioso di Chandra Livia Candiani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/chandra-livia-candiani-1024x512.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La più grande scrittrice italiana non è Elena Ferrante, si chiama Cleide, è plurisettantenne, ed è un talento totale, la vera novità in un mercato letterario mortificante. Ora ve la faccio conoscere: è lei il dono di Natale!</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-piu-grande-scrittrice-italiana-non-e-elena-ferrante-si-chiama-cleide-e-plurisettantenne-ed-e-un-talento-totale-la-vera-novita-in-un-mercato-letterario-mortificante-ora-ve-la-faccio-conoscere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 11:35:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Cleide]]></category>
		<category><![CDATA[Domodossola]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[Eliana Bouchard]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Vicolo]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Marguerite Yourcenar]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Saffo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra]]></category>
		<category><![CDATA[strategia]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64661</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ovviamente, lasciate in cantina il titolo dell’articolo: quando il talento è solido, ogni esagerazione è lecita. La storia di Natale (definiamola così) ha un nome antico. Cleide – che forse, maneggiando l’etimologia, significa ‘gloria’ – è il nome della mamma di Saffo, e della figlia (“Io però per te, Cleide, non ho/ la mitra ornata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-piu-grande-scrittrice-italiana-non-e-elena-ferrante-si-chiama-cleide-e-plurisettantenne-ed-e-un-talento-totale-la-vera-novita-in-un-mercato-letterario-mortificante-ora-ve-la-faccio-conoscere/">La più grande scrittrice italiana non è Elena Ferrante, si chiama Cleide, è plurisettantenne, ed è un talento totale, la vera novità in un mercato letterario mortificante. Ora ve la faccio conoscere: è lei il dono di Natale!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ovviamente, lasciate in cantina il titolo dell’articolo: </strong>quando il talento è solido, ogni esagerazione è lecita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia di Natale (definiamola così) ha un nome antico. <em>Cleide </em>– che forse, maneggiando l’etimologia, significa ‘gloria’ – è il nome della mamma di Saffo</strong>, e della figlia (“Io però per te, Cleide, non ho/ la mitra ornata – come potrei?” canta la poetessa nel frammento 98 V. del canzoniere della grande poetessa). Cleide, oggi, mi è incontro con un sorriso che ha candore, con una serenità che non cela, nel fondo, una vita di dolori, di privazioni. <strong>La vita – accade a tanti – ha ammutolito il talento di Cleide; ma, si sa, si è scrittori per sempre, anche quando non si scrive, nel modo di costellare le dita sopra il canino dei decenni, nella forma dello sguardo. Cleide è nata nel 1940 e i suoi occhi sono covi di fiamme: esordisce tardi, nel 1999</strong>, con <em>Camionabile Scutari</em> e il suo talento appare immediatamente lucido, risolto. Il suo libro più vasto, per concezione storica e strategia narrativa, è il romanzo dedicato alla vita di Dolcino, il predicatore mandato al rogo e citato da Dante, <em>Di’ a Fra Dolcin che s’armi </em>(2012), che divenne un piccolo caso letterario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64662 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/dolcino-212x300.jpg" alt="Cleide" width="125" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/dolcino-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/dolcino.jpg 679w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Quando l’ho incontrata, dico, mi è stato chiaro che Cleide scrive mentre ti guarda. Il suo talento è la pazienza – arte antica nel tessere le storie mentre trascolora il fuoco, mescolando pietre, stelle, forgiando alfabeti radi </strong>– e una perizia narrativa aliena al vortice dell’era presente, mi ricorda Eliana Bouchard, per dire una scrittrice di oggi, e con dovuto rispetto le memorie smaliziate di Marguerite Yourcenar. Insomma, <strong>da quando ho incontrato Cleide, che di cognome fa Bartolotti, è nata a Domodossola ma ha vissuto – e vive – a Modena, mi sono detto, questa signora è tra i grandi narratori di oggi. Che pochi lo sappiano, è il sigillo della sua grandezza.</strong> Dopo aver pubblicato, con Guaraldi, un romanzo sulla Seconda guerra, <em>La valigetta blu</em> (2015), Cleide è tornata all’affabulazione, con raffinata strategia. Ne <em>L’uovo di legno </em>(Il Vicolo, 2018) Cleide lega quattro storie, ambientate in epoche diverse (<em>Bernadette</em> in Normandia, nel 1770; <em>Margareta </em>in Svizzera, nel 1833; <em>Mary </em>in Ohio, nel 1939; <em>Marina </em>a Modena, nel 2008), con l’idea che alcuni eventi, certi volti, sono rosari che vincono la geometria temporale. A <em>La Stampa</em>, recentemente, Cleide ha dichiarato che <em>L’uovo di legno </em>trae ispirazione da un brano della <em>Lettera scarlatta</em> (“Ho letto una frase del libro <em>La lettera scarlatta</em> di Hawthorne in cui il rivale dice al marito che forse in un’altra vita si sarebbero incontrati, ma in modo diverso, senza odio. Da allora non ho smesso di pensare a questo concetto, che ho elaborato, scavando nella memoria e dando vita a personaggi che vivono da sempre nel mio inconscio”): <strong>il titolo del libro rimanda, simbolicamente, ai Templari, per cui l’uovo di legno “simboleggiava la morte e il passaggio a un’altra vita”. </strong>Letteratura e mistero, amore e reincarnazione si mescolano nella narrativa di Cleide. A me sembra che una signora oltre i settanta sia oggi la novità più fragrante della letteratura recente. E il suo ultimo libro una specie di regale dono. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per gentile concessione si pubblica la postfazione di Davide Brullo a “L’uovo di legno” di Cleide (Il Vicolo, 2018). </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64663 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/uovo-177x300.jpg" alt="Cleide" width="115" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/uovo-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/uovo-605x1024.jpg 605w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/uovo.jpg 709w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Un labirinto di spago</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura è un labirinto, una forma artificiale, protetta dal Minotauro. All’interno del labirinto di Cleide c’è un uovo di legno.</strong> Nel “medioevo aveva un significato ben preciso per i Templari. L’uovo è il simbolo della vita, di legno simboleggiava la morte e il passaggio a un’altra vita”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il cuore di un’opera letteraria è il ‘mostro’, la creatura per metà bestia che si nutre degli innocenti – i lettori.</strong> Una lettrice particolarmente attenta mi ha scritto che il labirinto, creazione finita con cui l’uomo cerca di vincere il caos con un caos definito, definitivo, è il luogo del giudizio – per questo, mi scrive, bisogna percorrere i boschi, dove non esistono mostri. In realtà, si entra nel labirinto perché si è convinti che il mostro, in fondo, sia l’emblema dell’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Probabilmente la ferita è tutt’uno con le bende e più non sai dove inizi il tuo dolore e da che punto cominci la cura”</strong>, mi ha scritto una amica cercando di capire quanta finzione, quanta vita, che cifra di morte sia nei miei libri. In Cleide non c’è traccia di malizia, non c’è trama imbevuta nel veleno, a soffocare gli occhi e la lingua, che si muovono come ragni. <strong>Con la grazia di chi sa l’epopea dell’uncinetto – riprodurre volti nel vuoto, atti raffinati nel vento, nella voluttà del tessuto</strong> – Cleide salda una storia ambientata nel 1770, un’altra nel 1833 e la terza nel 1939, che si sciolgono durante una seduta psicoanalitica nel 2008. Ricorda l’abilità aliena di Marguerite Yourcenar. Intendo: di scrittori che costruiscono un labirinto di aiuole, per sé. <strong>Tra giardino e labirinto, tra Dio e Minotauro, in fondo, la differenza è una maceria d’iride, uno sbaglio di luminosità.</strong> La concretezza narrativa è tale che non c’è necessità di lettori, di sacrifici. La delicatezza narrativa di Cleide, ‘da camera’, quasi marziana, è per accoliti – va bisbigliata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ero una bambina di quattro anni… mi svegliavo in piena notte… iniziavo a piangere, a vivere storie estranee alla mia vita di tutti i giorni”. Lo scrittore non è Dedalo né Teseo, non edifica né uccide – attende.</strong> Come Arianna, sa che il labirinto, prima o poi, si sfilerà, lasciando alla storia uomini prepotenti e vigliacchi, e un mostro ucciso per gioco, a mostrare una mostruosità più grande. Si dice che Arianna abbia accarezzato a lungo il cranio del fratellastro trucidato, più grande del suo torso – e che dalle corna abbia estratto flauti, e suoni capaci di snidare e spaventare gli dèi. Cleide sa che lo scrittore sacrifica la propria vita per vivere le vite altrui, con infantile violenza e felicità d’incubo. <strong>Ripetutamente è moda discettare della ‘morte dell’arte’. Che imperiale cretinata: l’arte nasce dalla morte, non può morire perché è una interrogazione integrale sulla morte. </strong>La morte esiste perché qualcuno faccia rivivere i morti, più belli, aggiogati alla gioia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-piu-grande-scrittrice-italiana-non-e-elena-ferrante-si-chiama-cleide-e-plurisettantenne-ed-e-un-talento-totale-la-vera-novita-in-un-mercato-letterario-mortificante-ora-ve-la-faccio-conoscere/">La più grande scrittrice italiana non è Elena Ferrante, si chiama Cleide, è plurisettantenne, ed è un talento totale, la vera novità in un mercato letterario mortificante. Ora ve la faccio conoscere: è lei il dono di Natale!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/cleide-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
