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	<title>Murasaki Shikibu Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Faccio a meno del Paradiso”. Elogio di Arthur Waley, l’uomo che ha inventato l’Estremo Oriente</title>
		<link>https://www.pangea.news/arthur-waley-poesia-cina-giappone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2022 04:28:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Insomma: Arthur Waley ha ricostruito l’Estremo Oriente in un angolo di Londra, intuiva monaci taoisti nelle lande inglesi, la corte del Mikado tra le torbiere, all’ombra di Stonehenge. Di origine ebraica – askenazita –, figlio di un economista, Arthur David Schloss – questo il nome autentico – nacque nel Kent, nell’agosto del 1889, studiò al [&#8230;]</p>
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<p>Insomma: Arthur Waley ha ricostruito l’Estremo Oriente in un angolo di Londra, intuiva monaci taoisti nelle lande inglesi, la corte del Mikado tra le torbiere, all’ombra di Stonehenge. Di origine ebraica – askenazita –, figlio di un economista, Arthur David Schloss – questo il nome autentico – nacque nel Kent, nell’agosto del 1889, studiò al King’s College, cominciò al British Museum, nella sezione manoscritti orientali, sotto la tutela di Laurence Binyon, poeta, sinologo per passione, che amava William Blake e avrebbe realizzato una notevole traduzione della Divina Commedia. In questo ambito, in cui l’estro letterario si confonde con la ricerca scientifica, nacque l’anomalo talento di <strong>Arthur Waley, che con infaticabile passione ha tradotto, dal 1918 – l’anno in cui pubblica <em>A Hundred and Seventy Chinese Poems </em>– fino alla morte i libri più importanti della letteratura classica cinese e giapponese.</strong> La lista dei suoi lavori è impressionante: dal <em>Tao The Ching</em> – reso come <em>The Way and Its Power</em>, 1934 –, il testo chiave del taoismo, agli <em>Analecta</em> di Confucio (1938), dalle poesie di Li Po (1950) al teatro Nō giapponese (1921), dalle <em>Note sul guanciale</em> di Sei Shōnagon (1928), al <em>Libro segreto dei Mongoli</em> (1963), si può dire che Waley abbia “inventato” l’Oriente ad uso occidentale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312-744x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93041" width="744" height="1024" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312-744x1024.jpg 744w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312-768x1057.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312-600x825.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/2011_CKS_08002_0027_000waley_arthur_series_of_approximately_127_autograph_letters_signed_and071312.jpg 785w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /><figcaption>Lui è Arthur Waley (1889-1966)</figcaption></figure>



<p>Naturalmente, fu Ezra Pound – pioniere nel setacciare papiri d’Oriente – a pubblicare le prime traduzioni di Waley, sulla “Little Review”: non gli piacevano troppo (ravvisava “difetti nella resa ritmica”); Waley si difese, alla capriola poetica preferiva la resa contenutistica, pur non priva di enigmi. Dal canto suo, William Butler Yeats adorava Waley, tanto da inserire nell’<em>Oxford Book of Modern Verse</em>, la raccolta – anarcoide, capricciosa, superba – dei massimi poeti inglesi del suo tempo, <em>The Temple</em>, la traduzione di un lungo poema di Po Chü-i, sommo poeta cinese di epoca T’ang. Il nome di Waley, così, figura tra Ezra Pound, Siegfried Sassoon, Edith Sitwell e Thomas S. Eliot tra i massimi lirici d’Albione. Qualcosa di analogo, tempo dopo, accadrà a Salvatore Quasimodo, di cui si tendono ad antologizzare come poesie proprie le traduzioni dei lirici greci: rari, purissimi casi di consustanzialità tra tradotto e traduttore.</p>



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<p>Ad ogni modo, le traduzioni di Waley – di cui qui proponiamo un florilegio dai poeti classici cinesi – valgono ancora. <strong>Adelphi edita <em>Lo scimmiotto</em> di Wu Ch’êng-ên, “uno dei grandi romanzi classici cinesi”, nella versione “dal testo inglese di Arthur Waley”.</strong> Per decenni, per altro – prima del lavoro epocale di Maria Teresa Orsi –, abbiamo letto la <em>Storia di Genji il Principe Splendente</em>, capolavoro della letteratura giapponese composto da Murasaki Shikibu, nella versione approntata da Waley tra il 1925 e il 1933. Ancora nel 1981 Alfredo Giuliani difendeva l’opera di Waley, accusato di aver “meravigliosamente ricamato e abbellito il testo di Murasaki rendendolo più prolisso”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Resta il fatto che la Murasaki conosciuta da noi è stata finora quella ritradotta dall’inglese fluente e pacifico di Waley. Per il momento, conviene tenersi questa Murasaki…”.</strong></p></blockquote>



<p>Come a dire, l’autorità lirica del traduttore vince sulla correttezza del testo tradotto; la poetica sovrasta l’accademia.</p>



<p>Piuttosto, Waley è uno degli esploratori che hanno portato l’Oriente nel salotto occidentale. Fu, questa, in effetti, una rivoluzione, etica ed estetica, che ha coinvolto Ezra Pound – <em>Cathay</em>, la traduzione-rifacimento di alcune poesie classiche cinesi esce a Londra, per Elkin Mathews, nel 1915 –, William B. Yeats – che fonde il Nō giapponese al teatro irlandese e che traduce alcune Upanishad –, Thomas S. Eliot (<em>La terra desolata</em> è trafitta da visioni buddhiste); il passaggio di Tagore a Londra, nel 1912, risultò un tassello decisivo. La scoperta della grande letteratura orientale – al di là delle “giapponeserie” di Lafcadio Hearn e le favole indiane di Rudyard Kipling – è stato un momento sconvolgente, necessario per smobilitare le forme sature, statuarie dell’arte d’Occidente. In Francia, al seguito di Paul Claudel – il poeta fu console a Shangai nel 1895, e ambasciatore a Tokyo dal 1922 –, una generazione di scrittori insegue il sogno orientale: da Victor Segalen – <em>Stèles</em>, reinvenzione di epigrafi cinesi, è del 1912 – a Saint-John Perse – segretario della legazione francese a Pechino dal 1916 al 1921, scrive <em>Anabase</em> in un tempio taoista diroccato – e André Malraux. Contestualmente, nasce una generazione di studiosi da Jacques Bacot e Paul Pelliot a Giuseppe Tucci, da J. J. L. Duyvendak ed Arthur Waley, appunto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="719" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/6658_2-719x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93043" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/6658_2-719x1024.jpg 719w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/6658_2-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/6658_2-600x855.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/6658_2.jpg 758w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure>



<p>A differenza di costoro, Waley era un corsaro da scrivania: autodidatta, praticava le lingue antiche con la gioia del sognatore. Non andò mai in Cina o in Giappone: perlustrava quei paesi, provinciali alle nuvole, leggendo i poeti che andava traducendo. Preferiva la trasfigurazione alla realtà, il labirinto dei paraventi alla verità della carne. Nel ritratto che gli ha fatto la femminista Ray Strachey sembra intagliato nel legno, ha le labbra strette, dote di un uomo dai gusti raffinati. Frequentava i ragazzi di Bloomsbury, era amico di Osbert Sitwell, immaginava che le nebbie londinesi non fossero diverse da quelle che marmorizzano in una onirica immortalità i monasteri della lontana Cina. Ovunque vedeva il drago.</p>



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<p>Morì ricco di onori, questa figura irripetibile di studioso vagabondo, libero di errare con dedizione e capriccio, il 27 giugno del 1966, naturalmente a Londra. Gli amici dicono che negli ultimi giorni Arthur Waley rifiutò i sedativi, “nonostante il dolore, voleva restare vigile, per guardare il volto della fine”, ricorda Sacheverell Sitwell. Aveva chiesto che gli leggessero, al capezzale, gli amati poeti cinesi; in sottofondo, suonava un quartetto di Haydn. Eccolo, il simbolo stranito dell’uomo occidentale, che porta l’opera in Amazzonia o importa l’Oriente a sorseggiare il Tamigi. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="694" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31274196859-694x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93044" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31274196859-694x1024.jpg 694w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31274196859-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31274196859-600x885.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31274196859.jpg 732w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong><em>Il liberatore</em></strong></p>



<p><em>Un’allegoria politica</em></p>



<p>Wu-ti, imperatore della dinastia Liang (464-549)</p>



<p>Tra gli alti alberi – venti dolenti:<br>le acque dell’oceano – raffiche di onde.<br>Se la spada affilata non è nelle tue mani<br>come puoi sperare di avere tanti amici?<br>Non vedi il passero sul cancello?<br>Attento al falco, finisce nella trappola.<br>Il cacciatore è felice perché ha catturato il passero<br>il Giovane ne è addolorato: prende la spada<br>e taglia la rete. Il passero giallo vola via<br>lontano, presso i cieli blu:<br>torna soltanto per ringraziare il Giovane.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>L’altro lato della valle</em></strong></p>



<p>Sono prigioniero, nelle mani del nemico,<br>sopporto la vergogna della prigionia.<br>Le mie ossa esondano, la forza è svanita<br>non ho nulla da mangiare.<br>Mio fratello è un mandarino<br>e i suoi cavalli si nutrono di mais.<br>Perché non tiene da parte un po’ di soldi<br>per potermi riscattare?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31111252003-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93045" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31111252003-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31111252003-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31111252003-600x872.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31111252003.jpg 743w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong><em>Sulla barca, in autunno</em></strong></p>



<p>Lu Yu (1125-1210)</p>



<p>Navigo sulla barca leggera;<br>il mio cuore sussulta tra ventate di gioia.<br>Attraverso i rami spogli vedo il tempio nel bosco;<br>il ruscello si stringe, un ponte lo valica.<br>Lungo i sentieri, pecore e vacche;<br>il villaggio è afflitto dalla nebbia:<br>gru e gazze si lamentano.</p>



<p>Torno a casa e bevo una coppa di vino:<br>non temo l’avidità del vento, della sera.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Alla moglie</em></strong></p>



<p><em>Dal generale Su Wu (100 a.C. circa)</em></p>



<p>Da quando i nostri capelli si sono intrecciati<br>e siamo marito e moglie, l’amore tra noi<br>non è mai stato incline al dubbio:<br>restiamo allegri anche questa notte<br>e giochiamo finché il tempo lo concede.</p>



<p>Ricordo d’improvviso la distanza che devo percorrere;<br>salto giù dal letto e guardo l’ora.<br>Le stelle e gli astri sono offuscati:<br>lunga è la via, troppo lunga. Non posso restare.<br>Vado sul campo di battaglia<br>e non so quando farò ritorno.<br>Ti tengo la mano nel nodo di un sospiro:<br>a dopo le lacrime, nei giorni del distacco.<br>Godi dei fiori di primavera, con ogni gemito,<br>ma non dimenticare l’orgoglio del nostro amore:<br>se vivo, tornerò da te<br>se muoio, saremo uno nel pensiero.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Sogni di un giorno</em></strong></p>



<p><em>Tso Ssŭ (III secolo)</em></p>



<p>Da bambino, giocavo con una spazzola<br>ed ero appassionato di libri.<br>In prosa, preferivo Chia I<br>imitavo i versi di Ssŭ-ma Hsiang-ju.<br>Quando le frecce hanno cominciato un canto<br>alla frontiera, il richiamo ha tenuto in ostaggio la Città.<br>Sebbene le armi non siano la mia professione<br>una volta ho letto un libro di guerra<br>e le mie grida hanno squarciato il cielo:<br>mi sentivo come se il nemico fosse già sconfitto<br>il coltello di uno studioso taglia bene al primo colpo<br>e con i sogni mi affretto a completare il mio piano.<br>In un attimo, ripulisco lo Yangtze e lo Hsiang,<br>mi basta un colpo di ciglia per sedare tibetani e Hu.<br>Quanto finirò il mio compito, non accetterò alcuna contea:<br>il rifiuto sigillato da un inchino, un rifugio tra i monti.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Rimpianto</em></strong></p>



<p>Yüan Chi&nbsp;(210–263)</p>



<p>Da ragazzo ho appreso l’arte delle armi:<br>eccellevo sopra i generali.<br>Il mio spirito era alto come le nubi che rotolano<br>la mia fama risuonava oltre i muri del mondo.<br>Ho condotto la mia spada sulle sabbie del deserto<br>il mio cavallo si è abbeverato presso i Nove Mori.<br>Sono miei gli stendardi che sventolano, non si ode<br>altro oltre l’inno dei tamburi che mi appartengono.</p>



<p>Ma la guerra e i viaggi mi hanno reso triste,<br>ira feroce mi infiamma: pensare<br>al tempo che ho sprecato… strappo<br>il cuore da questa furia.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Dimmi</em></strong></p>



<p>Wang Chi (700 circa)</p>



<p>“Dimmi, cosa dovrebbe volere un uomo<br>se non stare da solo e sorseggiare una coppa di vino?”.<br>Preferirei discutere con i filosofi<br>piuttosto che incontrare l’esattore.<br>I miei figli si sono accasati in buone famiglie<br>le mie cinque figli hanno buoni mariti.<br>Potrei scegliere la felicità, allora:<br>infine, del Paradiso riesco a fare a meno.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Il vento d’autunno</em></strong></p>



<p><em>Han Wudi (157 a.C.-87 a.C.), sesto imperatore della dinastia Han, salì al trono a sedici anni. In questa poesia si rammarica di dover lasciare la capitale, da lui amata, per compiere un viaggio ufficiale. Seduto su una chiatta, è circondato dai ministri.</em></p>



<p>Si alza il vento d’autunno: volano nuvole bianche.<br>L’erba e gli alberi appassiscono: le oche preferiscono il sud.<br>Orchidee in fiore, crisantemi dal profumo acre.<br>Penso alla mia amata, che mai dimentico.<br>La barca ondeggia sul fiume Fen.<br>Dall’altro lato, si impennano onde bianche.<br>Flauti e tamburi scandiscono il tempo dei rematori;<br>pensieri tristi lacerano la festa e il banchetto;<br>breve è il tempo della gioventù, l’età tutto sottomette.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Le persone nascondono il loro amore</em></strong></p>



<p>Han Wudi (156 a.C.-87 a.C.)</p>



<p>Chi dice<br>che è mio desiderio<br>questa separazione, vivere lontano da te?<br>Il mio vestito sa ancora della lavanda che mi hai donato:<br>la mano stringe la tua lettera.<br>Intorno alla vita indosso una doppia fascia:<br>sogno che leghi entrambi, unico nodo al cuore.<br>Non sai che le persone nascondono l’amore<br>come il fiore troppo prezioso per essere colto?</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Canzone taoista</em></strong></p>



<p>Ji Kang (223-262) </p>



<p>Rifiuterò la Saggezza, rigetterò la Conoscenza.<br>I miei pensieri vagheranno nel Grande Vuoto.<br>Pentirsi sempre dei torti compiuti<br>non permette al cuore di riposare.<br>Getto l’amo in un solo fiume,<br>ma la mia gioia è più vasta di un regno.<br>Perdo i capelli e canto,<br>alle quattro frontiere gli uomini si uniscono<br>alla mia filastrocca. Questo è il cardine del canto:<br>“I miei pensieri vagheranno nel Grande Vuoto”.<br></p>
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		<title>Dialogo con Maria Teresa Orsi: ha tradotto il libro più bello del mondo, “La storia di Genji”</title>
		<link>https://www.pangea.news/maria-teresa-orsi-intervista-genji/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2019 05:16:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La bellezza è tale perché appena la raggiungi si sbriciola, lasciando una eredità di malinconia, di neve. La storia di Genji (“Genji monogatari”), il primo romanzo del pianeta, scritto intorno all’anno Mille da dama Murasaki Shikibu, esplicita la visione del mondo giapponese e tratteggia caratteri umani esemplari. Sembra la sintesi, in kimono, di Dante, Shakespeare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La bellezza è tale perché appena la raggiungi si sbriciola, lasciando una eredità di malinconia, di neve. <em>La storia di Genji </em>(“Genji monogatari”), il primo romanzo del pianeta, scritto intorno all’anno Mille da dama Murasaki Shikibu, esplicita la visione del mondo giapponese e tratteggia caratteri umani esemplari<strong>. Sembra la sintesi, in kimono, di Dante, Shakespeare e Marcel Proust. Quel libro sommo e gigantesco – quasi 1400 pagine nell’edizione italiana – mi sembra, infine, un fiore di vetro: è così bello che ogni volta che lo leggo ne esco ferito, nel sangue – e bisogna leggerlo con tatto, con il rischio che s’infranga. </strong>Giace sul mio comodino. Spesso lo apro, a caso, per entrare in quella civiltà di paraventi e di donne saggiate dall’ombra, di relazioni d’amore pattuite nell’enigma di un verso, di rancori frenati, di efferatezza della mente, di allusioni e di fraintendimenti, di anime sarchiate dalla reincarnazione, raffinate dalla rassegnazione. <strong>Tutto sta nel governo delle emozioni, nella rabbia decimata in un cartiglio, dove balugina una poesia, nella frazione di una fioritura, assecondando i moti della vita di Genji, figlio dell’Imperatore del Giappone. La corte, di fatto, è una specie di sistema solare, ma è anche misura dell’abisso che ci morde.</strong> “Essendo nato in questo mondo in una posizione privilegiata, non vi era nulla di cui dovessi essere insoddisfatto, ma d’altro canto non posso fare a meno di pensare di aver avuto un destino molto più infelice di quello della gente comune. Forse ciò è avvenuto perché il Buddha voleva che mi rendessi conto della tristezza e della caducità della nostra vita… ora che sono consapevole del mio destino e dei miei limiti, mi sento in qualche modo libero”.  Del “Genji” ho le edizioni disponibili in Italia: quella di Adriana Motti (Einaudi) e di Piero Jahier (Bompiani), entrambe, però, condotte sulla versione inglese di Arthur Waley. <img decoding="async" class=" wp-image-71077 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro-23-192x300.jpg" alt="" width="207" height="323" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-23-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-23-768x1203.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-23-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-23.jpg 1000w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /><strong>Nel 2012, per Einaudi, Maria Teresa Orsi ha compiuto l’impresa di tradurre per intero <em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/classici/narrativa-classica/la-storia-di-genji-murasaki-shikibu-9788806226534/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La storia di Genji</a> </em>dal giapponese antico: una avventura culturale straordinaria.</strong> Antonio Moresco condivide con me l’amore, inesauribile, verso il “Genji”: “È stata una folgorazione… Io non lo so perché amo tanto questo libro e quel modo particolare di narrare… Questo libro per me è un magnete”, scrive ne <em>Lo sbrego. </em>Io amo quel libro perché ti costringe ad arrenderti: è come se quella donna giapponese, mille anni fa, sia riuscita a capire, interamente, in ogni più infima peculiarità, l’uomo, le sue emozioni; <strong>come se sotto il kimono custodisse tutta l’umanità – a volte la scambio con la Madonna della Misericordia di Piero della Francesca, con il manto aperto ad abbracciare tutti, anche chi non ha coraggio di richiesta. Da tempo desideravo dialogare con Maria Teresa Orsi: per me è un idolo. </strong>Leggendo Murasaki Shikibu, quegli squarci meravigliosi (sentite che soave tinnio: “La casa, già malandata prima della morte del padre, era divenuta rifugio per le volpi, fra gli alberi, così incolti e trascurati da essere quasi lugubri, si udiva mattina e sera la voce della civetta, e se un tempo creature misteriose, trattenute dalla presenza umana, si nascondevano alla vita, ora spiriti dei boschi e altre inquietanti presenze si manifestavano spavalde…”), ignaro del giapponese ‘medioevale’, leggo lei, in fondo. <strong>Già docente di Lingua e letteratura giapponese a Roma, la Orsi, tra l’altro, ha curato il doppio ‘Meridiano’ Mondadori dei <em>Romanzi e racconti </em>di Yukio Mishima</strong>, <a href="http://www.marsilioeditori.it/lista-autori/scheda-autore/1992-maria-teresa-orsi" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha tradotto, per Marsilio</a>, Ueda Akinari, Natsume Soseki, Sakaguchi Ango… tutti autori che dormono nella mia libreria. Finita la lettura di questa intervista, vi prego, infilatevi tra le pagine del “Genji”, è una esperienza estetica, e dunque spirituale: “Le tenebre del cuore oscurano la via e forse posso seguirvi solo fino alla barriera… Egli era sopraffatto dall’emozione e i suoi occhi arrossati di pianto apparivano di un indicibile fascino. Esiste un motivo per cui io non vi dimentichi e spero al più presto possiate rendervene conto”. Il “Genji” non è un libro, ma un millennio, un cosmo in cui siete inclusi anche voi, anche se non lo conoscete, perché è la vita stessa, trascritta. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La storia di Genji” è un lavoro di traduzione ‘omerico’, mi pare. Da un lato, dama Murasaki Shikibu viene quasi tre secoli prima di Dante, dall&#8217;altro pare il preludio a Proust. Di certo, la sua sconvolgente modernità è frutto di una lettura da qui, dal XXI secolo, eppure, in quel libro c’è qualcosa di magico. Mi aiuti a capire cosa. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che la “sconvolgente modernità” sia solo frutto di una nostra lettura. In fondo, il <em>Genji monogatari</em>, scritto nell’anno Mille o giù di lì, <strong>ha una conformazione sorprendentemente vicina ad un concetto di “romanzo” in senso moderno: la centralità della dimensione privata, la presenza di personaggi ben definiti che riescono a non cedere allo stereotipo, il ruolo dell’eros, la presenza di una realtà interiore accanto a quella esterna dell’ambiente in cui si svolgono le vicende narrate.</strong> Tutto questo inserito in una cornice linguistica di espedienti retorici non troppo lontani da quelli che hanno dato forma alla prosa più celebrata del “nostro” Novecento: periodi lunghissimi, costellati di incisi, nessuna soluzione di continuità fra l’intervento “arbitrario” della voce narrante e le riflessioni dei protagonisti o – al limite – un finale “aperto” che non offre soluzioni ma lascia spazio a tutte le ipotesi. Per contro, resta invece indissolubilmente legato al tempo e all’ambiente in cui Murasaki è vissuta il ricorso continuo a poesie inserite nel testo, a citazioni, quasi sempre implicite, di tutto un patrimonio letterario coevo o antecedente, giapponese ma anche cinese. E ancora, resta il fatto che il mondo descritto e vissuto dall’autrice resta lontanissimo dal nostro, in termini sia di tempo sia di spazio sia, soprattutto, di ambiente sociale. Forse la magia di cui lei parla sta proprio in questo sovrapporsi di piani e realtà che nel momento stesso in cui sembrano disposti a dialogare con il lettore (o se preferisce con il traduttore) si chiudono inesorabilmente.</p>
<p><figure id="attachment_71078" aria-describedby="caption-attachment-71078" style="width: 383px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-71078" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580-300x192.jpg" alt="" width="383" height="245" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580-300x192.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580-768x492.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580-1024x656.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580-1320x845.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/orsi-e1572365112580.jpg 1687w" sizes="(max-width: 383px) 100vw, 383px" /><figcaption id="caption-attachment-71078" class="wp-caption-text">Maria Teresa Orsi in una fotografia di Chiara Pasqualini</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nell’introduzione al ‘Genji’ lei vede nell’aware uno dei temi dominanti del libro, forse la melodia di quel ‘regno splendente’ nel ‘mondo fluttuante’. Che senso hanno le relazioni, le emozioni, la vita, insomma, nel chiostro romanzesco di dama Murasaki?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Aware</em> è un termine che all’interno del <em>Genji monogatari</em> <strong>ha un’ampia gamma di significati che vanno da emozione, turbamento, malinconia, fino ad ammirazione per ciò che è bello e che  può commuovere</strong>; è stato poi successivamente identificato da commentatori e studiosi (in particolare nel XVIII secolo) come l’ideale estetico che permea la <em>Weltanschauung</em> dell’aristocrazia di Corte durante l’epoca Heian (VIII-XII secolo) – e che pervade tutto il <em>Genji monogatari</em> – caratterizzato dalla partecipazione emotiva nei confronti della bellezza presente nella natura e nella vita umana, sempre  accompagnata dalla consapevolezza della sua fragilità. Detto questo, le emozioni, ovviamente quelle relative ai rapporti umani, ma anche intese come risposta allo scorrere del tempo, all’alternarsi delle stagioni, alla bellezza del paesaggio, quello naturale e quello ricostruito nei giardini, alla eleganza, all’attenzione e alla cura riservata alle sfumature dei colori dell’abbigliamento <strong>fino all’uso di un particolare tipo di carta per scrivere lettere o poesie, all’apprezzamento della musica, della poesia, della danza e (non ultimo) dell’amore, </strong><strong>danno sostanza al concetto di eleganza raffinata (<em>fūryū</em>), concetto essenziale, imprescindibile</strong>, che condizionava ogni aspetto dei rapporti sociali dell’aristocrazia del tempo, così come ce la presenta una dama di Corte conosciuta con il nome di Murasaki Shikibu.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Che presa ha il ‘Genji’ nel Giappone odierno, ne dice ancora i caratteri interiori, i moti del cuore?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Niente sembra essere così lontano dal <em>Genji monogatari</em> come il moderno Giappone, industrializzato, tecnologico, esponente di punta (almeno nelle grandi città) del consumismo e dell’efficienza. Eppure a ben riflettere qualcosa rimane:<strong> il rispetto per la forma, il gusto della ritualità, l’attenzione rivolta al passare delle stagioni, la necessità di partecipare a cerimonie collettive annuali, o, se proprio vogliamo esagerare, la scarsa incidenza di tabù sessuali. </strong>Ma a parte questo, proprio il <em>Genji monogatari</em>, inteso come prodotto culturale, resiste nel campo della letteratura, ma anche e soprattutto in quello dell’immagine, attraverso il cinema, l’anime  e i manga. Non solo Tanizaki, ma anche altri scrittori hanno proposto una traduzione in giapponese moderno: fra le più conosciute, al punto da diventare un best seller,<strong> quella della scrittrice Setouchi Jakucho, apparsa fra il 1996 e il 1998 ha avuto un enorme successo anche fra i più giovani. Per non parlare della versione in manga, intitolata <em>Non farò sogni effimeri</em>, pubblicata a puntate su una rivista per adolescenti dal 1979 al 1993 </strong>e poi raccolta in volumi e apparsa in varie edizioni, tascabili e non, dal 1992  almeno fino al 2008 e forse anche oltre. D’altro canto, una delle caratteristiche del <em>Genji </em> è stata proprio quella di riproporsi, nel corso dei secoli  attraverso diversi mezzi di comunicazione,  assumendo vari e differenti ruoli,  in quelli che potremmo chiamare, citando Jauss, i «processi di esperienza» messi in atto da parte di lettori, commentatori, critici e così via . Allo stesso tempo, nei mille anni intercorsi dal momento in cui il <em>Genji monogatari</em> è stato scritto, al processo di canonizzazione e ri-canonizzazione, verificatosi in diversi momenti e in diversi ambiti culturali, si è accompagnato un altrettanto rilevante percorso di popolarizzazione, che ne ha modificato, in modo spesso radicale, forma e contenuti, ma che a sua volta ha creato modelli e proposto diverse «immagini» del <em>Genji monogatari</em>, intendendo «immagine» nel senso più ampio di tutte le possibili riproposte e sostituzioni del testo, dai dipinti alle riscritture, dai commentare alle allusioni poetiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-71079 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro2-30-198x300.jpg" alt="" width="214" height="324" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-30-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-30-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-30.jpg 340w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Attorno a ‘Genji’ ruotano, necessariamente, i grandi giapponesi del &#8216;900: Tanizaki (che lo traduce), Kawabata (che a noi occidentali pare corrispondere alla nostra idea romanzesca di Sol Levante), Mishima (a cui costantemente ritorna, come emblema della tradizione). Eppure, i ‘Grandi Tre’ sono stati svezzati, per così dire, dalla grande letteratura decadente europea, da Poe a Wilde, sono stati segnati da Thomas Mann (penso a Mishima) e da Baudelaire e Dostoevskij. Come si tempera e tempra, in loro, la tradizione estetica giapponese con quella letteraria occidentale?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Verissimo che la maggior parte degli scrittori giapponesi e non solo i nuovi “classici (Mishima, Tanizaki e Kawabata) sono cresciuti metabolizzando la letteratura occidentale; del resto anche altri, in anni più vicini a noi (vedi per tutti Oe Kenzaburo e Murakami Haruki), non sfuggono a questa realtà.<strong> Ma allo stesso tempo credo che tutti siano consapevoli e accolgano l’eredità di una propria tradizione ricchissima, che si è formata attraverso secoli di scambi e suggerimenti culturali “esterni” elaborati e sviluppati in autonomia. </strong>Una tradizione giapponese intesa nel suo significato più positivo, ossia non come qualcosa di stabilito e immutabile, ma che implica conflitti e cambiamenti, resta saldamente nella coscienza culturale e convive con un mondo che più che esterno o occidentale definirei globalizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Su Mishima lei ha curato il doppio ‘Meridiano’ Mondadori. È corretto intenderne l’opera come intrisa di un profondo anelito alla morte, come se la morte fosse la cristallizzazione di una bellezza irraggiungibile? In ogni caso, qual è l’opera di Mishima a suo avviso più rappresentativa?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pur riconoscendo Mishima come una delle voci più originali e provocatorie del secolo scorso, ho sempre provato una certa diffidenza, non tanto nei suoi confronti quanto nell’immagine che attorno a lui è stata costruita e diffusa, forse con la stessa narcisistica complicità dello scrittore, in Giappone ma soprattutto all’estero. Certamente alcune sue opere ruotano attorno a una esasperata rappresentazione del binomio morte/bellezza, eros /thanatos, ma spesso questo elemento ha messo in ombra altre valenze riconoscibili  nella produzione dello  scrittore: <strong>l’ispirazione derivata dalla  letteratura classica e dal  mondo cortese da cui ha preso vita;  la creazione di personaggi femminili accuratamente cesellati  nelle loro complesse sfumature psicologiche, i procedimenti “teatrali” di alcuni suoi racconti,  che gli derivavano dalla consuetudine con il teatro <em>no</em> e <em>kabuki</em>, </strong>la capacità di elaborare con altrettanta sicurezza un quadro  impietoso della classe politica contemporanea e la storia di un amore adolescenziale nato su un’isola di pescatori. Di Mishima apprezzo alcuni racconti brevi, non so quanto “rappresentativi” in senso assoluto: <em>La morte di</em> <em>Radiguet</em> e <em>L’amore dell’abate di Shiga</em> (inclusi nella raccolta dei Meridiani), e poi alcune sue opere teatrali: <em>Madame De Sade</em>, per esempio. Fra i romanzi sicuramente sceglierei il primo volume della quadrilogia <em>Il mare della fertilità</em>: <em>Neve di primavera</em> che dichiaratamente è nato come una storia d’amore sul modello della letteratura classica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Al di là dei ‘Grandi Tre’, qual è l’autore giapponese della contemporaneità che più la convince? Ricordo che mi fece una certa impressione (positiva, intendo) la lettura di Sakaguchi Ango, ad esempio. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho tradotto quasi sempre autori che mi convincevano e che ho scelto proprio per simpatia. <strong>Non so poi per quale strana congiunzione astrale è risultato che siano per lo più personaggi solitari e introversi come Ueda Akinari, oppure decadenti, ribelli e trasgressivi </strong>come il gruppo emerso nell’immediato dopoguerra (Dazai Osamu, Sakaguchi Ango, Ishikawa Jun) o intellettuali tormentati come Natsume Soseki. Ishikawa Jun resta tra i miei preferiti, forse perché nonostante tutto è uno scrittore di nicchia anche in Giappone e i suoi romanzi storici, spesso percorsi da un sottofondo anarchico e da una irriducibile sfiducia nel potere costituito, mescolano storia e leggenda, elementi tratti dal folclore e dal fantastico, demoni e divinità, artisti e guerrieri, saggi buddhisti e forze del male.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>So che sta lavorando a una antologia della poesia giapponese: me ne può dire qualcosa? Di fatto, a parte rare occasioni si sa poco in Italia della poesia nipponica: esiste? Con quale intensità lirica?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo che esiste e conta anche molti esponenti di primo piano, che però tranne poche eccezioni sono sconosciuti in Italia. L’idea era proprio quella di affiancare alla poesia “classica” (<em>waka</em> e <em>haiku</em>) che invece ha anche da noi un gran numero di conoscitori, quella degli ultimi cinquanta/sessanta anni e di includere esclusivamente poesie in verso libero (<em>shi</em>). Il progetto è stato portato avanti a due voci, in collaborazione con Alessandro Clementi degli Albizzi, attualmente residente a Tokyo. L’antologia dovrebbe uscire in primavera con Einaudi e per ciò che riguarda il criterio di scelta degli autori, abbiamo optato per una scelta “cronologica”, <strong>partendo da poeti nati nel corso degli anni Trenta, per giungere fino alla più giovane, Fuzumi Yuki, nata nel 1991</strong>, allo scopo di offrire un quadro sufficientemente ampio della produzione che, sviluppatasi dopo l’immediato dopoguerra, arrivasse approssimativamente ai nostri giorni.  Sulla “intensità lirica” lascio a lei il compito di giudicare, non appena l’Antologia sarà disponibile nelle librerie.</p>
<p>*<em>In copertina: Izumi Shikibu, poetessa vissuta intorno all&#8217;anno Mille, come Murasaki Shikibu, in un disegno del 1765</em></p>
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		<title>Un tempo in cui i governanti erano reclutati tra i poeti. L’imperatore del Giappone inaugura una nuova era e io sogno di stare sotto il kimono con Murasaki Shikibu, il più grande romanziere del pianeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/giappone-nuova-era-poesia-murasaki-shikibu-genji/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 04:31:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi colpisce questa immagine. Il più grande romanziere del pianeta curvo sotto l’onda del kimono. Il kimono, probabilmente, è riccamente tessuto: vi si vede l’immagine di una tigre trasognata – a quelle latitudini la belva ha sentimenti d’angelo – oppure la gru, che depone le parole dei morti negli occhi dei vivi. Piuttosto, sul kimono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giappone-nuova-era-poesia-murasaki-shikibu-genji/">Un tempo in cui i governanti erano reclutati tra i poeti. L’imperatore del Giappone inaugura una nuova era e io sogno di stare sotto il kimono con Murasaki Shikibu, il più grande romanziere del pianeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mi colpisce questa immagine. Il più grande romanziere del pianeta curvo sotto l’onda del kimono. Il kimono, probabilmente, è riccamente tessuto: vi si vede l’immagine di una tigre trasognata – a quelle latitudini la belva ha sentimenti d’angelo </strong>– oppure la gru, che depone le parole dei morti negli occhi dei vivi. Piuttosto, sul kimono è un ramo di ciliegio dove i boccioli vibrano come bambini. Del romanziere, una donna, non si vede che la fetta del viso. Con quale ferocia si è strappata il cuore, si è spogliata di sé, per considerare il cuore una qualità estetica. Lirica, qui, è chirurgia di stile – con un ideogramma, lei, ti ha sezionato. Non te ne accorgi, ma non hai più la schiena, sei solo ossa, erba che cammina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66457 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/genji-libro-192x300.jpg" alt="" width="157" height="245" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/genji-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/genji-libro-768x1203.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/genji-libro-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/genji-libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 157px) 100vw, 157px" />Il più grande romanziere del pianeta è una donna, invisibile sotto la cattedrale del kimono, si chiama Murasaki Shikibu e mille anni fa ha detto l’uomo, il suo abisso, in un romanzo che si chiama <em>La storia di Genji. </em></strong>Per un po’, questo capolavoro miliare e millenario – al pari di Dante, Shakespeare, Cervantes, Proust, Joyce, Tolstoj – è stato tradotto in italiano riferendosi alla versione inglese di Arthur Waley. Ci si è messo anche, per Bompiani, Piero Jahier, perché solo un poeta può sintonizzarsi a quelle vertigini, prive di esotismo ma di abbagli, di bagliori. Nel 2012 – impresa pazzesca – Maria Teresa Orsi ha tradotto il romanzo dal giapponese antico per Einaudi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un romanzo così vasto – oltre 1350 pagine l’edizione italiana – in uno spazio così angusto. Il mondo creato da Murasaki Shikibu è tutto mentale: si svolge in piccole aule, tra appuntamenti mancati, pettegolezzi, malignità, sulla soglia di un paravento, nel turbine dell’ombra.</strong> In una manciata di versi, scambiati tra amanti in verticale, il centro dell’universo. Alludere – l’arte del verso – significa agitare il tempo di illusioni. Ma è questo amare: erigere Everest di vetro, girare gli specchi in modo che un esercito di armati si disintegri al sole.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dico, lasciatemi sognare. Il Giappone, oggi, è un nodo di contraddizioni – valgono, ancora, i mirabili reportage di Fosco Maraini, per un primo contatto – tra l’ostia della tradizione e l’ostaggio del Sogno Americano.</strong> Longevità e suicidio, disciplina e ribellione, sacrificio e solitudine, tenerezza e efferatezza, meraviglia della natura e oscenità urbane. D’altronde, scoperchiato il Vaticano, in Italia non c’è neanche la contraddizione, siamo detti dall’immagine che gli altri hanno del Belpaese, una identità garantita dalla pizza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si suicida, per altro, dopo aver investigato brutalmente se stessi senza aver trovato altro che sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla ‘spettacolarizzazione’ della politica al mondo dello spettacolo in politica. Siamo figli degli americani.</strong> Con la differenza che dietro Ronald Reagan e ‘Schwarzy’ c’erano testoni così, dietro gli altri ci sono teste di. Beppe Grillo da noi – uno stratega che ha imposto i tempi dello show in ambito elettorale – Vladimir Zelensky in Ucraina. Dopo l’epica dell’imprenditore di successo, quella dell’attore di fama. Eppure, sappiamo che soldi e share non misurano la competenza politica. Preferirei un monaco come premier.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Giappone – lasciatemi sognare – il tempo si misura in ere decretate dall’imperatore (il metodo si dice <em>gengo</em>). La nuova era, corrispondente al regno di Naruhito, primogenito di Akihito, che comincerà il primo maggio, <a href="https://www.theguardian.com/world/2019/apr/01/reiwa-how-japans-new-era-name-is-breaking-tradition" target="_blank" rel="noopener">si chiama “Reiwa”</a>.</strong> Il significato del segno incrocia “ordine” e “auspicio” con “armonia”. Disciplina verso l’armonia. Non abdichiamo al nitore dei segni: chi limita al folklore il nome dell’era o l’adorazione dei fiori di ciliegio sintetizza la propria stupidità. Il segno si radica dentro di noi con la forza di un sigillo, ad esso possiamo ribellarci ma ad esso siamo prostrati – l’ultimo segno, oggi: la Croce. Il nostro tempo è vuoto di segni, ce ne siamo ‘liberati’: siamo schiavi del piacere, per natura parziale, cioè del nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il segno scelto per identificare la nuova era giapponese è tratto dal <em>Man’yoshu</em>, l’antologia più antica di poesie del Giappone, compilata nell’VIII secolo. <strong>La poesia sigilla un’era – lasciatemi sognare. Il tempo testimoniato dal <em>Man’yoshu </em>e dal <em>Genji Monogatari</em> narra di gare poetiche per scegliere i funzionari del regno. I più bravi a scrivere poesie hanno il carattere giusto per governare – l’arte lirica e quella della spada sono uno. </strong>Per scrivere una poesia non conta la svenevolezza, la vaghezza e i buoni sentimenti, ma la radicalità nell’esprimere un pensiero, la capacità di coniugare una immagine vivida, il genio nel suggerire e nel soggiogare. Ecco perché chi sa scrivere una poesia riesce a ordinare gli uomini, con pietà e ferocia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Governare è anzitutto addomesticare la grammatica</strong>, far lampeggiare le parole. L’ordine è un segno, vento marmorizzato da una parola, l’unica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nella <em>Storia di Genji </em>il seduttore è abile nella pratica della poesia. <strong>La poesia adombra il corpo adorando il desiderio – amplia l’eros con l’elusione, la delusione, il crisma del fraintendimento. Ogni lettera è un paravento – i sentimenti sono forzati fino all’abominio, fino all’attesa straziata, la grazia della dedizione. </strong>Chi vuole ‘tutto e subito’ non conosce l’aristocrazia della conquista. Sedurre è governare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La vanità del soffrire (“Ho creduto che il dolore non avesse uguali al mondo, ma ora mi sono reso conto che il passare di mesi e di anni fa sì che giunga il momento in cui esso si attenua, e che ogni sofferenza ha un limite”), la rapace certezza della vittoria del destino, della corruzione del tutto, che si è travolti, perciò più che agire – cioè, affrettare il corrotto – è bene guardare, sono i caratteri del <em>Genji. </em><strong>Come la percezione che c’è qualcosa di inaccessibile a cui dobbiamo rivolgerci, perché l’uomo è la creatura che in questo mondo crea altri mondi:</strong> “Più ancora dei fiori di ciliegio o delle foglie rosse in pieno rigoglio che stagione dopo stagione sembrano affascinare il cuore degli uomini, il cielo di una notte d’inverno, quando il riflesso della neve, per quanto privo di colori, splende alla luce limpida della luna, chissà perché, si imprime nel cuore e richiama alla mente un mondo diverso dal nostro, sicché la sua bellezza e la commozione che risveglia non hanno eguali”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi sognare. <strong>Un mondo in cui la poesia ha preminenza e definisce, imperitura, il radioso del tempo;</strong> un mondo in cui i governanti vengono reclutati tra i poeti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Carpire il disegno sul kimono di Murasaki e rifarlo sul mio petto fu il sogno</strong> – cavalcare l’airone senza dare dottrina alla sua fuga. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giappone-nuova-era-poesia-murasaki-shikibu-genji/">Un tempo in cui i governanti erano reclutati tra i poeti. L’imperatore del Giappone inaugura una nuova era e io sogno di stare sotto il kimono con Murasaki Shikibu, il più grande romanziere del pianeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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