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	<title>lavoro Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jul 2019 07:49:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Della malinconia porto il tatuaggio in fronte, colpa di una nascita piena di stelle. Ho fatto tutto per amore smisurato verso Caravaggio”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-romanzo-mirabilia-dei-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jul 2019 07:49:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La capacità di osservare mi ha sempre accompagnato, fin da bambino. Tutto quello che incontro e scorgo assume, a seconda delle tonalità di realtà e fantasia, toni e umori diversi. A volte può essere la gioia a prendere il sopravvento; altre volte sarà la distorsione di un’arrabbiatura a modificare ‒ in meglio o in peggio, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-romanzo-mirabilia-dei-2/">“Della malinconia porto il tatuaggio in fronte, colpa di una nascita piena di stelle. Ho fatto tutto per amore smisurato verso Caravaggio”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La capacità di osservare mi ha sempre accompagnato, fin da bambino. Tutto quello che incontro e scorgo assume, a seconda delle tonalità di realtà e fantasia, toni e umori diversi. A volte può essere la gioia a prendere il sopravvento; altre volte sarà la distorsione di un’arrabbiatura a modificare ‒ in meglio o in peggio, questo non saprei dire ‒ la trama di una storia. <strong>In realtà, è quando sto con i miei colleghi, che smetto di osservare e riprendo prepotentemente a vivere. Qui, non porterò mai con me il taccuino, compagno fedele, quaderno dove appunto parole che, un giorno, forse prenderanno significati differenti di fuoco e pioggia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allora, per quale spinta, raccontare verosimilmente una parte intima di me? Se mi son messo a descrivere quasi minuziosamente il mio studio (nel quale leggo, e scrivo), l’ho fatto unicamente per amore smisurato verso i quadri di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Della malinconia, ne porto il tatuaggio in fronte. Colpa di una nascita piena di stelle in cielo, nella gelida e imbiancata notte dicembrina. Nella nostalgia, la malinconia sguazza come una sorella fin troppo legata a me.</strong> A volte mi sento come un eroe in mezzo a tanti eroi. Se dovessi fare un paragone azzardato e impossibile: beata la balena, beata l&#8217;orca che ancora si slanciano verso il cielo e s&#8217;inabissano nelle acque più profonde del mondo. Se non siamo ambìti da nessuno, cosa crediamo davvero di essere? Ovviamente balene, orche, delfini, padroni del mare, amici dei tuoni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La prima volta che vidi M, di sfuggita, non sapevo nemmeno che quello fosse il suo nome. Ero alto poco meno di un metro, avevo suole come il vento e sfrecciavo sul marciapiedi davanti all’ingresso di un cinema. Lui, ballava come un farabutto che si era appena scolato qualcosa di buono, mentre la madre fumava e non lo lasciava mai solo. Io vivevo incosciente una delle mie prime spensierate vite, mentre lui mordeva voracemente tutto quello che gli capitava a tiro, come un leone affamato nel buio della savana, dedito a sbranare. Più tardi ‒ dove per ‘più tardi’ intendo decenni dopo, anni luce e esperienze di ogni genere e tipo ‒ mi si para davanti proprio dove avevo iniziato a fare il tirocinio. <strong>Com’è buffa a volte la vita, vedi? Come se Dio fosse il gran umorista ‒ e giocasse con le nostre proprie vite, facendoci presentire cose, fatti, persone, che col tempo, probabilmente e a nostra insaputa, ci faranno compagnia. Così è stato per me e M. È vero, in quei giorni avevo timore di lui.</strong> Perché non l’avevo mai conosciuto di persona. Lui, sempre energico e feroce e brutale: «Ciao, come stai?». M esordiva immancabilmente a tal maniera, quando ti compariva davanti. E poi mi chiedeva una sigaretta, o un caffè. Non ha mai conosciuto la moderazione. Ma in cooperativa si tentava il più possibile di stargli dietro. Il fatto è che col tempo abbiamo imparato entrambi a conoscerci, a cercarci, a parlare del più e del meno, di come si stava, e di cosa si sarebbe fatto nei giorni a venire. Anche di quello che era accaduto in precedenza. M mi voleva bene. Era spesso arrabbiato col mondo. Quante volte l’ho sentito dire che voleva andarsene dalla cooperativa, solo perché aveva bisticciato con qualche collega; se non addirittura dalla casa dove viveva, poiché forse lì in passato veniva curato male. Almeno, queste erano le voci che giravano da noi, al lavoro. La verità non la saprà mai nessuno. Fatto sta, che anch&#8217;io volevo bene a M, nonostante il suo scherzo preferito fosse quello di stringerti fortissimo la mano, o di abbracciarti all&#8217;inverosimile, accompagnando la morsa a un gridolino di battaglia. In realtà, se ti andava bene, la sua era solo una finta. Voleva che gli altri stessero al gioco, che una volta capita la mossa, anche noi dovessimo stringerlo forte, e così via. M ci teneva a tutti, e lo dimostrava cercandoci. Non avrebbe mai alzato sul serio le mani contro di noi. Era capace, se voleva, di stendere tre persone in quattro e quattr&#8217;otto. Spesso gli venivano affidati lavori di forza e fatica fisica, perché lui appunto ne aveva talmente tanta di forza, che in qualche modo doveva scaricarla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto, non è stato bene. Si è assentato per parecchio tempo. Quando è tornato, non era più lui. Si trascinava. Era brutto vederlo strisciare i piedi, e barcollare, quasi cadere. Per non parlare del resto. Non parlava, biascicava. </strong>Noi gli si faceva ugualmente compagnia. Per quel che si poteva. Fino a quando, è scomparso ancora, per poi tornare come nuovo un giorno a settimana. Finalmente adesso è seguito da persone competenti (mi auguro che sia sempre così, e non solo per lui, per tutti). M ha una malattia degenerativa. Ma quello che mi frega di lui, è che è con me sempre. Nonostante non lo veda quasi più, e nonostante lui ormai non mi cerchi più come una volta. Non importa. Quei pochi attimi condivisi, che ci hanno accompagnato da ragazzi fino all’età adulta, sono la prova e l’argento che non si vive invano, nel caso fortuito di un incontro, ma la sapienza di non aspettarti nulla, perché tutto comunque accade al momento opportuno ‒ questo almeno lo sai, vero?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta da noi, in cooperativa, si recitava l’Angelus, prima di metterci al lavoro. Ora non accade più. Questa preghiera è stata eliminata. Non ne capisco il motivo. Quando ho chiesto spiegazioni, mi è stato detto che potevamo dirlo noi, singolarmente, nel nostro cuore.</strong> Così facendo, per chi ci crede, si è persa la propulsione importante di pregare insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma adesso, sembra che io sia tutto casa-lavoro-chiesa. Quando in realtà, che cos’è un poeta? Chi è quell’uomo, che nonostante una vita avventurosa, non abbia nient’altro che la solitudine infantile del fallimento a fargli ombra? La sua vita ‒ lo hai mai intuito? ‒ potrebbe essere monotona. Se non che, lui ha qualcosa di tremendamente affascinante. Sembrerà strano, ma trasfondere poesie o appunti di diario o chissà diavolo cosa, sulla pagina bianca, fa del poeta un uomo interessante. Perché è il taccuino, oggetto dei desideri più reconditi, uno dei suoi segreti ammaliatori. Il sogno per lui è proprio quel taccuino lì, tutto ciò che esso comporta e quanto ne consegue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però il poeta ha sempre qualcuno che lo aspetta, da qualche parte. Se non, quanto meno, qualcuno che lo pensa: per quel che è stato, per quel che sarà.</strong> Ci sono persone nelle quali lui ha inciso attimi di eloquente verità, sguardi tremendi, parole di grandine e graffi provvidenziali&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da bambino osservavo tutto. Ero fatto di quella curiosità di chi nasce ogni istante al mondo. <strong>Con due occhi gonfi come chicchi d’uva, divoravo arcobaleni nei giochi di cortile; delle casette sugli alberi accanto al torrente, cercavo la bellezza che non si consuma in fretta</strong>, ma ne traevo il germe feroce del fanciullo, che nella sua innocenza, ne sa più di qualsiasi malandrino. Tutti portavano addosso bagliori, accadimenti, smacchi; ed era così semplice la vita. Non si tornerà più indietro ‒ pensaci, dobbiamo darci da fare&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Caravaggio, &#8220;<i>Cattura di Cristo&#8221;</i>, 1598</em></p>
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		<title>“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2019 07:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Davide Rondoni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Fateci lavorare ‒ noi vogliamo lavorare ‒ io voglio lavorare ‒ ma lavorare veramente, non per darci il contentino». Eccole le parole che fanno nascere le opere. Che mettono in moto l’uomo. Lo allarmano, per costruire qualcosa di buono, per sé e per gli altri. Quando un disabile chiede di poter lavorare, non si dovrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/">“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>«Fateci lavorare ‒ noi vogliamo lavorare ‒ io voglio lavorare ‒ ma lavorare veramente, non per darci il contentino». Eccole le parole che fanno nascere le opere. Che mettono in moto l’uomo.</strong> Lo allarmano, per costruire qualcosa di buono, per sé e per gli altri. Quando un disabile chiede di poter lavorare, non si dovrebbe più avere il coraggio di opporsi. Perché si aprono infinite prospettive. A partire da quel desiderio, da quella severa richiesta brinata di rose bianche, nascono cooperative. A partire da quella lontana domanda, grazie ad essa, io, oggi, posso avere un lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da una delle mie cento vite, emergono particolari scorretti. Diciotto anni fa ‒ a pensarci, un’altra era, quasi brillo di austerità corrotta ‒, salgo su un’auto guidata da uno che lavora per la tv in Mediaset. La moglie è innamorata persa della scrittura. O, degli scrittori? </strong>Siedo dietro, accanto a Davide Rondoni. Siamo a Milano. Ci fermiamo in via Zebedia. Il poeta di Forlì, si siede a un tavolino, di fronte a una chiesa, e beve birra. Se fossi stato più lucido, probabilmente oggi come allora avrei fatto carriera? Ma avere la verità nel sangue ti porta a percorrere altre strade. La verità ti fa il sangue blu. Ecco, cosa intendeva forse mio padre, quando parlava della nostra discendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>‒ Questo significa che lo stile della morte è lo stile della vita, diceva Borges a Liliana Heker&#8230; <em>Fare letteratura significa aspettare che qualcuno ti venga a trovare durante la notte</em>, mi sussurra Luca Doninelli da epoche lontane, che sembrano pulsare ancora nelle mie vene. Sì. Ho conosciuto questo e quello. E molti altri. E non ho mai ricevuto favori. Anzi. Tante pedate.</strong> Ciò che dissi ‒ con orgoglio ‒ a un muratore, tempo fa, si rivelò fondato: io mi faccio da solo. Non ho mai avuto aiuti. In nessuno dei tantissimi lavori che ho fatto nella mia vita; men che meno in letteratura. Anzi, sarebbe un guaio, in letteratura; sarebbe la fine dell&#8217;opera&#8230; In due parole, morirò scrivendo. Me lo auguro. Come i pianisti più fortunati, s&#8217;accasciano sul pianoforte. Si può desiderare qualcosa di meglio? Mio padre è morto mentre stava lavorando. La poesia è il mio centro, io, che centro, come Rilke, non ho. Che folgorazione straordinaria. È la stessa identica cosa che domandare di lavorare. Detto fatto, io lavoro due volte: in cooperativa e per la pagina bianca. Fatemi lavorare, dunque, perché ne ho voglia! Perché ho voglia di conversare anch&#8217;io con qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Fai ciò per cui sei nato. Sii ciò che scopri di essere. ‒ Mi dice la vocina silenziosa, davanti alla tomba del babbo, in una domenica mattina goffa di vento e zuppa di commozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Offro la fatica del mio talento, ogni giorno. La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io voglio essere pronto a riceverlo, questo barbone straniero.</strong> Non devo essere impreparato all’inquisizione della tradizione. Sapere di fare la cosa giusta, è l&#8217;ostinazione da perseguire ad oltranza. Dico sì, come Pietro, a morire nel deserto. Senza aspettarmi nulla da nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà meglio scomparire, dunque. Fare arte. Punto e basta. Come mi consiglia il saggio S. Il quale, però, continua ad aprirmi nuove prospettive, tra immortalità, dubbi suoi sulla fede, e presenza pur nella mancanza. <strong>Sono un uomo fortunato. Conoscere in cooperativa un nuovo collega e amico, che mi spalanca quesiti cosmici, non è mica roba da tutti i giorni. </strong>Al lavoro, dove ormai pare pensino unicamente alla produzione, a fare cassa, a trasformarci in efficienti operai giapponesi ‒ spero si accorgano dell’abbaglio ‒, e sempre meno a parlare con noi (quando invece ce ne sarebbe tanto bisogno), S è un’àncora di salvezza; una boa che galleggia a vista. Ad avercene di amici inadatti come lui. Da grande esperto di cinema qual è, mi dice che: una volta morto il genitore, non ci si libera della sua presenza. <strong>Inaspettatamente e con fervore, Ingmar Bergman fa cucù, tra frustrazioni da lavoro, e effervescenti desideri dell’anima di capire dove può portarci realmente la nostra vita, tanto misera e misteriosa da essere ingoiata assieme a un trancio di pizza.</strong> Insomma. Una mancanza che si fa presenza. Come il grande assente, nella sommaria cella dove scrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’altronde ‒ che epoca stramba, di certo non è l’era del ferro ‒ tutti vogliono che tu, poeta, li raggiunga. Non importa se vicini o lontani. Tutti ti bramano. Basta, ovviamente, la tua presenza, fino alla fine dello show. </strong>Poi, puoi anche sparire; anzi, sarebbe meglio, la cosa è ben accetta. Non sia mai che tu ti fermi pure a mangiare una pizza con noi. Perché con noi, ci stiamo solo noi. Fine ragionamento da marchetta: morti impostori, che fingono pure di non averti invitato, con quei fantastici silenzi ammorbano la coscienza. Allora vi apostrofo, gentili signori e dame dei salotti! Siete sicuri di avere un&#8217;ombra? No, dico, io ho un’ombra che avvampa come fuoco. Forse voi vi spaventate, quando camminate soli la sera, in quell’attimo in cui la luce te la fa sovrapporre. Cosa? L’ombra! È quando si sdoppia, per ricongiungersi: in quel frangente, si ha paura. Istinto d’altro. L’ombra è la prova evidente per un poeta di possedere, a tratti, la verità. Ne deduco che, avere in destino una vita simile a quella di Giobbe ‒ quello della Bibbia, per intenderci ‒ è un privilegio. Perché tutti, prima o poi, attraversiamo quel qualcosa chiamato malattia. E, avere una morte propria, morire cioè nel solco della pagina bianca, farsi lettera, sarebbe alta onorificenza.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Che tutti vogliono qualcosa da te, poeta, non è mica detto. Tu, invece, cosa pretendi da te stesso? È la domanda che l’ombra di Dino Campana, oggi, sovrappone alla mia impazienza verbosa.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Fateci lavorare! È la risposta. Che come eco risuona in cooperativa ogni qualvolta io vedo S. Un uomo che ha avuto l&#8217;ardire di chiedere ‒ cosciente o meno ‒ un compimento alla sua vita. Senza S e tanti altri, che in passato hanno fatto la stessa richiesta, questa storia oggi non si potrebbe raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piuttosto. Se C fosse ancora qui da noi, le cose andrebbero sicuramente meglio. O mendichiamo noi un aiuto, altrimenti parlare dei nostri problemi diventa un problema. Si prova un’assenza inevitabile. C, invece, parlava con tutti. Eccome.</strong> A volte ti anticipava pure, da quanto era brava a capire, guardandoti, che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ci conosceva uno ad uno. Amava le nostre fragilità. Fare il nostro bene, era il suo mestiere. Diceva spesso che: spendere una mezz’ora parlando insieme ‒ dopo, una volta risolto o alleviato il problema ‒, ci avrebbe fatto rendere sul lavoro il doppio o il triplo. Ed era vero. Accadeva. Aveva una sorta di poesia, in lei, della quale un giorno, per somma stima, mi fece dono&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Ingmar Bergman</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/">“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Dare e non prendere. Servire e non comandare. Aiutare e non schiacciare”: in memoria di Peter Maurin, attivista e poeta anarco-cattolico, a 70 anni dalla morte. Con silloge di testi</title>
		<link>https://www.pangea.news/peter-maurin-70-anni-morte-ritratto-e-poesie-marco-settimini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 08:03:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La schiavitù degli uomini è la conseguenza delle leggi, e le leggi sono stabilite dai governi. Per liberare gli uomini non c&#8217;è che un mezzo: la distruzione dei governi. Ma come distruggerli? Tutti i tentativi fatti sinora in diversi paesi per rovesciare i governi colla violenza, non sono mai riusciti che a sostituire a quelli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/peter-maurin-70-anni-morte-ritratto-e-poesie-marco-settimini/">“Dare e non prendere. Servire e non comandare. Aiutare e non schiacciare”: in memoria di Peter Maurin, attivista e poeta anarco-cattolico, a 70 anni dalla morte. Con silloge di testi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“La schiavitù degli uomini è la conseguenza delle leggi, e le leggi sono stabilite dai governi. Per liberare gli uomini non c&#8217;è che un mezzo: la distruzione dei governi.</strong> Ma come distruggerli? Tutti i tentativi fatti sinora in diversi paesi per rovesciare i governi colla violenza, non sono mai riusciti che a sostituire a quelli un nuovo governo, sovente più crudele del primo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È un passo di <em>Anarchismo e non violenza</em>, opera in cui Lev Tolstoj pone uno dei problemi di più complessa soluzione </strong>messi in gioco dallo scetticismo che – devastante paradosso – il dogmatismo del cristianesimo ha messo in movimento sin dalle sue origini, ossia a partire dalle parole e dai gesti dello stesso Gesù Cristo di fronte ai romani, agli scribi e agli usurai.</p>
<p style="text-align: justify;">Una forza critica certo speculativa ma soprattutto pratica, e infatti, tra le pagine dei suoi diari, il grande scrittore russo <strong>il proprio anarchismo cristiano lo definì – ineluttabile necessità – “l’applicazione del cristianesimo ai rapporti fra gli uomini” in opposizione alla violenza degli Stati,</strong> sempre più oggetto, assieme alle nazioni, di una forma d&#8217;idolatria da parte delle folle.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui una parentesi è essenziale perché con troppa leggerezza si fa d’ogni erba nazionale un fascio senza i fondamentali distinguo tra <em>storie</em> che contraddistinguono <em>realtà</em> in molti casi antitetiche, come, a titolo di esempio, quelle francese, greca e italiana:<strong> la Francia “figlia prediletta della Chiesa” e dunque cristiana nella sua identità profonda a partire dal battesimo, sebbene viva oggi nel rovesciamento operato dalla rivoluzione del XVIII secolo; </strong>la Grecia il cui primo atto fondativo dopo la riconquistata autonomia dai turchi fu la creazione di una Chiesa greca predominante, e il cui Presidente della Repubblica ancora giura sulla Trinità; e l’Italia la cui creazione fu esito di un movimento profondamente laicista il cui scopo era l’annientamento della cristianità e l’instaurazione di una società a essa opposta, come nei fatti è accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_67352" aria-describedby="caption-attachment-67352" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-67352" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/maurin-photo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin-photo-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin-photo.jpg 225w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><figcaption id="caption-attachment-67352" class="wp-caption-text">Peter Maurin, nato in Francia, fonda negli Stati Uniti il &#8216;Catholic Worker Movement&#8217;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Le identità sono dunque molte – tra le altre quella statunitense – e molte le riflessioni, le risposte e le formulazioni teoriche, pratiche e anche poetiche attorno a un tema che è stato affrontato di petto da autori come David Henry Thoreau e Gustave Thibon, Simone Weil e Ivan Illich, e, <strong>in ambito italofono, da due straordinarie voci poetiche e come Pasolini e – forzando forse un po’ la mano – il milanese Rodolfo Quadrelli: tutti in ogni caso filosofi o scrittori nel cui pensiero la spinta, a un tempo conservatrice o anche reazionaria e riformatrice o anche rivoluzionaria è tesa alla ricerca di <em>un equilibrio differente</em></strong> rispetto a quello posto in atto dalla cultura che, borghese e statalista, capitalista e socialista, fordista e marxista, ha dominato gli ultimi secoli e mirato, col suo <em>progressismo</em> di fondo, a tutto tranne che a una società cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla stessa linea si apparenta un autore meno conosciuto in Italia, d’origine francese ma che visse gran parte della sua vita negli Stati Uniti, e vale a dire Peter Maurin, di cui ricorre oggi il settantennale della morte</strong> – il quale ha offerto con la magnifica sintesi di meno di venti parole (una serrata sfilza di trancianti <em>aut-aut</em>) – che non possono che demolire gli assurdi profluvi teorici di Marx (perché tutto il resto viene <em>dal diavolo</em>) – un eptalogo di regole del lavoratore cattolico che è forse il più definitivo riassunto di tutta la teoria-prassi “anarco-cristiana” – la quale a suo avviso definisce e rende gli esseri veramente umani: <strong>“1) Dare e non prendere. 2) Servire e non comandare. 3) Aiutare e non schiacciare. 4) Nutrire e non divorare. 5) Se è necessario, morire e non vivere. 6) Gli ideali e non i compromessi. 7) La fede e non l’avidità”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Bordeaux il 9 maggio del 1877, il più giovane di ventiquattro (!) fratelli di una famiglia di poveri agricoltori, di fronte alle politiche iperlaiciste radicali perpetrate tra il 1902 e il 1909 dalla Terza Repubblica, Maurin si trasferì oltreoceano, sulle prime in Canada, in quel di Saskatchewan, Alberta, e poi, dopo aver viaggiato per gli <em>States</em>, a New York, nei cui sobborghi visse insegnando il francese, e quindi a Easton, Pennsylvania, cittadina in cui creò una comune agricola cui fece seguito quella, oggi ancora in attività, di Malbourough, New York, dove, dopo aver perso la memoria a causa di un incidente nel 1944, morirà il 15 maggio del 1949, e così,  nel 1977, lo ricorderà la moglie Dorothy Day: “Peter non era deluso dal lavoro di una vita. Aveva dato tutto ciò che aveva e non chiese nulla, meno che meno il successo.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con la moglie Maurin aveva fondato, a New York, nel 1933, dunque in piena Grande Depressione, il <em>Catholic Worker Movement</em>, e con esso un quotidiano, <em>The Catholic Worker</em>, inaugurato il 1° maggio dello stesso anno, col quale volle diffondere l’idea del lavoro come servizio alla comunità </strong>nel quadro di un sistema economico e sociale radicalmente alternativo tanto al capitalismo quanto al socialismo perché fondato sul “distributismo” o “distribuzionismo” (ovvero sulla massima distribuzione della ricchezza in seno alla popolazione ma senza un controllo dello Stato come invece nei regimi comunisti) ispirato a san Tommaso d&#8217;Aquino e a due encicliche papali promulgate entrambe proprio il 15 maggio, la <em>Rerum Novarum </em>di Leone XIII (1891), poi ripresa, aggiornata e sviluppata dalla <em>Quadragesimo anno </em>di Pio XI (1931).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-full wp-image-67353 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/maurin1.jpg" alt="" width="154" height="238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin1.jpg 154w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin1-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Gli altri punti di riferimento letterari, economici e teologici di Maurin furono i due grandi santi laici della letteratura d’inizio secolo, Léon Bloy e Charles Péguy</strong>, i filosofi francofoni Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, i cattolici inglesi Karl Adam, Hilaire Belloc, G. K. Chesterton ed Eric Gill, e il teologo tedesco Romano Guardini, tra i maestri di Benedetto XVI.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo “sistema” – tanto comunitario quanto individuale – dice lo stesso Maurin sintetizzando ancora una volta con disarmante semplicità la grande dialettica tra la reazione e la rivoluzione, si fonda non su <em>una filosofia nuova</em>, bensì su <em>una filosofia del nuovo</em>, così antica <em>da sembrare nuova</em>, e prevede: la pratica quotidiana delle opere di misericordia; l’obbligo di prendersi cura delle esigenze degli altri; la creazione di case d&#8217;ospitalità per chi è povero; la fondazione di comuni rurali a economia solidale; il tutto nel quadro di un pauperismo da non confondere con lo spiritualismo gnosticista da cui hanno attinto tutti i settarismi eretici e rivoluzionari anticristiani. <strong>Il “sistema” di Maurin è radicato nella materia, e inteso a riscattare gli uomini dalla sofferenza e dalla miseria, nel concreto e non nei filosofismi, negli utopismi e nelle astrazioni.</strong> E di questa attitudine che chiede gesti <em>attivi</em>, propria del cristianesimo, danno testimonianza i suoi saggi<em> facili</em>, scritti quasi poetici, certo semplici eppure deflagranti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Easy Essais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Fare esplodere la dinamite</em></p>
<p>Scrivendo della Chiesa Cattolica,<br />
dice uno scrittore radicale:<br />
“Roma dovrà far qualcosa in più<br />
che giocare d’attesa;<br />
dovrà usare<br />
un po’ della dinamite<br />
inerente al suo messaggio”.<br />
Fare esplodere la dinamite<br />
di un messaggio<br />
è l’unica maniera<br />
per rendere il messaggio dinamico.<br />
Se la Chiesa Cattolica<br />
non è oggi<br />
la forza sociale dinamica dominante,<br />
è perché gli studiosi cattolici<br />
han fallito nel fare esplodere la dinamite<br />
della Chiesa.<br />
Gli studiosi cattolici<br />
han preso la dinamite<br />
della Chiesa,<br />
l’hanno avvolta<br />
in una graziosa fraseologia,<br />
l’han messa in un contenitore ermetico<br />
e si son seduti sul coperchio.<br />
È giunto il momento<br />
di far saltare il coperchio<br />
sicché la Chiesa Cattolica<br />
possa diventare di nuovo<br />
la forza sociale dinamica dominante.</p>
<p>*</p>
<p><em><img decoding="async" class=" wp-image-67354 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/maurin2-195x300.jpg" alt="" width="178" height="274" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin2-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin2-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/maurin2.jpg 324w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Fuori dal Tempio</em></p>
<p>Cristo scacciò gli usurai<br />
fuori dal Tempio.<br />
Ma oggi nessuno osa<br />
scacciar gli usurai<br />
fuori dal Tempio.<br />
E nessuno osa<br />
scacciar gli usurai<br />
fuori dal Tempio<br />
perché gli usurai<br />
han preso un’ipoteca<br />
sul Tempio.<br />
Quando i costruttori di chiese costruivano chiese<br />
coi soldi presi a prestito dagli usurai<br />
accrebbero il prestigio<br />
degli usurai.<br />
Ma accrescere il prestigio<br />
degli usurai<br />
non accresce il prestigio<br />
della Chiesa.<br />
Il che fa dire all’arcivescovo McNicholas:<br />
“Siamo stati colpevoli<br />
d’incoraggiare la tirannia<br />
nel mondo finanziario<br />
finché non è diventato<br />
una vera piovra<br />
che strangola la vita<br />
della nostra gente”.</p>
<p>*</p>
<p><em>Quando la civiltà decade</em></p>
<p>Quando è il conto in banca<br />
lo standard dei valori<br />
la classe al vertice<br />
stabilisce lo standard.<br />
Quando la classe al vertice<br />
pensa soltanto ai soldi<br />
non pensa<br />
alla cultura.<br />
Quando la classe al vertice<br />
non pensa<br />
alla cultura,<br />
nessuno pensa<br />
alla cultura.<br />
E quando più nessuno pensa<br />
alla cultura<br />
la civiltà decade.<br />
Quando la distinzione di classe<br />
non è basata<br />
sul senso del <em>noblesse oblige</em>,<br />
diventa distinzione d&#8217;abiti.<br />
Quando la distinzione di classe<br />
diventa distinzione d&#8217;abiti<br />
ognuno abbozza<br />
una recita di facciata.</p>
<p>*</p>
<p><em>Chiesa e Stato</em></p>
<p>La società moderna crede<br />
nella separazione<br />
tra la Chiesa e lo Stato.<br />
Gli ebrei però<br />
non credevano in questa cosa,<br />
i greci<br />
non credevano in questa cosa,<br />
i medievali<br />
non credevano in questa cosa,<br />
i puritani<br />
non credevano in questa cosa.<br />
La società moderna<br />
ha separato<br />
la Chiesa dallo Stato,<br />
ma non ha separato<br />
lo Stato dagli affari.<br />
La società moderna<br />
non crede<br />
in una Chiesa di Stato;<br />
ma crede<br />
nell&#8217;uomo d&#8217;affari di Stato.<br />
“E questa è la prima volta<br />
nella storia del mondo<br />
che lo Stato è controllato<br />
dagli uomini d&#8217;affari”,<br />
dice James Truslow Adams.</p>
<p>*</p>
<p><em>Usura legalizzata</em></p>
<p>Il problema del sesso,<br />
il problema del matrimonio,<br />
il problema del crimine,<br />
il problema degli armamenti<br />
e del commercio mondiale:<br />
tutti questi problemi<br />
potrebbero esser risolti<br />
se riconoscessimo<br />
la necessità<br />
di abolire<br />
il commercio in denaro,<br />
e in particolare<br />
il commercio mondiale in denaro;<br />
ovvero<br />
l’usura,<br />
l’usura legalizzata,<br />
praticata dalle banche<br />
sotto la protezione<br />
degli statuti<br />
col supporto<br />
dei cosiddetti<br />
economisti ortodossi.<br />
Questa è la prima cosa<br />
che dev’essere identificata.</p>
<p>*</p>
<p><em>Sant’Agostino</em></p>
<p>Sant’Agostino disse:<br />
“Ama Dio<br />
e fa’ ciò che vuoi”.<br />
Noi facciamo ciò che vogliamo<br />
ma non amiamo Dio.<br />
E non amiamo Dio<br />
perché non conosciamo Dio.<br />
Non conosciamo Dio<br />
Perché non proviamo<br />
a conoscere Dio.<br />
E l’uomo fu creato<br />
a immagine di Dio<br />
e tutte le creature<br />
ci parlan<br />
di Dio<br />
e il Figlio di Dio<br />
venne sulla terra<br />
per dirci<br />
di Dio.</p>
<p><strong><em>Peter Maurin</em></strong></p>
<p><a href="http://www.easyessays.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">http://www.easyessays.org/</a></p>
<p>*<em>In copertina: Caravaggio, &#8220;Cattura di Cristo&#8221;, 1602</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/peter-maurin-70-anni-morte-ritratto-e-poesie-marco-settimini/">“Dare e non prendere. Servire e non comandare. Aiutare e non schiacciare”: in memoria di Peter Maurin, attivista e poeta anarco-cattolico, a 70 anni dalla morte. Con silloge di testi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/caravaggio-cristo-e1557906797617-1024x548.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Altro che Festa del Lavoro, il lavoro è una festa! Non dobbiamo lottare per gli stipendi più alti perché noi siamo impagabili; non dobbiamo lavorare a testa bassa, ma a testa alta, fieri della nostra scelta</title>
		<link>https://www.pangea.news/festa-del-lavoro-il-lavoro-come-amore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2019 09:27:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Genesi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lavoro è la festa. La festa è sacra e sacro è il lavoro. * Festa significa: il lavoro è sacro, il lavoro è la vita di tutto l’uomo, il lavoratore, non della sua parte. Vacanza analoga alla precarietà, sono vacante, vago – l’unico vagabondaggio ammesso è la ricerca, la cerca del Graal, il manufatto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/festa-del-lavoro-il-lavoro-come-amore/">Altro che Festa del Lavoro, il lavoro è una festa! Non dobbiamo lottare per gli stipendi più alti perché noi siamo impagabili; non dobbiamo lavorare a testa bassa, ma a testa alta, fieri della nostra scelta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il lavoro è la festa.</strong> La festa è sacra e sacro è il lavoro.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Festa significa: il lavoro è sacro, il lavoro è la vita di tutto l’uomo, il lavoratore, non della sua parte.</strong> Vacanza analoga alla precarietà, sono vacante, vago – l’unico vagabondaggio ammesso è la ricerca, la cerca del Graal, il manufatto, opera del lavoro dell’uomo e della scienza divina, un lavoro fatto ad arte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intendo: non si lavora a testa bassa per pagarsi la vacanza. Si lavora, sempre, a testa alta, fieramente,</strong> perché il lavoro è sacro, il lavoro è la festa. La vacanza serve perché le mani devono riposare per far volteggiare il cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché il lavoro è una festa, la festa del lavoro serve a ribadire che il lavoro è sacro – non è mai questione di ore, di tempo, ma di vita, il tempo della vita, la totalità. Nel lavoro ciascuno esplora il proprio talento, esercita il proprio genio personale:</strong> il reddito del lavoro è la gratificazione. Sono grato alla fatica perché l’opera è buona – posso scegliere di farlo gratis, addirittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare, per dare prova di sé, per dare opera a qualcosa di duraturo.</strong> Si lavora per vincere la morte, per restare memorabili, perché durante la sacralità della festa ci si ricordi anche di noi, che siamo stati abili, onesti, geniali nel lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: festiva tautologia. Senza il lavoro, cioè la libertà con cui ciascuno esplora il proprio talento, non c’è democrazia, non c’è Repubblica. <strong>L’unico obbligo dello Stato: permettere ai cittadini di scegliere il lavoro in cui provarsi, perché il talento è un onere ed è necessario specificarlo in un lavoro onorevole</strong> (che non riguarda superficiali classifiche, giochi di classe, politica classista: nell’ambito del lavoro il finanziere equivale allo spazzino, perché di fronte al talento tutti sono uguali, emerge il talentuoso).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di norma, abbiamo una visione mortificante del lavoro, di statura biblica. “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (<em>Gen </em>3, 19). <strong>Ma la fatica è la giustizia del genio, è l’esplicito premio di un lavoro ben fatto. “Ciascuno sarà premiato secondo il proprio lavoro” (<em>1 Cor </em>3, 8). Anche l’atto creativo di Dio, in <em>Genesi</em>, è detto lavoro:</strong> la fattura del mondo, del tempo, delle creature e degli elementi. “Opera singolare… lavoro inconsueto” lo dice Isaia (<em>Is </em>28, 21). Il lavoro è sacro, e nel lavoro occorre inseguire l’inconsueto. Lavorare come dono a Dio, ai figli, alla donna, a se stessi, è lo stesso: <strong>il lavoro è un dialogo, si lavora perché altri ne traggano giovamento. Noi gioiamo già della riuscita del lavoro. </strong>Ripeto: che sia strappare dal marmo una Pietà o consegnare una pizza con lo zaino in spalla, non cambia. Il lavoro è la tenuta, la tensione, la rettitudine che abbiamo nel compierlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elaborato</em>: è cosa realizzata dopo lavoro strenuo, fino allo stremo del fiato. Il labirinto è una elaborazione. Anche un oggetto di candida semplicità può essere atto di lunga elaborazione. <strong>Il lavoro è il modo con cui luogo, laboriosamente, dialoga con il mondo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pure l’etimologia, perfino scavando fino al Gange, nel sanscrito, non cede: il lavoro è qualcosa che si fa violentando il volere, che procura fatica – quindi, sofferenza – ripagata, però, dalla padronia della tecnica. <strong>Lavorare come imparare, intraprendere, fare impresa di sé, modellare a immagine del mio talento il mondo. Attraverso il lavoro, l’uomo, il lavoratore, si fa dio. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da poveraccio – cioè: da chi dà ad altri, per altro, ciò che guadagna, tenendosi il resto per pagare tetto, cibo, vestiti, if possible, e basta – dico che <strong>il lavoro, che riguarda sempre un rapporto di dignità con me stesso – il gesto fisico come armonia, la fatica come sfoggio di intelligenza – è impagabile</strong>, il mio tempo non ha prezzo, per questo va scelto, ne sono il prescelto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro, infine, come esplicito amare, atto d’amore. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/festa-del-lavoro-il-lavoro-come-amore/">Altro che Festa del Lavoro, il lavoro è una festa! Non dobbiamo lottare per gli stipendi più alti perché noi siamo impagabili; non dobbiamo lavorare a testa bassa, ma a testa alta, fieri della nostra scelta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’autore che mette il proprio nome in copertina spesso è solo una marca. Anzi, una marchetta. L’opera richiede una dedizione totale, ma oggi vince – lo sapeva già Paul Celan – la loggia dei manager editoriali</title>
		<link>https://www.pangea.news/editoria-autore-paul-celan-andrea-temporelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 13:08:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che considerazione avreste per un falegname che vi costruisce un tavolo inclinato o una sedia che non sta in piedi? Ebbene, sappiatelo, molti dei libri di poesia pubblicati in Italia, anche dalle maggiori case editrici, è scritta da persone che non saprebbero infilare tre endecasillabi decenti di fila. Figuriamoci scrivere un sonetto senza zeppe. E molti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/editoria-autore-paul-celan-andrea-temporelli/">L’autore che mette il proprio nome in copertina spesso è solo una marca. Anzi, una marchetta. L’opera richiede una dedizione totale, ma oggi vince – lo sapeva già Paul Celan – la loggia dei manager editoriali</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Che considerazione avreste per un falegname che vi costruisce un tavolo inclinato o una sedia che non sta in piedi? <strong>Ebbene, sappiatelo, molti dei libri di poesia pubblicati in Italia, anche dalle maggiori case editrici, è scritta da persone che non saprebbero infilare tre endecasillabi decenti di fila.</strong> Figuriamoci scrivere un sonetto senza <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/zeppa/" target="_blank" rel="noopener">zeppe.</a> E molti romanzieri di fama, senza i loro amati editor, rischierebbero tanti bei segnacci rossi, sui loro temini.</p>
<p style="text-align: justify;">Capiamoci. Non è il caso di fare gli snob o indignarsi per un refuso o una distrazione, specie se sono frutto di condizioni di lavoro talvolta inadeguate. Io guardo con benevolenza i miei stessi, umanissimi errori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però la dedizione e la cura con cui occorre dedicarsi all’opera deve essere totale. Per questo ascolterei volentieri qualsiasi consiglio, ma non accetterei mai un ritocchino, un’aggiustatina, una sistemata di capelli. Piuttosto, vorrei lettori fratelli pronti ad azzannarmi, con cui discutere di poetica, con cui lottare verbo su verbo, sostantivo per sostantivo.</strong> Amici così sinceri da mordere le mie scritture con famelica sincerità – liberi dalla fine di restare diversi, per quanto prossimi.</p>
<p style="text-align: justify;">E invece, di questi tempi, in questo desolato paese, ci si arrangia con il fai da te. Come se l’arte fosse un hobby, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">I libri che contano, invece, ovvero quelli che occupano le vetrine delle librerie, sono frutto di una complessa catena di montaggio, sulla quale si discute ormai fin troppo. <strong>E l’autore, che pure mette il proprio nome in cima alla copertina, è spesso solo una marca. Talvolta, una marchetta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così Paul Celan, in una nota del 1962: <strong>“Un’epoca in cui i libri non vengono più scritti, ma fatti o fabbricati: <em>poiein</em>… dove il <em>poietes</em> è il redattore – uno stadio preliminare del produttore. Da ciò anche questa nuova ‘loggia’ dei manager editoriali, in netta collaborazione con quegli altri impotenti letterati secondari – i titolari di cattedre vuote. </strong>Vacanza del poetare. Dove ancora si afferma, viene scalzato” (Paul Celan, <em>Microliti</em>, Zandonai, 2010, p. 121).</p>
<p><a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/editoria-autore-paul-celan-andrea-temporelli/">L’autore che mette il proprio nome in copertina spesso è solo una marca. Anzi, una marchetta. L’opera richiede una dedizione totale, ma oggi vince – lo sapeva già Paul Celan – la loggia dei manager editoriali</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>Carolee Schneemann è morta. Sia lode alla donna che ha fatto della propria vagina un’opera d’arte, che ha lottato contro tutti i tabù e che tutti, poi, hanno imitato</title>
		<link>https://www.pangea.news/carolee-schneemann-barbara-costa-arte-nudo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2019 08:03:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dentro la vagina, che ci va? I tampax ogni 28 giorni, l’ovetto vibrante se sto nervosa, per divertirmi una o più dita umide, e chi mi piace, perché ci sa alternare carezze e lingua. E poi ci va, decisamente, il pene. Dentro la sua, Carolee Schneemann ci metteva una pergamena ripiegata: nuda saliva su un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/carolee-schneemann-barbara-costa-arte-nudo/">Carolee Schneemann è morta. Sia lode alla donna che ha fatto della propria vagina un’opera d’arte, che ha lottato contro tutti i tabù e che tutti, poi, hanno imitato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dentro la vagina, che ci va? I tampax ogni 28 giorni, l’ovetto vibrante se sto nervosa, per divertirmi una o più dita umide, e chi mi piace, perché ci sa alternare carezze e lingua. E poi ci va, decisamente, il pene. <strong>Dentro la sua, Carolee Schneemann ci metteva una pergamena ripiegata: nuda saliva su un palco, allargava le gambe, e la srotolava davanti a tutti, leggendone il contenuto.</strong> Questa era la sua Arte, e quando stava con James Tenney, il musicista, ne ritrasse il pene eretto, turgido, in un quadro al Bard College. Risultato? La cacciarono per immoralità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66221 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1-300x125.jpg" alt="" width="370" height="154" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1-300x125.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1-768x320.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1-1024x427.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1-1320x550.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/CAROLEE-SCHNEEMANN-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" />Una sc*pata lunga tre anni, quella tra Carolee Schneemann e James Tenney, filmata a casa e impressa su una pellicola che Carolee ha ‘violentato’ macchiandola, bruciandola, lasciandola all’aperto, sotto un violento temporale, sperando che i fulmini la centrassero.</strong> Ne ha ricavato un film, <em>Fuses</em>, che trovi sul web: non c’è trama né linearità, ci sono due persone, due corpi che non rispondono a nessun input se non alle loro voglie, sciolte in un miscuglio di immagini dense, appiccicose, che si dissolvono e si ricombinano. <strong>Per questo sesso spudorato, liberatorio, estraneo ai sentimenti, <em>Fuses</em> ha da sempre scatenato polemiche:</strong> quando venne proiettato nell’URSS in sfacelo, al caos politico, alle rivolte sociali, si mischiarono quelle contro ciò che <em>Fuses</em> mostrava, e nelle menti sconvolte titillava, eccitandole.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Carolee Schneemann con la sua vagina ci ha fatto molto altro, l’ha sporcata, inzaccherata di fango, gesso, interiora di animali che spalmava sulla sua pelle. </strong>Perché il corpo di Carolee era il suo pennello, e lei lo maneggiava come voleva, lo dimenava come una baccante invasata del suo dio, quel Dioniso che la possedeva quando gioiva di carne con altre persone. Gioire di carne, ovvero gettarsi seminuda sugli altri, toccarsi e fondersi in balli-orge che a chi stupito le guardava apparivano insensate, e invece erano coreografate al millimetro. <strong>Gioire di carne per abbattere il tabù del corpo umido e dei suoi cattivi odori, della carne nuda con sopra altra carne putrida, frattaglie di pollo, pesci morti, e carta straccia, tutto materiale fetido con cui contaminarsi. <em>Meat Joy</em> era rito erotico, ma pure un infinito strascico di sangue, metafora delle guerre di cui è fatta la Storia.</strong> Carolee Schneemann sapeva bene che un corpo nudo può spaventare, e la sua forza atterrire, specie se femmina: lei si denudava e lasciava serpenti (finti) scorrere sui suoi seni, tra le sue gambe, ed era Eva, il primo peccato, o una scultura antica, tesa alla ricerca di una bellezza autentica, e del potere e dell’autorità che il patriarcale Occidente ha tolto alle donne, ma che ai primordi esse avevano, come avevano coscienza del proprio corpo – e del proprio sesso – le donne preistoriche, che sulle pareti delle caverne lasciavano traccia del loro ciclo mestruale. Il mestruo, e l’essere nati da quell’impiastro, per quella fessura buia, è questo che nel loro inconscio temono gli uomini: e guai, diceva Carolee, a sfidarli sul campo dove da sempre troneggiano, quello dell’arte, e dimostrare di saperci fare. Da sola. Una donna non deve mai stare dietro a un uomo, e nemmeno accanto: libera, deve andare per il mondo a testa alta, e rapportarsi a esso secondo idee che sono sue, non il riflesso né l’opposizione di regole maschili su cui è basata la società.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66222 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-300x246.jpg" alt="" width="320" height="262" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-300x246.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1.jpg 701w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" />È sempre stata una lotta, per Carolee, farsi prendere sul serio. <strong>Ha insegnato in università prestigiose, ma non piaceva mai, non andava bene che parlasse di Cézanne indossando una tuta piena di arance, togliendosela e tirando i frutti al pubblico.</strong> <strong>Era Arte, era Happening, era parte di quel ‘Fluxus’ dove c’erano lei e Yoko Ono, a sovvertire i canoni prestabiliti (fotogrammi delle natiche di Carolee sono in <em>Film no. 4</em>, della signora Lennon). </strong>Carolee ha passato la vita a infrangere tabù, perché ogni tabù demonizza o incanta, comunque ti ferma, ti blocca, lega la tua libertà. I tabù non sono nostri, gli abbiamo ereditati, e sono un condensato di freni e tradizioni che ti negano il piacere. Carolee Schneemann, con la sua energia, il suo carisma, senza pensare che ciò che faceva sarebbe rimasto, ha mescolato tutti i tipi di arte, e l’arte alla vita quotidiana. Col suo corpo nudo, esposto, passava dall’ebbrezza alla rabbia alla furia, scioccando l’establishment che correva a vederla ma ne parlava male, un po’ perché non la capiva, di più per offenderla in quanto donna. <strong>Le performance di Carolee urtavano i nervi dei bigotti e dei repressi e una volta a Parigi, in un <em>Meat Joy</em>, un pazzo tentò di ucciderla. Fu salvata da due donne del pubblico che non riuscì mai a ringraziare.</strong> Il lavoro della Schneemann ha influenzato tanti artisti, del suo esempio radicale si sono cibati Vito Acconci, Jeff Koons, Tunick, e Lady Gaga, il vestito di carne sfoggiato agli MTV Music Awards 2010, da chi credete l’abbia copiato?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Carolee Schneemann è morta lo scorso 6 marzo. Aveva 79 anni. È stata tra le più grandi artiste visive, toccando e intrecciando l’happening, la performance, il cinema, la scultura, la body art. Si è sempre definita un pittore.</em></strong><em> Tra i libri dove puoi trovare suoi scritti, e foto, e testimonianze del suo immenso lavoro, “Imaging Her Erotics” e “More Than Meat Joy”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/carolee-schneemann-barbara-costa-arte-nudo/">Carolee Schneemann è morta. Sia lode alla donna che ha fatto della propria vagina un’opera d’arte, che ha lottato contro tutti i tabù e che tutti, poi, hanno imitato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“L’autunnarsi delle parole di troppo”: discorso intorno all’arte del frammento, un millimetro sottratto al buio</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 12:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l’incongruenza della vita, mentre l’altro, quello coerente, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno a scendere a patti con lei”. Cioran * Il frammento è l’autunnarsi delle parole di troppo, dell’inflazione verbale. È il porsi al di là di ogni eloquenza, una compatta solitudine, e un’offerta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lautunnarsi-delle-parole-di-troppo-discorso-intorno-allarte-del-frammento-un-millimetro-sottratto-al-buio/">“L’autunnarsi delle parole di troppo”: discorso intorno all’arte del frammento, un millimetro sottratto al buio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l’incongruenza della vita,</strong> mentre l’altro, quello coerente, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno a scendere a patti con lei”. <em>Cioran</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il frammento è l’autunnarsi delle parole di troppo, dell’inflazione verbale. È il porsi al di là di ogni eloquenza, una compatta solitudine, e un’offerta al vento.</strong> È il nulla del mondo intagliato dalle macchie di china, un millimetro sottratto al buio, manciate di ossigeno puro per voltare le spalle alla confortante dimora delle parole. È rompere con la tirannia del discorso, con la vanità della scrittura, per dare l’ultima parola all’enigma del silenzio, a una stretta sovrana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, avere il <em>culto</em> del frammento significa già esserne esclusi, per ciò che più conta. Sedotti, non vi appartiene, non lo respirate. Lo praticate soltanto.</strong> È già <em>cosa</em> del: “massima potenza nel minimo volume”, un abuso di consapevolezza letteraria, un genere erudito, una tradizione dotta o una sterile miniatura di universi che rubano alla terra il suo essere terra, e il cuore che sprofonda nella Mente. È ludismo che dissacra e scippa profondità, il frutto compiaciuto di un <em>flâneur</em> intellettuale che fa l’effetto di uno specialista di enigmistica o un cabalista; che nel fare della bile uno stile, ricorre all’aforisma, alla sentenza, alla massima, alla riflessione o all’epigramma per giudicare gli altri e il mondo attraverso lo sfoggio di eleganza; con uno sforzo eccessivo, ricercato e voluto, di sottigliezza… equazione pletorica, esercizio di chiasmi, dominio dell’idealmente convenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove regna il lavoro moderno, un frammento manovale, manca un reale rivelato!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si narra che l’aforisma sia il “fossile di una lacrima”; ma se le schegge di un pensiero diventano un fossile solo quando ormai sono letteratura priva di qualsiasi estensione extra letteraria, inutile evocare la geologia quando questa non vi ha più posto;</strong> sarebbe come confondere l’astrologia con l’astronomia, o l’eco della <em>physis</em> racchiusa in un cristallo con i giardini di Le Nôtre, più figli della geometria che della terra. E là dove troviamo la <em>riflessione</em> sul chiasmo, si annida l’apoteosi dell’innaturalezza!</p>
<p style="text-align: justify;">Negare alla santa concisione lo statuto di evento, il prestigio dell’intuizione rispetto alla logica<strong>, il rango assoluto di una disposizione innata che non ‘gioca’ alla brevità ma esprime un’intima necessità, quasi il flusso rappreso di una turba organica o il paradosso verbale della fisiologia, è vile.</strong> La parola viva evoca sempre l’asemantico e il preverbale, un non luogo che uno scrittore, un innamorato delle parole, non coglie mai fino in fondo, confinato com’è in una dimensione dove i veleni immediati mutano in “valore di scambio intellettuale, vaneggiamento cosmogonico del vocabolario”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immaginate un frammento capace di dire ciò che si ha da dire fino a vedere le prime crepe nelle parole, nell’esercizio di stile, per far balenare un minimo di equivoco e di debolezza profondi:</strong> “Quel che uno è comincia a rivelarsi quando il suo talento scema – quando egli cessa di mostrare ciò che può. Il talento è anche un ornamento; un ornamento è anche un mezzo per nascondersi”. <em>Nietzsche</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
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		<title>“Scusa il tono ma non sai la voglia che ho di abbassarti le mutandine…”: nuovi documenti illuminano la vita di Alejandra Pizarnik (e Julio Cortázar va in estro)</title>
		<link>https://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Feb 2019 05:29:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono poeti che restano ciò che sono. Un pericolo. Questo è il caso di Alejandra Pizarnik, poetessa dalla potenza formidabile, una specie di Sylvia Plath argentina – per capirci, con brutale faciloneria. Nata a Buenos Aires nel 1936, una puntata, nei Sessanta, a Parigi – dove traduce tanto, da Artaud a Bonnefoy, si fa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono poeti che restano ciò che sono. Un pericolo.</strong> Questo è il caso di Alejandra Pizarnik, poetessa dalla potenza formidabile, una specie di Sylvia Plath argentina – per capirci, con brutale faciloneria. Nata a Buenos Aires nel 1936, una puntata, nei Sessanta, a Parigi – dove traduce tanto, da Artaud a Bonnefoy, si fa intima di Julio Cortázar e amica di Cristina Campo, con cui scambia lettere d’incendio – si suicida a 36 anni. Questa vita dove i versi sono lame sulle vene, ne segna la fama postuma. Pubblicata un po’ in clandestinità in Italia – gli dèi gratifichino i piccoli, grandi editori dei poeti: leggiamo la Pizarnik grazie a Crocetti, <em>La figlia dell’insonnia</em>, 2015, e a LietoColle che l’anno scorso ha stampato la <em>Poesia completa </em>(per quanto incompiuta) della poetessa argentina – la situazione non è migliore nel paese natale. “<strong>Siamo di fronte a una specie di diaspora: non esiste l’opera completa della Pizarnik”, ha detto Evelyn Galiazo,</strong> ricercatrice di documenti letterari, prof all’Università di Buenos Aires</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65841 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro1.jpg" alt="" width="121" height="177" />Qualcosa sta cambiando. La notizia l’ha data,<a href="https://www.clarin.com/cultura/alejandra-pizarnik-poeta-inolvidable-vuelve-archivos-ahora-desconocidos_0_Qld1usaMQ.html" target="_blank" rel="noopener"> con scintillio di dati, il <em>Clarin. </em></a>“Alejandra Pizarnik: un poeta indimenticabile ritorna a noi grazie a documenti finora sconosciuti”. In sostanza, grazie anche al lavoro della Galiazo, <strong>la sorella di Alejandra, Myriam Pizarnik de Nesis, ha donato alla Biblioteca Nacional di Buenos Aires una mole di documenti che dovranno illuminare il ‘cantiere’ poetico della poetessa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
“E allora si accende la macchina del tempo. E si compie il viaggio. Alejandra in qualche modo è lì. Nelle macchie di caffè lasciate sulle pagine che ha voluto custodire per qualche motivo. Ci sono disegnini che le regalavano e anche un grande ritratto che qualcuno le fece su foglio da disegno o lo schizzo di un gattino in un pezzo di carta ritagliata. Ci sono lettere, originali scritti a macchina e cose corrette a mano, quasi sempre con inchiostro di vari colori… <strong>A volte è così, punk, disordinata, strappa le pagine dei libri per riscattare qualcosa; altre volte è metodica, mette i sottotitoli alle cose con nastro adesivo. C’è l’originale scritto a macchina dell’intervista che fece a Marguerite Duras e che fu pubblicata nel 1968.</strong> Ci sono testi usciti sulla rivista <em>Sur</em> e le bozze delle traduzioni di Evghenij Evtushenko. Niente ha un ordine apparente e in quella pila c’è lei. La sua voce. Il suo passaggio per il mondo&#8230; <strong>Tra i libri della sua biblioteca c’è molta poesia, il surrealismo francese, filosofia, libri di Sartre, Saffo, tutto Proust, Simone de Beauvoir, Flaubert e libri di grammatica francese, ma anche il Fausto di Estanislao del Campo e il Chisciotte.</strong> Ovviamente, ci sono anche letture più mondane. <em>Il cuore è un cacciatore solitario</em> di Carson McCullers, qualcosa di Khalil Gibran, Henry Miller e persino un<em> Martín Fierro </em>di quando andava a scuola con alcune annotazioni di lei e di Myriam. Con insulti”. Così Daniela Pasik sul <em>Clarin</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65842 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-213x300.jpg" alt="" width="120" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-768x1084.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />I poeti vanno sondati, snidati, come piccole divinità, perché anche il frammento singolo di una lettera è qualcosa di singolare, l’abbrivio di una teologia della gioia e della disperazione.</strong> Speriamo che qualcuno s’avventi presto in questa mole di documenti. Intanto, pubblichiamo una lettera di Julio Cortázar ad Alejandra. L’ultima lettera. Da Parigi – è settembre e un anno dopo, la poetessa si suicida.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parigi, 9 settembre 1971</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mia cara, la tua lettera di luglio mi è arrivata a settembre, spero che nel frattempo tu sia già rientrata a casa. Siamo stati negli stessi ospedali, anche se per motivi diversi; il mio è del tutto banale, un incidente d’auto che è stato sul punto di.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma tu, tu, ti rendi davvero conto di tutto quello che mi scrivi? Sì, certo che te ne rendi conto e tuttavia non ti accetto così, non ti voglio così, io ti voglio viva, testarda,</strong> e renditi conto che ti sto parlando del linguaggio dell’affetto e della fiducia – e tutto ciò, cazzo, è dalla parte della vita e non della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio un’altra tua lettera, presto, una tua lettera. Anche quella parte sei tu, lo so, ma non è tutto e oltretutto non è la parte migliore di te. Uscire da quella porta è falso nel tuo caso, mi dispiace come se si trattasse di me. Il potere poetico è tuo, lo sai, lo sanno tutti quelli che ti leggono; non viviamo più i tempi in cui quel potere era l’antagonista di fronte alla vita e questa era il carnefice del poeta. <strong>Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche questo privilegio imperiale, carissima.</strong> Io ti reclamo, non umiltà, non ossequio, ma legame, con questo che ci avviluppa tutti, chiamala luce o César Vallejo o cinema giapponese: un braccio di ferro sulla terra, allegre o triste, ma non un silenzio di rinuncia volontaria. Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente Alejandra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivimi, cazzo, e scusa il tono ma non sai la voglia che ho di abbassarti le mutandine (rosa o verdi?)</strong> e darti una di quelle sculacciate che ti dicono ‘ti voglio’ ad ogni frustata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Julio</em></strong></p>
<p><em>*La traduzione dei testi dallo spagnolo è di <a href="http://www.mercedesariza.com/" target="_blank" rel="noopener">Mercedes Ariza</a>. </em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/cortazar-pizarik.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>“Capacità tecnica e sensibilità musicale vanno unite a un pensiero profondo e a uno studio rigoroso: solo così si può accedere ai segreti dei capolavori”. Francesco Consiglio incontra il pianista Filippo Gorini</title>
		<link>https://www.pangea.news/capacita-tecnica-e-sensibilita-musicale-vanno-unite-a-un-pensiero-profondo-e-a-uno-studio-rigoroso-solo-cosi-si-puo-accedere-ai-segreti-dei-capolavori-francesco-consiglio-incontra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2019 10:23:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo Honoré de Balzac, “ogni ora perduta durante la giovinezza è una possibilità di infelicità per l’avvenire”. Lo scrittore di Tours, parigino d’adozione, vuole forse suggerirci che non è ragionevole amare i giovani a prescindere, lasciandosi trascinare dalla nostalgia per quel periodo di speranze che non conoscono incertezze o introspezioni. La gioventù è un tesoro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/capacita-tecnica-e-sensibilita-musicale-vanno-unite-a-un-pensiero-profondo-e-a-uno-studio-rigoroso-solo-cosi-si-puo-accedere-ai-segreti-dei-capolavori-francesco-consiglio-incontra/">“Capacità tecnica e sensibilità musicale vanno unite a un pensiero profondo e a uno studio rigoroso: solo così si può accedere ai segreti dei capolavori”. Francesco Consiglio incontra il pianista Filippo Gorini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Secondo Honoré de Balzac, “ogni ora perduta durante la giovinezza è una possibilità di infelicità per l’avvenire”. Lo scrittore di Tours, parigino d’adozione, vuole forse suggerirci che non è ragionevole amare i giovani a prescindere, lasciandosi trascinare dalla nostalgia per quel periodo di speranze che non conoscono incertezze o introspezioni. La gioventù è un tesoro che si può colpevolmente perdere, a volte per pigrizia, a volte per uno smisurato amor proprio. “Se vuoi essere grande”, diceva un saggio illuminato, “comincia a farti piccolo. Se vuoi erigere l’edificio del tuo successo, costruisci prima le fondamenta dell’umiltà”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.filippogorini.it/index.php" target="_blank" rel="noopener">Filippo Gorini</a> è una sicura promessa del pianismo internazionale, ma nonostante la giovane età ha già capito che il talento da solo non vale molto se non è accompagnato da umiltà e predisposizione al duro lavoro.</strong> Mi darete certamente ragione dopo avere letto le sue risposte pacate, i concetti stringenti e limpidissimi, la semplicità con la quale ha raccontato sé stesso, il presente, il futuro, l&#8217;amato Beethoven, senza cadere in nessuna tentazione di tipo intellettualistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo essersi diplomato con lode e menzione d’onore </strong><strong>al conservatorio ‘Donizetti’ di Bergamo, Filippo ha calcato palcoscenici importanti in Italia e in tutto il mondo.</strong> Si è esibito con orchestre quali la Klassiches Philharmonisches Orchester di Bonn, la Beethoven Orchester di Bonn, l&#8217;Orchestra Haydn di Bolzano, la Philharmonisches Orchester Vorpommern, l&#8217;Orchestra Sinfonica del Liechtenstein, la Westdeutsche Sinfonia, l&#8217;Orchestra Nazionale Slovacca, la Filarmonica Gyeonggi. Il suo disco d&#8217;esordio, le <em>Variazioni Diabelli</em> di Beethoven, ha ricevuto elogi unanimi dalla critica, tra cui il premio Diapason d’Or, e recensioni su <em>The Guardian</em>, <em>Le Monde</em>, <em>BBC Music Magazine, Gramophone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola ‘tecnica’ deriva dal greco <em>téchne</em> che significa ‘arte’, non come la intendiamo oggi ma nel senso di saper fare una qualsiasi attività manuale o intellettuale. Un pianista che riesce a padroneggiare le diteggiature più difficili e suona con velocità e scorrevolezza, è solo per questo un buon pianista? O esistono altre imprescindibili doti che non possono essere definite senza fare ricorso alla categoria del sentimento, quella capacità spontanea di trasmettere l&#8217;essenza di un brano musicale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da sole, velocità, scorrevolezza e potenza possono al massimo destare ammirazione in un ascoltatore. Sono però solo un mezzo necessario per il passaggio successivo, che è la capacità di commuovere, di suscitare le sfumature più varie dell’animo umano, dalla fragilità alla gloria, passando per gioia, dolore, tenerezza. Basta ascoltare un’esecuzione MIDI di un qualsiasi brano di Beethoven per rendersi conto di quanto le note giuste da sole siano insufficienti a tale scopo. <strong>La sensibilità musicale è sì spontanea, ma anche e soprattutto coltivata e raffinata negli anni di studio. Se trascurata può facilmente scadere in cattivo gusto. Nell’interpretazione complessiva di un brano musicale, la propria capacità tecnica e sensibilità musicale vanno unite a un pensiero profondo e uno studio rigoroso: </strong>solo così si può accedere veramente ai segreti dei capolavori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65357 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/disco-300x268.jpg" alt="" width="229" height="205" />Nel 2017 hai inciso le <em>Variazioni Diabelli</em> di Beethoven. Quest’insieme di variazioni per pianoforte sono l’esemplificazione di un’opera alchemico-musicale: Beethoven prende un insignificante, meccanico valzer e lo trasforma in una meraviglia musicale definita dal pianista e poeta austriaco Alfred Brendel, “la più grande di tutte le opere per pianoforte”. Mi chiedo se un interprete possa aspirare a continuare l’alchimia trasformando le <em>Variazioni</em> in un oro musicale ancora più lucente o se debba, per rispetto del geniale compositore, limitarsi a trattare lo spartito come una musica esatta. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beethoven opera una trasfigurazione estrema del materiale musicale, conducendoci tramite un lungo viaggio agli spazi celesti del minuetto finale. Il compito del pianista che esegue il brano è rendere esperienza viva questa trasfigurazione che di per sé è solo sulla carta. Nel fare questo, le indicazioni in partitura di Beethoven sono la via maestra, perché racchiudono tanto quanto le note la sua sapienza musicale. Ma queste indicazioni non sono mai esatte: non sono numeriche, scientifiche, non vi è scritto quanto crescere o rallentare in alcun punto. <strong>Seguendo fedelmente Beethoven sono ancora possibili un’infinità di interpretazioni diverse e coerenti che attingono alla sensibilità individuale,</strong> allo strumento a disposizione e alle contingenze del momento per creare poi la magia dell’esecuzione in concerto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fermo restando che dovremmo sempre preferire un buon pianista che suona su un cattivo pianoforte a un cattivo pianista che suona su un buon pianoforte, credo che ognuno abbia una marca e un modello che vorrebbe trovare sul palcoscenico prima di un&#8217;esibizione. È così anche per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tendo a preferire i pianoforti Steinway, anche se oggi c’è molta valida competizione, e spesso il tecnico che prepara il singolo strumento può influire più della marca in sé. Uno Steinway preparato male può facilmente essere scadente, e uno Yamaha preparato meravigliosamente può diventare uno strumento divino. <strong>Ci sono anche poi questioni di repertorio: il suono scuro e pastoso di un Bösendorfer difficilmente si adatta alla musica francese o clavicembalistica, per cui un Fazioli è invece perfetto. Detto ciò, tuttavia, sui migliori Steinway (ad esempio preparati da Fabbrini) mi sono trovato generalmente in grado di suonare tutto</strong>, e in particolar modo di ottenere esattamente quello che volevo in Beethoven.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’italiano è stato per secoli la lingua della musica. L’origine della parola <em>pianoforte</em> è italiana, e così le denominazioni degli strumenti a corda, a fiato e a tastiera: <em>fagotto</em>, <em>flauto</em>, <em>viola</em>, <em>violoncello</em>, <em>clavicembalo</em>. Le grandi opere di Mozart sono quasi tutte in italiano, e in Europa si è a lungo parlato disinvoltamente di <em>aria</em>, <em>coloratura</em>, <em>appoggiatura</em>, <em>cadenza</em>, <em>scherzo</em>, <em>trillo</em> e tante altre parole simbolo del cosmopolitismo musicale italiano. Sono curioso di sapere se quando ti esibisci all’estero avverti l’orgoglio di appartenere all’unica nostra tradizione artistica che ha tenacemente resistito al dominio della cultura e della lingua inglese.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sapere spontaneamente il significato di tutti questi termini sicuramente mi aiuta molto nella comprensione della musica, e data la ricchezza e raffinatezza dei termini italiani sono contento che si mantengano. <strong>Non sono sicuro di essere orgoglioso in senso stretto, ma ne ho una certa soddisfazione. Sono più orgoglioso della storia musicale del mio paese e del livello dei suoi musicisti, che ancora si fanno notare a livello internazionale.</strong> C’è però un grande divario da colmare con urgenza tra il livello dei nostri musicisti e la consapevolezza che se ne ha pubblicamente, con una grave mancanza di istruzione globale in termini di musica. Su questo occorre lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel maggio scorso sei stato chiamato a sostituire il settantunenne pianista Murray Perahia, pianista e direttore d’orchestra statunitense, in un recital alla Sala Verdi, nel Conservatorio di Milano. Immagino che tu lo abbia vissuto come una sorta di superamento della linea d’ombra di conradiana memoria, quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della gioventù e, nel tuo caso, da giovane talento ti avrebbe fatto diventare un protagonista della scena musicale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stato un concerto molto importante, <strong>ma ho cercato di non pensare più di tanto a cosa rappresentasse a livello di carriera o immagine, e invece di prepararmi al meglio e suonare come sempre. </strong>Sicuramente mi ha concesso molta visibilità, ma non sono ancora un protagonista della scena musicale, e credo che più che una occasione prestigiosa singola sarà eventualmente un lungo percorso costruito in modo solido che potrebbe permettermelo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi attendono molti concerti importanti al termine di queste vacanze invernali: <strong>dalla <em>Tonhalle</em> di Zurigo ai debutti in America e Canada, e un importante tour con l’<em>Orchestra delle Fiandre </em>in Inghilterra, l’invito della <em>Fondazione Louis Vuitton</em> di Parigi, <em>Schubertiade</em> in Austria e il Secondo Concerto di Brahms con la <em>Verdi</em> a Milano a maggio, per dire solamente le cose più importanti. </strong>A marzo inoltre registrerò un altro disco, che uscirà a fine estate o inizio autunno. Andando più in là nel tempo, il progetto è sempre quello di cercare di suonare al meglio la musica che più amo. In particolare nel 2020, anno beethoveniano, aggiungerò altre sue opere al mio repertorio. Spero inoltre di completare lo studio dell’<em>Arte della Fuga </em>di Bach per il 2021.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Filippo Gorini in una fotografia di Tom McKenzie</em></p>
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		<title>“Pensavano che diventassi astronauta, la mia specialità sono i pancakes al mirtillo e ascolto anche il rap”: Francesco Consiglio dialoga con Ginevra Costantini Negri, enfant prodige del pianoforte (a dieci anni si è esibita al cospetto di Lang Lang)</title>
		<link>https://www.pangea.news/pensavano-che-diventassi-astronauta-la-mia-specialita-sono-i-pancakes-al-mirtillo-e-ascolto-anche-il-rap-francesco-consiglio-dialoga-con-ginevra-costantini-negri-enfant-prodige-de/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 07:56:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre intervistavo Ginevra Costantini Negri, talentuosa pianista diciottenne, mi è venuta in mente una frase di Giacomo Leopardi: “La giovinezza è il solo tempo di far frutto per l’età che viene”. Ciò vale in modo particolare per gli allievi musicisti, ai quali è richiesto di iniziare presto gli studi poiché non basta una vita intera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pensavano-che-diventassi-astronauta-la-mia-specialita-sono-i-pancakes-al-mirtillo-e-ascolto-anche-il-rap-francesco-consiglio-dialoga-con-ginevra-costantini-negri-enfant-prodige-de/">“Pensavano che diventassi astronauta, la mia specialità sono i pancakes al mirtillo e ascolto anche il rap”: Francesco Consiglio dialoga con Ginevra Costantini Negri, enfant prodige del pianoforte (a dieci anni si è esibita al cospetto di Lang Lang)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre intervistavo <a href="https://www.ginevracostantininegri.it/" target="_blank" rel="noopener">Ginevra Costantini Negri</a>, talentuosa pianista diciottenne, mi è venuta in mente una frase di Giacomo Leopardi: “La giovinezza è il solo tempo di far frutto per l’età che viene”. </strong>Ciò vale in modo particolare per gli allievi musicisti, ai quali è richiesto di iniziare presto gli studi poiché non basta una vita intera per conoscere e capire la musica creata nei secoli. Così ha fatto Ginevra, guadagnandosi una reputazione di <em>enfant prodige</em> del pianoforte. A soli dieci anni, si è esibita a Roma di fronte a Lang Lang, il più famoso musicista classico cinese, e qualche mese dopo ha suonato alla Carnegie Hall di New York. Da allora, la sua carriera ha avuto uno sviluppo continuo. Nel 2013 ha ricevuto una menzione speciale al <em>Sony Classical Talent Scout</em> e alcune sue esecuzioni sono state trasmesse su Radio Classica. Negli anni successivi ha studiato al <em>Mozarteum</em> di Salisburgo nelle masterclass di Rolf Plagge e si è esibita in Stati Uniti, Francia, Austria, Svizzera e Malta. <strong>Nel 2017 ha suonato il glockenspiel al <em>Teatro alla Scala</em> per il concerto del <em>Coro Voci Bianche dell&#8217;Accademia del Teatro</em>, con cui ha partecipato a numerose produzioni e concerti, tra cui il Mefistofele di Boito diretto da Riccardo Muti, la <em>Sinfonia n. 3</em> di Mahler con i <em>Wiener Philharmoniker</em> diretti da Mariss Jansons e la <em>Filarmonica della Scala</em> diretta da Riccardo Chailly.</strong> Nel 2017, è stata selezionata dall&#8217;<em>Accademia del Teatro alla Scala </em>per interpretare, da soprano, il ruolo di Zweite Knabe nel Die Zauberflöte (<em>Il Flauto Magico</em>) di Mozart. Infine, nel 2018 ha registrato il suo primo CD, intitolato <em>Gioachino Rossini – Il mio piccolo teatro privato, selezione dai Péchés de Vieillesse</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni fa ho letto un’intervista di Aldo Ciccolini, uno dei grandi pianisti del Novecento, che diceva: “Per la musica bisogna dare tutta la propria vita e anche qualcosa di più, tutto il resto è secondario”. Un concetto condivisibile se pensiamo che il lungo percorso di studi richiede tanti sacrifici e rinunce che non sono possibili a tutti. Consiglieresti a un genitore di condannare il proprio figlio a una sorta di sacerdozio in nome di un incerto futuro da musicista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto ti ringrazio di aver citato Aldo Ciccolini. La sua esecuzione di <em>Un petit train de plaisir </em>di Rossini è magnifica e lui resta un grande esempio per tutte le giovani generazioni di pianisti. Non sono però d’accordo sulla visione sacerdotale del pianismo. La motivazione nasce dalla passione e dall’amore per la musica, due elementi che portano il sacrificio in secondo piano. Certo, il lavoro deve essere costante, impegnativo e a volte duro, ma questo è vero per qualunque professione svolta con serietà. Ai genitori consiglierei di assecondare le attitudini dei figli, anche perché altrimenti temo che si voterebbero ad amare delusioni. <strong>Quanto all’incertezza del futuro, credo che la situazione economica attuale dovrebbe incoraggiare tutti a seguire le proprie passioni,</strong> visto che nessun percorso professionale sembra oggi offrire delle certezze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64695 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/COVER-1-300x300.jpg" alt="Ginevra Costantini" width="246" height="246" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/COVER-1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/COVER-1-300x300-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" />Fra le più recenti tendenze del mondo dei concerti va segnalato il successo di alcune tue giovani colleghe di abbagliante bellezza. </strong><strong>Yuja Wang suona in minigonna e attira milioni di follower sul suo profilo Instagram. Lola Astanova è considerata la pianista più sexy del mondo e si fa fotografare in abiti succinti come una modella di lingerie. Khatia Buniatishvili è stata definita ‘la Marilyn mora del pianoforte’. Suscitano entusiasmo ovunque si esibiscono ma viene il dubbio che il loro successo professionale sia dovuto in larga parte al fisico. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È naturale che il valore di un pianista, uomo o donna che sia, non si giudichi dal suo aspetto. <strong>Ed è altrettanto legittimo che ciascuno possa scegliere l&#8217;immagine che meglio rappresenti la propria personalità. Detto questo, personalmente considero Yuja Wang una fuoriclasse,</strong> indipendentemente dalla lunghezza delle sue gonne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“I più grandi pianisti del mondo tengono la loro immaginazione al guinzaglio perché hanno sempre davanti lo spartito”, scrive Keith Jarrett. A mio parere questa supremazia dell’arte come improvvisazione può essere facilmente contestata tirando in ballo poeti e drammaturghi che hanno prodotto versi immortali all’interno di rigide partizioni metriche e copioni di ferro magistralmente recitati sui palcoscenici di tutto il mondo. Perché la musica dovrebbe fare eccezione, togliendo alla nota scritta il suo primato? Credo si possa ragionevolmente affermare che lo spartito è un guinzaglio che fa immaginare libertà più vere del vero, fantasiose e accattivanti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Concordo con la tua analisi e non potrei trovare parole migliori. E poi, con uno scrittore, mai cercarle!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevi 10 anni quando hai suonato alla Carnegie Hall di New York. Cosa ricordi di quel giorno? Avevi già deciso che avresti fatto la pianista? </strong><strong>Immagino, come spesso succede, che qualcuno in famiglia abbia guidato la tua scelta, ma c’è stato un momento nel quale hai avuto la certezza di lasciarti alle spalle una vita da enfant prodige per addentrarti nella maturità pianistica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono partita per New York serbando un ricordo nitido di Lang Lang, per il quale mi ero esibita poco prima a Roma. Si era congratulato con me per il prossimo impegno, quindi come puoi immaginare la mia esperienza newyorkese era cominciata sotto i migliori auspici. Ho aperto il recital dei vincitori di una competizione americana, eseguendo Bach. <strong>Ricordo solo una grandissima emozione prima di salire in palcoscenico, illuminato dalle luci, con uno splendido <em>Steinway</em> al centro e il pubblico nell’ombra della grande sala.</strong>  Quell’anno sono entrata nel <em>Coro delle Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala</em> diretto da Bruno Casoni che ci seguiva insieme a Marco De Gaspari, e così la musica è diventata sempre più importante per me. <strong>Con il Coro, ho avuto la fortuna di studiare molte opere, messe, sinfonie e concerti, ed essere diretta dai più grandi direttori d&#8217;orchestra del mondo, come Riccardo Muti, Mariss Jansons, Riccardo Chailly, solo per fare qualche nome.</strong> Nel frattempo, frequentavo gli <em>Amici del Loggione del Teatro alla Scala</em>, un’associazione che è diventata la mia seconda casa, dove ho potuto imparare molto da Gino Vezzini, dalle conferenze di Mario Marcarini e dai grandi interpreti scaligeri. Qualche anno dopo sono entrata in Conservatorio, seguita e incoraggiata da due insegnanti di grande competenza e sensibilità: Daniela Ghigino e Anna Abbate. La scelta di fare della musica il mio lavoro è stata quindi del tutto naturale, come diretta conseguenza della mia passione e della fortuna di avere incontrato ottimi maestri. <strong>Quanto ai miei genitori, pensa che mio padre ha venduto il pianoforte all’insaputa di mia nonna che lo costringeva a prendere lezioni, e mia madre era convinta che avrei seguito un percorso di studi scientifici, magari facendo l’astronauta!</strong> Però hanno sempre sostenuto le mie scelte, e di questo li ringrazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un’intervista al quotidiano <em>Il Giorno</em>, hai dichiarato che Rossini è per te un maestro di vita. Il compositore pesarese è passato alla storia per essere un <em>bon vivant</em>, e l’altra sua passione, al pari della musica, era la cucina. Come te la cavi tra pentole e fornelli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, sicuramente sono una rossiniana anche per il piacere della tavola e del buon cibo, ma sono sempre stata più una buona forchetta che una cuoca! Mi piace però molto preparare le prime colazioni, specie d&#8217;estate, meglio ancora se in giardino con i miei amici. <strong>La mia specialità sono i pancakes al mirtillo o allo yogurt, ma anche con frutta fresca.</strong> Poi le uova strapazzate – attenzione, devono essere bavose al punto giusto! – e i biscotti. Se bruciano, pazienza, intono qualche <em>requiem…</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa domanda è veramente bislacca e spero mi perdonerai. Ti confesso che, pur avendo conosciuto molti pianisti, e avendo appurato che si tratta di persone rispettabili e simpatiche, non riesco a togliermi dalla testa un’idea che avevo da ragazzo, e cioè che molti, se non tutti, i musicisti classici sono esempi di umore malinconico, insoddisfazione e noia, perché cercano il bello in un mondo brutto e, non riuscendo ad adattarsi, entrano in conflitto con la quotidianità. Com’è la tua vita al di fuori delle note? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come potrai immaginare, l’insoddisfazione, la noia e la tristezza mal si addicono a una pianista che ha scelto un repertorio rossiniano! Sono stati d’animo che tutti proviamo, ma di certo non rappresentano tratti distintivi della mia personalità. Nella vita quotidiana, sono una ragazza come tante. <strong>Mi piace leggere, andare a teatro, al cinema, uscire con i miei amici, e poi ascolto tanta musica, non solo classica, ma anche jazz, pop, funk, rock e qualche volta anche rap. Mi piace andare alle mostre, in Italia e all’estero, e viaggiare.</strong> Con alcuni miei amici abbiamo anche girato alcuni cortometraggi, divertendoci un sacco. Spesso guardiamo film insieme: tra i preferiti, quelli di Hitchcock e Tarantino, di cui ho molto apprezzato <em>Unglorious bastards</em>, e serie tv come <em>Game of Thrones</em>. Ovviamente, appena posso vado ai concerti e alla Scala, un ambiente di eccellenza professionale ma anche di allegria, che resta per me un luogo leggendario. Spero di averti fatto cambiare opinione sulla malinconia dei pianisti classici!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di tutto, <strong>l’incubo di ogni diciottenne: la maturità! La mia sarà linguistica, e dunque: incrociamo le dita!</strong> Nel frattempo, continuerò gli studi al Conservatorio. Professionalmente, ho in calendario vari concerti: al Museo del Teatro alla Scala, al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, a Genova per la stagione del Teatro Carlo Felice, e tanti altri sia per piano solo che con formazioni cameristiche. Mi sto anche impegnando per la diffusione della musica classica tra i giovani, cercando di farla uscire dalla retorica di un’immagine polverosa e paludata e far comprendere che il suo ascolto può rappresentare un momento di divertimento. Ho in programma diversi concerti destinati ai ragazzi. Infine, un progetto a cui tengo molto: l&#8217;incisione delle <em>Sei sonate per cembalo op. 1 </em>di Cherubini<em>.</em> Sto lavorando sulle cadenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pensavano-che-diventassi-astronauta-la-mia-specialita-sono-i-pancakes-al-mirtillo-e-ascolto-anche-il-rap-francesco-consiglio-dialoga-con-ginevra-costantini-negri-enfant-prodige-de/">“Pensavano che diventassi astronauta, la mia specialità sono i pancakes al mirtillo e ascolto anche il rap”: Francesco Consiglio dialoga con Ginevra Costantini Negri, enfant prodige del pianoforte (a dieci anni si è esibita al cospetto di Lang Lang)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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