<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Kavafis Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/kavafis/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/kavafis/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 04 May 2026 04:01:50 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata</title>
		<link>https://www.pangea.news/giuliano-lapostata-storia-testi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 03:53:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano l'Apostata]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Libanio]]></category>
		<category><![CDATA[neoplatonismo]]></category>
		<category><![CDATA[pagani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=107171</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore “apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra. Voleva librarsi verso il sole [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuliano-lapostata-storia-testi/">“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore “apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra. Voleva librarsi verso il sole invitto.&nbsp;</p>



<p>Nei&nbsp;<em>Cantos</em>, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo. Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –, neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca, a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore “naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones” – tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito di una sempiterna sagacia – Pound cita le&nbsp;<em>Res Gestae</em>&nbsp;di Ammiano Marcellino (<em>Amnis herbidas ripas</em>), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="106785" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi, impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso, come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate. Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.&nbsp;</p>



<p>Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu Salustio, l’autore del trattato&nbsp;<em>Sugli dèi e il mondo</em>&nbsp;(che trovate in versione Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani – Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone… abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo&nbsp;<a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/cattivi/"><strong><em>Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma</em>&nbsp;(libro da poco edito da Ares</strong>:</a> si legge con agio, è divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu globalmente un insuccesso”).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Iulianus_Flavius_Claudius._Giuliano_lApostata-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107172" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Iulianus_Flavius_Claudius._Giuliano_lApostata-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Iulianus_Flavius_Claudius._Giuliano_lApostata-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Iulianus_Flavius_Claudius._Giuliano_lApostata-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Iulianus_Flavius_Claudius._Giuliano_lApostata.jpg 730w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p>Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’, alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso, prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti (“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto essere la fede in Cristo, cosa è stata.&nbsp;</p>



<p>La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873 e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”;&nbsp;<strong>Gore Vidal gli ha dedicato un bel romanzo,&nbsp;<em>Giuliano</em>, edito in Italia da Fazi.&nbsp;</strong>In una poesia dedicata a&nbsp;<em>Julian the Apostate</em>, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’ dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Difficile formulare in leggi l’assoluto:<br>fallimento e desiderio accerchiano la preda;<br>la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima,&nbsp;<em>Nei dintorni di Antiochia</em>, con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’ da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che nel&nbsp;<em>Misopogon</em>prendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli abitanti di Antiochia).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="785" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837-785x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837-785x1024.jpg 785w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837-768x1002.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837-600x783.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/20260424_103837.jpg 828w" sizes="(max-width: 785px) 100vw, 785px" /></figure>



<p>In una poesia esemplare – qui riprodotta&nbsp;<strong><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/teatro/le-poesie-constantino-kavafis-9788806214128/">nella versione ‘classica’ di Nicola Crocetti edita da Einaudi&nbsp;</a></strong>– Kavafis immagina&nbsp;<em>Giuliano a Nicomedia</em>, immaginando la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:&nbsp;</p>



<p><strong>“Cose sconsiderate e pericolose.<br>Gli elogi agli ideali Ellenici.</strong></p>



<p><strong>I riti magici, le visite ai templi<br>dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi.</strong></p>



<p><strong>I frequenti colloqui con Crisanzio.<br>Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso.</strong></p>



<p><strong>Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra<br>assai preoccupato. Costantino sospetta.</strong></p>



<p><strong>Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti.<br>Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno,</strong></p>



<p><strong>deve assolutamente smettere il clamore.<br>Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano</strong></p>



<p><strong>in chiesa a Nicomedia, dove<br>con voce stentorea e grande devozione</strong></p>



<p><strong>declama le Scritture, suscitando nel popolo<br>rispetto per la sua pietà cristiana.”</strong></p>



<p>Il&nbsp;<em>refrain</em>&nbsp;letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni dedicate a Giuliano. In particolare, la&nbsp;<em>Monodia per l’imperatore Giuliano</em>, intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’ le&nbsp;<em>Georgiche</em>&nbsp;di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma dell’impotenza divina:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in pietra, né in albero, né in uccello”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il testo&nbsp;<strong>è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo Pontiggia per La Finestra Editrice.&nbsp;</strong>In un passo dell’introduzione, Pontiggia ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di Giuliano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono offuscati sui testi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano. Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da necessità&nbsp;<em>celeste</em>&nbsp;– anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a lutto; questo&nbsp;<em>collasso</em>&nbsp;aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto. “Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata – alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle&nbsp;<strong>nel bel profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano</strong>&nbsp;(desueto, forse, ma elegante, va letto).&nbsp;</p>



<p>Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa profonda – e infine feconda –&nbsp;<em>frustrazione</em>, rendono l’imperatore indimenticabile, astrologicamente invitto.&nbsp;&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuliano-lapostata-storia-testi/">“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Roman_-_Roman_Greco_Art_Sculpture_of_the_Roman_Emperor_Julien_ler_apostate_331_-_363__-_MeisterDrucke-973915-1024x805.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce</title>
		<link>https://www.pangea.news/elitis-kavafis-poeti-luce-giacinto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 04:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Giacinto]]></category>
		<category><![CDATA[Odisseas Elitis]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=103787</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera: corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito. Ci avviciniamo dall’alto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elitis-kavafis-poeti-luce-giacinto/">“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera: corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito.</p>



<p>Ci avviciniamo dall’alto, disegnando dolci traiettorie. Avvistiamo i bastioni del Vaticano, San Pietro. Ecco le maestose forme, corolle di bianco marmo, fregi e lesene di ionica nostalgia – mettiamo a fuoco lo sguardo verso l’oro inseguito da Giasone.</p>



<p>Eccesso di idealismo? Forse. Come a dire: da una sponda dell’Egeo alla costa tirrenica, presidiamo l’arco interiore della distanza con la fedeltà senescente di Argo, innalzando iliache fortezze d’amore e fari di luminosa verità.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="103578" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Da due lustri ormai riecheggia la marea dell’Egeo, non lontano dalla città di Smirne. Quella notte è ormai istoriata nelle pareti del sogno. Lo pensava Saffo, lo ha scritto Elitis:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia.”</strong></p>
</blockquote>



<p>E la luna era un astro più vivido che mai, come gli occhi luminosi della circassa descritta da Kavafis. Con solide reti da pesca andavamo a caccia di coralli, tenendo chiusa in petto quella voce che si sarebbe riversata, calda e dolce come mosto, in puri esametri greci.&nbsp;</p>



<p>La strada per Efeso si snodava attraverso dorati campi di ulivi. Un tempo – dove ora il muschio ricopre gli angoli sbreccati dei capitelli – si respirava salsedine.&nbsp;<strong>Ho sempre creduto che la felicità occupi, nello spettro cromatico dell’anima, il posto dell’ocra e dell’azzurro, sigillati uno dentro l’altro come verso la linea dell’orizzonte. È qui, mi dico, che il grande solitario lanciava i suoi frammenti.&nbsp;</strong>Sì, scagliati come piccole meteore infuocate. Per questo, leggendo Eraclito, si accendono ancora piccoli falò ai bordi delle pagine e sotto l’epidermide.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="616" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-616x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103788" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-616x1024.jpg 616w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-600x997.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0.jpg 650w" sizes="(max-width: 616px) 100vw, 616px" /></figure>



<p>Sul lungomare di Smirne, nel viavai dei traghetti e tra i richiami alla preghiera, pensavo all’Asia Minore, ad Efeso e Antiochia – all’oro dell’Ellenismo –: è da qui, e non dall’Acropoli di Atene, che nasce l’umanesimo di Kavafis, come suggerisce Marguerite Yourcenar nella sua splendida presentazione critica del poeta. In quel momento, come dalle vigne e dai frutteti pieni di agrumi di Archiloco, ho cercato di spremere il succo di un modo di esistere, di una postura che giustificasse le coordinate presenti e quelle passate. Era a Odisseas Elitis che dovevo guardare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Devi saper afferrare il mare dall’odore perché esso ti dia la nave e perché la nave ti dia la Gorgona e la Gorgona ti dia Alessandro Magno e tutte le pene della grecità.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Voglio dire: deve pur esserci un filo, un’immagine, una catena che tenga uniti la pietra, i graffiti nelle caverne, la gola, il mattone e la pergamena: qualcosa che rifluisce nel tempo, nonostante il tempo, dentro il tempo, attraverso e al di fuori del tempo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dorme più profondamente chi è intriso di Storia</strong><br><strong>Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol.&nbsp;</strong><br><strong>Solo Poesia è</strong><br><strong>Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta</strong><br><strong>Come forse l’hanno immaginata le prime due creature</strong><br><strong>Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
<cite>(Odisseas Elitis,<em>&nbsp;Come Endimione)</em></cite></blockquote>



<p>Nelle linee esatte dei palazzi del centro, nelle fughe dei cornicioni – fosforescenza del passato –&nbsp;<strong>ripenso a Kavafis e a Elitis: poeti della luce. Sì, anche Kavafis, considerato il poeta della penombra e delle stanze oscurate dalle finestre chiuse. Per me, la poesia di K. inonda di luce.</strong>&nbsp;Come l’innamorata ateniese ascolta le parole dello straniero Orazio e vi scopre immagini di fulgida bellezza, così i versi del poeta greco rivelano squarci di mondo, aprono nuove rotte da percorrere con fremito di piacere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il giovane professa il proprio amore</strong><br><strong>E l’ateniese ascolta silenziosa</strong><br><strong>Il suo eloquente innamorato Orazio;</strong><br><strong>e del grande italiano la passione</strong><br><strong>con mondi nuovi di Beltà l’abbaglia.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
<cite><em>(</em>Kavafis<em>, Orazio ad Atene)</em></cite></blockquote>



<p>Anche io, mi dico con ingenuo spirito d’immedesimazione, sono un “Greco con emozioni d’Asia”. Ecco, la vedo quella geometria invisibile che mi diverto a incrinare con il richiamo di steppe, deserti e passi himalayani…</p>



<p>Ho scritto: “una fuga a ritroso dalla storia al mito” – un’anfora greca, un ciottolo levigato, lo zampillio dell’acqua e lo sguardo di una ragazza. Dai colli della periferia romana siamo arrivati a uno splendido borgo sul mare. La natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere.&nbsp;<strong>Dove fallisce la storia, arriva la poesia. Il grano ci insegna ad esercitare la sua solare e libera disciplina.&nbsp;</strong>I colori: buganvillea viola, lo smeraldo del mare, la ginestra, un ciuffo di papavero. Tra gli arbusti e i rovi roventi per il mezzogiorno sgusciano piccole vipere &#8211; anfibio attaccamento al cuore pulsante della terra. Basilico, gelsomino e tiglio; sciame di vespe: il ronzio dei millenni.&nbsp;</p>



<p>La prima voce lirica nella poesia, l’obbedienza del marmo alla carezza umana, il triangolo delle montagne introdotto nell’architettura, il richiamo dell’acqua, l’attesa minoica del tuffo, l’etrusco sorriso: c’è qualcosa che incede lungo i colli della storia, più persuasivo della tettonica delle placche. Mi viene in mente ancora una volta Kavafis:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Oh, terra d’Ionia, te amano ancora,</strong><br><strong>le loro anime te ricordano ancora.</strong><br><strong>Quando l’alba d’agosto splende su di te</strong><br><strong>Un rigoglio della loro vita percorre l’aria;</strong><br><strong>e un’eterea forma di adolescente, a volte;</strong><br><strong>indistinta, con passo celere,</strong><br><strong>incede sopra le tue alture.”</strong></p>
<cite><em>(</em>Kavafis<em>, Ionico)&nbsp;</em></cite></blockquote>



<p>A un’ansa del sentiero si trova una piccola edicola votiva dedicata alla Madonna. La ospita una nicchia scavata nella pietra. Credo sia in quella posizione da secoli. Da lì, ha vegliato sui pescatori, sui viandanti e ora continua a vigilare sulle fiumane di sciatti turisti domenicali. In un lampo di associazione, penso alle divinità dei crocevia: in Giappone, a ogni svolta, trovi piccole statue di Jizō, bodhisattva protettore dei viaggiatori. Questa Madonna mi ricorda le cappelle votive in Grecia: una in particolare, con annessa chiesetta in miniatura, sul colle di una collina ateniese che vede il Partenone. Su tutto, il bianco e l’azzurro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103789" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Tra le pagine della mia antologia di Elitis ho ritrovato una piccola icona greca: raffigura un San Giorgio fiammante nell’atto di uccidere il drago.</strong>&nbsp;Ho smesso da tempo di credere alle coincidenze. E infatti, lo sguardo individua subito delle frasi sottolineate con un lieve tratto di lapis:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tendo con tutto me stesso verso un – come dire? – avvolgente, abbagliante bene. Da come mordo un frutto a come guardo dalla finestra, sento formarsi un intero alfabeto che mi sforzo di mettere in atto con l’intenzione di comporre parole e frasi e, massima ambizione, giambi e tetrametri. Il che vuol dire: concepire e parlare di un altro secondo mondo che dentro di me arriva sempre primo.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando rileggo e rimedito tutto questo, nell’immaginazione e poi nel meriggio spalancato della cassa toracica, allora, per dirlo con Elitis,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“è come se sorgesse un secondo giorno dentro al primo”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Lorenzo Giacinto</em></strong></p>



<p><em>*La traduzione di Kavafis è di Nicola Crocetti; la traduzione di Elitis è di Paola Maria Minucci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elitis-kavafis-poeti-luce-giacinto/">“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/a71e62eb0c0afd9d8931990d7382fb8c-829x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un crimine linguistico</title>
		<link>https://www.pangea.news/tradurre-poesia-nicola-crocetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 04:33:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Nabokov]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[tradurre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=103665</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per spiegare se un testo sia traducibile sono stati scritti centinaia di libri e di saggi di traduttologia, sono state spese milioni parole in decine di lingue, tradotte a loro volta in altre decine di lingue. Quello che resta, di questo proﬂuvio verbale, di questo scialo teoretico, sono alcune affermazioni apodittiche e contraddittorie, che spesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tradurre-poesia-nicola-crocetti/">“Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un crimine linguistico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per spiegare se un testo sia traducibile sono stati scritti centinaia di libri e di saggi di traduttologia, sono state spese milioni parole in decine di lingue, tradotte a loro volta in altre decine di lingue. Quello che resta, di questo proﬂuvio verbale, di questo scialo teoretico, sono alcune affermazioni apodittiche e contraddittorie, che spesso sconﬁnano nel paradosso o nella boutade, e che fanno il giro del mondo nei convegni sulla traduzione. Il repertorio è infinito: dal precetto di Cicerone di non tradurre&nbsp;<em>verbum pro verbo</em>&nbsp;alle polemiche di San Gerolamo, dalle considerazioni di Lutero alle argomentazioni di Du Bellay, Montaigne e Chapman, a quelle di Ben Jonson sull’imitazione, ﬁno alle considerazioni ﬁlosoﬁche di Von Humboldt e ai resoconti di Goethe, Schopenhauer, Arnold, Valéry, alle teorizzazioni di Pound, Benjamin e Ortega y Gasset.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="101840" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>In Italia domina la battuta, citatissima e un po’ misogina – attribuita a Croce ma in realtà di Carl Bertrand, il traduttore tedesco di Dante, che riprese una definizione di Gilles Ménage –, secondo cui le traduzioni sarebbero come le donne, “brutte e fedeli o belle e infedeli”. Come anche quella, attribuita a Robert Frost, secondo cui “poesia è ciò che si perde nella traduzione”. Per Ortega y Gasset, la traduzione, semplicemente, “non è possibile”; per Jakobson “la poesia è intraducibile per deﬁnizione”. Walter Benjamin, pur nel suo pessimismo, sostiene che “la traduzione è necessaria”. Secondo Novalis e Humboldt, tutta la comunicazione è traduzione. C’è poi la celebre quartina di Nabokov:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Cos’è la traduzione? Su un vassoio&nbsp;<br>La testa pallida e ﬁammante di un poeta,&nbsp;<br>Uno stridìo di pappagallo, una ciancia di scimmia,&nbsp;<br>E una profanazione dei morti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Come afferma George Steiner in&nbsp;<em>Dopo Babele</em>, “per circa duemila anni di discussioni e di precetti, le convinzioni e i contrasti manifestati sulla natura della traduzione sono stati quasi gli stessi. Tesi identiche, mosse e confutazioni familiari ricorrono nelle dispute, quasi senza eccezioni, da Cicerone e Quintiliano ai giorni nostri”. Il postulato dell’intraducibilità “poggia sulla convinzione, formale e pragmatica, che non vi possa essere autentica simmetria, rispecchiamento adeguato, tra due sistemi semantici differenti”. Il punto, conclude ancora Steiner, è sempre il medesimo: la cenere non è la traduzione del fuoco.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="763" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697-763x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103666" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697-763x1024.jpg 763w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697-768x1030.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697-600x805.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Spanish_School_-_Head_of_John_the_Baptist_polychrome_wood_-_MeisterDrucke-422697.jpg 805w" sizes="(max-width: 763px) 100vw, 763px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scuola spagnola, Testa di Giovanni il Battista, XVII secolo</figcaption></figure>



<p><strong>Se, come sostiene Croce, “l’intraducibilità è la vita della parola”, resta nondimeno il dato incontrovertibile che centinaia di migliaia di biblioteche straripano di libri tradotti.</strong>&nbsp;E restano i milioni di libri tradotti da un’infinità di lingue: molti egregiamente, altri mediocremente, altri ancora pessimamente. Perché è vero che in nome della traduzione – della sua necessità, e del suo culto – sono stati commessi i delitti più infami e i più gloriosi atti di eroismo. Sepolti negli scaffali delle biblioteche, esposti sui banconi dei librai di tutto il mondo, giacciono crimini linguistici efferati, compiuti spesso da persone, come si dice, al di sopra di ogni sospetto, che le logiche editoriali impongono, o tollerano o incoraggiano, che spesso i lettori subiscono impotenti, e che nessuno punisce mai.</p>



<p><strong>In questa necessaria, indispensabile quanto spesso inutile attività dell’ingegno umano, si sono esercitate schiere di inetti, ignari spesso della lingua di partenza come di quella d’arrivo,&nbsp;</strong>consegnando agli editori o alle stampe aborti mostruosi; e imperano legioni di scrittori mancati e di scribacchini frustrati che cercano, come uccelli usurpatori, confortevole riparo in nidi altrui. Ma a tale attività offrono il loro contributo anche legioni di onesti mestieranti, che pur dietro compensi offensivi nobilitano la professione; per non dire dei non pochi geni che la elevano da attività funambolica a sublime forma d’arte.</p>



<p>Con ciò non si vuole inﬁerire sulle traduzioni letterarie malfatte, ma semplicemente porre l’accento su quanto sia arduo riuscire a fare una buona traduzione. Com’è noto, una delle attività preferite di moltissimi critici e traduttori è la caccia all’errore nelle traduzioni altrui: sport che ha prodotto qualche libro divertente e molte gogne umilianti, come l’americano&nbsp;<em>Glorious Mistakes</em>. Il che equivale, comunque, a sparare ai passeri. I francesi hanno un’espressione deliziosa per definire questi perditempo frustrati che cercano un po’ di gloria dando la caccia all’errore in traduzioni di onesti professionisti che per pochi soldi si sono consumati gli occhi su testi a volte difficilissimi al limite dell’intraducibilità: li chiamano (excuse my French)&nbsp;<em>le enculeurs des mouches</em>, i sodomizzatori delle mosche.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="796" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista.jpg" alt="" class="wp-image-103667" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista.jpg 796w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista-768x772.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista-600x603.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Giovanni_bellini_testa_di_san_giovanni_battista-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giovanni Bellini, Testa di Giovanni il Battista, 1470 ca.</figcaption></figure>



<p><strong>Come diceva Pound, i critici dovrebbero ricordarsi che scopo della traduzione poetica è appunto la “poesia”, non le deﬁnizioni verbali dei dizionari;</strong>&nbsp;<strong>e che a volte una traduzione è brutta proprio perché non sbaglia mai.&nbsp;</strong>Il fondamento della traduzione poetica, infatti, è la trasposizione, non il rispecchiamento, vale a dire la restituzione fedele del senso poetico, e la necessità di compiere, nella lingua d’arrivo, lo stesso percorso creativo che ha condotto l’autore originale a dare al suo testo, tra tutte le forme possibili, quella storicamente proposta e non altre. In questo senso, allora, ogni testo diventa traducibile, con buona pace di Croce (che del resto non era poeta) e di tutti i pudichi glottologi che con reverenza quasi superstiziosa ritengono sacro e inviolabile il testo originale.</p>



<p>Prendiamo&nbsp;<strong>il caso del greco-alessandrino Costantino Kavafis</strong>, che mentre in Grecia (dove lui non è mai vissuto) infuriava asperrima la questione della lingua, se cioè si dovesse usare la lingua popolare (<em>dimotikì</em>) o quella riformata (l’aulica&nbsp;<em>katharèvusa</em>), lui, “alla periferia dell’impero”, ad Alessandria d’Egitto, usava nella sua poesia un amalgama delle due lingue, creando uno stile personalissimo, unico e inimitabile. Se il neogreco è dunque l’unico caso di diglossia praticata in un Paese moderno, com’è possibile tradurre un poeta, che tra l’altro occasionalmente usa metrica e rima, e una lingua “schizofrenica”, in qualsiasi altra lingua a cui sia estraneo il fenomeno della diglossia? Eppure lo hanno fatto in moltissimi. Secondo una recente ricerca dell’Università di Salonicco, Kavaﬁs è in assoluto il poeta moderno più tradotto e imitato al mondo (seguito a diverse lunghezze da Pessoa).&nbsp;<strong>Che cosa sarà mai rimasto della “intraducibile” poesia di Kavaﬁs nelle innumerevoli versioni fatte nelle lingue più ignote, compresa la lingua dei maori?</strong>&nbsp;Di certo, come nel caso di molti altri poeti, qualche inevitabile scempio metafrastico. Ma forse non solo. Io credo che resti dell’altro, che se si perde molta “ﬁlologia” rimanga però anche un po’ di buona “poesia”. Diversamente non si spiegherebbe il paradosso che uno dei poeti moderni “più intraducibili” come Kavafis abbia inﬂuenzato forse più di chiunque altro buona parte della poesia contemporanea moderna.</p>



<p>Personalmente credo che la traduzione vada intesa secondo il principio dell’equivalenza, e che il traduttore dovrebbe sforzarsi di pensare a come sarebbe l’opera originale se fosse stata scritta nella propria lingua. E mi torna alla mente Novalis, secondo cui la traduzione è “poesia della poesia”, giacché il traduttore, nel suo sforzo di dare una nuova veste linguistica all’originale, deve prima enuclearne la “poeticità”.&nbsp;<strong>Questo è il principio di equivalenza su cui dovrebbe fondarsi l’atto del tradurre. Atto che è garantito solo se il traduttore è un poeta o ha alle spalle una solida cultura poetica.</strong>&nbsp;Se poi il traduttore-poeta condivide con l’autore che traduce principî estetici e artistici comuni, e ha con quest’ultimo afﬁnità ideali, allora il testo tradotto riuscirà davvero a costituirsi come un’opera nuova e originale. Credo che l’obiettivo ﬁnale di ogni traduzione, infatti, sia quello di trascendere l’originale, in un certo senso ucciderlo per trasformarlo in un nuovo originale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="708" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maineri-testa-di-san-giovanni-battista.jpg" alt="" class="wp-image-103668" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maineri-testa-di-san-giovanni-battista.jpg 708w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maineri-testa-di-san-giovanni-battista-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maineri-testa-di-san-giovanni-battista-600x868.jpg 600w" sizes="(max-width: 708px) 100vw, 708px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giovan Francesco Maineri, Testa di Giovanni il Battista, 1502</figcaption></figure>



<p>Ma questa è una situazione ideale, quasi sempre difﬁcile da verificarsi.&nbsp;<strong>Le necessità dell’editoria moderna sembrano far prevalere le esigenze delle traduzioni di servizio su quelle artistiche, e d’altro canto non sempre i buoni traduttori sono anche poeti, e viceversa.</strong>&nbsp;Ma anche quando una stessa persona riesca a coniugare in sé le qualità del poeta e del traduttore, i pericoli non mancano. Il testo originale rischia di essere dimenticato e sostituito completamente da un altro testo (a volte persino migliore, come per esempio è capitato al&nbsp;<em>Cinque maggio</em>&nbsp;di Alessandro Manzoni tradotto da Goethe), che reca in sé le tracce dell’ideologia e delle esperienze di colui che pertanto dovrà considerarsi il nuovo autore, e le speciﬁcità proprie dell’ambito linguistico e culturale d’arrivo.</p>



<p><strong>Tradurre, dunque, non è né possibile né impossibile: è semplicemente necessario.</strong>&nbsp;Per dirla con Benjamin, la traduzione è un luogo d’incontro tra lingue e culture diverse, un luogo utopico di raccordo tra le divergenze. È un mezzo di circolazione, di crescita e di arricchimento culturale prezioso e indispensabile.&nbsp;</p>



<p>Forse la miglior traduzione letteraria possibile è quella della poesia tradotta dai poeti, cioè la poesia tradotta in “poesia”.</p>



<p><strong><em>Nicola Crocetti</em></strong></p>



<p><em>*Questo testo è stato scritto per una conferenza sulla traduzione tenutasi a Parigi nel 2000. Fortunosamente ritrovato dall’autore, ci è parso bello pubblicarlo, non come l’ennesimo documento su un tema per sua natura infinito – come lo è il linguaggio, come lo è il suo umile tedoforo: l’uomo – ma per la sua smaliziata ‘luccicanza’, per la sua inesausta fede nel ‘fatto’ poetico. Al poeta, in effetti, non interessano gli applausi del pubblico pagante (o fraudolento), ma che la sua poesia ‘agisca’ davvero: che faccia piovere sul deserto, che faccia muovere le montagne, che muova a compassione gli induriti cuori.&nbsp;</em></p>



<p>In copertina: Albrecht Bouts, Testa di Giovanni il Battista, XV secolo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tradurre-poesia-nicola-crocetti/">“Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un crimine linguistico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/LC-60_55_2_Supp3-1024x988.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“In un angolo sghembo del mondo”. Kavafis, il gigante solitario</title>
		<link>https://www.pangea.news/kavafis-nicola-crocetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Apr 2025 04:19:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia neogreca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=103027</guid>

					<description><![CDATA[<p>Costantino Kavafis è il poeta di paradossi. Il primo e principale è che un giovane privo di formazione scolastica grecofona e mai vissuto in Grecia, sia diventato uno dei maggiori poeti greci del Novecento.&#160;Il suo greco era quello di un autodidatta, che non di rado faceva errori di ortografia sconcertanti. Il secondo paradosso è che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-nicola-crocetti/">“In un angolo sghembo del mondo”. Kavafis, il gigante solitario</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Costantino Kavafis è il poeta di paradossi. Il primo e principale è che un giovane privo di formazione scolastica grecofona e mai vissuto in Grecia, sia diventato uno dei maggiori poeti greci del Novecento.</strong>&nbsp;Il suo greco era quello di un autodidatta, che non di rado faceva errori di ortografia sconcertanti. Il secondo paradosso è che Kavafis non ha mai pubblicato una raccolta di versi in vita. La prima è uscita postuma, nel 1935, due anni dopo la sua morte. Le sporadiche pubblicazioni su riviste provinciali e di scarsa circolazione gli erano valse in Grecia lazzi e derisioni a causa della sua omosessualità.</p>



<p>Kavafis nasce ad Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863, ultimo di nove figli di Petros e Charìklia Fotiadi, esponenti di importanti famiglie aristocratiche (Fanarioti) di Costantinopoli, ricchi titolari di un’azienda di import-export con succursali in Inghilterra. Due anni dopo la morte di Petros, nell’agosto 1870, Charìklia e i figli si trasferiscono a Liverpool e a Londra. Nel 1876 l’impresa di famiglia fallisce; l’anno seguente, via Parigi e Marsiglia, i Kavafis tornano ad Alessandria, dove Costantino si iscrive al liceo commerciale. Nel 1882, in seguito a gravi scontri tra il partito nazionalista e gli occupanti britannici (l’Egitto è un loro protettorato), in cui rimane distrutta la casa di famiglia, Charìklia e i figli più giovani riparano a Costantinopoli – all’epoca capitale dell’impero ottomano –, dove rimangono fino al 1885. È in questo periodo che Costantino comincia a scrivere versi e ad avere le prime esperienze omosessuali. Sempre nel 1885, a 22 anni, ritorna ad Alessandria, dove risiederà fino alla morte, avvenuta il 29 aprile 1933, giorno del suo settantesimo compleanno.&nbsp;</p>



<p>Si dedica allo studio e al lavoro, collabora con diversi giornali, frequenta la Borsa come agente di cambio (occupazione che mantiene fino al 1902) e approfondisce la conoscenza della letteratura greca e bizantina, nonché di quella francese e inglese. Nel 1892 viene assunto come impiegato part time nell’Ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici di Alessandria, dove si fa apprezzare per le sue conoscenze linguistiche (parla inglese, greco, francese, arabo e un po’ d’italiano, oltre alle lingue classiche). Manterrà l’impiego fino alla pensione, nel 1922, anno della catastrofe greca in Asia Minore.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="101840" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Una delle definizioni più pertinenti della poesia di Kavafis è forse quella del suo traduttore francese, il poeta Dominique Grandmont. Poiché la verità non è mai quella che ci narrano i vincitori, occorre interessarsi ai personaggi ignorati dalla Storia, a piccoli commercianti, nobili dissoluti o assassinati, generali traditi o dignitari esiliati;&nbsp;<strong>occorre prendere in esame non la cultura “emblematica”, ma gli eventi occulti, determinanti e per questo cancellati. È quello che Kavafis fa – dice Grandmont –, donandoci “una specie di Iliade dei dimenticati”.</strong>&nbsp;Un’operazione analoga a quella di Plutarco, la cui erudizione Kavafis ammirava, e le cui opere erano probabilmente i suoi&nbsp;<em>livres de chevet</em>, tali e tanti sono nei suoi testi i riferimenti allo storico greco (vi sono testimonianze<strong>&nbsp;</strong>di come il poeta amasse citarlo a memoria in pubblico, non senza civetteria). Se nelle sue&nbsp;<em>Vite</em>&nbsp;Plutarco indaga la Storia di Roma e della Grecia attraverso l’ethos dei personaggi, Kavafis, nelle sue poesie ‘storiche’ e ‘filosofiche’ mette in risalto gli aspetti meno noti della personalità dei suoi protagonisti. I suoi sono sì gli eroi della Storia maiuscola, come gli Spartani di Leonida alle Termopili, a cui il poeta dedica una delle sue poesie più belle e commosse, ma soprattutto le umili comparse di una storia minuscola e dimenticata. Sono sovrani macedoni, seleucidi, egiziani, tiranni greco-siriani e imperatori bizantini dai nomi pomposi – l’Evergete, il Benefattore (trasformato dal popolo in Kakergete, il Malfattore), il Poliorcete, l’Assediatore di città, il Nicatore, il Vittorioso –, o nomi beffardi, come il Misopogon (l’Odiatore della barba). Principi destinati spesso a essere uccisi dal nemico, com’è naturale, ma anche a cadere vittime di cospirazioni ordite da amici, fratelli, mogli infedeli. Sovrani tronfi e vanesii, messi alla berlina dal popolo con nomi dissacranti e ironici – Schiavo, Naso aquilino, Làtiro (Cece), Fiscone (Panzone) –, che il poeta definisce, tout court, “pagliacci”.</p>



<p><strong>Perché Kavafis ha un suo personale alto senso della giustizia storica: demitizza i potenti svelandone le false glorie e le miserie, raccontandone le sconfitte e la decadenza; riabilita personaggi a suo parere ingiustamente diffamati; in altre parole, punta a ristabilire una sua verità.</strong>&nbsp;E soprattutto, al pari di Plutarco, è impegnato a ricuperare e a far rivivere la grandezza della Grecia e della sua lingua. Una lingua già parlata all’età del bronzo e che, come è stato detto, “ha insegnato ai popoli la dolcezza e l’umanità”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="831" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788806214128.jpg" alt="" class="wp-image-103028" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788806214128.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788806214128-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">LE POESIE. TESTO GRECO A FRONTE</figcaption></figure>



<p>Basta, tutto ciò, a spiegare il successo straordinario, senza uguali nella poesia del Novecento, di questo poeta vissuto ai margini di tutto – dell’impero geografico e delle lettere, della vita sociale e professionale, dell’editoria e della critica –, di quest’uomo colto e raffinato, greco alessandrino di nascita, di lingua e di sentimento, costretto a guadagnarsi il pane come travet anglofono nell’Ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici nell’Egitto protettorato britannico?</p>



<p>Certamente al suo successo universale hanno concorso altri fattori, primo fra tutti la relativamente facile traducibilità della sua poesia nelle altre lingue.&nbsp;<strong>Perché se è vero che nella traduzione va persa una delle caratteristiche principali della poesia di Kavafis, cioè lo smalto del suo impareggiabile greco – un amalgama di lingua colta e popolare, che conferisce al suo lessico la levigatezza e le screziature del marmo –, molto altro si conserva, soprattutto l’afflato morale, il sarcasmo e l’ironia</strong>&nbsp;con cui sono ritratti eventi e personaggi di un mondo remoto e sconosciuto: quello dell’ecumene ellenistica, della Siria, della Seleucìa, di Cirene, di Tiana, dei Tolomei d’Egitto, di Bisanzio. Nell’opera di Kavafis sono stati contati i nomi di 251 personaggi, 130 dei quali storici, 64 mitologici e 57 di fantasia. Mondi lontani mille o duemila anni da noi e per lo più estranei a gran parte delle culture e dei Paesi odierni, ma che il poeta utilizza spesso come metafore della contemporaneità.</p>



<p>Un altro elemento dell’importanza di Kavafis è la straordinaria attualità della sua poesia: che, pur essendo quella di un autore del passato, si può leggere come un’opera dei nostri tempi. Anche spogliata, nelle traduzioni, dello splendido orpello (l’aurea pellis) della sua lingua, questa poesia parla ai suoi posteri, ai nostri contemporanei, e quasi certamente parlerà alle generazioni future, con una forza e un’incisività non intaccate dal tempo.&nbsp;<strong>Come d’altronde egli era ben cosciente quando diceva di sé, con la sua amabile ironia: “Kavafis è un poeta del futuro’.</strong></p>



<p>Kavafis suddivideva le sue poesie in tre categorie: “filosofiche”, “storiche” ed “erotiche”, o sensuali. Una ripartizione che secondo alcuni critici non ha senso, vuoi perché non pochi testi sono riconducibili all’una o all’altra categoria, vuoi perché, come ha fatto notare il suo traduttore americano Daniel Mendelsohn, il poeta deve essere apprezzato in una prospettiva unica: quella che gli consentiva di guardare alla storia con l’occhio di un amante e al desiderio con l’occhio di uno storico. Del resto lo stesso Kavafis ha affermato che “molti poeti sono soltanto poeti, mentre io sono un poeta storico”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="616" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788883062216_92_1000_0_75-616x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103029" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788883062216_92_1000_0_75-616x1024.jpg 616w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788883062216_92_1000_0_75-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788883062216_92_1000_0_75-600x997.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/9788883062216_92_1000_0_75.jpg 650w" sizes="(max-width: 616px) 100vw, 616px" /></figure>



<p><strong>L’Alessandrino aborre gli abbandoni e gli sdilinquimenti lirici. Scandaglia con severità l’animo umano ma ha pietà delle sue debolezze. Esalta il primato dell’Arte e della Poesia. Rimarca con orgoglio la bellezza e l’unicità dell’inestimabile patrimonio della cultura e della lingua greca ricevuto in eredità</strong>, e che egli ha contribuito ad arricchire forgiando a suo uso e consumo un idioma nuovo, che rende unica, riconoscibile e inimitabile la sua voce. Kavafis riserva il suo sarcasmo ai fanatici e ai puritani, lui che ha come unica religione la tolleranza. Infine, rivendica la legittimità del sentimento e della passione in ogni sua forma, anche in quelle “che la morale corrente condanna”. E sulla sua opera intera appone il sigillo dell’ironia.</p>



<p>Domina, nell’opera di Kavafis, il tema del tempo che tutto altera; la presenza del passato nel nostro presente, la realtà inestricabile dall’immaginazione. E ci sono, imprinting inconfondibili, l’eros e la memoria, soprattutto nelle poesie “erotiche” o sensuali. Sono i testi originati dagli incontri casuali sulle scale di casa (al pianterreno dello stabile in cui abitava, al numero 10 della rue Lepsius – oggi museo – c’era un bordello), a teatro o nei luoghi di piacere che frequentava. Sono i versi sull’esaltazione della bellezza fisica (labbra rosse, capelli neri profumati, pelle di gelsomino, occhi di zaffiro, corpi modellati da Amore), sul desiderio erotico inappagato, sugli amori e i luoghi della giovinezza rievocati con rimpianto a distanza di anni. In questi testi, un terzo circa delle 154 poesie del “canone”, la sua omosessualità compare inizialmente per accenni timidi e velati (si considerino i tempi e l’ambiente in cui visse e scrisse), per farsi nel tempo più ardita e quasi sfrontata. E anche per alcuni di questi testi non di rado chiama ‘in soccorso’ personaggi e autori della Grecia antica, quasi a voler dare maggior vigore al diritto della sua diversità, a rivendicare con orgoglio una delle fonti principali della sua ispirazione. Nelle poesie in cui parla apertamente di amore omoerotico, Kavafis ricorre al vocabolario usato nella società in cui vive, definendolo “illecito”, “morboso”, “anomalo”.&nbsp;<strong>In altre parole, un tipo di piacere (nella mia traduzione delle sue poesie questa parola compare 40 volte) considerato perversione. E tuttavia, in una nota privata del 1902, il poeta afferma che per lui “la perversione” è “fonte di grandezza”.</strong></p>



<p>Non è mancato, in Grecia e altrove, chi ha attribuito all’omosessualità di Kavafis una parte importante del suo successo. Secondo costoro, sarebbero stati i suoi paladini omofilòfili a diffonderne l’opera e a incoraggiarne le traduzioni. È indubbio che amici e ammiratori come E. M. Forster, Maurice Bowra, Wystan H. Auden hanno concorso a far conoscere Kavafis nel mondo anglosassone, l’unico che allora contasse veramente ai fini della diffusione planetaria di un nome, di una figura, di un’opera.&nbsp;<strong>Forster, che conobbe Kavafis ad Alessandria durante la Prima guerra mondiale, nel 1919 pubblicò un articolo in cui descriveva il valore del suo lavoro, l’uso inimitabile della lingua e la sua “inconsueta filosofia”. L’immaginazione del pubblico fu colpita in particolare dalla descrizione del “gentiluomo greco in paglietta, ritto in piedi, assolutamente immobile, in un angolo sghembo del mondo”.&nbsp;</strong>Di Auden è rimasta famosa la definizione del suo “inconfondibile&nbsp;<em>tone of voice</em>”, che sopravvive alla traduzione. Bowra ne elogiò la lingua magistrale, che mescola il greco erudito e i testi antichi con lo slang della moderna Alessandria.</p>



<p><strong>Numerosi sono stati, fin da subito e soprattutto in Grecia, i detrattori del poeta. A cominciare dal patriarca delle lettere greche Kostìs Palamàs,</strong>&nbsp;assertore della poesia lirica e della lingua popolare, il quale definì i testi dell’Alessandrino meri reportages, “annotazioni indegne di diventare poesie”. Molti altri intellettuali ateniesi manifestarono apertamente la loro ostilità alla poesia di Kavafis, imputandogli errori di ortografia e l’uso di una lingua improbabile (viene in mente la nostra Amelia Rosselli), senza risparmiargli commenti ingenerosi e imitazioni crudeli.&nbsp;<strong>Perfino Nikos Kazantzakis diede voce a un’opinione comune: “Kavafis è uno degli ultimi fiori di una cultura. Un fiore dalle foglie doppie scolorite, dal lungo stelo svigorito, un fiore senza seme”.&nbsp;</strong>Seferis ribadì in altro modo le proprie riserve: “Kavafis è una fine, non un inizio”. E più avanti Elitis lo definirà un “innovatore, ma vecchio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="620" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51mEygDdsYL-620x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103030" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51mEygDdsYL-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51mEygDdsYL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51mEygDdsYL-600x991.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51mEygDdsYL.jpg 654w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p>Certo è che al suo apparire la poesia di Kavafis provocò scompiglio e ribellione nell’ambiente letterario provinciale e sonnacchioso della Grecia d’inizio secolo. Ma nel 1924, nel momento degli attacchi più virulenti contro di lui, la rivista ateniese “Nea Techni” gli dedicò per la prima volta un numero speciale. Tra i vari articoli, quello del poeta Napoleon Lapathiotis ne prendeva le difese e si scagliava contro i suoi avversari accusandoli di “animosità, invidia, parzialità fanatica, superficialità meschina, ignoranza totale e sistematica di ciò che significano l’Arte e l’artista”. L’opera di Kavafis, scriveva Lapathiotis, è invece “originale, senza precedenti” e, come “una quintessenza della poesia, schiude gli orizzonti dell’Arte universale”.</p>



<p>Lungo fu il processo di maturazione di Kavafis, considerato spesso un “poeta della vecchiaia”. Tuttavia, una volta raggiunta la pienezza espressiva (verso i quarant’anni), egli rifiutò gran parte della produzione precedente,&nbsp;<strong>escludendola dalle 154 poesie del “canone”, lo stesso numero dei sonetti di Shakespeare.</strong>&nbsp;Anche se è indubbio che alcune delle poesie “rifiutate” e “inedite” avrebbero potuto benissimo far parte delle poesie del “canone”.</p>



<p>Oggi sono innumerevoli, in tutto il mondo, le schiere degli estimatori e lettori, che hanno fatto di Kavafis il poeta più tradotto, più conosciuto e uno dei più amati del Novecento.&nbsp;<strong>A partire, in Italia, da Filippo Maria Pontani, il primo a presentarlo integralmente più di mezzo secolo fa e la cui versione, al pari della poesia di Kavafis, sfida il tempo.</strong>Giorgio Seferis ha scritto che “al di là della sua poesia Kavafis non esiste”. In effetti la sua vita somiglia a quella di alcuni dei personaggi storici minori da lui riesumati, ma che la scintilla di un evento, di un motto insignificante, di un epitaffio semicancellato, del volto di un bel giovane visto per strada o raffigurato su una moneta, di un nome storico dimenticato o fittizio, accende di improvvisi bagliori.&nbsp;<strong>Il poeta visse per lunghi anni in isolamento volontario: un’esistenza schiva, punteggiata da rare assenze dalla sua amata Alessandria&nbsp;</strong>– se si eccettuano gli anni trascorsi da ragazzo in Inghilterra e a Costantinopoli, brevi visite a Parigi e ad Atene e l’ultimo soggiorno di sei mesi nella capitale greca per essere operato di un cancro alla laringe che ne segnò la fine. Giornate scandite dai discreti incontri omosessuali nelle case di piacere o nel suo appartamento, da passeggiate in città, da soste nei caffè popolari, da appassionati conversari con amici e visitatori occasionali. E, cosa più importante, dalle immersioni notturne negli studi e nelle letture di autori classici e storici antichi.</p>



<p>Con altrettanta parsimonia distribuì la propria opera,&nbsp;<strong>che si rifiutò sempre di raccogliere in volume, e che incessantemente correggeva, riscriveva, cancellava</strong>, intervenendo anche sulle&nbsp;<em>feuilles volantes</em>&nbsp;a stampa che distribuiva agli intimi e a pochissimi eletti, assillato dalla smania di riuscire ad apporre l’ultimo tocco di perfezione alla sua poesia.&nbsp;</p>



<p>Kavafis visse quasi esclusivamente al servizio della Poesia e dell’Arte, del suo amore per la lingua e dell’appassionata dedizione alla cultura greca: cose tutte che elevò a vertici empirei. Questa è stata, e continuerà a essere, la sua eredità.</p>



<p><strong><em>Nicola Crocetti</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>11 poesie di Kavafis nella traduzione di Nicola Crocetti</strong></p>



<p><em>La satrapia</em></p>



<p>Che disastro! Sei fatto<br>per cose grandi e belle<br>e hai sempre questa sorte ingrata<br>che coraggio e successo ti riﬁuta;<br>hai consuetudini vili come intralcio,<br>meschinità, indifferenze.<br>Ed è tremendo il giorno che ti arrendi<br>(il giorno che rinunci e che ti dai per vinto)<br>e ti metti in cammino verso Susa<br>per andare a trovare il re Artaserse<br>che benigno ti accoglie alla sua corte<br>e ti offre satrapie e favori.<br>E tu le accetti con disperazione<br>queste cose di cui non sai che farti.<br>Ben altro chiede l’anima, per altre cose piange:<br>per le lodi del popolo e dei Dotti,<br>i difﬁcili, inestimabili consensi;<br>e l’Agorà, il Teatro, le Ghirlande.<br>Come può darti tutto ciò Artaserse?<br>La satrapia può darti queste cose?<br>E senza queste, me la chiami vita?</p>



<p>*</p>



<p><em>Itaca</em></p>



<p>Se ti metti in viaggio per Itaca<br>augurati che sia lunga la via,<br>piena di conoscenze e d’avventure.<br>Non temere Lestrigoni e Ciclopi<br>o Posidone incollerito:<br>nulla di questo troverai per via<br>se tieni alto il pensiero, se un’emozione<br>eletta ti tocca l’anima e il corpo.<br>Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,<br>e neppure il feroce Posidone,<br>se non li porti dentro, in cuore,<br>se non è il cuore a alzarteli davanti.<br>Augurati che sia lunga la via.<br>Che siano molte le mattine estive<br>in cui felice e con soddisfazione<br>entri in porti mai visti prima;<br>fa’ scalo negli empori dei Fenici<br>e acquista belle mercanzie,<br>coralli e madreperle, ebani e ambre,<br>e ogni sorta d’aromi voluttuosi,<br>quanti più aromi voluttuosi puoi;<br>e va’ in molte città d’Egitto,<br>a imparare, imparare dai sapienti.<br>Tienila sempre in mente, Itaca.<br>La tua meta è approdare là.<br>Ma non far fretta al tuo viaggio.<br>Meglio che duri molti anni;<br>e che ormai vecchio attracchi all’isola,<br>ricco di ciò che guadagnasti in viaggio,<br>senza aspettarti da Itaca ricchezze.<br>Itaca ti ha donato il bel viaggio.<br>Non saresti partito senza lei.<br>Nulla di più ha da darti.<br>E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.<br>Sei diventato così esperto e saggio,<br>avrai capito Itaca che vuol dire.</p>



<p>*</p>



<p><em>Più che puoi</em></p>



<p>Se non riesci a farla come vuoi, la vita,<br>sforzati almeno più che puoi<br>di non prostituirla<br>nei contatti eccessivi con la gente,<br>con i gesti eccessivi e le parole.<br>Non la svilire col portarla<br>troppo spesso in giro, con l’esporla<br>ai rapporti e ai commerci<br>dell’insensatezza quotidiana<br>finché diventi estranea ed importuna.</p>



<p>*</p>



<p><em>Assai di rado</em></p>



<p>È un vecchio. Senza forze, curvo,<br>storpiato dagli anni e dagli abusi,<br>cammina a passo lento nella viuzza.<br>Ma appena rientra in casa a rintanare<br>il suo misero stato e la vecchiaia, riflette<br>sulla parte che ha ancora presso i giovani.<br>Adolescenti ora dicono i suoi versi.<br>I loro occhi vivi son colmi delle sue visioni.<br>Le loro menti sane e sensuali,<br>le loro carni ben tornite e sode,<br>la sua idea di bellezza fa vibrare.</p>



<p>*</p>



<p><em>Una notte</em></p>



<p>La camera era povera e triviale,<br>nascosta sull’equivoca taverna.<br>Dalla ﬁnestra si vedeva il vicolo<br>sudicio e angusto. Da sotto<br>provenivano voci di operai<br>che giocavano a carte e facevano baldoria.<br>E lì, sull’inﬁmo e sordido giaciglio,<br>ebbi il corpo d’amore, ebbi le labbra<br>sensuali e rosate dell’ebbrezza –<br>rosate di una tale ebbrezza, che anche adesso<br>che scrivo, dopo tanti anni!,<br>nella mia casa solitaria, m’ubriaco ancora.</p>



<p>*</p>



<p><em>Torna</em></p>



<p>Torna sovente e prendimi,<br>torna e prendimi amata sensazione –<br>quando il ricordo del corpo si ridesta<br>e trascorre nel sangue il desiderio antico;<br>quando labbra e pelle rammentano,<br>e alle mani pare di nuovo di toccare.<br>Torna sovente e prendimi, di notte,<br>quando labbra e pelle rammentano…</p>



<p>*</p>



<p><em>Lontano</em></p>



<p>Questo ricordo lo vorrei ridire…<br>Ma ormai s’è così spento… quasi più nulla resta –<br>perché giace lontano, negli anni primi dell’adolescenza.<br>Pelle come di gelsomino fatta…<br>Quella sera d’agosto – ma era agosto?…<br>Ricordo appena gli occhi; erano azzurri, credo…<br>Ah sì, azzurri, uno zafﬁro azzurro.</p>



<p>*</p>



<p><em>Guardai così ﬁssa</em></p>



<p>Guardai così ﬁssa la bellezza<br>che se n’è riempito lo sguardo.<br>Linee del corpo. Labbra rosse. Membra sensuali.<br>Capelli come da statue greche presi:<br>anche se spettinati sempre belli,<br>caduti un po’ sopra le fronti bianche.<br>Volti d’amore, come li voleva<br>la mia poesia… le notti della mia giovinezza,<br>nelle mie notti incontrati di nascosto…</p>



<p>*</p>



<p><em>Aspettando i barbari</em></p>



<p>– Che aspettiamo, raccolti nell’agorà?<br>Oggi devono arrivare i barbari.<br>– Perché è così inoperoso il Senato?<br>E perché siedono senza far leggi i Senatori?<br>Perché oggi arrivano i barbari.<br>Che leggi devon fare i Senatori?<br>Quando verranno, faranno leggi i barbari.<br>– Perché l’imperatore s’è alzato così presto<br>e sta alla porta maggiore della città<br>solenne in trono, e indossa la corona?<br>Perché oggi arrivano i barbari.<br>E l’imperatore aspetta di ricevere<br>il loro capo. Anzi ha disposto<br>di offrirgli una pergamena. Sulla quale<br>gli ha scritto molti titoli e nomine.<br>– Perché stamani i due consoli e i pretori<br>sono usciti con toghe rosse ricamate?<br>Perché indossano bracciali colmi di ametiste<br>e anelli con smeraldi splendidi e lucenti?<br>Perché oggi impugnano le preziose mazze<br>dai raffinati ceselli d’argento e d’oro?<br>Perché oggi arrivano i barbari;<br>e queste cose abbagliano i barbari.<br>– Perché i valenti retori non vengon come sempre<br>a fare i loro discorsi, a dire le loro cose?<br>Perché oggi arrivano i barbari;<br>e hanno a noia concioni ed eloquenza.<br>– Perché questa inquietudine, d’un tratto,<br>questo scompiglio? (Come si sono fatti serî i volti.)<br>Perché si svuotano in fretta strade e piazze<br>e tutti tornano a casa pensierosi?<br>Perché si è fatta notte e non son venuti i barbari.<br>Messaggeri son giunti dai conﬁni<br>e han detto che non ci sono più barbari.<br>E ora, senza barbari, che sarà di noi?<br>Era una soluzione, quella gente.</p>



<p>*</p>



<p><em>Giorni del 1901</em></p>



<p>Questo aveva dagli altri di diverso:<br>che pure nella sua dissolutezza,<br>nel soverchio esercizio dell’amore,<br>e nonostante l’armonia consueta<br>tra il suo atteggiamento e l’età,<br>c’erano istanti in cui – ma beninteso<br>istanti rari – dava l’impressione<br>che la sua carne fosse quasi intatta.<br>Dei suoi ventinove anni la bellezza,<br>la tanto cimentata dal piacere,<br>in quegli strani istanti ricordava<br>un efebo maldestro che all’amore<br>la prima volta il corpo casto cede.</p>



<p>*</p>



<p><em>Termopili</em></p>



<p>Onore a quanti nella loro vita<br>si fecero custodi delle Termopili,<br>senza mai venir meno a quel dovere.<br>Integri e giusti nelle loro azioni,<br>ma sempre con pena e compassione;<br>generosi se ricchi, e generosi<br>sia pur con poco se indigenti,<br>soccorrevoli quanto possono;<br>pronunciando sempre la verità,<br>ma senza detestare i mentitori.<br>E sono degni di più grande onore<br>se prevedono (e molti lo prevedono)<br>che all’ultimo comparirà un Efialte<br>e comunque i Persiani passeranno.</p>



<p>Traduzione di&nbsp;<strong>Nicola Crocetti</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-nicola-crocetti/">“In un angolo sghembo del mondo”. Kavafis, il gigante solitario</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Konstantinos_Kavafis-714x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>&#8220;Altri trovano il coraggio dell&#8217;azione&#8221;. Kavafis in love</title>
		<link>https://www.pangea.news/kavafis-ritratto-sofia-cacchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 09:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Sofia Cacchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=86608</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una notte a Kalinteri e altre prose, pubblicato dalla casa editrice pistoiese Via del Vento, si inserisce nella collana “Ocra gialla”: una preziosa raccolta che custodisce testi inediti e rari di grandi letterati del Novecento. Il titolo prende il nome dal racconto di apertura che, con un connubio di concretezza e musicalità sempre sulla soglia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-ritratto-sofia-cacchi/">&#8220;Altri trovano il coraggio dell&#8217;azione&#8221;. Kavafis in love</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.viadelvento.it/catalogo/scheda.php?libro=270"><em>Una notte a Kalinteri e altre prose</em></a>, pubblicato dalla casa editrice pistoiese Via del Vento, si inserisce nella collana “Ocra gialla”: una preziosa raccolta che custodisce testi inediti e rari di grandi letterati del Novecento.</p>
<p><strong>Il titolo prende il nome dal racconto di apertura che, con un connubio di concretezza e musicalità sempre sulla soglia di una fuggevole trascendenza, guida il lettore passo dopo passo attraverso gli occhi di Konstantinos Kavafis.</strong> L’io narrante si prospetta un timoniere attento, pronto a celebrare e rendere lode alle bellezze tacite dei villaggi che costellano la Grecia orientale, fino a Costantinopoli. Proprio nella Città d’Oro, <a href="https://www.pangea.news/kavafis-poesie/">il celebre poeta</a> originario di Alessandria d’Egitto ritorna nel 1882, anno di svolta e prese di coscienza: a seguito di un periodo trascorso in Inghilterra dopo la morte del padre, è il luogo in cui acquista consapevolezza delle radici elleniche e delle inclinazioni omosessuali.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86610 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/kavafis.440k10x8-221x300.jpg" alt="" width="288" height="389" /></p>
<p><strong>Risale a qualche anno dopo (1885-1886) la prosa di apertura sopraccitata, ambientata a Kalinteri – un esteso litorale bagnato dal Bosforo, “dio di buon cuore”, le cui acque increspate dal vento non fanno che sorridere ai suoi spettatori.</strong> Una voce carica di ammirazione racconta con dovizia di particolari la natura bizantina: un <em>locus amoenus</em>, abitato da brezze in forma di spiriti consolatori, notti gioiose e valli lodevoli. Sfogliando queste pagine, sembra quasi di assaporare i suoi religiosi silenzi, di intravedere le sue acque ridenti, di essere inebriati dai suoi fiori che spargono profumata eloquenza. <strong>Fra queste righe si cela uno dei grandi poteri della scrittura di Kavafis: far toccare con mano ciò che altri occhi non avrebbero neppure scrutato.</strong></p>
<p>A questo intreccio di musicale concretezza, si affianca il racconto <em>Alla luce del giorno</em> in cui si manifesta la quintessenza dello scrivere kavafisiano, caratterizzato da “un’irruzione del demoniaco e del fantastico nel quotidiano” – come sottolinea la curatrice Claudia Ciardi. Un fantasma nelle sembianze di un uomo sulla quarantina, con uno sguardo malinconico e beffardo a galvanizzare i suoi occhi, inizia ad abitare regolarmente i sogni del protagonista. Ad ogni apparizione, il visitatore immaginario gli indica la strada per diventare milionario. Eppure, Alexandros A., di fronte a quell’indovino di pensieri, non riesce a vincere il proprio timore. Forse, senza mai trovare il coraggio di osare.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86612 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/Konstantinos-Kavafis1-e1612555528454-300x183.jpg" alt="" width="466" height="284" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/Konstantinos-Kavafis1-e1612555528454-300x183.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/Konstantinos-Kavafis1-e1612555528454.jpg 720w" sizes="(max-width: 466px) 100vw, 466px" /></p>
<p><strong>In questa cornice governata da un’aura di spiritualità e magia, si inserisce un solenne inno al piacere. Kavafis invita i propri spettatori a spalancare le finestre così da “sentire le prime avvisaglie dei soldati in marcia, quando arriva il reggimento del piacere con la sua musica e bandiera”.</strong> E arruolarsi in questo esercito non porterà che gioia duratura: che ti esaurisce, ma ti esaurisce inebriandoti.</p>
<p><strong>Le altre prose riconfermano le molteplicità tonali e di genere che confluiscono in un solo scrittore in divenire: quello kavafisiano è un laboratorio dalle infinite sfaccettature, dentro al quale non si può che farsi prendere per mano e lasciarsi guidare.</strong> E dal 1935, anno della prima pubblicazione dopo la morte dello scrittore, sembra che l’amore del suo pubblico non faccia che aumentare. D’altronde, lo stesso Kavafis predisse che la propria fama postuma si sarebbe accresciuta col tempo. E, come sottolinea Claudia Ciardi, la profezia non fa che avverarsi.</p>
<p>“Noto spesso quanta poca importanza le persone danno alle parole […].</p>
<p>&#8220;Un uomo semplice sa che la stragrande maggioranza pensa il contrario, quindi tace, ritenendo sia inutile parlare, dal momento che nulla cambierà le cose. È un errore grossolano […].</p>
<p>&#8220;Ecco perché mi limito a parlare ma non credo che le mie parole siano inutili.</p>
<p>&#8220;Altri trovano il coraggio dell’azione.</p>
<p>&#8220;Le mie molte parole – quelle di un timido come me – presiedono al manifestarsi di un’energia. Servono a preparare il terreno.”</p>
<p><em><strong>Sofia Cacchi</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-ritratto-sofia-cacchi/">&#8220;Altri trovano il coraggio dell&#8217;azione&#8221;. Kavafis in love</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/Fig.-3-1024x661.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Redenzione e utopia nell&#8217;Egitto di Marco Alloni. &#8220;Il quaderno di Kavafis&#8221; è un romanzo profetico di cui avevamo bisogno</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-alloni-quaderno-kavafis-romanzo-profetico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2021 07:49:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Alloni]]></category>
		<category><![CDATA[profezia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=83401</guid>

					<description><![CDATA[<p>Può nascere un profeta del terzo millennio senza il peccato di Adamo ed Eva, che non sia il figlio di una religione monoteista e di una tradizione biblica? Un iniziato che si eleva, nel suo cammino mortale, dal mare ad un cielo d’amore per emancipare l’uomo dalle sue umiliazioni, scardinando il vile principio della sopraffazione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-alloni-quaderno-kavafis-romanzo-profetico/">Redenzione e utopia nell&#8217;Egitto di Marco Alloni. &#8220;Il quaderno di Kavafis&#8221; è un romanzo profetico di cui avevamo bisogno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Può nascere un profeta del terzo millennio senza il peccato di Adamo ed Eva, che non sia il figlio di una religione monoteista e di una tradizione biblica? Un iniziato che si eleva, nel suo cammino mortale, dal mare ad un cielo d’amore per emancipare l’uomo dalle sue umiliazioni, scardinando il vile principio della sopraffazione sull’altro e il ciclo interminabile delle guerre di conquista, di controllo territoriale. Si affaccerebbe sul presente, se così fosse, un eversivo <em>modus vivendi </em>per una civiltà di resistenza.</p>



<p><strong><a href="https://www.aliberticompagniaeditoriale.it/catalogo/autore/62" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Marco Alloni (che vive al Cairo da molti anni ed è conosciuto, oltre che per i suoi romanzi e saggi,&nbsp;per una serie di dialoghi con Marco Travaglio, Furio Colombo, Margherita Hack, Giancarlo Caselli, Antonio Tabucchi, Claudio Magris,&nbsp;Umberto Galimberti, Giulio Giorello&nbsp;e Amos Luzzato)</a></strong>, nel corposo romanzo <em>Il quaderno di Kavafis</em> (Jouvence 2020) impianta le basi, in un bel prologo, del suo metaracconto che si inoltra coraggiosamente nelle profondità inquiete di ogni destino da redimere, quindi volto ad una soluzione politica, prima che di natura religiosa, a partire da un centro concentrico: Alessandria d’Egitto.</p>



<p><strong>Diciamo subito che questa lunga e calibrata narrazione non è schiacciata da una vagheggiante forma spiritualista. È piana, limpida, distesa in una lingua d’uso mai intellettualistica o parossistica</strong>. Non ha nulla a che fare con la <em>new age</em>, con un modello preconfezionato, subculturale, con una corrente di pensiero <em>à la page</em> per ottenere l’illusione di un corale benessere psico-fisico. Nelle pagine di Alloni scorre soprattutto la storia più recente e futura, la realtà traballante di un Paese, l’Egitto, di una regione, il Medio-Oriente, cruenta, affranta dalla logica del terrorismo e da un dominio nascosto nella falsa democrazia. </p>



<p>Un arco temporale centenario attraversa l’Egitto dal 1949 al 2049, fino alla maturazione di un’immaginaria, certificata soluzione, di un assetto geografico all’insegna della giustizia sociale che condizionerà non solo una nazione, ma un ordine estendibile ovunque, in cui, utopicamente, marxismo e misticismo, o per meglio dire marxismo e senso civile del sacro, si incontrano in una feconda, definitiva fraternità. Il profetismo di cui è permeato il romanzo di Marco Alloni farebbe propendere per una fede tramandata come fosse una riedizione zarathustriana, un dogma che permetterebbe, già nell’abbrivio, la supremazia del bene sul male. <strong>Invece i protagonisti di questa vicenda, innanzitutto familiare, non sono così imperituri, ma crescono di madre in figlia, si incarnano in un’ipotesi simile a quella cristologica</strong>. Racchiudono, proprio in una percezione iniziatica, ma dai risvolti concreti, il senso totalizzante dell’esistenza veicolata tra intenzione e mistero, tangibilità e beatitudine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="534" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/ALLONI-1.jpg" alt="" class="wp-image-83402" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ALLONI-1.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ALLONI-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ALLONI-1-768x513.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p><strong>Ocram Anolli (l’acronimo dello scrittore stesso) racconta ciò che José Saramago, citato in esergo del libro, definiva l’alternativa al neoliberismo: cioè nient’altro che la nostra coscienza</strong>. Astorinos, di origine armena, con “i capelli bianchi e il ventre prominente, ampia calvizie e dita affusolate”, ha la passione per i profeti ebraici e auspica il ritorno di un messia, di un eletto, perché possa rifondare la speranza sull’irrazionalità e la purezza del sentimento. Mette al corrente Ocram della sua concezione strategica, di una propensione al cambiamento della gestione statale. La politica, il mercato, l’economia, il capitalismo e la stessa tecnica, stanno conducendo all’Apocalisse, ad una resa dei conti che si riverserà nell’atroce giudizio finale. Servirebbe, appunto, un erede di Buddha, di Abramo, di Isaia, di Maometto, di Cristo.</p>



<p>Negli anni Cinquanta, dopo la fine del colonialismo inglese, gli egiziani divennero strenui difensori della libertà. <strong>È qui che Marco Alloni fa partire la sua utopia, dalla famiglia Karinakis: precisamente da Miriam, che ha delle strane, sorprendenti premonizioni</strong>. È la moglie di un orafo, Ahmed. Il racconto molecolare di Astorinos procede attraverso menzioni, episodi, aneddoti che vedono stagliarsi in primo piano, passo dopo passo, la giovanissima figlia dei Karinakis, Janikla, tutta presa dal prendere appunti e dal tracciare la memoria di ciò che succede in casa, nel quaderno con l’effige in copertina di Costantino&nbsp;Kavafis, poeta greco nato e morto ad Alessandria d’Egitto. Janikla ha una splendida penna creativa e aspira a diventare una scrittrice. <strong>La madre, sempre più, parla con gli spiriti e prevede guerre, devastazioni. I suoi vaticini preceduti da un rituale in cui chiude gli occhi davanti ad uno specchio rococò, la immortalano nel ruolo della visionaria “insolitamente eccezionale”</strong> che non abita solo il suo tempo, ma un altrove in cui parla metà in greco e metà in arabo.</p>



<p>Nella prima parte del romanzo Marco Alloni fa della preveggenza di questa donna un dono, una grazia, mai tralasciando la geopolitica del luogo, che registra l’ostilità di Israele verso l’Egitto e l’invasione del Sinai nel 1956, nonché l’attacco ai porti e agli aeroporti da parte delle forze atlantiche: l’inizio di una nuova barbarie che rende dure e crudeli le tensioni in Egitto, bandendo parole chiave come “poesia” e “mistero” per cementare un neo-imperialismo di stampo occidentale.</p>



<p>Qual è l’antidoto per superare un demoralizzante stato di dissoluzione e irresponsabilità? Il Grande Sogno, come viene definito, un miracolo determinato dagli angeli. Scrive Alloni con fermezza, quasi incarnasse un postulato indiscutibile: <strong>“No all’oppressione, no al servilismo economico, no alla sudditanza politica, no alle macchinazioni del potere, no alla schiavizzazione delle masse in nome dei privilegi dei pochi, no al male, no alla tentazione di arrendersi alla sorte”</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="595" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2-595x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83403" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2-595x1024.jpg 595w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2-768x1321.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2-893x1536.jpg 893w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/alloni-2.jpg 930w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></figure>



<p>Da Janikla, che sposerà Alexis, di origine greca, convertitosi all’Islam e proclamatosi obiettore di coscienza, nascerà il figlio dell’indipendenza, un maestro della dignità, promotore di una fiera e pacifica opposizione al monopartitismo dittatoriale guidato da abili sfruttatori della finanza, della “cupola del malaffare” che dissemina disordine in un interregno armato. <strong>Siamo tra il 1984 e il 1987. In questo clima spaesante scatta la versione più intraprendente, ideale, appunto utopica di Marco Alloni, che segue all’arrivo di saltimbanchi dal mare, fantasmi, creature portatrici di una buona novella, della serenità gioiosa tra la gente</strong>. In un certo senso questi funamboli suggellano la gravidanza di Janikla. </p>



<p>Strane parole si formano nel corpo della ragazza, un sillabario francese, latino, arabo, turco, aramanico. È il preludio alla nascita senza peccato originale di Zahannad. “<strong>E mentre lei era ancora in piedi, tutta bagnata, a guardarsi lievitare senza poter far nulla per evitarlo, un assordante grido si liberò dal suo pube come se vi fosse incastrato un leone</strong>. Non passò un secondo che un corpiciattolo rosso e livido, con due incredibili occhi spalancati, ancora allacciato alla placenta con le manine chiuse a pugno davanti a un pancino pieno di sangue e liquido amniotico, rotolò dalla pancia sul pavimento e rimase lì come un fagotto caduto a terra dal terzo piano”.</p>



<p>La prodigiosa venuta al mondo del neonato si compie con una risonanza di senso, come se Zahannad fosse già consapevole. Si fa strada la convinzione che si tratti di un predestinato, che proprio lui dovrà insidiare le fondamenta del tetragono capitalismo. <strong>Nel prosieguo del romanzo prevede il crollo delle Torri Gemelle, la follia degli islamisti più radicali, il crollo di terre musulmane assoggettate</strong>. Tutto questo mentre Astorinos si lascia incantare da una colombiana e Ocram perde la solidarietà e la vicinanza del profetologo e raccontatore.</p>



<p>Zahannad procede nell’invocazione celeste e nella missione che dovrà ribaltare le sorti dell’Egitto. Dal cielo al mare viene calato un vascello che raggiunge gli umani: è questo il ponte tra gli angeli e i diseredati, il sogno da cui il profeta è nato per annientare il Drago. Zahannad fa leva sulla fede universalistica, finora sconosciuta, sulle creature del mare. Scrive, come sua madre, in un quaderno con la copertina che ritrae Kavafis, da cui una meraviglia esortazione si tramuta in realtà. E sulla lotta al Drago la domanda risuona terrifica: “Ma si può usare la violenza delle armi per contrastare la violenza del potere?”.</p>



<p>*</p>



<p>Zahannad sparisce per quattro anni e raggiunge la sua meta. È il mare, nel quale comunica con i gabbiani e con i pesci. I suoi occhi scrutano e i suoi polmoni respirano. Nuota in profondità e non prende fiato, non perde coscienza. Acquisisce il dono della telepatia, entra nella mente delle persone, le condiziona nella sua atarassia. <strong>In fondo al mare vivono gli angeli, di cui è figlio. Zahannad capisce che la politica deve diventare angelica e unire ogni confessione religiosa per un’etica condivisa da musulmani, cristiani, ebrei, induisti, buddisti, scintoisti e animisti</strong>. Essere non dovrà più significare offendere, armarsi, uccidere.</p>



<p>Come costruire un’altra vita, spartana, vestendosi con una casacca di cotone allacciata al petto, simile alle tuniche, o indossando un <em>gallabeya</em> color avorio? “Da dove venga e dove sia diretto nessuno lo sa: per il momento sta lì, come uno di famiglia, allieta la gente coi suoi racconti, le sue parabole, diverte i bambini con i suoi giochi e aiuta le famiglie nelle mansioni domestiche. Ma soprattutto, a partire da un certo momento, comincia a parlare”. Il suo indottrinamento si basa sulla calma, sull’inflessibilità. Si realizza l’inverosimile: <strong>Zahannad è ormai alto più di due metri e appare un pioniere nella storia maggiore del mondo. Occupa un’oasi nel deserto e scongiura lo scempio che si abbatte sul Medio Oriente</strong>. Il profeta è un ispirato, un cantastorie, un pellegrino. In fondo, un uomo come un altro che quieta gli animi più scettici. Da ogni sua lacrima partorisce un apostolo in carne ed ossa: un’emanazione atavica, un’ulteriore goccia in difesa della parola benevola, di un altrove sapiente.</p>



<p><strong>L’oasi di Zahannad è ormai uno stato dotato dello stretto necessario per essere abitato da Kharga fino al confine con la Nubia.</strong> Accoglie i profughi in un lotto di venti chilometri: un nucleo urbano, un insediamento sostenuto dall’onestà, dall’equità, senza beni in eccedenza, senza accumuli, arricchimenti. Gli ospedaletti sono gratuiti e non vengono impartite tasse. Non esistono discriminazioni o una dottrina prevalente. Ogni crimine comporta l’esclusione dalla comunità. Anche i militari aderiscono, fino a che, nel 2049, l’oasi raggiunge ben due milioni di domiciliati.</p>



<p>Zahannad, figlio del cielo e del mare, ha sconfitto l’irriducibile nemico: il Drago. Viene battezzato, infine, il Salvatore.</p>



<p>*</p>



<p>Tentiamo un avvicinamento, un virtuale confronto nel tempo di una crisi radicale così protratta anche in Europa e non solo nel Medio Oriente. <strong><a href="http://www.pangea.news/paolo-volponi-ma-chi-legge-ancora-paolo-volponi-eppure-quanto-vorrei-un-volponi-in-parlamento/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cosa ci trasmette l’utopia lacerata di Marco Alloni, a differenza di quella compressa nella scissione dell’io di Paolo Volponi, scrittore da Alloni amato, specie negli anni della frequentazione dell’Università di Urbino, da ragazzo?</a> </strong>Volponi anelava un luogo dove l’immaginazione fosse il contrario del potere, dove la lezione di San Francesco si dimostrasse attuale in mezzo alla confusione delle lingue. Auspicava un modello che superasse la nevrosi dovuta all’alienazione industriale. Il lavoro specie computerizzato (presago di un futuro imminente) risultava meccanico, frustrante, e seguiva ad una fase storica costellata di privazioni, fratture, insensatezze, disagi. </p>



<p><strong>Paolo Volponi intuì che il capitalismo e il possesso irrompevano da demoni determinando l’impossibilità conciliativa dell’uomo del capitale con l’uomo del sogno</strong>. Le società modernizzate erano e sono basate sull’esaltazione dell’individuo, sulla sua atomizzazione. Concepiscono riduttivamente un’etica, quella edonistica e tecnologica, del successo individuale sulla natura e sugli altri. Volponi paventava un riscatto per una società più giusta, per un umanesimo fondato sul lavoro e sull’impiego del profitto in favore dei meno abbienti.</p>



<p><strong>Marco Alloni non vive in Italia. La differenza è sostanziale, perché pone l’uomo-scrittore dinanzi alla guerra, alla morte giornaliera, ad un distopico comando di bellicosi governanti</strong>. Se Volponi è terrigeno nella messa in opera, Alloni guarda ad una rivoluzione dell’anima nel proscenio di Dio. La sua è una lotta per i diseredati e contro la fame, la collera e la vendetta, il nichilismo contemporaneo. <strong>Volponi, Sciascia e Morante immaginavano la deflagrazione della materialità della vita, del prodotto, della merce, del valore di scambio</strong>. Alloni, con questo romanzo, si rifà ad un’innocente meditazione che blocca l’assalto delle multinazionali impartendo le regole della pietà in un universo scisso, disperante. Il suo comandamento è la pace e non la spada, un accadimento allegorico, un trasalimento. È la parabola, il bisogno di un conforto celeste, di una verità infallibile, evangelica, di chi prende la croce e va. Dunque il punto d’arrivo si attua nella redenzione e nella conversione: miracolo e prodigio insieme. <strong>Un’utopia spinta al massimo grado, che tocca punte di fantasmagoria nel Grande Sogno di Zahannad e del suo popolo</strong>.</p>



<p><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-alloni-quaderno-kavafis-romanzo-profetico/">Redenzione e utopia nell&#8217;Egitto di Marco Alloni. &#8220;Il quaderno di Kavafis&#8221; è un romanzo profetico di cui avevamo bisogno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/konstantinos-kavafis-1-e1614844153266-1024x590.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Dalle cose che feci o dissi non cerchino d’indovinare chi fui”. Le poesie di Kavafis, l’uomo che con timida sicurezza varcò i secoli</title>
		<link>https://www.pangea.news/kavafis-poesie/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/kavafis-poesie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2020 10:15:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=79300</guid>

					<description><![CDATA[<p>Costantino – o Konstantinos, come vi viene meglio – Kavafis è uno dei poeti più prossimi e tradotti nel mondo che ancora cerca se stesso in una vigna di versi. È strano per un poeta che ha scritto poco, di nascosto, poesie, si direbbe, incise nella cera, fatte per sparire. Eppure, nato in Alessandria d’Egitto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-poesie/">“Dalle cose che feci o dissi non cerchino d’indovinare chi fui”. Le poesie di Kavafis, l’uomo che con timida sicurezza varcò i secoli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Costantino – o Konstantinos, come vi viene meglio – <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/konstantinos-kavafis/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kavafis</a> è uno dei poeti più prossimi e tradotti nel mondo che ancora cerca se stesso in una vigna di versi. È strano per un poeta che ha scritto poco, di nascosto, poesie, si direbbe, incise nella cera, fatte per sparire. Eppure, nato in Alessandria d’Egitto, nella convergenza esatta di svariate culture, Kavafis è stato preso da Iosif Brodskij come l’emblema dell’espatriato, del poeta che passeggia tra i secoli con timida sicurezza. <img decoding="async" class=" wp-image-79301 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro-9-182x300.jpg" alt="" width="303" height="499" />“Costantino Kavafis ci ha lasciato una delle più originali e commoventi rappresentazioni del tempo umano che sia dato trovare nella storia della letteratura mondiale”, attacca Nicola Gardini narrando “La musica di Costantino Kavafis”, introducendo la raccolta delle <a href="https://www.ibs.it/poesie-scelte-libro-konstantinos-kavafis/e/9788883063480?inventoryId=222898969" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“Poesie scelte”</strong></a> del grande poeta, da poco pubblicata da Crocetti, nella sua nuova vita (Feltrinelli). Ora non c’è editore che non abbia il ‘suo’ Kavafis, sorta di amuleto poetico. Non è secondario l’affetto <a href="http://www.pangea.news/kavafis-poesia-ceronetti-crocetti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">di Guido Ceronetti</a> verso questo poeta che in caffè riviveva la gloria e la disfatta di una civiltà. Pubblicato la prima volta in Italia nel 1956 da Scheiwiller, nella traduzione di Filippo Maria Pontani – con “un ricordo” di Giuseppe Ungaretti – il nome di Kavafis è strettamente legato a Nicola Crocetti. La sua casa editrice, quarant’anni fa, nasce all’ombra di Ghiannis Ritsos e di Kavafis, di cui traduce le “Poesie erotiche”, introdotte da Vittorio Sereni. Negli anni usciranno le “Poesie segrete” e diverse antologie. Qui riproduciamo alcune poesie dall’ultima pubblicazione. </em></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Cose nascoste</em></strong></p>
<p>Dalle cose che feci o dissi<br />
non cerchino d’indovinare chi fui.<br />
C’era un impedimento a trasformare<br />
il mio modo di vivere e di agire.<br />
C’era un impedimento, e mi fermava<br />
molte volte che stavo per parlare.<br />
Dalle mie azioni meno appariscenti<br />
e dai miei scritti più velati –<br />
da questo solo mi conosceranno.<br />
Anche se forse non varrà la pena<br />
che facciano tanti sforzi per capirmi.<br />
Più avanti – in una società perfetta –<br />
apparirà di certo qualcun altro<br />
che mi somigli e agisca da uomo libero.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Anna Comnena</em></strong></p>
<p>Nel prologo dell’Alesside, Anna Comnena<br />
piange la propria vedovanza.</p>
<p>È in preda alla vertigine. “E”, ci dice,<br />
“fiumi di lacrime m’inondano<br />
gli occhi… Ahimè, i flutti” della sua vita,<br />
“ahi, le rivoluzioni”. Per la pena brucia<br />
“fino alle ossa, alle midolla, all’anima lacerata”.</p>
<p>Ma la verità sembra un’altra: quella donna<br />
avida di potere ebbe un unico cruccio,<br />
ebbe un solo grave dolore<br />
(anche se non l’ammette) quella superba Greca:<br />
non aver potuto, lei, scaltra com’era,<br />
conquistare il trono; glielo tolse<br />
quasi di mano quell’impudente di Giovanni.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Malinconia del poeta Iasone, figlio di Cleandro, a Commagene, 595 d.C.</em></strong></p>
<p>L’invecchiare del corpo e dell’aspetto<br />
è la ferita di un coltello atroce.<br />
Non lo sopporto più.<br />
Arte della Poesia, mi appello a te,<br />
che sai qualcosa di rimedi, e tenti<br />
di alleviare la pena con Fantasia e Parole.</p>
<p>È la ferita di un coltello atroce. –<br />
Porta i tuoi farmaci, Arte della Poesia,<br />
che alleviano – per poco – la ferita.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Dalla scuola del celebre filosofo</em></strong></p>
<p>Fu studente di Ammonio Sacca per due anni;<br />
ma lo annoiarono la filosofia e Sacca.</p>
<p>Poi entrò in politica. Ma piantò<br />
anche quella. L’eparca era un idiota;<br />
intorno a lui, marionette ufficiali, sussiegose;<br />
orrendo e barbaro il loro greco, poveracci.</p>
<p>Per un po’ fu persino attratto<br />
dalla Chiesa: battezzarsi,<br />
diventare Cristiano. Ma ben presto<br />
cambiò opinione. Avrebbe senz’altro rotto<br />
con i suoi, ostentatamente pagani;<br />
gli avrebbero subito sospeso – orrore! –<br />
le loro generose sovvenzioni.</p>
<p>Qualcosa, però, doveva fare. Diventò<br />
cliente abituale delle case corrotte,<br />
dei segreti covi del vizio di Alessandria.</p>
<p>In questo la sorte gli era stata amica;<br />
gli aveva regalato un corpo stupendo.<br />
E di quel dono lui si deliziava.</p>
<p>Almeno per altri dieci anni ancora<br />
sarebbe durata la sua bellezza. Poi<br />
forse sarebbe ritornato da Sacca.<br />
Se nel frattempo il vecchio fosse morto,<br />
avrebbe scelto un altro filosofo o sofista;<br />
si trova sempre qualcuno adatto al caso.</p>
<p>Oppure, infine, si sarebbe dato di nuovo<br />
alla politica – encomiabilmente memore<br />
delle tradizioni di famiglia, del dovere<br />
verso la patria, e simili pompose fesserie.</p>
<p><strong><em>Costantino Kavafis</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-poesie/">“Dalle cose che feci o dissi non cerchino d’indovinare chi fui”. Le poesie di Kavafis, l’uomo che con timida sicurezza varcò i secoli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/kavafis-poesie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/000552D2-konstandinos-kavafis.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Perduto nell’incanto, io fantasticherò, che vengano le Ombre”: una poesia di Kavafis, 4 versioni</title>
		<link>https://www.pangea.news/kavafis-poesia-ceronetti-crocetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 07:03:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Ceronetti]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Minucci]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Pontani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=72442</guid>

					<description><![CDATA[<p>Perché tornino Mi basta una candela. Il suo lume gracile Meglio propizia, con più pietà, l’incontro Coi fantasmi, che tornano, d’amore Mi basta una candela. Mia camera, stasera Rimani semibuia. Mi voglio perdere Nell’Indeterminato e nella Suggestione, E in quest’alito minimo di luce Attirare visioni Di fantasmi, che tornano, d’amore. Guido Ceronetti * Che vengano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-poesia-ceronetti-crocetti/">“Perduto nell’incanto, io fantasticherò, che vengano le Ombre”: una poesia di Kavafis, 4 versioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché tornino</strong></p>
<p>Mi basta una candela. Il suo lume gracile<br />
Meglio propizia, con più pietà, l’incontro<br />
Coi fantasmi, che tornano, d’amore</p>
<p>Mi basta una candela. Mia camera, stasera<br />
Rimani semibuia. Mi voglio perdere<br />
Nell’Indeterminato e nella Suggestione,<br />
E in quest’alito minimo di luce<br />
Attirare visioni<br />
Di fantasmi, che tornano, d’amore.</p>
<p><strong><em>Guido Ceronetti</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Che vengano</strong></p>
<p>Una candela basta.         La sua luce fioca<br />
s’adatta molto meglio,                 e piacerà di più<br />
quando verranno le Ombre,                      le Ombre dell’Amore.</p>
<p>Una candela basta.         La stanza questa sera<br />
non abbia troppa luce.                 Tuffato nei miei sogni,<br />
perduto nell’incanto,                    in questa luce tenue –<br />
tuffato nei miei sogni                   io fantasticherò<br />
che vengano le Ombre,                               le Ombre dell’Amore</p>
<p><strong><em>Nicola Crocetti</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Perché giungano</strong></p>
<p>Una candela, e più nulla. Quel lume fievole<br />
meglio s’addice, più fascinoso sarà,<br />
quando le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.</p>
<p>Una candela. Via, stasera, dalla camera<br />
Troppe luci. Mi sia dato fantasticare,<br />
perso nella malía suggestiva del sogno,<br />
abbandonato al sogno entro quel lume fievole,<br />
perché le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.</p>
<p><strong><em>Filippo Maria Pontani</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Perché vengano</strong></p>
<p>Basta una candela.         La debole luce<br />
sarà più adatta,      avrà più fascino<br />
quando verranno le Ombre,         le Ombre dell’Amore.</p>
<p>Basta una candela.         Stasera nella stanza<br />
sia poca luce.         Perduto dentro il sogno,<br />
nella suggestione,         e  con poca luce –<br />
perduto dentro il sogno         potrò fantasticare<br />
perché vengano le Ombre,           le Ombre dell’Amore.</p>
<p><strong><em>Paola Maria Minucci</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kavafis-poesia-ceronetti-crocetti/">“Perduto nell’incanto, io fantasticherò, che vengano le Ombre”: una poesia di Kavafis, 4 versioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/constantin-kavafis-e1525852776167-1024x748.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
