skip to Main Content

Redenzione e utopia nell’Egitto di Marco Alloni. “Il quaderno di Kavafis” è un romanzo profetico di cui avevamo bisogno

Può nascere un profeta del terzo millennio senza il peccato di Adamo ed Eva, che non sia il figlio di una religione monoteista e di una tradizione biblica? Un iniziato che si eleva, nel suo cammino mortale, dal mare ad un cielo d’amore per emancipare l’uomo dalle sue umiliazioni, scardinando il vile principio della sopraffazione sull’altro e il ciclo interminabile delle guerre di conquista, di controllo territoriale. Si affaccerebbe sul presente, se così fosse, un eversivo modus vivendi per una civiltà di resistenza.

Marco Alloni (che vive al Cairo da molti anni ed è conosciuto, oltre che per i suoi romanzi e saggi, per una serie di dialoghi con Marco Travaglio, Furio Colombo, Margherita Hack, Giancarlo Caselli, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Umberto Galimberti, Giulio Giorello e Amos Luzzato), nel corposo romanzo Il quaderno di Kavafis (Jouvence 2020) impianta le basi, in un bel prologo, del suo metaracconto che si inoltra coraggiosamente nelle profondità inquiete di ogni destino da redimere, quindi volto ad una soluzione politica, prima che di natura religiosa, a partire da un centro concentrico: Alessandria d’Egitto.

Diciamo subito che questa lunga e calibrata narrazione non è schiacciata da una vagheggiante forma spiritualista. È piana, limpida, distesa in una lingua d’uso mai intellettualistica o parossistica. Non ha nulla a che fare con la new age, con un modello preconfezionato, subculturale, con una corrente di pensiero à la page per ottenere l’illusione di un corale benessere psico-fisico. Nelle pagine di Alloni scorre soprattutto la storia più recente e futura, la realtà traballante di un Paese, l’Egitto, di una regione, il Medio-Oriente, cruenta, affranta dalla logica del terrorismo e da un dominio nascosto nella falsa democrazia.

Un arco temporale centenario attraversa l’Egitto dal 1949 al 2049, fino alla maturazione di un’immaginaria, certificata soluzione, di un assetto geografico all’insegna della giustizia sociale che condizionerà non solo una nazione, ma un ordine estendibile ovunque, in cui, utopicamente, marxismo e misticismo, o per meglio dire marxismo e senso civile del sacro, si incontrano in una feconda, definitiva fraternità. Il profetismo di cui è permeato il romanzo di Marco Alloni farebbe propendere per una fede tramandata come fosse una riedizione zarathustriana, un dogma che permetterebbe, già nell’abbrivio, la supremazia del bene sul male. Invece i protagonisti di questa vicenda, innanzitutto familiare, non sono così imperituri, ma crescono di madre in figlia, si incarnano in un’ipotesi simile a quella cristologica. Racchiudono, proprio in una percezione iniziatica, ma dai risvolti concreti, il senso totalizzante dell’esistenza veicolata tra intenzione e mistero, tangibilità e beatitudine.

Ocram Anolli (l’acronimo dello scrittore stesso) racconta ciò che José Saramago, citato in esergo del libro, definiva l’alternativa al neoliberismo: cioè nient’altro che la nostra coscienza. Astorinos, di origine armena, con “i capelli bianchi e il ventre prominente, ampia calvizie e dita affusolate”, ha la passione per i profeti ebraici e auspica il ritorno di un messia, di un eletto, perché possa rifondare la speranza sull’irrazionalità e la purezza del sentimento. Mette al corrente Ocram della sua concezione strategica, di una propensione al cambiamento della gestione statale. La politica, il mercato, l’economia, il capitalismo e la stessa tecnica, stanno conducendo all’Apocalisse, ad una resa dei conti che si riverserà nell’atroce giudizio finale. Servirebbe, appunto, un erede di Buddha, di Abramo, di Isaia, di Maometto, di Cristo.

Negli anni Cinquanta, dopo la fine del colonialismo inglese, gli egiziani divennero strenui difensori della libertà. È qui che Marco Alloni fa partire la sua utopia, dalla famiglia Karinakis: precisamente da Miriam, che ha delle strane, sorprendenti premonizioni. È la moglie di un orafo, Ahmed. Il racconto molecolare di Astorinos procede attraverso menzioni, episodi, aneddoti che vedono stagliarsi in primo piano, passo dopo passo, la giovanissima figlia dei Karinakis, Janikla, tutta presa dal prendere appunti e dal tracciare la memoria di ciò che succede in casa, nel quaderno con l’effige in copertina di Costantino Kavafis, poeta greco nato e morto ad Alessandria d’Egitto. Janikla ha una splendida penna creativa e aspira a diventare una scrittrice. La madre, sempre più, parla con gli spiriti e prevede guerre, devastazioni. I suoi vaticini preceduti da un rituale in cui chiude gli occhi davanti ad uno specchio rococò, la immortalano nel ruolo della visionaria “insolitamente eccezionale” che non abita solo il suo tempo, ma un altrove in cui parla metà in greco e metà in arabo.

Nella prima parte del romanzo Marco Alloni fa della preveggenza di questa donna un dono, una grazia, mai tralasciando la geopolitica del luogo, che registra l’ostilità di Israele verso l’Egitto e l’invasione del Sinai nel 1956, nonché l’attacco ai porti e agli aeroporti da parte delle forze atlantiche: l’inizio di una nuova barbarie che rende dure e crudeli le tensioni in Egitto, bandendo parole chiave come “poesia” e “mistero” per cementare un neo-imperialismo di stampo occidentale.

Qual è l’antidoto per superare un demoralizzante stato di dissoluzione e irresponsabilità? Il Grande Sogno, come viene definito, un miracolo determinato dagli angeli. Scrive Alloni con fermezza, quasi incarnasse un postulato indiscutibile: “No all’oppressione, no al servilismo economico, no alla sudditanza politica, no alle macchinazioni del potere, no alla schiavizzazione delle masse in nome dei privilegi dei pochi, no al male, no alla tentazione di arrendersi alla sorte”.

Da Janikla, che sposerà Alexis, di origine greca, convertitosi all’Islam e proclamatosi obiettore di coscienza, nascerà il figlio dell’indipendenza, un maestro della dignità, promotore di una fiera e pacifica opposizione al monopartitismo dittatoriale guidato da abili sfruttatori della finanza, della “cupola del malaffare” che dissemina disordine in un interregno armato. Siamo tra il 1984 e il 1987. In questo clima spaesante scatta la versione più intraprendente, ideale, appunto utopica di Marco Alloni, che segue all’arrivo di saltimbanchi dal mare, fantasmi, creature portatrici di una buona novella, della serenità gioiosa tra la gente. In un certo senso questi funamboli suggellano la gravidanza di Janikla.

Strane parole si formano nel corpo della ragazza, un sillabario francese, latino, arabo, turco, aramanico. È il preludio alla nascita senza peccato originale di Zahannad. “E mentre lei era ancora in piedi, tutta bagnata, a guardarsi lievitare senza poter far nulla per evitarlo, un assordante grido si liberò dal suo pube come se vi fosse incastrato un leone. Non passò un secondo che un corpiciattolo rosso e livido, con due incredibili occhi spalancati, ancora allacciato alla placenta con le manine chiuse a pugno davanti a un pancino pieno di sangue e liquido amniotico, rotolò dalla pancia sul pavimento e rimase lì come un fagotto caduto a terra dal terzo piano”.

La prodigiosa venuta al mondo del neonato si compie con una risonanza di senso, come se Zahannad fosse già consapevole. Si fa strada la convinzione che si tratti di un predestinato, che proprio lui dovrà insidiare le fondamenta del tetragono capitalismo. Nel prosieguo del romanzo prevede il crollo delle Torri Gemelle, la follia degli islamisti più radicali, il crollo di terre musulmane assoggettate. Tutto questo mentre Astorinos si lascia incantare da una colombiana e Ocram perde la solidarietà e la vicinanza del profetologo e raccontatore.

Zahannad procede nell’invocazione celeste e nella missione che dovrà ribaltare le sorti dell’Egitto. Dal cielo al mare viene calato un vascello che raggiunge gli umani: è questo il ponte tra gli angeli e i diseredati, il sogno da cui il profeta è nato per annientare il Drago. Zahannad fa leva sulla fede universalistica, finora sconosciuta, sulle creature del mare. Scrive, come sua madre, in un quaderno con la copertina che ritrae Kavafis, da cui una meraviglia esortazione si tramuta in realtà. E sulla lotta al Drago la domanda risuona terrifica: “Ma si può usare la violenza delle armi per contrastare la violenza del potere?”.

*

Zahannad sparisce per quattro anni e raggiunge la sua meta. È il mare, nel quale comunica con i gabbiani e con i pesci. I suoi occhi scrutano e i suoi polmoni respirano. Nuota in profondità e non prende fiato, non perde coscienza. Acquisisce il dono della telepatia, entra nella mente delle persone, le condiziona nella sua atarassia. In fondo al mare vivono gli angeli, di cui è figlio. Zahannad capisce che la politica deve diventare angelica e unire ogni confessione religiosa per un’etica condivisa da musulmani, cristiani, ebrei, induisti, buddisti, scintoisti e animisti. Essere non dovrà più significare offendere, armarsi, uccidere.

Come costruire un’altra vita, spartana, vestendosi con una casacca di cotone allacciata al petto, simile alle tuniche, o indossando un gallabeya color avorio? “Da dove venga e dove sia diretto nessuno lo sa: per il momento sta lì, come uno di famiglia, allieta la gente coi suoi racconti, le sue parabole, diverte i bambini con i suoi giochi e aiuta le famiglie nelle mansioni domestiche. Ma soprattutto, a partire da un certo momento, comincia a parlare”. Il suo indottrinamento si basa sulla calma, sull’inflessibilità. Si realizza l’inverosimile: Zahannad è ormai alto più di due metri e appare un pioniere nella storia maggiore del mondo. Occupa un’oasi nel deserto e scongiura lo scempio che si abbatte sul Medio Oriente. Il profeta è un ispirato, un cantastorie, un pellegrino. In fondo, un uomo come un altro che quieta gli animi più scettici. Da ogni sua lacrima partorisce un apostolo in carne ed ossa: un’emanazione atavica, un’ulteriore goccia in difesa della parola benevola, di un altrove sapiente.

L’oasi di Zahannad è ormai uno stato dotato dello stretto necessario per essere abitato da Kharga fino al confine con la Nubia. Accoglie i profughi in un lotto di venti chilometri: un nucleo urbano, un insediamento sostenuto dall’onestà, dall’equità, senza beni in eccedenza, senza accumuli, arricchimenti. Gli ospedaletti sono gratuiti e non vengono impartite tasse. Non esistono discriminazioni o una dottrina prevalente. Ogni crimine comporta l’esclusione dalla comunità. Anche i militari aderiscono, fino a che, nel 2049, l’oasi raggiunge ben due milioni di domiciliati.

Zahannad, figlio del cielo e del mare, ha sconfitto l’irriducibile nemico: il Drago. Viene battezzato, infine, il Salvatore.

*

Tentiamo un avvicinamento, un virtuale confronto nel tempo di una crisi radicale così protratta anche in Europa e non solo nel Medio Oriente. Cosa ci trasmette l’utopia lacerata di Marco Alloni, a differenza di quella compressa nella scissione dell’io di Paolo Volponi, scrittore da Alloni amato, specie negli anni della frequentazione dell’Università di Urbino, da ragazzo? Volponi anelava un luogo dove l’immaginazione fosse il contrario del potere, dove la lezione di San Francesco si dimostrasse attuale in mezzo alla confusione delle lingue. Auspicava un modello che superasse la nevrosi dovuta all’alienazione industriale. Il lavoro specie computerizzato (presago di un futuro imminente) risultava meccanico, frustrante, e seguiva ad una fase storica costellata di privazioni, fratture, insensatezze, disagi.

Paolo Volponi intuì che il capitalismo e il possesso irrompevano da demoni determinando l’impossibilità conciliativa dell’uomo del capitale con l’uomo del sogno. Le società modernizzate erano e sono basate sull’esaltazione dell’individuo, sulla sua atomizzazione. Concepiscono riduttivamente un’etica, quella edonistica e tecnologica, del successo individuale sulla natura e sugli altri. Volponi paventava un riscatto per una società più giusta, per un umanesimo fondato sul lavoro e sull’impiego del profitto in favore dei meno abbienti.

Marco Alloni non vive in Italia. La differenza è sostanziale, perché pone l’uomo-scrittore dinanzi alla guerra, alla morte giornaliera, ad un distopico comando di bellicosi governanti. Se Volponi è terrigeno nella messa in opera, Alloni guarda ad una rivoluzione dell’anima nel proscenio di Dio. La sua è una lotta per i diseredati e contro la fame, la collera e la vendetta, il nichilismo contemporaneo. Volponi, Sciascia e Morante immaginavano la deflagrazione della materialità della vita, del prodotto, della merce, del valore di scambio. Alloni, con questo romanzo, si rifà ad un’innocente meditazione che blocca l’assalto delle multinazionali impartendo le regole della pietà in un universo scisso, disperante. Il suo comandamento è la pace e non la spada, un accadimento allegorico, un trasalimento. È la parabola, il bisogno di un conforto celeste, di una verità infallibile, evangelica, di chi prende la croce e va. Dunque il punto d’arrivo si attua nella redenzione e nella conversione: miracolo e prodigio insieme. Un’utopia spinta al massimo grado, che tocca punte di fantasmagoria nel Grande Sogno di Zahannad e del suo popolo.

Alessandro Moscè

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca