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	<title>Jules Verne Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Speculazioni intorno all’8 febbraio, il giorno della malinconia, di Giuseppe Ungaretti, del calciatore dittatore e di James Dean</title>
		<link>https://www.pangea.news/otto-febbraio-malinconia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2024 03:10:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i numeri naturali che qualcosa enumerano, l’8 è l’unico che si può percorrere da cima a fondo: è una specie di pista per le automobili – o per le biciclette o per le scampagnate – con un elegante cavalcavia. L’altro numero naturale che si compie con simile armonia è lo 0. Lo 0, però, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra i numeri naturali che qualcosa enumerano, l’8 è l’unico che si può percorrere da cima a fondo: è una specie di pista per le automobili – o per le biciclette o per le scampagnate – con un elegante cavalcavia. L’altro numero naturale che si compie con simile armonia è lo 0. Lo 0, però, è l’eccellente eccezione, no numera, annienta; l’8, se vi va, è l’unione nuziale di due piccoli 0, uno sopra l’altro, come due pietre messe una sull’altra, come gli occhi fissi e senza palpebra di due ciclopi. <strong>L’8, questa specie di fiocco, questa specie di farfalla dispiegata di sbieco, è il più strano – irregolare nella sua dedicata regolarità – tra i numeri naturali, e associato al più strano tra i mesi dell’anno – febbraio: il più corto e l’unico che cambia misura ogni quattro anni, decresce e s’allunga muovendosi a serpe – ci dona una eccentricità raddoppiata.</strong> Tanti nascono l’8 febbraio, come tanto nascono negli altri, tantissimi, giorni dell’anno, ma forse non è un caso che l’8 febbraio sia nato Robert Burton, il geniale saggista inglese che nel XVII scrisse <em>L’anatomia della malinconia</em>: <strong>nascere l’8 febbraio, il giorno più eccentrico dell’anno solare, porta in dote, per gratitudine al fato, un carattere lunare, austero, astrale, melanconico, appunto,</strong> cioè di nera bile, d’umor nero, sagace alla nostalgia. Tra i nati sotto il cappello matto dell’8 febbraio si ricordano il grande John Ruskin – esteta delle cose perdute e denominate dalla fragilità – Jules Verne, che s’inventò mondi stralunati istoriando il torso della sua scrivania, Paul Demeny, noto più che altro per essere stato il confidente di Arthur Rimbaud, Henry Roth, scrittore americano che è il meno noto tra i <em>Roth</em> – chi non conosce Joseph e Philip? – ma è quello che ha scritto il più bel libro ‘di formazione’ del secolo passato (<em>Chiamalo sonno</em>) e Neal Cassidy, il crudo modello di Jack Kerouac per <em>On the road. </em><strong>Tra il club dei nati dell’8 febbraio vanno messi anche Giuseppe Ungaretti, l’immenso – che ridondanza di 8: 8 febbraio 1888; ‘Ungà’ però festeggiava il 10, il giorno in cui l’anagrafe di Alessandria d’Egitto recepì la sua venuta al mondo – che ci ha dato la più drastica definizione di cosa sia l’uomo</strong> (“monotono universo,/ Crede allargarsi i beni/ E dalle sue mani febbrili/ Non escono senza fine che limiti”). E Alessandro Fo, grande latinista – per Einaudi è sua la versione definitiva dell’<em>Eneide</em> – che per i suoi primi quarant’anni, nel 1995, si è regalato un libro di poesia, intitolato <em>Otto febbraio</em>, stampato da Vanni Scheiwiller, il leggendario editore, che compiva gli anni proprio l’8 febbraio. <strong>Rappresentativa icona dell’8 febbraio è James Dean,</strong> che dopo aver recitato in alcuni film tra i più memorabili della storia cinematografica – <em>Gioventù bruciata, La valle dell’Eden, Il gigante </em>– giganteggiando, se ne va, a 24 anni, sinonimo di una malinconia bastarda, dell’innato desiderio, nei nati in questo giorno, di dissipare tutto in un bel gesto, in un bel verso, in un atto definitivo, declamato, ultimo, a decimare la ragione. Emblema di genio e imperiale follia, d’altronde, è Hristo Stoickov, Pallone d’oro nel 1994, dittatore bulgaro del bel calcio, che portò la Bulgaria alle stelle (memorabile quarto posto ai Campionati mondiali statunitensi, quelli in cui Baggio si lustrava il codino: in totale, 37 gol in 83 presenze della sua nazionale): faccia truce, che proviene dai feroci annali dei re di Bisanzio, talento spregiudicato (fu divo nel Barcellona di Romario, ricordiamo un fugace passaggio a Parma, vent’anni fa), giocava, ovviamente, con la maglia numero 8, anarchica deviazione dalla tediosa bulimia dei ‘numeri 10’. Secondo la scansione ebraica – il grande studioso di mistica ebraica, Martin Buber, è nato anche lui l’8 febbraio – <strong>l’8 è la lettera <em>het</em>, che è la nostra ‘h’ e si disegna come una porta: è, infatti, “il portone al quale si accede all’infinito” (Gabriele Mandel), simbolo dell’estasi, del raccoglimento, dell’intimità in se stessi, ma anche della malattia, della perdizione nei recessi dell’essere</strong> <strong>e del sé</strong> (“La cura di ogni male è la gioia, con il canto e la danza”, dice rabbi Nahman di Bratislava). Tanti nascono l’8 febbraio, tanti muoiono: nel 1529 se ne va negli altri mondi Baldesar Castiglione (indimenticabile il suo <em>Ritratto</em> secondo Raffaello, più del <em>Cortegiano</em>), ma ancora mi duole che Elisabetta I abbia decretato di mozzare il capo a Mary Start proprio l’8 febbraio del 1587 (lei, d’altronde, regalmente, ribadì: “vi perdono con tutto il mio cuore”). <strong>Messo in orizzontale, l’8 è l’infinito; in verticale è una clessidra.</strong> Il tempo si abbarbica e si annoda, tutto è già stato ma non riappare mai esatto, uguale. Il segreto forse è lì, nell’incrocio flebile dell’8, dove abita febbraio, il più corto dei mesi, un bambino eterno. Lì, nell’incrocio che fluisce, l’impossibile ritorna ovvio. (d.b.)</p>
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		<title>In risposta a Luigi Mascheroni: io non ho 20mila libri, ma ne ho 10 bellissimi. Dal Pirandello del 1923 alla collezione fanatica di “Alice nel Paese delle Meraviglie” al Dizionario di lingua cimbra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Aug 2018 10:26:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima cosa che osservo quando entro in una casa nuova o sconosciuta è la libreria: misura, posizione e volumi presenti. Con la scusa della miopia spiccata, chiedo sempre – quando c’è l’oggetto totemistico – se posso avvicinarmi. Inclino la testa, scorro con gli occhi i titoli e mi faccio un’idea della persona. * La [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La prima cosa che osservo quando entro in una casa nuova o sconosciuta è la libreria:</strong> misura, posizione e volumi presenti. Con la scusa della miopia spiccata, chiedo sempre – quando c’è l’oggetto totemistico – se posso avvicinarmi. Inclino la testa, scorro con gli occhi i titoli e mi faccio un’idea della persona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mania mi è nata nella fase dell’imprinting, a casa dei miei zii veneti di Crespano del Grappa: file e file di “Asterix”,</strong> il gallo creato da due geni francesi, Goscinny e Uderzo, che se devi portarti un fumetto in un’isola deserta, ti porti Asterix. Li ho letti tutti, sdraiato per terra sulla moquette. E non ho preso allergie: gli acari li ho ammazzati a forza di mangiate formaggio Asiago stagionato.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’odore di una casa e la libreria sono gli occhi di una persona, la stretta di mano “non convenzionale” quando entri nella sua dimora.</strong> Ricordo case prive di libri, tristi come una pozzanghera d’acqua in autunno, specchio fedele del proprietario. Non chiedo mai “i libri”, li cerco semplicemente con gli occhi e poi mi faccio un “profilo” ideale, che ovviamente non sono disposto a ritrattare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Mascheroni, micidiale firma de <em>il Giornale</em> – scrive il nostro Davide Brullo – ne possiede oltre 20 mila. Io molti meno, ma tutti selezionati. <strong>Una libreria in legno, recuperata ad Asiago da una casa che è stata buttata giù. La proprietaria ha chiamato i miei genitori: “Prima di abbatterla, se volete prendere gli arredi, sono lì per voi”.</strong> I miei genitori hanno portato a Rimini le finestre in stile inglese, quelle bianche, per intenderci, un tavolo in legno e una libreria. Una già ce l’avevo, anni Settanta, in ferro e vetro. La terza idem, quella dei miei sette anni, fatta di compensato, su cui spicca ancora il primo libro letto, escluso i fumetti: “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne. Ero in seconda elementare.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<figure id="attachment_62626" aria-describedby="caption-attachment-62626" style="width: 263px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-62626" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libri-300x225.jpg" alt="libri" width="263" height="196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri.jpg 1600w" sizes="(max-width: 263px) 100vw, 263px" /><figcaption id="caption-attachment-62626" class="wp-caption-text">Un brandello della libreria (pirandelliana) di Alessandro Carli</figcaption></figure>
<p>Non possiedo libri economicamente preziosi. Ne ho alcuni però che per me, poeticamente, valgono tanto. I dieci libri must della libreria di Alessandro Carli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rosso di San Secondo, “Marionette, che passione!&#8230;”,</strong> tre atti con un preludio. Milano, fratelli Treves edizioni, 1926. Me lo ha trovato Mirco della Libreria Riminese, 20 euro, oltre 15 anni fa quando, tra il ventaglio dei “soggetti” da studiare per la tesi di laurea c’era anche l’autore di Caltanissetta. Profuma di maglia di lana dei nonni, polvere e tempo, e ha qualche ruga. Da leggere senza umettarsi le dita, sennò si sfalda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gilles Clément, “Manifesto del Terzo paesaggio”,</strong> a cura di Filippo De Pieri, pubblicato da Quodlibet. Piccolo ma prezioso libello, trovato in una libreria sul Lago di Garda, a Riva, se non ricordo male. Ai tempi, quindi oltre dieci anni fa, avevo in mente di realizzare un progetto fotografico sul “Terzo paesaggio” riminese. Il progetto è rimasto nel cassetto, il libro sul comodino del mio letto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luigi Pirandello, “Il giuoco delle parti &#8211; Ma non è una cosa seria”. Ed. Treves, 1923.</strong> <strong>Trovato a un euro in una bancarella a Santarcangelo di Romagna dal mio pusher di libri preferito,</strong> un signore marchignolo con la barba che attinge a piene mani nelle topaie di Urbino. Da leggere con i guanti di seta, altrimenti le pagine si staccano. Odora di soffitta, dove ha riposato – a naso – per oltre 50 anni o più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lewis Carroll, “Alice nel Paese delle meraviglie”. Il capolavoro di Dodgson è la mia passione, ne ho oltre trenta edizioni:</strong> colleziono Alice in diverse lingue del mondo. Tra le chicche, una del 1920 acquistata per 20 pound a Portobello Road di Londra e una in lingua “braille”, regalo di compleanno di un caro amico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Princesa” un libro di Fernanda Farías de Albuquerque &#8211; Maurizio Jannelli pubblicato da Est nel 1997.</strong> Trovato in una bancherella di Genova a meno di cinque euro. Nel Nordest del Brasile Fernandinho subisce la violenza di mille José di campagna. Trasformatasi in donna grazie al silicone e alla chirurgia plastica prende il nome di Princesa e fugge verso le grandi città del Brasile e dell&#8217;Europa dove varcherà la soglia della prigione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dizionario della lingua cimbra dei sette Comuni Vicentini” di Umberto Martello Martalar a cura dell’Istituto di ricerca “A. Dal Pozzo” di Roana.</strong> La lingua Cimbra nel sottotitolo viene definita <em>“un idioma antico, non trascurabile componente del quadro linguistico italiano”</em>. Il dizionario è composto di due parti strettamente integrate. Il lessico ampio e significativo, è arricchito di esempi importanti non solo in campo linguistico, ma anche in campo storico e culturale. Scrive l’autore: <em>“Riandare al proprio passato e riflettere su quanto ci ha differenziati non è involuzione, ma riscoperta della nostra identità e riaffermazione della nostra capacità autonoma di comunità anche piccole e di modeste risorse di avere una cultura creativa”</em>. Me lo ha regato la nonna materna, era di mio nonno Gionson, su cui ho scritto un libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il parco incantato” di Mary Luke, edizioni “Club della donna”, 1979.</strong> Trovato in casa, è la storia di un ragazzo che si innamora di una donna dipinta. Poi si scopre che anche un suo antenato si era innamorato della stessa fanciulla. Ottimo regalo da fare per conquistare il cuore di una ragazza, ovviamente se è dotata di un minimo di sensibilità e di interesse. Se non ti caga, puoi regalarle anche una poesia originale di Neruda che non te la dà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per l’editore Corraini, nel 2001, Bruno Munari ha dato alle stampe anche “Cappuccetto bianco”. In queste pagine assolutamente bianche non si vede nulla, ma si sa che c’è una bambina tutta vestita di bianco, sperduta nella neve.</strong> Si sa che c’è una nonna, una mamma, un lupo. Si sa che c’è una panchina di pietra nel piccolo giardino coperto dalla neve, ma non si vede niente, non si vede la cuccia del cane, non si vedono le aiuole non si vede niente, proprio niente, tutto è coperto dalla neve. “Mai vista tanta neve”. Preso al “Giardino dei ciliegi” di Rimini dopo aver rotto le palle a Serena Zocca, una delle proprietarie, che me lo ha ordinato e mi ha fatto anche un piccolo sconto. Pagato meno di 10 euro, ma il suo valore è infinito. Anzi, quello di un assegno in bianco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, traduzione di Nini Bompiani Bregoli (Tascabili Bompiani), una delle tante ristampe di fine anni Novanta. Me lo ha regalato Alessandra, una mia compagna dell’Università.</strong> Viveva a Pesaro, fidanzata ai tempi. Lo abbiamo letto assieme alla Fortezza di Urbino, a due voci. Poi siamo andati a vedere Ludovico Einaudi alla Scala, il “03.03.03”, nelle condizioni migliori per entrambi: esami finiti e in attesa della tesi. Poi ci siamo allontanati, e anni più tardi mi disse che stavo mettendo in pericolo il legame con il suo moroso. Forse oggi sono sposati e hanno un bimbo, e forse lo ha chiamato Alessandro…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, “</strong><strong>Rizzoli Super Pocket 7” grandi best-seller da grandi editori, febbraio 1997, prezzo 6 mila e 500 lire. Preso all’Iper di Savignano sul Rubicone perché era piccolo di dimensioni e poi perché mi aveva colpito il riassunto.</strong> L’ho fatto firmare dall’autore quando è passato a Cattolica a teatro, libro controverso e dibattuto, che ha spaccato la critica. L’ho regalato più volte, soprattutto alle ragazze. Ha funzionato…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Avverto ancora l’odore dei libri della casa di un mio compagni di liceo a Venezia, Sebastiano si chiama. Viveva a San Marco, padre notaio, oggi fa l’avvocato a Bologna. <strong>Libri ovunque mentre nelle stanze si spargevano le canzoni di Fabrizio De André.</strong> Aveva volumi antichi sulla storia di Venezia, edizioni dell’Ottocento e forse anche prima. Ammiravo le “coste”, ingiallite dal tempo. File di libri lungo il corridoio, in sala e in cucina. Come un’Avemaria, però letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella casa di Paola non ci sono libri. Mi ha invitato a cena a luglio, nelle colline di Cesena. Quadri, stampe, poster e dischi, ma nemmeno un libro.</strong> “Non leggo” mi ha detto. Le ho regalato due libri, “alla peggio li usi come fermaporta” le ho sussurrato. Così ha fatto, e me lo ha scritto con toni trionfalistici. A casa mia non la invito, potrebbe svuotarmi la libreria e utilizzare i volumi per “dare aria” alle stanze. Col rischio che poi prendo freddo…</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il vero antidoto alle “fake news” si chiama Voltaire. Dialogo con chi lo conosce meglio di tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-vero-antidoto-alle-fake-news-si-chiama-voltaire-dialogo-con-chi-lo-conosce-meglio-di-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Mar 2018 08:12:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ricamare un pensiero che introduca all’opera di Voltaire è irritante, è uno schiaffo all’intelligenza del lettore. Voltaire sta lì, icona del pensatore onnivoro, elegante, geniale. Non ha bisogno dei nostri aggettivi per vivere serenamente tra i grandi d’Occidente. Soprattutto, Voltaire resiste pimpante, indistruttibile, per sempre giovane. Schiattato 240 anni fa, esatti (era la fine di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-vero-antidoto-alle-fake-news-si-chiama-voltaire-dialogo-con-chi-lo-conosce-meglio-di-tutti/">Il vero antidoto alle “fake news” si chiama Voltaire. Dialogo con chi lo conosce meglio di tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ricamare un pensiero che introduca all’opera di Voltaire è irritante, è uno schiaffo all’intelligenza del lettore. Voltaire sta lì, icona del pensatore onnivoro, elegante, geniale. Non ha bisogno dei nostri aggettivi per vivere serenamente tra i grandi d’Occidente. <strong>Soprattutto, Voltaire resiste pimpante, indistruttibile, per sempre giovane. Schiattato 240 anni fa, esatti (era la fine di maggio del 1778), a differenza di tanti santissimi estinti, di Voltaire è inestinguibile lo stile.</strong> Voltaire è uno scrittore fenomenale, dotato della leggerezza (Italo Calvino) e dell’intelligenza lucida come una lama (Leonardo Sciascia) che ne fanno un maestro dell’arte narrativa, senza pari. Più che parlare di Voltaire, appunto, basta leggerlo. E far parlare chi è competente – della vaga incompetenza giornalistica ne abbiamo pieno il cervello. Per dire. L’anno scorso Einaudi, nella collana aurea de ‘I millenni’, in due tomi, ha stampato il <em>Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni. </em>Curatela impeccabile di Domenico Felice, che per Bompiani ha tradotto <em>Tutte le opere </em>(2014) e gli <em>Scritti postumi </em>(2017) di Montesquieu e che di Voltaire ha già “curato la prima traduzione integrale del <em>Dizionario filosofico</em>” (sempre Bompiani, 2013; un profilo completo di Felice lo trovate <a href="http://www.domenicofelice.it/blog/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>). Ad ogni modo. <strong>Leggetelo Voltaire. Insegna – come mi dice Felice – a pensare con la propria testa. Soprattutto, la sua foga nello scovare – e sconfiggere – le ‘fake news’ della Storia</strong> – cioè, le incrostazioni della superstizione, le stilettate della ‘religione’, certo che “Quanto piú i miracoli sono incredibili (ai deboli lumi del nostro intelletto), tanto piú vi si è creduto” – rendono la lettura di Voltaire clamorosamente corroborante. Sfogliare per credere. <em>La filosofia della storia</em>, per dire, è una lettura spregiudicata, rapace, Voltaire sembra molto più smaliziato di molti saggisti odierni, molto più giovane e vispo di troppi romanzieri di oggi. Voltaire passa dagli indiani d’America (“L’urone, l’algonchino, l’abitante dell’Illinois, il cafro e l’ottentotto conoscono l’arte di fabbricarsi da soli tutto ciò di cui hanno bisogno, laddove quest’arte è ignota ai nostri zotici”) agli indiani dell’India (“In India vi sono fachiri che vivono in solitudine, carichi di catene. Già, e vivono cosí solo perché i passanti, che li ammirano, facciano loro l’elemosina: mossi da un fanatismo pieno di vanità, fanno come i nostri mendicanti delle vie di gran traffico, che si storpiano per attirare la compassione”) dai Fenici (“I Fenici furono nell’Antichità ciò che erano i Veneziani nel XV secolo, e ciò che sono diventati poi gli Olandesi, costretti ad arricchirsi grazie alla loro industriosità”) agli Arabi (che “protetti dai loro deserti e dal loro coraggio, non hanno mai subito il giogo straniero”),<strong> con la sinuosità di un famelico cantastorie. E con la foga rapace di chi spacca gli stinchi a cantatori di fole, agli industriosi propagatori di ‘fake news’,</strong> orrendo anglicismo (“ci vengono inflitte storie antiche scritte senza discernimento e senza criterio; noi poi le leggiamo con lo stesso spirito con cui sono state scritte, e ci riempiamo la testa soltanto di errori”). Sublime Voltaire, geografo dell’intelletto. Meglio lui di Jules Verne o di Jack London. Ne parliamo – senza, volterrianamente, parlarne a vanvera – con Domenico Felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Stupisce la straordinaria capacità divulgativa di Voltaire, penso ai brani rapidissimi e sagaci de “La filosofia della storia”, ad esempio. Mi pare che Voltaire sia uno studioso che usa l&#8217;intelligenza per sconfiggere le &#8216;fake news&#8217; del suo tempo&#8230; è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59888 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/Voltaire-libro-191x300.jpg" alt="Voltaire libro" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Voltaire-libro-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Voltaire-libro.jpg 250w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />Certamente. Voltaire parla in continuazione delle «opinioni» che governano il mondo (hanno mutato – scrive – «gran parte della Terra. Il cristianesimo […], che noi consideriamo qui un’opinione quanto ai suoi effetti, distrusse le religioni greca, romana, siriaca ed egizia nel secolo di Teodosio. In seguito, Dio permise che l’opinione del maomettismo schiacciasse la verità cristiana in Oriente, in Africa, in Grecia; che essa trionfasse sul giudaismo, sull’antica religione dei magi e sul sabeismo, ancora più antico; e che andasse in India, dove assesto un colpo mortale a Brahma, fermandosi appena al Gange. Nella nostra Europa cristiana, l’opinione ha separato da Roma l’Impero di Russia, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, l’Inghilterra, le Province Unite, metà della Germania e i tre quarti dei paesi elvetici»: <em>Saggio sui costumi</em>, t. II, «Note supplementari…», p. 725), <strong>soffermandosi a lungo su quelle «false», per demolirle, in quanto responsabili, a suo giudizio, della <em>stupidità umana</em> (<em>«</em>I maestri della menzogna fondano il proprio potere sulla stupidità umana»: <em>Saggio sui costumi</em>, t. I, cap. CIX, p. 73<em>), a sua volta responsabile dei ritardi</em><em>, più o meno lunghi, nello sviluppo tecnologico, economico, politico e culturale dei diversi popoli della Terra</em>.</strong> Basta un solo esempio: quello delle «pie frodi» (ossia le menzogne costruite ‘apparentemente’ a fin di bene, mentre oggi le si costruiscono ‘realmente’ solo per nuocere). Scriveva nelle <em>Lettere filosofiche</em> del 1734 (cap. X, «Sul pericolo delle false leggende e della persecuzione», in Voltaire, <em>Scritti politici</em>, Utet, 1978, pp. 507-508): «Ammettiamo che ci sia qualcuno così privo di buona fede o così fanatico che mi dica: “Perché insistete tanto sui nostri errori e sui nostri sbagli? Perché volete distruggere i nostri falsi miracoli e le nostre false leggende? Essi sono l’alimento della devozione per molte persone. Ci sono degli errori necessari; non strappate dal corpo una vecchia ulcera, perché essa porterebbe con sé la distruzione del corpo”. Ecco che cosa gli rispondo: “Tutti questi falsi miracoli con i quali scuotete la fede che si deve ai miracoli veri, tutte queste assurde leggende che aggiungete alle verità del <em>Vangelo</em>, spengono la religione nei cuori. Troppe persone che vogliono istruirsi, ma non ne hanno il tempo, affermano: ‘I maestri della mia religione mi hanno ingannato, dunque non esiste nessuna religione. È meglio gettarsi tra le braccia della natura che in quelle dell’errore: preferisco dipendere dalla legge naturale che dalle invenzioni degli uomini’. Altri hanno la disgrazia di andare ancora più lontano: vedono che l’impostura ha messo loro un freno, e non vogliono più nemmeno il freno della verità, orientandosi verso l’ateismo. Diventano depravati perché altri sono stati ingannatori e crudeli. Ecco, in verità, le conseguenze di tutte le pie frodi e di tutte le superstizioni”». E nel cap. IX del <em>Saggio sui costumi</em> (pp. 246-247, 250) scrive: <strong>«</strong><strong>Non possono venire occultate le pie frodi che disgraziatamente compirono i primi cristiani di tutte le sette per consolidare la nostra santa religione, la quale non aveva bisogno di questo aiuto vergognoso. </strong>Fu escogitata una lettera di Pilato a Tiberio […]; fu inventato un preteso editto di Tiberio, che poneva Gesù tra gli dèi; furono escogitate le <em>Lettere</em> di Seneca a Paolo e di Paolo a Seneca; fu creato il <em>Testamento dei dodici patriarchi</em>, che venne ritenuto autentico per lunghissimo tempo […]; furono escogitati i <em>Viaggi di san Pietro</em>, l’<em>Apocalisse di san Pietro</em>, gli <em>Atti di san Pietro</em>, gli <em>Atti di san Paolo</em> e gli <em>Atti di Pilato</em> […]; furono inventati versi delle Sibille [..]; infine, venne creato un numero incredibile di màrtiri, che furono confusi con i veri [&#8230;]». Concludendo: <strong>«</strong><strong>Tutte le frodi, tutti gli errori e tutte le ripugnanti sciocchezze da cui siamo sommersi da millesettecento anni non hanno potuto nuocere alla nostra religione.</strong> È divina certamente, se millesettecento anni di imposture e di stupidaggini non hanno potuto distruggerla; e tanto più rispettiamo la verità quanto più disprezziamo la menzogna». Circa poi la «scrittura», lo «stile» di Voltaire, vale anche per il <em>Saggio sui costumi</em>, a mio giudizio, quanto Italo Calvino scrisse nella sua «Introduzione» del 1974 al <em>Candido</em>: «Nel <em>Candide</em> oggi non è il “racconto filosofico” che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma di una morale e di una visione del mondo: è il <em>ritmo</em>. Con <em>velocità</em> e <em>leggerezza</em>, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale […]» (<em>Candide o della velocità</em> [1974], in <em>Perché leggere i classici</em>, Oscar Mondadori, 2017, p. 112; corsivi miei).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Razze, costumi, religione. Come la pensa Voltaire? Ogni evento &#8216;religioso&#8217; è ridotto alla facoltà immaginativa dell&#8217;uomo e alle condizioni storiche contingenti, ma le razze esistono&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La storicizzazione degli ‘eventi’ religiosi è uno dei tratti salienti del <em>Saggio sui costumi</em>: <strong>«</strong><strong>È verosimile – vi legge ad esempio – che, al principio, Maometto fosse un fanatico, così come lo fu Cromwell all’inizio della guerra civile. Entrambi impiegarono la loro intelligenza e il loro coraggio per far vincere il proprio fanatismo;</strong> ma Maometto fece cose infinitamente più grandi, perché <em>viveva in un tempo, e presso un popolo, in cui era possibile farle</em>. Fu certamente un grandissimo uomo, e formo grandi uomini. Bisognava che fosse martire o conquistatore, non c’era via di mezzo. Vinse sempre, e tutte le sue vittorie furono ottenute con pochi uomini contro molti. Conquistatore, legislatore, monarca e pontefice, interpretò sulla Terra la parte più grande che si possa interpretare agli occhi degli uomini comuni» (t. II, «Note supplementari…», p. 730). E nelle <em>Lettere filosofiche</em> del 1974, Voltaire già scriveva: «Non è curioso che Lutero, Calvino, Zuinglio, tutti autori illeggibili, abbiano fondato sette che dividono l’Europa, o che l’ignorante Maometto abbia dato una religione all’Asia e all’Africa, mentre Newton, Clarke, Locke, Le Clerc ecc., i più grandi filosofi e le migliori penne del loro tempo, siano riusciti creare appena un piccolo drappello, che anzi diminuisce di giorno in giorno? <em>Ecco cosa significa venire al mondo al momento giusto</em>. Se ricomparisse, oggi, a Parigi, il cardinale di Retz non riuscirebbe a spingere alla sollevazione nemmeno una decina di donne. <strong>Se rinascesse, Cromwell, che fece decapitare il proprio re e si proclamò sovrano, sarebbe un semplice commerciante di Londra</strong><strong>»</strong> (Lett. VII, p. 237 dell’ed. cit.). Concludo sul punto, rinviando gentilmente il lettore alla breve ma importante voce «A proposito, l’occasione» del <em>Dizionario filosofico</em> (a cura di D. Felice e Riccardo Campi, Bompiani, 2013, pp. 405-407), dove tra l’altro si legge: «Se Maometto ricomparisse oggi, sarebbe tutt’al più sceriffo della Mecca» (p. 407). <strong>Circa il razzismo di Voltaire, esso è un fatto, ‘pesantemente’ confermato nel <em>Saggio sui costumi</em>.</strong> Qualche citazione anche qui (è sempre preferibile farlo parlare direttamente): «Solo a un cieco e consentito mettere in dubbio che i bianchi, i negri, gli albini, gli Ottentotti, i Lapponi, i Cinesi e gli Americani siano razze completamente diverse» (<em>La filosofia della storia</em>, cap. 2, in <em>Saggio sui costumi</em>, t. I, p. 6); «[…] tutto si manifesta in molteplici forme, e la stessa Provvidenza che ha prodotto l’elefante, i rinoceronti e i negri, ha fatto nascere in un altro mondo alci, condor, porci che hanno l’ombelico sul dorso, e uomini di un carattere differente dal nostro» (<em>La filosofia della storia</em>, cap. 8, in <em>Saggio sui costumi</em>, t. I, p. 27); <strong>«</strong><strong>Nell’antica Roma, gli Ebrei erano visti nello stesso modo in cui noi vediamo i negri, come una specie inferiore di uomini</strong><strong>»</strong> (<em>Saggio sui costumi</em>, t. I, cap. VIII, p. 238); <strong>«</strong><strong>Noi compriamo schiavi domestici solo presso i negri. Tale commercio ci viene rimproverato: un popolo che fa mercato dei suoi figli e ancora più condannabile del compratore.</strong> Questo traffico dimostra la nostra superiorità: colui che si sottomette a un padrone, è nato per averne» (<em>Saggio sui costumi</em>, t. II, cap. CXCVII, p. 652). Le osservazioni che si possono fare, e che sono state fatte, sono innumerevoli. Le migliori restano, a mio avviso, quelle di Michèle Duchet in <em>Anthropologie et hisoire au siècle des lumières</em> (1971; tr. it. <em>Le origini dell’antropologia</em>, 4 tt., Laterza, 1976-77), la quale dopo un’attenta analisi dell’antropologia volterriana (con puntuali confronti con Rousseau e Buffon) e dopo aver rimarcato che affermare, come fa Voltaire, che le specie umane sono immutabili e che sono sempre state quello che sono significa dire che non possono derivare le une dalle altre e, a più forte ragione, che non possono derivare da un’unica coppia (Adamo ed Eva) (t. III, p. 83), conclusivamente scrive: <strong>«</strong><strong>Lungi dall’essere in anticipo rispetto al proprio secolo, l’umanismo di Voltaire non è che un riflesso della cattiva coscienza dei <em>philosophes</em>, incapaci di porre il problema nei suoi veri termini</strong> […]. Voltaire pensa non tanto ai profitti dei coloni del Nuovo Mondo e alla sorte dei loro schiavi, quanto ai servi della regione di Gex e alla prosperità di Ferney [dove visse dal 1758 al 1777]. Ciò di cui loda i fisiocratici è la dimostrazione, cifre alla mano, “che si può fare qualsiasi cosa con uomini liberi” e di aver dato forza di legge a questa massima di Montesquieu [<em>Lo spirito delle leggi</em>, XV, 8, in Montesquieu, <em>Tutte le opere</em> (1721-1754), a cura di D. Felice, Bompiani, 2014, p. 1409]. La sua simpatia per la causa degli schiavi è solo una conseguenza di quell’‘interesse ben inteso’ di cui gli economisti proclamavano la virtù. Inoltre, egli ne trasferisce costantemente le idee nel proprio mondo, perorando più vigorosamente la causa degli “schiavi dei monaci” che non quella dei Negri delle piantagioni, e preferendo alla proprietà del buon Filmer (il narratore di <em>Ziméo </em>[di Saint-Lambert]) la fattoria-modello di Ferney. Un umanismo ben ordinato comincia da se stessi» (t. III, p. 121).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I</strong><strong>n sintesi. Rifacendo – con sforzo prodigioso – la Storia, che storia vuole narrarci Voltaire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rispondo anche qui con le parole stesse di Voltaire: «Volete dunque vincere – scrive rivolgendosi alla sua compagna e ispiratrice Madame du Châtelet – il disgusto che vi causa la storia moderna a partire dalla decadenza dell’Impero Romano, e farvi un’idea generale delle nazioni che abitano e devastano la Terra. In questa immensità <em>cercate solamente quanto merita di essere conosciuto da voi: lo spirito, i costumi e gli usi delle nazioni più importanti, suffragati da fatti che non è lecito ignorare</em>. Il fine di questo lavoro non è di sapere in quale anno, presso una nazione rozza, un principe indegno di essere ricordato succedette a un principe barbaro. Se si avesse la sfortuna di poter immagazzinare nella testa la successione cronologica di tutte le dinastie, non si conoscerebbe altro che parole. <strong>Come bisogna conoscere le grandi gesta dei sovrani che hanno reso i loro popoli migliori e più felici, così e possibile ignorare i comuni monarchi, che potrebbero soltanto sovraccaricare la memoria. A che cosa vi servirebbero <em>i dettagli di tanti piccoli affari che ora non esistono più</em>, di tante famiglie estinte che si sono disputate province inghiottite successivamente da grandi regni?</strong> Oggi quasi ogni città possiede la propria storia, vera o falsa, più ampia e dettagliata di quella di Alessandro. Gli annali di un Ordine monastico occupano, da soli, più volumi di quelli dell’Impero Romano» (<em>Saggio sui costumi</em>, t. I, «Prefazione», p. 175).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con perspicacia da antropologo, Voltaire indaga il Giappone, l&#8217;America, la Cina, l&#8217;Arabia. Cosa scopre nei &#8216;costumi&#8217; altrui in contrapposizioni a quelli europei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Voltaire fu <em>le premier historien de la civilisation</em> (Lanson). Egli concepì il lavoro dello storico come un’indagine in cui si combinassero la critica delle fonti, la ricostruzione e la descrizione degli eventi e della complessa trama delle cause: al contrario delle vecchie «cronologie», la storia per Voltaire avrebbe dovuto presentarsi come un vasto affresco in cui trovassero posto i differenti fattori (economici, sociali, demografici ecc.) che concorrono alla costituzione di una determinata società – sia questa la monarchia assoluta di Luigi XIV, o i remotissimi imperi cinese e indiano, o le misteriose civiltà precolombiane d’America, che Voltaire, <strong><em>contro l’eurocentrismo dominante presso gli scrittori del suo (e del nostro) tempo</em>, sentì il bisogno di inserire come elementi fondamentali in quella <em>storia cosmopolita</em>, </strong>che doveva descrivere, nella ambiziosa intenzione di Voltaire, «i costumi e lo spirito delle nazioni». In altri termini: 1) ampliamento del dell’<em>oggetto</em> della storia (che diventa «storia delle civiltà», «storia totale»: non più storia delle avventure dei singoli, non storia dei regnanti o dei personaggi politici, dei condottieri o dei colonnelli, ma storia della vicenda umana, con le realtà ideologiche, concettuali e materiali, con i problemi esistenziali, economici e sociali che di volta in volta hanno coinvolto il nucleo umano fin dai primordi); e (2) e allargamento del <em>spazio</em> della storia (non più solo il ‘continente’ Europa, ma anche, a pari titolo, gli altri continenti allora noti, e cioè Asia, Africa e America, antiche moderne; ossia, non più solo la civiltà cristiana, ma anche le altre grandi civiltà, <em>in primis</em> la cinese/confuciana, l’indiana e la musulmana). Che cosa Voltaire <em>scopre</em> nelle <em>altre</em> <em>civiltà</em>? In primo luogo, che la <em>morale</em> è dappertutto la stessa, stante (per il Nostro) l’immutabilità della natura umana, ma che ad <em>elaborarla</em> <em>e praticarla</em> <em>meglio</em> sono stati i Cinesi, a partire dal loro maestro Confucio (insegnò «la morale più pura» [<em>Saggio sui costumi</em>», t. II, «Note supplementari…», p. 730]: <strong>«</strong><strong>Noi insultiamo tutti i giorni le nazioni straniere, senza pensare quanto le nostre usanze possano apparire loro stravaganti. Osiamo ridere di un popolo [quello cinese] che professava la religione e la morale più pura oltre duemila anni prima che noi avessimo cominciato a uscire dal nostro stato di selvaggi</strong>, e i cui costumi e le cui usanze non hanno mai subito alcuna alterazione, mentre da noi tutto e cambiato» (<em>Saggio sui costumi»</em>, t. II, «Note supplementari<em>…</em>», p. 726); «Per quale fatalità, forse vergognosa per i popoli occidentali, <strong>si deve andare fino in estremo Oriente per trovare un saggio semplice, scevro da ogni ostentazione di sfarzo e da impostura, che insegnava agli uomini a vivere felici seicento anni prima della nostra èra volgare</strong>, in un tempo in cui tutto il Settentrione ignorava ancora l’uso delle lettere e in cui i Greci avevano appena cominciato a segnalarsi per la loro saggezza? Questo saggio fu Confucio che, nella sua qualità di legislatore, non volle mai ingannare gli uomini. <em>Quali regole di condotta più belle si sono mai fornite dopo di lui nel mondo intero</em>?» (<em>Dizionario filosofico</em>, ed. cit., «Filosofo», p. 2467); «[…] Confucio, il primo dei mortali che non abbia ricevuto alcuna rivelazione; egli ricorre unicamente alla ragione, e non alla menzogna e alla spada. Viceré di una grande provincia, fa fiorire in essa la morale e le leggi: caduto in disgrazia e povero, le <em>insegna</em> e le <em>pratica</em> nella prosperità e nell’avvilimento; rende amabile la virtù; <em>ha come discepolo il più antico e saggio dei popoli</em>» (<em>Dizionario filosofico</em>, ed. cit., «Alcorano», p. 131). In secondo luogo, che l’Occidente europeo occupa il primo posto nello <em>sviluppo scientifico-tecnologico</em>. Sempre in confronto alla Cina, scrive: «Tutti i giorni mi càpita di sbagliarmi, ma ho il sospetto che i popoli che hanno coltivato le arti siano vissuti tutti sotto una teocrazia. Faccio sempre eccezione per i Cinesi, che appaiono saggi da quando costituiscono una nazione. Sono privi di superstizioni fin dal tempo in cui la Cina è diventata un regno. È un vero peccato che, arrivati per primi a vette così alte, nel campo delle scienze essi siano rimasti fermi al punto in cui da tanto tempo si trovano. Paiono aver ricevuto dalla natura una cospicua dose di buon senso, ma una alquanto limitata di industriosità. Eppure, in altri campi, la loro industriosità si è sviluppata ben prima della nostra» (<em>Dizionario filosofico</em>, ed. cit., «Teocrazia», p. 2827).</p>
<p><strong>A che visione del mondo (e della storia) a suo avviso prepara la via Voltaire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la <em>storia</em>, a una visione non “monistica”, ma “pluralistica”: non esiste “la” storia (nella fattispecie, la storia cristiano-occidentale), ma “le” storie, le quali vanno <em>conosciute</em> e <em>rispettate</em> secondo il canone dell’<em>humanitas</em>: «conoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo» (Alfonso Traina, <em>Comoedia</em>, Padova, 2009, p. 9). Per quanto concerne, invece, i <em>valori</em> (i «valori ultimi») che definiscono, o in cui si condensa, una determinata una <em>visione del mondo</em>, Voltaire, diversamente da Montesquieu, non riconosce la molteplicità e la relatività dei valori in tempi e luoghi differenti: la nozione di cambiamento e di crescita gli è largamente estranea. Per lui esistono soltanto le <em>età luminose</em> (ad esempio, il nostro Rinascimento) e quelle<em> buie</em> (ad esempio, il nostro Medioevo), e le tenebre sono dovute ai delitti, alle follie e alle disgrazie degli uomini. <strong>Guarda «disinvoltamente» alla storia – come ha scritto Isaiah Berlin – come un accumulo di fatti legati da nessi causali, il cui scopo è mostrare agli uomini sotto quali condizioni è possibile realizzare al meglio quei fini essenziali che la natura ha piantato nel cuore di ciascuno: bisogna mostrare chi sono i nemici del progresso, e in qual modo possono essere sconfitti. </strong>«Con ciò Voltaire fece probabilmente più di chiunque altro per determinare l’intero orientamento dell’Illuminismo; Hume e Gibbon sono dominati dallo stesso spirito» (<em>Controcorrente. Saggi di storia delle idee</em>, Adelphi, 2000, p. 127).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine. Perché è ancora salutare leggere questo Voltaire? Che insegnamento ultimo ci dona, al di là della forza polemica contro l&#8217;ignoranza degli ingenui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È «ancora salutare leggere <em>questo</em>» – come <em>altri</em> – Voltaire perché <strong>infinitamente più degli storici, filosofi e scrittori <em>à la page</em> (quasi tutti insulsi e inconsistenti) può aiutarci a diventare ‘maggiorenni’, cioè a ‘ragionare con la nostra testa’:</strong> <em>osez penser par vous-même</em> («Abbiate il coraggio di pensare da soli»), egli scrisse nel suo <em>Dizionario filosofico</em> («Libertà di pensiero» [1765]) vent’anni prima del prussiano Kant (<em>Sapere aude</em>, in <em>Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? </em>[1784]). Ovvero: può aiutarci a non dimenticare, come invece facciamo troppo spesso, che la posizione distintiva degli esseri umani è la <em>posizione eretta</em>. Per limitarci alla <em>storia</em>: perché <em>questa</em>, come <em>altre</em> storie che Voltaire scrisse, rientra a pieno titolo nel novero di quelle che «ci fanno conoscere i nostri doveri e i nostri diritti, senza avere la pretesa di insegnarceli» (<em>Dizionario filosofico</em>, ed. cit., «Storia», p. 1879). Nel <em>Saggio sui costumi</em> «si è pensato assai meno – scrive il Nostro – a raccogliere una moltitudine enorme di fatti, i quali si annullano gli uni con gli altri, che a raccogliere quelli principali e più certi, affinché possano <em>servire da guida al lettore e</em> <em>permettergli di giudicare da sé</em> sull’estinzione, la rinascita e i progressi dello spirito umano, e <em>fargli riconoscere</em> i popoli dalle loro stesse usanze» (t. II, «Note supplementari…», p. 723).</p>
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		<title>Che cosa ci fa Vladimir Nabokov al Polo Sud? Storia di uno scritto ritrovato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 18:08:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il luogo letterario dove vorrei traghettare la mia vecchiaia si chiama Zembla. Zembla è il cuore sinistro del più eccentrico romanzo del Novecento. Lo ha scritto Vladimir Nabokov. S’intitola Fuoco pallido. Anno di grazia 1962. Il romanzo, di fatto, si snoda attraverso le note redatte da Charles Kinbote al poema, in 999 versi, del celebrato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il luogo letterario dove vorrei traghettare la mia vecchiaia si chiama Zembla. Zembla è il cuore sinistro del più eccentrico romanzo del Novecento. Lo ha scritto Vladimir Nabokov. S’intitola <em>Fuoco pallido</em>. Anno di grazia 1962. Il romanzo, di fatto, si snoda attraverso le note redatte da Charles Kinbote al poema, in 999 versi, del celebrato lirico americano John Shade, che s’intitola <em>Fuoco pallido</em>, appunto<em>. </em><strong>Kinbote è l’erede del re di Zembla, “mia amata patria”, “una regno di pace e di eleganza”, dove “fiorirono le arti gentili e le scienze pure” e “armonia, sì, era questa la parola d’ordine del regno”. Nella geografia nabokoviana, Zembla adombra l’Eden russo prima della Rivoluzione. Risposta banale.</strong> Questa “remota contrada nordica” con il nome di Nuova Zembla è censita nei reperti geografici dell’era dei lumi. “Gli Olandesi pretendono di essere stati i primi a scoprire questa Terra nel 1594 cercando il passaggio per l’Oceano Settentrionale per andare per là nel Giappone, e della Cina, ma ne furono impediti dai ghiacci” (<em>Istruzioni di Commercio e suo stato antico, e moderno</em>, Napoli, 1804). In effetti, la terra avita è una ostilità di iceberg e di deserto infecondi, “Gli Zemblani non esistono fuorché idealmente; il paese detto la nuova Zembla significa in lingua Russa, nuova terra, ha pochissimi abitanti”, scrive Buffon nella sua <em>Storia naturale</em>; <strong>“Nella Zembla la natura offresi nel più selvaggio aspetto, giacché questa non è quasi formata che da una catena di montagne abbastanza elevate. L’aspetto ne è più orribile che maestoso”</strong>, conclude con radicale inerzia il <em>Dizionario delle origini invenzioni e scoperte nelle arti, nelle scienze, nella geografia, nel commercio, nell’agricoltura ecc. ecc.</em>, stampato in Milano nel 1831. Zembla, in effetti, nome esotico da donna spagnola, più che altro è una patria utopica. Lo dice anche Nabokov, in un passo di <em>Fuoco pallido</em>, accennando alla “Zembla abbagliante che mi infiammava la mente”. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-59206 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/Nabokov-libro-193x300.jpg" alt="Nabokov libro" width="193" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Nabokov-libro-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Nabokov-libro.jpg 300w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /><strong>Già, ma da dove viene il fascino di Nabokov per i remoti artici, per i regni del ghiaccio? La risposta richiede un viaggio nel tempo. Siamo a Londra, negli anni Venti.</strong> Nel 1919 Vladimir studia al Trinity College, Cambridge. “Durante una visita al British Museum ammira i diari di Scott in una teca”. Robert Falcon Scott, il grande esploratore britannico ossessionato dalla scoperta del Polo Sud, che morì, di ritorno dalla spedizione, nel 1912. Nabokov ne è impressionato. Negli anni Venti i Nabokov si trasferiscono a Berlino, la Gerusalemme celeste dei russi in esilio; nel marzo del 1922 il papà di Nabokov, già parlamentare zarista, viene ucciso da fanatici monarchici. <strong>“A 24 anni, mentre lavorava, d’estate, in una fattoria nel sud della Francia, è il 1923” Nabokov butta giù a un atto unico dal titolo <em>Polyus</em>, cioè ‘Il Polo’. Il testo è pubblicato tra il 14 e il 16 agosto 1924 sulla rivista russo-berlinese <em>Rul’.</em></strong> Il testo, pressoché sconosciuto, me lo mostra il poeta neozelandese <a href="http://www.pangea.news/non-abbiate-paura-della-poesia-dialogo-bill-manhire-massimo-poeta-dellaltro-mondo/" target="_blank" rel="noopener">Bill Manhire</a>, che l’ha riscoperto allestendo l’antologia <em>The Wide White Page</em>, una raccolta, da Coleridge a Jules Verne, da Poe a Lovecraft, Ursula LeGuin e Michael Chabon, di come “gli scrittori immaginano l’Antartide”, pubblicata dalla Victoria University Press. Il testo, in realtà, è stato tradotto in inglese da Dmitri Nabokov, il figlio di Vladimir, nel 1984, nel libro <em>The Man from the USSR and Other Plays. </em>La pièce è di precoce bellezza. <strong>Nabokov ‘falsifica’ i taccuini di Scott – il testo comincia con una fasulla citazione “dai diari di Scott”, “era una vero galante gentiluomo” – e narra gli ultimi istanti dell’esploratore. Conquista, soprattutto, il legame capitale tra Scott e il diario, tra l’esploratore e la scrittura</strong> (“Ho bisogno di pregare… il mio diario – eccolo, il mio umile, fedele libro d’ore”), come se i luoghi esistessero davvero a patto che qualcuno li descriva. <strong>Il finale è una folgorazione nabokoviana, con Scott che sussurra al fido Fleming, “la gente ama le favole, non è forse vero?”, quasi che l’epopea delle scoperte geografiche non abbia altro scopo che quello: raccontare storie autorevoli e autarchiche. </strong>Ecco, allora, la necessità di Zembla, di un luogo che sia periplo di leggende, isteria retorica. Storia nella storia. <strong>Il 28 settembre 1996, per venti repliche, a Berlino, va in onda Polius, per la regia di Klaus Michael Grüber, già assistente di Giorgio Strehler. La traduzione in tedesco del testo è d’autore, è di Botho Strauß. A interpretare il capitano Scott, il super Bruno Ganz.</strong> L’allestimento gira poco e male, va a Zurigo, a Losanna, al Festival d’Automne di Parigi. Poi entra di diritto nel dimenticatoio. E se lo rimettessimo in scena? Intanto, che qualcuno – Adelphi, il grande ‘nabokovizzatore’? – si sbrighi a tradurlo. Per voi, un brandello.</p>
<figure id="attachment_59207" aria-describedby="caption-attachment-59207" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59207" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/Scott-300x216.jpg" alt="Scott" width="300" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Scott-300x216.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Scott-768x552.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Scott-1024x736.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Scott-600x431.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Scott.jpg 1402w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59207" class="wp-caption-text">Robert Falcon Scott (1868-1912) al Polo Sud</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cap. Scott:</strong> Addio… (<em>Flaming se ne va</em>). Sì, ce la farà… dodici miglia… poi la tormenta sta svanendo… (<em>pausa</em>). Devo pregare… Il mio diario – eccolo, il mio umile, fedele libro d’ore… Inizio dal mezzo (<em>legge</em>): “15 novembre: la luna brilla come un falò e Venere sembra una piccola lanterna giapponese…” (<em>gira pagina</em>) “Bravo Kingsley. Sembra sempre che stia giocando – robusto, leggero… Problemi con i nostri poveri cani: Gypsy è diventato cieco, e Grouse è scomparso: caduto nel buco di una foca, penso…”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vigilia di Natale: oggi il cielo era illuminato dall’aurora boreale…” (<em>gira pagina</em>) “8 febbraio: il Polo. La bandiera norvegese sventola dalla neve… Siamo stati sconfitti. Mi dispiace per i miei fedeli compagni. E ora dobbiamo tornare indietro”. (<em>gira pagina</em>) “18 marzo: ci stiamo allontanando. Le slitte sono bloccate… 20: cacao finito e carne secca… I piedi di Johnson non stanno bene. Lui è allegro, è ancora lucido. Continuiamo a discutere su cosa faremo al nostro ritorno”. Bene, ora devo aggiungere solo – ma la matita è rotta. Suppongo che sia il finale più appropriato…</p>
<p style="text-align: justify;">Signore, io sono pronto. La mia vita, come l’ago di una bussola, ha tremato e ha puntato al Polo – e Tu, tu sei quel Polo… I miri sci hanno lasciato tracce sulle tue innumerevoli nevi. Non c’è altro. Questo è tutto ciò che è. (<em>pausa</em>) A casa, a Londra, con qualche giocattolo o altro… e un parco in città, bagnato dalla luce del sole, le ginocchia nude… cosa diranno… (<em>pausa</em>) Tutto è quiete. Immagino Fleming sull’infinita e lucida pianura – cammina e cammina, muove gli sci in modo così preciso – uno, due… scompare… non ho fame… una enorme debolezza, una quiete enorme si rapprende sul mio corpo… (<em>pausa</em>) forse è delirio…</p>
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		<title>150 anni di Marcel Schwob, lo scrittore che visse per scrivere le vite altrui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Sep 2017 20:46:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Jorge Luis Borges]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Consapevole della sua malattia, letale, un bel giorno del 1901 Marcel Schwob s’imbarcò per le Samoa. Voleva onorare la tomba del suo amico Robert Louis Stevenson, che era morto laggiù, sette anni prima. Le lettere che scrive all’amata Marguerite Moreno, attrice di fulgida bellezza, già onorata di un ricco bouquet di lettere (“Vorrei essere ucciso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Consapevole della sua malattia, letale, un bel giorno del 1901 Marcel Schwob s’imbarcò per le Samoa. Voleva onorare la tomba del suo amico Robert Louis Stevenson, che era morto laggiù, sette anni prima. Le lettere che scrive all’amata <strong>Marguerite Moreno</strong>, attrice di fulgida bellezza, già onorata di un ricco bouquet di lettere (“Vorrei essere ucciso da te. Perché la morte sarebbe ancora te”), sono uno dei più bei romanzi ‘di viaggio’ mai scritti. “Le stelle nuove, il mareggio geometrico e liscio nelle sue curve, la desolazione della costa, il volo silenzioso e veloce degli albatri bianchi col becco rosa e le ali adorne, il vento glaciale del sud: tutto annuncia il deserto del polo australe che manda fino a noi il suo tenebroso soffio”. Discendente di un soldato crociato, figlio di un diplomatico con il tic per la letteratura – era amico di <strong>Jules Verne</strong> – Marcel intrattiene un rapporto epistolare con Mark Twain a 14 anni ed è – parola di <strong>Jorge Luis Borges</strong> – tra i massimi scrittori di racconti di ogni tempo. Le sue <em>Vite immaginarie</em>, dalla “perfezione irritante” (Colette), sono un libro ‘di culto’: Schwob definisce per flash, con la perizia di un calligrafo, con il genio di chi sa istoriare un Giudizio Universale su chicco di riso, l’esistenza di grandi (<strong>Empedocle</strong>, <strong>Lucrezio</strong>, <strong>Petronio</strong>, <strong>Paolo Uccello</strong>), piccoli (Katherine la Merlettaia), sconosciuti (Stede Bonnet) o notissimi (Cecco Angiolieri, il capitano Kyd) personaggi, con l’idea che “l’arte si pone dalla parte opposta delle idee generali, non descrive che l’individuale, non desidera che l’unico”. Marcel Schwob, genio dalla salute fragile – morì, neppure quarantenne, nel 1905 – è nato esattamente 150 anni fa. In Francia, una associazione specifica allinea le novità editoriali, qui: <a href="http://www.marcel-schwob.org">http://www.marcel-schwob.org</a>. In Italia, le <em>Vite immaginarie </em>sono edite da Adelphi, e il fatidico epistolario dalle Samoa è riprodotto in <em>Il terrore e la pietà </em>(Einaudi, 1997). Si potrebbe fare di più.</p>
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