“Non abbiate paura della poesia!”: dialogo con Bill Manhire, il massimo poeta dell’altro mondo

Vent’anni fa, è stato il primo poeta neozelandese a essere dichiarato ‘Poet Laureate’. Di fatto, ha dato identità e autonomia alla letteratura del paese più enigmatico del pianeta. “Un paio di anni fa avrei voluto dire che molti di noi perseguono ideali etici, o vi tentano. Ma poi guardo Trump e l’America e capisco che il mio è solo un pio desiderio… ma la poesia può aiutarci”

Posted on dicembre 30, 2017, 10:00 am
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La poesia è troppo delicata e arcana, sta tra il cristallo e la lama alla gola, per aver bisogno di ‘mostrare i muscoli’. La poesia, d’altronde, è nuda: ed è quella nudità a terrorizzare. Eppure, di fronte all’assolutamente ignoto qualche misura va data. Bill Manhire (nella fotografia di Grant Maiden), classe 1946, ha un sorriso determinato, la fronte larga e due occhi scolpiti su ghiacciaio anglosassone. Vent’anni, nel 1997, quando la Nuova Zelanda, quel parastinco roccioso all’altro lato del mondo, si dota del ‘Poet Laureate’, carica onorifica fieramente english, si pensa subito a lui. Dieci anni fa, ciliegina sull’alloro, arriva il ‘Prime Minister’s Award for Literary Achievement in Poetry’. Insomma, Manhire è tra i massimi poeti neozelandesi di oggi – se in poesia hanno valore i superlativi e i supereroi. Soprattutto, Manhire, baciato dalla precocità degli ispirati – la prima raccolta, Malady, è del 1970 – autore di una ventina di testi poetici, oltre a libri di racconti e saggi – va citato la particolarissima antologia The Wide White Page, dedicata all’immaginario antartico, all’Antartide, “il più remoto e misterioso continente della Terra”, come descritto dagli scrittori – ha fatto tanto per definire e diffondere la poesia neozelandese, ad esempio costruendo l’annuario digitale Best New Zealand Poems (http://www.bestnewzealandpoems.co.nz/). “Pochi scrittori sanno incunearsi nella dimensione più semplicemente e allo stesso tempo più profondamente poetica che è presente in tutte le cose, dandole spazio e suono senza sfasati slanci tonali e retorici”, ha scritto di lui Marco Sonzogni, introducendo uno dei rari – e quasi clandestini – volumi di Manhire pubblicati in Italia, E il fulmine si vanterà della sua opera (Kolibris, 2014; l’altro è Levàti, Joker, 2009). Quattro volte vincitore del New Zealand Book Award, Bill Manhire, tra i cui ‘maestri’ ci sono Carl Sandburg come Snorri Sturluson, gli americani e l’antica poesia anglosassone, ha dato dignità, identità e autonomia alla poesia neozelandese contemporanea. Lo abbiamo contattato per capire cosa accade in mondi poeticamente australi, così lontani, fiabeschi, tonanti.

Come è nata in lei l’idea di scrivere poesie? Quali sono le sue fonti di ispirazione? Chi sono i suoi maestri, i ‘classici’ o i contemporanei?

“Ho scritto la mia prima poesia quando avevo sette anni, ma ho cominciato a scrivere con una certa persistenza tra i 15 e i 16 anni. Il primo poeta in cui sono incappato (era nella biblioteca pubblica della mia città, Dunedin) fu Carl Sandburg; e ricordo di aver trovato D.H. Lawence, Look We Have Come Through, negli scaffali della biblioteca. Il primo poeta neozelandese che ho letto è stato R.A.K. Mason. Di solito, lui è considerato il primo ‘vero’ poeta neozelandese – certamente era perfetto per un adolescente, perché la sua opera è appassionata ed emozionante, ma chiusa dentro stretti vincoli formali. Così, più o meno, mi sentivo in quella età! Qualche anno dopo ho scoperto la poesia di Robert Creeley. Ho amato la qualità esitante e incerta delle sue parole, nella pagina come nelle registrazioni in cui leggeva i suoi testi. Molte delle mie prime poesie pubblicate sono la diretta conseguenza del suo lavoro poetico. Ma ho studiato anglosassone e norvegese antico all’università: mi piaceva il ritmo incalzante di alcuni poesie in antico inglese, e la poesia scaldica. Ho letto il Beowulf nell’originale anglosassone. Così, ho un groviglio piuttosto composito di influenze”.

Può indicarci, pur sommariamente, le caratteristiche che contraddistinguono la poesia neozelandese da quella americana o inglese?

“Trent’anni fa ho scritto un saggio su come la scoperta della poesia americana contemporanea abbia trasformato la mia percezione di ciò che è possibile fare. Il saggio è anche online, qui. Sostanzialmente, dico che la lettura dei poeti americani ha dato a me e alla mia generazione la possibilità di esplorare nuove direzioni liriche. Non dovevamo pagare dazio rispetto al canone inglese. Quella lunga, ancestrale tradizione era rotta, ora. Potevamo leggere e imparare da ogni poeta che avessimo incontrato. selectd poemsOvviamente, Internet ha reso del tutto normale questo atteggiamento. Penso che i neozelandesi – sicuramente i Pakeha neozelandesi [i discendenti di europei, ndr] – tendono a essere incompresi e laconici, un po’ come Sir Edmund Hillary quando per primo scoprì l’Everest. Questa qualità laconica permea la nostra poesia. C’è in poeti come Brian Turner e Jenny Bornholdt, ma anche nelle commedie ironiche tipo quelle di Hera Lindsay Bird. In sostanza, direi che siamo meno esuberanti degli americani, ma neanche così puritani e con i paraocchi come gli inglesi. Forse siamo più simili ai poeti irlandesi e scozzesi che agli scrittori più espressamente ‘inglesi’ (per esempio, uno come Andrew Motion). Penso, inoltre, che i neozelandesi possano qualche volta essere sospettati di eccesso di facilità. Ci piacciono le cose con qualche ostacolo tra loro – un po’ di imbarazzo, un po’ di goffaggine. Il verso più famoso della poesia neozelandese è Quardle oodle ardle wardle doodle, dal poema di Denis Glover, The Magpies. È come se gli uccelli volessero gorgogliare, ma falliscono miseramente. Mi piace leggere (e scrivere) poesie dove il tono e il registro linguistico cambiano improvvisamente – ciò che Ezra Pound chiama logopeia, ‘la danza dell’intelletto tra le parole’”.

Che ruolo ha il poeta nella cultura neozelandese? Sei stato eletto Poeta Laureato, un alloro che in Italia (che è anche un paese di poeti…) non esiste. Cosa significa essere dei poeti ‘laureati’? Che valore dai ai vari premi che hai vinto come poeta?

“Penso che il ruolo del Poeta Laureato sia semplicemente quello di parlare a nome della poesia – che in Nuova Zelanda spesso significa incoraggiare le persone a non avere paura della poesia. Non so se sia così in Italia, ma in Nuova Zelanda i bambini più piccoli amano la poesia, ma quando accedono alle scuole superiori sono intimiditi da essa. In molte classi gli studenti vedono nella poesia un enigma molto complicato con un ‘tema’ nascosto al suo interno – e il loro lavoro, con l’aiuto dell’insegnante, consiste nel riconoscere il tema, per poi conoscere la metafora e la metrica. Non ci si aspetta che ascolteranno canzoni del genere. Non c’è alcuna pretesa, come ad esempio nel Regno Unito, che il Poeta Laureato scriva poesia per occasioni ufficiali. Ciascun ‘laureato’ trova il modo di esercitare il proprio personale ruolo come desidera. Io ho fatto una serie di cose, ad esempio regolari interventi sulla poesia nella radio nazionale, ho scritto poesie per aste benefiche. Ho creato il sito Best New Zealand Poems, che rende la nostra poesia disponibile ai lettori d’oltreoceano. Riguardo ai premi: beh, mi incoraggiano e mi fanno sentire stimato. Ma scriverei ugualmente (e forse con determinazione maggiore!) se non avessi vinto alcun premio”.

Ho letto che scrive anche racconti. Che relazione esiste nella sua opera tra poesia e prosa?

“Ho iniziato a scrivere racconti anni fa, quando percepivo che stavo scrivendo poesie che erano la mera copia di lavori precedenti. Penso che i racconti siano stati di grande aiuto per quando sono ritornato alla poesia. Le poesie sono diventate meno introspettive, dando attenzione maggiore al mondo esterno; i racconti mi hanno aiutato a sviluppare alcune qualità narrative, sebbene si tratti di una narrativa piena di lacune. Un esempio di ciò che dico è il poema The Beautiful World, pubblicato online sulla The Manchester Review. Ma mi piace, anche, scrivere poemi in prosa”.

Che valore hanno la cultura e la letteratura italiana nella sua formazione?

“Per me, il più importante scrittore è Italo Calvino: la gamma intera del suo lavoro, dal realismo sociale alla fantasia selvaggia. Adoro le storie di Palomar, specialmente quella che in inglese è tradotta come Serpents and Skulls [“Serpenti e teschi” in originale, ndr], dove gruppi di turisti e torme di scolari vanno a visitare il sito di un tempio tolteco. Palomar ha un amico che spiega e interpreta ogni cosa, mentre casualmente incrociano un insegnante che indica statue, pezzi di pietra scolpita, colonne e dice ai bambini, ‘Non sappiamo cosa significhi’. Penso che tutti noi abbiamo bisogno, almeno una volta, di un insegnante come quello!”.

A suo avviso, come deve relazionarsi la poesia con la politica, con il potere? La poesia ha anche un valore etico?

“Ho sempre pensato che la poesia fosse in contrasto con ogni sistema di potere, benché non penso che sia necessario un particolare progetto per esserlo. liftedIn effetti, mi piacciono le poesie che sono indecise su ciò che pensano, che sono contraddittorie, goffe, confuse. Rileggo spesso la sentenza di William B. Yeats: ‘Liberi dalla lotta con il mondo, facciamo retorica; ma liberi dalla lotta con noi stessi, facciamo poesia’. Tutto dipende, forse, da ciò che si intende per ‘lotta’… Riguardo all’etica, un paio di anni fa avrei voluto dire che molti di noi perseguono ideali etici, o vi tentano. Questo è un prerequisito per essere umani. Ma poi guardo Trump e l’America e capisco che il mio è solo un pio desiderio. Mi viene in mente la descrizione di D.H. Lawrence delle poesie come ‘atti di attenzione’. Viviamo in tempi in cui dobbiamo prestare la massima attenzione possibile a dove sta andando il mondo. La poesia ci può aiutare. Ma allo stesso modo può farlo un giornalismo coraggioso e forte”.

*

Kevin

 

Non so dove vadano i morti, Kevin.

Un luogo lontano che conosco

è dentro la pesante radio. Se ascolto a tarda notte,

c’è quello scuro, celestiale barbaglio,

profondità della grotta, l’alveare.

 

Musica. Qualcuno si scalda le mani al fuoco,

rompendo i braccioli di poltrone,

rompendo le rozze carcasse dei letti, bruciando la sua comodità

di certo per tenersi in vita. Presto non ci vedrà quasi più,

e allora, in silenzio, ascolta: poi qualcuno lo solleva

ed è un programma terribile all’ora di colazione.

 

Ci sono madri e padri, Kevin, che conosciamo appena.

Ci sollevano. Prima o dopo finiremo tutti

dentro lo scuro mobile della radio.

 

 

Natura morta con vento tra gli alberi

 

Tanta parte del pianeta è fragile

cose che sbattono sul filo,

oggetti su un piatto, una macchina che sbanda

sui campi…

 

Cioè: brusco, condizionale

e, come al solito,

breve: così che ancora una volta si prende il proprio posto.

Ma metti che un giorno guardando fuori

 

dalla finestra aperta

si vedesse la mortalità

nel grigio scarabocchio

d’un ragazzo con in mano una mela?

 

Fragilità. Brevità. Bellezza, persino.

Luce nello spazio a disposizione.

E cos’è la gioia?

Persino una matita la può indicare.

 

(trad. it. di Marco Sonzogni da Bill Manhire, Levàti, Joker, 2009)

*

First. How was the idea of ​​writing poetry born in you? What are your sources of inspiration? Who are your masters: contemporary poets, ‘classics’?

I wrote my first poem when I was seven, but began to write with a sense of persistence when I was 15 or 16. The first poet that I stumbled on to (in the public library in my home town, Dunedin) was Carl Sandburg; and I remember finding D.H. Lawrence’s sequence, Look We Have Come Throughon the library shelves, too.  The first New Zealand poet I read was R.A.K. Mason.  He’s sometimes said to be the first “real” New Zealand poet – and certainly he was just right for a teenager, as his work is passionate and emotional, but locked inside tight formal constraints. That’s pretty much how I felt at that age! A few years later I discovered the poems of Robert Creeley. I loved the hesitant, tentative quality of his words, both on the page and in the recordings of him reading them. Several of my earliest published poems are direct copies of his work.  But I also studied Anglo-Saxon and Old Norse at university. I liked the riddling quality of some Old English poems, and of skaldic poetry. I’ve even read Beowulf in the original Anglo-Saxon. So I have a pretty mixed set of influences really.

Can you tell me the peculiarities that distinguish New Zealand poetry from American or English poetry?

 Thirty years ago, I wrote an essay about how my discovery of contemporary American poetry transformed my sense of what was possible. The essay is online here http://www.nzepc.auckland.ac.nz/authors/manhire/breaking.asp , but it basically argues that reading American poetry gave me and my generation permission to strike out in a range of new directions. We didn’t have to pay respect to the English canon. That long, ancestral line was now broken. We could read and learn from any poets we might encounter. And of course the internet has made that entirely normal now.  I think New Zealanders – certainly Pakeha New Zealanders – tend to be understated and laconic, a little like Sir Edmund Hillary when he first conquered Everest. And that laconic quality is there in our poetry. It’s there in poets like Brian Turner and Jenny Bornholdt, but also in the wise-cracking surface comedy of someone like Hera Lindsay Bird.  So I would say we’re less exuberant than the Americans, but not nearly so po-faced and parochial as the English. Perhaps we’re more like Scottish and Irish poets than the writers we think of as essentially English (for example, someone like Andrew Motion. I also think New Zealanders can sometimes be suspicious of smoothness. We like things to have a few bumps in them – a little awkwardness, a bit of clumsiness.  The most famous line in New Zealand poetry is “Quardle oodle ardle wardle doodle”, from Denis Glover’s poem “The Magpies”. It’s as if the birds are trying to warble, but failing miserably. I enjoy reading (and writing) poems where the tone, the linguistic register, shifts abruptly – what Ezra Pound called logopeia, “the dance of the intellect among words”.

What role does the poet have in New Zealand culture? You have been elected Poet Laureate, a post that in Italy (which is also a country of poets …) does not exist. What does it mean to be Poet Laureates? What value do you give to the various prizes you won as a poet?

I think the Poet Laureate role is simply to speak up on behalf of poetry – which in New Zealand often means encouraging people not to be frightened of it. I don’t know if it’s similar in Italy, but in New Zealand most small children love poetry, but then at high school they become intimidated by it. In many classrooms they are taught to see a poem as a highly complicated riddle with a “theme” hidden inside it – and their job, with the teacher’s assistance, is to work out the theme, and to learn about metaphor and metre along the way. They aren’t expected to listen to songs like that. There is no expectation, as there still is in the United Kingdom, that the Poet Laureate should write poems for official purposes. It’s left to each Laureate to define the role for themselves. I did a range of things, including regular conversations about poetry on national radio, and writing poems for charity auctions. I also set up the Best New Zealand Poems website http://www.bestnewzealandpoems.co.nz, which makes our poetry available to readers overseas. As for prizes, well, they have made me feel valued and encouraged. But I would be writing just as much – perhaps with even more determination! – if I had never won a prize.

I read that you also write stories. What are the relations between poetry and prose in your work?

I started writing stories, years ago now, when I felt I was writing poems that were copies of my own earlier work. I think the stories were very helpful when I returned to poetry. The poems became less introspective, began to pay much more attention to the outside world; and they also developed some narrative qualities – though always narratives full of gaps. One example would be a recent poem called “The Beautiful World”, which appears online in The Manchester Review http://www.themanchesterreview.co.uk/?p=7102. But I also enjoy writing prose poems, too.

What is the value of Italian culture and literature in your literary formation?

The most important writer for me would be Italo Calvino – the full range of his work, from social realism to wild fantasy. I love the Mr Palomar stories, and especially one called (in English) ‘Serpents and Skulls’, where tourists groups and school parties are visiting the site of a Tolmec temple. Mr Palomar has a friend who confidently explains and interprets everything, while occasionally they cross paths with a schoolteacher who points to each column or statue or piece of carved stone and says to the children with him, ‘We do not know what it means.’ I think we all need that sort of schoolteacher from time to time!

In your opinion, how does poetry have to relate with politic, with power? Does poetry also have an ethical value?

I’ve always thought of poetry as being at odds with systems of power, though I don’t think it needs to have a particular agenda in order to do so. In fact, I like poems that are uncertain about what they think, contradictory, clumsy, confused. I’ve always had a lot of time for W.B. Yeats’s statement: “Out of our quarrel with the world, we make rhetoric; but out of our quarrel with ourselves, we make poetry.” Maybe it depends what the quarrel is about… As for ethics, a couple of years ago I would have wanted to say that most of us lead ethical lives, or we try to. It’s a prerequisite for being human. But then I look at Trump and America and realise that this is just wishful thinking. I’m reminded of D H Lawrence’s description of poems as “acts of attention”. We’re living in a time when we need to be paying as much attention as we can to the way the world is going. Poetry can help us with that. But so can strong, courageous journalism.