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	<title>Italia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza…”. Kafka e l’Italia. Dialogo con Benjamin Balint</title>
		<link>https://www.pangea.news/kafka-in-italia-benjamin-balint/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 04:22:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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<p><strong>Tra il 1909 e il 1920, Franz Kafka visita l’Italia quattro volte.&nbsp;</strong>Di questi viaggi ci restano: gli aeroplani di Brescia; una fotografia in cui K, seminudo, al Lido di Venezia, ride; una misteriosa diciottenne svizzera, G. W., di esangue bellezza, con cui K flirta nel sanatorio di Riva; una manciata di lettere incendiare scritte a Milena da Merano&nbsp;<strong>(“Le tue lettere sono un fuoco”, scriveva, consegnando alla parola&nbsp;<em>fuoco</em>&nbsp;un nitore asciutto,&nbsp;<em>ascetico</em>).&nbsp;</strong>Combinati assieme, questi elementi compongono un affascinante – e spiazzante – Romanzo Kafka. Secondo&nbsp;<strong>Benjamin Balint</strong>, kafkologo di genio – autore, tra l’altro, nel 2018, di&nbsp;<em>Kafka’s Last Trial</em>, studio sul destino romanzesco dei manoscritti kafkiani –, l’Italia perfeziona la vocazione di K. “I viaggi italiani di Kafka non sono interruzioni nella sua opera, ma prolungamenti di quella stessa opera all’interno di un altro mezzo espressivo”,&nbsp;<strong><a href="https://www.wetlandsbooks.com/it/catalogo/mude/kafka-in-italia">scrive in&nbsp;<em>Kafka in Italia</em>, studio delizioso edito da Wetlands.&nbsp;</a></strong></p>



<p><em>Die Aeroplane in Brescia</em>, pubblicato il 29 settembre del 1909 sulla rivista praghese di lingua tedesca “Bohemia”, è tra i primi scritti di K in assoluto. Presso il campo di aviazione di Montichiari, poco lontano da K, spiccava, per sempre dionisiaco, Gabriele d’Annunzio.&nbsp;</p>



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<p>I viaggi italiani riassumono e ricompongono tutti i temi di K: la malattia e l’ossessione verbale, l’amore enigmatico e quello passionale, la quiete e la mania. La fuga. Il ritorno. L’attesa. Tornato a Praga dall’Italia, nel 1913, K scrive a Felice una lettera feroce,&nbsp;<strong>“Una convivenza durevole non è possibile per me senza menzogna come non lo è senza verità”.&nbsp;</strong>Rispetto all’Italia ritratta da tanti scrittori – Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, ad esempio – quella di Kafka è un chiodo di luce, è un guerriero luminoso che ti fa lo scalpo. Immaginare K a Stresa, nel 1911, sulla riva del Lago Maggiore è come leggere&nbsp;<em>Un messaggio dell’imperatore</em>. Chiunque sia stato su quel lago sa l’innocenza che diventa drago, sa che il solo modo di proteggere, a volte, è inghiottire. Quel lago non rispecchia, infrange, rompe lo specchio.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In qualche modo, il vagabondaggio italiano di K sovverte l’incancrenita idea che ci siamo fatti dell’aggettivo “kafkiano”. Dunque, abbiamo contattato Balint.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="289" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_-1024x289.png" alt="" class="wp-image-107569" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_-1024x289.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_-300x85.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_-768x217.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_-600x169.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/Franz_Kafkas_signature.svg_.png 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Acqua (Venezia; Riva; Stresa), vento (Brescia), aria (Merano), fuoco (l’amore). Qual è l’elemento più prossimo a Kafka?</strong></p>



<p>La risposta più allettante è: fuoco. L’amore, per Kafka, brucia davvero. Basti pensare alle parole con cui descrive Milena Jesenská: “fuoco vivo, mai visto prima”. Radiosità troppo intensa per abitarvi. Il fuoco si presenta a Kafka nelle temperature più elevate: impossibile viverci. Può solo scrivere dai margini – bruciati.&nbsp;</p>



<p>Il vento appartiene allo spettacolo aereo del 1909, a Brescia: quel favoloso luna park di inizio Novecento, turbinio di eliche e angeli meccanici. Il viaggio compiuto da Kafka a Brescia insieme a Max Brod rappresenta il passaggio da una ordinaria&nbsp;<em>flânerie</em>&nbsp;a una nuova relazione tra viaggio e scrittura. Ma Brescia è un episodio, per quanto brillante, non è il clima permanente di Kafka.&nbsp;</p>



<p>L’acqua esercita un forte richiamo in Kafka. È lì, a Stresa e a Riva, che il cielo si abbandona alla superficie senza esitazioni, mentre Kafka è interiormente spezzato. A Venezia l’acqua si sdoppia, si frantuma in fraintesi, confonde. Venezia, con i suoi canali e i riflessi, mostra a Kafka un mondo in cui nulla è soltanto se stesso. Ogni palazzo è anche il suo doppio tremolante; ogni scorcio già visto riappare, sotto la luce obliqua, nuovo. L’acqua è prossima a Kafka. Ma per lui resta l’elemento percepito dalla banchina.&nbsp;</p>



<p>Quindi, direi: aria. Non la felice aria Adriatica promessa negli opuscoli turistici, tuttavia, né la brezza tonificante pubblicizzata dalle terme e neanche l’“aria e luce” somministrate con razionale rigore nei sanatori. L’aria come elemento irrinunciabile. Possiamo rifiutare l’acqua restando a riva, evitare il fuoco indietreggiando e ripararci dal vento grazie a un muro. L’aria penetra senza permesso. È il più intimo degli elementi, quello che non possiamo possedere. Viviamo dentro l’aria e l’aria vive dentro di noi. Ecco perché la scrittura di Kafka ci pare eterea nel senso più inquietante del termine. La sua legge non è su tavole di pietra, non brandisce spade fiammeggianti; è ovunque. La sua autorità è dappertutto e da nessuna parte. Come l’aria, è invisibile e necessaria.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/37957_lg-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-107570" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/37957_lg-768x1024.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/37957_lg-225x300.jpeg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/37957_lg-600x800.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/37957_lg.jpeg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong>1913, Venezia, spiaggia. Kafka ride. Che cose ci dice del ‘kafkiano’ questa fotografia?</strong></p>



<p>Quella fotografia, in effetti, complica l’aggettivo ‘kafkiano’ riportandolo al corpo – più precisamente, al corpo illuminato. Abbiamo trasformato ‘kafkiano’ in un aggettivo per tribunali senza giudici, decreti senza autori, impiegati senza pietà. È il nostro piccolo aggettivo portatile per descrivere l’esasperazione moderna. Un ufficio che ci manda da uno sportello all’altro: ‘kafkiano’. Ma prima che l’aggettivo mutasse in diagnosi, prima che Kafka diventasse lo spettro incombente dell’angoscia burocratica, c’era quest’uomo in costume da bagno, seduto sulla spiaggia del Lido, che sorride. Perché sorride? È felice? È imbarazzato? Flirta? Si tratta di una momentanea assoluzione concessa dall’aria di mare? La macchina fotografica cattura una superficie, e immediatamente quella superficie comincia ad accusarci di non comprenderla. Offre evidenze e smobilita certezze. Ci dice: ecco Kafka, e subito ci interroga: cosa hai visto davvero? Una fotografia sembra certificare la realtà, ma in Kafka spesso accade il contrario: separa il visibile dalla spiegazione. L’inquadratura è sempre troppo stretta. Qualcosa di essenziale è accaduto un attimo prima o un attimo dopo, fuori scena. La prosa di Kafka funziona più o meno allo stesso modo. Registra con precisione, per questo rende il reale così strano.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Lei dedica un capitolo alla “funzione Kafka” nella letteratura italiana. Bobi Bazlen, Italo Svevo, Moravia, Montale, Primo Levi: Kafka pervade gli scrittori del nostro canone. Sono curioso, tuttavia, di capire meglio i legami tra Gabriele d’Annunzio e Kafka, a cui accenna nelle prime pagine del libro.&nbsp;</strong></p>



<p>Per quel che ne so, non esiste una vera relazione, nel senso comune del termine, tra Kafka e d’Annunzio. Nessuna corrispondenza, nessuna segreta affinità elettiva. Si trovavano per caso sullo stesso spiazzo lombardo, nel settembre del 1909, entrambi con lo sguardo rivolto verso le stesse macchine. Se l’aeroplano è il segno del futuro, d’Annunzio desidera guidarlo. Kafka, nel frattempo, prende appunti per quello che sarà uno dei suoi primi scritti pubblicati:&nbsp;<em>Die Aeroplane in Brescia</em>. Non certo un inno futurista, ma una prosa che narra la facilità con cui la figura umana può diventare un punto – e meno di un punto. Ecco perché mi è parso significativo accennare a quell’episodio. D’Annunzio non subisce la “funzione Kafka”. È una contro-immagine di Kafka. Ci aiuta a vedere ciò che Kafka non era. Kafka non era inebriato dal potere, non era sedotto dall’estasi pubblica. Diffidava dei luoghi in cui la folla e la macchina cospirano per rendere la trascendenza una cosa facile.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="750" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41BIxfpW29L.jpg" alt="" class="wp-image-107571" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41BIxfpW29L.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41BIxfpW29L-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p><strong>Gioco con le coincidenze. Ezra Pound è a Venezia quattro anni prima di Kafka; si stabilisce a Merano più di trent’anni dopo la morte di Kafka. Esistono a suo parere connessioni, sovrapposizioni, incroci tra questi scrittori che ci appaiono agli antipodi?</strong></p>



<p>Benché non conosca alcuna influenza diretta che porti da Kafka a Pound o da Pound a Kafka, esistono delle connessioni. Entrambi appartengono al secolo modernista, agli opposti estremi di quel lungo tavolo. Eppure, il campo delle analogie li avvicina. Sono due grandi modernisti, entrambi legati all’Italia settentrionale in momenti di crisi e di ridefinizione del sé. Pound è a Venezia nel 1908. Venezia, per Pound, è il luogo delle maschere, dell’antica repubblica mercantile, lo scintillante archivio d’Europa. Nei&nbsp;<em>Cantos</em>, Venezia sarà parte del suo grande meccanismo di memoria culturale. La Venezia di Kafka è diversa. Quando vi approda, nel 1913, è un uomo depositata in una camera della riflessione. Per Pound, Venezia è il teatro del possesso culturale. Per Kafka, è uno specchio che si rifiuta di stare immobile. La Venezia di Pound ci dice: la civiltà ha lasciato dei segni, al poeta il compito di ricomporli. La Venezia di Kafka dice: anche i segni hanno le vertigini.&nbsp;</p>



<p>Merano esalta i contrasti. Kafka vi arriva nel 1920, malato di tubercolosi, sperando non tanto in una guarigione ma in un rinvio. Eppure, è in quella città termale che si appicca l’incendio delle lettere a Milena. Il corpo cede, il linguaggio va a fuoco. La Merano di Pound – che è poi Brunnenburg – appartiene a un capitolo decisamente diverso: il dopoguerra. Dopo il fascismo, dopo le trasmissioni radiofoniche, dopo l’arresto Pound torna in Italia non più come il giovane incendiario del 1908, ma come un re ferito, a frammenti. Kafka va a Merano prima della catastrofe, presagendo la catastrofe delle strutture della vita ordinaria. Pound approda a Merano dopo ave varcato disastrosamente la retorica pubblica della catastrofe.&nbsp;</p>



<p>Si tratta, infine, di due tipi di esilio. Pound è l’espatriato per vocazione: un inventore di se stesso, avido dell’Europa e delle sue eredità pronte all’uso. Kafka è l’errante interiore: tedesco tra cechi, ebreo tra tedeschi, figlio nella casa del padre, scrittore in una lingua che al tempo stesso gli appartiene e gli è estranea.&nbsp;</p>



<p><strong>Dall’Italia, Kafka scrive alle sue due grandi donne “epistolari”: Felice e Milena. Mi affascina, tuttavia, l’evanescente G. W.: cosa sappiamo di lei?</strong></p>



<p>Kafka fu a Riva due volte: con Max Brod nell’estate del 1909, da solo nell’autunno del 1913. Nell’ottobre di quell’anno, durante un soggiorno al sanatorio di Hartungen, sulla sponda settentrionale del Lago di Garda, Kafka incontrò “una ragazza svizzera dall’aspetto italiano con la voce dolce”, come scrisse a Brod. Nel diario si riferisce a lei come “G. W.”. Alloggiava nella stanza sotto la sua: a volte, la ragazza si sporgeva dalla ringhiera per salutarlo. Amava le fiabe e i bei vestiti, cantava una canzone ogni sera prima di andare a letto. “La dolcezza del dolore e dell’amore… Radunare il suo sorriso in barca. Questa era la cosa più bella di tutte”, scrisse Kafka nel suo diario, il 22 ottobre del 1913. Alcuni mesi dopo confesserà a Felice Bauer:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza, una ragazzina di circa diciotto anni, una svizzera che vive in Italia, vicino a Genova, dunque per sangue del tutto aliena a me, piuttosto immatura, ma affascinante, e nonostante la fragile salute, davvero preziosa, profondamente significativa. Una ragazza assai meno affascinante di lei avrebbe potuto conquistarmi nello stato di vuoto e di desolazione in cui mi trovavo in quel momento… Era chiaro a me come a lei che non eravamo fatti per stare insieme, che, trascorsi i dieci giorni che avevano a disposizione, tutto sarebbe finito, che non ci saremmo mai scritti, neanche una lettera, neanche una riga. Eppure, significavamo molto l’uno per l’altra; ho dovuto fare di tutto per assicurarmi che non scoppiasse a piangere davanti a tutti quando ci siamo salutati – non stavo bene”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quanto al vero nome della ragazza, occorre procedere con discrezione. Gerti Wasner è il nome che viene proposto più spesso – una identificazione assai discussa. Cosa sappiamo allora di G. W.? Che era una persona reale; che non faceva parte degli amici di Kafka, appartenenti alla Praga ebraica; che anni dopo Kafka catalogò Riva tra i rari luoghi in cui visse un’autentica intimità con una donna. Il resto resta nel mistero – ed è bene che resti tale.&nbsp;</p>



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<p><strong>Che valore ha il concetto di “ritorno” per Kafka?&nbsp;</strong></p>



<p>Di certo, non è il movimento consolatorio che spesso associamo a questo termine. Non è Ulisse che ritorna a Itaca ritrovando moglie e regno. Kafka è il grande anti-Odisseo. Nel suo mondo, tornare non significa ritrovare la propria casa ma scoprire che la casa è estranea, che la porta di casa è al contempo familiare e inaccessibile.&nbsp;</p>



<p>In Kafka, dunque, “ritorno” significa: giungere a una soglia. Si torna – o si crede di tornare – per essere trattenuti sull’orlo del riconoscimento. L’uomo di campagna di fronte alla Legge; K. Di fronte al Castello; il figlio al cospetto del padre; l’ebreo praghese di lingua tedesca di fronte alla Germania; il potenziale emigrante davanti alla Palestina. In ogni caso: una porta, una convocazione, una promessa di accesso. Una promessa al contempo intimidatoria – e negata.&nbsp;</p>



<p>Questo vale anche per il ritorno di Kafka nell’ebraismo. Lo yiddish e l’ebraico non gli offrono una patria definitiva; gli rivelano che ogni patria è di per sé traduzione. Non ritorna alla tradizione, ma all’energia della trasmissione.&nbsp;<em>Il cacciatore Gracco</em>&nbsp;è forse la più pura parabola kafkiana sul ritorno. Un cacciatore arriva in barca a Riva, ma non è davvero arrivato. È morto e non è morto, è in viaggio e alla deriva. Un errore si è verificato nei meccanismi del passaggio. La barca che avrebbe dovuto portarlo nell’aldilà ha perso la rotta. Il ritorno di Gracco non lo riporta in vita.&nbsp;</p>



<p>Per Kafka “ritorno” è il nome di un movimento impossibile, ma inevitabile, verso ciò che ci reclama senza accoglierci. La famiglia ci reclama. Il linguaggio ci reclama. L’ebraicità lo reclama. La Legge reclama Josef K. Il Castello reclama K. Ma nessuna di queste chiamate diventa rifugio. Ciascuno resta soglia.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Kafka sul lido di Venezia, nel 1913 – ride</em></p>
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		<title>Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”</title>
		<link>https://www.pangea.news/cazzullo-sal-da-vinci-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 05:16:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
		<category><![CDATA[polemica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa settimana ero all&#8217;Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato di quando portai i miei figli da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa settimana ero all&#8217;Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l&#8217;orchestra di Renzo Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano. Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”. </strong></p>
<cite><strong>Aldo Cazzullo&nbsp;<a href="https://w/">citato da Napoli Today</a>&nbsp;, 5 marzo 2026</strong></cite></blockquote>



<p>Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di diamante del&nbsp;<em>Corriere della Sera</em>&nbsp;e divulgatore televisivo nazional-popolare, ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si veda&nbsp;<a href="https://www.pangea.news/secondo-aldo-cazzullo-o-e-il-suo-avatar-sono-un-poveraccio-frustrato-ha-ragione-lui-ecco-come-grazie-al-sommo-giornalista-ho-scoperto-il-senso-della-vita-e-della-verita/">l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore</a>&nbsp;– e incline al commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno,&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/lodicoalcorriere/26_marzo_04/il-paese-dove-chiunque-puo-fare-qualsiasi-cosa-rd-62df750f-6354-4062-b9cb-0b2d65bfexlk.shtml">rispondendo ad alcuni lettori che gli chiedevano lumi</a>&nbsp;sul vincitore canoro dell’ultimo festival di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”, Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”, sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione semantica&nbsp;<em>matrimonio napoletano = matrimonio di camorra</em>, diventa interessante la successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i&nbsp;<em>social</em>&nbsp;– non potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le budella d’oro.&nbsp;</p>



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<p>Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso:&nbsp;<em>l’Italia è il Paese dove chiunque può fare qualsiasi cosa</em>. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi “tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo. Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel tempo abbiamo visto soubrette e&nbsp;<em>escort</em>&nbsp;entrare in politica, vallette e tronisti fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio&nbsp;<a href="https://www.pangea.news/walter-veltroni-libri/">dirigente di partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri</a>&nbsp;diventare scrittore di buone vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia, sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso nemmeno deontologicamente lecito.&nbsp;</p>



<p>Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba. Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato del&nbsp;<em>Corriere della Sera</em>&nbsp;e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui – giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con&nbsp;<em>La mia anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore</em>. Le recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come schede promozionali mascherate, di cui&nbsp;<a href="https://www.thrillermagazine.it/11694/la-mia-anima-e-ovunque-tu-sia">indichiamo un esempio</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni nostri come&nbsp;<em>noir</em>&nbsp;e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze, terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse:&nbsp;<em>una grande metafora</em>,&nbsp;<em>straordinariamente originale</em>,&nbsp;<em>storia epica</em>,&nbsp;<em>i terribili segreti</em>,&nbsp;<em>le ragioni profonde dell’odio e dell’amore</em>,&nbsp;<em>colpo di scena finale</em>. Sorvolando su questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito critico, ovvero i&nbsp;<em>veri</em>&nbsp;lettori. Sul sito IBS&nbsp;<a href="https://www.ibs.it/mia-anima-ovunque-tu-sia-libro-aldo-cazzullo/e/9788804615651/recensioni">qualche utente fece sentire la sua voce, con argomentazioni non proprio superficiali</a>: cominciamo da Livio Berardo, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione. Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro, fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del federale torinese Solaro!”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni fa, che s’intitolava&nbsp;<a href="https://www.ibs.it/nostri-occhi-sporchi-di-terra-libro-dario-buzzolan/e/9788860734792">‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan</a>. Stessa struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106688" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei giorni della Liberazione raccontata in versione&nbsp;<em>light</em>, per bocche buone che non hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a spiegare i quattro elementi della storia:&nbsp;<em>un delitto, un tesoro, una guerra, un amore</em>, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo 119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli –&nbsp;<em>quarantacinque</em>, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani, come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a passeggio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani. Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due, talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30, lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:&nbsp;</p>



<p><strong>“«Uno!»</strong></p>



<p><strong>La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in un singulto roco.</strong></p>



<p><strong>«Due!»</strong></p>



<p><strong>Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo per sé, ma per lei.</strong></p>



<p><strong>«Tre!»</strong></p>



<p><strong>La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.</strong></p>



<p><strong>«Quattro!»</strong></p>



<p><strong>Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con donne preziose e delicate quanto Sylvie.</strong></p>



<p><strong>«Cinque!»</strong></p>



<p><strong>Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo candido, su cui risaltavano i segni rossi.</strong></p>



<p><strong>«Sei!»</strong></p>



<p><strong>Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.</strong></p>



<p><strong>«Sette!»</strong></p>



<p><strong>Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.</strong></p>



<p><strong>«Otto!»</strong></p>



<p><strong>Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.</strong></p>



<p>Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile, ovvero l’ispettore&nbsp;<em>gourmet</em>&nbsp;che spiega la ricetta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente. Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare, di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto, visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo già qui il <em>topos</em> che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile <em>book-jockey</em> Antonio D’Orrico: pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti, il romanzo andò in libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco e potente: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta servita fredda”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Paolo Ferrucci</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cazzullo-sal-da-vinci-ferrucci/">Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero Mughini</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2025 04:22:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[antifascisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia (politica, culturale e sociale), quella che&#160;Giampiero Mughini, regala ai lettori con il suo&#160;Controstoria dell&#8217;Italia. Dalla morte di Mussolini all&#8217;era Berlusconi&#160;(Bompiani, 2024). Un viaggio a ritroso in oltre settant&#8217;anni di vita politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giampiero-mughini-italia-subiaco/">Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero Mughini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia (politica, culturale e sociale), quella che&nbsp;<strong>Giampiero Mughini</strong>, regala ai lettori con il suo&nbsp;<a href="https://www.bompiani.it/catalogo/controstoria-dellitalia-9788830108417" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Controstoria dell&#8217;Italia. Dalla morte di Mussolini all&#8217;era Berlusconi</em></strong>&nbsp;(Bompiani, 2024).</a> Un viaggio a ritroso in oltre settant&#8217;anni di vita politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine – tra libri, immaginari e personaggi che hanno cambiato e condizionato la storia italiana. Dagli aneliti fratricidi e i camaleontismi che hanno accompagnato il dopoguerra alle guerriglie ideologiche degli anni Settanta passando per i linciaggi mediatici della Seconda Repubblica.&nbsp;Tra Pasolini, Bilenchi, Ramelli, Craxi e Berlusconi.&nbsp;Un testo in cui Mughini, intellettuale, scrittore, giornalista e grande maestro di gusto e di pensiero, ha&nbsp;ricostruito&nbsp;&nbsp;la storia d&#8217;Italia oltre ataviche ripartizioni e lottizzazioni, mostrandone le complessità e profondità&nbsp;aldilà di&nbsp;pregiudizi atavici e ancestrali antagonismi. Mostrando i fenomeni più complessi e le figure più discusse&nbsp;del nostro patrimonio storico culturale&nbsp;attraverso la lente non dell&#8217;ideologia o del moralismo, bensì tramite un approccio capace di restituire ad essi la loro irriducibile complessità e la loro ineludibile umanità.&nbsp;Ne emerge un documento personale e collettivo, fatto di tanti voci e personaggi che in qualche modo pone finalmente le condizioni fondamentali per una vera pacificazione (senza giustificazionismi o strumentalizzazioni) per la nostra storia nazionale.&nbsp;</p>



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<p><strong>Questo 25 aprile&nbsp;</strong><strong>sono caduti&nbsp;</strong><strong>gli&nbsp;ottant’anni dalla&nbsp;</strong><strong>Liberazione. Secondo lei come è stat</strong><strong>o&nbsp;affrontat</strong><strong>o&nbsp;nel nostro Paese il tema della “guerra civile”?&nbsp;</strong></p>



<p>L’ondata di speranze portate dalla Liberazione aveva favorito l’idea che con la fine del ventennio fascista ci sarebbe stata una palingenesi che avrebbe costruito una sorta di paradiso terrestre. Tanto che io stesso mi portai dietro per molti anni l’idea che l’antifascismo ci avrebbe&nbsp;condotto verso un futuro radioso e perfetto. Però con gli anni capii che la storia è fatta di ambiguità, di complessità, di esperienze e persone. Tutti fattori&nbsp;che non possono essere riassunti&nbsp;nella logica bene/male, luce/ombra, buoni/cattivi, uomini e no.&nbsp;<strong>Ci sono, infatti, troppe sfumature intermedie nella realtà e ridurre tale complessità a questi facili dualismi è un gravissimo errore. Un errore che spesso ci ha impedito di comprendere la storia del nostro Paese a causa di vecchie nostalgie e&nbsp;deleterie&nbsp;sacralizzazioni.</strong>&nbsp;A distanza di ottant’anni credo, infatti, che possiamo convenire che con il 25 aprile del 1945 non iniziò&nbsp;nessuno&nbsp;paradiso terrestre, ma finì per fortuna una tragica e sanguinosa guerra civile in cui ci furono tanti morti e tante ragioni diverse, alcune giuste altre sbagliate, che&nbsp;però a distanza di ottant’anni non bisogna strumentalizzare, bensì studiare e capire. Credo, infatti, che non serva più continuare a dividersi e a rievocare, con troppa retorica, i fantasmi della Storia.&nbsp;Servirebbe, invece,solo cercare di affrontarli senza pregiudizi e preconcetti. Cercando di confrontarci finalmente con le numerose sfumature del nostro passato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/35f2a8fe3cc14321af33fdffac85e359-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103536" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/35f2a8fe3cc14321af33fdffac85e359-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/35f2a8fe3cc14321af33fdffac85e359-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/35f2a8fe3cc14321af33fdffac85e359-600x922.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/35f2a8fe3cc14321af33fdffac85e359.jpg 703w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p><strong>Ma… c&#8217;è ancora nel nostro Paese un anelito fratricida?</strong></p>



<p>No, io credo che non ci sia (per fortuna) un anelito fratricida nella società italiana. C&#8217;è però molta gente che, purtroppo, ancora si avvantaggia di quella divisione, e che appena può cerca di avvalersi di essa per i propri scopi. Cercando di sfruttare una polarizzazione, fascismo-antifascismo, che nel 2025 non esiste e non conta niente, per fini strumentali.&nbsp;<strong>Purtroppo, la Repubblica Italiana pur lasciandosi alle spalle un ventennio maledetto e nefasto quanto a sopraffazioni e violenze,</strong><strong>&nbsp;è&nbsp;na</strong><strong>ta, infatti, nel peggiore dei modi.</strong>&nbsp;<strong>Marchiata a sua volta dal gusto del sangue, dalla vendetta, dall&#8217;odio reciproco delle fazioni,</strong>&nbsp;dall&#8217;esaltazione che della guerra civile facevano quelli che l&#8217;avevano vinta&nbsp;(e per fortuna)&nbsp;grazie agli aerei da bombardamento e ai carri armati degli americani. E del resto a tutt&#8217;oggi, quanti di quelli che nel linguaggio pubblico diffuso cianciano di &#8220;fascismo&#8221; e di &#8220;anti-fascismo&#8221; sanno di che cosa stanno parlando? Essi ignorano, infatti, quanto&nbsp;fosse stato intricato e complesso il reticolato della storia politica e morale dell&#8217;Italia del Novecento.&nbsp;</p>



<p><strong>A proposito di tale ambiguità mi ha colpito l&#8217;episodio del cameriere e di suo padre che compare nel libro, indicativo delle contraddizioni del dopoguerra. Può raccontarcelo? E che insegnamento ci dà quell’aneddoto?</strong></p>



<p>Ma sa, i miei genitori erano separati e&nbsp;io&nbsp;andavo a pranzo da mio padre un paio di volte al mese. Papà parlava poco, pochissimo, giusto l&#8217;indispensabile. Con il passare degli anni diventai uno studente della sinistra radicale nella versione propria degli anni Sessanta. E sebbene tale visione fosse agli antipodi della ideologia di mio padre mai, mai una volta, lui obiettò qualcosa alle mie sfuriate di sinistra radicale, che pure erano ben note nella città in cui vivevo.&nbsp;Lo fece solo una volta. E&nbsp;qui veniamo alla sua domanda. In quella occasione&nbsp;eravamo andati a pranzare&nbsp;con mio padre&nbsp;in un ristorante dove i camerieri erano entrati in sciopero contro il&nbsp;loro datore di lavoro, e il capo cameriere (leader degli scioperanti) era venuto a&nbsp;salutare&nbsp;mio padre. Nel momento in cui lui venne al nostro tavolo io giovane studente di sinistra guardai con estasi quello che mi appariva come un vero ribelle. Quando lui si allontanò mio padre mi disse, però, poche parole: &#8220;Sei un settario. Quel cameriere che ti piaceva così tanto perché in sciopero era stato a suo tempo un manganellatore, e io l&#8217;ho espulso dal Partito Nazionale&nbsp;Fascista.&#8221; Parole che, a ripetermele oggi che sono passati circa sessant&#8217;anni, mi trafiggono ancora come mi trafissero allora&nbsp;per&nbsp;quanto erano inappellabili. Del resto, sempre le poche parole che pronunziava mio padre mi trafiggevano.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="656" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0005-656x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0005-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0005-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0005-600x936.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0005.jpg 692w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></figure>



<p><strong>Com&#8217;era suo padre?</strong></p>



<p>Era una brava persona. E&nbsp;posso dire che&nbsp;oggi a distanza di tanti anni solo a questo tengo, anche io: ad essere una brava persona. Tutto il resto (destra e sinistra incluse) è cianfrusaglia.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché dice che la cultura degli anni del dopoguerra era solo illusoriamente fatta di uomini nuovi e costruita ex novo?&nbsp;</strong></p>



<p>L&#8217;idea che noi ventenni bevemmo a gran sorsate negli anni Sessanta, ossia che a guerra conclusa e a Liberazione avvenuta si fosse manifestata in Italia una cultura radicalmente nuova, animata da uomini che avevano poco se non niente a che vedere con la storia culturale del ventennio, era un&#8217;idea che non valeva nulla. Né più né meno dell&#8217;idea, sussurrata una volta nientedimeno che dal nostro maestro, Norberto Bobbio, che affermava che il fascismo non avesse avuto una sua &#8220;cultura&#8221;. Una tesi che sembrava volesse dire che durante il ventennio non ci fosse stata in Italia una vita culturale degna di questo nome, non ci fossero stati scrittori, pittori, architetti, riviste di cultura che avessero lasciato delle tracce. E lo dico senza nulla togliere a quello che rappresentò per tutti noi ventenni la lettura dei&nbsp;<em>Quaderni</em>&nbsp;che Antonio Gramsci era andato stilando in una cella fascista e che l&#8217;editore torinese Giulio Einaudi aveva pubblicato dal 1948 al 1951. Certo che era un uomo nuovo l&#8217;Antonio Gramsci i cui scritti potevamo finalmente leggere perché il Tribunale speciale fascista aveva sì racchiuso il suo corpo, ma non era riuscito a spegnere il suo cervello. Solo che non tutto della cultura italiana dell&#8217;immediato secondo dopoguerra cominciava e finiva con Gramsci. Anzi. Non erano uomini nuovi o comunque radicalmente diversi da quel che erano stati nel ventennio dei creatori dal gran risalto quali l&#8217;architetto e designer Giò Ponti, il prodigioso scrittore Alberto Savinio nonché il suo imponente fratello Giorgio De Chirico, il giornalista e editore Leo Longanesi,&nbsp;e&nbsp;Mino Maccari. Non lo era Romano Bilenchi o Elio Vittorini, e neppure quel Bruno Munari che fin dal 1930 era andato trasformando in oro tutto quel che creava. Come non lo erano l&#8217;architetto Luigi Moretti, il cui genio per essere lui rimasto fascista sino all&#8217;ultimo (è morto a sessantasei anni nel 1973) viene ricordato una volta sì e cinque no. Persino Vitaliano Brancati che già durante il ventennio aveva preso a scrostare da sé l&#8217;iniziale sua venerazione di Mussolini non lo era; come non lo erano Rossellini e Visconti. Oppure pensiamo, sempre in questo senso,&nbsp;ai Longhi, ai Praz, agli Ungaretti.&nbsp;Ciò deve farci riflettere.&nbsp;La storia, specie quella della cultura, è sempre più complessa di quanto la immaginiamo o di come vorremmo che fosse. Poi non parliamo del delitto più torvo compiuto dalle ricostruzioni culturali in auge nell&#8217;immediato secondo dopoguerra.</p>



<p><strong>Quale?</strong></p>



<p>Quello per cui si spiegava tutto e ogni cosa in nome della partizione avversante tra l&#8217;Italia dei tempi dominati dal fascismo e l&#8217;Italia sopravvenuta dopo la Liberazione. Una partizione talmente secca da aver cancellato d&#8217;un colpo solo una delle avanguardie più frastornanti e geniali dell&#8217;intero Novecento europeo, quel futurismo marinettiano che per trent&#8217;anni s&#8217;era completamente avviluppato con il fascismo e con la sua topografia ideale.<strong>Furono, infatti, così cancellati i libri creativamente strepitosi di Fortunato Depero (un altro che rimase fascistissimo fino all&#8217;ultimo), i quadri di Mario Sironi, il succulento libro di esaltazione della &#8220;cucina futurista&#8221; a firma di Marinetti e Fillia.</strong>&nbsp;Per fortuna qualcosa sta cambiando e le ragioni dell’arte possono essere riscoperte.</p>



<p><strong>Quale è l&#8217;orgoglio e il fondale che accompagna questa controstoria di cui parla nel libro? E perché ha scritto questo t</strong><strong>esto?</strong></p>



<p>Quello di cui sono più orgoglioso e che costituisce il&nbsp;vero significato&nbsp;della &#8220;controstoria&#8221; che ho scritto è il tentativo di rimuovere via via i presupposti di quella guerra civile che aveva insanguinato l&#8217;Italia tra il 1943 e il 1945, e di cui sono stati in molti ad avere nel dopoguerra come una sorta di nostalgia. E dunque darsi ad affrontare ciascun personaggio rilevante, ciascun momento politico della nostra storia, ciascun comparto della nostra scena culturale non con l&#8217;aria di chi ha già etichettato tutto, ma con la volontà di andare scoprendone ogni volta un versante rimasto nascosto e offrirlo a un lettore che non sia accecato dalle sue convinzioni. Tutto l’opposto della&nbsp;<em>cancel culture</em>&nbsp;che ripete ad ogni riga ossessivamente le stesse prosopopee e sempre quelle, e cioè fondamentalmente che il Bene è meglio del Male. E questo tanto più oggi che le topografie del Novecento cui ci eravamo abituati sono saltate tutte. Solo che questo darsi addosso reciproco è divenuto per molti una necessità ossessiva, incuranti come sono che da tempo siamo entrati in un nuovo millennio della storia umana. Anzi tale condizione è divenuta, quasi, una mania nell&#8217;attuale sistema politico-partitico italiano, dove in mancanza di meglio le parti contrapposte (quali parti&nbsp;poi&nbsp;esattamente?) non la smettono di alimentare ogni volta inesauribili litigi su questioni emotive e insignificanti. Tutte questioni che ti sbattono addosso se entri in uno studio televisivo a commentare il presente&nbsp;e che&nbsp;mi&nbsp;fanno&nbsp;appisolare&nbsp;al solo rievocarle.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0003.jpg" alt="" class="wp-image-103538" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0003.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0003-300x234.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0003-768x600.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/IMG-20250514-WA0003-600x469.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Uno degli ultimi capitoli è quello su Silvio Berlusconi. Le volevo chiedere come Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana, la politica dei partiti, e l&#8217;immaginario italiano?</strong></p>



<p>Nei primi anni Novanta i partiti ansimavano e allora la figura di quest&#8217;uomo talmente ricco, talmente potente e se non anche talmente abile ha preso il sopravvento.&nbsp;</p>



<p>Lei crede che ormai i partiti non esistano più? Avevano cominciato a non esistere già allora. Un partito, del resto, per esistere deve essere fatto da uomini che hanno delle certezze assolute e che sulla base di quelle certezze assolute si comportano e agiscono giorno per giorno&nbsp;seguendo una determinata visione. Tutto questooggi&nbsp;non esiste.&nbsp;<strong>D</strong><strong>a&nbsp;Berlusconi in poi la scena politica italiana sarebbe divenuta,&nbsp;</strong><strong>invece,&nbsp;il teatro di un unico e asfissiante referendum politico e morale pro o contro Berlusconi</strong>, il teatro di una inesausta e rabbiosa colluttazione permanente tra berlusconiani estatici e antiberlusconiani ostinatissimi.&nbsp;</p>



<p><strong>Secondo lei, dal ricordo che sta emergendo della figura di Sergio Ramelli allo sdoganamento dei pregiudizi su Bettino Craxi, si sta cercando di costruire una narrazione unificante nella società italiana?</strong></p>



<p>Purtroppo, prima il nome di Sergio Ramelli non veniva neppure pronunciato, tanto che per alcuni era uno che era morto quasi per un’infezione sconosciuta. Invece, adesso onestamente&nbsp;sono contento di notare che&nbsp;il nome di Ramelli viene pronunciato… e questa è una grande fortuna. Per quanto riguarda Craxi,&nbsp;vorrei sottolineare&nbsp;che è morto da esule della nostra patria, mentre qualcuno diceva che era un latitante&#8230;&nbsp;Anche se non sfugge, o almeno non sfugge a chi ha un occhio minimamente esercitato, che sia stato uno dei grandi uomini politici della nostra&nbsp;epoca.&nbsp;Per tale motivo sono soddisfatto che&nbsp;finalmente gli stiano tributando l’attenzione&nbsp;e il rispetto&nbsp;che merita&nbsp;e che avrebbe meritato soprattutto nell&#8217;ultima fase della sua vita.&nbsp;</p>



<p><strong>In questo senso, quali sono stati, gli eventi che hanno accompagnato questa sua presa di coscienza, questa sua evoluzione</strong><strong>&nbsp;oltre la logica dello scontro frontale degli anni Sessanta e Settanta?</strong></p>



<p>Moltissimi. Lei ha citato giustamente&nbsp;un evento come&nbsp;&nbsp;la morte di&nbsp;Ramelli, ma in quegli anni furono troppi gli episodi che mi fecero prendere coscienza di quella situazione insostenibile che si stava sviluppando in Italia. Iniziai a sentire, col passare degli anni,&nbsp;sempre di più&nbsp;la cognizione&nbsp;di quest&#8217;aria fratricida di cui abbiamo parlato&nbsp;e che volevo superare. Ed anche da questa cognizione nacque&nbsp;<em>Compagni addio</em>. Un&nbsp;testo che&nbsp;in tale ottica&nbsp;segnò uno spartiacque tanto nella mia vita quanto nei miei libri.</p>



<p><strong>Ci sono varie personalità in questa&nbsp;<em>Controstoria dell&#8217;Italia</em>, descritte anche con toni letterari, ma quali sono stati, dei personaggi citati nel testo, quelli che l&#8217;hanno più colpita, che l&#8217;hanno più cambiata?</strong></p>



<p>Tanti, talmente tanti, che non riuscirei ad elencarli tutti. Certamente non posso non citare una figura come&nbsp;<strong>Norberto Bobbio</strong>, che è stato per un lungo momento un personaggio nel quale io ho visto un mio riferimento. Ma ce ne sono tanti altri. Nella politica, forse, le direi&nbsp;<strong>Ugo La Malfa</strong>, una figura che&nbsp;stimavo&nbsp;molto. Però è estremamente difficile scegliere.</p>



<p><strong>Lei ha detto che la morte di Giovanni Gentile non è così diversa dall&#8217;omicidio di Matteotti</strong><strong>. Perché?</strong></p>



<p>Mi pare evidente, anche perché non riesco a comprendere in che cosa tali morti dovrebbero essere diverse. Giovanni Gentile non aveva fatto nulla di male, semplicemente è stato un filosofo&nbsp;e un intellettuale&nbsp;che&nbsp;ha&nbsp;continuato&nbsp;ad essere dalla parte che aveva sostenuto per oltre vent’anni. Matteotti, allo stesso modo, aveva semplicemente fatto un discorso alla Camera, presentando la sua coerente e intransigente visione politica. Entrambi sono stati uccisi da una violenza cieca, fratricida, crudele solo perché erano visti come dei simboli da distruggere. Ma dietro quei simboli c’erano grandi uomini che avevano cercato di cambiare il loro paese e che sono stati uccisi da innocenti. Quindi sono due morti che si somigliano, che si somigliano pazzescamente. Pertanto porto a queste due figure il medesimo profondo rispetto che meritano.</p>



<p><strong><em>Francesco Subiaco</em></strong></p>
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		<title>“Tra il sublime e l’immondo”. Poeti senatori a vita: il caso di Montale e di Mario Luzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 May 2024 04:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Senato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella vasta, convulsa strategia per giungere al premierato elettivo, il Senato, è notizia recente, ha votato l’abolizione della carica di “senatore a vita”. Secondo l’articolo 59 della Costituzione, s’intendono senatori a vita quei “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Sono senatori di nomina presidenziale; il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella vasta, convulsa strategia per giungere al <em>premierato elettivo</em>, il Senato, <strong><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/05/28/premierato-ok-al-primo-articolo-aboliti-i-senatori-a-vita_d805e974-fc94-4e0c-9fcb-06583229ea6e.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è notizia recente, ha votato l’abolizione della carica di “senatore a vita”.</a></strong> Secondo l’articolo 59 della Costituzione, s’intendono senatori a vita quei “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Sono senatori di nomina presidenziale; il Presidente della Repubblica non può sceglierne più di cinque. Tutti i Presidenti della Repubblica sono senatori “di diritto e a vita”.</p>



<p>Di solito, l’incarico di senatore a vita è un invito alla morte, una specie di cenotafio. <strong>Il primo “poeta” eletto senatore a vita della Repubblica italiana – il che la dice lunga sul gusto estetico dei Presidenti – è stato Trilussa,</strong> un genio negli stornelli. Luigi Einaudi lo nominò il primo dicembre del 1950; il poeta morì pochi giorni dopo, il 21 dello stesso mese. Non fece mai ingresso in Palazzo Madama; era stato assegnato alla IV Commissione permanente, che si occupa di Difesa.</p>



<p>Il più scaltro di tutti i senatori a vita, secondo tempra, fu <strong>Arturo Toscanini</strong>. Nominato – anche lui – da Luigi Einaudi, il 5 dicembre del ’49, rifiutò l’invito, considerandolo un’offesa o quasi. “Schivo da ogni accaparramento di onorificenze, titoli accademici e decorazioni, desidererei finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa”, scrisse al Presidente. Abitava a New York.</p>



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<p>Mi ha sempre affascinato il rapporto tra i poeti e la politica, per l’implicita incongruenza. Il poeta abita ai margini, come è possibile confinarlo nella stalla parlamentare? Il poeta è unico, è uno: perché minarne l’individualità, sbriciolare il suo estro nella calca dei Senatori? Un poeta non può <em>amministrare</em> il mondo, non può <em>governare</em> il proprio tempo: eventualmente, deve sgominarlo, deve voltargli le spalle. Al poeta si addice l’estremo e l’estraneo, piuttosto, l’infamia, non la burocrazia politica, le combine tra i partiti, le partiture a soggetto. È più facile immaginare un poeta-tiranno, che deliberi secondo capriccio, alternando l’ira sanguinaria alla plateale pietà, più che un poeta comodamente assiso in Senato. È più facile immaginare – secondo cliché – un poeta povero in canna, tarlato dal tormento – o dalla placida accettazione del proprio crudo destino –, reso alla patria indifferenza. Un poeta-profeta, insomma: né megafono né grillo parlante.</p>



<p>Ad ogni modo, i poeti, come è canone, sono sempre rimasti fuori dagli uffici di Governo. Le eccezioni, nella nostra storia recente (repubblicana), sono due. La prima è quella di <a href="https://webtv.senato.it/3182?newsletter_item=1510&amp;newsletter_numero=143#2" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Eugenio Montale</strong>. Eletto senatore da Giuseppe Saragat il 13 giugno del 1967</a>, restò in carica per cinque legislature, dalla IV alla VIII; cominciò nel gruppo Misto, tra Carlo Levi, Emilio Lussu e Ferruccio Parri; terminò tra le fila repubblicane, al fianco di Giovanni Spadolini. La sua attività fu cauta, sorniona, nelle retrovie. Aveva già pubblicato i grandi libri (<em>La bufera e altro</em> era uscito nel 1956), scriveva con vigorosa foia sul “Corriere della sera”; la breve esperienza nel Partito d’Azione lo aveva convinto a stare lontano dalla bagarre politica. Nel 1961 l’Università di Milano gli aveva conferito la laurea in Lettere per onori nel campo, diciamo così; compiva 71 anni e anelava il Nobel.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99789" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Benché sia transitato un po’ in tutte le commissioni – da quella destinata a “Istruzione pubblica e belle arti” alla Commissione “Giustizia”, dagli “Affari esteri” all’“Agricoltura” –, il poeta si premurò di non intervenire quasi mai in Senato: non presenta disegni di legge, ne firma pochissimi. Il primo aprile del 1971, insieme a Giovanni Leone, formula la <em>Nuova disciplina delle associazioni e delle fondazioni culturali e di ricerca scientifica</em>, interessante negli assunti (“La tradizione giuridica italiana, per tanti aspetti e settori ispirata a visioni moderne e tecnicamente aggiornate, denuncia invece, per quanto concerne le fondazioni e le associazioni culturali, l’immagine, oramai superata, dello Stato monopolizzatore di una serie di funzioni sociali”), arenatasi nel niente.</p>



<p>Da segnalare, la firma nel progetto di legge per la “soppressione dell’ente autonomo territoriale provincia” (in quanto, “struttura rigida e burocratica”) e quella “per l’incentivazione dell’uso dell’energia solare nel settore dell’edilizia privata e pubblica e dell’agricoltura”. Entrambi i progetti di legge sono presentati nel 1979 da Giovanni Spadolini. Il 10 ottobre 1979 il poeta chiede, insieme ad altri senatori, di ragionare “sui problemi posti dalla diffusione della droga in Italia”. Il 4 agosto del 1980 controfirma un’interrogazione per reclamare “tutte le informazioni in possesso del governo in merito alla dinamica dell’eccidio avvenuto nella stazione di Bologna, la cui gravità è senza precedenti nella storia non solo d’Italia, ma anche dei maggiori Paesi evoluti in tempo di pace”.</p>



<p>In una lettera a Mariano Rumor, all’epoca Ministro degli affari esteri, Montale confessa – con languida malizia – di soffrire di attacchi depressivi, di <em>gouffre</em>, la malattia dell’abisso, “una malattia che già afflisse il Manzoni… Il Manzoni ne fu colpito a 30 anni, io dopo i 70. È la mia unica superiorità su di lui”. Era il 1975, poco dopo il poeta sarebbe stato insignito del Nobel. Il Senato, naturalmente, scoccò applausi, scattò in allori. Giovedì 23 ottobre 1975, durante la seduta numero 504, il presidente Giovanni Spagnolli (DC) si felicitò con Montale, “una personalità di eccezionale rilievo della cultura italiana del Novecento e un uomo di forte e serena coerenza morale e civile”. Un poeta, per altro, dalla “salda coscienza patriottica”. Fu Giovanni Spadolini, all’epoca Ministro per i beni culturali e ambientali, a completare l’orazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Si potrebbe dire che mai come in Montale lo spirito del premio Nobel abbia trovato degna e fedele espressione, nel senso che, se l’intento del premio è sempre stato quello di saldare valori artistici e radici morali nella letteratura, l’opera compressa di Montale è sotto questo profilo uno degli esempi più alti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Montale gongolava. Tuttavia, è difficile riconoscere qui, leggendo in filigrana queste strategiche felicitazioni, il poeta che in <em>Piccolo testamento</em> (del 12 maggio 1953) prende le distanze da “lume di chiesa o d’officina/ che alimenti/ chierico rosso, o nero”, sosta al di là dalle maschere politiche di comunisti, neofascisti o democristiani, consapevole che “persistenza è solo l’estinzione”. Non a caso, forse, la lunga ‘carriera’ politica di Montale in Senato ha coinciso con la fase ironica, stanca, <em>in minore</em>, della sua creatività poetica.</p>



<p>Tra l’altro, l’azione politica di Montale è sconfitta quasi cronicamente da quella poetica. Nel <em>Quaderno di quattro anni</em>, pubblicato nel pieno dell’attività senatoria, è il 1977, il poeta, con lucido cinismo, recensisce “la vita” che “oscilla/ tra il sublime e l’immondo”, consapevole che “ne sapremo di più/ dopo le ultime elezioni/ che si terranno lassù/ o laggiù o in nessun luogo”. Quanto a lui, “l’immane farsa umana/ non è affar mio”, scrive.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mi sono rifugiato in una zona intermedia<br>che può chiamarsi inedia accidia o altro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Le poesie di quel tempo hanno titolo intimidatori, non casuali: <em>Nel disumano; L’obbrobrio; Quel che resta (se resta); Un errore; I miraggi…</em></p>



<p>Il poeta muore, a Milano, il 12 settembre del 1981. Sandro Pertini era Presidente della Repubblica, governava Spadolini, che onorò il senatore con parole <em>appropriate</em>, dunque inutili al poeta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per oltre mezzo secolo Montale ha concorso con i suoi versi e con le sue prose a rivendicare i valori profondi della coscienza individuale e della stessa identità esistenziale contro i miti superomisti, statolatri e dissacratori del nostro tempo. Credente nella religione del dubbio, nella laica religione dell’uomo attraverso la fedeltà profonda e sofferta verso i vivi e verso i morti; avversario del superficiale avanguardismo ed attivismo, non meno che, molti anni più tardi, della facile e sommaria contestazione; fedele ad un certo passato civile, ad un certo paesaggio umano; mai conservatore nel senso accigliato e neghittoso del termine”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il poeta, figura astrale ed estraniata, eroe, semmai, nella contraddizione, eletto a juke-box dei “valori”. Il Presidente del Consiglio, in concordia con quello del Tesoro, varò un disegno di legge (il numero 1579) per l’“Assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali del senatore Eugenio Montale”. Il Parlamento approvò pochi giorni prima di Natale, la legge fu varata con l’anno nuovo. Era il gennaio del 1982 – chissà, forse al poeta è più consona la fossa comune – o l’ascensione al cielo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="691" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-691x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99790" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-600x889.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm.jpg 729w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></figure>



<p><a href="https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1783&amp;newsletter_numero=167&amp;active_slide_51639=6#2" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Mario Luzi fu eletto senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi, era il 14 ottobre del 2004.</strong> </a>Il poeta compiva novant’anni, aveva pubblicato libri diversamente mirabili – <em>Nel magma, Su fondamenti invisibili, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini </em>–, si insediò nel gruppo Misto, tra Sergio Zavoli e Rita Levi-Montalcini; lo presiedeva Cesare Marini, oplita di un partito che non c’è più, i Socialisti Democratici Italiani, vanità delle vanità.</p>



<p>Il poeta riuscì ad entrare fisicamente in Senato tre volte, il 9 novembre e il 15 dicembre del 2004, il 10 febbraio 2005. In aula non espresse parola. Parlò, invece, ai giornali. Riguardo all’aggressione subita da Silvio Berlusconi, allora capo del governo, in piazza Navona, il poeta disse che il Cavaliere se l’era cercata, che era “un propagandista, proprio come Mussolini”. Fu torturato dalle bordate – fuori via, da frontalieri dell’ovvio – del centrodestra: Maurizio Gasparri, all’epoca Ministro delle comunicazioni – militava con la giacca di Alleanza Nazionale – dichiarò che, in qualità di senatore, al poeta avrebbe preferito Mike Bongiorno. Come a dire, “La ruota della fortuna” in vece del Parlamento.</p>



<p>Nel discorso preparato per l’aula, mai pronunciato, Luzi virava in retorica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“No, non è un abbaglio, devo convincermi, e dunque io siedo veramente dove hanno seduto Manzoni, Carducci, Croce, Montale, ma anche Garibaldi, Verdi e Verga.</strong></p>



<p><strong>Sono qui, suppongo, al di là dei miei meriti, non dico a rappresentare, ma almeno a significare un lato della nostra realtà troppo spesso trascurato e maltrattato, quando dovrebbe essere privilegiato e sostenuto in tutte le sue manifestazioni di splendore e di bisogno. È il settore, ma dispiace chiamarlo così, della cultura e dell&#8217;arte, della loro storia, dei loro documenti e monumenti, della loro attualità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Scrisse, tra l’altro, “Non sono un uomo di parte, né di partito e spero neppure di partito preso”. Ma non c’è spazio, in Parlamento, per i partigiani dell’io, per chi lascia selvaggio il verbo, ne contempla la figura di belva. In Italia, ai poeti non si pone l’alloro sul capo ma il giogo al collo: che stiano nella gabbia dorata del Senato, a fare i pappagalli, o aureolati dal velo dell’indifferenza civica, in fondo, è lo stesso.</p>
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		<item>
		<title>Il viaggio in Italia di Tolkien: tra Gondor e il Monte Fato (Stromboli)</title>
		<link>https://www.pangea.news/tolkien-viaggio-in-italia-conticello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Sep 2023 04:32:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Conticello]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Oronzo Cilli]]></category>
		<category><![CDATA[Rusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Tolkien]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era la fine di luglio del 1955 quando un professore di Oxford ancora poco conosciuto al di fuori del mondo accademico, John Ronald Reuel Tolkien, attraversava per la prima volta le Alpi, giungendo dapprima a Venezia con un lungo e sfiancante viaggio in treno, compiuto in larga parte a bordo del famoso Orient Express attraverso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Era la fine di luglio del 1955 quando un professore di Oxford ancora poco conosciuto al di fuori del mondo accademico, John Ronald Reuel Tolkien, <strong>attraversava per la prima volta le Alpi, giungendo dapprima a Venezia con un lungo e sfiancante viaggio in treno</strong>, compiuto in larga parte a bordo del famoso Orient Express attraverso Parigi e Milano. Pochi giorni prima aveva scritto una breve missiva al suo editore inglese Rayner Unwin – particolare riferito come molti altri all’interno dello splendido e dettagliato volume di Oronzo Cilli (grande studioso e collezionista tolkieniano) <strong><em><a href="https://ilcerchio.it/tolkien-e-l-italia-il-mio-viaggio-in-italia.html.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tolkien e l’Italia</a></em></strong> – facendo esplicito riferimento ad uno dei toponimi più emblematici di quella che tutto il mondo avrebbe poi riconosciuto come la più completa tra le opere letterarie del XXI secolo, ovvero “The Lord of the Rings”: «lascio il Regno del Nord [Inghilterra] per una rapida escursione a Gondor [Italia]…» (passo come i successivi tratto dal “Giornale d’Italia”, titolo dato dallo scrittore al suo diario di viaggio).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="672" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-672x1024.png" alt="" class="wp-image-96820" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-672x1024.png 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-197x300.png 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-768x1170.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-1008x1536.png 1008w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro-600x914.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-libro.png 1050w" sizes="(max-width: 672px) 100vw, 672px" /></figure>



<p><strong>Tolkien stava in quegli stessi giorni attendendo l’uscita del terzo capitolo di quella che, non per suo volere ma per ragioni puramente editoriali, sarebbe diventata la Trilogia dell’Anello,</strong> ovvero “The return of the King”, mentre già da un anno esatto erano stati dati alle stampe il primo e il secondo tomo (“The Fellowship of the Ring” e “The Two Towers”). Trascorsa una piacevole settimana in laguna tra cene in Campo San Tomà e gli intermezzi musicali del “Rigoletto” in Campo Sant’Angelo, ma sempre col pensiero fisso di seguire quante più funzioni religiose possibile nelle maggiori chiese veneziane, conscio «di essere giunto nel cuore della Cristianità; un esule che ritorna a casa dai confini e dalle province più remote, o almeno giunge alla casa dei suoi padri»; <strong>con lo stesso spirito arriva poi ad Assisi, non tanto per ammirare gli affreschi di Giotto o alcune tra le più famose basiliche della cristianità</strong>, ma – cosa assai più probabile – per sperimentare fattivamente l’ispirazione che emanano i luoghi francescani nell’immaginario di un moderno e coltissimo “pellegrino”.</p>



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<p><strong>Un secondo, fugace viaggio in crociera nel Mediterraneo nel 1966 lo portò, tra le altre tappe, a costeggiare anche lo Stretto di Messina e l’Isola di Stromboli, alla cui vista Tolkien non rimase indifferente, tanto da descriverla ad un amico come il corrispettivo del Monte Fato</strong> dell’oscura regione di Mordor, prima di approdare nuovamente nell’amata Venezia. L’amore di Tolkien per il nostro paese vantava però radici ben più profonde, rinforzate soprattutto dagli studi letterari e, in particolare, dalla passione per Dante, coltivata nel decennio precedente attraverso l’adesione attiva alla “Oxford Dante Society”. Un amore si potrebbe dire non sempre corrisposto, quantomeno dal punto di vista editoriale, se pensiamo come per ben due volte (1955 e 1962) i diritti di traduzione proposti dalla George Allen &amp; Unwin (editore inglese di Tolkien) alla Mondadori, riscossero <strong>pareri tiepidi se non addirittura dispregiativi da parte anche di personalità di spicco della direzione della casa editrice milanese quali furono Elio Vittorini e Vittorio Sereni.</strong> Lapidario e a tratti ingeneroso fu il secondo “gran rifiuto” da parte del romanziere siciliano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Il successo del tentativo richiederebbe la forza di un vero e proprio genio (che Tolkien dà prova di non essere) e la convalida di un’attualità (cioè che il libro implicasse la metafora di qualche attualità) ma ciò non si verifica affatto».</strong></p>
</blockquote>



<p>Una visione davvero miope se si pensa a quanto l’impalcatura de “Il Signore degli Anelli” fosse invece estremamente attuale nei riferimenti neanche troppo celati ai conflitti mondiali e al difficile assetto geo-politico internazionale di quegli anni, all’ascesa dei totalitarismi nazifascisti, fino ad arrivare alle prime sentenze precorritrici su ecologia e rottura degli equilibri naturali per mano dell’uomo moderno. Bisognerà dunque attendere più di un decennio (1967) affinché il capolavoro di Tolkien arrivi finalmente nelle librerie italiane per mano di un editore illuminato come Mario Ubaldini e la sua casa editrice l’Astrolabio. Nonostante la notevole e appassionata traduzione curata da una giovanissima principessa siciliana, Vittoria Alliata di Villafranca, allora nemmeno maggiorenne, i poderosi investimenti pubblicitari e di diffusione da parte dell’editore, “La Compagnia dell’Anello”, primo tomo della saga, non decollò mai nelle vendite, come aveva tutto sommato intuito il navigato “establishment” mondadoriano, <strong>cosa che costrinse il malcapitato Ubaldini a vendere i diritti di traduzione dei rimanenti volumi ad una nuova e rampante realtà editoriale, ovvero la Rusconi.</strong> “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” cantava un poeta genovese amante anch’egli delle “Chanson de gestae” e dei poemi ariosteschi (le cose più apparentabili all’ipertrofico universo epico tolkieniano in cui il Bene tenta incessantemente di arginare la straordinaria, subdola e mostruosa ingegnosità del Male). <strong>Fu così che una personalità intelligente e poliedrica come Alfredo Cattabiani </strong>– sua tra le altre cose un’opera monumentale di sorprendente affinità elettiva con la visione naturalistica di Tolkien quale “Florario. Miti leggende e simboli di fiori e piante” – affiancato nelle scelte editoriali da altri due egregi “fantasisti” (il termine non potrebbe essere più calzante) come il fine musicologo Quirino Principe e il celebre studioso di religioni ed esoterismo Elémire Zolla, non esita a farsi sfuggire l’involontario assist di Ubaldini e, affidata la traduzione del terzo volume sempre a Vicky Alliata, completa l’impresa di mettere sul mercato addirittura un volume unico, come era in fondo nelle esplicite aspettative anche di Tolkien, il quale non aveva mai concepito la sua opera come una trilogia, bensì come un impianto unitario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="722" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/SdA-Astrolabio-copertina-722x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96821" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/SdA-Astrolabio-copertina-722x1024.jpg 722w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/SdA-Astrolabio-copertina-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/SdA-Astrolabio-copertina-600x852.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/SdA-Astrolabio-copertina.jpg 761w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></figure>



<p>Sostenuto anche dall’egregio lavoro grafico delle copertine disegnate da Piero Crida per tutte le numerose ristampe, “Il Signore degli Anelli” diventa nel corso degli anni successivi uno tra i libri più venduti nel Belpaese senza soluzione di continuità dall’anno di uscita (1970) fino ai giorni nostri: un capolavoro senza tempo che ha affascinato generazioni di lettori di ogni età. Insomma, più di mezzo secolo esatto sulla cresta dell’onda, aiutato di recente dal successo avuto dalle trasposizioni cinematografiche di Peter Jackson. Come tiene a sottolineare ancora Oronzo Cilli con profonda coerenza filologica, il viaggio di Tolkien in Italia fu davvero «carico di significati anche se, ed è bene sottolinearlo, non influenzò la stesura del volume, già consegnato all’editore assieme alle Appendici il 20 maggio 1955». Ma come possono i lettori più attenti delle vicende della Terra di Mezzo non notare quante suggestioni tutte italiane hanno da sempre affascinato Tolkien. Basti pensare alle numerose similitudini nella costruzione immaginativa dei luoghi per cui, ad esempio nel decimo capitolo de “Lo Hobbit”, la città di Esgaroth o Pontelagolungo assomiglia in parte proprio all’amata Venezia o a quanto l’architettura fortificata di Minas Tirith sia per molti aspetti speculare al Monte del Purgatorio dipinto da Domenico di Michelino nel 1465 che Tolkien doveva certamente conoscere per le sue assidue letture dantesche. Se dunque anche una piccola parte della magia immortale che J.R.R Tolkien ha saputo infondere nel suo mondo immaginario di Arda è dovuta a ispirazioni tutte italiane, non possiamo che gioirne ad ogni rilettura.</p>



<p><strong><em>Diego Conticello</em></strong></p>
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		<title>Elogio di Benedetto Croce, “un Leviatano dello scibile”</title>
		<link>https://www.pangea.news/benedetto-croce-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 05:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto Croce]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Benedetto Croce moriva settant’anni fa, nel novembre del 1952, e con lui moriva anche la filosofia sistemica: nella liquefazione del postmoderno l&#8217;idea del pensiero come architettura organica sarebbe andata definitivamente perduta. Con grande pregnanza simbolica fu notato dal suo più acuto interprete, Gennaro Sasso, come, quando le bombe alleate si abbatterono su Santa Chiara a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Benedetto Croce moriva settant’anni fa, nel novembre del 1952, e con lui moriva anche la filosofia sistemica:</strong> nella liquefazione del postmoderno l&#8217;idea del pensiero come architettura organica sarebbe andata definitivamente perduta.</p>



<p>Con grande pregnanza simbolica fu notato dal suo più acuto interprete, Gennaro Sasso, come, quando le bombe alleate si abbatterono su Santa Chiara a Napoli nel 1943, nel tragico rogo parve perire altresì l’ultima grande Filosofia della Storia.</p>



<p><strong>Croce fu rimosso per decenni dalla cultura italiana in seguito ad ipoteche di natura schiettamente ideologica,</strong> senza un serio confronto di carattere speculativo, ripetendo a macchinetta una vulgata diffusa da Gramsci (intellettuale la cui portata civile nessuno intende sminuire ma che, appunto, rientra nel novero degli intellettuali e dei pubblicisti, in nessun modo in quello dei filosofi). Ora che i valori e le proporzioni si sono riassestate e le ideologie frantumate si può finalmente riconsegnare Croce alla sua dimensione effettiva di grande classico del pensiero e dello stile.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1.jpg" alt="" class="wp-image-95011" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Nessuno eserciterà più la filosofia come la esercitò Croce, tentando una quadratura armonica tra le categorie spirituali ed edificando un sistema che non si era visto altrettanto complesso e interconnesso tra le sue parti dal tempo di Hegel. E nessuno, nella sua grandezza come nei suoi limiti, potrebbe più praticare la cultura come la praticò lui, scrivendo per lo più da solo per mezzo secolo “La Critica” e spaziando con onniscienza quasi inverosimile in ogni ambito dell&#8217;umanesimo.</p>



<p><strong>Quando Contini scrisse che quello che Croce poté fare nelle discipline storiche e umanistiche non ha forse alcun precedente nella storia della cultura</strong> e quando Labriola lo definì “un Leviatano delle scibile” erano ben lontani dal commettere un&#8217;iperbole. Croce si illuse di storicizzare integralmente la filosofia, di saldare in una circolarità armonica Filosofia e Storia portando a termine la geniale e germinale intuizione vichiana della conversione del Vero col Fatto. Ma, nella parabola tragica dell&#8217;ultimo Croce come uomo e pensatore, in realtà quel circolo si incrina e anche l&#8217;altra e parallela circolarità delle forme dello spirito nella dialettica dei distinti finisce per sfaldarsi e la categoria della Vitalità anziché porsi come slancio gioioso dell&#8217;utilità e degli istinti, finisce per convertirsi in disvalore, in presenza di un male e di una negatività non dialettizzabili.&nbsp;</p>



<p>Altroché l&#8217;ottimismo e l&#8217;olimpica serenità prospettata da quanti Croce lo conoscono solo dai manuali o da certa vulgata marxista!</p>



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<p><strong>A differenza di molti grandi pensatori che composero un quadro concettuale e poi gli si affezionarono non modificandolo più, Croce seguitò a tormentarsi incessantemente</strong> nell&#8217;edificazione della sua grandiosa cattedrale gotica, scosso da dubbi e angosce che poi il suo meraviglioso stile celava e sopiva nella compostezza della forma.&nbsp;</p>



<p><strong>L&#8217;angoscia fu sempre la radice prima da cui scaturì la filosofia crociana, angoscia scaturita da circostanze biografiche</strong> (il terremoto di Casamicciola in cui perse adolescente la famiglia e in cui trascorse lunghe ore sotto le macerie, la perdita della compagna di vent’anni Angelina Zampanelli) e segnata dal tarlo ricorrente del suicidio che spesso affiora nelle pagine dei Taccuini di lavoro.&nbsp;</p>



<p><strong>L&#8217;ultimo Croce, il più intenso e il più grande, raggiunge talora venature gnostiche parlando della “gabbia del mondo”</strong> o del “carcere della vita”, come in quel fulmineo <em>Soliloquio</em> che resta una delle grandi pagine della filosofia morale di ogni tempo.</p>



<p>Alla tragedia esterna di un mondo in dissoluzione nel Croce anziano si affianca un&#8217;altra e interna tragedia, di un sistema che si ribella al suo creatore e lo costringe senza posa a ridefinirlo, scompigliando l&#8217;illusione di un approdo a uno “storicismo assoluto” in cui filosofia e storia coincidono e la prima è il momento metodologico della seconda.&nbsp;</p>



<p>Croce sa che le categorie sono eterne e fuori dal tempo e proprio nell&#8217;apparente armonia del circolo si vengono a creare delle scorie metafisiche che ricollocano la filosofia in una dimensione atemporale e sovrastorica. <strong>Nel filosofo che mosse guerra alla metafisica si insinua nuovamente proprio la radice prima di ogni pensiero, che è irriducibilmente metafisica</strong> e Croce si libra oltre lo storicismo e le ricadute scolastiche del suo pensiero.&nbsp;</p>



<p>La filosofia era autoterapeutica, compiva la catarsi dell&#8217;angoscia nella quadratura un pensiero magnificamente organizzato ma, seppur sopita, quell&#8217;angoscia riaffiorava con irresistibile potenza, non accarezzata come nella variante esistenzialista (quella che Bobbio, riferendosi a Heidegger e Jaspers, chiamò la filosofia del Decadentismo), ma combattuta e incanalata nell&#8217; alveo di una ragione che la placasse. Croce anziano disse che quanto alle sorti future della sua filosofia essa sarebbe stata come tutte le altre un singolo momento della vita del pensiero, presto sorpassata dall’<em>unda quae supervenit undam</em>, ma che, nondimeno, sarebbero restate le verità che le era stato “concesso di stabilire”. <strong>In un atto di umiltà trascendentale egli sapeva bene della non appartenenza a noi stessi nemmeno dei nostri pensieri e delle nostre opere, </strong>che proprio quando reputiamo nostre sono insieme non nostre, perché frutto dell&#8217;Universale che si è degnato di visitarci.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95013" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Proprio nel bisogno di riconnettere l&#8217;individuo all&#8217;Universale si annidava la ragione profonda del Croce minore, che amava ritessere le vite di personaggi oscuri o far risplendere di nuovo le gemme nascoste di poeti dimenticati, conscio che un granello di santità e di eroismo si cela anche nelle biografie più umili e ignorate e che un granello di grande poesia rifulge talora anche in opere trascurate e neglette. Egli amava dire che non c&#8217; è persona, per umile che sia, da cui non possa giungerci un atto o un detto che ci faccia arrossire al paragone.&nbsp;</p>



<p><strong>Il tempo è galantuomo e gli anni hanno reso giustizia a Croce e al suo grande sodale e poi rivale Gentile, riassegnando il posto eminente che spetta loro nella storia del pensiero.</strong> Ma la parabola di Gentile (anch&#8217;egli straordinario pensatore a lungo frainteso se non stuprato nell&#8217;essenza del suo pensiero) si fuse con quella del fascismo ed egli pagò la sua fedeltà al regime con la vita. La parabola di Croce, invece, fu ben più feconda anche di ricadute civili e la sua idea della Libertà come categoria metapolitica, in qualche modo premessa e fondazione della politica come della vita morale, rimane valida e attuale oltre ogni contingenza&nbsp;</p>



<p><strong>Viene da dire che Croce non fu tanto un hegeliano, come ripetono i pappagalli che per professione fanno gli autori di manuali, quanto un neoplatonico inconsapevole </strong>e che le sue idee dell&#8217;Arte e della Libertà abbiano appunto la purezza incontaminata delle Idee dell’Iperuranio platonico, a perenne testimonianza che ancora ci dibattiamo nel dualismo tra Essere e Divenire della filosofia antica. Facile sorriderne da parte degli adepti del ‘segno’ in estetica o del liberismo (che Croce ben distingueva dal liberalismo!) in politica, di fatto dalle categorie non si può prescindere e sono esse a dare il loro stampo eterno al nostro vivere, oltre il gioco del divenire e delle forme del mondo.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>
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		<title>“Sono tutto fuorché un complottista”. Il romanzo sulla Loggia P2 (e molto altro)</title>
		<link>https://www.pangea.news/barbera-romanzo-licio-gelli-loggia-p2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 05:22:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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		<category><![CDATA[Chiarelettere]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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<p>Qualche anno fa, una distinta signora riccionese, amante dell’opera e con una passione – per via del padre, credo – per l’arma dei Carabinieri, mi mostrò il suo più arcano tesoro. Un fascio di lettere che testimoniavano il ventennale rapporto epistolare con Licio Gelli, “faccendiere”, “Maestro venerabile” della Loggia P2. Che Licio Gelli frequentasse la riviera romagnola non è un mistero: l’adorata figlia Maria Grazia era la compagna di Gianni Fabbri, notissimo imprenditore riminese della notte – morì in un terribile incidente stradale, nel giugno del 1988, presso Calenzano: alla guida della Mercedes 560Sec c’era proprio Fabbri. “Era una persona squisita, un uomo d’altri tempi”, mi aveva detto, all’epoca, la signora – era una <em>pasionaria</em>, come si dice: ora giace in una casa di cura per anziani. Grosso modo la prima idea che di G. – analogo ma non equivalente di Gelli – si fa Marco Sangiorgi, il giornalista d’inchiesta che guida l’azione <a href="https://www.chiarelettere.it/libro/il-segreto-del-gran-maestro-gianluca-barbera-9788832966237.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>dell’ultimo romanzo di Gianluca Barbera, <em>Il segreto del Gran Maestro</em> (Chiarelettere, 2023):</strong> </a>“Il Venerabile non era che un vecchio dai modi senili e dall’aspetto apparentemente bonario. Niente di luciferino. Nessun fasto, nessuna bellezza”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="638" height="980" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/9788832966237_0_0_980_0.jpg" alt="" class="wp-image-94742" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/9788832966237_0_0_980_0.jpg 638w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/9788832966237_0_0_980_0-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/9788832966237_0_0_980_0-600x922.jpg 600w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></figure>



<p>Gelli forse era sinuosamente innamorato della “signorina” – così la chiamava – riccionese: l’aveva invitata a Villa Wanda; spesso, nelle lettere, giocava a fare la vittima. Così, ad esempio, il 23 aprile del 2000: <strong>“Ho percorso tutto il calvario come Cristo, flagellato&#8230;</strong> Le dirò che la Croce di Cristo l’avrei portata volentieri, ma quella ordita da un gruppo di magistrati criminali agli ordini dei comunisti (che non mi perdonano le mie idee e la partecipazione alla guerra spagnola), non mi rassegno a portarla e non avranno la soddisfazione di andare a chiedergli ‘perdono’”. Come spesso succede agli uomini di potere, anche Gelli stemperava la smania con badili di biada lirica. Scriveva poesie, insomma. Tante. Brutte. Spesso pubblicate da Laterza, con titoli irritanti: <em>Riccioli d’oro nel vento, Trucioli di sogno, Lacrime d’oro, Luna a colori</em>… La “signorina” leggeva – i libri, naturalmente, autografati dal sommo G. – e andava in visibilio.</p>



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<p>Soltanto Gianluca Barbera avrebbe potuto scrivere – leggo dalla bandella – “il romanzo sulla massoneria e sull’Italia dei poteri occulti” senza degenerare nei cliché del ‘genere’. È vero: il libro si legge, ha le rapide di chi sa tenere per i capelli la fatidica ‘trama’; seguendo la vicenda di G./Gelli – si leggano le parti sulla Repubblica sociale, o quando appaiono Giulio Andreotti, Roberto Calvi e l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera – si scorge, pur in filigrana, la storia esoterica di un Paese al massacro, il nostro. Il precedente di Barbera – <em>Il venerabile</em>, romanzo “con nomi e fatti veri”, che prometteva di svelare “cinquant’anni di misteri e segreti”, pubblicato da Gribaudo &amp; Zarotti nel 1993 – non regge il confronto, se non come mera testimonianza, utile ai fanatici del complotto, dunque del pettegolezzo. In quel libro, Pier Carpi – figura che comunque andrebbe riscoperta: teosofo, scrittore per i fumetti, regista (girò un <em>Povero Cristo</em> con Mino Reitano…) –, iscritto alla P2, racconta le sorti di Gelli magnificandolo, facendone una sorta di eroe dell’anticomunismo. Più che altro, fuori dagli estremi – del romanzo agiografico come da quello ‘giornalistico’ –, Barbera fa il letterato puro: i suoi riferimenti sono Borges, Edgar Allan Poe e <em>Il pendolo di Foucault</em>; nel romanzo cita Seneca e Dostoevskij, sa come giocare con i chiaroscuri che creano il giusto pathos (“Non è facile riconoscere gli angeli. E nemmeno i demoni. Entrambi sono irradiazioni del divino, e di solito percepiamo la loro presenza solo quando se ne sono andati, dall’odore che si sono lasciati alle spalle”). <strong>Quando Sangiorgi descrive “il capo della Loggia P2” simile “a un Buddha di porcellana a grandezza naturale”, la nostra mente si sposta sul Tamigi, a bordo della <em>Nellie</em></strong>, su cui siede Marlow ritratto dal suo creatore, il sommo Joseph Conrad, nella posa di “un Buddha predicante in abiti europei, senza il fiore di loto”. In altra direzione, con altro tono, ma con non diverso sguardo, vigile e sonnambulo insieme, anche Barbera ha cercato di sondare il cuore di tenebra di un uomo, di un’epoca.</p>



<p><strong>Intanto: cosa ci dice il tuo romanzo su Gelli che già non sappiamo dai troppi libri su Gelli?</strong></p>



<p>Il mio è innanzitutto un romanzo gotico, anche se si presenta nei panni raziocinanti del romanzo d’inchiesta. Il protagonista, G., è un individuo, ormai in fase terminale, che ha stipulato un “patto col diavolo”. Lo indico con la iniziale G. anche perché non corrisponde in tutto e per tutto a Licio Gelli. È piuttosto un suo alter ego. Si differenzia dal personaggio reale per caratura intellettuale, complessità mentale, capacità di calcare il palcoscenico della storia, leggere gli eventi in controluce. E per altri particolari non secondari. Forse si può ravvisare qualche somiglianza con il vecchio Karamazov. Insomma, mi sono spinto molto più in là.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81XPCGiASRL-640x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94743" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81XPCGiASRL-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81XPCGiASRL-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81XPCGiASRL-600x960.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81XPCGiASRL.jpg 675w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p><strong>E poi. Perché un romanzo? Intendo. Ti interessa il romanzo come arma ‘conoscitiva’, che permette di affrontare con più profondità un fenomeno su cui molto si è scritto, oppure ti interessa la Massoneria e la storia di G. come patina pepata per insaporire un romanzo ‘del mistero’? Insomma: sei più con Elias Canetti o con Umberto Eco?</strong></p>



<p>Non è la prima volta, come sai, che prendo un personaggio storico e lo reinvento; che maneggio il magma incandescente della realtà per modellare una storia esemplare, drammaturgicamente compiuta. E poi il saggista ha quasi solo certezze, a me interessa spalancare dubbi. Quello che faccio ogni volta è mettere in scena la <em>comédie humaine</em> da nuove prospettive e angolazioni. Indago l’uomo, non la vicenda in sé, che pure significa molto. Attraverso ciò che racconto provo a mettere ordine in quel caos che è il mondo in cerca delle ragioni più profonde, meno accessibili. Con <em>L’ultima notte di Raul Gardini </em>dello scorso anno, ho inaugurato un nuovo modo di raccontare la storia recente del nostro Paese, non lontano da certi lavori di Sciascia e da precedenti illustri quali <em>Storia della colonna infame </em>di Manzoni.</p>



<p><strong>A tuo parere: qual è il reale ruolo della Loggia P2 nella lotta armata per sopraffare lo Stato, nella puntiforme strategia del caos ordita per conquistare i luoghi chiave della Repubblica?</strong></p>



<p>Per una decina d’anni la P2 ha giocato un ruolo che ambiva a diventare totalizzante, soverchiante, un machiavellico contropotere, uno Stato nello Stato, senza però riuscirvi. Anche ammettendo che sopra Gelli vi fosse un ulteriore livello, un livello politico, nazionale o sovranazionale, come ipotizzato nel romanzo, l’azione della P2 è riuscita ad avvelenare le acque di superficie ma non a produrre quel sovvertimento dell’ordine democratico che si prefiggeva, da raggiungersi mediante il controllo delle istituzioni e dei gangli vitali della società. Ciò non toglie che la P2 sia stata implicata in fatti di sangue gravissimi, nella strategia della tensione, in clamorosi crac finanziari, in tentativi di controllo dell’informazione, della magistratura e delle alte cariche dello Stato, grazie anche alle coperture di cui ha goduto negli ambienti dello spionaggio.</p>



<p><strong>Perché la Massoneria ci affascina così tanto, proprio ora che quel tanto di esoterico pare ormai quasi tutto essoterico?</strong></p>



<p>Per molti la storia dell’uomo non è altro che la lunga trama dei complotti orditi e celati dietro le versioni ufficiali. Io sono tutto fuorché complottista. Mi trovo d’accordo con Popper: il bisogno di credere che qualunque cosa avvenga nella società – guerre, povertà, epidemie – sia il risultato di manovre occulte non è che una forma di nuovo teismo, di ripiegamento nell’irrazionale. Pasolini lo ha detto ancora più chiaramente: il complotto ci libera dal peso di avere a che fare con la verità.</p>



<p><strong>Cosa sono i ‘poteri occulti’? Non è forse vero che ogni potere cerca di occultare la sua reale forza, il proprio operato?</strong></p>



<p>Certo. Anche il patto stretto da Cesare con Crasso e Pompeo si poneva al di fuori delle istituzioni. Era un patto segreto (fino a un certo punto) per la conquista e spartizione del potere. Avveniva allora, e avviene oggi. Il potere aiuta sé stesso, mira all’autoconservazione, a ogni costo. A volte si tratta di una lotta tra poteri contrapposti. Altre volte di poteri che si sostengono a vicenda. Anche le rivoluzioni sono nuovi poteri che si sostituiscono ai vecchi. Mi pare che il collegamento tra massoneria e mafia sia sotto gli occhi di tutti. Registro inoltre la tendenza a etichettare come “massoneria” fenomeni di tipo lobbistico. Spesso difatti l’espressione “massoneria” potrebbe tranquillamente essere sostituita con termini quali “poteri forti”, “cartelli”, “consorterie”, “oligarchie”, “establishment”, “mercati finanziari”.</p>



<p><strong>Cosa ti affascina di G.? Qual è l&#8217;aspetto più inatteso che ti pare di aver messo in luce?</strong></p>



<p>Credo di avere pazientemente raccolto le sperdute tessere di un complesso puzzle e di averle ricomposte in un grande e inquietante affresco. Attraverso la parabola di Gelli racconto quasi un secolo di storia italiana, dall’epoca fascista ai giorni nostri, passando per il presunto tesoro della massoneria e la stagione dello stragismo (su tutte la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980). Leggendo il mio romanzo ritengo che il quadro cominci a farsi nitido, se non altro frastagliato. So che viene letto anche da studiosi e protagonisti di quelle vicende.</p>



<p><strong>Bene. Dimmi qualcosa sullo stato del romanzo italiano. Ti frega qualcosa? Vuoi vincere lo Strega?</strong></p>



<p>Non mi piace molto della scena letteraria odierna. L’eccesso di marketing. La facilità con cui si manipolano i lettori. Il fatto che tutti (o quasi) si lancino all’inseguimento di mode e tendenze, parole d’ordine, slogan. Il moralismo sfacciato insito in molti romanzi. E la lingua con la quale sono scritti, più vicina al fumetto, a una sceneggiatura o a un compitino scolastico piuttosto che alla migliore letteratura. Manca l’intento artistico. Le responsabilità sono anche dei lettori, che premiano i linguaggi semplificati, più vicini al loro. Ma, come dici tu, non me ne frega molto, ognuno va per la sua strada.</p>



<p><strong>E ora? Cosa scrivi?</strong></p>



<p>Uscirà tra non molto un romanzo breve che ho scritto tempo addietro, sul mestiere dello scrittore e sulle fatali conseguenze della dedizione assoluta all’arte, ai limiti del patto col diavolo, lungo il crinale della perdizione, a partire dal racconto della parabola esistenziale di Georges Simenon, più immaginario che reale. Ne parleremo più avanti, se vuoi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/barbera-romanzo-licio-gelli-loggia-p2/">“Sono tutto fuorché un complottista”. Il romanzo sulla Loggia P2 (e molto altro)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“L’Italia sa essere orribile, l’Italia è bellissima”. Dialogo con Andrea Caterini</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-caterini-dialogo-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2022 05:19:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Caterini]]></category>
		<category><![CDATA[eremitaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Vallecchi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia è un endecasillabo. Per capire l’Italia, credo, bisogna entrare in un ritmo. L’Italia per me è un endecasillabo, è incistata nell’endecasillabo. Di solito, di un paese, di una città bisogna osservare l’urbanistica: l’ampiezza delle strade, il modo in cui divergono, s’immergono l’una nell’altra; la forma sequenziale delle case. Osservatorio superficiale che dice della mente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/andrea-caterini-dialogo-italia/">“L’Italia sa essere orribile, l’Italia è bellissima”. Dialogo con Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Italia è un endecasillabo. Per capire l’Italia, credo, bisogna entrare in un ritmo. L’Italia per me è un endecasillabo, è incistata nell’endecasillabo. Di solito, di un paese, di una città bisogna osservare l’urbanistica: l’ampiezza delle strade, il modo in cui divergono, s’immergono l’una nell’altra; la forma sequenziale delle case. Osservatorio superficiale che dice della mente di chi ha costruito quel luogo. Alcuni paesi, in Italia, hanno la struttura di un sonetto; altri di una canzone; altri ancora si snodano come un poema. C’è poi il rimario, il modo in cui i balconi si gettano alle ventate, la pausa sancita da un fiume, la sestina dei palazzi nobiliari… ad ogni modo, l’Italia è un endecasillabo. L’Italia, intendo, è una creazione poetica. E i poeti che l’hanno creata insegnano due cose. Primo: che l’Italia si può soltanto bestemmiare, cioè dire per negazioni (“Ahi serva Italia, di dolore ostello…”, Dante). Secondo: che l&#8217;Italia, sostanzialmente, non si può dire (“Italia mia, benché ’l parlar sia indarno…”, Petrarca), è dolore insanabile (interessante, per chi studia cose letterarie, accorgersi che la chiusa della <em>Terra desolata</em> di Thomas S. Eliot, il poema della patria deprivata, depravata, <em>Shantih shantih shantih</em>, è quello dell’ “Italia mia” di Petrarca, “Pace, pace, pace”).</p>



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<p>Insomma, l’Italia è una bestia letteraria. <strong>Per questo Andrea Caterini, ragazzo dallo sguardo profondo e terribile (cioè: compassionevole, e dunque spietato), compie </strong><a href="https://www.ibs.it/ritorno-in-italia-libro-andrea-caterini/e/9788882521622?inventoryId=402917374&amp;queryId=c06cd1b5258821bfb2d84c0bab89d6f8" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>il suo <em>Ritorno in Italia</em> (Vallecchi, 2022)</strong> </a>con una scorta di libri. In Italia si <em>ritorna</em>, ospiti e consolatori (“Piangi, ché ben hai donde, Italia mia…”, questo è Leopardi, dacché la nostra è sempre patria spogliata, spartita, ispiratrice, spiritata, sparita), con libagione di libri. Così, si va in Sardegna con <em>Il giorno del giudizio</em> di Salvatore Satta sotto mano; si attraversano le Langhe con Beppe Fenoglio in spalla; si va in Sicilia con Gesualdo Bufalino e nelle foreste Casentinesi con Dino Campana nello zaino. Com’è diverso il “ritorno” di Caterini dal <em>Viaggio in Italia</em> di Guido Piovene, che di ogni pieve diceva il magone di un’antichità perduta, decrittava la magia smagata dal ‘progresso’. Caterini parte dal cataclisma globale, dall’identità ormai irrecuperata, un fatto, e cuce bave d’oro, origami di senso, fino al covo del silenzio. Il reportage più bello è, appunto, quello dedicato all’Umbria: Caterini, come sempre, scudiero della letteratura bella, ha un fortino di libri appresso – Cristina Campo, Kafka, i detti dei Padri del deserto – per affrontare Teresa, eremita, novantuno anni, dal 1986 in una casa senza elettricità né acqua, presso il monte Fionchi. Il dialogo tra l’eremita e il cercatore ha vette sapienziali che meritano di essere ricalcate:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La prima notte che ho passato in questa casa le voci che udivo mi tormentavano… Ero pronta alla sepoltura? Ero preparata a morire? Ad affrontare il silenzio eterno dei giorni? Quando si è fatta mattina e ho visto brillare la luce sulle pareti e sui vetri, qualcosa, dentro di me, ha trovato un centro: Dio, pensavo, viene come un ladro, e di getto ho scritto dei versi, i primi salmi che Dio dettava per la mia nuova vita: ‘Dal mio Unico e mio Tutto/ giunse ferma locuzione/ che Sepolta nel Silenzio/ l’Assoluto mi voleva’”</strong></p></blockquote>



<p>L&#8217;Italia è un endecasillabo, continuo a pensare. “Cerca Iesú con ogni tuo desio/ anima mia, se te vói delettare”, canta Jacopone da Todi. Forse il <em>ritorno</em> è mollare tutto, cioè scoprirsi ricchi del Tutto; forse l’Italia è questo eremo, estrema fortezza che santifica dall’insensato odierno, dai vagiti di un’era di ignavi. Così sono andato in cerca di Caterini.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="769" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-93362" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p><strong>Parto dalla domanda più cruda. Che cos’è l’Italia? Pochi aggettivi, ben distesi.&nbsp;</strong></p>



<p>L’Italia è un coacervo di contraddizioni. Troppo semplice asserire si tratti del Paese più bello del mondo. Così come troppo semplice riconoscerne la bellezza davanti alle sue opere d’arte. L’Italia sa essere orribile. Siamo riusciti a devastare i suoi paesaggi perdendo completamente il senso di un’armonia con ciò che ci circonda, a involgarire anche la sua natura. Vicino la Valle dei Templi di Agrigento, ed è solo uno tra le centinaia di esempi che potrei fare, puoi incontrare costruzioni moderne che sono il frutto di un’incultura becera, di un’edilizia selvaggia. È una nazione che si è venduta anche al marketing. Le sue tradizioni più profonde, quelle che conservavano un senso del sacro e un rapporto viscerale con la propria terra, vengono oggi riproposte come uno spettacolo per turisti, svuotate del senso che possedevano. Eppure… Eppure l’Italia va saputa cercare nelle sue feritoie, lì dove è andata a nascondersi la sua autenticità. Non esiste al mondo Nazione più molteplice dell’Italia. È ovunque si riconosca una diversità. Una diversità costruita e continuamente tradita lungo i secoli. L’Italia è un paese parcellizzato per definizione. Ogni suo angolo custodisce, prima ancora che una storia, una tradizione, che qualcuno è pronto a difendere con la vita. Ecco, l’Italia sono le persone, quelle che ho incontrato in questo mio viaggio che dura ormai da oltre quattro anni. Gli uomini che vivono fuori il clamore dei grandi centri urbani, che non amano la confusione, che sono a disagio con la vanità. L’Italia dei paesi, dove la vita è fatta di niente. Un niente che è tutto.</p>



<p><strong>Quale Italia hai scoperto “ritornando” in Italia. Ergo: il luogo inatteso, l’incontro sconcertante. Dimmi.</strong><strong></strong></p>



<p>Quando si è cominciata a formare in me l’idea di scrivere un libro sull’Italia, ciò che mi fu subito chiaro è stato il titolo. Questo perché mi rendevo conto di come viaggiando in un luogo da cui mai mi ero allontanato stavo giorno dopo giorno cambiando. Il “ritorno” è la scoperta di qualcosa che hai sempre conosciuto, ma che pure ti era fino a quel momento estraneo. Ritornare per uscire da sé, dimenticarsi per un momento di se stessi, scomparire nel mondo. E mi piaceva attraversare luoghi in cui perdevo qualsiasi punto di riferimento, in cui non ero nessuno per nessuno. Ascoltare il racconto delle vite degli altri, farsi investire dalle loro storie, accoglierle, farle proprie, capire che c’è qualcosa che ci lega tutti. Allora potevo sentirmi davvero a casa ovunque: nelle Foreste del Casentino, dove san Francesco ha trovato il suo ultimo rifugio e dove Dino Campana ha pellegrinato in cerca di se stesso, o nella Barbagia più feroce, quella del nuorese di Grazia Deledda e di Salvatore Satta; sul Delta del Po, nel Polesine, in quel deserto d’acqua in cui i pescatori hanno vissuto in case di fango e canne fino a non molti anni fa, o camminando lungo i confini del Carso, dove le identità si perdono e si mischiano, gli stessi luoghi in cui Slataper è cresciuto come un selvaggio e dove Ungaretti ha visto morire compagni e fratelli nelle trincee lungo l’Isonzo. In ogni territorio c’era qualcuno di mai visto prima pronto ad accoglierti; qualcuno che, anche solo per un giorno, ti era davvero fratello. Ti riporto un episodio che nel libro è ampiamente raccontato. Quando sono tornato in Umbria per l’ennesima volta e non sapevo cosa inventarmi per cavarne fuori una puntata televisiva, mi è venuta l’idea di parlare della storia degli eremiti siriani che nel sesto secolo sono arrivati in quella regione per evangelizzarla. Un racconto praticamente impossibile da restituire televisivamente. Attraverso un contatto sono venuto a sapere che su una montagna sopra Spoleto viveva un’eremita. Trovo il modo di andarla a conoscere. In una casa senza acqua e senza corrente elettrica viveva una donna di novantuno anni dal 1986. Piccola, minuta, fragile. Mi sono chiesto come fosse possibile che stesse lì da sola da tutto quel tempo. Al principio era diffidente. Poi mi ha fatto sedere davanti a lei, mi ha raccontato la sua storia per un paio d’ore. Ho scoperto che aveva una cultura filosofica e teologica sconvolgente. Eppure, in quella casetta che l’accoglieva, non c’era l’ombra di un libro. Mi rendevo conto così che aveva imparato a non possedere nulla, a non farsi tentare nemmeno dalla cultura. Aveva trasformato ogni gesto, ogni pensiero, ogni cosa, in una forma di preghiera. Trovavo in lei quello che Dino Campana aveva scritto nei <em>Canti Orfici </em>di San Francesco: “un’ombra di Cristo che accetta il suo destino nella solitudine”. Difficile restituire la sensazione che mi ha lasciato addosso. Posso dirti però che quando si viaggia ci sono incontri, anche casuali, che ti segnano per la vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="567" height="850" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012.jpg" alt="" class="wp-image-93363" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012.jpg 567w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 567px) 100vw, 567px" /><figcaption>Lui è Andrea Caterini; il libro sull&#8217;Italia è esito, anche, di una serie di lavori realizzati per la Rai</figcaption></figure>



<p><strong>Parlo al lettore, al critico, allo scrittore. L’Italia dei letterati odierni: pare più uno sfondo, una cartolina ad uso turisti; se ne parla, non ci si inscrive nella sua carne: è così, non è così</strong><strong>?</strong><strong></strong></p>



<p>Credo sia così perché, sostanzialmente, non la conoscono, la ignorano completamente. Ma la Patria è di chi l’ama, diceva Pasolini. E aveva ragione. Pensa ai viaggi lungo la Nazione di Guido Piovene, di Mario Soldati, di Cesare Brandi e dello stesso Pasolini. Non si tratta di restare legati al ricordo di un’Italia che non abbiamo neppure vissuto, ma di mettere in moto la curiosità, di accettare di perdersi, di mettere a rischio noi stessi e le sicurezze che abbiamo per capire davvero dove poggiamo i piedi, da dove veniamo, chi siamo. Claude Lévi-Strauss scriveva, in quel capolavoro di conoscenza che è <em>Tristi tropici</em>,che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito”.</strong></p></blockquote>



<p>Ecco, credo sia questo il tipo di predisposizione che ho seguito in questi anni, provare a capire quello che oggi non bisogna farsi sfuggire e che ci lega alla nostra storia. Ti dico la verità, da quando ho cominciato a viaggiare, le bizze dei letterati, la loro ansia di presenzialismo, il loro desiderio di farsi riconoscere in una comunità che non esiste, non mi fanno nemmeno più sorridere o incazzare. Semplicemente, mi sembrano inutili, una perdita di tempo anche solo dargli una sia pure minima importanza.</p>



<p><strong>Dimmi il libro per capire l’Italia, per, appunto, leggerla.</strong>&nbsp;</p>



<p>Non ce n’è uno solo, perché l’Italia è moltissime cose. Per questo in ogni regione che ho attraversato ho messo nello zaino un libro diverso; il libro di chi quegli specifici luoghi aveva già vissuto e raccontato: in Sicilia Gesualdo Bufalino e il suo <em>Diceria dell’untore</em>, ma avrei potuto portare anche il suo <em>La luce e il lutto</em>; a Napoli il Malaparte de <em>La pelle</em>; nelle Langhe <em>La malora </em>di Fenoglio, e così via. Due libri recenti che mi sembra raccontino da punti di vista completamente diversi l’Italia sono il romanzo di Arnaldo Colasanti <em>La magnifica</em>, e il poemetto <em>L’Italia è morta, io sono l’Italia </em>di Aurelio Picca. Ma appunto, l’Italia è una e molteplice, è necessario tornare a scoprirla, sentirla nella carne e nella mente.</p>



<p><strong>&#8230;ma&#8230; esiste, poi, l’Italia?</strong><strong></strong></p>



<p>Esiste, Davide, esiste eccome.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/Cesare_dandini-allegory_of_constance-869x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Decalogo delle cose da fare nel mondo della Cultura adesso che Giorgia Meloni è premier</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgia-meloni-cultura-decalogo-mascheroni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 04:14:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Mascheroni]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=92970</guid>

					<description><![CDATA[<p>1)&#160;Chiamarla “il”&#160;premier. Abolire l’uso di asterischi e&#160;schwa&#160;nei documenti ufficiali dello Stato e varare leggi speciali per vietarli nell’editoria e nei giornali. Per quanto, da un certo punto di vista, pensare di imporre cambiamenti linguistici dall’alto rappresenta una forma di autoritarismo che non può dispiacere. E comunque viene accettata la formula colloquiale: “Avete perso, e allora [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>1)&nbsp;Chiamarla “<em>il”</em>&nbsp;premier. Abolire l’uso di asterischi e&nbsp;schwa&nbsp;nei documenti ufficiali dello Stato e varare leggi speciali per vietarli nell’editoria e nei giornali.</strong> Per quanto, da un certo punto di vista, pensare di imporre cambiamenti linguistici dall’alto rappresenta una forma di autoritarismo che non può dispiacere. E comunque viene accettata la formula colloquiale: “Avete perso, e allora vaffancul*”. Per quanto riguarda invece le forme di cortesia, è fortemente consigliato il ritorno al Voi al posto del Lei. Ad esempio: “Ma Voi, Berizzi, adesso&nbsp;cosa farete?”.&nbsp;</p>



<p><strong>2)&nbsp;Dopo la proclamazione di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio, </strong>rivedersi tutta la notte, in loop,&nbsp;<em>Il trionfo della volontà</em>&nbsp; di Leni Riefenstahl. In tedesco.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>3) Bandire il Jova Beach Party per tutta la legislatura dalle spiagge della Penisola. Perché? Così. Al suo posto sostenere convintamente raduni naturisti di movimenti giovanili che si rifanno a proto-ecologismo dei Wandervogel. </strong>L’ambientalismo, essendo green, cioè verde, è&nbsp;<em>naturaliter</em>&nbsp;padano. E la tutela dell’ambiente, mirando alla Conservazione, è per forza di destra. Veicolare a mezzo stampa e radio-televisivo l’idea che l’ambientalismo alla Greta Thunberg, se non sorretto da una sana idea di Dio, patria e famiglia, è solo giardinaggio. A margine: bandire da tutti i comuni italiani piste ciclabili, l’uso dei monopattini e zone pedonali. L’auto, insegnavano i padri, è la sola igiene del mondo.&nbsp;</p>



<p><strong>4) Cambiare nottetempo lo statuto dell’associazione torinese “la&nbsp;Città del Libro”, far decadere il direttivo e il consiglio di amministrazione, insediare ai vertici del Ligotto intellettuali di provata fede conservatrice, destituire ex abrupto Nicola Lagioia</strong> (al quale si potrà affidare, con la liberalità propria della cultura di destra, un posto da consulente esterno alla rassegna barese “Lungomare di&nbsp;libri”), quindi insediare nella governance del Salone del Libro di Torino le edizioni Altaforte, nominare direttore un disinteressato giornalista culturale del “Giornale”, tappezzare i corridoi dei padiglioni 1, 2 e 3 di gigantografie di Christian Raimo con scritto sotto “Sarà per la prossima volta”, mandare in filodiffusione all’Oval, per tutti i cinque giorni della kermesse, “Meno mane che Silvio c’è”, e impostare il programma 2023 secondo la linea culturale del più rigido sovranismo antieuropeista. Nelle prossime edizioni saranno banditi incontri sul cambiamento climatico, il mondo LGBTQ+ (e anche -), il gender, gli spiegoni di Roberto Saviano, quei quindici-venti incontri tradizionalmente presentati da Loredana Lipperini, la letteratura al femminile, e soprattutto quella al femminismo. Il programma sarà redatto in italiano e, in nome dell’inclusività, con la versione in dialetto bustocco a fronte. “An impodu pü da andá a cagá, par netami un cü con l’Unitá” (“Non vedo l’ora di andare a cagare per pulirmi il sedere con L’Unità”).&nbsp;</p>



<p><strong>5) Rai:&nbsp;<em>ferro ignique vastare</em>. Saccheggiarla, devastarla, depredarla. Ripristinare il più rigido spoil system.</strong> Rai1 a Fratelli d’Italia; Rai2 alla Lega; Rai3 a Forza Italia (il cui Tg passerà da Telekabul a ReteArcore: tiè!). Poi rilevare La7 da Urbano Cairo e affidarla a Gianluigi Paragone. Telegiornale a reti unificate: direttore&nbsp;Francesco Storace. Trasmissioni da riaffidare: tutte. Ma soprattutto “Che tempo che fa”. Depoliticizzare Sanremo (che sarà ridotto a una serata, il lunedì; conduce Red Ronnie). Sostituire la campagna “Pubblicità Progresso” con “Pubblicità Tradizione”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>6) Modificare il regolamento del premio Strega e inserire norme rigidissime che proibiscano la partecipazioni di supporter e ghost writer di Walter Veltroni, scrittori romani del giro di Walter Veltroni, in generale amici di Walter Veltroni</strong>, soprattutto – non si sa mai – Walter Veltroni e qualsiasi autore il cui romanzo presenti i seguenti temi: 1) migranti, espatriati, profughi, esuli, camminanti di merd* e in generale i “dimenticati” del mondo, 2) mondo LGBTQ, omofobia, gender 3) razzismo e fascismo 4) femminismo, maschilismo, cultura patriarcale. Ma a pensarci bene, il premio si può anche abolire del tutto.&nbsp;</p>



<p><strong>7)&nbsp;Biennale d’arte di Venezia. Ricordarsi di far saltare per almeno un biennio la direzione alla famiglia Gioni-Alemani. Meglio farla curare da Alemanno. T</strong>itolo consigliato:&nbsp;“In the&nbsp;White&nbsp;Fantastic<em>”. </em>Impartire precise direttive per limitare allo stretto necessario l’invito di artisti che lavorano su temi ormai stucchevoli come quelli della Blackness, la&nbsp;Queerness, l’identità sessuale, le minoranze etniche, i fascismi, il&nbsp;neo-femminismo, il metagender… Si consiglia un sano ritorno all’ordine figurativo.&nbsp;</p>



<p><strong>8) Abolizione delle quote rosa nei seguenti ambiti:</strong> premi letterari (sia tra i premiati che tra i giurati), direzione di festival e rassegne di libri, direzione di musei, di teatri, di enti lirici e in generale posizioni di vertici nelle istituzioni culturali comunali, regionali e statali. Perché la cultura, che è studio e talento, non ha sesso. Anzi, in generale – per evitare noiose questioni di genere – si consiglia di affidare tutte le cariche solo a persone di sesso maschile. Da cui i famosi “azzurri” di Forza Italia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>9) Prevedere solo spettacoli con artisti russi alla Scala, e anche in tutti gli altri enti lirici nazionali.</strong> “Rossija – svjašcennaja naša deržava,&nbsp;Rossija – ljubimaja naša strana. Mogučaja volja, velikaja slava – Tvojo dostojanje na vse vremena!”. “Russia – il nostro paese sacro, Russia – la nostra terra amata. Una potente volontà, una grande fama – Sono il tuo patrimonio per tutti i tempi”.&nbsp;</p>



<p><strong>10)&nbsp;Cinema. Rivedere i meccanismi di finanziamento di opere cinematografiche di interesse culturale. Inserire clausole che vietino l’erogazione di fondi ai seguenti film:</strong> di o con le sorelle Rohrwacher; con Gassman (figlio); di o con o su soggetto o sceneggiatura dei fratelli Veronesi; ma anche di Elisabetta Sgarbi (perché? non si sa…); che raccontino di immigrazione, sessualità fluida, tran-sessualità, “il tempo delle donne”, abusi, omosessualità repressa, periferie pasoliniane, suburre, gomorre, aspromonti, campagne e lidi laziali metafora di “alterità e fuga”. Meglio, piuttosto, la fig*.&nbsp;</p>



<p><strong>POST SCRIPTUM Ah, ricordarsi di mandare una cartolina con foto di Giorgia Meloni autografata e con dedica – “Grazie infinite per il sostegno” – a Elodie</strong>, Paola Turci e la Pascale, Loredana Bertè, Francesca Michielin, Levante, Damiano dei Måneskin, tutti i Måneskin… Inserire emoticon con la måneskin&nbsp;che saluta e la scritta “Belli, ciao”.&nbsp;</p>
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		<title>“Cadere fuori dal tempo”. Per Piero Buscaroli, un maestro</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 04:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Malgieri]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[Piero Buscaroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’impero del male universale, che gli ottimisti di Bratislava assicuravano già spacciato, sopravvisse, putrefacendosi eppur ancora capace di nuocere, altri vent’anni. Dopo trent’anni, le sue sparse carcasse continuano a impestare le nazioni, le ideologie di fogna libri e giornali, i suoi aguzzini profittatori e lacchè, mutati i nomi ai rispettivi partiti, circolano indisturbati e riveriti; [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em><strong>“L’impero del male universale, che gli ottimisti di Bratislava assicuravano già spacciato, sopravvisse, putrefacendosi eppur ancora capace di nuocere, altri vent’anni. Dopo trent’anni, le sue sparse carcasse continuano a impestare le nazioni, le ideologie di fogna libri e giornali, i suoi aguzzini profittatori e lacchè, mutati i nomi ai rispettivi partiti, circolano indisturbati e riveriti; impartiscono lezioni di umanità, onestà e buongoverno, presiedono parlamenti e trovano impreviste tenerezze in putative ‘destre’ che la fame di posti privò dell’onore e dell’anima”.</strong></em></p></blockquote>



<p>Davanti alla mia scrivania, sul piano nobile dello scaffale che vigila sui miei pensieri e sulle povere cose che vado scrivendo, <strong>l</strong>’<strong>opera di Piero Buscaroli, allineata con riguardo e osservata con ammirazione e nostalgia, sembra chiamarmi ad un cimento che non oso neppure abbozzare </strong>tanto sarebbe impegnativo e bisognoso di forze che purtroppo mi mancano. Eppure, quante volte mi sono detto che il lavoro di Piero in qualche modo andava ripreso e continuato? Allora, per acquietare la mia coscienza di tanto in tanto mi alzo, prendo un suo libro, sfoglio alcune pagine o mi immergo per ore nella lettura delle figure che ha ritratto o nei paesaggi con le rovine che ha attraversato o ancora tra le tempeste di note, sentimenti e linguaggi che ha domato. Mi sento meno solo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Buscaroli-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92508" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Buscaroli-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Buscaroli-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Buscaroli-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Buscaroli.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Tempo fa tra le mani, come un dono inaspettato e prezioso, mi è capitato un opuscolo pubblicato in edizione limitatissima in occasione di un incontro italo-germanico contenente <strong>il testo della lectio magistralis di Piero intitolata </strong>“<strong>Due culture: un confronto di secoli”.</strong> Il mio vecchio amico e maestro aveva ricevuto o trovato da qualche parte, non lo ricordo più, una mia raccolta di poesie, <em>Sui passi di Nietzsche</em>. In copertina avevo messo la riproduzione dello splendido e suggestivo dipinto di J. Friedrich Overbeck raffigurante due fanciulle che si tengono per mano con le teste che leggermente si toccano: “Italia e Germania” rappresentate dal grande pittore tedesco in amicizia profonda, a simboleggiare quasi il cuore dell’Europa.</p>



<p>Piero mi inviò la pubblicazione curata dal “Comitato interpaese Italia-Germania” da Monteleone nell’agosto 1989, con questa dedica: “Caro Gennaro, vedi che ti avevo preceduto nell’amore delle due fanciulle! Affettuosamente, PB”. Un tuffo al cuore, un ricordo che ha rinnovato il dolore di una grande perdita. Avevo dimenticato questo scritto. L’ho riletto più d’una volta. Vi ho trovato il Buscaroli di sempre, quello che da adolescente leggevo sul “Borghese” e sul “Roma” che mio padre portava in casa; quello che poi avrei conosciuto e sarebbe diventato mio amico; quello dei lunghi silenzi, ma poi sempre affettuoso, come quando mi annunciò l’uscita del suo ultimo volume: <em>Una nazione in coma</em>. Il dipinto di Overbeck riassume il senso dello scritto su cui è apposto. Uno scritto che riecheggia motivi che hanno attraversato interamente l’opera di Buscaroli sulla fine della vecchia Europa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Per quanto la pace sia tornata due volte, dal 1914, sull</strong>’<strong>Europa, quel mondo non tornerà mai più. Non una generica amicizia, ma una profonda collaborazione di due culture fu stroncata dalla furia del 1914, dopo che aveva appena cominciato a produrre i suoi frutti. Nulla può più essere come prima. Né sono più come prima le nostre due patrie, non soltanto per le umiliazioni subite, per le mutilazioni territoriali, ma per lo spirito”.</strong></p></blockquote>



<p>Ecco, chi volesse decifrare la crisi europea dovrebbe tenere conto di quell’ultima annotazione. Ed il pessimismo di Buscaroli sulla ricomposizione di un’unità culturale e spirituale era ed è assolutamente giustificato.</p>



<p><strong>Mi sembrava così tanto tempo fa, quando lo conobbi, nel 1975. Erano convincenti le sue disincantate analisi sul destino dell</strong>’<strong>Europa. Sulla fine della nostra storia comune.</strong> Al tavolo di una vecchia trattoria romana o in attesa del treno per Bologna, inframmezzando discorsi e suggestioni, con progetti che mai si sarebbero realizzati, come può testimoniare il mio amico fraterno Stenio Solinas che era l’altro giovane referente di Buscaroli a Roma, stimato al punto di affidargli la compilazione di una raccolta di pensieri di Machiavelli (davvero splendida!) per la collana “La Torre d’avorio” edita da Fògola di Torino. Immaginava anche un giornale, con noi e con Enzo Erra (quanta fatica per farli riappacificare avendo dimenticato le ragioni del loro dissenso…). Forse la rinascita del “Roma”. Ci faceva sognare. Ma ci sbatteva nello stesso tempo in faccia quella realtà che avremmo imparato a maneggiare sia pure con sofferenza: la fine irrimediabile di un mondo, non solo quello dei vinti, ma di nazioni “in coma”, come l’Italia e la Germania.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="740" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop-740x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92509" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop-740x1024.jpg 740w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop-768x1063.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop-600x831.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Profeti-LIBRO-cop.jpg 780w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></figure>



<p>Una nazione in coma: riprendo il volume sempre con un occhio alle due fanciulle di Overbeck. Ripasso le guerre tra borgognoni ed armagnacchi, per dirla con Paul Valéry, e vi scorgo una linea di pensiero coerente con quanto sosteneva Buscaroli in quella lectio tenuta a Pesaro l’11 maggio 1986. Il saggio mi appare come l’esegesi finale di un anatomopatologo applicato ad una storia infranta che per sgombrare il campo dalle illusioni di chi crede che dopotutto la situazione non sia poi così grave, sceglie le parole di Emil Cioran:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;<strong>Cadere dalla eternità nel tempo fu, finora, la regola. Ma si può cadere più in basso: cadere perfino fuori del tempo. Non è affatto escluso che questa esperienza diventi, un giorno, da individuale, un fatto che ci riguarderà tutti&#8230;”.</strong></p></blockquote>



<p>Chi può dire che questa sorte non sia capitata a noi, italiani che non sappiamo dire quanto durerà il coma e se mai ne usciremo?</p>



<p>Piero direbbe che il destino si è compiuto. Una pagina di storia, lunga un millennio, è stata strappata. Restano rovine in un paesaggio senza nome. Ed il sorriso, per chi lo ricorda, delle due fanciulle di Overbeck… Mi piace pensare che negli ultimi giorni della sua vita a Piero quel sorriso sia stato di conforto.</p>



<p><em>Bibliografia essenziale: Bach</em>, <em>La morte di Mozart</em>, <em>Beethoven</em>, <em>Figure &amp; Figuri</em>, <em>La vista, l’udito, la memoria</em>, <em>Paesaggio con rovine</em>, <em>Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento</em>, <em>Una nazione in coma</em>.</p>



<p><em>Disegno: Dionisio di Francescantonio, matita su carta, 2022.</em></p>



<p><em><a href="https://www.ibs.it/profeti-inascoltati-del-novecento-sessantasei-libro-vari/e/9788831430227" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica per gentile concessione la scheda di Gennaro Malgieri scritta per il volume collettivo, a cura di Andrea Lombardi e Miriam Pastorino, “Profeti inascoltati del Novecento” (2022).</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/buscaroli-ritratto-malgieri/">“Cadere fuori dal tempo”. Per Piero Buscaroli, un maestro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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