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	<title>Isa Perazzini Archivi - Pangea</title>
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		<title>Marco Pesaresi, il fotografo che fu incendio. A vent’anni dalla morte</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 04:27:16 +0000</pubDate>
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<p>Soltanto ora ho capito che <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank">Marco Pesaresi </a></strong>era Orfeo. Il poeta che ammutolisce le bestie feroci e che strega i mostri, che ipnotizza gli spettri inferi, in verità è una fiamma. Orfeo scende nell’Ade con la poesia, con un falò tra le labbra. <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.amazon.it/Underground-Travels-Global-Marco-Pesaresi/dp/0893817538" target="_blank">La macchina fotografica di Pesaresi è sempre stata una torcia. “Vorrei dedicare questo libro al sole”, scrive, nell’ultima pagina del suo lavoro più noto, <em>Underground</em> (1998).</a></strong> Le date e i riferimenti ghiacciano per poliedrica potenza. Pesaresi ha portato il fuoco nelle metropolitane di tutto il mondo: è sceso agli inferi distribuendo il sole, come fosse pane. Era attratto, credo, da ciò che precipita, dalla vita nel sottosuolo, dal suo codice contraffatto, dalla tribù che abita quel nonsenso in attesa di leggenda; quel gregge di uomini perduti, in rincorsa. Era attratto, anche, dalla resurrezione – e dalla strana luce, uniforme, albina, delle metropolitane, da giudizio anticipato, astratta, anomala, per ciechi.</p>



<p>“Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”, scrive Marco, aveva 25 anni, l’anno prima entra in Contrasto. Esattamente dieci anni dopo, intorno al Natale del 2001, Pesaresi vola nel porto di Rimini, sceglie la morte per acqua. In quel turbine di anni, Pesaresi, il fotografo orfico, viaggia in ogni angolo del globo: un inseguimento lo anima. Berlino, Mosca, Calcutta, Tokyo… i suoi servizi sono acquistati dalle più importanti testate internazionali. Di Pesaresi, forse, piace che fotografando redime. Porta il fuoco, appunto: sutura colpe e ferite; gli uomini, nelle sue immagini, paiono pellegrini assiderati nell’assoluto. <strong>Il libro edito da Contrasto, che racconta quel “viaggio metropolitano”, è introdotto da Francis Ford Coppola (“A volte desidero ardentemente che torni l’epoca degli Zeppelin”, scrive il grande regista di <em>Apocalypse Now</em>, “ma anche il viaggio più lungo e scomodo mi dà quello spazio mentale che mi serve per ripensare e confrontarmi con il mio lavoro. Così nascono le grandi idee”).</strong> Le fotografie sono accompagnate dai servizi di firme importanti: Tiziano Terzani, Dominique Lapierre, Manuel Vazquez Montalbán… Il libro è da tempo introvabile, ‘di culto’: nel 2015 Danilo Montanari Editore ha pubblicato <em>Underground Story</em>, con una rassegna di immagini metropolitane diverse e una parte dei diari di Pesaresi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="677" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-1024x677.jpg" alt="" class="wp-image-85027" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-1024x677.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-768x508.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-1536x1016.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Madrid-1998-Tirso-de-Molina_00139469-2048x1354.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Madrid, 1998</em></figcaption></figure>



<p>Sapeva scrivere, Marco, con ingenuità vegetale: leggeva Tolstoj e Bakunin, Peter Handke e Lord Byron (una parte dei suoi libri sono ora nella mia libreria, sporchi dei suoi viaggi, ancora famelici, mi chiamano!). <a href="https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/21_aprile_29/savignano-rende-omaggio-fotografo-marco-pesaresi-ventennale-sua-morte-6bb1288a-a8c7-11eb-aa15-c3c4ce607f2c.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Dal 5 giugno, fino all’8 agosto, a Savignano sul Rubicone, sarà possibile visitare una raccolta di ulteriori immagini ‘del sottosuolo’, <em>Underground (Revisited)</em>, a cura di Denis Curti e di Mario Beltrambini.</strong> </a>La mostra è il sigillo di un evento culturalmente epocale: Isa Perazzini, la madre di Marco, e le sue figlie hanno scelto di domare al Comune di Savignano – sotto l’impegno di un’alta, vasta, programmata valorizzazione – un fondo di oltre 140mila documenti, tra fotografie, negativi, provini, stampe, diapositive. “Sono contenta, certo… ma è un po’ come se mi portassero via Marco…”, mi dice mamma Isa, donna d’inesorabile generosità e forza. Sento il suo cane, in sottofondo; ricordo le sue rughe, una mappa della pazienza e del dolore, ostinato; so che il giardino è pieno di piante grasse, belle come leopardi, coltivate in memoria di Marco. Ci parliamo come reduci di una vita fa: dopo tante lotte giornalistiche, un piccolo traguardo è raggiunto.</p>



<p>Tutti gli elementi convergono nella storia di Marco Pesaresi. La terra – i sotterranei dell’uomo, l’ade quotidiano della metropolitana, la metropoli nell’altrove del sottosuolo –, l’aria – le fotografie piene di vento vetrificato fatte sulla Transiberiana, in parte pubblicate in <em>Il tempo di un viaggio</em>, Postcart 2018 – l’acqua – il reportage, in claustrale bianco e nero, su <em>Rimini</em>, Contrasto, 2003 – e il fuoco, l’iride in fiamme della macchina di Marco, il sole spartito tra i penitenti <em>underground</em>. Ancora molto è da studiare di Pesaresi: le fotografie dei boschi, fantasiosi, dei borghi, dei centri commerciali, ad esempio. Una fotografia ferma alcuni bambini, a Lido di Ravenna: la spiaggia è bianca e i piccoli, radi, paiono stralunati, marziani, e nessuna distanza distingue il mare dall’editto delle nuvole dalla terra, insignificante. I bimbi sembrano camminare sulle acque, boccheggiano.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="676" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1-676x1024.jpg" alt="" class="wp-image-85028" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1-676x1024.jpg 676w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1-768x1164.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Belgachia-Calcutta-1998-_00140374-1-1.jpg 819w" sizes="(max-width: 676px) 100vw, 676px" /><figcaption><em>Calcutta, 1998</em></figcaption></figure>



<p>Sapeva levitare e affossarsi, Marco, l’arte del volo, la perizia dei sorrisi, la caduta – necessaria a chi tocca la sindone dell’arte. Lui che fu il fuoco, morì in acqua. “Dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo del mare/ e il profitto e la perdita./ Una corrente sottomarina/ spolpò le sue ossa in sussurri”, canta Thomas S. Eliot nella porzione della <em>Terra desolata</em> che s’intitola <em>Death by Water</em>. “Attraversò gli stati della maturità e della gioventù/ sprofondando nel vortice”. A chi resta è chiesto di curare la terra sotto cui riposano i morti, a pietrificare in memoria il vento, impetrare l’etere; chi cerca il Graal e porta il fuoco va fino in fondo, sommerso. Orfeo emerge dagli inferi senza Euridice, quel fuoco avvolto dai veli: le Baccanti lo spezzano per i campi, ma il suo cranio è dato alle acque dell’Ebro. Sono passati vent’anni dal tuffo di Marco: le sue fotografie hanno una giovinezza sprezzante, lui, quando lo fotografano, ha sempre il viso di un altro, evanescente. “Con la sua voce condusse ogni cosa nella gioia”, è detto; Pesaresi, fotografando, incendiava. Di ogni cosa ha svelato il cristallo, devoto alle passioni grandi, audaci.</p>



<p><em>*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi, Londra, 1995</em></p>
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		<title>Sia lode, oggi, a Marco Pesaresi, il fotografo che ha visto il cuore di tenebra dell’uomo e il suo riscatto, che dedicava i libri al sole e ha attraversato il mondo, da New York alla Siberia</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2019 07:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Epistolari con la morte. «Per due anni gli ho scritto, tutti i giorni, mattina e sera», mi dice la mamma, Isa Perazzini. Nel 1999, su un’agenda, Marco Pesaresi scrive: «Ho incontrato una israelita sul treno verso Vladivostok. Mi ha parlato dei suoi sogni e delle sue memorie. Mi sento orgoglioso di vivere». Il reportage sulla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Epistolari con la morte. «Per due anni gli ho scritto, tutti i giorni, mattina e sera», mi dice la mamma, Isa Perazzini.</strong> Nel 1999, su un’agenda, Marco Pesaresi scrive: «Ho incontrato una israelita sul treno verso Vladivostok. Mi ha parlato dei suoi sogni e delle sue memorie. Mi sento orgoglioso di vivere». Il reportage sulla “Transiberiana” è uno degli ultimi lavori, tra i più felici («è stupendo incontrare persone così diverse e così vicine nello stesso tempo. Questo viaggio non lo dimenticherò affatto»), firmati dal geniale fotografo. <strong>Due anni dopo, <a href="http://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il 22 dicembre del 2001</a>, sprofonda con la sua automobile nel porto di Rimini. Dalla macchina, insieme al corpo, hanno recuperato il portafogli in pelle marrone. Gonfio di soldi.</strong> Banconote indiane, messicane, giapponesi, statunitensi. Sembra un mappamondo. C’era anche il libro curato da Fernanda Pivano sui poeti americani della Beat Generation. Generazioni di perduti che si assecondano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72218 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-19-300x260.jpg" alt="" width="365" height="316" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-19-300x260.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-19.jpg 475w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /><a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Pesaresi</a>, classe 1964, fotografo selvaggio</strong>. Quattro anni fa il suo corpo è stato smobilitato dal cimitero monumentale di Rimini, quello dove riposa anche Federico Fellini, e ridotto in cenere. «Tornerà al mare, nel suo mare», diceva la mamma. Per l’occasione, scrisse al figlio un’ultima lettera, celata nel pudore, in mare, come un amuleto, insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viaggio agli inferi senza ritorno.</strong> Venticinque anni fa, «senza aspettare garanzie o commissioni dai giornali», Marco Pesaresi parte per Berlino. Comincia da lì l’ostinata catabasi nelle metropolitane più importanti del mondo: Londra, New York, Tokyo, Calcutta, Madrid, Parigi, Mosca, Milano, Città del Messico. <strong>«Rimasi coinvolto ed eccitato all’idea di fotografare le differenze di costume e di estetica degli abitanti del mondo nelle viscere della terra», scrive lui. Come il Marlow di Joseph Conrad, Pesaresi compie un viaggio nel cuore di tenebra dell’uomo. </strong>Senza sguardi consolatori. Colmo, soltanto, di pietà e talento. Nel 1998 l’agenzia fotografica Contrasto, dopo aver venduto i fotoreportage di Pesaresi alle testate di mezzo mondo (da “El Paìs” al “The Independent” passando per “Panorama” e per “Sette”, l’inserto del “Corriere della Sera”), pubblica “Underground. Un viaggio metropolitano”. Il libro diventa immediatamente di culto. E quasi subito introvabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contrasto pensa in grande: l’introduzione del libro la firma Francis Ford Coppola </strong>(che parla del «film duro e terrificante» “L’incidente”, di Joseph Losey, premio speciale della giuria a Cannes, nel 1967, «che si svolge quasi per intero in una carrozza della metropolitana di New York», in cui «ho visto Martin Sheen per la prima volta, prima di chiamarlo per “Apocalypse Now”», devastante, grandiosa anamnesi del “cuore di tenebra”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le singole stazioni metropolitane vengono descritte da grandi firme</strong>: Dominique La Pierre parla di Calcutta; Tiziano Terzani di Tokyo («i treni sfrecciano via, come visionarie apparizioni»); Manuel Vàzquez Montalbàn di Mosca (con incipit da romanzo: «Il regime di Stalin concepì la metropolitana di Mosca come un tempio sontuoso dove ogni giorno il proletariato poteva ricevere la conferma di quanto fosse stato fortunato ad aver fatto la rivoluzione»); Beppe Severgnini di Londra. Marco Pesaresi non fu disorientato dalla fama, dedicò «questo libro al sole», per festeggiare passò dalla Questura di Rimini. Rinnova il passaporto. Torna in Russia. Verso la «terra che dorme, la Siberia» .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72219 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-16-300x263.jpg" alt="" width="341" height="299" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-16-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-16-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-16.jpg 912w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" />Pesaresi non è un fotografo per riviste patinate</strong>, disprezza il divismo, non fotografa, per statuto morale, i vip. Cresciuto alla periferia di Rimini, tra Viserba e Torre Pedrera, ha conosciuto fin da piccolo i sobborghi dell’anima. Mamma attivissima, che gestisce un negozio di abbigliamento, due sorelle di fragorosa bellezza, Marco, parola di genitore, «è un disgraziato. Lo andavo a prendere in spiaggia, a quattordici anni, stordito dalla droga. <strong>“Senza la fotografia sarei morto da un pezzo”</strong>, me lo diceva sempre». A 26 anni Marco si trasferisce a Londra. Una manciata di anni prima, si fa accompagnare in Senegal da un “vucumprà” conosciuto sulla spiaggia di Rimini. Fotografa di notte, in un bianco e nero allucinato, riprende riti ancestrali, ignoti. L’agenzia Contrasto, affascinata dal talento del ragazzino (Marco, che amava, dopo i suoi viaggi sfiancanti, simili alle stazioni di una via crucis autoimposta, leggere le poesie del Pascoli nel giardino di fianco alla casa natale del poeta, sembra, nelle fotografie che ci restano, sempre un fanciullino, un bimbo eterno) lo assume nel suo paddock di fotografi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vita stupefacente.</strong> <a href="http://www.censimento.fotografia.italia.it/archivi/fondo-marco-pesaresi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I documenti fotografici di Marco Pesaresi,</a> custoditi interamente (si tratta di 50mila materiali disparati, tra negativi, prove, foto) nell’archivio dell’Associazione Savignano Immagini, per conto del Comune romagnolo, sono abbacinanti. L’agenzia Contrasto (www.contrasto.it) mantiene i diritti di pubblicazione su oltre 1600 scatti: <strong>al di là di “Underground”, Pesaresi è celebre per aver dissezionato il mondo notturno della Riviera Romagnola, in progetti fotografici epocali (convogliati in parte nel lavoro postumo, “Rimini”). </strong>Nel 2001 viaggia lungo il Po, recensendo la vita, cruda, la nebbia, crudele e fragile, come vetro. «Sento il dovere e la virtù di scrivere»: Pesaresi è tra i rari fotografi in grado di testimoniare la propria epopea, oltre agli occhi, ci svela il suo cuore. Il diario di bordo che racconta l’impresa metropolitana è pubblicato da Danilo Montanari Editore come “Underground Story”, la penna di Coppola è stata sostituita con quella di Marco Missiroli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma ancora molto è da studiare. Nel diario russo,</strong> Pesaresi ci racconta l’avventura a Novosibirsk, Distretto Federale Siberiano, un milione e mezzo di abitanti, zero gradi di temperatura annua media. All’Hotel Sibir <strong>«ho incontrato Valery. Ho voluto provare l’ebbrezza della prostituta russa, è stato interessante. Rimarchevole. Una sensata ingordigia. Voleva 100 dollari. Glieli ho dati. E ho aggiunto 500 rubli per i massaggi. L’ho baciata tutta la notte e non ne ho abbastanza.</strong> Non andare a Vladivostok mi ha ripetuto Valery. Invece devo raggiungere questa città e fotografarla, adagiata sul Mar del Giappone». Poco prima si impone, «non voglio leggere, desidero entrare completamente nel viaggio. Devo fotografare con intelligenza. Concentrare le forze, senza disperderle». <img decoding="async" class=" wp-image-72220 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro3-6-214x300.jpg" alt="" width="246" height="345" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-6-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-6.jpg 663w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" />Cercava gli strati della vita che non hanno subito la bonifica del benessere, Marco. Voleva l’humus. Voleva il dolore. “Underground” è stato l’Inferno folgorante di Pesaresi; il ciclo sugli “Shopping Centre” e sui “Mall of America” (altro, ennesimo luogo artificiale, terra di mezzo, fittizia, come le metropolitane, tra crudeltà e amore) ne è il Purgatorio. <strong>Nell’agenda del 2001, Pesaresi segna gli appuntamenti, a gennaio, a marzo dell’anno seguente, il 2002. Vuole iniziare un ciclo sugli “Aeroporti del mondo”. Sarà il suo Paradiso.</strong> Ma non riesce a compierlo, non si pensa degno, al cielo preferisce il mare. E inabissarsi. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi dalla metropolitana di Tokyo, 1998</em></p>
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		<title>“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 08:03:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi domando: perché? Come una freccia che spacca a mezzo la faccia di chi vedo – cioè l’anima, intrisa di olio e desiderio. Siamo creature infiammabili, mi dico, per questo siamo ancora qui. La domanda per esteso è questa: perché le fotografie di Marco Pesaresi continuano ad affascinare, continuano a lavorare nel lato oscuro della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/">“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mi domando: <em>perché? </em>Come una freccia che spacca a mezzo la faccia di chi vedo – cioè l’anima, intrisa di olio e desiderio. Siamo creature infiammabili, mi dico, per questo siamo ancora qui. </strong>La domanda per esteso è questa: perché le fotografie di Marco Pesaresi continuano ad affascinare, continuano a lavorare nel lato oscuro della nostra mente, in tutto ciò che vorremmo, ma che per vergogna, per eccesso di avidità, per paura, per disattenzione non abbiamo? E poi, in fondo, che statura di senso dare all’<em>avere</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marco Pesaresi è nato nel 1964, in settembre, il 17. Quest’anno la cifra è rotonda. 55 anni. I cabbalisti direbbero che il 5 è un numero compiuto: sono 5 le dita di una mano.</strong> Il numero 5 ci permette di afferrare – o di lasciare. La terza mano di Pesaresi era la macchina fotografica. Con la macchina fotografica conquisti qualche cosa, indelebilmente, lasciando tutto il resto – e di te perdi un grammo d’anima, una sgrammaticatura delle ossa, un bramito di ruggine, perché ciò che hai celebrato in una immagine, mostrandola al mondo, ora chiede una ingiustificata responsabilità da parte tua. Marco Pesaresi si fa carico di tutti gli uomini che ha fotografato – lui li fotografa, loro, guardandolo, lo svelano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In concomitanza con il compleanno di Pesaresi <a href="https://www.sifest.it/it/si-fest/mostre.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">si svolge il SI Fest</a>, la grande manifestazione fotografica a Savignano sul Rubicone, nei cui archivi riposa l’opera fotografica di quel genio perennemente ragazzo. Inoltre, <strong>alla Galleria dell’Immagine di Rimini – nel chiostro della Biblioteca Gambalunga – una mostra, <a href="http://www.museicomunalirimini.it/mostre_eventi/agenda/pagina1135.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Il tempo di un viaggio”</a></strong> (in atto fino al 13 ottobre), in cui si registra la fatidica, fantomatica, fatale avventura russa sulla Transiberiana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70077 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-300x263.jpg" alt="" width="335" height="294" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11.jpg 912w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" />Come sempre, Marco fotografa gli uomini – i gesti quotidiani, dorati di destino, che implorano la povertà di uno sguardo. Il paesaggio scorre, dal fronte dei finestrini, al di là del treno, come la firma sgorbiata di un angelo. Sono immagini della fine Novanta: Pesaresi impalca una falange di visi sconosciuti davanti a te. <strong>Che fine hanno fatto, dove li ha precipitati la vita, in quale abisso siberiano, dentro quale gloria artica? Forse il giapponese con l’elicottero tatuato sul petto è morto, la ragazza che ostenta le tette, forse, è madre, lavora ben vestita nella capitale. E quei bambini nel prato, che ti fissano con la severità di un Kubrick, dove sono, ora? </strong>Quella vecchia in pena, che si aggrappa al corrimano del vagone, mentre al suo fianco, dal finestrino, è vulcanico il mondo, quel viso rugoso di sofferenza, riassume il dolore di ogni uomo, a fuoco basso, nel proprio cuore che arde.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i libri di Marco in preparazione al viaggio, ovviamente Tolstoj, <em>Guerra e pace</em>, poi <em>I demoni </em>di Dostoevskij, infine Bakunin. <strong>Piuttosto, le sue fotografie sembrano rispondere alla domanda con cui Nikolaj Gogol’ chiude <em>Le anime morte</em>: “Ma non corri forse anche tu, Russia, come un’ardita, irraggiungibile trojka?</strong>&#8230; Che cosa significa questa corsa che incute timore? E quale forza sconosciuta è racchiusa in questi cavalli sconosciuti al mondo?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è qualcosa di Bruce Chatwin nei ripetuti vagabondaggi di Pesaresi – c’è l’ansia di perdersi, l’ambizione di azzerarsi.</strong> E poi risorgere, con polmoni più ampi, un sorriso che proviene dai primordi dell’amare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché amiamo ancora costantemente Marco Pesaresi, senza grumi di nostalgia? <strong>Perché ci offre, a mani aperte (il numero 5!), la vita, l’allucinata luce della vita.</strong> Ce la offre con dedizione impareggiabile, la vita – fino a perderla. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Isa Perazzini, Mamma Isa, la mamma di Marco, tira fuori dal cilindro un reperto eccezionale. Sulla rivista “Marie Claire” c’è un servizio fotografico di Pesaresi. “Da Mosca a Vladivostok: un’avventura smisurata”. Datato luglio 2001. </em></strong><em>Marco morirà qualche mese dopo, dopo questo fiato luminoso. Le fotografie sono accerchiate dagli appunti di viaggio di Marco, di cui qui riporto alcuni brandelli: penetriamo nei suoi occhi, nel modo fermo e dolce di amare l’ignoto, lo sconosciuto. Sull’albo delle firme poggiato su un tavolo, all’ingresso della mostra, un autografo di Isa. “Ciao amore, questa sera ricomincia il tuo bellissimo viaggio sulla Transiberiana… La tua mamma”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mosca, stazione Jaroslavskij. </em>È un treno normale, blu e rosso amaranto: il ‘Rossija’ sembra un banale convoglio di linea, non la mitica Transiberiana</strong> che mi porterà fino a Vladivostok. Nel mio scompartimento ci sono tre russi biondi con gli occhi verdi, una madre con due figli. Mi sorridono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comincia così un viaggio immenso, come il territorio da percorrere: 9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Oltre 149 ore, quasi una settimana sulle rotaie.</strong> È la ferrovia più lunga del mondo. Appena ci si lascia Mosca alle spalle si entra in uno spazio verde e piatto: larici, abeti e betulle. Nemmeno i fiumi riescono a interrompere il paesaggio surreale, dilatato dal treno che gli va incontro. Passa il primo giorno e fuori la scena non cambia: verde uniforme, interrotto da villaggi, case di legno, carri tirati dai buoi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È un camping ambulante. La mattina ci si saluta in pigiama, dormito bene?, si fa colazione, poi si legge, si chiacchiera, soprattutto si pensa guardando fuori dal finestrino. Sento che mi sto allontanando dal terzo millennio per entrare in un tempo diverso. <strong>Guardo i contadini là fuori. Saranno gli stessi di cui scriveva Tolstoj?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo 1770 chilometri finisce l’Europa.</strong> Abbiamo passato la catena degli Urali e lasciato Ekaterinburg. C’è un obelisco che segna questo passaggio: qui entriamo in Asia, in Siberia. Significa “terra che dorme”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fuori ancora taiga e steppa. Mi dimentico chi sono e perché sono qui.</strong> È notte, io e un americano passiamo alla vodka. Sarebbe vietato ubriacarsi, ma qui è Russia, lo fanno in molti. Arriviamo a Irkutsk, è uno squarcio di bellezza. La chiamano la “Parigi russa”: palazzi eleganti, un incrocio di volti e religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davanti agli occhi ho il mare del Giappone. Spaesato, lontano, ho voglia di casa.</strong> Sono arrivato qui via terra come i viaggiatori del passato, ho attraversato tutta la distanza che separa Oriente e Occidente. E all’improvviso capisco: e se questo fosse il treno più bello del mondo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Pesaresi</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi dal progetto fotografico legato alla Transiberiana, ora in mostra, alla Galleria dell&#8217;Immagine di Rimini come &#8220;Il tempo di un viaggio&#8221;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/">“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 10:24:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono. Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografia/">Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono.</strong> Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti sono l’emblema della nostra rinascita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Pesaresi</a>, tra i grandi fotografi italiani dei Novanta, il più ispirato, il più dolente, il più feroce, affonda, nel porto di Rimini, è il 22 dicembre del 2001</strong> <strong>– e non c’è anniversario che sigilli un dolore perché ogni giorno è stimmate, cuore di tenebra e spillo di luce –</strong> ci siamo noi, con lui, perché chi ha contemplato il dolore dell’uomo, dandogli forma pura, redenta, alla fine quel dolore lo vuole espiare. E si espia donando il proprio respiro – morendo. Pure io, che non l’ho conosciuto se non attraverso le sue opere e i ricordi della madre, Isa Perazzini, per cui l’amore ha preso il miracolo della dedizione, che alla morte ha risposto con una vita decuplicata, tante volte mi sono inabissato nel porto di Rimini, con Marco, e ogni tanto ho tentato di tirarlo su, a galla – perché c’è ancora così tanta vita da onorare, così tanto soffrire da riscattare – e ogni tanto ho desiderato morire, insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64700 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg" alt="marco pesaresi" width="245" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi.jpg 912w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />La morte di Marco Pesaresi è emblematica perché lui ha fatto quello che noi dobbiamo imparare a fare. Ha contemplato l’uomo e ha amato il suo dolore. E al posto di risolvere l’uomo e il suo dolore – con l’obolo ai sofferenti, la meccanica delle elemosina – ha compiuto l’opera di carità più alta: ne ha fatto arte.</strong> Qualche anno fa, per tramite del SI Fest, cioè della mamma di Marco – il Comune di Savignano sul Rubicone detiene e conserva tutti i materiali nel cosiddetto ‘fondo Pesaresi’, una miniera di scatti che bisognerà catalogare e valorizzare – l’editore Postcart di Roma ha pubblicato, sotto il titolo <em>Il tempo di un viaggio</em>, per la cura di Davide Monteleone, alcune fotografie che raccontano il viaggio di Marco sulla mitica Transiberiana. Il viaggio è stato compiuto nel 1999, tratta Mosca-Vladivostok – e ogni volta, per Marco, che aveva mappato il mondo da Tokyo a New York, da Calcutta a Città del Messico, un viaggio è quello definitivo, totale, ultimo. Fare una fotografia, d’altronde, è un rischio: rischi di perdere gli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le fotografie transiberiane hanno colori bellissime, come le gonne blu di Vermeer – nella biblioteca di Marco, che possiedo in minima parte, ci sono libri di Tolstoj, Dostoevskij, Bakunin, che preparano a sorbire l’anima del luogo, dell’uomo.</strong> Certo, queste fotografie sono testimonianze ‘storiche’, diciamo così, straordinarie – ma a me non importa il tempo, il senso della Storia, la ‘storicità’; m’importa l’uomo. Marco è grande quando rileva i minimi istanti del tormento, del sollievo, della nostalgia – la ragazza che vende i lampadari, la mamma che pettina il figlio, l’uomo con l’aquila tatuata sul petto, un capo indiano in Siberia, il ragazzo con l’anguria nella mano, manco fosse un Graal – Marco non fotografa, Marco scandaglia l’anima e la setaccia, Marco conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è anche una sposa, in queste fotografie, su un lago – vuole buttarsi? – e un uomo che dorme nel vagone, di fianco a due tazze di porcellana, mentre dal finestrino vediamo scorrere un ruggito verde, la foresta; e poi ci sono dei militari che ridono <strong>e in quella fotografia – la scala geometrica, razionalismo di piloni e ringhiere, un editto urbano che dalla strada superiore porta alla stazione, e sotto di essa vecchie russe con i fazzoletti in testa e un bazar di borse sfatte – capisco l’Unione Sovietica molto di più che dozzine di saggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco si arrabbiava perché camminavo velocemente, durante le mostre: ‘le fotografie vanno lette, devi guardarle a lungo, devi capirle’, mi diceva. Anni dopo la sua morte ho scoperto che lo invitavano a Parigi e a Londra perché sapeva come impostare la luce per fare un certo tipo di fotografie. <strong>‘Vado tutti i giorni a vedere la Gioconda. Mi siedo davanti a lei: è lei che ogni giorno mi guarda, con una luce diversa negli occhi’, mi diceva”, </strong>mi dice la mamma di Marco, Isa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro sono pubblicati anche i taccuini che Pesaresi ha scritto durante il viaggio transiberiano. “Terra che dorme – Siberia”; “Devo fotografare con intelligenza <em>non posso andare ovunque. </em>Concentrare le forze, non disperdere”; “Sento il dovere e la virtù di scrivere”; “Il viaggio è un qualcosa di nuovo, di emozionante, di straordinario. Sono un po’ impaurito per la difficoltà di comunicazione. Mi muovo prevalentemente a piedi… Non posso, non devo mollare”. Marco scrive le sue impressioni, in grafia brutale, disordinata, per preparare l’atto fotografico, che ha la lucidità di un gesto da prima ora del mondo. Attende l’imprevedibile, in adorazione degli strati sotterranei dell’umanità (“Lina la prostituta ha baciato 100 $. L’ho baciata tutta e non ne ho abbastanza”). <strong>D’altronde, Pesaresi ha fotografato gli abissi della notte riminese; si è inabissato nelle metropolitane di tutto il mondo</strong>, per il progetto <em>Underground</em>, vent’anni fa, che ha affascinato Francis Ford Coppola. Ha fotografato la festa e la vita, la baldoria e la disperazione – dispensando pietà.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa bellezza così candida da dissanguare il giorno: <strong>le fotografie &#8216;transiberiane&#8217; di Pesaresi sono il sottotesto delle grandi poesie di Boris Pasternak e di Anna Achmatova, di Vladimir Majakovskij, di Iosif Brodskij.</strong> Le anima la stessa, abbacinante, <em>realtà</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pesaresi – basta guardare, di sfuggita, il repertorio nel sito della Contrasto, per cui ha lavorato – ha fotografato i parchi acquatici, i megastore, le metropolitane. I luoghi affollati – dove la gente si dimentica di se stessa. <strong>Nel luogo dove uno è dimentico di sé – preso dalla tortura del tempo – Marco è lì, ti fotografa, non ti dimentica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Vorremmo che qualcuno ci guardasse quando siamo negli inferi, vorremmo che qualcuno custodisca tutta la gamma della nostra gloria – che sostenga questa carne in corruzione, la collusione dell’era. <strong>Eccolo, Marco, il fotografo che ha avuto il coraggio di sondare l’enigma dell’uomo, che si è posto le domande irragionevoli, che non si è dato pace, che ha radunato il mondo sulla cruna del mignolo.</strong> Come un monaco, ha setacciato i continenti per sanare le creature – come se la fotografia fosse una sutura – come se la fotografia fosse una preghiera. Per questo la sua morte è la nostra morte – la nostra rinascita. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Tanti auguri Marco! Pesaresi compie gli anni: le sue fotografie sono sciabolate</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-underground/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2018 10:36:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il compleanno, però, è un altro. Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre. Ne continuo a scrivere, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato. * Questo sorprende [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il compleanno, però, è un altro. <strong>Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre.</strong> <a href="http://www.romagnanoi.it/news/cultura-eventi/1221133/A-Marco-Pesaresi--Tanti-auguri.html" target="_blank" rel="noopener">Ne continuo a scrivere</a>, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo sorprende di Marco Pesaresi: non ‘ruba’ un viso e un attimo, sottraendolo alla corsa, ma è derubato da una pietà adamantina, assoluta.</strong> Pesaresi fa spazio a ciò che fotografa: s’intride di quei volti, di quelle vite. Accumula esistenze. Fino al punto di esplosione. <a href="http://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/" target="_blank" rel="noopener">22 dicembre 2001,</a> Rimini, la scelta di morire, con spregiudicato pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il compleanno è un altro, dicevo. <strong>Nel 1998 Contrasto pubblica il lavoro più alto e tortuoso di Pesaresi, <em>Underground.</em></strong> Un percorso davvero epocale nelle metropolitane di tutto il mondo, da Milano a New York, da Tokyo a Parigi, Mosca, Calcutta. Pesaresi riconosce l’emblema della modernità: dopo essersi librato in volo, ora l’uomo si muove sottoterra, dove un tempo si agitavano i mostri, l’Erebo, l’inferno. Questi pitoni d’acciaio, orrendi, che trivellano ciò che deve restare nell’alcova delle cose oscure. <strong>Con la macchina fotografica, Marco porta la fiamma nell’oscurità, porta la luce agli inferi. La metropolitana, infatti, stimola una claustrofobica malinconia, a colpi d’ago inietta una fatale depressione</strong> (velocità, valzer di vite inopportune, esegesi dell’ansia).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro dedicato alle <em>Underground </em>di tutto il mondo è un successo clamoroso. Contrasto fa le cose in grande: <strong>introduzione di Francis Ford Coppola (“Mi servo della metropolitana di New York da poco tempo e mi diverto: è una meravigliosa opportunità per osservare la gente”), testi singoli di grandi scrittori o giornalisti internazionali (Dominique LaPierre, Manuel Vàzquez Montalbàn, Tiziano Terzani…). </strong>Marco Pesaresi, nelle <em>Note di viaggio</em>, racconta la traiettoria del lavoro. “Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”. Il progetto fotografico, custodito con dedizione e amore, dura cinque anni. Infine, “tornai in Italia spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva leggermente con gocce d’acqua larghe e discontinue… Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”. <strong>Marco va proprio lì, nel <em>non visto</em>, nel <em>non capito. </em>Nella terra del <em>non</em>, delle negazioni, del nulla che scintilla.</strong> Per questo s’immerge nella metropolitana, l’innaturale assoluto.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_62960" aria-describedby="caption-attachment-62960" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62960" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x201.jpg" alt="Pesaresi" width="300" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-600x402.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290.jpg 636w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62960" class="wp-caption-text">&#8220;Rimini città del sole e della notte, della luce e delle tenebre&#8221;: una fotografia di Marco Pesaresi tratta dal lavoro &#8220;Rimini&#8221;, edito da Contrasto nel 2008</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci anni fa, nel 2008, ancora Contrasto, pubblica il secondo, magnetico lavoro di Pesaresi, <em>Rimini. </em>Pesaresi è morto da sette anni, ma questo è un lavoro che va letto a dittico, al fianco di <em>Underground.</em></strong> Lì le metropolitane di molte città, qui l’anamnesi, nei suoi aspetti inattesi e oscuri, di una città. Le feste di paese, il mare d’inverno, i luoghi della notte, della sessualità appariscente, della perversione prepotente. Sempre, Pesaresi va negli spazi estremi, del <em>non</em>, va nei luoghi negati dagli altri, negli ignoti. Quelle fotografie, che ora sono celeberrime, adornate da un testo di Federico Fellini, raffigurano la Rimini delle contraddizioni e delle follie, la Rimini narrata da Pier Vittorio Tondelli e scambiata da Umberto Eco per Los Angeles, la Rimini felliniana e fallocentrica, spietata nella compassione. Se le metropolitane di Pesaresi sono l’anatomia del nostro cuore, così la sua Rimini raffigura i nostri desideri siderali, la nostra ambizione a mordere tutto, a perderci in niente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni fotografia è una sciabolata. Eccolo, Pesaresi. Ogni fotografia, una stimmate.</strong> Farsi carico di esistenze esiziali, esasperazione nella luce. Nella biblioteca di Pesaresi i libri di Dino Campana, di Byron, di Hermann Hesse, di Dostoevskij e di Tolstoj, di Bakunin e di Buzzati scalpitano di fianco ai saggi dei paesi che Marco ha visitato. La sua casa rigurgita di taccuini: ogni fotografia è preparata da diverse annotazioni. Come se le parole predisponessero allo scatto, fatale come un proiettile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora fotografie e lavori di Pesaresi sono custoditi <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener">a Savignano sul Rubicone</a>, dove si svolge il SI Fest e si assegna il Premio ‘Pesaresi’ (quest’anno andato a Chiara Fossati).</strong> “L’archivio di Marco Pesaresi è stato depositato dalla madre Isa Perazzini a Savignano sul Rubicone, nei locali di Palazzo Vendemini, con lo scopo di conservarlo, catalogarlo e valorizzarlo nel tempo. L’archivio conta oltre 55.000 documenti fra negativi, provini a contatto, stampe, diapositive, fotografie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la vasta collezione di piante grasse della mamma di Marco Pesaresi, Isa Perazzini, donna speciale. Piacevano a Marco, mi diceva. Le piante hanno spine enormi, fiori delicati, che abbagliano. <strong>Pesaresi ha inghiottito l’ultima spina della vita. Si è inorgoglito di spine.</strong> Penso che Marco abiti lì, in fondo, nel giardino delle piante spinose, a cui non serve altro che una idea d’acqua, ancora a risolvere le spine in punture di gioia, il pianto in primizia. (d.b.)</p>
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		<title>Sapeva come blandire quel bastardo di Caronte. Muore 16 anni fa Marco Pesaresi, il più grande fotografo dei maledetti Novanta</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Dec 2017 14:56:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’obolo di Caronte, qualunque lingua parlasse il bastardo, lui sapeva come pagarlo. Dopo aver sondato, con la macchina fotografica, gli inferi di tutto il pianeta, metaforici e fisici – mi riferisco al progetto <em>Underground</em>, dedicato alle metropolitane delle capitali del mondo, firmato vent’anni fa, che tanto piaceva a Francis Ford Coppola – Marco Pesaresi è entrato dentro il proprio inferno privato. Nella metropolitana del cuore e delle viscere, con binari fragili come palpebre, tesi al precipizio. <strong>Il volo fu eclatante e natalizio. 22 dicembre 2001, censì il Tempo, l’altro grande bastardo, cane bastonato. Rimini, porto. Rimini. La natia. La tanto amata. La mai fotografata prima con così tanto delirio d’ardore.</strong> Marco volò, nessun angelo lo tirò fuori dalla macchina, ma una gru, dalla carcassa sbrindellata di salsedine. Tra gli oggetti recuperati dalla vita ultima del più folgorante fotografo italiano dei Novanta, un portafogli. Dentro. Monete e banconote. Di ogni foggia. Di ogni paese. Banconote russe, indonesiane, messicane, americane… Qualunque lingua parlasse il bastardo, Caronte, Marco avrà saputo come compensarlo, penso. Portami di là, poche storie, poche palle. <strong>E dall’al di là, il più fragoroso fotografo dei Novanta, il fotografo della morte e della gloria, degli ultimi, dei pervertiti dalla sorte, ora ci fotografa tutti, magro, allampanato, con quel sorriso salubre.</strong></p>
<p><figure id="attachment_58815" aria-describedby="caption-attachment-58815" style="width: 171px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-58815" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2-221x300.jpg" alt="Marco Pesaresi" width="171" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2.jpg 589w" sizes="(max-width: 171px) 100vw, 171px" /><figcaption id="caption-attachment-58815" class="wp-caption-text">Bello, giovane e un po&#8217; dannato: Marco Pesaresi</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Arruolato dall’agenzia Contrasto alla foce del 1990, Marco Pesaresi – vita lampeggiante come quella dei predestinati, se ne va a 37 anni, appena pieno di premi, già star della new wave della fotografia italiana – è un genio senza fondo, dotato di sguardo predatorio e compassionevole, greve di agonie esistenziali e di tenerezze ultime. Andate nel sito della Contrasto e scrivete, nel motore interno di ricerca ‘marco pesaresi’: bravi, ora dormite sonni tranquilli, ghermiti dalla meraviglia. Ora. Non basta piangere sui morti. I morti, se sono geniali, vanno fatti risorgere. <strong>Isa Perazzini, la straordinaria mamma di Marco, con le sue memorabili rughe cuneiformi, mamma che conosce l’avaria del dolore, sa quante lotte acerrime abbiamo fatto.</strong> Per far inchiodare una fotografia – una misera, bellissima fotografia – di Pesaresi sulla soglia del Museo civico di Rimini; per far installare un monumento funebre – in verità, bruttino – sulla lapide di Marco, al cimitero monumentale di Rimini; per costruire, presso Savignano Immagini, l’archivio che raccoglie tutti i materiali fotografici di Pesaresi. Mamma Isa, attuale presidente dell’Associazione Savignano Immagini, che promuove, insieme al Comune di Savignano sul Rubicone, il SI Fest, storica manifestazione dedicata a fotografia e visione, ha lottato come una leonessa. <strong>Ora, 16 anni dopo, attendiamo ancora. Che l’opera fotografica di Pesaresi sia visibile a tutti, in un ragionato museo digitale – come accade nei migliori archivi digitali di mondi culturalmente più seri del nostro </strong>– per non dire in uno spazio fisico; che intorno a Pesaresi si crei un nucleo di lavoro permanente in grado di studiare e catalogare l’immensità dell’archivio. Che, insomma, l’opera di Pesaresi non resti lo sparuto spunto per qualche sporadica mostra. Di Marco, fotografo, grande scrittore ‘di viaggio’ – i suoi taccuini sono una lettura emozionante, da leggere sinotticamente alle immagini – c’è ancora molto da narrare, quasi tutto. Quando muore, Pesaresi ha con sé, sotto la blusa, una copia appena acquistata della <em>Poesia degli ultimi americani</em>, la raccolta dei ‘beat’, da Kerouac a Ginsberg a Norman Mailer, nell’ennesima ristampa, allestita da Fernanda Pivano. Amava le vite disfatte dei poeti, Pesaresi. Ha vissuto con la compassione forsennata dei poeti, Pesaresi.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
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