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Marco Pesaresi, il fotografo che fu incendio. A vent’anni dalla morte

Soltanto ora ho capito che Marco Pesaresi era Orfeo. Il poeta che ammutolisce le bestie feroci e che strega i mostri, che ipnotizza gli spettri inferi, in verità è una fiamma. Orfeo scende nell’Ade con la poesia, con un falò tra le labbra. La macchina fotografica di Pesaresi è sempre stata una torcia. “Vorrei dedicare questo libro al sole”, scrive, nell’ultima pagina del suo lavoro più noto, Underground (1998). Le date e i riferimenti ghiacciano per poliedrica potenza. Pesaresi ha portato il fuoco nelle metropolitane di tutto il mondo: è sceso agli inferi distribuendo il sole, come fosse pane. Era attratto, credo, da ciò che precipita, dalla vita nel sottosuolo, dal suo codice contraffatto, dalla tribù che abita quel nonsenso in attesa di leggenda; quel gregge di uomini perduti, in rincorsa. Era attratto, anche, dalla resurrezione – e dalla strana luce, uniforme, albina, delle metropolitane, da giudizio anticipato, astratta, anomala, per ciechi.

“Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”, scrive Marco, aveva 25 anni, l’anno prima entra in Contrasto. Esattamente dieci anni dopo, intorno al Natale del 2001, Pesaresi vola nel porto di Rimini, sceglie la morte per acqua. In quel turbine di anni, Pesaresi, il fotografo orfico, viaggia in ogni angolo del globo: un inseguimento lo anima. Berlino, Mosca, Calcutta, Tokyo… i suoi servizi sono acquistati dalle più importanti testate internazionali. Di Pesaresi, forse, piace che fotografando redime. Porta il fuoco, appunto: sutura colpe e ferite; gli uomini, nelle sue immagini, paiono pellegrini assiderati nell’assoluto. Il libro edito da Contrasto, che racconta quel “viaggio metropolitano”, è introdotto da Francis Ford Coppola (“A volte desidero ardentemente che torni l’epoca degli Zeppelin”, scrive il grande regista di Apocalypse Now, “ma anche il viaggio più lungo e scomodo mi dà quello spazio mentale che mi serve per ripensare e confrontarmi con il mio lavoro. Così nascono le grandi idee”). Le fotografie sono accompagnate dai servizi di firme importanti: Tiziano Terzani, Dominique Lapierre, Manuel Vazquez Montalbán… Il libro è da tempo introvabile, ‘di culto’: nel 2015 Danilo Montanari Editore ha pubblicato Underground Story, con una rassegna di immagini metropolitane diverse e una parte dei diari di Pesaresi.

Madrid, 1998

Sapeva scrivere, Marco, con ingenuità vegetale: leggeva Tolstoj e Bakunin, Peter Handke e Lord Byron (una parte dei suoi libri sono ora nella mia libreria, sporchi dei suoi viaggi, ancora famelici, mi chiamano!). Dal 5 giugno, fino all’8 agosto, a Savignano sul Rubicone, sarà possibile visitare una raccolta di ulteriori immagini ‘del sottosuolo’, Underground (Revisited), a cura di Denis Curti e di Mario Beltrambini. La mostra è il sigillo di un evento culturalmente epocale: Isa Perazzini, la madre di Marco, e le sue figlie hanno scelto di domare al Comune di Savignano – sotto l’impegno di un’alta, vasta, programmata valorizzazione – un fondo di oltre 140mila documenti, tra fotografie, negativi, provini, stampe, diapositive. “Sono contenta, certo… ma è un po’ come se mi portassero via Marco…”, mi dice mamma Isa, donna d’inesorabile generosità e forza. Sento il suo cane, in sottofondo; ricordo le sue rughe, una mappa della pazienza e del dolore, ostinato; so che il giardino è pieno di piante grasse, belle come leopardi, coltivate in memoria di Marco. Ci parliamo come reduci di una vita fa: dopo tante lotte giornalistiche, un piccolo traguardo è raggiunto.

Tutti gli elementi convergono nella storia di Marco Pesaresi. La terra – i sotterranei dell’uomo, l’ade quotidiano della metropolitana, la metropoli nell’altrove del sottosuolo –, l’aria – le fotografie piene di vento vetrificato fatte sulla Transiberiana, in parte pubblicate in Il tempo di un viaggio, Postcart 2018 – l’acqua – il reportage, in claustrale bianco e nero, su Rimini, Contrasto, 2003 – e il fuoco, l’iride in fiamme della macchina di Marco, il sole spartito tra i penitenti underground. Ancora molto è da studiare di Pesaresi: le fotografie dei boschi, fantasiosi, dei borghi, dei centri commerciali, ad esempio. Una fotografia ferma alcuni bambini, a Lido di Ravenna: la spiaggia è bianca e i piccoli, radi, paiono stralunati, marziani, e nessuna distanza distingue il mare dall’editto delle nuvole dalla terra, insignificante. I bimbi sembrano camminare sulle acque, boccheggiano.

Calcutta, 1998

Sapeva levitare e affossarsi, Marco, l’arte del volo, la perizia dei sorrisi, la caduta – necessaria a chi tocca la sindone dell’arte. Lui che fu il fuoco, morì in acqua. “Dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo del mare/ e il profitto e la perdita./ Una corrente sottomarina/ spolpò le sue ossa in sussurri”, canta Thomas S. Eliot nella porzione della Terra desolata che s’intitola Death by Water. “Attraversò gli stati della maturità e della gioventù/ sprofondando nel vortice”. A chi resta è chiesto di curare la terra sotto cui riposano i morti, a pietrificare in memoria il vento, impetrare l’etere; chi cerca il Graal e porta il fuoco va fino in fondo, sommerso. Orfeo emerge dagli inferi senza Euridice, quel fuoco avvolto dai veli: le Baccanti lo spezzano per i campi, ma il suo cranio è dato alle acque dell’Ebro. Sono passati vent’anni dal tuffo di Marco: le sue fotografie hanno una giovinezza sprezzante, lui, quando lo fotografano, ha sempre il viso di un altro, evanescente. “Con la sua voce condusse ogni cosa nella gioia”, è detto; Pesaresi, fotografando, incendiava. Di ogni cosa ha svelato il cristallo, devoto alle passioni grandi, audaci.

*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi, Londra, 1995

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