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	<title>Ingmar Bergman Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Bisogna essere incoerenti. Se si è logici, la bellezza sfugge”. Nella magia di Ingmar Bergman</title>
		<link>https://www.pangea.news/ingmar-bergman-lanterna-magica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Apr 2025 04:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Ingmar Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[Lanterna magica]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cento soldatini potevano certo bastare per un sogno. Cento soldatini di stagno a suo fratello Dag in cambio del proiettore ricevuto a Natale. Un baratto che vale l’essenza di una vita intera.&#160; Dal guardaroba della camera, un giovanissimo, magrolino e inesperto Ingmar Bergman sistema il proiettore su una scatola di zucchero e accende la lampada [&#8230;]</p>
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<p>Cento soldatini potevano certo bastare per un sogno. Cento soldatini di stagno a suo fratello Dag in cambio del proiettore ricevuto a Natale. Un baratto che vale l’essenza di una vita intera.&nbsp;</p>



<p><strong>Dal guardaroba della camera, un giovanissimo, magrolino e inesperto Ingmar Bergman sistema il proiettore su una scatola di zucchero e accende la lampada a petrolio.</strong>&nbsp;Orienta la luce verso la parete dipinta di bianco e inserisce la pellicola di un film romantico.&nbsp;</p>



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<p>Un aneddoto, insieme alla torcia che illuminava il buio della punizione nello sgabuzzino e la paura del mostro che mangia le dita dei piedini, tatuato nella memoria che Ingmar Bergman registra per sempre, in quello straordinario romanzo autobiografico, concluso a fine settembre 1986, dall’evocativo titolo&nbsp;<strong><a href="https://www.garzanti.it/libri/ingmar-bergman-lanterna-magica-9788811684947/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Lanterna magica</em>&nbsp;(Garzanti, traduzione di Fulvio Ferrari).</a></strong>&nbsp;Un guazzabuglio di incontri e scontri, gozzoviglie, solitudini, sceneggiature e opere per il teatro e la tivù e pellicole, manoscritti tragicamente perduti come la fiaba della stanca torre Eiffel (<em>Joakim Naken</em>), passioni travolgenti e sensuali, drammi e immani sensi di colpa, disastri economici e rovesci familiari, rinascite e ricadute.&nbsp;<strong>“Fantasmi, demoni e altri esseri senza nome e senza dimora” sembra che lo abbiano cinto d’assedio sin dalla più tenera età.</strong></p>



<p>Secondo figlio di un pastore protestante della corte reale, Bergman esordisce come regista teatrale e proprio il teatro, prima che il cinema, ha caratterizzato la sua esistenza, come si legge in questo romanzo fiume. Al cinema dedica luminose pagine:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il più grande maestro, secondo il grande Bergman, è Tarkovskij che non spiega mai, ma rappresenta le sue visioni, poi Fellini, Kurosawa e&nbsp;Buñuel&nbsp;e quel mago di Méliès. Le sue parole calano nitide e sognanti sulla pagina:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Film come sogno, film come musica. Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il cinema è rivelazione:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le ombre, mute o parlanti, si rivolgono direttamente alle regioni più segrete del mio animo. Il profumo di metallo surriscaldato, l’immagine oscillante, scintillante, il fruscìo della croce di Malta, la mano sulla manovella”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il cinema è come l’amore, in tutti i sensi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Girare un film è un’operazione intensamente erotica. La vicinanza con gli attori non conosce riserve, ognuno si affida totalmente all’altro. L’intimità, l’affetto, la dipendenza, la tenerezza, la fiducia, la disinvoltura davanti al magico occhio della macchina da presa danno un caldo e forse illusorio senso di sicurezza”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In questa autobiografia, Bergman parla senza riserve e senza censure della fisicità, che spesso lo metteva a dura prova e lo divorava, quanto dei malesseri interiori che lo costringevano a un doloroso conflitto interiore. Sensibilissimo al fascino femminile, ogni storia d’amore che iniziava sembra il canovaccio di una nuova opera da trasporre sul palcoscenico.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’innamoramento, che ebbe modo e tempo di svilupparsi liberamente, aprì stanza chiuse, muri crollarono, io respirai. Il tradimento nei confronti di Ellen e dei bambini era avvolto nella nebbia, sempre presente ma stranamente stimolante. Per alcuni mesi visse e respirò un’audace messinscena, incorruttibile, autentica e quindi indispensabile. Si dimostrò spaventosamente cara quando arrivò il conto”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Conti e debiti, difficoltà economiche e rovesci di fortuna che non sono mancati lungo il corso di una vita. Ad un certo punto, il regista comprò persino il primo cappello della sua vita per dare l’impressione di una solidità che proprio non possedeva.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="623" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_-623x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103324" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_-623x1024.jpg 623w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_-768x1263.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_-600x987.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/514mH3XylHL._SL1500_.jpg 912w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /></figure>



<p>Le descrizioni dei teatri sono deliziosamente struggenti e nostalgiche:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A teatro c’erano le pulci. La vecchia compagnia era probabilmente immune, la nuova arrivò con sangue giovane e venimmo crudelmente morsicati. Il tubo di scarico del ristorante passava per i camerini degli uomini e gocciolava continuamente urina sul calorifero vicino alla parete”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Una situazione drammatica che Bergman non esita a definire “il paradiso fatto realtà”. Il maestro a teatro continuamente citato e preso come modello: Strindberg.&nbsp;&nbsp;La famiglia d’origine, l’infanzia in canonica, un pensiero ricorrente e intrecciato alle pagine della maturità. Una vita, quella dei genitori, vissuta come “su un vassoio”, sempre davanti al pubblico.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Papà era un predicatore popolare, la chiesa era sempre piena quando parlava lui. Era un premuroso pastore d’anime e possedeva un talento inestimabile: la sua capacità di ricordare le persone era illimitata. Durante tutti quegli anni aveva battezzato, confermato, unito in matrimonio e sepolto molti dei suoi quarantamila parrocchiani. Di tutti ricordava il volto, il nome e le condizioni”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Del fratello, invece, mette a fuoco l’odio verso il padre e il tentativo di suicidio, un’antipatia reciproca e fraterna che lasciò il posto al vuoto, anche dopo tantissimi anni, quando Dag andò a trovarlo nell’isola rifugio di&nbsp;Fårö con la moglie greca. I genitori, per il fratello, continuavano ad essere&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“mitici, capricciosi, imprevedibili, giganteschi. Cercammo di ripercorrere con la mente sentieri abbandonati e ci guardammo stupiti l’un l’altro: due vecchi signori, usciti dallo stesso grembo, separati da una distanza incolmabile”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Sulla sorella più piccola si accende una timida tenerezza sullo sfondo della pagina.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I miei ricordi d’infanzia riguardo a Margareta sono pallidi e sfuggenti. Costruimmo un teatro delle marionette, lei cucì i costumi e io dipinsi le scene. La mamma era una spettatrice paziente e interessata, e ci regalò anche un sipario di velluto dai bei ricami”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Nonostante avventurose e innumerevoli esperienze, quel gettarsi “a capofitto nell’abisso della vita”, lo sguardo del regista svedese ritorna, anche alla fine del suo memoir, all’album delle foto di famiglia, al piccolo cerotto sull’indice, al disegno di una coperta, al profumo d’aringa fritta, al volto di sua madre, che appare e scompare, nella brulicante folla elegante delle foto.&nbsp;</p>



<p>Riprende tra le mani il diario segreto della madre, le pagine che inquadrano il momento della sua nascita, la sua venuta al mondo, correva il luglio 1918.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nostro figlio è nato domenica mattina, quattordici luglio. (&#8230;) Sembra un piccolo scheletro con un nasone rosso fuoco. Rifiuta con ostinazione di aprire gli occhi. Dopo qualche giorno mi è venuto a mancare il latte per via della malattia. Allora è stato battezzato in tutta fretta in ospedale. Si chiama Ernst Ingmar”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Questa ostinazione a non aprire gli occhi sembra intrecciata al sogno di rimanere a vivere nelle segrete stanza dell’infanzia perduta, tra i morti che sono “costretti a tormentare i vivi”.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In breve, anche nella sua&nbsp;<em>Lanterna magica</em>, Bergman riesce a mettersi a nudo: “illusionista e reo confesso di questa illusione – secondo la netta definizione <a href="https://www.lindau.it/Libri/Conversazione-con-Ingmar-Bergman" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di Olivier Assayas e Stig Björkman in&nbsp;<strong><em>Conversazione con Ingmar Bergman</em>(Lindau)</strong></a>&nbsp;– vulnerabile e inaccessibile, umano e insondabile”.&nbsp;</p>



<p>L’invito da cogliere è, quindi, quello di ascoltare la voce incoerente e illogica delle emozioni:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma voi vi renderete certamente conto che quando si è artisti, quando si creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti. Se si è logici, la bellezza sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo. Ma se si ha fiducia nelle proprie emozioni, allora si può essere del tutto incoerenti. Non fa nulla. Perché si ha il potere di cogliere le conseguenze delle emozioni che hai suscitato. Per sempre”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>“Siamo così indifesi a volte. Siamo come bambini che si sono perduti nei deserti”. Piccolo discorso su Ingmar Bergman e la via dell’amare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2024 05:06:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Cesari]]></category>
		<category><![CDATA[Come in uno specchio]]></category>
		<category><![CDATA[Ingmar Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante i primi secondi domina il pianto, malinconico e greve, di un violoncello. Sulle sue note si staglia nello schermo uno specchio d’acqua scura e tremula, su cui una fitta nebbia s’infonde. Nei suoi riflessi si scorgono confusamente i contorni di una scogliera, poi forse un pontile, e una casa dalle pareti bianche. Sono questi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante i primi secondi domina il pianto, malinconico e greve, di un violoncello. Sulle sue note si staglia nello schermo uno specchio d’acqua scura e tremula, su cui una fitta nebbia s’infonde. Nei suoi riflessi si scorgono confusamente i contorni di una scogliera, poi forse un pontile, e una casa dalle pareti bianche. Sono questi i confini del luogo in cui Ingmar Bergman ha deciso di girare il primo film della sua cosiddetta “trilogia religiosa”. Si tratta dell’isola di Fårö: piccolo lembo di terra in mezzo al Mar Baltico poi divenuto caro all’autore, che l’acquistò, per farne residenza di vita, di lavoro, e infine di morte. In una intervista dice della sua Itaca:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Capitai in questo paesaggio di F</strong><strong>å</strong><strong>r</strong><strong>ö</strong><strong>, con la sua assenza di colori, la sua durezza e le sue proporzioni straordinariamente ricercate e precise, dove si ha l’impressione di entrare in un mondo che è esterno, e del quale non siamo che una minuscola particella, come gli animali e le piante. Come sia accaduto non lo so, ma qui ho messo le radici e ora credo che la mia vita abbia nuovamente delle radici. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>In questa isola Bergman girò il film. Il titolo, <em>Come in uno specchio</em>, riprende il famoso passo della prima lettera ai Corinzi in cui Paolo dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Fårö è il mondo: un labirinto di specchi, di rifrangenze. Qui anche la nuda roccia trema, vibra.</p>



<p>*</p>



<p>Dopo le prime acquatiche inquadrature la musica lascia spazio al vociare scherzoso di quattro figure, che dal mezzo di un mare piatto su cui il sole tramonta risalgono verso la riva. Sono questi gli unici quattro personaggi che animeranno il breve dramma da camera. David è più un romanziere che un padre di famiglia. Vedovo, apparentemente si cura solo del suo successo: nella sua vita non c’è spazio per il dolore, per “gli altri”, a meno che questi possano essergli utili a scrivere. I suoi due figli sono lo scorticato frutto di questo egoismo: il giovane Minus cerca ancora di tener saldi i confini del suo fragile mondo, per vedere se può viverci dentro. Guarda al padre con oscillante rancore e malinconia: il desiderio d’essere amato e l’odio bruciante d’essere rifiutato. D’un tratto sembra lanciare un timido appello d’aiuto, un dubbio che gli si è instillato nel cuore: “mi domando se tutti vivano chiusi in se stessi, nel proprio mondo, ognuno la sua cella”.&nbsp;</p>



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<p>Al fianco di Minus c’è la sorella maggiore Karin, una donna ormai. Lei non sembra essere affetta dai dubbi e dalle inquietudini del fratello. Meglio, forse: le sue speranze e paure le ha traslate altrove, in un immaginifico mondo verso cui sempre più si dirige nella sua psicosi. Essere dai gesti oscuri e segreti è Karin, una maga circe, allo stesso tempo trappola e intrappolata. La sua figura si muove danzante ed ipnotica davanti alla camera, ammicca all’obbiettivo, sembra invitare chi l’osserva ad entrare e partecipare al suo gioco.</p>



<p>Infine, in opposizione a Karin, c’è il marito, Martin. Questo medico lucido e composto sembra l’unico ad essere escluso dal triangolo di solitudini. Il suo mondo “semplice, chiaro e umano” (come lui stesso lo definisce) non sembra essere in grado di contemplare sentimenti così complessi. <strong>L’unico amaro assaggio che la vita gli offre è la malattia della moglie: il conturbante, una screziatura in un quadro geometricamente perfetto.</strong> Martin è sinceramente, umanamente innamorato di lei, non riesce però a comprenderne le visioni, e lei per questo non può far altro che allontanarsi da lui.</p>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Fata o strega, empia o santa, sana o pazza. Un confine difficile da tracciare quando si parla di Karin, la sua malattia mentale è il perno su cui la trama si avvita.</strong> Il marito Martin ce ne parla fin da subito, in un’accorata dichiarazione di amore misto a preoccupazione fatta al suocero David: “sai ho pensato alla situazione, e ho capito che amo Karin più della mia stessa vita, comunque finisca”. Ma il mondo di Karin è una selva in cui si inizia ad entrare poco a poco; solo verso la metà del film lei decide di far del fratello il suo più intimo confessore. Rimasta con lui sola sull’isola, ella lo porta nell’abbandonata stanza del casolare e lì, appoggiata contro la parete, gli rivela le sue visioni e allucinazioni:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Un giorno, qualcuno mi ha chiamata da dietro la carta da parati. Allora ho guardato dentro lo sgabuzzino ma non c’era nessuno. Quella voce però continuava a chiamarmi, io mi sono serrata contro la parete ed essa ha ceduto come un foglio. Ed ero là dentro. […] Mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano lui che deve arrivare, ma senza nessuna ansia. […]. A volte provo un’ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprir</strong><strong>à </strong><strong>e tutti si volgeranno verso di lui che si fa avanti […] Nessuno sa niente di preciso, ma io credo che sia Dio, Dio stesso che debba apparirci. Sono certa che sia lui a venire fra noi, attraverso quella porta.</strong><strong><s></s></strong></p>
</blockquote>



<p>Karin è – un po’ come Johannes nell’<em>Ordet </em>di Dreyer – la “folle in Dio”. Ma questo Dio che le si deve rivelare da dietro la parete sembra, invece che avvicinarla, allontanarla; lacerarla invece che unificarla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Dio scende dalla montagna attraverso il bosco tenebroso mentre intorno le fiere guardano nel silenzio. Dev’essere la realt</strong><strong>à</strong><strong>. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell’altro senza che io possa impedirlo.</strong><strong></strong></p>



<p><strong>Siamo così indifesi a volte, nemmeno io riesco a spiegarmelo. Siamo come bambini che si sono perduti nei deserti, le civette gridano e ti fissano con i loro occhi gialli. Senti un fruscio sommesso e un cauto mormorio attorno a te, e un annusare leggero di umidi musi. E poi le zanne dei lupi.</strong><strong></strong></p>



<p><strong>Non si può vivere in due mondi, <em>bisogna scegliere</em>. Non ho più la forza di passare continuamente dall’uno all’altro. Non posso andare avanti così, <em>odiando.</em></strong><strong><u></u></strong></p>
</blockquote>



<p>Da una parte il mondo (profano e malvagio, disgustoso e tremendo), dall’altra il Regno che deve arrivare; da una parte il corpo dall’altra lo spirito; da una parte Dio dall’altra gli uomini. Confini di due mondi che continuamente ribaltano l’uno nell’altro. Karin danza pericolosamente su questo crinale, sulla lama affilata di un’escatologica attesa.</p>



<p>*</p>



<p>I fili che il regista ha intessuto si tirano fino a spezzarsi, l’equilibrio precario s’infrange, l’attesa del cuore finisce: Dio arriva, arriva. Karin lo sa, per questo si prepara, s’imbelletta, s’agghinda. <strong>Avvolta come una santa nel suo bianco vestito di seta, una collana di perle a incoronarle il collo, s’inginocchia nel suo santuario ed attende a mani giunte che il suo Dio arrivi e finalmente la prenda, la salvi da quel bosco di fiere in cui anche lei, come gli altri, era finita.</strong> E questo Dio lo vediamo anche noi, come di riflesso, negli occhi di lei. Ma non s’odono né cori né angeliche voci, né luci divine e cristalline acque si dipingono negli occhi di Karin. Invece, lo sguardo etereo di lei si rompe sconvolto in un grido. Il sogno s’infrange: la sposa, l’eletta, scappa rifugiandosi in un angolo della stanza, coprendosi il volto e strillando d’orrore. Quel Dio, quel Dio in cui per tutto il tempo anche noi avevamo sperato e che così a lungo avevamo atteso è arrivato, ma non era altro che un grosso ed orribile ragno. La scena, le grida, lo sguardo di lei, sono un coltello piantato al centro del petto. Tutto il terrore e la condanna del mondo vi sono dipinti, tutto il male, la morte e la solitudine che in esso ci attende. Niente ci salverà dopo la traversata di quel bosco scuro; vi si troverà solo una parete fredda, e un Dio dai metallici occhi di ragno.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/come-in-uno-specchio-729x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101514" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/come-in-uno-specchio-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/come-in-uno-specchio-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/come-in-uno-specchio-600x843.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/come-in-uno-specchio.jpg 769w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /></figure>



<p>Quella notte, dopo aver visto il film, non sono stata capace di chiudere occhio, e la mia mente continuava a tornare, in modo ossessivo, a quell’orribile scena che mi si era impressa negli occhi come un’inquietante promessa. Iniziavo a nutrire il tremendo sospetto che le mie speranze avrebbero fatto la medesima fine di quelle di Karin, e mi sentivo come in una crescente e pericolosa sovrapposizione con lei, la follia della sua speranza alleggiava su di me come una condanna.</p>



<p>*</p>



<p>Non avevo, tuttavia, prestato abbastanza attenzione. Un’altra speranza, infatti, più silenziosa e lieve, si era fatta strada tra i solitari personaggi di Bergman, e nel suo cuore aveva <em>già </em>instaurato un Regno, fragile e tremendo.&nbsp; La verità sussurra dolcemente, non grida per le piazze. È – come già un piccolo e nobile cuore era stato capace di dire – “invisibile agli occhi”. In questo film essa prende lentamente corpo negli occhi scuri e dolci del padre di Karin. Questo narciso solitario e stanco svolge in retroscena la sua passione (crocifissione e resurrezione). Il sospetto è destato fin dall’inizio, quando le malinconiche conversazioni di una cena familiare (gli sguardi tristi e traditi, le parole cadute nel vuoto) lo portano ad appartarsi, e nella sua piccola stanza accasciarsi su se stesso, per piangere sommessamente. Un dolore sconfinato e dolce inizia ad abitare l’animo dell’uomo.</p>



<p>La confessione di Lazzaro la si ha quando David, rimproverato da Martin per la sua noncuranza nei confronti dei figli, ammette le sue colpe, che ora finalmente lo trapassano. L’anima si lascia trafiggere, ferire – solo lei sarà salvata. David allora (il monolitico, l’intoccabile) racconta a Martin la sua “notte dell’Innominato”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ti racconterò una cosa: laggiù in Svizzera avevo deciso di suicidarmi, volevo gettarmi con l’auto dall’alto di un burrone. Con fredda calma lasciai la città, cominciava a imbrunire, la vallata era quasi al buio. Non provavo alcun timore o il minimo pentimento. Mi diressi sul precipizio a tutto gas, ma il carburatore s’ingolfò. Di colpo frenai come un automa, la macchina slittò sulla ghiaia e rimase sospesa con le ruote anteriori nel vuoto. Mi trascinai fuori dall’auto e presi a tremare in tutto il corpo. Fui costretto a sedermi contro la parete rocciosa al di là della strada, con un senso di oppressione che mi mozzava il fiato”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Perché questa confessione?”</strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Semplicemente per convincerti che non ho più alcuna ragione di fingere. La verità non si rivela con le catastrofi. […] Dal mio animo vuoto sbocciò qualche cosa che non ho quasi il coraggio di nominare. Un amore, per Karin, per Minus, per te. Un giorno forse ti dirò tutto, adesso non ne ho il coraggio. Ma se tutto sta come io spero, avremo il tempo di riparlarne”. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Il Dio di David non entra regalmente dalla porta, piuttosto passa silenziosamente attraverso una ferita, per circonfonderla di luce, crosta della resurrezione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Devo chiederti perdono Karin… ho la nausea quando penso al tempo sacrificato alla mia cosiddetta arte. Tua madre morì ma il mio primo successo fu più importante della sua morte. Ne gioivo segretamente, eppure amavo tua madre, anche se in modo egoistico. Non feci che scappare. […] Vedi Karin, si traccia un magico cerchio intorno a noi, escludendo tutto ciò che può compromettere i nostri intenti. Ma quando la vita spezza il cerchio questi intenti si rivelano meschini e insignificanti. […] Povero papà, costretto dalla vita a vivere nella realtà.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Il Dio di David, a differenza di quello di Karin, “costringe a vivere nella realtà”, a guardarne le ferite e piangere sopra di esse, nella segreta speranza che dalle lacrime possa germogliare qualcosa. David non attende, non spera un altro mondo, un paradisiaco Eden che dia lo scacco a questo, ma <em>spera in questo mondo</em>, l’unico possibile. Lui sa che non vi è redenzione se non di questo mondo, e resurrezione se non di questa carne: è la promessa che ogni bassezza, ogni pianto solitario e disperato, ogni meschinità e menzogna, sarà salva.</p>



<p>E David è abbastanza attento da capire che anche nell’animo di Karin, in fondo, quel Dio si sta facendo strada. Solo che questa volta non passerà dalla soglia della porta, ma dal profondo del suo cuore, il solo ingresso praticabile (“Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”, <em>Gv</em> 4,24). <strong>Gli dei fuori di esso non possono essere altro che idoli, dei-ragni. Nella bellissima scena finale, un Minus sconvolto dagli avvenimenti cerca rifugio nel padre. </strong>Sullo sfondo, al di là della finestra, un sole abbagliante s’infrange sul mare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho paura papà. Quando nel relitto ero avvinghiato a Karin, tutta la realtà è esplosa, e io ne caddi fuori. È come in un incubo: tutto può accadere papà, tutto. No, non posso vivere in questo nuovo mondo”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Ah sì che puoi, se avrai qualcuno su cui sostenerti”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Chi secondo te? Un Dio? Dammi una prova di Dio”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Posso darti solo una pallida idea delle mie speranze: Dio è la certezza che l’amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini. […] Ogni genere d’amore, il più elevato e il più infimo, il più oscuro e il più splendido; ogni specie d’amore. Il desiderio e la repulsione, miscredenza e fede. […]”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Per te amore e Dio sono la stessa cosa allora?” </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione. Di colpo la miseria è diventata ricchezza, e la disperazione speranza. È come essere graziati Minus, in punto di morte”. </strong><strong></strong></p>



<p><strong>“Papà, se è vero ciò che dici allora Karin è tutta circondata da Dio”.</strong> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
</blockquote>



<p>Anche Simone Weil, prima di Bergman, è stata capace di esprimere questa verità della crocifissione con parole altrettanto dolci, di una bellezza assoluta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Dio ha creato per amore e a fin d’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Ha creato esseri capaci d’amore a tutte le distanze possibili. Alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso, perché nessun altro avrebbe potuto farlo. Questa distanza infinita tra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Questa lacerazione, alla quale l’amore supremo sovrappone il legame della suprema unione, risuona in perpetuo attraverso l’universo, in fondo al silenzio, al pari di due note separate e insieme fuse, al pari di un’armonia pura e straziante. È questa la Parola di Dio. La creazione intera non ne è che la vibrazione. […]. Coloro che perseverano nell’amore percepiscono questa nota anche in fondo alla decadenza in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento essi non possono avere alcun dubbio. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Tutti i personaggi, si direbbe, sostano sulla soglia di una messianica attesa, la magica Fårö è una bergmaniana Gerusalemme, sala d’attesa del Regno di Dio. Ma lo sguardo degli astanti è rivolto in punti diversi: per Karin quel messia e la salvezza arriveranno <em>da davanti</em> a lei, Dio farà trionfalmente ingresso dalla porta; per David invece questi è in qualche modo <em>già</em> entrato, <em>già</em> abita segretamente nel suo animo, sotto forma di un amore malinconico e lieve, e una compassione silenziosa per tutto ciò che di quel “già” non ha ancora potuto fare conoscenza. Si direbbe che il cuore di David sia già immerso nel Regno, e che da quel magico luogo guardi il resto del mondo in attesa che anche lui si desti dal sonno, e finalmente possa aprire gli occhi. Ma egli non guarda il mondo né dall’alto, né da fuori – con tacita e arguta arroganza – bensì dall’interno, invitando pazientemente e dolcemente ad entrare. Gesù stesso del resto lo dice agli apostoli: “siete <em>nel </em>mondo ma non sono <em>del </em>mondo” (Gv 15,19).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="699" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71JpP1UX6iL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101515" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71JpP1UX6iL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71JpP1UX6iL._AC_UF10001000_QL80_-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71JpP1UX6iL._AC_UF10001000_QL80_-600x858.jpg 600w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p><strong>Per questo Karin alla fine potr</strong><strong>à, forse, guarire. Se non altro ce ne sarà la speranza. E non sarà un fantomatico Dio – regale ed austero, circonfuso di luce e vestito di bianco – a salvarla (quel Dio può condurre solo alla follia e alla violenza, di cui infatti Karin si farà macchia).</strong> La salverà invece quell’altro Dio, più silente, efficace, che si fa strada passando dal cuore, e si manifesta nel prossimo: quando spezza il pane e versa il vino. Nello stesso modo si può nutrire e <em>praticare</em> la speranza che <em>questo mondo</em> (incerto, fragile, malconcio) sarà salvato. Questa salvezza sorge prima nel cuore dei singoli (di un David solo, straziato, lacerato) e poi attraverso di loro nel mondo. Una salvezza che non passa per questo piccolo pertugio che è il cuore dell’uomo non potrà generare altro che odio, violenza e dittatura.</p>



<p>*</p>



<p>Ogni uomo, io credo, si trova in questa attesa. Carica di speranza a tratti, più spesso forse di timore. Non sto parlando, necessariamente, della speranza di Dio, ma di quella, più elementare forse, d’essere amati, in eterno. E a me pare che ogni cosa dietro di sé non nasconda altro in fondo se non il desiderio dell’amore, e la paura della morte (che altro non è se non la fine dell’amore). Tutta la poesia non parla che di questo. Queste due forze (opposte ma complici in realtà) si avvitano nel segreto su ciascun individuo, ogni giorno, finché questi non si lascia spingere fino all’angolo estremo, in cui è costretto a compiere <em>la scelta</em>: se saltare in un atto di fede, cedendo alle speranze del suo cuore; oppure rinunciare, lasciarsi cadere nell’abisso.</p>



<p>A me pare che se si presta abbastanza attenzione, e si va oltre il velo che per la maggior parte del tempo è steso sopra le cose, sui volti degli esseri umani non si trova altro che questo. E nel momento in cui si scorge quest’intima e segreta battaglia che abita il cuore dell’altro non si può far altro che amarlo, compatirlo, e custodire con lui la stessa speranza. Custodire il “già” – l’attualità di questa speranza che esiste innata nello spirito dell’uomo; e custodire il “non ancora”. Il cristiano (chiunque sia: anche colui che di Cristo non ha mai udito il nome) cammina sulla sottile linea dorata che divide questi due poli, sulle tracce di un’alba che sempre sta per sorgere. Chi ha scoperto d’averla già dentro l’osserva e la coltiva, quando gli è concesso (dal cambiare dei giorni, degli umori e delle stagioni) con segreto e timoroso silenzio, in una fragile e speranzosa attesa.</p>



<p>Giancarlo Gaeta, in un suo libro, parla proprio di questa speranza, di questa (titolo del libro) <em>Attesa del Regno</em>, e del “che fare” – intanto che si attende:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>L’ordine del profano e l’ordine del messianico sono inscindibilmente connessi, ma altresì diversamente orientati: l’uno alla felicità, l’altro alla compassione. Non si tratta allora di passare dall’uno all’altro, come dall’inferiore al superiore, né, tanto meno, di imporre l’uno all’altro. […] Non si tratta di salvare il mondo infilandolo nella camicia dello spirito, bensì di vederlo così come esso è, nel suo trapassare insensato ma altresì nella sua autonomia. Non si tratta di elevarsi al cielo o di affondare nell’interiorità, ma di sfamare gli affamati; e allora il Regno è presente, come un di più che è tutto. È infatti questa l’azione grazie alla quale, come è continuamente mostrato nei Vangeli, s’infrange la compattezza opaca del mondo, il suo cieco voler essere; ed appare, spezzati i vincoli sociali, l’essenziale solitudine di ciascuno, il grido di bene e lo stupore per il dono insospettato. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Su questa unità che la compassione istituisce tra ordine del profano e ordine del messianico vorrei tentare di far più chiarezza. Mi è capitato, poco tempo fa, di trovarmi al monastero di Bose, comunità monastica ai piedi delle montagne piemontesi. Nei tre giorni della mia permanenza ho assistito a tutte le liturgie, dalle lodi alle prime luci dell’alba fino ai vespri serali. Un giorno di questi, all’orario stabilito, mi dirigevo verso la chiesa per la preghiera di mezzogiorno. Per qualche ragione però quel giorno il mio cuore si era come indurito e io mi sentivo, per così dire, un semplice pezzo d’immonda carne, e tutta la realtà era divenuta dura, fredda, e impenetrabile. Quando accadono questi momenti il solo pensiero di Dio e delle mie speranze mi dà la nausea, ed esso, come la realtà tutta, prende l’aspetto di quel ragno che si dipinge sugli occhi di Karin. A causa di questa mia repulsione ero indecisa, quel giorno, se partecipare alla liturgia. Tutti erano entrati e io sostavo invece immobile lungo il vialetto davanti la chiesa. Piovigginava, e una fitta nebbia ricopriva la vallata immersa nel silenzio. Solo le campane, sotto, suonavano.</p>



<p>Alla fine, per qualche ragione, decisi di entrare, e mi diressi al mio solito posto. A Bose hanno una liturgia particolare, in cui all’inizio le luci rimangono spente, e solo alcuni flebili lumi vibrano in fondo all’altare. In questa penombra, i monaci e le monache, con i loro lunghi e fruscianti abiti bianchi, entrano silenziosamente e prendono posto. A quel punto il priore accende le luci, e inizia la liturgia. Quest’ipnotica e magica danza mi era sembrata, nei giorni prima, racchiudere in sé qualche cosa d’arcano e segreto, un mistero in cui si ha la sensazione d’essere avvolti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="718" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n-1024x718.jpg" alt="" class="wp-image-101516" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n-1024x718.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n-768x538.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n-600x421.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/92176579_2834506186646406_9085779070150508544_n.jpg 1361w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Quel giorno però ogni cosa stava muta, e immobile. Quando le luci si accesero io alzai lo sguardo e fissai, con aria di sfida, il crocifisso appeso in fondo, sopra l’altare. La liturgia cominciò e io mi sedetti. In quel momento accadde qualcosa, che ciclicamente accade, come una danza che ripete, incessantemente, lo stesso ritmo; ma che ogni volta diviene più chiaro e più acuto. Infatti, seduta com’ero, distolsi per un attimo lo sguardo dalla navata e da tutto ciò che mi circondava. Una strana stanchezza mi colse, e mi raggomitolai su me stessa, chiudendo gli occhi. In quel momento “rivolsi lo sguardo al mio cuore”, ed ebbi la sensazione che qualcosa, dentro di esso, si rompesse. Quando riaprii gli occhi tutto era mutato, e mi parve che ora, il crocifisso mi guardasse con dolcezza.</p>



<p><strong>È difficile da spiegare: io stessa fatico a comprenderlo, ma è come se vi potesse essere nel mondo una strana e segreta armonia tra lo spirito e la materia, e l’uno non potesse far a meno dell’altro, esattamente come non vi può essere resurrezione senza crocifissione.</strong> Ho l’idea che tutti facciano, a volte, l’esperienza di questa mistica unione. Sono quei momenti in cui la realtà, il mondo, si mette a vibrare, ed è come se tutto esistesse con più forza. Quando ero piccola, avevo cominciato a chiamare “idilli” questi momenti, e mi ero posta sulle tracce della loro esistenza. In quei brevi istanti sembra di poter spiare il mondo nella sua intimità più segreta, e ogni più semplice cosa – come una semplice busta di plastica che danza nel vento (per chi ha visto quel capolavoro che è <em>American Beauty</em>) – sembra voler rivelare tutto il mistero del mondo.</p>



<p>Sono momenti insospettati e fragili: quando dalla finestra della camera si osserva il ramo d’un albero, che scuote la testa su e giù, battuto dal vento; quando d’inverno si osserva la colonna di fumo che vortica sopra la tazza; o quando, tra la folla, il ciondolio incantatorio di un cavo cattura la nostra attenzione; <strong>o quando, covati nel silenzio della propria stanza, leggiamo con raccoglimento una poesia, o i Vangeli, e quelle lettere e quelle parole sembrano moltiplicarsi, creare un pozzo profondo in cui infiniti significati rifrangono.</strong> O, ancora, quando si guarda intensamente negli occhi d’un altro, e questi diventano come le porte d’ingresso d’altri cieli e universi. In questi momenti pare che un alito caldo soffi dolcemente su ogni cosa, e la vivifichi. Questo accade <em>alla materia</em>, a patto però che la si guardi non con gli occhi, ma col cuore. Questo “sguardo del cuore” non è altro, credo, se non quello sguardo d’amore, compassione, e tenerezza, di cui ho cercato di parlare un po’ più sopra.</p>



<p><strong><em>Bianca Cesari</em></strong><strong><em></em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-in-uno-specchio-bergman/">“Siamo così indifesi a volte. Siamo come bambini che si sono perduti nei deserti”. Piccolo discorso su Ingmar Bergman e la via dell’amare</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Era come se le finestre della sua mente fossero tutte spalancate di modo che tra realtà e immaginazione, tra fatti e sogni non riusciva più a capire la differenza”. Linn Ullmann: il romanzo sul padre, Ingmar Bergman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2020 08:54:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Ingmar Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Linn Ulmann nasce nel 1966, è la figlia del grande regista Ingmar Bergman e della sua straordinaria musa, Liv Ullmann. Quando nasce Linn, esce al cinema “Persona”, pellicola di culto, interpretata dalla madre e da Bibi Andersson. Bergman visse qualche anno con Liv e la figlia, divorziando dalla quarta moglie, la pianista Käbi Laretei. I [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bergman-linn-ullmann-romanzo/">“Era come se le finestre della sua mente fossero tutte spalancate di modo che tra realtà e immaginazione, tra fatti e sogni non riusciva più a capire la differenza”. Linn Ullmann: il romanzo sul padre, Ingmar Bergman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Linn Ulmann nasce nel 1966, è la figlia del grande regista <a href="http://www.pangea.news/ingmar-bergman-il-vampiro-del-cinema-mondiale-a-100-anni-dalla-nascita-lopera-teatrale-che-racconta-le-perversioni-di-un-genio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ingmar Bergman</a> e della sua straordinaria musa, Liv Ullmann. Quando nasce Linn, esce al cinema “Persona”, pellicola di culto, interpretata dalla madre e da Bibi Andersson. Bergman visse qualche anno con Liv e la figlia, divorziando dalla quarta moglie, la pianista K</em><em>äbi Laretei. I due si lasciarono, infine, e il regista, nel 1971 si unì a Ingrid von Rosen. Linn Ullmann appare, bambina, in “Sinfonia d’autunno”, il film di Bergman del 1978, con Ingrid Bergman e Liv Ullmann. Crescendo, Linn è diventata scrittrice di un certo successo: i suoi libri sono editi in Italia da Mondadori (“Prima che tu dorma”, “La luce sull’acqua”, ad esempio) e da Guanda (“La ragazza dallo scialle rosso”). Il suo ultimo romanzo, “Unquiet”, è stato tradotto in inglese. </em></p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-79170 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-2-1-200x300.jpg" alt="" width="326" height="489" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-2-1-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-2-1-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-2-1-768x1153.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-2-1.jpg 799w" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" />Quando il padre di Linn Ullmann aveva superato gli 80, cominciò a riferirsi alla sua vita come all’“epilogo”. </strong>La mattina, a letto, sopportava i dolori, concedendosene uno per decennio: se fossero stati meno di otto, si sarebbe alzato, altrimenti no. Queste strategie dimostrano realismo più che quiete, e una incrollabile determinazione a lavorare.</p>
<p><strong>Il padre di Linn Ullmann è il grande regista svedese Ingmar Bergman, il suo ultimo lavoro la collaborazione con la figlia, per scrivere un libro che catturasse i suoi pensieri, definitivi. </strong>“Quando un lavoro funziona, lo sai. Stavamo lavorando bene, ci divertiva discutere la forma che avrebbe preso quel libro”. Il titolo che avrebbe preferito, diceva, scherzando, era “Beccati &amp; ammazzati a Eldorado Valley”. Forse avrebbe realizzato un film con quel titolo.</p>
<p>Invece, ciò che è emerso oltre un decennio dopo la morte di Bergman è il sesto romanzo di Linn Ullmann, <strong><em>Unquiet</em></strong>, inquieto, un ibrido di memorie, finzioni, riflessioni, su una struttura frammentaria che ricalca l’amore di Bergman per le suite per violoncello di Bach. È, dice la Ullmann, “la raccolta delle rovine del libro che non ho scritto”. Mentre costruivano il libro, tramite numerose lettere, telefonate, incontri, Bergman “continuava a invecchiare”. Quando il lavoro iniziò sul serio, nella primavera prima della sua morte, alla fragilità fisica si sommò qualcos’altro. <strong>“In pochi mesi il suo linguaggio era cambiato, la perdita della memoria era evidente. Era come se le finestre della sua mente fossero tutte spalancate di modo che tra realtà e immaginazione, tra fatti e sogni non riusciva più a capire la differenza”. </strong></p>
<p>Sei conversazioni sono state registrate ad Hammars, la casa di Ingmar Bergman sull’isola di Fårö: sono quelle il filo rosso di <em>Unquiet</em>, anche se per molti anni la Ullmann non le ha ascoltate. “Era fisicamente doloroso ascoltare quei nastri. Voglio dire… avrei dovuto iniziare prima, avrei dovuto insistere, avrei dovuto fare domande diverse, avrei dovuto avere un registratore migliore… non avrei dovuto essere sempre così severa…”. È stato il marito, lo scrittore Niels Fredrik Dahl, a recuperare i nastri a intimarle di ascoltarli. “Ho ascoltato. Ho trascritto. Ho tradotto dallo svedese al norvegese. È stato commovente”.</p>
<p><figure id="attachment_79171" aria-describedby="caption-attachment-79171" style="width: 620px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-79171" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/linn-_ulmann_ingmar_bergman-990x556-1-300x168.jpg" alt="" width="620" height="347" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/linn-_ulmann_ingmar_bergman-990x556-1-300x168.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/linn-_ulmann_ingmar_bergman-990x556-1-768x431.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/linn-_ulmann_ingmar_bergman-990x556-1.jpg 990w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /><figcaption id="caption-attachment-79171" class="wp-caption-text">Ingmar Bergman con la figlia Linn</figcaption></figure></p>
<p><strong>Linn è nata nel 1966, l’anno in cui esce <em>Persona</em>, in cui sua madre, Liv Ullmann, è protagonista: una donna, attrice, che improvvisamente smette di parlare e viene portata in un cottage da un’infermiera, interpretata da Bibi Andersson.</strong> Bergman ha scritto la sceneggiatura rapidamente, mentre si stava riprendendo da una polmonite, pensando alle due donne; il film è stato girato a Fårö, che in seguito diventò non solo la casa, ma il regno del regista, con un cinema e una sala per la scrittura. Bergman e la Ullmann hanno collaborato in una decina di film, iniziando una relazione. Lui aveva 47 anni, era stato sposato quattro volte, aveva otto figli; lei era di vent’anni più giovane, era sposata (in effetti, il marito medico era presente alla nascita di Linn). Dopo che Bergman e la Ullmann, una delle sue muse, si sono separati, lui si è sposato ancora. Linn, il nono e ultimo figlio, trascorreva le estati ad Hammars; il resto del tempo lo viveva con la madre, tra Oslo e gli Stati Uniti, con la nonna e una serie di tate interpellate quando la madre era impegnata. <strong>“Ero la figlia di <em>lei</em> e la figlia di <em>lui</em>, ma non la <em>loro</em> figlia: non eravamo mai in tre, quando sfoglio le immagini sulla scrivania non c’è una sola fotografia di noi tre, insieme. Lui, lei, io.</strong> Quella costellazione non esiste”, scrive in <em>Unquiet</em>.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-79172 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-52-e1598776870554-193x300.jpg" alt="" width="344" height="534" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-52-e1598776870554-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-52-e1598776870554-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-52-e1598776870554.jpg 746w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" />La narrazione in prima persona è intervallata da una prosa romanzesca, in cui orbitano le vicende della “ragazza”, del “padre”, della “madre”. I nomi non vengono mai svelati. Tra le fonti cita Rachel Cusk, Emily Dickinson, Pina Bausch… Se Bergman è il fulcro del libro, Liv Ullmann, che ora ha 81 anni, resta ai margini. La solitudine e l’introspezione di Hammars rappresentano il mondo di Bergman, mentre i furori di Oslo, Los Angeles, New York sono i luoghi della Ullmann, spesso in compagnia della figlia, che si fa arruffare i capelli da Margot Fonteyn e nel corridoio di un lussuoso albergo di Manhattan riceve una scatoletta di caviale dall’ennesimo corteggiatore russo della madre. <strong>I diversi destini dei suoi genitori raffigurano lati opposti della cultura: “Un artista maschio, tradizionale, un’attrice donna: uno che guarda, l’altra che è guardata”. </strong></p>
<p>Linn ricorda l’amore disperato verso la madre, da bambina. “Ero follemente innamorata di lei. Non solo per la sua incredibile bellezza, e ne scrivo di quella bellezza: quanto era vivida, presente, forte quella bellezza, e quel desiderio, immenso, immeditato. <strong>Quando sei bambino non hai le parole per descrivere quell’amore; quando sei adulto, ti è chiaro che quell’amore è disperato, sei consapevole che se quella persona sparirà, morirai anche tu. Non potresti vivere”.</strong></p>
<p>Non è facile essere la figlia di una donna che lavora nel cinema, negli anni Settanta, nata da una relazione clandestina, che vive sotto gli occhi indagatori del pubblico. Linn odiava i paparazzi, le fotografie in cui compariva anche lei, sui giornali, come fosse una cartolina. “Non volevo essere una bambina. Non sapevo cosa significasse essere una bambina. Mi vergognavo di essere una bambina”. Verso la fine del libro, la ragazza di 16 anni parte per Parigi, da sola. Ciò che accadrà è la base del secondo volume di quella che la Ullmann immagina come una trilogia. “Il ritratto della ragazza si ferma qui. Non va oltre e non esplora il legame tra madre e figlia. L’incontro accadrà più tardi. Lo scriverò”.</p>
<p>Quando <em>Unquiet</em> è stato pubblicato in Norvegia, una giornalista ha telefonato a Linn Ullmann, chiedendole se potesse dedicarle “cinque minuti” per esaminare quanto la finzione del libro si discostasse dalla verità della sua vita. Lei si è messa a ridere. Cinque minuti. Non sarebbe nemmeno il principio. In effetti, questo è il lavoro di una vita.</p>
<p><strong><em>Alex Clark</em></strong></p>
<p>*<em>L’articolo è stato pubblicato in origine <a href="https://www.theguardian.com/books/2020/aug/29/it-was-as-if-all-the-windows-of-his-mind-had-opened-up-my-father-ingmar-bergmans-last-project" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “Guardian”, qui</a></em></p>
<p>**<em>In copertina: Ingmar Bergman e Liv Ullmann: la figlia Linn nasce nel 1966</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bergman-linn-ullmann-romanzo/">“Era come se le finestre della sua mente fossero tutte spalancate di modo che tra realtà e immaginazione, tra fatti e sogni non riusciva più a capire la differenza”. Linn Ullmann: il romanzo sul padre, Ingmar Bergman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>È stato Gesù e l’esorcista, Knut Hamsun e il cavaliere che gioca a scacchi con la Morte. Sia lode a Max von Sydow, lo “Stradivari” di Ingmar Bergman, il più nobile attore del cinema mondiale</title>
		<link>https://www.pangea.news/max-von-sydow-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 15:26:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Attore]]></category>
		<category><![CDATA[Ingmar Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[L'esorcista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traluceva aristocrazia il viso, una lama a spaccare l’aria, come fosse acqua. Classe 1929, avrebbe compiuto 91 anni tra un mese, è morto a Parigi, Max von Sydow, tra i grandi attori del secolo. In effetti, l’aristocrazia gli scorreva nel sangue: il padre, Carl Wilhelm, era etnologo e professore, la madre era baronessa; nato a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/max-von-sydow-ritratto/">È stato Gesù e l’esorcista, Knut Hamsun e il cavaliere che gioca a scacchi con la Morte. Sia lode a Max von Sydow, lo “Stradivari” di Ingmar Bergman, il più nobile attore del cinema mondiale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Traluceva aristocrazia il viso, una lama a spaccare l’aria, come fosse acqua. Classe 1929, avrebbe compiuto 91 anni tra un mese, è morto a Parigi, <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/max-von-sydow/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Max von Sydow</strong></a>, tra i grandi attori del secolo. In effetti, l’aristocrazia gli scorreva nel sangue: il padre, Carl Wilhelm, era etnologo e professore, la madre era baronessa; nato a Lund, von Sydow vantava avi giunti dalla Pomerania. <strong>Fu attore straordinario: Gesù per <em>La più grande storia mai raccontata </em>di George Stevens e padre Lankester ne <em>L’esorcista </em>di William Friedkin, per dire di pellicole d’opposto istinto. Ovviamente, è immortale il sodalizio con Ingmar Bergman, “è stato il primo e il migliore degli Stradivari che abbia avuto il pregio di avere tra le mani”,</strong> diceva il regista del proprio attore-feticcio. <img decoding="async" class=" wp-image-74027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/Il-settimo-sigillo-200x300.jpg" alt="" width="311" height="467" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/Il-settimo-sigillo-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/Il-settimo-sigillo.jpg 500w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" />“Ha avuto un ruolo fondamentale, originario nella mia carriera. Bergman impiega molto tempo per mungere emozioni dai propri attori. Crea un accumulo, che infine esplode – la tensione, infine, ti ammazza”, ha detto lui. Nel 1957 fu il cavaliere Antonius Block che gioca a scacchi con la Morte nel <em>Settimo sigillo</em>; con Bergman realizzò grandi opere, da <em>Come in uno specchio </em>a <em>Luci d’inverno</em>, da <em>L’ora del lupo </em>a <em>La vergogna. </em><strong>“Se mai esista un attore in grado di abitare il mondo creato da Bergman, esso non poteva avere che le fattezze di Max von Sydow. Corpo spigoloso, slanciato, viso scavato, occhi azzurri e cupi, incarnava la potenza e nello stesso tempo il senso di angoscia nordico, dando carne a visioni estremamente cupe ma perfino comiche”,</strong> scrive Robert Berkvist nell’ampio ‘coccodrillo’ dedicato a von Sydow <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/09/movies/max-von-sydow-dead.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dal “New York Times”.</a> Interprete finissimo, attento ai profondi moti della letteratura, nel 1996 interpretò Knut Hamsun nel film di Jan Troell; vent’anni prima fu il protagonista de <em>Il lupo della stella</em>, il film di Fred Haines tratto dal romanzo di Hermann Hesse. Attore in grado di interpretare l’ineffabile, è stato diretto da Francesco Rosi (in <em>Cadaveri eccellenti</em>, tratto da <em>Il contesto</em> di Sciascia, nel 1976), ha interpretato il Capitano Ortiz nel <em>Deserto dei tartari </em>di Zurlini, ha lavorato con Woody Allen (in <em>Hannah e le sue sorelle</em>), Wim Wenders (<em>Fino alla fine del mondo</em>), Sydney Pollack (<em>I tre giorni del Condor</em>). Eppure, l’accademia americana lo ha snobbato, relegandolo a una candidatura come Miglior attore protagonista nel 1989 e un’altra come Miglior attore non protagonista nel 2012, per <em>Pelle alla conquista del mondo </em>e <em>Molto forte, incredibilmente vicino. </em><strong>Capì tutto, subito: “Vorrei avere una scelta più ampia di ruoli nelle produzioni americane, come mi accade in Europa… ma si sa come funziona con il cinema americano, ti offrono soltanto copie esatte di ruoli che hai precedentemente interpretato con un certo successo”,</strong> disse nel 1983. Lo abbiamo visto in <em>Dune</em> di David Lynch (1984), in <em>Risvegli</em> di Penny Marshall (1990), in <em>Minority Report</em> di Steven Spielberg (2002); recentemente ha recitato un cammeo nello <em>Star Wars</em> di J.J. Abrams, <em>Il risveglio della Forza </em>(2015). Aveva una casa su un’isola nel Baltico, ha vissuto a Roma, alternava la celebrità alla solitudine. Devoto all’arte, si sentì un espatriato. “Non ho un posto che possa davvero chiamare casa. Ho perso le mie radici svedesi. Ho lavorato in così tanti posti che mi sento bene in molti posti. In Svezia, che strano, mi sento sempre meno a casa”. Parlava sempre con una tinta di nobiltà che ispirava rispetto, e un nodo cristallino di stupore.</p>
<p><em>*In copertina: Max von Sydow, Ingmar Bergman e Liv Ullmann in una fotografia dal set de &#8220;L&#8217;ora del lupo&#8221; (1968)</em></p>
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		<title>“Sarebbe nato un demente, un demone? Li avrebbe perdonati?”. Quattro anni dopo, ritrovo, in una mostra, un racconto perduto. Si parla di Ingrid Thulin e di una unione meravigliosamente illecita</title>
		<link>https://www.pangea.news/ingrid-thulin-un-racconto-ritrovato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jul 2019 08:33:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[artista]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
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		<category><![CDATA[Maria Cristina Ballestracci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’esperimento non ammetteva repliche né ritardi. Cosa avrà da dirmi, ora, un racconto che ho scritto allora, quattro anni fa? La domanda, resa ferina dal caldo, mi ha morso. L’antefatto è questo. Nel 2015 – era estate, credo – Maria Cristina Ballestracci, artista, mi chiede un racconto da accorpare a un suo lavoro. Il lavoro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ingrid-thulin-un-racconto-ritrovato/">“Sarebbe nato un demente, un demone? Li avrebbe perdonati?”. Quattro anni dopo, ritrovo, in una mostra, un racconto perduto. Si parla di Ingrid Thulin e di una unione meravigliosamente illecita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’esperimento non ammetteva repliche né ritardi. Cosa avrà da dirmi, ora, un racconto che ho scritto allora, quattro anni fa?</em></strong><em> La domanda, resa ferina dal caldo, mi ha morso. L’antefatto è questo. <strong>Nel 2015 – era estate, credo – <a href="http://www.mariacristinaballestracci.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Maria Cristina Ballestracci</a>, artista, mi chiede un racconto da accorpare a un suo lavoro.</strong> Il lavoro si chiama “<a href="https://www.oltrepassi201.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Oltrepassi 201”</a>. La Ballestracci ha raccolto, dalla spiaggia di Fiorenzuola di Focara – dove spira il dantesco “vento di Focara” – una sfilza di scarpe, abbandonate, risorte dal mare, chissà. Dall’abbandono, tramite opera di recupero artistico, si risale all’individuo: a 21 scrittori l’artista ha chiesto di abitare una scarpa. La scarpa che mi è stata affidata non è più una scarpa: è una piastra nera, la lingua essiccata di un rinoceronte. <strong>Il progetto, connesso a Matera 2019, vede i testi, tra gli altri, di Eraldo Affinati, Franco Arminio, Marcello Fois, Lina Colasanto, Nada, Marco Paolini.</strong> La Ballestracci, aiutata dalla giornalista Rai Giovanna Greco, ha fatto vagabondare il progetto in giro per l’Italia. Pensando a quei reperti masticati dal mare, non penso solo alla cronaca dilaniante dell’oggi, ma alle età dell’uomo: al soldato a Lepanto, all’oplita di Alessandro, alla donna accusata di stregoneria che tentava vie orientali alla scoperta dell’amare. Che cosa incatena l’uomo di oggi al suo se stesso, secoli fa? In ogni caso. Quattro anni fa ho donato all’artista un racconto, s’intitola “Ingrid”, poi ne ho perso le tracce, l’ho cancellato, per capire cosa sarebbe nato dal sepolto. <strong>Quando l’artista mi fa sapere che il suo progetto, insieme ai racconti degli autori, è esposto per esteso <a href="https://www.riminitoday.it/attualita/i-passi-dell-artista-maria-cristina-ballestracci-in-mostra-a-cervia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ai Magazzini del Sale di Cervia</a> – fino al 14 luglio</strong> – perforo il muro della calura, vado. Voglio vedere chi ero quattro anni fa. Che cosa ho scritto. Fotografo il racconto. Lo leggo. Lo rileggo. Il mio ritratto è sempre quello: uno che al posto del viso ha il buco di un chiodo. Sono sempre lo stesso, infine, perfino in quella millimetrica richiesta di perdono – e mi illudo, forse, di essere più feroce. ‘Lo stesso’ è il Credo, un Salmo, l’idiota. (d.b.) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ingrid</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Mio padre è morto da 25 anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo so. Oggi compio gli anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pensando di fare il bene, gli uomini compiono il male”. Non lo disse, regalò a se stesso questa frase. Suo padre era morto quando aveva dieci anni. Ma la verità sulla sua morte gli era stata rivelata dieci anni dopo. Suicidio. Allora, declinò la sorpresa, l’orrore, dicendo, “l’esito non cambia”. Da quel giorno imparò a mentire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’aveva portata a Farö, a visitare la casa di Ingmar Bergman. Il sole pietrificava la sua bellezza, la rendeva infinita. Le toccò il viso e pensò se sarebbe stato in grado di replicarlo, sul legno, sul vento. Era un viso che poteva sparire.</strong> Il mare aveva rigurgitato tronchi sulla spiaggia. Sembravano giaguari. Accucciati da un millennio, a proteggere i confini di una foresta azzurra. Immaginò l’era in cui i lupi trottavano su quell’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordi perché tuo padre ha voluto chiamarti Ingrid?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordamelo”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ingrid Thulin. La musa di Ingmar Bergman”. Compiva 25 anni. Il padre era morto il giorno della sua nascita. Un incidente casalingo, il gas, le dissero. Le dissero di averlo trovato di sbieco, sconvolto, con le gambe sul petto e le scarpe sulla faccia. Ricordò il particolare delle scarpe che coprivano per sempre il viso del padre. Sembrava nordica, il viso duro, ma era nata a Torino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Bergman era un sessuomane”, le disse. La sua carriera universitaria aveva avuto una svolta qualche anno prima, quando aveva scoperto una drammaturgia inedita di Ingmar Bergman. S’intitolava <em>La sorella del Papa</em>.</strong> Bergman immagina un pontefice che decida di ritirarsi in un convento, in un’isola del Nord. Insieme alla sorellastra, molto più giovane di lui, che gode a seviziare. La protagonista di questo film atroce avrebbe dovuto essere Ingrid Thulin. Per questa scoperta, gli avevano assegnato un corso all’Università di Torino e una cattedra a Stoccolma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dimmi perché ami ripetere il mio nome quando facciamo l’amore”, gli disse, nuda, più tardi. La notte costringe alle intimità, alle intimidazioni.</strong> Ma lui non le disse che lei, Ingrid, era la sua sorellastra. Ci aveva messo anni a trovarla, a sedurla. Era curioso. Se l’avesse messa incinta, il figlio sarebbe stato uguale a loro padre? Sarebbe nato un demente, un demone? Li avrebbe perdonati?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Ingrid Thulin (1926-2004). Scoperta da Ingmar Bergman, che la vuole per “Il posto delle fragole”, è una delle sue attrici-feticcio. Tra i film ricordiamo “Luci d’inverno”, “L’ora del lupo”, “Sussurri e grida”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ingrid-thulin-un-racconto-ritrovato/">“Sarebbe nato un demente, un demone? Li avrebbe perdonati?”. Quattro anni dopo, ritrovo, in una mostra, un racconto perduto. Si parla di Ingrid Thulin e di una unione meravigliosamente illecita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2019 07:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Rondoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Ingmar Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Mirabilia Dei]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Fateci lavorare ‒ noi vogliamo lavorare ‒ io voglio lavorare ‒ ma lavorare veramente, non per darci il contentino». Eccole le parole che fanno nascere le opere. Che mettono in moto l’uomo. Lo allarmano, per costruire qualcosa di buono, per sé e per gli altri. Quando un disabile chiede di poter lavorare, non si dovrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/">“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>«Fateci lavorare ‒ noi vogliamo lavorare ‒ io voglio lavorare ‒ ma lavorare veramente, non per darci il contentino». Eccole le parole che fanno nascere le opere. Che mettono in moto l’uomo.</strong> Lo allarmano, per costruire qualcosa di buono, per sé e per gli altri. Quando un disabile chiede di poter lavorare, non si dovrebbe più avere il coraggio di opporsi. Perché si aprono infinite prospettive. A partire da quel desiderio, da quella severa richiesta brinata di rose bianche, nascono cooperative. A partire da quella lontana domanda, grazie ad essa, io, oggi, posso avere un lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da una delle mie cento vite, emergono particolari scorretti. Diciotto anni fa ‒ a pensarci, un’altra era, quasi brillo di austerità corrotta ‒, salgo su un’auto guidata da uno che lavora per la tv in Mediaset. La moglie è innamorata persa della scrittura. O, degli scrittori? </strong>Siedo dietro, accanto a Davide Rondoni. Siamo a Milano. Ci fermiamo in via Zebedia. Il poeta di Forlì, si siede a un tavolino, di fronte a una chiesa, e beve birra. Se fossi stato più lucido, probabilmente oggi come allora avrei fatto carriera? Ma avere la verità nel sangue ti porta a percorrere altre strade. La verità ti fa il sangue blu. Ecco, cosa intendeva forse mio padre, quando parlava della nostra discendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>‒ Questo significa che lo stile della morte è lo stile della vita, diceva Borges a Liliana Heker&#8230; <em>Fare letteratura significa aspettare che qualcuno ti venga a trovare durante la notte</em>, mi sussurra Luca Doninelli da epoche lontane, che sembrano pulsare ancora nelle mie vene. Sì. Ho conosciuto questo e quello. E molti altri. E non ho mai ricevuto favori. Anzi. Tante pedate.</strong> Ciò che dissi ‒ con orgoglio ‒ a un muratore, tempo fa, si rivelò fondato: io mi faccio da solo. Non ho mai avuto aiuti. In nessuno dei tantissimi lavori che ho fatto nella mia vita; men che meno in letteratura. Anzi, sarebbe un guaio, in letteratura; sarebbe la fine dell&#8217;opera&#8230; In due parole, morirò scrivendo. Me lo auguro. Come i pianisti più fortunati, s&#8217;accasciano sul pianoforte. Si può desiderare qualcosa di meglio? Mio padre è morto mentre stava lavorando. La poesia è il mio centro, io, che centro, come Rilke, non ho. Che folgorazione straordinaria. È la stessa identica cosa che domandare di lavorare. Detto fatto, io lavoro due volte: in cooperativa e per la pagina bianca. Fatemi lavorare, dunque, perché ne ho voglia! Perché ho voglia di conversare anch&#8217;io con qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Fai ciò per cui sei nato. Sii ciò che scopri di essere. ‒ Mi dice la vocina silenziosa, davanti alla tomba del babbo, in una domenica mattina goffa di vento e zuppa di commozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Offro la fatica del mio talento, ogni giorno. La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io voglio essere pronto a riceverlo, questo barbone straniero.</strong> Non devo essere impreparato all’inquisizione della tradizione. Sapere di fare la cosa giusta, è l&#8217;ostinazione da perseguire ad oltranza. Dico sì, come Pietro, a morire nel deserto. Senza aspettarmi nulla da nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà meglio scomparire, dunque. Fare arte. Punto e basta. Come mi consiglia il saggio S. Il quale, però, continua ad aprirmi nuove prospettive, tra immortalità, dubbi suoi sulla fede, e presenza pur nella mancanza. <strong>Sono un uomo fortunato. Conoscere in cooperativa un nuovo collega e amico, che mi spalanca quesiti cosmici, non è mica roba da tutti i giorni. </strong>Al lavoro, dove ormai pare pensino unicamente alla produzione, a fare cassa, a trasformarci in efficienti operai giapponesi ‒ spero si accorgano dell’abbaglio ‒, e sempre meno a parlare con noi (quando invece ce ne sarebbe tanto bisogno), S è un’àncora di salvezza; una boa che galleggia a vista. Ad avercene di amici inadatti come lui. Da grande esperto di cinema qual è, mi dice che: una volta morto il genitore, non ci si libera della sua presenza. <strong>Inaspettatamente e con fervore, Ingmar Bergman fa cucù, tra frustrazioni da lavoro, e effervescenti desideri dell’anima di capire dove può portarci realmente la nostra vita, tanto misera e misteriosa da essere ingoiata assieme a un trancio di pizza.</strong> Insomma. Una mancanza che si fa presenza. Come il grande assente, nella sommaria cella dove scrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’altronde ‒ che epoca stramba, di certo non è l’era del ferro ‒ tutti vogliono che tu, poeta, li raggiunga. Non importa se vicini o lontani. Tutti ti bramano. Basta, ovviamente, la tua presenza, fino alla fine dello show. </strong>Poi, puoi anche sparire; anzi, sarebbe meglio, la cosa è ben accetta. Non sia mai che tu ti fermi pure a mangiare una pizza con noi. Perché con noi, ci stiamo solo noi. Fine ragionamento da marchetta: morti impostori, che fingono pure di non averti invitato, con quei fantastici silenzi ammorbano la coscienza. Allora vi apostrofo, gentili signori e dame dei salotti! Siete sicuri di avere un&#8217;ombra? No, dico, io ho un’ombra che avvampa come fuoco. Forse voi vi spaventate, quando camminate soli la sera, in quell’attimo in cui la luce te la fa sovrapporre. Cosa? L’ombra! È quando si sdoppia, per ricongiungersi: in quel frangente, si ha paura. Istinto d’altro. L’ombra è la prova evidente per un poeta di possedere, a tratti, la verità. Ne deduco che, avere in destino una vita simile a quella di Giobbe ‒ quello della Bibbia, per intenderci ‒ è un privilegio. Perché tutti, prima o poi, attraversiamo quel qualcosa chiamato malattia. E, avere una morte propria, morire cioè nel solco della pagina bianca, farsi lettera, sarebbe alta onorificenza.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Che tutti vogliono qualcosa da te, poeta, non è mica detto. Tu, invece, cosa pretendi da te stesso? È la domanda che l’ombra di Dino Campana, oggi, sovrappone alla mia impazienza verbosa.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Fateci lavorare! È la risposta. Che come eco risuona in cooperativa ogni qualvolta io vedo S. Un uomo che ha avuto l&#8217;ardire di chiedere ‒ cosciente o meno ‒ un compimento alla sua vita. Senza S e tanti altri, che in passato hanno fatto la stessa richiesta, questa storia oggi non si potrebbe raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piuttosto. Se C fosse ancora qui da noi, le cose andrebbero sicuramente meglio. O mendichiamo noi un aiuto, altrimenti parlare dei nostri problemi diventa un problema. Si prova un’assenza inevitabile. C, invece, parlava con tutti. Eccome.</strong> A volte ti anticipava pure, da quanto era brava a capire, guardandoti, che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ci conosceva uno ad uno. Amava le nostre fragilità. Fare il nostro bene, era il suo mestiere. Diceva spesso che: spendere una mezz’ora parlando insieme ‒ dopo, una volta risolto o alleviato il problema ‒, ci avrebbe fatto rendere sul lavoro il doppio o il triplo. Ed era vero. Accadeva. Aveva una sorta di poesia, in lei, della quale un giorno, per somma stima, mi fece dono&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Ingmar Bergman</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-per-pangea/">“La letteratura è quel qualcuno che puzza d’altro. E io non devo essere impreparato all’inquisizione”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Sia onore, ora, a Bibi Andersson: con lei è morto definitivamente il cinema di Ingmar Bergman (un tempo, l’abbecedario del buon europeo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2019 10:06:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un segno di immancabile nitidezza. Dieci anni fa un ictus le toglie la voce. Nella mia mente romanzesca è Ingmar Bergman, morto nel 2007, che le ruba i verbi, le parole, l’ugola. In sua assenza, lei, Bibi, non può parlare. * Dire che è morta Bibi Andersson significa ribadire che Ingmar Bergman, nato un secolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bibi-andersson-morta-ingmar-bergman-testo/">Sia onore, ora, a Bibi Andersson: con lei è morto definitivamente il cinema di Ingmar Bergman (un tempo, l’abbecedario del buon europeo)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un segno di immancabile nitidezza. Dieci anni fa un ictus le toglie la voce. <strong>Nella mia mente romanzesca è Ingmar Bergman, morto nel 2007, che le ruba i verbi, le parole, l’ugola.</strong> In sua assenza, lei, Bibi, non può parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dire che è morta Bibi Andersson significa ribadire che Ingmar Bergman, nato un secolo fa, è definitivamente morto.</strong> Chi li vede i suoi film, ora, un tempo l’abbecedario per l’educazione alla tenebra di ogni buon europeo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In un articolo recente sulla <em>New York Review of Books </em>Daniel Mendelsohn ragiona intorno a <em><a href="https://www.nybooks.com/articles/2019/04/18/ingmar-bergman-novelist/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ingmar Bergman, Novelist.</a> </em>Nel mondo anglofono l’editore Arcade pubblica i libri di Bergman, <em>Con le migliori intenzioni, Conversazioni private, Nati di domenica. </em>Insieme a pochi altri – Herzog, ad esempio – Bergman è un regista che sa scrivere. Decritta i destini, li compone e li scinde a suo piacere. Così ha fatto con Bibi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vita cinematografica di Bibi Andersson è consustanziale alla filmografia di Ingmar Bergman.</strong> Da <em>Il settimo sigillo </em>a <em>Il posto delle fragole</em>, da <em>Scene da un matrimonio </em>a <em>Persona</em>, il capolavoro. Un volto di indecorosa bellezza, quello di Bibi, certo, ma sono gli occhi che ti spossessano, che ti riempiono il corpo di cani.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Desiderarla è un’algebra, raggiungerla, mai – perché è irraggiungibile e immortale, </strong>Bibi, da cui qualcuno ha munto tutte le parole, dieci anni fa, e ora setaccia il corpo per ricalcarlo nell’aldilà. Una bellezza dedicata all’opera di un genio, Bergman, un cruccio in marmo per lui, che feriva tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scrissi <a href="http://www.teatroermetenovelli.it/il-cartellone/stagione-2017-2018/ingmar" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ingmar </em></a>per il teatro, apparve anche lei, tra le donne vampirizzate da Bergman, sessomane dell’arte. Ricalco alcune parti, perché dal pozzo giunge infine la gioia. Ciao, Bibi. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingmar Bergman e la moglie, Ingrid von Rosen, sono seduti ciascuno su una sedia. Le loro sedie sono una contro l’altra, si fronteggiano di schiena. Può darsi che nel corso dell’azione Ingmar sia quello che si alza e si muove, esagitato, esagerato; mentre Ingrid resta sulla sedia, compiendo atti lenti e miracolosi, incide un legno, ad esempio, disegna. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingmar</em>: <strong>Il matrimonio è una lotta pattuita. Prima si uccide silenziosamente, attraverso la tattica dei sorrisi e dei baci sulla fronte. Poi si ingurgita, si digerisce, si caga. Matrimonio, amore: tutto cagato via</strong>, un cibo delizioso dà come compimento la merda. L’altra volta, l’ho detto, a Ingrid, “sai qual è l’unico atto erotico che ci cinge? Tagliare l’insalata. Ti vedo fremere perché speri che mi mozzi il dito. Il sangue riuscirà a farmelo tornare duro. E tu, tu saprai elevare le tue voglie che ora come ora sembrano sponsorizzate dal catechismo della Chiesa cattolica”. <strong>L’unico godimento nello sposarsi è trasformare il sussiego in sottomissione, obbligare la sposa all’osceno, provocare il disgusto. E quando lei mi avrà finalmente odiato con tutta se stessa, riconquistarla. Lasciarsi alla lascivia della dolcezza.</strong> Lisciarla. Farsi domestico struzzo, seppellire i rancori nella sabbia, lasciarsi frollare. Concedergli di credere che sia lei ad avere dominio, ora. Leccarla. Come un cane. Viziare le sue voglie, camminando per la stanza a quattro zampe. E quando lei riconoscerà di non amare altra carne che la mia&#8230; Corromperla, distruggerla, sottometterla. Si ama soltanto nella lotta – soltanto torturati dalla colpa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingrid</em>: Una, cinque, dieci, cento donne Ingmar ha portato a Faro, pronunciando, come solo lui sa fare, dolcissime parole di eternità. <strong>A me ha detto le stesse parole che ha detto a Liv e a Gun, a Else e a Ingrid, a Liv e a Bibi, senza badare al contenuto di quelle parole, ma soltanto alla risposta, alla reazione che ho avuto, che abbiamo avuto.</strong> E valutando, giudicando queste diverse reazioni, come un dio vendicativo ma sorridente valuta le pene da distribuire a seconda della voracità con cui gli si obbedisce. Faro è bellissima, violenta. Ingmar ha bisogno di un’isola, della clausura, di rapporti esclusivi. Ingmar avvolge come una coperta sul viso. Soffoca, uccide. Ma alla fine è lui il primo a fuggire. <strong>Non ha bisogno degli uomini perché pensa, maliziosamente, di saper creare tutti i possibili sentimenti e pensieri dell’umanità. Ingmar pretende gli applausi anche quando sbaglia, anche quando è orribile. Come si può non compatire un uomo che per girare un film ha bisogno di dominare, psicologicamente e fisicamente, tutte le attrici?</strong> In modo che loro, in scena, come prostitute, come amanti perdute, debbano convincere il regista di essere le più belle, le più desiderabili, le più brave – anche a letto? “Il set di Ingmar è un harem”, ha detto Bibi Andersson. “Mi ha fatto sentire una donna immortale – e una troia”, ha aggiunto. La differenza tra me e loro, le troie, è che io so tutto, amo la mostruosità di Ingmar. Lui crede di usarmi – io lo accontento. Ingmar crede di spiarmi, ma sono io a compiere una spietata indagine del suo cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingmar</em>: L’opera d’arte accade solo da un nucleo radioso di rabbia. Bibi e Liv sono state eccelse per un’unica ragione: le ho scopate entrambe. <strong>Stavo con una dopo essere stato con l’altra. La rivalità ha fatto emergere la loro arte: non recitavano, lottavano. Per avermi. Per possedere il mio compiacimento, il mio sorriso. “Voglio avervi entrambi”, dissi. Le avevo chiuse in una sala.</strong> Buia. Vuota. I nostri guaiti ingigantiti dalle pareti sembravano una corsa di lupi. Due donne nude, un uomo, una stanza cieca, buia: non è questa la Genesi, l’inizio, il principio del mondo? Loro si mordevano. Ricordo che Bibi azzannò Liv al collo; Liv mozzò un pezzo di labbro a Bibi. Le scopai insanguinate. Il giorno dopo le feci portare all’ospedale, con la scusa di un “incidente di lavorazione”. La luce le trasformò, tornarono angeliche. Di una bellezza diafana, violentata. Se non fosse per il loro antagonismo, per la mia cattiveria, non esisterebbe <em>Persona</em>, un capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingrid</em>: Morirò. Qualcosa mi distrugge dalla pancia, dallo stomaco. <strong>Pare che lo stomaco si sbriciolerà come un ghiacciaio – io svanirò, scivolerò per la stanza, come acqua. Ingmar accompagnerà i rivoli del mio corpo con una scopa, sparirò nel rubinetto di una doccia. Per una volta, anch’io, sarò indecifrabile.</strong> “Mi danno il voltastomaco”, così, una volta, brutalmente, ho detto a Ingmar. I tuoi film, le tue opere immortali, mi danno il voltastomaco. Ora l’opera di Ingmar si è rivoltata contro di me – mi scassa da dentro – mi uccide. Quando ancora stavo con Jan, ma la mia bellezza diventò una sfida per Ingmar, gli scrissi. “Ho un bisogno estremo che la mia vita sia eccezionale – ti prego aiutami a non concentrarmi sempre sul male”, gli scrissi. Lo imploravo a convertirsi. Probabilmente, sperai che per me Ingmar abbandonasse il cinema, che io fossi tutto, una vita sufficiente. Ho ritrovato qualche giorno fa quel biglietto. Insieme ad alcuni vecchi biglietti del treno, Ingmar lo teneva in un libro che non ha finito di leggere. È l’unico biglietto che ho osato scrivere a Ingmar – la tenerezza, se non si volta in erotismo, lo irrita. Ora, morirò. Dicono che questa è una prova – ma chi mi mette alla prova, a che pro, perché?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingmar</em>: <strong>Morirà. E con lei spero che muoiano i miei figli. Insieme a lei. I figli sono sigilli di carne che non ho desiderato. Li ho donati. Come fa un re, un dio. Ti dono il mio sperma perché la tua stirpe sia numerosa come le stelle del cielo. </strong>E perché tu non mi rompa più le palle. Un gorgo di carne, un ragù, una pappa carnale che precipita nello scolo del tempo: Ingrid, Maria, Bibi, Liv, Else, Ellen, Gun&#8230; Non le sopportò più – le conosco così bene – è così banale l’uomo. Altro che abisso, vertigine insondabile e vergine, innominato mistero: l’uomo non è un rebus, ma un repertorio di ovvietà, sappiamo che toccando un muscolo, esso scoccherà in quella direzione, che una parola determinerà quel particolare gesto. C’è più intelligenza in un gatto, in un albero che in un uomo. Non mi eccitano più le loro reazioni alle mie meccaniche cattiverie: so già tutto, potrei recitare la vita di ognuno di loro, uno per uno. Eppure, continuo a stimolarli – per abitudine, penso. La vita è questi sentimenti fossili, insopportabili. Vorrei che morissero tutti. Nell’isola di Skull, in Irlanda, ho conosciuto un frate. Non aveva paura della povertà e aveva le dita scorticate. Anche le labbra. Nere. Gonfie. Ustionate da una parola di troppo, forse. “Da quando Dio si è incarnato diventando Gesù, la carne è il mezzo e il metro della nostra salvezza, ne è il misterioso tramite. Anche il male implicito nella carne, perciò, è tramite di gloria”. Mi ha detto questo. Poi andò, a quattro zampe, nella cella che si era fabbricato tra le rocce. Se la carne è sacra voglio scopare tutto il giorno. Ma non mi viene più duro. Voglio che Ingrid muoia come vorrei morire io, voglio che sparisca dalla mia vista, voglio liberarmi di me stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(silenzio)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Innocenti. Vuol dire che siamo innocenti da duemila anni e non lo sappiamo? Che Gesù è passato come un fuoco, sradicandoci dal male. Siamo innocenti anche quando lo crocefiggono. </strong>Innocenti anche quando uccidiamo. Innocenti e irresponsabili.</p>
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		<title>Da Ingmar Bergman a Osamu Dazai, da Bret Easton Ellis ad Antonio Tabucchi, Beppe Fenoglio e James Ellroy, 9 scrittori italiani confessano i loro debiti letterari (stuzzicati da Matteo Fais)</title>
		<link>https://www.pangea.news/scrittori-debiti-letterari-matteo-fais-paolo-di-paolo-bergman/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2019 06:54:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Nessun autore si sveglia la mattina e scrive”: ecco uno dei pochi insegnamenti significativi che abbia ricevuto a scuola. La considerazione è incontestabile. Ogni testo si rivela, infatti, nella sua essenza, un ipertesto. È costituito di rimandi e può, almeno potenzialmente, fungere da rimando per chi lo leggerà. Con buona pace di coloro che pensano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittori-debiti-letterari-matteo-fais-paolo-di-paolo-bergman/">Da Ingmar Bergman a Osamu Dazai, da Bret Easton Ellis ad Antonio Tabucchi, Beppe Fenoglio e James Ellroy, 9 scrittori italiani confessano i loro debiti letterari (stuzzicati da Matteo Fais)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Nessun autore si sveglia la mattina e scrive”</strong>: ecco uno dei pochi insegnamenti significativi che abbia ricevuto a scuola. La considerazione è incontestabile. <strong>Ogni testo si rivela</strong>, infatti, nella sua essenza, un <strong>ipertesto</strong>. È <strong>costituito di rimandi e può, almeno potenzialmente, fungere da rimando per chi lo leggerà</strong>. Con buona pace di coloro che pensano di poter vivere alieni da qualsiasi legame, ognuno di noi e quindi ogni scrittore ha padri, madri, figli – spesso vastissime parentele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si decide di scrivere un romanzo è praticamente impossibile, al netto della volontà che sempre dovrebbe animarci di essere originali e non epigoni, non prendere a modello chi ci ha preceduti</strong>. Vuoi per lo stile, la forma, il contenuto, la struttura, anche quando non lo dichiariamo, c’è ogni volta della farina che non proviene dal nostro sacco nel momento in cui ci mettiamo a impastare una storia. Per questo abbiamo chiesto a <strong>nove autori</strong> di <strong>rivelare il nome di una o più opere che abbiano avuto una spiccata influenza su uno dei loro romanzi</strong>. Niente di troppo indiscreto ma, com’è buona tradizione in ogni paese italiano, viene naturale domandare “ma tu di chi sei figlio?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Osamu Dazai e Matteo Fais</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il legame tra il mio <em>Storia Minima</em> e <em>Lo squalificato</em> di Osamu Dazai è, per così dire, postumo e trascendentale – spero che la cosa non suoni troppo new age. <strong>In soldoni, non avevo letto il libro in questione prima di scrivere il mio. <img decoding="async" class=" wp-image-66561 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31-300x226.jpg" alt="" width="279" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31-300x226.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31-768x578.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31-1024x770.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31-1320x993.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-1-31.jpg 2042w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" />Eppure, <em>Storia Minima</em>, come ho scoperto successivamente, è un po’ la versione europea, a settant’anni di distanza, di uno dei più bei testi maledetti che si siano mai scritti all’altro capo del mondo.</strong> Entrambi i nostri personaggi sono radicalmente estraniati rispetto al contesto sociale che li circonda. Yozo e il mio protagonista senza nome rifiutano la logica alienante del lavoro a ogni costo –  il secondo vi è in parte costretto, visto che non lo trova e rientra per tal motivo nella categoria dei cosiddetti “scoraggiati”. Sia l’uno che l’altro non riescono a intrecciare relazioni stabili, un po’ per assenza di attitudine, un po’ perché la struttura relazionale negli universi intorno a loro sta da tempo andando in pezzi e questi ne hanno una intima e disturbante, più o meno conscia, consapevolezza. Sono, insomma, due caratteri che “non ce la possono fare”, come si suol dire. La condanna di un tempo di decadenza pesa su di loro, unito all’oscura percezione che la vita sia in fondo invivibile e non se ne possa uscire sani e salvi – sia io che l’autore giapponese, con l’esistenzialismo, ci andiamo a nozze. <strong>Incapacità nello stare al mondo, tormento e al contempo una strana macabra ironia segnano i nostri testi così lontani eppure inspiegabilmente vicini. Lui è stato tradotto in italiano, io spero un giorno di vedermi trasposto in ideogrammi.</strong> Per il resto, l’autore si è suicidato il giorno del suo trentanovesimo compleanno. Scusate, dunque, se, con qualche anno in meno, non mi spingo oltre con le possibili analogie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matteo Fais</strong> è nato a Cagliari, nel 1981. Ha scritto su diverse riviste. Al momento, è collaboratore fisso di “Pangea.news” e “VVox Veneto”. Il suo esordio letterario è avvenuto con <em>L’Eccezionalità della regola e altre storie bastarde</em>, Robin Edizioni. Per lo stesso editore ha pubblicato di recente <em>Storia Minima</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tommaso Di Ciaula, Beppe Lopez e Francesco Dezio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volendo individuare una genealogia letteraria ai romanzi che ho scritto – titoli che hanno contribuito a formare la mia poetica, se così si può dire –, <strong>uno sarebbe sicuramente <em>Tuta Blu</em> di Tommaso Di Ciaula (Feltrinelli 1978).</strong> Un romanzo che, in modo diaristico (oggi parleremmo di memoir), narra ire, ricordi e sogni, di un metalmezzadro (colui che si divideva tra il lavoro nei campi e la fabbrica). <strong>Ciò che mi colpì, all’epoca, fu la freschezza del linguaggio – schietto, immediato e modellato sull’oralità – che senza mediazioni intellettualistiche raccontò la realtà in cui vivevano gli operai del sud Italia post boom economico.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-66562 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9-300x150.jpg" alt="" width="376" height="188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9-300x150.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9-768x384.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9-1024x512.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9-1320x660.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-2-9.jpg 1799w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" />Lo faceva mettendo insieme frammenti di esperienza, cronache, considerazioni sulla politica di quegli anni, incazzature e soprattutto slanci lirici e visionari di un mondo rurale che stava sparendo o perdendo di identità in favore di un’industrializzazione che, fin da allora, si stava svolgendo in modo raffazzonato, incerto e all’insegna del familismo amorale. Degno di nota è il fatto che a pubblicarlo fu un editore come Feltrinelli, all’epoca in prima linea nel dare voce (anche) agli irregolari e non professionisti della scrittura (il popolo) che, fuori delle categorie borghesi, avevano una verità forte da sparare in faccia al mondo (per dirla alla Demetrio Stratos). Le parole di Tommaso trovarono spazio in una collana, “I franchi narratori”, voluta da Nanni Balestrini – davvero altri tempi. Il libro, uscito poi dal catalogo Feltrinelli, è stato ripubblicato da un piccolo editore veneto, Zambon. Al momento, che io sappia, è tornato nuovamente fuori catalogo. <strong>L’altro fratello letterario è, invece, Beppe Lopez, l’autore di <em>Capatosta </em>(Mondadori, 2000). Il libro è concepito come una cronaca familiare: intorno agli anni Trenta, in un quartiere popolare di Bari, nasce Ianguasand’, soprannominata Capatosta</strong>, figlia non voluta di Donna Sabbedd’, la rancorosa madre che a lei attribuirà la responsabilità di ogni sorta di sventura, tra cui la morte del marito. Ciò che rende questo romanzo un classico della narrativa italiana contemporanea è il pastiche stilistico – un italiano arditamente imbastardito col dialetto barese – che non ha nulla da invidiare a quello di Gadda, Pasolini, Verga o Raffaele Nigro nei <em>Fuochi nel Basento</em>. È un Sud inaudito quello narrato da Lopez, né contadino, né borghese, né operaio, né cittadino, né magico, né metropolitano (dalla postfazione alla riedizione per Besa, perché anche questo capolavoro è scomparso per un po’: è un destino peggiore di quello degli Atridi, il nostro).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Dezio</strong> è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto nell’antologia <em>Sporco al sole. Racconti del sud estremo</em> (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo <em>Nicola Rubino è entrato in fabbrica</em>, opera che inaugura una nuova stagione della cosiddetta letteratura industriale e ora riproposta da TerraRossa Edizioni. Del 2014 è la sua prima raccolta di racconti, <em>Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta</em> (Stilo), diversi dei quali già apparsi su quotidiani e riviste. Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit, su Rai Radio 3. Ha collaborato con “l’Unità”, “la Repubblica-Bari”, “Corriere del Mezzogiorno”. Il suo ultimo romanzo è <em>La gente per bene</em> (TerraRossa Edizioni, 2018).</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>James Ellroy e Adriano Angelini Sut</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se devo indicare un libro, un romanzo, che abbia influenzato in maniera determinante il mio gusto letterario, non ho dubbi: <strong><em>American Tabloid</em> di James Ellroy. Si tratta del primo di una trilogia di romanzi che l&#8217;autore di Los Angeles ha dedicato agli Stati Uniti, la <em>Underworld USA Trilogy</em> (il secondo è <em>Sei Pezzi da Mille</em>, il terzo <em>Il Sangue è Randagio</em>). È la ricostruzione ossessiva e a tratti visionaria della storia americana, dal 1960 all&#8217;assassinio di John Fitzgerald Kennedy. </strong>Nella storia si muovono personaggi reali le cui gesta romanzate rimettono in scena gli avvenimenti di quegli anni. <img decoding="async" class=" wp-image-66563 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3-300x231.jpg" alt="" width="254" height="196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3-300x231.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3-768x592.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3-1024x789.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3-1320x1017.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-3-3.jpg 1866w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" />Da J. Edgar Hoover, il temuto capo dell&#8217;FBI dell&#8217;epoca, ai leader del Ku Klux Klan. Dai boss della mafia italiana e messicana (Carlos Marcello, Sam Giancana), ai politici doc del tempo, soprattutto la famiglia Kennedy, a cominciare dal vecchio Joe Kennedy (col suo controverso rapporto con la mafia italiana di Chicago, nella roccaforte elettorale del Massachusetts). È, in particolare, lo stile che, per quanto mi riguarda, ha rappresentato un punto di svolta nella mia formazione mentale e letteraria. Uno stile che oserei definire ipnotico. Lì dove la ripetitività ossessiva di nomi, situazioni, frasi tronche, abbozzi di pensieri, flussi di coscienza, una punteggiatura minuziosamente rivoluzionaria (i periodi irrelati la fanno da padrone, con grande dispiacere dei professori di liceo), ti costringono a leggere trattenendo il respiro e spesso facendoti rischiare la trance. Sublime trance. <strong><em>American Tabloid</em> è stato anche la miccia che ha permesso alla mia scintilla creativa di dar vita al mio romanzo biografico del 2015, <em>Jackie </em>(Gaffi Editore), col quale ho ripercorso la storia di Jacqueline Kennedy, moglie di John Fitzgerald Kennedy e, secondo me, prima e unica vera First Lady della storia statunitense (imitata, malissimo, da tutte le sue eredi). </strong>Jackie si racconta dal letto di morte, in una falsa autobiografia scritta in prima persona e che, come <em>American Tabloid</em>, cerca di ripercorrere quegli anni da un punto di vista diverso: quello di una donna, esperta d&#8217;arte e simbolo della moda, del gusto e del look, amata e acclamata come una diva del cinema in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Adriano Angelini Sut</strong>, romano, traduttore e scrittore. Ha pubblicato nel 2009 <em>101 cose da fare a Roma di notte</em> (Newton Compton). Nel 2015 esce <em>Jackie </em>(Gaffi Editore), un romanzo biografico su Jacqueline Kennedy. Nel 2017 <em>Mary Shelley e la Maledizione del lago</em> (Giulio Perrone), la biografia romanzata su Mary Shelley. Nel 2018 è presentato allo Strega con il romanzo <em>L&#8217;ultimo singolo di Lucio Battisti</em> (Gaffi Editore). Ha collaborato con “Il Foglio” e “Radioradicale.it”. Collabora con www.atlanticoquotidiano.it. Fra le sue traduzioni, <em>Ogni Cosa è Maschera</em> di Janice Galloway (Gaffi); <em>Sex Trafficking</em> di Siddarth Kara (Castelvecchi); <em>Il programma</em> di  James Dashner (Fanucci).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beppe Fenoglio e Davide Rosso </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ebbe inizio con <strong><em>Un giorno di fuoco</em> di Beppe Fenoglio</strong>, la mia caduta da cavallo. Da quel momento in poi c’è stato un prima e un dopo, uno spartiacque tra la fitta nebbia in cui mi trovavo e la possibilità di intravedere qualcosa. Con quel libro mi si svelò un mondo e un modo di fare letteratura nuovo e più autentico, capace di narrare piccole storie in uno spazio geografico ristretto trascendendole al massimo grado. <img decoding="async" class=" wp-image-66564 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-4-2-300x235.jpg" alt="" width="262" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-4-2-300x235.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-4-2-768x602.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-4-2-1024x803.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-4-2-1320x1035.jpg 1320w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" />Capii, una volta per tutte, che avrei potuto raccontare quei pochi chilometri quadrati che percorrevo in tondo senza bisogno di allontanarmi troppo. Insomma, ero seduto sopra un tesoro e non lo sapevo. Fenoglio mi ha semplicemente aperto gli occhi. Della sua scrittura, due sono le peculiarità che prediligo e che ho fatto mie: il modo di trattare il paesaggio – in questo caso le Langhe – al pari degli altri personaggi della storia, una presenza viva e costante, capace di dare una svolta al racconto, partecipe e determinante; e la piccolezza delle storie narrate, il garbuglio dei sentimenti, il rancore, la grettezza, ma anche lo slancio eroico, epico, la forza d’animo, la lealtà, la purezza morale descritte con vivo realismo, con lucidità e spietatezza. Eventi che Fenoglio consegna al lettore con un’intensità bruciante, con una lingua netta e precisa, senza giri di parole, trasformando vicende all’apparenza insignificanti in qualcosa dal grande peso specifico. Per non parlare dell’attualità di certe sue storie. Basti pensare al racconto eponimo con quell’incipit fulminante: “Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta…”, il cui protagonista, stanco e vessato dalle tasse, potrebbe essere benissimo uno dei tanti imprenditori disperati alle prese con Equitalia. Ma non solo l’opera in sé, anche lo scrittore, l’uomo in carne e ossa, con la sua vicenda biografica, è stato un modello per me, e lo è tuttora. <strong>Ho sempre guardato con ammirazione il suo nobile provincialismo, la dedizione e il rigore con cui affrontava i suoi scritti</strong>, e la fede che nutriva nei confronti della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davide Rosso</strong> è nato a Cuneo il 25/10/1973. Nel 2017 ha pubblicato il romanzo <em>La perseveranza</em>, con la casa editrice Italic-Pequod di Ancona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piera Paolo Pasolini e Giuseppe Casa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chissà perché <em>Teorema </em>mi ricorda Massimo Recalcati mentre discetta sulla paralisi etica, sociale e culturale della famiglia moderna –  o meglio, la parodia che ne fa un comico in tv –  che con “Lacaaan” spiega: “All’uomo piace godere, all’animale no”. <img decoding="async" class=" wp-image-66565 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-5-300x229.jpg" alt="" width="259" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-5-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-5-768x587.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-5-1024x783.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-5-1320x1009.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-5.jpg 2012w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Attenzione: “tutto è simbolo”, ci avvisa il vate che c’è in Pasolini (torna in questo romanzo la scavatrice zampilla lacrime). <strong>Ma “i fatti”, che a me interessano e che per la prima volta mi mettono in sintonia con il poeta di Casarsa, per quel che riguarda il mio <em>Metamorph</em>, sono questi: un giovane Dio seduttivo e libertino non ben identificato è ospite nella bella casa di una famiglia borghese. </strong>C’è una descrizione scarna dei personaggi; capo famiglia indaffarato, moglie annoiata, figlio mezzo frocio, figlia minorenne viziata (ma tutti sicuri del posto che spetta loro in società), e infine la donna di servizio, mezza ninfomane e mezza mistica. L’ospite, come nei migliori capitoli di un film lynchiano, uno alla volta, si scopa l’intera famiglia, compreso la serva, e, quando sparisce, lascia tutti nel caos e nello sconforto. Dio è arrivato, tutti sono stati bene, ma non c’è stata Salvezza. Nessuna Redenzione. Alla fine il capo famiglia dona la sua fabbrica alla classe operaia e, estraneo a tutto, si allontana nudo in mezzo alla folla. Dove porta tutto questo? Non ci sono risposte a questa domanda, ma solo un urlo disperato nel deserto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Casa</strong> è nato a Licata, nel 1963. Ha scritto <em>Veronica dal vivo</em>, Transeuropa Edizioni, 1998; <em>In questo cuore buio</em>, Transeuropa Edizioni, 1999; <em>La notte è cambiata</em>, Rizzoli, 2002; <em>Superfish a Manhatthan</em>, Edizioni Interculturali, 2003; <em>Diario di Orvieto, Tondelliana</em>, Transeuropa Edizioni, 2004; <em>Men on men. Antologia di racconti gay</em>. Vol. 3, Arnoldo Mondadori Editore 2004; <em>Pit Bull. Cani che combattono</em>, Stampa Alternativa, 2008; La Donna Del Lago, Lite Editions, 2012; <em>Blues</em>, Koi Press, 2012; <em>Metamorph</em>, Foschi, 2013; <em>Io non sono mai stato qui</em>, Clown Bianco, 2017.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>John Barth e Cristò</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho scritto <em>L’orizzonte degli eventi</em>, un romanzo breve pubblicato nel 2011 da Il grillo editore, <strong>pensando a John Barth. <em>L’opera galleggiante</em>, <em>La fine della strada</em> e i suoi racconti pubblicati in Italia mi avevano stregato.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-66566 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-6-300x228.jpg" alt="" width="267" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-6-300x228.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-6-768x585.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-6-1024x780.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-6-1320x1005.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-6.jpg 1751w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" />La sua riflessione sulla presenza dello scrittore nella scrittura mi ha regalato l’idea per un personaggio che mi ha dato grandi soddisfazioni: Giovanni Bartolomeo (il protagonista del mio libro), uno scrittore anziano affetto dal morbo di Alzheimer che sta leggendo il libro che l’ha reso famoso. Purtroppo, però, non ricorda di averlo scritto lui e lo critica ferocemente ripetendo: «questo libro è una porcheria».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cristò</strong> (1976), barese, ha pubblicato <em>Come pescare, cucinare e suonare la trota</em> (Florestano), <em>L’orizzonte degli eventi</em> (Il grillo), <em>That’s (im)possibile </em>(Caratterimobili e Intermezzi), <em>La carne</em> (Intermezzi), <em>Restiamo così quando ve ne andate</em> (TerraRossa).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bret Easton Ellis e Andrea Campucci</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il pensiero moderno ha realizzato un notevole progresso col ridurre l’esistente alla serie di apparizioni che lo manifestano…”: così esordisce J.P. Sartre nella sua introduzione a <em>L’essere e il nulla</em>, gettando alle ortiche tutto quel fardello ontologicamente detestabile fatto di dualismi fra “interiore” ed “esteriore”, “fenomeno” e “noumeno”, “sostanza” e “accidente” e via discorrendo. Ora, la ricerca filosofica si è da sempre spaccata le corna nel tentativo di dare una veste a questo tipo di indagine e uno dei meriti dell’esistenzialismo è proprio quello di aver saputo prendere atto di quell’omogeneità che intercorre fra “essenza” ed “esistenza”. <strong>Ma facciamola corta. Quando Patrick Bateman, sciagurato protagonista di <em>American psycho</em> di Bret Easton Ellis, afferma, tra uno sgozzamento e qualche allegra amputazione, “quello che conta è la superficie, solo la superficie”, egli sembra far suo, su un piano esistenziale, quello che secoli e secoli di indagine filosofica hanno prodotto a livello epistemologico.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-66567 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-7-300x228.jpg" alt="" width="268" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-7-300x228.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-7-768x584.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-7-1024x778.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-7-1320x1003.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-7.jpg 1954w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Insomma, che sia una cena al Dorsia, un paio di scarpe Ferragamo, o la lingua di Bethany tagliuzzata con le forbici o il sangue che sprizza copioso dal corpo di Tiffany, ecco, fra le due categorie di “fenomeni” non c’è alcuna differenza. Le apparenze, le cravatte di seta Ermenegildo Zegna, le scarpe Paul Stuart, divengono della stessa materia dello sperma e del sangue, sono ontologicamente omogenee. Ed è qui che compare il comico, la risata dissacrante che esplode nel momento della giustapposizione, pirandellianamente intesa come dissonanza (si legga il saggio sull’umorismo), giustapposizione di cui i postmoderni hanno fatto una cifra stilistica. C’è tutto questo in un romanzo del calibro di <em>American psycho</em>, una lezione (naturalmente non l’unica in tutto quell’impiastro di autori che si sono svegliati con Don DeLillo, o Arbasino in Italia) che, appunto partendo dagli esiti scandalosamente nullificanti dell’esistenzialismo, ha saputo riconfigurare l’idea di narrazione come se quest’ultima non avesse nessuno scopo, nessuna impellenza sociale, raggiungendo così quell’ideale di perfetta inutilità che in fin dei conti è sempre stato il suo inespresso traguardo, e a cui anch’io, con il mio <em>Porn food</em>, ho cercato di avvicinarmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Campucci</strong> nasce a Firenze, nel 1983. Qui si laurea in filosofia e inizia a collaborare con vari editori. Nel 2009, tramite il sito ilmiolibro.it, esce il suo primo romanzo, <em>Naive</em>. È poi la volta di un saggio filosofico, <em>Nietzsche, la fine della ragion pura</em>, 2011, per l’editore Mimesis. Nel 2012 pubblica, per Arduino Sacco, la raccolta di racconti <em>Cupio dissolvi</em>, per poi arrivare, nel 2013, al romanzo <em>La scampagnata</em>, sempre per l’editore Arduino Sacco. Nel 2016 approda alla Leone edizioni con il romanzo <em>Plastic shop</em>. Per lo stesso editore, nel 2018, pubblica infine il romanzo <em>Porn food</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingmar Bergman e Davide Brullo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per scrivere cerco il cortocircuito del dolore, il nodo delle vipere, e metto il dito lì, senza alternativa che una reazione a morsi. <strong>Ingmar Bergman, il grande regista, era un traditore, un vampiro: nei film le sue amanti si azzannavano per dimostrare adesione di suddito.</strong> In <em>Persona</em>, ad esempio, sadicamente, Bergman mette in sfida, sotto l’occhio da voyeur della telecamera, Liv Ullmann, che da poco gli ha dato una figlia, e l’amante, Bibi Andersson. <strong>Siamo nel 1966, e in quell’anno Bergman è ufficialmente sposato con la quarta moglie, Käbi, una pianista, che segue Else, Ellen e Gun. Nello stesso tempo, prosegue la relazione con Ingrid, che ha conosciuto nel 1957, che sposerà nel 1971, e da cui, nel 1959, ha una figlia.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-66568 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-8-300x266.jpg" alt="" width="252" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-8-300x266.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-8-768x680.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-8.jpg 885w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" />La figlia, Maria, fu cresciuta da Ingrid nella casa del marito – anche lei era sposata, come Ingmar – a cui aveva dato tre figli: solo più avanti, ben più tardi, da ragazza, scoprirà che il suo vero padre era Bergman. Questo groviglio di “relazioni incomprensibili”, come scrive Bergman, trova tragica sintesi nel 1994: a Ingrid viene diagnosticato un cancro allo stomaco. L’episodio sconvolge il regista, che comincia a scrivere un diario. Contestualmente, la moglie, che morirà nel maggio del 1995, e la figlia, Maria, scrivono il loro diario. <strong>Nel 2004 Bergman pubblica questi materiali con il titolo <em>Tre diari. </em>Gesto a testimonianza di un amore estremo o estrema voluttà di un uomo ‘pubblico’, di un artista che spettacolarizza il proprio dolore? </strong>Proprio questo – contraddizione, vitalismo, morte, dolore che ammutolisce i mortali e raddoppia la lingua dell’artista – è il prediletto per scrivere un libro. Il libro, <em>Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka</em> prenda atto di questo diario anomalo e dell’anomalia del desiderio di Bergman: fare un film sull’opera di Kafka – ne scrive in <em>Lanterna magica. </em>Così, ho immaginato il soggetto e il diario scritto intorno a questo film ipotetico, ipnotizzante, gestendo il romanzo come un saggio, curato dalla figlia Maria. Ognuno ha i propri autori magistrali, che sono capitati senza opzione né scelta – io direi: Rudyard Kipling e la Bibbia, il libro dei Re, poi Dylan Thomas e Rainer Maria Rilke, Cormac McCarthy e Hermann Broch e Herman Melville – ma lì il dolore è dettato con suprema tenerezza (“Cerchiamo di vivere nel presente e non nel domani”; “Conterò i giorni fino a quando la serenità non scenderà su di noi (in un modo o nell’altro). Conterò i giorni, dovessi contare fino alla fine dei tempi” – e con tenaglia, nell’aspro e nel limpido.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka </em>(2015) fa parte del “Ciclo del Tradimento”, cominciato da <strong>Davide Brullo </strong>con la pubblicazione di <em>Rinuncio</em> (2014), proseguito con <em>Pseudo-Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro </em>e<em> Un alfabeto nella neve</em> (entrambi 2018). Dal romanzo l’autore ha tratto un testo teatrale, <em>Ingmar</em>, per Daniela Giovanetti e Silvio Castiglioni, che ha debuttato a Rimini nel 2018.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Antonio Tabucchi e Paolo Di Paolo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È curioso, ma posso ricordare il pomeriggio di marzo del 2001, quando mi presi una pausa dai compiti, per cominciare a leggere il nuovo libro di Antonio Tabucchi, appena uscito per Feltrinelli. <strong>Copertina bellissima, fotografia misteriosa di un abbraccio. Titolo molto tabucchiano: <em>Si sta facendo sempre più tardi</em>. Quando lessi il più breve dei racconti, <em>Lettera da scrivere</em>, ebbi forse per la prima volta questo pensiero: mi piacerebbe saper scrivere così.</strong> E sulle pagine del giornale scolastico, per gioco, provai a imitare quel racconto nei modi, nel tono, nella formulazione epistolare. <img decoding="async" class=" wp-image-66569 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/foto-9-300x229.jpg" alt="" width="259" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-9-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-9-768x585.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/foto-9.jpg 895w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Su quella linea di confine fra la scuola superiore e il mondo incognito del dopo, la lettura di quel Tabucchi (di cui avevo già amato molto <em>Sostiene Pereira</em>) mi spinse a immaginarmi più concretamente scrittore. E devo perciò riconoscere che un anno dopo, concentrandomi sull’impresa di una mia prima raccoltina di racconti, <em>Nuovi cieli, nuovissime carte</em>, Empiria, la fascinazione per quello stile – lirico, direi, liquido, avvolgente, musicale, molto “letterario” – ebbe un peso più che consistente. <strong>Imitavo, sì. Dico apertamente che imitavo. E quando Dacia Maraini, senza saperlo, nella generosa prefazione scrisse che le mie pagine ricordavano quelle di Tabucchi, sobbalzai.</strong> Tana. Aveva visto bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo Di Paolo</strong> è nato a Roma, il 7/6/1983. Nel 2003 entra in finale al Premio Italo Calvino per l&#8217;inedito, con i racconti <em>Nuovi cieli, nuove carte</em>. Ha pubblicato libri-intervista con scrittori italiani come Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria e Dacia Maraini. È autore di <em>Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi</em> (2007), <em>Raccontami la notte in cui sono nato</em> (2008). Ha lavorato anche per la televisione e per il teatro: <em>Il respiro leggero dell&#8217;Abruzzo</em> (2001), scritto per Franca Valeri; <em>L&#8217;innocenza dei postini</em>, messo in scena al Napoli Teatro Festival Italia 2010. Nel 2011 pubblica <em>Dove eravate tutti</em> (Feltrinelli, vincitore del premio Mondello, Superpremio Vittorini e finalista al premio Zocca Giovani), nel 2012 nella collana di ebook “Zoom” Feltrinelli <em>La miracolosa stranezza di essere vivi</em>. Nel 2013 con <em>Mandami tanta vita</em> (Feltrinelli), è finalista al Premio Strega 2013. Nel 2016 pubblica con Einaudi <em>Tempo senza scelte</em> e con Feltrinelli <em>Una storia quasi solo d&#8217;amore</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittori-debiti-letterari-matteo-fais-paolo-di-paolo-bergman/">Da Ingmar Bergman a Osamu Dazai, da Bret Easton Ellis ad Antonio Tabucchi, Beppe Fenoglio e James Ellroy, 9 scrittori italiani confessano i loro debiti letterari (stuzzicati da Matteo Fais)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Lars ha scoperto che i nazisti sono cattivi… “La casa di Jack” è il film più brutto di Von Trier (che ha voluto leccare un po’ il c**o a Cannes)</title>
		<link>https://www.pangea.news/lars-ha-scoperto-che-i-nazisti-sono-cattivi-la-casa-di-jack-e-il-film-piu-brutto-di-von-trier-che-ha-voluto-leccare-un-po-il-co-a-cannes/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2019 07:39:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Io amo Lars Von Trier, ci tengo a dirlo. Credo sia uno dei più grandi registi di tutti i tempi, secondo solo a Ingmar Bergman. Son gusti, è il mio modesto parere, ma l’amore non mi acceca, e senza fatica riesco a scrivere che La casa di Jack forse è uno dei suoi film meno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lars-ha-scoperto-che-i-nazisti-sono-cattivi-la-casa-di-jack-e-il-film-piu-brutto-di-von-trier-che-ha-voluto-leccare-un-po-il-co-a-cannes/">Lars ha scoperto che i nazisti sono cattivi… “La casa di Jack” è il film più brutto di Von Trier (che ha voluto leccare un po’ il c**o a Cannes)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Io amo Lars Von Trier, ci tengo a dirlo. Credo sia uno dei più grandi registi di tutti i tempi, secondo solo a Ingmar Bergman.</strong> Son gusti, è il mio modesto parere, ma l’amore non mi acceca, e senza fatica riesco a scrivere che <em>La casa di Jack</em> forse è uno dei suoi film meno riusciti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sono mai rimasta così indifferente dopo aver visto un film di Lars. Di solito ne esco sconvolta, ma mica per le scene di sesso o di violenza che spesso propone, no, esco sconvolta per la capacità che ha sempre avuto di penetrare la carne viva, di prenderti lo stomaco o il cuore e contorcerli come si deve. </strong>E ci è sempre riuscito semplicemente raccontando storie, senza aver bisogno di sconvolgere con qualche escamotage.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi capolavori indiscussi resteranno per sempre <em>Le onde del destino, Dancer in the dark, Dogville, Melancholia. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nymphomaniac </em>non ha deluso le aspettative, anzi, è stato capace di lasciarmi qualcosa su cui riflettere per giorni. <strong>Perché questo fanno i film di Lars: una volta che li hai visti ti senti diverso per ore, giorni</strong>, un po’ come quando si leggono i grandi romanzi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La casa di Jack</em> non è un brutto film, vale la pena di essere visto. <strong>Lars può fare quello che gli pare, gli è permesso tutto. Alla fine gli è stato perdonato pure di essersi definito un nazista.</strong> Ma il punto forse sta proprio qui…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2011 scoppia la bagarre al festival di Cannes perché Lars durante la conferenza stampa di <em>Melancholia</em> disse: “Per molto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero felice, poi improvvisamente è cambiato tutto e non ero più ebreo. Anzi, ho scoperto che ero un nazista e la cosa mi è piaciuta altrettanto”. <strong>Forse voleva essere una battuta collegata al fatto che sua madre, sul letto di morte, pare avergli rivelato che l’uomo che lo aveva cresciuto non era suo padre. Lars, convinto di avere origini ebree, scoprì così di avere origini tedesche:</strong> “Non mi spiace affatto. Capisco Hitler perché capisco l’uomo che è pieno del male. Sono contro la Seconda Guerra Mondiale e sono vicino agli ebrei, ma non troppo perché Israele è un problema”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, quella volta Cannes dovette farlo fuori definendolo ‘ospite non gradito’.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche tempo dopo,<em> Nymphomaniac </em>non fu presentato al festival perché non uscì in tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lars deve aver pensato molto al suo ritorno sulla Croisette, ed eccolo presentare <em>La casa di Jack</em>, fuori concorso, ma comunque adatto a ricevere standing ovation.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65990 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/the-house-that-jack-built-6-202x300.jpg" alt="" width="183" height="273" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/the-house-that-jack-built-6-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/the-house-that-jack-built-6.jpg 689w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" />Il problema è che il film in questione è il film più moralista che abbia mai fatto. Qualche scena è stata tagliata a causa della violenza cruenta con cui Matt Dillon ammazza le sue vittime, ma anche se ci fosse stata più violenza, il film non colpisce, non arriva</strong>, sembra una grande scusa, una specie di documentario dove Lars si autointervista per dire a tutti finalmente come la pensa sull’arte, la vita e la morte, su Dio, e soprattutto per far capire che non è un filonazista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono fin troppi riferimenti contro il nazismo, il fascismo, e per fortuna anche contro il comunismo, riferimenti che ci mettono tutti d’accordo.</strong> Solo un pazzo da rinchiudere può dirsi davvero nazista, ma Lars ci ripropone le atrocità del nazismo come se avesse scoperto l’acqua calda. Da lui ci si aspetta di più. C’è anche tutta una parte del film in cui parla di architettura, e di nuovo di nazismo, come per giustificare, ancora una volta, un’altra frase che aveva detto a Cannes: “Adoro l’architetto Speer, aveva un grande talento. Come regista nazista ora penso a un film sulla soluzione finale”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La casa di Jack</em> è un film di redenzione, indubbiamente. Lars doveva dirci tante cose. Aveva bisogno di parlare al suo pubblico e alla critica, e lo ha fatto usando la scusa di un serial killer. La storia poteva essere un’altra, non cambiava niente. Gli omicidi non colpiscono più di tanto, anzi, spesso si sorride perché il film strizza l’occhio al grottesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si sofferma in religioso ascolto solo quando compare la voce di Bruno Ganz (Virgilio) che ‘intervista’ Matt Dillon (Jack) mentre lo accompagna all’inferno. Queste sono le parti interessanti: le spiegazioni, la filosofia, l’arte che Dillon/Von Trier ama.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lars ci ricorda che l’uomo è cattivo, che la vita è un inferno ma è come se non avesse fatto buon uso del famoso <em>show don’t tell</em>, fondamentale per scrivere romanzi e anche sceneggiature.</strong> Bisogna far agire i personaggi, farli parlare per raccontarsi, mostrare e non dire niente esplicitamente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo film Lars si è parlato un po’ addosso, si è autocitato più volte, e sembra davvero di vedere un documentario sulla sua vita, sul suo pensiero.</strong> È una specie di saggio forse fin troppo intellettuale. Certo, la regia resta impeccabile, il film è disturbante al punto giusto, ma quasi senza giustificazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che Lars abbia voluto leccare un po’ il culo a Cannes?</strong> E sarà un caso che una delle persone che si salva nel film e che ha più rilievo rispetto ad altri sia una persona di colore, come a ribadire: ehi, non sono mica razzista, figuriamoci nazista!</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti non sono mancati titoli sui giornali come “Cannes perdona Lars”, e per far sì che ciò avvenisse definitivamente, forse Lars è dovuto tornare con un film moralista, sul bene e sul male, sul cattivo che viene punito, mica come il grandioso, cinico, quasi houellebecqiano <em>Melancholia</em>. Non glielo avrebbero permesso. È dovuto tornare un po’ strisciando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La casa di Jack</em></strong><strong> è la sua espiazione non di fronte a Dio ma dinanzi alla Croisette. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti prego Lars, torna presto ad affondare per davvero la lama, senza bisogno di intortarti né noi né la critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lars-ha-scoperto-che-i-nazisti-sono-cattivi-la-casa-di-jack-e-il-film-piu-brutto-di-von-trier-che-ha-voluto-leccare-un-po-il-co-a-cannes/">Lars ha scoperto che i nazisti sono cattivi… “La casa di Jack” è il film più brutto di Von Trier (che ha voluto leccare un po’ il c**o a Cannes)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Salinger compie 100 anni! Quattro scrittori s’inventano il giovane Holden da vecchio (sfidando il “Corriere della Sera”)</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 07:15:01 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salinger-compie-100-anni-quattro-scrittori-sinventano-il-giovane-holden-da-vecchio-sfidando-il-corriere-della-sera/">Salinger compie 100 anni! Quattro scrittori s’inventano il giovane Holden da vecchio (sfidando il “Corriere della Sera”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>J.D. Salinger, lo scrittore leggendario, quello de “Il giovane Holden”, è nato 100 anni fa, il primo gennaio del 1919. Per avviare le feste, “La Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”, domenica scorsa, 30 dicembre 2018, ha chiesto a quattro scrittori – Teresa Ciabatti, Fabio Genovesi, Giorgio Montefoschi, Valentina D’Urbano – di inventarsi “Il vecchio Holden”, cioè “di immaginare ‘il giovane Holden’ da anziano”. L’iniziativa era buona, architettata con tutte le buone intenzioni del caso. L’esito ci è parso molto modesto. Così, dagli antri oscuri di “Pangea”, ci siamo messi in quattro a descrivere il volto di Holden da vecchio, ciascuno adattando la creatura di Salinger ai propri modi e metodi e toni narrativi. Più che un omaggio, una sfida. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi se ne fotte delle anatre di Central Park</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Era tutta una colossale stronzata. In fin dei conti, chi se ne fotte di sapere dove vanno le anatre di Central Park durante l’inverno! Ho ben presente dove andrò a finire io, magari ben prima. Ok, non conto i minuti. In compenso, faccio ipotesi, sparo numeri, pur sapendo che anche queste sono solo idiozie. <strong>Mi dico che potrebbero restarmi quindici anni. Non so perché proprio quindici e non piuttosto venti. Il fatto è che, quando diventi vecchio e hai un piede nella fossa, con la speranza ci vai giù cauto.</strong> Potrebbero essere cinque anni. Sì, insomma, chi cazzo vuoi che lo sappia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64856 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/salinger1-191x300.jpg" alt="salinger" width="126" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger1-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger1.jpg 220w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Potrei pure durare trent’anni, per quanto ne so. Ne dubito, ma più di tutto faccio gli scongiuri. Altri trent’anni. Cristo, sarebbe un vero inferno. Ma poi ancora tre decenni di vita per cosa? Non certo per essere felice. La felicità l’aspetto da troppo. L’ho cercata ovunque, in tutto quel mio gironzolare senza senso. Sono passato per ogni incrocio della maledetta New York, sempre immaginando che fosse lì, che avrei solo dovuto allungare la mano, prenderla sottobraccio e andarmi a nascondere con lei da qualche parte. La felicità bisognerebbe tenersela bella stretta, non mostrarla, chiuderla da qualche parte. Non sopravvivrebbe al contatto con la vita reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Puttanate a parte, non l’ho mai trovata. Ma, allora, perché non voglio morire? Mi sono crepati tutti intorno.</strong> Phoebe se n’è andata giovane – ma si muore sempre troppo giovani –, Allie neanche lo ricordo più, D.B. ha inseguito il successo letterario inutilmente, fino ai sessanta, quando un cancro se l’è bello che mangiato. I miei devono essere già stati ridotti in polvere dai vermi. Perché voglio vivere? Perché sono un vecchio stronzo e, cazzo, ho una paura fottuta di morire, proprio me la faccio sotto all’idea. <strong>L’esistenza ha senso fintanto che sei un cretino adolescente e ti sembra di aver davanti tutto il tempo del mondo. Se oggi stai male, ti dici che domani potrà andare meglio. Ho messo su una sfilza infinita di giorni nell’attesa di qualcosa di buono.</strong> Adesso, sembrano una gigantesca pira funeraria a cui potrei giusto dare fuoco per bruciare la mia inutile carcassa.</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure l’uccello mi si rizza più. E a che pro dovrebbe? Non mi posso stantuffare nessuna, se non forse qualche vecchia decrepita. Nell’attesa dell’amore, ho perso tante occasioni. Ho cominciato troppo tardi per non avere rimpianti. Poi, a un certo punto, ho scoperto i DVD delle <em>Dirty Debutantes</em>, con il vecchio ciccione di merda di Ed Powers che si chiava tutte quelle giovani troiette in cerca di successo. <strong>È sempre molto strano ritrovarsi a guardare un porno a una certa età, pensando che un tempo si era capaci di amare. Forse sarei dovuto morire giovane, ma purtroppo è una moda che è venuta quando ero già grande.</strong> Comunque, una cosa è certa, morire da vecchi vuol dire finire sottoterra per sfinimento e agonia, quando ormai ogni speranza è naufragata. Piangere per ciò che poteva essere sarà impossibile. Non resta che l’irreparabile su cui rammaricarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni tanto ripenso a Jane, il mio amore di gioventù. La immagino come era allora, poi puntualmente mi torna in mente quando l’ho rivista dieci anni fa – o almeno credo, vattelapesca se fosse lei. Era una maschera di rughe e carne – molta carne –, flaccida. Che schifo!</strong> Come posso aver provato dei sentimenti tanto intensi per quella culona grinzosa?! Da giovani non si pensa mai che amare possa comportare il rischio di ritrovarsi un grosso pezzo di lardo al proprio fianco, nel letto. A proposito, la troia si è davvero sposata con quel deficiente di Stradlater, che evidentemente allora se la faceva eccome… Cristo, e questa macchia! Merda, mi sono pisciato addosso, senza neppure accorgermene. Non mi era mai successo prima. Fanculo a te Holden, vecchio rincoglionito, sei fottuto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matteo Fais</strong> è nato a Cagliari, nel 1981. Ha scritto su diverse riviste. Al momento, è collaboratore fisso di “Pangea.news” e “VVox Veneto”. Il suo esordio letterario è avvenuto con <em>L’Eccezionalità della regola e altre storie bastarde</em>, Robin Edizioni. Per lo stesso editore ha pubblicato di recente <em>Storia Minima</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caro professor Spencer</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Te ne pentirai… vorrei ficcarti un po’ di buonsenso in quella tua dannata testa, figliolo…</em> Certo, Professor Spencer – pace all’anima tua –, ricordo ancora bene le tue parole, ma guarda, se non mi avessi redarguito in continuazione con la tua tiritera, ritenendomi un tuo <em>figliolo,</em> può darsi pure che un po’ di impegno in più ce l’avrei messo, evitando di farmi espellere dal Pencey, il college più prestigioso di quell’orrenda cittadina, Abestown. La scelta, sottolineo, fu mia e mia soltanto di andarmene definitivamente da quel posto, per farla finita con i suoi abitanti e con lo studio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64857 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/salinger2-183x300.jpg" alt="salinger" width="116" height="190" />Anche quell’ultima volta che sono venuto a trovarti, proprio non hai potuto astenerti dal recitare il personaggio del vecchio professore, eh? Fino in fondo dovevi condurla la tua parte. Partisti dritto sparato con l’ennesima, prevedibile, lagnosa ramanzina allo scopo di umiliarmi, andando a rileggere le quattro righe che avevo scritto sugli egiziani.</strong> Quel tema mi costò la bocciatura nella tua fottuta materia, dopo che nelle note ti avevo scritto chiaro e tondo che di come andavano sotterrati i morti o venivano fatti gli esperimenti di mummificazione, – roba da matti, pensare al belletto dopo che si è crepati –, non me ne fregava assolutamente un cazzo, che la<em> vostra storia</em> mi annoiava a morte. È la <em>tua storia</em>, professore, ti dissi, <em>non siamo noi</em>. È una grandissima stronzata quella che ci raccontate ogni santo giorno: il genere umano non ha fatto alcun salto in avanti e non vedo perché avrei dovuto imparare quelle stupidaggini di dati senza alcuna utilità. L’importanza che gli davi, Professore, lo dico da morto prossimo futuro che parla ad un morto oramai accertato, è esagerata. Certo, a te sarà importato sicuramente moltissimo. È servita a costruirti una carriera, a darti pane e realizzazione, diventando l’antenna parabolica, il ripetitore automatico di nozioni certificate da altri borghesi tuoi pari – dati da trasferire a me che dovrei esserne la degna prosecuzione… Un po’ poco come punto d’arrivo, non ti pare? Ma, naturalmente, tu badavi al sodo. Il problema che si poneva, dunque, non riguardava la qualità scadente dei rimandi all’antica stirpe caucasica dagli occhi bistrati, era il titolo di studio che volevi farmi conseguire. È qui che si era creata una frattura, riguardava quel pezzo di carta che non doveva far altro se non riconfermare il mio status di esponente della buona borghesia ablestowniana. Uno <em>col mio pedigree</em> non poteva andarsene in giro senza quest’altro documento che attestasse il fatto che <em>sono dei vostri</em>. Ecco a cosa serviva tutta quella manfrina dello studio, a diventare un altro viscido borghese in via di rincoglionimento come te – una persona sola, fondamentalmente. <strong>Lo studio della storia, come quello di altre materie, era solo l’alibi – avrei dovuto dirtelo, ma non lo feci – di uno che aveva fondato tutta la sua carriera imperando sui rampolli <em>bene</em>, ligi a riciclare il Verbo per trovare degna collocazione e sepoltura nel consesso sociale, ripetendo senza alcuna autonomia di pensiero la cronologia dell’umanità, ma senza aver capito nulla, invece, dell’umano.</strong> E a ben vedere, forse non c’è nulla da capire: se l’umanità avesse un qualche piano non saremmo qui, dove sono adesso, con un piede nella fossa. Già. Il vero problema non sono io, mi lasciasti intuire all’epoca, ma il baratro atroce in cui si sarebbe cacciato un privilegiato come me, la figura di merda che avrei fatto fare ai miei se, scardinando i binari imposti, non avessi conseguito il titolo che m’avrebbe consentito poi di mettere sotto scacco i restanti, quelli che non ce la facevano, che non avevano abbastanza soldi o intelligenza per poter accedere al lauto banchetto che si prospettava – il sogno americano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcosa non andava e nell’ordine generale delle cose faceva impedenza: io ero uno che non si applicava, che non funzionava a dovere.</strong> Almeno su quell’episodio Salinger, l’autore che mi ha inserito tra le sue pagine e dato voce, poteva forse impegnarsi di più – nessuno si è impegnato abbastanza, in questa corsa. Ognuno fa quello che può. Non mi pento di niente, questo volevo dirti, ovunque tu sia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Holden Caulfield</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Dezio</strong> è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto nell’antologia <em>Sporco al sole. Racconti del sud estremo</em> (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo <em>Nicola Rubino è entrato in fabbrica</em>, opera che inaugura una nuova stagione della cosiddetta letteratura industriale e ora riproposta da TerraRossa Edizioni. Del 2014 è la sua prima raccolta di racconti, <em>Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta</em> (Stilo), diversi dei quali già apparsi su quotidiani e riviste. Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit, su Rai Radio 3. Ha collaborato con “l’Unità”, “la Repubblica-Bari”, “Corriere del Mezzogiorno”. Il suo ultimo romanzo è <em>La gente per bene</em> (TerraRossa Edizioni, 2018).</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Holden, l’idiota della famiglia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che se ne vadano a puttane quegli stramaledetti pennuti! Perché sicuro come l’inferno sono stati proprio loro a far la mia rovina. Ma come si fa, dico io, com’è stato possibile? E tutto senza preavviso, senza un segno da chicchessia. <strong>Almeno fino a oggi, quando sono arrivati quei federali per il sequestro preventivo dei beni della <em>Holden &amp; Co</em>. Figurarseli quei vigliacchi in giacca e cravatta a scribacchiare chissà quale diavoleria sui loro tablet e ordinare a destra e manca “Qui via!”, mentre cercavo di mettere in salvo le mie adorate Bettina, Louis e Fernanda, che se ne svolazzavano avanti e indietro per il recinto con i loro schiamazzi terrorizzati.</strong> Quando l’ho afferrata per il collo, quella sciagurata di Fernanda si è messa a starnazzare cosi forte che m’ha fatto prendere un colpo. Mi ha puntato contro quel becco d’anatra e pam! Mi sono ritrovato a testa in giù con i denti affondati sulle zolle. E dire che stamani non m’ero fatto che un goccio di Kentucky! Pure i federali si devono essere impietositi a vedermi a rotoli per terra. <img decoding="async" class=" wp-image-64858 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/salinger3-204x300.jpg" alt="salinger" width="133" height="196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger3-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger3.jpg 480w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />Quello più grosso con l’impermeabile mi s’è fatto sotto e m’ha rialzato. Dio, mi ci sono aggrappato come un poppante alla tetta della zia baldracca. Salvo poi scivolare di nuovo con il grugno giù nel letame d’anatra, perché proprio allora quel figlio d’uno stronzo di Louis m’è capitato fra capo e collo con i suoi maledettissimi Qua qua qua. <strong>L’ho afferrato per una zampa promettendogli di finire subito in pentola, se non mi dava retta. “Guardi che bella bestia” ho fatto al federale, che ancora mi reggeva per il cappotto. “Lei ha voglia di scherzare dott. Holden”, mi dice lui. “In una situazione come la sua io ci troverei poco da ridere, lo sa quanto deve allo Stato con questa sua impresa?”. “Si faccia un goccetto”, gli rispondo io sbarazzandomi del buon vecchio Louis. </strong>Mi son sollevato e in tre balzi ho raggiunto gli uffici della Holden, dove quella fottuta d’una Bettina s’era arrampicata fin sulle scartoffie delle tasse arretrate e da lì mi fissava come se volesse prendermi per il culo. L’ho afferrata per il collo, ma quella continuava a sbatacchiare le ali come un’ossessa. Ho agguantato la bottiglia di Kentucky e trascinandomi dietro Bettina son tornato all’aperto, dove un secondo federale senza impermeabile mi osservava con disprezzo. “Vuol favorire?”, gli ho detto porgendogli per errore il collo dell’anatra starnazzante. “Lei è rovinato”, si è limitato a dirmi quello prima di girare i tacchi e ricongiungersi al collega. A me non è restato altro che finirmi il Kentucky in compagnia di Bettina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In fondo, come dar torto a quei due ceffi? Se qualche anno fa la <em>Holden &amp; Co</em> era riuscita ad affermarsi come una delle migliori aziende specializzate nell’allevamento di anatre, era anche grazie a quella sommetta che mio fratello D.B. c’aveva investito.</strong> Poi sono arrivati i guai, i debiti e tutto il resto. Nemmeno Phoebe, che ha seguito le orme di D.B. laggiù a ovest, ha potuto far nulla. È proprio vero che sono sempre stato il deficiente della famiglia!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Campucci</strong> nasce a Firenze, nel 1983. Qui si laurea in filosofia e inizia a collaborare con vari editori. Nel 2009, tramite il sito ilmiolibro.it, esce il suo primo romanzo, <em>Naive</em>. È poi la volta di un saggio filosofico, <em>Nietzsche, la fine della ragion pura</em>, 2011, per l’editore Mimesis. Nel 2012 pubblica, per Arduino Sacco, la raccolta di racconti <em>Cupio dissolvi</em>, per poi arrivare, nel 2013, al romanzo <em>La scampagnata</em>, sempre per l’editore Arduino Sacco. Nel 2016 approda alla Leone edizioni con il romanzo <em>Plastic shop</em>. Per lo stesso editore, nel 2018, pubblica infine il romanzo <em>Porn food</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***<br />
Quando J.D. Salinger si mangiò Holden Caulfield</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mandai la quinta, l’avevo chiamata Erato, come la musa che ispira il desiderio – era lei a inaugurare le orge di cui sono il gourmet, accarezzandomi le palle e cominciando la lenta, barocca masturbazione. <strong>La vita è questo: una villa spartana nel New Hampshire, passeggiate quotidiane nel bosco, e nove minorenni – come le Muse – nel letto. </strong>Lo sanno – e so come procurarmele. Appena compiono i diciannove, orgia d’addio con ingresso della nuova Musa – l’ultima l’ho detta Urania, la musa astronomica, perché quando scopa mi fa vedere le stelle. Pensano, così, spiritate, di succhiarmi il talento – forse ce la faranno, forse riuscirò a essere soltanto corpo. Anche Holden sa che in suo onore non voglio pubblicare niente. Ho scritto una biografia di Saigyo, il supremo monaco giapponese, un saggio in cui disintegro l’opera di Hemingway, un libro distopico in cui immagino il governo mondiale, devoto al dio della casualità, di un fanatico islamico, minorato. Quest’ultimo mi è venuto bene. <strong>Il rito è lo stesso. Leggo in cucina. Le Muse mi accerchiano. Cominciano a sedurmi e a spogliarmi mentre leggo. Continuo a leggere mentre mi leccano. Leggo mentre le chiavo. Mangiano i fogli su cui ho dattiloscritto il testo. Si chiavano tra loro. Io le guardo, affascinato dalla carne come svariate galassie che si abbracciano e snodano</strong>, in una specie di creazione del tempo e dei mondi che accade lì per lì, per me. Quando sono stufo, slego la cinghia, sibila tra i pantaloni, meno il branco, le muse si sciolgono, sono il domatore dei loro desideri. Ad ogni modo, mandai la quinta, Erato. Con Holden ci siamo scritti, sporadicamente. Sapevo che l’avrebbe gradita. Magra, alta, culo sodo, tette indiscrete. Sofisticata. Io le preferisco più frugali. <img decoding="async" class=" wp-image-64859 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/salinger4-199x300.jpg" alt="salinger" width="124" height="187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger4-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/salinger4.jpg 570w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" /><strong>L’anno in cui uccisi Holden Caulfield ne avevo 70, lui ne aveva 54, era il 1989, prima primavera, mi pare, la luce squillava tra gli alberi e squittiva l’agnello tra le mani di Karl, quello che mi tiene in pari l’orto e l’allevamento, figlio di tedeschi trapiantati due generazioni fa in questa satanica lingua di mondo.</strong> Scoprii più tardi che Holden era imparentato – per via della moglie, una svampita cretina che gestiva un negozio di scarpe nel Vermont sperando di farsi chiavare dal farmacista che ha l’ufficio di fronte – con Jack Faden, il mio dottore, quello da cui mi facevo spedire pacchi di pasticche – ‘i canini del lupo’, le chiamavo, ferinamente – per scopare le mie Muse, dando loro almeno l’alba di una soddisfazione pur intrisa del sudore di un vecchio. <strong>Erato scoccò l’invito, Holden cadde, quando mi vide tentò la vanità della fuga – le finestre, nella mia casa di Cornish, sembrano la fronte corrugata di un capodoglio.</strong> Grasso, faccia da scemo, Holden ha creduto di possedere il talento di chi lo ha esaltato dall’esistenza effimera, provinciale, grottesca, di un sudicio sedicenne. Ha pubblicato un paio di romanzi petulanti – uno l’ho fatto recensire, per puro gioco, da una mia antica Musa sulla <em>New York Review of Books </em>– poi s’è adattato a un impiego alle poste. Mi faceva pietà. All’epoca, spavaldo, faceva le compere per mia madre, mi piaceva il suo gergo, il suo ingenuo e ingordo nichilismo. Non gli parlai – Erato sganciò la cerniera con i suoi denti perfetti e cominciò a succhiare – lui era paralizzato. <strong>Amo sentire il frastuono dei maiali quando Karl li sceglie per ucciderli e macellarli – le loro urla mi sembrano più sublimi di <em>Moby Dick. </em>Mentre Erato faceva il suo, Clio, sussurrandomi brani de <em>Il giovane Holden</em>, prese a menarmelo</strong> e le altre sette, alle spalle, iniziarono a sgozzare Holden. Chiavammo sguazzando nel sangue. Di solito, si dice, sono i personaggi a divorare il loro creatore; questa volta fui io, il creatore, a mangiare la mia creatura. Non era male, Holden – le Muse lo cucinarono con gusto – preferii insaporire la carne con un po’ di mirto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davide Brullo </strong>(1979) ha pubblicato, tra l’altro, <em>Rinuncio</em> (2014), <em>Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka </em>(2015), <em>Pseudo-Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro </em>(2018) e <em>Un alfabeto nella neve </em>(2018), che compongono il ‘Ciclo del Tradimento’. Ha fondato e dirige il quotidiano culturale <em>Pangea</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salinger-compie-100-anni-quattro-scrittori-sinventano-il-giovane-holden-da-vecchio-sfidando-il-corriere-della-sera/">Salinger compie 100 anni! Quattro scrittori s’inventano il giovane Holden da vecchio (sfidando il “Corriere della Sera”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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