Ingmar Bergman, il vampiro del cinema mondiale. A 100 anni dalla nascita l’opera che racconta le perversioni di un genio

Posted on marzo 26, 2018, 11:19 am
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Nella stessa pagina. Walt Disney. Un pinguino. L’impossibile. Le baccanti. Forse soltanto lui sa tenere insieme l’inconciliabile, nel suo continuo conciliabolo con gli orrori, esteta nello scavare l’uomo con unghie di selce, con spietatezza che ride. Un tempo Ingmar Bergman si vedeva e si leggeva in tutte le salse. Con una specie di malmostosa venerazione. Poi l’epoca delle idee – più che delle ideologie – s’è volatilizzata, sostituita dall’era dello svacco. Al posto del Posto delle fragole s’è affacciato Drive In e Colpo grosso, a Fanny e Alexander e Persona preferiamo l’Isola dei famosi e l’epica post-erotica di YouPorn. Voglio dire. 100 anni dopo – Ingmar Bergman nasce nel luglio del 1918 – il grande regista svedese, tra i cinque-sei titani della cinematografia mondiale (gli altri sono: Fellini, Kurosawa, Tarkowskij, Hitchcock, Kubrick), che ha costruito il conturbante e castrante immaginario di un paio di generazioni, pare morto definitivamente. Lo consultano i cinefili, lo snobbano i deficienti, non si vede più in tivù, dove bisognerebbe inaugurare una campagna per il buon costume estetico (ma perché non proiettano più i grandi film in prima serata?). Eppure, in Lanterna magica – stampa Garzanti, autobiografia di Bergman, di scintillante bellezza – Bergman tiene insieme gli inconciliabili. “Vidi molti anni fa un cartone animato di Walt Disney che raccontava la storia di un pinguino che voleva andare nei mari del sud. Finalmente si mise in viaggio e arrivò su un’isola coperta di palme, nel mare caldo, azzurro. A una palma inchiodò fotografie dell’Antartide. Sentiva nostalgia di casa e si mise diligentemente all’opera per costruirsi una nuova barca e ritornare indietro. Io sono come quel pinguino… Voglio essere fastidioso, irritante e indefinibile. L’impossibile è troppo attraente, e io non ho niente da perdere. Non ho nemmeno niente da guadagnare, a parte il gentile plauso di qualche giornale… Le baccanti testimoniano il coraggio di spezzare le forme”. Genio nella volgarità e nel sublime, nel superbo e nel superiore.

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BergmanNel 2015 ho scritto un testo per il teatro che s’intitola Ingmar. Il testo partecipò al Premio Riccione per la drammaturgia, ottenendo parole di benedizione e di lode da Christian Raimo (!) e poco altro. Il testo si basa – in modo del tutto superficiale, come start all’immaginazione scenica – su Tre diari, la folgorante testimonianza pubblicata da Bergman nel 2004, tre anni prima della morte (edita in Italia da Iperborea). I ‘tre diari’ sono quelli scritti, dall’ottobre del 1994 al maggio del 1995, da Ingmar Bergman, dalla quinta moglie, quella definitiva, Ingrid von Rosen, e dalla loro figlia, Maria, intorno alla malattia – e alla morte, per tumore – di Ingrid. I diari commuoveranno il lettore. A me interessa l’operazione, cinica, di ‘montaggio’ operata da Bergman. Un uomo che senza pudore ha mostrato l’ano della propria biografia alla latrina pubblica. In mezzo, c’è un intricato roveto di tradimenti. “Ingrid e io ci incontrammo per caso nel tardo autunno del 1957”, racconta Ingmar. Entrambi sposati, entrambi con figli. Nel 1959 – lo stesso anno in cui Bergman si sposa con la pianista Käbi Laretei – nasce Maria, figlia dell’unione fedifraga tra Ingmar e Ingrid. La figlia viene cresciuta nella famiglia di Ingrid, dal marito di costei, ignaro, Jean-Carl von Rosen. Nel frattempo, la relazione va avanti clandestinamente, anche quando Bergman se la fa con Liv Ullmann – da cui ha una figlia, nel 1966. Infine, i due si sposano nel 1971. “Quando avevo ventidue anni tutt’a un tratto Ingmar mi rivelò di essere il mio vero padre. Fu a dir poco sconvolgente”, scrive Maria. Dentro questa trama di rapporti minati dalla falsità ma che tentano l’innocenza, si muove quel testo. Il testo, scritto per due attori di grandissimo valore come Silvio Castiglioni (incredibile voce&corpo di testi letterari, finissimi, da Manzoni a Zanzotto, da Silvio D’Arzo a Jack London, da Vasilij Grossman a Osip Mandel’stam) e Daniela Giovanetti (già donna-icona di un regista come Antonio Calenda, ha lavorato in grandi produzioni come il Re Lear con Roberto Herlizka, per lei Claudio Magris ha scritto Lei dunque capirà) sarà in scena, anche con la voce di Norina Angelini, al Teatro degli Atti di Rimini, mercoledì prossimo, 28 marzo, ore 21.

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Prima del lavoro teatrale, ci fu un libro. Il libro s’intitola Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka. La base del libro (edito nel 2015, per un piccolo editore di Ravenna, in semiclandestinità) è il soggetto ritrovato di un film di Bergman sulla ‘Vita sessuale di Franz Kafka’. Bergman era ossessionato dall’opera di Kafka, da quel lucido esercizio di crudele purezza. Il soggetto fu scritto nel 1995, pubblicato dalla rivista svedese Fadren nel 2008. Il soggetto inizia così: “Kafka chiamava ‘Dio’ il proprio cazzo. ‘A Dio si sacrifica la cosa più importante – la castità è voluttuosa – la vergine coincide con la lussuria’, scrive Kafka in un pensiero del 1909. Alla prima erezione, di cui si accorse intorno ai sei anni, capì che l’uomo aveva dei limiti e che poteva essere descritto geometricamente. Pensò ai testicoli come a vertebre e al cazzo eretto come alla spina dorsale: ‘l’importante è invertebrato’, appuntò, anni dopo”. Insieme al testo, ritrovai i quaderni di Bergman, scritti intorno a quegli anni e pieni di spunti. “Quasi subito l’amore diventa razzia, una ricerca di certezze – ed è il corpo che vanifica le nostre buone intenzioni, i sorrisi, le fatidiche menzogne. Il corpo è un luogo di verità”; “Ho sempre amato ferocemente, come in punto di morte, come non avessi nulla. Così ho tramutato il tradimento in verità”; “Che Kafka si unisca alle proprie sorelle non è una oscenità. Per anni ho desiderato la mia sorellastra: è un dovere nei riguardi della propria stirpe. I re prolificavano solo nel claustrofobico recinto della propria famiglia. In questo modo si eredita il carisma. Per questo i padri dovrebbero avere la priorità nello sverginare le figlie”. Il libro, prevedibilmente, fu adornato dall’indifferenza. La scrittura, forse, è parola che tramortisce il vuoto.

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Una tracotante ingordigia di vita, in una vita segnata fin da subito dal destino di indagare la morte, dopo averla svogliatamente scansata. “Quando nacqui, nel luglio 1918, la mamma aveva la spagnola, io ero in cattive condizioni e fui battezzato d’urgenza in ospedale… Fui inoltre colpito da una serie di malattie indefinibili e non riuscivo proprio a decidermi se volevo vivere”.

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Di un artista come Bergman non mi interessa l’opera cinematografica, sviscerata dagli esperti. M’importa il peso dell’uomo. Si capisce dunque che l’artista è un voyeur, che ama per raffinare la propria opera, che usa le reazioni degli altri per dare verve alla propria ricerca. L’artista è un assatanato d’amore – ha bisogno di ‘sentire’, i sentimenti sono la sua eroina. In fondo, l’artista è un vampiro. Succhia la vita degli altri per nutrire la propria immaginazione. Che schifo. Certo. Per creare una forma bella occorre sacrificare l’uomo. Forse è questa l’innocenza. (d.b.)

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Pubblichiamo un brano dal testo teatrale ‘Ingmar’.

 

Ingmar Bergman e la moglie, Ingrid von Rosen, sono seduti ciascuno su una sedia. Le loro sedie sono una contro l’altra, si fronteggiano di schiena. Può darsi che nel corso dell’azione Ingmar sia quello che si alza e si muove, esagitato, esagerato; mentre Ingrid resta sulla sedia, compiendo atti lenti e miracolosi, incide un legno, ad esempio, disegna.

BergmanIngmar: Il matrimonio è una lotta pattuita. Prima si uccide silenziosamente, attraverso la tattica dei sorrisi e dei baci sulla fronte. Poi si ingurgita, si digerisce, si caga. Matrimonio, amore: tutto cagato via, un cibo delizioso dà come compimento la merda. L’altra volta, l’ho detto, a Ingrid, “sai qual è l’unico atto erotico che ci cinge? Tagliare l’insalata. Ti vedo fremere perché speri che mi mozzi il dito. Il sangue riuscirà a farmelo tornare duro. E tu, tu saprai elevare le tue voglie che ora come ora sembrano sponsorizzate dal catechismo della Chiesa cattolica”. L’unico godimento nello sposarsi è trasformare il sussiego in sottomissione, obbligare la sposa all’osceno, provocare il disgusto. E quando lei mi avrà finalmente odiato con tutta se stessa, riconquistarla. Lasciarsi alla lascivia della dolcezza. Lisciarla. Farsi domestico struzzo, seppellire i rancori nella sabbia, lasciarsi frollare. Concedergli di credere che sia lei ad avere dominio, ora. Leccarla. Come un cane. Viziare le sue voglie, camminando per la stanza a quattro zampe. E quando lei riconoscerà di non amare altra carne che la mia… Corromperla, distruggerla, sottometterla. Si ama soltanto nella lotta – soltanto torturati dalla colpa.

Ingrid: Una, cinque, dieci, cento donne Ingmar ha portato a Faro, pronunciando, come solo lui sa fare, dolcissime parole di eternità. A me ha detto le stesse parole che ha detto a Liv e a Gun, a Else e a Ingrid, a Liv e a Bibi, senza badare al contenuto di quelle parole, ma soltanto alla risposta, alla reazione che ho avuto, che abbiamo avuto. E valutando, giudicando queste diverse reazioni, come un dio vendicativo ma sorridente valuta le pene da distribuire a seconda della voracità con cui gli si obbedisce. Faro è bellissima, violenta. Ingmar ha bisogno di un’isola, della clausura, di rapporti esclusivi. Ingmar avvolge come una coperta sul viso. Soffoca, uccide. Ma alla fine è lui il primo a fuggire. Non ha bisogno degli uomini perché pensa, maliziosamente, di saper creare tutti i possibili sentimenti e pensieri dell’umanità. Ingmar pretende gli applausi anche quando sbaglia, anche quando è orribile. Come si può non compatire un uomo che per girare un film ha bisogno di dominare, psicologicamente e fisicamente, tutte le attrici? In modo che loro, in scena, come prostitute, come amanti perdute, debbano convincere il regista di essere le più belle, le più desiderabili, le più brave – anche a letto? “Il set di Ingmar è un harem”, ha detto Bibi Anderson. “Mi ha fatto sentire una donna immortale – e una troia”, ha aggiunto. La differenza tra me e loro, le troie, è che io so tutto, amo la mostruosità di Ingmar. Lui crede di usarmi – io lo accontento. Ingmar crede di spiarmi, ma sono io a compiere una spietata indagine del suo cuore.

Ingmar: …poi, scagliare la propria donna, la proprietà, nelle braccia altrui. Ho sempre fatto così, non serve ad altro sposarsi: intagliare la vergine, renderla puttana. Ho costretto mia moglie agli altri, la obbligavo a odiarmi, per cedere alle seduzioni di altri uomini. Pensava di compiere vendetta – allietando, al contrario, i miei desideri. Posso amare solo sconfiggendo. Se so che mia moglie se la fa con il mio attore, allora sono stimolato a riconquistarla, altrimenti, la tradisco. E faccio in modo che si accorga dei miei tradimenti. Mi interessano le reazioni degli uomini, questi esseri mortali che vivono di emozioni sterili, fugaci, inutili. Ho bisogno, mi nutro delle reazioni emotive degli uomini. Io non ho emozioni. “Legione di ghiacciai”, così mi chiamava Else, pessima poetessa, per altro. Mi toccava gli occhi, chiamandoli “Antartide”. Sicuramente, l’arte rende immortali. Ma anche inabili ad amare, incapaci alla pietà, incuneati nell’indifferenza. Per questo, ho fame di umani. Voglio capire cos’è un uomo – io sono disumano, lo so. D’altronde, Dio ha avuto bisogno di incarnarsi per osservare meglio la propria creatura, ha deciso di farsi uccidere dalla propria creatura per sperimentare l’ebbrezza dell’abisso. Tramite l’ostia pensiamo di mangiare Dio – ma è lui, da dentro, a divorarci.

Ingrid: Io lo so, lo so che Ingmar attira verso lo schifo. Insegna a mentire. Obbliga alla doppiezza. E questo rende la relazione più eccitante. Ogni donna desidera essere posseduta da Ingmar, si inchina a ogni sua voglia. Che avessi un ottimo marito e tre figli e una vita tutto sommato invidiabile non importava: Ingmar rende possibile ogni trasgressione, rende quotidiano l’illecito, è irresistibile. Sapevo che aveva già avuto quattro mogli, sapevo dei figli, riconosciuti o meno. Sapevo tutto, so tutto. E ho coscientemente deciso di perdermi. Decisi di corrispondere allo schema predisposto da Ingmar – mettermi incinta prima che mi fossi separata. E poi sposarmi. Ha sempre fatto così – sapevo anche questo. Ingravida la propria preda, come gli animali, come i lupi, Ingmar. Come il capobranco che deve ingravidare tutte le lupe per avere il pieno dominio del territorio. Così, soltanto messo alle strette, sotto la minaccia di un feto, Ingmar si sposa. Ingmar non sceglie, “la vita mi ha scelto – lascio a lei la scelta della mia vita”. dice lui. In fondo, è un pavido.

Ingmar: L’opera d’arte accade solo da un nucleo radioso di rabbia. Bibi e Liv sono state eccelse per un’unica ragione: le ho scopate entrambe. Stavo con una dopo essere stato con l’altra. La rivalità ha fatto emergere la loro arte: non recitavano, lottavano. Per avermi. Per possedere il mio compiacimento, il mio sorriso. “Voglio avervi entrambi”, dissi. Le avevo chiuse in una sala. Buia. Vuota. I nostri guaiti ingigantiti dalle pareti sembravano una corsa di lupi. Due donne nude, un uomo, una stanza cieca, buia: non è questa la Genesi, l’inizio, il principio del mondo? Loro si mordevano. Ricordo che Bibi azzannò Liv al collo; Liv mozzò un pezzo di labbro a Bibi. Le scopai insanguinate. Il giorno dopo le feci portare all’ospedale, con la scusa di un “incidente di lavorazione”. La luce le trasformò, tornarono angeliche. Di una bellezza diafana, violentata. Se non fosse per il loro antagonismo, per la mia cattiveria, non esisterebbe Persona, un capolavoro.

 

 

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