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	<title>il Domenicale Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Dodici occhiate sull’anno: il “Calendhaiku” di Dario Villa</title>
		<link>https://www.pangea.news/dario-villa-calendario-haiku/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 05:45:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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<p>Di Dario Villa, autentico outsider della poesia italiana, Giovanni Raboni – suo spassionato supporter – scrisse, nell’ala che adorna <em>Abiti insolubili</em> (Marsilio, 1995), che era “il migliore e più veridico seguace di se stesso”. <strong>Dario Villa, nato acefalo al proprio tempo il 12 giugno del 1953, a Milano, sarebbe morto l’anno dopo. In un altro scritto, Raboni parla di “una malattia atroce vissuta con una sorta di elegante, quasi dandistico eroismo”.</strong> Unendo questi due lati – ispirazione autarchica, da privata <em>noche oscura</em> e nonchalance al cospetto della morte, danzata con esasperato estro – si ottiene l’orizzonte lirico di un poeta eresiarca, incomprensibile in un paese castrato dalla rima “cuore/amore”, da periferie verbose ombelicali, da un vuoto avanguardismo, stinto. Chi lo piglia per un Chaplin in poesia, un istrione del rito clownesco, dimentica la dimensione orfica di Dario Villa, che per me, per lo meno, è totale. Esempi sparsi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>…poi, se ci penso, sono<br>già esistito in passato,<br>ho già bevuto,<br>ho già bevuto il liquore<br>sottile delle stagioni,<br>con te o con altri mi sono<br>già inebriato di quest’ora,<br>di un vino d’ombre, di un atto mancato…</strong></p></blockquote>



<p>E poi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>veglia? e cos’è? brani di sogno, battiti,<br>ordite combinazioni di ritmi<br>e di pelli, il caffè di traverso,<br>lo zucchero sapeva di cicoria,<br>le tue mani colombe bizzosissime,<br>mi volano via in un tintinnio<br>di cerchietti metallici: la vita<br>vetro a perdere (scritto trasparente) &nbsp;&nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Nell’ultimo testo raccolto nell’atavico volume <em>Tutte le poesie</em> (2001), s’intitola <em>envoi</em>, Villa, tra l’altro, scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>l’invisibile porge i suoi saluti<br>ai lumi e alle potenti<br>lenti di vari scopi<br>tele micro caleido e via dicendo<br>fino agli specchi ustori deformanti<br>o magici e agli zoom<br>e ai grandangoli in cui cerchi conforto<br>e io ti seguo da lontano dietro<br>i finestrini pieni<br>di pioggia dei paesaggi che viaggiano<br>per esplorare un’illusione ottica<br>o dare al treno il brivido del cinema</strong></p></blockquote>



<p>Come molte altre cose, Dario Villa mi fu donato da Girolamo Melis, rabdomante dell’improbabile, uomo che amava i poeti e gli incompresi. <strong>Il 4 gennaio del 2003, per “il Domenicale”, realizzammo un “Poster del Poeta” dedicato a Dario Villa. </strong>A Marco Carnà fu affidato il ritratto di Villa, stralunato e austero assieme. L’occasione era stuzzicante: il “Calendhaiku” che Villa aveva donato a Girolamo – “Giro” per amici e redattori – nel 1993. Un calendario in forma di haiku, per abbagli e bagliori, meraviglia d’ingegno. Così “Giro” ricostruiva i suoi legami con Dario Villa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Dario Villa ha sempre vissuto appeso a un filo. Che tentava di spezzare ogni momento del giorno e della notte. Al nostro primo incontro, facemmo una cosa che non stava né in cielo né in terra: io gli offrii un posto di lavoro, e lui accettò. E per qualche anno lui finse di essere un lavoratore e io finsi di essere un datore di lavoro. Dario si trovò a fare i conti con un miracolo mensile e puntuale: uno stipendio. Io dovetti fare i conti con una grazia, un linguaggio, un gioco che mi rese quasi insopportabile la routine del rapporto con gli altri. Ci facevamo regali gratuiti e superflui. A parte i calembour, i calendhaiku, le gags ai tavoli della grande multinazionale, i bigliettini e le paure, devo a lui i due regali più grandi e più pesanti: il rimpianto e la felicità della memoria”.</strong></p></blockquote>



<p>All’epoca, Girolamo partorì l’idea di mettere le poesie manoscritte dei poeti in cornice: i poeti, quelli veri, sono più autorevoli dei pittori, il loro segno è gesto d’arte. Diceva così. Stampammo, per una casa editrice creata lì per lì, “Smylife”, anche alcuni testi del mio amico Simone Cattaneo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/IMG_20230102_162300-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94093" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/IMG_20230102_162300-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/IMG_20230102_162300-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/IMG_20230102_162300-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/IMG_20230102_162300.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Daniele Piccini, invitato a scrivere qualcosa intorno al fatale “Calendhaiku” di Dario Villa, ne riconobbe la “parola levitante, vagante, sollevata”; citò Palazzeschi, Giorgio Caproni.</p>



<p>Pubblicammo, a margine del poster, alcuni “Proemi in prosa” di Villa (editi in origine da Scenario, nel 1985). Uno è questo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Facevo convergere il conto delle emozioni possibili in pochi gesti decisi ma molli, acquorei ma in fiamme: i gesti in bianconero di un principe in rovina. Essendomi prima smarrito nella vastità oceanica di qualche libro, mi rifiutavo di vivere. Ma continuavo a sentirmi imprigionato tra i ghiacci: i lastroni del tempo che si staccavano come le foche da una banchisa alla deriva e portavano al largo la mia spoglia umile, incristallata nella trasparenza: macchie sospette di sangue scuro sulla posa composta, fin troppo decente, riflessi blu nello spessore, forse di luna, o per il gioco che la luce faceva con qualche sogno superstite”.</strong></p></blockquote>



<p>Mi piacque una frase: “Mi radicalizzai nella tortura”. Sentivo Dario Villa come un fratello vissuto su un pianeta gemello e parallelo: “Giro” vide in me un avatar di Villa, più selvatico, meno dandy, inappropriato. Pubblicammo anche le “istruzioni” vergate da Villa al suo “Calendhaiku”, queste: “Carissimo, le istruzioni per l’uso di questo calendrier d’amour (calendario da muro?) prevedono dodici occhiate sull’anno, da gettare una volta al mese in un giorno a tua scelta tra l’uno e il trentuno, con l’augurio che dodici occhiate compongano a lungo andare uno sguardo, ecc. Ti abbraccio, Dario”.</p>



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<p>Villa preferiva gli editori laterali e latitanti, latebre nella notte dell’editoria di massa, le opere uniche, spesso d’arte, argutamente introvabili; da qualche parte, per uno stampatore di Locarno, risulta un’edizione di <em>Haikai Half a Century</em>. Andrea Zanzotto aveva pubblicato, qualche anno prima, <em>Haiku For a Season</em>.</p>



<p><strong>Il “Calendhaiku” di Dario Villa per un “Felice 93” è questo.</strong> Trent’anni dopo, usiamolo come fausto auspicio, come lirico mantra, haiku taumaturgico, da donare agli amici, per la via:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Il primo guaio<br>di gennaio è gennaio<br>poi c’è febbraio</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>giorni febbrili<br>in bilico su fili<br>molto sottili</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>la luce a marzo<br>non manca di un suo sfarzo<br>duro, di quarzo</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>crudele aprile?<br>forse, ma in puro stile<br>primaverile</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>vago passeggia<br>maggio: vaneggia, occhieggia,<br>si pavoneggia</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>tira giù, giugno:<br>ti arriva come un pugno<br>in pieno grugno</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>luglio si mette<br>un paio di braghette<br>fresche, e promette</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>che posto agosto!<br>l’ombra è un amore, e ha un costo<br>incorrisposto</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>settembre è un caffè<br>chiude la notte alle tre<br>chissà poi perché</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>bruma ottobrina<br>brama sbrana sbobina<br>nastri di brina</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>novembre sembra<br>per sempre: un po’ ti smembra<br>un po’ rimembra</strong></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>dicembre è uguale<br>ovunque: tutto è banale<br>sotto natale</strong></p></blockquote>



<p><em>Ciao, Giro!<br>Dario Villa<br>(scade il 31.12.93)</em></p>
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		<title>Quando eravamo ingenui &#038; corsari… L’epopea breve del “Domenicale” (io c’ero!)</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-domenicale-anniversario-epopea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2022 04:23:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Crespi]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I giornali nascono per morire. Un giornale vive in bilico tra effimero e assoluto: il lettore, di fatto, legge una notizia già morta, scritta il giorno (o giorni) prima – e la fa risorgere. Dare al transitorio sostanza di mito – non di Storia, quella la fanno le turbe degli uomini, il genio del caos [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I giornali nascono per morire. Un giornale vive in bilico tra effimero e assoluto: il lettore, di fatto, legge una notizia già morta, scritta il giorno (o giorni) prima – e la fa risorgere. Dare al transitorio sostanza di mito – non di Storia, quella la fanno le turbe degli uomini, il genio del caos o la Provvidenza – è il valore, a volte mefistofelico, di un giornale. Quando un giornale muore, capita che continui a risplendere, come certe stelle che ai nostri occhi acquisiscono in luminosità, ma sono defunte da secoli. “Il Domenicale” è pubblico il 27 ottobre del 2002 – in realtà è nato e morto molte volte, durante quell’estate, per alcuni torrida, per altri magnifica, sommerso da innumeri “numeri 0”. Angelo Crespi, il direttore, aveva compiuto da poco 34 anni: ero al mare, quando mi ha telefonato. Non avevo alcun padrino, nessun pedigree partitico, scarsa esperienza giornalistica: ci accomunava l’amore per Rainer Maria Rilke, mi aveva insegnato ad amare Mario Luzi e Iosif Brodskij. Mi presentai al colloquio. Studiavo letteratura cristiana antica a Milano, non avevo – mi disse qualcuno – dei vestiti <em>adeguati</em>: forse acquistai una maglia, forse delle scarpe, non ricordo.</p>



<p>La sede del “Domenicale” era in via Senato, Milano, sede della Biblioteca di via Senato, appunto, che conserva, tra l’altro, parecchi documenti di Curzio Malaparte. Il bibliotecario, Matteo Noja, ruvido e generoso, Cerbero a custodia di testi rari, meriterebbe un racconto a parte – lo ascoltava in devoto silenzio, si esprimeva per aforismi e grugniti, un geroglifico di labbra. Angelo Crespi era sempre elegantissimo: nei toni, nei vestiti, nell’arguzia, nel sacro cinismo dispensato ad arte; io ero sempre fuori luogo, un orfano. Il giornale, edito da Marcello Dell’Utri, avrebbe dovuto rappresentare, per così dire, il labirintico mondo della ‘cultura di destra’: al Governo, dal 2001, c’era Silvio Berlusconi; vicepresidenti del Consiglio figuravano Gianfranco Fini e Marco Follini, la carica di Ministro di Beni e attività culturali era ricoperta da Giuliano Urbani. Tutto questo, naturalmente, non mi interessava, sfuggiva alle mie idolatrie: venivo dalla più becera periferia torinese, dalla sopravvivenza o quasi; per me era sufficiente sapere che “Il Domenicale” era nato il giorno in cui compiva gli anni Dylan Thomas, il mio poeta preferito, il 27 ottobre, appunto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="787" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Celine-Dom-787x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93297"/></figure>



<p>È strana la vita dei giornali: nascono per morire ed esistono reggendosi su visioni e intenti spesso contraddittori. “Il Domenicale” – vivaddio – non rappresentò la ‘cultura di destra’, qualsiasi cosa voglia dire la parola <em>cultura</em> e la parola <em>destra</em>: per alcuni era un’ispirazione politica, per altri fu eccesso di mecenatismo, patetico, per altri ancora l’epitome – o la messa in crisi – della propria ambizione personale, per me fu, comunque, una poetica, il punto in cui, misticamente, lavoro e vita congiuravano assieme. Il fatto che quell’anno, nel 2002, pressoché tutti i redattori del “Domenicale” – compreso il direttore – scoprirono che sarebbero presto diventati padri, conferisce a un evento altrimenti fugace una natura di gioia sostanziale.</p>



<p>Da Marco Respinti, giornalista principesco, interno, imparai la profondità della parola “conservatore”, l’epica contraddittoria degli Stati Uniti d’America, il genio degli scrittori del Sud: gli devo la conoscenza di Allen Tate, poeta straordinario, e dei “Fugitives”. Era certo che Tolkien – di cui ha ri-tradotto, di fatto, il <em>Silmarillion</em> – fosse più grande di Joyce o di Proust, nel 2004 curò un’edizione dei <em>Cori da “La Rocca”</em> di Thomas S. Eliot che intitolò <em>La Roccia</em>; credeva con una intensità rituale che non smette di suggestionarmi. Di Angelo Crespi mi limito all’allusione: le profonde ragioni dell’affetto, una riconoscenza imperterrita, sono beni da tutelarle nel pudore. Mi ha insegnato questo mestiere, a costruire un articolo come una sedia, a inacidire l’aggettivo, se serve, a incenerirlo, se inutile. Mi ha mostrato come nasce un giornale dal nulla. Mi ha difeso da chi diceva: e questo chi è, da dove viene?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/pound-Dom-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93298" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/pound-Dom-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/pound-Dom-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/pound-Dom-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/pound-Dom.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Il primo numero del “Domenicale” – che in realtà uscì sabato 26 ottobre 2002, in allegato a “Panorama” – allinea un repertorio di padri nobili: Nicolás Gómez Dávila (con un aforisma in calce alla testata), Carmelo Bene in prima pagina e Prezzolini a pagina 3; recensioni di Charles Simic, Robert Louis Stevenson e Roger Nimier – quanto ho limato quel breve oblò intorno a un romanzo magnetico, <em>Le spade</em> –; una stroncatura d’autore (siglata C.C., ergo: Cesare Cavalleri) a <em>Senza sangue</em>, esangue romanzo di Alessandro Baricco, “pensierini da cioccolatino amaro… la letteratura è altrove”, consegnava un tratto guerresco al settimanale. A tutela di tutti, la pagina-album dedicata a Ezra Pound, con i disegni, magistrali, di un grande artista, Marco Carnà. Era un bel giornale, “Il Domenicale”: al tratto canonico di Carnà si alternava quello più ironico, brillante, da samurai delle affiche, di Henri Matchavariani,georgiano trapiantato in Francia, scaltro e geniale, dotato di mitici mustacchi, leziosamente sporco, il personaggio di un racconto breve di Joseph Conrad, insomma.</p>



<p>Ci piaceva l’idea di un giornale da conservare in un tempo in cui i giornali – come oggi – si usavano per incartare il pesce. Ogni settimana, il lettore incrociava “Il poster del Dom”, da incorniciare: un vezzo, per un rotocalco colto che alternava la cravatta alla fionda. Dopo Ezra Pound fu la volta di un poster dedicato alla <em>Traviata</em>, poi di quelli destinato a Ettore Petrolini, a Thomas S. Eliot, a Rainer Maria Rilke, a D.H. Lawrence – con la bella traduzione di un inedito, a cura di Lorenzo Scandroglio, che in quello stesso numero (7 dicembre 2002) aveva realizzato un’intervista doppia sul futuro dell’università a Giovanni Reale e a Massimo Cacciari. Dedicammo un poster al grande poeta – dimenticato – Dario Villa, a Tolkien, a Louis Ferdinand Céline, traducendo un’intervista allora ancora inedita in Italia. Poi finì anche quella serie, come tutto. Tanto per capirci, nel secondo numero del “Dom” il poster era una mirabile crocefissione realizzata da Carnà, mentre il numero di Natale – 15 dicembre 2002 – era contraddistinto da un <em>Presepio del Domenicale</em> che il lettore poteva ritagliare e costruire. Questa era vera ‘politica’, cioè l’ostensione di una poetica.</p>



<p>Alla foce di queste scelte, al di là del direttore, c’era spesso un personaggio stralunato e solare, irascibile e geniale, un vero <em>fool</em>, Girolamo Melis. Di lui, della sua maestria, ho già scritto: il suo compito era tenerci sotto il tiro dell’imprevisto, sotto ricatto. Insomma, rompeva le palle. Lavoravo dalle otto di mattina alle otto di sera: dovevo imparare tutto. Girolamo mi obbligava a favolosi tour nella Biblioteca Sormani, mi comprò, in una qualche libreria milanese, libri di Lev Šestov, Michel Foucault, Lacan e Norman O’Brown che a suo dire dovevo leggere; mi inoltrò – per dire il soggetto – nei miti ancestrali dell’Africa oscura; venerava Martin Heidegger e Rilke letto, da una delle sue tante prodighe amiche, in tedesco. Un giorno fondammo una casa editrice; un giorno mi portò da Alberto Casiraghy, ideatore di Pulcinoelefante, nel suo antro-stamperia, a Osnago; un giorno mi fece inventare una pubblicità per Ferrero, la nota azienda di dolciumi.</p>



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<p>Fu lui, ricordo, ad avere avuto l’idea con cui “il Domenicale” si presentò al mondo – bulimico e poco bucolico – della stampa italiana. Impilammo <em>I 400 libri che (forse) l’insegnante di tuo figlio non ha letto</em>. Una specie di carta d’identità prima che una provocazione. Tra i tanti libri spiccavano <em>Requiem</em> di Anna Achmatova, <em>Le categorie del politico</em> di Carl Schmitt, <em>La scala del paradiso</em> di Giovanni Climaco, l’Edda e le Enneadi. Giovanni Raboni, che nel marzo di quell’anno, sul “Corriere della Sera”, aveva scritto il fatidico articolo che ‘sdoganava’ la cultura di destra, scrisse, pressappoco, che eravamo arditi e idioti, snobisti e qualunquisti. I giornali di destra, evidentemente, non gli andavano bene: la cultura sì. Di lì a poco, in seguito a un’inchiesta sui “poteri rossi” in Mondadori, curata con garbo e malizia da Luigi Mascheroni, amico, firma fraterna del “Dom”, ci pigliammo la prima querela. &nbsp;</p>



<p>Eravamo dandy e opliti, sempre in lotta, in perenne minoranza. Leggere i comunicati stampa ci pareva l’eccidio dell’intelligenza, accontentarsi di ciò che proponeva il mercato culturale un mercimonio, la gastronomia della noia. Andavamo alla ricerca di libri rari e pensieri aguzzi, di piccoli editori sotterranei e poeti intrepidi dunque banditi: piuttosto che recensire – leccornia per lacchè – stroncavamo. Tra le fauci e le aule del “Dom” – soprattutto nei primi due anni, quando, come dire, c’erano i <em>danè</em> – passarono in tanti: Filippo Facci, Pietrangelo Buttafuoco e Camillo Langone occuparono, per un tot, lo spazio di una rubrica fissa. Vi hanno scritto Sossio Giametta e Carlo Lottieri, Alain De Benoist e Giuseppe Frasso, Ermanno Paccagnini, Alessandro Giuli, Alessandro Campi, Giuseppe Conte (il poeta), Roberto Mussapi (l’altro poeta), Ugo Finetti, Carlo Carena, Vito Punzi, ottimo germanista e traduttore di Trakl e Broch, Massimo Introvigne, Franco Frattini, Matteo G. Brega… Beatrice Buscaroli coordinava, di fatto, le pagine dell’arte, Massimiliano Parente creava scompiglio in quelle letterarie: cominciò parlando di Aldo Busi, proseguì distruggendo gli idoli del culturame italico: ne ammiravo l’ossessione per la scrittura, la beata brutalità – fummo fraterni. Nelle pagine letterarie, appunto, Daniele Piccini e Marco Merlin, intelligenze egualmente limpide e diametralmente opposte, curavano due rubriche sulla poesia; ricordo le firme di Andrea Ponso e di Flavio Santi, di Emanuele Buzzi – che mi pare aver svolto la sua carriera al “Corriere della Sera”; con me scandagliava, sceglieva, traduceva autori statunitensi prima che approdassero in Italia – e di Francesco Borgonovo – molto diverso da come è ora: meno elegante, arrembante, parlavamo di letteratura, ogni tanto di Faulkner: era giovane. Giuseppe Romano, esperto di immaginari e videogame, entrò in redazione poco dopo la nascita del “Dom”: lo contraddistingueva un’arguta gentilezza, un’indefettibile curiosità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="774" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom-774x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93299" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom-774x1024.jpg 774w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom-768x1016.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom-600x794.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/dario-villa-Dom.jpg 816w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></figure>



<p>Per i primi numeri abbiamo cullato il vezzo di non firmarci; poi di firmarci sempre. Il primo articolo con il mio nome è del 15 febbraio 2003, scrivo di René Char; usavo una manciata di pseudonimi, per scrittore difformi; Tirteo era l’alter ego che si occupava di sport. Eravamo così aristocratici – nel mio caso: fuori dal mondo – da permetterci riflessioni e ‘pezzi’ per il gusto, senza alcuna attinenza editoriale, senza altro pretesto che l’estro momentaneo, il desiderio, l’eros del logos. Una volta Vittore Branca, insigne studioso del Boccaccio, mi diede del cretino per come avevo osato impaginare un suo pezzo: aveva ragione, probabilmente; morì l’anno dopo. Tramite “il Dom” conobbi Alessandro Gnocchi, all’epoca capocultura di “Libero”, ora caporedattore al “Giornale”: gli fui simpatico, collaboriamo ancora oggi, siamo amici.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/arbasino-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/arbasino-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/arbasino-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/arbasino-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/arbasino.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Ma sto divagando. Non sono mai riuscito a capire chi avessi intorno, il lignaggio di chi mi passava accanto: di norma, non so proprio cos’è l’uomo e non riesco a trarre utili dalla simpatia. Dopo tre anni, in sostanza, mi trasferii dove abito oggi, sul mare, lontano dalla città e dalla sua stola di demoni e di iene. Quando un giornale non è che il regesto della propria giovinezza, però, ha smarrito la propria missione. Che senso ha avuto “il Domenicale”, chi se lo ricorda ancora? Appunto. La nobiltà restò nel sottosuolo, l’amicizia, spesso, fu avventizia più che avventurosa: quando le cose non si misero bene, in tanti mollarono la ciotola dove fino a un attimo prima avevano intinto la lingua – e attinto denaro. Amen. Una certa ingenua avventatezza ci distingueva; pensare di poter fare ciò che piaceva a noi, in direzione contraria, certi di essere corsivi e corsari, belli e dannati – e per questo giustificati – fu, forse, un errore. Eravamo re senza regno né baluardo, combattenti spediti in rioni di sabbia, la spezia e lo spreco. Esistono stagioni memorabili – il resto della vita è esiguo, a volte esiziale. Noi abbiamo munto il miracolo, attratti da ciò che ammutolisce, e dobbiamo esserne grati.</p>



<p>I giornali nascono per morire: per questo vincono la morte. Nient’altro esiste che la resurrezione, ed è continuo, fino a spellarti le mani. &nbsp;</p>
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		<title>Addestrare i cuori: 20 anni fa nasceva “il Domenicale”, un giornale irripetibile</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-domenicale-angelo-crespi-anniversario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Oct 2022 11:17:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Crespi]]></category>
		<category><![CDATA[Centrodestra]]></category>
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<p><strong>Esattamente venti anni fa, il 27 ottobre del 2002, usciva il primo numero de <em>il Domenicale</em>, settimanale di cultura.</strong> Non è mia abitudine usare toni retorici né apologetici, avendo contribuito a quell’avventura come direttore me ne guardo bene, ma <em>il Domenicale</em> fu il primo e forse l’ultimo compiuto tentativo di dare consistenza e rappresentazione alla cultura del Centrodestra in Italia, uno schieramento politico nato, dal punto di vista nominale, dieci anni prima e che si sarebbe trasformato nei venti anni successivi, fino all’odierna conformazione.</p>



<p>Non voglio sottostimare il lavoro fondamentale delle pagine culturali de <em>il Giornale</em> che continua a essere un punto di riferimento, neppure dimenticare le riviste cosiddette di area che vennero editate in quel periodo, tutte scomparse, credo però che da un lato per sua natura un quotidiano debba confrontarsi con la cronaca e non sia lo spazio adeguato per una riflessione di tipo metapolitico, mentre i prodotti più specifici (mensili e trimestrali) avevano da un lato il limite di linee editoriali molto strette e determinate <em>a priori</em>, dall’altro il difetto di essere concepiti proprio come luoghi di riflessione alta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/f05f9ae8-b393-4ef6-89d5-6957d0455cd4.jpg" alt="" class="wp-image-93293"/></figure>



<p><strong><em>Il Domenicale</em></strong><strong>, al contrario, aveva la giocosa libertà di poter essere leggero e scanzonato sui temi dell’attualità, pur fregandosene della semplice cronaca</strong>, al contempo permettersi divagazioni concettose, aprendo dibattiti che si potevano concretizzare con cadenza ravvicinata e dunque incidere realmente sul contesto culturale di quel dato momento. Dal punto di vista della forma, la copertina, tra immagine e titolo, fu uno strumento efficace per incidere davvero nell’immaginario collettivo di un pubblico più ampio di quello di una leadership affezionata comunque limitata che lo acquistava ogni sabato, mentre la grafica interna, completamente avulsa, soprattutto nei primi numeri, dalla normale impostazione delle pagine di un giornale, rispondeva alla determinata intenzione mia, della redazione, e del primo nucleo di collaboratori, di confrontarci con la storia delle riviste di cultura della prima metà del Novecento, soprattutto quelle di matrice longanesiana, tra citazionismo, invenzione, reinvenzione, libertà creativa, disegni e fotografie, inserti, occhielli, rubriche, mai però cadendo nell’atto velleitario della stravaganza a tutti i costi, restando cioè nell’alveo di un prodotto che doveva essere distribuito e venduto in edicola.</p>



<p><strong>Se la questione della veste grafica ha un peso determinante nel farci ricordare le pagine quasi con nostalgia, fondamentale, vista da poi, fu la consistente densità dei contenuti e soprattutto la capacità di promuovere una cultura unitaria</strong> in una parte politica ancora frammentata e che, paradossalmente, ancora oggi resta frammentata. Il tentativo, definito dal termine “fusionismo”, era quello di fondere correnti di pensiero diverse, spesso in contrapposizione, trovandone il massimo comune denominatore: non dunque limitandone le diversità, semmai esaltandole così da arrivare a una inedita congiunzione nei vertici: dal pensiero conservatore e cattolico al pensiero liberale e libertario, passando per tutte le configurazioni e declinazioni ed eterodossie, tra pensiero reazionario e all’opposto radicale, socialista e liberista, cristiano e pagano. Ovviamente, dentro un perimetro che tutti noi conoscevamo e che ci accumunava senza necessità di definirne il limite, ma che si poteva ben oltrepassare nel nome del paradosso e dell’amore di verità, per omaggiare gli opposti che reputavamo degni, per controbattere le falsità del politicamente corretto, talvolta solo per il gusto, non la posa, di sentirci controcorrente rispetto alle dominanti ed anguste logiche di potere della cultura progressista.</p>



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<p><strong>Le diversità che esistevano persino dentro la nostra piccola redazione e ancora di più tra i tanti collaboratori, potevano ben essere superate nel nome di una aristocrazia del pensiero a cui tendevano come più grande aspirazione possibile</strong>, doverosa per un intellettuale, parola che persino con le sue implicazioni novecentesche non disdegnavamo di attribuirci, in sommo sprezzo dei parolai, degli imbonitori da salotto, e dei telepresentatori. Ci univa anche la sprezzatura e il divertimento con cui, giovani, affrontavamo quella piccola sfida, e ancor maggiormente lo stile che si incarnava in una scrittura raffinata e colta e che è stata forse la cifra più puntuale di quel progetto, senza però nessuna tentazione elitista che fu, per esempio, il vizio di un altro grande simile esperimento, specie tra il 1996 e il 2006, come quello de <em>il Foglio</em> che si autorappresentava come una corte ristretta a servizio del principe e che pagava – a mio parere – proprio la contiguità con il sistema di potere e l’idea, tutto sommato marxista, di non credere a un’autonomia piena della cultura rispetto alla politica. Cosa che invece era il nostro punto di forza, l’ostinata seppur giocosa certezza di essere liberi dalla schiavitù della politica e questo fu, invero, anche il nostro più grande errore, liberi dunque nel disinteresse del principe.</p>



<p><strong>Ovviamente la mia è solo una lettura parziale, seppur data dalla persona che ebbe la responsabilità della direzione di quel manipolo agguerrito di giovanissimi, </strong>parziale rispetto alla pluralità delle visioni di una comunità che si aggregava spesso nel nome dell’amicizia e della reciproca ammirazione e in modo utopico pensava possibile creare la repubblica delle lettere e che si batteva davvero per i poeti legislatori del mondo e per gli artisti facitori del mondo.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando guardo a quegli anni, quando sfoglio gli oltre 300 numeri che contraddistinsero la storia de <em>il Domenicale</em>, fino alla chiusura senza troppi rimpianti, avvenuta sette anni dopo, nel novembre del 2009,</strong> un tempo giusto per lasciare un segno ma non troppo lungo per diventare di maniera, penso ai tanti amici, molti in quel tempo ancora più giovani di me e che oggi, pur nella difficoltà di non essere stati dalla parte giusta, sono affermati nei loro settori specifici, il più grande poeta della sua generazione, il più grande scrittore della sua generazione, il raffinato storico, l’acuto filosofo, il più influente giornalista di cultura oggi in azione, il più grande esperto di fantasy, il politologo, il critico d’arte, l’artista, il traduttore, il massmediologo, il cinefilo, l’antichista, il bibliofilo, adesso nel loro pieno delle forze e della capacità di incidere… mi piace pensare che anche loro siano consapevoli con me di quello spazio straordinario, forse irripetibile, che ci fu dato da un raffinato editore e da un lungimirante amministratore delegato, senza i quali non sarebbe esistito nulla, così da poter addestrare i nostri cuori ancor prima che le menti.</p>
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		<title>È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 08:39:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il posto, quel nobile palazzo in via Senato, che si sviluppava su via Marina, Milano, metteva un po’ di soggezione e lui, appena mi vide, avevo poco oltre i vent’anni e la mia vita stava entrando nel vortice, mi disse “e tu chi sei, e tu che fa, sei muto?, mettiti a fare ricerca”. Non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/">È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il posto, quel nobile palazzo in via Senato, che si sviluppava su via Marina, Milano, metteva un po’ di soggezione e lui, appena mi vide, avevo poco oltre i vent’anni e la mia vita stava entrando nel vortice, mi disse “e tu chi sei, e tu che fa, sei muto?, mettiti a fare ricerca”.</strong> Non capivo cosa intendesse. <em>Fare ricerca. </em>Gli chiedo. “Cosa devo fare?”. Lui mi guarda, con ferocia toscana, era di San Quirico d’Orcia, ci sono stato da poco, mi avrebbe parlato di <em>Nostalghia</em>, il film di Tarkovskij, per spiegarmi quei luoghi. “Non devi <em>fare</em>, devi cercare: vai al computer, viaggia, cerca, trova qualcosa che mi stupisca”.<strong> Cercare lo stupore nel nulla, senza direzioni, senza ormeggi, senza supporti – costellare l’ignoto di luci. Era l’estate del 2002.</strong> Stava nascendo <em>il Domenicale. </em>Direttore: Angelo Crespi; editore: Marcello Dell’Utri. Il creativo, l’ago della bilancia e la spina nel fianco, era lui. Girolamo Melis.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_64419" aria-describedby="caption-attachment-64419" style="width: 259px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64419" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-300x220.jpg" alt="melis" width="259" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-300x220.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-768x564.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-600x441.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis.jpg 817w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /><figcaption id="caption-attachment-64419" class="wp-caption-text">Diogene il Cinico: emblema di Girolamo Melis, che ribaltava il potere in amore</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Girolamo Melis veniva chiamato ‘Giro’, io lo prendevo in giro chiamandolo Diogene, come quello che dice ad Alessandro Magno che c’è più cosmo nella sua botte che nell’impero del re dei re, fugace come ogni cosa. Girolamo, come i veri sapienti, era lì per instillare dubbi e istigare alla provocazione. Aveva costruito l’urbanistica folle dei primi numeri del <em>Domenicale – </em>prima che il settimanale s’istituzionalizzasse ‘all’inglese’ – firmava una rubrica corrosiva, “Il Samurai”, e per il primo numero – il 22 ottobre del 2002, in allegato a <em>Panorama</em> – s’era inventato le due pagine centrali con i “400 libri” che non possono mancare all’educazione di chiunque.<strong> Fu un gioco micidiale, passammo giorni alla Biblioteca Sormani, esaltato dai disegni virtuosi di Henri Matchavariani, parigino, due baffi così, colossale bevitore, da decenni parte del fantasmagorico caravanserraglio di Girolamo. Il gioco diede fastidio. Giovanni Raboni, guru del pensiero unico e gran poeta, scrisse un editoriale avvelenato sul <em>Corriere della Sera.</em></strong> A cui non facemmo mancare degna risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito più tardi, quando Girolamo mi sfotteva – “ma come cavolo fa a essere così uno che viene da Orbassano, ma come sei vissuto?” – che cosa volesse dire ‘fare ricerca’. <strong>Girolamo, a Milano su impulso di Elio Vittorini, tra i grandi creativi della pubblicità e del linguaggio – ha lavorato con Enzo Jannacci e per Raul Gardini, per dire – amava lo sconcerto, tracciava vie d’argento nel vuoto.</strong> Quando, più tardi, mi chiese di <em>fare ricerca</em> sull’Africa centrale, mi diede da leggere una manciata di dispense della ‘Société d’études Linguistiques et Antropologiques de France’ di Parigi, dove erano registrati, in traduzione, reperiti dai cantastorie, i miti di laggiù. Li ho ancora quei libri. Insieme ad altri. Girolamo sapeva ipnotizzare. E io gli fregavo i libri. Già, ma perché studiare i miti africani tradotti dagli antropologi francesi? Per capire la strategia adatta ad esportare l’Ovetto Kinder in Africa, all’epoca Girolamo lavorava per Ferrero. Girolamo lavorava così. Andare sempre all’origine del linguaggio perché l’uomo è agito dai miti, mica dai soldi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno viene in redazione, mi porta in libreria, mi compra un mucchio di libri. Molto Lacan. <em>Il padre nella psicologia primitiva </em>di Bronislaw Malinowski; <em>Lo scambio simbolico e la morte </em>di Jean Baudrillard; qualche Heidegger; un libro di Raffaele Pettazzoni; il <em>Saggio sul dono </em>di Marcel Mauss. <strong>Lui, come i veri sapienti, ha scritto molto per sé – poco per il mondo. Per Longanesi, molti anni fa, pubblica un “Breviario sciagurato per la coppia o per chi ha intenzione di formarla”, <em>Ti amo</em>, e <em>C’era una svolta</em>; per le edizioni San Paolo pubblica <em>Io mi prendo cura di te</em>, un libro fondamentale</strong>, dove è raccontata, in modo inaudito, l’esperienza dell’handicap, maturata costruendo un altro giornale, <em>Vincere</em>, dedicato alle disabilità. Anche in quel caso, Girolamo aveva totalmente ribaltato i canoni: gli ‘handicappati’ siamo noi, i ‘normali’, che abbiamo bisogno di un totalmente altro per sperimentare la nostra – altrimenti scarsa – disponibilità all’amare, al prenderci cura. I ‘diversi’ alleviano il nostro senso di colpa, curano la nostra malattia. Al posto di handicap, Girolamo diceva semplicemente <em>Up</em>, in piedi, a emergere dalla censura, dalla censura, dalla prigionia dei perbenismi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64416 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-204x300.jpg" alt="Melis" width="151" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-768x1129.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-696x1024.jpg 696w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-600x882.jpg 600w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Girolamo era basso, aveva una folta barba bianca, gli occhiali, il naso spiritato e una certa audacia nell’avvicinare donne colte e bellissime.</strong> Tra le moltissime cose, si era inventato una agenda che chiamava ‘Vivenda’, costellata di testi che gli erano cari: De Saussure, Spengler, l’Isaia secondo Ceronetti, Gunnar Olsson, Rainer Maria Rilke, Freud, Gadamer, Gaston Bachelard, Leopardi. La ‘Vivenda’ non era un gesto snobistico – andava in mano a cani &amp; porci, anche a sottodotati intellettualmente – ma di vita: i libri sono la vita, la sapienza è per tutti, “cinquantadue pagine per arricchire le tue settimane… e forse la tua vita”, scriveva Girolamo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lo penso, penso che sia inafferrabile</strong> – mi ha detto così tante cose, mi ha donato così tanto, che sono certo di dimenticare l’essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Girolamo, che mi è stato maestro, è morto. Girolamo è morto il 13 novembre, dormendo. Lo ho scoperto solo ora. Non lo sentivo da anni perché la vita è una vertigine e io sono una iena.</strong> Guardo in internet. Ne dà nota la <em>Gazzetta d’Alba. </em>“Ieri… è morto Girolamo Melis, scrittore anticonformista originario della Toscana, che dal 2015 viveva ad Alba. Prima giornalista de <em>La Nazione</em> e poi pubblicitario, come autore di libri ha affrontato molti temi diversi. Aveva pubblicato anche con le Edizioni San Paolo”. Mi sembra una didascalia così banale e perfino vergognosa per un uomo che ha fatto così tanto. Ma cosa ne sanno, gli altri? C’è davvero una distanza abissale tra la fama e la vita, tra l’amore e l’onore. I sapienti fanno così, d’altronde, vivono prendendosi cura, sull’orda del presente, senza pensare ai posteri, ai postumi della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Girolamo, quando lavoravo con lui, aveva lo studio in Piazzale Baiamonti al 3, a Milano: con lui ho pubblicato il primo libro, <em>Il fiume</em>, che è una porzione lirica poi convertita in <em>Annali </em>(Atelier, 2004)<em>. </em>“La Parola di Davide Brullo spalanca questa minuscola Collana come spalancò le mie palpebre… La Parola scorre e devasta, fa l’amore sfiorando e penetrando, prosciuga e tracima, genera e si perde”. <strong>Fu il primo a chiamarmi ‘poeta’, anche quando mi portò a trovare Alberto Casiraghy a Osnago, il grande inventore di ‘Pulcinoelefante’, ipotizzando una plaquette lì per lì – o quando mi portò da Carnà, il grandissimo disegnatore (a casa ho i suoi ritratti micidiali di Pasolini e di Iosif Brodskij).</strong> Mi fece scoprire Dario Villa, il suo antico amico poeta, dandy all’eccesso, morto a 35 anni, “lo portavo con me nei Cda delle grandi aziende, diceva sempre qualcosa che scombinava i piani dei finanzieri…”, mi diceva, ridendo. Insieme, fondammo una casa editrice, Smylife – sottotitolo “Poesia nella tua vita” – dove, in libri dal formato minuscolo, pubblicammo Isabella Leardini e Simone Cattaneo e altri che non ricordo. La casa editrice si era dotata di un’altra collana, ‘Quaderni di Parole’, di formato ampio, dove avremmo pubblicato le odi di Pindaro tradotte da Friedrich Hölderlin: <strong>la cosa più bella fu editare l’intervista di Robert Sadoul a Louis-Ferdinand Céline, <em>In principio era l’emozione</em>, nella traduzione di Girolamo.</strong> Abbiamo anche messo in cornice i manoscritti dei grandi poeti contemporanei, perché Girolamo voleva venderli come fossero quadri, ma questa è un’altra storia.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Girolamo Melis, il mio Diogene, mi ha insegnato che ha senso fecondare soltanto l’impossibile, mi ha insegnato a dire uno sbracciato ‘sì’ alla vita, sempre, perché il verbo è carne, ed è questa mortalità a renderci grandi, inafferrabili, inattesi.</strong> Con la sua morte, qualcosa di spontaneo scompare per sempre, è come se improvvisamente, senza riparo, fossi diventato adulto. Fu il mio grande maestro – per questo non gli sono stato abbastanza grato, perché con sgarbo si tratta chi ti ha dato tutto. Mi ha insegnato a non arretrare, anzi, a gettarmi sempre dove sembra che ci sia un rischio. Credeva soltanto nella voce del poeta, nelle parole ignorate dai più, e, sì, ha vissuto poeticamente perché, pensava, non esistono ere impoetica, esiste la poesia, e ci basta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/">È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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