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	<title>Federico Italiano Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 03:30:03 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Sarete nuovi o estinti”. Traversata nell’opera-mostro di Federico Italiano</title>
		<link>https://www.pangea.news/federico-italiano-fabrizia-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 03:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avviene – anche nel poeta di avventata avvenenza – l’avvento del mostro.&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Poeta-anfibio, l’ho detto – e i rospi non mi hanno tradito. Nella traduzione in spirito urodelo, mordace batrace.&#160;&#160;&#160; À rebours&#160;– ne ho traversato l’opera. L’Apocalisse prima della Genesi – un Esodo a ritroso, dissertando nel deserto di giugno, mese-ragno, dai giorni ottopodi. Mi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avviene – anche nel poeta di avventata avvenenza – l’avvento del mostro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Poeta-anfibio, l’ho detto – e i rospi non mi hanno tradito. Nella traduzione in spirito urodelo, mordace batrace.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>À rebours&nbsp;</em>– ne ho traversato l’opera. L’Apocalisse prima della Genesi – un Esodo a ritroso, dissertando nel deserto di giugno, mese-ragno, dai giorni ottopodi. Mi servirebbero tre cuori ora, come i polpi, per ripercorrere tutto ex novo.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Federico Italiano</strong>&nbsp;– il meno italico dei poeti, il più poetico degli italiani – è&nbsp;<em>nomen</em>&nbsp;che si smaterializza in diffuse patrie e residui di eradicate radici. Caratura da intellettuale incardinato nel ventre della Mitteleuropa, sfoggia il physique del poeta da cafè asburgico e la lirica da armigero con la lira.</p>



<p>A ciascun poeta il suo Golia. Al bardo novarese in dote è andato Godzilla –<em>&nbsp;rebus radioattivo</em>&nbsp;–, sorta di Golem derivato da&nbsp;<em>risaie piemontesi&nbsp;</em>– viscerale leitmotiv dell’opera omnia – “dove onde minuscole screziano / la perfezione dei rettangoli e dei trapezi”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Con l’omonima, apocalittica quanto apodittica opera ultima <strong><a href="https://www.guanda.it/libri/federico-italiano-godzilla-9788823536890">(Guanda, 2026 – finalista Strega)</a></strong>, l’autore licenzia le pandette di un mostruoso <em>corpus</em> – mi si accordi la licenza giuris-poetica – genito nella <em>squamosa preistoria </em>del suo lirico seme.    </p>



<p>Di Godzilla-Golia, mi fa gola la genesi. Del poeta, m’interessa il&nbsp;<em>corpus</em>. Il verbo dettato alle origini. L’artista da cucciolo. Il mostro che si edifica di stanza in stanza.&nbsp;</p>



<p>Domestico, non domesticato, i primi caudati vagiti li leva nella raccolta dei primordi,&nbsp;<strong><em>Nella costanza&nbsp;</em>(Atelier, 2003)</strong>&nbsp;– fra la disperazione del quotidiano, candele con funzione doganale, mutande sul tappeto, la geometria di gesti calcificati col compasso in versi mai compassati. I giorni sembrano gironi e Godzilla un girino.&nbsp;</p>



<p>Avanza, tra le mirabili stanze di&nbsp;<em>Trasloco</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Nascita di una stanza</em>, s’infiltra fino ai tentacoli vegetali della&nbsp;<em>Monstera</em>, acquattandosi fra l’armadio e il sofà, il vapore acqueo dei biasimi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="674" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/9788823536890_92_1000_0_75-674x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107795" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/9788823536890_92_1000_0_75-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/9788823536890_92_1000_0_75-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/9788823536890_92_1000_0_75-600x911.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/9788823536890_92_1000_0_75.jpg 711w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /></figure>



<p>S’imprime con&nbsp;<strong><em>L’impronta&nbsp;</em>(Aragno, 2014)</strong>&nbsp;– s’intuiscono, in embrione, motivi che rientreranno in altre stanze, da altre porte. “Ci sono porte che amiamo anche chiuse” – scriverà in un fulgido attacco, in contrattacco.</p>



<p>Litologica, la poesia di Italiano schiude un’era postmoderna di zoologiche migrazioni – di&nbsp;<em>milioni di sardine argentate</em>; carte topografiche a mappare la geopoetica di un mondo nuovo, luoghi reali, ideali, idealizzati – Vienna, Anversa, Monaco, Gerusalemme; il codice futuro dell’anima –&nbsp;<em>Tra arance e filosofi</em>; l’orografia familiare – sublimata in&nbsp;<em>Zambia</em>, fra i testi-totem della silloge, di calcarea nostalgia, parola che eleva memoriali nel folto della savana.&nbsp;</p>



<p>Pure, in quelli d’ispirazione shakespeariana, il poeta fonde, con la fionda, l’antropico e il siderale, a trascendere il contingente – “parliamo della spesa/ piuttosto, o della tomba/ hai già pensato a un epitaffio?”.&nbsp;</p>



<p>Affiora una certa mania per la meteorologia – “Cos’è questa distanza tra di noi/ se non meteorologia?” – concetto nodale di componimenti successivi, in successione.&nbsp;</p>



<p>Erede di se stesso, Italiano alleva il mostro che tutto erode, bestia-Erode. Nutrendolo in vibrante crescendo – con umani fossili, scorie, virgole, voglie. Così, in alcuni stralci di&nbsp;<em>Lettera da Mahon&nbsp;</em>(da&nbsp;<strong><em>L’invasione dei granchi giganti</em>, Marietti, 2010):</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Penso al nostro letto,&nbsp;<br>sottratto alla signora delle case,&nbsp;<br>al paravento cinese, col monaco-astronauta&nbsp;<br>a guardia delle scorie, al lampadario&nbsp;<br>di kryptonite sotto cui dicemmo&nbsp;<br>la mancanza e il desiderio.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Il suo genio stratifica, riscrivendo, il mondo – che si tratti della Bibbia, di Shakespeare, del poema epico o il mercatino delle pulci, la zuppa inglese, l’esperimento col tostapane e il pronome indefinito –, è scrittore mineralogista, minia parole in cristalli. Con le lingue dei poeti si erigono nazioni, si custodiscono linguaggi. La storia poetica di Federico Italiano è già sedimentata nella Storia. E nelle nostre viscere.&nbsp;</p>



<p>Nel mondo che non concede oblio alla colpa, la sua poesia accorda la grazia della metamorfosi ai fossili di noi stessi. Poetica del “nuovo”, compendiata nel verso-regesto, tranchant, di&nbsp;<em>Cafè Kafka</em>: “Sarete nuovi o estinti”. Ci ha già riscritti tutti.&nbsp;</p>



<p>Se fra i versi de&nbsp;<em>Lo zoo di Anversa</em>&nbsp;la notte si compie nel superfluo, “un capello nel lavabo,/ la schiuma del dentifricio/ a forma di Antartide sul bordo e il sesso/ consumato nell’appartamento accanto”, nel suo&nbsp;<em>Symposium</em>&nbsp;– al settimo motivo – la poesia si smargina fra le frange del frainteso, sfrangiata nel duplice – “poesia ed errore/ le facce di un’unica medaglia”. Poeta-anfibio, a sangue freddo, Italiano ci accorda le coordinate-portolano, la bussola per naufragare, dolcemente, nel lirico equivoco.&nbsp;</p>



<p>Nessun maestrale a sferzarne la maestria metrica – da fantasie in fatrasie a postremi madrigali, il verso si sigilla nell’amido,&nbsp;<em>acqua e vapore</em>, si suggella, tumido, nell’umido. Umidità di litigi, di bramosia, di tradimento, umidità di lupo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Cosmiche scaturigini, debuttano – nelle battute di&nbsp;<em>Memorie d’acqua dolce</em>&nbsp;– rane, tafani, zanzare, matrici ecologiche, di natura matrigna. Negli sconfinati confini della sua opera, riemergono, in rifrazione, insieme a locuste, drosofile, policromi entomi – saga di piaghe a ulcerare il cuore del lettore.</p>



<p>*</p>



<p>In una tassonomia d’elezione sentimentale, vado a incastonarlo fra i naturalisti del verso, anatomisti del vivente. Nella scatola entomologica della lingua – fra le cacce sottili di Jünger, devoto al&nbsp;<em>genus carabus</em>, che incannulava coleotteri in trincea (l’editore Guanda ne pubblica le scientifiche suggestioni trent’anni ante&nbsp;<em>Godzilla</em>) e gli alteri,&nbsp;<em>vezzeggiati</em>, lepidotteri di Nabokov; tra le filosofie botaniche di Goethe e le salamandre in bottiglia di Yeats – appassionato di scienze naturali, in calde notti dimorava nelle grotte irlandesi per acchiappare falene. Ma pure, andando per moderne frontiere, ai&nbsp;<em>Fossili di rivolta&nbsp;</em>di Giorgiomaria Cornelio, protagonisti del trattatello che il poeta maceratese dedica ad una “archeologia del possibile” (Tlon, 2024). Speculazioni speculari alla poesia, speleologia del verbo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Nell’atlante-Atlantide editoriale tra i vivi e i morti, Federico Italiano si installa tra i “poeti forti” – l’espressione l’usucapisco da Harold Bloom (<em>L’angoscia dell’influenza</em>, 1973) –, fra le figure maggiori che non temono il rapporto revisionistico delle relazioni interpoetiche, si appropriano dell’esistente con cieca tenacia fino ad apparire come se avessero scritto anche l’opera del precursore.</p>



<p>Uomo in bilico – fra gli argini e una madrepatria ai margini –, in&nbsp;<em>esilio perfetto</em>, Italiano pare avulso da conventicole e correnti, poeti in posa nei conventi. Europeo, nell’accezione eliotiana del termine – élite di chi sa fare l’uso migliore della lingua che gli è toccata, in quanto linceo conoscitore delle fonti esterne, estreme, estinte. Manifeste, sono le sue gesta di traduttore.&nbsp;</p>



<p>Negli scritti convoca, in conversazione fra pari, Bellow, Gogol’, Brodskij, Schiller. Pure, nel genio verbale di&nbsp;<em>Mr. Bellow al Salone del Mobile</em>, innesca un cortocircuito tra Crono e cronico – “il tempo ottenebra le verità / ma svela i microsegreti del tinello”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/COVER-HABITAT-federico-italiano-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107796" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/COVER-HABITAT-federico-italiano-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/COVER-HABITAT-federico-italiano-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/COVER-HABITAT-federico-italiano-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/COVER-HABITAT-federico-italiano.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ad occhi bendati, in filigrana onirica, traghetterei con me&nbsp;<strong><em>Habitat</em>&nbsp;(Elliot, 2020)</strong>, libro di nitore nipponico, dove il mostro transita nelle&nbsp;<em>case degli altri</em>, filtra nell’appartamento in cui&nbsp;<em>ti ci potevi perdere e riabbracciare</em>&nbsp;– fra le ossee flessioni di&nbsp;<em>Congedo da Monaco</em>, scritto salmodiante,&nbsp;<em>super flumen Isar</em>, per così dire (“Isar, son of the alpine snows,/ a furious turquoise flood” – ne scriveva J.C. Squire in&nbsp;<em>Rivers</em>).&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>Vanitas vanitatum</em>&nbsp;– fra i testi di vertiginosa voluttà, fregiato di viziosa dovizia, merita menzione a parte, appartata,&nbsp;<em>Villanelle di Qohèlet</em>. Nella riscrittura del versetto, il monito dell’Ecclesiaste, svestito di ogni astrazione, si palesa in veste di imperativo anatomico, lode all’imminenza carnale – la chiusa, perentorio&nbsp;<em>memento mori</em>, s’intesse, intradermica, in ogni vulnus.&nbsp;</p>



<p><strong>“Ciò che la tua mano trova da fare,<br>– disse – fallo con tutte le tue forze&nbsp;<br>con tutte le tue membra,</strong></p>



<p><strong>con l’inguine, con l’osso temporale&nbsp;<br>con le ciglia, con il piccolo psoas,&nbsp;<br>ciò che la tua mano trova da fare,</strong></p>



<p><strong>fallo col cremastere, con le labbra&nbsp;<br>e con le ghiandole di Skène – disse –<br>fallo con tutte le tue membra,</strong></p>



<p><strong>con lo sterno, con la spina dorsale,&nbsp;<br>con la fossetta di von Mohrenheim,&nbsp;<br>ciò che la tua mano trova da fare,</strong></p>



<p><strong>fallo con ogni tua singola vertebra&nbsp;<br>con tutte le ferite del tuo corpo,&nbsp;<br>fallo con tutte le tue membra,</strong></p>



<p><strong>fallo, non esitare, poiché quando&nbsp;<br>sarai nel sottosuolo,&nbsp;<br>con tutte le tue membra,&nbsp;<br>la tua mano non avrà nulla da fare.”</strong></p>



<p>Disarmante estetica, nelle sensuali declinazioni di Federico Italiano – epos dell’eros, diffuso in vari titoli, che fluttua tra il libro d’ore e il libro d’ombra, la preghiera e la liturgia dei sensi, l’opera lirica e il teatro Nō. A redigere una sorta di breviario dei corpi – alludo a&nbsp;<em>Complementi di luogo, Vilnius,</em>&nbsp;<em>L’era glaciale</em>,<em>&nbsp;Una voce –</em>&nbsp;fra piume e piumoni, fremiti, moquette che mutano in foreste pluviali.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="585" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/og__id6409_w1200__1x-585x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107797" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/og__id6409_w1200__1x-585x1024.jpg 585w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/og__id6409_w1200__1x-171x300.jpg 171w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/og__id6409_w1200__1x-600x1050.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/og__id6409_w1200__1x.jpg 617w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In veste di poeta-augure, pure intona un beccheggiante dialogo con gli alati – le&nbsp;<em>garzette bianche dal becco nero</em>,<em>&nbsp;</em>tubano, volubili volatili, con le egrette bianche di Derek Walcott; le ali candide, svettano eleganti come i cigni di Coole – che sia l’estensione del riso o un prato di Santa Cruz, poco importa, il poeta s’è già involato in canoni immortali, lasciandoci a languire nel suo smeraldo.&nbsp;</p>



<p>E mentre dodici corvi – in formazione apostolica – sognano&nbsp;<em>neri sogni di corvo&nbsp;</em>tra i rami spogli di un platano, come a trarre gli auspici di&nbsp;<em>Aratura autunnale</em>, il coro mattutino di&nbsp;<em>Supplemento alle beatitudini</em>&nbsp;pare un fausto presagio – inaugurerà poi il volume di&nbsp;<em>Godzilla</em>.</p>



<p>Se il poeta è profeta del suo tempo, legislatore non riconosciuto del mondo, come assevera Shelley – un&nbsp;<em>romantico del Sussex</em>&nbsp;– lo è anche di sé. Scorge il futuro nel presente – “Siamo l’ordine alfabetico/ della nostra fine e del nostro inizio”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Che sia ermeneuta di una cometa, apologeta di un autobus, profeta del neolitico –&nbsp;<em>testicolo del tempo</em>&nbsp;–, Federico Italiano, nel giogo della lingua c’infila, con sapienza mai sapienziale, anche il gioco, complice la verve imberbe del poeta-fanciullo, senza riserve.&nbsp;<em>Il metodo nigeriano per vincere a Scrabble</em>,&nbsp;<em>Il kebap e gli scacchi,</em>&nbsp;<em>Calumet</em>,&nbsp;<em>Walkie-talkie</em>, sono alcuni degli scritti mostruosamente, dunque prodigiosamente belli, inviscerati in un virtuosismo che gioca una partita tra memoria e Memory, fotosintetico e fonosintattico. In poesia, gioco per pochi, Italiano compete con talento marziale. È fra i pochi a poter giocare seriamente – gli altri sono impegnati a impregnare la pagina del proprio&nbsp;<em>io</em>. Fra cristallini fumi, recita così,&nbsp;<em>Calumet</em>&nbsp;(da&nbsp;<strong><em>La grande nevicata</em>, Donzelli, 2023</strong>):</p>



<p><strong>“Calumet – e sei in un campo Sioux&nbsp;<br>a discutere di cervi e lupi<br>con il tuo amico per la pelle di cui conosci&nbsp;</strong></p>



<p><strong>l’odore, come fosse il tuo, ma quella pipa&nbsp;<br>non si chiama così; quel nome&nbsp;<br>latino, soavemente indoeuropeo,</strong></p>



<p><strong>consanguineo del&nbsp;<em>kalama</em>&nbsp;sanscrito,&nbsp;<br>del calamaio, glielo ha dato&nbsp;<br>un piccardo, un poeta – è un inganno.</strong></p>



<p><strong>Tu mima come si alza il fumo, come&nbsp;<br>dissolvendosi unisce, chiudi il gioco:<br>la parola nascosta è&nbsp;<em>calumet</em>.”&nbsp;</strong></p>



<p>*</p>



<p>Federico Italiano è fra i poeti che squarciano l’asse del tempo, ne capovolgono la tirannia, facendo apparire tutti gli altri in ritardo. La sua poesia pare più monogama del suo astore, misticamente fedele a se stessa, in costante monologo. Del titanico&nbsp;<em>corpus</em>&nbsp;prediligo infine il non detto, l’incomprensibile, l’incompreso – la scoria che riluce, il frammento che riduce demente. I versi che fanno fiorire la malva negli interstizi – domestici, inguinali, astrali.&nbsp;</p>



<p>Ma si badi a non cedere all’onanismo esegetico – restano, queste,&nbsp;<em>considerazioni di un impoetico</em>.&nbsp;</p>



<p><strong>Fabrizia Sabbatini</strong></p>



<p><em>*In copertina: Federico Italiano © Valentin Kuzan</em></p>
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		<title>“Dopo che l’insondabile ti ha illuminato il volto”. Intorno a Federico Italiano, il poeta-Chirone</title>
		<link>https://www.pangea.news/federico-italiano-godzilla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 03:58:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Godzilla]]></category>
		<category><![CDATA[Guanda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’anno&nbsp;<strong>Federico Italiano</strong>&nbsp;compie cinquant’anni: con&nbsp;<strong><a href="https://www.guanda.it/libri/federico-italiano-godzilla-9788823536890"><em>Godzilla e altre poesie</em>&nbsp;(Guanda, 2026)</a></strong>&nbsp;si è regalato il libro più riuscito, risolto, maturo – non il più bello.&nbsp;</p>



<p>Nel titolo, forse, si cela l’energumeno di una poetica: allo stesso tempo, Godzilla richiama al mostruoso e al fantastico, al selvaggio, è vero, ma pure al fenomeno cinematografico, alla mostruosità della ‘finzione’. Federico Italiano – il più colto e cifrato tra i poeti italiani contemporanei – è un poeta-Chirone: imbriglia il bestiale nell’intellettuale, forgia mitologie metafisiche, alterna – con sapienza ad esagono, tetragona all’oggi – ragione e ispirazione, mente e cuore, spirito e corpo.&nbsp;</p>



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<p>Il Godzilla di Italiano – così si legge nella sezione che conferisce regalità di titolo al libro – si muove tra la Dora Baltea e il vercellese, tra gli argini e i rigagnoli intorno a Novara, dove il poeta – per lo più apolide – è cresciuto. Un poeta che come nessun altro dissemina nei suoi libri elementi culturali di ogni specie – forse per insidiare una sorta di disorientamento nel lettore, per indiarlo nella divinazione di sé –, infine, non ha fatto che esigersi in autobiografia lirica, che erigersi un autoritratto. In&nbsp;<em>Godzilla</em>&nbsp;siamo nel 1987: a Trino Vercellese smantellano la centrale nucleare intitolata a Enrico Fermi, in seguito al referendum abrogativo; ne&nbsp;<strong><a href="https://www.donzelli.it/libro/9788855224468"><em>La grande nevicata</em>&nbsp;(Donzelli, 2023</a></strong>; libro quant’altri mai pieno di araldici uccelli rapaci) siamo nel 1985, sopra “un bob nuovo fiammante”, mentre “ci lanciavamo dal centro della nostra Via Lattea/ ai confini del cortile”; in&nbsp;<strong><a href="https://www.elliotedizioni.com/prodotto/federico-italiano-habitat/"><em>Habitat</em> (Elliot, 2020)</a></strong>&nbsp;– mi riferisco alla sezione&nbsp;<em>Corpo d’acqua</em>&nbsp;– si va, in una imprecisata infanzia, “a caccia di rane/ nel labirinto degli argini”. Spopola – svolazzando per un tempo infinito, lungo l’estro di svariate pagine – la garzetta, il bianco ardeide che pare estratto da un paravento giapponese: creatura comune e cara a chi conosce le risaie di quegli infestati luoghi del Piemonte, a chi è cresciuto nel feroce candore di Tanzio da Varallo. Anche nel libro di Italiano che a mio giudizio è uno spigare tra simulacri e divinità in plexiglass,&nbsp;<strong><a href="https://www.ninoaragnoeditore.it/opera/limpronta"><em>L’impronta</em>&nbsp;(Aragno, 2014)</a></strong>, siamo condotti negli aviti luoghi del poeta – che costruisce, così, libro per libro, con pazienza amanuense, una specie di topografia del cuore –: Olengo e Sillavengo (microscopici borghi di qualche centinaio di abitanti tra i rivoli di Novara; specie di Cratos e Bia, di Gog e Magog della toponomastica), tra il Ticino e il Sesia, dove “vedemmo l’ibis sacro”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="674" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9788823536890_92_1000_0_75-674x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106891" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9788823536890_92_1000_0_75-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9788823536890_92_1000_0_75-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9788823536890_92_1000_0_75-600x911.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9788823536890_92_1000_0_75.jpg 711w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /></figure>



<p>Si diceva del genio della compiutezza. Beh, <em>Godzilla</em> riassume un po’ tutti i talenti lirici di Federico Italiano. Ergo: la capacità di veleggiare tra metri difformi (sonetti, ballate, poemetti, <em>ghazal</em>), con irregolare levità <em>à la</em> Nižinskij, perimetrando fenomeni e mucillagini culturali di ogni provenienza. Così, ad esempio, leggiamo un <em>Saggio sugli angeli</em> – tra le poesie più ispirate del libro –, un <em>Saggio sulla capinera</em> e un testo sulla <em>Terza legge di Keplero</em>. Spesso i riferimenti colti, che fungono da miccia lirica, sono velati: la poesia è un rebus che il lettore, con capacità Penelope, deve saper sbrogliare per non cadere nell’imbroglio. Il “poeta vegetariano/ che da Borgeby in Svezia mandava/ lunghe lettere alla moglie/ sull’autunno imminente”, ad esempio, è Rilke, che nel 1904 ha effettivamente soggiornato nel castello di Borgeby, nel sud della Svezia. In <em>Lo zoo di Anversa</em>, invece, il vero – denunciato – protagonista è Rembrandt Bugatti, il grande scultore di belve (enigmatica controparte del poeta, forse, che riduce il selvaggio in conchiusa forma, che ferma “dal vivo in creta o plastilina” la vita, dando alla vita una funzione forse accessoria). Se a pagina 61 Franz Kafka è l’autore delle fantomatiche lettere a Milena, il <em>Café Kafka</em> che compare sedici pagine dopo è la mera quinta per approfondire “l’evento di Tunguska”, l’esplosione – dicono – di una cometa avvenuta in Siberia il 30 giugno del 1908. Ciò che ci importa, qui, è la stanza finale della poesia, bellissima:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Qual è il senso delle nostre piccole anime, il legno<br>su cui sediamo, il morso del desiderio, il cielo<br>che si squarcia come cartapesta,<br>dopo che l’insondabile&nbsp;<br>ti ha illuminato il volto?<br>Dormire, dimenticare, costruire penombre<br>con le ginocchia, darci lievi piaceri di un’ora, dormire”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Benché con minore insistenza che in altri libri, anche in&nbsp;<em>Godzilla</em>&nbsp;appare l’animale, pur sempre altro da sé: mi convince il “lupo vegano”. Il&nbsp;<em>tono</em>&nbsp;di Federico Italiano, come sempre, è arguto, pieno di humour, mai umorale, sempre teso tra il futile e l’assoluto, tra le “Scatolette di carne Manzotin” e la “supernova Tycho”. Una disciplina lirica che Italiano perpetua dal primo libro, dal titolo programmatico,&nbsp;<a href="https://www.unilibro.it/libro/italiano-federico/nella-costanza/9788889520062"><strong><em>Nella costanza</em>&nbsp;(Edizioni Atelier, 2003</strong>)</a>, con testi che ancora&nbsp;<em>restano</em>&nbsp;(ad esempio:&nbsp;<em>Nascita di una stanza</em>&nbsp;e&nbsp;<em>I custodi della Glittoteca</em>), nuovi, limpidi, appena partoriti dal fiume. Ci sono poeti che crescono bruciando, che scrivono incenerendo; altri che vanno con la zappa e il microscopio, coltivano il proprio campo allineandolo alle stelle. Federico Italiano, poeta di svergognata bravura, non deve vergognarsi di nulla: tutto, nella sua opera, si tiene.&nbsp;</p>



<p>Anche nelle poesie meno belle, così –&nbsp;<em>Un castello di caccia nel Brandeburgo</em>, ad esempio: parere mio,&nbsp;<em>obviously</em>&nbsp;–, il poeta risolve il tutto con un colpo di&nbsp;<em>wit</em>, con un distico spiazzante, questo: “un rastrello poggiato alla rimessa/ metteva la museruola alla sera”. Nello stesso lampo, l’iper-quotidiano e il metaforico, il banale e il bestiale, la sacralità delle cose comuni, la sera con i denti.&nbsp;</p>



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<p>Dopo aver praticato a Monaco di Baviera e a Innsbruck, oggi Federico Italiano insegna letterature comparate a Roma, alla ‘Sapienza’; ha tradotto tanto, tra gli altri Jan Wagner (per Bompiani e Einaudi), Raoul Schrott (per Crocetti), Lutz Seiler, Vicente Aleixandre, Elizabeth Bishop. Ha un sito, questo:&nbsp;<a href="http://www.federicoitaliano.com/">http://www.federicoitaliano.com</a>. È tra i grandi poeti europei di oggi, guarda a Durs Grünbein e a Ted Hughes, reca parentele liriche con Auden. Non può non piacere a chi piace la poesia; tuttavia, la sua non è mai una&nbsp;<em>posa</em>&nbsp;lirica, bensì una&nbsp;<em>postura</em>.&nbsp;</p>



<p>Se ho detto, all’inizio, che&nbsp;<em>Godzilla</em>&nbsp;è il libro più&nbsp;<em>riuscito</em>&nbsp;di Italiano, ma non il più bello, è per una tara interiore. Non credo – o meglio: non ammetto – la compiutezza in poesia. Preferisco l’imperfezione, le vie provvidenzialmente fallimentari, i bordi smangiati, le faine dell’aldilà, il non-so-che, il poeta a bocca aperta. Per me, il libro più bello di Federico Italiano – quello, cioè, che mostra una trama di infinite&nbsp;<em>possibilità</em>: alcune delle quali il poeta non percorrerà mai; tutto quel reticolo di sentieri interrotti che ci mostrano perché un poeta è&nbsp;<em>inimitabile</em>&nbsp;soprattutto per se stesso, dacché il poeta, ad ogni libro, deve in qualche modo sopprimere se stesso – rimane&nbsp;<strong><a href="https://www.mariettieditore.it/libro/9788821159206-l-invasione-dei-granchi-giganti"><em>L’invasione dei granchi giganti</em>&nbsp;(Marietti 1820, 2010)</a></strong>. La lista di poesie memorabili, lì – da&nbsp;<em>Il tradimento dei rospi</em>&nbsp;a&nbsp;<em>Schiller</em>, da&nbsp;<em>Discorso di un giovane alla sua prescelta</em>&nbsp;a&nbsp;<em>Post scriptum a Josif Brodskij</em>, da&nbsp;<em>I Mirmidoni</em>&nbsp;a&nbsp;<em>La nuova età gregaria o l’invasione delle locuste</em>&nbsp;–, è tale da rendere quel libro, per me, uno dei più vasti della poesia italiana degli ultimi decenni. È un libro, cioè, che impone avventure, che invita a percorrere strade antartiche, senza fiato; è un libro-slitta e un libro-zaino; soprattutto, è un libro che ci obbliga ad altri libri, consegnando al libro la sua vera autorità: quello di essere una mappa celeste del sé, dell’anima detta nuovo mondo.&nbsp;</p>



<p>Ma forse, sto semplicemente invecchiando.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Johann Jacob Eybelwieser, Giacobbe e l’Angelo, fine XVII secolo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/federico-italiano-godzilla/">“Dopo che l’insondabile ti ha illuminato il volto”. Intorno a Federico Italiano, il poeta-Chirone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Confessioni del lupo”. Una silloge di Federico Italiano</title>
		<link>https://www.pangea.news/federico-italiano-confessioni-del-lupo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 04:18:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Confessioni del lupo]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si dice che l’uomo abbia imparato a cacciare dal lupo, osservando il modo in cui questo si muove in gruppo, concepisce il terreno, annusa l’aria, spazializza la sua fame e il suo destino. Cacciare, in fondo, significa mappare e mappare implica disegno e misura. Disegnare, a sua volta, ci insegna a pensare in termini di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si dice che l’uomo abbia imparato a cacciare dal lupo, osservando il modo in cui questo si muove in gruppo, concepisce il terreno, annusa l’aria, spazializza la sua fame e il suo destino. Cacciare, in fondo, significa mappare e mappare implica disegno e misura. Disegnare, a sua volta, ci insegna a pensare in termini di futuro e passato, di desiderio e fine. In un certo senso, il lupo ci ha reso poeti.&nbsp;</p>



<p>Il ciclo&nbsp;<em>Confessioni del lupo</em>&nbsp;raccoglie i frammenti di un’elegia esplosa e scheggiata in onore di questo animale, in cui ancora collettivamente e simbolicamente riconosciamo diverse apoteosi: ferocia e tenerezza, intelligenza e istinto, fiuto e indipendenza. Quel mosaico di forme variopinte e a volte grottesche, il cane, non sarebbe il nostro più devoto alleato, con il suo affetto che sembra sfidare ogni logica, se non avessimo, seguendo i nostri capricci, riscritto il destino genetico del lupo.&nbsp;<strong>Dovessimo sparire dalla faccia della terra, anche il prodotto della nostra selezione&nbsp;artificiale sparirebbe con noi. Il cane tornerebbe alla sua unica e vera dimensione possibile, tornerebbe a essere lupo – o comunque un animale molto simile al&nbsp;<em>Canis lupus</em>,&nbsp;come vividamente immaginato da Richard Jefferies in&nbsp;<em>After London</em>&nbsp;(1885)&nbsp;uno dei primi romanzi post-apocalittici dell’era moderna,&nbsp;dove branchi ferali vagano in un’Inghilterra riconquistata dalla natura.</strong></p>



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<p>Nel mio ciclo, il lupo si confonde, come in una pittura rupestre, con elementi umani. Se lì si intreccia, si fonde con il carbone applicato, il sangue, il fuoco che ha guidato il disegno, con la luce millenaria imprigionata nelle rocce calcaree; qui, si mischia con la marmellata di mirtilli, l’asfalto, il seme schizzato sulle lenzuola. Nella poesia finale del ciclo, ho immaginato un lupo&nbsp;–&nbsp;uno di quelli realmente reintrodotti negli anni Novanta del secolo scorso nel parco di Yellowstone&nbsp;–il suo iniziale disorientamento, il panico di fronte all’ignota sensazione della fame, fino al primo morso, alla successiva diminuzione della popolazione di cervi. Pare che i biologi si fossero messi le mani nei capelli all’inizio, incerti sulla bontà del loro progetto, finché, dopo un paio d’anni, videro gli alberi crescere, non più decimati sul nascere dai troppi erbivori ingordi. E con gli alberi ai bordi dei fiumi tornarono i castori, e con le loro dighe nuove popolazioni di insetti e uccelli, finché persino il corso dei fiumi cambiò. Il lupo non aveva solo rinvigorito l’ecosistema: aveva trasformato persino la geografia del parco.</p>



<p>Il ciclo&nbsp;<em>Confessioni del lupo&nbsp;</em>è tratto da un libro in fieri. Mi piace pensare a questa raccolta, alla quale lavoro dai primi mesi del 2023, come a una sintesi dei due libri precedenti,&nbsp;<em>Habitat</em>&nbsp;e&nbsp;<em>La grande nevicata</em>, con cui andrebbe a formare una sorta di trilogia. Non so se la parola “sintesi”, con quel retrogusto hegeliano, sia davvero quella giusta per definirne l’identità, ma è vero che in queste pagine ritornano sia la riflessione ecologica e topografica che ha animato&nbsp;<em>Habitat</em>, sia quella meteorologica e memoriale che contraddistingue&nbsp;<em>La grande nevicata</em>. La differenza è che in questi testi più recenti emerge con maggiore forza – e una certa virulenza – la dimensione elegiaca, intesa tanto come lamento quanto come celebrazione. Forse ciò è dovuto al mio ritorno a Rilke, così pervasivo e dominante negli ultimi due anni: un ritorno esplicitato in modo un po’ ironico, ma non per questo meno radicale e sentito nello pseudo-sonetto&nbsp;<em>Saggio sugli angeli</em>&nbsp;e, soprattutto, in&nbsp;<em>Borgeby</em>.&nbsp;<strong>Questo toponimo, di non facile ubicazione, rimanda alla cittadina svedese dove il poeta soggiornò per un certo periodo, nel 1904, e da cui inviava lettere cariche di attesa per le meraviglie policromatiche e dinamiche dell’autunno che si sarebbero presto rivelate. Rilke veniva dall’estate calda, monotona e statica di Roma e non vedeva l’ora di immergersi nei cieli in subbuglio dell’autunno nordico.</strong>&nbsp;Quella mia poesia è, a suo modo, una lettera a un destinatario non nominato – una lettera priva dei caratteri riconoscibili della corrispondenza – in cui gli accenni a una quotidianità claustrofobica si intrecciano a frammenti di geografie fluide, umane e non-umane.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="769" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani-1024x769.jpg" alt="" class="wp-image-104806" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani-1024x769.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/11-federico-italiano-ph-dino-ignani.jpg 1439w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Federico Italiano ritratto da Dino Ignani</figcaption></figure>



<p>La poesia – anche quella più difficile o apparentemente inutile – è radicata nella realtà, possiede una propria causalità, simile al suono generato dal vento che attraversa la “Æolian lyre”, l’arpa eolia, evocata da Shelley nella sua&nbsp;<em>Defence of Poetry</em>. Essa nasce dall’incontro tra due realtà oggettive che, interagendo, si trasformano, si traducono, generando una terza entità, un terzo oggetto, la poesia stessa. Questa, a sua volta, darà vita a ulteriori pieghe del reale. In tal senso, la poesia non solo agisce sulla realtà, la poesia è realtà.</p>



<p><strong><em>Federico Italiano<a href="applewebdata://2181729F-ADCD-4F7D-AEC5-6C145083B60B#_ftn1"><sup><strong>[1]</strong></sup></a></em></strong></p>



<p><em>Borgeby</em></p>



<p>Provai a percorrere tutti i fiumi di Francia <br>sulla carta limnologica a colazione –<br>c’era la Loira in blu, l’Aveyron <br>in rosa, la Mosella in verde <br>e tutti i tributari, <br>tutti gli affluenti, <br>nei loro correspettivi colori.</p>



<p>Mappai le vene di un mammifero&nbsp;<br>immenso, squartato e deposto&nbsp;<br>sul tavolo autoptico della Storia<br>ma finito il caffè mi alzai,&nbsp;<br>feci andare il lavastoviglie&nbsp;<br>e dimenticai i fiumi,&nbsp;<br>il prosciutto, la Francia e il sangue,</p>



<p>per scrivere di un poeta vegetariano&nbsp;<br>che da Borgeby in Svezia mandava&nbsp;<br>lunghe lettere alla moglie&nbsp;<br>sull’autunno imminente,&nbsp;<br>sul vento che non cessa, sul turgore&nbsp;<br>dei frutti, sulle cicogne più giovani&nbsp;<br>ormai indistinguibili da quelle più anziane.</p>



<p>*</p>



<p><em>Saggio sugli angeli</em></p>



<p>Le ossa degli angeli si flettono elastiche&nbsp;<br>ma si possono fagliare se esposte&nbsp;<br>troppo a lungo all’atmosfera terrestre.<br>Sono un mix di cellule e collagene, come le nostre,<br>solo che al posto&nbsp;dei fosfati hanno uranio&nbsp;<br>espulso dalla supernova Tycho.&nbsp;<br>Simile a quello degli uccelli, il loro sterno è ampio,&nbsp;<br>a forma di ascia, con un osso biforcuto&nbsp;<br>sotto il collo: non fosse per le piume sulle ali&nbsp;<br>e i così biondi boccoli, ne aprirei con piacere uno&nbsp;<br>lungo il torace per capire cosa si nasconda lì&nbsp;<br>dentro – se una stufa celeste, un ingranaggio divino –<br>                            cosa gli faccia splendere madreperla la cute<br>                            insinuando la finzione del sangue sulle gote.</p>



<p>*</p>



<p><em>Confessioni del lupo</em></p>



<p>1.</p>



<p>La notte è un mostro gigante&nbsp;<br>che ho sfamato&nbsp;<br>centinaia di volte&nbsp;<br>bruciandomi le mani e il pube.</p>



<p>Ho il pelo radioattivo,&nbsp;<br>sono un pericolo.<br>Le viscere della terra – una mucosa<br>che si prende gioco di me.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>3.</p>



<p><em>impronte latenti</em></p>



<p>Con l’eloquio di una perdita còlta&nbsp;<br>in flagrante, l’umidità mi ha tradito<br>svelando al lampadario&nbsp;<br>e a tutte le finestre dirimpetto<br>gli esiti della mia pressione, strani&nbsp;<br>fischi nel mio sistema di valvole,&nbsp;<br>le crepe nelle mie guarnizioni,&nbsp;<br>l’odore di caviale sui lenzuoli&nbsp;<br>e il beneficio atteso di uno schizzo,&nbsp;<br>di una goccia – una nota, una bozza d’essere.</p>



<p>*</p>



<p>4.</p>



<p><em>lupo vegano</em></p>



<p>Quando nel cielo scomparvero tutte le pecorelle&nbsp;<br>intimorite dal mio gioire nel guardarle<br>smisi di provare piacere con gli occhi&nbsp;<br>e rinnegai Dio-Lupo&nbsp;<br>dedicandomi a funghi psicotropi e arbusti aromatici&nbsp;<br>per lenire l’acidità nel mio stomaco&nbsp;<br>e l’infiammarsi dei miei pensieri grigi.</p>



<p>Un mattino, passato l’inverno, le greggi tornarono&nbsp;<br>in cielo, infinite pecorelle candide come neve,&nbsp;<br>ma non avevo più gli occhi per contemplarle&nbsp;<br>né avidità nei lombi, estinta&nbsp;<br>era la gioia indivisibile&nbsp;<br>di chi divora il giorno senza masticare&nbsp;<br>e non teme il suo vero colore.</p>



<p>*</p>



<p>5.</p>



<p><em>die Füchse brauen</em></p>



<p>[le volpi fanno la birra]</p>



<p>Quando dai boschi sale la bruma o la foschia&nbsp;<br>ammanta brughiere e villaggi&nbsp;<br>dicono sia colpa delle volpi&nbsp;<br>che fabbricano birra nelle loro tane<br>come se quei loschi canidi rossi&nbsp;<br>sappiano discernere il malto&nbsp;<br>dal luppolo. Che ingenui –&nbsp;<br>le nebbie salgono dalle mie lingue<br>quando ansimo per raffreddarmi il sangue.</p>



<p>*</p>



<p>6.</p>



<p><em>Aldo Leopold</em></p>



<p>Solamente la montagna ha vissuto&nbsp;<br>così a lungo da capire davvero –<br>dicono – il mio ululare.</p>



<p>Ah, ma si sbagliano:<br>per ogni mio lamento c’è un lupo&nbsp;<br>oltre il bosco che si interroga e risponde</p>



<p>un filo d’erba che si piega,<br>un sassolino che scricchiola&nbsp;<br>sotto le mie zampe contratte nel canto</p>



<p>una foglia che cadendo cambia<br>direzione e colpisce<br>un efemerottero mentre ispeziona il suo stagno</p>



<p>una lepre che medita<br>immobile sulla fine dei giorni&nbsp;<br>e un assiolo solitario che si eccita.</p>



<p>*</p>



<p>7.</p>



<p>Pelle&nbsp;<br>aggrottata&nbsp;<br>lingua del passato,&nbsp;<br>duna, radioattiva spiaggia&nbsp;<br>intertidale, pergamena o lenzuolo,<br>ti indosserò fino alla fine, senza cedere nulla,&nbsp;<br>neanche un millimetro, neanche una molecola, pel-<br>le.</p>



<p>*</p>



<p>10.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Yellowstone National Park</em></p>



<p>Mi reintrodussero senza darmi istruzioni&nbsp;<br>vagai senza una mappa guaendo&nbsp;<br>e fornicando per sconforto<br>con l’orrore&nbsp;<br>dei crinali negli occhi&nbsp;<br>e il pelo che si rizzava a ogni alito&nbsp;<br>di vento o al ronzio di un calabrone.</p>



<p>Non sapevo neanche cosa fosse la fame finché&nbsp;<br>qualcosa si contorse e m’inondò di saliva<br>le mascelle: un profilo tondo –&nbsp;<br>una coscia,&nbsp;<br>vicino al ruscello,&nbsp;<br>ben tornita – le mie pupille&nbsp;<br>s’espansero e addentai un futuro di sangue.&nbsp;</p>



<p>Dopo qualche inverno si ridussero i cervi<br>i germogli perdurarono, divennero&nbsp;<br>alberi, crescendo lungo le rive,&nbsp;<br>i castori&nbsp;<br>ebbero legna per le loro dighe –&nbsp;<br>nicchie per marmotte e idrofile – un giorno&nbsp;<br>vidi un astore inchinarsi al mio passaggio.&nbsp;</p>



<p>La mia fame assestava il corso dei fiumi&nbsp;<br>fortificava colline e spargeva fiori&nbsp;<br>nel verde indiviso delle vallate<br>ogni mio morso&nbsp;<br>dava agli alberi il tempo&nbsp;<br>di fare corteccia, mettere muscoli&nbsp;<br>resistere al vento, cambiare le topografie.</p>



<p><em><a href="https://www.crocettieditore.it/rivista/poesia-rivista-internazionale-di-cultura-poetica-nuova-serie-vol-33/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione si riproducono parte dell’introduzione di Federico Italiano e una selezione di testi, pubblicati integralmente nell’ultimo numero di “Poesia” (Crocetti Editore, n. 33, settembre-ottobre, 2025)</a></em></p>



<p><em>In copertina: schizzo preparatorio di Rubens per “La caccia al lupo e alla volpe” (1616 ca.)</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://2181729F-ADCD-4F7D-AEC5-6C145083B60B#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Federico Italiano ha pubblicato, tra l’altro, “Nella costanza” (Atelier, 2003); “L’invasione dei granchi giganti” (Marietti, 2010), “Habitat” (Elliot, 2020), “La grande nevicata” (Donzelli, 2023). Ha tradotto, tra gli altri, Jan Wagner (per Bompiani e Einaudi), Michael Krüger e&nbsp;Durs Grünbein; è tradotto in inglese, spagnolo, ungherese, ebraico, svedese e un certo numero di altre lingue. <a href="http://www.federicoitaliano.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo trovate anche qui: http://www.federicoitaliano.com</a></p>
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		<item>
		<title>Federico Italiano è il Fitzcarraldo della poesia nostra: fonde la cultura all’ispirazione selvaggia (e chiacchiera con Auden, Brodskij, Walcott)</title>
		<link>https://www.pangea.news/federico-italiano-habitat-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2020 11:22:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Drasticamente, la poesia italiana è ridotta a due eventi. A: i ‘maestri’ che si sputtanano sputando sul marmo della propria opera, senza altro spunto che recitare se stessi, decrepiti. B: i poeti ‘nuovi’ che sculettano sul palco lirico, manco fosse un trito episodio sanremese (credono nella fama, poveretti, senza altra fame). D’altronde, per farsi notare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Drasticamente, la poesia italiana è ridotta a due eventi.</strong> A: i ‘maestri’ che si sputtanano sputando sul marmo della propria opera, senza altro spunto che recitare se stessi, decrepiti. B: i poeti ‘nuovi’ che sculettano sul palco lirico, manco fosse un trito episodio sanremese (credono nella <em>fama</em>, poveretti, senza altra fame). D’altronde, per farsi notare bisogna ‘saperci fare’ e i critici letterari, da tempo, inaciditi nell’ovvio, vogliono essere considerati poeti puri pure loro, poveretti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per salvarmi dalla palude, gettando nel cosmo qualche poesia per gli extraterrestri che verranno, sfoglio un libro pubblicato dieci anni fa. S’intitola <a href="https://www.mariettieditore.it/9788821159206-l-invasione-dei-granchi-giganti" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>L’invasione dei granchi giganti</em>,</a> lo ha scritto <a href="http://www.federicoitaliano.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Federico Italiano</strong></a>, lo ha pubblicato Marietti. Quel libro è un cristallo. Alcune poesie – queste, almeno: <em>Il tradimento dei rospi, La nuova età gregaria o l’invasione delle locuste, L’invasione dei granchi giganti, Dersu Uzala, I Mirmidoni </em>– andrebbero imparate a scuola, per capire come si fa. <strong>Poesia, infatti, non è auscultare i moti perpetui del proprio cuore, non è speleologia cardiovascolare; poesia è studio, pensiero raffinato in versi, intuizione selvatica, linguaggio che abbaglia. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73493 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-22-190x300.jpg" alt="" width="294" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-22-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-22.jpg 335w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" />Quando Federico Italiano fonde la cultura indomita con l’indole selvaggia, è un poeta eccezionale: elegantissimo europeo in una Amazzonia, una specie di Fitzcarraldo. Shakespeare sul Rio delle Amazzoni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Italiano è cresciuto tra le risaie novaresi, ha vissuto quindici anni a Monaco di Baviera, è ricercatore a Vienna. Ha tradotto tanto, facendo della traduzione un’armeria bizantina: dallo spagnolo, dall’inglese, dal francese. Il tedesco è l’altro lato della sua vita linguistica: Einaudi ha da poco pubblicato <em>Variazioni sul barile dell’acqua piovana </em>di Jan Wagner, la traduzione è sua, di Italiano. <strong>La sua poesia è riassunta nel titolo del primo libro, <em>Nella costanza </em>(Edizioni Atelier, 2003):</strong> una infallibile fedeltà permette di azzerare le distanze tra <em>Potatori di siepi a Hasenbergl </em>(poesia di allora) e <em>Il metodo nigeriano per vincere a Scribble</em>, poesia inscatolata nell’ultima raccolta di Italiano, <a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/federico-italiano-habitat/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em><strong>Habitat</strong> </em></a>(Elliot, 2020), tra <em>Trasloco </em>(poesia di allora) e <em>Le case degli altri </em>(poesia di ora). Come se continuasse a raffinare il vetro in vento, Federico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Federico Italiano è un poeta ‘europeo’, cioè colto: chiacchiera con W.H. Auden, s’è azzardato a scrivere un <em>Post scriptum a Josif Brodskij</em>, prende il caffè con Ted Hughes, strologa di miti ancestrali con Seamus Heaney. </strong>In una poesia bellissima, <em>Garzette</em>, mi pare che stia ballando con Derek Walcott, in un Eden dove ogni linguaggio è argento:</p>
<p style="text-align: justify;">Mattino chiaro, azzurro, atletico,<br />
nelle distese smeraldo<br />
del loro regno acquatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci scortava una flotta<br />
di libellule, elicotteri in miniatura,<br />
quando due leprotti</p>
<p style="text-align: justify;">sbucarono dall’ultimo campo<br />
di granturco, in missione segreta<br />
tra gramigna e sambuco</p>
<p style="text-align: justify;">tra i canneti e le felci,<br />
lungo gli argini erbosi<br />
di risaia. Dal palo della luce</p>
<p style="text-align: justify;">un nibbio si fiondò<br />
dietro loro e con ali che parevano<br />
scandire un uffa</p>
<p style="text-align: justify;">un’intera colonia di garzette<br />
cambiò lato dell’acqua<br />
volando poco sopra le nostre teste.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mantiene la fiamma di una poesia che pare incenerita dal facile, dal fucile patetico, dal vacuo preziosismo. <strong>Ma quando ‘imita’ non coltiva il culto alessandrino: Italiano esplicita la fonte, la devia, gioca con la lince della verità. </strong>Qui, rinvigorendo Abulafia, maestro cabbalista:</p>
<p style="text-align: justify;">Ti ho visto emergere dal mio respiro<br />
con la schiena ancora accesa d’amore,<br />
trapunta da milioni di comete.</p>
<p style="text-align: justify;">Come erano belli i tuoi piedi quando<br />
s’inerpicavano e si attorcigliavano<br />
sul mio collo, dirigendo i miei occhi</p>
<p style="text-align: justify;">verso l’Orsa Maggiore<br />
– ma dietro i cristalli della tua stanza<br />
il segreto divenne legge e alleanza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con corrosiva certezza insisto avvicinando Federico Italiano a Stanley Kubrick. Italiano è un poeta ‘fotografico’, ossessionato dall’eleganza, come il regista che studia l’illuminazione di <em>Barry Lyndon</em>, nell’apocalisse delle candele.</strong> La forma – candela come endecasillabo – galvanizza il contenuto, la narrazione. A volte, invece, leggerei Italiano con <em>I duellanti </em>in tivù, in sottofondo – il poeta lo vedrei bene in blusa da Ussaro, nella Mosca occupata dai napoleonici, a pasteggiare sul corpo di una divina a Budapest, a disegnare le Sfingi mentre Horatio Nelson fa vela verso le Indie. Vive nel senza tempo, la poesia di Italiano, nell’eccidio geologico: <em>Il monito di Rick Aster </em>(in <em>Nella costanza</em>), <em>Discorso di un giovane alla sua prescelta </em>(in <em>L’invasione dei granchi giganti</em>), <em>Alaska </em>(in <em>L’impronta</em>) e <em>Frammenti di una guerra </em>vivono una simile alchimia, che svasa nell’indimenticabile, nel dispetto a Crono.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare uno che danza sul ghiacciaio, come se fosse una fetta di sole:</p>
<p style="text-align: justify;">La morte sciolse il malinteso<br />
che associa i corpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la guerra terminò,<br />
il cielo si tinse di rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi piovve acqua mischiata a sabbia<br />
e nacquero giganti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certamente Federico Italiano, in esilio dalla nostra lingua, ha costruito un roseto per i reietti, una risposta alla dissoluzione estetica, </strong>una pagoda nel deserto, l’Opera in un minuscolo villaggio nella giungla. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Klaus Kinski sul set di &#8220;Fitzcarraldo&#8221; (1982), il film di Werner Herzog</em></p>
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		<title>Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 12:59:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su La Verità. Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su <em>La Verità. </em><strong>Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: <em>all’aspirante poeta.</em></strong> L’articolo è pieno di buon senso e di alati cliché. Da sempre, in troppi scrivono – perfino romanzi – e troppo pochi leggono.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà, che “dieci milioni” di italiani scrivano poesie non è un problema, anzi. Meglio una poesia, pur brutta, di un mitragliatore, che male c’è? Si appesta l’aria estetica ma non si uccidono innocenti.</strong> Che uno scriva i propri pensieri istoriandoli sul torso del tramonto o sul ghigno della luna senza leggere, studiare, capire, non mi sorprende: tanti giocano a calcio la domenica, con gli amici, senza applicarsi. Più che poesia, quello è sgranchirsi il cuore, notoriamente grave di buoni sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, poi i “dieci milioni” si mettono pure a pubblicare, togliendo il posto al sole ai quattro ‘laureati’, possono farlo, nessuno rifiuta gli stracci in versi al giusto prezzo. Anche in questo caso, chi ha paura dei “dieci milioni”? <strong>La poesia ha natura inafferrabile e bastarda, da sirena con muso di Cerbero: col romanzo puoi fregare il prossimo – per me è ancora un mistero il fatto che uno come Catozzella pubblichi per Feltrinelli, per dire. Con la poesia no. La poesia sceglie i suoi.</strong> Indipendentemente dalle griffe editoriali – che da un paio di decenni, ormai, non hanno alcun ruolo, se non parziale, nell’autenticare un’opera poetica – e dalle gaffe della critica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La natura della poesia è inafferrabile e bastarda. <strong>Nessuno può riconoscere una grande opera poetica perché si riconosce – che ovvietà – soltanto ciò che già si conosce.</strong> Eppure, è vano recitare la parte dell’incompreso: qualcuno che ti comprende c’è sempre. La fama, in poesia, è un paradosso, c’è da averne paura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In poesia, intendo, si è sempre <em>aspiranti</em>, si aspira all’ispirazione – non si è mai <em>arrivati</em>, si è ispirati soltanto a momenti. In fondo non si acquisisce mai lo statuto di poeta – eccolo, il poeta. Non c’è <em>status</em>, ma stato. Lo dice W.H. Auden, uno che, indubitabilmente, riteniamo un poeta, tra i grandi: <strong>“Agli occhi altrui si è poeti se si è scritta una bella poesia. Ai propri, lo si è solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in potenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di far poesia, forse per sempre”.</strong> Un poeta non fa teatro: se gli dicono che è poeta, fugge la didascalia, fa esercizio di contraffazione, si nasconde, agita una mania di ombre, e fa bene, perché la poesia è più importante del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, si è sempre aspiranti: chi fa della poesia una professione sa di mentire. <strong>Si vive poeticamente, semmai, non si è mai poeti. Vivere poeticamente, ad esempio, significa sperare nel successo di un altro e armarsi per aiutarlo più che percorrere il proprio – negarsi la carriera lirica, percorrendo tutte le contraddizioni (senza perpetuare il male altrui) per il gusto di scrivere un bel verso, per regalarlo al primo che passa.</strong> Un poeta non ‘sistema’ la propria opera – la stabilisce. Poi la dimentica – c’è un certo vizio, una malattia maliziosa nei poeti che recitano a memoria i propri versi, una spudoratezza a cui bisogna rispondere domandando a costoro se conoscono a memoria la ‘Commedia’, il <em>Canzoniere</em>, l’opera di Leopardi, quella di Pasternak e di Brodskij, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La necessità di insegnare poesia nelle accademie è di tipo meramente cerebrale. Chi non conosce la poesia resta, nonostante il talento, un sommo cretino. “Dall’incapacità di pensare in modo poetico – ossia di risolvere il discorso nelle sue immagini e nei suoi ritmi originali, per poi ricombinali a più livelli di pensiero simultaneamente, ottenendo una molteplicità di significati – deriva l’incapacità di pensare con chiarezza in prosa”, scrive Robert Graves, consapevole che “in prosa si pensa a un solo livello alla volta”, che la prosa è spesso “un susseguirsi meccanico di gruppi di parole stereotipati”.<strong> Non pensare in modo poetico – anche sul piano ‘politico’ – vuol dire arrendersi ai limiti della grammatica e della visione suprrficiale, non trovare soluzioni sontuose a superare l’impasse, appiattire il nostro destino. Per questo, la necessità di insegnare poesia nelle accademie. </strong>Ma apprendere una tecnica – va da sé – non significa fare un poeta. Il linguaggio ha un destino proprio, per questo la poesia, spesso, accade tra gli incredibili, gli incolti, gli strambi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema, in effetti, non sono i “dieci milioni”, ma le decine di poeti arrivisti e arrapati, famelici di fama, </strong>che fanno i portaborse dei manager della poesia per scavargli la fossa e sostituirli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66320 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg" alt="" width="147" height="226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare.jpg 650w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Undici anni fa la poesia era sputtanata, ieri come oggi come sempre. In un impeto di nitidezza, tentai una sintesi censendo nove poeti che celebrassero la poesia del futuro. L’antologia, pubblicata da Città Nuova, s’intitola <em>La stella polare: poeti italiani dei tempi “ultimi”. <strong>Ultimo</strong></em><strong> s’intendeva, anche, a mo’ di stimolo estetico: il poeta è quello che è al di là, che scrive parole ultimative, non ulteriori. I nove poeti stavano a indicare nove modi della poesia italiana recente</strong>, destinati a durare (ergo: non ho antologizzato chi è prossimo alle mie preferenze liriche, soprattutto chi è diversissimo). I poeti sono questi, e mi pare che siano ancora tra gli eccellenti: Maria Grazia Calandrone, Pierluigi Cappello, Francesca Serragnoli, Riccardo Ielmini, Simone Cattaneo, Isacco Turina, Federico Italiano, Alessandro Rivali, Isabella Leardini. Il più giovane degli antologizzati è più vecchio di me: sono un megalomane della glossolalia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo gesto che mi pare necessario – orientare: il titolo è tratto dal <em>Giulio Cesare </em>di Shakespeare: “fermo come la stella polare/ che per solida fissità e resistenza/ non ha pari nel firmamento” – e di netta ferocia – mi rileggo: <strong>“Quella del baciapile è una categoria dura a morire. Una folta falange di poeti ‘di vent’anni’, che oggi sono uomini di trenta e non più coccolati e vispi Lautréamont del circolo, opera come se dovesse costruirsi la carriera da poeta in cattedra. Hanno trent’anni, ma è come ne avessero ottanta” </strong>– ora se ne associa un altro, altrettanto necessario. Rileggere l’egemonia di un canone di cartapesta, da fette di salame sugli occhi. Lo ha fatto Silvio Raffo, che in una antologia impressionante delle “Poesie del Novecento”, <em>Muse del disincanto – </em>in uscita per Castelvecchi – rovina le sacre premesse dei critici da mausoleo, dei poeti da monastero delle cose consuete. Così l’introduzione di Raffo (sul libro, tornerò più avanti): “Accade spesso, più o meno sempre, che i “mostri sacri” – quelli appunto consacrati dalla tradizione ma anche dalle mode culturali – detengano nettamente il primato, di presenze e di spazi, rispetto a nomi di altrettanto indiscutibile valore, che per diversi e a volte incongrui motivi – di rispondenza o non rispondenza ai canoni e ai gusti della critica militante e delle cosiddette tendenze – vengono relegati a ranghi di insignificante livello. <strong>L ’assenza di certi nomi dalla quasi totalità delle antologie, così come la sproporzione del numero di saggi critici sulle distinte opere di autori di pari valore, mi è sempre parsa una sorta di discrasia lesiva di un’oggettiva valutazione critica in un’area così ricca di sfumature tutte apprezzabili, specie se si pensa alla prima metà del secolo. (Nella seconda alla quantità assai maggiore dei nomi non corrisponde certo la qualità dei risultati).</strong> In quest’antologia è dedicato uno spazio più o meno equivalente a poeti come Montale e Lucio Piccolo, come Ungaretti e Bigongiari, o Quasimodo e Libero de Libero. Insomma, si è cercato di abbattere l’usuale e spesso ridicola barriera che separa i “maggiori” dai “minori”, richiamando l’attenzione anche su questi ultimi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo: la corruzione non è nel gesto di uno dei “dieci milioni” di poeti della domenica – che magari è avventato, magari avveniristico – ma <strong>nel sacrario editoriale di chi pensa che la poesia sia cosa domestica, raggiunta. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Della poesia si dice sempre l’agguato, lo stravolgente, il nudo, la bambina che si alza la gonna e riempie di stupore alcuni e di colpa altri”, ritaglio da una lettera di Silvia Bre, poeta. Cos’altro c’è, appunto? </strong>Agguato, travolgente, nudità, bimba che fa fionda della gonna, l’aggraziato e l’osceno, la gloria e lo scandalo, l’indifeso. Appena l’accarezzi, e la poesia ti è in gola – che differenza parziale c’è tra vipera e vita. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina: W.H. Auden con Benjamin Britten, 1941, National Portrait Gallery, Londra</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/auden.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Nick Cave e Florence and The Machine: le due canzoni più belle degli ultimi 10 anni. Meglio loro dei poeti di oggi, autoreferenziali e solitamente pacchiani</title>
		<link>https://www.pangea.news/nick-cave-florence-and-the-machine-le-due-canzoni-piu-belle-degli-ultimi-10-anni-meglio-dei-poeti-oggi-autoreferenziali-solitamente-pacchiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2018 08:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
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		<category><![CDATA[Sylvia Plath]]></category>
		<category><![CDATA[The Doors]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas S. Eliot]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=59594</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tutto questo e anche il paradiso E al cuore è difficile dare voce Possiede un linguaggio autonomo Parla e muta e insegue sospiri e proclami del momento Nei giorni importanti dei grandi uomini e nei più piccoli gesti Nei brevi e leggeri sussulti Ma malgrado tutte le mie conoscenze Non mi riesce di domarlo E [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nick-cave-florence-and-the-machine-le-due-canzoni-piu-belle-degli-ultimi-10-anni-meglio-dei-poeti-oggi-autoreferenziali-solitamente-pacchiani/">Nick Cave e Florence and The Machine: le due canzoni più belle degli ultimi 10 anni. Meglio loro dei poeti di oggi, autoreferenziali e solitamente pacchiani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tutto questo e anche il paradiso</strong></p>
<p>E al cuore è difficile dare voce<br />
Possiede un linguaggio autonomo<br />
Parla e muta e insegue sospiri e proclami<br />
del momento<br />
Nei giorni importanti dei grandi uomini e<br />
nei più piccoli gesti<br />
Nei brevi e leggeri sussulti</p>
<p>Ma malgrado tutte le mie conoscenze<br />
Non mi riesce di domarlo<br />
E le parole tutte mi sfuggono e ritornano<br />
in frantumi<br />
E le rimetterei insieme in forma di poesia<br />
Se solo sapessi come<br />
ma non ci riesco</p>
<p>E darei tutto questo e anche il paradiso<br />
Tutto, per un solo momento<br />
In cui potessi semplicemente comprendere<br />
il significato di questa parola<br />
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre<br />
Ma per me non hai mai avuto senso</p>
<p>E mi parla silenzioso, come in punta di piedi<br />
E canta dentro di me<br />
Urla quando la notte è più scura e irrompe squarciando la luce del mattino<br />
Ma malgrado tutte le mie conoscenze<br />
non mi riesce di domarlo<br />
E le parole tutte mi sfuggono e ritornano<br />
in frantumi<br />
E le rimetterei insieme in forma di poesia<br />
Se solo sapessi come<br />
Ma non ci riesco</p>
<p>E darei tutto questo e anche il paradiso<br />
Tutto, per un solo momento<br />
In cui potessi semplicemente comprendere<br />
il significato di questa parola<br />
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre<br />
Ma per me non ha mai avuto senso</p>
<p>E darei tutto questo e anche il paradiso<br />
Tutto, per un solo momento<br />
In cui potessi semplicemente comprendere<br />
il significato di questa parola<br />
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre<br />
Ma per me non ha mai avuto senso</p>
<p>No, le parole sono un linguaggio<br />
che non merita un simile trattamento<br />
E tutte le mie espressioni incespicanti<br />
Non hanno mai contato quanto questo sentimento<br />
Tutto questo paradiso non potrà mai descrivere<br />
un simile sentimento mentre sto qui<br />
Le parole non sono mai state così efficaci finché non ho urlato in una lingua di cui<br />
ignoravo l’esistenza.</p>
<p><strong>Florence and the Machine</strong></p>
<p><em>Traduzione: Matteo Fais</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Commento</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se la voce di Florence fosse quella di una poetessa</strong> sarebbe probabilmente <strong>un canto all’unisono di Emily Dickinson e Sylvia Plath</strong>. Ne possiede la stessa dolcezza altera. La passione sofferta e al contempo glaciale. La cognizione della fugacità e fragilità dell’amore. Alla base vi è la <strong>medesima incapacità a stare al mondo</strong> che <strong>si traduce nell’intima necessità di trasporre la propria pena in versi</strong>. La poesia, o la canzone, si pone come unica soluzione all’irrisolutezza del vivere, <strong>la sola strada da percorrere nel tentativo di giungere a una reale comunicazione</strong>. Si pensi a tal proposito ai versi della poetessa di Amherst: “<em>Questa è la mia lettera al Mondo/ Che mai mi rispose -/ Le semplici Notizie che la Natura proferì -/ Con tenera Maestà/ Il suo messaggio è affidato/ A mani che non posso vedere -/ Per amore di lei – Dolci – concittadini/ Giudicate teneramente – la sottoscritta</em>” (“<em>This is my letter to the World/ That never wrote to Me -/ The simple News that Nature told -/ With tender Majesty/ Her Message is committed/ To Hands I cannot see -/ For love of Her &#8211; Sweet &#8211; countrymen -/ Judge tenderly &#8211; of Me</em>”) (trad. mia). Fatto salvo che la cantante britannica, per ovvie ragioni culturali, non può avere la stessa sensibilità per l’ambito naturale, <strong>in entrambe</strong> viene palesata la <strong>necessità quasi disperata di trovare una lingua capace di porsi realmente in dialogo con l’esistente</strong>, oltre al manifesto cortocircuito che intercorre tra parole e cose, parole e sentimenti. Non a caso, una ha scritto una lettera al mondo, che questo evidentemente non ha saputo interpretare per tempo, e l’altra si trova con un cuore difficile da trasporre in parole, anche a causa dell’incapacità di queste ultime a dare voce all’emozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59596 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-300x300.jpg" alt="foto 1 (15)" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-768x771.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-1020x1024.jpg 1020w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-600x602.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-15.jpg 1494w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />È altrettanto chiara la <strong>dipendenza</strong> – pur senza sapere quanto sia conscia – della <strong>canzone di Florence dalla poesia confessionale della Plath</strong>. Anche la prima si rifà a un vissuto travagliato, un insieme di traumi, che fluisce e si riversa nella sua lirica, come ben si comprende da <em>Breaking Down</em>, altra canzone di <em>Cerimonials</em>: “<em>Tutta sola/ Te ne rendi conto, è sempre stato lì/ E anche quando sono qui con me stessa/ Se ne sta sempre vicino/ Lo vedo venire dal margine della stanza/ strisciare sotto la luce dei lampioni/ Tenermi la mano nell’oscurità livida</em>” (<em>All alone/ It was always there you see/ And even on my own/ It was always standing next to me/ I can see it coming from the edge of the room/ Creeping in the streetlight/ Holding my hand in the pale gloom</em>) (trad. mia).</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo è questo legame consustanziale, un’ispirazione che ha la sua radice in ambito lirico, a fare dei Florence and The Machine una band destinata a lasciar traccia nel panorama musicale, proprio come a suo tempo è stato per altre quali i The Doors. È appena il caso di dirlo: solo la poesia può fare la differenza.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p><b>*</b></p>
<p><strong>Skeleton Tree</strong></p>
<p>Domenica mattina, l’albero è uno scheletro<br />
Nulla è gratuito<br />
Alla finestra, una candela<br />
Forse la puoi vedere<br />
Foglie cadute fluttuano nel cielo<br />
Una televisione rabbiosa<br />
Brilla bianca come il fuoco<br />
Nulla è gratuito<br />
Ho gridato, grida<br />
lungo l’oceano<br />
Ma l’eco fa ritorno, caro<br />
Nulla è gratuito<br />
Domenica mattina, l’albero è uno scheletro<br />
Inciso contro il cielo<br />
Una televisione rabbiosa<br />
Brilla bianca come il fuoco<br />
Nulla è gratuito<br />
Ho gridato, grida<br />
Lungo l’oceano<br />
Nulla è gratuito<br />
Niente ha prezzo<br />
E tutto è nel bene ora<br />
E tutto è nel bene ora<br />
E tutto è nel bene ora</p>
<p><strong>Nick Cave</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Commento</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59597 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/nick-cave-300x180.jpg" alt="Nick Cave" width="300" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/nick-cave-300x180.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/nick-cave-600x360.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/nick-cave.jpg 620w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Gioco facile. Perciò, preparo un inciso. <strong>I versi di qualsiasi poeta cristallizzato nel talento (esempi sparsi, tra i viventi: Federico Italiano, Isacco Turina, Francesca Serragnoli) valgono l’opera omnia di un sedicente cantautore.</strong> Il problema è altro. Da quando Saffo ha gettato la lira nell’Egeo, musica e ‘lirica’, canzone e poesia, hanno preso vie discordi. Per questo – malauguratamente – i cantautori non reclutano i poeti per scrivere le loro hit: Battiato si faceva aiutare dal livido Sgalambro (sia lode a lui); la Nannini si fa scrivere canzoni-zerbino da Isabella Santacroce, non proprio una Dickinson, io ho implorato Paola Turci di mettere in musica una manciata di miei versi chiodati, ma non c’è nulla da fare, vanità delle vanità. Secondo inciso. I poeti, tendenzialmente (fatto salvo i sopra citati e pochissimi altri, rari), sono autoreferenziali, egocentrici, sono la cloaca massima del linguaggio. Quelli che rosolano nell’invidia e vogliono scimmiottare il gergo pop del cantautorato vigente, poi, sono semplicemente pacchiani. <strong>Per questo, meglio il Nobel a Bob Dylan, almeno è divertente. Io il Nobel, per altro – gioco facile, l’ho detto, non sono raffinato come l’aitante Fais – l’avrei dato a Nick Cave.</strong> M’è sempre piaciuta la sua faccia di cera, animalesca, scaturita da un racconto tronfio di Lewis Carroll. Mi sono sempre piaciute le sue ballate gotiche, <strong>germogliate dalla periferia australiana, che mescolano le allucinazioni di Coleridge al libro dell’Apocalisse ascoltato con orecchio eretico. Questo Orfeo che è rimasto recluso agli inferi,</strong> ormai un ‘classico’ che va fatto ascoltare nelle scuole dell’obbligo, ha dato il meglio – parere mio – nel nuovo millennio, con il suo gruppo, i ‘The Bad Seeds’. L’album memorabile, in questo caso, è <em>No more shall we part</em>, che ha toni di teologica sensualità (ascoltatevi <em>Godi s in the House</em>, ad esempio). Eppure. Nel 2016 Nick Cave &amp; The Bad Seeds (gruppo consustanziale al suo guru) se ne esce con una album funebre. <img decoding="async" class=" wp-image-59598 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/album-Cave-300x300.jpg" alt="album Cave" width="241" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/album-Cave-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/album-Cave-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/album-Cave-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/album-Cave.jpg 355w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />Copertina nera. Otto tracce. Di detonante dolore. Che sia scritto per il figlio morto, c’interessa poco. Delle lacrime ci facciamo nulla, del buon cuore pure, vogliamo i quarti di carne estetica. Beh. <strong>In <em>Skeleton Tree</em> Nick &amp; i suoi scoprono sonorità d’oltremondo, come chi abbia sopportato tutti i patimenti e ora, in fiala musicale, ce ne consegni la quintessenza. Il veleno.</strong> Nella canzone che dà titolo all’album, le immagini precise e le metafore accuratamente visionarie (“Una televisione rabbiosa/ Brilla bianca come il fuoco”), flirtano con l’alta poesia. L’andamento ‘liturgico’ rimanda, pur <strong>nella forma dell’orazione intima, della confessione che si sfa in urlo, a <em>The Hollow Men</em>, la ballata ipnotica di sua maestà Thomas S. Eliot.</strong> Uno, tra l’altro, che dimostra come i grandi poeti sappiano essere pop: <em>Cats</em>, forse il musical più famoso di tutti i tempi, è tratto da un libro di Eliot.</p>
<p><em>Davide Brullo </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una poesia di Riccardo Ielmini, il poeta più pudico e memorabile che c’è. Non pubblica da 17 anni e ama tanto Iosif Brodskij</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 14:49:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La poesia è la foresta dei paradossi, dove gli alberi sono umani e gli uomini hanno le radici a un milione di anni luce da qui, in un trapezio stellare del prossimo millennio. Per questo, non ci stupisce che un poeta morto più di vent’anni fa a New York, ma nato nell’allora Leningrado e sepolto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La poesia è la foresta dei paradossi, dove gli alberi sono umani e gli uomini hanno le radici a un milione di anni luce da qui, in un trapezio stellare del prossimo millennio. Per questo, non ci stupisce che un poeta morto più di vent’anni fa a New York, ma nato nell’allora Leningrado e sepolto affettivamente a Venezia, influenzi alcuni dei più importanti poeti di oggi. E non ci stupisce che uno dei grandi poeti di oggi, Riccardo Ielmini, classe 1973, preside di professione e padre per passione, <strong>se ne stia quieto – apparentemente quieto: i poeti sono giaguari sornioni quanto letali – nella culla della propria ispirazione dal 2000, l’anno dell’unica raccolta organica pubblicata, <em>Il privilegio della vita </em>(Atelier Edizioni), </strong>per altro assai amata e discussa, e che per sgranchirsi la penna nel 2011 abbia pubblicato dei racconti, adornati dal titolo <em>Belle speranze </em>(Macchione editore), dopo aver vinto il Premio Chiara per la raccolta inedita. Insomma, Ielmini è uno tutto ‘casa&amp;scuola’, non si fa vedere nei club dei poeti né nei bar degli editori.</p>
<p><figure id="attachment_58574" aria-describedby="caption-attachment-58574" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-58574" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-300x300.jpg" alt="ielmini" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/IELMINI.jpg 792w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-58574" class="wp-caption-text">Riccardo Ielmini (1973) ha pubblicato &#8220;Il privilegio della vita&#8221; (2000)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Si fa gli affari suoi, fa la sua vita e scrive quando Musa scontrosa – come tutte le Muse nordiche, lui vive sul Lago Maggiore, sponda lombarda – comanda. <strong>Dopo 17 anni di silenzio o quasi, Ielmini ha un libro. Il libro s’intitola <em>Una stagione memorabile </em>e per i quattro che lo hanno letto – tra cui il qui scrivente – quello è un libro memorabile. </strong><em>Memorabile</em>, inoltre, è questo tempo dove i grandi libri girano in <em>file</em> destinati agli amici o in edizioni minime che non sono ospitate nelle librerie. Un samizdat al contrario, se vi va, un samizdat estetico: sono i poeti, quelli veri, a non volere avere nulla a che fare con la ‘società’ e l’editoria ‘che conta’, non più il contrario. Fascinoso. Ad ogni modo. Una poesia della raccolta di Ielmini s’intitola <em>130 mq per Iosif Brodskij, </em>ed è quella che pubblichiamo. Interessante, appunto, che un poeta italiano di oggi avverta una sintonia con il Premio Nobel per la letteratura nel 1987, il grande poeta russo che nel 1972 ha scelto l’auto-esilio negli Stati Uniti, dacché per Mamma Urss era un ‘parassita sociale’ degno dei lavori forzati – che ha compiuto, per cinque anni. Per chi volesse leggerlo, la sua opera, compreso l’ultimissimo libro, fresco di traduzione, <em>E così via</em>, è edita da Adelphi. Ielmini – cugino di Vittorio Sereni e fautore di una concretezza ‘lombarda’ che ha, però, fantasmagorie liriche lacustri – parlando della sua “isba italica” si riferisce con nostalgica informalità all’“amatissimo Iosif”, poeta che ne pervade l’impero lirico (per qualche scintilla bibliografica legata alla poesia si legga <em>In una stanza e mezzo</em>, saggio biografico custodito nel libro-culto <em>Fuga da Bisanzio</em>) così come Philip Roth quello narrativo. <strong>Vale la pena sottolineare che una decina di anni fa un altro poeta tra i grandi di oggi, Federico Italiano, si è riferito al poeta russo nel suo <em>Post-scriptum a Iosif Brodskij</em>, in quel caso compiendo una prodigiosa variazione</strong> (“Sono nato e cresciuto tra le risaie piemontesi…”) dal calco di una nota poesia di Brodskij (“Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche…”). Ad ogni modo, abbiamo imparato due cose. <em>Primo</em>: <strong>per i poeti non esiste la morte,</strong> non c’è distanza tra i vivi e i morti, un morto può essere più espressivo di uno pieno di vitalità. <em>Secondo</em>: <strong>la bella poesia in Italia, oggi, si legge nel sottobosco degli ignoti, in un sottosuolo che brulica di bagliori</strong>, un humus così fragrante che, siamo certi, darà fresco nutrimento al Dante del millennio venturo. Non importa tanto scrivere il ‘capolavoro’ – quasi sempre opinabile – ma creare le condizioni perché esso accada.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>130 mq per Iosif Brodskij</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Amatissimo Iosif,</p>
<p>l’opera è compiuta.</p>
<p>La piccola proprietà di cui ti parlavo,</p>
<p>la mia isba italica, giace puntuta,</p>
<p>sul seno erboso delle morene glaciali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ameresti, Iosif,</p>
<p>con la sua sobria species lombarda.</p>
<p>D’inverno è visitata dalle volpi,</p>
<p>s’imbianca se il cosmo non è sottosopra,</p>
<p>se il freddo torna ad essere freddo, se non tarda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’estate è ferma,</p>
<p>il calcestruzzo rovente.</p>
<p>La brezza dolciastra di ciliegie</p>
<p>fa pensare a contadine russe sui carri di fieno,</p>
<p>a piccole donne di provincia sulla vertigine del niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei tempi interlocutori,</p>
<p>resiste, piantata sulle fondamenta,</p>
<p>allo scossone delle acque e dei venti,</p>
<p>resiste alle paure ai vuoti improvvisi ai trasalimenti</p>
<p>del mio cuore innamorato e sospeso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ameresti, Iosif,</p>
<p>quanto hai odiato i tuoi ridicoli mq.</p>
<p>Eppure senza tempo era la tua stanza-e mezza,</p>
<p>senza spazio come la sterminata steppa</p>
<p>le finestre spalancate sul volo ardimentoso del falco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saresti nostro ospite, Iosif:</p>
<p>abbiamo conservato per te</p>
<p>un Romeo Y Julieta strappato per quattro pesos</p>
<p>in una fumeria a L’Avana, io e la diletta fra le amate</p>
<p>in un’aria che avresti adorato, di pirateria e caffè.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fumeremmo insieme,</p>
<p>aggrappati all’eterna sera</p>
<p>prealpina, giocando con la memoria su versi di Virgilio,</p>
<p>sparpagliandoli sulla campagna, sulla mia piccola proprietà</p>
<p>per farli risalire verso il bosco, per accarezzarne la chioma nera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amatissimo Iosif,</p>
<p>ti aspettiamo, come tu ci aspetti</p>
<p>all’apice del tempo dove non c’è tempo.</p>
<p>Sverneresti fra questi muri, nel decumano di letti</p>
<p>dove riposa il sangue del mio sangue ancora immacolato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Verrai, Iosif?</p>
<p>Il tuo cuore deponga qui la sua stanchezza.</p>
<p>Hic manebimus optime, mon ami.</p>
<p>Verrai. Vedrai, questo è il mio posto,</p>
<p>è questo il continente della gioia, il promontorio della pienezza.</p>
<p><em>Riccardo Ielmini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/una-poesia-di-riccardo-ielmini-il-poeta-piu-pudico-e-memorabile-che-ce-non-pubblica-da-17-anni-e-ama-tanto-iosif-brodskij/">Una poesia di Riccardo Ielmini, il poeta più pudico e memorabile che c’è. Non pubblica da 17 anni e ama tanto Iosif Brodskij</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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