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	<title>credere Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Fuori luogo, fuori schema, silenzioso, antipatico: tanti auguri a Roberto Baggio, il Piccolo Buddha del calcio italiano che ci ha fatto credere che gli arcangeli giocano a pallone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 12:40:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per quel che conta, avevo il suo nome inciso sulla cavigliera destra, come se il nome, specie di amuleto, bastasse a raddrizzare il piede, a conferire il carato del talento. Ma io ero un airone, una cattiva imitazione di Alen Boksic, ricordate?, mentre lui era l’inafferrabile capitato su un campo da calcio. Oggi, 18 febbraio, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuori-luogo-fuori-schema-silenzioso-antipatico-tanti-auguri-a-roberto-baggio-il-piccolo-buddha-del-calcio-italiano-che-ci-ha-fatto-credere-che-gli-arcangeli-giocano-a-pallone/">Fuori luogo, fuori schema, silenzioso, antipatico: tanti auguri a Roberto Baggio, il Piccolo Buddha del calcio italiano che ci ha fatto credere che gli arcangeli giocano a pallone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Per quel che conta, avevo il suo nome inciso sulla cavigliera destra, come se il nome, specie di amuleto, bastasse a raddrizzare il piede, a conferire il carato del talento.</strong> Ma io ero un airone, una cattiva imitazione di Alen Boksic, ricordate?, mentre lui era l’inafferrabile capitato su un campo da calcio. Oggi, 18 febbraio, Roberto Baggio compie gli anni, ne fa 52, 5+2 fa 7, il numero perfetto, ma ogni occasione è perfetta per parlare del più grande calciatore italiano di sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo – assoluti, aggettivi, superlativi, paragoni sono gli ornamenti dei cretini. Roberto Baggio è indelebilmente legato alla mia giovinezza</strong> – ho iniziato a giocare a calcio, con somma modestia, dopo aver visto le evoluzioni americane del ‘Divin Codino’, la micidiale semplicità con cui, durante le semifinali del Mondiale, ne salta un paio e infila, angelica precisione, il portiere della Bulgaria – per questo, per me, è il campione, è l’inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che mi affascina ancora di Robert Baggio è che è l’emblema del genio puro, inspiegabile. Come hanno detto in troppi, Baggio ha vinto troppo poco rispetto al suo talento</strong>, soltanto due campionati – con la Juventus e con il Milan, in quest’ultimo caso segnando pochissimo – una Coppa Italia, una Uefa. Nonostante sia il cannoniere massimo dell’Italia nella manifestazione più importante – 9 gol in 3 edizioni dei Mondiali – non ha mai portato gli Azzurri sul trono più alto del podio. Baggio, in un gioco dove conta tanto chi urla più forte, non è un ‘capo’, non sbraita, non sgomita. Baggio <em>è</em>, non ha bisogno di ribadire quello che potrebbe essere. <strong>Baggio è il genio, la forma pura, l’ideogramma sul prato, il sonetto nell’area di rigore, il verso impeccabile davanti al portiere – per questo è insopportabile. Baggio è la bellezza dissociata dal mucchio, dal resto, e la bellezza è ardua, è inutile.</strong> Baggio agisce come ciò che è naturale e irripetibile, fa accadere l’inspiegato in un istante – e sai di avere assistito a ciò che non sarà mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Baggio non è un fenomeno di massa come Diego Armando Maradona, non è simpatico come Gianluca Vialli, non è atletico come un Alessandro Del Piero, non è un fenomeno come Cristiano Ronaldo, non è la bandiera di una squadra come Francesco Totti.</strong> Appunto: non è altro che genio. La poesia in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Baggio è l’inatteso che irrompe nella norma e la rompe in virtù del sublime. </strong>Se vi capita di rivedere una partita di Baggio capite che a un certo punto, dalla palude dei passaggi onesti e delle sincere ‘sgambate’, accade qualcosa. Come se il calciatore fosse ‘chiamato’, come se agisse per tramite di una divinità. Eccola la ‘magia’ – il gol inesplicabile – il passaggio incredibile. E Baggio che esulta con pudore, come chi sa che ha editti biblici nei piedi e la Bhagavadgita nelle caviglie di cristallo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I calciatori oggi sono gladiatori statuari, uno slogan in tatuaggi, hanno una vigorosa ‘personalità’. Roberto Baggio, al contrario, è il vuoto: sembra sempre fuori posto, abulico, pare che il chiasso dei tifosi gli dia fastidio, scansa il contatto fisico con una devozione verso l’arte del dribbling priva di astuzia e di cinismo</strong> – la rivalsa del piccolo contro il rude, come faceva Sivori, che irretiva i difensori fino al pugno – simile a una preghiera, un dono al perfetto. Baggio, come il genio depurato da ogni ambizione che non sia la forma, non ha bisogno di ostentare una pacchiana personalità. Egli fa il vuoto per lasciare spazio al gesto, supremo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Baggio è sfuggente – non riesce a diventare un ‘simbolo’, non si lega a una squadra in particolare. <strong>Egli elude ogni passione smodata, immotivata: preferisce che si ammiri il gesto, scevro dal superfluo. </strong>All’urlo preferisce lo stupore, che ti occlude la gola, che occulta il cervello, che profila gli occhi in frammenti di luce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baggio è il Piccolo Buddha del calcio italiano: i risultati più grandi li ha conosciuti con le squadre più modeste. </strong>Prima con la Fiorentina, poi, soprattutto, quando gli davano del ‘finito’, con il Bologna, con cui segna il maggior numero di gol mai segnati in campionato – 22 su 30 partite – e tramuta l’onesto Kennet Anderson in un temibile bomber – grazie a Baggio segna come mai prima e come mai più in Italia. Infine, nelle quattro stagioni a Brescia, eroiche, dimostra che non c’è umiliazione, non c’è esilio né esitazione per un campione, che si gioca sempre l’ultima partita, per rispetto verso la natura del cosmo e della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Incidentalmente. Le stagioni più brutte Roberto Baggio le ha giocate all’Inter. Nel campionato 1999-2000 ‘Roby’ fa 18 presenze e 4 gol. Una miseria. A contratto scaduto e a campionato finito, c’è una partita in coda. Lo spareggio contro il Parma per garantirsi l’accesso alla Champions League. Ormai Baggio è altrove: cosa gli importa? Ancora una volta, l’arte è tutto. L’Inter vince 3 a 1 e l’anno dopo si gioca la Champions. Eroe della partita: Roberto Baggio, che segna la doppietta decisiva.<strong> Né rancore né proteste né incomprensioni impediscono al campione di esprimersi: un conto è il mondo e l’uomo, un conto è l’arte. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La questione, dunque, non è sbagliare un rigore, ma dare rigore all’imponderabile; la questione non sono i 205 gol in serie A, le 323 reti in totale, ma l’istante, assoluto, in cui il piede diventa profetico</strong>, il verbo terroso di Isaia o l’inno smagliante di Milarepa, il pallone un testo sacro, la rete un rito, la gioia una liturgia che scompone l’esistere in canto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori dagli schemi, inadatto al calcio muscolare, incapace a obbedire alla ‘tecnica’ imposta dagli allenatori, propenso alla difficoltà – squadre piccole, situazioni impossibili – più che al chiarore della fama, <strong>Roberto Baggio, con serafica compassione, ci ha fatto credere che anche gli arcangeli giocano a calcio.</strong> (d.b.)</p>
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		<title>Caino, Abele e l’esplosione della supernova: dialogo con Raffaele Riba, autore di uno dei romanzi più stupefacenti della stagione (scritto in blu)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 08:04:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La custodia dei cieli profondi (66thand2nd, 2018) è il terzo romanzo di Raffaele Riba, autore cuneense classe ’83, che nel 2014 ha esordito con Un giorno per disfare (66thand2nd), e nel 2015 ha pubblicato con Loescher Abbi pure paura. Ecco, dopo aver contestualizzato vorrei partire da qualcosa che non c’entra nulla, un tiro in porta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.66thand2nd.com/libri/270-la-custodia-dei-cieli-profondi.asp" target="_blank" rel="noopener"><em>La custodia dei cieli profondi </em></a>(66thand2nd, 2018) è il terzo romanzo di Raffaele Riba, autore cuneense classe ’83, che nel 2014 ha esordito con <em>Un giorno per disfare </em>(66thand2nd), e nel 2015 ha pubblicato con Loescher <em>Abbi pure paura. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco, dopo aver contestualizzato vorrei partire da qualcosa che non c’entra nulla, un tiro in porta dove chi afferra il pallone con due mani senza riuscire a trattenerlo è il lettore.</strong> Deve aver fatto una gran cosa chi ha calciato. Trasmesso intensità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il giorno in cui ho letto <em>La custodia dei cieli profondi </em>per la prima volta mi sono limitato a questo, al titolo, che ha iniziato a girarmi in mente come l’estremit</strong><strong>à </strong><strong>più profonda di un vortice.</strong> Punto che sono riuscito a raggiungere – e quindi a sfuggirgli – soltanto dopo l’ultima riga della pagina finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte vi sarà successo di avviarvi pigramente a una conclusione? “Sì, sta per finire. Ci siamo. Peccato, quella cosa resterà nascosta. O forse meglio così (ma non divaghiamo). Fine. Saluti a casa”. <strong>Ma in questo caso stiamo parlando d’altro, di uno dei migliori romanzi del 2018 – uscito in sordina verso fine anno. E senza influire sulla prima lettura di chiunque posso dire che l’ultima frase de <em>La custodia dei cieli profondi </em>è roba da far saltare in aria le sopracciglia.</strong> L’ultima di una serie di cose regalate dalle sue pagine. Che consiglio di leggere. Tutto qui. Mettersi da parte è una forma di rispetto difficile, ci provo ugualmente, e per non entrare in un circolo vizioso penso che la cosa migliore sia lasciare spazio al dialogo con Riba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-65371 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss-187x300.jpg" alt="" width="120" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss.jpg 340w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />La custodia dei cieli profondi </em></strong><strong>è un romanzo caratterizzato da una scelta linguistica non in linea con la narrativa contemporanea. E una convinzione diffusa recita che la buona letteratura non necessita di una trama da romanzo giallo. Questo significa che la lingua è parte integrante della narrazione? E se sì, fino a che punto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, ma c’è di più. Non credo che separare significante e significato, trama e lingua, sia un buon modo di vedere le cose. Per me un intreccio nullo, raccontato con una prosa sopraffina, è una storia brutta raccontata bene. Così come un intreccio mozzafiato raccontato male è una storia interessante raccontata male. In entrambi i casi siamo di fronte a qualcosa di incompleto o comunque uscito male. Trama e lingua sono due ingredienti da dosare al meglio per ottenere un qualcosa di nuovo, una soluzione omogenea con caratteristiche proprie, ben bilanciate e stabili”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Personalmente, ho notato una morfosintassi narrativa che rimbalza costantemente fra il vuoto interiore di Gabriele, il protagonista, e il contesto in cui si trova – ucronico, se così possiamo definirlo. Ciò che accade dentro si ripercuote fuori, è giusto? E data l’entropia come colonna portante del romanzo, quanto pensi sia simbolico il limite che separa chi scrive &#8211; mentre sta scrivendo &#8211; dalla realt</strong><strong>à</strong><strong>? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Certamente ne <em>La custodia dei cieli profondi </em>c’è un legame forte tra la fine di una casa e di una famiglia con la fine di una stella. Il primo è un evento tutto sommato naturale, che solo nella percezione del protagonista (e voce narrante) diventa drammatico e violento. Ma se Gabriele guardasse con occhio sereno il cielo, potrebbe vedere che la fine di una stella – quella sì, violenta e traumatica come può essere una supernova – è un messaggio, una sorta di preghiera laica che non solo riverbera il suo stato (emotivo e biologico), ma gli potrebbe fornire una risposta. Per quanto riguarda il limite tra chi scrive – il suo immaginario – e la realtà è sempre molto più labile di quanto siamo abituati a credere. Ma non lo dico certo io. Ci sono molti studi di linguistica cognitiva e di biologia della letteratura che ne parlano ormai da qualche anno”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la concettualizzazione di Lotman esistono due principi fondamentali che caratterizzano i romanzi di formazione: il principio di caratterizzazione – che prevale in caso di epiloghi delineati – oppure quello di trasformazione, che si verifica quando una narrazione trova il massimo della sua ragion d’essere nel sopprimersi in quanto racconto. Ecco perch</strong><strong>é </strong><strong>ho pensato al tuo come a un romanzo di deformazione. Com’è nata <em>La custodia dei cieli profondi?</em> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sette anni fa ho cominciato col voler scrivere la storia di una fratellanza. La fratellanza è un sentimento strano, in grado di abbracciare tutte le sfumature di una relazione tra due individui: si può passare dal massimo dell&#8217;amore al massimo dell’odio e ritorno in un battito di ciglia, almeno quando si è piccoli. Da adulti le cose diventano più lente, ma anche potenzialmente più intense. Emanuele e Gabriele, i due fratelli di questo libro, sono una specie di Caino e Abele, ma dei giorni nostri, quindi dalle caratteristiche più sfumate, meno nette, senza cattivi né buoni. <em>La custodia </em>doveva raccontare il trasformarsi e il disperdersi degli elementi del loro rapporto, e della casa della loro infanzia. Dal disperdersi e dal riorganizzarsi della materia, al sole blu (l’altro protagonista del libro), che racconta il ciclo evolutivo di una stella, il passo è stato breve e naturale. Chi cantava ‘Siamo polvere di stelle’ aveva scientificamente ragione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Passiamo a cose più frivole. Perch</strong><strong>é </strong><strong>il testo è scritto in blu? E la grafica: è stata una tua idea? Hai trovato prima il titolo o il romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“No, il merito è di Silvana Amato, l’art director di 66thand2nd. Sia per il colore del carattere (perché è blu si capisce a pagina 1, ma non facciamo spoiler) che per la grafica. E il titolo: è sempre stato un mio tallone d’Achille. Su quello sono costantemente insicuro: è venuto fuori dopo infinite ipotesi e probabilmente non era neanche quella migliore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi prossimi piani invece quali sono? Stai gi</strong><strong>à </strong><strong>scrivendo altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Lo sto pensando, passo sempre da lì prima. Ci saranno Ponzio Pilato e un albero secolare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nicolò Locatelli</em></strong></p>
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		<title>“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 05:34:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No, non è perfetto – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. Eppure è superlativo, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No, <strong>non è perfetto</strong> – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. <strong>Eppure è superlativo</strong>, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il corso del nuovo anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo Houellebecq, in <em>Serotonina</em>, ha un <strong>problema </strong>troppo grande per non essere notato, che mi porterebbe a bocciarlo senza appello, se non fosse per il tripudio di saggezza esistenzialista – e politicamente scorrettissima – che tracima abbondante dalle sue righe. Il francese ha creato un <strong>personaggio </strong>– un consulente esterno del Ministero dell’Agricoltura – decisamente <strong>inadatto per far uscire dalla sua bocca riferimenti letterari che spaziano con leggerezza all’interno di tutta la letteratura europea</strong>. Se la cosa era tranquillamente accettabile per Bruno, il professore di letteratura in <em>Le particelle elementari</em>, oppure nel caso del docente universitario di <em>Sottomissione</em>, con <em>Serotonina</em> sembra proprio che Houellebecq abbia voluto strafare. In verità, qui, <strong>il solo protagonista è lui, con le sue idee</strong>, e le mentite spoglie che ha scelto come abito di scena non gli si attagliano neanche un po’. Ma forse il mio è un vezzo da critico pieno di rigide convinzioni come quella che <strong>il linguaggio debba essere commisurato</strong>, in particolare quando si usa la prima persona, <strong>al soggetto parlante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg" alt="" width="139" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15.jpg 444w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Diciamo allora che adotteremo quella che in gergo tecnico si chiama <strong>“sospensione di credibilità”</strong>. In sostanza: <strong>nella vita reale uno non parlerebbe mai così ma, quando si tratta di fiction, non si possono adottare gli stessi parametri</strong>. Difficile dirlo per un romanzo che avrebbe la pretesa di essere realista, se non neonaturalista – almeno questo sembra essere il genere adottato dallo scrittore, da <em>Sottomissione</em> in poi. Noi lo prenderemo per buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, <strong>Houellebecq vince a mani basse. “Ed ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé…”</strong>. Vero, verissimo! Direi che non c’è altro da aggiungere. Houellebecq è il medico perfetto per l’Occidente, quello a cui ognuno si vorrebbe rivolgere, quando abbiamo la certezza della malattia e tutti intorno ci prendono oscenamente per il culo. E lui ha ragione, <strong>siamo malati terminali e un’ideologia idiota ci impedisce di metterlo nero su bianco</strong> – per fortuna, lui di lusingare il pensiero dominante se ne sbatte altamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto delle considerazioni, solo apparentemente buttate lì a caso, è ogni volta fulminante: “il porno è sempre stato all’avanguardia dell’innovazione tecnologica”; “di sicuro non c’è alcun settore dell’attività umana che sprigioni una noia così assoluta come il diritto”. Personalmente non avrei alcunché da obiettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto, comunque, di tutta la sordità diffusa tra quelli che faranno finta anche questa volta di non sentire, <strong>vorrei proprio sapere chi non si ritrova nella vita del protagonista</strong> di <em>Serotonina</em>. Certamente, lui è ricco o almeno decisamente benestante – condizione oramai rara, dopo lo sterminio programmato della borghesia. Per il resto, è tutto <strong>impietosamente vero: “In Occidente nessuno sarà più felice […], mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche”</strong>. O vorreste forse negare che “Parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine” e che “il mondo sociale era una macchina per distruggere l’amore”, ovvero l’unica cosa che potrebbe dare un senso alle nostre già miserabili – ontologicamente miserabili – esistenze?</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, Houellebecq sa bene che <strong>c’è stato un tempo in cui le cose erano più semplici, naturali, normali e francamente meno problematiche</strong>. Quell’epoca è tragicamente <strong>venuta meno a seguito di tutte le cosiddette “grandi conquiste di civiltà”</strong>: “per me come per tutti i miei contemporanei la carriera professionale delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra cosa, era il criterio assoluto”. Sulla base di questo presunto grande principio, infatti, il protagonista perde la possibilità di avere al suo fianco la ragazza che ama. Non è concepibile chiederle di abbandonare il lavoro per diventare “la mia donna”. Sarebbe troppo in controtendenza rispetto al progressismo diffuso. <strong>E così l’uomo occidentale si ritrova a dover inghiottire ogni giorno il dosaggio massimo di un farmaco antidepressivo, a ubriacarsi per reggere l’insulso susseguirsi dei giorni, sperando solo che tutto ciò lo porti quanto prima all’estrema conseguenza, la morte.</strong> Alla donna, oggetto d’amore del protagonista, non va meglio: dopo un concerto, si è fatta scopare da uno ed è rimasta incinta, ritrovandosi infine a dover crescere un figlio senza padre. Potrebbe unirsi nuovamente a lei, in una di quelle assurde forme altrimenti note oggigiorno con la neutra e quasi dolce dicitura di “famiglie allargate”, che i francesi chiamano letteralmente “ricomposte”? Stando a Houellebecq, pare proprio di no: <strong>“io di famiglie ricomposte non ne avevo mai viste, mentre di famiglie decomposte sì, in pratica non avevo visto altro”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza voler essere eccessivi, si può tranquillamente ammettere che <strong>nessuno di questi tempi</strong> – e malgrado questi siano effettivamente i tempi che stiamo vivendo – <strong>parli di ciò, del vero e proprio tramonto dell’Occidente</strong>, e meno che mai in letteratura. Perlomeno, nessuno riesce a contemplarlo in tutta la sua portata.</p>
<p style="text-align: justify;">In <strong><em>Serotonina</em></strong>, invece, <strong>la visione è totale</strong>, non esclude niente: la <strong>distruzione della famiglia</strong> e di conseguenza della società; i gloriosi e tragici <strong>movimenti di rivolta di una borghesia allo stremo</strong> – e non una semplice anticipazione dei gilet gialli; <strong>l’annichilimento </strong>di qualsiasi <strong>pulsione vitale</strong> in noi; il <strong>bisogno di trovare un senso trascendente</strong> – le ultime righe sono per Lui: Dio esiste ed è amore, non diversamente da quanto sosteneva Ratzinger nella sua enciclica <em>Deus caritas est</em>. E questo Dio potrà anche “essere un mediocre sceneggiatore”, come sta scritto, ma di certo non lo è lo scrittore francese. <strong>Houellebecq è il profeta</strong>, la coscienza europea, l’unica possibilità di salvezza della sua letteratura e del continente stesso. Se un giorno avremo dimenticato questo spaventoso incubo europeista, sarà grazie a lui che ci ha brutalmente svegliati, mentre eravamo in caduta libera verso il precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Caro Michel,</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">lo sapevo – lo sapevamo tutti – lo sapevi tu, soprattutto. Non avrei dovuto leggere <em>Serotonina</em>, sappiamo tutti che è un romanzo mediocre, d’altronde, lo sai, hai scelto di ergere la mediocrità a genio, dimostrando che <strong>si può vendere molto con un libro modesto, che <em>Houellebecq</em> è diventato una griffe dello scemo prêt-à-porter editoriale, ormai sei l’Armani dei depressi, la panacea per gli scrittori ombelicali, il cesso del narcisismo.</strong> Intendo, Michel, che sei uno scrittore tipicamente, clamorosamente degli anni Novanta, un reazionario dell’ovvio, lo sai anche tu – la massa lettrice riconosce sempre ciò che gli è noto, che annota da anni, a cui è riconoscente; l’ignoto, che è il carato della profezia, sconvolge il giudizio, viene ammesso con sospetto. <strong>Le tue riflessioni sono barbaricamente idiote, meno interessanti delle speculazioni del lavandino. Ne cito una, sull’amore:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella donna l’amore è una potenza, una potenza generatrice, tettonica, quando l’amore si manifesta nella donna è uno dei fenomeni naturali più imponenti di cui la natura possa offrirci lo spettacolo, è da considerare con timore, è una potenza creatrice dello stesso tipo dei terremoti o degli sconvolgimenti climatici, è all’origine di un altro ecosistema, di un altro ambiente, di un altro universo, con il suo amore la donna crea un mondo nuovo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, una frase come questa va bene come sfondo a una puntata di <em>Grey’s Anatomy</em>, dove turbe di umani esagitati, nella latrina dell’ego, spacciano sentenze esistenziali, esiziali, inesistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vado avanti, Michel, sperando che questa mia abbia per te un valore catartico, catatonico. Qui definisci la prostituta, senza alcuno sforzo intellettivo: <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La puttana non seleziona i propri clienti, è proprio quello il principio, l’assioma, la puttana dà piacere a tutti, senza distinzione, ed è grazie a questo che accede alla grandezza.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui ti fai delle domande che dovrebbero creare qualche sommovimento nel sistema arterioso, invece sono stupide, indotte dal dio del banale, servono per indottrinare i sudditi del giusto mezzo</strong>, i vagabondi del niente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da dirti, Michel, mai letto Leopardi?, mai sperimentato il suo adamantino rafting nel nulla? Provaci, sfoglia lo <em>Zibaldone</em>, scoprirai il piacere di essere ammutolito, Leopardi zittisce tutti i tuoi incubi da illibata concubina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vuoi fare il battutista, Michel, mi intristisci con la tua insipienza:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una Lolita sarebbe stata in grado di far perdere la testa a Thomas Mann; Rhianna avrebbe fatto sbarellare Marcel Proust; quei due autori, vette delle rispettive letterature, non erano, per dirla con altre parole, uomini dignitosi, e si sarebbe dovuto risalire più indietro, all’inizio del XIX secolo, ai tempi del romanticismo nascente, per respirare un’aria più salubre e pura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magari possedessi la sontuosità narrativa di Thomas Mann, magari fossi benedetto dalla vastità intellettuale di Marcel Proust, magari riuscissi a scrivere <em>Lolita</em>, magari fossi eroticamente penetrante come Rhianna. </strong>I temi definitivi del romanzo, il sesso e Dio, cioè la vita e la morte, cioè il tutto e il nulla, cioè i cardini della letteratura, sono trattati scioccamente, senza il brillio di una intuizione, di una avventatezza narrativa. Sul sesso ti cito questo passaggio:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pieno di buona volontà, mi tolsi i pantaloni e gli slip per renderle più agevole prenderlo in bocca, ma in realtà ero già preda di una premonizione inquietante, e quando Claire ebbe vanamente masticato per due o tre minuti il mio organo inerte capii che la situazione rischiava di degenerare e le confessai che in quel periodo prendevo degli antidepressivi (“dosi massicce” di antidepressivi, aggiunsi per sicurezza) che avevano l’inconveniente di sopprimere in me ogni traccia di libidine.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio annacquato, la libido che sbrodola via, la sessualità incancrenita, la vecchiaia che disintegra ogni bramito di carne, sono elementi che vanno esasperati, esagitati, abusati. Ecco. Non c’è alcun abuso, in te, Michel, che non sia l’abusivismo dei cliché, dottrine retrodatate – te l’ho detto, sei uno scrittore degli anni Novanta che giunge a noi, ora, in ritardo, vent’anni dopo – stinte, antiquate.</strong> Leggiti Massimiliano Parente, Michel, che sull’eros, sul porno, sull’eccesso e sull’oltreterra della foia e sul sopruso ha scritto, con la ‘Trilogia dell’inumano’, qualcosa di notevole, di drastico, dovrebbe diventare il tuo abbecedario. Leggiti Andrea Temporelli, che in <em>Tutte le voci di questo aldilà </em>porta la questione letteraria sul tremito del suicidio, Michel, mioddio, bela, ulula, sbraita, abbandonati al gorgoglio dei ghigni, strappati la pelle, spolpaci, portaci in un viaggio mefistofelico dal sottosuolo alla Gerusalemme celeste, dal fango al cosmo, ma questo pantano retorico, ti prego, evitacelo.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Su Dio, poi, sei quasi pietoso, il beghino del buon credo:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se hai scoperto il sacro nel dissacrato, sono felice per te, piglia la via del monastero e non farci la predica. Se invece pigli Dio sul serio, sfidalo a duello, prendilo a testate</strong>, detronizzalo, dissezionalo, annaffialo nella colpa, coltivalo nel danno, dagli valore di dramma. Si scrive azzannando, mica facendo un valzer sul primo pulpito che capita.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, Michel, la tua scrittura, speculare alla mediocrità sponsorizzata nel romanzo. <strong>Sciupata, nitidamente anonima, da scrittore sottodotato, frollato nel piagnisteo. Ti cito un esempio, tra i tantissimi:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alle sette in punto mi alzai e attraversai il soggiorno senza fare il minimo rumore. La porta dell’appartamento, blindata e massiccia, era silenziosa quanto quella di una cassaforte. A Parigi il traffico era fluido in quel primo giorno di agosto, trovai perfino parcheggio in Avenue de la Sœur-Rosalie, a pochi metri dall’albergo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sai, un lettore vuole annegare nella gioia o nell’angoscia. “L’infinito è l’eccesso, l’opposto del giusto mezzo, della misura, del finito”, scrive Benjamin Fondane</strong> in un miracoloso saggio che sonda <em>Baudelaire e l’esperienza dell’abisso. </em>In particolare, parlando della filosofia greca, Fondane forgia una memorabile metafora: “si presenta a noi come la Vittoria di Samotracia – una scultura senza testa da cui la testa fu deliberatamente omessa, poiché doveva rimanere esclusiva proprietà degli ierofanti; consegnato il corpo al pubblico, la testa, gelosamente conservata chissà dove, non smetteva di guidarne l’espressione e il significato, come verità occulta e ineffabile su cui riposava il discorso visi bile ed espresso”. Vedi, in te, Michel, non c’è infinito e non c’è eccesso, non c’è occulto né mistero: ma è quello, solo quello, incedere in ciò che inciampa, che squassa, che cerchiamo.<strong> Il resto – il giusto mezzo, il visibile – è davvero geometricamente troppo poco. Ora che anche chi ti ha osannato per anni – non sono tra costoro – comincia a nutrire dubbi su di te, caro Michel, ora che soltanto per questo, per spirito di sfida, ti difenderei a spada tratta, non posso che ricordarti, per onore di verità, </strong>che sei uno scrittore senza testa, che sei uno scrittore senza palle.</p>
<p style="text-align: justify;">Affettuosamente,</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La bellezza aiuta poco, l’arte non perdona”: un insolito Francesco Consiglio con le farfalle allo stomaco intervista Vanessa Benelli Mosell, la diva del piano</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-bellezza-aiuta-poco-larte-non-perdona-un-insolito-francesco-consiglio-con-le-farfalle-allo-stomaco-intervista-vanessa-benelli-mosell-la-diva-del-piano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 09:17:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In una sala da concerto, sopra un palco poco elevato e spoglio, una giovane donna bionda suona il piano. La sua bellezza incatena il mio sguardo con tanta forza da non farmi più sentire. Sono tutt’occhi, un unico senso. Scruto i suoi tratti così teneri, l’espressione estatica, deliziosamente rapita dalle note. Nella mente ho solo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-bellezza-aiuta-poco-larte-non-perdona-un-insolito-francesco-consiglio-con-le-farfalle-allo-stomaco-intervista-vanessa-benelli-mosell-la-diva-del-piano/">“La bellezza aiuta poco, l’arte non perdona”: un insolito Francesco Consiglio con le farfalle allo stomaco intervista Vanessa Benelli Mosell, la diva del piano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In una sala da concerto, sopra un palco poco elevato e spoglio, una giovane donna bionda suona il piano. <strong>La sua bellezza incatena il mio sguardo con tanta forza da non farmi più sentire. Sono tutt’occhi, un unico senso.</strong> Scruto i suoi tratti così teneri, l’espressione estatica, deliziosamente rapita dalle note. Nella mente ho solo spazio per pensare all’ingiustificabile immaturità emotiva del mio cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa pianista andrebbe ascoltata a occhi chiusi, perché guardarla vuol dire dimenticare cosa sta suonando. Ho i miei occhi nei suoi, e non soltanto: sulle labbra, sulle mani, sulle dita che danzano tra i tasti bianchi e neri. Gli occhi bruciano.</strong> Lo sguardo di un innamorato può essere paragonato al fondo di un vulcano: fuoco interno, temperatura altissima, disintegrazione di ogni cosa. <strong>C’è lei, <a href="http://www.vanessabenellimosell.com/eng/bio_eng.php" target="_blank" rel="noopener">Vanessa Benelli Mosell</a>, fasciata da un abito elegante, rosso e aderente, e tutto il resto è il Grande Nulla. </strong><em>The Big Nowhere</em>, ma niente a che vedere con l’omonimo poliziesco di James Ellroy e il jazz suonato nei bassifondi metropolitani. Qui il nulla è pieno di un&#8217;immagine bionda e potente, romantica e drammatica. Riuscite a comprendermi?</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64818 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/debussy-300x300.jpg" alt="vanessa benelli mosell" width="179" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/debussy-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/debussy-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/debussy-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/debussy.jpg 600w" sizes="(max-width: 179px) 100vw, 179px" />Comunque sia, mi fermo qui. Lei non merita questi vaneggiamenti da <em>Sturm und Drang</em>. Vanessa è un’artista di talento con una tecnica formidabile e una schietta personalità musicale. <strong>Ha suonato nelle sale da concerto più prestigiose del mondo ed è stata l&#8217;ultima allieva di Stockhausen, personalmente invitata dal compositore a studiare con lui in Germania. Nel luglio 2012 è stata chiamata a sostituire Martha Argerich, una delle più autorevoli pianiste della nostra epoca</strong>, suonando il <em>Concerto per pianoforte e orchestra n. 1</em> di Chopin con l’Orchestra “I solisti di Mosca”. Come solista, si è esibita con numerose orchestre internazionali, quali la <em>Israel Camerata</em>, la <em>Jerusalem Symphony</em>, <em>l&#8217;Orchestre Philharmonique de Strasbourg</em>, la <em>Edmonton Symphony</em> e la <em>Zurich Chamber Orchestra</em>. <strong>Il suo ultimo album, <em>Echoes</em>, con musiche di Philip Glass e Rachmaninov,</strong> <strong>ha suscitato il grande plauso della critica internazionale. </strong>Di questo vorrei parlare, e del suo percorso artistico. Non delle mie paturnie. <em>Vanessa, mi perdoni?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai lasciato molto presto l’Italia per studiare nelle scuole più prestigiose d’Europa: il Conservatorio di Mosca, il Royal College di Londra. Sei stata una delle ultime allieve di Karlheinz Stockhausen, </strong><strong>riconosciuto dalla critica come uno dei più importanti compositori del XX secolo.</strong> <strong>Partire è stata una scelta obbligata,</strong> <strong>perché ritenevi che il livello dell’insegnamento musicale in Italia non fosse adeguato alle tue aspettative, oppure hai semplicemente fatto una scelta esistenziale di avventura e d’amore per il nuovo?</strong> <strong>Cosa consiglieresti a un giovane desideroso di intraprendere la carriera pianistica? Andare via o restare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Partire è essenziale per non restare nella ‘comfort zone’, una condizione mentale altamente demotivante per intraprendere con determinazione e sicurezza in sé stessi qualsiasi strada professionale, in particolare un percorso artistico. Confrontarsi con il resto del mondo è indispensabile per essere competitivi e reggere il confronto con un numero sempre maggiore di persone che hanno al loro attivo studi ed esperienze lavorative all&#8217;estero, e conseguenti conoscenze linguistico e culturali. Per questo <strong>consiglio di partire non solo dall’Italia, ma da qualunque luogo ci abbia cresciuto e accudito. Bisogna andarsene da ciò che ci preserva da ansie e paure che, prima o dopo, rimanendo irrisolte, riaffiorano, compromettendo il vero dialogo con </strong><strong>se</strong><strong> stessi.</strong> Quando sono partita, più di dieci anni fa, ho intrapreso una scelta all’epoca contro-corrente, mentre oggi sono felice di constatare che rappresenti la normalità. Tuttavia, mentre vivevo studiando all’estero, sapevo che il sacrificio di crescere lontano da casa e dagli affetti, era volto solo e soltanto al raggiungimento di uno scopo professionale e non all’appagamento di un mero desiderio di avventura e amore per il nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlare della crisi della musica classica è diventata l’occupazione principale di molti critici. Un continuo lamento: non ci sono abbastanza soldi per organizzare stagioni concertistiche di rilievo, la cultura è l’ultimo interesse dei politici, il pubblico dell’Opera è costituito quasi esclusivamente da un’élite di ricchi anziani,</strong> <strong>i conservatori sono malati di burocrazia, e l’elenco potrebbe continuare.</strong> <strong>Si tratta di supposizioni, percezioni o dati confermati?</strong> <strong>Viaggiando molto, hai potuto appurare che quest’alone di negativismo è presente anche in altre parti del mondo o si tratta di una depressione tipicamente italiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Temo, ahimè, che il continuo lamento di molti critici sia basato su dati reali. Posso ad ogni modo confermare che l’attitudine autocritica è presente in tutti i paesi che ho avuto occasione di abitare, visitare o conoscere, e rappresenta un segnale generalmente positivo. <strong>Il pubblico, al contrario, varia molto a secondo della geografia: in Asia ad esempio, il pubblico dei concerti di musica classica è composto per di più da persone al di sotto dei cinquant’anni, fra cui molti giovani, spesso studenti di musica. </strong>Anche la scelta del repertorio influisce: il pubblico dei concerti di musica contemporanea è molto più giovane rispetto all’audience dei concerti tradizionali. Questo è dovuto al fatto che i giovani, o i meno anziani, sono tendenzialmente più aperti a nuove e più o meno recenti forme sonore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64819 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/scriabin-300x300.jpg" alt="vanessa benelli mosell" width="192" height="192" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/scriabin-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/scriabin-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/scriabin-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/scriabin.jpg 355w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" />Stockhausen è stato tuo maestro per oltre un anno, l’ultimo della sua vita. Quando l’ho saputo, ho pensato a un mio progetto letterario, non ancora realizzato: un libro che dovrebbe raccontare gli ultimi giorni di vita dei grandi artisti e il loro modo di sfuggire o accettare l’angoscia della morte. Penso di non dire nulla di originale se affermo che la creazione artistica è il nesso fra la morte e l’eternità. Si fanno figli per avere l’illusione di continuare a vivere in qualcuno, ma sono anch’essi destinati a morire, e solo le nostre creazioni hanno almeno un’ipotesi di immortalità. Anche se eri molto giovane quando lo hai conosciuto, sei riuscita a percepire come Stockhausen si poneva di fronte all’evidenza dell’imminente fine del suo transito terrestre?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando l’ho conosciuto non potevo certamente immaginare che la sua morte fosse imminente, sebbene dopo la sua scomparsa mi sia stato riferito a più riprese che Stockhausen sapeva di non poter più vivere a lungo. <strong>Ho sempre percepito in lui una grandissima energia, una forza e una linfa vitale contagiose, fino a quando ha vissuto. Il suo carattere esigente e intransigente mi ispirava fiducia, stima e ammirazione. Era un artista geniale e dava l’impressione di sapere di esserlo.</strong> Fino agli ultimi giorni corrispondevamo attivamente su temi musicali e professionali come se niente fosse; per questo la notizia della sua morte mi ha colto di sorpresa, lasciandomi un vuoto dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo una domanda filosofica, passiamo a qualcosa di più frivolo. Sei indubbiamente una ragazza molto bella, allegra, simpatica. E non dico questo perché sto provando a corteggiarti! Voglio chiederti invece fino a che punto l’avvenenza fisica possa aiutare a farsi amare dal pubblico in un’arte che richiede un livello molto alto di competenza tecnica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto poco, l’arte non perdona. <strong>Tuttavia, sentirsi bene con se stessi aiuta nella vita in generale, e il prendersi cura del proprio corpo grazie a una regolare attività fisica e una sana alimentazione è essenziale per me e per il mio lavoro e si riflette sia interiormente che esteriormente.</strong> Anche un’attitudine costruttiva è sempre positiva. Sono un’inguaribile ottimista e mi piace comunicare con il mio pubblico e i miei followers con i quali condivido la mia passione per la musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64820 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/rachmaninov-300x300.jpg" alt="vanessa benelli mosell" width="209" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rachmaninov-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rachmaninov-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rachmaninov-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rachmaninov.jpg 600w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" />Pochi sanno che Mozart aveva una sorella che si esibiva con lui da bambina per le corti europee ma fu costretta ad accantonare lo studio per sposare un ricco nobile. E dire che Wolfgang le riconosceva un grande talento, al punto da scriverle: “Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose”. Sembra quasi che le donne non abbiano mai composto musica, e invece si tratta di una storia di discriminazione che gli storici della musica dovrebbero studiare a fondo. Maddalena Casulana, compositrice vicentina del tardo rinascimento, scrisse, nel suo primo libro di madrigali: “Voglio mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Ancora oggi, nella quasi totalità dei concerti è suonata musica composta da un uomo. Come porre fine a questa sorta di misoginia dell&#8217;ambiente musicale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per poter comprendere è necessario tenere presenti diversi fattori che non hanno permesso alle donne del passato di essere ricordate fino ai giorni nostri. Innanzitutto il fattore numerico: <strong>molte meno donne rispetto agli uomini intraprendevano in passato lo studio della musica e della composizione. Di conseguenza, diminuiva la probabilità di trovare artiste di grande genio e talento. Inoltre, molte di loro non erano disposte a sacrificare la vita familiare per la vita professionale, intraprendenti carriere che comportavano una forte ambizione necessaria a imporsi in un ambiente esclusivamente maschile.</strong> Anche la sfiducia nelle doti intellettuali femminili al quale fa riferimento la Casulana, oggi datato e definitivamente smentito nel corso dell’ultimo secolo, incideva e minava la sicurezza in se stesse di molte donne del passato. Consideriamo che ancora adesso la condizione femminile in molti paesi del mondo è pari alla nostra di due secoli fa, e l’emancipazione ottenuta grazie a donne coraggiose ed anticonformiste non è affatto scontata. In ogni caso, non è da considerare una colpa il desiderio femminile di crescere i figli piuttosto che dedicarsi a una carriera, cosi come può non rappresentare un’ambizione maschile ascendere professionalmente. Ogni scelta merita rispetto, l’importante è avere parità di opportunità, fiducia e considerazione, fortemente meritate dalle donne al giorno d’oggi, anche nel campo compositivo. Sono in numero sempre crescente infatti le compositrici contemporanee riconosciute e largamente eseguite nel mondo, e sono pronta a scommettere che presto entreranno in repertorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tanti: <strong>un imminente impegno con la <em>London Philharmonic Orchestra</em> presso la <em>Royal Festival Hall</em> il 7 di Febbraio, il concerto di apertura del festival di musica contemporanea “Presences” presso l&#8217;<em>Auditorium di Radio France</em> a Parigi</strong> il 12 Febbraio, e poi impegni direttoriali a Berlino in marzo e il debutto al <em>Festival Al Bustan</em> di Beirut con il <em>Concerto in sol</em> di Ravel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-bellezza-aiuta-poco-larte-non-perdona-un-insolito-francesco-consiglio-con-le-farfalle-allo-stomaco-intervista-vanessa-benelli-mosell-la-diva-del-piano/">“La bellezza aiuta poco, l’arte non perdona”: un insolito Francesco Consiglio con le farfalle allo stomaco intervista Vanessa Benelli Mosell, la diva del piano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Quando si è sensibili solo al sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani…”: la disciplina della ‘tabula rasa’ (necessaria per sopravvivere al predominio degli intellettuali ottusi)</title>
		<link>https://www.pangea.news/quando-si-e-sensibili-solo-al-sottosuolo-dello-scibile-umano-a-un-viaggio-al-termine-della-ragione-a-una-visione-oscura-degli-esseri-umani-la-disciplina-della-ta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Dec 2018 07:39:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Essere lontani da voi stessi quanto un falco dalla luna… ognuno di noi è diverso dagli altri e differisce da sé, perennemente mutevole, anche rispetto a se stesso, e nessuno può davvero essere ‘se stesso’, neanche una volta. Essere bizzarri, vulcanici, imprevedibili. Sfuggire alle classificazioni. Non soffermarsi teoricamente sui problemi sociali, benché si senta come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-si-e-sensibili-solo-al-sottosuolo-dello-scibile-umano-a-un-viaggio-al-termine-della-ragione-a-una-visione-oscura-degli-esseri-umani-la-disciplina-della-ta/">“Quando si è sensibili solo al sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani…”: la disciplina della ‘tabula rasa’ (necessaria per sopravvivere al predominio degli intellettuali ottusi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Essere lontani da voi stessi quanto un falco dalla luna… <strong>ognuno di noi è diverso dagli altri e differisce da sé, perennemente mutevole, anche rispetto a se stesso</strong>, e nessuno può davvero essere ‘se stesso’, neanche una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere bizzarri, vulcanici, imprevedibili. Sfuggire alle classificazioni. Non soffermarsi teoricamente sui problemi sociali, benché si senta come pochi la miseria del mondo, e questo perché il sottosuolo uccide la teoria. <strong>Detestare le specializzazioni perché troppo lucidi e ipertrofici per concentrarsi su un solo argomento. Nutrire un’avversione istintiva, feroce per la cultura istituzionale, l’erudizione sterile e i “ritualisti della cultura”.</strong> Più ancora, provare una profonda estraneità per l’erudizione, in sé. Essere contro le personalità libresche, e coloro che commerciano con le idee altrui e “credono di essere, con le loro glosse e i loro commenti, dei rischiaratori del mondo”. Criticare, impietosi, l’idea dell’intellettuale impegnato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si scrive solo per reazione, per se stessi, per fastidio, e il movente di ogni parola è impuro, misto al disprezzo – una lotta. Quando si è molto sensibili, ovvero si usano i sensi in modo<em> assoluto</em>.</strong> Quando parlate, e un buco nero vi lampeggia negli occhi, e lo sguardo è in fuga, per timore di poter ferire gli altri con le macerie del vostro vuoto, quel nulla che intimidisce anche voi. Quando si affacciano i lampi, e la notte è in movimento, e annotate con scrupolo l’assurdo, consonanti e vocali, oltre il vile tumulto di un morbido assedio, per scatenare i gorghi, un agguato senza tregua e vivere il rigore di un naufragio, vertiginoso, e apprezzare il portamento della tempesta nel furore dell’oscurità, quando le cose vibrano al peso dell’ira e del silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando è impossibile sposare la realtà, il principio di realtà, e seguire i propri umori platonicamente, relegandoli ai margini della vita coniugale, sociale, nel privato di uno studio, come dovrebbe essere per quel genere di creatori che si rinchiudono nel chiostro di un monastero laico</strong>; non invadere la santità della normale vita domestica, e confinarsi in un asilo privato, ai margini della società, per essere innocui, e non scandalizzare nessuno con lo spettacolo ripugnante di un’agonia, e morire “alla maniera dei gatti o delle bestie selvagge che cercano una tana segreta per proteggere le ultime convulsioni della loro vitalità”. Quando è impossibile vedere nel sociale, una realtà fragile e convenzionale, la realtà ultima, e non pensare che gli esseri umani sono: “un’apparizione straordinaria, ma non un successo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64715 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-e1545493987982-212x300.jpg" alt="" width="187" height="265" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-e1545493987982-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-e1545493987982-768x1087.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-e1545493987982-724x1024.jpg 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-e1545493987982.jpg 1034w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" />Quando credere nell’Uomo vuol dire avere fede in una confortante e illusoria dimora, in un territorio edificante in cui la fiducia nelle regole trascende le regole stesse</strong>, un’idea degli esseri umani non solo parziale, ma falsa, che non è mai esistita, non esiste e mai esisterà, se non nelle nostre fantasiose utopie. Quando rimanere all’oscuro della non coincidenza tra quello che realmente siamo e l’immagine ideale, nobile, che abbiamo creato di noi stessi, vuol dire rifiutare il feroce insolubile di un Qohèlet, il “c’è solo quello che c’è, e quel che <em>dovrebbe essere</em> non c’è”, non è mai esistito e mai esisterà; che la vita è bellezza rapinosa e, allo stesso tempo, come la scaletta di un pollaio, corta e piena di merda, dove scorgiamo tutti “l’orrore che scorre appena sotto le abitudini e le pratiche più correnti della vita e della società”; che gli esseri umani si rivelano, finalmente, solo quando “smentiscono l’immagine che hanno dato di sé nelle epoche pacifiche”, ed emerge il lato meschino e tragico delle loro più sofisticate creazioni, l’individuo com’è, irriducibile, sconcertante, con tutto ciò che esso implica d’impuro, atavico e irresistibile, colmo di sovrana ambiguità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando c’è qualcosa di troppo puerile, consolatorio e compiacente, sterile e illusorio nel credere, oggi, di poter salvare le sorti della civiltà o della cultura, dell’arte e della letteratura, facendo appello al <em>pensiero</em>, allo <em>spirito</em> e alle creazioni delle <em>mente</em>.</strong> Quando qualcuno che la sa lunga scorge lucidamente che religione, filosofia, ragione, letteratura, arte, tutte, danno troppa importanza agli esseri umani; che, per conoscere la loro reale natura, è sufficiente parlare con loro, vivere in mezzo a loro; che la misantropia è figlia della conoscenza in presa diretta, del realismo; che più si conoscono gli esseri umani, più si è misantropi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel mondo visibile, esteriore, domina il decadimento, e la nostra idea di immortalità, ahimè, pretende di strappare la perpetuazione della specie da tutto il reale, dai fenomeni mutevoli, passeggeri e di sigillare con l’apoteosi dell’invano l’individuo, di essere una dispensa dalla condizione umana, per escludere tutto un universo tangibile, brulicante, che si sa immenso; e quando questo rimedio si trasforma nel vero carnefice del genere umano. <strong>Quando il pensiero e la creazione, dopo la caduta, si rivelano solo un’abolizione immaginaria di opposizioni reali,</strong> e la conoscenza un rimedio che abbiamo escogitato per paura, nell’illusione di attenuare gli effetti della follia del mondo, da cui siamo sopraffatti, per condurre una vita nell’attesa di un fine che non giungerà mai… la Provvidenza, la Misericordia di Dio, il Progresso, la Scienza, l’Umanità, la loro luce redentrice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si vive “in esilio, da se stessi, e dagli altri”, e si conserva qualcosa “dell’innocenza e del furore delle persone totalmente sole”, sprofondati, da sempre, in una precoce percezione dell’effimero,</strong> in quel sentimento della vanità di tutto che impedisce di credere che le cose possano avere una <em>ragione</em>. Quando vi è chiaro che la Storia non la fanno i probi. Che non esiste la normalità. Che nessuno di noi è normale. Che, a guardare lucidamente la fisiologia del mondo, la Storia umilia i singoli a favore della Comunità, la quale a sua volta edifica le cattedrali delle sue culture e civiltà attraverso la sovranità delle singolarità di rango, equivoche e paradossali, emerse dal travolgente pantano dell’avventura umana; <strong>che la Storia, nel bene e nel male, l’hanno sempre fatta i grandi squilibrati, le personalità d’eccezione, i paradossi assoluti, immoralisti che aleggiano cupi, torbidi e ambigui sulla genesi delle nostre istituzioni umane, sulla <em>lumière de la sagesse</em>.</strong> Che la vita stessa si nutre di una linfa ambigua, e impone l’evidenza del fondamento teologico, non solo della politica e del formalismo giuridico, ma di tutto il pantheon della conoscenza, dietro cui si nasconde, non la legge e il consenso, ma la forza e l’irrazionale. Che perfino il Diritto si fonda sulla violenza. Che la stessa guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice. <strong>Che la violenza fa parte della vita, e</strong><strong> la natura riduce in polvere, senza riguardo, le creazioni della saggezza<em>. </em></strong><strong>Che condottieri, imperatori, guerrieri, tiranni, poeti, filosofi, teologi, riformatori, artisti, mistici, popoli, seduttori e mascalzoni di ogni epoca, tutti, sono per lo più squilibrati d’eccezione;</strong> popoli, nazioni e individui distinti dalla facoltà di unire patologia e, talvolta, produzione di teoria della cultura; molti coltiveranno piccole oasi, alcuni raggiungeranno grandi distanze, mentre altri, la maggioranza, infine subiranno colpi d’inesorabile ferocia, e li chiameranno i margini della storia, le vittime. Che la maggior parte degli esseri umani, in generale, vivono quasi sempre al di sotto del loro potenziale umano, sessuale, immaginale, intellettuale, e non sono fatti per essere liberi e, peggio ancora, non saranno mai all’altezza dei propri squilibri; che quasi tutti scadono nel quadro dei casi umani, in quel territorio dove i pregiudizi e limiti di un essere umano non muteranno mai, come per paradossale e folle incanto, in mito, in potente e contraddittoria arte. Che solo il fanciullo e colui che è affetto dalla “dissennatezza” di cui parlava Puškin possono scorgere la vanità e l’assurdo di tutto ciò che non è diretto. <strong>Che la maggior parte degli artisti aspirano a essere consacrati senza mettere in causa il fatto stesso di esistere, a </strong><strong>conquistare il diritto di rimanere ‘bambini’ in un mondo di adulti, e conservare la loro minorità al cospetto di quella società che intima loro di diventare maggiori, guadagnandosi da vivere sulle macerie dell’infanzia altrui</strong><strong>, con un gesto di immane prepotenza imperiale. </strong>Che le potenze che formano questo nostro mondo sono superiori a ognuno di noi, ed è impossibile promettere che cospireranno in nostro favore; che quando un’anima rovina, ogni essere umano agisce secondo la propria natura – alcuni rimangono atterriti dal terrore, altri fuggono o si nascondono, mentre alcuni spiegano le ali come aquile e si alzano in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64716 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-buonarroti-studio-della-figura-154x300.jpg" alt="Michelangelo" width="154" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-buonarroti-studio-della-figura-154x300.jpg 154w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/michelangelo-buonarroti-studio-della-figura.jpg 527w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Quando il potere uccide l’innocenza, e, superata l’infanzia, tutto è potere, forza di coercizione, seduzione e soggezione, il potere del potere, e poi il potere del danaro, del sesso, della bellezza, delle parole, dell’intelligenza, della passione, della forza fisica</strong>; quando il sesso, questa cosa che noi civilizzati facciamo, come scrive Baudelaire, con “organi escrementizi”, e resiste alla pratica dissacrante, prosaica del bidè, è sempre una questione di mangiare ed essere mangiati, di vittima e carnefice; un territorio ferino, là dove si esprimono le profonde faccende umane in cui vige, su tutti, l’amor proprio, il soddisfacimento del proprio piacere, dei propri bisogni e tutta quella selva di moventi impuri che costituiscono il vero motore della natura umana: interesse, opportunismo, ambizione, desiderio, paura, invidia, cattiveria, disonestà, gelosia, viltà, crudeltà. Quando possiamo attaccare addosso agli esseri umani tutta la cultura e la civiltà, il progresso che volete, e l’istinto rappresenta comunque e sempre il fondo oscuro dei nostri atti mascherati da civiltà. Quando ognuno di noi nasce con in dote una dose di opportunismo da spacciare e, se teniamo fede al movente di ogni nostro atto, all’amor proprio, vale solo la capacità di illudersi su stessi e di illudere gli altri sulle nostre illusioni, anche nell’incoscienza del falso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando non si è splenetici, né introversi, e non si può fare a meno, comunque, di cogliere soprattutto le lucide verità negative che la gente del sottosuolo, della strada, cinica e realista, sa da sempre<strong>. </strong><strong>Quando si privilegiano le cupe verità, alle illusioni edificanti, perché nell’infelicità e nell’orrore c’è qualcosa di più vero, delle piacevoli malinconie, di artisticamente più vero, benché nessuno ami la bruttezza in sé.</strong> <strong>Quando si è sensibili solo al</strong><strong> sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani</strong>, che svela per noi quella bellezza di cui nessuno vuole tenere realmente conto – nessuno corre con fervore verso l’abisso! – perché da sempre si teme che l’arte voglia esprimere qualcos’altro, qualcosa di inumano: un universo tanto inquietante, terribile e nudo, e incredibilmente così poco ‘poetico’, nobile o sublime.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si rigetta con sdegno il compito che il grande Nabokov assegna all’estetica, lui che, al pari di legioni e legioni di creatori, vedeva nell’arte e la grande letteratura solo un gioco, mera voluttà estetica per il nostro piacere e la nostra vibrazione spirituale, intellettuale e nei lettori, in fondo, semplici spettatori; <strong>lui, che non ebbe orecchio per il ruggito di Dostoevskij, al punto da disprezzarlo – “non un grande scrittore, e un mediocre” – e rifilarci questo sconcertante ‘miao miao’ letterario:</strong> “Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando non si ha fiducia in questo mondo, e tuttavia si rimane in questo mondo, non esistendo un altro mondo al di là di questo, migliore; </strong>quando non esiste un ideale luogo di attesa per la conquista della santità o della saggezza; quando è impossibile provare amore per i propri simili, ma solo una pietà senza illusioni; quando è impossibile credere in Dio, negli esseri umani, né tantomeno nell’Uomo; né alla potenza provvidenziale della parola, dell’arte, della letteratura, quando queste vorrebbero rappresentare solo un paradiso che il peccato non dovrebbe macchiare. Quando è impossibile aderire all’illusione imperialista di ogni letterato o scrittore – che abbandonano la vita per la letteratura – di poter sollevare il mondo appoggiandosi sul linguaggio; quando questo scarto dal mondo è solo un baratro invalicabile che separa l’arte dalla natura e l’artificio dal vivente, là dove ogni natura e ogni vita sono ritenuti infami, e di fronte a una carogna si impone questo verso elevato e nobile: “E allora ai vermi che ti mangeranno… o mia bellezza, di’ che in me sono salve la forma, l’essenza divina”, di un Baudelaire ancora preso dalla stretta idealista, che fa l’impossibile per onorarla. <strong>Quando </strong><strong>i letterati sono degli egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità,</strong><strong> e la loro dolcezza, semmai, è tutta per chi scrive bene, poiché, vittime del pregiudizio della parola, suoi cortigiani, si adattano a una pietà da Accademia della Crusca e si emozionano davvero solo davanti allo stile e agli artigiani della scrittura.</strong> Quando, a proposito dei mestieranti, “l’obbligo di produrre aliena la passione di creare”. Quando, infranto ogni incanto del mondo, è impossibile credere a qualsiasi finzione euristica di questa terra o sofisma magico, alla lingua della retorica, dei sofisti, di quelli che si nascondono nelle astrazioni, che rifuggono le oscure forze inconsce che si agitano in noi, al riparo nella levigata superficie delle teorie e dell’arte, anche le più trasgressive. Quando non si riesce a tollerare la mera estetica letteraria, i <em>discorsi </em>estetizzanti, nemmeno quelli terribili di un Lautréamont. Quando chi ti legge, e ama la tua scrittura, è un sedotto in più, un’altra vittima da aggiungere alla lista delle tue prede, e la vecchiaia, ormai, solo la vita sotto una luce fredda, la nostalgia, un silenzio che “scava gli occhi dal nord degli anni”, il corso fermo dei fiumi, e neanche l’ombra di una preda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando non si crede alla strana e illuministica fiducia nella formazione su larga scala di un’opinione pubblica colta, coraggiosa e capace di servirsi del proprio intelletto;</strong> quando non si ha fiducia nel lettore, nella sua facoltà critica, in un vuoto formalismo che nasconde un essere umano che per lo più è un ammasso di feroci pregiudizi ambulanti travestito da statuaria apoditticità. Quando nessuna illusione induce a credere che la cura contro l’infelicità e l’iniquità del mondo sia alla nostra portata, poiché si vive nella lucida consapevolezza che il male non sia morale, politico, economico, ma rivesta: “il carattere di una fatalità cosmica, di una legge universale, perpetua e inalterabile”, come afferma il potente nano di Recanati, lucida creatura che non superava il metro e quarantuno di altezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando non si tollerano i dotti che giocano alla commedia della conoscenza, e la maggior parte dei fruitori di libri, degli illusi che immaginano l’intelligenza coincidere con il sapere, con il tanto più leggere,</strong> tanta più intelligenza, con un territorio, quello da circuito culturale, dove ogni cosa è trasformata in un “evento di rango intellettuale”, astratto, in “un attentato contro tutto ciò che può esserci di irriflesso, in una ribellione contro le proprie profondità”, dove domina una falsa illuminazione, la conoscenza nell’eccesso della riflessione, dove si scivola sulla superficie delle cose, o nella cultura pop, che è non più nemmeno la cultura popolare, nel senso potente del termine. <strong>Quando tutto il fenomeno della cultura dotta è una funesta apoteosi della coscienza astratta, e un compiacersene perfino, un territorio dove non troverete mai niente che sia <em>deeper</em>, <em>darker</em>, <em>colder –</em> nulla, qui, che sia profondo, notturno, freddo.</strong> Quando le produzioni artistiche, letterarie e filosofiche, oggi più che mai, sono rinchiuse un circolo vizioso che le vede subordinate alla stampa giornalistica e alla moda, e queste ultime, a loro volta, lo sono agli interessi commerciali. Quando, come pensava Céline, l’editore è per lo più l’incarnazione del parassita, il padrone che sfrutta gli operai o il ruffiano che campa sul lavoro delle prostitute e solo talvolta, molto raramente, un interlocutore con cui discutere di ciò che è davvero essenziale in Letteratura. <strong>Quando – parole di Carmelo Bene – l’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla.</strong> Quando si vegeta in un circuito culturale che vuole illuderci, chissà perché, di essere l’arena privilegiata di un dialogo ininterrotto, e in realtà è ben altro, al punto che un famoso esponente della Cultura, smagato, vi scrive in una lettera privata: “Giornali, case editrici, università e media sono collegati in rapporto conflittuale l’un con l’altro: i giornalisti odiano i professori, i professori detestano i giornalisti, gli editori disprezzano gli autori, la gente dei media detesta tutti.” Alla faccia del dialogo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando il molto leggere dei dotti è letale per il pensare. Quando le migliori menti che avete conosciuto sono quelle che hanno letto di meno.</strong> Quando il troppo leggere, salvo rari casi, produce una dotta barbarie, e non la rara coincidenza di profondità ed erudizione. Quando disprezzate la poesia da eunuco, e siete contro i falsi figli delle Muse. Quando anteponete i dilettanti e gli autodidatti, ai dotti, e sostenete che le più grandi creazioni siano state prodotte dai primi, non dai secondi, benché gli autodidatti vengano considerati dai dotti come contrabbandieri, anche se sono loro ad avere la merce migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il critico, il più delle volte, è un anatomista al lavoro sulle parti di un corpo morto, che riporta in pieno giorno dalle profondità dell’esistenza, <strong>uno che spacca il capello in quattro con l’ausilio della chirurgia, che esaurisce e svuota l’essenziale e vive nel suo iper-intellettualismo critico educando gli altri all’astrazione</strong>, a questo processo d’identificazione <em>speculativa</em> con il reale; l’angelo che presagisce la presenza dello scandalo del reale e fugge e si contorce – e non è tanto questo a turbare, quanto l’evidenza che dietro alla dissimulazione pura, a questo ricorrere ai ripari, non vi sia quasi mai del genio se non eventualmente  il probo “eroe della mente”, e la totale assenza del senso del ridicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64717 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Michelangelo-Buonarroti-The-Damned-Soul-2--227x300.jpg" alt="Michelangelo" width="227" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Michelangelo-Buonarroti-The-Damned-Soul-2--227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Michelangelo-Buonarroti-The-Damned-Soul-2-.jpg 530w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" />Quando è impossibile la fede nel potere cognitivo del concetto; quando si dissolve il primato conoscitivo dello stesso pensiero concettuale. Quando in teoria si sa tutto sulla natura umana, e dunque si capiscono le spietate visioni di Proust sull’amicizia e sull’amore, o il punto di vista dei grandi moralisti classici, al pari di quello degli immoralisti metafisici, o le idee di Shakespeare e Dostoevskij sui fenomeni del mondo e la vita umana nelle loro tragedie, quel genere di contraddizioni e complessità, fonte di innumerevoli disagi e delusioni, che lo scrittore di professione si adatta ad amministrare scientificamente!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si è esclusi, infine, dalla superstiziosa eloquenza del consorzio umano, da questo  stupefacente <em>i</em></strong><strong><em>dolum theatri</em></strong><strong>, e si giunge </strong><strong>al confine ultimo, l’epilogo, per alcuni di noi, può assumere solo i toni dello scetticismo e il pessimismo, a varie tinte e sfumature, talvolta anche fosche e abominevoli.</strong> Del delinquente puro, dell’assassino, crudele e folle, o del tiranno; di un disincanto assoluto, demoniaco e un cinismo senza scrupoli, che “non contento di riflettere sui difetti dei suoi simili, si adopera per sfruttarli, per trarne beneficio”, con “la mancanza di illusioni, il sarcasmo spudorato e una chiaroveggenza a scopo di lucro”, <em>à la </em>Talleyrand; con la filantropia delusa, malinconica e lucidissima, di chi si ritira nelle <em>Lettere spirituali</em>, non prima di aver scritto: “dopo aver letto, per così dire, tutto quello che avevano scritto gli altri, dopo aver preso notizia di tutte le soluzioni, ed aver fatto del mio meglio per persuadermi di questa o di quella e per appropriarmela – e dopo aver constatato la fallacia e la manchevolezza di tutte e l’impossibilità per una mente sincera di non vedere che ogni pensiero che vuole essere soluzione lo è solo nascondendo a sé medesimo le obbiezioni mortali che dal senso stesso della soluzione affacciata si levano a colpirlo”; <strong>con </strong><strong>una navigazione in solitaria, inutile, impolitica, da parte di</strong><strong> colui che non è <em>interessato</em>, che si pone ai margini dell’esistenza, non propone nulla, nulla vuole, dagli altri,</strong><strong> e rifiuta di cullarsi ancora con la critica della cultura, con qualsiasi riforma programmatica o progetto culturale, poiché non ha più, o non mai avuto le “illusioni degli intellettuali contemporanei”;</strong> con quello delle personalità impietose, dei Grandi Inquisitori che demoliscono i nostri alibi della salute e della felicità razionali, nell’ambito della diagnosi metafisica sull’esistenza, che non rinunciano, tuttavia, a un senso di pietà e solidarietà umana aperte al mistero, unite allo spirito del liberalismo, alla recita, per discrezione, di una coscienza democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando sai che questo</strong><strong> punto di vista impietoso </strong><strong>non sarà mai ben accolto, in nessun ambito culturale e che ciò comporterà un sempre maggior isolamento</strong>, e te ne fai una ragione, perché in cuor tuo sai che in realtà la misantropia è una lezione di vitale realismo, linfa pura, e una “tenda nel deserto” della nostra epoca, e di ogni epoca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che sono, oggi, quelli che si azzardano a dire che i grandi spregiatori metafisici della vita sono in realtà quelli che l’hanno più amata e soprattutto </strong><strong>vissuta, e che più l’amano</strong>; che sono dei grandi appassionati, e uomini feriti come pochi, “allo stesso modo di tutti coloro a cui fu negato il dono dell’illusione”, e che: “fra tutte le persone, le persone meno insopportabili sono quelle che odiano gli uomini… non bisogna mai fuggire un misantropo… trovo che la cosa veramente bella della vita sia l’aver perso ogni illusione e ciononostante fare un atto di vita, essere complici con una cosa come questa; essere in totale contraddizione con quello che si sa; e se la vita ha qualcosa di misterioso è appunto questo, che pur sapendo ciò che si sa, si è capaci di compiere un atto che va contro il proprio sapere”. <em>Cioran</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non il riso della rinuncia, ma affermazione della vita</strong>, nonostante tutto, e un farsi davvero carico del reale.</p>
<p><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
<p><em>*L&#8217;articolo è costellato da alcuni disegni preparatori di Michelangelo; in copertina, l&#8217;autore. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-si-e-sensibili-solo-al-sottosuolo-dello-scibile-umano-a-un-viaggio-al-termine-della-ragione-a-una-visione-oscura-degli-esseri-umani-la-disciplina-della-ta/">“Quando si è sensibili solo al sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani…”: la disciplina della ‘tabula rasa’ (necessaria per sopravvivere al predominio degli intellettuali ottusi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mi spiace per te, ma sei il nuovo Moravia”: scazzottata verbale tra Davide Brullo e Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/mi-spiace-per-te-ma-sei-il-nuovo-moravia-scazzottata-verbale-tra-davide-brullo-e-matteo-fais/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 08:01:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita, consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mi-spiace-per-te-ma-sei-il-nuovo-moravia-scazzottata-verbale-tra-davide-brullo-e-matteo-fais/">“Mi spiace per te, ma sei il nuovo Moravia”: scazzottata verbale tra Davide Brullo e Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. <strong>Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita,</strong> consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto Empirico mica Massimiliano Parente – io cerco Dio perfino nel frigorifero, figurandomi nell’abulico neon sopra il barattolo scaduto di tonno un abominio di galassie. <strong>Fais è un anatomista del dolore, un chirurgo della pece quotidiana, un senza pace, io sono una specie di re presunto in assenza di Golia, uno che traduce l’arpa in coltello e viceversa</strong>, che cerca l’oro del verbo, mentre Matteo, verbosamente, costruisce trappole grammaticali nella melma. Così, ci vogliamo bene – io amo chi mi è gemello all’opposto, perché non mi sopporto, non sopporto la mia scrittura nitida e perfetta e la mia poesia visionaria, glossolalica, ho bisogno di chi mi riporti alla realtà, che io mi ostino a sbriciolare con un vezzo di cerbottana. Ad esempio. Matteo Fais ha appena pubblicato per Robin Edizioni il nuovo romanzo, <a href="http://www.robinedizioni.it/nuovo/storia-minima" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia minima. </em></a>L’ho seguito da vicino: <strong>si rovinava le giornate per speculare intorno alla disposizione di una virgola e alla decenza di un aggettivo e alla declinazione della copertina – Fais in fondo, è uno che nell’orrore entra con i calzini intonati al colore degli occhi, con avida sinuosità. </strong>Io, di mio, avrei scritto una ‘Storia magica’, una ‘Storia maxima’, perché, ancora, che infantile, credo nel libro assoluto e nella parola che squaderna i mondi, nel verso che spacca il cranio di Dio. Invece, <strong>devo credere a Franz Krauspenhaar, che ha creduto in questo romanzo fino a scrivere una intro assai partecipe e guerresca: “l’autore se ne sbatte delle grandi migrazioni e dei nostri tragici tempi cantati da molti nell’astrazione, senza vera passione</strong> – come fa il radical chic che se la gode come un pazzo, ma poi si prende a cuore problemi sociali che non vede nemmeno, perché preferisce pensarli in modo platonico. Al contrario Fais prova a raccontarli crudelmente attraverso la vita minima di un giovane scoraggiato”. <em>Storia minima</em>, devo dire, risollevati dal senzasperanza, ha un paio di pregi. Il primo è che mi ha svelato. <strong>Sono un radical chic. Sono radicale – i morti mi paiono più vivi di tanti viventi – e sono chic, cioè addestrato all’esasperata eleganza.</strong> La seconda cosa è la compassione. Fais alterna crudeltà a inaudita delicatezza, la sconfitta all’adesione totale – mai accomodante, mai comoda – alla vita. Nella vita, d’altronde, si entra con occhi di terrore, gonfi di turbe: occorre sostituire questa iride – malmessa dai tempi – con quella dei giaguari. <strong>Poi gli dico che questa spietata compassione mi ricorda Moravia, proprio così, </strong>un Moravia che con il taglierino si è messo a triturare il nuovo millennio, relegandolo a scalpiccio. Ma tu pensa… il mio amico Matteo Fais è il nuovo Moravia. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64541 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg" alt="Fais" width="161" height="238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-768x1135.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-693x1024.jpg 693w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-1320x1951.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12.jpg 1556w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Intanto, perché scrivi? Perché scrivi quello che scrivi, intendo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, dunque questa è un’intervista seria! Proprio come quelle che fai ai veri scrittori. Allora, aspetta che mi apro una bottiglia di vino e mi metto in posa davanti a una bella libreria stracolma di testi che non ho letto… <strong>Perché scrivo? Perché nessun altro l’ha mai fatto – di scrivere quello che scrivo io, intendo dire – o, se non altro, non in molti, da diversi decenni a questa parte. </strong>Se è pur vero che massimo dieci, venti autori in un secolo riescono a imprimere una svolta a livello stilistico, è altresì indiscutibile che la realtà è troppo variegata per essere decostruita unicamente da quei pochi innovatori dell’espressione. Vedi, là fuori c’è un mondo assurdo: gente che muore di fame, vittime di un mercato del lavoro assassino, eccetera eccetera. I poeti e gli scrittori di che cosa parlano, invece? I primi insistono nel far rime bucoliche, come se ci fosse ancora una natura simile, se non identica, a quella che circondava Leopardi – come sappiamo bene, tra le rarissime eccezioni, ci sono Simone Cattaneo e Andrea Italiano. Oppure, a livello narrativo in particolare, gli autori sfornano inutili <em>divertissement </em>e scopiazzature di vecchi romanzi sadomasochisti, come nel caso delle <em>Cinquanta sfumature</em>. Capisci bene che raccontare il nostro tempo è un dovere morale e la letteratura un mezzo affinché nella mente delle masse si faccia largo una visione critica della realtà che altrimenti resterebbe confinata nei testi di sociologia e filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che palle le storie “minime”, non sarebbe meglio scrivere le storie “enormi”, irraggiungibili?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma neanche per sogno! <strong>Che due coglioni, invece, sta smania di scrivere opere eterne, destinate a catturare una volta per tutte l’essenza dell’Uomo al di là di qualsiasi tempo e spazio. Tutte stronzate derivanti dalla trasposizione in ambito letterario di principi mutuati da una visione religiosa e platonica: l’iperuranio con le idee fisse, il Paradiso, l’Eternità, l’Infinito.</strong> Capisco che l’uomo abbia nostalgia di una qualche stabilità – ecco spiegata l’ossessione per l’Infinito –, ma temo si tratti di una pia illusione. Niente è immutabile, l’Uomo con la “u” maiuscola non esiste. In tanti hanno provato a scrivere l’opera definitiva, come tanti hanno provato a edificare una filosofia che non necessitasse successivamente di ulteriori riflessioni. Ognuno di questi ha fallito miseramente, peccando di presunzione. <strong>Hanno fallito Dante, Boccaccio, Balzac, Proust. Le loro sono certamente delle grandi imprese letterarie, ma sono storiche, non eterne. Rispetto a me e a te, questi hanno unicamente avuto la fortuna, considerato che il tempo nel passato <em>scorreva </em>molto più lento di oggi, di riuscire a creare una realistica istantanea di un secolo, forse di due.</strong> Quello che ho scritto io oggi, al contrario, è destinato a essere uno specchio al massimo del decennio, o poco più. Forse una parte, almeno una certa dimensione morale dei miei personaggi, non muterà così facilmente, ma molti dei problemi che descrivo, in meno di cinquant’anni, saranno legati a un universo praticamente preistorico. Pensaci: incontri in chat, disoccupazione legata alla crisi, ragazzi scoraggiati ecc. Tra qualche decennio, scoperemo per mezzo di una tuta elettronica e il lavoro non esisterà più perché sostituito dall’automazione robotica – la fantascienza odierna diventerà realismo e attualità. Per concludere, lascia che precisi una cosa. Pochi anni prima che nascessi, siamo entrati in quella che si chiama “condizione postmoderna”. <strong>Le grandi narrazioni sono finite. È iniziata l’epoca del pensiero debole. Raccontare credendo di poter parlare a nome dell’universo intero, dell’uomo che sta in Africa come di quello del Sud America, o anche solo per un’intera generazione, sarebbe follia e stupidità. </strong>Rilassiamoci tutti quanti: oggigiorno ogni romanziere è destinato a essere un <em>autore minimo</em>, una flebile voce nel coro della storia – volutamente scritta con la “s” minuscola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu dirai che il tuo riferimento per il libro è Houellebecq. Io direi Moravia. Come la prendi? Giustifica le tue fonti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto che la tua considerazione non è superficiale – in parte mi hai smascherato. Ho sempre amato Moravia, fin dalle scuole superiori. Non tanto il primo – anzi, quello non mi piace per niente –, ma il secondo. L’ho letto da cima a fondo. Sto parlando, per intenderci, di <em>La noia</em>, <em>L’uomo che guarda</em>, <em>Io e lui</em>,<em> La vita interiore</em> e via elencando. <strong>A ogni modo devo contraddirti: il mio punto di riferimento, oggi come oggi, è Michel Houellebecq. Ma in Moravia, si potrebbe dire, c’è molto di quello che poi sarà Houellebecq.</strong> Semplicemente quest’ultimo analizza la società occidentale nella sua decadenza. L’autore di <em>Gli indifferenti</em> viveva in una realtà diversa, in un certo senso infinitamente più limitata. L’Occidente, sempre con licenza parlando, non esisteva ancora come entità, come forma dello spirito, almeno non fino in fondo. Per Moravia c’era l’Italia e, di conseguenza, la sua indagine volgeva sulla realtà nazionale. E lo faceva con gli strumenti giusti: Marx e Freud, il denaro e il sesso. Elementi simili li ritroviamo oggi in Houellebecq, l’economia neoliberista e la competitività estesa all&#8217;ambito della sessualità (da qui il titolo del suo primo romanzo, <em>Estensione del dominio della lotta</em>). Il motivo per cui il mio riferimento è lo scrittore francese sta nel fatto che Moravia resta comunque un moderno, mentre Houellebecq è, almeno in principio, un postmoderno, un frutto del pensiero debole. È vero, lui critica tale visione, ma al contempo vi è immerso. <strong>Vive entro la fine di ogni grande narrazione, proprio come me. Ai tempi di Moravia era tutto più netto e manicheo. Ma certo vi è molto di quest’ultimo nel tuo umile affezionatissimo.</strong> Penso, per esempio, al protagonista di <em>La noia</em> e al suo fallito tentativo di abbandonarsi al flusso vitale. Il mio personaggio è altrettanto inetto e fallimentare, votato allo scacco per intrinseca incapacità di adesione sfrenata, dionisiaca, all’esistente, senza la mediazione culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’altro ci resta da narrare: ancora una vita sfibrata, una vita emarginata, una vita violenta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E di che vuoi che parli, di una gita sull’Himalaya come Cognetti?! Mutuando una fantastica espressione dai giovanissimi, direi “Ma anche no, grazie”.<strong> Vivere mi fa male, vivere in questo mondo ancora di più – non che abbia idea di come sarebbe stato in altri tempi, o parti del mondo, ma sinceramente non credo meglio. La vita è violenta, sfibrata, emarginata, ma aggiungerei anche terribile, piena di avversità, pastoie, oscenità, tristezza, orrore, tremore, malattie, e sesso con ragazze che ti confessano di aver letto solo Fabio Volo </strong>– roba che rivaluti anche quelle che non hanno mai letto un libro. Comunque, prima che qualcuno pensi a me come a una persona seria, vorrei sottolineare che il dolore, quando arriva al parossismo, mi porta a sorridere – la miseria è tanta che, a volte, mi chiedo se non sia tutta una colossale presa per il culo.</p>
<figure id="attachment_64542" aria-describedby="caption-attachment-64542" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64542" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg" alt="fais" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64542" class="wp-caption-text">Matteo Fais deve sempre fare la faccia da str***o</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canti l’alienazione o la vitalità? Canti l’agnizione del nulla o l’estasi nella gioia? La dissoluzione o la dissipazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cantare, che parolone! Meglio sarebbe dire che stono su uno spartito illeggibile fatto di scarabocchi insensati e lugubri, quello dell’esistenza dell’uomo occidentale. Quindi, no, mi spiace, chi fosse in cerca di vitalità, estasi e gioia, è meglio che legga altro. Non fraintendermi, piacerebbe anche a me intonare panegirici a “il corpo elettrico” e altre dolci amenità alla Whitman. Per carità, versi interessantissimi, trascinanti, inebrianti. <strong>Domando scusa ma, come avrebbe detto Leopardi a quel manipolo di invasati liberali, questo tempo sarà anche fantastico, ma io rivendico la mia infelicità, il mio diritto a non trovare gran parte del nostro vivere sensato e lieto.</strong> Però bisogna che inizi a dire qualcosa di un tantinello meno simile ai testi dei Joy Division, altrimenti qui la gente comincerà a toccarsi le palle, come al passaggio di un funerale, e ci manderà a fanculo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Mi ributtai su Zola, Balzac, Flaubert, quel vecchio mandrillo di Philip Roth. Ascoltavo, nel mentre, per rilassarmi, Herbert von Karajan che dirige Beethoven”, fai dire al tuo antieroe – che pare uscito da un’<em>Arancia meccanica</em> con manganello nell’anima. Qual è il libro che ti ha dato uno scatto, uno schianto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Un’<em>Arancia Meccanica</em> con manganello nell’anima”! L’ho detto che tu sei il più forte. A volte, ti leggo e mi chiedo da dove le tiri fuori certe espressioni. Se fossi donna ti amerei carnalmente, ma per fortuna ho solo testosterone galoppante in me – e poi ci pensano già ampiamente le femmine a tirarmelo nel didietro, quindi non offenderti. Venendo alla questione da te posta, direi che certamente <em>Estensione del dominio della lotta</em> e <em>Le particelle elementari</em> sono i due libri in cui mi sono identificato maggiormente e di cui ho amato massimamente lo stile – li potrei rileggere anche per l’eternità e credo che mi toccherebbero ogni volta il cuore e la mente, a tratti inducendo in me il pianto. <strong>Sì, lo confesso, ho letto alcuni brani delle <em>Particelle </em>con le lacrime agli occhi. Hai presente il passaggio in cui Annabelle, la bella ex ragazza, oramai ridotta a una quarantenne sola, dopo una vita all’insegna della libertà sessuale, aborti e via disperando, scopre di avere il cancro?</strong> Alla resa dei conti, anche lei ha fallito miseramente, mancando del tutto la felicità, pur essendovi apparentemente destinata. Sì, forse avrà avuto qualche orgasmo, ma più che altro un manipolo di maschi tarantolati le hanno ficcato il loro cazzo dentro, per il puro gusto di potersi poi vantare di aver chiavato una gran fica. Ecco, la maggior parte di noi si ritroverà così, fottuta e con un cancro, a pensare, in preda agli ultimi fremiti, “Non è possibile. Tutto sta volgendo al termine e non c’è stato realmente niente”. Siamo animali condannati alla consapevolezza, quindi alla sofferenza. Non vado avanti, ho di nuovo le lacrime agli occhi. E, comunque, non ho spiegato bene il punto. Mi sono lasciato prendere dall’emozione… Ma va bene lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dici la sessualità, la cosa vulnerabile del dire letterario: perché? Che valore “di rottura” ha oggi, in letteratura, il sesso, che cosa intendi ribadire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sesso di per sé non ha alcun valore di rottura. Forse potrebbe averne l’erotismo – quello vero –, in questi tempi così falsamente libertari, ma a me non interessa. <strong>Io dico il sesso perché il sesso è rivelatore. Il nostro è meccanico, pornografico, un’esigenza compulsiva indotta per via televisivo-telematica, al fine di vendere perizomi, che nella maggior parte dei casi si riduce a uno scambio glaciale.</strong> Siccome volevo raccontare il presente, non potevo esimermi dal mettere il sesso in ogni pagina – del resto, è ovunque. Dovevo raccontarlo nella mesta crudezza di questo tempo così antierotico. In sintesi, non è il sesso a essere di rottura, ma lo sbattere sulla pagina una raffigurazione il più realistica possibile di come ci siamo ridotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fai sempre la parte del fustigatore degli intellettuali “di sinistra”: perché? Cosa t’importa della politica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come potrei non curarmi della politica? Lei si curerebbe comunque di me. Oh cazzo, ho appena citato Lenin, dannazione! Scherzi a parte,<strong> la scrittura è un atto politico, come scegliere di tirare molotov, o mazzi di rose, contro una sede di partito.</strong> Sta a ognuno di noi decidere se imitare Andreas Baader, o il pakistano che cerca di farsi la giornata. Per il resto, io non ho niente contro gli intellettuali di sinistra, ammesso che appunto siano “di sinistra” e non i soliti stronzi che senza il supporto del PCI non avrebbero neppure fatto i commessi alla Feltrinelli – e mi perdonino i commessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi in Dio o va di moda credere nel niente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti sembro uno che sta dietro alle mode, fossero anche intellettuali?! No, comunque, non credo in Dio e neppure mi comporto, come diceva il filosofo, come se lui esistesse pur senza avere fede. <strong>Ho una mia morale… forse, boh, non so. In generale direi che critico il mondo, ma ne sono parte. Sono insomma una mela guasta che si ribella al marciume.</strong> E guai a chi non ha niente a che fare con ciò che critica! Sarà di sicuro il più ammorbante e fasullo dei moralizzatori. Io non credo in Dio, ma il cattolicesimo non è certo una religione fessa: i santi, prima di essere tali, sono stati i peggiori peccatori. Del resto, solo un demonio posto vicino a Satana può prendere coscienza di essere all’inferno e tentare di risalire. Chi si trova già in cielo non può avere aspirazioni per l’ascesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo scrittore più sottovalutato e quello più sopravvalutato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sai che ti dico, questa è una domanda oziosa. <strong>È pieno di sopravvalutati e di sottovalutati. Per una volta, preferirei essere costruttivo e quindi ti menziono quelli meno noti che, secondo me, meriterebbero maggiori attenzioni: tu, Francesco Consiglio, Francesco Dezio, Andrea Campucci, e pure io – che cazzo!</strong> Leggetevi le mie recensioni settimanali e troverete il resto dei nomi. Non per far capire fino in fondo che sono un pirla, ma lasciami fare un appello ai lettori: <strong>ragazzi, non esistono solo i classici, ci sono tanti esordienti e sconosciuti che non valgono meno degli altri, solo che nessuno se li calcola. Leggeteli.</strong> Il mondo letterario non si ferma nel magazzino di una casa editrice. Anzi, che si fottano tutti i magazzini pieni di Cognetti e Saviano, e le librerie che non ti ordinano il testo, anche se sei distribuito da Messaggerie, perché altrimenti è solo fatica in più. Comprateci online, nel caso, che siamo pure scontati!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’evento che ha segnato la tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo la mia prima e agognatissima volta. Sono tornato dalla tipa, convinto che da quel momento tutto sarebbe andato per il meglio. Lei declinò infastidita il mio invito. <strong>Fu allora che compresi che la gloria è un attimo, poi tutto torna come prima, se non peggio. Menzionerei inoltre il giorno in cui mia madre è morta. Sai, di solito crepa sempre qualcuno che non sei tu o chi ti sta vicino.</strong> Ecco, in quel momento ho sperimentato sulla pelle che era proprio vero quello che avevo sempre pensato in precedenza: vivi nell’infelicità e non c’è redenzione, né happy ending. No, cazzo, muori proprio e fine dei giochi. Non avrai più un altro giorno per sperare finalmente nel sopraggiungere strombazzante della gioia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’invidia ti pare un gesto nobile? Invidi qualcuno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dì la verità, questa domanda te l’ha suggerita Marzullo? Quell’uomo è un genio, ha lanciato un filone a cui tutti si sono adeguati. Senti, ragazzo mio, che ti devo dire. <strong>No, l’invidia non è una bella cosa e soprattutto quella negativa, cioè l’invidia che ti porta ad azioni di ripicca nei confronti di quelli più fortunati di te. </strong>Poi c’è un’invidia positiva che ti spinge, invece, a crearti delle alte aspirazioni. Quindi sì, invidio chi scrive meglio di me. Insomma, ti invidio, dunque spostati o sparo, così da divenire io il Mega Direttore Galattico di Pangea.news.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi&#8230; che senso ha la vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito: Brullo e Marzullo sono la stessa persona… MARIA, IO ESCO.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mi-spiace-per-te-ma-sei-il-nuovo-moravia-scazzottata-verbale-tra-davide-brullo-e-matteo-fais/">“Mi spiace per te, ma sei il nuovo Moravia”: scazzottata verbale tra Davide Brullo e Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</title>
		<link>https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Dec 2018 10:25:04 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/">“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando mi vergogno di doverlo dire, tanto è un’ovvietà, e dunque lo dico piano e sottovoce: <strong>nel sesso ognuno di noi è nudo. Non può più mentire. Il tuo modo di fottere rivela, inesorabile, il tuo rango di creatura, quale genere di carica vitale ti porti dietro, la qualità del tuo caos, le risorse delle tue impurità</strong>, quanto sei all’altezza dei tuoi squilibri e se conservi ancora il segreto della tua <em>natura</em>: “le parti dov’è più odore, sono quelle dove si raccoglie più anima”.</p>
<figure id="attachment_64329" aria-describedby="caption-attachment-64329" style="width: 167px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64329" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Luca-281x300.jpg" alt="Luca" width="167" height="178" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-281x300.jpg 281w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-768x821.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-958x1024.jpg 958w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-600x641.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-1320x1411.jpg 1320w" sizes="(max-width: 167px) 100vw, 167px" /><figcaption id="caption-attachment-64329" class="wp-caption-text">Lui è Émile Ronin, visto di spalle</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Quando il corteggiamento, questa farsa ipocrita, è un differimento, una sofisticazione rituale, retorica di un atto predatorio, feroce, in cui i due contendenti recitano una parte, che può concludersi con l’illusione di un assenso a essere presi, e in realtà è uno ‘stupro’ quasi desiderato, e codificato, anche quando ci si illude del contrario (chi non capisce che queste parole non sono un invito allo stupro, né la sua apologia, smetta di leggere)<em>.</em> <strong>Un ratto dissimulato. Un capitolare, a organi virili e potenti, si spera. Forza della coercizione, seduzione e soggezione, il loro unisono e rapinoso <em>whirlpool</em>. L’irresistibile.</strong> Potere assoluto, che può sprigionare anche da una ragazzina di quindici anni, una creatura all’apice della sua impertinenza animale ed estetica, una Lolita qualunque di questa terra, prorompente di ambigua bellezza, che riduce in polvere, compiaciuta, ogni difesa maschile. Quando, fin da epoche antiche, nel momento in cui una donna dipinge le sue labbra di rosso, replica sul suo volto, ritualmente, la sua fica eccitata, per sfoggiare seduzione sessuale, potere, l’esca incantevole e letale di una bagliore predatore, alludendo a quello che ha in mezzo alle gambe, occultato sotto le vesti: “Non so quanto le falene fossero <em>coscienti</em> di girare intorno a un lume… anche avessero saputo, nulla avrebbe impedito loro di correre comunque verso il loro incantesimo, verso la loro rovina”. E il potere uccide l’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scorgi una ragazza, una donna o una femmina, non importa dove, ovunque, e il primo impulso è sempre quello di capire se vuoi <em>attirarla</em> nelle tue braccia, avere un contatto fisico, e scambiare fluidi, odori e profumi con lei. Quelli atavici. <strong>Quando emerge, imperiosa e abominevole, la volontà di possederla, mangiarla, leccarla fino allo sfinimento, e insinuarti in ogni sua fessura, solcare le sue curve, saggiare il sapore dei suoi baci, del suo sudore, l’odore della sua pelle. I suoi misteriosi piedi. Quando i sentimenti, qui, non c’entrano nulla, né il dialogo, seppur muto, poiché la parola qui non ha udienza.</strong> Quando è puro istinto, volontà di predare e soddisfare se stessi. Un <em>craving </em>ancestrale, feroce. Un grumo di puro egoismo, l’espressione immemoriale delle tare più innominabili. E cosa c’è di <em>legittimo </em>in tutto ciò? Niente, e tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/lintellettuale-piu-capace-dei-nostri-tempi-si-chiama-stoya-fa-la-pornostar-ed-e-editorialista-sul-new-york-times-sapra-liberarvi-dalle-vostre-paranoie/" target="_blank" rel="noopener">Quando leggo Barbara Costa</a>, con interesse e curiosità, e rimango comunque perplesso. Quando, con me, lei sfonda una porta aperta, eppure qualcosa non convince, tra le righe di ciò che scrive.</strong> Quando sa troppo di <em>new age</em>, di ingenuo e volutamente rivoluzionario, programmatico, di manifesto politico-letterario. Immaginazione e sesso al potere! Quando sospetto addirittura che abbia molto letto, forse, ma non studiato a sufficienza – e dato che è auspicabile, se ti diverti a giocare con concetti, idee e filosofie, e a sfottere pubblicamente i pregiudizi. Quando non mi spiego altrimenti certe sue ingenuità teoriche, artistiche, letterarie, e la mancanza di quella lucida consapevolezza, quella scettica, che avrebbe dovuto immunizzarla e, soprattutto, a non farsi nessuna illusione sugli esseri umani, né sulle filosofie o la letteratura, e tanto meno a far sue le illusioni degli intellettuali contemporanei, immaginando di scardinarle e radicalizzarle solo perché le inserisce nel porno ludico. Del suo abbaglio su Asia Argento, <a href="http://www.pangea.news/analisi-filosofica-e-spietata-del-fenomeno-asia-argento-care-donne-il-problema-non-e-luomo-ma-lumanita-e-comunque-meglio-marilyn-e-vivian-maier-autentiche-sovversive/" target="_blank" rel="noopener">ho già scritto altrove.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lei scrive frasi in cui si contraddice platealmente, nel momento in cui afferma: “nel sesso non esiste anormalità, è giusta qualsiasi ‘pratica’ frutto di scelta libera, consapevole e consensuale”, e subito dopo aggiunge: “negli affari di letto dovremmo dar più spazio e legittimità ai nostri istinti, scordarci la razionalità”; e già mi ha perduto.</strong> Quando evoca l’irrazionale, gli istinti, l’anormalità come norma, la sfera bestiale, più impura e ambigua della natura umana, quella più torbida, dove vige sovrana la legge della vittima e del carnefice, del più forte e del più debole, e nonostante questo lei aggiunge a giustificazione la “legittimità”, la libera scelta, cosciente e consensuale, preoccupandosi della <em>fruibilità</em> della trasgressione, del consenso <em>cosciente</em>, dell’essere “in controllo”. Quando questo scelta consapevole è già teatro, una facile via d’uscita, uno spazio scenico da riempire, anziché la vita come forma cava, buco nero; e già mi ha perduto. Quando è un’idea trasgressiva ma ludica del sesso, tutta artistica, legale; e già mi ha perduto. Quando il sesso della vita reale, fuori dalla pornografia è un coacervo caotico, illegittimo, ambiguo, talvolta abominevole, spesso inespresso e frustrato, per ovvie ragioni, ma ben presente nelle nostre menti assolutamente tarate e ‘patologiche’ dalla nascita – e “la psichiatria è dello Stato”, scrive Brodskij. Quando la reale immaginazione sessuale è inconfessabile, va ben al di là del semplice ludismo controllato e concordato, del piacere artistico, o di una pretesa emancipazione collettiva attraverso la libido. <strong>Quando, ridotta all’osso, la Costa vi propone una sorta di catarsi aristotelica attraverso il sesso, un irrazionalismo ludico, salutare, una sorta di Sisifo felice <em>à la </em>Camus, e afferma che tutto ciò che va oltre è un sesso malato, patologico, chiudendo irrevocabilmente le porte a quello che di più vero c’è nel sesso</strong>, perché più meschino, disgustoso, abominevole. E questo benché, in teoria, lei dica che non esiste l’anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando leggete attentamente tra le righe della Costa, tra i suoi articoli, e trovate che battono sempre sullo stesso chiodo: l’idea mitica, irrealistica, di una donna che non sia più vittima, ma al contrario una creatura <em>sempre</em> in controllo, anche sessualmente; e mi vengono in mente le parole che la Costa dedica alla Beauvoir nel rapporto con Sartre, o a <em>Lolita</em>.</strong> Quando la Costa sembra più amichevole nei confronti degli uomini, eppure loro rimangono comunque, ai suoi occhi, di volta in volta: schiavi del loro pene, sotto il giogo della femmina, degli impotenti, sotto sotto dei mutanti bisessuali o gay (cosa perfettamente legittima, ovviamente), o si buttano in massa sui trans poiché questa creatura doppia, per il debole e ormai antiquato etero, rappresenta un modello di “donna rassicurante”, un modello che non esiste più. Parole testuali della Costa, con un messaggio implicito: l’etero puro, anche quando è cosciente di quanto sia ridicola e ristretta l’eterosessualità normativa, di tipo antropologico, borghese, che poi da noi è di matrice cattolica, resta comunque un povero coglione, un non-liberato, un rigido. Una creatura superata. <strong>In ogni caso, nessuno scopa meglio una donna di un’altra donna, ce lo dice quella fulminata di Asia Argento, e la Costa sottoscrive zelante, dato che, tra l’altro, ritiene l’attrice romana un genio. Quando la Costa fa passare Asia per una novella Bukowski al femminile, o una impavida Anna Karenina in mezzo a un legione di Vronskij cretini!,</strong> uomini “che non sono granché, artisti brutti, falliti, scrittori con cani piscioni… e registi nanetti 36enni a letto amanti penosi… uomini col cazzo moscio irrecuperabile, bamboccioni, prepotenti perché vigliacchi”. Il tutto racchiuso, infine, da questa frase eloquente, inequivocabile, della stessa Costa: “nel porno c’è vera disparità in base al sesso, e tutto a vantaggio della vagina”, riferendosi a soldi e potere, e allora penso a chi ha sofferto ed è stato discriminato, e non è mai umile, e alla relazione tra sventura e megalomania, alla volontà di avere un destino. <strong>Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Dal fallo-centrismo, al vagino-centrismo. Un’ossessione – l’essere sempre <em>in controllo </em>della donna, negli articoli della Costa rappresenta, ahimè, un refrain costante – che in realtà rivela una segreta debolezza, l’antagonismo del risentimento, della fragilità.</strong> Non un potere, né un atto di forza, ma solo un guazzabuglio di sterili contraddizioni. Nessuno, infatti, è mai davvero in controllo, o è mai davvero <em>se stesso.</em> Non esiste questo essere umano mitologico, teologico, detentore del controllo, del potere, tutto d’un pezzo. E promuoverlo, auspicarlo e immaginarlo, con lo sfruttamento razionale dell’irrazionale, come fa la Costa, è puerile, e non originale, poiché lo hanno già fatto quasi tutte le avanguardie artistiche: Surrealismo, Dada, Le Grand Jeu, Esistenzialismo, sia quello religioso, che quello umanista, ateo e ideologizzato di Sartre e quello di Camus, che, dopo aver letto in anteprima, alla Gallimard, il <em>Sommario di decomposizione</em>, accusa Cioran, questo <em>mujik</em> balcano amante del byronismo russo, di non essere ancora entrato nel circolo della “grandi idee” che contano, di essere un parvenu dell’Intelligenza: “Adesso lei deve entrare nel campo delle cose davvero <em>intellettuali</em>”. Letteralmente, cazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è impossibile negare che gli stessi ignobili limiti, le stesse pietose contraddizioni, che vengono elencate con tanta disinvoltura contro gli uomini, non si trovino nella stessa misura anche nelle donne, perché lo riscontrate tutti i giorni, platealmente. <strong>Quando, al contrario, tu non riesci a essere stronzo con le donne, a sminuirle, e ti limiti a registrare la generale e irrimediabile fragilità e vanità umana, e ti sforzi di provare un po’ di ironica pietà. Quando riconosci, con grande serenità, che la donna, potenzialmente, è più radicata degli uomini nella vita</strong>, ha diverse zone erogene, e che la sua complessa libido le conferisca un peso tutto particolare, misterioso, eppure riconosci anche, altrettanto serenamente, che la maggior parte degli esseri umani, in generale, vivono quasi sempre al di sotto del loro potenziale umano, sessuale, immaginale, intellettuale, e che la maggior parte di loro non sono fatti per essere liberi; che, salvo una ristretta minoranza, la maggior parte delle persone ‘normali’, anche quando trasgrediscono, sono per lo più penose e grottesche. Che i motivi di alienazione, oggi, sono innumerevoli, e credere nella facoltà redentrice della liberazione sessuale, è esilarante; che le persone normali, che si alzano alle sei del mattino per andare a lavorare, fino alle sette di sera, e pagano il mutuo, hanno famiglia, figli, devono vivere, e spesso sopravvivere, sono la maggioranza delle persone di questo Paese; <strong>che a un certo punto sono costrette a far passare il sesso in secondo piano, perché la società moderna uccide l’energia sessuale, la volontà di praticare il sesso ludico come ce lo descrive la Costa. È penoso, ma è realtà nuda e cruda. La maggior parte degli esseri umani è in catene, e lo sarà sempre.</strong> Forse, solo i giovani, gli artisti, i perdi giorno, i <em>flâneur</em> e ricchi hanno il tempo e la testa di coltivare il ludismo sessuale di cui parla la Costa. Bukowski, grande e irriverente ‘<em>trombeur</em>’, paradossalmente, per il genere di vita assurda che faceva, da disadattato, non ha fatto sesso per ben nove anni della sua vita adulta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando faccio davvero fatica a capire l’interesse della Costa per Jean-Paul Sartre, un filo-stalinista (benché uno possa essere filo-stalinista o filo-fascista, e comunque essere un grandissimo scrittore!), e un mediocre imitatore di Dostoevskij, via Heidegger; un intellettuale francese, con tutto ciò che comporta di troppo Parigino, di sterile raffinatezza</strong> (leggersi <em>De la France</em>, di Cioran); un esistenzialista, ossia un ideologo dell’esistenza, poiché, come afferma lo stesso Beckett, l’Esistenzialismo rappresenta un vaneggiamento filosofico e culturale di cui farsi beffe, un mero movimento filosofico-letterario che oggi al massimo interessa l’antropologia filosofica, la storia delle idee, la storia della filosofia o la critica letteraria. Una fottuta dottrina che, al pari di ogni altra filosofia, converte la vita in un assoluto filosofico o letterario, in qualcosa di troppo positivo per poter davvero riflettere l’equivoco essenziale della vita. Esattamente come fai tu, Barbara. <strong>Consiglio il ritratto impietoso che Emil Cioran fa di Sartre, senza nominarlo direttamente, ne <em>Il sommario di decomposizione</em>, intitolato <em>L’impresario d’idee</em>, poiché anche la Costa sembra l’impresaria di un’idea, della pornografia unita all’eros della letteratura come antidoto al pensiero unico.</strong> E un maschio, qualche giorno fa, ahimè cade addirittura nella trappola e le dà manforte sulla stampa nazionale: “una tendenza eretica rispetto al pensiero e allo stile letterario dominante, si mette in polemica con la contemporaneità e arriva a concepire il sesso, nel deserto nichilista e disperato dell’Occidente, come una via di uscita dalla crisi e una fonte insostituibile di energia vitale… esaltando il sesso e la carne come via di accesso a una ritrovata vitalità primordiale”! Super-cazzola notevole, non vi pare? Il sesso redentore, da cui dipendono le sorti di una civiltà, delle nostre energie vitali, a livello collettivo. Si esce tramortiti da tanta pomposa fiducia, che solo un intellettuale o un letterato, uno che ha fatto dei libri il proprio mondo, può immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando detesto tanto i “vegani del sesso che odiano la carne”, quanto l’estetica e i teorici della sacralità della carne, e della natura.</strong> Gli uni esaltano la purezza attraverso un grigio ascetismo, gli altri, sublimano intellettualmente un potere incontaminato, privo di sovrastrutture, sprigionato dalla sessualità, e dal contatto irrazionale con la natura, in teoria. E lo fanno buttandosi, da specialisti, amateur ed eruditi – che non conoscono direttamente il cuore di tenebra della strada, che non hanno mai fatto una rissa, mai partecipato dal vivo a una guerra, mai fatto sesso potente, estremo – su De Sade, D.H. Lawrence, A. Miller, V. Nabokov, P. Roth, S. Bellow, T. Bernand, A. Nin, G. Bataille.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando in quello che dice Barbara Costa troviamo troppe scorie di cose non fertili. Forse troppo Reich, forse troppo Freud, </strong><strong>che parla di inconscio e sesso, eppure è per la ragione che brucia di passione.</strong> Troppa preoccupazione per ciò che è intellettuale, troppa letteratura, troppi sterili riferimenti filosofici. Quando parla di ciò che è ‘legittimo’, mi ha già perso. Quando si premura – e anche qui mi perde – di legittimare quello che scrive, o che scrivono i suoi idoli, la Stoya e la Argento, conferendo loro dignità intellettuale, erudita, dotta; quando è esattamente il contrario che dovrebbe fare, ossia sdegnare questa patente di valore intellettuale, libresca, solo artistica. <strong>E invece cosa fa? Un errore clamoroso: parla di sesso, evocando direttamente quelle parole o quegli autori che andrebbero presi con le pinze e non amati in modo ossessivo: ‘intellettuale’, ‘filosofia’, Sartre, De Beauvoir, Bataille; e indirettamente la genealogia de <em>La</em> <em>Repubblica delle Lettere</em> di Marc Fumaroli, quella dei dotti, in cui rientrano, paradossalmente, anche i più trasgressivi. Leggere per credere.</strong> È solo così che si spiega la volontà della Costa di spacciarci, in maniera del tutto incomprensibile, la coppia Sartre-De Beauvoir come esempio di buon sesso e dunque, ahimè, di buona filosofia; due intellettuali francesi, nella patria in cui nasce, nel Settecento, la figura dell’Intellettuale; dotti, filosofi-letterati, come esempio per parlare di sesso, di un territorio irrazionale, oscuro e muto, che al contrario parla la lingua di tutto ciò che è primitivo, incolto e privo di filosofia; esperienza e soggetto, unità immediata e vitale, un territorio dove ogni atto, anche quello della creazione, è ancora un organo della natura. Lo diceva anche Baudelaire, il quale, benché ancora avvolto dal simbolismo intellettuale del suo <em>spleen</em> – non a caso infinitamente meno vitale della noia moldava, assai meno raffinata ma assolutamente più corrosiva –, scrive: “Solo al bruto gli si rizza bene”, intendendo con ciò, indirettamente, che tanto più si è cultura, e meno si è natura; che il sesso, se non in assoluto, è in gran parte un fatto di natura, profondamente irrazionale, e non di cultura; che l’<em>erotismo </em>è già una pallida complicazione e sofisticazione rituale, intellettuale e culturale, della sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, al contrario, la Costa, parlando di una faccenda irrazionale, vuole farlo con le categorie dell’epoca moderna, con il frutto sterile dei dotti, l’organo alle sole dipendenze della riflessione, appendice del pensiero. Niente, qui, che sia autentico charme geologico, atavico, fascino della creatura, ma solo pornografia, ossia la sofisticata volgarità dell’umano che copula con la giustificazione intellettuale, dotta, filosofica, letteraria, generando un aborto.</strong> E quanto ci tiene, Barbara! E così che la Costa ci rassicura che il “buon sesso” della coppia Sartre-De Beauvoir – sesso e <em>intellighenzia</em>! – è automaticamente “buona filosofia”, e ci sarebbe da scrivere un intero trattato su quanto sia sbagliata ed esilarante questa associazione; che ci rassicura che Asia Argento leggeva Melville a quattro anni, ed è una persona colta; che Stoya, “pornostar-intellettuale”, legge libri, ed è “ossessionata” da Bataille, <strong>al pari di quella noiosissima travestita del male, la scrittrice dark Isabella Santacroce, che ahimè, per evocare il sacro e l’erotismo, cita Georges Bataille, con una stupefacente super-cazzola che sa addirittura di rimasticatura</strong> – “io sono da sempre nella dimensione del sacro, così come era pensata da Bataille, ovvero quella degli estremi… il Bene produce frivola bardatura insensatamente aggiunta all’opera compiuta da Dio onnipotente… solo il male ha una distruttrice potenza, il Bene nulla distrugge, nulla crea”; un nevrotico affascinato dal male e dall’erotismo, come Nietzsche, un impotente e un casto, era affascinato dalla forza; un semplice elucubratore filosofico, pletorico del Negativo, non all’altezza del suo squilibrio. Nessun miglior segno di falsità, infatti, per un creatore che si pretende profondo e libero, che citare <em>prima di ogni altro</em> Georges Bataille, l’Estremo coltissimo, parlando del Male. Un altro fottuto filosofo-letterato francese; e ve lo dico io, che da giovane l’ho studiato in lungo e largo, come si studia un fratello-nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino, dove santo Bataille non manca mai, ma proprio mai, cazzo; e quando, vittime del complesso della conoscenza, si preoccupano, tutte, di apparire intelligenti, colte, dotte, di giustificare con la <em>filosofia </em>e con le <em>lettere</em> le loro tesi estreme sul sesso, per timore di non essere prese sul serio, con il più banale dei complessi.</strong> Quando la Costa ammette onestamente, che pochi, nella realtà, faranno sesso come Rocco Siffredi, e che pochi potranno replicare le cose mirabolanti che si vedono nella pornografia, ma aggiunge, nondimeno, che, se non altro, alimentarsi di tutto ciò è liberatorio, vi apre la mente, “ha funzione pedagogica, è fonte di conoscenza”, è catartico! Quando, infine, con un sincretismo da metallica ingegneria culturale, lei unisce sesso, porno, letteratura, intellettuali, dotti, filosofia e nature libresche, compiendo quello che in realtà sarebbe da evitare come la peste; e lo fa metabolizzando acriticamente, forse in maniera irriflessa, una letale tendenza, tipica della cultura francese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando hai il timore che Valentina Nappi legga l’articolo della Costa, e si metta in mente di fare in Italia quello che la “pornostar-intellettuale” Stoya ha fatto negli Stati Uniti, ovvero scrivere su testate prestigiose, di porno e sesso.</strong> Quando ha già iniziato a farlo. Quando a Ottobre ho visto la Nappi in una intervista con Peter Gomez, dove il conduttore, a una Nappi che fa la splendida con citazioni dotte, Platone e altre cazzate, la mette subito in difficoltà, chiedendole di spiegarsi meglio, di approfondire, con somma irritazione di lei, che viene colta in fallo, e farfuglia cose pretestuose, sconclusionate, dato che non è in grado di approfondire, e accampa atteggiamenti antagonisti, di sufficienza, contro Gomez, che ha osato metterla all’angolo, rivelando l’effettiva impostura della ragazza, che si spaccia per la porno attrice intellettuale, una tuttologa che crede di aver capito tutto, con il suo lavoro e la sua  erudizione d’accatto, inesistente. Andate a vedere, per credere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, come diretta conseguenza dell’influenza della Costa, incontri una giovane ragazza, venticinquenne, modella, dalla bellezza intimidatoria, spirito rock, un metro e ottanta di sconcertante e dichiarata aura bisessuale, sedotta da questo fenomeno di costume (legge anche la Costa), al punto da fare una tesi sul godimento – con relatore una specialista di Sartre – centrata su Freud, Lacan e soprattutto Bataille, che non manca mai!</strong> Una ragazza a cui chiedi il numero di telefono e te lo dà, subito; a cui scrivi immediatamente che sei rapito dal suo lungo collo, dal suo viso, e lei ti risponde, seduta a mezzo metro da te, tra altre persone, con un sorriso complice e un “grazie, così mi fai arrossire”, mentre si gira un secondo dopo e ti fissa dritto negli occhi, implacabile, per dirti che ti vuole; una ragazza che ama avere atteggiamenti antagonisti, fissata con<em> Nyphomaniac</em>, il Male di Bataille, la sofferenza, <em>Taboo </em>di Tom Hardy e il francese <em>La vita di Adele </em>(soprattutto una delle due protagoniste, quella col ciuffo blu, che elegge a suo nume tutelare, casualmente, proprio Sartre), al punto da verbalizzarlo, sfoggiando una serie di sconcertanti cliché, e tu ridendo le fai capire che è una cogliona, e le dici: “che noia, non sarai mica una clone della Santacroce?”; che la sua è sola una posa estetica; <strong>che tu non consiglieresti mai a nessuno la sofferenza, in sé, anche se affascinante e foriera di creatività, perché quella vera abbatte, ottunde, imbruttisce e annienta; è disgustosa.</strong> Le dico che fare tesi sul “godimento”, è come diventare “specialisti dell’esistenza”, una cazzata galattica, da seppellire sotto il boato di una risata cosmica, e che negli atenei queste grottesche figure esistono davvero – guarda caso, soprattutto in Francia – e si prendono molto seriamente. E lei, che tra l’altro scrive articoli insulsi su Foucault, si urta, e ti dice: “Ora vorrei picchiarti fortissimo!”. Per i due giorni successivi, ospite di una conferenza internazionale come relatore, l’unica a cui abbia mai osato partecipare, siamo sempre vicini, non stacchiamo quasi mai l’attenzione l’uno dall’altro, anche se io la snobbo un po’, perché raffreddato dalle sue puerili preferenze, e dal suo inutile antagonismo. Alla fine, a sera lei mi accompagna in stazione, e dato che non mi faccio avanti, indispettita, per incoraggiarmi, si vede costretta a dirmi: “Ma guarda che io scherzo! Uffa!”. Io non le do corda, esco dalla macchina, la saluto calorosamente e nulla più, e inizio a incamminarmi verso la stazione; dopo neanche dieci metri, lei si affaccia con la testa dal finestrino della macchina, con il broncio, e grida: “Ma insomma!! Proprio non vuoi baciarmi come si deve?!”. A questo punto crollo rovinosamente, di fronte a tanta irresistibile protesta, e torno sui miei passi; ci baciamo a lungo, e lei tutta soddisfatta, con il sorriso sulla bocca: “Ecco, è così che si salutano due amanti”. Una adepta della Costa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripeto, dolorosamente irresistibili, ma fatte con lo stampino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questa epoca di bellezza perennemente sfoggiata, di libertinismo apparente, di costanti allusioni sessuali, ovunque, di ipertrofia pornografica, la trasgressione è banalizzata. Quando, ormai, è come farsi le canne, e tutti si fanno le canne, fin dall’infanzia, credendo di essere liberi, e invece sono solo conformisti dell’anticonformismo.</strong> Quando tutti possono fare il peggio del peggio nelle camere da letto delle loro case, e ci si chiede: chi è davvero all’altezza dei propri squilibri; chi è qualcuno, e non chiunque? Quasi nessuno. Quando, cazzo, <em>Masterchef</em> rovina le cene, e lo stesso fa la Costa, con questa ossessione esclusiva, pedagogica, per il porno, il sesso e il vagino-centrismo rampante. Quando disprezzi ogni forma di specializzazione e, per quanto la Costa lo neghi, la sua ossessione artistica, e la sua specializzazione, è il sesso; e non si è mai tanto lontani dalla sessualità, quanto nel momento in cui le si vota un culto, trasformandola in <em>cosa</em>, e la vera trasgressione, paradossalmente, fugge altrove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Émile Ronin</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina Helmut Newton, “David Lynch e Isabella Rossellini”, Los Angeles, 1983</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/">“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Tra dieci anni l’Europa non esisterà più. Salvini parla di migranti perché sa che reddito di cittadinanza e flat tax sono impossibili. Il tweet strappalacrime di Melania Trump era una strategia calcolata. Mauro Bottarelli sfata i luoghi comuni di questo Paese di unicorni</title>
		<link>https://www.pangea.news/tra-dieci-anni-leuropa-non-esistera-piu-salvini-parla-di-migranti-perche-sa-che-reddito-di-cittadinanza-e-flat-tax-sono-impossibili-il-tweet-strappalacrime-di-melania-trump-era-una-strategi/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2018 04:57:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Leggere Mauro Bottarelli dona sempre una certa euforia. Un attimo prima ti fa sentire un emerito idiota (possibile che non ci sia arrivato io?). L’attimo dopo ti ficca in zucca l’idea di capire tutto, in modo rapido e rapace. Bottarelli è un cacciatore di unicorni e di asini con le ali. Di solito, disintegra con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tra-dieci-anni-leuropa-non-esistera-piu-salvini-parla-di-migranti-perche-sa-che-reddito-di-cittadinanza-e-flat-tax-sono-impossibili-il-tweet-strappalacrime-di-melania-trump-era-una-strategi/">Tra dieci anni l’Europa non esisterà più. Salvini parla di migranti perché sa che reddito di cittadinanza e flat tax sono impossibili. Il tweet strappalacrime di Melania Trump era una strategia calcolata. Mauro Bottarelli sfata i luoghi comuni di questo Paese di unicorni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Leggere Mauro Bottarelli dona sempre una certa euforia. Un attimo prima ti fa sentire un emerito idiota (<em>possibile che non ci sia arrivato io?</em>). L’attimo dopo ti ficca in zucca l’idea di capire tutto, in modo rapido e rapace. <strong>Bottarelli è un cacciatore di unicorni e di asini con le ali. Di solito, disintegra con un raro dono della sintesi – estremista, <em>obviously</em> – le bufale propagate, per mezzo stampa o tivù o social, dai politici che hanno la fregola elettorale, anche quando sono al governo.</strong> D’altronde, viviamo nell’era della fiction perpetua e i Governi – con i governanti a far da primedonne – sono uno spettacolo televisivo più o meno kitsch sul palinsesto planetario. D’altronde, “Trump è Hollywood al potere”. Giornalista finanziario di pregio – cioè, con dati veri alla mano – già firma de <em>il Riformista</em>, <a href="http://www.ilsussidiario.net/Autori/Archivio/230/Mauro-Bottarelli/" target="_blank" rel="noopener">ora de <em>il Sussidiario</em></a>, spazio twitter piuttosto seguito, conoscenza accurata del mondo politico anglosassone e una certa, sana, noia nel curare il proprio ego – da quello che leggo in una rara nota biografica ha “37 anni, milanese, vive e lavora tra Milano e Londra” dal 2010… in realtà è nato nel 1973 – Bottarelli ci dice le cose come stanno. Cioè che: l’Occidente tracanna balle a litri (<strong>migranti e islamismo radicale, ad esempio, sono temi usati ad arte, cinicamente e ciclicamente dai politicanti per fini propri e per nascondere magagne ben più gravi</strong>), l’Italia ha un ruolo cardine nel mondo ma è sputtanata da una classe dirigente incapace e ci precipitiamo verso una crisi economica letale. Niente di tragico, come sempre. Torneremo a ragionare di ‘nazioni’ o di ‘macro-aree’. D’altronde, l’unica cosa di cui avere davvero paura sono i luoghi comuni e la demagogia a go-go.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ministro Salvini pare elevato a guru della comunicazione: fa rumore solo lui, si sente solo lui. Quanto dura la coabitazione con Di Maio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende, a mio avviso ci sono tre variabili. Primo: capito che ormai ha raggiunto il massimo del consenso elettoralmente possibile per un partito come la Lega e con l’approssimarsi del <em>redde rationem</em> con la realtà economica, ovvero <strong>l’impossibilità di porre in essere riforme come la flat tax per mancanza di copertura o vincoli UE</strong>, Salvini potrebbe rompere, avendo comunque l’alternativa del centrodestra – di cui ormai è leader indiscusso, numeri alla mano – in caso, pressoché certo, di ritorno alle urne. Secondo: Di Maio o chi intende fargli le scarpe all’interno del M5S già in subbuglio per il protagonismo leghista (vedi Fico o il rientrante Di Battista) decidono che è ora di staccare la spina per i medesimi e opposti motivi: ovvero, <strong>il reddito di cittadinanza non si può fare o si può fare solo all’acqua di rose e, soprattutto, l’emorragia verso altri lidi politici sta svuotando il Movimento.</strong> Terzo: la crisi economica e finanziaria ormai in ebollizione stile caffettiera coglie entrambi i vice-premier con la guardia abbassata e <strong>la crisi di governo assume i contorni disordinati che – temo – qualcuno all’estero stia auspicando.</strong> Se non, addirittura, creando ad arte.</p>
<p><strong>Migranti. Non si parla d&#8217;altro. Ci aiuti a capire di cos&#8217;altro bisognerebbe parlare. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Economia e finanza. Intanto, perché la fine del QE da parte della BCE a gennaio 2019 sarà un altro spartiacque esattamente come lo fu il “whatever it takes” di Mario Draghi che ne sancì l’inizio, di fatto. I mercati stanno correndo l’ultimo miglio ma tutte le metriche, <em>leverage</em> in testa, sono simili, terribilmente simili a quelle di 2000 e 2007, con l’aggravante però del <strong>grado di indebitamento pubblico/privato a livello globale che è cresciuto a dismisura negli ultimi 10 anni, alla faccia di Lehman Brothers che doveva aver insegnato la lezione a tutti e circoscritto il fenomeno dell’azzardo morale.</strong> Peccato che a stimolarlo siano state proprio le Banche centrali, con tassi a zero e acquisti onnivori mal calibrati, a pioggia, e per un periodo troppo prolungato. Ormai nessuno e dico nessuno al mondo conosce il valore reale di un singolo asset: <strong>è tutto distorto dai programmi di stimolo, l’80% dei guadagni azionari degli ultimi anni sono frutto di <em>buybacks</em> azionari finanziati con emissioni obbligazionarie corporate a pioggia, tanto le Banche centrali compravano tutto! Sono dei pazzi!</strong> <strong>I migranti, invece, sono un’enorme e comodissima cortina fumogena, la crisi vera, l’allarme reale per noi e Grecia c’è stato fino all’anno scorso, poi sono intervenuti il patto UE-Turchia e la svolta Minniti.</strong> Ad oggi, gli sbarchi sono pochi e mi pare parecchio radiocomandati dalla Libia, un chiaro segnale delle tribù rimaste orfane del governo precedente e dei suoi fondi che ora bussano alla porta del nuovo esecutivo. Il problema è che il lassismo posto in essere fino ad oggi, penso all’aperturismo indiscriminato della Merkel, ad esempio, ha talmente incancrenito le condizioni di coabitazione nelle grandi metropoli europee da aver innescato una sorta di effetto pavloviano, basta un barcone e si grida all’assedio e all’invasione. <strong>La verità è che questo tema, proprio perché diventato prioritario per l’elettorato, soprattutto quello più facilmente propenso al cambio di partito, ora serve come arma per regolare conti politici, spesso tutti interni alle varie nazioni.</strong> Guardi il duello Merkel-Seehofer che potrebbe sancire la fine anticipata del governo di coalizione CDU-SPD e della carriera politica della Cancelliera. Guardi in Italia, proprio <strong>a partire dalle sparate populiste, demagogiche e irrealizzabili di Salvini, il quale sapendo di non poter garantire la flat tax, batte il ferro del consenso fin che è caldo</strong> su un tema sentito e, soprattutto, a costo zero. Guardi l’uso strumentale che Pedro Sánchez, appena divenuto premier, ha fatto del caso Aquarius per guadagnarsi un po’ di consenso – e, magari, flessibilità &#8211; in seno all’UE. E Trump, vogliamo parlarne?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Reddito di cittadinanza”: una fola, una folata utopica, irrealizzabile? Ma che idee ha questo governo in merito all&#8217;economia? Soprattutto: ha delle idee proprie o indotte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se devo stare agli annunci, siamo al mondo degli unicorni. <strong>Non esiste una singola voce di entrata credibile che sia minimamente in grado di finanziare una delle grandi promesse (abolizione della Fornero, flat tax e appunto reddito di cittadinanza) senza ricorrere al deficit, cosa che l’Europa non ci permette.</strong> E a confermarlo ci ha pensato l’altro giorno lo stesso ministro dell’Economia parlando alla Camera prima del voto sulla risoluzione al DEF 2018: non si può deviare dal processo di riduzione del debito. Sembrava Padoan. O Moscovici. Quasi Katainen. A chi dobbiamo credere, alle promesse dei vice-premier o alla linea ufficiale dettata dal ministro dell’Economia? Semplicemente, questo governo non ha una linea economica, perché in cuor suo sa che non ci sono margini per voli pindarici: quindi, o farà come ho detto prima, rompendo e tornando alle urne un secondo prima che qualcuno gridi “il Re è nudo” o dovrà scendere a patti con la realtà. <strong>In ogni caso, una sciagura per il Paese, se non si fermano in tempo. Il reddito di cittadinanza, così come è stato impostato, è assolutamente utopico </strong>e la riprova l’avremo subito: quanto scommette che se il governo reggerà agli scossoni che arriveranno in autunno dai mercati, non partirà nemmeno la fase preliminare di attuazione della riforma dei centri per il lavoro? Sono solo boutade elettoralistiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ruolo dell&#8217;Italia nel mondo. Mi illumini.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fondamentale. Ma gestito in maniera criminale, quindi pari a zero all’atto pratico. <strong>Siamo la porta sul Mediterraneo, una potenza esportatrice, il ponte fra Est e Ovest: risultato pratico di questi punti di forza ai tavoli negoziali? Zero. </strong>Serve un ricambio totale di classe dirigente. E una visione d’insieme diversa, il provincialismo ci ucciderà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Donald Trump: un genio della comunicazione pure lui o un emerito genio del male come lo descrivono? Fatti alla mano, intendo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha visto la pantomima delle famiglie messicane divise al confine, con i video dei bambini straziati dalle lacrime diventati virali e in grado di monopolizzare l’attenzione del mondo? <strong>Quanto è durato il tutto, prima che Trump decidesse di bloccare la politica di separazione delle famiglie? Un giorno e mezzo. Durante il quale, però, lui ha ottenuto ciò che voleva, anche grazie alla recita da “poliziotto buono e poliziotto cattivo” messa in scena con il tweet strappalacrime della moglie Melania:</strong> riempire la Rete e i mezzi di comunicazione di vecchi video nei quali si mostra come quel tipo di politica “inumana” fosse ampiamente utilizzata anche sotto Bill Clinton e, soprattutto, sotto la presidenza del Nobel per la Pace, Barack Obama. <strong>Per dirla chiara, ha sputtanato i Democratici in maniera spettacolare, a costo zero e a cinque mesi dalle elezioni di mid-term.</strong> Ora, poi, dopo la firma, non solo ha ottenuto ciò che voleva politicamente, ovvero un accordo bipartisan sulla nuova legislazione in fatto di immigrazione ma ha anche messo un altro mattone nel muro della sua stessa candidatura al Nobel per la Pace, dopo l’incontro storico e la riconciliazione con la Corea del Nord. <strong>Trump è Hollywood al potere su mandato del Deep State</strong>, il quale sa che la regola aurea della politica italiana è sempre vincente. Qui le riforme di destra sul lavoro può farle solo la sinistra, vedi legge Biagi e poi l’articolo 18 di Renzi, mentre Oltreoceano certe restrizioni della libertà e certe circumnavigazione dei diritti civili può farle solo chi si proclama uomo del popolo che lotta contro le élite. Le stesse che, da palazzinaro newyorchese miliardario, non ha mai combattuto realmente in vita sua, basti vedere la quantità di uomini ex Wall Street presenti nel suo gabinetto o il budget spropositato concesso al Pentagono, un regalo al comparto bellico-industriale che, di fatto, governa davvero l’America in nome del <em>warfare</em>, il miglior moltiplicatore del PIL esistente.</p>
<p><strong>Bisogna avere più paura dell&#8217;islam radicale o della ‘destra xenofoba’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dei luoghi comuni. Degli stereotipi. E, soprattutto, degli utili idioti e degli agenti provocatori. Presenti entrambi, a bizzeffe, in tutti e due i campi. <strong>Se Trump governa il Paese più potente del mondo in nome delle élite, facendo però credere di esserne il nemico pubblico numero uno, capisce da solo che ormai il mondo è governato da una sola forza. Anzi, due: dissimulazione e paura.</strong> Quanto sta risultando comodo l’allarme terrorismo e lo stato di emergenza post-Bataclan, poi inserito in Costituzione, alla politica di scardinamento del seppur para-sovietico mercato del lavoro francese di Emmanuel Macron? Certo, i sindacati di Air France e SCNF stanno creando non pochi disagi con i loro scioperi ma non certo la paralisi totale o, peggio, incidenti o prodromi di derive violente: <strong>in base a quella legislazione, l’inquilino dell’Eliseo ha poteri pressoché illimitati e può bypassare l’Assemblea Nazionale in ogni momento. </strong>Mi chiedo: le banlieue violente e covo di estremismo sono nate solo da tre anni o ci sono da più tempo? Come mai questa esplosione di radicalismo a scoppio ritardo, rispetto ad esempio ad altre azioni militari contro Paesi islamici cui ha partecipato la Francia in ambito più o meno NATO, vedi la Libia nel 2011? <strong>Forse all’epoca gli interessi di Parigi e dell’estremismo coincidevano, ovvero eliminare Gheddafi? Penso di sì.</strong> Come penso che, esattamente come la questione migranti appaia ingigantita nei termini attuali, quella del “terrorismo globale” sia, per così dire, deformata. Spesso ad arte, un po’ come la plastilina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ruolo dell&#8217;Europa nel mondo. Mi illumini. Lei ha scritto che sta diventando &#8216;ufficialmente una colonia&#8217;. Di chi? Come? Meglio affratellarsi agli Usa o allearsi alla Russia. O attendere, lenti, pacifici, il tracollo? Il punto portante della crisi europea secondo lei è: esaurimento di una fase ‘storica’, esaurimento biologico della creatività, indecenza dei rappresentanti politici, naturale bulimia della Cina? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo vasi di coccio fra vasi di ferro. E USA e Cina sono destinati a scontrarsi, non fosse altro che per la supremazia rispetto alla valuta benchmark negli scambi globali, petrolio in testa, la cosiddetta de-dollarizzazione<strong>. Gli assetti del mondo, da qui a dieci anni, saranno irriconoscibili. Il problema è: ci sarò ancora, per allora, l’Europa come la conosciamo oggi? Io dico di no. E allora, gli equilibri torneranno nazionali.</strong> O di macro-area. Prima però, temo ci vorrà uno shock sistemico pari all’11 settembre come magnitudo politica, militare e geostrategica. Ma, soprattutto, emozionale. Perché ormai le guerre non si combattono quasi più con le bombe. Basta Facebook.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tra-dieci-anni-leuropa-non-esistera-piu-salvini-parla-di-migranti-perche-sa-che-reddito-di-cittadinanza-e-flat-tax-sono-impossibili-il-tweet-strappalacrime-di-melania-trump-era-una-strategi/">Tra dieci anni l’Europa non esisterà più. Salvini parla di migranti perché sa che reddito di cittadinanza e flat tax sono impossibili. Il tweet strappalacrime di Melania Trump era una strategia calcolata. Mauro Bottarelli sfata i luoghi comuni di questo Paese di unicorni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sul femminismo si sono costruite una carriera”: Laura Tecce dialoga con Matteo Fais intorno a “Femministe 2.0”</title>
		<link>https://www.pangea.news/sul-femminismo-si-sono-costruite-una-carriera-laura-tecce-dialoga-con-matteo-fais-intorno-a-femministe-2-0/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 11 Jun 2018 05:57:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gioite poveri maschietti vessati e accusati, per ogni sguardo indiscreto, di essere dei potenziali stupratori: non tutte le donne ci odiano. C’è persino qualcuna tanto comprensiva da aver capito che le femministe, di recente, hanno veramente esagerato. Questo almeno ciò che si evince leggendo Femministe 2.0, il nuovo pamphlet di Laura Tecce, giornalista e opinionista [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sul-femminismo-si-sono-costruite-una-carriera-laura-tecce-dialoga-con-matteo-fais-intorno-a-femministe-2-0/">“Sul femminismo si sono costruite una carriera”: Laura Tecce dialoga con Matteo Fais intorno a “Femministe 2.0”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Gioite poveri maschietti</strong> vessati e accusati, per ogni sguardo indiscreto, di essere dei potenziali stupratori: <strong>non tutte le donne ci odiano</strong>. C’è persino qualcuna tanto comprensiva da aver capito che <strong>le femministe, di recente, hanno veramente esagerato</strong>. Questo almeno ciò che si evince leggendo <strong><em>Femministe 2.0</em></strong>, il nuovo pamphlet di <strong>Laura Tecce</strong>, <strong>giornalista</strong> e opinionista politica per <strong><em>Il Giornale</em></strong>, uscito nella collana <strong><em>Fuori dal coro</em></strong> dello stesso quotidiano. La Tecce, che pure riconosce dei meriti al movimento nella sua storia, <strong>attacca una certa visione dell’uomo</strong> propagandata dalla nuova generazione di femministe. Parallelamente, <strong>denuncia un clima esasperato ad arte</strong> da chi sul conflitto uomo-donna, come sull’antifascismo e il pro immigrazionismo, ha costruito una carriera. Sempre fieri di dare voce agli esclusi dai grandi circuiti del politicamente corretto, l’abbiamo raggiunta al telefono per porle alcune domande ispirate dalla lettura del suo testo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61212 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44-196x300.jpg" alt="tecce" width="151" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44-768x1178.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-44.jpg 1043w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Direi proprio che viviamo entro un orizzonte sessista, pieno di stereotipi di genere, imposto dal femminismo e dal politicamente corretto. Io sono un maschio e, quindi, un potenziale stupratore. Tu sei una donna, una vittima del patriarcato e devi essere liberata. Scusa, Laura, ma com’è che tu, stando almeno a quanto si evince dal tuo pamphlet, non sei femminista? Cosa dobbiamo fare ancora noi uomini per farti finalmente sentire oppressa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli stereotipi, che tu ironicamente citi, sono appunto le femministe stesse a veicolari. Vedi i vari: “Viviamo in una società patriarcale”, “I maschi sono tutti stupratori”, “Le donne sono deboli, vittime di molestie”. Siamo di fronte a una mistificazione della realtà alimentata per garantire la loro stessa sopravvivenza, perché altrimenti non avrebbero motivo di esistere. Come scrivo nel mio libro, anche io riconosco che il femminismo, in Italia come nel resto del mondo, ha avuto un ruolo importantissimo a suo tempo. Penso alle suffragette, la cosiddetta “prima ondata”, che avanzarono la sacrosanta richiesta del diritto di voto. La “seconda ondata”, poi, negli anni ’60-’70, lottò per le altrettanto inderogabili istanze dei diritti civili. <strong>Non dobbiamo dimenticare che fino a poco prima, in Italia per esempio, esistevano fenomeni quali il delitto d’onore e mancava una legge sul divorzio – che, se ci pensiamo, è recentissima. Ma le femministe, oggi che queste rivendicazioni non hanno più senso di essere avanzate, essendo già state accolte, continuano a portarle avanti come fossero attuali al solo fine di sopravvivere a sé stesse. </strong>Capiamo bene che si tratta di un assurdo in un tempo in cui le donne fanno gli stessi mestieri degli uomini, guadagnando quanto questi ultimi – perché anche <strong>questa questione del gap salariale, su cui vengono spese pagine e pagine di giornali, non ha alcun fondamento.</strong> In generale direi che discriminazioni in ambito lavorativo, o nella coppia, non ve ne sono, o, quantomeno, non nei termini che queste signore vorrebbero far credere. Però, purtroppo, abbiamo avuto per cinque anni una Presidentessa della Camera – la terza carica dello Stato, non una qualsiasi – che ha infarcito gli italiani di queste bufale, dipingendo il nostro come un paese sessista e maschilista. Non paga di tutto ciò, recentemente è andata, insieme alla paladina delle molestate, la signorina Asia Argento, quella che è stata cinque anni con il suo stupratore, al <em>Women in the World Summit</em>. Trattasi di un incontro sulle donne, tenutosi a New York, in cui il tema principale avanzato dalle nostre rappresentanti era che l’Italia è un paese in cui il sessismo viene servito a tavola, ogni giorno, con un piatto di pasta. Perdonami: che schifo! Lo dico da italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la differenza tra le prime ondate e il femminismo 2.0, come lo definisci tu, e che altre chiamano di terza o quarta generazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">All’epoca aveva senso lottare, perché c’erano realmente delle discriminazioni. Nel privato, come nel pubblico, le donne non potevano accedere a certi mestieri. Vi era una concezione legata unicamente al loro ruolo di mogli e madri. Sono state pertanto condivisibilissime anche le battaglie per il divorzio e l’aborto. Vorrei a questo proposito precisare che non sono per niente antiabortista. Lo ritengo piuttosto una scelta difficile, che naturalmente non può essere equiparata a un metodo di contraccezione qualsiasi. Ma, <strong>per comprendere la vera natura del nuovo femminismo, bisogna capire che questo intreccia il suo percorso con quello del movimento LGBT. Attualmente, la sua nuova frontiera è quella di un femminismo intersezionale. Per spiegarmi: avendo le donne d’oggi molte meno pretese da poter accampare, le femministe, per sopravvivere, sono state costrette anche a occuparsi dei diritti dei neri, delle minoranze, dei gay.</strong> E ciò è accaduto in Italia come in America. Nella difesa di tutte le minoranze – come se le donne fossero una minoranza – hanno trovato una nuova strada per rilanciarsi. Più in generale, comunque, la critica principale che muovo al neofemminismo, e in parte anche a quello storico, è di voler dare della donna un’immagine ghettizzata e ghettizzante – vedi fenomeni quali le quote rosa. Mi si permetta, ma <strong>io vorrei emergere nella mia vita professionale non in quanto appartenente al genere femminile, ma in quanto meritevole. </strong>La differenza di prospettiva è palese. Non voglio comunque negare che ci siano ancora dei retropensieri striscianti da parte degli uomini. Anche io, che partecipo spesso ai dibattiti televisivi in qualità di opinionista politica – quindi non per parlare di gossip, o di cosmesi –, constato che, quando dico qualcosa che dà fastidio ai giornalisti maschi, o ai politici, mi lanciano degli sguardi come a dire: “Tu che sei tanto carina, perché non ti occupi di rossetto?”. Quindi non nego che questa componente sia presente ancora, però le femministe la esasperano. La cosa che mi interessa ribadire, in ogni caso, è che io mi so difendere autonomamente. Non ho bisogno di portavoce scelte tra le attrici e le modelle che sovente si fanno ambasciatrici delle donne. L’altro aspetto, infine, che distingue le nuove femministe, sta nella potenza d’urto che queste hanno grazie al web. <strong>Pensiamo al caso Weinstein – il colpo che aspettavano da una vita.</strong> La tempesta intorno a questo emblema dell’uomo stupratore è montata proprio attraverso la rete e i famosi hashtag #metoo, #quellavoltache, o con il movimento <em>Time’s Up</em> e via dicendo. Da lì è scaturito un cortocircuito senza precedenti. Ho letto alcune cose sui siti delle femministe e su Facebook, vedi per esempio <em>Abbatto i muri</em>, davvero allucinanti. Come quella che scriveva di essere stata guardata con insistenza sul metrò e di essersi sentita violentata nel suo intimo. Sono i tanti messaggi di questo tenore a creare un clima simile. <strong>Ma ci rendiamo conto che un politico si è dovuto dimettere per aver toccato il ginocchio di una donna? O che, nelle aziende americane, gira una circolare in cui viene sconsigliato ai maschi di salutare con un bacio sulla guancia le proprie colleghe? Siamo arrivati alla Gestapo, alla sessualizzazione estrema di ogni atto.</strong> Durante la documentazione per questo libro, giuro, a volte mi dicevo: “Non è possibile, devo aver letto male io”. Come si può parlare di stupro per uno sguardo? Cosa diremo allora, quando la violenza sarà reale? Se tutto è violenza, niente lo è. Questa gente dovrebbe vergognarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è che ancora oggi, malgrado tutte le conquiste e a fronte – almeno a mio modo di vedere – di una leggera sudditanza maschile, le donne continuano a parlare di oppressione? Come siamo arrivati a questo punto? Tu sei riuscita a rintracciare la motivazione psicologica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come al solito vale il principio “follow the money”. Il punto è che c’è tutto un business che gira intorno a queste situazioni, come accade per i centri antiviolenza. Basterebbe vedere come vengono conteggiati i fondi pubblici che ricevono. <strong>Se io li chiamo e dico che mio marito mi ha picchiata, pur senza addurre alcuno straccio di prova, loro conteggiano quella chiamata come assistenza e ricevono dei soldi. E, purtroppo, vivendo noi in una società occidentale in cui il <em>politically correct</em> regna sovrano, non possiamo dire nulla né andare contro queste realtà senza essere tacciati di sessismo.</strong> Allo stesso modo, non si può dire che è ingiusto quando una donna occupa una posizione che non merita. Ma, ribadisco, si tratta solo e unicamente di business. La <em>Presidenta</em>, per esempio, ci ha costruito una carriera su queste questioni, come sulla pelle dei migranti. E non è la sola. Sono tanti ad aver fatto fortuna sul femminismo, come sull’antifascismo, dalle varie associazioni onlus dei centri antiviolenza alla paladina delle molestate che, adesso, ha ottenuto anche un bel posticino in un talent, dopo essere caduta nel dimenticatoio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo del termine femminicidio. Una simile scelta lessicale sembra presupporre l’idea che vi sia un disegno, una filosofia, o meglio un’ideologia secondo cui gli uomini vorrebbero sterminare le donne. Femminicidio mi fa pensare a Olocausto, solo che nel caso degli ebrei esisteva realmente un’ideologia, quella nazista, che ne teorizzava l’annientamento. Se non ho capito male, anche tu non ravvisi alcuna necessità di un termine specifico per indicare l’uccisione di una donna. Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il femminicidio semplicemente è un omicidio. La cosa più importante, però, è capire che, quando se ne parla, spesso i numeri sono gonfiati. <strong>In realtà, vengono uccisi molti più uomini nel mondo, rispetto alle donne, e ci sono anche casi di violenza domestica che vedono la donna nel ruolo di aguzzino. Certo sono minori, però ci sono anche quelli.</strong> Il problema non concerne la distinzione maschio-femmina, ma l’educazione, il rispetto, l’osservanza delle regole di buona convivenza. Ci sarebbe poi da far notare che, quando si parla di violenza, il doppiopesismo è come sempre il parametro di giudizio più diffuso: l&#8217;acido gettato in faccia al ragazzo, da Martina Levato, non ha fatto scalpore come avviene di solito a parti invertite. Per conoscere la reale portata della violenza perpetrata dalle donne sugli uomini e per capire lo stravolgimento dei dati, consiglio il libro della collega Barbara Benedettelli, <em>Cinquanta sfumature di violenza</em>. Vorrei concludere su questo aspetto sottolineando come non vi sia appunto alcuna ideologia o volontà sterminatoria nei confronti delle donne. Anche quando si mette grande enfasi sul concetto di violenza domestica, si fa finta di non capire come chiaramente questa sia insita nell’ambito familiare, o comunque in un contesto ristretto. Fatta eccezione per i serial killer, è ovvio che la violenza avvenga principalmente all’interno di nuclei sociali circoscritti, nell’alveo di una microcomunità come può essere la famiglia, il paese, e via dicendo. Ma, per chi ha intenzione di stigmatizzare il maschio a ogni costo, qualunque dato va bene, così come si omette di menzionare la violenza delle donne nei confronti degli uomini e quella dei gay a danno di altri gay.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non so tu, ma personalmente il femminismo mi sembra sbagliato a partire dal piano lessicale. Se veramente le aderenti a questo pensiero aspirano unicamente alla parità e non al predominio, che senso ha il termine “femminismo” che implica un’idea di superiorità della donna. Casomai bisognerebbe proclamarsi antisessiste, o sbaglio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Guarda, in realtà c’è un vasto filone del femminismo che rivendica la superiorità della donna. <strong>Non tutte cercano la parità, molte vogliono proprio la supremazia. </strong>La volontà di prevaricazione si manifesta anche nel dipingere il maschio come violento, stupratore, impossibilitato a tenersi gli attributi nei pantaloni. Il contraltare di tutto ciò, il retropensiero, è che la donna sarebbe superiore perché capace invece di controllarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Catherine Deneuve, giustamente citata da te nel testo, dice che questo clima da caccia alle streghe “danneggia la libertà sessuale”. Secondo te, in cosa consiste questo danno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il rapporto uomo-donna è divenuto suscettibile di accuse quali quelle di sessismo e molestie. C’è quindi la paura, da parte degli uomini, ad approcciarsi in un certo modo per timore di andare incontro a una denuncia. Come conseguenza, <strong>non si può più vivere una sessualità piena e appagante e tutto a causa di questo femminismo talebano.</strong> Ma una simile situazione ha radici profonde. Basti pensare al documentario di Lorella Zanardo, <em>Il corpo delle donne</em>, in cui si sostiene che la televisione veicola messaggi sbagliati. Secondo questa visione io non potrei apparire sul piccolo schermo in gonna e tacchi a spillo, perché trasmetterei un’immagine fuorviante della donna. Queste nuove femministe vogliono, in buona sostanza, la mortificazione della sessualità. Una donna, secondo loro, per dimostrare di avere una testa pensante, preparazione e capacità nel proprio lavoro, dovrebbe essere brutta e sciatta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le intellettuali certo non aiutano ad abbassare i toni. Una, di cui non facciamo il nome, ogni giorno va a cercare quante firme femminili ci sono sulla prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. Strano che la summenzionata ometta di ricordare quanto spazio venisse dato a Oriana Fallaci, sul <em>Corriere</em>. Se non ricordo male, l’allora Direttore doveva andare a pregarla per avere un suo articolo. A volte, ha pure dovuto subire gli improperi della cara estinta. Senza considerare che, sempre il <em>Corriere</em>, ci ha campato per lungo tempo ripubblicando i libri dell’autrice di <em>Lettera a un bambino mai nato</em>. Insomma, c’è un problema di mancate presenze femminili sui giornali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta della solita polemica pretestuosa. Figurati se c’è una mancata presenza femminile sui giornali! Anzi, in alcuni casi sono troppe e farebbero bene a farsi da parte vista la qualità. Scherzi a parte, ripeto, io ne faccio un discorso di merito: si deve scrivere e occupare le prime pagine perché si vale e non in ragione dell’essere donna. Qui il cerchio si chiude, tornando a quanto dicevamo prima: le femministe, non avendo più argomenti, devono attaccarsi a qualunque cosa, persino mettersi a contare le firme femminili sulle prime pagine dei giornali, come se poi la quantità fosse un parametro da sostituire a quello della qualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sottolinei giustamente che il bersaglio principale delle nuove femministe sembra essere principalmente il maschio bianco occidentale eterosessuale. Come mai gli immigrati, che pure non mi sembrano i campioni del progressismo e del femminismo, invece, la passano liscia? Perché nessuna delle nazifemministe denuncia la violenza contro le donne perpetrata nel mondo islamico, per esempio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non solo! Li difendono pure! Come ha fatto quel giudice donna sostenendo, di uno di questi, che, data la sua cultura di provenienza, non poteva sapere che in Italia le donne vanno approcciate in maniera diversa. E dicono cose simili perché il loro femminismo, come ho precisato prima, è un femminismo intersezionale che, non avendo più battaglie eclatanti da portare avanti, continua a sopravvivere difendendo altre categorie come gli immigrati, i gay, le minoranze e gli islamici, insomma tutti quelli che dal loro punto di vista non hanno una voce, in Italia come in America. Infatti, oggi, molte tra queste fanno parte anche di collettivi LGBT e si proclamano antifasciste, pro immigrati e pro islamici. Ma, <strong>senza andare molto lontano, basti osservare la Boldrini, che negli ultimi cinque anni è stata la massima rappresentante del femminismo in Italia. Lei ha unito la difesa delle donne all’antifascismo e al pro immigrazionismo.</strong> In America, pensiamo invece a quelle della marcia contro Trump – colui che, prima di Weinstein, era l&#8217;orco per eccellenza, l&#8217;immagine del maschio bianco prevaricatore e molestatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove partire per porre fine a questo fastidioso atteggiamento pietistico e francamente umiliante, che tratta le donne come soggetti incapaci di autodeterminarsi e di concorrere ad armi pari con l’uomo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, darei minore spazio a queste rivendicazioni assurde. E qui la colpa è dei media. <strong>Qualunque cosa faccia Asia Argento, per esempio, va a finire sui giornali.</strong> Bisognerebbe anche ripartire dall’educazione delle bambine, a scuola, per far capire loro che non è un peccato essere femminili, belle, e che non si devono necessariamente sentire in competizione con i maschi. Purtroppo, però, ci sono troppi cattivi maestri. Pensa solo al fatto che tutti i giornali di stampo <em>femminile</em>, in ogni numero, da anni a questa parte, non mancano mai di parlare di femminismo, #metoo e questioni affini. Purtroppo, il sistema massmediatico è in mano alle lobby culturali della sinistra che hanno tutto l&#8217;interesse ad avallare questo pensiero. La tendenza è tragicamente mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sul-femminismo-si-sono-costruite-una-carriera-laura-tecce-dialoga-con-matteo-fais-intorno-a-femministe-2-0/">“Sul femminismo si sono costruite una carriera”: Laura Tecce dialoga con Matteo Fais intorno a “Femministe 2.0”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non risolta. Non semplice. Molto sola. La condizione ideale per scrivere”: Gianluca Barbera dialoga con Veronica Tomassini</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 May 2018 05:18:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/">“Non risolta. Non semplice. Molto sola. La condizione ideale per scrivere”: Gianluca Barbera dialoga con Veronica Tomassini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. <strong>Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro addio” (Marsilio, 2017) per rendersene conto. Veronica è una scrittrice nata, lo si avverte in ogni riga che scrive. </strong>Niente di studiato, tutto vissuto e sofferto fino in fondo. Una sofferenza che si fa arte; perfino in un’intervista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veronica, dopo la straordinaria accoglienza di “Sangue di cane” la tua carriera di scrittrice è decollata? O in questo Paese si resta sempre un po’ sospesi a mezz’aria? Puoi fare un bilancio? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, è decollata, e si è fermata. “Sangue di cane” mi ha lasciato molti estimatori, lettori sparsi, qualche collaborazione. E nient’altro. Non ho comprato un attico nel centro di Roma. Al mio nome non salta nessuno sulla sedia, non mi stendono tappeti rossi nelle stanze dove si decidono i destini della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa c’è che non va nell’editoria italiana? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’editoria italiana soffre di insicurezza, ha bisogno di conformarsi. È fatta di numeri. Di copertine kitsch a volte, con una promozione molto facile tipo: “foto social di merda con accanto tazzine di merda” (cito lo scrittore Marco Drago). Non è per forza e sempre così, vorremmo sperare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già, Drago non le manda mai a dire. Ho intenzione di intervistarlo prossimamente. Qual è il genere di storie che ti piace raccontare e che vorresti raccontare in futuro? Certo, “Sangue di cane” e “L’altro addio” indicano una rotta precisa, ma vorrei che fossi tu a parlarne… </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia narrazione devia spesso, come il mio sguardo, nei luoghi dove gli altri lo tolgono. <strong>Dove per gli altri cade l’ombra, spesso per me si rivela la luce. Una luce magnifica, eloquente. Amo i perdenti, per questo li racconto. Lo sono anch’io.</strong> Ma ammetto che è una lunga narrazione tristemente biografica, nel senso: non racconto che di quel che so, che ho vissuto. Dopo “L’altro addio”, ho finito un romanzo che ho definito “della giovinezza”, ancora inedito. Racconto gli anni ’80, la periferia, la piazza, l’eroina, e un gruppo di adolescenti vivere su cumuli di immondizia, dentro giorni chiamati deserti, in condomini popolari, abbaini con cani ringhiosi a latrare, vecchie auto carbonizzate, falansteri, con rampe buie e maleodoranti, cardi e agavi che si gettano verso il mare. Era la mia adolescenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60837 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio-196x300.jpg" alt="Tomassini-Laltro-addio" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio.jpg 290w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />So che stai scrivendo qualcosa di totalmente nuovo rispetto ai temi cui ci hai abituati. Puoi parlarcene?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sto scrivendo un romanzo sull’amore, nel mio blog personale. La storia di un abbandono. Alla fine è il solito assedio, piccoli inferni vecchi e nuovi. <strong>Alla fine è sempre <em>tranche de vie</em>. Non so fare altro che raccontare la mia vita, mentendo. </strong>Negli ambienti editoriali, pare, che vada moltissimo questa storia del sentimentalismo. Autori che non mi dicono nulla ma che vendono centinaia di migliaia di copie. Allora qualcuno ti dice: buttati sul sentimento. Io dico: non ho fatto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste secondo te anche un problema di critica letteraria? Che opinione hai del fare critica oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La critica oggi? Difficile domanda. I grandi critici come Giovanni Pacchiano o Angelo Guglielmi sono il mio solo riferimento. Ma è un problema mio credo, non frequento molto la critica più “giovane”. Però, ecco, mi viene in mente Gilda Policastro, brava e severa, la cito giù anche tra le scrittrici che sento prossime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sulla sua lapide Oriana Fallaci ha voluto che venisse inciso: “scrittore”, e non “scrittrice”. Che ne pensi? Non ritieni che a volte le donne si marginalizzino da sole? Nelle professioni io non ho mai distinto fra uomini e donne ma fra bravi e meno bravi e sinceramente una domanda simile non te la porrei nemmeno, se non fosse che ho l’impressione che spesso siano le donne a volersi differenziare…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura femminile: e subito penso a certe riviste da fotoromanzi, a qualcosa da ricamo e cucito. Una sottodimensione, un genere<strong>. Siamo scrittori. Sono d’accordo. Io preferirei – come Oriana Fallaci – definirmi uno scrittore. Non abbiamo sesso, uomini, donne, li conteniamo tutti</strong>, nella nostra memoria che deve aver viaggiato parecchio, quando ancora non ci chiamava per nome. Non un genere, o altrimenti come nelle declinazioni latine andrebbe bene un neutro. Noi siamo il mondo che raccontiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che persona sei, nel privato? E quanto il fatto di essere una scrittrice influisce sulla tua esistenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo di non essere una persona in riga, non so come dire. Sono una donna che cerca ancora qualcosa, <strong>non risolta. Non semplice. Molto sola. Non so come io sia così sola, perché.</strong> È una condizione giusta per scrivere. Non me ne compiaccio. Affatto. La noia è un problema per me. La noia è diventata forse anche la ragione della mia scrittura. La scrittura: la mia compagna; dove tutti abdicano, abbandonano, si arrendono, lei vince, dimora, resta. Nella mia vita non dico quasi mai (quando mi è possibile) cosa io faccia, quale sia il mio mestiere. Che poi scrivere è un mestiere? No, è uno status, un modo di guardare e raggiungere le cose. Non voglio essere sempre straniera, così nella mia controllata socialità, fatta di luoghi umili e una umanità vera e primitiva, io non dico nulla, voglio essere come gli altri, non diversa, straniera. E la scrittura ti rende un po’ diversa, un po’ straniera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da che cosa dipende il valore di un’opera letteraria secondo te? Dalla lingua? Dalle tematiche. Da cosa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da tutto questo insieme ma con un fattore ics: la potenza della parola. La parola deve risuonare come un’eco tremenda, persino dentro un’apparente innocuità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore ha un qualche tipo di etica da rispettare o non ne ha nessuna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’etica è una consapevolezza morale. La moralità è un concetto ameno applicato alla scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la tua idea di letteratura e quali sono i cinque libri della tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura non deve normalizzare, consolare. <strong>La scrittura non è democratica. È la spada che rompe il ghiaccio. Deve inchiodarci alle nostre vulnerabilità.</strong> <strong>Nelle cose minime, deve intercettare l’inaudito.</strong> O il settimo cielo di cristallo. I miei cinque libri, profetici (non per forza i più amati): “I Demoni” di Dostoevskij (Dostoevskij e i russi li metterei tutti); “Il riposo del guerriero” di Christiane Rochefort; “Le ambizioni sbagliate”, Moravia; “L’ottavo giorno della settimana” di Marek Hlasko; “Tropico del cancro” di Henry Miller.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E gli scrittori italiano che ami di più? Di oggi e di ieri…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Buzzati, Pratolini, Moravia, Levi, Pavese. Il neorealismo. Oggi ce ne sono di bravi: Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Andrea Carraro, Gaetano Cappelli. Demetrio Paolin. Ivano Porpora. Ma sono anche amici, dunque non so. Tra le donne: Grazia Verasani, mi piace Loredana Lipperini (nel suo esordio), Alessandra Sarchi (metto in ordine sparso, non di importanza), Viola Di Grado. Yasmin Incretolli. Claudia Durastanti. Francesca Marzia Esposito. Gilda Policastro. Tiziana Cera Rosco (poetessa meravigliosa). Letizia Di Martino (vi invito a leggerla su Facebook, meriterebbe un grande romanzo). Cristina Caloni. Dimenticherò qualcuno senz’altro. Sono amici e scrittori che stimo, tutto insieme. (Ah, ci sei tu, Gianluca Barbera).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60838 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane-204x300.jpg" alt="sangue-di-cane" width="204" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane.jpg 272w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" />Ne sono lusingato. Ti piace il cinema? I tuoi cinque film più significativi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma lo frequento poco. Dove vivo (una piccola città di provincia) ci sono solo multisale e produzioni americane. <strong>Amo i film francesi, da ragazza vedevo Truffaut, non sapevo chi fosse Truffaut, ma mi piaceva. Le atmosfere giallognole e intimiste dei film francesi. </strong>Dunque, direi i film di Truffaut intanto. “La signora della porta accanto”; “Bella di giorno” di Bunuel; “Anonimo Veneziano” di Enrico Maria Salerno; poi da sentimentale quale sono: “L’amante” di Annaud; “Lezioni di piano” di Jane Campion.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da anni scrivi sul “Fatto Quotidiano”, un giornale molto connotato. Hai la più ampia libertà o devi rimanere all’interno di paletti ben precisi? E come è nata la tua collaborazione con “Il Fatto”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non conosco giornale più libero de “Il Fatto Quotidiano”. Ho lavorato molti anni in una redazione siciliana. Quando arrivai nella redazione de “Il Fatto”, non riuscivo a credere che potessi raccontare la verità, qualcosa di prossimo alla verità. I miei pezzi non vengono toccati di una virgola. <strong>Mi sono permessa di scrivere quel che non avrei mai immaginato di poter scrivere, senza alcuna genuflessione al potere, senza proteggere nessuno. E non ero abituata a questo. Ho cominciato a scrivere per “Il Fatto” con i Forconi, con la rivoluzione siciliana dei forconi, rivoluzione mancata. Ricevo una telefonata: era Marco Travaglio.</strong> Mi chiede: cosa ne dici di scriverci qualcosa? Così di punto in bianco. Ovviamente io ero nel pallone, ma ho risposto: sì, va bene, sarà fatto. Ed è cominciata una collaborazione bella e significativa che dura tutt’oggi. Sono stata gratificata da loro, spesso. Ricordo una telefonata di Antonio Padellaro, all’indomani di un pezzo che raccontava di sbarchi e immigrazione. Voleva omaggiarmi della sua stima. Per me era impensabile anche soltanto sognare una cosa del genere. E anche in questo caso, mi devo ripetere: non ero abituata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei molto presente fu Facebook. Potresti farne a meno o come per molti è diventata una necessità, una parte imprescindibile della tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono molto presente e, malgrado spesso non ne possa più, non potrei farne a meno, il mio lavoro è fatto anche di questo. Relazioni e comunicazione. Molte occasioni importanti sono arrivate attraverso Facebook. Mi contattano sui social, come se fossero le pagine bianche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei di origini siciliane, ma quanto ti senti siciliana e quanto ti senti altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mia madre è siciliana. Mio padre è umbro. Mia nonna era abruzzese. Mi sento senza radici, sempre fuori la porta. Oggi vorrei farne un vezzo. Essere a parte di tutto eppur fuori. Non sapere parlare il dialetto. Avere memoria di luoghi e epoche in cui non sono mai stata. Non perderci la ragione, magari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto per te la vita è fatica e sofferenza e quanto è serenità e felicità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Serenità e felicità molto poca. <strong>Ma gioia segreta a brani, un anticipo di qualcosa che ispira consolazione. Qualcosa di molto dolce. Quando la incontro, alla fine di una disperazione. Alla fine di una disperazione si schiude un rinnovato significato.</strong> Una luce ti avverte: abbi pazienza, non ti è dato sapere del tutto. E intanto scrivo e mi nutro di questo. Mi nutro della nostalgia e scrivo. La scrittura è anche un affare di saprofagi. La nostalgia è già un lutto. Il requiem su un fatto, un’assenza. Lo scrittore è il risultato di molteplici assenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è per te il male e come si manifesta? E il bene? Secondo te sono così strettamente legati o uno potrebbe stare senza l’altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il male si manifesta con la paura. Con le fobie, le paranoie, il pregiudizio. Tutte fragilità che si consumano come brace, ma su se stesse. Non producono, non seminano. Ripiegate, energie che muoiono senza santificare. Il male non lo devi guardare troppo a lungo, si dice così no? L’abisso: non lo guardare e lui non guarda te. Quando certe volte mi assalgono i pensieri che non sono miei, pensieri strani, ottenebrati, dico tra me: Dio trasformali in preghiera. <strong>Il bene è il luogo dove tendiamo tutti, santi e malfattori.</strong> Ci piaccia o meno. È lì che dobbiamo andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>So che hai problemi col cibo. Da cosa dipende. Puoi parlarcene o non te la senti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende da molte cose, da una sindrome autoimmunitaria, da una vocazione adolescenziale, dalla paura, dalla solitudine. Solitudine a grappoli, da raccogliere, o covoni di pianto da trasformare in gioia, biblicamente. <strong>Quando leggo i passi delle Scritture realizzo che niente che ci appartenga non sia già stato annunciato nel libro della vita e ogni nostro passo contato, ogni lacrima conservata nella Sacra Otre.</strong> La difficoltà ad alimentarmi è il mio cruccio antichissimo, ho il terrore di perdere peso, lo perdo facilmente. Soffro di dolori cronici, la mia vita è condizionata da questo, anche la mia vita sociale (che praticamente non esiste). Devo imparare ad accettare, a viverci insieme con i miei mostri, renderli creature, disorientarli, arrivare persino ad amarli. Chiedere casomai talvolta: perché? Cosa vi ho fatto mai? Accettarli. E d’improvviso capisci che ognuno ha un compito assegnato, croci che ci spettano, che hanno un senso, il crogiolo del dolore, è Siracide. L’uomo provato dal crogiolo del dolore è un uomo benedetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi fare un viaggio lungo un anno, che Paesi o continenti vorresti attraversare prima di ogni altro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Andrei in Provenza, finirei lì – se potessi – i miei giorni, guardando oltre un davanzale il bluette e l’azzurro violaceo dei campi di lavanda al tramonto. <strong>Un cielo carta da zucchero, un uomo capace di amarmi, che mi perdoni, mi assolva e mi faccia dimenticare l’imperfezione, la stoltezza delle cose finite.</strong> Leggerei, scriverei, lavorerei le maglie, pregherei. Sarei amata da qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’ultima domanda. Se dovessi dare una definizione di te come scrittrice con una frase lapidaria, come ti definiresti? E in quanto scrittrice come vorresti essere ricordata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La lapide: qui dove finisce l’attesa e l’inganno. Per cosa vorrei essere ricordata? Non lo so, per le pietre di scarto che ho raccontato. <strong>Più che altro vorrei essere ricordata per loro, gli assenti che mi assediano, i bevitori, i profeti delle panchine, i legni storti. Gli imperdonabili.</strong> La vestale degli imperdonabili, andrebbe bene anche come lapide.</p>
<p style="text-align: justify;">Be’, davvero una scrittrice forgiata nella carne e nel sangue. Ammetto che questa intervista mi ha lasciato il segno. E credo che sarà lo stesso per molti lettori. Non ho altro da aggiungere. Vi lascio alle vostre meditazioni. Alla prossima.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gianluca Barbera</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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