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	<title>Bologna Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 23 Mar 2020 13:12:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Siniša Mihajlovič, l’uomo che milita nel miracolo, sembra il personaggio di un romanzo folle e scatenato di Nikolaj Leskov. C’è chi nasconde le proprie cicatrici e c’è chi si fa cicatrice sul volto cruento del tempo</title>
		<link>https://www.pangea.news/mihajlovic-bologna-leucemia-panchina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2019 07:48:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualcosa che ha a che fare con la milizia, con una militanza al dolore. * Prima che Belgrado fosse bombardata e la Jugoslavia straziata dalla ferocia, casa per casa, a setacciare ogni stimolo di crudeltà, a raspare a dentate i figli e i cugini, a ghigliottinare le famiglie, esisteva una squadra di calcio che faceva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcosa che ha a che fare con la milizia, con una militanza al dolore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che Belgrado fosse bombardata e la Jugoslavia straziata dalla ferocia, casa per casa, a setacciare ogni stimolo di crudeltà, a raspare a dentate i figli e i cugini, a ghigliottinare le famiglie, esisteva una squadra di calcio che faceva vedere le stelle agli avversari. <strong>Si chiamava Stella Rossa. Fu la Coppa dei Campioni del 1991, quella del Milan che esce ai quarti per via di un riflettore, nello stadio del Marsiglia. </strong>Quel Milan, detentore della coppa, beatificato dal tridente d’Olanda Rijkaard-Gullit-Van Basten, giocava contro l’Olympique di Jean-Pierre Papin, capocannoniere in quella disfida con 6 reti. In semifinale, Marsiglia recide facilmente le speranze dello Spartak Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra un cartellone da Guerra Fredda. Mosca, Belgrado, Monaco. L’altra semifinalista è la Stella Rossa, che sfida il Bayern Monaco. <strong>Nella Stella Rossa segna il grande Darko Pan</strong><strong>čev, poi autore di una sfortunata carriera con l’Inter; il numero 8 si chiama Sini</strong><strong>ša Mihajlovi</strong><strong>č. All’epoca Siniša ha 22 anni, oggi ne ha 50, ed è scavato dalla leucemia.</strong> All’epoca la coppa si giocò ai rigori e l’infallibile Siniša – tiratore numero 4 – non sbaglia. La finale si gioca al San Nicola di Bari, quasi un segno del destino di Siniša: la carriera italiana, che comincia con la Roma, procede con la Sampdoria ed esplode con la Lazio (nella stagione 1998-99 fa 8 gol in 30 presenze), con cui vince un campionato (vent’anni fa), due coppe Italia, altrettante Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Uefa. Finirà di giocare nell’Inter, con le consuete qualità: genio strategico, talento tecnico, ferocia soffusa. <strong>Nella sua natura senza fronzoli l’inflessibilità è il carisma. Per la cronaca: quella Stella Rossa, che godeva del piede superiore e superbo di Dejan Savi</strong><strong>ćevi</strong><strong>ć, vinse in scioltezza anche la Coppa Intercontinentale</strong>, al National Stadium di Tokyo, battendo 3 a 0 gli impalpabili cileni del Colo Colo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Bologna è una città teatrale: è la terra di Guido Reni, del pazzesco <em>Compianto</em> di Niccolò dall’Arca, dove la terracotta urla, di San Petronio, così bella per la tracotanza – è la San Pietro bolognese – e per l’incompiutezza. Ha, pure, una teatralità astrale, esistenziale, che alle orazioni del Carducci preferisce le bottiglie di Giorgio Morandi e i film di Valerio Zurlini – a Bologna si restaura il cinema, che è come dire, rassettare l’uomo. <strong>Mihajlovič a Bologna arriva dieci anni fa, nel ’08-09, senza particolare fortuna: spesso, però, basta un giorno per fare una vita intera.</strong> Subentrato quest’anno, nel gennaio 2019, Mihajlovič ha dato, a una squadra un po’ intontita, il senso, per lo meno la furia di arrivare alla salvezza con spavalderia (17 partite: 9 vittorie e 3 pareggi). Domenica scorsa Bologna è stata teatro di un gesto di grazia, di milizia al miracolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In casa, contro il Verona, il Bologna, alla prima di campionato, ha pareggiato, gol di Nicola Sansone. In panchina, dopo un ricovero di oltre 40 giorni per arginare il male, Siniša Mihajlovič. La nota, sobria, del Bologna FC, che avvisava della presenza dell’allenatore <a href="https://sport.sky.it/calcio/squadre/bologna.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha scatenato l’entusiasmo.</a> <strong>Siniša Mihajlovič è magro, le orecchie tese come un elfo, sembra un monaco, un personaggio scaturito da un racconto crudo e sognante di Nikolaj Leskov, come uno che lì per lì, roso dall’ispirazione, denunci la sua fede, vertiginosa, pietrificata. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il male si combatte ostentandolo? Finché c’è l’emergenza della vita, si viva, c’è sempre tempo per la prudenza. <strong>L’uomo che non ha paura di far vedere come lo morde il male e ne mostra la lotta, i segni, l’ammissione del chiodo, ti pone in una situazione di resa.</strong> Egli usa con violenza la sua debolezza – cosa puoi dirgli? Ti mette in inferiorità numerica: l’uomo che battaglia con il male e addirittura se ne incarica, se lo porta sulle spalle, lo fa vedere a tutta la corrida, come fosse un figlio neonato, reclama sospiro e commozione, ti ulcera. Il male si può vincere sopraffacendolo con lo scatto, con la rivolta – che poi la guerra la vinca il male, non conta, la vita a volte vale per un giorno di gloria. C’è chi nasconde le cicatrici e chi, mutato in cicatrice, si pone come ciò che non ha suture, come una ferita aperta. (d.b.)</p>
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		<title>A nessuno deve essere riservata una fine così assoluta: ecco perché ho deciso di fare incidere una lapide per Emanuel Carnevali, il poeta. La testimonianza di Massimiliano Marrani</title>
		<link>https://www.pangea.news/emanuel-carnevali-lapide-massimiliano-marrani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 May 2019 07:22:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Circa due anni fa, dopo aver letto il libro Il primo dio, di Emanuel Carnevali (comprato inizialmente per il bellissimo titolo e del tutto all’oscuro di chi fosse l’autore) e aver scoperto con dispiacere che non c’era nessuna lapide nel luogo di sepoltura, ho deciso di farne incidere una apposita per lui (o per noi). [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Circa due anni fa, dopo aver letto il libro <em>Il primo dio</em>, di Emanuel Carnevali (comprato inizialmente per il bellissimo titolo e del tutto all’oscuro di chi fosse l’autore) <strong>e aver scoperto con dispiacere che non c’era nessuna lapide nel luogo di sepoltura, ho deciso di farne incidere una apposita per lui (o per noi). Dopo averla nascosta in uno zaino ed essermi armato di cellulare in modalità video, l’ho deposta sopra ad una delle diverse fosse comuni, nelle quali viene gettato quanto resta di un corpo dopo una cinquantina d’anni dalla tumulazione</strong>, a meno che questo non venga reclamato da qualcuno che ne dimostri il diritto, o che semplicemente paghi per un loculo perpetuo.  Nessuno dunque ha reclamato né pagato nulla. Ho girato il video aggiungendo come traccia audio un frastuono di traffico (per la precisione una registrazione del traffico di Manhattan eseguita a metà degli anni 30) e poi la lettura di una sua poesia, letta meglio che ho potuto, dal titolo, <em>Ai poeti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A nessuno era venuto in mente di fare qualcosa in merito. Nemmeno qualcuno dell’Adelphi, mi vien da dire. O il comune di Bazzano (a due passi da Bologna) che ha acquisito nel 2004 l’intero fondo della sorella Maria Pia Carnevali (scritti e poesie e mi pare anche un carteggio con Benedetto Croce). Tanto meno i diversi cantanti, anche famosi, che lo hanno nominato più volte, </strong>come Capossela o Jovanotti, i poeti o i performer come Emidio Clementi che di lui ha interpretato i testi in pubblico e inciso un disco. Me lo spiego così: dovevo essere io, è toccato proprio a me. Per una serie di circostanze mi sono sentito in dovere di farlo, senza sentirmi per questo depositario di nulla, o sostenere che la sua poesia sia la migliore etc. <strong>L’ho fatto a modo mio. Dopo settantasette anni, oggi, le polveri di Emanuel Carnevali sono qui, mischiate a chissà quante, al Cimitero della Certosa di Bologna, ma con la sua lapide, bianchissima, verso cui si può puntare lo sguardo o un pensiero.</strong>  La dicitura che ho scelto è semplice (anche perché ogni lettera costa e non poco) e recita: <em>Emanuel Carnevali, 1897-1942 Poeta</em>. Perché un poeta è inconcepibile che venga tumulato senza nome, perché a nessun uomo e a nessuna donna dovrebbe essere riservata questa fine assoluta. Perché il nome è l’esca alla quale si attaccano i volti perduti, con le loro parole dette, le azioni compiute, le opere lasciate, per quel che possono valere. Se valgono.  Grazie.</p>
<p><a href="https://www.massimilianomarrani.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Massimiliano Marrani</em></strong></a></p>
<p><em>*Qui potete vedere <a href="https://www.youtube.com/watch?v=yV8ACf2wN5k" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il video omaggio</a> di Massimiliano Marrani al poeta Emanuel Carnevali</em></p>
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		<title>Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</title>
		<link>https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 10:24:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, al cuore della questione, la Romagna ruvida, livida di danze, speziata. <strong>Giovanni Nadiani da Cotignola, che oggi compirebbe 65 anni, “un manovale di parole”, diceva lui, che se ne è andato nel 2016 dopo tante vite, di poeta e traduttore, fondatore di riviste e insegnante, cantautore di speranze, è una specie di Jimi Hendrix della lirica romagnola.</strong> “È possibile una poesia dalla nominazione feriale e bassa, di pensiero presente e critico che, affermando la continuità della memoria contro il propagandato oblio della storia, si confronti con le stridenti contraddizioni dell’oggi? <strong>Una poesia che, dando vita a una polifonia di lingue e suoni, suggerisca utopisticamente la possibilità di una convivenza nella diversità di una koinonia, di una fratellanza in un’alterità che ci sottrae la nostra proprietà soggettiva per un dato (donato) oggettivo più grande?”,</strong> si domandava. Noi sventoliamo la sua opera in faccia all’indifferenza, con un piccolo omaggio, nella forma di due lettere scritte da compagni di avventure culturali di Nadiani. <strong>La prima è una lettera dello scrittore spagnolo David Castillo</strong>, poeta, romanziere – CartaCanta ha pubblicato il suo “Barcellona non esiste” – di cui Nadiani ha tradotto una antologia poetica, “Un presente abbandonato”, nel 2006. <strong>L’altro è un ricordo epistolare di Mercedes Ariza, traduttrice dallo spagnolo,</strong> che di Nadiani ha tradotto, in Spagna, la raccolta “Invel/Ningún sitio”, 2010]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> ***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La morte non vince mai: sul mio amico alchimista per cui il cancro era l’ultimo dei problemi”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi mesi (o anni) di corrispondenza con Giovanni Nadiani <em>Zvan </em>non sono stati per nulla facili. Spesso mi svegliavo e pensavo a lui, alla sua resistenza solitaria con la notte nel letto della sua casa di Reda che dava su un cortile</strong> in cui c’era una specie di installazione-scultura formata da libri all’intemperie pieni di piccoli insetti. Lo sognavo e mi svegliavo. Subito dopo andavo al mio computer e lo cercavo, a volte con insistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto mi rispondeva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questi giorni va tutto di merda. Da tre settimane ormai sono in una clinica, una clinica molto bella dove cercano di aggiustarmi i valori del sangue che mi portano all’assoluta mancanza di forze: astenia totale… Ogni tanto, come ieri, ho la forza di alzarmi dal letto… Oggi va un po’ meglio: ho cercato di camminare all’interno del giardino come riuscivo a fare anche nel parco della clinica mentre chiacchieravo con gli amici. Spero di riacquistare l’energia necessaria per imparare il modo di spezzare le metastasi che bloccano le vie biliari, che per il momento sono il principale problema per cui sono qui. Durante il mio soggiorno nella clinica ho già fatto tre radioterapie molto tossiche che mi hanno prosciugato le energie. Se miglioro un po’ potrò uscire da qui e impiegherò il mio cervello con la minima lucidità. Abbraccione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66089 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg" alt="" width="172" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2.jpg 480w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />Durante le nostre conversazioni pomeridiane al telefono mi ripeteva che non voleva dare troppe spiegazioni in università e men che meno voleva accettare il congedo per malattia che gli proponevano i medici. Quasi nessuno sapeva che il tumore lo stava divorando.</strong> In un ennesimo esercizio di coraggio, che tanto lo univa alla Spagna, <em>Zvan</em> si concentrava sulla sua famiglia e sulla bicicletta. Durante uno dei miei viaggi in Italia, Guido Leotta, suo amico e socio di <em>Tratti,</em> mi avvisò che era ormai alla fine – Guido sarebbe morto di un infarto prima di <em>Zvan</em>. Quando arrivai a Reda, il mio amico mi spiegò che la sua terapia era fare su e giù per le montagne attorno. Anche in un altro suo messaggio alludeva ai trattamenti a base di chemioterapia e bicicletta:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sfortunatamente gli effetti collaterali adesso sono più forti rispetto al periodo della terapia (neuropatie alle mani e ai piedi e problemi all’intestino). Devo avere pazienza. Oggi cercherò di andarmene qualche giorno in montagna (Sud-Tirolo), prenderò il treno. In un primo momento volevo andare da solo ma visto che i ragazzi non possono ritornare qui, me ne andrò con Inge. Vediamo cosa succede nel viaggio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I farmaci e il cortisone non erano gli unici argomenti di conversazione. C’erano i dischi e i libri, la situazione economica della nostra <em>bohème</em> e i problemi del lavoro. Nonostante fosse in una situazione così fottuta, per il mio amico il cancro era il minore dei mali. </strong>Le sue preoccupazioni erano tre: 1/ la morte di Guido Leotta che sancì la scomparsa della casa editrice Mobydick e la cooperativa <em>Tratti</em>, oltre a quella del gruppo di jazz in cui lavoravano insieme. 2/ i tanti debiti e la mancanza di serietà di un editore con cui aveva avviato grandi progetti editoriali. 3/ il comportamento della sua università nei confronti di una delle sue collaboratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tre preoccupazioni e la salute dei membri della sua famiglia formavano un cocktail micidiale nel suo già deteriorato morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci furono solo brutti colpi. Qualche giorno riusciva persino a mandarmi messaggi di ottimismo, addirittura col suo peculiare senso dell’umorismo, imprescindibile per leggere il migliore Nadiani. La sua opera era un insieme di asseverazioni sulla comunità, la suggestione e i limiti tra realtà e irrealtà.</strong> Durante una delle mie visite a Forlì, Zvan era euforico perchè Bob Dylan si esibiva a Bologna. Non siamo riusciti ad organizzarci per andarci ma di notte, mentre io già dormivo, Zvan mi chiamò. Era nel bar sotto il mio albergo e mi portava alcuni libri nuovi tra cui, <em>Anmarcurd</em>, un omaggio a Fellini, con una citazione iniziale in yiddish del tutto rivelatrice: “Mai sopravvivere alla propria lingua”. Era il 2015 e la sua malattia era progredita. <strong>In alcuni momenti fu sul bordo dell’abisso, in altri credette di essere guarito. Abbiamo bevuto qualcosa e mi spiegò un sogno che aveva fatto e di cui era stato stregato perché era da molto che non scriveva poesie. Aveva sognato alcune poesie scritte in un taccuino.</strong> Al risveglio trovò il taccuino del 2011 con quindici poesie dimenticate che parlavano della sua morte. Quella premonizione e il resto lo lasciarono assorto. L’interpretazione della poesia e della sua creatività andavano oltre la vita. Per questo motivo ho pensato che fosse utile scrivere queste parole sul mio amico alchimista. Se ci dedichiamo all’arte è perché, probabilmente, c’è una ragione nascosta di resistenza di fronte all’oblio, di fronte alla morte eterna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>David Castillo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forlì, 11 marzo 2019</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-66090 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg" alt="" width="115" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani.jpg 200w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Ciao Giovanni,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>auguri. Oggi è il tuo compleanno. 65 anni. Giorni fa ti ho sognato: mi parlavi, mi chiedevi, mi ascoltavi. Bello parlare con i morti: loro ti ascoltano, non hanno fretta, non fuggono, ti ascoltano e lo fanno pazientemente. A giugno ho visto David a Barcellona: gli amici del <a href="https://www.ateneubcn.org/" target="_blank" rel="noopener">Ateneu Barcelonès</a> </em><em>sono rimasti stregati dalla magia dei tuoi versi. Ci sei mancato un sacco. Nessuno è stato capace di leggere il tuo dialetto, nessuno. Con <a href="https://www.amazon.it/Ning%C3%BAn-sitio-Invel-Giovanni-Nadiani/dp/8492528923" target="_blank" rel="noopener">Invel/Ningún sitio </a>tra le mani, pensavo a te quando mi avevi proposto di tradurre le poesie in spagnolo. Una pazzia. Una assurdità. Ma non per te. Ci hai sempre creduto e ci siamo riusciti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi, per festeggiare il tuo compleanno, ho deciso di riprendere i tuoi haiku in romagnolo. Fantastici. Cristallini. Lame che trafiggono il nostro presente-assente.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ti abbraccio forte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mercedes </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*</em></strong></p>
<p><strong>Selezione nostalgico-emozionale di haiku in dialetto romagnolo da<em> Beyond the Romagna Sky (Mobydick, 2000)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1)</p>
<p>la sera l’arlùs<br />
‘t la coda d’un jet</p>
<p>un pipistrël intavanȇ<br />
e’ chèsca ‘t l’udòr di’ marugh</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La sera riluce</em><br />
<em>nella coda di un jet. </em></p>
<p><em>Un pipistrello ebbro</em><br />
<em>cade nel profumo di acacia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2)</p>
<p>al luz di semëfar<br />
al s’è mórti töti</p>
<p>int i self service<br />
e’ sbalèna i bancomat</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le luci dei semafori</em><br />
<em>si sono spente tutte.</em></p>
<p><em>Nei self service</em><br />
<em>lampeggiano i bancomat.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3)</p>
<p>la rèzna dal banchin<br />
la s’mâgna i nom inamuré</p>
<p>a l’ôra di viél<br />
e’ cerla i celuler</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ruggine delle panchine</em><br />
<em>divora i nomi innamorati.</em></p>
<p><em>All’ombra dei viali</em><br />
<em>cinguettano i cellulari.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>(4)</p>
<p>agli urtigh al s’insteca<br />
‘t al carvaj dla stablidura</p>
<p>dal lètar al s’è smarìdi<br />
‘t la memoria d’un desch</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Le ortiche s’infilano</em><br />
<em>nelle crepe dell’intonaco.</em></p>
<p><em>Lettere si sono smarrite</em><br />
<em>nella memoria di un disco.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5)</p>
<p>i piset d’arzent tra i livar<br />
i s’mâgna dal parôl ad chêrta</p>
<p>al parôl senza udór ‘t e’ computer<br />
int un balen u s’li mâgna la luz.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>I pesciolini argentati tra i libri</em><br />
<em>divorano parole di carta.</em></p>
<p><em>Le parole inodori nel computer</em><br />
<em>le divora in un lampo la corrente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6)</p>
<p>i zughetul fet d’ lego<br />
i ten lighê insen e’ mond …</p>
<p>a e’ mond u j è dal lengv<br />
ch’al va int i brisul…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I giocattoli di Lego</em><br />
<em>tengono legato il mondo…</em></p>
<p><em>Al mondo esistono delle lingue</em><br />
<em>che vanno in frantumi…</em></p>
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		<item>
		<title>Fuori luogo, fuori schema, silenzioso, antipatico: tanti auguri a Roberto Baggio, il Piccolo Buddha del calcio italiano che ci ha fatto credere che gli arcangeli giocano a pallone</title>
		<link>https://www.pangea.news/fuori-luogo-fuori-schema-silenzioso-antipatico-tanti-auguri-a-roberto-baggio-il-piccolo-buddha-del-calcio-italiano-che-ci-ha-fatto-credere-che-gli-arcangeli-giocano-a-pallone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 12:40:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per quel che conta, avevo il suo nome inciso sulla cavigliera destra, come se il nome, specie di amuleto, bastasse a raddrizzare il piede, a conferire il carato del talento. Ma io ero un airone, una cattiva imitazione di Alen Boksic, ricordate?, mentre lui era l’inafferrabile capitato su un campo da calcio. Oggi, 18 febbraio, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Per quel che conta, avevo il suo nome inciso sulla cavigliera destra, come se il nome, specie di amuleto, bastasse a raddrizzare il piede, a conferire il carato del talento.</strong> Ma io ero un airone, una cattiva imitazione di Alen Boksic, ricordate?, mentre lui era l’inafferrabile capitato su un campo da calcio. Oggi, 18 febbraio, Roberto Baggio compie gli anni, ne fa 52, 5+2 fa 7, il numero perfetto, ma ogni occasione è perfetta per parlare del più grande calciatore italiano di sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo – assoluti, aggettivi, superlativi, paragoni sono gli ornamenti dei cretini. Roberto Baggio è indelebilmente legato alla mia giovinezza</strong> – ho iniziato a giocare a calcio, con somma modestia, dopo aver visto le evoluzioni americane del ‘Divin Codino’, la micidiale semplicità con cui, durante le semifinali del Mondiale, ne salta un paio e infila, angelica precisione, il portiere della Bulgaria – per questo, per me, è il campione, è l’inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che mi affascina ancora di Robert Baggio è che è l’emblema del genio puro, inspiegabile. Come hanno detto in troppi, Baggio ha vinto troppo poco rispetto al suo talento</strong>, soltanto due campionati – con la Juventus e con il Milan, in quest’ultimo caso segnando pochissimo – una Coppa Italia, una Uefa. Nonostante sia il cannoniere massimo dell’Italia nella manifestazione più importante – 9 gol in 3 edizioni dei Mondiali – non ha mai portato gli Azzurri sul trono più alto del podio. Baggio, in un gioco dove conta tanto chi urla più forte, non è un ‘capo’, non sbraita, non sgomita. Baggio <em>è</em>, non ha bisogno di ribadire quello che potrebbe essere. <strong>Baggio è il genio, la forma pura, l’ideogramma sul prato, il sonetto nell’area di rigore, il verso impeccabile davanti al portiere – per questo è insopportabile. Baggio è la bellezza dissociata dal mucchio, dal resto, e la bellezza è ardua, è inutile.</strong> Baggio agisce come ciò che è naturale e irripetibile, fa accadere l’inspiegato in un istante – e sai di avere assistito a ciò che non sarà mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Baggio non è un fenomeno di massa come Diego Armando Maradona, non è simpatico come Gianluca Vialli, non è atletico come un Alessandro Del Piero, non è un fenomeno come Cristiano Ronaldo, non è la bandiera di una squadra come Francesco Totti.</strong> Appunto: non è altro che genio. La poesia in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Baggio è l’inatteso che irrompe nella norma e la rompe in virtù del sublime. </strong>Se vi capita di rivedere una partita di Baggio capite che a un certo punto, dalla palude dei passaggi onesti e delle sincere ‘sgambate’, accade qualcosa. Come se il calciatore fosse ‘chiamato’, come se agisse per tramite di una divinità. Eccola la ‘magia’ – il gol inesplicabile – il passaggio incredibile. E Baggio che esulta con pudore, come chi sa che ha editti biblici nei piedi e la Bhagavadgita nelle caviglie di cristallo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I calciatori oggi sono gladiatori statuari, uno slogan in tatuaggi, hanno una vigorosa ‘personalità’. Roberto Baggio, al contrario, è il vuoto: sembra sempre fuori posto, abulico, pare che il chiasso dei tifosi gli dia fastidio, scansa il contatto fisico con una devozione verso l’arte del dribbling priva di astuzia e di cinismo</strong> – la rivalsa del piccolo contro il rude, come faceva Sivori, che irretiva i difensori fino al pugno – simile a una preghiera, un dono al perfetto. Baggio, come il genio depurato da ogni ambizione che non sia la forma, non ha bisogno di ostentare una pacchiana personalità. Egli fa il vuoto per lasciare spazio al gesto, supremo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Baggio è sfuggente – non riesce a diventare un ‘simbolo’, non si lega a una squadra in particolare. <strong>Egli elude ogni passione smodata, immotivata: preferisce che si ammiri il gesto, scevro dal superfluo. </strong>All’urlo preferisce lo stupore, che ti occlude la gola, che occulta il cervello, che profila gli occhi in frammenti di luce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baggio è il Piccolo Buddha del calcio italiano: i risultati più grandi li ha conosciuti con le squadre più modeste. </strong>Prima con la Fiorentina, poi, soprattutto, quando gli davano del ‘finito’, con il Bologna, con cui segna il maggior numero di gol mai segnati in campionato – 22 su 30 partite – e tramuta l’onesto Kennet Anderson in un temibile bomber – grazie a Baggio segna come mai prima e come mai più in Italia. Infine, nelle quattro stagioni a Brescia, eroiche, dimostra che non c’è umiliazione, non c’è esilio né esitazione per un campione, che si gioca sempre l’ultima partita, per rispetto verso la natura del cosmo e della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Incidentalmente. Le stagioni più brutte Roberto Baggio le ha giocate all’Inter. Nel campionato 1999-2000 ‘Roby’ fa 18 presenze e 4 gol. Una miseria. A contratto scaduto e a campionato finito, c’è una partita in coda. Lo spareggio contro il Parma per garantirsi l’accesso alla Champions League. Ormai Baggio è altrove: cosa gli importa? Ancora una volta, l’arte è tutto. L’Inter vince 3 a 1 e l’anno dopo si gioca la Champions. Eroe della partita: Roberto Baggio, che segna la doppietta decisiva.<strong> Né rancore né proteste né incomprensioni impediscono al campione di esprimersi: un conto è il mondo e l’uomo, un conto è l’arte. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La questione, dunque, non è sbagliare un rigore, ma dare rigore all’imponderabile; la questione non sono i 205 gol in serie A, le 323 reti in totale, ma l’istante, assoluto, in cui il piede diventa profetico</strong>, il verbo terroso di Isaia o l’inno smagliante di Milarepa, il pallone un testo sacro, la rete un rito, la gioia una liturgia che scompone l’esistere in canto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori dagli schemi, inadatto al calcio muscolare, incapace a obbedire alla ‘tecnica’ imposta dagli allenatori, propenso alla difficoltà – squadre piccole, situazioni impossibili – più che al chiarore della fama, <strong>Roberto Baggio, con serafica compassione, ci ha fatto credere che anche gli arcangeli giocano a calcio.</strong> (d.b.)</p>
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		<title>Patriota, indologo, avventuriero: la storia (rimossa) di Francesco Lorenzo Pullè e del suo “Museo Indiano”. Che è risorto a Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 10:21:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi si sognerebbe, oggi, dopo un intenso viaggio nel sudest asiatico, di creare, con gli oggetti rastrellati sul posto, una mostra all’università? Un nostalgico, o un originale, nel peggiore dei casi, uno un po’ suonato, dall’animo globetrotter. Tutt’al più, al rientro dal viaggio, lo strambo viaggiatore scriverebbe un bel reportage, mostrerebbe i selfie agli amici, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi si sognerebbe, oggi, dopo un intenso viaggio nel sudest asiatico, di creare, con gli oggetti rastrellati sul posto, una mostra all’università? Un nostalgico, o un originale, nel peggiore dei casi, uno un po’ suonato, dall’animo globetrotter.</strong> Tutt’al più, al rientro dal viaggio, lo strambo viaggiatore scriverebbe un bel reportage, mostrerebbe i selfie agli amici, farebbe girare (brevi o eterni) filmati tramite whatsapp. Perché in fin dei conti, la sabbia finissima e i pregiati fossili, i cocci di un’anfora decorata, il Buddha decollato che (forse anche noi) siamo riusciti a rubare e ad infilare nel sottofondo della valigia, al ritorno a casa, li mettiamo in camera, in bella vista (ma solo per i più intimi), sotto il sacro fuoco dell’abat-jour. Meglio non correre guai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò, quando sento l’amico, lo storico bolognese, Luca Villa parlarmi di Francesco Lorenzo Pullè, e del suo <em>Museo Indiano</em> a Bologna, mi sembrano passati secoli, anzi un’eternità. Per intenderci, il nobile Francesco Lorenzo Pullè, a sessantacinque anni compiuti, si arruolò volontario allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e partì soldato semplice per il fronte del Podgora, per poi congedarsi con il grado di tenente colonnello.</strong> Il suo diario di guerra – che è stato recuperato dalla nipote Lina, che in passato si laureò in storia contemporanea con una tesi a riguardo – inedito. Francesco Lorenzo non era primogenito, ma il terzo dei nove figli di Carlo Augusto Dionigi e di Virginia Ricci ed era nato a Modena, il 17 maggio 1850. <strong>Il padre, fervente ufficiale delle guardie del duca Francesco IV, dalle idee risorgimentali, veniva dall’antica nobiltà originaria delle Fiandre belghe, dalla quale il giovane Francesco Lorenzo prendeva il titolo di conte di San Florian. Tornato dal fronte, il conte studia a Firenze e si appassiona al sanscrito – suo maestro è l’indianista Angelo De Gubernatis – tanto da pubblicare una <em>Piccola crestomazia sanscrita</em>.</strong> Quindi non le solite lingue classiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua carriera è votata all’orientalistica e alla glottologia, tanto che fonda, nel 1890, all’Università di Pisa, il primo <em>Istituto di glottologia</em> d’Europa. Fondatore e promotore della scuola indianistica bolognese, forma valenti sanscritisti della levatura di Ambrogio Ballini e Luigi Suali. A sue spese fa stampare a Firenze la rivista<em> Studi italiani di filologia indo-iranica</em>. Non certo tutti potevano permettersi il lusso dello studio e dei viaggi esotici, quindi, si dedica anche alle classi sociali meno abbienti e vede nell’istruzione un mezzo di elevazione del popolo e di unione della nazione, lui animato da profondo patriottismo. In tale prospettiva, da una parte, si dà da fare come membro del <em>Consiglio superiore della Pubblica Istruzione </em>tra il 1902 e il 1913, dall’altra, patrocina la fondazione e la diffusione delle università popolari, prima fra tutte quella di Bologna intitolata a Giuseppe Garibaldi, che inaugura l’11 febbraio 1901.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ammiratore di Carlo Cattaneo, discepolo e corrispondente del Graziadio Isaia Ascoli – per capirci, lo studioso celebre per aver polemizzato col Manzoni nella <em>questione della lingua</em> – da socialista radicale, qual era nei primi tempi, diventa acceso fascista.</strong> Sempre interventista, persino alla tenera età di sessantacinque anni, quando si imbarca come volontario, insieme ai suoi due figli, uno tenente, l’altra crocerossina. Aristocratico, animato da un patriottismo risorgimentale anche dopo il Risorgimento, la grande eredità del conte Pullè si trova (quasi) tutta a Bologna, dove <strong>da poco è stata inaugurata una piccola mostra,<em> I volti del Buddha. Dal perduto Museo Indiano di Bologna</em>, al Museo Civico Medievale, visitabile fino al prossimo 28 aprile.</strong> Al secondo piano del Palazzo dell’Archiginnasio, sede oggi di alcuni degli uffici dell’omonima biblioteca, dal 1907 al 1935, il conte Pullè aveva infatti aperto il suo <em>Museo di Indologia</em>. Una storia affascinante e senza tempo. Chi oggi, al ritorno da un viaggio di studio tra Vietnam, Sri Lanka e India farebbe come aveva fatto Pullè tra il 1902 e il 1903? Chi si sognerebbe oggi di aprirne un museo? A parte le pastoie burocratiche, la storia di Pullè mi sembra un luminoso esempio della rovina dei nostri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_65377" aria-describedby="caption-attachment-65377" style="width: 203px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65377" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-259x300.jpg" alt="" width="203" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-259x300.jpg 259w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-768x889.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-885x1024.jpg 885w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè.jpg 1096w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /><figcaption id="caption-attachment-65377" class="wp-caption-text">Francesco Lorenzo Pullè, Conte di San Florian (1850-1934)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Bologna incontro Luca Villa, curatore della mostra <a href="http://www.museibologna.it/arteantica/eventi/51895/date/2018-11-14/date_from/2018-11-14/id/96595" target="_blank" rel="noopener"><em>I volti del Buddha</em></a>, che mi apre le porte dell’esposizione e mi racconta un po’ della storia del <em>Museo Indiano</em>. Ma come gli è venuto in mente di fare una mostra indiana?</strong> “L’idea di creare un museo indiano era già stata messa in pratica dal maestro di Pullè nello studio del sanscrito, Angelo De Gubernatis. Anche lui, infatti, dopo un lungo viaggio in India, aveva avuto modo di organizzare il <em>Museo Indiano</em> di Firenze, primo esempio di museo tematico di tal genere, il cui patrimonio dopo pochi anni entrò a far parte della collezione del <em>Museo di Antropologia ed Etnologia</em> della stessa città, dove già era depositata una raccolta di materiali di provenienza indiana appartenuta all’antropologo Paolo Mantegazza, fondatore di quel museo e all’epoca animatore degli studi antropologici in Italia, che, nella sua rivista, ospitò peraltro nel 1897 una Memoria di Pullè, il Profilo antropologico dell’Italia, premiata dalla <em>Società Italiana d&#8217;Antropologia ed Etnologia</em>, da cui era stato indetto un concorso per la stesura di una carta etnografica nazionale. <strong>La storia dell’interesse riguardo all’India nato a Firenze nella seconda parte dell’Ottocento, ben raccontata in un volume della studiosa portoghese Filipa Lowndes Vicente, vede citato Pullè fin dalla prima esposizione di materiali indiani organizzata in Italia in ambito orientalistico, sempre da De Gubernatis, nel 1878, ancor prima che fosse aperto il suo Museo.</strong> La città toscana ospitò infatti quell’anno l’edizione del <em>Congresso Internazionale degli Orientalisti</em>, durante la quale furono messi in mostra reperti archeologici e calchi in gesso di analoghi materiali provenienti principalmente da scavi effettuati da W. G. Leitner nell’attuale Pakistan, tramite i quali erano stati recuperati alcuni rilevanti nuclei di reperti relativi all’arte buddhista del Gandhāra. L’attenzione di Pullè per documentare la fioritura e la diffusione del buddhismo in Asia è dimostrata, nella collezione del <em>Museo Indiano</em> di Bologna, grazie alla cospicua raccolta di fotografie, molte delle quali erano esposte nella stanza dedicata all’Arte e Scultura di cui conosciamo l’esistenza oggi grazie alla pianta del Museo ritrovata soltanto nel 2016. Tra le oltre 700 fotografie una significativa raccolta di immagini di reperti archeologici del Gandhāra, oggi visibili anche online grazie al lavoro che abbiamo svolto lo scorso anno insieme alla collega Marta Magrinelli per il progetto <em>Città degli Archivi</em> promosso dalla Fondazione Del Monte <a href="https://www.cittadegliarchivi.it/notizie/23-novembre-2018-pubblicata-la-raccolta-fotografica-di-francesco-lorenzo-pulle-e-del-museo-indiano-di-bologna" target="_blank" rel="noopener">(qui il link)</a>. Nella stessa stanza era anche esposto un frammento architettonico proveniente dal complesso buddhista di Sanchi, nell’India centrale (I sec d. C.), presente tra i materiali che ho selezionato per l’allestimento della mostra <em>I volti del Buddha</em>, così come un calco in gesso raffigurante il Buddha storico Śākyamuni, descritto nelle pagine di un breve romanzo di Riccardo Bacchelli del 1911, che era stato portato in Italia da Pullè da Lahore, al pari del nucleo fotografico legato all&#8217;archeologia del  Gandhāra, e che è stato restaurato in occasione dell&#8217;esposizione in corso al Museo Civico Medievale grazie ai laboratori dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna. <strong>In riferimento all’archeologia, infatti, bisogna ricordare che Francesco Pullè era stato nominato presidente del comitato italiano dell’<em>Indian Exploration Fund </em>pochi anni prima del suo viaggio in Asia, quando ancora appariva possibile collaborare con le autorità britanniche in India al recupero di materiali archeologici, obiettivo frustrato dall’evolversi delle politiche coloniali inglesi in ambito culturale.</strong> Un paio di lettere di Pullè riferite al comitato italiano dell’<em>Indian Exploration Fund </em>conservate tra i carteggi di Graziadio Ascoli, dimostrano comunque che in Italia lo studioso di sanscrito non aveva trovato interesse a impegnarsi nel far prosperare l’iniziativa, né da parte dei colleghi orientalisti, né tantomeno fra gli archeologi italiani”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In mostra cosa troviamo? “La raccolta di Francesco Lorenzo Pullè, composta da oggetti, fotografie e manoscritti acquistati in Vietnam, Sri Lanka e India tra il 1902 e il 1903, rappresenta il nucleo fondativo del <em>Museo Indiano</em>, che al suo interno aveva in effetti anche una stanza riservata alla conservazione dei manoscritti e dei testi a stampa, oggi entrati in larga parte nel patrimonio della Biblioteca dell’Archiginnasio.</strong> Una prima esposizione di parte della raccolta fu organizzata nel 1904, quando il Ministero della Pubblica Istruzione, ormai concluso l’acquisto della collezione, che sarebbe poi stata ripartita tra Comune e Università di Bologna. All’epoca della chiusura del <em>Museo Indiano</em>, intorno al 1935, tuttavia, una cospicua parte della raccolta di oggetti ritorno alla famiglia Pullè e, tramite il lascito del figlio Giorgio, è ora conservata presso il Museo di Antropologia dell’Università di Padova. L’intera collezione di oggetti e fotografie acquisita durante il viaggio nel continente asiatico da Francesco Pullè, prevalentemente composta da manufatti indiani, si contraddistingue per l’interesse mostrato non soltanto nei confronti dell’arte religiosa, ma anche per la scelta di materiali che appartengono all’ambito delle arti applicate, nel tempo scomparsi dalle esposizioni dei grandi musei, benché all’inizio del Novecento trovassero ampio spazio negli stessi contesti. È bene sottolineare, tra l’altro, che fin dal primo anno di attività del <em>Museo Indiano</em> la raccolta originale fu incrementata, grazie all’impegno delle autorità comunali e universitarie. Risale al 1908, infatti, l’acquisizione della significativa collezione di statue raffiguranti divinità del <em>pantheon</em> buddhista cinese, in gran parte esposte anche nella mostra <em>I volti del Buddha</em>, acquistate da un collezionista privato di cui sappiamo oggi soltanto il cognome, Pellegrinelli. Pare dunque evidente che Pullè volesse, nel tempo, far conoscere l’evolversi delle religioni asiatiche in senso storico e geografico, ma i suoi obiettivi erano persino più ambiziosi. <strong>Senz’altro entrarono infatti nella collezione permanente del <em>Museo Indiano</em> altre statue provenienti da Cina e Giappone, oltre altri oggetti di uso comune e mobilio, sempre acquisiti in Asia Orientale, che diedero forma compiuta al Museo ben prima della sua chiusura.</strong> In un articolo apparso su un quotidiano nel 1926, addirittura, a proposito dei mobili si affermava che provenissero dallo spoglio del <em>Palazzo Imperiale</em> di Pechino, avvenuto in seguito alla cosiddetta <em>rivolta dei Boxer</em>, quando anche un contingente militare italiano fu inviato in Cina. Difficile, se non impossibile, pensare che quanto scritto all’epoca possa essere vero, in ragione delle ricerche compiute in merito, ma di certo, anche grazie agli affidamenti temporanei di oggetti di cui siamo a conoscenza, a cominciare dai materiali di provenienza asiatica lasciati in eredità al Comune di Bologna dal conte Agostino Sieri Pepoli, nel complesso i visitatori del <em>Museo Indiano</em> potevano avere l’opportunità di conoscere gli aspetti peculiari delle forme culturali e artistiche dei principali paesi asiatici. All’epoca non mi risulta che in Italia ci fosse un’istituzione museale simile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65378 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-144x300.jpg" alt="" width="144" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-144x300.jpg 144w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-491x1024.jpg 491w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha.jpg 552w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />Insomma, un patrimonio storico e artistico di prim’ordine; ma perché la figura (e l’opera) del conte Pullè non viene adeguatamente celebrata in Italia? “Rispetto al <em>Museo Indiano</em>, è corretto dire che gli allievi di Pullè, alcuni dei quali si rivelarono essere tra i migliori studiosi di lingue indiane in Italia, come Ambrogio Ballini, altri persino tra i più validi interpreti della materia a livello europeo, se non mondiale, penso qui a Luigi Suali, erano già stati avviati all’insegnamento, anche grazie all’impegno del loro comune maestro, e avevano ormai da anni lasciato Bologna, divenuti a loro volta docenti di sanscrito in altre università italiane.</strong> La chiusura del Museo pare quindi essere avvenuta in primo luogo a causa dell’assenza di studiosi capaci di rilevare l’eredità del fondatore, deceduto solo un anno prima rispetto alla cessazione dell’attività del Museo Indiano. Certo, il clima politico e culturale, che si viveva in Italia a metà degli anni Trenta, non favorì in alcun modo una soluzione diversa, ma è opportuno osservare che, negli stessi anni in cui nasceva il <em>Museo Indiano</em>, <strong>Pullè fu oggetto di aspre polemiche in ambito accademico. Ricevette attacchi da colleghi orientalisti e da linguisti di varie università italiane, per motivi che si è potuto stabilire essere più che discutibili.</strong> Sebastiano Timpanaro, capace filologo e critico, ha saputo infatti ricostruire le vicende che contribuirono a escludere Pullè dagli studi etno-linguistici riferiti all’Italia, vista la forte opposizione di alcuni influenti colleghi, messa in atto con mezzi che fecero esprimere parole di netta censura dei loro metodi allo stesso Timpanaro. In ambito orientalistico, poi, l’opposizione a Pullè si servì di mezzi altrettanto spiacevoli, sanzionati perfino da un tribunale dell’epoca, a cui il fondatore del <em>Museo Indiano</em> si rivolse affinché gli fossero indirizzate pubbliche scuse, come in effetti avvenne. <strong>Ben conosciuto e assai apprezzato in contesti europei, come testimoniano i molti incarichi di prestigio ricoperti nel contesto delle varie edizioni del <em>Congresso Internazionale degli Orientalisti</em>, Pullè aveva forse ingenerato più di qualche sentimento d’invidia tra  i colleghi italiani, anche in virtù di una tempra piuttosto vivace, grazie alla quale si dimostrò essere un abilissimo organizzatore di iniziative culturali rivolte a un vasto pubblico,</strong> oltre al Museo Indiano, a tal proposito va ricordato anche l’impegno in favore della nascita dell’Università Popolare di Bologna, che senza dubbio lo fecero apprezzare assai poco da quei colleghi che erano più concentrati sui loro ottenimenti personali e meno inclini quindi a dedicarsi all’innalzamento culturale degli italiani di quanto non fossero impegnati ad accrescere il loro prestigio e le loro carriere. Anche per queste ragioni ritengo sia importante oggi far rivivere, anche se solo per qualche mese, la memoria di un italiano come Francesco Lorenzo Pullè. <strong>Mi auguro che in un prossimo futuro si possa procedere alla catalogazione delle sue corrispondenze, conservate oggi presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Forse si potrebbe iniziare già dal materiale disponibile, il diario di guerra, in cui si trovano note, non solo sulla vita militare, ma anche sulla sua attività accademica e politica di Pullè</strong>, essendo stato nominato da Giolitti senatore del Regno d&#8217;Italia nel 1913, oltre a riferimenti all’Università Popolare. La pubblicazione del diario potrebbe significare l’inizio di un nuovo capitolo negli studi sulla storia della cultura italiana del primo Novecento. Se venisse poi accompagnata da ricerche sulle corrispondenze conservate a Firenze, l’opera sarebbe davvero completa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Frammento di altorilievo, pietra, Sanchi (India),inizio I sec. d.C. Uno dei reperti visibili a Bologna, presso il Museo Civico Medievale, nell&#8217;ambito della mostra &#8220;I volti del Buddha&#8221;</em></p>
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		<title>Arbasino, il dandy di Voghera, in viaggio contro l’Italia e i suoi zombi</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 10:05:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alberto Arbasino. Niente preamboli. In medias res. Nel bel mezzo delle italiche cose&#8230; Tra inconsolabilità e consolazioni. Le opere di Alberto Arbasino da Voghera (a Milano, a Roma e a Parigi), dandy, “scrittore per scrittori” e cronista, abbondano, sin dai titoli, delle parole “Italia” e “italiani”: Fratelli d’Italia fa evidentemente il paio con We are [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Alberto Arbasino. Niente preamboli. <em>In medias res</em>. Nel bel mezzo delle italiche cose&#8230; Tra inconsolabilità e consolazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65175 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-1-180x300.jpg" alt="" width="114" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-1-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 114px) 100vw, 114px" />Le opere di Alberto Arbasino da Voghera (a Milano, a Roma e a Parigi), dandy, “scrittore per scrittori” e cronista, abbondano, sin dai titoli, delle parole “Italia” e “italiani”:</strong> <em>Fratelli d’Italia</em> fa evidentemente il paio con <em>We are the Champions</em> dei Queen; <em>Paesaggi italiani con zombi</em> solo per non ridondare non specifica <em>zombi italiani</em>; <em>Un Paese senza</em>, essendo queste le terribili liste delle cose di cui manca e di cui invece abbonda, Paese senza memoria, storia, passato, esperienza, grandezza, dignità, realtà, motivazioni, programmi, progetti, testa, gambe, conoscenze, senso, sapere, sapersi vedere, guardarsi, avvenire, Paese “senza memoria collettiva: con perdita generale e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva”, Paese “onirico senza nessi con la realtà né rapporti con l&#8217;esistente, senza resistenza ai ‘trips’ nell’immaginario, voltando le spalle a se stesso”, Paese ricolmo di violenza, ferocia, volubilità, intolleranza, incompetenza, incoerenza, arroganza, irresponsabilità, superficialità, conflittualità, aggressività, asocialità, criminalità, volgarità, vivacità, luttuosità, discorsi teorici e dibattiti astratti, villania e ladreria, banditismo, conformismo, scetticismo, parassitismo, opportunismo, macchiavellismo, trasformismo, senza dimenticare (per le casalinghe di Voghera) il caro vecchio dannunzianesimo, e ancora “la cosiddetta arte d’arrangiarsi, il presunto dolce far niente, […] la rivendicazione di privilegi a spese d’altri, […] la prepotenza e l’indolenza pubbliche e private, l’incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la superficialità camuffata da seriosità, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, […] le bande, le minacce, le vendette, gli agguati,  rapimenti, l&#8217;armarsi, il rinchiudersi, il far prigionieri, […] le guerre sbagliate, le battaglie costose, le ‘cause’ deliranti”, e poi ancora gli “apparati reali o virtuali di poteri televisivi, pubblicitari, finanziari, giudiziari, bancari, commerciali, regionali, sindacati, politici, demagogici, burocratici, automobilistici, oltre che ecclesiastici e canzonettistici, modistici e calcistici”, partite, sfilate, vitalizi, sovvenzioni e salotti letterari, molti zombi e pochi lettori, e ovviamente l&#8217;eterno giochino anacronistico: “Sinistra e Destra, con tutte le loro tradizionali albagie e allergie e bigiotterie abituali, rituali”, fondato su vecchie convenzioni ideologiche: “Praticamente convenzioni anacronistiche, illeggibili rispetto alle nuove costituzioni materiali”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 1979, il 1980&#8230; Poi il 1997, il 1998&#8230; Oggi invece?</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65176 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/paese-senza-208x300.jpg" alt="" width="125" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/paese-senza-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/paese-senza-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/paese-senza-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/paese-senza.jpg 828w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />“Oggi, la trasformazione parallela degli ex-ceti guida e degli ex-ceti rivoluzionari in ‘classe commentatrice’ illustra […] l’emergere della casta produttrice di ‘bla’. Con una analoga ‘cultura del risentimento’ […] vocale”. <strong>“‘Oggi c’è l’Italia!’ significa, per i più, che stasera gioca la squadra omonima. Preparare le birre e le bandiere. (Le vendono gli extracomunitari ai semafori)”,</strong> scrive Arbasino in apertura di <em>Paesaggi italiani con zombi</em>, e d’altronde parla quasi sempre d’Italia, anche se lo si vedrebbe meglio poter fare scorribande erotiche, gastronomiche e bibliografiche tra territori imperialregi, comuni e principati, ducati e marchesati. E invece eccolo vivere nella “Grande Discarica Italiana”. E invece eccolo in Versilia tra pietose femmine italiche&#8230; “Non mi piacciono le ragazze del mio paese” – “Le madri sono peggiori di qualunque cosa” (da <em>Le piccole vacanze</em> a fine anni Cinquanta). E invece lo si vede transitare per una Bologna sfigurata: il centro pieno di distese di barboni, ubriaconi e coglioni ovvero pseudo studenti sordidi, lugubri, nomadi, ibridi, tra cocci, cagnacci e stracci, gente da centri sociali antiglobalisti, antisociali, globalisti e graffitari, comunisti, casinisti antivitalisti. E invece lo si vede passare per una Milano italianizzata: la Milano “città col clima peggiore d’Italia e il tasso più alto nell’ossessione tradizionale e maniacale del ‘lavurà’; la Milano in cui “chi viene da fuori è umanamente portato a domandarsi, come Bruce Chatwin: ma che cavolo ci sto a fare qui?… E finite le incombenze, salutati gli amici […], si corre alla stazione o a Linate e si riparte per destinazioni chatwiniane o proustiane più gradevoli” e “[l]a Milano trovata ancora bella da Stendhal, per la sua ‘magnificenza civile’ austriaca e napoleonica, e un ‘ornato’ neoclassico e romantico di prestigio per tutti i cittadini, è diventata una delle più brutte città d’Europa esclusivamente per colpa dei milanesi”. Eppure a Milano si fatica ormai a trovare un milanese&#8230;<strong> Una Milano infatti per nulla “millesimata”, ma <em>mix</em> di stilisti, artistoidi e creativi, <em>suk</em> di africani, maomettani e gitani, “convivialità, contrabbando, accoglienze, trasgressioni, […] commerci abusivi, […] furti, licenziamenti”; droga, eroina o cocaina; mafia, russa o algerina; ma soprattutto italiana;</strong> e “controculture e multiculture marginali e trasversali e di confine senza doveri civili o fiscali sul territorio”; Milano buco e non figa, aggiorna il concetto Camillo Langone pochi anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche consolazione nella Padanìa (ì) di Longhi e di Arcangeli: Parma e Modena e Ferrara&#8230; Qualche consolazione nel ricordo dei grandi  tedeschi e austriaci: Bach e Bruckner e Mahler&#8230; Qualche consolazione negli echi di Parigi e della grande Francia: Balzac e Stendhal e Proust&#8230; Dubbio: “Balbec, o Castelfusano?” La Francia oppure Roma?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiede, tra dubbi faceti: “Ma come faranno questi, a non capire che anche l’indice dei nomi nel Saint-Simon della Pléiade è una lettura molto più attraente di qualunque romanzo finto dei loro amici simpatici, con le figurette che fantasticarono, vagheggiarono, supposero, presunsero&#8230; però intanto parlano sempre come nei film</strong> o sceneggiati dove non si riesce a ricordare una sola battuta – una!” Chissà.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi un altro dubbio&#8230; Questa volta su Proust.</p>
<p style="text-align: justify;">E se per caso fosse vissuto più a lungo? Avrebbe collaborato alla <em>NRF</em> vichista? Sarebbe rimasto in città come gran parte degli altri scrittori? Avrebbe ricevuto Ernst Jünger in divisa a discettare di fiori? Sarebbe stato sicuramente consapevole come Arbasino del fatto che “gli autori di sinistra collaborarono alla NRF con Drieu La Rochelle preparandosi a festeggiare gli americani da Maxim’s e al Ritz”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parigi o cara</em> e caro il politicamente scorretto, <em>à la</em> Jouhandeau e <em>à la</em> Montherlant, de <em>Le piccole vacanze</em> in cui Arbasino si dice sicuro che di ragazze ideali ce ne siano – non solo sognate –, per lo più quando ci si muove – quando si viaggia –, nelle vacanze al mare, al sole – fugaci entusiasmi –, poi vengono delusioni, grane – è meglio l’istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il resto, è litania italiana e italico orrore&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-65177 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1-206x300.jpg" alt="" width="124" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1-768x1119.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1-703x1024.jpg 703w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1-1320x1923.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-1.jpg 1597w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" />Le piccole vacanze</em> di Alberto Arbasino (frammento)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo di richiedere tanto. Ma l’esperienza fa un quadro pessimistico: ricordo troppe osservazioni sceme, ricordo troppe ragazze da cui non ho mai udito che l’espressione “he, he” (risatina gutturale); oppure “che matto!” (anche se in tono ghiotto) dopo che assecondando puntualmente le loro aspettative, si era stati lì a intrattenerle per ore continue. Si dirà che la memoria gioca il cattivo scherzo di conservare solo i ricordi sgradevoli degli incontri; ma questa impressione di silenzi grevi, di cervelli chiusi e netti, di “stare lì bella tranquilla” e basta, io non me la sono sognata. Si legge in ogni indizio il rudimentale calcolo: il bel nastro, il bel fazzoletto, sono per fare la carina adesso. Ma appena sono diventata una signora voglio un po’ vedere: “fare quel che voglio io”. (E dietro le spalle si profila sempre – l’ombra della madre ingombrante e trafficona, avida di imporsi e spadroneggiare con l’intrigo). Dopo quanto matrimoni si fa un controllo: dimenticato, scomparso, il fittizio interesse che lei mostrava, non so, per la musica, o la lettura, o la campagna, come mai esistito. Che cosa dire della sincerità di quell’atteggiamento?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure ci sono ragazze – nessuno chiede che “sappiano tutto” – ma sono in grado di sostenere una conversazione da treno, con i diversi argomenti che si toccano successivamente, come d’abitudine, senza ripetere una quantità insostenibile di luoghi comuni. E per esempio – non si pretende che siano al corrente con i <em>vient-de-paraître</em> – ma sanno perché Manzoni è diverso da D’Annunzio, sanno il nome dell’attuale presidente del consiglio (e forse anche se comanda più lui o il presidente della repubblica), sanno domandare una informazione stradale in qualche lingua straniera, conoscono alcune città importanti, hanno visto degli spettacoli, sono in grado di distinguere una cosa bella da una brutta, quello che si può dire e fare, e quello che è meglio di no. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche volta ho paura di esagerare; temo di giudicarle male, di lasciarmi influenzare dalle più serve, o da quelle delle città grosse, o conosciute in villeggiatura, che invece più spesso mi sembrano vicine al mio ideale, o addirittura al di là, le sofisticatissime che uno può anche incominciare a temere.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure no, non esagero; ogni volta che torno a considerarle da vicino, anche evitando i rovinosi confronti con quelle conosciute altrove, mi accorgo che avevo visto giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può anche riflettere che loro fanno certamente una vita scema, però anche noi le vediamo soltanto a pezzi, e in fondo non le conosciamo tutt&#8217;altro che bene […].</p>
<p style="text-align: justify;">Sì sì, però sono serve; camminano da serve; e davanti alle vetrine; e voltandosi in tralice, pronte alla critica; e al pettegolamento; a confidenze da comodino o da gabinetto; dicono “le estremità” invece dei piedi. E “il sacerdote” invece del prete. E come vestono; e come parlano; i film che vedono; e quel che ne capiscono, i commenti, dopo; i giornali che leggono; ogni loro discorso; e dietro sempre le ombre perenni e schifose delle madri; e le apparenze domenicali; proprio come le serve.</p>
<p style="text-align: justify;">[…] Se hanno studiato parlano di arte moda cultura politica, o male delle persone del proprio lavoro, le altre dicono le solite cretinerie da paese; e fanno le sciatte; oppure si vestono sportivamente, però male, anche la domenica, affettando disinteresse anche qui, ma poco sincero per chi ricorda i loro furiosi tentativi di eleganza, solo pochi anni addietro. Non riescono a ingannare nessuno: il loro pensiero è soltanto uno, riuscire a chiavare, lo palesa ogni loro discorso indiretto, o allusione, o confidenza, il cenno obliquo o la smorfia che fra loro si scambiano, la barzelletta grossolana raccontata senza garbo; e subito l&#8217;aria è più greve e mefitica. Fumano e bevono. E fra i diversivi d’ogni conversazione ritorna puntuale l’espressione sconcia. Chi ha fortuna in amore non pensa mai a queste cose perché non ne sente il bisogno, è sgombro, è tranquillo. Non le tollera.</p>
<p style="text-align: justify;">Come queste quasi megere in cui si notano soprattutto sudore e peluria si sarà trasformata fra qualche anno più d’una delle ragazzine che considero? Questo è sufficiente per commuovermi davanti alla loro stupidità cieca e indifesa. La povera topolina di oggi non sa proprio niente…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cosa vogliono, infine? Bisogna guardarsi dal semplificare banalmente. Se consideriamo quelle aspirazioni, il risultato curioso molto spesso è che noi le vediamo riposare soddisfatte proprio là dove noi sentiamo più vivo il pungolo a raggiungere di più e dell&#8217;altro. E puntualmente il contrario: di quante cose ci si sente comunque appagati, cose alle quali non si attribuisce importanza, secondarissime o meramente strumentali; ma queste medesime sono l&#8217;oggetto dei loro sogni e delle loro speranze più alte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora due parole e basta sullo spirito “classista” di certe ragazze. Si può intenderlo riassumendone i vari aspetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si allude soprattutto allo snobismo classificatorio, per cui loro vengono dividendosi in categorie infinite secondo quei pregiudizi di simpatie e antipatie che per noi è anche troppo facile definire come “dettati dall’utero” (pardon, “salpinge”). E così per esempio a seconda della posizione sociale o collocazione mondana della famiglia, o dell’arredamento della casa, o del tono delle “relazioni” o dell’eleganza personale; o secondo la bellezza, le gambe, le calze, l’autorità o la timidezza, il successo con i ragazzi e il peso delle parentele bene e delle amicizie tradite. Anche se nei nostri riguardi mostrano generalmente compatta la loro solidarietà di gruppo, quante complicate storie di alleanze rovesciate e improvvisi abbandoni si intuiscono, vedendo regger la coda a una o isolarne un’altra. È molto difficile tener dietro ai repentini mutamenti d’umore; “Ma fino a ieri eravate amiche, non passavate giorno senza vedervi”. “E adesso non ci salutiamo più”.</p>
<p><strong><em>Alberto Arbasino</em></strong></p>
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		<title>Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle</title>
		<link>https://www.pangea.news/francesca-serragnoli-la-poetessa-che-con-le-briciole-costruisce-le-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 05:28:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due eventi particolari mi riportano tra le poesie di Francesca Serragnoli, che amo tanto. Il primo è la pubblicazione, su “Buenos Aires Poetry”, la rivista diretta dal poeta Juan Arabia, un caposaldo della ricerca lirica in Argentina, di una silloge di poesie di Francesca. Il secondo è il passaggio di Francesca, qualche giorno fa, su [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-serragnoli-la-poetessa-che-con-le-briciole-costruisce-le-stelle/">Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Due eventi particolari mi riportano tra le poesie di <a href="http://www.pangea.news/bisogna-rimanere-almeno-qualche-secondo-niente-appesi-dialogo-francesca-serragnoli-emily-dickinson-sul-comodino/" target="_blank" rel="noopener">Francesca Serragnoli</a>, che amo tanto. Il primo è la pubblicazione,<a href="https://buenosairespoetry.com/2018/11/19/de-el-costado-donde-posar-un-hijo-francesca-serragnoli/" target="_blank" rel="noopener"> su “Buenos Aires Poetry”</a>, la rivista diretta dal poeta Juan Arabia, un caposaldo della ricerca lirica in Argentina, di una silloge di poesie di Francesca. Il secondo è il passaggio di Francesca, qualche giorno fa, su Rai Uno, nella trasmissione <a href="https://www.raiplay.it/social/video/2018/12/Il-caffe-di-Rai-1-dac0ecc5-4413-4c5f-9d07-f1b8386e0087.html?wt_mc=2.www.fb.raiplay_ContentItem-dac0ecc5-4413-4c5f-9d07-f1b8386e0087.&amp;wt" target="_blank" rel="noopener">“Il caffè di Raiuno”.</a> La puntata è andata in onda alle 6 di mattina, io auspico che poeti come Francesca siano in primo piano nei tiggì di prima serata, ma anche questo è un segno, nel deserto dell’era. Ad ogni modo, mi par buono, a supporto della straordinarietà di questa poesia, della sua forza di ulcera e cristallo, pubblicare una riflessione intorno all’opera di Francesca, senza altra ‘notizia’ che la necessità di leggerla. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Preliminari. Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972 e la topografia riveste una certa importanza nel suo lavoro poetico.</strong> Francesca Serragnoli ha pubblicato due raccolte di versi, <em>Il fianco dove appoggiare un figlio </em>(ora Raffaelli, 2012) e <em>Il rubino del martedì </em>(Raffaelli, 2010), che confluiscono, in parte, in un libro con testi inediti, <em>Aprile di là </em>(LietoColle/Pordenonelegge, 2016). La sua opera, riconosciuta da svariati premi, è presente in diversi reperti antologici tra cui <em>Nuovissima poesia italiana </em>(Mondadori, 2004). <strong>Francesca scrive poco. In questa radiosa rarità non c’è posa ma nitidezza di disciplina. Francesca si aggira nella poesia italiana con uno straccio per veste:</strong> raduna le briciole, e con le briciole costruisce le stelle, una mappa degli astri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65136 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-214x300.jpg" alt="" width="126" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-768x1079.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Poiché siamo provati dal quotidiano, dalle domande maliziose di tutti i giorni – una prova che perdiamo sempre per emottisi di indulgenza – Francesca con pochi elementi, scabri, sa fare la verticale e la vertigine. </strong>“Il buio è un insetto che fa il morto/ rivive se lo bacia il fuoco”. Proprio così: il buio non potrebbe essere altro che insetto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le associazioni non sono mai occasionali o effimere, un frinire retorico. Le parole sono vere solo all’ombra del loro significato – il senso va estratto con un brivido di cabbala. </strong>“Gli anni diventano/ vespe rade che ciondolano in tondo/ davanti a un nido chiuso da uno straccio”; “Ogni respiro è una bandiera/ bianca davanti a Dio”; “Stringo il sonno come una vecchia corda”; “Il temporale pesava come una lapidazione”. Il bisogno di afferrare le cose nella loro struggente lucentezza – fino a ferirsi. D’altronde, leggere Francesca Serragnoli comporta ferirsi le mani lungo le linee del palmo, e deviarne la fortuna e le curve, a colpi di rasoio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere nello stato chino, da inginocchiati, sperimentando una più pura povertà. Leggere, insomma, da analfabeti e da sconosciuti agli affetti e agli affari:</strong> solo così la poesia agirà come uno sciacallo della notte nel nostro corpo, ripulendo le carcasse.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Citando la parola, così rètro, ora, <em>abatjour</em>, vado al rotolio di versi di Francesca Serragnoli che amo di più.</p>
<p>Non è ridere incidere col coltello<br />
una bocca morta.<br />
Dentro questo vietnam girato a spalla<br />
lascio all’abatjour indicare<br />
un fioco pallore di luna<br />
attendere bambina piegata sul prato<br />
i grilli uscire dal buco del cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola <em>abatjour</em> ha un suono magico in Francesca, che va al di là del suo significato – <strong>i poeti fanno così, s’innamorano spasmodicamente di alcune parole che risuonano nell’arpa delle loro costole.</strong> La reminiscenza shakespeariana – da Macbeth: “ci sono coltelli nei sorrisi” – è forse inconscia, la grammatura del dramma. Per la prima volta il Vietnam, così, con la lettera minuscola, diventa una emozione nuova, una inedita esperienza del sentire, prossima – in ciò che risuona dentro di me – all’accoglienza dell’azzeramento, <strong>al niente come ultimo grado dell’amare (con “i grilli” che escono “dal buco del cuore”). I grandi poeti fanno così: danno forma, con parole mai udite prima, a sentimenti sconosciuti.</strong> Scavano nella salina del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è poeta – ce ne sono così pochi ora – non ha genealogie e le misture bibliografiche sono soporifere. Il poeta non ha generalità né genesi: accade.</strong> In Francesca si precipita fino alla rivoluzione astrale delle giunture. Giunge e immerge il giorno sotto le palpebre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se si hanno “fili scoperti in faccia” vuol dire che si è pronti a tutte le elettricità.</strong> La gloria è nella screpolatura del quotidiano, dell’ordinario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65137 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-214x300.jpg" alt="" width="126" height="177" />Proprio di fronte alla catastrofe ci si ostina al compito – l’apocalisse non ci sorprende, è come la sequenza di un giorno qualsiasi.</strong> “Loro sanno/ che ogni sera/ Dio le guarda/ ma continuano/ con la spugna in mano/ a pulire perfettamente il tavolo/ fino a far ingelosire la luce”. In un racconto riuscito, Richard Matheson ha un pensiero simile. Il racconto s’intitola <em>L’ultimo giorno </em>e racconta l’ultimo giorno sulla Terra: un asteroide si avvicina al nostro pianeta, destinato a esplodere. Mentre gli umani si perdono in orge e violenze, la madre del protagonista, come se niente stesse accadendo, prepara la cena ai figli, sparecchia, lava i piatti. Non è frustrata, non ha nulla da recriminare: ha sempre fatto ciò che desiderava, ha scelto di compiere un servizio che porta fino in fondo, senza fierezza, con decisione. E infine guarda il cielo dell’ultimo giorno, “Dio cala un sipario sfarzoso sulla nostra commedia”, sussurra, abbracciando il figlio. “Sedevano là, sui gradini della veranda, la sera dell’ultimo giorno; e sebbene il fatto non avesse poi molto senso, si volevano tutt’e due molto bene”. Quel bene, minuscolo e duro, vince sulla fine del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sull’argine della sera, quando non abbiamo più parole per identificare la disperazione o l’orrido degli oranti, bisogna leggere Francesca. </strong>Per capire, semplicemente, che getto siamo, che altezza ci separa dal nostro destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tanta umiltà da farci congiungere le mani in forma di vaso: basta sapere che ad abbeverarsi verrà il lupo, il mostro.</strong> Francesca sa che gli angeli sono carnivori, che tra confessione e confondere c’è solo l’anatema di un ciglio verbale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive fino a farsi misera, piccolissima, fino a sparire </strong>– la scrittura avanza verso il lettore cancellando il viso dell’autore. Scrive fino a starti tra le mani, in tasca, nei capelli, Francesca. La scrittura è smisurata, ma scrivere è esercizio di umiliazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tanto cerchi di stanare la poesia di Francesca Serragnoli, tanto lei sfugge, “eppure mi raccogli”, scrive.</strong> Ma è lei a raccoglierci – più la leggiamo più ci facciamo piccoli e puri, una fiala di luce, e lei ci mette sopra gli occhi, come un sovrappiù di palpebra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Basta retorica: Antonio Megalizzi non è morto per l’Europa, era nel posto sbagliato nel momento peggiore. Contro gli sciacalli di ogni parte e partito, qualche dubbio sui fatti di Strasburgo</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2018 10:20:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È il momento degli sciacalli. Di destra. Di sinistra. Di centro. Dotati di intelletto o portatori inconsapevoli di neuroni in numero imprecisato e collegamento dadaista, un sirtaki di sinapsi in libera uscita. Antonio Megalizzi è morto, riposi in pace. Mi hanno insegnato a fare così di fronte all’ultimo passo, al miglio definitivo: si piange in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/basta-retorica-antonio-megalizzi-non-e-morto-per-leuropa-era-nel-posto-sbagliato-nel-momento-peggiore-contro-gli-sciacalli-di-ogni-parte-e-partito-qualche-dubbio-sui-fatti-di-strasburgo/">Basta retorica: Antonio Megalizzi non è morto per l’Europa, era nel posto sbagliato nel momento peggiore. Contro gli sciacalli di ogni parte e partito, qualche dubbio sui fatti di Strasburgo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È il momento degli sciacalli. Di destra. Di sinistra. Di centro. Dotati di intelletto o portatori inconsapevoli di neuroni in numero imprecisato e collegamento dadaista, un sirtaki di sinapsi in libera uscita. <strong>Antonio Megalizzi è morto, riposi in pace. Mi hanno insegnato a fare così di fronte all’ultimo passo, al miglio definitivo: si piange in silenzio, da soli. Fuori, dignità.</strong> I quattro quinti abbondanti di quelli che hanno già proclamato il 29enne giornalista trentino un martire d’Europa, santo patrono delle Commissione UE e del Trattato di Schengen, immaginetta laica dell’Erasmus e di quanto è bello girare senza dogane e senza dover cambiare i soldi a ogni destinazione. Roba da pro loco globale, la Mastercard delle meravigliose sorti e progressive che ci spettano. <strong>“È morto per l’Europa”, dicono gli uni. “È morto per le porte aperte di questa Europa, vittima del terrorismo islamico”, controbattono gli altri. L’unica certezza, a casa mia, è che sia morto. A 29 anni. Con un proiettile sotto la nuca, alla base del cranio. Inestraibile. Inoperabile.</strong> Sicuramente amava l’Europa. Amava viaggiare. Amava il giornalismo. Amava la sua fidanzata. Sarà stato, immagino, entusiasta ed eccitato per quel viaggio, breve ma intenso. Sotto Natale, particolarmente magico nelle città del Nord.<strong> È morto, colpito da un proiettile in testa. Non al fronte. Né per combattere chi vuole distruggere l’Europa in nome dell’egoismo e dei nazionalismi, né per contrastare l’avanzata dei nuovi Saladino, dei cui kebab sono piene proprio le città, aperte e cosmopolite, che forse per questo piacevano tanto ad Antonio.</strong> Città che cozzano contro la guerra di civiltà. Ma anche contro la miopia da Trattato di certe istituzioni, incapaci di vedere la fame perché storicamente sazie. E, in quanto tali, chiamate a decidere il menù per tutti. <em>Ça va sans dire</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A mio avviso, più prosaicamente, Antonio è morto perché era nel posto sbagliato al momento sbagliato: lo so, non c’è eroismo, né epica nel fato, nel caso, nella fatalità. Ma tant’è. Antonio è morto, perché era al mercatino di Natale invece che in un bistrot o in una libreria o in Chiesa o chissà dove.</strong> Magari, dentro all’Europarlamento, bloccato da un contrattempo o intrattenuto da una discussione che lo appassionava. O solo da una colite per colpo di freddo. Se però vogliamo scendere sul piano ideale, allora bisogna avere il coraggio di dirla tutta. O non dico la verità, perché non mi arrogo il diritto di averla a portata di mano. Quantomeno, l’intera narrativa, però. Perché c’è un punto di connessione fra i due sciacallaggi in atto: ovvero, il contesto tragico in cui si è inserita la morte di Antonio ha molto a che fare sia con la presunta minaccia islamica all’Europa, sia con la sopravvivenza della stessa nella forma che conosciamo<strong>. Se Antonio è morto per l’Europa, lo ha fatto inconsapevolmente. E non per un’ideale alto di Europa, popolare, democratica, basata su lavoro e merito, solidarietà ma anche doveri, arte e libertà. No, è morto non cercando affatto la <em>bella morte</em>, per garantire allo <em>status quo</em>, rappresentato a meraviglia dai contrapposti sciacallaggi, di restare tale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ci si muove lungo i confini incerti delle oscure vie in cui lo Stato, inteso come potere e non come governo, si autoperpetua e supera le crisi, il rischio è sempre lo stesso: essere bollato, <em>sic et simpliciter</em>, di complottismo. Ovunque si innalzano sopraccigli accusatori e beffardi, sarcastici sorrisi di compatimento e le mani cominciano a roteare nell’aria, mimando il gesto della tua fantasia da scrittore di <em>spy-stories</em> che vola, libera e in preda ai suoi deliri, nell&#8217;ìperuranio della dietrologia, nel mondo parallelo dell’irrazionale. Un po’ insultante, un po’ caso psichiatrico. Spesso, a ragione, giova dirlo. Perché c’è chi di questa patologia ha fatto una professione, intravedendo complotti giudaico-massonici anche nello sfortunato caso in cui calpesti una merda sul marciapiedi, sicuramente piazzata lì dalla CIA per oscure finalità che si scopriranno solo decenni dopo, ad archivi aperti. C’è però dell’altro. C’è il fatto che appare strano come, i medesimi fustigatori di altrui paranoie, ad ogni livello di credibilità esse compaiano all’orizzonte, siano però i primi a citare, ogni qualvolta il calendario della loro gioventù mal invecchiata glielo ricordi, gli <em>Scritti corsari</em> di Pier Paolo Pasolini per inchiodare al muro delle responsabilità da sceneggiato televisivo lo Stato per ogni nefandezza anti-democratica dal 1945 ad oggi. <strong>Quel <em>io conosco il nome, io so</em> di Pasolini risuona come il più scontato ma anche azzeccato dei <em>j&#8217;accuse</em> da aperitivo impegnato, da vernissage per rivoluzionari carenti di mobili propri per fare le barricate, come li definirebbe Ennio Flaiano</strong>, da saggio di fine anno per orgogliosi detentori di superiorità morale, declinata in modo e tempo di sopportazione delle prime cinque righe di un editoriale di Eugenio Scalfari. Scusate l’ardire ma Pier Paolo Pasolini, nel tratteggiare in punta di sanguinante e dolente sacrificio morale e civile le responsabilità dello Stato e dei suoi uomini in stragi come Piazza Fontana o la stazione di Bologna o Piazza della Loggia o l’Italicus o Ustica o il rapimento Moro, cosa faceva di diverso da quelli che vengono con scherno definiti ‘complottisti’? <strong>Dava basi scientifiche al suo pensiero? No, meramente morali e politiche. Acqua nell’acqua, sabbia che si mischia alla spiaggia quando i castelli crollano, per i soloni del realismo, per coloro i quali ‘lo Stato non fa certe cose’.</strong> Almeno, i maratoneti del complotto 2.0 studiano, si informano, diventano alla bisogna artificieri, ingegneri, piloti d’aereo, periti balistici, medici autoptici: tutto da autodidatti, tutto sulla Rete. Ma, almeno, ci provano a dare basi scientifiche ai loro dubbi. Eppure, c’è il gap: <strong>il <em>j’accuse</em> senza nomi di Pier Paolo Pasolini è Vangelo, il resto è lestofante letame che tenta di insozzare la nobile battaglia. Quale, di grazia? Ma quella che vede Antonio ‘martire d’Europa’ o ‘martire dell’invasione jihadista’: a scelta, intercambiabile.</strong> Un po’ deboluccia, come accusa. Non tanto a livello assoluto, quanto nel più triviale riscontro con il minimo sindacale di intelligenza necessaria a mettere in fila le discrepanze e le anomalie dell’ennesimo ‘attentato islamista’ nel cuore d’Europa. Ammesso e non concesso che si abbia la voglia e il coraggio di farlo, questione differente e ben più delicata. Vediamolo, per sommi capi, questo ‘attentato’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solito copione: delinquente comune, radicalizzato in galera, noto a polizia e servizi di sicurezza e bollato, per questo, con la lettera ‘S’ sul dossier criminale. E non un criminale alla prima rapina: 27 condanne in 36 anni di vita tra Francia, Germania e Svizzera. Solitamente, uno così quando succede qualcosa è il primo che la polizia va a cercare: perché o c’entra qualcosa o, comunque, sa qualcosa.</strong> E infatti, doveva essere arrestato martedì mattina, il giorno dell’attentato. Hanno fatto irruzione a casa sua ma hanno trovato solo delle armi, fra cui delle granate, pare: lui era già latitante. Per poco, perché la sera è riemerso dall’ombra e ha colpito al cuore, nel centro cittadino, nell’affollatissimo mercatino di Natale (grazie al cielo, non così pieno, trattandosi di in un giorno feriale).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché, sapendo che un pericoloso latitante era in circolazione e probabilmente con un piano da compiere (visto cosa hanno trovato in casa), cui il blitz del mattino ha impresso giocoforza un’accelerazione, non si è chiuso il mercatino, bersaglio privilegiato della città alsaziana, insieme all’Europarlamento e alla vicina Cattedrale? Non si voleva turbare l’atmosfera natalizia e gettare nel panico la gente?</strong> Meglio il panico o i morti e i feriti stesi per strada? O magari si dava per certo il fatto che il blitz lo avrebbe fatto desistere dal suo intento? In questi casi, non si ipotizza. Perché le ipotesi uccidono. E che dire del fatto che il nostro attentatore, il nostro lupo solitario, sparasse alla testa con perizia da cecchino, pur agendo con la concitazione imposta dall’accelerazione del piano programmato, in penombra, di fretta, da solo e con bersagli più o meno in movimento, almeno dopo il rumore del primo colpo? Sparava alla testa. E in due casi, con precisione tale da aver ucciso: un turista thailandese e Antonio. Pare, poi, che dopo l’attacco, l’attentatore fosse ferito a una mano. Vero? Falso? Poco importa. Si sa per certo, invece, che è fuggito dal luogo dell’attentato in taxi, ovviamente dopo aver gridato il rituale ‘Allah Akbar’. Magari lo ha anche pagato, il taxista. <strong>Certamente, lo stesso taxista appare strano come personaggio: accompagni a casa un terrorista islamico che ha appena fatto una strage e poi non dici nulla alla polizia? Già, perché prima di ammazzarlo fra le vie in cui viveva, gli inquirenti hanno mobilitato 700 uomini per un giorno e mezzo, ipotizzando che fosse riuscito a fuggire in Germania.</strong> Il taxista forse non si era accorto di aver accompagnato a casa un tipo sospetto, che aveva appena gridato ‘Allah Akbar’, fuggendo dalla scena di una sparatoria piena di gente urlante, forse con una mano ferita ma, soprattutto, con una pistola in mano? O forse la polizia non ha ascoltato il taxista, se non dopo 36 ore? Fatica a rintracciarlo? Eppure si tratta di Strasburgo, non di Città del Messico o Los Angeles.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Io so</em></strong><strong>, come Pasolini, che un terrorista che deve compiere un attentato, non rischia di farsi beccare e mandare tutto a monte per fare una rapina pochi giorni prima (oltretutto essendo stranoto alle forze dell’ordine, proprio per reati comuni), motivo che invece aveva fatto scattare la perquisizione del mattino nel suo alloggio, stando alla versione ufficiale.</strong> Vogliamo prendere in esame, in linea teorica, l’ipotesi che fosse riuscito a fuggire oltreconfine? In quel caso, <em>io so</em> che devi essere Mandrake per superare il confine, se sei solo, ferito, a piedi (dubito potesse aver optato per l’espatrio in taxi), con le frontiere blindate e qualche centinaio di poliziotti che ti sta dando la caccia. <strong>Oppure, puoi godere di una rete di supporto di livello straordinario. Molto, molto straordinario. Quasi istituzionale. O militare. </strong>Perché se il blitz mattutino ha accelerato il piano dell’attentato, significa che quella rete è in grado di attivarsi ai massimi livelli praticamente in tempo reale, anche con cambi di piano criminale quasi dell’ultimo minuto. Viene da pensare. Ma solo pensare. Perché, come tutti gli altri ‘lupi solitari’, a parte lo strano Salah Abdelslam (cui immagino sarà, prima o poi, riservata una silenziosa ‘cura Stammheim’ stile Baader-Meinhof), l’attentatore è morto. <strong>Ammazzato in un blitz, nel suo quartiere. Da dove non si era mai mosso. E, cosa più importante, fra gli applausi della gente, finalmente sicura e <em>libera dal male</em>. E i morti, si sa, non parlano. Se non nelle autopsie. Ma quelle non fanno notizia.</strong> Ma quelli perbene, i realisti, la gente che non cede al pressapochismo del dubbio un tanto al chilo, soprattutto quando non conviene, loro non hanno dubbi: Antonio è morto per l’Europa. O per mano dello jihad che vuole minareti al posto del Duomo. Eppure, <strong>questi stessi proclamatori di martiri laici a cadavere ancora caldo, lo sanno chi c’era in via Fani la mattina del rapimento Moro e della mattanza della sua scorta. Lo sanno che andò via la linea della SIP. Che non c’era la solita macchina di pattuglia all’angolo ma, in compenso, c’era il capo addestratore di Gladio nei paraggi. È storia degli atti giudiziari, non dietrologia.</strong> E lo sanno che non si scomodano sicari in trasferta per sparare – con Browning celate nei sacchetti del supermarket per non lasciare in giro bossoli rivelatori – a Fausto e Iaio, una fredda sera di marzo del 1978 al Casoretto, Milano operaia di nebbia e rabbia. E, soprattutto, non gli si spara come killer professionisti per un dossier sullo spaccio di eroina. Ma per ragioni di toponomastica legata a una strada, via Montenevoso: al numero civico 9 abitava Fausto Tinelli, mentre al numero 8 – proprio di rimpetto rispetto alla sua camera da letto – si trovava il covo milanese delle Brigate Rosse, dove il 1 ottobre dello stesso anno furono ritrovate le carte originali del <em>memoriale Moro</em>. Lo sanno, i nostri difensori del buon senso e del pensare onesto, che qualcosa quadra poco. <strong>E lo sanno che il DC9 dell’Itavia in viaggio da Bologna a Palermo la sera del 27 giugno del 1980 non fu abbattuto da un piccione kamikaze o da una bomba così intelligente da calcolare anche i ritardi cronici dei trasporti italiani. E lo sanno che i servizi segreti, nostrani e non, giocarono sporco con la strage di Piazza Fontana, quantomeno a livello di despistaggi. Lo hanno scritto sui loro giornali.</strong> Qualcuno andò oltre, scrisse che la strage era di Stato e che Calabresi era responsabile della morte dell&#8217;anarchico Pinelli. Il tutto, in tempi in cui il piombo era pane quotidiano e sassolino che la Storia si levava volentieri dalla scarpa bucata e <em>oversize</em> dell’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, però, negano. Negano che ciò possa accadere anche altrove, più in grande, più schematico e malvagio, istituzionalmente accettabile. Forse, perché erano piromani e ora sono pompieri, la <em>meglio gioventù</em> si è fatta grande, si è fatta classe dirigente.</strong> E certe cose, sono come le dita nel naso: si fanno ma non in pubblico. E, soprattutto, non si ammettono. Come l’eskimo ben riposto nell’armadio, al fianco di un fila di grisaglie. <em>Ma il cuore è lo stesso di allora!</em> Tutti complottismi, Antonio è morto per l’Europa! No, Antonio è morto per fatalità. O, volendo andare oltre e affidandosi alla buona fede, per una sesquipedale catena di incompetenze, incapacità, leggerezze e dilettantismi degli apparati di sicurezza francesi. E ho detto buona fede, perché quella è la migliore delle ipotesi. La peggiore ma non poi così peregrina – se si è appunto creduto in passato che a Piazza Fontana non sia esplosa una caldaia o che appare un po’ lunare che cervelloni dell’intelligence vadano a Gradoli invece che nella più vicina e probabile (e conosciutissima ai Servizi, ivi domiciliati in incognito) via Gradoli – è quella che esista non un piano, magari ma una strategia, sì. <strong>Proprio come quella della tensione, programmata a tavolino per contenere il ‘pericolo rosso’ e, magari, porre le basi per la svolta autoritaria, se la situazione l’avesse richiesto. È normale. Solo spietata e machiavellica ragion di Stato, non un complotto.</strong> Ne è piena la Storia, a volerla leggere tutta e non saltando le pagine scomode. Addirittura, uscendo dai patrii confini e planando nel sonnacchioso Belgio, ontologica patria della nebbiosa noia dell’essere e del mal di vivere, intervallata solo da segrete e peccaminose perversioni di provincia magistralmente narrate dalla penna di Georges Simenon, si scopre che lo Stato copulò a lungo con il peccato originale della Brabante Vallone, banda <em>sui generis</em> di rapinatori di supermercati che si scoprì poi essere l’emanazione criminale di Gladio per destabilizzare il Paese in chiave filo-Nato attraverso la solita, ritrita, polverosa ma sempre efficace coltre della paura permanente da stendere sui corpi tremanti dell&#8217;opinione pubblica. È Storia, anche questa. <strong>Come è storia il Bataclan e la strana proclamazione dello stato di emergenza in Francia, già pronta sul tavolo di un François Hollande di ritorno in auto blindata e con scorta dallo Stade de France, quando però ancora nella sala concerti fischiavano i proiettili.</strong> È cronaca, se preferite. E ad avere tempo e voglia, fra Londra e Bruxelles e Barcellona, di incongruenze che hanno il sapore antico della riproposizione pedissequa – ancorché attualizzata in chiave jihadista (unica eredità lasciata dai neocon al mondo, prima di dar vita al loro <em>morphing</em>) – dello schema destabilizzatore, ce ne sono a quintali. Altro che <em>Scritti corsari</em>, ci si potrebbe scrivere l’<em>Enciclopedia britannica</em>! E nella mia infinita bontà, in questo caso rasente l’oltraggio al buon senso, <strong>evito di citare la stranissima coincidenza che ha visto la quinta giornata di protesta nazionale dei ‘Gilet gialli’ tramutarsi in un rumoroso incontro fra pochi intimi, anni luce dal caos della settimana precedente. Nel mezzo, un Emmanuel Macron in versione <em>mea culpa</em> ma con nel taschino un bel sondaggio spazza-Front National e lo stato di emergenza, pronto a essere ripristinato. E Strasburgo. Ma lo evito, è solo una coincidenza.</strong> Non è però che questa storia del complottismo da irridere e scacciare come lebbrosi dal tempio della buona creanza democratica non sia altro che incapacità di vedere oltre il proprio naso o, peggio, connivenza con una narrativa che fa comodo, come pattine per evitare che la merda schiacciata dall&#8217;ospite insozzi il tuo tappeto? <strong>Non è che, in punta di onestà – merce rara! – non si voglia guardare conradianamente in faccia l’Orrore e si preferisca travisarlo, spesso in maniera caricaturale, con la <em>kefiah</em> e la sciabola oltraggiose e mediaticamente piene di <em>allure</em> del nemico jihadista? Quanti mesi è stata l’Europa senza attentati ‘islamici’ nelle sue capitali? Tanti. La gente se ne era scordata.</strong> Perché cominciava a perdere il poco lavoro che c’era, perché temeva l’erosione del potere d’acquisto più che il Califfato, il lavoro in nero e la paga da fame più che i kamikaze, l’incertezza economica e sociale più che l’islamizzazione dei nostri valori (fra cui, appunto, lo sfruttamento di massa). Tanti mesi, nel tranquillo silenzio dei quali cominciavano a circolare cattivi pensieri nella testa della gente. Dubbi. Domande. Addirittura, messe in discussione. <strong>Forse troppi giorni e mesi, a ben pensare, perché sia credibile la vulgata della guerra dichiarata da Allah contro i nostri valori e la nostra civiltà. Che cazzo di guerra è, quella che vede una battaglia ogni sei mesi? L’IRA o l’ETA facevano passare mesi fra un attentato e l’altro, per caso? O le stesse Brigate Rosse? E qui parliamo di un Califfato intero, un network mondiale che può contare, stando a quelli che sanno come gira il mondo, su migliaia e migliaia di militanti, fra cui addestratissimi <em>foreign fighters</em> di ritorno da Siria e Iraq.</strong> E non ditemi, per carità del buonsenso, che nel frattempo le intelligence hanno sventato un ‘enne’ numero di attacchi, senza che noi nemmeno lo si sappia: altrimenti, spiegatemi il capolavoro di stupidità di Strasburgo, ultimo di una lunga fila. E magari, dopo averlo proclamato martire d’Europa o della novella Lepanto, a vostra scelta, spiegatelo a parenti e amici di Antonio, i quali infatti hanno chiesto disgustati il rispetto della privacy. E del dolore. <strong><em>Io non so</em> chi fosse Antonio. Probabilmente era il bravo e intelligente ragazzo che raccontano. <em>Io so</em> però che si è trovato suo malgrado nel posto sbagliato al momento sbagliato. E che magari sì, è morto per l’Europa. Ma non proprio nel senso eroico che le contrade contrapposte dello sciacallaggio intendono.</strong> Perché, piaccia o no, lorsignori del negazionismo e della versione ufficiale come unica realtà, branditori di comodi, acuminati ma al tempo stesso tranquillizzanti rasoi di Occam per anime troppo sensibili e barbe da accorciare per non pungere, hanno ragione. Lo Stato non fa certe cose. Ne fa di peggiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mauro Bottarelli</em></strong></p>
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		<title>“Fu il pittore italiano preferito da Francis Bacon, penso che basti…”: su Leonardo Cremonini, l’artista imprendibile. Dialogo con Roberta Crocioni</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2018 09:47:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La delicatezza di respingere il tempo si lega inestricabilmente alla nostalgia per la vita primitiva, la realtà magica sostituisce quella ordinaria, s&#8217;impone così una nuova categoria, fatta di scacchi matti che intimidiscono le zone fredde di un eterno presente. L’approssimarsi della tempesta dei sensi confluisce a Panarea, isola verde e acque limpide, la più piccola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La delicatezza di respingere il tempo si lega inestricabilmente alla nostalgia per la vita primitiva, la realtà magica sostituisce quella ordinaria, s&#8217;impone così una nuova categoria, fatta di scacchi matti che intimidiscono le zone fredde di un eterno presente. <strong>L’approssimarsi della tempesta dei sensi confluisce a Panarea, isola verde e acque limpide, la più piccola delle Eolie. Questa specie di straniamento prese Michelangelo Antonioni, quando nel 1959 girò diverse sequenze de <em>L’avventura, </em>prima però fu Leonardo Cremonini (Bologna, 26 novembre 1925 &#8211; Parigi,12 aprile 2010), a posare lo sguardo sull&#8217;incontaminato lembo di paradiso</strong>, che innamorato dei suoi grandi spazi silenziosi, acquistò una casa a Drautto, la fetta di terra affacciata verso Lipari. La sua pittura è una favola oscura dettata da eccitanti interferenze: inizia a dipingere paesaggi del luogo, in prevalenza rocce vulcaniche, insenature in cui si mimetizzano donne dal ventre rotondo, come pietrificate; le figure vegetali come le agavi dalle foglie carnose, quelle animali come squartamenti di bestie, agnelli, cari al Carracci in fase manierista.</p>
<figure id="attachment_64209" aria-describedby="caption-attachment-64209" style="width: 232px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64209" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/cremnini2-291x300.jpg" alt="Cremonini" width="232" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/cremnini2-291x300.jpg 291w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/cremnini2-600x618.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/cremnini2.jpg 720w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /><figcaption id="caption-attachment-64209" class="wp-caption-text">Leonardo Cremonini, &#8220;Les sens et les choses&#8221;, 1968</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dagli anni Sessanta in poi l’immaginario si sposterà su una serie di interni: camere da letto, stanze da bagno, variazioni di specchi con corpi femminili, sorprese di <em>voyeurisme</em> che ammiccano a Bonnard, in <em>La toletta </em>del 1908<em>;</em> alternata a stabilimenti balneari, reggiseni slacciati, sedie a sdraio, ma in particolare bambini dai volti sinistri, posseduti da un certo incanto orrorifico</strong>, armati di secchiello in spiaggia, giocano festosi in acqua o bendati a mosca cieca, oppure attraversano le strisce pedonali. Ciò che più colpisce è l’aver creato un palinsesto di colori rifrangenti, con uno spettro che va dal fucsia in clima <em>dancehall </em>al violetto da <em>livor mortis</em>, dall’arancio tuorlato a quello polverizzante da nucleo solare. Nei dipinti spira la vertigine di uno spaesamento erotico, il desiderio nei suoi tagli, nelle quinte, nei primi piani, indica una volontà di velata provocazione – segno della vivacità intellettuale del pittore –, pronta a brillare fosforescente fuori dalla tela. Egli stesso conosce la forza dei propri occhi, ama turbare lo spettatore, vuole sconvolgere quello più inibito e riluttante, prima lo spia con innocenza, infine lo risucchia col suo lungo sguardo penetrante. Il dominio pittorico ruota attorno a questa sensuale ipnosi, che insiste sul risveglio di contrasti organici e insieme meditativi: in <em>Les sens et les choses </em>del 1968, l’amore è esausto, il piede dell’uomo sfinito, ma continua a ribollire, sulle pareti della stanza ha straripato con tutti i suoi eccessi, come colatura di lava. <strong>Svuotamento da cui rimane in vita solamente la donna, l’unica a sapersi moltiplicare, attraverso i riflessi di uno specchio o di un vetro di finestra. Senza rimedio si svolge la chiave del suo incastonato squilibrio: in <em>Le Départ </em>del 1972-1973, lungo scompartimenti e corridoi di treni dalle tinte baltiche, sfila la latitanza <em>noir </em>di passeggeri che sembrano fantocci di cera</strong>, c’è sempre il sospetto che dietro queste figure umane possa comparire un demone impassibile. O ancora in <em>Treni Incrociati, </em>del 1972, la condizione di esilio dei bambini dagli occhi morbosi, specchiati in due convogli, forse fermi, affiancati, in direzioni opposte, sottintende la stesura di un enigma, sul punto di partire. Seppur grato alla lezione surrealista,<strong> Cremonini è un pittore imprendibile, tocca spostare tutti i suoi accenti per pronunciarlo nel modo giusto, ora si posa sulla metafisica, ora fugge sulla neofigurazione o sull’iperrealismo pop, Quintavalle lo definisce «sensibile retore», Althusser azzarda, proclamandolo «pittore astratto», Eco si avvicina ponendogli sul capo l’incoronazione narrativa, forse è solo un classico, timido ma molto audace</strong>, ossessivo e ossessionato, dunque pervicacemente contemporaneo, specializzato in brucianti azioni di sabotaggio psichico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima mostra su Cremonini è stata allestita lo scorso novembre a Parigi, all’interno de La Galerie T&amp;L<em>, </em>per celebrare il lungo sodalizio affettivo con la capitale francese, in Grecia, nonostante la dipartita, i numerosi allievi lo ritengono ancora un artista imprescindibile, a cui attingere continuamente la luce sorgiva, in Italia invece siamo i primi a dimenticarlo. Roberta Crocioni, la moglie di Leonardo, per questa clamorosa mancanza, non ne è affatto stupita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai il nostro paese non si è accorto di un pittore così prezioso? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In quegli anni l’interesse era rivolto all’esperienza informale, questa corrente artistica era appena esplosa, Leonardo era già controcorrente, poi non ebbe il tempo per emergere qui, perché <strong>già dal 1951 si trasferì a Parigi grazie alla vincita di una borsa di studio sostenuta da Mario Sironi ed Elio Vittorini. Francis Bacon diceva che era il suo pittore italiano preferito</strong>, può bastare questa affermazione per comprendere il peso della sua opera.</p>
<figure id="attachment_64210" aria-describedby="caption-attachment-64210" style="width: 246px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64210" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Cremonini-300x252.jpg" alt="Cremonini" width="246" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Cremonini-300x252.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Cremonini-600x503.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Cremonini.jpg 620w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /><figcaption id="caption-attachment-64210" class="wp-caption-text">Leonardo Cremonini avrebbe compiuto 93 il 26 novembre; è morto a Parigi il 12 aprile 2010</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partiamo dalle origini. Il padre lavorava nelle ferrovie, il suo passatempo era la pittura, fu lui a trasmettergli l&#8217;amore per l&#8217;arte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, fu suo padre Luigi a stimolarlo con amore a dipingere, anche<em> en plain air</em>. Passavano insieme lunghi pomeriggi sulle colline bolognesi. <strong>Nel 1936 Luigi fu trasferito a Paola,</strong><strong> in Calabria</strong><strong>, perché rifiutò di partecipare alle adunate fasciste, lì ci fu la grande scoperta della luce mediterranea, della luce del Sud</strong> che accompagnerà Leonardo nei suoi quadri per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali furono i suoi maestri di riferimento? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Principalmente due: Giorgio Morandi e Guglielmo Pizzirani, entrambi insegnavano all&#8217;Accademia Clementina di Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bologna, subito dopo Milano, dove frequentò l’Accademia di Brera, poi a Parigi, grazie ad una borsa di studio, dove trascorse la maggior parte del suo tempo, viaggi negli Stati Uniti per continue esposizioni, per alcuni anni soggiornò a Panarea. La citt</strong><strong>à </strong><strong>a cui fu legato maggiormente? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dall’estate del ’51 fino al ’55 alternava Parigi con Ischia. Poi passò due anni consecutivi della sua vita a Panarea, scoperta del mondo vulcanico, con tutte le sue asperità e i suoi colori bruciati. <strong>Leonardo in quel periodo dipinse come un forsennato. L’ha amata molto perché è stata fonte di ispirazione naturale e immediata. New York invece era una città stupefacente, sempre in piena crescita, venne introdotto da </strong><strong>Henri Cartier Bresson,</strong> <strong>Francis Bacon,</strong><strong> Enrico d’Assia.</strong> Ma è Parigi, la città a cui fu legato di più, la prima ad adottarlo, allora fu il centro culturale più vivo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti esponenti della scena letteraria europea, tra i quali Alberto Moravia, Umberto Eco, Louis Althusser, Michel Butor, studiarono con grande interesse l’opera di Cremonini, quali erano invece gli autori che amava leggere? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi che ha citato, i surrealisti francesi, i <em>Canti </em>di Leopardi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I pittori con cui andava d&#8217;accordo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bacon su tutti. Nutriva poi grande ammirazione per le opere dei suoi amici Giacometti e Balthus.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paesaggi marini, interni metafisici, luoghi balneari, ma soprattutto bambini, osservatori letali della tela, ci spiega questo eccezionale attaccamento? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel ’63 l’estrema sorpresa: da Giovanna Madonia, sua prima compagna, nacque suo figlio Pietro, la presenza giocosa e commovente del bambino avrà nei suoi quadri la stessa contraddizione della vita: l’infanzia ladra di libertà e la condizione adulta, prigioniera del disagio sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quale occasione vi siete incontrati per la prima volta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nati tutti e due a Bologna con ventidue anni di differenza, <strong>abbiamo fatto lo stesso liceo artistico con gli stessi professori, ma ci siamo incontrati per la prima volta solo nel ’72, nuotavamo in mare, a Panarea</strong>, dove casualmente anche mio padre comprò casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa trovò in lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Subito mi colpì l’intelligenza, l’energia, la curiosità negli occhi, la bellezza ed il suo essere sempre <em>outsider</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche lei è pittrice. Vi siete mai influenzati vicendevolmente? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La sua pittura è unica al mondo, non somiglia a nessuna ed io ho l’esempio della sua intensità, <strong>osservandolo, ho cercato di fare del mio meglio. Dipingevamo nello stesso appartamento, ma in due studi separati da un pannello</strong>, a causa dell’odore dell’acquaragia che adoperava, a volte svenivo (ride).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suo marito, nel tempo, perse progressivamente l’uso della vista, come cambiò il rapporto con la pittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni ’60 perse la visione centrale di un occhio e lentamente nel tempo la sua vista diminuì, ma questo non riuscì mai ad impedirgli di compiere la sua pittura luminosa. Riconosceva una sua tela da un’altra senza alcuna difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale fu l’ultima mostra a cui partecipò?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ad Atene, fu una retrospettiva delle sue opere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi Leonardo Cremonini avrebbe compiuto novantatré anni, quando guarda un suo dipinto, a cosa pensa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come se nulla fosse cambiato, mi sento ancora in vita con lui.</p>
<p><strong><em>Augusto Ficele</em></strong></p>
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		<title>Dialogo con la lapide di Guido Morselli (d’altronde, chiacchierare con i morti galvanizza la vita)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 04:15:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Mi fa sempre gli scherzi”, mi dice, la giornata è calda – un caldo innaturale, come se gli ultimi ghepardi dell’estate abbiano deciso di accovacciarsi proprio qui, nella piana di Varese – il cielo è così azzurro che azzera ogni memoria – e lei ha una treccia tra i capelli e il profilo acheo, sfiato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Mi fa sempre gli scherzi”, mi dice, la giornata è calda – un caldo innaturale, come se gli ultimi ghepardi dell’estate abbiano deciso di accovacciarsi proprio qui, nella piana di Varese</strong> – il cielo è così azzurro che azzera ogni memoria – e lei ha una treccia tra i capelli e il profilo acheo, sfiato nell’incredibile, sembra la mia gemella. Glielo aveva detto, un tot di anni fa – sette, se non ho capito male – Mario, il fratello di Morselli – è volata fino agli Stati Uniti per trovarlo, piangere, parlare, rimembrare e regalargli l’orologio del papà – “diamoci un appuntamento in quel meraviglioso luogo che lei certo conosce a Giubiano, laddove… ho intenzione di trascorrere lunghi anni di pace silenzio e serenità”. Giubiano è un cimitero, e non è poi così dissonante la vitalità di questa ragazza nel regno dei morti.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Andiamo a trovare Guido”, mi fa. Sono andato a prenderla a scuola, come fossi la mamma. Guido Morselli.</strong> In qualche modo, ho percorso la via ‘morselliana’. Bologna – dove nasce, è Ferragosto, è il 1912 – Milano – dove cresce, fin da bimbo – Varese – dove muore, sparandosi, nell’estate di 45 anni fa. Forse non è un caso. Intendo: che agosto ci faccia visita in tardo ottobre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al posto di un mazzo di fiori, le foglie. Linda si ferma, rapita dal caldo, elettrizzata dalle intuizioni, e raccoglie le foglie.</strong> Gialle. Belle. Alate. Un mazzo di foglie al cimitero. Le foglie morte, gialle, sembrano più vive dei fiori recisi, queste grida pacchiane che offendono le narici dei morti. “Fa sempre così… mi fa sempre gli scherzi…”, dice, elettrica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Linda ha rivissuto e ricostruito la storia di Guido Morselli: dopo la laurea in suo nome, ha pubblicato, nel 2009, le <em>Lettere ritrovate </em>(Nuova Editrice Magenta), ha trovato una manciata di testi sparsi, smarriti, ha scritto una biografia colta, informata, integralmente intelligente – per ora inedita – dello scrittore di <em>Dissipatio H.G. </em>Me la leggo rifacendo Morselli a ritorno – Verese, Milano, Bologna. Che bellezza: l’epistolario con Calvino, le perplessità di Vittorio Sereni, lo snobismo di Luciano Foà, le lettere a Benedetto Croce, <strong>quella vipera di Piero Chiara che malsopporta la fama postuma di uno scrittore diametralmente opposto a lui, antipatico e virile, virtuoso nel cinismo e virile in generosità.</strong> Povero Chiara, come dargli torto: un aforisma di Morselli rischia di mandare al rogo una pila dei suoi romanzi rococò.</p>
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<figure id="attachment_63647" aria-describedby="caption-attachment-63647" style="width: 254px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63647" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/RITRATTO-DI-GUIDO-MORSELLI-300x215.jpg" alt="Morselli" width="254" height="182" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/RITRATTO-DI-GUIDO-MORSELLI-300x215.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/RITRATTO-DI-GUIDO-MORSELLI.jpg 600w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /><figcaption id="caption-attachment-63647" class="wp-caption-text">Guido Morselli è morto nel 1973; subito dopo, il suo successo letterario</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Mi sorprende la testimonianza di Dante Isella, il critico imperiale, apprezzato da Morselli. “…anche se i nostri rapporti hanno avuto modo poi di approfondire una conoscenza e una amicizia, in tutti gli anni successivi, Morselli non ebbe mai volontà o occasione di parlarmi di questo suo lavoro di narratore…”. Come si sa, Morselli è l’emblema dello scrittore postumo, quasi volutamente postumo – nonostante abbia avuto una aristocratica fame di fama. Nei decenni, Morselli è diventato una specie di scherno, di accusa all’idiozia editoriale italica, prima ostaggio dei baroni – e degli amici degli amici dei politicanti – ora un parto dell’ignoranza becera. <strong>Ma il punto penso sia più in là. I grandi scrittori intrattengono un rapporto autenticamente agonistico, di antagonismo con il pubblico, con il pubblicare. Senza questa crisi – sono un fallito?, tutti fanno schifo o sono io lo scandalo ambulante?, che senso ha scrivere, perché qualcuno dovrebbe leggermi soggiacendo all’imperio del mio genio? –</strong> la scrittura – perfino quella raffinata, tecnicamente adatta, edotta – resta sulla soglia del benaccetto. La grande scrittura, invece, è inaccettabile: reclama lo stordimento dal torpore, una smembrata ribellione.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Francamente, non sono uno che va per tombe – per altro, non sono un fan di Morselli.</strong> Morselli mi affascina come uomo – ovviamente – la sensualità del perduto. L’opera l’ho frequentata poco – acceca l’avventata immaginativa, l’anomalia, l’angelica sfida – in una turbata solitudine – a decapitare il benestare letterario. Cees Nooteboom, in un libro molto bello edito da Iperborea, <em>Tumbas</em>, racconta che ha girato il mondo per onorare le tombe dei suoi scrittori preferiti. Con uno scrittore si parla autenticamente quando è morto, dopo essersi perduti e ritrovati nella sua opera.</p>
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<p style="text-align: justify;">Comunque, Linda vuole così, Giubiano, io la assecondo, con cavalleresco stupore. I cimiteri mi danno serenità – da quanto tempo non vado a trovare mio padre, non sono ancora andato a salutare Simone, e sono passati nove anni, e Marco<strong>… Nei cimiteri leggi un nome, fai alchimia con le lettere, ti immagini un destino. Poiché tutto è finito, qui ogni volto può avere infinite possibilità. </strong></p>
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<p style="text-align: justify;">Il mausoleo dei Morselli. Altorilievo, in cima, a ornare il timpano. Linda mi mostra la tomba della mamma di Morselli, Olga, morta che lui aveva dodici anni; poi la sorella Luisa, amatissima, che muore nel 1938. Linda parla. Mi mostra la tomba del fratello di Guido, Mario, con una certa commozione – le pagine del viaggio statunitense sono tra le più intense della sua biografia.<strong> I caratteri dei nomi sono incisi e dipinti di azzurro, alcune lettere spiccano in rosso. Forse dovremo assemblarle in modo da dare avvio a una nuova generazione. </strong></p>
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<p style="text-align: justify;">“Morselli non voleva stare con i suoi…”, mi dice Linda. Poi parte a cercare la tomba del grande scrittore, nato postumo, che ha cercato – con un certo sano sadismo – l’incomprensione. “Mi fa sempre gli scherzi…”, dice. Giriamo mezzo cimitero. Ognuno vaga per le proprie memorie – un cimitero implica un impegno nel rimorso, una vittoria sui rancori e le ricriminazioni. “Mi fa gli scherzi e non si fa trovare”. Il gioco dura un pezzo. La troviamo. <strong>La lapide è barbarica, netta, senza frasi pietose né fotografia. Cruda come l’uomo che vi è sepolto. Sopra la tomba, a terra, un ciclo di rose e rampicanti.</strong> Sembra un letto per amanti angeliformi. Cosa si può dire a un morto? Ai morti, piuttosto, bisogna dare ascolto.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Che faccia ha Morselli, ora? Intendo: i morti, che faccia hanno? Forse sono bestie, piccole volpi bianche, oppure sciami di serpi, che fluttuano di notte sulle nostre palpebre.</strong> Magari api, a ronzarci i desideri. Forse sono voci, i morti, bisbiglii, anatemi, implorazioni; o forse l&#8217;aldilà è un oceano e i morti sono pesci, a spirale. Linda, che traffica con gli andati, lo sa, forse. Ma io non domando, io devo ancora capire che viso ho, io.</p>
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<p style="text-align: justify;">Mentre guardo la lapide – nitida come ciò che non smette di attenderci – Linda sale le scale, brevi, del mausoleo Morselli. <strong>“Da qui si vedono&#8230;”, mi dice. Intende dire che da lì i parenti riescono a spiare un pezzo della tomba di Guido. Che rapporti hanno, da morti, tra loro, gli uomini non più umani? </strong>Noi abbiamo una idea dantesca dell’aldilà: i morti hanno volti e fattezze simili a quelle che avevano in vita. E se fossero altro, se non ricordassero nulla, se fossero liberi, fieramente, di sé, potendo essere tutto il resto? Se potessero capire, ora, ciò che gli era precluso, allora? Se una riconciliazione è possibile… La scrittura, forse, è una dannazione: una corda che perennemente lega il morto alla vita.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>La <em>i </em>di <em>Morselli </em>se l&#8217;è mangiata il suo estro: <em>Guido Morsell </em>è un nome dandy per i sette cieli e i trentatrè paradisi, farà voglia ai santi.</strong> Il caldo esagita le ombre: mi pare che la <em>i </em>di Morselli sia volata via, che indisciplina. Bisognerebbe inventarsi un racconto con protagonista &#8216;Guido Morsell&#8217;, o raccontare di Morselli che ha preso e morsi e a borsellate la sua sua <em>i</em>, non voleva saperne di essere un nome qualunque, lui.</p>
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<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto la tomba di Morselli, mi pare così viva la sua opera. <strong>Come una specie di <em>memento</em>, fotografo una lapide, con fotografia del defunto, nome, data di nascita e morte, sollevata a mezz’aria da una carrucola.</strong> Chissà dov’è il corpo del defunto, mi dico, forse è scappato. Bisogna calare con una tenerezza più profonda tra i morti. Dovrebbe essere una abitudine, una disciplina: passeggiare tra i morti, questa folla di nomi che ti sommerge.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Linda crede negli oracoli, nella posizione degli astri rispetto all’infima volontà della nostra nascita, nei vaticini e nelle premonizioni</strong>. Io penso al privilegio della mortalità, che ci fa vivere con i denti negli occhi. Solo chi ha sofferto a lungo, traendo la gioia dalla tragedia, sa penetrare vite così tenebrose come quelle di Morselli, senza affogare. Questo non lo dico, però, perché parla sempre Linda, con i vivi e con i morti, il silenzio le pare troppo squillante. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
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