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	<title>archeologia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Gli antichi non raccontavano favole. Parte seconda: Omero a Ḫattuša</title>
		<link>https://www.pangea.news/omero-hattusa-christian-allasino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2025 03:56:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Allasino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si è visto in un articolo precedente, Troia VI e Troia VIIa presentano dimensioni compatibili con i coevi centri di medie dimensioni del Tardo Bronzo. Tuttavia, è difficile stabilire su basi puramente archeologiche se una guerra sia davvero avvenuta. Per dare una risposta a questa domanda, occorre fare ricorso a evidenze di altro tipo. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/omero-hattusa-christian-allasino/">Gli antichi non raccontavano favole. Parte seconda: Omero a Ḫattuša</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><a href="https://www.pangea.news/scavi-troia-iliade-allasino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Come si è visto in un articolo precedente,</a> Troia VI e Troia VIIa presentano dimensioni compatibili con i coevi centri di medie dimensioni del Tardo Bronzo. Tuttavia, è difficile stabilire su basi puramente archeologiche se una guerra sia davvero avvenuta. Per dare una risposta a questa domanda, occorre fare ricorso a evidenze di altro tipo. In primo luogo, alcune semplici constatazioni logiche. Come sostiene Joachim Latacz, autore di un libro dal titolo&nbsp;<em>Troia und Homer</em>, è estremamente improbabile che gli oltre 700 nomi di eroi tramandati dall’<em>Iliade</em>&nbsp;nei due cataloghi (quello delle navi e quello degli alleati dei Troiani) e nelle varie genealogie, che noi stenteremmo a definire “poetici”, siano interamente frutto dell’immaginazione creativa di Omero. Ciò è a maggior ragione vero nel caso di quegli etnonimi che hanno dei doppioni che si trovano in alternanza tra di loro per semplici ragioni metriche (per esempio, Dardani/Troiani, oppure Achei/Danai/Argivi).&nbsp;</p>



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<p>In secondo luogo, la ricostruzione interna. Come noto, i poemi omerici presentano una notevole sovrapposizione cronologica dovuta a secoli di trasmissione orale. Ad esempio, lo scudo a torre di Aiace Telamonio, re di Salamina, rimanda al periodo delle tombe a fossa (1600-1475 a. C. circa) ed è descritto con espressioni assai arcaiche. Protomicenei sono anche altri elementi dell’equipaggiamento militare: i cimieri a coda di cavallo, le lance di undici cubiti, l’elmo a zanne di cinghiale, le spade a borchie d’argento…</p>



<p>Queste armi sono di bronzo, non di ferro, e il ferro è menzionato per lo più come metallo prezioso, anche se talvolta compare anche come elemento di uso comune, come nell’VIII secolo. I guerrieri omerici combattono sul carro da guerra, anche se sembrano ignorarne la funzione: esso è adoperato come una specie di taxi, dal quale gli eroi scendono per combattere.&nbsp;Inoltre, si parla spesso di leoni, animali presenti in Grecia solo in età micenea (altroché le ambientazioni baltiche di Felice Vinci!). Infine, nell’<em>Iliade</em>&nbsp;vi è una compresenza di inumazione e cremazione, proprio come nell’Anatolia dell’Età del Bronzo, Troia compresa.&nbsp;<strong>La νέκυια richiama i rituali ctoni ittiti e i funerali di Patroclo avvengono esattamente come i funerali dei re ittiti:</strong>&nbsp;prima il corpo del defunto viene depositato su una pira, poi le braci ardenti vengono spente con il vino, infine le ossa vengono immerse in un vaso pieno d’olio e avvolte nel lino.</p>



<p>Quanto alla scrittura, l’unica menzione di essa si ha nel VI libro dell’<em>Iliade</em>, quando Glauco racconta la storia del nonno Bellerofonte. Antea, moglie di Preto, si era innamorata di Bellerofonte, che la respinse. Ella si vendicò calunniandolo presso il marito, che diede a Bellerofonte una tavoletta contenente parole di morte da consegnare al re di Licia. Molto probabilmente, si tratta di una scrittura pittografica o sillabica, su tavoletta appunto, e in ogni caso sembra un elemento in un certo senso strano.</p>



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<p>Una prova ben più convincente del fatto che i fatti narrati nell’<em>Iliade</em>&nbsp;siano da collocare nell’Età del Bronzo è il Catalogo delle navi (<em>Iliade</em>&nbsp;II, 484-789), che contiene in totale 178 toponimi, suddivisi in 29 contingenti.&nbsp;<strong>I Greci di età classica erano incapaci di collocarne sulla mappa quasi un quarto, il che è un chiaro indizio del fatto che questi centri furono abbandonati in seguito al crollo dei palazzi micenei e nell’VIII secolo a. C. erano ormai deserti.</strong>&nbsp;Se fossero stati ancora popolati, o se il Catalogo fosse stato compilato da un geografo dell’VIII secolo, essi sarebbero rimasti nella memoria collettiva dei Greci in quanto parte dell’<em>epos</em>&nbsp;nazionale. Inoltre, il contesto geografico del Catalogo, che esclude le Cicladi e l’intera costa occidentale dell’Asia minore da Troia ad Alicarnasso con le tre isole di Lesbo, Chio e Samo, si spiega solo ammettendo che esso sia precedente rispetto alla colonizzazione greca del 1100-1050 a. C. circa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="855" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_-1024x855.png" alt="" class="wp-image-104385" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_-1024x855.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_-300x250.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_-768x641.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_-600x501.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Homeric_Greece-en.svg_.png 1438w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">In verde gli Achei; in giallo gli alleati dei Troiani.</figcaption></figure>



<p>Infine, il metro stesso in cui sono scritti i poemi omerici, l’esametro, risale a un’età antichissima, forse addirittura anteriore ai primi palazzi micenei, come dimostra un verso come Μήριονής Ἀταλάντος Ἐνίαλιῴ ἀνδρειφόντῃ, che presenta una struttura metrica irregolare:</p>



<p>&nbsp;—&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| — — — | —&nbsp;∪&nbsp;∪</p>



<p>Esso si spiega soltanto presupponendo una forma *<em>Mārionās ḫatalantos Enuwaliō<sup>i</sup>&nbsp;anr̥q<sup>w</sup>hontā<sup>i</sup></em>, che avrebbe invece uno schema metrico regolare:</p>



<p>&nbsp;—&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;|&nbsp;&nbsp;—&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;| —&nbsp;∪&nbsp;∪&nbsp;|</p>



<p>Tale forma non può essere posteriore al XV secolo a. C. Un caso simile riguarda la formula λιποῦσ’ἀνδροτῆτα καὶ ἥβην, con la quale vengono descritte le morti di Patroclo e di Ettore (<em>Iliade</em>&nbsp;XVI, 857 e XXII, 363), che allo stesso modo presuppone una forma che conservava ancora la sonante indeuropea e in cui l’epentesi non era ancora avvenuta.&nbsp;Inoltre, in Omero si conserva l’antico genitivo in -οιο &gt; -οο, che dev’essere scomparso intorno al 1050 a. C. (per esempio: Ἴλιοο προπαροίθεν, con ŏ breve anziché lunga come nella desinenza di età classica -ου /ō/).&nbsp;<strong>Insomma, le storie di alcuni personaggi, come Achille e Patroclo, potrebbero essere state cantate già nel XV secolo a. C., e quindi essere più vecchie di Omero di ben 800 anni!</strong></p>



<p>Quanto all’altro catalogo, quello degli alleati dei Troiani (<em>Iliade</em>&nbsp;II, 816-867), assomiglia curiosamente all’elenco dei 22 alleati della confederazione di Aššuwa, sconfitta dal re ittita Tutḫaliya I nel tardo XV secolo a. C. Il nome Aššuwa è stato messo in relazione ora col coronimo Ἀσία ora con la città di Ἄσσος, nella Troade meridionale. La stessa entità politica comparirebbe anche in lineare A (scrittura minoica non ancora decifrata) nella forma&nbsp;<em>A-su-ja</em>&nbsp;e&nbsp;nelle fonti egiziane nella forma&nbsp;<em>Isy</em>, attestata nella&nbsp;<em>Stele poetica</em>&nbsp;o&nbsp;<em>Inno della vittoria&nbsp;</em>e negli&nbsp;<em>Annali</em>&nbsp;di Thutmosi III (1479-1425 a. C.). Nella prima opera, il faraone vanta il possesso di gran parte del mondo conosciuto, compresa appunto&nbsp;<em>Isy</em>, mentre negli&nbsp;<em>Annali</em>&nbsp;egli racconta di aver ricevuto un&nbsp;<em>‘inw</em>, cioè probabilmente un dono più che un tributo, da&nbsp;<em>Isy</em>, nel suo trentaquattresimo, trentottesimo e quarantesimo anno di regno, nella sua nona, tredicesima e quindicesima campagna, cioè rispettivamente nel 1445, nel 1441 e nel 1439 a. C. I beni scambiati (cavalli, rame, piombo, avorio e lapislazzuli) sono originari dell’Anatolia nord-occidentale, o comunque ivi diffusi, pertanto possiamo ipotizzare che&nbsp;<em>Isy</em>&nbsp;coincida con Aššuwa. Del resto, forme come&nbsp;<em>A-si-wi-ja</em>&nbsp;e&nbsp;<em>A-si-wi-jo&nbsp;</em>(o, in una variante più tarda che ha già perso la semiconsonante /w/,&nbsp;<em>A-si-ja-ti-ja</em>) sono attestate anche nelle tavolette in lineare B di Micene, Pilo e Cnosso e nell’<em>Iliade</em>&nbsp;ci sono due personaggi di nome Asio (Ἄσιος &lt; *Ἄσϝιος): uno è il re di Arisba, figlio di Irtaco (&lt; itt.&nbsp;<em>ḫartaggaš</em>&nbsp;‘orso’?) e Arisbe, alleato dei Troiani, che viene ucciso da Idomeneo nel canto XIII, l’altro un guerriero frigio, figlio di Dimante e fratello di Ecuba.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-104386" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Lion_Gate_Hattusa_01.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La &#8220;porta dei leoni&#8221; ad Ḫattuša, Turchia</figcaption></figure>



<p>Il catalogo degli alleati dei Troiani si chiude con la Licia, mentre l’elenco dei membri di Aššuwa si apre con […]-ukka, che i più interpretano come Lukka, cioè appunto la Licia. Più avanti, si legge [K]arakiš[a], nome ittita della Caria, anch’essa presente nel catalogo omerico. Infine, la lista si chiude con due nomi che hanno suscitato un grande dibattito tra gli ittitologi: Wilušiya e Tarwiša. Il primo è stato messo in relazione con l’omerico Ἴλιος, il secondo con Τροΐη. Ma perché allora Wilušiya e Tarwiša compaiono come due entità separate? Una possibile soluzione è che il primo fosse un astionimo mentre il secondo un coronimo, ossia che il primo indicasse la città e il secondo la circostante regione della Troade.</p>



<p>In ogni caso, Tutḫaliya sconfigge la coalizione nemica e afferma di aver deportato circa 10000 soldati e 600 coppie di cavalli nella capitale Ḫattuša; tra questi, Piyama-Kuruntiya, forse il capo della coalizione, suo figlio Kukkulli e un altro suo parente di nome Mala-Ziti. I primi due vengono posti al servizio del dio della Tempesta, mentre Kukkulli viene liberato e diventa vassallo degli Ittiti, non si sa se nella stessa regione o in un’altra regione, dove poco dopo si ribella, viene sconfitto nuovamente ed è condannato a morte. Una spada con l’immanicatura piegata di modello egeo donata da Tutḫaliya al dio della Tempesta testimonia la veridicità del racconto del sovrano ittita.</p>



<p>Una volta sconfitta, Aššuwa scompare quasi del tutto dalle fonti, se si fa eccezione per un passo degli&nbsp;<em>Annali</em>&nbsp;di Arnuwanda I, successore di Tutḫaliya, che probabilmente fa riferimento a eventi precedenti. Nelle fonti egizie,&nbsp;<em>Isy</em>&nbsp;si trova anche nelle liste dell’epoca di Seti I (1294-1279 a. C.), di Ramesse II (1279-1213 a. C.) e di Ramesse III (1184-1154 a. C.), che però si ritiene siano copie tarde senza alcuna aderenza alla realtà. Memoria delle campagne di Aššuwa potrebbe essere conservata proprio in un episodio dell’<em>Iliade</em>, la battaglia di Teuthrania, durante la quale Achille ferisce Telefo, re di Misia, che si pensa avvenga proprio alla foce del Caico, possibile confine meridionale di Aššuwa.&nbsp;<strong>Il nome stesso di Aššuwa potrebbe derivare dall’ittita&nbsp;<em>aššu</em>&#8211; ‘cavallo’, il che ci darebbe una perfetta eziologia della leggenda del cavallo di Troia.</strong></p>



<p>Quanto a Wilušiya, o meglio Wiluša, com’è nota nei documenti più tardi, compare altre sette volte nelle fonti ittite. La prima è il celebre trattato siglato da Muwatalli II con un certo Alakšandu di Wiluša. Nel preambolo storico di questo trattato si legge che Wiluša era stata conquistata da un&nbsp;<em>Labarna</em>&nbsp;ittita (<em>Labarna</em>&nbsp;è un titolo onorifico, come&nbsp;<em>Augusto</em>&nbsp;o&nbsp;<em>Cesare</em>) e poi c’era stata una rivolta in tutta Arzawa, cioè in tutta l’Anatolia occidentale, in tempi di cui non si ha più memoria. Wiluša, però, aveva continuato a mandare regolarmente ambascerie presso il regno di Ḫatti e Tutḫaliya I l’aveva risparmiata proprio in virtù di questi legami di amicizia (dal momento che questo passo frammentario appare in lieve contraddizione rispetto a quanto si è detto precedentemente riguardo alla lega di Aššuwa, potrebbe trattarsi di un tentativo da parte del re ittita di minimizzare eventi accaduti in passato a scopo diplomatico). Kukkunni (= Cicno, alleato di Priamo dal nome luvio trasformato da Zeus in cigno per etimologia popolare?), predecessore di Alakšandu, era stato risparmiato dalla campagna contro Arzawa di Šuppiluliuma (seconda metà del XIV secolo a. C.), ma adesso Alakšandu aveva chiesto aiuto contro Maša (probabile nome ittita della Meonia, a sua volta il nome antico della Lidia) e gli altri suoi nemici. Muwatalli aveva mandato il generale Kaššu e riconquistato la città, notizia confermata anche dalla terza fonte, la lettera di Manapa-Tarḫunta, nella quale il re del Paese del fiume Šeḫa, un piccolo potentato nella valle dell’Ermo (attuale Gediz), si scusa per non aver preso parte alla spedizione.&nbsp;</p>



<p>Il trattato di Alakšandu è un trattato di subordinazione: Alakšandu diventa il quarto re dell’area di Arzawa (Anatolia occidentale) insieme con il già nominato Manapa-Tarḫunta del Paese del fiume Šeḫa e con altri due sovrani, Kupanta-Kuruntiya di Mira e Ura-Ḫattuša di Ḫapalla. I due contraenti si garantiscono protezione a vicenda contro possibili minacce da Karkiša, Maša e Lukka, cioè Caria, Meonia e Licia. L’aspetto più interessante è che Alakšandu è sicuramente la forma anatolica (ittita o luvia) di un nome greco, Ἀλέξανδρος, letteralmente ‘protettore di uomini’, attestato anche come&nbsp;<em>A-re-ka-sa-da-ra</em>&nbsp;in una tavoletta in lineare B da Micene. Alessandro è il secondo nome di Paride, che a sua volta è stato messo in relazione col nome di uno scriba luvio,&nbsp;<em>Pari</em>-LÚ, da leggersi&nbsp;<em>Pari-ziti</em>. L’elemento&nbsp;<em>Pari</em>&#8211; potrebbe essere equivalente all’elemento&nbsp;<em>Pariya</em>&#8211; presente in un altro nome significativo,&nbsp;<em>Pariya-muwa</em>, letteralmente ‘dall’eccezionale coraggio’, forse all’origine del nome Priamo. Nessuno sosterrebbe che l’Alakšandu del trattato coincida con il personaggio omerico (del resto, nell’<em>Iliade</em>&nbsp;Paride non è il re di Troia ed è figlio di Priamo, non di Cicno!), ma è significativo che questo nome sia attestato proprio a Wiluša, perché potrebbe essere stato un nome dinastico. Potrebbe trattarsi di una sorta di titolo indicante una carica, come l’ittita&nbsp;<em>Labarna</em>, oppure il nome greco potrebbe essere indice di rapporti privilegiati con il mondo ellenico, di un matrimonio misto greco-anatolico o di adozione. Il nome Muwatalli, invece, potrebbe essersi conservato nel nome di Motylos, un personaggio che, secondo Stefano di Bisanzio, avrebbe fondato la città di Samylia in Caria e avrebbe ospitato Paride ed Elena nel loro viaggio da Sparta a Troia, o ancora nel toponimo Mitilene, sull’isola di Lesbo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="690" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-1024x690.jpg" alt="" class="wp-image-104387" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-1024x690.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-300x202.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-768x518.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-1536x1036.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02-600x404.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Hattusa_-_Hittite_city_wall_02.jpg 1602w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ḫattuša; le mura ricostruite viste dall&#8217;interno</figcaption></figure>



<p>È difficile conciliare queste notizie con il dato archeologico, perché, come si è visto, Troia VIh viene distrutta da un terremoto intorno al 1300 a. C. Si può ipotizzare che in seguito a questo terremoto Wiluša non sia stata in grado di resistere a un ipotetico assalto da parte dei suoi nemici, forse sostenuti dai Micenei e da Piyamaradu, una specie di “pirata” dell’Egeo, e che solo qualche anno dopo, intorno al 1280 a. C., sia stata riconquistata dall’esercito di Kaššu. Significativamente, è stata trovata una corrispondenza perfetta tra la Wiluša del trattato di Alakšandu e il sito di Hisarlık: nel trattato, tra le divinità di Wiluša, viene menzionato&nbsp;<sup>d</sup>KASKAL.KUR, il dio del canale sotterraneo, e a Hisarlık è stato trovato effettivamente un canale sotterraneo. Un’altra divinità è&nbsp;<em>x-ap-pa-li-u-na-aš,&nbsp;</em>che è stato messo in relazione con [<em>A</em>]-<em>pe-ro<sub>2</sub>-n</em>[<em>e</em>], nome con cui è noto il dio Apollo nelle tavolette in lineare B. Non sarà un caso se nell’<em>Iliade</em>&nbsp;Apollo, che sembra essere una divinità anatolica, non greca, è schierato dalla parte dei Troiani.</p>



<p>La quarta fonte è la lettera di Tawagalawa, attribuita a Ḫattušili III (metà del XIII secolo a. C.), nella quale si legge che la questione di Wiluša sulla quale il re di Ḫatti e il re di Aḫḫiyawa (= Ἀχαιϝοί, quindi un re acheo) si erano scontrati può dirsi risolta. Il verbo è ambiguo e potrebbe riferirsi sia a un semplice confronto diplomatico sia a una guerra vera e propria. Il problema è che non abbiamo notizie di una guerra tra Ittiti e Achei al tempo di questo sovrano, quindi dobbiamo pensare o che si tratti della spedizione di Kaššu avvenuta al tempo di Muwatalli, fratello maggiore di Ḫattušili, o che Wiluša si fosse ribellata insieme con le terre di Lukka tra il 1260 e il 1255 a. C.&nbsp;</p>



<p>In questo testo, il re di Aḫḫiyawa è chiamato LUGAL.GAL, cioè ‘Gran Re’, e ‘fratello’, quindi pari rango, un privilegio che era concesso solo alle grandi potenze dell’epoca, cioè l’Assiria, la Babilonia e l’Egitto. Dal momento che gli Ittiti attribuivano una grande importanza all’etichetta (del resto, anche noi lo facciamo: un capitano reggente di San Marino non sarà certo accolto allo stesso modo del presidente degli Stati Uniti!), sono state formulate diverse ipotesi per spiegare questa situazione: la prima – e più improbabile – è che gli Ittiti non avessero coscienza della reale estensione del regno di Aḫḫiyawa, con cui sarebbero stati in contatto soltanto attraverso le sue propaggini anatoliche. La seconda – più articolata – è che il fatto di avere sotto il proprio dominio un altro sovrano subordinato come quello di Milawanda (Mileto) fosse sufficiente a essere considerati LUGAL.GAL anziché semplici LUGAL. Insomma, il re di Aḫḫiyawa potrebbe essere il re di un piccolo centro miceneo, forse Pilo o più probabilmente Micene. Alternativamente, si può pensare che, proprio come nei poemi omerici, i diversi centri micenei fossero uniti in una confederazione con a capo un Gran Re che era una sorta di&nbsp;<em>primus inter pares</em>, come Agamennone.</p>



<p>Grazie alla quinta fonte, la lettera di Milawata, attribuita al successore di Ḫattušili Tutḫaliya IV, apprendiamo che c’è stata una rivolta a Wiluša in seguito alla quale gli abitanti hanno scelto un nuovo re del quale Ḫatti non ha riconosciuto l’autorità. Un dignitario ittita di nome Kulana-Ziti, presente in città durante la ribellione, è riuscito a portare in salvo le tavolette che dimostrano la legittimità delle pretese al trono di Walmu, re di Wiluša, e Kuruntiya le dovrà portare a Targašnawa di Mira (?), che a sua volta dovrà mandare Walmu a Ḫattuša affinché venga reinsediato nella posizione di vassallo&nbsp;<em>kulawani</em>&nbsp;(termine luvio di significato ignoto, forse ‘militare’). Anche Walmu è un nome dalla fonetica anatolica, potrebbe derivare dall’ittita&nbsp;<em>walwa-</em>&nbsp;‘leone’. Del resto, è significativo notare che se si esamina la genealogia troiana (<em>Iliade</em>XX, 215-241) si scopre che almeno nove nomi su sedici non sono di origine greca, ma o anatolica o illirica.</p>



<p>La sesta fonte è la lettera di Parḫuitta, verosimilmente da attribuire all’ultimo re ittita Šuppiluliuma II. Questo Parḫuitta potrebbe essere un re di Mira non altrimenti conosciuto, la cui importanza era cresciuta fino a meritare il titolo di Gran Re, mentre Wiluša viene menzionata in un contesto troppo frammentario. Che Wiluša si trovasse in Anatolia occidentale, vicino a Mira, Karkiša, Arzawa e altre potenze lo si deduce anche dalla settima fonte, un testo rituale contenente una lista di Paesi.</p>



<p><strong>La fonte più interessante di tutte, però, è l’ottava e ultima fonte, uno dei Canti della città sacra di Ištanuwa. Si tratta di testi bilingui risalenti all’Antico Regno (XVI secolo a. C. circa), con una descrizione del rituale in ittita e un canto corale in luvio.</strong>&nbsp;In particolare, questo canto recita:&nbsp;<em>aḫḫa-ta-ta alati || awi(e)nta wilušati,&nbsp;</em>che l’ittitologo Calvert Watkins ha tradotto ‘quando vennero dall’erta Wiluša’. Si tratterebbe dell’<em>incipit</em>&nbsp;di un poema epico luvio, che Watkins ha ribattezzato in tono un po’ troppo sensazionalistico&nbsp;<em>Wilušiade.&nbsp;</em>Un passo simile si trova, con un’inversione poetica, anche all’interno di un rituale di nascita in prosa:&nbsp;<em>ā́lati-tta áḫḫa zī́tis</em>&nbsp;||&nbsp;<em>awī́ta&nbsp;</em>[<em>Wī́lušati</em>] ‘quando l’uomo venne dall’erta Wiluša’. Secondo Watkins, l’espressione&nbsp;<em>alati wilušati&nbsp;</em>troverebbe un parallelismo perfetto nella formula omerica Ϝίλιος αἰπεινή ‘l’erta Ilio’. Secondo Starke, invece,&nbsp;<em>alati&nbsp;</em>più che il consueto valore aggettivale di ‘erto’ potrebbe avere qui il significato di ‘mare’ (da confrontare col greco ἅλς, ἁλός ‘sale, mare’), mentre&nbsp;<em>wilušati&nbsp;</em>potrebbe derivare dall’ittita&nbsp;<em>wellu</em>&#8211; ‘prato, pascolo’. Pertanto, più che di un poema epico potrebbe trattarsi di un canto pastorale (‘quando vennero dai pascoli…’). L’ipotesi alternativa è che il nome della città di Wiluša, così strano nel mondo ittita (l’unica altra località dal nome simile è Kita-wiluwa), sia derivato dalle pianure e dai pascoli circostanti.&nbsp;</p>



<p>I più ritengono che anche a Troia si parlasse luvio, ma non sono da escludere altre lingue anatoliche come il lidio. Nella casa 761 di Hisarlık è stato ritrovato un sigillo luvio, ma purtroppo risale alla fase VII b<sub>1&nbsp;</sub>(1180-1050 a. C.) o VII b<sub>2</sub>(1050-1000 a. C.), quindi è successivo al crollo dell’impero ittita e non ci dice nulla di interessante sulla lingua dei Troiani: potrebbe essere un oggetto di importazione, riutilizzato come oggetto di ornamento, oppure si può pensare che Wiluša sia sopravvissuta al crollo dell’impero e che abbia continuato a utilizzare sigilli luvi come avvenne per esempio nei regni di Karkemiš e di Tarḫuntašša.</p>



<p><strong>La distruzione di Troia VIIa viene datata al 1180 a. C., cioè quattro anni dopo la data tradizionalmente proposta per il crollo dell’impero ittita.</strong>&nbsp;Approssimativamente, potrebbe essere una data compatibile con i fatti narrati nella lettera di Parḫuitta, mentre molto meno con la rivolta di Wiluša al tempo di Walmu. I responsabili della distruzione non lasciarono tracce nella cultura materiale e potrebbero essere stati i misteriosi popoli del mare, che comprendevano genti egee come gli&nbsp;Akawaša (Achei?), i Danuna (Danai?), i Peleset (Pelasgi?) e i Lukka (Lici). A questa data, però, l’unico palazzo miceneo ancora in piedi sarebbe stato Tirinto. Va detto che il fatto che nel Catalogo delle navi Argo e Sparta siano indicate come maggiori centri dell’Argolide e della Laconia in effetti sembra essere più compatibile con il periodo geometrico che con quello miceneo, e così anche la presenza di contingenti da Rodi e da Cos o l’assenza di Mileto. Nell’<em>Iliade</em>, il signore di Tirinto è Diomede, che in alcuni passi regna anche su Argo, che altrove è detenuta invece da Agamennone.</p>



<p><strong>Più che di una singola, grande guerra, dalle fonti ittite si ha l’impressione di una serie di scorrerie piratesche succedutesi nel corso dei secoli.</strong>&nbsp;Il Catalogo omerico, con le sue 1186 navi e i suoi oltre centomila uomini, è notevole già per il periodo palaziale (a Qadeš, la più grande battaglia di quest&#8217;epoca, l&#8217;esercito ittita contava 50000 uomini), e lo sarebbe ancor di più per il periodo post-palaziale, epoca di generale declino.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È il mito stesso a preservare il ricordo di un’altra guerra di Troia, in piccola scala, di dimensioni sicuramente più compatibili con gli scontri di cui siamo a conoscenza per quell’epoca, e cioè quella avvenuta al tempo di Laomedonte,&nbsp;padre di Priamo, quando Eracle saccheggiò la città con sole sei navi (<em>Iliade</em>&nbsp;V, 638-642).</p>



<p><strong>Che la guerra di Troia sia avvenuta nel 1280 a. C. o nel Tardo Elladico IIIC (credo sia abbastanza evidente che l’autore di questo articolo propende per la prima ipotesi), non ci resta che smontare l’ultimo dei dogmi degli anti-storicisti, cioè che non sia possibile che una guerra scoppi a causa di una donna.</strong>&nbsp;Per dimostrare quanto sia fallace questa tesi, basterà ricordare un episodio della storia ittita, che è anche un notevole esempio di diplomazia. Si tratta del divorzio chiesto dal re di Ugarit Ammistamru. Questi era sposato con la figlia di Bentešina di Amurru, altro potentato siriano, e l’aveva accusata di una grave colpa che però non viene mai esplicitata. La principessa accusata dal re di Ugarit discendeva dalla famiglia reale di Ḫatti, pertanto la richiesta di Ammistamru scontentava sia il re di Ḫatti&nbsp;Tutḫaliya IV sia il figlio e successore di&nbsp;Bentešina Šaušga-muwa, che della principessa amorrea era fratello. Il divorzio ledeva l’onore di entrambi, ma il re ittita aveva fretta di concludere un accordo per evitare che sorgessero contrasti tra i suoi vassalli siriani. Ini-Tešob, re di Karkemiš, fu mandato a risolvere la faccenda, ma fallì miseramente e alla fine il re in persona si dovette occupare della questione. Egli stabilì che la principessa amorrea dovesse essere consegnata ad Ammistamru, a patto che quest’ultimo versasse un ingente risarcimento al cognato Šaušga-muwa. Senza l’intervento del re, che sacrificò un membro della famiglia reale in nome della ragion di Stato, una guerra sarebbe potuta scoppiare davvero!&nbsp;</p>



<p>In fondo, se Achille e Patroclo, Paride ed Elena, Agamennone e Menelao, Priamo e la genealogia troiana siano esistiti davvero non ha alcuna importanza. Come disse Michael Wood nell’episodio conclusivo della serie della BBC&nbsp;<em>In Search of the Trojan War</em>, uno dei migliori documentari di tutti i tempi, «Did Helen of Troy really exist? Well, in the archaeological record Love leaves no trace».&nbsp;</p>



<p><strong>Christian Allasino</strong></p>



<p><em>*In copertina: un’opera di John Flaxman (1755-1826)</em></p>
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		<title>Gli antichi non raccontavano favole. Il mito di Troia e il sito di Hisarlık</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2025 04:57:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Allasino]]></category>
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<p>A scuola si ripete spesso che la guerra di Troia è soltanto un episodio del mito, che non si sarebbe mai svolto nella realtà storica, o almeno non in quelle dimensioni e certamente non a causa di una donna. Con un titolo un po’ provocatorio, preso in prestito dal più evemerista degli evemeristi, Mauro Biglino, in questo articolo si cercherà di fare chiarezza.</p>



<p><strong>Già gli antichi avevano notato le numerose incongruenze dei poemi omerici, che così possiamo riassumere:</strong> il re dei Paflagoni Pilemene prima muore in battaglia (<em>Iliade</em>&nbsp;V, 576) e poi riappare in lutto per il figlio morto (XIII, 643-658); nel canto IX ai vv. 182-198 c’è una serie di verbi al duale che però si riferisce a tre personaggi (Odisseo, Aiace e Fenice); nella notte che è oggetto dei canti IX e X Odisseo cena tre volte e si tengono due consigli notturni dopo che il poeta ha mandato a dormire i protagonisti; Agamennone regna ora come&nbsp;<em>primus inter pares</em>, ora come un signore assoluto miceneo; il re dell’Argolide è ora Agamennone, ora Diomede; la&nbsp;<em>Dolonia</em>&nbsp;(canto X) è un episodio isolato e del tutto insignificante per la narrazione, peraltro con notevoli problemi esegetici.&nbsp;</p>



<p>Nonostante ciò, nessuno mise mai in dubbio che il conflitto fosse realmente avvenuto in un’epoca remota della storia greca, anche se la tradizione storiografica ci fornisce diverse possibili date per la guerra di Troia, che oscillano tra il 1344 e il 1150 a. C. Quella divenuta canonica è la datazione di Eratostene (1194-1184 a. C.), mentre Erodoto riferisce che Omero visse 400 anni prima di lui e che la guerra avvenne 400 anni prima di Omero, quindi approssimativamente intorno al 1250 a. C.</p>



<p><strong>Come noto, la tesi della storicità della guerra di Troia ricevette importanti conferme dalle scoperte del tedesco Heinrich Schliemann, che nel 1868 raggiunse il sito di Hisarlık e nell’aprile 1870 diede inizio agli scavi. </strong>A dire il vero, il sito gli era stato indicato da Frank Calvert, che vi aveva condotto degli scavi esplorativi tra il 1863 e il 1865, ma all’inglese mancavano le finanze, la fantasia e le capacità narrative di Schliemann, che finì per oscurarne la figura. Va detto anche che dell’antica città non si era mai persa la memoria: i più ritenevano che il sito antico sorgesse al di sotto della città romana di&nbsp;<em>Ilium</em>&nbsp;(Troia IX, I secolo a. C.-IV secolo d. C.) e della città greca di Ἴλιον (Troia VIII, 950-I secolo a. C.). In età bizantina, al tempo dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito (913-959),&nbsp;<em>Ilium</em>&nbsp;era stata una piccola sede arcivescovile e, simbolicamente, l’ultimo a farvi visita era stato il sultano Maometto II, poco dopo la caduta di Costantinopoli, quasi a simboleggiare la rivincita dell’Asia sulla Grecia.</p>



<p>Determinato a ritrovare a tutti i costi la città omerica e convinto che quest’ultima si dovesse trovare necessariamente al di sotto di almeno altri tre strati (quello romano, quello greco e quello lidio dell’epoca di Omero),<strong> Schliemann scambiò però le mura dell’Età del Bronzo per mura di età classica e ordinò la distruzione dei primi nove metri della collina di Hisarlık, nonostante gli inviti a una maggiore prudenza da parte di Calvert.</strong> Proprio quand’era sul punto di abbandonare l’impresa, il 31 maggio 1873 Schliemann s’imbatté in quello che ribattezzò “tesoro di Priamo”. Soddisfatto del proprio lavoro, l’anno successivo pubblicò i risultati dei suoi scavi e partì alla volta di Micene.</p>



<p>Malgrado l’enfasi con la quale Schliemann presentò le sue scoperte, nulla era stato dimostrato: come si è detto, dell’antico sito di Troia non si era mai persa la memoria, anche se la sua precisa collocazione era ancora ignota. <strong>Generazioni di conquistatori avevano fatto visita al sito: Serse, Alessandro Magno, Cesare, Adriano, Caracalla e molti altri, ma non mancava chi, come Erodoto e Strabone, dubitava del racconto omerico.</strong> Il fatto che fosse stata scoperta una città di nome Troia non provava che la guerra si fosse effettivamente svolta lì.</p>



<p>Come se non bastasse, quando tornò a Hisarlık, nel 1878 e soprattutto nel 1882 e nel 1890, Schliemann si rese conto che la città che aveva trovato non poteva coincidere con quella omerica, che doveva invece essere identificata in Troia VI (1750-1300 a. C.), come proposto dal suo assistente Wilhelm Dörpfeld, che lo affiancò negli ultimi scavi. Il tesoro di Priamo in realtà era di mille anni più antico (Troia II, 2550-2300 a. C. circa). <strong>Fu una terribile constatazione: per ironia della sorte, nella sua affannosa ricerca della città omerica, Schliemann aveva distrutto gran parte dell’evidenza archeologica di quel periodo!</strong> Ammalatosi di tumore, mentre programmava una nuova stagione di scavi alla ricerca di una città bassa, Schliemann morì a Napoli nei pressi di piazza della Carità, durante uno dei suoi numerosi soggiorni partenopei.</p>



<p>Grazie al sostegno finanziario della vedova Sophia e del kaiser Guglielmo II, Dörpfeld poté continuare i lavori per altre due stagioni (1893-1894) e alla fine riportò alla luce le mura dell’Età del Bronzo (quelle che Schliemann aveva scambiato per mura di età classica). Si trattava di mura imponenti: erano alte nove metri, in blocchi calcarei squadrati con elevato in mattoni crudi, presentavano torri imponenti e cinque porte, la più maestosa delle quali viene identificata da coloro che credono al racconto omerico con le porte Scee. Curiosamente, il settore più debole delle mura è quello settentrionale, proprio come nell’<em>Iliade;&nbsp;</em>inoltre, come si può notare dalla foto, le mura sono inclinate, il che potrebbe spiegare il fatto che nell’<em>Iliade</em>&nbsp;Patroclo cerchi per ben quattro volte di scalarle. Si tratta, ovviamente, di semplici suggestioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-102941" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Troja-an-Stadtmauer.jpg 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Troia VI: tratto di mura e torre di possibile influsso ittita vicino alla Porta Est (primo esempio conosciuto di mura a dente di sega); sulla terrazza adiacente, case di Troia VIIa</figcaption></figure>



<p>Tra il 1932 e il 1938, grazie al sostegno dello stesso Dörpfeld, i lavori ripresero sotto la direzione di Carl Blegen, dell’università di Cincinnati, le cui ricerche, però, erano viziate da una sorta di&nbsp;<em>bias</em>&nbsp;di conferma: infatti, egli era assolutamente convinto della storicità della guerra di Troia. Blegen notò il crollo delle torri e la caduta delle mura fuori asse e giunse alla conclusione che Troia VIh era stata distrutta da un terremoto che possiamo datare ai primi decenni del XIII secolo a. C. Secondo lo storico austriaco Fritz Schachermeyr, la leggenda del cavallo di Troia conserverebbe proprio la memoria di questa catastrofe: il cavallo sarebbe soltanto una metafora di Poseidone, dio del mare e, appunto, dei terremoti. Falsa è, invece, la teoria di Francesco Tiboni secondo la quale il cavallo di Troia sarebbe stato soltanto una nave fenicia con protome equina: rappresentazioni del cavallo di Troia sono attestate nell’iconografia sin dall’VIII secolo a. C.</p>



<p>Se Troia VIh era stata distrutta da un terremoto, la città di Omero non poteva essere che lo strato successivo, Troia VIIa (1300-1180 a. C.). Blegen notò che questo strato presentava una maggiore densità abitativa, con muri divisori tra le case, e interpretò questo fatto come la prova di un assedio prolungato. Ciò non è affatto scontato: le strutture di Troia VIIa potrebbero essere interpretate anche come baracche temporanee per ovviare alle distruzioni causate dal terremoto. Del resto, ad oggi le uniche possibili prove di scontri sono alcuni resti umani nelle strade, tre punte di frecce, due rinvenute nella cittadella e una nella città bassa, e una punta di lancia rinvenuta nell’area occidentale.&nbsp;<strong>Una delle punte di frecce trovate nella cittadella potrebbe essere di fabbricazione micenea, ma neppure questa può essere considerata prova di un evento bellico: potrebbe trattarsi di una freccia caduta da una faretra o abbandonata! I</strong>nfine, Troia VIIa mostra chiari segnali di un incendio, ma tale incendio potrebbe anche essere attribuito a una catastrofe naturale.</p>



<p>La nuova stagione di scavi, su scala internazionale, è stata inaugurata nel 1988 da Manfred Korfmann, dell’università di Tubinga, e ha coinvolto più di 350 accademici da oltre venti Paesi. Obiettivo principale di Korfmann era l’individuazione della città bassa. Infatti, la cittadella di Troia ha un diametro di non più di 200m e copre un’area di appena due ettari: essa avrebbe potuto ospitare al massimo qualche centinaio di persone. Come si è detto, già Schliemann aveva in programma lo scavo della fertile piana circostante la cittadella, ma la morte glielo aveva impedito e Dörpfeld non era riuscito a ottenere risultati definitivi. Secondo Korfmann, nei livelli che ci interessano (VI e VIIa) la città bassa si sarebbe estesa per circa 20 ettari e complessivamente Troia avrebbe avuto una popolazione compresa tra 4000 e 10000 abitanti, o forse anche più se si include la popolazione che potrebbe aver vissuto al di fuori del perimetro della città, in aree rurali facenti parte del regno. Nel XIII secolo a. C., il perimetro della città sarebbe stato protetto da un muro in mattoni crudi e da due fossati con una palizzata, il primo 400m a sud della cittadella e il secondo altri 100-150m più a sud.&nbsp;</p>



<p><strong>Nel 2001, Korfmann presentò i risultati delle sue ricerche al grande pubblico in un’esposizione intitolata&nbsp;<em>Troia. Traum und Wirklichkeit</em>, nella quale, tra le altre cose, veniva mostrata una ricostruzione completa della città bassa. </strong>Fu proprio questo modello ad attirare le aspre critiche di Frank Kolb, suo collega presso l’università di Tubinga. Purtroppo, tale polemica travalicò i confini dell’accademia: intervistato dal&nbsp;<em>Berliner</em>&nbsp;<em>Morgenpost</em>, Kolb accusò Korfmann di ingannare il pubblico con ricostruzioni fantasiose e lo ribattezzò “il von Däniken dell’archeologia” (Erich von Däniken è un celebre pseudoarcheologo sostenitore della teoria degli antichi astronauti, <em>ndr</em>). Secondo Kolb, non ci sarebbe alcuna evidenza dell’esistenza di una città bassa, i due fossati potrebbero essere dei canali usati a scopo agricolo e, calcolando una popolazione di 100/200 abitanti per ettaro, se si ipotizzasse un’area di 11-15 ettari si arriverebbe al massimo a 1000-3000 abitanti. Per Kolb, Troia non presenta alcuna affinità con siti come Efeso e Mileto, è priva di edifici monumentali e di una pianificazione stradale e assomiglia più a un centro protourbano isolato che a una città vera e propria (la ceramica importata è solo l’1%!).&nbsp;</p>



<p>Mentre Schliemann e Blegen erano stati criticati per la loro eccessiva fiducia nel racconto omerico, paradossalmente Kolb criticò Korfmann proprio facendo ricorso al cieco cantore. La città ricostruita da Korfmann – dice Kolb – non ha nulla della monumentalità dell’alta rocca di Priamo: l’edificio più imponente, la&nbsp;<em>Pillar House</em>&nbsp;di Blegen, non ha nulla a che vedere con le sessanta stanze del palazzo descritto in&nbsp;<em>Iliade</em>&nbsp;VI, 242-249. Inoltre, essa presenta due cinte murarie, mentre quella omerica ne ha solo una. Infine, la città di Korfmann ha una vocazione commerciale, mentre quella omerica è abitata da allevatori, pastori e costruttori, non da commercianti. Come si può vedere, si tratta di una tesi facilmente smontabile: Omero è pur sempre un poeta, non un archeologo, e si può sempre ipotizzare che alla sua epoca il muro in mattoni crudi della città bassa fosse crollato. Questo eccessivo scetticismo, unito con la volontà di spiegare la realtà archeologica di Hisarlık attraverso Omero, <strong>si è imposto nell’immaginario collettivo e ha dato adito alle teorie più strampalate: ex-ingegneri nucleari si sono improvvisati archeologi e ci hanno spiegato che queste incongruenze sono facilmente risolvibili se si sposta la cittadella di Priamo 3000 km più a nord e nel XVIII secolo a. C., a Toija, in Finlandia.</strong> Un abbaglio culturale collettivo, quello generato da&nbsp;<em>Omero nel Baltico</em>&nbsp;di Felice Vinci, che non ha risparmiato illustri classicisti e accademici, primi tra tutti Rosa Calzecchi Onesti e Umberto Eco (<em>quandoque bonus dormitat Ecus</em>).</p>



<p>Tornando a questioni più serie, la ricerca successiva ha dimostrato, invece, che questo scetticismo era del tutto ingiustificato. Tra il 15 e il 16 febbraio 2002, l’università di Tubinga organizzò un simposio dal titolo&nbsp;<em>The Meaning of Troy in the Late Bronze Age</em>, con la partecipazione di 13 relatori, che giunsero alla conclusione che i dati di Korfmann erano in larga misura validi. La scarsità di evidenze archeologiche per la città bassa è dovuta all’eccezionalità delle condizioni del sito di Hisarlık, che è stato in gran parte danneggiato dall’erosione – come del resto è avvenuto anche alle fasi preistoriche – e all’asportazione di materiali in età ellenistica e romana. Del resto, meno del 5% del sito è stato scavato! Pertanto, la presenza di una città bassa può essere solamente dedotta sulla base della presenza di ceramica al di fuori della cittadella nei periodi VI e VIIa e anche sulla base di un semplice argomento logico&nbsp;<em>e contrario</em>: l’idea che Troia rappresenti soltanto una residenza aristocratica non può essere sostenuta perché rappresenterebbe un&nbsp;<em>unicum</em>&nbsp;a livello archeologico, laddove il sistema di fortificazioni ricostruito da Korfmann, con fossato, cinta muraria esterna e muro principale, è il più frequente del mondo antico, dall’Età del Bronzo fino all’età bizantina!</p>



<p>Negli studi più recenti, si ipotizza che la città bassa occupasse un’area compresa tra 25 e 35 ettari, con circa 5000-6000 abitanti, dimensioni del tutto compatibili con i centri micenei e con città ittite di medie dimensioni come Gordion, Alişar, Kuşaklı/Šarišša, Beycesultan e la città-Stato portuale di Ugarit, il che ne farebbe una potenza regionale. L’idea che i due fossati avessero uno scopo agricolo non è più sostenibile, anche se è stato dimostrato che essi non sono contemporanei, ma risalgono a due fasi diverse, rispettivamente VI e VIIa. A Korfmann è succeduto il collega Pernicka, dal 2006 al 2012, poi Rüstem Aslan dal 2014. Quest’ultimo ha riportato alla luce un ulteriore livello precedente a tutti gli altri, Troia 0 (3500-3000 a. C.). Complessivamente, sono stati riportati alla luce undici diversi livelli, suddivisi a loro volta in oltre cinquanta fasi: Troia 0 (3500-3000 a. C.), Troia I (3000-2550 a. C.), Troia II (2550-2300 a. C.), Troia III (2300-2200 a. C.), Troia IV (2200-2000 a. C.), Troia V (2000-1750 a. C.), Troia VI (1750-1300 a. C.), Troia VIIa (1300-1180 a. C.), Troia VIIb (1180-1000 a. C.), Troia VIII (= Ἴλιον, 950-I secolo a. C.), Troia IX (I secolo a. C.- IV secolo d. C.) e Troia X (dopo il IV secolo d. C.).</p>



<p><strong><em>Christian Allasino&nbsp;</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Henry Fuseli, Frammenti dall&#8217;Iliade, da un quaderno di schizzi</em></p>
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		<title>Alois Musil: il cugino di Robert che sfidò Lawrence d’Arabia</title>
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		<pubDate>Fri, 19 May 2023 04:21:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Spina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vengo a sapere dell’esistenza di Alois Musil leggendo un libro di Alessandro Spina, Elogio dell’inattuale. Pubblicato dieci anni fa da Morcelliana, questo libro – insieme all’opera pressoché omnia di Spina – risulta “attualmente non disponibile”. Peccato. Questo foglio va inteso come una specie di tour tra figure folgorate dall’oblio, filigranate nel niente, di libri perduti, [&#8230;]</p>
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<p>Vengo a sapere dell’esistenza di <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/alois-musil_%28Enciclopedia-Italiana%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alois Musil</a></strong> leggendo un libro di <strong>Alessandro Spina, <em>Elogio dell’inattuale</em>.</strong> Pubblicato dieci anni fa da Morcelliana, questo libro – insieme all’opera pressoché omnia di Spina – risulta “attualmente non disponibile”. Peccato.</p>



<p>Questo foglio va inteso come una specie di tour tra figure folgorate dall’oblio, filigranate nel niente, di libri perduti, intradotti, reprobi.</p>



<p>Il primo saggio di <em>Elogio dell’inattuale</em> – che raccoglie alcuni “brevi scritti comparsi sui giornali” – s’intitola <strong><em>L’altro Musil</em>; Spina racconta, appunto, la storia di Alois Musil, cugino di Robert.</strong> È facile capire perché: Spina, in realtà Basili Khouzam, è nato a Bengasi da genitori maroniti originari di Aleppo; suoi sono i temi dello spaesamento, dell’esilio, del deserto inteso come monito, della sprezzatura e di una religione, per così dire, intrisa di cobra, di levantina scaltrezza. Il genio del dettaglio, della maniglia istoriata, della perfezione che mozza il fiato sono propri di Spina.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="789" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_-789x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95660" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_-789x1024.jpg 789w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_-231x300.jpg 231w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_-768x997.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_-600x779.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9440a655bd7136228b3d839da29305bc_resize9001168_.jpg 832w" sizes="(max-width: 789px) 100vw, 789px" /><figcaption class="wp-element-caption">Alois Musil (1868-1944)</figcaption></figure>



<p>Alois Musil, cioè, sembra corrispondere al prototipo del personaggio ‘da romanzo’ amato da Spina. Nato in Moravia da povera gente nel 1868, <em>l’altro Musil</em>, carattere ostinato, ostile allo status quo, ha studiato teologia, è consacrato sacerdote nel 1891, si appassiona alle lingue semitiche, che approfondisce presso l’École biblique et archéologique française&nbsp;di Gerusalemme e poi a Beirut. Ha talento. Studia l’Islam, rivede nella vita dei beduini che si spostano lungo la Penisola Arabica lo stile dei patriarchi biblici. Compie diverse spedizioni archeologiche, la più importante delle quali, nel 1898, in Giordania, lo porta a scoprire il palazzo di Qusayr Amra, di epoca omayyade, risalente all’VIII secolo, ora Patrimonio dell’umanità. L’analisi degli affreschi e dell’architettura del complesso monumentale concorrono a fare di Alois Musil uno dei massimi arabisti dell’epoca. Nel 1908, con il cartografo austriaco Rudolf Thomasberger, attraversa e mappa i recessi della penisola araba; nel 1912 accompagna Sisto di Borbone-Parma in Mesopotamia, in una missione archeologica dai riflessi – va da sé – politici.</p>



<p>Alessandro Spina racconta Alois Musil attraverso il suo libro più importante, <em>Arabia Deserta</em>, pubblicato nel 1927, naturalmente inedito in Italia. Ne scrive in questo modo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La lezione che ci dà Alois è nella minuzia della descrizione. Sarebbe difficile trovare un altro libro altrettanto restio a prestarsi a chirurgia antologica: come volesse rubare al deserto il suo infinito ripetitivo a prima vista, singolare a ogni passo. Viene il sospetto che il deserto sia una controfigura del tempo, forse questa è similitudine pertinente. L’inventario del deserto è inattuabile, la navigazione del dotto pari a quello, ecco un’altra similitudine, di un veliero che solchi un oceano… Insomma, questo spazio sconcertante della natura sembra catturabile solo mentalmente, come ogni realtà soprannaturale”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il libro, nella sua misura ideale, sembra sovrapporsi al deserto: i fogli come dune, tra banchise sabbiose di bianco, le lettere, quasi scorpioni, rose del deserto, erosioni, eruzioni di oasi. Entrambi chiedono una lettura – le stelle capilettera – e la paura di perdersi; che il lettore si faccia orante.</p>



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<p>Spina, a cui piace infilarsi nel roveto delle relazioni parentali – e che ritiene Musil, Robert, insieme a Thomas Mann e a Hugo von Hofmannsthal, uno dei suoi cari lari – ricorda l’unica volta in cui Robert Musil cita nei suoi diari la fisionomia del cugino, sacerdote berbero, così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mio nonno è stato un uomo che ha spezzato la sua cerchia e in ciò ha avuto successo. Mio padre si è mosso completamente all’interno di ciò che gli era dato, adattandosi assolutamente alle possibilità e solo da ultimo (Vienna, Graz) senza successo. Io sono come mio nonno (in realtà incomprensibile a mio padre) ma senza successo. Alois ha ripetuto il destino di mio nonno, suo prozio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Avventuriero, non per forza avventato, capace di contrattare, di contrapporsi con il dono, Alois Musil, nel deserto, vestiva come i beduini: conosceva i capitribù che si muovevano in Arabia, stringeva legami, non solo di studio. Un esploratore ce lo consegna così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Con la sua presenza, la barba nera, il viso affilato, Alois Musil sembrava, vestito da nomade, un beduino come gli altri… Assiso su un cammello, con in mano un fucile, sembrava più a suo agio che di fronte a un altare”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Parlava una trentina di dialetti arabi, le fotografie che lo immortalano in abiti beduini ricordano <em>terribilmente</em> quelle di T. E. Lawrence, scattate più tardi. In effetti, con qualche confusione cronologica – Musil è più grande di T.E. di vent’anni: pascolava nei deserti quando il futuro colonnello giocava ai soldatini a Tremadog – Alois Musil è detto il “Lawrence di Moravia”. Durante la Prima guerra mondiale, nel contesto arabo, i due giocarono in campi contrapposti. Alois Musil offrì i suoi servigi alla casa d’Asburgo, tentando di convincere le tribù beduine a non combattere gli ottomani ma, al contrario, a sollevarsi contro le mire inglesi. Tutti volevano quella cruda fetta di deserto: ciascuno operò tramite l’inganno e la delazione. Per Lawrence la costruzione di uno stato arabo era per lo più omerica, una fola a cui era bello appassionarsi, materia per un romanzo, possibilmente abissale; i maestri d’Albione riuscirono, con promesse e denari, a far proprie le recalcitranti tribù.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="795" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904-1024x795.jpg" alt="" class="wp-image-95661" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904-1024x795.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904-300x233.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904-768x596.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904-600x466.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/30731489904.jpg 1391w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il tema del trafugare le fedi, del contraffare e del contrabbando va tenuto sullo sfondo.</p>



<p><strong>Alois Musil, il grande arabista, il sacerdote beduino, ne uscì sconfitto. Radicalmente. Gli restò da percorrere una vita di studi, sostituendo la cattedra alla carovana</strong>, presso la Univerzita Karlova a Praga. Aveva scelto di diventare cittadino ceco; gli rimproverarono di aver appoggiato gli Asburgo, di essere un doppiogiochista. Pubblicò cinquanta libri, quasi duemila articoli e cinquecento trascrizioni e traduzioni di poemi arabi, altrimenti perduti.</p>



<p>Dopo gli accordi di Monaco del 1938, preferì lasciare l’università e ritirarsi in una piccola casa, nella Boemia Centrale, dove Alois Musil morì, nell’aprile del 1944.</p>



<p>Alessandro Spina, nel suo articolo, ricorda che <strong>“quando si alzava il vento del deserto, la vasta scrivania era impicciata dalla sabbia talvolta rossiccia e in basso lo stesso macchinario dell’azienda si bloccava esausto: </strong>proprio gli stessi drammatici momenti di un capitano di mare quando l’acqua sembra persa da una furia fantasiosa e distruttiva”. La sabbia, come l’acqua, penetra in ogni fessura (l’azienda, come un vascello, perde la rotta, rovinata dai venti). Il deserto rende ogni mira un miraggio. Quando Spina invita, allora, a “seguire le tracce” di Alois Musil è come se ci invogliasse a sparire.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="904" height="904" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168.jpg" alt="" class="wp-image-95662" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168.jpg 904w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/vyr_32301_P7230168-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 904px) 100vw, 904px" /><figcaption class="wp-element-caption">OLYMPUS DIGITAL CAMERA</figcaption></figure>



<p>**</p>



<p><strong><em>Alois Musil, “Hegiaz. Un itinerario topografico”, 1926</em></strong></p>



<p>Tornati ai nostri cammelli, legammo loro le zampe anteriori presso una collina. Ci sdraiammo intorno a loro, dopo la cena, temendo che gli animali, di buon umore, si spaventassero, di notte, alla vista di qualche predatore.</p>



<p>Lunedì primo maggio 1910 eravamo in sella dalle quattro del mattino (temperatura: 8 gradi). Risalimmo il ripido pendio del crinale di al-Cabd. I sentieri, tortuosi, ci portarono verso un terreno di rigogliose piante perenni. Alle sei abbiamo raggiunto la cupola di Mhakhak al-Cabd, che offre una splendida vista sulla pianura meridionale. Quest’ultima, a diverse centinaia di metri sotto di noi, sembrava immersa in un’acqua bluastra, da cui si allargavano densi vapori, scuri. Sopra la fitta foschia si ergevano, come isolotti, innumerevoli corni, coni, tronchi di cono, piramidi smussate, obelischi, e altre forme eccentriche, smussate e modellate dall’azione della pioggia, del vento, del gelo, che avevano letteralmente rosicchiato strati di roccia, depositando gli elementi più morbidi a est e sud-est, verso il deserto sabbioso di an-Nefud.</p>



<p>I raggi del sole nascente si riflettevano sulle cime: l’idea era quella di una pioggia dorata. L’altro lato della zona, invece, era avvolto da un’ombra rossa, scura.</p>



<p>*</p>



<p>Appena ripartiti con una nuova guida, udimmo, nella valle, grida di guerra. Mi voltai. Vidi una folla di selvagge forme, uomini e donne: ci inseguivano armati di fucili, lance, bastoni. Sulla destra, da un accampamento più piccolo, uscirono altri, a precipizio, verso di noi. Come bestie feroci, ci accerchiarono.</p>



<p>“Cristiani maledetti, dobbiamo uccidervi”, gridarono, colpendoci con il calcio del fucile, randellando i nostri cammelli, che fuggirono. Ciò che seguì è difficile da descrivere, ogni descrizione sarebbe impropria al cospetto della paura. Ci portarono in un campo più piccolo; Rif’at e Tuman furono condannati a morte perché cristiani; noi avremmo dovuto, secondo le rapaci mire dei Beli, subire la stessa sorte. Maltrattati, ridicolizzati, picchiati da quel branco di uomini, non riuscimmo a chiudere occhio per tutta la notte.</p>



<p>Il primo luglio del 1910, un grosso drappello del clan Shama’ giunse presso l’accampamento: ne seguì una battaglia agitata, complessa, che infine costrinse i nostri aguzzini a consegnarci. Fummo condotti presso le sorgenti di Abu Raka, nella valle di al-Gizel. Le nostre sofferenze continuarono. Fin dall’inizio avevo detto che stavamo viaggiando verso il capo dei Beli, sotto la sua protezione e che i Beli, dunque, stavano infrangendo un suo diretto ordine. La cosa ci fu di aiuto.</p>



<p>Verso mezzogiorno, nel campo di Abu Raka entrò un nero che prestava servizio presso Sliman eben Refade, il capo dei Beli. Tempo fa avevo guadagnato il suo favore con un dono considerevole, per questo prese le nostre parti. I negoziati andarono avanti a lungo, prima che ne uscissimo salvi. I nostri apparecchi fotografici erano compromessi, gli erbari distrutti, il mio taccuino scomparso. Finalmente, di sera lasciammo l’accampamento, con una nuova guida.</p>



<p>L’antica tribù dei Beli si accampa a sud dello Hwetat at-Tihama. Ad est il suo territorio si sviluppa fino alla stazione di Dar al-Hamra.</p>



<p><strong><em>Alois Musil</em></strong></p>
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		<title>“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani</title>
		<link>https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 05:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Magrin]]></category>
		<category><![CDATA[Flaminia Cruciani]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[liutai]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcune autrici sorvolano sulla poesia come se fosse un’arte solo delle superfici e non un’arte profonda perché superficiale. Flaminia Cruciani no: una scrittrice audace, che ha avuto un addestramento da spartana duranti gli scavi archeologici di Ebla in Siria. La sua poetica trafigge il nulla funambolico della saggistica spenta e tiepida e infervora il pubblico [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/">“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alcune autrici sorvolano sulla poesia come se fosse un’arte <em>solo </em>delle superfici e non un’arte profonda <em>perché</em> superficiale. <strong><a href="https://site.unibo.it/atlante-poeti/it/poeti-del-centro/flaminia-cruciani" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flaminia Cruciani</a></strong> no: una scrittrice audace, che ha avuto un addestramento da spartana duranti gli scavi archeologici di Ebla in Siria. La sua poetica trafigge il nulla funambolico della saggistica spenta e tiepida e infervora il pubblico – lo agita trascinandolo nelle catacombe della parola. I suoi libri di poesie (<em>Piano d’evacuazione</em>, <em>Semiotica del male</em>, <em>Tacevamo nella stessa lingua </em>e un inedito che verrà pubblicato quest’anno, <em>Corpo</em>) attraversano il pensiero funesto del limite e gettano la pratica poetica all’interno del recinto individuale. Durante quest’intervista condotta per email, vengono sondate le capacità di un’autrice che ha praticato la scrittura in molte forme: l’aforisma, il saggio, la poesia e la prosa. Oltre al testo edito da Mondadori <strong><em><a href="https://www.mondadori.it/libri/lezioni-di-immortalita-flaminia-cruciani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lezioni di Immortalità</a></em></strong>, verrà affrontato anche un testo inedito che apparirà presto nel panorama editoriale italiano: <em>A colpi d’arco. Storia di una passione</em>.</p>



<p><strong>Partiamo da&nbsp;<em>A colpi d&#8217;arco</em>. Quanto possiamo dire essere questa&nbsp;un&#8217;opera autobiografica? Quanto la protagonista, quella Anna nomade, ribelle, libertaria, “coraggiosa oltre ogni limite, con una forma di spavalderia simile all’incoscienza” assomiglia a Flaminia?</strong></p>



<p>Quando si scrive non si può prescindere da se stessi e dalla propria esperienza, sarebbe bello farlo. La scrittura è proprio questa forma di astrazione, di trasformazione del primo nucleo della tua esperienza fino a farlo diventare altro. Scrivere è l’officina di Vulcano, è come maneggiare il fuoco tutti i giorni con le cere e le fusioni che bruciano le mani. È come fare una misurazione alla realtà subatomica, è una misurazione che implica il collasso della funzione d’onda. In quell’onda letteraria lo scrittore deve trovarsi. Questo libro in particolare mi ha impegnata moltissimo. Ho fatto un viaggio incredibile dentro la musica, in quindici mesi ho attraversato il mondo dei violinisti che mi hanno accompagnato. È stato un lavoro duro perché, a differenza di <em>Lezioni di immortalità</em>, non essendo la mia materia non la maneggiavo agevolmente. Sebbene io abbia sempre suonato e la musica abbia fatto parte della mia vita (e qualche volta mi abbia anche messo nei guai), ho avuto bisogno di costruirmi nuovi strumenti per scriverne, studiando molto e intervistando chi la vita del solista la fa davvero. Volevo scrivere un libro verosimile, che rispecchiasse il racconto della vita di un solista, quindi mi sono stati di aiuto alcuni celebri violinisti in particolare Georg Mönch, che è purtroppo morto durante la stesura del libro. Fondamentale è stato l’aiuto di Francesco D’Orazio con il quale ho avuto tanti incontri e ore di discussione su molti temi. Ho incontrato anche Sonig Tchakerian, Uto Ughi ed altri. <strong>Sono stata in contatto con i più grandi liutai d’Europa, come John Dilworth e Carlo Chiesa, che mi hanno aiutato a dipanare la questione dei violini Stradivari e Guarneri del Gesù e a scegliere due strumenti che potessero essere congeniali al mio racconto.</strong> Il mondo della liuteria è ancora più magico, rarefatto e sorprendente. L’eredità più bella che mi lascia questo libro è una famiglia musicale. Ho passato un anno e mezzo su Skype a incontrare ogni settimana violinisti, scoprendo persone inimmaginabili, generose, disinteressate, fuori dall’utile, le quali hanno ascoltato le mie esigenze, risposto a domande infinite e a volte assurde, appassionandosi al libro e alla fine sentendolo un po’ loro. La musica è già un tema metafisico, scriverne e parlarne non è facile, è un’impresa che assomiglia un po’ alla caccia alle farfalle col retino. La mia famiglia musicale ora mi scrive e non vede l’ora di leggerlo. Mi ha accompagnato anche un teologo della Gregoriana, Luca Pedroli, con il quale abbiamo parlato di Apocalisse, essendo lui uno dei massimi esperti. Voi direte cosa c’entra l’Apocalisse? Se la musica non è rivelazione…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="733" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-733x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94397" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-733x1024.jpg 733w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-768x1073.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-600x838.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro.jpg 773w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></figure>



<p><strong>Oltre che scrittrice di romanzi, tu sei soprattutto, o forse meglio dire anche, poetessa e aforista. Come fare a riconciliare la brillantezza asistematica e breve della composizione frammentaria in un testo lungo e fluido? Cercare “il dominio della grande forma” è forse un compromesso, una rinuncia alle fughe brevi e la ricerca di un lavoro sinfonico?</strong></p>



<p>Questo è il mio primo romanzo, mi sono sempre dedicata alla poesia, all’aforisma, mi piacciono le forme stringate, l’esercizio quasi funambolico di esprimere molto con meno parole possibili; l’aforisma è come un tiro al bersaglio, bisogna essere infallibili. Dopo l’esperienza di <em>Lezioni di immortalità</em> invece, che ha un impianto completamente autobiografico, ma che tenta anche di esplorare i rapporti fra archeologia e poesia, mi sono appassionata allo scrivere in prosa. Mi sono sentita a mio agio in questa forma, più libera che nella poesia. Spero che in alcuni momenti la mia prosa abbia l’intonazione della poesia. La sfida di questo libro più che narrare una mia esperienza, che non confermo e non nego di aver vissuto, era quella di parlare del mondo del violino con un occhio interno, di qualcuno che ha suonato davvero, che ha sentito suonare molto, che ha studiato violino e che sa di cosa sta parlando. Spesso i libri sul violino sono scritti da chi non ha mai preso un violino in mano e si sente subito. Con questo libro voglio raccontare qual è la vita vera di un solista e cercare di portare chi legge ad avvicinarsi al repertorio per violino, che è meraviglioso.</p>



<p>Quando finii di scrivere <em>A colpi d’arco</em> andai a fare una passeggiata da casa mia, al Colosseo, verso l’orto botanico, ricordo che era sera, attraversai il ponte inglese immersa in uno di quei tramonti rossi che ci sono a Roma e la sensazione era quella di avere le ali ai piedi.</p>



<p><strong>Le tue&nbsp;<em>Lezioni di immortalità</em>&nbsp;sono una piccola ma profonda opera. Mi hanno affascinato soprattutto le tue esplorazioni da archeologa che riporta il passato al presente, un lavoro che espunge il basso della sua bassezza – scavi che si muovono all’indietro e raggiungono il profondo. In questi tuoi scavi che cosa trovavi al fondo del fondo, cosa provavi quando riportavi alla luce il ‘sommerso’, il rimosso, il dimenticato?</strong></p>



<p>L’archeologia è una forma di memoria distillata in oggetti: nella mia visione è necessario ripensare l’attività dell’archeologo nella prospettiva della “messa in movimento”. Ogni forma, ogni reperto, ogni ritrovamento non è semplicemente un oggetto che ha vissuto, che ha funzionato per il suo utilizzo, ma “è un essere che vive ancora addormentato nella sua forma”. Nella cultura materiale, in questi oggetti si è fossilizzata e dorme la vita delle persone cui sono appartenuti, il loro contesto, lì sono deposti come se ruotassero intorno a essi e fossero la loro aura. È una costellazione di movimenti fossili, energia fossilizzata che ruota intorno all’oggetto, come una spettralità, intrinseca ai reperti archeologici, che può sempre essere interrogata dall’archeologo. <strong>Elémire Zolla parlava dell’aura come di un’ebbrezza, una brezza, un alone, una meraviglia. Si genera aura quando la realtà esterna corrisponde a un segreto intimo, “di aure si nutre la vita interiore”.</strong> Nel mondo antico si parla di aura come di una ninfa, una brezza spirante dalle persone e dai luoghi che talvolta può diventare un turbine, una nube che abbaglia. Se nell’Ottocento la parola “aura” fu molto in voga, recentemente è stata accantonata e dimenticata perché la nostra realtà, non più caratterizzata dall’unicità, offre luoghi e oggetti seriali che non sprigionano più alcuna aura. Anche Walter Benjamin dedicò un celebre saggio, nel 1936, a <em>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, in cui parla di perdita di aura nelle opere d’arte riprodotte. Potremmo dire che l’aura si mantiene quando qualcosa è illeso, allora l’aura ci viene incontro con tutta la sua forza. <strong>Ma i reperti archeologici, sebbene frammentari e lesi, hanno intatta l’aura della loro storia singolare, conservano il bagliore di tempi sovrapposti, i gesti, gli sguardi che si sono posati stratificati su di essi: “perché un’aura abbagliante avvolge le simultaneità più complesse”.</strong>&nbsp; E d’altro lato tutto quello che questi oggetti hanno visto, tutto ciò cui hanno assistito; il bottone toccato quotidianamente dalla mano, il manico di un vaso impugnato chissà quante volte, il puntale di un elmo quanti volti di avversari terrorizzati avrà visto? Questi piccoli oggetti, apparentemente insignificanti, spesso rotti, ci introducono nelle loro reminiscenze, sono veicoli, vie di accesso al perduto, dispositivi per accedere alla memoria degli oggetti, perché anche gli oggetti hanno una memoria, un corpo della memoria deposto. <strong>C’è un aspetto energetico dormiente che viene messo in movimento dall’archeologo: quando riporta alla luce interrompe il sonno dei reperti.&nbsp; In questi oggetti nella loro disposizione nella loro morfologia è deposta la memoria delle persone cui sono appartenuti.</strong> È come se si potessero vedere in controluce. Proustianamente quegli spazi, quegli oggetti, seppur frammentari, sono un’estensione delle loro personalità, del loro ambiente, del loro pensiero, del loro gusto, delle loro ideologie e credenze e anche dei loro sogni. Mentre gli oggetti prima vengono utilizzati per lo scopo per cui sono stati creati, quando sopravvivono alla loro epoca iniziano un’altra vita, rinascono a nuova vita nelle mani dell’archeologo, che è un ostetrico della terra. Prima vivono, poi sopravvivono e cambiano statuto identitario. Acquisiscono lo statuto identitario dei sopravvissuti e spesso vanno in un museo, che è anch’esso un’entità viva. E sono sintomi, ritorni, sopravvivenze, elementi di una cultura viva, diventano modelli ispirativi, immagini che iniziano a trasmettersi con la loro forza irrefrenabile in una rete di sopravvivenze, producendo diffusioni, generazioni, scambi, ibridazioni, filiazioni. Questi segni tenaci dalla terra diventano vettori di sopravvivenze, tensioni formali che dal passato investono il futuro. Modelli, simboli, immagini, forme, che non hanno smesso di condizionare la nostra cultura occidentale. E sono in continuo dialogo con noi. Ogni forma culturalmente consolidata è il culmine di un’evoluzione, di una causalità formale sperimentata nei secoli. Le strutture del nostro immaginario condiviso sono sature di questa causalità formale. Il patrimonio archeologico dunque è parte integrante del patrimonio identitario culturale. Queste pietrificazioni sono forme della vita passata abitate dall’energia antica, si cristallizzano nella terra come in una bara, sprofondando in essa sepolte, in una sorta di incastellamento abissale: il sonno della loro imprendibilità. <strong>Quando arriva un archeologo riappare la luce del sole e risorgono. Nel guscio della terra si prepara, nel silenzio, la resurrezione. In questo rifugio la vita dormendo si concentra, si prepara, si trasforma.</strong> La terra-inconscio è sogno sintetico, a volte incubo, materia di resurrezione. Ed è proprio la terra che nella potenza del suo sonno, come direbbe Jacqueline Risset, frantuma il passato come fa l’inconscio, trasforma questi tempi passati in rovine, macerie, che diventano il sogno della terra. La memoria che non finisce di trasformare e di trasformarsi.</p>



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<p><strong>Appare un parallelismo tra poesia e archeologia, questi scavi nel profondo che fanno apparire ciò che è celato, segreto, sotterrato. Sono entrambe forme d’arte che ricercano la leggerezza, il disvelamento? Oppure credi che une delle due sia più oscura, più ermetica?</strong></p>



<p>Il parallelismo fra archeologia e poesia è un parallelismo stratificato. Ci sono molti aspetti poetici nel fare l’archeologo. Sembra strano ma l’emozione più grande non è la scoperta di qualcosa di prezioso, ma il penetrare nel pensiero dell’uomo antico, questa connessione con l’uomo scomparso millenni prima. Questo mi entusiasma, il tempo che nelle mani dell’archeologo si arrende e salta come sopra la dinamite. La poetica dell’archeologia è proprio questo rapporto con il tempo. <strong>Il tempo della discesa è lento, misurato, millimetrico, pesante; il tempo della caduta è libero, veloce, leggero. D’altronde la terra è il luogo del riposo, della decomposizione, dentro cui i reperti sono avviluppati, sognano e attendono di essere ritrovati e quando li scopriamo si apre un occhio nella terra.</strong> Se l’ascensione fa appello alla spettacolarità e ha una natura più esteriore, appariscente, visibile, la discesa è un fedele ritorno, è lo stare dentro uno spazio intimo materico e femminile, segreto e silenzioso. Verso il cielo il tempo è positivo, maschile, eretto e ascensionale, proiettato in avanti verso il futuro. Nella terra il tempo è inverso, viscerale, caldo e abissale, lento, pesante, avvolto su se stesso, quindi circolare, in cui l’archeologo scopre mappature di galassie di pietre e cocci, ossa e cristalli. Tessiture remote, già accadute, che in questo nero generatore sono state in sogni di tenebrosità. Perché il nero è l’assillo delle profondità. <strong>Si sotterra ciò che è morto, che va in decomposizione: l’archeologia è questo lavoro alchemico che riporta in vita la salma del passato. È un lavoro che riguarda il mistero della nascita e della morte.</strong> Nello scavo l’archeologo scopre un intero cosmo di significato, perché la sua è una tensione cosmica animata dal desiderio, che come dice l’etimologia viene da <em>de-sidera</em>: assenza di stelle. Ma rivolta verso il basso, come verso un cielo sotterraneo, dove la vita antica è diventata una costellazione di radici, reliquie, impronte, tracce, frammenti e sotto la stratificazione, all’altezza della memoria, il suo battito cardiaco risponde ancora. Come scrivo in <em>Lezioni di immortalità</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Se il lavoro del poeta è scuotere il cielo aspettando che qualche frammento cada, il lavoro dell’archeologo è scuotere la terra, senza imbarazzo del cosmo, aspettando che qualche frammento di cielo appaia”.</strong></p></blockquote>



<p><strong>Per deformazione personale, sono molto affezionato all&#8217;individuo.&nbsp;Parli del lavoro di gruppo e della condivisione come fondamenti dell’archeologia, lo stesso si potrebbe dire per il giornalismo e molte altre sezioni del mondo del lavoro. Per la poesia, invece? La scrittura è ancora una pratica individualista? Come dici nelle&nbsp;<em>Lezioni</em>, tu hai preferito la pratica solitaria, la riflessione come condotta di vita. Che cosa vi si guadagna?</strong></p>



<p>L’archeologia è un lavoro di gruppo, personalmente ho partecipato a una delle missioni archeologiche più competitive della storia. La missione di Ebla è famosa, oltre che per le grandi scoperte che hanno cambiato la Archeologia Orientale, anche per questo. Si trattava di un ambiente difficile dove mancava qualunque forma di solidarietà. Detto ciò, si svolgeva nel deserto e ci si sentiva particolarmente isolati dal mondo, data la difficoltà dell’ambiente e la distanza da ogni possibilità di incontro, oltre che dalle famiglie che erano lontane. Io però sono una solitaria di natura, quindi soffrivo ma limitatamente. Amo il tempo in compagnia di me stessa. Quello che ci si guadagna è il tempo, di cui sono gelosa e un po’ ossessionata fin dalla nascita.</p>



<p><strong>In&nbsp;<em>Piano d&#8217;evacuazione</em>&nbsp;parli del limite come di un pensiero messo alle strette. Quali sono i confini della poesia? E della parola? È forse compito del poeta forzare, estendere queste frontiere, oppure starne a difesa affinché non vengano violate?</strong></p>



<p>La poesia credo sia proprio la possibilità di forzare i confini linguistici, almeno quella che provo a fare, magari non ci riesco, ma ho questa tensione. “Un libro deve essere un&#8217;ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”, come diceva Kafka. Ecco la poesia interroga, risponde, deve perturbare, scuotere e cercare di estendere le frontiere del linguaggio del poeta e di chi lo legge, altrimenti è un puro esercizio retorico.</p>



<p><strong>In quel libro parli anche della memoria e dei danni insiti in quella facoltà “che sa andare solo all’indietro”. La riflessione sul determinismo e sulla causalità di Bertrand Russell raggiunge obiettivi simili. Lui dice essere un mero accidente che la memoria&nbsp;ricordi solo <em>backward and not forward</em>. Allora, Russell si chiede: perché? Se il passato è&nbsp;<em>così</em>&nbsp;poiché è accaduto, anche il futuro è conosciuto perché&nbsp;<em>così</em>&nbsp;sarà. Entrambi sono determinati e memorizzabili. La tua domanda “perché non si può ricordare il futuro?” è forse un attacco agli opponenti del determinismo?</strong></p>



<p>Questo è un riferimento ad <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, uno dei miei libri preferiti. Sappiamo che Lewis Carroll oltre che scrittore e fotografo era anche un logico, un matematico e pubblicò diversi trattati di logica. Sin da piccola sono stata molto attratta dalla categoria del tempo, dai rompicapi e dai paradossi spaziotemporali.</p>



<p><strong>Infine, un inciso breve sui tuoi aforismi, navigazioni tra “l’inconscio del linguaggio” e il “rimosso esistenziale”. Hai scritto che i moralisti si curano con il loro stesso giudizio, allora, qual è il&nbsp;<em>pharmakon&nbsp;</em>dell’immoralista?</strong></p>



<p>Penso che il <em>pharmakon</em> degli immoralisti sia proprio la loro immoralità.</p>



<p><em>*In copertina: Flaminia Cruciani in un ritratto fotografico di Dino Ignani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/">“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Opportunista, scaltro, geniale. Elogio di Giuseppe Tucci, il nostro Indiana Jones tra Tibet, Afghanistan e Oriente estremo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 04:44:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho letto con molta fatica la tesi di dottorato di Alice Crisanti (Giuseppe Tucci. Una biografia, Ed. Unicopli, 2020), un testo assolutamente arido dove l’esperienza e l’importanza del protagonista non viene raccontata – non dovrebbe essere anche questo il compito di una biografia? – soffocata da un’asettica mole di notizie e di informazioni burocratiche. Già [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuseppe-tucci-enrica-garzilli/">Opportunista, scaltro, geniale. Elogio di Giuseppe Tucci, il nostro Indiana Jones tra Tibet, Afghanistan e Oriente estremo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con molta fatica la tesi di dottorato di <a href="https://www.amazon.it/Giuseppe-Tucci-biografia-Alice-Crisanti/dp/8840021221" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alice Crisanti (<em>Giuseppe Tucci. Una biografia</em>, Ed. Unicopli, 2020)</a>, un testo assolutamente arido dove l’esperienza e l’importanza del protagonista non viene raccontata – non dovrebbe essere anche questo il compito di una biografia? – soffocata da un’asettica mole di notizie e di informazioni burocratiche. Già risapute perché date con puntualità scientifica nella biografia completa già esistente, <em>L’esploratore del Duce </em>(Milano, 3a ed. 2016).</p>
<p><strong>Niente a che vedere con la ricostruzione della vita e dell’attività dell’uomo, che fu un vero Indiana Jones italiano.</strong> <strong>E un gigante della <em>track II diplomacy</em> in Tibet, India, Nepal, Afghanistan, Pakistan, Iran e Giappone con il suo prestigio internazionale</strong>, il suo carisma e la sua autorevolezza – perché «La diplomazia culturale cerca di impressionare, di dare un’immagine favorevole»  (J. M. Mitchell, <em>International Cultural Relations</em>, 1986) –, di eccezionale cultura, talento linguistico e sfrenata ambizione, accentratore di potere e di fondi, manipolatore e abilissimo a soppiantare l’economista B. K. Sarkar in qualità di direttore dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondato da Mussolini nel 1933 come Ente morale sotto la presidenza di Giovanni Gentile, <em>patronus</em> del Nostro per 27 anni.</p>
<p>Niente degli ambienti in cui si era trovato a vivere, studiare, insegnare, viaggiare, esplorare.</p>
<p>Niente contestualizzazione storica e scientifica, come l’aiuto concreto a più riprese del Duce, sempre mediato da Gentile, perché protagonista dei suoi sogni di espansione in India, indispensabile per un gigante intellettuale che ha vissuto e operato in due periodi chiave della nostra storia, il Fascismo e gli Anni di piombo.</p>
<p>Una biografia che non è una biografia, quindi. Una scienza che non è una scienza, perché l’Autrice omette molte altre cose essenziali quali la cronologia di Tucci, la sua ricchissima bibliografia (forse perché già ampliata ed elencata ne <em>L’esploratore</em>?), la bibliografia generale.</p>
<p>E soprattutto perché è un elenco di <em>well known facts</em>, accompagnato da una scrittura arida, pedante, scolastica, autocelebrativa, noiosa, pomposa, stuprata da interminabili citazioni, a volta pagine intere interrotte solo da brevi canovacci di testi per raffazzonare insieme le parti del discorso. Per esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, all’inizio della seconda metà di pagina 343 parte una chilometrica citazione che, senza soluzione di continuità, si conclude a metà di pagina 347.</p>
<p>Ma una biografia dovrebbe essere ben altro. Dovrebbe affidare la descrizione del personaggio e del suo mondo alla capacità dell’autore di descrivere, interpretare, raccontare, evocare quello che deve essere narrato e non affidarsi a un’asfittica serie di citazioni che lasciano il tempo che trovano e per le quali è senz’altro meglio leggere uno degli oltre 300 testi originali di Tucci stesso – sia quelli scientifici, sia quelli più descrittivi.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87318 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/30837149179-199x300.jpg" alt="" width="305" height="460" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/30837149179-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/30837149179-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/30837149179-768x1159.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/30837149179.jpg 1016w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></p>
<p>Quello che rende il testo assolutamente indigesto poi è un delirio di note ancor più chilometriche delle citazioni. Anche qui pagine intere in cui poche righe di testo affogano in decine di righe di note (vedi da p. 246 a p. 252). Sembra un compito scritto sotto dettatura in cui quello che veramente importa è lo sfoggio di una conoscenza libresca di dati e fonti già note che però non si invera in un discorso in cui riesca ad emergere sia l’anima dell’oggetto descritto, sia quella dell’io narrante, né tantomeno della storia narrata.</p>
<p><strong>Tucci è stato un protagonista della Storia. Grazie a lui l’Italia ha stabilito i primi rapporti culturali con l’India, con il Nepal e con il Giappone e nel 1937 è entrata come firmataria originale nel Patto Anticomintern.</strong> Un accordo che ha cambiato il corso del mondo, dei rapporti internazionali e della vita quotidiana di tutti, che ha cambiato il corso della Storia perché prodromo di altri accordi e disaccordi, seguiti a cascata, che hanno portato alla Seconda guerra mondiale. Dove sta tutto questo?</p>
<p><strong>Alla fine degli anni Trenta il Nostro fu la punta di diamante della politica di propaganda in Asia, tanto che la sua forte azione culturale fu lo strumento che accompagnò, e talvolta precedette, la diplomazia ufficiale.</strong> Dotò l’Italia della prima Biblioteca di studi orientali e fondò il primo Museo nazionale d’arte orientale, ora a lui intitolato, per mettere l’Italia alla pari con le altre nazioni europee, per realizzare l’ambizione primaria di Mussolini: fare dell’Italia una Grande potenza. E per lo stesso motivo negli anni Cinquanta dette inizio all’archeologia italiana in Asia, una disciplina che amava molto perché univa lo studio teorico alla pratica sul campo.</p>
<p><strong>Difficilmente possiamo immaginare una vita più appassionante di quella di Giuseppe Tucci, uomo dottissimo e avventuroso, che viaggiò in lungo e in largo per l’Asia centrale e meridionale, a Lhasa fu ospite del Dalai Lama Tenzin Gyatso quando questa era la mitica città proibita</strong>, affrontò le paludi e le giungle del Nepal pullulante di fiere pericolose e interdetto agli stranieri, andò nelle pianure del Gange e si inginocchiò dove solo i locali si inginocchiavano. Ebbe rapporti decennali e non sempre disinteressati, ma talvolta per conto del Duce, con Gandhi, Pandit Nehru, Indira Gandhi, Fosco Maraini, Subhas Chandra Bose, Aldo Capitini, Surendra Nath Dasgupta, Mircea Eliade, Julius Evola, Karl Haushofer, Prassitele Piccinini, Pio Filippani Ronconi, Mario Carelli, Dilli R. Regmi, Rishikesh Shaha, il Precettore Reale del Nepal Hem Raj Sharma (chiamato <em>guruju</em> in nepali, non <em>guruji</em> come ha scritto l’Autrice, che è hindi!), il Wali del Pakistan, gli ambasciatori dell’Impero del Sol levante e altri, in Europa e in Asia, che ebbero un peso non indifferente nel dibattito culturale del tempo e, in molti casi, furono anche protagonisti del dibattito politico e religioso.</p>
<p><strong>Tucci ha fatto conoscere meglio al mondo le più grandi religioni asiatiche, specie il buddhismo tibetano o Vajrayana; con le sue edizioni critiche e le traduzioni originali di preziosi testi in sanscrito e in tibetano e la ricostruzione storica di principati e dinastie è stato uno dei pionieri dello studio scientifico dell’Asia. Con le sue leggendarie esplorazioni ha aperto la strada di questi paesi ai geografi, ai viaggiatori e ai visitatori.</strong> È stato uno dei primi occidentali al mondo a esplorare e far conoscere il Paese delle nevi. Ha ricostruito la toponomastica delle regioni dell’Himalaya basandosi sui testi e sui racconti degli abitanti. In Nepal ha riscoperto le vestigia della civiltà dei Malla che si credevano perse. Grazie alle missioni archeologiche e alle opere di conservazione e restauro in Iran, Pakistan e Afghanistan, che ha iniziato e promosso, l’Italia ha conquistato a livello internazionale un posto di primissimo piano nella scoperta, ricostruzione e preservazione di antiche civiltà. Ha intessuto relazioni diplomatiche privilegiate con il Giappone dal 1936, con il Pakistan per gli scavi nella Valle dello Swat, con il Nepal, con cui prima di lui non c’erano relazioni ufficiali, anche se il piccolo paese incastonato fra i monti non è mai stato parte dell’Impero britannico. Tucci è stato un pioniere, un esploratore, uno scalatore di vette reali e simboliche.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87319 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/81PjVBvDuAL-300x241.jpg" alt="" width="504" height="405" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/81PjVBvDuAL-300x241.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/81PjVBvDuAL-1024x823.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/81PjVBvDuAL-768x617.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/81PjVBvDuAL.jpg 1303w" sizes="(max-width: 504px) 100vw, 504px" /></p>
<p><strong>Seguendo la scia del suo professore di sanscrito Carlo Formichi, che lo volle al suo fianco e grazie al quale a Roma aveva conosciuto il Nobel Tagore, nel 1925 fu invitato come Lettore di Lingua e cultura italiana nella università internazionale del poeta, a Śāntiniketan, nel Bengala occidentale.</strong> E in India rimase con una breve interruzione per oltre cinque anni, intessendo relazioni culturali che furono utilissime a lui e all’Italia – perché, come disse Formichi, professore di sanscrito alla R. Università di Roma e consigliere di Mussolini negli anni Venti per le questioni riguardanti l’India, «la cultura è il miglior mezzo per aprire la strada agli accordi diplomatici, politici ed economici».</p>
<p>Tucci ha svecchiato il metodo di studio delle lingue asiatiche con una comprensione di prima mano, fatta sul campo, della cultura espressa in quelle lingue, e ha usato la sua formidabile conoscenza del sanscrito, del tibetano, del cinese, del pāli e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, il bangla, l’hindi, il nepali, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo e altre ancora, per comprendere le civiltà antiche, arricchendo, con l’ausilio di varie discipline incrociate come la filologia, la storia, l’iconografia, l’archeologia, l’antropologia, l’epigrafia, la toponomastica, la geografia, e altre, il patrimonio di conoscenze dell’umanità, unito a una conoscenza di prima mano delle aree studiate.</p>
<p>AI suoi tempi, Tucci visse nel 1894-1984, in Italia il Nepal era un paese misterioso e un museo a cielo aperto per la cultura induista e buddhista; il Tibet era un paese proibito e favolistico, il paese di <em>Shangri</em>&#8211;<em>La </em>sede dell’inaccessibile Potala e del magico Dalai Lama; l’India era conosciuta essenzialmente attraverso la voce potente dei giornalisti e i politici del British Raj e dei missionari cristiani. <strong>In questi paesi Tucci andò per decenni, percorrendo le pericolose mulattiere, gli aridi altopiani e le vette innevate in carovana, andando a piedi, sugli asini o sui cavalli e vivendo in tenda, spesso con le sue due ultime mogli, Giulia Nuvoloni e Francesca Bonardi.</strong> Fu uno dei primi buddhisti occidentali e fu uno dei primi ecologisti, se così si può dire, sempre sopraffatto dalla natura intatta che incontrava. Scriveva nel 1960 in <em>Nepal. Alla scoperta dei Malla:</em></p>
<p>“Concludiamo: l’esplorazione nello spazio si è trasformata in un’esplorazione nel tempo. Risorge un impero che, per l’unica volta a nostra conoscenza, unì province tibetane a province indiane sotto il duplice vessillo dell’Induismo. Abbiamo visto che i suoi fondatori risalirono il corso dei fiumi sacri che scendono ad alimentare il Gange e poi si fermarono sulle rive del lago di Brahma e presso le pendici del monte di Sciva, il Manasarovar ed il Cailasa, dove oggi come allora convengono, da tutte le parti dell’Asia, i pellegrini per supplicare, in quella bellezza assoluta, le divinità inaccessibili. <strong>Nel 1931, continuando le esplorazioni transimalaiane intraprese nel 1926, traevo alla luce della storia gli avvenimenti del Tibet occidentale, narrati dai templi: ora quasi a conclusione di oltre trenta anni di viaggi, percorsi a piedi più di 20.000 chilometri sul Tetto del Mondo, dopo aver attraversato e solcato in tutti i sensi l’Imalaia</strong> ed aver lasciato più volte alle spalle le sue vette più alte, ecco l’anello chiudersi quasi lì dove aveva cominciato a svolgersi, a poca distanza dal medesimo lago e dalla medesima montagna che videro me pure, (quando avvolti di luminosa trasparenza, per la prima volta mi apparvero), inconsapevolmente insieme con i pellegrini genuflesso; perché nei silenziosi incontri della natura io avverto irresistibile una presenza che mi umilia e mi esalta”.</p>
<p><strong>Tucci non si occupò solo di induismo, buddhismo e bon, la religione preesistente del Tibet, ma si occupò anche della cultura islamica. Dopo un’esplorazione preliminare compiuta nel 1956, dall’estate del 1957 al 1964 la missione archeologica italiana dell’IsMEO, sotto la sua sovrintendenza, scavò a Ghazni, in Afghanistan orientale, durante il periodo di stabilità e relativa democrazia di re Zahir Shah.</strong> La città fu un fiorente centro buddhista prima e durante il VII secolo. Quando gli eserciti arabi cercarono di conquistarla, le tribù locali resistettero fieramente. Dopo vari tentativi di conquista nel 1151 la capitale fu rasa al suolo da Ghorid Alauddin, della dinastia islamica sunnita dei Ghurid. Risorse dalle ceneri ma solo per essere devastata di nuovo, e definitivamente, da Gengis Khan e dalle sue orde di mongoli nel 1221. Ghazni era quindi ricchissima di molti strati di diverse civiltà che dovevano essere riportate alla luce, a partire da quella greca, o meglio greco-romana, di Alessandro il conquistatore. Tucci e il giovane archeologo Umberto Scerrato cominciarono gli scavi presso il palazzo del sultano Mas‘ud III. Il re Zahir Shah diede tutta l’assistenza possibile all’IsMEO, collaborando per creare il Museo di arte islamica, ricavato in un palazzo costruito nel X–XVI secolo e restaurato a cura dell’istituto. Fu inaugurato dalla missione italiana nel 1966. Dal 1960 all’attività archeologica si unì quella di restauro e conservazione dei monumenti, con interventi a Kabul e Ghazni. Il programma di restauri dell’IsMEO includeva la moschea degli Shah a Kabul (1964–66) e gli scavi esplorativi di Tapa Sardar a Ghazni (1959–62), che portarono alla luce un complesso buddhista ricchissimo di ceramiche, statue e pitture.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87320 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/51zq9k5E75L-200x300.jpg" alt="" width="327" height="491" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/51zq9k5E75L-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/51zq9k5E75L.jpg 333w" sizes="(max-width: 327px) 100vw, 327px" /></p>
<p><strong>Nel 1978, con l’assassinio di Mohammed Daoud Khan, che nel 1973 aveva sostituito il re Zahir Shah con un colpo di stato pacifico, il lavoro di scavo dovette essere interrotto. Durante l’invasione sovietica e la guerra civile afghana il palazzo subì gravi danni. I successivi scempi dei talebani vanificarono il lavoro dell’IsMEO fino al 2002, quando è ripresa la missione culturale italiana con l’allestimento, a Kabul, di un laboratorio per la ricomposizione, la catalogazione e il restauro dei reperti presenti nel Museo archeologico della capitale e con il riavvio degli scavi.</strong> Nel 2005 un sopralluogo della Società per la preservazione del patrimonio culturale afghano riportò che il sito era completamente distrutto. I due maggiori interventi italiani, legati anche all’impegno dell’Unesco, sono stati quelli destinati al restauro dei minareti di Jam e Herat e alla riapertura del museo di Ghazni. Nei dintorni della città verrà anche riaperto il Museo di arte islamica e sarà riattivato quel Museo di arte pre-islamica creato dalla missione italiana nella seconda metà degli anni Settanta. Nel 1956 Tucci aveva dato inizio agli scavi veri e propri nella valle dello Swat, che fu uno stato indipendente dell’India, e poi del Pakistan, e li seguì fino al 1969.</p>
<p>I lavori che ha ideato, organizzato e diretto e gli accordi che ha stretto con vari stati asiatici sono fioriti e hanno dato frutti per molti decenni a venire dopo di lui e in molti casi sono ancora esistenti. La maggior parte delle sue opere sono tuttora scientificamente valide e alcune di queste sono uno strumento indispensabile per chi voglia dedicarsi alla tibetologia, all’indologia, alla sinologia e alla storia dei paesi dell’Himalaya.</p>
<p>È grazie alla sua prodigiosa cultura e al suo talento linguistico, unito a modi abili, svelti e scaltri, da uomo di mondo che era a suo agio ovunque e con chiunque, che fu benvoluto in tutti gli ambienti che contavano in Europa e in Asia e fu in grado di svolgere da solo il delicatissimo compito di fondare insegnamenti di cultura italiana in India e in Giappone negli Venti e Trenta e di svolgere un’importante opera di propaganda. Con la sua opera ha spalancato le porte dell’Asia non solo agli scienziati, ma ai viaggiatori di tutto il mondo. Con le sue opere scientifiche e divulgative ci ha regalato, anche nei racconti più semplici e brevi, l’esaltante esperienza dell’incontro autentico e diretto dell’uomo con la natura, con l’Altro, con l’Oriente vissuto in prima persona.</p>
<p>Ma perché affrontava per mesi viaggi così affascinanti e proficui ma tanto scomodi e rischiosi, in tenda, in carovana, con pochi compagni italiani, fra cui spesso la seconda e la terza moglie, un lama, una guida e decine di portatori locali, che valicavano passi ghiacciati, percorrevano terreni brulli, attraversavano giungle, paludi malsane e paesini sperduti? <strong>In fondo, in patria era già un potente professore, dal 1929 era un membro della Reale Accademia d’Italia in marsina e feluca e si stava conquistando una solida fama fra gli studiosi di mezzo mondo, era un protégé di Formichi e di Gentile e anche il Duce, al quale tuttavia non era simpatico, doveva accettare i suoi servigi. Perché?</strong> Per amore della scoperta, per sete di conoscenza, perché i paesi dell’Himalaya costituivano ancora una miniera di tesori quasi inesplorata. Le sue non erano solo spedizioni, erano cacce al tesoro in grande stile. Portò in Italia, comprati, trafugati o ottenuti con l’inganno e qualche volta regalategli, <em>thangkha</em>, manoscritti, xilografie, statue, libri antichi, reperti buddhisti, induisti e bon, manufatti di pregio.</p>
<p>Tucci fu un cacciatore di tesori che inseguiva nuove vette da conquistare: la fama all’estero e i beni da riportare in patria, che inizialmente teneva in casa ma che poi donò all’Italia, fondando una delle più ampie biblioteche orientali del mondo e il museo. Fu protetto anche dal padre della seconda moglie, il potente Luigi Nuvoloni, direttore della Questura.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87321 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-225x300.jpg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Giuseppe-Tucci-in-Tibet-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>E con l’età, <strong>Tucci si permise di rivelare sempre più la vera molla delle sue scorribande, quella che lo distinse dalla gran massa degli studiosi del tempo e che lo avvicina ai grandi condottieri, studiosi, filosofi e artisti di sempre.</strong> Non un’arida scienza, pedante e ripiegata su sé stessa, ma una scienza gioiosa, feconda, dinamica e piena di vita perché attingeva al fattore decisivo della ricerca compiuta ai più alti livelli: la fonte zampillante e per lui inesauribile della curiosità, della scoperta, compiuta con la mente e con il corpo, per conoscere e spostare oltre la siepe i confini della conoscenza e per rendere l’Italia un paese culturalmente alla pari degli altri grandi paesi occidentali. Per fare quello che voleva il Duce: squarciare l’involucro in cui amava «rinchiudersi e rimpiccinirsi la modesta Italietta provinciale di una volta», come disse Gentile nel discorso che tenne a Milano il 14 febbraio 1937, in occasione dell’inaugurazione del Comitato lombardo per il Medio ed Estremo Oriente, un distaccamento dell’IsMEO, per «guardare all’Asia più lontana». Anticipò a livello culturale quello che Dino Grandi, Sottosegretario del Ministero degli Esteri e poi ministro (1929-1932), parlando di dare un respiro più ampio alla politica, chiamò «il senso del mondo». Perché, con le parole di Tucci, «anche gli studi sono un’avventura che dura tutta la vita, un pellegrinaggio continuo ed attento, compiuto dall’intelligenza sempre curiosa e mai soddisfatta» (<em>La via dello Swat</em>, 1963).</p>
<p>La scienza, il senso del mondo, l’avventura spinta agli estremi limiti. <strong>Tucci mise piede là dove nessuno era riuscito mai a mettere piede. </strong>Ecco, l’io narrante dovrebbe tenere il filo di questa storia, regalare i suoi occhi e il suo cervello a quelli del lettore-spettatore per seguire il protagonista lungo i labirinti, i crinali, le linee degli orizzonti di una vita così ricca, così avventurosa, così proficua per le generazioni a venire. Dato il ruolo di Tucci, vero protagonista della politica culturale fascista in Asia, l’io narrante dovrebbe contestualizzare la storia del singolo nel flusso della storia mondiale, quella con la S maiuscola.</p>
<p>Invece in questa narrazione non ci sono né occhi né cervello. Dalla lettura di questo libro se ne uscirà, ammesso che si riesca a completarne la lettura, sommersi da una mole di astratte, ridondanti e note informazioni ma sideralmente lontani dall’aver compreso chi realmente sia stato questo studioso, che ruolo ha avuto nella costruzione della politica culturale fascista e repubblicana, grazie all’altro suo potente <em>patronus </em>per quasi tre decadi, Giulio Andreotti, e ai rapporti decennali con pandit, lama – fra cui il Dalai Lama –, santoni venerati, studiosi di rango internazionale, capi di stato, politici e ambasciatori di mezzo mondo. E non si capirà quale fosse il senso autentico della sua passione, ispiratagli da Alessandro il Macedone sin dal liceo. <strong>«</strong><strong>Io vedevo in Alessandro il primo uomo dell’Occidente nel quale alla determinazione del conquistatore dovette certo dare stimolo, vuoi pure inconsapevole, il medesimo fascino dell’Oriente che anche in me allora ardeva» </strong>(G. Tucci, <em>La via dello Swat</em>, 1963).</p>
<p>E non una parola sulla documentata appartenenza al Grande Oriente d’Italia. Né sul ruolo da lui avuto nella costruzione della “politica giapponese” di Mussolini, facendo leva sulla sua “nippofilia” – come disse Renzo de Felice – prima ancora che sulle esigenze diplomatiche e politiche.</p>
<p>Più che una biografia, questo libro è un interminabile necrologio. Inutile dal punto di vista scientifico, indigeribile come storia. Viene il sospetto che sia stato scritto per rispondere a due esigenze: denigrare senza alcuna scientificità l’unico lavoro esistente su Tucci, apprezzato da intellettuali quali Franco Cardini, Francesco Perfetti, Hervé A. Cavallera, Sergio Romano, Emilio Gentile (pp. 8 e 404), e riabilitare Tucci a livello politico.</p>
<p>L’Autrice si duole che per il carteggio Tucci-Andreotti sia dovuta ricorrere a <em>L’esploratore del Duce</em>, in cui è riportato per intero, e dice di aspettare che l’Istituto Luigi Sturzo lo metta a sua disposizione, asserendo di averne parlato con il senatore. A me invece duole ricordare che, come è scritto, lo posseggo in originale e per intero e che mi fu spedito da Andreotti nel 1999 insieme ad alcuni biglietti commemorativi e buste originali a cura del governo dell’India stampate in occasione della sua scomparsa, e il “Ricordo di Giuseppe Tucci” del senatore stesso del 26 giugno 1993. E mi duole anche ricordare che nell’anno in cui l’Autrice asserisce di aver parlato con Andreotti già lui non rispondeva più, né per scritto né a voce, perché gravemente malato, e dubito che la sua decennale e severa segretaria si fosse scordata di non essere più in possesso del faldone.</p>
<p>Nell’introduzione e nel capitolo “La guerra e l’epurazione” si asserisce che dall’8 settembre 1943 Tucci sia stato in realtà un informatore del movimento antifascista clandestino, basandosi sul suo memoriale di autodifesa per la commissione sull’epurazione. Cosa che, se fosse vera, non aiuterebbe di certo la pur poca simpatia che generalmente si prova per un delatore. Tra l’altro, non ho trovato nessun accenno a questa sua attività nel suo memoriale, in cui per la Commissione centrale per l’Epurazione del personale universitario Tucci scrive solo una vibrante autodifesa dell’assegnazione senza concorso, grazie a Giovanni Gentile e al fatto che non c’erano altri esperti in Italia, della cattedra di Lingua e Cultura cinese presso l’allora Istituto di Studi Orientali di Napoli, cercando di dimostrare di averla avuta per chiara fama e non per appoggi politici. Non che fosse mai andato a insegnare, beninteso, troppo impegnato nelle missioni all’estero, tanto che solo grazie a Gentile riuscì dopo un anno ad andarsene da quell’ambiente «a me ostile», e con buona ragione, perché accettò l’incarico solo a condizione di essere equiparato in tutto e per tutto a un professore ordinario e di impiegare un madrelingua cinese che insegnasse al posto suo, costringendo quindi la facoltà a pagare due stipendi.</p>
<p>Tucci fu sospeso dell’ufficio a decorrere dal 1° agosto 1944. Fu prosciolto da ogni addebito dopo un anno e mezzo e sette giorni e l’8 gennaio 1946 fu riassunto a servizio attivo. Non per niente gli storici parlano, nella Pubblica amministrazione, di «epurazione mancata», un <em>leit motiv</em> ricorrente accompagnato per lo più dalla constatazione che, anche rispetto alla defascistizzazione, furono colpiti solo i “pesci piccoli” (come in P. Allotti, «Studi recenti sull’epurazione nel secondo dopoguerra», in <em>Mondo contemporaneo: rivista di storia</em>, 2008; L. D’Angelo, I<em> socialisti e </em><em>la defascistizzazione mancata</em>, Milano, 1997; M. Minetti, <em>L’epurazione nella pubblica amministrazione tra 1943 e 1948</em>, tesi di laurea, Università La Sapienza di Roma, a. a. 2000–2001). Il solo punto originale della tesi dell’Autrice, il collaborazionismo antifascista di Tucci, non è dimostrato.</p>
<p>Mancano, insomma, le basi metolodogiche della ricostruzione storica: la memorialistica, si sa, è spesso una «<em>fabula ficta et simulata</em>» (E. D. Rienzo, <em>Ciano</em>, 2018) – si vedano le memorie di Grandi, di Bottai, di Badoglio, ecc., in cui i protagonisti «[…] hanno dato alle stampe la loro versione degli avvenimenti di quel periodo, spesso più con l&#8217;intento di autodifendersi […] che di portare un contributo all&#8217;accertamento della verità» (E. Aga-Rossi, <em>L’inganno reciproco, L&#8217;armistizio tra l&#8217;Italia e gli anglo-americani del settembre 1943, </em>1993). L’attività di propagatore e rappresentante del fascismo all’estero di Tucci è indubbia. Il suo impegno antifascista dopo l’8 settembre no.</p>
<p>Eppure, lo psicologo junghiano ebreo tedesco Ernst Bernhard, che credeva nella reincarnazione, aveva conoscenze di studi buddhisti e confuciani e lavorava contemplando la statua del Buddha sul suo tavolo di lavoro, scrive, commentando un sogno fatto l’11 ottobre 1935, che quando era internato in un campo in Calabria, nel 1940-41, deve a Tucci il fatto di non essere stato deportato nei campi nazisti, ma che gli fosse stato permesso di tornare a Roma e vivere nascosto in casa: <strong>«Che io stesso non sia stato prelevato dal campo d’internamento e deportato in Polonia, ma che potessi uscire dal campo e tornare nella mia abitazione e viverci nascosto, lo devo al celebre indologo italiano Giuseppe Tucci, che aveva saputo di me attraverso pazienti e ottenne la mia liberazione.</strong> Il sogno dice con precisione: un italiano con un viso di indiano. Ma il sogno ha un significato più profondo, ed è veramente legato a quello precedente. Dopo aver perduto i miei genitori, dopo essermi impiccato ed essere morto, vengo dunque salvato da un italiano dal viso di indiano. Questo potrebbe significare che il mio ciclo karmico ebraico si sia esaurito con le persecuzioni di Hitler, che io, per così dire, sopravviva o meglio rinasca – è un sogno di rinascita – e cioè sia rigenerato, allattato da questo italiano e indiano». (E. Bernhard, <em>Mitobiografia. Pensieri e sogni fondamentali di una guida della coscienza contemporanea</em>, 1977). Nel sogno infatti lo psicologo aveva fame e sete e Tucci tirava fuori per lui dalla tasca interna della giacca un pezzo di pane e una bottiglietta con del latte. Tucci che nutre. Questo italiano con il volto di indiano che lo salva. Tucci tutto e l’opposto di tutto.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87322 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli-194x300.jpg" alt="" width="288" height="445" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli-664x1024.jpg 664w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli-768x1185.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Dei-Demoni-e-oracoli.jpg 945w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" /></p>
<p><strong>Sinologo, iranista, indologo, buddhologo, tibetologo, yamatologo, storico e storico delle religioni, etnologo, archeologo, antropologo, geografo, esploratore, “raccoglitore illuminato e felice”, con le parole di un suo brillante allievo, lo storico Luciano Petech, scrittore, docente, accademico d’Italia, promotore di cultura, iniziatore di collane di libri e fondatore di riviste, organizzatore, bibliofilo, collezionista, sovrintendente agli scavi – e che altro? Tucci fu un orientalista nel più ampio senso del termine</strong>, anche considerando che nel secolo scorso la conoscenza scientifica del mondo asiatico da parte dell’Occidente era già molto estesa. Possiamo ben dire che fu un umanista a tutto tondo. E non scordiamoci di Tucci <em>tombeur de femmes</em>; e Tucci piccino con chi non riusciva e dominare, come Fosco Maraini e la seconda moglie Giulia Nuvoloni – che sposò probabilmente per opportunismo e alla quale avrebbe voluto negare gli alimenti, lui già assai benestante –; Tucci vile, perché aveva intuito quello che sarebbe successo al suo decennale <em>patronus</em> Gentile e non lo mise in guardia quando gli scrisse l’ultima lettera, eccetto un superficiale consiglio a riguardarsi. Ma Tucci nutritore e dispensatore di vita, Tucci che sugli altopiani del Ladakh piangeva guardando la stellata mentre declamava il <em>Canto notturno di un pastore errante nell’Asia</em>. E Tucci che non sapeva neanche il nome dei portatori della sua carovana che mettevano un piede in fallo e scivolavano nell’oblio. <strong>Tucci che ha aperto il campo ai più moderni studi scientifici nel campo dell’antichistica dell’Asia; ma Tucci che ha formato e messo nei posti di potere una stirpe di orientalisti che ha ereditato molti suoi vizi e difetti, anche politici</strong>, senza che nessuno di loro riunisse in sé la conoscenza vasta e profonda di tante discipline come lui, la sua statura scientifica internazionale, la sua abilità diplomatica.</p>
<p>Dove sta tutto questo nella biografia della Crisanti?</p>
<p>Tucci da questo libro ne esce sminuito, umiliato, devastato. Lo sconsiglio non solo per non sprecare tempo e denaro in informazioni già scritte ma, soprattutto, per lasciare intatta la grandezza di un personaggio che, pure con le sue note e opportunistiche ombre, è stato uno dei più grandi studiosi ed esploratori dell’Oriente che la cultura – mondiale, ç<em>a va sans dir</em>e – abbia avuto.</p>
<p><strong><em>Enrica Garzilli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuseppe-tucci-enrica-garzilli/">Opportunista, scaltro, geniale. Elogio di Giuseppe Tucci, il nostro Indiana Jones tra Tibet, Afghanistan e Oriente estremo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2020 07:34:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel X sec a.C., Gerusalemme era un luogo ostile agli agricoltori, ma occupava una posizione perfetta per i fuggiaschi. Non più di cinquemila persone abitavano quel territorio e le piccole comunità in cui si raggruppavano erano circondate da un paesaggio impervio, spaccato dai crepacci e aggrovigliato fra le querce. La pioggia era imprevedibile. A oriente, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/davide-israele-archeologia/">Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel X sec a.C., Gerusalemme era un luogo ostile agli agricoltori, ma occupava una posizione perfetta per i fuggiaschi. Non più di cinquemila persone abitavano quel territorio e le piccole comunità in cui si raggruppavano erano circondate da un paesaggio impervio, spaccato dai crepacci e aggrovigliato fra le querce. La pioggia era imprevedibile. A oriente, il deserto quieto e vuoto. A occidente – invitanti – vi erano le rigogliose pianure delle città-stato filistee, con le loro rotte commerciali sul mediterraneo e le ville lussureggianti.</strong> Qui invece, la vita era dura. Né ville, né monumenti, ma solo case in pietra grezza. Orde di fuorilegge vagabondavano per questa selva giudea, depredando i villaggi vicini. In odio agli egizi e temuti dai filistei, improvvisamente questi predoni offrirono il loro servizio proprio a un re filisteo. Astuto e intraprendente, egli impose un destino più alto alle sue genti. Inviò i suoi uomini in avanscoperta e fece condividere il bottino con gli anziani delle montagne, che lo resero capotribù delle colline meridionali. Arrivarono poi le conquiste di Hebron e Gerusalemme. Qui, fece trasferire la propria stirpe in quello che – nonostante la frugalità – alcuni chiamerebbero palazzo. Il suo nome era Davide.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_77874" aria-describedby="caption-attachment-77874" style="width: 489px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77874" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1-219x300.jpg" alt="" width="489" height="669" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1.jpg 748w" sizes="(max-width: 489px) 100vw, 489px" /><figcaption id="caption-attachment-77874" class="wp-caption-text">Orazio Gentileschi, &#8220;Davide che uccide Golia&#8221;, 1605 circa</figcaption></figure></p>
<p>Fresco di cattedra all’Università di Tel Aviv, <a href="https://israelfinkelstein.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Israel Finkelstein</strong></a> era più interessato ai processi migratori che alla storia biblica. Infatti, secondo l’archeologo israeliano i primi abitanti si insediarono in Cananea a seguito di migrazioni interne: le civiltà nomadi divennero sedentarie per qualche generazione, per poi spostarsi nuovamente e insediarsi altrove. I primi israeliti, dice Finkelstein, erano “autoctoni”; ossia Beduini. Ovviamente, nell’Antico Testamento, la Cananea è la regione in cui gli Ebrei si insediarono una volta terminato l’Esodo. <strong>Qui, Davide conquistò il suo regno e, insieme a suo figlio Salomone, fece prosperare il suo popolo e governò tutto ciò che si trovava fra le rive dell’Eufrate e il deserto del Negev. Anche se probabilmente non è durato più di una o due generazioni, il Regno Unito d’Israele rappresenta l’apogeo della civiltà israeliana. In Davide, gli ebrei vedono “la sovranità sul territorio, la leggenda dell’impero”; i cristiani invece credono che “sia collegato direttamente a Gesù e alla nascita della cristianità”; mentre nell’Islam viene riconosciuto come legittimo profeta e predecessore di Maometto.</strong> Secondo Finkelstein, Davide è “l’elemento centrale, nella Bibbia e nella nostra cultura.” Nella lunga guerra per riconciliare fatti storici e fatti biblici, l’epopea di Davide è la prima battaglia decisiva. Non esistono fonti di alcun tipo che provino l’esistenza di Abramo, Isacco o Giacobbe. Dell’Arca di Noè non è rimasta nemmeno una scheggia e le mura di Gerico sono crollate in seguito a un terremoto secoli prima della venuta di Giosuè. <strong>Tuttavia, nel 1993, un archeologo israeliano ha ritrovato un’incisione in aramaico su una tavoletta di basalto che menziona la “Casa di Davide”.</strong> <strong>Datata IX sec. a.C., rappresenta il più antico reperto riferito ad un personaggio dell’Antico Testamento: Davide non è solo il personaggio cardine della Bibbia, ma è anche l’unico di cui forse si potrebbe provare l’esistenza.</strong> Ciononostante, resta difficile fare i conti con la mancanza di reperti nell’area di Gerusalemme, che “potrebbero essere conservati in una scatola per scarpe” secondo Yuval Gadot del Università di Tel Aviv. Per ovviare a questo problema, anche Finkelstein, insieme alla medesima università di Gadot e ad altri enti, ha reso l’archeologia israeliana un’avanguardia, soprattutto attraverso l’utilizzo di tecnologie quali i test sul DNA, l’elaborazione digitale delle immagini e l’assunzione di personale forense altamente qualificato. Nonostante il progresso tecnologico, la questione resta aperta: da dove sono venuti i primi israeliti? Quando appaiono i primi segni di un culto centralizzato e monoteista? O in modo meno prosaico, ma non meno cruciale, chi era Davide? L’onnipotente sovrano descritto nella Bibbia, o un semplice Sceicco Beduino?</p>
<p>*</p>
<p>William Albright, padre dell’archeologia biblica e fervido credente, oltre ad aver appreso l’ebraico da autodidatta e ad aver studiato il greco antico, il latino, l’accadico, l’aramaico, il siriaco e l’arabo al college, riteneva che le sacre scritture non fossero che un compendio di fatti verificabili. <strong>Con questo spirito e nel pieno della propria carriera, partì per la Palestina alla ricerca di prove che smentissero le critiche all’attendibilità della Bibbia e che anzi, la storicizzassero. Nel 1936, Albright passò il testimone a Nelson Glueck, un altro archeologo americano orgoglioso di scavare “con la cazzuola in una mano e la Bibbia nell’altra”.</strong> Setacciando decine e decine di ettari in Transgiordania, scopri un’antica industria di rame e confrontando alcuni cocci, lì ritrovati, con altri reperti disponibili, datò l’intero sito al X sec. a.C. Questa e altre scoperte hanno fomentato una corsa all’archeologia senza eguali in Israele. Gli ebrei volevano dimostrare l’esistenza delle connessioni fra il proprio presente e il passato. “L’archeologia ebraica attualizza il nostro passato e mostra la continuità storica del paese” così commentò il Presidente Ben-Gurion mentre il suo Capo di Stato Maggiore Yigael Yadin diventava la guida dell’archeologia nazionale. Nel 1955, Yadin varò il più grande scavo archeologico che il paese avesse mai visto, dissotterrando l’antica città di Hazor, distrutta da Giosuè e ricostruita da Salomone. Yadin si approcciò all’impresa secondo la sua competenza: reclutò duecento braccianti dal nord Africa, fece installare una rete telefonica interna per velocizzare le comunicazioni e fece costruire un sistema di rotaie ausiliarie per trasportare i detriti; era un’operazione militare. In particolare, i suoi uomini portarono alla luce un portale a sei volumi identico a quello ritrovato a Megiddo, un’altra città del tempo di Salomone. “Entrambi i portali sono stati disegnati dallo stesso architetto reale” scrisse Yadin nel ’58, convinto di essere difronte alla prova che stava cercando.</p>
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<p><figure id="attachment_77875" aria-describedby="caption-attachment-77875" style="width: 821px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77875" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-300x201.jpg" alt="" width="821" height="550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-1024x685.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-768x514.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide.jpg 1131w" sizes="(max-width: 821px) 100vw, 821px" /><figcaption id="caption-attachment-77875" class="wp-caption-text">Guarcino, &#8220;Saul assale Davide&#8221;, 1646</figcaption></figure></p>
<p>A quel tempo, Finkelstein aveva nove anni e il “culto nazional popolare” per l’archeologia non arrivò fino al casolare di campagna in cui viveva con la sua famiglia. <strong>Suo padre, un immigrato ucraino con un passato da promessa dello sport, si era trasferito poco fuori Tel Aviv per cercare fortuna nell’agricoltura e aveva già pianificato il futuro del figlio: sarebbe diventato un fisico nucleare. Finkelstein, già dall’età di quattro anni, era considerato un prodigio della matematica e quando, in età adolescenziale, rivelò alla famiglia la sua propensione per l’archeologia, questi restarono basiti. “A chi interessa? A quale scopo?” gli chiese il padre fino al giorno in cui esalò il suo ultimo respiro.</strong> Così Finkelstein, nel 1970, si unì al dipartimento di archeologia di Tel Aiv e in poco tempo si costruì “la reputazione del giovane rampante di nuova generazione, che sfidava apertamente i metodi tradizionali con cui Israele portava avanti l’archeologia” commenta Römer del Collège de France. Dopo anni passati ad esaminare gli altopiani della regione, Finkelstein voleva vedere se nelle valli fossero presenti evidenze di strutture sociali diversamente sviluppate. Scelse Megiddo, il vecchio lotto di Yadin. “Il pannello di controllo del Levante” lo chiama ancora oggi a settantuno anni, con la sua profonda voce baritonale, mentre con le mani gesticola quasi a condurre una fantomatica orchestra. Prima di andare sul campo, Finkelstein passò un anno intero a prepararsi, studiando attentamente la stratigrafia e le linee temporali del territorio che si apprestava ad esaminare. Più leggeva e più non capiva nulla. Yadin aveva datato il sito all’epoca di re Salomone, ma i reperti di un palazzo ritrovati <em>in loco</em>, mostravano somiglianze inequivocabili con un altro edificio di Samaria la cui costruzione risaliva a un secolo dopo Salomone. Confrontando i ritrovamenti con quelli di un altro sito archeologico nella Piana di Esdraelon, si accorse che i frammenti di vasellame erano identici. Tuttavia, questo sito risaliva ai tempi della dinastia omride: “qualcosa non quadrava”, commentò Finkelstein. L’eminente archeologo iniziò quindi a ragionare su più larga scala, concentrandosi sul Regno di Israele in relazione al contesto in cui si trovava. <strong>Trecento anni prima della venuta di Davide, la Cananea era governata dagli Egizi, ma nel X sec. a.C. il Faraone si ritirò da quella regione a causa della tremenda siccità che la colpì. La stessa siccità che fece sgretolare l’impero degli Ittiti, nell’attuale Turchia, e quello di Micene, nel Peloponneso. Quali erano le probabilità che un nuovo impero tanto grande nascesse all’improvviso e per di più fra le ostili montuosità di Giuda?</strong> “Un impero necessita di una capitale; a Gerusalemme non c’è che un piccolo villaggio. Un impero ha bisogno di forza lavoro; in Giudea non c’è niente se non comunità molto ridotte. Ad un impero serve amministrazione; qui non ci sono segni di scrittura. Dov’è questo impero?” si chiese Finkelstein.</p>
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<p><figure id="attachment_77876" aria-describedby="caption-attachment-77876" style="width: 637px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77876" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-300x300.jpg" alt="" width="637" height="637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small.jpg 625w" sizes="(max-width: 637px) 100vw, 637px" /><figcaption id="caption-attachment-77876" class="wp-caption-text">Tanzio da Varallo, &#8220;Davide con la testa di Golia&#8221;, 1616</figcaption></figure></p>
<p>Una pubblicazione del 1996 di Finkelstein su <em>Levant</em> proponeva una revisione della datazione dei reperti di Megiddo e molti altri in tutta l’area attraverso un’argomentazione tecnica, inequivocabile. Secondo questa tesi, tutte le rovine che provavano lo splendore del Regno Unito di Israele erano da riattribuire all’impero di Omri, che nella Bibbia viene dipinto come un sovrano marginale, ma che secondo gli studi di Finkelstein deteneva il potere sulla regione in quel periodo e di cui la Casa di Davide era probabilmente vassalla. Finkelstein, convinto di aver dimostrato il suo punto, pensava che il mondo accademico avrebbe accettato la sua teoria, passata alla storia come “cronologia breve”, ma si sbagliava di grosso. L’articolo scatenò un putiferio nell’ambiente accademico-archeologico e molti si scagliarono contro Finkelstein. Alcuni lo tacciarono di essere iniquo nelle sue valutazioni, altri di essere superbo e alcuni non riconobbero il valore scientifico del suo lavoro. Dentro e fuori dal paese, Israel Finkelstein spaccava le comunità accademiche. <strong>“Viene descritto come un glorioso regno, un impero enorme, con autori di corte, un esercito sconfinato e successi militari; poi arrivo io e dico ‘Aspetta un minuto. Erano solo dei bifolchi che vivevano nella campagna di Gerusalemme, mentre tutto il resto è solo teologia o ideologia’: è normale che ciò che dico scuota chi crede che la Bibbia sia il verbo di Dio”,</strong> disse Finkelstein commentando la reazione dei colleghi.</p>
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<p>In <em>Le Tracce di Mosè</em>, scritto e pubblicato nel 2001 insieme allo storico e giornalista Neil Silberman, Finkelstein propone una nuova prospettiva nel modo di studiare la Bibbia, un approccio che si concentra sul periodo di scrittura dei testi sacri – attorno al 722 a.C. – invece che sui fatti narrati al loro interno. Infatti, è proprio in quel periodo che il potente Regno di Israele cadde sotto gli Assiri e si ridimensionò nel più piccolo e meridionale Regno di Giuda. In pochi anni le migrazioni da nord a sud portarono la popolazione da mille a dodicimila unità, generando un bisogno d’identità nel nuovo e disomogeneo popolo. C’era bisogno del “sogno di un’epoca d’oro – reale o immaginaria – in cui i propri antenati vivevano in territori ben definiti e nella gioia della promessa divina di pace e prosperità”. A suon di recensioni e pubblicazioni, Finkelstein iniziò un duello a distanza con William Dever, anch’egli istrione dell’archeologia biblica. I due si erano sempre scambiati critiche sagaci sulle rispettive tesi, ma quando Dever recensì il <em>best seller</em> di Finkelstein e Silberman sulla <em>Biblical Archaeology Review</em>, l’israeliano esplose. La situazione degenerò nel momento in cui Dever accusò Finkelstein di post-sionismo e questi lo prese come un attacco personale. <strong>Il dibattito valicò i confini dell’archeologia, con i due a rappresentare, più o meno involontariamente, le due correnti di pensiero relative all’interpretazione della Bibbia: minimalismo e massimalismo biblico.</strong> Seppur respingendo <em>in toto</em> le accuse, Finkelstein ha spiegato così la sua posizione: “l’interpretazione letterale non solo è inadeguata, ma non rende giustizia nemmeno agli autori. Solo se letti con senso critico, si coglie il genio nei Testi Sacri”.</p>
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<p>Negli ultimi dieci anni, la riveduta cronologia dell’antico Israele ad opera di Finkelstein ha ricevuto molteplici critiche; fra le più puntuali ci sono state quelle del sessantatreenne Yosef Garfinkel, capodipartimento di archeologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Affascinato dalla semplicità dei <em>khirbe</em> (letteralmente arabo per “rovina”), termine utilizzato per indicare palazzi e/o edifici distrutti relativamente presto dal momento della loro costruzione, Garfinkel si dice “al novanta per cento sicuro” di aver trovato l’antica città di Ziklag nel <em>khirbe</em> di al Ra’i. Qui, una prima squadra di archeologhi ha rinvenuto due frammenti di coccio che riportavano cinque lettere proto-cananee, mentre una seconda squadra – al lavoro su di un silo – ha ritrovato, fra i numerosi artefatti, anche quattro noccioli di oliva utili per la datazione al carbonio. Nonostante l’utilizzo delle più avanzate tecnologie, il sito gestito proprio da Garfinkel sembrava disordinato anche per un profano dell’archeologia, forse a causa della sua sconfinata e frivola curiosità, che spesso lo portava a concentrarsi su aspetti e fatti eccentrici. Cresciuto ad Haifa, Garfinkel aveva iniziato gli studi a Gerusalemme nel ’92, specializzandosi sul vasellame del neolitico e sulle origini della danza. Ha poi acquistato fama disseppellendo delle miniature antropomorfe del VI millennio a.C. vicino al fiume Giordano e da allora esposte al Louvre. Successivamente decise di cambiare ambito dopo ave notato la penuria di archeologi biblici all’Università Ebraica.  Proprio in quegli anni, arrivò la prima sferzata alle tesi di Finkelstein:<strong> a Gerusalemme Est, l’archeologa Eliat Mazar aveva portato alla luce le fondamenta delle mura di un grande edificio pubblico ai piedi del Monte del Tempio, il luogo esatto in cui, secondo i Libri di Samuele, il Re di Tiro aveva fatto costruire il palazzo di Davide. La struttura era impossibile da datare, ma allo stesso tempo era racchiusa fra gli strati di ciò che viene chiamato un sandwich archeologico: vasellame e frammenti del IX sec. sopra e reperti del XI sec. sotto. “Ho trovato il palazzo di Re Davide!” esclamò Mazar di fronte alla stampa ebraica. La risposta di Finkelstein non tardò: “Dice che si tratta di un edificio maestoso del X sec. e che si tratta del palazzo di Re Davide, ma niente di tutto ciò è vero”.</strong> Intanto, Garfinkel impaziente di gettarsi nella mischia venne illuminato da un suo studente, sicuro di aver trovato un nuovo sito molto promettente a poche decine di chilometri da Gerusalemme. Intrigato, Garfinkel decise di raggiungerlo insieme allo studente per sondarne il terreno. Si chiamava Qeiyafa e diede immediatamente i suoi frutti. Da una prima analisi, si raggiunse uno strato che conteneva ceramiche dell’Età del Ferro, ma di che secolo si trattava? “Decimo? Forse nono?” ricorda Garfinkel. Le ricerche proseguirono e in meno di un anno fu chiaro che si trattava di un’intera città. “La Pompei biblica” venne soprannominata dal suo eccentrico scopritore. Fra i cocci e gli edifici, vennero trovati alcuni carissimi noccioli d’oliva, poi spediti all’Università di Oxford per la datazione al carbonio. Se venissero datati al 850 a.C. “riceverei un dottorato <em>ad honorem</em> a Tel Aviv” disse scherzosamente Garfinkel, ma i noccioli avevano circa duecento anni in più. Bingo. “Il colpo di grazia ai minimalisti” era servito; la mancanza di ossa di maiale a Qeiyafa escludeva i Filistei dallo scacchiere, la posizione a sud toglieva di mezzo una possibile appartenenza al regno omride o altri imperi settentrionali e le fortificazioni con casamatta a quattro volumi, i due ingressi cittadini e la netta separazione fra edifici pubblici e privati rappresentavano la “cianografia” di quello che sarebbe diventato lo standard architettonico giudaico. Garfinkel pensava che il regno di Davide fosse relativamente ridotto, come anche Finkelstein, ma riconosceva in Qeiyafa la città biblica di Shaaraim. Se Garfinkel aveva conquistato il favore delle masse, Tel Aviv restava la roccaforte di Finkelstein e da qui arrivarono le critiche più accese all’archeologo reo d’essere “un archeologo preistorico, che mai si era occupato di questo periodo prima d’ora e che si era intromesso senza reali conoscenze in merito,” almeno secondo Lipschits, un collaboratore di Finkelstein. Poi le annose accuse di <em>bulldozing</em> e quelle di far sfigurare una generazione “che per anni si era preoccupata di come Israele e gli ebrei fossero percepiti”. Anche il sistema dei finanziamenti non aiutava Garfinkel. Un sistema dipendente da donatori spesso poco interessati alla ricerca in sé e per sé. Molti erano e sono religiosi, ingolositi dall’idea di spargere il verbo; altri sono simpatizzanti di destra alla ricerca di motivazioni valide che giustifichino il diritto degli ebrei alla Terra promessa. Alcuni, sono entrambe le cose. E così, Schniedewind, della <em>University of California, Los Angeles</em>, ha ammesso che i ritrovamenti di Garfinkel “furono determinanti, ma le sue interpretazioni… beh, tutti hanno bisogno di soldi, no?”.</p>
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<p><figure id="attachment_77877" aria-describedby="caption-attachment-77877" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77877" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-290x300.jpg" alt="" width="650" height="672" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-290x300.jpg 290w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-991x1024.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-768x794.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1486x1536.jpg 1486w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1982x2048.jpg 1982w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1320x1364.jpg 1320w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption id="caption-attachment-77877" class="wp-caption-text">Cima da Conegliano, &#8220;Davide con la testa di Golia e Jonathan&#8221;, 1501 circa</figcaption></figure></p>
<p><strong>Così, nei primi anni ’90, una semi-sconosciuta organizzazione chiamata Elad ha iniziato a comprare e confiscare le case dei civili palestinesi a Silwan, un villaggio adiacente a Gerusalemme sotto il quale giacciono i resti della Città di Davide. </strong>Nonostante le vittime palestinesi abbiano dichiarato che David Be’eri, ex comandante dell’esercito israeliano e insegnate in una yeshiva, abbia utilizzato metodi poco ortodossi durante questo processo condotto per Elad, alla fine è riuscito a stabilirsi e a dare il via alla fase due: gli scavi. Quando in tribunale gli è stato chiesto “con che cuore” potesse scavare sotto le case della gente, lui ha risposto che “Re Davide l’aveva fatto!”, lui stava “solamente facendo le pulizie”. Il caso si risolse quando il Governo israeliano concesse la proprietà legale di Silwan a Elad, oltre che a un regolare contratto per l’istituzione della Città di Davide come parco nazionale. Sotto Netanyahu, Elad divenne il principale sponsor di scavi archeologici a Gerusalemme Est, la zona più contesa del paese. <strong>Antichissime reliquie, una piscina di Erode, un condotto acquifero costruito da re Ezechia e le mura dissotterrate da Eliat Mazar. Ci sono anche tre siti archeologici in attività che i visitatori possono ammirare da alcune piattaforme rialzate. Un’infrastruttura in grado di radunare più di un milione di persone ogni anno.</strong> Anche se Finkelstein non è d’accordo con la politicizzazione del sito, gli rende comunque merito: “se fosse stato in mano allo stato, ci avrebbero messo quattrocento anni. […] dovranno rispettare i loro programmi politici, ma ciò non interferisce con la ricerca”. Ma se anche per Finkelstein, “Gerusalemme non è Nablus” e quindi “non ci sono ragioni per cui tirare in ballo il diritto internazionale per fermare Israele dallo scavare a Gerusalemme”, i palestinesi la vedono diversamente. Gerusalemme Est è la capitale del loro stato, ma Elad ha reso impossibile la ripartizione e ora “sono i coloni a essere in controllo a Gerusalemme,” almeno secondo Jawad Siyam, che ha perso la casa dopo trent’anni di battaglie legali contro i coloni di Elad che gliel’hanno occupata. Yonathan Mizrachi, direttore del gruppo di archeologi che contestano la ricerca su suolo occupato, sostiene che “Elad ha capito molto tempo fa che l’archeologia è l’asso nella loro manica per giustificare l’occupazione da parte dei coloni israeliani”. Lasciando da parte i dilemmi morali, <strong>Finkelstein sostiene che la Città di Davide, possa non essere affatto la Città di Davide. “Vedo dell’architettura bizantina, una villa Romana e case del periodo intertestamentario,” ma niente dell’Epoca del Ferro. Sempre secondo Finkelstein, la Gerusalemme della Bibbia era situata in cima al Monte del Tempio, il luogo più sacro per la religione ebraica e sede di due delle moschee più importanti al mondo.</strong> Nel 2011, rifacendosi ad una pubblicazione del 2000 del collega tedesco Ernst Axel Knauf, Finkelstein ha pubblicato un <em>paper</em> secondo il quale, durante alcuni periodi, la città si è espansa verso sud, verso ciò che oggi è noto come la Città di Davide. Tuttavia, il centro della città – non più di un villaggio – rimase sempre sul monte, al punto più elevato, almeno durante il X sec a.C. Tolto Finkelstein e i due co-autori, questa teoria venne rifiutata dagli ambienti accademici per problemi di natura idrologica, ma di recente Nadav Na’aman ha rivelato di aver ritrovato un frammento di argilla ai piedi del Monte del Tempio. Il frammento conteneva del sedimento del fiume Nilo e quindi testimonia una corrispondenza fra i governatori egizi e quelli cananei durante il XIV sec. a.C. Come era arrivato fino a lì, se non rotolando dal rialzato centro cittadino? Con questo nuovo elemento, la teoria caldeggiata da Finkelstein diventa quindi un assist ai massimalisti alla ricerca di una giustificazione valida per la penuria di reperti del Regno Unito di Israele. In ogni caso, la teoria non è né verificabile né confutabile, poiché le leggi israeliane impediscono di scavare e sondare il Monte del Tempio in quanto luogo sacro.</p>
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<p><strong>Un’altra ipotesi ventilata è che, in realtà, il palazzo di Davide non sia mai esistito. In questa versione della storia, accanto ai Filistei, i seguaci di re Davide si accamparono in tenda. </strong>Infatti, Erez Ben-Yosef, un altro archeologo dell’Università di Tel Aviv, ha scoperto un antico accumulo di scorie rameiche da ben diecimila tonnellate. Il principale oggetto di studio di Ben-Yosef è proprio la metallurgia, ma – avendo quarantuno anni – appartiene a una nuova generazione di archeologi imbevuta delle teorie di Michel Foucault e di antropologia sociale. Ben-Yosef è fortemente convinto che la vera chiave al mistero di Davide sia nascosta proprio nelle profondità delle miniere di Timna. Attribuite, negli anni ’30, a Salomone da Glueck, il ritrovamento di una reliquia egizia sembrava aver rimescolato le carte e stroncato questa datazione in modo definitivo. Tuttavia, Ben-Yosef e Tomas Levy della <em>UCSD</em>, attraverso un avanzatissimo processo di datazione al carbonio, hanno dimostrato che l’estrazione del rame prosperava in quella regione fra l’XI e il IX sec. a.C., molto dopo la ritirata degli egizi da quelle terre. I due attribuirono l’attività industriale agli Edomiti, i discendenti di Esaù e vassalli di Davide. Rifacendosi a <em>Living on the Fringe</em>, pubblicato da Finkelstein nel ’95, Ben-Yosef crede nell’esistenza di una “società invisibile” non percepita dagli archeologi, ma comunque reale. <strong>L’esperienza dello stesso Finkelstein con le tribù beduine del Sinai suggeriscono una semplicità sociale estrema, “senza gerarchie, senza legge”, tuttavia esistono grandi esempi di società nomadi complesse secondo Ben-Yosef. Si pensi a Gengis Khan, o in questo caso all’estrazione del rame: un’attività del genere necessità per forza di una gerarchia interna, con minatori, fonditori e trasportatori; e certamente di una struttura politica in grado di garantire il libero commercio in tutta la regione.</strong> Era come un’antica “Silicon Valley” secondo Levy e siccome si trattava di una popolazione nomade, non si lasciavano alle spalle sostanziali segni di abitazione. “Non avremmo scoperto nulla di tutto ciò, se non si fossero dati all’industria del rame,” dice Ben-Yosef, convinto che gli Edomiti non siano stati i soli a far fiorire l’attività estrattiva nella regione: Davide e Salomone potrebbero aver creato il contesto amministrativo. “La portata della produzione ci dice che si trattava di più di qualche semplice tribù” e considerare Davide solo uno sceicco beduino sarebbe riduttivo. “Ma se davvero avesse discendenza nomade, perché avrebbe mai dovuto costruire un palazzo di pietra?”.</p>
<p><strong><em>Ruth Margalit</em></strong></p>
<p><em>*Il reportage, riprodotto in parte, è stato pubblicato <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2020/06/29/in-search-of-king-davids-lost-empire" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “New Yorker”;</a> la traduzione è di Giacomo Zamagni</em></p>
<p>**<em>In copertina: Caravaggio, &#8220;Davide e Golia&#8221;, 1597, particolare</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/davide-israele-archeologia/">Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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