<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Opinioni Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/idee/opinioni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/idee/opinioni/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 04 Aug 2026 03:52:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</title>
		<link>https://www.pangea.news/odissea-nolan-giulio-solzi-gaboardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 03:52:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Derek Walcott]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
		<category><![CDATA[Odissea]]></category>
		<category><![CDATA[The Odyssey]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108167</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano — affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di&#160;The Odyssey, l’ultima assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo.&#160;Operazione riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/odissea-nolan-giulio-solzi-gaboardi/">L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano — affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di&nbsp;<em>The Odyssey</em>, l’ultima assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo.&nbsp;<strong>Operazione riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema omerico, cioè con l’origine di tutto.</strong>&nbsp;Mi pare infatti che il nodo culturale che emerge chiaramente dal dibattito su&nbsp;<em>The Odyssey</em>&nbsp;sia l’urgenza di riformulare un mito fondativo per l’Occidente. </p>



<div type="product" ui="style-3" ids="103578" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la sapienza e interroga l’abisso.</p>



<p><strong>Ma la sapienza da dove si trae?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>L’uomo non ne conosce la via,<br>essa non si trova sulla terra dei viventi.<br>L’abisso dice: «Non è in me!»<br>e il mare dice: «Neppure presso di me!».</strong></p>



<p><strong>(…)</strong><strong></strong></p>



<p><strong>Ma da dove viene la sapienza?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>È nascosta agli occhi di ogni vivente<br>ed è ignota agli uccelli del cielo.<br>L’abisso e la morte dicono:<br>«Con gli orecchi ne udimmo la fama».<br>Dio solo ne conosce la via,<br>lui solo sa dove si trovi,<br>perché volge lo sguardo<br>fino alle estremità della terra,<br>vede quanto è sotto la volta del cielo.<br>Quando diede al vento un peso<br>e ordinò le acque entro una misura,<br>quando impose una legge alla pioggia<br>e una via al lampo dei tuoni;<br>allora la vide e la misurò,<br>la comprese e la scrutò appieno<br>e disse all’uomo:<br>«Ecco, temere Dio, questo è sapienza<br>e schivare il male, questo è intelligenza».</strong></p>



<p>In&nbsp;<em>L’ultimo viaggio di Ulisse</em>&nbsp;(contenuto nei&nbsp;<em>Nove saggi danteschi</em>)&nbsp;<strong>Borges accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di&nbsp;</strong><strong><em>Moby Dick</em></strong><strong>.</strong>&nbsp;Entrambi costruiscono la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La conclusione, identica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il figlio.</strong>&nbsp;«Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.&nbsp;</p>



<p>Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante, sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse.&nbsp;<strong>Se l’Ulisse infernale è un uomo che si perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab.&nbsp;</strong>Dal catalogo delle navi dell’<em>Iliade</em>&nbsp;a quello delle balene in&nbsp;<em>Moby Dick</em>, dai mostri sulla impervia rotta di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio».</p>



<p>Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie, nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in esilio, mentre&nbsp;<em>Moby Dick</em>&nbsp;fu investito da un fallimento commerciale e critico devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti, come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="633" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-600x948.jpg 600w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. <strong>Il sacro, che nell’epica omerica è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un impianto che resta ostinatamente razionalista.</strong> E l’Ulisse che ne risulta – un Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca auto-psicanalisi itinerante – <strong>è un uomo che soffre, non un uomo che trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una <em>Wille zur Macht</em> tragicamente consapevole.</strong> Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville – è un abisso». </p>



<p>Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’<em>Omeros&nbsp;</em>di Derek Walcott, con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare: il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria, quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti.&nbsp;<strong>Se Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.</strong><strong>&nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p>Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé.</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong><strong></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/odissea-nolan-giulio-solzi-gaboardi/">L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/8c734e80-616a-11f0-9f1b-2f590c922666-1024x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour” </title>
		<link>https://www.pangea.news/enzo-fontana-gaza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 04:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dichiarazione Balfour]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=104644</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Il sangue degli altri si sparge per terra.&#160;Io questa mattina mi sono feritoa un gambo di rosa, pungendomi un dito.Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.Oh povera gente, che triste è la terra!Non posso giovare, non posso parlare,non posso partire per cielo o per mare.E se anche potessi, o genti indifese,ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!Potrei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/enzo-fontana-gaza/">La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour” </a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Il sangue degli altri si sparge per terra.&nbsp;<br>Io questa mattina mi sono ferito<br>a un gambo di rosa, pungendomi un dito.<br>Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.<br>Oh povera gente, che triste è la terra!<br>Non posso giovare, non posso parlare,<br>non posso partire per cielo o per mare.<br>E se anche potessi, o genti indifese,<br>ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!<br>Potrei sotto il capo dei corpi riversi<br>posare un mio fitto volume di versi?<br>Non credo. Cessiamo la mesta ironia.<br>Mettiamo una maglia, che il sole va via”.<em></em></p>
</blockquote>



<p>Con l&#8217;autore di questa poesia,&nbsp;<strong>Franco Fortini</strong>, un giorno di molti anni fa ebbi occasione di parlare della sua&nbsp;Lettera agli ebrei italiani. Mi scappò persino una battuta: “Come Paolo di Tarso!”. Fortini, Davide Maria Turoldo, Camillo De Piaz e altri&nbsp;volonterosi&nbsp;venivano a incontrarci in una &#8220;casa del dolore&#8221;, me e i miei compagni di ideali, di avventura e di sventura. Non ci parlarono mai da una cattedra per riportarci alla ragione. Ci si parlava con franchezza.&nbsp;</p>



<p>Quel giorno, ad un certo punto, si parlò anche dei valori universali dell&#8217;ebraismo di contro alla miopia degenerativa dei nazionalismi, cui nemmeno quello ebraico fa eccezione, mentre dovrebbe, proprio in virtù della storia dell&#8217;ebraismo e delle persecuzioni razziali. Si parlò delle allucinazioni razziste e della pretesa purezza del sangue. Mi ricordai allora, e lo dissi, che nelle arterie mi scorre lo 0 negativo, universalista fin nelle vene. Dissi ciò che pensavo, ovvero che l&#8217;unico sangue puro è quello degli innocenti e che tutto il resto, più o meno, col tempo si guasta.&nbsp;</p>



<p>Ci pensavo anche giorni fa quando, passando davanti a un&#8217;edicola, mi sono imbattuto in un titolo grondante cattiveria e altrui sangue spruzzato in prima pagina:<em>&nbsp;Il circo di Gaza</em>. Giganteggiava su un quotidiano nazionale, sempre uso, più o meno come certi altri suoi simili, a lucrare e a sguazzare tra le altrui lacrime, trattando le tragedie umane come burle, facendo sicuro affidamento sulla stupidità dei suoi lettori, degni del circo massimo e del pollice all&#8217;inverso. Osceno abuso della libertà di stampa! Ciò che riporto è solo un piccolo esempio che però si inserisce a pieno titolo nella &#8220;storia universale dell&#8217;infamia&#8221;, precisamente in quel capitolo in corso di svolgimento nella striscia di Gaza.&nbsp;</p>



<p>Contro questa infamia, nel giorno in cui scrivo queste povere righe, nella stessa Israele è in atto uno sciopero generale. In Israele comunque esiste e resiste una opposizione a quell&#8217;infamia. Anche se è un&#8217;opposizione minoritaria, per me acquista maggior valore. Scrivo e ribadisco la parola infamia nel preciso significato etimologico del termine. Chi ha voluto e pubblicato quel titolo derisorio della tragedia palestinese, ovviamente dirà che con il termine &#8220;circo&#8221; intendeva smascherare i clowns della sinistra. Per quanto della sinistra siano rimasti oramai più che altro dei giocolieri della parola, pronti a intrupparsi (a parole) coi cavalieri teutonici, coi neonapoleonici e persino coi neonazisti nella nuova crociata contro la Rus’ (come da plurisecolare tradizione, dal medioevo ad oggi), il senso di quel titolo, come di tanti altri, è ben chiaro. Chi lo ha voluto e pubblicato, in altri tempi, al tempo della svastica dilagante e trionfante su tutti i fronti europei, avrebbe intitolato il suo commento&nbsp;<em>Il circo di Varsavia</em>, in spregio al dolore e alle lacrime degli ebrei del ghetto. Mi sono ritornate in mente le bestemmie pronunciate da un&#8217;eurodeputata, italiana per nostra vergogna, che giorni fa, in un parlamento europeo semideserto – come sempre quando si tratta dello sterminio dei semiti di serie b – in fin dei conti giustificava l&#8217;uccisione dei bambini di Gaza in quanto “figli di terroristi”. In altri tempi, gente della stessa pasta di quella degna rappresentante dei suoi elettori avrebbe giustificato l&#8217;uccisione dei figli dei &#8220;perfidi giudei&#8221; fin nella culla. Insomma, se credessi alla dottrina della reincarnazione, direi che si tratta delle stesse anime nere ritornate dalle fogne dell&#8217;inferno a governare &#8220;l&#8217;aiuola che ci fa tanto feroci&#8221;.</p>



<p>Però c&#8217;è di peggio delle anime nere. Ci sono le anime belle, benpensanti e, peggio ancora, la massa amorfa delle anime indifferenti. Ci sono gli ignavi e gli ipocriti, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei leader europei, della stragrande maggioranza dei direttori dei giornali e dei telegiornali che, al massimo, blaterano ancora di &#8220;due popoli e due stati&#8221; e di riconoscimento dello Stato di Palestina. Se fossero sinceri, per prima cosa dovrebbero imporsi con tutti i mezzi di cui dispongono sostenendo almeno il diritto all&#8217;esistenza in vita dei palestinesi; invece perlopiù biascicano e belano, codardi e timorosi come sono soprattutto di urtare la &#8220;sensibilità&#8221; di forze, palesi e occulte, che possono compromettere o addirittura stroncare la loro carriera. Si riempiono la bocca di &#8220;valori europei&#8221; (quali? gli eurodollari? gli ideali o gli intascati?), ma non rinuncerebbero a un mese di gratifica per tutto ciò in cui dicono di credere. Però c&#8217;è dell&#8217;altro.&nbsp;</p>



<p>In un articolo che ho letto di recente, un giornalista-analista di notevole intelligenza, di pasta ben diversa dal comune, suggerisce che la vecchia Europa, coi suoi 450 milioni di abitanti (perlopiù sul viale del tramonto), si faccia carico di accogliere un rifugiato palestinese ogni 10.000 anime, dal momento che, se davvero si vuole uno stato, servono almeno dei sopravvissuti che lo popolino. L&#8217;intenzione è sinceramente umanitaria, per quanto vi si potrebbe rilevare qualcosa di inquietante: persino gli invasati coloni della Cisgiordania accoglierebbero la proposta con grida di giubilo. Il trasferimento in Europa dei palestinesi sarebbe certo meno doloroso della deportazione di due milioni di persone in paesi già martoriati come la Libia, come il sud Sudan o come l&#8217;Uganda (ancora l&#8217;Uganda, la terra vagamente promessa dai padroni dell&#8217;Africa orientale al sionismo nascente!). Nello stesso articolo, il giornalista sostiene che l&#8217;iniziativa potrebbe partire anche da un solo paese, ad esempio l&#8217;Italia, dando comunque per scontata la reazione xenofoba che ne deriverebbe. L&#8217;Italia, anzi la Padania, è infatti il paese che ha dato i natali all&#8217;illustre Salvini, il più sfegatato fan del governo israeliano dai tempi del defunto senatore Spadolini, quello che da giovine, al tempo in cui gli ebrei venivano sterminati, era un fan repubblichino e, da adulto, un riciclato illustre leader repubblicano, presidente del gran consiglio, uomo di grossa stazza morale, ecc. Di recente, il caporale leghista, travestito da Golem di Padania, è stato insignito del premio Italia-Israele 2025. Il cinismo di chi glielo ha assegnato va al di là di qualunque commento. Insomma, non solo si vende un &#8220;mondo al contrario&#8221;, ma si spaccia la storia al rovescio. Per cui è meglio non fare affidamento sull&#8217;Italia per il soccorso ai palestinesi. Meglio però farebbe persino l&#8217;estrema destra ebraica a non fidarsi dei Gasparri e dei Salvini, a parte il fatto che diffida di chiunque.</p>



<p>A me invece è venuto in mente un altro paese che potrebbe e dovrebbe avviare l&#8217;iniziativa di salvataggio dei salvabili. Quale? L’Inghilterra! Di recente il premier britannico si è detto favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, dopo oltre un secolo dalla famosa Dichiarazione di quel lord che gli irlandesi avevano appellato &#8220;Bloody Balfour!&#8221;, nome che i palestinesi non smetteranno mai di benedire, se mai ne resteranno. Ma in attesa che lo stato promesso ai palestinesi sorga non si sa dove e quando, dal momento che si tratta di una promessa menzognera, l&#8217;Inghilterra potrebbe accogliere un ferito, un bambino, e persino un moribondo ogni diecimila abitanti del Regno Unito. Potrebbe incaricare il suo ministro degli esteri di formulare una dichiarazione tipo quella che di seguito mi permetto di abbozzare:</p>



<p>&#8220;10 Downing Street, London&#8230;</p>



<p>Egregio Gran Muftì di Gerusalemme,</p>



<p>È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sincero rammarico per i cent&#8217;anni di sciagure riversatesi su generazioni di palestinesi a causa della lettera del 2 novembre 1917 del mio illustre predecessore, lord Balfour, il quale, nel corso dell&#8217;odierna seduta spiritica del gabinetto dei ministri, si è manifestato e ci ha dichiarato:&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>&#8220;Voglia il governo di Sua Maestà vedere con favore la costituzione nel Regno Unito di un focolare nazionale per il popolo palestinese, e adoperarsi per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non palestinesi nel Regno Unito, né i diritti e lo status politico dei palestinesi nelle altre nazioni&#8221;.</em></p>



<p>Le sarò grato se vorrà portare la nuova dichiarazione Balfour a conoscenza dell&#8217;Autorità nazionale palestinese, dichiarazione che è stata sottoscritta e approvata dal governo di Sua Maestà al termine della stessa seduta spiritica.</p>



<p>Sinceramente suo&#8230;&#8221;</p>



<p>Una simile dichiarazione da parte dell&#8217;attuale segretario di stato per gli affari esteri del Regno Unito, certo non potrebbe far risorgere i morti.&nbsp;Non ci sono parole che possano&nbsp;compensare cent&#8217;anni di sofferenze causate dalla dichiarazione di un lord a cui non importava né degli ebrei né dei palestinesi, se non come pedine della scacchiera coloniale. Balfour, infatti, scrivendo al barone Rothschild, il gran signore della finanza, non era certo mosso dalla compassione per i poveri ebrei che erano giunti e che sempre più, nei neri anni a venire, avrebbero cercato di raggiungere anche l&#8217;Inghilterra fuggendo dalle persecuzioni nell&#8217;Europa orientale. (Consiglio ai lettori il monumentale libro-testimonianza di Jeffrey Veidlinger,&nbsp;professore di Storia e Studi giudaici presso la University of Michigan:&nbsp;<a href="https://www.rizzolilibri.it/libri/lolocausto-prima-di-hitler/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L&#8217;Olocausto prima di Hitler. 1918-1921. I pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei</em>, Rizzoli, 2023</a>) No, dei poveri lord Balfour voleva solo liberarsi, come l&#8217;illustre economista Robert Malthus. Ovviamente c&#8217;erano altre ragioni di dominio coloniale, ma una delle principali era quella di dirottare l&#8217;emigrazione ebraica verso una terra dove potesse servire allo scopo. Insomma, se al mondo ci fosse anche solo un briciolo di giustizia, il governo britannico, i popoli britannici, come riparazione dovrebbero essere i primi ad accogliere i palestinesi a braccia aperte. E invece&#8230; Ho cominciato con le parole di Franco Fortini e concludo con le parole del pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, pronunciate nella predica di Natale dell&#8217;Anno Domini 2023:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Noi palestinesi ci risolleveremo, l&#8217;abbiamo sempre fatto,<br>anche se questa volta sarà più difficile.<br>Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare<br>mentre ci sterminavano.<br>Non so se potrete mai risollevarvi.&#8221; </p>
<cite><em>Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza</em>, Fazi Editore, 2025</cite></blockquote>



<p><strong>Enzo Fontana</strong></p>



<p><em>*In copertina: un&#8217;opera di Otto Dix</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/enzo-fontana-gaza/">La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour” </a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/image-1024x860.webp</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni</title>
		<link>https://www.pangea.news/luciano-canfora-qoelet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2025 03:49:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Canfora]]></category>
		<category><![CDATA[Qoelet]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Arduini]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=104519</guid>

					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”,&#160;Luciano Canfora, lo storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono divino”.&#160;Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa editrice lucchese Le Vele”, di&#160;Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico. Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy&#160;Canfora): [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luciano-canfora-qoelet/">La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”,&nbsp;<strong>Luciano Canfora, lo storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono divino”.</strong>&nbsp;Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa editrice lucchese Le Vele”, di&nbsp;<strong><em><a href="https://www.amazon.it/Qoèlet-I-Libri-della-Bibbia/dp/B0FH7QF7J6" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qoelet</a></em></strong>, il formidabile, corrosivo testo biblico. Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (<em>copy</em>&nbsp;Canfora): la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità: <a href="https://www.ibs.it/libri/traduttore/f.-nardoni" target="_blank" rel="noreferrer noopener">già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile. </a>I&nbsp;<em>Salmi</em>, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il&nbsp;<em>Vangelo secondo Marco</em>&nbsp;da Nick Cave; il&nbsp;<em>Qohèlet</em>&nbsp;da Doris Lessing. La traduzione d’uso, allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di Canfora,&nbsp;<em>1914</em>&nbsp;(Sellerio, 2006).&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="103578" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>L’articolo del “Corriere” –&nbsp;<em>à la</em>&nbsp;Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’ superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi, infatti,&nbsp;<strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/qoelet-stefano-arduini-davide-brullo-massimo-bontempelli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">per De Piante è uscita una versione di&nbsp;<em>Qoelet</em>,</a></strong>&nbsp;culmine di un progetto editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il progetto,&nbsp;<strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/gian-ruggero-manzoni-genesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">inaugurato nel 2022 con&nbsp;<em>Genesi</em></a></strong>, non riproduce il Testo secondo la versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In particolare,&nbsp;<em>Genesi</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Isaia</em>&nbsp;sono stati tradotti dall’artista e scrittore polimorfico&nbsp;<strong>Gian Ruggero Manzoni&nbsp;</strong>e&nbsp;<em>Apocalisse</em>&nbsp;dal poeta e fine grecista&nbsp;<strong>Giancarlo Pontiggia</strong>. L’idea di&nbsp;<em>Qoelet</em>&nbsp;– uscito dai torchi nel marzo del ’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto, secondo una nuova ipotesi sul&nbsp;<em>ritmo</em>&nbsp;e sul&nbsp;<em>suono</em>, da&nbsp;<strong>Stefano Arduini</strong>, linguista, teorico della traduzione (tra gli ultimi libri:&nbsp;<em>Traduzioni in cerca di originale. La Bibbia e i suoi traduttori</em>, Jaca Book, 2021), traduttore, tra l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e quella, storica, di&nbsp;<strong>Massimo Bontempelli</strong>. Quest’ultima, ha un’importanza storica peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli, alla&nbsp;<em>Lettera ai Corinzi</em>&nbsp;secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione del “Festival Biblico”, ha ideato il&nbsp;<em>Salterio dei Poeti</em>, il primo germe della traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="732" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002-732x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104520" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/IMG-20250805-WA0002.jpg 772w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure>



<p>Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i dati:&nbsp;<strong>nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli, hanno fondato la collana “La Bibbia”</strong>&nbsp;con gli stessi intenti – la pubblicazione, libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in quel contesto, <a href="https://www.raffaellieditore.com/cantico_dei_cantici_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il&nbsp;<em>Cantico dei Cantici</em>&nbsp;secondo Andrea Temporelli</a>, <a href="https://www.raffaellieditore.com/esodo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’<em>Esodo</em>&nbsp;secondo Gian Ruggero Manzoni</a>,&nbsp;<em>Il libro di Giona</em>&nbsp;secondo Giovanni Tuzet. Uno scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto – figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le&nbsp;<em>Lamentazioni</em>. Ma queste sono minuzie.&nbsp;</p>



<p>Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind in&nbsp;<em>Arte e anarchia</em>, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo, sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un carisma. Non si può tradurre senza&nbsp;<em>precipitare</em>. Il rischio di abbellimento retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se ne torni inceneriti è norma.&nbsp;</p>



<p>Ma qui vado per erbe avvelenate.&nbsp;</p>



<p>Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione di&nbsp;<em>Qoelet</em>&nbsp;non ha fatto riferimento al&nbsp;<em>Qoelet</em>&nbsp;edito da De Piante negli stessi mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti, non conoscesse una fonte autorevole.&nbsp;</p>



<p>Per il resto, basta&nbsp;<em>Qoelet</em>, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti: l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente.</p>



<p><em>*In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luciano-canfora-qoelet/">La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/200826_kdart_00045a-779x1024.webp</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Marchette tra colleghi. Onore al genio del genere: Antonio D’Orrico</title>
		<link>https://www.pangea.news/marchette-dorrico-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2022 04:18:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio D'Orrico]]></category>
		<category><![CDATA[Cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[marchette]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=91046</guid>

					<description><![CDATA[<p>«Poche pagine dopo, infrangendo un fondamentale comandamento narrativo(non si elimina mai un personaggio promettente all’inizio della storia), e beandosi di farlo, Cazzullo e Roncone ammazzano a bruciapelo il cardinale. Addosso al cadavere viene trovato un telefonino. Qui i due autori, dopo aver disobbedito ai comandamenti narrativi, ritornano all’ortodossia letteraria e rivolgono un reverente pensiero al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marchette-dorrico-ferrucci/">Marchette tra colleghi. Onore al genio del genere: Antonio D’Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Poche pagine dopo, infrangendo un fondamentale comandamento narrativo(non si elimina mai un personaggio promettente all’inizio della storia), e beandosi di farlo, Cazzullo e Roncone ammazzano a bruciapelo il cardinale. Addosso al cadavere viene trovato un telefonino. Qui i due autori, dopo aver disobbedito ai comandamenti narrativi, ritornano all’ortodossia letteraria e rivolgono un reverente pensiero al maestro Dumas e ai </em>Tre moschettieri<em>. Come funziona lo straordinario romanzo di D’Artagnan &amp; Co. che resiste al tempo e alle mode? Qual è il segreto della sua eternità? Semplicissimo: nei </em>Tre moschettieri<em> si racconta la storia di alcuni diamanti che devono essere recuperati pena la rovina della regina di Francia. Tutto qui. È una caccia al tesoro. </em>Peccati immortali<em> funziona con lo stesso meccanismo. Il telefonino trovato addosso al cardinale contiene fotografie di un’orgia molto hot che potrebbero provocare il finimondo in Vaticano e negli altri palazzi del potere. Il fatto è che intanto il telefonino è sparito. Chi ce l’ha? La caccia al tesoro comincia</em>». </p><cite>Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”, 21 settembre 2019</cite></blockquote>



<p>Come vedete, il segreto dell’eternità di un classico come <em>I tre moschettieri</em> è semplicissimo: basta dover recuperare un oggetto estremamente prezioso, come in una caccia al tesoro, e il gioco è fatto. <strong>Parola di Antonio D’Orrico, il famigerato <em>book-jockey</em> del “Corriere della Sera”, ovvero l’alfiere di quella critica-discount che da oltre un ventennio tira i fili dell’irrisolto <em>demi-monde</em> letterario nostrano.</strong> Non serve dirgli che di romanzi e film con al centro la ricerca di un oggetto inafferrabile sia pieno il mondo, e che la maggioranza di questi (fatti salvi capolavori come <em>Il Signore degli Anelli</em>) trapassi senza lasciare traccia. Per lui il giallo-thriller dei colleghi Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, <em>Peccati immortali</em> (Mondadori 2019), pur disobbedendo al “fondamentale comandamento narrativo” del sotto-genere, si candida certamente all’immortalità dei capolavori.</p>



<p>Torniamo su questi temi perché abbiamo ricevuto nuove osservazioni sul nostro discorso intorno al recensionismo nostrano contemporaneo di cui ci siamo occupati. È vero, come ci viene fatto notare, che esistono le recensioni <em>filo-autoriali</em> e quelle <em>conniventi</em>, nonché le perniciose <em>auto-recensioni incensanti</em>, quelle che hanno aperto un baratro davanti alla narrativa italiana; ma esistono anche – e prosperano <strong>– le cosiddette <em>recensioni aziendali</em>, ovvero le <em>marchette intra moenia</em>, quelle con cui i giornalisti, spesso dotati di un certo potere, promuovono i capricci letterari dei colleghi della stessa testata, trasformando le pagine culturali di quest’ultima in una specie di <em>house-organ</em> mascherato.</strong></p>



<div type="post" ids="90570" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Negli anni questo squallido filone si è ben sviluppato, al punto da esser divenuto una specie di prassi indiscutibile, soprattutto nei giornali più importanti. Il caso introdotto in epigrafe è fra i più rappresentativi per la visibilità che un giornalista navigato come Antonio D’Orrico riesce ancora a mantenere nel nostro sistema mediatico, restandovi saldo come pochi altri.<strong> Come sappiamo, fu lui a inventare un nuovo tipo di “critica” letteraria, apparentemente trasgressiva e spiazzante, che, con stroncature sbrigative o esaltazioni improbabili di amici, colleghi e personaggi protetti – spesso improvvisatisi scrittori – attirava l’attenzione delle altre testate giornalistiche</strong>, costringendole a rispondere con contro-giudizi che andavano ad alimentare la polemica e creavano l’effetto-risonanza a cui egli puntava. Un’abilità manipolatoria difficilmente eguagliabile, la sua, che per lungo tempo ne ha fatto un personaggio di tutto rilievo. La sua capacità di influire sulle classifiche di vendita e sulle scelte del mercato venne definita <em>marketting</em>, quasi un marchio di fabbrica: l’applicazione mirata di tecniche del marketing alla diffusa pratica giornalistica incline a promuovere amici, colleghi e protetti. Una specie di arte “marchettara” che all&#8217;epoca veniva presa maledettamente sul serio.</p>



<div type="post" ids="90728" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Per meglio definire il <em>marketting</em>, nella sua capacità – oggi depotenziata – di creare un rumore mediatico che porta profitto, si può citare un esempio emblematico, uscito sul <em>Magazine</em> del “Corriere della Sera” il 16 marzo 2006. <strong>Qui D’Orrico annunciava in sei pagine di incensamenti e anticipazioni di aver scoperto “il nuovo Nabokov”, celato sotto lo pseudonimo di Paolo Doni, autore del romanzo <em>Ci vediamo al Bar Biturico </em>edito da Guanda, e si premurava di negare ogni ipotetico favoritismo che gli fosse stato imputato dai maligni:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«A questo punto sento già l’obiezione, anzi la duplice obiezione. Eh no! Prima l<a>’</a>evocazione di <em>Lolita</em>, addirittura sbattuta in copertina. Poi il trucco dello pseudonimo che scatenerà i cronisti alla caccia del vero autore. Qua nessuno è fesso, questa è una preordinata manovra di marketing. In una parola: un vero e proprio complotto. Giuro su quanto ho di più caro al mondo (la testa di Philip Roth) che non è così. La scelta di griffare <em>Ci vediamo al Bar Biturico</em> con uno pseudonimo è dovuta a ragioni sintetizzate dal vecchio adagio: “Chi si ferma è perduto”».</p></blockquote>



<p>Come vedete, questa simpatica <em>verve</em> era il punto di forza di D’Orrico, una dote (come il facciabronzismo che non l’ha mai abbandonato) che lo faceva cadere sempre in piedi. Infatti, <strong>com’era da aspettarsi, il “nuovo Nabokov” era il suo amico e collega al <em>Corriere</em> Giuliano Zincone, di cui D’Orrico si era fatto sponsor, portando addirittura il dattiloscritto all’editore che aveva deciso la pubblicazione</strong> – come disse in un’intervista a “Il Mattino” – «Anche perché oggi si trovano autori italiani sempre più interessanti e c’è una situazione più in movimento, grazie anche agli stimoli della critica». Naturale: erano gli “stimoli” della critica-<em>marketting</em> dorrichiana, quasi un marchio registrato.</p>



<p>Ma oggi questo gioco si è fatto scoperto, non serve più simulare: così, i colleghi di punta del “Corriere della Sera”, Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, diventano una coppia di romanzieri votata al successo con <em>Peccati immortali</em>, edito da Mondadori nel 2019. Duecentosessanta pagine che «portano il lettore nei bassifondi e nell’empireo della capitale, nei campi della mafia nigeriana e nelle feste dei padroni di Roma, sino alle stanze segrete del potere e in fondo agli abissi dell’animo umano», come tuona la promo diffusa in Rete. <strong>«Cazzullo e Roncone hanno ritratto il mondo di mezzo con perfetta alternanza di situazioni», dice <em>il Venerdì</em> di “Repubblica”. «<em>Peccati immortali</em> va letto e riletto perché, al pari di un rebus, s’illumina di significati ulteriori», istiga <em>la Lettura</em> del <em>Corriere</em>. Una mescolanza – ovviamente – di sesso, politica, perversioni, religione, criminalità, corruzione.</strong> Sul <em>Corriere</em> Antonio D’Orrico apre il fuoco con un richiamo in prima pagina che porta a due pagine nella sezione Cultura, col titolo “Romanzo capitale”, in una iper-recensione che si chiude così:</p>



<p>«Dopo <em>Peccati immortali</em> (un libro che asfalterà le classifiche di vendita), il giornalismo nazionale rischia di perdere due protagonisti. D’ora in poi Cazzullo &amp; Roncone (onoriamoli con la “e” commerciale, se lo meritano) saranno una coppia fissa letteraria. Categoria? La più chic (ma anche <em>pratique</em>): quella del bestseller di qualità».</p>



<p><strong>Tutte parole al vento, visto che il successo non c’è stato e la “coppia fissa” è fallita. Partiamo dunque dagli elementi della trama di questo <em>Peccati immortali</em>.</strong> «Di scatto infilò il telefonino sotto la tonaca. L’avrebbe aperto ed esaminato, con calma, più tardi. Conoscendo il cardinale, era preparata al peggio. Ma quello che avrebbe visto da lì a poco era più nero dell’abisso più fondo che potesse immaginare». A Roma, il governo di Salvini è caduto dopo che un barcone di migranti è affondato davanti a un porto chiuso. Salgono al governo il Partito Democratico e il Popolo dell’Onestà, con un premier debole, così il nuovo ministro dell’Interno cospira per prendere il potere. Ma arrivano il cadavere del cardinale Michelangelo Aldrovandi e un telefonino con quattro foto che compromettono il leader emergente del Popolo dell’Onestà. Il telefonino, ovviamente, viene rubato, e qui si scatena la caccia al tesoro. “Per quelle foto, che possono far saltare il governo e il Vaticano, si tenta di uccidere. Si uccide. Ci si uccide. Sulla scena compaiono i servizi, i gendarmi del Papa, un vecchio senatore che sa tutto di tutti, un killer con uno strano vizio e un peso sulla coscienza. E compare una ex spia, Leone Di Castro detto Gricia per la sua voracità, che con suor Remedios forma una coppia di investigatori sottovalutata e quindi sorprendente”.</p>



<p>Fin qui il promo. <a href="https://www.corriere.it/cultura/19_settembre_21/potere-vaticano-romanzo-fantapolitico-cazzullo-roncone-l-estratto-libro-leggi-0817c14e-dc86-11e9-95a3-10409ad8b828.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ora vediamo come si sviluppa l’inno dorrichiano ai “nuovi Fruttero &amp; Lucentini”.</a></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“In <em>Peccati immortali</em>, il romanzo di fantapolitica in uscita da Mondadori scritto dall’inedita coppia Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone (firme che i lettori del «Corriere della Sera» conoscono bene), c’erino [<em>espressione flaianesca, NdR</em>], invece, per riprendere la lista di Flaiano: Fausto e Lella Bertinotti (corrente Comunisti presenzialisti), Ugo Sposetti, Roberto Calderoli, Paolo Romani, Maurizio Gasparri, Pierferdi Casini, Clemente Mastella, Matteo Salvini (ministro dell’Interno costretto alle dimissioni su sollecitazione simultanea del Quirinale e del Papa) e Matteo Renzi (nel romanzo come nella realtà fresco fondatore di un nuovo partito: ormai la fantapolitica è direttamente politica). La nomenclatura, cioè, della Prima, Seconda e Terza Repubblica”.</p></blockquote>



<p><strong>Qui restiamo davvero perplessi. Se questa è narrativa d’evasione (e sfidiamo chiunque a dire che non lo è), chiaramente il lettore vuole evadere, vuole <em>di-vertere</em>, divertirsi, vuole allontanarsi dai pensieri della realtà quotidiana e dalle sue infestazioni mediatiche.</strong> E qua, invece, vengono offerti i personaggi <em>veri,</em> quelli stessi che occupano i giornali e i telegiornali, quelli che ci assediano quotidianamente senza requie, per di più intenti alle <em>stesse cose</em> che fanno nella realtà. Ci si rende conto della scemenza? Invece di raccontare una grande storia avventurosa, ci viene servita la rimasticatura di una realtà politica che è già caricaturale di suo, quindi chiediamoci che senso può avere la caricatura di una caricatura: come evocare un grottesco al quadrato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“E poi, nella tribuna d’onore dell’Olimpico (gioca la Maggica), c’erino gli habitué: Massimo D’Alema, Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Sabrina Ferilli (con Flavio Cattaneo), Claudia Gerini, Giovanni Malagò (che ha lasciato il Coni per diventare presidente della Roma), Francesco Totti e Enrico Vanzina in un irresistibile cammeo”.</p></blockquote>



<p><em>Irresistible cammeo</em>? <em>Enrico Vanzina</em>? Quello dei cinepanettoni? E anche Massimo D’Alema, Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Sabrina Ferilli, Claudia Gerini? Quindi gli stessi personaggi della romanità stantia, quelli che ci vengono somministrati di continuo dalla televisione pubblica e dal cinema finanziato ora ci vengono ributtati addosso <em>esattamente come sono</em>?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Peccati immortali è un libro <em>multitasking</em>. Romanzo a chiave (chi sarà mai Veronica Grassi, «giornalista di scrittura modesta, ma con una diabolica capacità di stare nell’intrigo, e di intrigare»?)”. Non lo sappiamo, D’Orrico, non osiamo nemmeno pensare chi possa essere Veronica Grassi, la giornalista modesta, e dove s’infila la chiave, non c’interessa, non lo vogliamo sapere! “Manuale di cucina (ricetta della pasta alla gricia, piatto che, come si sarà capito, ha un ruolo non minore nella vicenda: pecorino romano, guanciale salumificio Sano di Accumoli, spaghettoni del pastificio abruzzese Mancini). Guida all’<em>happy hour</em> romano. L’aperitivo giusto? Dipende. Se Negroni, al Locarno; se Martini, all’Inghilterra (sembra quasi di rileggere Hemingway: «Il mio daiquiri al Floridita, il mio mojito alla Bodeguita»)”.</p></blockquote>



<p><strong><em>Sembra quasi di rileggere Hemingway</em>? A questo punto siamo sconvolti. Prendiamo aria, cerchiamo di riordinare i pensieri: partiamo dal concetto – chiaro a tutti – che un romanzo a chiave è un romanzo fallito.</strong> Ma qui diventa peggio: <em>happy hour romano</em> e i suoi derivati; Matteo Renzi, Maurizio Gasparri, Roberto Calderoli. E anche Pierferdi: cioè, <em>Pierferdi</em>, capite? E non è tutto, perché andando alla recensione del <em>Corriere</em> spunta in video la faccia di <a href="https://video.corriere.it/cultura/gianrico-carofiglio-legge-capitolo-peccati-immortali-cui-entra-scena-protagonista/ef6cad48-dc95-11e9-95a3-10409ad8b828" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gianrico Carofiglio, con la didascalia: “Un frammento del capitolo di «Peccati immortali», letto dall’ex magistrato, in cui entra in scena il protagonista”. </a>Qui non sappiamo davvero che dire, siamo raccapricciati. “La voce dell’ex magistrato per un frammento del romanzo fantapolitico di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone” si legge sotto, mentre scorrono quindici secondi di pubblicità che non si riescono a saltare.</p>



<p>Non si capisce se sia tutto vero o ci si trovi in un sogno balordo. Di fatto le cose sono lì, chiare e tangibili. A cominciare dal libro, col suo <em>incipit</em>: “Essere immortali è facilissimo. Tutti gli animali ci riescono. Tutti, tranne l’uomo: l’unico che sa che deve morire. Il cardinale Michelangelo Aldrovandi amava compiacersi dei propri pensieri, davanti allo specchio, dopo la messa, mentre si cambiava per andare a donne. E magari fossero state solo donne”. Ecco che nelle prime righe si profila l’ombra dei diavoleschi <em>trans</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Celebrare messa gli era sempre piaciuto. Celebrarla, non dirla. Le omelie lo annoiavano. Per essere bravo, era bravo: sapeva far piangere, ridere, pensare; e spaventare, se veniva. Ma l’essenza della messa è il gesto, il paramento, la schiena rivolta ai fedeli inginocchiati. Meglio ancora le fedeli, che adoravano quel principe della Chiesa alto, potente, sprezzante; con l’espressione di chi non ha mai passato una notte in un divano letto. I vescovi comunisti che al Concilio avevano girato il celebrante verso la folla, spalle a Dio, non avevano capito niente (uno dei motti con cui il cardinale amava scandalizzare le anime buone era che «i poveri hanno rotto i coglioni»)”. “Sorella Remedios era la ragazza più pura che avesse mai incontrato; e al cardinale la purezza procurava un brivido di perversione. Ogni volta ricordava a Remedios con tono di rimprovero che non gliel’aveva mai data, vedeva il rossore degli inizi mutarsi in fastidio, diceva a se stesso che talora esagerava; ma esagerare era il vero lusso che si era preso nella vita”.</p></blockquote>



<p><strong>Naturalmente non intendiamo recensire questo romanzo, perché ci stiamo occupando di altro. Diciamo solo che la trama è falsa, nel senso che è talmente artefatta da risultare implausibile: artefatta soprattutto nella costruzione, che rivela la sbrigatività con cui è stata assemblata, senza curare nemmeno le giunzioni. </strong>Accorpare diversi elementi – che di per sé potrebbero essere suggestivi – senza esserne capaci non può dare un risultato d’insieme. Lo schematismo dei personaggi ricorda le squalificanti prodezze veltroniane “di genere”, le scene dentro e fuori i palazzi del potere sono evidentemente posticce, così come l’agire dei personaggi reali, che per il semplice fatto di essere fin troppo noti perdono qualsiasi credibilità. I passi in cui si esibisce un linguaggio forte sono privi di spessore, al punto da risultare semplicemente volgari. L’intera operazione risulta fallimentare, su questo non c’è dubbio. <strong>E la spacconata con cui D’Orrico conclude la sua <em>marchetta intra moenia</em> (“un libro che asfalterà le classifiche di vendita”) non può convincere nessuno, perché un romanzo concepito così, con tali carenze che ne indeboliscono la struttura e con l’<em>appeal</em> fissato su un presente di così scarsa consistenza da diventare superato nel giro di poco, non ha senso.</strong> Lo stesso mescolare personaggi inventati a persone reali tende a sconcertare il lettore medio, anche quello che beve tutto: nemmeno a questo si è stati abbastanza attenti.</p>



<p>Visto che il <em>parterre</em> di politici ritratti sparirà presto e il Popolo dell’Onestà pure, anche questo romanzo-bravata si dissolverà nel niente, a prescindere dal presenzialismo televisivo degli autori e dalla loro occupazione di una fetta dei media. È ovvio che costoro seguiteranno a esercitare il loro potere per ricavarne tutto il profitto possibile, senza saziarsi, sfruttando la prerogativa di un potere professionale che deve resistere e auto-confermarsi, finché i media che li nutrono resisteranno. Ma di queste marchette non resterà nulla, meno di zero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marchette-dorrico-ferrucci/">Marchette tra colleghi. Onore al genio del genere: Antonio D’Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/hermann-neisse-e1653473510624.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Domani” è già passato. Ovvero: perché uno scrittore si ostina a essere contemporaneo?</title>
		<link>https://www.pangea.news/domani-finzioni-giornalismo-scrittura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2022 04:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Domani]]></category>
		<category><![CDATA[Finzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=91020</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il nuovo mensile in allegato al quotidiano “Domani”, Finzioni, bellissime le illustrazioni di Pericoli, di repertorio, si è dato il presupposto grottesco ma con le migliori intenzioni di individuare ‘le nuove scritture’, di raccogliere le firme degli scrittori che siano contemporanei a pieno titolo, come il difficile non fosse l’opposto, non essere cioè la diretta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/domani-finzioni-giornalismo-scrittura/">“Domani” è già passato. Ovvero: perché uno scrittore si ostina a essere contemporaneo?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il nuovo mensile in allegato al quotidiano “Domani”, <em>Finzioni</em>, bellissime le illustrazioni di Pericoli, di repertorio, si è dato il presupposto grottesco ma con le migliori intenzioni di individuare ‘le nuove scritture’, di raccogliere le firme degli scrittori che siano contemporanei a pieno titolo, come il difficile non fosse l’opposto, non essere cioè la diretta conseguenza di quel che ti pre-determina, <strong>come il difficile non fosse il non poter essere mai scambiato per un altro di quei prodotti previsti all’interno di una serie data quindi con l’obsolescenza compresa nel prezzo di copertina. Il pezzo più fresco è di Milo De Angelis</strong>, mondadoriano pure lui, con una nuova traduzione del <em>De rerum natura</em> di Lucrezio (primo secolo Avanti Cristo, pare).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="784" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_-784x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91021" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_-784x1024.jpg 784w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_-768x1003.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_-600x784.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/obj92721477_1_.jpg 827w" sizes="(max-width: 784px) 100vw, 784px" /></figure>



<p>Per essere contemporanei probabilmente per davvero bisogna far assomigliare il testo a una bacheca social e far apparire nel dettato la parolina OnlyFans, ma a parte l’imbarazzo intercettato da Umberto Eco, morto nel 2016, che fin dal 2006 registrava come stessimo andando a passo di gambero, per cui un contemporaneo di oggi lo è anche del secolo scorso, e allo stesso modo il contemporaneo del secolo scorso lo è anche di oggi, <strong>perché mai uno scrittore dovrebbe preoccuparsi di essere contemporaneo? Uno scrittore, quando lo è, non va a carretta del tempo ma mette il tempo, cioè chi lo abita, nella condizione di doverlo rincorrere, di doverlo raggiungere.</strong></p>



<div type="product" ui="style-2" ids="90794 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Lo scrittore inventa il tempo che finge di aver perso e ritrovato e crea il presente inalterabile e immarcescibile della propria scrittura. Che uno scrittore lo sia stato lo rivela il tempo perché saranno gli abitanti del tempo che viene e verrà a interrogare l’opera dello scrittore <em>mooolto</em> più di quanto l’opera dello scrittore avrà interrogato il suo tempo, per lo più per fornirgli risposte che fin lì non si era ancora mai dato. <strong>Non è il tempo a decidere cosa rende uno scrittore contemporaneo, tutt’al più ne prende consapevolezza il tempo stesso, con il suo passare, ancora meno lo decideranno o imbroccheranno le scelte editoriali dell’ultimo minuto.</strong> Sarà lo scrittore, se lo sarà stato, a stabilire quali caratteri del tempo saranno contemporanei a tutti, nel sempre che si fa per dire della tutto sommato succinta vicenda umana.</p>



<p>Il tempo passa, tante volte vola addirittura; la scrittura di uno scrittore resta. Certo, finché assieme a tutto il resto della materia non venga annientata.&nbsp;&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/domani-finzioni-giornalismo-scrittura/">“Domani” è già passato. Ovvero: perché uno scrittore si ostina a essere contemporaneo?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/A_surgery_where_all_fantasy_and_follies_are_purged_and_good_Wellcome_V0011656-e1653376676455-1024x820.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Giorno uno, abbiamo perso. Memorie sbronze dal Salone</title>
		<link>https://www.pangea.news/salone-del-libro-commento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 May 2022 03:09:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Salone del Libro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=90969</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sono al Salone del libro di Torino, i biglietti aerei per il Guatemala costavano troppo per lo stipendio di un editoriante[1]. Partiamo da un presupposto ingombrante: mi sono svegliato incazzato, con la testa ancora piena di alcol perché ieri sera mi sono preso una sbronza colossale per non pensare al salone. Ma arriva sempre il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salone-del-libro-commento/">Giorno uno, abbiamo perso. Memorie sbronze dal Salone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono al Salone del libro di Torino, i biglietti aerei per il Guatemala costavano troppo per lo stipendio di un editoriante<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Partiamo da un presupposto ingombrante:</p>



<p>mi sono svegliato incazzato, con la testa ancora piena di alcol perché ieri sera mi sono preso una sbronza colossale per non pensare al salone. Ma arriva sempre il momento in cui non puoi più pensarci e devi farlo, per la pagnotta, chiaramente, ma devi farlo.</p>



<p>Ero quindi lì con il corpo, con la testa narcotizzata dagli antidolorifici e un vecchio di ottant’anni mi si presenta e pretende che gli regali un libro. Vecchio mio, è il tuo giorno fortunato, prenditi pure tutto, tanto io devo star qui seduto a vedere questa schiera di approfittatori culturali, inutili editori, fumettari e giovani entusiasti che non credo di poter vendere nulla, e poi ti prego spostati che mi mandi addosso un tale puzzo di vecchio che potrebbe darmi il colpo di grazia in questa mattina in cui la testa penzola e non si regge.</p>



<p>Esco un attimo per un caffè, penso che con gli antidolorifici possa ben sposarsi, ho già le gambe pesanti e non riesco a camminare bene. La barista mi guarda e mi dà un gettone dopo che le ho dato i soldi, mi guardo il gettone e sorrido, penso tra me: “e adesso?”. Lei deve aver intuito la mia perplessità e mi guida, con voce soffice, all’altro gazebo. Salone, un bar è un concetto semplice, ieri sera ci ho buttato una quantità di soldi che basterebbe a tener viva una famiglia e funzionava così, io pagavo e loro mi davano da bere. Non c’erano gettoni e il bar ha assolto completamente alla sua funzione: ne sono uscito sulle ginocchia.</p>



<p>Allora mi sono un po’ svegliato. Ho cominciato a vagabondare un po’ tra gli editori, a prendermi gli attacchi di panico di fronte all’impatto devastante di tutti i Sellerio uno dopo l’altro creano un effetto ottico labirintico ma efficace commercialmente tanto che mi ero quasi convinto di avere immediato e necessario bisogno di comprare l’intera saga di Montalbano.</p>



<p>Poi è successa una cosa: verso l’ora di pranzo hanno tutti cominciato a mangiare, e io avevo una fame boia ma avrei dovuto riprendere dei gettoni e dio me ne scampi però quello che mi chiedo è: essendo i libri già profanati, svuotati della loro essenza di clausura, di ritiro spirituale sotto queste luci al neon accecanti del Lingotto, perché restituirli a queste mandrie di lettori con un’immagine ancora più bassa, ridicola, con un editore che mangia e si sbrodola e tinge la sua barba sciatta di olio e infila tra i denti le verdure che tra due minuti si troverà a esibire a uno sfortunato lettore mentre parla di Kafka con questo filo verde tra gli incisivi e allora avremo perso un altro lettore e sarà giusto, e se non lo abbiamo perso lo abbiamo dato in braccio ai grandi editori che gli venderanno le ricette di Cracco e via discorrendo.</p>



<p>Un giorno al Salone basta e avanza per capire che il vero problema al di là del Salone in sé, delle logiche che lo compongono, dei personaggi sempre uguali, è che gli editori non portano più la cravatta. </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Questa nota non ha alcun senso se non quello di sfottere un po’ gli amanti di DFW che qui al Salone del Libro si moltiplicano ogni anno continuando una strana e inquietante tradizione per cui si finisce per assomigliare fisicamente ai propri idoli. Il problema è che a uno stile scanzonato, autentico e diretto, fluente e tagliente come una lama nel burro (pregasi notare la similitudine di altissimo pregio), qui ci sono tristi riproposizioni, sosia da avanspettacolo, stempiati con i capelli lunghi, giovani che si fanno le cannette convinti di avere un problema con la droga, improbabili quanto antiestetiche camicie sbottonate e fasce per raccogliere le chiome. Peccato che DFW, al Salone del libro, non ci sarebbe venuto in nessun modo. La nota in realtà aveva un suo senso, peccaminoso, ignobile, di richiamare tramite audace link al mio articolo precedente in cui scrivevo che, l’ipotesi di dovermi sorbire un’altra conferenza stampa del Salone era totalmente improbabile dal momento che mi sarei trovato dall’altro capo del mondo solo per scongiurare simil sciagura (qui si è tentata un’allitterazione).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salone-del-libro-commento/">Giorno uno, abbiamo perso. Memorie sbronze dal Salone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Girl_Reading-_MET_DP71217-641x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
