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	<title>Vietnam Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 26 Jan 2024 05:06:42 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Libertà dalle opinioni. Dalle proprie, soprattutto”. Elogio di “Apocalypse Now” e del suo profeta, il colonnello Kurtz</title>
		<link>https://www.pangea.news/apocalypse-now-kurtz-giovanni-soldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2024 05:06:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalypse Now]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Ford Coppola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fu Jhon Milius a scrivere per la prima volta un adattamento per il cinema del capolavoro di Joseph Conrad Cuore di tenebra. Lo intitolò Apocalypse Now perché lo scrisse tra il 1968 e 1969, in contrapposizione a un celebre altro spettacolo, quello dei Living Theatre, che portava il nome di Paradise Now e che fu [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fu Jhon Milius a scrivere per la prima volta un adattamento per il cinema del capolavoro di Joseph Conrad <em>Cuore di tenebra</em>. <strong>Lo intitolò <em>Apocalypse Now</em> perché lo scrisse tra il 1968 e 1969, in contrapposizione a un celebre altro spettacolo, quello dei <em>Living Theatre</em>, che portava il nome di <em>Paradise Now</em> e che fu il manifesto della contestazione culturale di quegli anni.</strong> Tra vicissitudini produttive e altri imprevisti che spesso affliggono il mondo del cinema, la sceneggiatura passò di mano in mano per quasi dieci anni, finché non raggiunse un giovane regista italo-americano che proveniva da un lustro di successi travolgenti: Francis Ford Coppola.</p>



<p>I pianeti si allinearono, come è necessario che accada affinché si possa dar vita ad un’opera d’arte che superi le capacità del singolo individuo, qualcosa che sia capace di sintetizzare un’epoca, una visione del mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98417" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-600x922.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_.jpg 703w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p><strong>A poco più di trentacinque anni Coppola aveva già vinto cinque Premi Oscar</strong> e, consapevole del suo talento e dello straordinario momento che tutta Hollywood stava attraversando, aprì la produzione del film di tasca propria e si gettò nella giungla delle Filippine rischiando il fallimento ma deciso ad uscire da quelle umide frasche con il film più importante del suo tempo. Un film che non doveva semplicemente parlare del Vietnam, un film che doveva “essere” il Vietnam. È il film di una vita, un’opera a cui l’artista consacra tutta la sua esistenza.</p>



<p>Alla base di questo progetto gigantesco vi furono elementi culturali che è necessario considerare; un’intera generazione che cantava la ribellione, che usciva traumatizzata da quella guerra e sognava di rovesciare le regole del mondo, <strong>e un sentimento letterario di sapore apocalittico che coinvolgeva poeti, cantanti, scrittori e registi, che trovava nella <em>Waste Land</em> di Eliot (1922) il suo faro più luminoso, e nella canzone <em>This is the End</em> (1967) dei Doors la sua declinazione più popolare. </strong>Coppola intercetta questo sentimento come il grande artista che è, e lo innesta in un racconto iniziatico dall’eco Wagneriano.</p>



<p>Il comandante Willard (Martin Sheen) si trova in una stanza d’albergo a Saigon quando le sue preghiere vengono esaudite, venendo richiamato per una missione che ha come obbiettivo l’uccisione di un pericoloso ribelle, un abile colonnello delle forze speciali che adotta “metodi malsani”: il colonnello Kurtz (Marlon Brando). <strong>Adesso Kurtz “ha deciso di diventare sé stesso” facendosi re di quelle genti primitive che osteggiano la nuova imperante civiltà americana.</strong> Civiltà americana che sospinge il protagonista Willard ma che non ha nulla di giusto, di nobile. È la società della totale dissoluzione. Una società ludico-bellica che tenta di comicizzare la più brutale violenza rendendola grottesca, in quella che appare come una definitiva e disorientante carnevalizzazione della vita. Si pensi alle sequenze indimenticabile di Kilgore (Robert Duvall), capitano del reggimento di cavalleria, che obbliga i soldati a surfare sotto le bombe e che gioisce dell’odore del napalm alla mattina, o allo spettacolo erotico delle playgirl, circo felliniano inscritto nella spaventosa e caotica cornice del Vietnam. Con le parole di Willard: se questa è la società evoluta, “cominciamo a domandarci cosa avessero contro Kurtz”. <strong>Gli americani non sono soldati, ma piuttosto hippie allo sbando e Willard è un eroe terribilmente passivo, alienato.</strong> Uno strumento nelle mani dell’esercito, un’arma più che una persona. Non un assassino ma “un garzone di bottega mandato a chiedere il conto”, come profeticamente gli rivelerà Kurtz.</p>



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<p>Non solo. Il film non è una rigida similitudine, ma piuttosto un universo metaforico, un magma di significati che si rilanciano l’un l’altro creando una suggestiva ridondanza di immagini e concetti archetipici (per un’analisi semiotica approfondita rimando all’ottimo libro di Paolo Jachia, <em>Francis Ford Coppola: Apocalypse Now</em>).</p>



<p>Se è vero che il demonio imita parodisticamente Dio, il male diviene parodia del bene in un gioco di doppi e di chiaroscuri che confondono, in ultimo, perfino la verità. <strong>Molto del fascino di Kurtz, del resto, risiede proprio nella sua ambiguità. Nella sua figura riecheggiano fantasmi messianici negati però di contrappunto dalla sua brutalità.</strong> Lo sentiamo come strenuo difensore di una civiltà che sta per essere spazzata via, una civiltà antica – nelle parole di Coppola: “Brando rappresenta una cultura che deve morire, ed è cosciente, sa che deve essere ucciso” –, eppure è lo stesso Kurtz a cantare il superamento della vecchia e “mendace moralità”, come a ricordarci che in fondo questo ultimo passaggio apocalittico è inevitabile. <strong>Per lui del resto “libertà significa libertà dalle opinioni, anche dalle proprie” e in un certo senso è consapevole di rappresentare egli stesso l’altra faccia della stessa medaglia che sta combattendo.</strong> <strong>Kurtz è il doppio, in senso psicanalitico, di Willard. È il suo io più profondo e brutale,</strong> il lato più nascosto della sua personalità. Ma Willard, uccidendolo, non riuscirà, come di solito avviene in questo genere di storie, a portare a termine il suo percorso di iniziazione, è troppo poco consapevole di sé per riuscirci.</p>



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<p><strong>Il passaggio di corona, che viene, come da antica tradizione, realizzato nel sangue, fallisce. Questa volta a un re non succede un altro re, ma uno schiavo. Un non-re che rifiuta la corona, che abbandona la foresta</strong>, antico luogo di culto, luogo sì di decomposizione ma anche di continua rinascita, e lascia orfani i suoi sudditi per tornare alla metropoli, tempio laico di una nuova società consumistica che già Conrad aveva definito “città mostruosa che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato”.</p>



<p>Del resto, lo aveva scritto Eliot, e ce lo aveva ripetuto Denis Hooper, arlecchino infernale alla corte di Kurtz: <em>This is the way the world ends/ Not with a bang but with a whimper</em>. “è così che finisce il mondo… non con un boato ma con un sospiro”.</p>



<p><strong><em>Giovanni Soldi</em></strong></p>
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		<title>“Volevo andare dove nessuno ha mai messo piede, fuori da ogni autorità”. Denis Johnson, un tributo</title>
		<link>https://www.pangea.news/denis-johnson-reportage-albero-di-fumo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 04:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Denis Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Testa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vietnam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un memoriale di Riccardo Ielmini su Simone Cattaneo che uscì nel settembre del 2012. Lo lessi quello stesso anno quando diedi alle stampe il mio secondo disco solista, Morire, racchiuso in una busta nera in pelle. Dentro quel disco c’era una canzone dedicata a Simone, Saronno. Nel memoriale di Ielmini si parla di Albero [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste un memoriale di Riccardo Ielmini su Simone Cattaneo che uscì nel settembre del 2012. Lo lessi quello stesso anno quando diedi alle stampe il mio secondo disco solista, <em>Morire</em>, racchiuso in una busta nera in pelle. Dentro quel disco c’era una canzone dedicata a Simone, <em>Saronno</em>.</p>
<p><strong>Nel memoriale di Ielmini si parla di <em>Albero di Fumo</em>. Fu Simone a suggerire tale lettura. I due chiacchierano in una gelateria bordo lago.</strong> Una settimana prima del volo dal settimo piano di una palazzina di Saronno che avrebbe consacrato Cattaneo come il Jim Morrison della poesia nostrana. Più incazzato di Scorsese, più violento di Lou Reed. Le sue poesie saranno sempre un pungo insanguinato contro la mediocrità del mondo.</p>
<p>Così me lo appunto e lo cerco. <em>Albero di Fumo</em>, un romanzo di Denis Johnson uscito qualche tempo prima, nel 2007, per Mondadori. Non è stato ristampato e non è facile da trovare, nemmeno on line e così finisco per trovarlo a Pasqua, mentre da Parigi faccio un salto a Rimini per un concerto. Perso negli scaffali di quelle grandi librerie dell’usato che piano piano stanno scomparendo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90649 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-209x300.jpg" alt="" width="353" height="507" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-1071x1536.jpg 1071w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1.jpg 1116w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></p>
<p><strong>Rimango folgorato. Le pagine ti invitano a procedere dentro un inferno verde che puzza di napalm, di ricordi, di cibi da strada, donne sconosciute. </strong>In Vietnam il nemico è ovunque e l&#8217;intera regione è un mondo perduto, in cui nessuna redenzione è possibile, esclusa quella offerta dal mito.</p>
<p>Pagine come lame che bruciano foreste.</p>
<p><em>Albero di Fumo</em> è la storia di tre vite. Quella di William Sand, agente della Cia contro i vietcong, e di Francis Xavier Sands, suo zio, cattolico ed ex studente a Parigi, eroe della Seconda guerra mondiale, campione di football, un’altra scheggia impazzita dei servizi segreti. Ma è anche la storia di Kathy Jones, moglie di un missionario protestante, amante di William e volontaria in una organizzazione che si occupa dei giovani orfani vietnamiti. Storie che si incrociano senza lieti fini, mai disperate.</p>
<p><strong>Questo non è un romanzo sul Vietnam. Si tratta <em>del</em> romanzo sul Vietnam. Ogni pagina è sudore, sangue, polvere, pianti e urla.</strong> È il sud est asiatico, la guerra, gli orfani, i cadaveri, l’amore e la morte (di nuovo e sempre insieme). Una lettura che ti porta sul filo della realtà stessa là dove cominciano i sogni. A metà di <em>Albero di Fumo</em>, vincitore in patria del «National Book Award 2007», Denis Johnson costruisce questo dialogo tra soldati americani colti impreparati dall’offensiva del Tet da parte dei Vietcong: «Si può sapere cos’è successo?», chiede uno. «Non ne ho idea», risponde un altro. «Ci hanno attaccato. Per loro siamo il nemico», spiega ai due un terzo. «Io non sono il nemico di nessuno», ribatte il primo. «Io non voglio essere niente, né amico, né nemico», conclude il secondo. Qui c’è l&#8217;essenza dell’avventura americana nel Paese del Sud-Est asiatico dove nei primi Anni Sessanta si decise di fermare il comunismo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90650 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-300x200.jpg" alt="" width="660" height="440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3.jpg 1920w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p><strong>Johnson cominciò questo romanzo nel 1963 e continuò a scriverlo fino alla fine degli anni Ottanta riempiendo di cenere, spari, dialoghi serrati, vegetazione</strong>, perdita in più di 700 pagine che potrebbero annegare di benzina interi deserti. Mentre si procede nella lettura, vengono in mente oltre al già citato Coppola altre pellicole ormai classiche di Cimino e Kubrick, e libri come <em>Dispacci</em> di Michael Herr o <em>Nato per uccidere</em> di Gustav Ashford, oltre che il DeLillo più complottista. Il Vietnam di Denis Johnson, ex tossicomane, è come l’eroina. Non è una guerra, ma una malattia impossibile da controllare.</p>
<p><strong><em>Fabrizio Testa</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>La libertà si conquista con il sangue. Un reportage di Denis Johnson </strong></p>
<p><strong><em>Denis Johnson è tra i grandi scrittori americani contemporanei.</em></strong><em> Ha attraversato i generi: “Jesus’ Son” – da cui è stato tratto un film omonimo, nel 1999, con Billy Crudup e Samantha Morton – è un libro livido, crudo, ‘di culto’, che rinnova l’arte del racconto; “Albero di fumo” è uno dei grandi romanzi sulla guerra in Vietnam. In Italia, Denis Johnson è pubblicato da Mondadori e da Einaudi; le sue poesie, di genio, sono ancora inedite nel nostro paese. Morto nel 2017 – il libro postumo, “La generosità della sirena”, è edito da Einaudi nel 2019 –, Denis Johnson ha scavato nei luoghi remoti degli Stati Uniti, nelle viscere oscure del continente. Mescolando l’ansia di Thoreau al talento polimorfico di Faulkner, <strong>nel luglio del 1995 scrive per “Esquire” un reportage, “The Militia in Me”</strong> – plastico esempio di giornalismo ‘narrativo’ – di cui traduciamo alcuni brani. Nella vastità americana, senza eco, risuonano domande terribilmente attuali. Leggere ora il Denis Johnson di allora è utile per capire cosa lacera l’Occidente. (d.b.)</em></p>
<p><strong>Nel luglio del 1992 me ne sono andato in Alaska a cercare l’oro, a vivere la felice epopea dell’uomo americano che scopre qualcosa di prezioso in una terra incontaminata, su cui nessuno ha mai messo piede prima.</strong> Il primo giorno, a Anchorage, ho conosciuto due uomini che mi hanno affascinato. Jacob viveva fuori dal mondo, lontano, sul “filo di rasoio della libertà”, diceva lui. Aveva costruito una capanna, sulle colline nei dintorni di Talkeetna; aveva fatto da levatrice ai suoi quattro figli. Il suo amico David aveva esplorato le Bonanza Hills: cacciava gli orsi con l’arco. Avevano una sorta di quartier generale presso l’Arctic Burger, un ristorante di Anchorage frequentato da vecchi veterani dell’Alaska. Uomini dalle mani aperte, allegri, vittoriosi – d’altronde, erano sopravvissuti fino a quel giorno. <strong>Erano scesi in città per appoggiare la candidatura alla presidenza di Bo Gritz, ex eroe dei Berretti Verdi. </strong>Non che gl’importasse della politica o che nutrissero speranze di cambiamento al governo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90651 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/432605-204x300.jpg" alt="" width="370" height="544" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-768x1128.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-1046x1536.jpg 1046w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605.jpg 1362w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p>Io e mia moglie abbiamo passato la luna di miele nelle Bonanza Hills. Un aereo ci ha mollati lì; un aereo è venuto a prenderci. Nel frattempo, io e Cindy abbiamo vissuto senza alcun contatto con quello che credevamo “il mondo”, in un luogo privo di umani, di autorità, di leggi, a settanta miglia dal primo abitato. Avevamo con noi un fucile; non ho mai posseduto una pistola. Qualcun altro deve gestire questa roba, pensavo – e mi ha sorpreso scoprire che tenere a portata di mano un’arma fosse, ora, il requisito fondamentale per vivere. Altre cose che non pensavo così importanti scoprii che lo erano: fiammiferi, attrezzi vari; soprattutto, lucidità di pensiero e capacità di improvvisare. Dovevamo restare concentrati, acuire i sensi: eravamo tutto ciò che avevamo con noi. Infine, qualsiasi cosa sarebbe accaduta, era soltanto a causa nostra, era nostro compito risolverla. Ci siamo resi conto che le nostre vite non erano mai state così nostre.</p>
<p><strong>Ho sempre vissuto sotto la tutela dello “Stato Mamma”: pronto a salvarmi, calmarmi, curarmi. Ma questo è un paese libero.</strong> Avevo sempre dato per scontato che il governo si occupasse della mia sicurezza per darmi la possibilità di essere libero. Non ne ero più così certo. Quel piccolo morso di autentica libertà, mi ha lasciato in dono un desiderio ardente. Forse non volevo altro che la libertà da qualsiasi governo. […]</p>
<p>Se libertà significa auto-responsabilità, autogestione, come la mettiamo con chi non può prendersi cura di se stesso? Io sono uno di quelli, caro mio. Se ogni giorno non faccio qualcosa di definitivo, è un miracolo. Lasciami stare, lasciami solo. Sono uno innamorato del miracolo.</p>
<p>La scorsa estate, con la famiglia, ho affittato un rifugio nello Yukon canadese, a quaranta miglia dal paese più vicino. Volevo vivere per un po’, ancora, fuori da ogni autorità. Ma l’ufficiale locale veniva regolarmente a farci visita – non aveva nessuno, tranne noi, con cui parlare. Un giorno venne anche un tizio dell’immigrazione. Mi fece delle domande. Iniziai a desiderare l’Alaska.</p>
<p><strong>La vita era elementare: legno, cibo, acqua, meteo. Ho letto libri sulla Costituzione degli Stati Uniti e sui padri fondatori. Leggevo di idee straordinarie, e di quelle persone così notevoli che le avevano portate avanti per creare gli Stati Uniti.</strong> Mi sono chiesto quante cose abbiamo deciso che fossero riviste e revisionate da allora. Questi non sono gli Stati Uniti che mi hanno insegnato a scuola, non sono gli Stati Uniti ideati dai padri fondatori. Fino a quel periodo, avevo creduto alla promessa che l’America è una nazione creata per le persone, per gli uomini, non per i prepotenti e i tiranni. Un governo creato “per garantire i diritti”. Non per concederli, razionarli, darli in licenza. La mia ipotesi è che il mondo sia diventato molto più pericoloso dalla fine del XVIII secolo, quando George Washington e James Madison si affidavano alla Carta dei diritti. <strong>In un continente pieno di terroristi e di sabotatori, saccheggiato da diverse nazioni, consideravano la sicurezza meno importante della libertà dei concittadini – e così, onoravano i diritti di quei cittadini di parlare, pensare, pregare, commerciare liberamente e perfino detenere armi sofisticate. Cosa è accaduto da allora? </strong>Se lo chiedo ai governanti mi diranno, nulla. Questo è ancora un paese libero. Se lo chiedo agli americani delle zone più infime e lontane dalle città, la risposta è diversa. […]</p>
<p>La mia famiglia è tornata dallo Yukon in aereo. Io ho preso il pick-up è ho attraversato mille miglia di lande selvagge del Nord America, dormendo di fianco ai fiumi, muovendomi secondo il mio ritmo, senza parlare a nessuno.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90652 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/23-300x199.jpg" alt="" width="579" height="384" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/23-300x199.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/23-768x509.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/23.jpg 906w" sizes="(max-width: 579px) 100vw, 579px" /></p>
<p>Qualche miglia a nord di Smithers, nella Columbia Britannica, uno dei pneumatici è scoppiato. Avevo una ruota di ricambio, a bordo, ma il cric non funzionava, quindi ho allungato il pollice, sperando in un passaggio fino a Smithers. Un pick-up targato Alaska si è fermato; ho spiegato il problema ai miei soccorritori; due giovani, con un rimorchio traboccante di corna e un cane impassibile, da slitta, che mi fissava dal sedile anteriore. “Abbiamo un cric”, ha detto uno, è venuto verso la mia macchina, in retromarcia. Erano ragazzi di campagna, di un’altra epoca: tuta, scarpe enormi, jeans anneriti, bretelle rosse, barbe sottili, vergini, come quelle degli spettri della guerra di secessione. L’autista era grosso, biondo, tranquillo; l’altro era magro, rapido, intelligente. Entrambi avevano lo sguardo sincero e schietto dei cani. “Quante corna”, ho detto. Ne avevano raccolte centinaia. Costruivano mobili con le corna, che poi vendevano in giro. <strong>“Mi sembrate dei veri americani liberi”, ho detto. “No”, disse quello più piccolo, che prese a parlare, mentre l’altro mi cambiava la gomma. “Nessun americano è libero, oggi”. “Credo che tu abbia ragione. Ma cosa possiamo fare?”. “Combattere. Finché non saremo libero. O saremo morti. Non c’è alternativa”.</strong> “E chi combatterà?”. “Un sacco di uomini. Più di quanti immagini. Combatteremo finché non saremo morti. O torneremo liberi”.</p>
<p>Fantasmi. Eccoli qui. Fantasmi che attraversano gli Appalachi per arruolarsi a Gettysburg. “Vi chiedo solo una cosa. Cosa volete?”. “Te l’ho detto. La libertà. Vogliamo solo la libertà”. “Intendo dire. E una volta che fai cadere il governo, con cosa lo sostituisci?”. “Un capo. Ci vogliono uomini forti. Il tempo ce li darà”. “E l’unico modo per farlo è la guerra?”. Il giovane masticava tabacco. Aveva occhi grandi, gentili. Masticò per un po’. “La libertà deve essere conquistata con il sangue. È sempre stato così”.</p>
<p><strong>In quel paesaggio montano, nel vuoto, lontani da tutto, quella frase risuonò con una autorevolezza profonda e arcana. Sacrificio di sangue. Vecchio quanto la spiritualità umana.</strong> Il filo che lega l’Antico Testamento al Nuovo, che lega nella fede il popolo cristiano a Dio: la libertà dal peccato si conquista grazie al sacrificio dell’unico Figlio. Ma il prezzo non è già stato pagato? O siamo stati abbandonati qui, irredenti, confusi, cercando di decifrare uno strano, nuovo libro sacro? Un Terzo Testamento, che ha messo insieme pezzi degli altri due e interpretazioni facili, feroci. Profezie sul sacrificio di sangue e una guerra tra il bene e il male, il rigurgito di promesse non ancora compiute, in attesa di adempiersi.</p>
<p><strong><em>Denis Johnson</em></strong></p>
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		<title>Amo maledettamente Oliver Stone, strafatto di sesso e di droga, ego strabordante, scrittore geniale, un uomo che ha le palle di sbagliare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2019 06:18:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Barbara Costa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto mi fa incaz*are Oliver Stone, quanto lo prenderei a schiaffi alla fine di ogni suo film, se solo fosse possibile, se solo fosse lecito, e se solo da tale scontro potessi uscirne indenne, io così piccolina, e lui così alto e grosso. In verità dovrei prendere a schiaffi me stessa, che ancora mi lascio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto mi fa incaz*are Oliver Stone, quanto lo prenderei a schiaffi alla fine di ogni suo film, se solo fosse possibile, se solo fosse lecito, e se solo da tale scontro potessi uscirne indenne, io così piccolina, e lui così alto e grosso.</strong> In verità dovrei prendere a schiaffi me stessa, che ancora mi lascio incantare dai mignot*ari, e per te che mi leggi che non sei di Roma e dintorni spiego che mignot*ari volgarmente significa quello che facilmente intuisci, uomini che vanno a migno*te le più brutte e a buon prezzo. <strong>Come Oliver Stone, sissignori, non lasciatevi ingannare da ciò che è oggi, un placido signore appesantito e accasato, quando mignot*aro lo è stato, di preciso dai 16 anni in poi, da quando perse la verginità con la squillo pagata e scelta da papà.</strong> E in quel caso però la squillo era di lusso, papà Louis era ricco, Oliver è nato nell’agio e cresciuto figlio unico e viziato, scuole esclusive fino a Yale, stessa università e stesso anno di immatricolazione di George Bush Jr., futuro presidente degli Stati Uniti e nemico numero uno di Stone, protagonista dileggiato del suo <em>W.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68631 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/OLIVER-STONE-SOGNO-A-OCCHI-CHIUSI-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/OLIVER-STONE-SOGNO-A-OCCHI-CHIUSI-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/OLIVER-STONE-SOGNO-A-OCCHI-CHIUSI.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/OLIVER-STONE-SOGNO-A-OCCHI-CHIUSI-702x1024.jpg 702w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Se però Bushino per sfuggire alle armi si imbosca nella Guardia Nazionale dietro raccomandazione di papà politico, <strong>Oliver Stone in Vietnam ci va nel 1965, da civile, da insegnante di inglese. Ci ritorna nel 1967, da soldato volontario, ci va a combattere una guerra sulle orme di papà Louis</strong>, che ha fatto la Seconda guerra mondiale, in Francia, trovandoci anche l’amore, con Jacqueline, la mamma di Oliver, da lei sempre chiamato Olivier, sebbene all’anagrafe risulti William per volere paterno. Ma in Vietnam Oliver non ci trova l’amore, ci trova lo schifo di ogni guerra vera, il puzzo della morte che di dosso non ti togli più. Oliver spara e uccide, il lerciume del Vietnam che trasferirà su pellicola, nella trilogia <em>Platoon</em>–<em>Nato il 4 luglio</em>–<em>Tra Cielo e Terra</em>, è il lerciume reale che lui in guerra ha contribuito ad ammucchiare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Vietnam ci siamo stati tutti, scrive Michael Herr in <em>Dispacci</em>, ma non è vero, qui in Italia ad esempio del Vietnam non ci hanno mai capito un caz*o, i sessantottini che dicono il contrario sono dei bugiardi, ma nemmeno Kubrick, né Coppola, né altri che hanno firmato film memorabili sul Vietnam in quella dannata guerra ci sono stati, tranne lui, Oliver Stone</strong>, e per questo la sua trilogia affascina tanto, specie i giovani, e di ogni generazione. Perché Stone narra gli eventi dal punto di vista di tre ragazzi, Charlie Sheen in <em>Platoon</em>, Tom Cruise in <em>Nato il 4 luglio</em>, Hiep Thi Le in <em>Tra Cielo e Terra</em>: Sheen e Cruise ‘sono’ Stone, sono la sua rabbia, la sua gioventù andata a farsi fott*re tra morte, droga, bordelli. Dal Vietnam Oliver Stone ritorna distrutto nella mente e nell’anima, annientato dai demoni, da un orrore che è vita, è respiro, e non letteratura: <strong>a 23 anni è dentro la droga fino al collo. </strong>Ha cominciato a drogarsi in guerra, tornato a New York non prosegue economia a Yale, si laurea in cinematografia alla New York University, e fa lavori umili per sfuggire a se stesso, agli incubi che lo tormentano e che saranno quelli recitati da Tom Cruise sullo schermo. <strong>Poi, le put*ane: sfogo sessuale basico in Vietnam, le sue avventure più torride e squallide, più torbide, sono da Stone riversate in <em>Sogno a Occhi Chiusi</em>, romanzo pesantissimo, una discesa agli inferi tra guerra, m*rda, e sesso</strong> da mercimonio nei luridi bordelli tailandesi, meta dei soldati americani in licenza, e uno Stone strafatto e imbruttito, arso da un desiderio incestuoso per mamma Jacqueline, passa da donna a donna, perso, stordito: non conta il loro corpo, solo che glielo prendano in bocca, come se a succhiargli sperma fosse possibile tirargli via tutto il sudicio che è diventato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68632 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/JAMES-RIORDAN-STONE.-THE-CONTROVERSIES-EXCESSES-AND-EXPLOITS-OF-A-RADICAL-FILMMAKER-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/JAMES-RIORDAN-STONE.-THE-CONTROVERSIES-EXCESSES-AND-EXPLOITS-OF-A-RADICAL-FILMMAKER-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/JAMES-RIORDAN-STONE.-THE-CONTROVERSIES-EXCESSES-AND-EXPLOITS-OF-A-RADICAL-FILMMAKER.jpg 305w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" />Droga e migno*te accompagnano Oliver Stone buona parte della vita, fino alla prima metà degli anni Duemila, quando un giudice all’ennesimo arresto per guida in stato di ebrezza e possesso di droga, lo obbliga a ripulirsi.</strong> Ma prima di allora ci sono anni di cocaina, ci sono viaggi col peyote che lo costringono a rimandare l’inizio di <em>The Doors</em>, c’è l’LSD e “l’erba dono di Dio”, e ci sono film e premi, sceneggiature lucenti, sapienti di scrittura. Perché se c’è una cosa su tutte che mi fa incaz*are di Oliver Stone non è il suo passato mignot*aro e maledetto, non è il suo sbatterti in faccia quant’è bravo a far film, e nemmeno il fatto innegabile che possieda le qualità auree che voglio in un uomo, <strong>una personalità strabordante fitta di idee frutto di studio, raziocinio, e di opinioni ferme, scomode, radicali, e l’avere le p*lle di sostenerle a morirci, anche sbagliando, e Dio sa quanto io adori gli uomini che sbagliano</strong>, e gli errori di Stone sono palesi (chi riesce a vedere tutto <em>Alexander</em> senza addormentarsi?). No, quello che mi manda in bestia è la capacità di scrittura di Oliver Stone, qualità poco riconosciutagli perché sì i suoi libri sono poco letti, e però basterebbero le sue sceneggiature (ha scritto <em>Scarface</em>, caz*o!) e <em>Fuga di mezzanotte</em>, la prima che ha creato, e che gli è valsa un Oscar. (Ok, non era la prima, la prima l’ha scritta nel 1969 tornato dal Vietnam, la paranoica stesura di quello che diventerà<em> Platoon</em>). Con Oliver Stone, una direzione, una tesi, ce l’hai, sempre, ed è politica, è ‘contro’, e da un’altra parte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Oliver Stone è un divoratore di testi storici e uno scrittore-lumaca, scrive lentissimo, battendo sui tasti con un dito solo, e ci mette mesi a limare qualche pagina decente. Che poi diventano film, stroncati la gran parte dai critici e da tutte le teste d’uovo possibili, ma non è vero che Stone sia antiamericano e odi il suo Paese, seppure sia mezzo francese <strong>la verità è che non credo vi sia uomo che ami la sua Nazione quanto lui, che ha capito che la forza dell’America sta nel raccontarsi e così svelarsi nel suo Bene ma soprattutto nel suo Male</strong>, nel mettersi costantemente sotto processo uscendone ogni volta più forte. Migliore. Per far questo bisogna essere patriottici, quel patriottismo che Stone mette nei suoi film e che mi fa sentire sbagliata perché dai, riconosciamolo, noi italiani patriottici non lo siamo né lo saremo mai, è un sentimento a noi alieno, con cui non ci crescono, e che non puoi darti da solo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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		<title>Compie 40 anni (e torna in sala) “Apocalypse Now”, il più bel film (grazie a Joseph Conrad e a Mistah Kurtz)</title>
		<link>https://www.pangea.news/apocalypse-now-40-anni-nuova-versione-coppola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2019 04:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Francis Ford Coppola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apocalypse Now è uscito 40 anni fa, nel 1979, e ha avuto due riscritture: una ‘Redux’ del 2001, l’altra, ‘Final Cut’ è stata presentata a Bologna, sarà in sala in autunno. I vecchi dicono che non si fanno più film belli come quelli, i cinici che si pagherà per vedere sempre lo stesso film – [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Apocalypse Now</em> è uscito 40 anni fa, nel 1979, e ha avuto due riscritture: una ‘Redux’ del 2001, l’altra, ‘Final Cut’ <a href="https://festival.ilcinemaritrovato.it/evento/francis-ford-coppola/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è stata presentata a Bologna</a>, sarà in sala in autunno.</strong> I vecchi dicono che non si fanno più film belli come quelli, i cinici che si pagherà per vedere sempre lo stesso film – per ciò che mi riguarda, ho preso da anni a rileggere gli stessi libri. Un film ha avuto tre scritture: vuol dire che ha la stessa complessità di un romanzo. In effetti, <em>Apocalypse Now </em>deve la sua corrusca grandezza a un romanzo, <em>Cuore di tenebra. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68306 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-18-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-18-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-18.jpg 221w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" />Cuore di tenebra </em>compie 120 anni, esce per la prima volta sul ‘Blackwood’s Magazine’ nel febbraio del 1899, ed è, a cavallo del secolo, la rivoluzione secolare, la teoria della relatività in letteratura, </strong>il romanzo come matrioska di finzioni – mentre il Tamigi s’inabissa nelle mie intimità vi racconto ciò che mi raccontò un giorno un tipo di nome Marlow – la scrittura come regesto dello sfiato onirico, gioco d’equilibrio a lame tra il ‘selvaggio’ e l’ordinario, tra desiderio e atto, indicibile e indecente. “<em>Heart of Darkness </em>è il migliore romanzo breve ch’io conosca e a mio parere l’pera di Conrad più bella e densa. Il racconto è emozionante e profondo, lucido e disorientante… Conrad prefigura i metodi di Kafka e di Beckett”, scrive Cedric Watts.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo fu Orson Welles. E, lo ammetto, ancora non dormo sonni sereni pensando alla faccia dell’infernale Quinlan sovrapposta a quella di Kurtz, la più ambigua delle creazioni di Joseph Conrad, qualcosa tra Iago e Stavrogin, tra Achab e il Satana di Milton, <strong>«allo stesso tempo Faust e Belzebù e anche Lucifero» (Mario Curreli), non fosse che il gran satanasso non spiccica parola nel libro mastro di mastro Giuseppe</strong> e appaia più nella calzamaglia di Adamo appena spodestato dal trono – con spinone della colpa in petto – che scanzonato cobra seduttore di anime belle.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sia chiaro, dal 1979 siamo pacificati: per noi Kurtz non potrebbe avere altro corpaccione che quello di Marlon Brando in <em>Apocalypse Now</em>, immenso, immane, mefistofelico – lui sì, davvero – mentre si deterge il capo, cioè riemerge arcaico da un blasfemo battesimo, e dice a Willard/Martin Sheen – che poi è il miracoloso Marlow di Conrad –, «Ha mai preso in considerazione le vere libertà? Libertà dalle opinioni altrui. Addirittura dalle proprie».</strong> Il genio fu, ripeto, l’innesto del romanzo di Conrad sulla quinta vietnamita di Coppola, far sbarcare il Congo/Inferno nel tempio di Angkor Wat. Basato su un testo di Michael Herr, l’autore di <em>Dispacci</em>, fu John Milius a intersecare frammenti di Conrad nel film – così, una pellicola di guerra, allucinata e corrusca, diventa un’opera epica. Nel 2006 le edizioni Alet hanno pubblicato la sceneggiatura originale di Coppola+Milus, <em>Apocalypse Now Redux</em>. Eppure, il Kurtz di Coppola non è quello di Conrad.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con buona pace di Brando, che pure resta l’unico, immortale Kurtz, il demone di Conrad è altissimo e magrissimo, il suo carisma risiede tutto in una presunta capacità oratoria da tenebroso Crisostomo, ma per l’intero periplo del libro non dice nulla.</strong> Anzi, potremo pensare che la grandezza di mastro Joseph sia proprio quella di preparare l’evento che non accade. La sua, insomma, è l’arte del levare, del sottrarre, e dunque l’arte dell’enigma. Eppure <em>Cuore di tenebra</em> ci dice tutto ciò che ci occorre sapere di Kurtz: che è la quintessenza dell’uomo occidentale, sommo mirmidone dell’Europa che bracca colonie; umanista e utopista; uomo di lettere, ma anche di musica; sorta di «genio universale». Ci è fornito ogni indizio disponibile, benché in atmosfera nebbiosa, ondivaga, onirica («Mi sembra di cercare di raccontarvi un sogno», dice Marlow al suo uditorio in una frase centrale).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Curreli è tra i grandi studiosi di Conrad – ha curato il doppio volume delle opere per Bompiani – ma io resto legato alla versione di Ugo Mursia, devoto conradologo, del 1978, che si intitolava <em>Cuore di tenebre</em>. E mi piace quanto scrive Glauco Cambon: “Per Conrad l’angelo da sconfiggere era anche il demonio… <strong>Le avventure di Conrad risalgono un Congo tenebroso che è il tracciato della storia e dell’anima umana, fino alle sue origini intemporali, fino alla purezza di un terrore assoluto attinto, sfiorato e abbandonato”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68307 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro2-17-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-17-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-17.jpg 353w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />Certo, il colpo di genio di Coppola è il finale, il colpo di machete con cui Marlow ammazza Kurtz, mentre si va scannando, ritualmente, il bue. Il finale ipotizzato da Conrad è più raffinato, Marlow lo narra “nella posa di un Budda meditabondo”. </strong>Kurtz muore seppellendo il suo segreto – l’uomo che ha scelto di sterminare le proprie convinzioni, dandosi in pasto al selvaggio. Marlow va dalla donna di Kurtz, che lo attende da anni, dopo averne spiato il ritratto – “mi dava l’impressione che fosse bella” – roso dalla curiosità. “Venne avanti, tutta vestita di nero, con una faccia pallida, fluttuando verso di me nel crepuscolo”. Mentre “le tenebre si infittivano”, la donna, di caustica bellezza, dice “era impossibile conoscerlo e non ammirarlo, no?”, e poi scatta, “nessuno lo conosceva meglio di me!”. Mentre la donna, fieramente, implora Marlow – “io l’amavo, l’amavo, l’amavo”, come se amare fosse uccidere – chiedendogli di rivelarle “l’ultima sua parola”,<strong> albeggia la bugia, “L’ultima parola che pronunciò fu – il vostro nome”. Lei sospira, si fa di gioia, muta la morte in carisma, “Lo sapevo – ne ero sicura”. Come se orrore e amare fossero la stessa cosa</strong>, diremmo, questa è la quota di mistica che ci concediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>John Malkovich è John Malkovich, che ovvietà</strong>, ma nel film di Nicolas Roeg, <em>Heart of Darkness </em>(1994), barbaricamente didascalico – Marlow è interpretato da un credibile Tim Roth – è un Kurtz maniaco a malaticcio, appena reduce da <em>Il tè nel deserto. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni singola frase è un gradino che ci conduce a Kurtz, che prelude all’incontro. Ma Kurtz non parlerà, se non pronunciando la parola ambigua e celeberrima, eraclitea, «The horror! The horror!»,</strong> dietro cui ogni soluzione e nessuna è possibile. Siamo condotti come dentro un imbuto infernale per scontrarci contro quella orrenda risposta. Che riguarda Kurtz o ogni essere eretto? Che è l’assioma che sigilla la nostra esistenza terrena? Ciascuno faccia la propria partita a dadi e giunga a patti con sé e con Kurtz; Conrad, per ciò che gli riguarda, come ogni gigante, ci pone sul ciglio dell’abisso, non costruisce il ponticello per passare dall’altra parte – se poi esiste un’altra parte.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il potere è uccidere se stessi e poetare sul proprio cadavere,</strong> danzando con corpo muto e mutevole sguardo, pronti al commercio come al bosco che cresce sulla schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Kurtz di Conrad parla, o meglio, farnetica, ma non come quello di Coppola. Il quale si prende la briga di leggere Thomas S. Eliot nel momento cruciale del film, e di tenersi sul comodino, oltre a una copia della Bibbia, il libro di Jessie L. Weston, <em>From Ritual to Romance</em>, e quello di James G. Frazer, <em>The Golden Bough</em>, i due libri che, a detta di Eliot, stanno a fondamento della <em>Waste Land</em></strong>. Che poi Eliot amasse mentire come pochi e sviare l’attenzione dei critici occhialuti è un fatto, come è papale l’operazione filologica di Coppola. Che c’entra Eliot con Conrad, a parte il fatto che entrambi sono stranieri – uno è americano, l’altro polacco – catapultati in Inghilterra, e che entrambi hanno cambiato per sempre la storia della letteratura occidentale? Chiamiamola affinità elettiva e riavvolgiamo il nastro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia declamata a sorseggi, come un sermone biblico («Siamo gli uomini vuoti, Siamo gli uomini impagliati/… Figura senza forma, ombra senza colore,/ Forma paralizzata, gesto privo di moto»),  da Brando/Kurtz è <em>The Hollow Man </em>di Eliot, che porta in esergo una frase da <em>Cuore di tenebra</em> (“Mistah Kurtz – he dead”) e ambisce a essere la “scatola nera” di quel romanzo breve, il discorso che Kurtz non ha mai pronunciato. Ma cosa c’entra, pigiamo ancora, la <em>Waste Land</em>? <strong>C’entra, perché Eliot avrebbe desiderato posizionare lì, all’ingresso della sua opera più nota, la frase di Conrad, degno ringraziamento al maestro. Fu Pound a sconsigliarglielo (in una lettera del 24 dicembre 1921 gli scrisse netto: «I doubt if Conrad is weighty enough to stand the citation»), Eliot chinò il capo e si rivolse a Petronio.</strong> Thomas il grande, però, aveva capito qualcosa che a Ezra sfuggiva, cioè che <em>Cuore di tenebra</em> è la riscrittura del libro XI dell’<em>Odissea</em> e assieme del libro VI dell’<em>Eneide</em>, che è una catabasi nelle viscere dell’animo umano, e che il fiume Congo è una specie di Flegetonte, e che Marlow è un pellegrino dantesco privo di Virgilio e di Beatrice – e che per questo, fisicamente e spiritualmente, si smarrisce – e che Conrad è un antico greco perché sa che il nostro destino è irrisolvibile e immodificabile, ma pure un severo pastore perché sa che c’è un’inestirpabile colpa a minarci il cardio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Certi brani mi hanno sorpreso. Non sapevo di avere “un cuore di tenebre” e un’anima di “fuorilegge”. L’aveva il signor Kurtz, e io non l’ho trattato con la tranquilla indolenza di un dilettante. Credetemi, nessuno ha mai pagato più caro di me le righe che ho scritto», scrive Conrad all’amico Arthur Symons nell’agosto 1908. Come ogni genio anch’egli “paga” di persona ciò che ha scritto, ne è martoriato, ferito, zappato.</strong> Ma c’è di più. Quella scrittura, terminata nel 1899 e durata tre mesi febbrili, ha qualcosa di straordinario anche per Conrad. Egli è letteralmente sopraffatto da quel libro, come noi dopo ogni lettura, come Coppola dopo averlo letto (per comprenderne il rivissuto delirio durante la lavorazione del film si legga il libro della moglie, Eleanor Coppola, <em>Diario dall’Apocalisse. Dietro le quinte del capolavoro di Francis Ford Coppola</em>, minimum fax, Roma 2006, e il “dietro le quinte” documentato da Fax Bahr e George Hickenlooper in <em>Hearts of Darkness: A Filmaker’s Apocalypse</em>, 1992).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Andiamo per gradi. L’<em>editio princeps</em> del testo fu pubblicata il 13 novembre 1902 in Inghilterra dalla Blackwood, nella raccolta <em>Youth: A Narrative, and Two Other Stories</em>. I tre racconti lunghi, procedimento che terrà a mente James Joyce, narrano la vicenda più o meno disperata – ogni romanzo di Conrad è il sunto di un’esperienza “limite” – di un uomo nei diversi stadi della sua esistenza. <em>Youth</em>, manco a dirlo, è la gioventù, <em>Heart of Darkness</em> l’età di mezzo, nel mezzo del cammino – di istigazione dantesca –, <em>The End of Tether</em>, il testo meno risolto, l’età ultima, la vecchiaia. In questi racconti c’è Conrad per intero. Il primo è quello più celebre, è il Conrad di <em>The Nigger of the “Narcissus”</em> e di <em>The Shadow Line</em>; l’ultimo, più lieve e più spudoratamente letterario, quello che compete con la scrittura leggiadra dell’amico Henry James, è il Conrad “laterale” di <em>Chance</em> e degli ultimi romanzi. E poi c’è il bubbone, il grumo di <em>Cuore di tenebra</em>. Che aleggia come un solido spettro nei libri maggiori, in <em>Lord Jim</em> e in <em>Nostromo</em>, in <em>Typhoon</em> come in <em>Victory</em>, in cui la figura del “reietto” – che cospicua differenza con l’“inetto” novecentesco! – viene sbozzata, ma è anche qualcos’altro, qualcosa di distinguibile e perentorio, qualcosa di non più replicabile. E che sta lì, come un’incisione e un suggello sullo stipite del “modernismo”. <strong>Esso, con quella scrittura tumorale e torta, è il prototipo di ogni “romanzo limite”, azzardato e infernale. Senza di esso William Faulkner e Malcolm Lowry sarebbero qualcosa d’altro, così come l’Hemingway maggiore – quello eterno di <em>The Snows of Kilimanjaro</em>, ad esempio – e Cormac McCarthy. «Qualcosa di umano è più caro per me che tutta la ricchezza del mondo», è l’inciso</strong>, ricavato dai Grimm, con cui Conrad marchia la raccolta <em>Youth</em>. È bene leggervi l’indizio di una poetica. Assieme alla frase che Marlow ricama attorno a Kurtz, ma che vale per ogni uomo e per ogni creazione umana di Conrad, sorta di Euripide biblico, «La sua era una tenebra impenetrabile». Tutto qui, cosa «genuina, completa, cristallina, pura», come direbbe Brando/Kurtz. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
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		<title>Dagli omicidi politici alla cyberwar: come cambia l’azione dei Servizi segreti in uno scenario più critico di quello della Guerra Fredda. Una lezione istruttiva di Aldo Giannuli</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 10:44:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La proclamazione per cui la sovranità appartiene al popolo di cui all’art. 1 della Costituzione ha due specifici significati: in primo luogo, il popolo ha la titolarità delle scelte politiche, in modo diretto tramite referendum, od indiretto, mediante i propri rappresentanti parlamentari.  Parallelamente, il potere esecutivo è legittimato ad agire dalla volontà popolare, espressa dall’elezione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La proclamazione per cui la sovranità appartiene al popolo di cui all’art. 1 della Costituzione ha due specifici significati: in primo luogo, </strong><strong>il popolo ha la titolarità delle scelte politiche, in modo diretto tramite referendum, od indiretto, mediante i propri rappresentanti parlamentari.</strong>  Parallelamente, il potere esecutivo è legittimato ad agire dalla volontà popolare, espressa dall’elezione del Presidente o da un voto di fiducia del Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, il Governo è vincolato al rispetto delle norme legislative.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultimo assunto comporta due corollari: la consapevolezza popolare sulla <em>ratio</em> delle attività dell’Esecutivo, ad esempio la promulgazione di una legge, e la facoltà del potere giudiziario di investigare sulla condotta del Governo. In tal senso, emerge la necessaria trasparenza dello Stato dinanzi alla nazione ed alla magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È però facile comprendere come la trasparenza, al di là della connotazione astrattamente positiva, se applicata a questioni strategiche, ad esempio economiche o militari, rischierebbe di porre le stesse a conoscenza di soggetti ostili allo Stato, quali organizzazioni criminali. </strong>Può qui forse proporsi una similitudine con un dirigente d’azienda che, al fine del successo dell’impresa, non condivida con la totalità dei sottoposti le proprie intenzioni, per scongiurare il rischio che queste giungano alla concorrenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In tal senso, emerge un ambito sottratto alla struttura democratica, in cui si profila la necessità di un atto di fiducia di cittadini e magistrati nei confronti dell’apparato di Governo. Quest’ultimo infatti, nel perseguire il proprio fine istituzionale (l’interesse dello Stato comunità), deve tacere il mezzo utilizzato. <strong>Rispetto a tale rapporto fiduciario, l’impossibilità giurisdizionale di condurre inchieste e quella del popolo di ricevere informazioni sulle attività dell’Esecutivo si concretizzano nel segreto di Stato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ferma la suddetta necessità di tale istituto, occorre però considerare la natura corruttiva del potere, per cui la fiducia degli associati nei confronti dell’Autorità non potrà non conoscere limiti. In particolare, con riferimento alla durata del vincolo di segretezza, <strong>i governanti potranno nascondere ai governati determinate informazioni, nell’interesse della collettività</strong>, ma tale scelta dovrebbe rivelarsi una volta venute meno le ragioni che imponessero la segretazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, nell’accettazione di un limite alla struttura democratica, sarebbe opportuno che gli oggetti sottratti alla stessa, quando ciò fosse possibile, venissero desecretati e posti alla conoscenza del popolo sovrano. <strong>Qualora ciò non avvenisse, gli interessi che si intenderebbero tutelare non sarebbero quelli dello Stato comunità, ma piuttosto, plausibilmente, quelli dei governanti del tempo, nel tentativo di sfuggire al giudizio democratico, o quelli del partito che avesse apposto il segreto, per preservarne l’immagine dinanzi agli elettori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65827 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo-204x300.jpg" alt="" width="175" height="257" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo-768x1131.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo-695x1024.jpg 695w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo-1320x1945.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Giannuli-Come-i-servizi-segreti-stanno-cambiando-il-mondo.jpg 1644w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" />Come noto, l’istituto del segreto di Stato non conosce specifica disciplina costituzionale, posto che né la Carta né i lavori preparatori contengono indicazioni circa i principi da utilizzarsi come criteri per la legittimità delle norme sul tema.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale condizione determina una sorta di “zona d’ombra”, la quale tutela l’apparato governativo anche dopo un lungo intervallo di tempo, quando non sussistano più ragioni a sostegno del vincolo di segretezza, data ad esempio l’impossibilità dei soggetti ostili allo Stato di trarre vantaggio da tali informazioni. In forza di quanto sopra, <strong>gli organi di Governo tendono frequentemente a protrarre nel tempo la rivelazione pubblica del contenuto degli archivi di Stato e ad opporsi alla loro consultazione, condotta suscettibile di nascondere agli inquirenti eventuali reati.</strong> A prescindere ora dalla disciplina propria del segreto di Stato, è opportuno soffermarsi sulle azioni che tale istituto mira a coprire, dunque le attività dei servizi per la sicurezza, e sul ruolo che questi ultimi hanno ricoperto e ricoprono nelle dinamiche globali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il periodo intercorso tra la fine della Seconda guerra mondiale ed il crollo del Muro di Berlino, convenzionalmente definito “guerra fredda”, ha conosciuto una visione tripartitica della società globale, che conteneva un primo mondo sviluppato, liberale e capitalistico, un secondo socialista, industrializzato e totalitario, ed un terzo sottosviluppato. In particolare, i primi due regimi trovavano i propri rappresentanti rispettivamente negli USA e nell’Unione Sovietica, mentre al resto del mondo veniva chiesto di schierarsi ideologicamente, e quindi concretamente, con uno degli schieramenti. Tale situazione semplificava le dinamiche globali e consentiva uno studio più agevole delle azioni dei servizi di <em>intelligence</em>, ma ad oggi tale tripartizione è ormai estinta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il panorama attuale mostra infatti gli USA impegnati a conservare il proprio esclusivo ruolo di superpotenza, i paesi emergenti, quali Cina, Sudafrica e Russia, mossi verso un equilibrio globale formato da potenze regionali e carente di un’unica leadership, ed il mondo islamico crescere e delineare la nuova sfida globale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa nuova macrostruttura ha determinato due enormi archi di crisi, situazioni caotiche e ravvicinate che, anche per ulteriori fattori di contaminazione, quali il credo religioso o l’ideologia politica, rischiano di dar luogo ad un pericoloso rapporto causa – effetto per cui l’aggravamento della condizione di uno Stato influenzerà quella dei confinanti. Il primo di tali archi si protrae dal Nord Africa al Medio Oriente e sino al Giappone, mentre il secondo, meno esteso, si sviluppa dall’Estonia alla Siria.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi è una formula univoca per rappresentare le situazioni in atto lungo tali archi, potendosi trattare di conflitti aperti, guerre civili o “semplici” tensioni interne, ma gli esempi sono numerosi: <strong>l’insorgenza jihadista in buona parte dell’Africa settentrionale; la residua attività dei Fratelli Musulmani in Egitto; l’attacco dell’Arabia Saudita in Yemen, che ha visto indirettamente coinvolto anche l’Iran; il conflitto israelo palestinese; la crisi siriana, vero e proprio crocevia di tensioni tra cui la pressione turca, l’intervento russo e l’azione di al-Nusra; la tensione tra le potenze nucleari dell’India e del Pakistan; le contese territoriali della Cina con il Vietnam, per le isole Paracelso, ed il Giappone, per l’arcipelago di Senkaku Diaoyu; le mire russe sul territorio estone; la questione ucraina, e nello specifico della Crimea</strong>;… rappresentano solo alcuni degli esempi di focolai più o meno acuti di tensione sullo scacchiere internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scenario attuale risulta peraltro più critico di quello della guerra fredda</strong>, posto che il pur precario bipolarismo di quest’ultima godeva comunque della supervisione, anche militare, di due soli Stati, nonché di alleanze generalmente stabili. Ad oggi, in assenza di un coordinamento centrale, ciascuno dei suddetti focolai rappresenta un equilibrio a sé, indipendente, più arduo da controllare e mosso da ideologismi privi di una complessiva coerenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste ragioni rendono il ruolo dei servizi segreti più che mai determinante, anche per la carenza di effettività che caratterizza l’azione della diplomazia internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il compito e lo scopo delle attività di <em>intelligence</em> è oggi quello di indurre crisi eterogenee nei teatri interni stranieri, sedando quelle che comprometterebbero i propri interessi e risolvendo ciascuna in modo a sé vantaggioso.</strong> In tal senso, ad ogni azione dovrà tenersi conto delle plausibili risposte non solo del Paese o dei Paesi interessati, ma anche di eventuali terze parti, coinvolte o meno nell’oggetto del contendere.</p>
<p style="text-align: justify;">Brevemente, e con riferimento alla “zona d’ombra” anzidetta, si consideri come tali valutazioni necessitino di un’analisi strategica che coinvolgerà inevitabilmente l’autorità politica, dando luogo ad uno scontro tra soggetti eletti, più interessati ad un riscontro nel breve termine, e soggetti tecnici, le cui azioni mirano a risultanze più durature ed effettive. Tali differenze, nonché la rispettiva scarsa considerazione, in termini strategici, degli uni per gli altri, tendono però a complicare la definizione di numerose questioni e la soddisfazione degli interessi nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso, fermo il rapporto con la politica che può costituire un possibile ostacolo per i servizi segreti, essa rappresenta però uno dei campi, con particolare riferimento alle relazioni estere, in cui più si sviluppa l’attività d’<em>intelligence</em>, tramite azioni quali la sobillazione di tensioni interne agli Stati avversari od il sostegno a correnti favorevoli ai propri interessi. </strong>La destabilizzazione politica ad opera dei servizi di sicurezza potrà infatti realizzarsi tramite mezzi eterogenei, dall’azione di propaganda, volta a delegittimare il Governo straniero, al supporto di gruppi insurrezionali, dalla diplomazia “coperta” per isolare l’avversario nei rapporti internazionali alla fornitura di denaro od armi a paesi terzi a lui ostili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto attiene alle misure “soft”, che non prevedano l’uso della violenza armata, esse consistono solitamente in azioni quali<strong> il blocco delle esportazioni, l’interruzione dei prestiti ed il congelamento dei depositi bancari di persone fisiche o giuridiche dello Stato straniero. </strong>In un’ottica di medio e lungo periodo, queste ultime determineranno un disagio economico tanto per le classi più abbienti quanto per le più indigenti, incentivando il malcontento civile e quindi disordini sino a tumulti popolari. Tale pratica è sembrata negli ultimi decenni prerogativa diretta od indiretta degli USA. Per un esempio in tal senso si considerino le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’isola di Cuba, che pur godeva del sostegno sovietico, nonché quelle ingiunte a Iraq, Venezuela a Sudan, approvate dall’Assemblea Generale ONU ma in cui dietro ai voti di vari paesi europei, nonché di Giappone e Canada, poteva scorgersi la volontà americana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Recentemente, la prevaricazione USA si è notata nella dichiarazione del Presidente Trump per cui il divieto di rapporti economici con l’Iran</strong> non vigesse per le sole imprese americane ma anche per quelle europee, a rischio di inserimento in una “lista nera” con conseguente interdizione da transazioni economiche internazionali in valuta americana (il dollaro USA è la moneta utilizzata dai circuiti finanziari globali) qualora violassero il divieto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sul tema dell’istigazione di rivolte interne, si consideri comunque come la prassi abbia evidenziato la necessità di svolgere adeguate valutazioni prima di sobillare il malcontento popolare. <strong>I servizi di <em>intelligence</em> hanno infatti ormai compreso come la natura imprevedibile della volontà umana, ed ancora di più di quella di piazza, non consenta loro di agire in quanto “burattinai” dell’agire comune. </strong>Valga in tal senso il celebre caso delle Primavere Arabe, che taluni sostenevano essere orchestrate dagli USA ma che hanno prodotto esiti a loro non confacenti tra cui la rivolta in Bahrein, la proclamazione dell’ISIS e l’assenza, Tunisia esclusa, di nuovi insediamenti di Governo (plausibile scopo di una rivoluzione “orchestrata”).</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, le misure politiche dei servizi non si esauriscono in iniziative economiche o nell’eventuale e cauta sobillazione di moti popolari, <strong>ma talvolta giungono a soluzioni decisamente più “hard”, tra cui i c.d. “omicidi politici”.</strong> Esempi di tale pratica possono riconoscersi nelle azioni sovietiche degli anni Trenta tese all’omicidio di dissidenti comunisti (Trockji) e di defezionisti della Direzione Politica di Stato quali Reiss, nonché nelle operazioni del Mossad israeliano che hanno comportato la morte in territorio straniero di vari individui, tra cui il rappresentante dell’OLP a Roma ed un leader di Hamas a Dubai. Più recentemente, può ricordarsi l’omicidio dell’avvocato Dragoslav Ognjanovic, difensore di Milosevic, ucciso a Belgrado lo scorso luglio, ed il tentativo, il mese successivo e tramite un drone, di eliminare il Presidente venezuelano Maduro, anche se in entrambe le ipotesi si staglia il dubbio del coinvolgimento o meno di servizi d’<em>intelligence</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attualità dell’azione politica di questi ultimi vede infine l’emergere di un particolare settore, quello della<em> cyberwar</em>, o guerra cibernetica. Il cambio radicale nelle strutture di interscambio delle informazioni <strong>ha infatti riformato significativamente la condotta dei servizi di sicurezza, tenuti a predisporre adeguati meccanismi di difesa e di attacco rispetto al mondo cibernetico. </strong>L’esempio più celebre degli ultimi anni è probabilmente quello della vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, oscurata dai dubbi di un’intromissione di hacker russi nel sistema di voto allo scopo di scongiurare la Presidenza di Hillary Clinton e porre nello Studio Ovale un amico di Mosca. In particolare, gli interrogativi riguardano l’intromissione nei database democratici per la raccolta di informazioni sfavorevoli alla candidata e l’influenza dell’opinione pubblica tramite l’uso dei social network, la più classica forma di <em>open source</em> che tanto ha riformato l’attività dei servizi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale fattispecie ha posto in luce i vantaggi della nuova frontiera <em>cyber</em> della lotta politica dei servizi di sicurezza, tra cui la possibilità di causare gravi danni all’avversario senza rischiare la vita di alcun cittadino, militare od operatore d’<em>intelligence</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Peraltro, le implicazioni della <em>cyberwar</em> non si limitano al pur rilevante settore delle intromissioni elettorali. Nel 2010, l’Iran è stato infatti vittima di un <em>malware</em>, noto come Stuxnet</strong>, introdotto nelle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio per rallentare la presunta corsa iraniana verso la bomba atomica. Nel corso di tale attacco, dalle significative implicazioni politiche e la cui responsabilità ad oggi è ascritta ad USA ed Israele, nessun agente americano o di Tel Aviv ha oltrepassato il confine iraniano rischiando la cattura o la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ferma la suddetta rilevanza dell’azione politica, un ulteriore ambito d’azione per i servizi segreti è l’economia,</strong> che nel mondo globalizzato risulta strettamente correlata alla prima posto che frequentemente l’una sostiene l’altra, pur con scopi talvolta dissimili. Specificamente, la finanza ha preso il posto della politica. Ad oggi, tra le più significative attività d’<em>intelligence</em> nella guerra economica si trovano lo spionaggio finanziario ed il contrabbando di dati. Sul punto, occorre considerare la comunanza tra attività finanziaria e dei servizi di sicurezza: entrambe operano tramite raccolta di dati.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, nel settore finanziario i servizi di <em>intelligence</em> trovano la risposta ad un problema che già con la <em>cyberwar</em> si era delineato: la possibilità di agire nella (quasi) totale assenza di rischi. <strong>La correlazione tra finanza, economia e politica, la concezione del mondo per cui la percezione si sostituisce all’essenza, la possibilità di far crescere o decrescere il valore di un’azienda tramite operazioni anonime,</strong> la connessione tra la messa in stato di accusa di un Amministratore Delegato di New York e la crisi del mercato agricolo indonesiano, forniscono ai servizi di sicurezza il terreno ideale su cui svolgere le proprie attività e conseguire gli obiettivi prefissi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Intelligence</em></strong><strong> e finanza rappresentano probabilmente i settori che hanno registrato più mutamenti dal processo di globalizzazione. </strong>Il ruolo dei servizi di sicurezza ha infatti assunto progressiva rilevanza a decorrere dalla metà dello scorso secolo. Nel corso del secondo conflitto mondiale, e successivamente nella guerra fredda, emerse come, se la direzione strategica dei combattimenti permaneva nelle mani dell’apparato politico-militare, questo assumeva le proprie decisioni sulla base delle informazioni fornite dai servizi segreti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad oggi, è invece la stessa <em>intelligence</em> a stabilire direttamente le linee strategiche tramite il lavoro di analisi. Essa rappresenta lo strumento primario delle operazioni coperte che si snodano dalla destabilizzazione monetaria al terrorismo, dalla guerra cognitiva alla manipolazione dell’<em>high frequency trading</em>, dagli attacchi <em>cyber</em> alle differenti forme di depistaggio. Ovviamente, tale considerazione implica un mutamento degli ambiti di intervento, delle metodologie operative e della formazione professionale degli agenti. <strong>Ad un’impostazione prettamente ideologica, diffusa nel secolo scorso, si è sostituito un pragmatismo geopolitico, mentre il fine della dominazione territoriale è confluito nel controllo di comunicazioni e trasporti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, la nuova struttura della raccolta delle informazioni, ad oggi molto più estesa che in passato per volume, velocità e varietà (i c.d. “Big Data”) richiede tecniche innovative, tra cui algoritmi per trattamento ed analisi dei dati, in cui i servizi d’informazione hanno mostrato un elevato grado di competenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In conclusione, la progressiva crescita che i servizi hanno mostrato nel secolo scorso conosce oggi un incremento esponenziale. Mai come oggi infatti essi hanno disposto di capacità di penetrazione, di diffusione e di intervento,</strong> e mai hanno ricoperto una tale centralità nelle dinamiche dominanti a livello regionale e globale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.aldogiannuli.it/biografia/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Aldo Giannuli</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Si pubblica la conferenza di Aldo Giannuli, “Il segreto di Stato tra Costituzione Formale e Costituzione Materiale”, tenuta presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Pavia; il testo è stato sistemato editorialmente da Fabio Calvi, Dottorando in Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Pavia. Aldo Giannuli ha pubblicato di recente “Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo” (Ponte alle Grazie, 2018)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Grazie a lui i falliti diventano angeli dannati di proporzioni mitiche”: dialogo intorno a Denis Johnson con la sua traduttrice, Silvia Pareschi</title>
		<link>https://www.pangea.news/denis-johnson-dialogo-silvia-pareschi/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 05:31:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’anno ne farebbe 70. 70 anni. Non ci è arrivato. Denis Johnson è morto due anni fa, è stato un poeta della disperazione, ha scritto il romanzo allucinato sul Vietnam, Albero di fumo – ne scrissi, con la consueta tracotanza retorica, così: “Prendi Joseph Conrad, drogalo a dovere, e fagli fare un giro a Las [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denis-johnson-dialogo-silvia-pareschi/">“Grazie a lui i falliti diventano angeli dannati di proporzioni mitiche”: dialogo intorno a Denis Johnson con la sua traduttrice, Silvia Pareschi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quest’anno ne farebbe 70. 70 anni. Non ci è arrivato. Denis Johnson è morto due anni fa, è stato un poeta della disperazione, ha scritto il romanzo allucinato sul Vietnam, <em>Albero di fumo </em>– <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/denis-johnson-lord-jim-americano-1402535.html" target="_blank" rel="noopener">ne scrissi, con la consueta tracotanza retorica</a>, così: <strong>“Prendi Joseph Conrad, drogalo a dovere, e fagli fare un giro a Las Vegas. Il risultato ti darà Denis Johnson, il Lord Jim della letteratura contemporanea, duce nel sottosuolo del romanzo americano”</strong> – ha edificato <strong>una Iliade dei reietti, una epica degli alienati, con un talento obliquo che stordisce.</strong> L’anno scorso, dai cassetti mortuari, hanno cavato dei racconti inediti di DJ, pubblicati come <em>The Largesse of the Sea Maiden</em>; contestualmente, Einaudi ha fatto ritradurre il libro-culto di DJ, <em>Jesus’s Son, </em>pubblicato in origine nel 1992, diventato film – bruttino – nel 1999, atterrato in Italia nel 2000. Novanta pagine, undici racconti, bellezza che dilania, scrittura come coltello alla gola e iena sul petto, le memorie dal sottosuolo del nostro tempo, <strong>come se ti gettassero un leopardo nella vasca da bagno, mentre stai lì, beato, in una Gerusalemme celeste di spuma.</strong> A metterci mano, in questa nuova versione, Silvia Pareschi, un fenomeno – ha tradotto, tra le tante cose, <em>Il guardiano del frutteto </em>di Cormac McCarthy, poi molto Jonathan Franzen, Alice Munro, Don DeLillo, <a href="http://silviapareschi.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener">la studiate qui,</a> ad ogni modo –, a cui ho chiesto di DJ, per capire. Il resto è quello che scrivo sempre, più una cosa. Primo: <a href="http://www.pangea.news/sia-ode-denis-johnson-vaffa-caratteri-cubitali-sulla-letteratura-usa-libro/" target="_blank" rel="noopener">Johnson esordisce come poeta</a> – nel 1969, con <em>The Man Among the Seals</em>, nel 1981, per <em>The Incognito Lounge</em>, incassa gli applausi di Mark Strand – e <strong>gli resta addosso l’odore di bestia in fuga con la lingua d’argento del poeta. Traducete le sue poesie, cavolo</strong>. Secondo: <em>Jesus’ Son </em>era l’altare privato su cui Simone Cattaneo raffinava le sue poesie. <strong>Senza Simone, non conoscerei DJ – ora i due, assieme, si berranno San Pietro sciolto nel rum.</strong> Una cosa in più. “Da sotto la porta chiusa si è sprigionata una lastra di fulgore, come se, grazie a qualche stupefacente processo, lì dentro stessero incenerendo diamanti”. Primo racconto di <em>Jesus’ Son. </em>S’intitola <em>Incidente durante l’autostop. </em>Così DJ descrive l’urlo di una donna, “magnifica, ardente”, a cui dicono, in ospedale, che il marito è morto. Che devastante e meravigliosa descrizione dell’urlo e del dolore. Il dolore come mucchi di diamanti inceneriti. Onore a Denis. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65382 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-189x300.jpg" alt="" width="133" height="211" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj.jpg 1000w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />Denis Johnson. Come si entra in quel linguaggio lucido e cruento? Che valore ‘elettrico’ ha Johnson nella letteratura statunitense contemporanea?&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In una recensione a <em>Mostri che ridono</em>, Joy Williams scrive che DJ si avvicina per sensibilità al grande Robert Stone, anche se di Stone gli manca la padronanza della trama e della struttura. <strong>“Tuttavia”, prosegue, “non leggiamo Johnson per il suo metodo, ma per l’effetto perturbante e le luminose sorprese”. Un libro come <em>Albero di fumo</em>, per esempio, alterna pagine a volte sconnesse e oscure a illuminazioni di scrittura potente e cristallina, come il folgorante incipit o la straordinaria morte del sicario raccontata in prima persona.</strong> È una scrittura che viene dalla poesia (perché Johnson è stato prima di tutto un poeta), e nella quale meglio si entra lasciando fuori le questioni, appunto, di metodo. Perché DJ era uno scrittore discontinuo, certo, eppure anche i suoi libri meno riusciti vibrano di una voce profondamente e unicamente americana, vivida, spesso intrisa di humor nero e di un’acuta immediatezza fisica ed emotiva, di descrizioni estatiche, di una capacità di osservazione così compressa che in poche frasi riesce a ottenere una qualità visionaria. Ci sono modi alternativi di guardare il mondo, ci dice DJ, e alcuni di essi sono più vicini alla verità di quanto possano esserlo i fatti nudi e crudi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, tra <em>Jesus’ Son</em> e <em>Albero di fumo</em>, pur in una coerenza esistenziale, si avverte un diverso approccio linguistico: è così? Spiegaci</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra i due libri sono passati quindici anni: <em>Jesus’s Son</em> è del 1992 e <em>Tree of Smoke</em> del 2007. <strong>Il primo – libro culto della letteratura americana contemporanea – è scritto in una lingua spoglia e luminosa che ricorda per certi versi Hemingway e Carver (il quale era stato insegnante di DJ all’Iowa Writer’s Workshop). È proprio grazie a questa lingua che DJ riesce a trasformare una serie di personaggi falliti e marginali in angeli dannati di proporzioni mitiche.</strong> Le loro disavventure sono raccontate con una prosa diretta e disadorna, il prodotto di una mente annebbiata che attribuisce la medesima importanza a ogni cosa, che sia una nuvola o un cadavere. E ogni tanto, in questa prosa imperturbabile, spuntano senza preavviso momenti di intensa poesia. <em>Albero di fumo</em> è un romanzo lunghissimo, ambizioso e caotico, coinvolgente pur nella sua fondamentale mancanza di trama, costruito con segmenti di vita di alcuni personaggi coinvolti nella guerra del Vietnam. <strong>Ma al di là della lunghezza trovo che in realtà non sia cambiato molto dal DJ dei racconti a quello di questa epopea psichedelica.</strong> La differenza si nota più che altro fra la compattezza dei racconti e la discontinuità del romanzo di cui parlavo prima, ma le caratteristiche della sua scrittura rimangono immutate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che libro vorresti tradurre? E poi, qual è stato il libro che hai faticato di più a tradurre. E quello che più ti ha divertito tradurre.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei libri più difficili che ho tradotto, che però mi ha dato grande soddisfazione, è <em>La breve favolosa vita di Oscar Wao</em>, di Junot Díaz. In un libro del genere, la ricerca linguistica è la chiave di tutto. <strong>Díaz gioca di continuo sull’interazione tra inglese e spagnolo (il cosiddetto <em>spanglish</em>) e cambia continuamente codice, passando dal colloquiale al letterario, creando un melting pot lessicale fatto di frasi caraibiche, gergo dei neri americani, slang di strada. </strong>Inoltre alla narrazione tradizionale si mescolano continuamente richiami alla fantascienza ai fumetti al fantasy, con una creatività linguistica davvero vorticosa. Il libro che mi sono più divertita a tradurre è, di nuovo, <em>Oscar Wao</em>. I momenti di massimo divertimento per un traduttore sono quelli in cui può giocare con la lingua, addirittura inventare parole nuove (come nel caso della parola ‘strizzacervelli’, introdotta da Marisa Caramella nella sua traduzione di <em>Paura di volare</em> per rendere il termine <em>shrink</em>, contrazione di <em>headshrinker</em>, restringiteste), e il libro di Junot Díaz pullula di parole inventate, soprattutto parolacce (le parolacce sono un campo molto fertile di invenzione linguistica). Prendiamo per esempio la frase: “He had the worst case of no-toto-itis I’d ever seen”. <em>Toto</em>, nello spagnolo dominicano, vuol dire <em>fica</em>. In italiano, usando l’alfa privativo per dare una connotazione pseudo-scientifica, la traduzione diventa “Soffriva del peggior caso di aficasia che avessi mai visto”.<strong> Per quanto riguarda il libro che vorrei tradurre, be’, sono un’ammiratrice di Margaret Atwood da tempi non sospetti, cioè da molto prima della serie Tv</strong> che l’ha trasformata da autrice molto nota a fenomeno mondiale (il suo libro che ho più amato è <em>L’assassino cieco</em>). Perciò confesso che sarei molto felice di tradurre il seguito del <em>Racconto dell’ancella</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa si muove, oggi, nella letteratura americana contemporanea? Su quale ‘nuovo’ autore punteresti alto, quello che tra 50 anni sarà un ‘classico’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni dieci anni, la rivista “Granta” pubblica una lista dei 21 migliori scrittori americani sotto i 40 anni. Come succede ormai da tempo, molti degli scrittori emergenti sono immigrati di prima o seconda generazione, specchio di un paese fatto di molte culture e molte etnie. <strong>Penso alla ghanese Yaa Gyasi, all’ucraina Sana Krasnikov, all’indiano Karan Mahajan, all’etiope Dinaw Mengestu, alla nigeriana Chinelo Okparanta.</strong> Tra gli scrittori non citati nella lista di “Granta”, vorrei ricordare soprattutto Jesmyn Ward, l’unica donna ad avere vinto due volte il National Book Award (e ha solo 42 anni!), con <em>Salvare le ossa</em> e <em>Sing, Unburied, Sing</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Ti piace la letteratura italiana contemporanea? Qual è il libro, da lettrice, che ti ha sconvolto, che ti ha mutato, se esiste?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso di non leggere moltissima letteratura italiana contemporanea. Mi piace Michele Mari, e l’ultimo libro che ho letto e mi è piaciuto è <em>Resto qui</em> di Marco Balzano<strong>. Per il resto leggo e rileggo soprattutto i classici del Novecento, da Sciascia a Calvino, da Vittorini a Morante, ma anche Palazzeschi, Busi, Buzzati, Landolfi, Ortese, Brancati… </strong>Il libro che mi ha cambiata non esiste, nel senso che ogni libro che leggo mi cambia un po’. È anche per questo che si legge, no?</p>
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		<title>Patriota, indologo, avventuriero: la storia (rimossa) di Francesco Lorenzo Pullè e del suo “Museo Indiano”. Che è risorto a Bologna</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 10:21:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi si sognerebbe, oggi, dopo un intenso viaggio nel sudest asiatico, di creare, con gli oggetti rastrellati sul posto, una mostra all’università? Un nostalgico, o un originale, nel peggiore dei casi, uno un po’ suonato, dall’animo globetrotter. Tutt’al più, al rientro dal viaggio, lo strambo viaggiatore scriverebbe un bel reportage, mostrerebbe i selfie agli amici, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patriota-indologo-avventuriero-la-storia-rimossa-di-francesco-lorenzo-pulle-e-del-suo-museo-indiano-che-e-risorto-a-bologna/">Patriota, indologo, avventuriero: la storia (rimossa) di Francesco Lorenzo Pullè e del suo “Museo Indiano”. Che è risorto a Bologna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi si sognerebbe, oggi, dopo un intenso viaggio nel sudest asiatico, di creare, con gli oggetti rastrellati sul posto, una mostra all’università? Un nostalgico, o un originale, nel peggiore dei casi, uno un po’ suonato, dall’animo globetrotter.</strong> Tutt’al più, al rientro dal viaggio, lo strambo viaggiatore scriverebbe un bel reportage, mostrerebbe i selfie agli amici, farebbe girare (brevi o eterni) filmati tramite whatsapp. Perché in fin dei conti, la sabbia finissima e i pregiati fossili, i cocci di un’anfora decorata, il Buddha decollato che (forse anche noi) siamo riusciti a rubare e ad infilare nel sottofondo della valigia, al ritorno a casa, li mettiamo in camera, in bella vista (ma solo per i più intimi), sotto il sacro fuoco dell’abat-jour. Meglio non correre guai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò, quando sento l’amico, lo storico bolognese, Luca Villa parlarmi di Francesco Lorenzo Pullè, e del suo <em>Museo Indiano</em> a Bologna, mi sembrano passati secoli, anzi un’eternità. Per intenderci, il nobile Francesco Lorenzo Pullè, a sessantacinque anni compiuti, si arruolò volontario allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e partì soldato semplice per il fronte del Podgora, per poi congedarsi con il grado di tenente colonnello.</strong> Il suo diario di guerra – che è stato recuperato dalla nipote Lina, che in passato si laureò in storia contemporanea con una tesi a riguardo – inedito. Francesco Lorenzo non era primogenito, ma il terzo dei nove figli di Carlo Augusto Dionigi e di Virginia Ricci ed era nato a Modena, il 17 maggio 1850. <strong>Il padre, fervente ufficiale delle guardie del duca Francesco IV, dalle idee risorgimentali, veniva dall’antica nobiltà originaria delle Fiandre belghe, dalla quale il giovane Francesco Lorenzo prendeva il titolo di conte di San Florian. Tornato dal fronte, il conte studia a Firenze e si appassiona al sanscrito – suo maestro è l’indianista Angelo De Gubernatis – tanto da pubblicare una <em>Piccola crestomazia sanscrita</em>.</strong> Quindi non le solite lingue classiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua carriera è votata all’orientalistica e alla glottologia, tanto che fonda, nel 1890, all’Università di Pisa, il primo <em>Istituto di glottologia</em> d’Europa. Fondatore e promotore della scuola indianistica bolognese, forma valenti sanscritisti della levatura di Ambrogio Ballini e Luigi Suali. A sue spese fa stampare a Firenze la rivista<em> Studi italiani di filologia indo-iranica</em>. Non certo tutti potevano permettersi il lusso dello studio e dei viaggi esotici, quindi, si dedica anche alle classi sociali meno abbienti e vede nell’istruzione un mezzo di elevazione del popolo e di unione della nazione, lui animato da profondo patriottismo. In tale prospettiva, da una parte, si dà da fare come membro del <em>Consiglio superiore della Pubblica Istruzione </em>tra il 1902 e il 1913, dall’altra, patrocina la fondazione e la diffusione delle università popolari, prima fra tutte quella di Bologna intitolata a Giuseppe Garibaldi, che inaugura l’11 febbraio 1901.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ammiratore di Carlo Cattaneo, discepolo e corrispondente del Graziadio Isaia Ascoli – per capirci, lo studioso celebre per aver polemizzato col Manzoni nella <em>questione della lingua</em> – da socialista radicale, qual era nei primi tempi, diventa acceso fascista.</strong> Sempre interventista, persino alla tenera età di sessantacinque anni, quando si imbarca come volontario, insieme ai suoi due figli, uno tenente, l’altra crocerossina. Aristocratico, animato da un patriottismo risorgimentale anche dopo il Risorgimento, la grande eredità del conte Pullè si trova (quasi) tutta a Bologna, dove <strong>da poco è stata inaugurata una piccola mostra,<em> I volti del Buddha. Dal perduto Museo Indiano di Bologna</em>, al Museo Civico Medievale, visitabile fino al prossimo 28 aprile.</strong> Al secondo piano del Palazzo dell’Archiginnasio, sede oggi di alcuni degli uffici dell’omonima biblioteca, dal 1907 al 1935, il conte Pullè aveva infatti aperto il suo <em>Museo di Indologia</em>. Una storia affascinante e senza tempo. Chi oggi, al ritorno da un viaggio di studio tra Vietnam, Sri Lanka e India farebbe come aveva fatto Pullè tra il 1902 e il 1903? Chi si sognerebbe oggi di aprirne un museo? A parte le pastoie burocratiche, la storia di Pullè mi sembra un luminoso esempio della rovina dei nostri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65377" aria-describedby="caption-attachment-65377" style="width: 203px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65377" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-259x300.jpg" alt="" width="203" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-259x300.jpg 259w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-768x889.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè-885x1024.jpg 885w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Francesco_Lorenzo_Pullè.jpg 1096w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /><figcaption id="caption-attachment-65377" class="wp-caption-text">Francesco Lorenzo Pullè, Conte di San Florian (1850-1934)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Bologna incontro Luca Villa, curatore della mostra <a href="http://www.museibologna.it/arteantica/eventi/51895/date/2018-11-14/date_from/2018-11-14/id/96595" target="_blank" rel="noopener"><em>I volti del Buddha</em></a>, che mi apre le porte dell’esposizione e mi racconta un po’ della storia del <em>Museo Indiano</em>. Ma come gli è venuto in mente di fare una mostra indiana?</strong> “L’idea di creare un museo indiano era già stata messa in pratica dal maestro di Pullè nello studio del sanscrito, Angelo De Gubernatis. Anche lui, infatti, dopo un lungo viaggio in India, aveva avuto modo di organizzare il <em>Museo Indiano</em> di Firenze, primo esempio di museo tematico di tal genere, il cui patrimonio dopo pochi anni entrò a far parte della collezione del <em>Museo di Antropologia ed Etnologia</em> della stessa città, dove già era depositata una raccolta di materiali di provenienza indiana appartenuta all’antropologo Paolo Mantegazza, fondatore di quel museo e all’epoca animatore degli studi antropologici in Italia, che, nella sua rivista, ospitò peraltro nel 1897 una Memoria di Pullè, il Profilo antropologico dell’Italia, premiata dalla <em>Società Italiana d&#8217;Antropologia ed Etnologia</em>, da cui era stato indetto un concorso per la stesura di una carta etnografica nazionale. <strong>La storia dell’interesse riguardo all’India nato a Firenze nella seconda parte dell’Ottocento, ben raccontata in un volume della studiosa portoghese Filipa Lowndes Vicente, vede citato Pullè fin dalla prima esposizione di materiali indiani organizzata in Italia in ambito orientalistico, sempre da De Gubernatis, nel 1878, ancor prima che fosse aperto il suo Museo.</strong> La città toscana ospitò infatti quell’anno l’edizione del <em>Congresso Internazionale degli Orientalisti</em>, durante la quale furono messi in mostra reperti archeologici e calchi in gesso di analoghi materiali provenienti principalmente da scavi effettuati da W. G. Leitner nell’attuale Pakistan, tramite i quali erano stati recuperati alcuni rilevanti nuclei di reperti relativi all’arte buddhista del Gandhāra. L’attenzione di Pullè per documentare la fioritura e la diffusione del buddhismo in Asia è dimostrata, nella collezione del <em>Museo Indiano</em> di Bologna, grazie alla cospicua raccolta di fotografie, molte delle quali erano esposte nella stanza dedicata all’Arte e Scultura di cui conosciamo l’esistenza oggi grazie alla pianta del Museo ritrovata soltanto nel 2016. Tra le oltre 700 fotografie una significativa raccolta di immagini di reperti archeologici del Gandhāra, oggi visibili anche online grazie al lavoro che abbiamo svolto lo scorso anno insieme alla collega Marta Magrinelli per il progetto <em>Città degli Archivi</em> promosso dalla Fondazione Del Monte <a href="https://www.cittadegliarchivi.it/notizie/23-novembre-2018-pubblicata-la-raccolta-fotografica-di-francesco-lorenzo-pulle-e-del-museo-indiano-di-bologna" target="_blank" rel="noopener">(qui il link)</a>. Nella stessa stanza era anche esposto un frammento architettonico proveniente dal complesso buddhista di Sanchi, nell’India centrale (I sec d. C.), presente tra i materiali che ho selezionato per l’allestimento della mostra <em>I volti del Buddha</em>, così come un calco in gesso raffigurante il Buddha storico Śākyamuni, descritto nelle pagine di un breve romanzo di Riccardo Bacchelli del 1911, che era stato portato in Italia da Pullè da Lahore, al pari del nucleo fotografico legato all&#8217;archeologia del  Gandhāra, e che è stato restaurato in occasione dell&#8217;esposizione in corso al Museo Civico Medievale grazie ai laboratori dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna. <strong>In riferimento all’archeologia, infatti, bisogna ricordare che Francesco Pullè era stato nominato presidente del comitato italiano dell’<em>Indian Exploration Fund </em>pochi anni prima del suo viaggio in Asia, quando ancora appariva possibile collaborare con le autorità britanniche in India al recupero di materiali archeologici, obiettivo frustrato dall’evolversi delle politiche coloniali inglesi in ambito culturale.</strong> Un paio di lettere di Pullè riferite al comitato italiano dell’<em>Indian Exploration Fund </em>conservate tra i carteggi di Graziadio Ascoli, dimostrano comunque che in Italia lo studioso di sanscrito non aveva trovato interesse a impegnarsi nel far prosperare l’iniziativa, né da parte dei colleghi orientalisti, né tantomeno fra gli archeologi italiani”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In mostra cosa troviamo? “La raccolta di Francesco Lorenzo Pullè, composta da oggetti, fotografie e manoscritti acquistati in Vietnam, Sri Lanka e India tra il 1902 e il 1903, rappresenta il nucleo fondativo del <em>Museo Indiano</em>, che al suo interno aveva in effetti anche una stanza riservata alla conservazione dei manoscritti e dei testi a stampa, oggi entrati in larga parte nel patrimonio della Biblioteca dell’Archiginnasio.</strong> Una prima esposizione di parte della raccolta fu organizzata nel 1904, quando il Ministero della Pubblica Istruzione, ormai concluso l’acquisto della collezione, che sarebbe poi stata ripartita tra Comune e Università di Bologna. All’epoca della chiusura del <em>Museo Indiano</em>, intorno al 1935, tuttavia, una cospicua parte della raccolta di oggetti ritorno alla famiglia Pullè e, tramite il lascito del figlio Giorgio, è ora conservata presso il Museo di Antropologia dell’Università di Padova. L’intera collezione di oggetti e fotografie acquisita durante il viaggio nel continente asiatico da Francesco Pullè, prevalentemente composta da manufatti indiani, si contraddistingue per l’interesse mostrato non soltanto nei confronti dell’arte religiosa, ma anche per la scelta di materiali che appartengono all’ambito delle arti applicate, nel tempo scomparsi dalle esposizioni dei grandi musei, benché all’inizio del Novecento trovassero ampio spazio negli stessi contesti. È bene sottolineare, tra l’altro, che fin dal primo anno di attività del <em>Museo Indiano</em> la raccolta originale fu incrementata, grazie all’impegno delle autorità comunali e universitarie. Risale al 1908, infatti, l’acquisizione della significativa collezione di statue raffiguranti divinità del <em>pantheon</em> buddhista cinese, in gran parte esposte anche nella mostra <em>I volti del Buddha</em>, acquistate da un collezionista privato di cui sappiamo oggi soltanto il cognome, Pellegrinelli. Pare dunque evidente che Pullè volesse, nel tempo, far conoscere l’evolversi delle religioni asiatiche in senso storico e geografico, ma i suoi obiettivi erano persino più ambiziosi. <strong>Senz’altro entrarono infatti nella collezione permanente del <em>Museo Indiano</em> altre statue provenienti da Cina e Giappone, oltre altri oggetti di uso comune e mobilio, sempre acquisiti in Asia Orientale, che diedero forma compiuta al Museo ben prima della sua chiusura.</strong> In un articolo apparso su un quotidiano nel 1926, addirittura, a proposito dei mobili si affermava che provenissero dallo spoglio del <em>Palazzo Imperiale</em> di Pechino, avvenuto in seguito alla cosiddetta <em>rivolta dei Boxer</em>, quando anche un contingente militare italiano fu inviato in Cina. Difficile, se non impossibile, pensare che quanto scritto all’epoca possa essere vero, in ragione delle ricerche compiute in merito, ma di certo, anche grazie agli affidamenti temporanei di oggetti di cui siamo a conoscenza, a cominciare dai materiali di provenienza asiatica lasciati in eredità al Comune di Bologna dal conte Agostino Sieri Pepoli, nel complesso i visitatori del <em>Museo Indiano</em> potevano avere l’opportunità di conoscere gli aspetti peculiari delle forme culturali e artistiche dei principali paesi asiatici. All’epoca non mi risulta che in Italia ci fosse un’istituzione museale simile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65378 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-144x300.jpg" alt="" width="144" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-144x300.jpg 144w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha-491x1024.jpg 491w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/i_volti_del_buddha.jpg 552w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />Insomma, un patrimonio storico e artistico di prim’ordine; ma perché la figura (e l’opera) del conte Pullè non viene adeguatamente celebrata in Italia? “Rispetto al <em>Museo Indiano</em>, è corretto dire che gli allievi di Pullè, alcuni dei quali si rivelarono essere tra i migliori studiosi di lingue indiane in Italia, come Ambrogio Ballini, altri persino tra i più validi interpreti della materia a livello europeo, se non mondiale, penso qui a Luigi Suali, erano già stati avviati all’insegnamento, anche grazie all’impegno del loro comune maestro, e avevano ormai da anni lasciato Bologna, divenuti a loro volta docenti di sanscrito in altre università italiane.</strong> La chiusura del Museo pare quindi essere avvenuta in primo luogo a causa dell’assenza di studiosi capaci di rilevare l’eredità del fondatore, deceduto solo un anno prima rispetto alla cessazione dell’attività del Museo Indiano. Certo, il clima politico e culturale, che si viveva in Italia a metà degli anni Trenta, non favorì in alcun modo una soluzione diversa, ma è opportuno osservare che, negli stessi anni in cui nasceva il <em>Museo Indiano</em>, <strong>Pullè fu oggetto di aspre polemiche in ambito accademico. Ricevette attacchi da colleghi orientalisti e da linguisti di varie università italiane, per motivi che si è potuto stabilire essere più che discutibili.</strong> Sebastiano Timpanaro, capace filologo e critico, ha saputo infatti ricostruire le vicende che contribuirono a escludere Pullè dagli studi etno-linguistici riferiti all’Italia, vista la forte opposizione di alcuni influenti colleghi, messa in atto con mezzi che fecero esprimere parole di netta censura dei loro metodi allo stesso Timpanaro. In ambito orientalistico, poi, l’opposizione a Pullè si servì di mezzi altrettanto spiacevoli, sanzionati perfino da un tribunale dell’epoca, a cui il fondatore del <em>Museo Indiano</em> si rivolse affinché gli fossero indirizzate pubbliche scuse, come in effetti avvenne. <strong>Ben conosciuto e assai apprezzato in contesti europei, come testimoniano i molti incarichi di prestigio ricoperti nel contesto delle varie edizioni del <em>Congresso Internazionale degli Orientalisti</em>, Pullè aveva forse ingenerato più di qualche sentimento d’invidia tra  i colleghi italiani, anche in virtù di una tempra piuttosto vivace, grazie alla quale si dimostrò essere un abilissimo organizzatore di iniziative culturali rivolte a un vasto pubblico,</strong> oltre al Museo Indiano, a tal proposito va ricordato anche l’impegno in favore della nascita dell’Università Popolare di Bologna, che senza dubbio lo fecero apprezzare assai poco da quei colleghi che erano più concentrati sui loro ottenimenti personali e meno inclini quindi a dedicarsi all’innalzamento culturale degli italiani di quanto non fossero impegnati ad accrescere il loro prestigio e le loro carriere. Anche per queste ragioni ritengo sia importante oggi far rivivere, anche se solo per qualche mese, la memoria di un italiano come Francesco Lorenzo Pullè. <strong>Mi auguro che in un prossimo futuro si possa procedere alla catalogazione delle sue corrispondenze, conservate oggi presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Forse si potrebbe iniziare già dal materiale disponibile, il diario di guerra, in cui si trovano note, non solo sulla vita militare, ma anche sulla sua attività accademica e politica di Pullè</strong>, essendo stato nominato da Giolitti senatore del Regno d&#8217;Italia nel 1913, oltre a riferimenti all’Università Popolare. La pubblicazione del diario potrebbe significare l’inizio di un nuovo capitolo negli studi sulla storia della cultura italiana del primo Novecento. Se venisse poi accompagnata da ricerche sulle corrispondenze conservate a Firenze, l’opera sarebbe davvero completa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Frammento di altorilievo, pietra, Sanchi (India),inizio I sec. d.C. Uno dei reperti visibili a Bologna, presso il Museo Civico Medievale, nell&#8217;ambito della mostra &#8220;I volti del Buddha&#8221;</em></p>
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		<title>“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 08:15:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una persona ha avuto un beneﬁcio – non due o cinque o dieci. Solo una. Io. Ho preso tre dollari per ogni persona uccisa. Immagina questo. </em>(Kurt Vonnegut su una nuova edizione di <em>Mattatoio n.5</em>, The Paris Review, 1977)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65330 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg" alt="" width="134" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2.jpg 220w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla sua uscita nel 1969, in piena contestazione e guerra del Vietnam, il romanzo dello scrittore <em>liberal</em> americano Kurt Vonnegut <em>Mattatoio n.5</em> fece subito scalpore; sia per i temi affrontati sia per lo stile del romanzo, con la sua trama decisamente non lineare</strong>, dove il protagonista passa indifferentemente dalle Ardenne nel 1944 all’America degli anni 1950-60, sino al pianeta alieno Trafalmadore. Temi e stile sono in questo libro indissolubilmente legati. <strong>Vonnegut fu soldato di fanteria dell’<em>US Army</em> nella seconda guerra mondiale, e testimone prima della disfatta americana nelle fasi ini</strong><strong>ziali dell’offensiva tedesca delle Ardenne, e poi del bombardamento alleato su Dresda del 13-14 febbraio 1945, dove la “Firenze dell’Elba”, obiettivo senza alcuna importanza militare, fu interamente arsa con la sua popolazione.</strong> Per Vonnegut queste terribili immagini non potevano essere trasposte che con un romanzo “corto, confuso e contorto”, perché “non c’è niente di intelligente da dire su un massacro”. Questa posizione antimilitarista e irriverente di Vonnegut gli attirò subito gli strali dei conservatori americani, e <em>Mattatoio n.5</em> fu bandito e ritirato da diverse biblioteche (ancora nel 2011 a Republic, nel Missouri) e perﬁno dato alle ﬁamme nella scuola di Drake, nel North Dakota, nel novembre 1973: lo scritto che segue, intitolato “Il primo emendamento” e tratto dalla raccolta di racconti e saggi di Kurt Vonnegut <em>Palm Sunday </em>(1981), è la risposta dell’autore a quest’ultimo avvenimento. (<em>Andrea Lombardi)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Potrebbe darsi che la cosa più straordinaria dei membri della mia generazione letteraria, in retrospettiva, sia che ci è stato permesso di dire assolutamente qualunque cosa senza paura di castigo.</em></strong><em> I nostri eredi potranno trovare incredibile, come molti stranieri fanno già ora, che una nazione volesse adottare come legge qualcosa che suona più come un sogno, che dice quanto segue: “Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi paciﬁcamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti”. Come poteva una nazione con una tale legge crescere i suoi bambini in un’atmosfera di decoro? Non poteva – non può. Così la legge sarà sicuramente presto abrogata per amore dei bambini. <strong>E già adesso i miei libri, assieme ai libri di Bernard Malamud e James Dickey e Joseph Heller e molti altri patrioti di prima classe, sono regolarmente gettati via dalle biblioteche delle scuole da membri dei consigli scolastici</strong>, che dichiarano usualmente di non aver in realtà letto i libri, ma che sanno da fonti sicure che quei libri sono dannosi per i bambini. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***<em><br />
</em><strong><em>Il mio romanzo Mattatoio n.5 fu bruciato davvero in una caldaia dal bidello di una scuola a Drake, North Dakota, su disposizione della commissione scolastica del posto, e il consiglio di istituto fece delle dichiarazioni pubbliche sulla immoralità del libro.</em></strong><em> Anche per gli standard della Regina Vittoria, l’unica frase ingiuriosa dell’intero romanzo è questa: “Via dalla strada, stupido bastardo!”. Questo viene detto da un artigliere controcarro americano a un assistente cappellano disarmato durante la battaglia delle Ardenne in Europa nel dicembre 1944, la più grande singola sconﬁtta delle armi americane (Stati Confederati esclusi) nella storia. L’assistente cappellano aveva attirato il fuoco nemico. Così il 16 novembre 1973, scrissi come segue a Charles McCarthy di Drake, North Dakota:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Caro Sig. McCarthy:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le sto scrivendo data la sua qualiﬁca di presidente del consiglio della Drake School. <strong>Sono fra quegli scrittori americani i cui libri sono stati distrutti nella ormai famigerata caldaia della sua scuola. Alcuni membri della sua comunità hanno suggerito che la mia opera sia malvagia. Questo è per me straordinariamente offensivo. Le notizie da Drake mostrano secondo me che i libri e gli scrittori sono molto irreali per voi.</strong> Vi sto scrivendo questa lettera per farvi sapere quanto io sia reale. Voglio farle sapere, inoltre, che il mio editore e io non abbiamo fatto assolutamente nulla per sfruttare le disgustose notizie provenienti da Drake. Non ci stiamo dando vicendevolmente pacche sulle spalle, esultando per tutti i libri che venderemo a causa delle notizie. Abbiamo riﬁutato di andare in televisione, non abbiamo scritto alcuna vibrante lettera ai giornali, non abbiamo concesso prolisse interviste.<strong> Siamo rabbiosi e disgustati e rattristati. E nessuna copia di questa lettera è stata inviata a qualcun altro. Lei tiene la sola copia nelle sue mani. È una lettera strettamente privata da me alla gente di Drake, che ha fatto così tanto per danneggiare la mia reputazione agli occhi dei propri ﬁgli e quindi agli occhi del mondo.</strong> Ha il coraggio e il comune pudore di mostrare questa lettera alla gente, o sarà, anch’essa, consegnata alle ﬁamme della sua caldaia? <img decoding="async" class=" wp-image-65331 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg" alt="" width="118" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3.jpg 312w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />Apprendo da quello che leggo sui giornali e sento alla televisione che lei immagina me, e anche qualche altro scrittore, come fossimo una sorta di ﬁgure simili a topi che godono nel far soldi avvelenando le menti dei giovani. Io sono in realtà una persona robusta e forte, cinquantunenne, che fece un sacco di lavoro nei campi da ragazzino, che è bravo con gli attrezzi da lavoro. Ho cresciuto sei ﬁgli, tre miei e tre adottati. Tutti sono cresciuti bene. Due di essi sono agricoltori. Io sono un veterano di fanteria combattente, e sono insignito della Purple Heart [distintivo concesso per ferite in azione]. <strong>Ho guadagnato ogni cosa che possiedo con duro lavoro. Non sono mai stato arrestato o querelato per alcunché. Si ha così tanta ﬁducia in me con i giovani e dai giovani che ho prestato servizio nelle università dell’Iowa, Harvard, e del City College di New York. Ogni anno ricevo almeno una dozzina di inviti ad essere l’oratore che tiene il discorso di inizio anno in college e licei. I miei libri sono probabilmente i più diffusi nelle scuole rispetto a quelli di qualunque altro romanziere americano vivente. </strong>Se lei provasse a leggere i miei libri, a comportarsi come fanno le persone istruite, lei imparerebbe che i miei libri non sono pruriginosi, e non argomentano a favore di alcun tipo di sregolatezza. Essi chiedono che la gente sia più gentile e più responsabile di come spesso è. È vero che alcuni dei personaggi parlano volgarmente. Ciò è perché la gente parla volgarmente nella vita reale. Specialmente i soldati e i lavoratori manuali parlano volgarmente, e anche i nostri ﬁgli più protetti lo sanno. E sappiamo tutti, anche, che quelle parole non fanno davvero molto male ai bambini. Non ci fecero male quando eravamo giovani. Furono cattive azioni e menzogne a ferirci. Dopo che ho detto tutto questo, in realtà sono sicuro che lei sarà ancora pronto a rispondere “Sì, sì – ma resta pur sempre nostro diritto e nostra responsabilità decidere quali libri i nostri ﬁgli leggeranno nella nostra comunità”. È sicuramente così. <strong>Ma è anche vero che se lei esercita questo diritto adempiendo questa responsabilità in maniera ignorante, insensibile, non-americana, allora la gente è autorizzata a chiamarvi cattivi cittadini e stupidi.</strong> Anche i vostri stessi ﬁgli sono autorizzati a chiamarvi così. Leggo sul giornale che la vostra comunità è sorpresa dallo scalpore di tutta la nazione per quello che avete fatto. Bene, avete scoperto che Drake è parte della civiltà americana e che i vostri compatrioti americani non possono tollerare che vi siate comportati in una maniera così incivile. Forse imparerete da ciò che i libri sono sacri per gli uomini liberi per ragioni molto valide, e che sono state combattute guerre contro nazioni che odiavano i libri e li bruciavano. <strong>Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente nella vostra comunità, non le vostre soltanto.</strong> Se lei e il suo consiglio siete ora determinati a mostrare che veramente avete saggezza e maturità quando esercitate i vostri poteri sull’educazione dei vostri giovani, allora dovrete riconoscere che è una lezione miserevole quella che avete insegnato a dei giovani in una società libera quando condannate e poi bruciate libri – libri che non avete neanche letto. Dovete anche decidervi a mettere a contatto i vostri ﬁgli a ogni sorta di opinioni e informazioni, in modo che siano meglio attrezzati a prendere delle decisioni e a sopravvivere. Nuovamente: voi mi avete insultato, e io sono un bravo cittadino, e sono molto reale.</em></p>
<p><strong>Kurt Vonnegut</strong></p>
<p><em>*Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso</em></p>
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		<title>Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 05:28:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due eventi particolari mi riportano tra le poesie di Francesca Serragnoli, che amo tanto. Il primo è la pubblicazione, su “Buenos Aires Poetry”, la rivista diretta dal poeta Juan Arabia, un caposaldo della ricerca lirica in Argentina, di una silloge di poesie di Francesca. Il secondo è il passaggio di Francesca, qualche giorno fa, su [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-serragnoli-la-poetessa-che-con-le-briciole-costruisce-le-stelle/">Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Due eventi particolari mi riportano tra le poesie di <a href="http://www.pangea.news/bisogna-rimanere-almeno-qualche-secondo-niente-appesi-dialogo-francesca-serragnoli-emily-dickinson-sul-comodino/" target="_blank" rel="noopener">Francesca Serragnoli</a>, che amo tanto. Il primo è la pubblicazione,<a href="https://buenosairespoetry.com/2018/11/19/de-el-costado-donde-posar-un-hijo-francesca-serragnoli/" target="_blank" rel="noopener"> su “Buenos Aires Poetry”</a>, la rivista diretta dal poeta Juan Arabia, un caposaldo della ricerca lirica in Argentina, di una silloge di poesie di Francesca. Il secondo è il passaggio di Francesca, qualche giorno fa, su Rai Uno, nella trasmissione <a href="https://www.raiplay.it/social/video/2018/12/Il-caffe-di-Rai-1-dac0ecc5-4413-4c5f-9d07-f1b8386e0087.html?wt_mc=2.www.fb.raiplay_ContentItem-dac0ecc5-4413-4c5f-9d07-f1b8386e0087.&amp;wt" target="_blank" rel="noopener">“Il caffè di Raiuno”.</a> La puntata è andata in onda alle 6 di mattina, io auspico che poeti come Francesca siano in primo piano nei tiggì di prima serata, ma anche questo è un segno, nel deserto dell’era. Ad ogni modo, mi par buono, a supporto della straordinarietà di questa poesia, della sua forza di ulcera e cristallo, pubblicare una riflessione intorno all’opera di Francesca, senza altra ‘notizia’ che la necessità di leggerla. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Preliminari. Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972 e la topografia riveste una certa importanza nel suo lavoro poetico.</strong> Francesca Serragnoli ha pubblicato due raccolte di versi, <em>Il fianco dove appoggiare un figlio </em>(ora Raffaelli, 2012) e <em>Il rubino del martedì </em>(Raffaelli, 2010), che confluiscono, in parte, in un libro con testi inediti, <em>Aprile di là </em>(LietoColle/Pordenonelegge, 2016). La sua opera, riconosciuta da svariati premi, è presente in diversi reperti antologici tra cui <em>Nuovissima poesia italiana </em>(Mondadori, 2004). <strong>Francesca scrive poco. In questa radiosa rarità non c’è posa ma nitidezza di disciplina. Francesca si aggira nella poesia italiana con uno straccio per veste:</strong> raduna le briciole, e con le briciole costruisce le stelle, una mappa degli astri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65136 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-214x300.jpg" alt="" width="126" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-768x1079.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Poiché siamo provati dal quotidiano, dalle domande maliziose di tutti i giorni – una prova che perdiamo sempre per emottisi di indulgenza – Francesca con pochi elementi, scabri, sa fare la verticale e la vertigine. </strong>“Il buio è un insetto che fa il morto/ rivive se lo bacia il fuoco”. Proprio così: il buio non potrebbe essere altro che insetto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le associazioni non sono mai occasionali o effimere, un frinire retorico. Le parole sono vere solo all’ombra del loro significato – il senso va estratto con un brivido di cabbala. </strong>“Gli anni diventano/ vespe rade che ciondolano in tondo/ davanti a un nido chiuso da uno straccio”; “Ogni respiro è una bandiera/ bianca davanti a Dio”; “Stringo il sonno come una vecchia corda”; “Il temporale pesava come una lapidazione”. Il bisogno di afferrare le cose nella loro struggente lucentezza – fino a ferirsi. D’altronde, leggere Francesca Serragnoli comporta ferirsi le mani lungo le linee del palmo, e deviarne la fortuna e le curve, a colpi di rasoio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere nello stato chino, da inginocchiati, sperimentando una più pura povertà. Leggere, insomma, da analfabeti e da sconosciuti agli affetti e agli affari:</strong> solo così la poesia agirà come uno sciacallo della notte nel nostro corpo, ripulendo le carcasse.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Citando la parola, così rètro, ora, <em>abatjour</em>, vado al rotolio di versi di Francesca Serragnoli che amo di più.</p>
<p>Non è ridere incidere col coltello<br />
una bocca morta.<br />
Dentro questo vietnam girato a spalla<br />
lascio all’abatjour indicare<br />
un fioco pallore di luna<br />
attendere bambina piegata sul prato<br />
i grilli uscire dal buco del cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola <em>abatjour</em> ha un suono magico in Francesca, che va al di là del suo significato – <strong>i poeti fanno così, s’innamorano spasmodicamente di alcune parole che risuonano nell’arpa delle loro costole.</strong> La reminiscenza shakespeariana – da Macbeth: “ci sono coltelli nei sorrisi” – è forse inconscia, la grammatura del dramma. Per la prima volta il Vietnam, così, con la lettera minuscola, diventa una emozione nuova, una inedita esperienza del sentire, prossima – in ciò che risuona dentro di me – all’accoglienza dell’azzeramento, <strong>al niente come ultimo grado dell’amare (con “i grilli” che escono “dal buco del cuore”). I grandi poeti fanno così: danno forma, con parole mai udite prima, a sentimenti sconosciuti.</strong> Scavano nella salina del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è poeta – ce ne sono così pochi ora – non ha genealogie e le misture bibliografiche sono soporifere. Il poeta non ha generalità né genesi: accade.</strong> In Francesca si precipita fino alla rivoluzione astrale delle giunture. Giunge e immerge il giorno sotto le palpebre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se si hanno “fili scoperti in faccia” vuol dire che si è pronti a tutte le elettricità.</strong> La gloria è nella screpolatura del quotidiano, dell’ordinario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65137 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-214x300.jpg" alt="" width="126" height="177" />Proprio di fronte alla catastrofe ci si ostina al compito – l’apocalisse non ci sorprende, è come la sequenza di un giorno qualsiasi.</strong> “Loro sanno/ che ogni sera/ Dio le guarda/ ma continuano/ con la spugna in mano/ a pulire perfettamente il tavolo/ fino a far ingelosire la luce”. In un racconto riuscito, Richard Matheson ha un pensiero simile. Il racconto s’intitola <em>L’ultimo giorno </em>e racconta l’ultimo giorno sulla Terra: un asteroide si avvicina al nostro pianeta, destinato a esplodere. Mentre gli umani si perdono in orge e violenze, la madre del protagonista, come se niente stesse accadendo, prepara la cena ai figli, sparecchia, lava i piatti. Non è frustrata, non ha nulla da recriminare: ha sempre fatto ciò che desiderava, ha scelto di compiere un servizio che porta fino in fondo, senza fierezza, con decisione. E infine guarda il cielo dell’ultimo giorno, “Dio cala un sipario sfarzoso sulla nostra commedia”, sussurra, abbracciando il figlio. “Sedevano là, sui gradini della veranda, la sera dell’ultimo giorno; e sebbene il fatto non avesse poi molto senso, si volevano tutt’e due molto bene”. Quel bene, minuscolo e duro, vince sulla fine del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sull’argine della sera, quando non abbiamo più parole per identificare la disperazione o l’orrido degli oranti, bisogna leggere Francesca. </strong>Per capire, semplicemente, che getto siamo, che altezza ci separa dal nostro destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tanta umiltà da farci congiungere le mani in forma di vaso: basta sapere che ad abbeverarsi verrà il lupo, il mostro.</strong> Francesca sa che gli angeli sono carnivori, che tra confessione e confondere c’è solo l’anatema di un ciglio verbale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive fino a farsi misera, piccolissima, fino a sparire </strong>– la scrittura avanza verso il lettore cancellando il viso dell’autore. Scrive fino a starti tra le mani, in tasca, nei capelli, Francesca. La scrittura è smisurata, ma scrivere è esercizio di umiliazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tanto cerchi di stanare la poesia di Francesca Serragnoli, tanto lei sfugge, “eppure mi raccogli”, scrive.</strong> Ma è lei a raccoglierci – più la leggiamo più ci facciamo piccoli e puri, una fiala di luce, e lei ci mette sopra gli occhi, come un sovrappiù di palpebra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-serragnoli-la-poetessa-che-con-le-briciole-costruisce-le-stelle/">Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tutto il mondo è in un metro quadro”. 50 anni senza Giovanni Comisso: tour nel suo “Veneto felice” (prendete appunti!)</title>
		<link>https://www.pangea.news/tutto-il-mondo-e-in-un-metro-quadro-50-anni-senza-giovanni-comisso-tour-nel-suo-veneto-felice-prendete-appunti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 11:25:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un volume intitolato Veneto felice, di Giovanni Comisso. Esiste una prefazione intitolata Vita felice di Giovanni Comisso. Esiste di certo un Veneto felice. E l’Italia invece, esiste, e felice? Chissà&#8230; Troppo sfuggente forse l’idea di felicità, così come quella d’Italia, che di certo, almeno in Veneto, come se Metternich ci avesse preso eccome, esiste [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tutto-il-mondo-e-in-un-metro-quadro-50-anni-senza-giovanni-comisso-tour-nel-suo-veneto-felice-prendete-appunti/">“Tutto il mondo è in un metro quadro”. 50 anni senza Giovanni Comisso: tour nel suo “Veneto felice” (prendete appunti!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Esiste un volume intitolato <em>Veneto felice</em>, di Giovanni Comisso. Esiste una prefazione intitolata <em>Vita felice di Giovanni Comisso</em>. Esiste di certo un Veneto felice. E l’Italia invece, esiste, e felice? Chissà&#8230; Troppo sfuggente forse l’idea di felicità, così come quella d’Italia, che di certo, almeno in Veneto, come se Metternich ci avesse preso eccome, esiste solo come entità geografica. O meglio, come entità burocratica ed espressione vampiresca. <strong>Ebbene, se sicure non sono, se non in negativo, la felicità e l’esistenza della nazione italiana, fede che non ha sostituto quella vera, tale è invece il piacere di sfogliare Comisso… Specie le parole che, scrittore sanguigno e seminale, come l’ha definito Andrea Zanzotto, “di un sangue-semen splendido e insieme polluente”, </strong>ha dedicato alla loro regione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65160 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice-200x300.jpg" alt="" width="145" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice.jpg 332w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Comisso l’anarcoide, il disimpegnato, almeno dopo l’impresa di Fiume, come pochi altri scrittori italofoni lo sono stati (tra gli altri, e non è forse un caso, proprio Zanzotto e un altro conterraneo, il vicentino Goffredo Parise), poco incline alle teorizzazioni, alle formule ideologiche, alle mitologie politiche e alle frequentazioni borghesi, da sempre profondamente e schiettamente radicato nella sua terra, in parte reale, in parte frutto del sogno, “pagana, mediterranea, vulcanica” (vulcanica di sicuro; mediterranea forse; pagana per lo meno nel senso di <em>pagus</em>, di radicata in villaggi), e per questo, secondo Pasolini, autore “né veneto né cattolico”, questione riguardo la quale Parise resta incerto mentre l’altro vicentino Piovene risponde più nettamente affermando che le parole del poeta di <em>Saluto e augurio</em> sono vere solo “se per scrittore veneto s’intende uno scrittore d’affanni psichici, un misto di narcisismo e di masochismo, che si arrovella a sciogliere razionalmente i suoi grovigli”, come scrive l’autore della detta prefazione, Nico Naldini, curatore che ha tra gli altri il merito di aver conservato le originali coniugazioni comissiane del verbo “avere” (<em>à</em> per <em>ha</em>, <em>ànno</em> per <em>hanno</em>, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comisso il radicato nel <em>pagus</em> (e in questo senso sì “pagano”), ma anche eternamente inquieto, pronto al viaggio, che non di rado, specie in gioventù, assumeva le tinte della fuga alla Rimbaud</strong> e che dalla guerra alle corrispondenze lo portò ovunque, da Fiume (dove fu con D’Annunzio nel “sublime” anno, ma dal poeta non fu mai sedotto, e accolse la guerra come occasione per liberare non tanto Trento e Trieste quanto se stesso, sentendosi soffocare della famiglia borghese, nella città d’origine, Treviso, e contemplando allora le cime del Grappa come l’approdo inatteso di una “giovinezza tumultuante di attesa, ansiosa d&#8217;avventure, generosa”), ai tanti porti del mare Adriatico e della Grecia e poi l&#8217;Africa, la Russia (per arrivare perfino in Siberia), l’India, la Cina, il Vietnam, mentre nel Circeo, dove pensò di trasferirsi, si fece costruire una casa, salvo abitarvi solo pochi giorni (troppi romani, evidentemente), e l’Italia, in cui a più riprese girovagò (<em>L’Italiano errante per l’Italia</em>), e che gli ispirò più di un libro (le sue <em>Satire</em>, i suoi <em>Capricci</em>), ma che più che conquistarlo “fu conquistata dal [suo] sguardo attraverso il paesaggio da regione a regione, componendo in [lui] un solo paesaggio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi”,</strong> afferma in quelle stesse pagine per descrivere la sete che mosse la razza di emigranti verso nuove terre, verso altri paesaggi, diversi ma in molti casi altrettanto meravigliosi quanto quello natale, certo più che verso delle conquiste (vale qui il <em>No vao a combatar</em>), perché lo spirito veneto che egli stesso incarna è innanzitutto contemplativo, aduso alla bellezza, della natura e delle opere, cosciente del fatto che nel paesaggio si trova il “segno delle mani di Dio”, e a un tempo la traccia di quelle umane che si formano sempre “in rapporto al paesaggio”, sicché l’uomo stesso ne è “uno specchio”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo mondo d’infanzia, che si prolungherà negli intrecci tra vita rurale e viaggio, scrittura e amori che costituiranno quello chiamerà il suo “gioco d’infanzia”, è sul Piave, in un lembo di terra che sempre sarà il luogo delle sue radici, anche nelle sue numerose assenze dal Veneto, in giro per l’Italia e per il globo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tutto il mondo è in un metro quadrato”, è infatti il ritornello comissiano che esplicita in poche, semplici parole il richiamo della sua terra, </strong>e <em>il </em>luogo sarà una piccola proprietà agricola in quel di Zeno Branco, nei pressi di Treviso, acquistata con i soldi guadagnati con gli articoli scritti nel suo viaggio in Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà <em>il </em>luogo (perché ognuno ha il proprio) dove tenterà una definitiva metamorfosi vitale, una volta finita la giovinezza, scoprendosi agronomo, esperto di semine, innesti, raccolti e concimazioni, con le mani nella materia originaria (e la Genesi non può mentire) in cui trova sostanza il suo spirito d’indipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io sono profondo nella terra, mi sembra di essere un verme che s’addentra. Presto risalirò farfalla”.</strong> Si tratta di parole che, al di là del poeticismo che l’immagine può suggerire, Comisso recava nella sua carne e nella sua anima. Dalla <em>metafora</em> letteraria alla <em>metamorfosi</em> reale, il movimento è nella <em>morfologia</em> del suo essere ben più che non nel suo scrivere. È la realtà in cui vede e trova la garanzia della sua libertà vitale e, in seconda battuta, pure in veste di scrittore davvero anarchico. Una liberà da sempre anelata, come scrive Naldini, “personale, sociale, letteraria e soprattutto politica, vivendo sotto il fascismo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo conflitto mondiale non vede Comisso in azione come a Fiume e quindi nel primo. Chiuso nella casa di campagna assieme alla madre cerca semplicemente di salvarsi la pelle.</strong> E allo stesso modo per tutta la vita cercherà di salvare l’essenziale, e vale a dire la sua terra. Che sempre per Comisso verrà prima dell&#8217;arte, dei libri, della letteratura e della sua scrittura. “L’arte mi importa e non mi importa. Mi premono i miei campi, per quel poco che rendono, ma che giova, tutto il mondo è in un metro quadrato, basta saperlo godere. E io godo profondamente tutto quanto è attorno a me. Mi basta e ringrazio il Signore”. Ecco il suo ritornello&#8230; Ma allo stesso tempo&#8230; “Se la vita […] fosse abbandonata a se stessa senza essere sorretta dall&#8217;arte, risulterebbe soltanto un movimento senza nome. I fatti […] non diventerebbero storia, e per storia si deve intendere: tutte le forme d&#8217;arte in quanto rendono memorabili quei fatti”. Da qui l’amore di Comisso nei confronti dei memorialisti e ambasciatori veneti, testimoniato anche dal suo fiorfiore di brani del <em>Galateo </em>del Castiglione, dalla sua versione de <em>La mia vita</em> del Casanova, da cui <em>Tre amori di Casanova</em>, edito da Longanesi nel 1966.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua scrittura, impressionisticamente memoriale, paradossalmente radicata e itinerante (una vita che nonostante le due guerre fu certo più felice di quella del grande veneziano), l’autore trevigiano si farà a sua volta ambasciatore del <em>venetismo</em>,</strong> con la terra d’origine che, come sempre volle la tradizione, territoriale sì ma anche cosmopolita, della sua regione, non sarà mai chiusura bensì, come ha scritto Piovene ed è vero pure per Parise, una realtà di partenza e di esistenza, ovunque ci si venga trovare, “un fatto di natura”, che è dentro di sé, “visceralmente”, osmoticamente assorbita e mai intellettualizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-195x300.jpg" alt="" width="151" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1.jpg 200w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Chioggia fu per Comisso il luogo della prima “liberazione artistica narrativa” e in certo qual modo anche, almeno per un attimo, dalle game con la terra, trovandosi proiettato d’incanto in uno stato di sospensione a lui ancora del tutto sconosciuto e che significò, allora, la felicità <strong>(“Il cielo sembra vastissimo. Qui ci si sente come sospesi”, si legge tra le pagine di <em>Veneto felice</em>, e fu uno dei motivi per cui lo scrittore vi percepì “una felice libertà umana fuori del tempo. Sembra di avere vissuto e di non essere morti, di essere fermi in un’eternità certa</strong> <strong>che imprime al passo la cadenza degli dei”)</strong>, sperimentando in modo immediato, come nella pittura di Tiepolo, il nesso col più puro desiderio della sua regione e della sua gente, quello di vivere <em>libera</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Venezia, arrivando da Padova, navigando sul Brenta, gli apparirà “simile a una perla nel guscio rilucente di un’ostrica”&#8230; Venezia città-palazzo, Venezia palazzo-corpo, Venezia città-corpo, femminile, d&#8217;estate, “stupenda donna dal corpo opulento, distesa in ozio olimpico”, mentre “il volto […] rimane immoto mezzo in ombra e mezzo in luce”, un vero sogno d&#8217;Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Greche non solo le origini delle città lagunari ma anche quelle di Padova i cui coloni, approdati pochi chilometri dalla città, risalirono il Brenta “vincendo la corrente impigrita” e scoprendo “una pianura feconda tutelata da un ceppo di monticelli acuminati come picche”</strong> sulla quale sorgerà una città cui i romani aggiunsero ben poco ma molto sant’Antonio, che la fece infine cristiana, poi insanguinata da Ezzelino, prosperante sotto i Carraresi, universitaria, goliardica, intellettuale e sensuale, clericale e commedica, contadina e industriale, radicata e cosmopolita, arcaica e moderna, sempre vitale e fiorita con la Serenissima, con Giotto e Mantegna, con Tiepolo e Tiziano, con l’Oriente della chiesa del suo santo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guido Ceronetti vi vedrà “un fantastico, quasi gangetico Oriente”, ma l’Oriente è in realtà un Oriente elleno-cristiano, elleno-cattolico, orientamento della città che, come ha scritto un altro Guido, Piovene, è il luogo della più grande concentrazione dei vertici pittorici del Trecento:</strong> “Più di Roma. Più di Assisi. Più di Firenze. Contrariamente a ciò che si può pensare, per la quantità e la varietà delle esperienze del Trecento, la vera Firenze è Padova”. Passi che non lo sappiano gli inglesi, gli americani, i giapponesi, ma che non lo sappiano i cosiddetti italiani, grandi provinciali (naturalmente e nel senso più deteriore e non più nobile del termine) la dice tutta, mentre lo sanno molto bene i veneti (tacciati a torto di provincialismo da chi non sa nulla del venetismo) e dunque Piovene, il quale lapidariamente chiosa: <strong>“Giotto a Firenze è tradizione regionale. A Padova è arte nazionale e internazionale”.</strong> Come nella stessa Venezia, a Treviso, a Vicenza, a Udine, a Trieste&#8230; Padova, scrive Piovene, “grazie al santo, è un luogo […] di tregua tra i credenti ed i miscredenti”: clericale e commerciale, colta e conservatrice, campestre e creativa, Padova è pietra e alberi – come il corniolo miracoloso, come il giardino bembiano, come il platano papafaviano, e come nel Prato della Valle – alberi e pietra&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’altra Venezia è Vicenza… Vicenza mai Dominante ma ugualmente ricca, circondata di terre fertilissime, e dedita, nei confronti della sua capitale, alla sola competizione estetica e mai bellica, e infatti eccola ancora trasognata, elegante, capricciosa, sfuggente</strong>, e “incoronata” dalle ville del Palladio e dai marmi delle cave di Chiampo che come sulle Apuane imbiancano in ogni stagione i rilievi verdeggianti con una pietra nella quale le conchiglie fossili si sono impastate con altri detriti marini, facile da scolpire ma che invece d&#8217;indebolirsi diventa sempre più dura nell&#8217;aria e nelle intemperie, e pare una metafora della città che, priva del mare, volle eguagliare la bellezza della laguna. Scrive Comisso che “trovarsi in una Venezia a cui siano stati interrati i canali per farne strade” di notte “scatena la fantasia, coprendola di veli come la bella addormentata nel bosco” in tutta “una giocondità creativa che la città stessa suscita dal suo grembo inesauribile”. Scrive Comisso che “i palazzi diventano vascelli naviganti nella notte” e nella nebbia, come il ponte di Bassano che pare “un tempio, un grande salone, un galeone navigante” mentre nel plenilunio Vicenza è puro sogno, tra pieni e vuoti, tra ombre decise e bianche statue. A Vicenza, “il Palladio à costruito per gli occhi dei suoi abitanti. La sua architettura è tutta di una razionalità oculare”: un parossismo di fantasia e piacere, ma a misura umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è per la meravigliosa torre comunale (“rosea e altissima, come fosse un obelisco eretto fantasticamente in una terrazza sopra qualche casa”). Così per gli edifici gotici e rinascimentali (“eterni come per raffigurare la visuale di quella che per l&#8217;uomo saggio dovrebbe essere la città ideale”). Così anche per i colonnati, le gradinate, le logge, gli archi, le nicchie, le altane, le sculture, i giardini, i ponti, i mulini, le cascate, gli isolotti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi Treviso – la sua Treviso. Meno chimerica ma a sua volta semiorientale. Meno trasognata ma ugualmente compiaciuta.</strong> Città che sorge anch’essa in una “terra variata di acqua e colli” e a sua volta dotata di grazia greca in forma tutta veneta, e capace di rinascere dalle sue ceneri (“è stata massacrata da due guerre eppure à sempre mantenuto salvo il suo ceppo vitale di ingenua freschezza” – la sua vita – “intrecciata alla mobile e cangiante filigrana d&#8217;acqua, con smeraldi interposti ovunque d’alberi e di giardini” – la sua vita – “che emergeva come bianche ninfee da un&#8217;acqua paludosa durante gli spettacoli teatrali di autunno e di carnevale”) per tornare a esser ciò che è sempre stata, vale a dire un “parco d’incantesimi” fatto di labirinti, vicoli, sorprese d&#8217;acqua, mulini, archi costituiti da case, salici piangenti, ninfee, scorci fiabeschi, case quasi galleggianti, facendo propria la lezione della Dominante. Treviso liberale. Treviso cattolica. Treviso sensuale. Treviso crollata. Ma mai crollata.</p>
<p style="text-align: justify;">E non crolla l’Endimione, il colle dal nome che più bello non si potrebbe, e bucolico, “veramente l&#8217;immagine del pastore mansueto, disteso nel sonno eterno concessogli dalla Luna innamorata, per conservargli per sempre la bellezza”…</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-65162 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso-217x300.jpg" alt="" width="137" height="189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso.jpg 250w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Veneto felice</em>,<em> I miei paesaggi</em>, <em>Il grande ozio</em>, <em>Attraverso il tempo</em>, <em>La mia casa di campagna&#8230;</em> I titoli delle opere sono come sempre significativi e forte emerge la nostalgia, il rimpianto per il mondo contadino che sta scomparendo o forse è anzi già scomparso (“Immutabile era la loro vita nel giro dei lavori, delle stagioni e delle feste, nello scorrere del tempo sempre rinnovato uguale”) e che l’autore si esprime per esempio nel disturbo che prova di fronte agli apporti di una certa modernità tecnica, dalla motorizzazione di massa ai neon nelle trattorie in cui era solito vivere la sua vita conviviale, e simbolico<strong> è il suo morire proprio nel fatale Sessantotto che altrettanto fatalmente era l’antitesi dello spirito che sta dietro e dentro i santuari e i castelli, i vigneti e i frutteti, i cipressi e i castagni, i fiumi e le grave, le pianure e le colline, i monti e le città, i teatri e le ville, ogni pietra e ogni pianta di questa terra, in cui trova materia lo spirito del <em>pagus</em> cattolico,</strong> del Cristianesimo che mitiga e non annulla il dionisiaco terragno concentrato nelle trattorie ancora quasi greche tanto amate da un pur moderno Ulisse, Comisso, viaggiatore<em> nostalgico</em> in eterno <em>quotidiano</em> ritorno a quella terra, nel suo profondo, in quel mondo nel quale le donne sapevano “unire all&#8217;amore l&#8217;arte di fare bene da mangiare”…</p>
<p style="text-align: justify;">“Infine in una trattoria senza nome, quasi clandestina, la padrona sembrava attendere con la stessa gioia usata per l&#8217;amante e tutto era a disposizione, incominciando dal fuoco subito acceso vampante sul focolare, in modo da avere presto una bella brace per arrostire le bistecche. E quando queste vennero deposte sulla graticola la cucina fu come attraversata dall&#8217;incenso, ma in vero quella legna era pregna di resina così che la carne ebbe lo stesso sapore di quella mangiata da Ulisse e dai suoi compagni lungo il sonante mare, scottata alla brace di ginepro e di cipresso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comisso muore il 21 gennaio del 1969 e dunque forse alla fine di quel mondo che pure il Veneto tenta sempre e non invano di conservare, nella sua Treviso di cui ha raccontato lo splendore e anche una certa decadenza dopo la cacciata degli amati gli Asburgo e dopo il “vento tempestoso” della Prima Guerra mondiale, della Seconda Guerra mondiale</strong>, insomma dopo che scomparvero sui volti degli uomini i baffi arricciati e: “Strade piazze, prospettive crollarono e disparvero. Locali e negozi abituali cambiarono nome e aspetto. I vecchi amici non si ritrovarono più. La città parve snaturata, ma rimasero le sue acque a ridarle quella linfa di ingenua e viva freschezza che è come la cadenza temperata del suo dialetto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel marzo del 2000 una scultura in metallo opera di Mario Martinelli in ricordo del naufragio della Bronsa viene apposta in omaggio allo scrittore lungo l’incantevole canale dei Buranelli. Il pomeriggio del 1° aprile 2005 un uomo originario del Burkina Faso, vent’ottanni, maomettano, si spoglia e attraversa il canale, stacca l’opera dal muro e fa a pezzi la figura del marinaio. Due mesi dopo l’opera torna su quel muro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
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