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	<title>Siria Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Capii che non ce la raccontavano tutta, così, a 23 anni, arrivai a Damasco. Avrei potuto convertirmi, ma sarebbe stato un finale troppo borghese…”: dialogo con Sebastiano Caputo</title>
		<link>https://www.pangea.news/sebastiano-caputo-intervista-medio-oriente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Sep 2019 04:21:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vediamo a Catania, per un groviglio di casualità, “sembra Damasco”, fa lui, e tutto sembra così deteriorato, così fragile, anche la cattedrale di Sant’Agata, la tratta dei turisti; il tempo è immobile come un giaguaro, ci attende, e l’Etna è da qualche parte, invisibile e albino, una sciarada ordita da un folle cabbalista. “L’ho [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sebastiano-caputo-intervista-medio-oriente/">“Capii che non ce la raccontavano tutta, così, a 23 anni, arrivai a Damasco. Avrei potuto convertirmi, ma sarebbe stato un finale troppo borghese…”: dialogo con Sebastiano Caputo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ci vediamo a Catania, per un groviglio di casualità, “sembra Damasco”, fa lui, e tutto sembra così deteriorato, così fragile, anche la cattedrale di Sant’Agata, la tratta dei turisti;</strong> il tempo è immobile come un giaguaro, ci attende, e l’Etna è da qualche parte, invisibile e albino, una sciarada ordita da un folle cabbalista. “L’ho scritto tutto sui taccuini, laggiù”, mi fa, dandomi il libro, indicando qualcosa di indimenticabile e di ulcerato, <em>laggiù</em>, nella memoria, mentre affondiamo nella città, verso le pescherie.<strong> Giovane – classe 1992 –, alto, elegante, concreto. Sebastiano Caputo sorride spesso e non ha nulla da dimostrare.</strong> ‘Pariolino’ – senza vergogna né vanto –, fondatore e direttore de <a href="https://www.lintellettualedissidente.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“L’intellettuale dissidente”</a>, a 23 anni è stato folgorato dal Medio Oriente. Ha scritto diversi reportage <a href="http://blog.ilgiornale.it/sebastianocaputo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per <em>il Giornale</em></a>, ha firmato un libro, <em>Alle porte di Damasco. Viaggio nella Siria che resiste </em>(Gog, 2017), è presidente della <a href="https://www.fondazionesoscristianidoriente.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fondazione Sos Cristiani d’Oriente,</a> ogni tanto va in tivù. <img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-70360 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/damasco_cop-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/damasco_cop-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/damasco_cop.jpg 709w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Guarda, ascolta, non ha vezzi da reporter esaltato, non t’inietta nell’abisso come una specie di Lawrence d’Arabia dei quartieri nostri. Ha imparato la cautela, l’arte della pazienza, a sarchiare, dagli sguardi, il vero. Non è andato in Medio Oriente sulla rolls royce di una grande testata nazionale, ma per i fatti suoi, richiamato dal rischio. Leggo il suo ultimo libro in aereo. S’intitola <strong><em>Mezzaluna sciita</em></strong> (Gog, 2018), reca una affettuosa prefazione di Alberto Negri, lo leggo al contrario. Caputo arso dalla malinconia, che cita il grande viaggiatore Richard F. Burton. <strong>Mi colpisce il racconto del pellegrinaggio in direzione di Karbala (“All’alba, verso le 5 del mattino, iniziò il nostro pellegrinaggio. Vestivo come loro. Una camicia nera e una sciarpa verde.</strong> Fatemeh, Ramisa ed io ci bagnammo nella fiumana di persone, per tre giorni interi camminando 10-12 ore con delle pause per mangiare, bere, riposare e dormire nei vari rifugi, sempre pronti ad accoglierci con rispetto e ospitalità”). Attraverso il senso del sacro soffuso dagli altri, in Iraq, Sebastiano scopre la propria identità cristiana, cattolica. Poi, certo, il libro, appuntato a mano, su quaderni che hanno solcato il disastro e la speranza, tra Siria, Libano, Iran e Iraq, ha i momenti del pericolo supremo (“Un errore da principiante… L’aggressore si girò verso l’amico, annuendo con il capo, gli occhi spiritati. ‘Questi sappiamo da dove vengono e per chi lavorano’”), l’assiduo dell’affidarsi a chi potrebbe esserti amico o assassino. <strong>Soprattutto, è un libro necessario, che al reportage schietto, scalfito, aggiunge pagine di studio</strong> (sintetizzo: da pagina 101 a 134, una panoramica particolarmente chiara sullo “Sciismo Duodecimano” e su quello che accade in Iran). Il diamante dell’ego non ha sgretolato l’intransigenza di Caputo, mi pare. Racconta, con ferma compassione – come se ci fossero dita dietro ogni fatto e il caso si tingesse di liturgia. Ci salutiamo come uomini certi della vita – non è poco. Poi, più tardi, lo chiamo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto, perché il Medio Oriente? Visioni alla T.E. Lawrence, casualità, gusto per l’esotico e per l’avventura, cosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di rispondere a questa domanda devo dirti qualcosa su di me, altrimenti è difficile capire cosa spinge un giovane occidentale ad avventurarsi ai confini del mondo. Sono stracittadino, borghese, figlio della modernità. Sono nato nel 1992 a Roma, non una vera e propria metropoli ma un grande villaggio sì; cresciuto ai Parioli, quartiere un tempo berlusconiano e che oggi vota in massa Partito Democratico. A scuola sono andato allo <em>Chateaubriand</em>, un liceo francese frequentato da figli di diplomatici, parlamentari, attori, giornalisti, nonostante io sia figlio di un architetto completamente slegato da quell’ambiente. Tutto questo non l’ho scelto io chiaramente, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, anzi, per me sono stati anni straordinari, e ancora oggi con quel mondo ho legami di profonda e sincera amicizia. <strong>In compenso non ho mai voluto una vita normale, statica, impiegatizia, ero costantemente alla ricerca di adrenalina, e alla fine penso sia stata quella stessa ricerca di adrenalina che mi ha portato a viaggiare come giornalista e reporter. Il Vicino e Medio Oriente è stata una scelta conseguente. È lì che tutto inizia e tutto finisce.</strong></p>
<figure id="attachment_70361" aria-describedby="caption-attachment-70361" style="width: 252px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70361" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/foto1-2-224x300.jpg" alt="" width="252" height="338" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto1-2-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto1-2.jpg 718w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" /><figcaption id="caption-attachment-70361" class="wp-caption-text">Per gentile concessione pubblichiamo alcune fotografie di Sebastiano Caputo dai viaggi in Medio Oriente</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Ascoltavo Franco Battiato, amavo i film di guerra, sognavo di essere fotografato con una sigaretta in bocca vestito con abiti tradizionali o indossando i classici pantaloni con le tasche laterali, di dormire in una trincea accanto ad un soldato…  poi, quando iniziai a scrivere i miei primi articoli di politica internazionale, erano appena cominciate le cosiddette “primavere arabe” e fin dal primo giorno mi ero reso conto che non ce la raccontavano tutta. Bisognava andare sul campo per capire cosa stava succedendo veramente, e quali sarebbero state le conseguenze geopolitiche di quei sollevamenti popolari. <strong>Così, alla prima occasione, a 23 anni, mi ritrovai per la prima volta a Damasco, nel pieno del conflitto.</strong> Da lì è iniziata una traversata che mi ha portato diverse volte in Siria, Libano, Giordania, Egitto, Iraq, Iran, Pakistan, Afghanistan, Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto dalla fine. Scrivi: “Da cattolico vengo per costruire un dialogo con voi senza il filtro dei massmedia, perché occorre camminare nella stessa direzione”. Chi sono i ‘voi’ e perché ‘occorre camminare nella stessa direzione’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel Vicino e Medio Oriente esistono ancora valori pre-moderni – la cultura del dono, il mutuo soccorso, la famiglia allargata – che si intersecano con un modo sacro e allo stesso tempo libertario di concepire la vita, <strong>così simile all’Italia dei film di Mario Monicelli, Federico Fellini, Dino Risi, e che ancora oggi si incontra negli angoli non contaminati del nostro Strapaese.</strong> Questi tre anni e mezzo sono stati un viaggio nel nostro passato e presente remoto, alla scoperta di popoli orientali in cui il Cristianesimo o l’Islam restano elementi sociali dominanti, ma dove la religione viene considerata uno “spazio” e non un “tempo”. <strong>Lì c’è tutta la grandezza del Vicino e Medio Oriente, demonizzata invece da una parte della stampa occidentale</strong>, e da lì deve partire questo cammino comune in uno spazio globale condiviso che non deve farsi corrompere dal tempo e da quella modernità che vuole occupare tutti i campi dell’esistenza, dalle idee ai consumi.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Il tuo libro è anche un elogio dello Sciismo: perché, cosa ti attira (e cosa dovrebbe interessarci) di quella frangia dell&#8217;Islam?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono tre le ragioni principali che ho cercato di sviluppare nel corso del libro e che mi hanno avvicinato, come giornalista ma ancor prima come uomo, a questa fede religiosa, ed è anche il filo conduttore che rilega le mie esperienze al fianco delle comunità sciite in Siria, Libano, Iraq e Iran. In primo luogo <strong>gli sciiti sono avversi allo sradicamento (dunque all’emigrazione massiva) poiché hanno un rapporto particolare e un attaccamento viscerale alla loro terra d’origine. È una religione di lotta, resistenza, sacrificio, sofferenza, e tutto questo li ha portati negli ultimi decenni ad essere i più duri avversari sul piano teologico e militare delle declinazioni fondamentaliste (salafismo, wahabismo, e via discorrendo) dell’Islam, e di conseguenza i nostri migliori alleati nella lotta al terrorismo.</strong> In secondo luogo l’Islam sciita non persegue un “pansciismo”, ovvero un discorso unitario, bensì riconcilia il credo religioso con le identità nazionali. Si è libanesi, iraniani, iracheni, siriani, prima ancora che sciiti, esiste nella loro dottrina una vera mistica dell’anti-globalismo. In terzo e ultimo luogo lo sciismo è una religione millenarista, apocalittica, esoterica, è una religione dell’attesa nel ritorno del Dodicesimo Imam, l’Imam nascosto. Per loro l’evangelizzazione non è mai stata una priorità, ragion per cui, a differenza delle monarchie del Golfo, le potenze sciite non finanziano moschee fuori dai loro confini nazionali, né invitano le loro comunità a rivendicare diritti comunitari nei Paesi in cui vivono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70362 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/foto2-1-300x225.jpg" alt="" width="387" height="290" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto2-1-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto2-1-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto2-1.jpg 960w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" />Dio. Ti dici cattolico. Pratichi? In quanto cattolico, ti ritieni rappresentato da questo Papa? Che rapporti ha il Vaticano con l’Islam sciita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ero cristiano di cultura, poi mi sono perso per strada, <strong>e paradossalmente scoprendo i riti, le tradizioni, la fede degli sciiti sono tornato ad un Cattolicesimo (da praticante ma non dogmatico).</strong> Di questo percorso ne parlo nel capitolo conclusivo del libro quando racconto il pellegrinaggio dell’Arbaeen, nel Sud dell’Iraq, tra Najaf e Karbala. Nel volto di Ali, vedevo quello di Gesù Cristo, nella leggenda dell’Imam Hussein intravedevo la croce sul Golgòta, nel culto di sua sorella Zeinab si percepiva l’amore di Maria. <strong>Avrei potuto convertirmi, ma sarebbe stato un finale perfettamente borghese e occidentale, invece sono tornato alle mie origini spirituali. Non per reazione o rifiuto, bensì come prosecuzione del Sacro con altre forme rituali. </strong>Per quanto concerne l’attuale Papa, è estremamente complesso pronunciarsi. Credo che a differenza dei suoi predecessori più che una visione teologica abbia una visione del mondo, e la reputo positiva, a differenza di alcuni colleghi che la squalificano come “terzomondista”. Direi più che altro ci sia un problema di comunicazione e di immagine nel suo Pontificato, un inseguimento ossessivo dell’agenda giornalistica e soprattutto una costante ricerca giovanilista dell’apparenza. <strong>Personalmente ho guardato con ammirazione la serie di Paolo Sorrentino intitolata “The Young Pope”. Il più giovane dei Papi si dimostra in realtà il più vecchio di tutti, il più rigido tra i conservatori,</strong> costruisce un’estetica dell’oscuro, una mistica della parusia, un colto dell’ombra, come una vera rockstar che non deve consolare i fedeli ma di trascinarli in paradiso anche nel silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro metti in rilievo una certa cecità occidentale nel capire il Medio Oriente. Qual è stato l’errore più grave a tuo dire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi decenni il Vicino e Medio Oriente ha vissuto sotto la cupola della <em>pax americana</em> di conseguenza nessuno ha mai voluto capirlo realmente. Gli americani hanno sempre creato un nemico esterno per rafforzare il campo occidentale, prima l’Unione Sovietica, poi l’Islam in generale, oggi i cinesi e i musulmani sciiti, in particolare l’Iran. Più che una cecità esiste una vera e propria volontà di demonizzare a priori dei popoli, dei leader o delle nazioni, e molti, per americanismo di maniera si sono sempre allineati senza nemmeno chiedersi se effettivamente quali erano le ragioni profonde. <strong>Ma attenzione, l’orientalismo di reazione, in realtà è un’altra forma di occidentalismo che tende a idealizzare un mondo e ad interpretarlo con le nostre categorie semantiche, filosofiche e sociologiche,</strong> non a caso spesso i liberal-democratici statunitensi sono stati molto più feroci dei repubblicani, infatti si sono inventati l’espressione “guerre umanitarie”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ragazzo come eri tu allora vuole andare in Siria, e da lì viaggiare per capire. Che consigli gli dai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A spingermi la prima volta fu l’adrenalina, e con lei l’ingenuità di un giovane irresponsabile. Per partire non bisogna farsi troppe domande, non parlarne troppo in giro, per evitare pressioni. <strong>E poi non esistono soltanto le prime linee, ci sono anche le retrovie. Questo è anche uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare la proposta di diventare presidente della Fondazione SOS Cristiani d’Oriente,</strong> filiale italiana <em>SOS Chrétiens d’Orient</em>, un’associazione umanitaria francese che porta avanti progetti di cooperazione e sviluppo in Egitto, Libano, Siria, Iraq e Giordania, mandando volontari sul campo. Era un modo per trasmettere la mia esperienza personale sul campo nel Vicino e Medio Oriente, in tutta sicurezza, in una cornice più istituzionale, ai miei coetanei che in questi anni mi hanno sempre chiesto da dove cominciare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70363 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/foto3-1-300x225.jpg" alt="" width="389" height="292" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto3-1-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto3-1-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/foto3-1.jpg 960w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" />Qual è stato l’incontro indelebile, quello più formativo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei raccontare la storia di un signore di cui non dico il nome, originario e residente di Aleppo, il quale mi aveva fatto da Cicerone in quella città indemoniata durante il mio soggiorno di pochi giorni nell’aprile del 2016. Era un contesto di vera e propria guerriglia urbana, il nemico era il tuo vicino di casa, si combatteva da un quartiere all’altro senza esclusione di colpi. <strong>Aleppo era una vera e propria prigione a cielo aperto in cui mancava l’aria. In città si usciva poco a causa dei cecchini e quando lo si faceva si camminava il più veloce possibile. In giro c’era un silenzio tombale.</strong> Nelle case ci si vedeva con gli altri ma senza fare troppo rumore. Nei bar deserti si prendeva posto lontani dalle vetrate, terrorizzati dalle schegge impazzite dei colpi di mortaio. Bastarono pochi giorni per capire dove fossi finito, incredulo del coraggio di chi aveva scelto di restare pur avendo la possibilità economica di andarsene una volta per tutte. Uno di questi era l’uomo citato sopra. Ogni mattina mi veniva a prendere in albergo con gli occhi pieni di gioia, mi aveva colpito il fatto che uscisse di casa sempre elegantissimo, a differenza mia che terrorizzato dai bombardamenti, stanco, ero caduto praticamente in depressione e mi disinteressavo dell’aspetto fisico. Lui mi aspettava in macchina, con la giacca blu e la cravatta, sbarbato, pettinato, come se stesse ad un appuntamento importante. In realtà era un modo per esorcizzare l’orrore e il dolore, ma soprattutto per convincere sé stesso e la sua famiglia che la guerra non poteva fermare la vita e che all’appuntamento solenne con la morte si sarebbe presentato dignitosamente e ben vestito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiudi il libro con un fiotto malinconico. Come se in Medio Oriente avessi trovato ciò che qui non c&#8217;è più: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, è proprio così. C’è una profonda malinconia ma credo che sia frutto della mia immaturità. Inizialmente era difficile tornare a casa, mi sentivo un estraneo, invece poi col tempo, ho iniziato ad apprezzare ciò che mi circondava, a relativizzare, a guardare il mondo con disincanto. <strong>In fondo come ho detto prima, sono uno stracittadino che si fa incantare dalle luci, un borghese che vive da borghese, un figlio della modernità che padroneggia tutti i suoi strumenti, vizi e virtù.</strong> Magari non ci salverà l’Islam come scrisse Michel Houellebecq in <em>Sottomissione</em>, di sicuro però lo faranno “le vecchie zie” di Leo Longanesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riparti? Dove vorresti andare, di cosa vorresti scrivere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo viaggio importante è di qualche mese fa, ad un certo punto ho sentito il bisogno di fermarmi dopo quasi quattro anni di viaggi senza interruzioni che mi hanno consumato fisicamente e psicologicamente. Immaginatevi passare il tempo a fare file interminabili nelle ambasciate, alle dogane, negli uffici per conquistare un visto in Paesi dove non esiste turismo, o ottenere i permessi per accedere a zone a rischio, viaggiare da un posto all’altro, in macchina, per giornate intere, aspettare telefonate per ore, avere paura, stare lontani da casa, dagli affetti, dalle amicizie, per settimane, in luoghi pericolosi, a volte, senza telecomunicazioni. <strong>Tutto questo ti consuma, </strong><strong>avevo la nausea e ho dovuto prendermi una pausa. Più volte in questi mesi ho rimesso in discussione questo lavoro, mi rendo conto però che si tratta di una vocazione che non riesco a controllare e infatti, ora, sento di nuovo il bisogno di ripartire. Tornerò a breve in Siria per terminare un lavoro molto importante </strong>ma non posso ancora parlarne, nel 2020 svelerò di che si tratta. <em>Inshallah</em>. In Siria ho dato tutto me stesso, l’ho girata in lungo e in largo, ci ho passato circa sei mesi complessivamente negli ultimi quattro anni, e questo sarà il mio ultimo lavoro giornalistico lì, anche perché la guerra volge al termine e quello che dovevo raccontare l’ho raccontato. <strong>Il mio obiettivo è andare in Yemen, un Paese blindato, dove è in corso una guerra che fa eco solo quando vengono colpiti gli impianti petroliferi sauditi e ritorna nella tomba del giornalismo occidentale quando a morire sono i civili per mano delle bombe sganciate dai sauditi. O ancora sogno di andare nel Pashtunistan, tra l</strong><strong>’</strong><strong>Afghanistan e il Pakistan, a cavallo del Passo Khyber.</strong> Una terra abitata da secoli dal popolo <em>pashtun</em>, di etnia indoeuropea, ingiustamente associato nell’immaginario collettivo al terrorismo internazionale, e politicamente diviso nel 1893 dalla Linea Durand con lo scopo di impedire la formazione di uno Stato etnicamente coeso che potesse creare problemi all’imperialismo inglese in Asia. Ecco lì voglio viaggiare prossimamente, laddove i giornali ti dicono di non andare perché “inutile” o “pericoloso”.</p>
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		<title>“La comunità internazionale fa arrivare alle vittime aiuti umanitari, ma per il resto rimane a guardare il massacro”: le lotte giudiziarie di Carla Del Ponte (che in Serbia chiamavano “Karla la pu**ana”)</title>
		<link>https://www.pangea.news/carla-del-ponte-discorso-su-gli-impuniti-linda-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2019 08:42:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Assad]]></category>
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		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’era un macello, dove oggi sorge la sede principale dell’ONU, a Manhattan. Dove ora sventolano le bandiere di tutti i 193 stati membri e si staglia un Palazzo di vetro, con oltre trecento dipinti e opere d’arte, una vera galleria. Fuori, la pistola della celebre scultura ha la canna annodata, mentre la Statua delle spade [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/carla-del-ponte-discorso-su-gli-impuniti-linda-terziroli/">“La comunità internazionale fa arrivare alle vittime aiuti umanitari, ma per il resto rimane a guardare il massacro”: le lotte giudiziarie di Carla Del Ponte (che in Serbia chiamavano “Karla la pu**ana”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>C’era un <em>macello</em>, dove oggi sorge la sede principale dell’ONU, a Manhattan. Dove ora sventolano le bandiere di tutti i 193 stati membri e si staglia un <em>Palazzo di vetro</em>, con oltre trecento dipinti e opere d’arte, una vera galleria.</strong> Fuori, la pistola della celebre scultura ha la canna annodata, mentre la <em>Statua delle spade in vomeri </em>ritrae un possente fabbro intento a piegare una spada, un dono dell’Urss. Insomma, si inneggia alla pace. <strong>“Fin dalle prime visite mi ero chiesta se la politica e l’arte non fossero in contraddizione. Negli ultimi decenni l’onorato edificio di trentanove piani aveva promosso in tutto il mondo la sua idea di pace, poi i risoluti leader del passato avevano lasciato spazio ai portavoce e agli oratori”. A rompere il silenzio, facendoci spiare tra le stanze segrete dell’ONU, è Carla Del Ponte</strong>, procuratrice generale svizzera, procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia e il genocidio in Ruanda. Dal 2011 al 2017, ha fatto parte di una commissione internazionale dell’<em>Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani</em>, incaricata di indagare sulle violazioni commesse durante la guerra in Siria. Proprio da quest’ultimo capitolo è nato, un pugno di mesi fa, il suo libro denuncia <strong><em>Gli impuniti – i crimini in Siria e la mia lotta per la verità</em></strong>, appena pubblicato da Sperling &amp; Kupfer, scritto con Roland Schäfli (traduzione di Anna Maria Foli). La copertina nera, la scritta in bianco “gli impuniti”, lo stesso bianco dei suoi capelli, tagliati da uomo, lo sguardo corrucciato di una che si aspetta una risposta. Una donna di ferro, peraltro, che aveva affrontato, faccia a faccia, <em>Slobodan Milošević</em>, “insieme pericoloso di sfacciataggine, fiducia in se stesso e, lo ammetto, anche di fascino”. Personaggio non così lontano, a suo dire, dall’attuale capo di Stato siriano, <em>Bashar al-Assad</em>, il figlio di Hafiz al-Assad – al potere dal 1971, dopo il colpo di stato militare – medico oculista, “il dottor Jekyll che si era trasformato in mister Hyde sotto i nostri occhi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67825 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro-1-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro-1-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro-1.jpg 358w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" />“Carlita la peste”, “la puttana Del Ponte” (com’era stata definita dall’ex ministro di giustizia serbo), “Karla, la puttana” come recitavano manifesti sull’autostrada della Serbia, la procuratrice <em>scomoda</em>, dopo cinque anni di missione diplomatica siriana, ha deciso di dimettersi.</strong> Come mai l’amica di Kofi Annan, uno dei primi personaggi forti a comparire nel libro, ha lanciato questo libro-bomba (che, guarda caso, raccoglie poche recensioni)? Perché continuiamo ad abbassare lo sguardo? Perché facciamo finta di niente? <strong>“La comunità internazionale fa arrivare alle vittime aiuti umanitari, ma per il resto rimane a guardare in modo distaccato il massacro che sta avvenendo. Ancora una volta evitiamo di assumerci la responsabilità storica”.</strong> È ripiombato il silenzio sulle strazianti torture subite dalla popolazione, martoriata dal regime, come dai ribelli e dai terroristi dell’ISIS. Più volte la Del Ponte definisce l’ONU e le potenze occidentali un <em>muro di gomma</em>: “troppo spesso mi viene in mente l’espressione muro di gomma, con cui si intende un atteggiamento di riluttanza e chiusura. Di per sé quel muro non è visibile, ma dietro si trincerano persone influenti che lasciano rimbalzare le domande come sulla gomma, illudendo l’interlocutore di aver ascoltato attentamente e di aver preso in considerazione la sua richiesta”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le prove degli eccidi commessi da Assad e dai suoi oppositori e dall’ISIS sono state raccolte dalla commissione della Del Ponte per anni. Nelle 600 pagine di rapporti, sono raccolte oltre cinquemila testimonianze, dentro le pareti d’acciaio delle casseforti.</strong> Confermato l’utilizzo del sarin e delle bombe sporche: le <em>barrel bombs</em>, “bombe barili, ordigni improvvisati fatti con vecchie caldaie o scaldabagni riempiti di esplosivo e pezzi di metallo”, spesso fatte esplodere nelle panetterie, nell’aria il profumo del pane appena sfornato, la folla inerme di madri e bambini. Le scuole non erano più un obiettivo civile protetto, “venivano bombardate anche se non erano usate come rifugio dai ribelli”. <strong>Così come gli ospedali, senza nessuna pietà per i bambini: “le forze di polizia costrinsero il personale medico a fornire informazioni sui pazienti e vietarono loro di curare i bambini visti come nemici del governo”.</strong> La <em>convenzione di Ginevra </em>non vale niente: “poco per volta mettere sotto attacco i medici era diventato una specie di trend. Non veniva risparmiato nessuno: autisti di ambulanze, infermieri, volontari”. I pazienti trattati come prigionieri, il simbolo del soccorso umanitario un bersaglio. I continui attacchi costrinsero ad aprire le sale operatorie in cantine o sottoterra, in c<em>ave hospital</em>. Presto tutti “volevano sapere perché le Nazioni Unite non intervenissero. Non volevano capire che l’<em>opinione pubblica mondiale </em>stava a guardare la Siria che moriva dissanguata”. Ad Assad “nemmeno il segretario generale dell’ONU, la più grande istituzione del mondo preposta alla difesa della pace, diede una tirata d’orecchi”. Non c’è uno straccio di alibi per l’Europa: “L’Unione Europea brillò per la sua assenza e agì come se non fosse stata invitata alla festa”. E gli USA? “Il senso di giustizia degli americani si stava indebolendo molto, constatai”, del resto il <em>tentennamento</em> di Obama la dice lunga, “un segno di debolezza politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ostinata Carla non voleva chiudere gli occhi, voleva occuparsi di crimini, portare alla sbarra i criminali, mentre i suoi colleghi si curavano di tenerla lontana dai microfoni. Il segno delle violenze dipinge un inferno: “per estorcere una confessione, il regime non disdegnava la violenza sessuale.</strong> I torturatori bruciavano i genitali con sigarette, accendini e plastica fusa; collegavano gli organi sessuali a cavi elettrici finché la scossa non provocava la morte. Si ricorreva alla violenza sessuale anche per ricattare i membri della famiglia: se una donna si trovava nella camera della tortura, i parenti maschi dovevano arrendersi senza combattere in cambio della sua liberazione”. Quando consegnò il rapporto c’erano ancora più di 3200 donne e bambini nelle mani dell’ISIS e migliaia di uomini risultavano dispersi. La spiegazione delle migliaia di sparizioni era semplice e sempre la stessa: “sembra che in Siria muoiano tutti di infarto”. Decine di persone in coda alla polizia militare per chiedere notizie, si sentivano rispondere: collasso cardiaco, attacco cardiaco. La responsabilità del governo esclusa sempre. Alcuni avvocati inglesi, per conto del governo francese, pubblicarono il rapporto <em>Caesar</em>, un membro della polizia militare siriana era stato incaricato di fotografare i prigionieri morti: “53.000 stampe di cui 28.707 mostravano detenuti che non erano usciti vivi dalla cella”. Poteva essere la svolta. I metodi di tortura contemplavano anche l’estensione dell’agonia, le ferite curate solo in parte perché continuassero a sanguinare. Le prove strazianti furono verificate dalla FBI. Ma l’album privato di Assad non era sufficiente. <strong>“Fare giustizia non è possibile, quando manca la volontà politica”, Carla Del Ponte, al momento delle dimissioni, si stupì nel vedere i membri della sua commissione tirare un sospiro di sollievo, rassicurati. “Bisognava ribellarsi al palazzo. Conoscevo troppo bene i meccanismi dell’ONU. Sedute infinite al termine delle quali si rinviava la discussione a un altro giorno. </strong>Avevo la sensazione che non si andasse mai avanti in quei corridoi lunghissimi”. Un muro di gomma, una pistola, come quella della scultura russa, dalla canna troppo annodata per spaventare qualcuno, o per prendere la mira. Per colpire i criminali di guerra, ancora <em>impuniti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/carla-del-ponte-discorso-su-gli-impuniti-linda-terziroli/">“La comunità internazionale fa arrivare alle vittime aiuti umanitari, ma per il resto rimane a guardare il massacro”: le lotte giudiziarie di Carla Del Ponte (che in Serbia chiamavano “Karla la pu**ana”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Che ci faccio qui? Viaggio in Siria: dalla città martoriata (e dove la parola guerra è un tabù) al monastero nel deserto, che ti cambia la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2019 10:49:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono partita per la Siria il 18 luglio 2018, in piena estate. Atterrata in Libano alle 3 di mattina, intraprendo il viaggio verso la Siria la mattina successiva. Ho un amore smisurato nei confronti del Medio Oriente, dell’Islam, delle persone che vi vivono e nessuno sarebbe riuscito a fermarmi. Ho intrapreso questo viaggio per sete [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/siria-damasco-monastero-mar-musa-federica-paglia/">Che ci faccio qui? Viaggio in Siria: dalla città martoriata (e dove la parola guerra è un tabù) al monastero nel deserto, che ti cambia la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono partita per la Siria il 18 luglio 2018, in piena estate. <strong>Atterrata in Libano alle 3 di mattina, intraprendo il viaggio verso la Siria la mattina successiva. Ho un amore smisurato nei confronti del Medio Oriente, dell’Islam, delle persone che vi vivono e nessuno sarebbe riuscito a fermarmi.</strong> Ho intrapreso questo viaggio per sete di conoscenza. La mia vera destinazione era il monastero di Deir Mar Musa Al-habashi, a 80 km da Damasco, in provincia di al-Nabk, nel deserto. <strong>Prima della guerra, il monastero, risalente al 1200, era una meta turistica che accoglieva il mondo e, invece, quest’estate ero l’unica straniera. Nei due mesi trascorsi in Siria ho potuto osservare attentamente il viso delle persone che intravedevo o con cui ho stretto un legame di amicizia. </strong>Tra tante persone che ho conosciuto, tutti avevano una cosa in comune: erano sorpresi che fossi lì. Si domandavano per quale motivo avessi scelto la Siria e non un altro paese non martoriato dalla guerra. Era difficile far capire loro che volevo stare in quel posto e che nessuno mi aveva obbligato a farlo. <strong>Per loro ero una curiosità da studiare attentamente. Ricordo una ragazza che ho conosciuto lì, di nome Rita, l’unica che mi parlò della guerra, per tutti era un tabù, che mi disse: “il mio villaggio è distrutto, ma continuo a studiare e il mio sogno è vedere Venezia”.</strong> <strong>La parola “guerra” era tabù. Non si nominava. </strong>La vita, lentamente, riprende. Le donne si recano al “suq” (mercato) e in “majid” (moschea); i bambini giocano a calcio in strada. Tutto, piano, ha un nuovo inizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66584 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/IMG_0360-300x200.jpg" alt="" width="330" height="220" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/IMG_0360-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/IMG_0360-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/IMG_0360-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/IMG_0360-1320x880.jpg 1320w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Ho trascorso qualche giorno a Damasco e ad Homs e ho visto palazzi distrutti o colmi di buchi di armi da fuoco e cercavo di immaginare come fosse la vita prima della guerra, come fossero quei palazzi, tentavo di immedesimarmi nelle vite di quella gente. <strong>Una suora di nome Houda mi disse che per tre giorni di seguito lasciarono un uomo morto per strada per far capire al nemico che sarebbe successa la medesima cosa a lui.</strong> Continuò dicendo: “uscivo ogni mattina per prendere il pane e la verdura, perché sono l’unica non sposata, non volevo che i miei nipoti rimanessero senza genitori se fosse accaduto qualcosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa grande città ho anche conosciuto un ragazzo di quindici anni di nome Nicola: “una bomba verso le 13, uscito da scuola, volò dal cielo e colpì settantadue ragazzi, due di loro sono morti, io sono rimasto ferito al ginocchio”. Per paura che potesse ricapitare di nuovo quel bambino ha preferito non andare più a scuola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso, la mia vera destinazione era il monastero Deir Mar Musa Al-Habashi (a 80 km da Damasco),</strong> rifondato da Padre Paolo Dall’Oglio nel 1992. Sono arrivata intorno alle 18 ed ero immersa nel silenzio del deserto. Quel silenzio che dà pace. I miei occhi vedono il monastero incastrato nella roccia ed alto 1200 m. Mi sembrava tutto irreale, non credevo ancora di essere lì. Le montagne mi sembravano cartapesta. Erano talmente meravigliose che sembrava parlassero, che mi dicessero qualcosa. Si, quel posto ha una voce. Perfino il silenzio fa rumore. Per arrivare al monastero bisogna salire circa quattrocento scalini ed anche essi parlano, mi parlava tutto, come se ogni singola roccia mi volesse dire qualcosa e, per forza di cose, dovevo interpretare quelle parole nascoste. <strong>Anche nel deserto, ho capito, che c’è vita. Per entrare nel monastero bisogna attraversare una porta molto piccola e molto antica, risalente al secolo XI- XII, e varcata la soglia, ho ammirato altre meraviglie: il cielo pieno di colori.</strong> Era di un celeste e un rosa sorprendente. E poi, quella distesa di sabbia che paragonavo all’infinito.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66585 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/deserto-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/deserto-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/deserto-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/deserto-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/deserto-1320x880.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Mar Musa è un ponte costruito nel deserto. Un ponte tra persone di religione diversa. Musulmani e cristiani si incontrano per aprire un dialogo. Mar Musa è luogo di ospitalità e di condivisione. Una cara amica conosciuta al monastero mi disse “non ho mai visto nessuna persona, andata via da qui, che non si è portata con sé qualcosa o che non è cambiata”. Ed è una verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono ritornata in Italia il 10 settembre, dopo due mesi passati in questo bellissimo paese. Concludo questo ricordo con un frammento del film <em>Treno di notte per Lisbona</em>, un passo che mi fa pensare molto a questo luogo magico e alle persone conosciute lì e che un giorno, sicuramente, incontrerò di nuovo: “<strong>Lasciamo sempre qualcosa di noi, quando ce ne andiamo da un posto: rimaniamo lì; anche una volta andati via e ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi. Viaggiamo in noi stessi quando andiamo in posti che hanno fatto da cornice alla nostra vita”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Federica Paglia</em></strong></p>
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		<title>“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 04:24:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/">“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi</strong> – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, che apprezzava – ed è morto cinque anni fa, in luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo so, anche a me le classifiche, in letteratura, fanno orrore. Ma ogni tanto occorre fare giustizia.</strong> Basili esordisce come Alessandro Spina nel 1960, con <em>Giugno ’40. </em>Impressionante l’adesione di Cristina Campo – “mi è sembrata una cosa di qualità molto rara, come da tempo non mi accadeva di leggere” – con cui Spina comincia un <em>Carteggio </em>di platino, edito da Morcelliana nel 2007. Tra i grandi libri, che comporranno l’imponente ciclo de <em>I confini dell’ombra </em>(Morcelliana, 2006), capolavoro polimorfico e polifonico della letteratura cosiddetta ‘coloniale’ (ma, va detto, <em>tout court</em>), ricordo <em>Il giovane maronita, Le nozze di Omar, Il visitatore notturno. </em>Nel 1976 <em>Ingresso a Babele</em>, pubblicato da Rusconi, approda al Premio Strega. “In una intervista al ‘Tempo’ Mario Praz, dopo aver deriso il libro premiato (dalla solita maggioranza di lettori/giudici pressoché governata dai grandi editori ecc.) disse che lui aveva votato per il mio romanzo, ‘il più meritevole’. A ognuno il suo premio, dunque!”. Per la cronaca, nel 1976 lo Strega va a Fausta Cialente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63012 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg" alt="Spina" width="140" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1.jpg 200w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Scrittore raffinatissimo e austero, figlio di Thomas Mann, di Robert Musil, di Hugo von Hoffmannsthal,</strong> Alessandro Spina eccelle nel racconto breve. Tra le mirabili <em>Storie di ufficiali</em>, amo <em>L’astrolabio</em>. Inizia così: “Il maggiore Lanzi indugiava davanti allo specchio, pareva ci camminasse. Somigliava al critico d’arte attento a cogliere la particolarità di un dipinto per accertarsi della paternità di un altro”. Che scrittura sofisticata a indugiare nell’indagine dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandro Spina pensava alla letteratura come forma e alla scrittura come alta espressione culturale:</strong> per questo è bandito e nelle antologie si continua a preferire un Cesare Pavese o un Moravia, che noia. In paesi culturalmente più attenti, <a href="https://www.thenation.com/article/spinas-shadow/" target="_blank" rel="noopener">di Spina si parla ancora.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché fu grande? <strong>Senza maschere sperimentali né patine neorealiste, pensò alla scrittura come fosse un liutaio.</strong> Il libro come un oggetto da far risuonare. Fu malaccetto da chi pensava all’arte come a una variante della politica a un viatico per la carriera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu l’unico scrittore contemporaneo con cui cercai un rapporto almeno epistolare. </strong>Ci scambiammo qualche lettera. Non ci fu l’abboccamento – ma non m’importava. L’altezza di Spina permette ogni vertigine, ogni svenimento. Più avanti, probabilmente, pubblicherò le lettere che ci siamo scambiati. Di lui, <a href="http://www.ilgiornale.it/news/memorie-viaggi-e-giudizi-critici-dello-spericolato.html" target="_blank" rel="noopener">continuai a scrivere con riverenza.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fu l’ultimo scrittore del Novecento figlio dell’Ottocento: <strong>avrebbe potuto discutere con Stendhal, litigare con Manzoni</strong>, fare a gara con Henry James.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrittore che tracima in ogni cosa, Alessandro Spina ha pubblicato nel 2010, sempre per Morcelliana, il suo <em>Diario di lavoro</em>, cioè il cuore messo a nudo di un <strong>artista che conosceva le vette – gli altri sono ancora rasoterra.</strong> Ne ricalco alcune parti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado la Cirenaica sia stata una colonia italiana, la cultura italiana è estranea al paese, e non lo condiziona. <strong>Se non ci fosse questa contraddizione (lo scrittore che appartiene a una civiltà e vive in un’altra), il diario e la mia vita qui sarebbero diversi.</strong> Il senso della vita (e del diario) sta in questa tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in una conversazione bene elaborata può restare qualche eccesso, della pedanteria: capita financo ai grandi. Proust, Mann, Musil… per fare qualche nome, avrebbero fatto bene qualche volta a guardarsene, solo Kafka forse, fra le stelle fisse del Novecento, è esente da ogni forma di pedanteria. Ognuno deve individuare il suo demone (ecco perché <strong>bisogna guardarsi dall’imitazione e dalle mode come dai consigli degli amici e dei nemici che vogliono ridurci al minimo comune denominatore).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto l’errore negli anni Settanta, forse, di lavorare troppo per la Libia (per un supposto pubblico libico): libri che pubblicavo in Italia. Come se Sartre avesse edito i suoi libri non a Parigi, ma in Afghanistan, in quattro copie. Ma c’è forse un secondo errore: <strong>i libri <em>engagés </em>invecchiano presto, vedi il caso di Sartre.</strong> Il <em>Doctor Faustus </em>(lasciamo da parte il talento dell’autore, ben più grande e complesso) <em>si rivolge a un lettore ignoto</em>, non tenta cioè di operare nella realtà. Per quella, c’erano i suoi famosi appelli alla radio durante la guerra (che si rileggono non senza turbamento).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’impressione di lavorare <em>per le bottiglie </em>(da affidare al mare) è paralizzante talvolta. <strong>Come fanno gli altri? Ma ognuno è immerso nella sua piccola tribù, paravento che gli cela il mondo. </strong>Altri hanno <em>potere</em>, e si masturbano con quello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il capolavoro del romanzo italiano, <em>I promessi sposi</em>, è fatto per buona parte di riflessione.</strong> Insegnamento perduto – pare che il cosiddetto neorealismo non tenga conto della riflessione, come fosse estranea alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…pensavo, oggi, la pioggia rende malinconici: che guaio <em>dover pubblicare un’opera dopo averla scritta. </em><strong>Eppure è inaccettabile di scrivere per i cassetti. Sì, pensavo, che peccato dover pubblicare in questo mondo (proprio così: <em>mondo</em>, non modo).</strong> Bisognerebbe che lo scrittore potesse portar via con sé, là, le opere, come il buon cristiano la sua vita pura, ed essere pubblicato, semmai, di là, dove forse tutti sanno tutte le lingue, dove puoi scegliere il pubblico nelle età più diverse e dove ce n’è di tempo! Insomma: è penosissimo dover ammettere che il senso della nostra vita è qui e basta, in tanta confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia ha <em>gonfiato </em>la Resistenza, se ne parla ogni giorno, e <em>sgonfiato </em>il colonialismo, non più di moda. Ci</strong> si vanta della Resistenza, ignorando ciò che la precede, tacendo che gli stessi uomini hanno <em>servito</em> il fascismo, sia pure, chissà, nolenti – e <em>non ci si vergogna </em>del colonialismo, senza accorgersi <em>che è lo stesso atto, l’esaltare la Resistenza e il vergognarsi del colonialismo</em>, soffocatore spietato di un’altra Resistenza. L’italiano rifugge dal senso di colpa (quel che ha pure impoverito il romanzo del dopoguerra).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inventario del possibile, non del reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alessandro Spina</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/">“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“L’attacco militare in Siria è farsesco, meglio starne fuori. Ma è sbagliato assolvere Russia e regime siriano”: il commento di Vittorio Emanuele Parsi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 06:14:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il bombardamento, la mitragliata degli opinionisti. In tivù e sui giornali, di solito, gli strateghi dell’intelletto frastuonano per la loro banalità. Per certi versi, per altro, il ‘buffetto’ siriano di Usa e galoppini era previsto. Pigliate Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, stampato da Il Mulino una manciata di mesi fa. Lo ha scritto Vittorio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lattacco-militare-in-siria-e-farsesco-meglio-starne-fuori-ma-e-sbagliato-assolvere-russia-e-regime-siriano-il-commento-di-vittorio-emanuele-parsi/">“L’attacco militare in Siria è farsesco, meglio starne fuori. Ma è sbagliato assolvere Russia e regime siriano”: il commento di Vittorio Emanuele Parsi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo il bombardamento, la mitragliata degli opinionisti. In tivù e sui giornali, di solito, gli strateghi dell’intelletto frastuonano per la loro banalità. Per certi versi, per altro, il ‘buffetto’ siriano di Usa e galoppini era previsto. Pigliate <em>Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale</em>, stampato da Il Mulino una manciata di mesi fa. Lo ha scritto Vittorio Emanuele Parsi (<a href="http://www.pangea.news/litalia-un-paese-vecchi-vecchi-dobbiamo-continuare-lottare-vittorio-emanuele-parsi-divisa-rugby-futuro-della-democrazia-oligarchie-finanziarie/" target="_blank" rel="noopener">già intervistato da Pangea</a>), che è professore di Relazioni internazionali alla ‘Cattolica’ di Milano e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri). <strong>Capitolo tre. <em>Il declino della leadership americana e l’emergere delle potenze autoritarie russa e cinese. </em>Era già tutto scritto. </strong>“È paradossale che sia stata proprio Mosca a trarre i maggiori e più immediati benefici dalla fine del lungo ostracismo iraniano dalla comunità internazionale… <strong>Sicuramente gli americani sono stati «bruciati» dalla tempestività russa. E d’altra parte i russi erano nella posizione migliore per poter approfittare della situazione:</strong> condividevano con l’Iran l’avversione totale verso il radicalismo sunnita e l’alleanza con il regime di Bashar al-Asad in Siria (dove posseggono la loro sola base nel Mediterraneo a Tartus, vicino a Latakia); inoltre potevano offrire all’Iran quella legittimazione delle proprie preoccupazioni e ambizioni strategiche – in una regione in cui l’Iran annovera molti nemici, da Israele all’Arabia Saudita – che la Repubblica islamica avanza, inascoltata, dal 1979”. Il ‘buffetto’ in forma di bombardamento è il modo in cui gli Usa – con UK e Francia che hanno messo il vestito funereo di gala per apparire grottescamente sgargianti sullo ‘scenario internazionale’ – hanno “salvato la faccia” di fronte al mondo. A promessa di risposta armata segue bum bum. Insomma, hanno mostrato il bicipite. Facendo un favore a Putin. Cosa volete che importi agli incravattati nelle olimpiche dimore del potere dei bimbi che muoiono in Siria, dei morti, della morte? <strong>Per dirla in modo nudo&amp;crudo, come la dice Parsi, il bombardamento per eliminare le ‘armi chimiche’ – che ci sono, pare – “è riuscito solo a dimostrare la totale assenza di una strategia occidentale sulla Siria, dopo 7 anni di guerra”.</strong> Preteso da tutti, abbiamo beccato Parsi tra una puntata su Sky Tg24 e una sul Tg3.</p>
<figure id="attachment_60354" aria-describedby="caption-attachment-60354" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60354" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/vittorio_emanuele_parsi__laterale-300x275.jpg" alt="Parsi" width="300" height="275" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/vittorio_emanuele_parsi__laterale-300x275.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/vittorio_emanuele_parsi__laterale.jpg 366w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60354" class="wp-caption-text">Vittorio Emanuele Parsi è l&#8217;autore di &#8220;Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale&#8221; (Il Mulino, 2018), libro che spiega bene le tensioni in atto tra Russia e Usa (e censisce l&#8217;irruzione della Cina nell&#8217;ordine militare mondiale)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola ‘armi chimiche’ fa venire in mente un altro contesto mediorientale, Usa sempre protagonisti. Abbiamo dati certi che Bashar al-Asad ad usi armi chimiche? E poi: non è pericoloso bombardare i ‘giacimenti’ di armi chimiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la responsabilità di Asad sia probabile. Perché avrebbe dovuto farlo? Intanto senza autorizzazione russa non avrebbe fatto un bel nulla. Credo che lo scopo di Mosca e Damasco fosse proprio quello di “vedere” le carte di Trump&amp;Co. <strong>Fin dove si sarebbero spinti per punire l’uso di armi chimiche? La risposta la abbiamo vista l’altra sera: con un attacco “telefonato”, che ha consentito tra l’altro ai siriani di testare l’efficienza del loro sistema anti-missilistico…</strong> I russi hanno impiegato la stessa logica nel caso della spia di Salisbury: farsi prendere con le mani nel sacco o è frutto di dabbenaggine (escluderei) o mira a vedere come reagisce chi è sfidato. Bombardare depositi di armi chimiche non è necessariamente pericoloso. Molti gas ed elementi biologici sono “binari” cioè inerti se i loro componenti non vengono accoppiati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci aiuti a capire in prospettiva. L’attacco Usa-UK-Francia è rivolto contro Putin o è il primo atto di un tentativo per rovesciare Assad? Insomma, non è che qualcuno desidera ‘colonizzare’, ancora, quel pezzo di mondo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se avessero voluto colpire Putin avrebbero potuto farlo molto meglio incrementando le sanzioni economiche, che alla Russia fanno molto male. <strong>E Putin andava punito, perché in cambio della sospensione dell’attacco del 2013, la Russia si era assunto l’impegno di smantellare l’arsenale chimico di Asad, cosa che evidentemente non ha fatto.</strong> Il gesto voleva salvare la faccia di USA UK e Francia (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU). <strong>È riuscito solo a dimostrare la totale assenza di una strategia occidentale sulla Siria, dopo 7 anni di guerra.</strong> Peraltro tutte le leadership degli Stati sunniti erano e sono allineati con Washington, Riad e Tel Aviv, come la disattenzione sugli oltre 30 morti di Gaza e sulla mattanza yemenita bene attesta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel contesto europeo: la Francia vuole rimettere l’unghia sulla ‘sua’ Siria. L’Italia conta meno del due di picche. Meglio, per l’Italia, stare fuori dal conflitto o prendere posizioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno ha chiesto nulla all’Italia, neppure le basi logistiche. <strong>Giusto stare fuori da un attacco militare farsesco, come ha fatto la Germania. Sbagliato assolvere la Russia e il regime siriano, come la destra in blocco e la sinistra vanno petulando.</strong> Persino Di Maio ha fatto una miglior figura di Salvini…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esito del bombardamento: cosa accadrà, che risposte possiamo attenderci?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo succederà nulla. La Russia ha già incassato il suo vantaggio. Ha visto le carte americane e letto il bluff.</p>
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		<title>“Con gli occhi immersi nella paura”: la storia di Stefano Carini, il campione di snowboard che ha fotografato l’orrore in Iraq</title>
		<link>https://www.pangea.news/gli-occhi-immersi-nella-paura-la-storia-stefano-carini-campione-snowboard-fotografato-lorrore-mosul/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2017 14:14:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dieci anni fa era tutta un’altra storia. Stefano Carini, torinese, classe 1985, si faceva chiamare ‘Kinder’ ed era un fenomeno dello snowboard. Il ragazzo ha talento da vendere, doma la neve come chi fa shopping sul dorso di una tigre. Poi la vita prende parabole vertiginose, improbabili. Tre anni fa, nel 2014, Carini si trova [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dieci anni fa era tutta un’altra storia. Stefano Carini, torinese, classe 1985, si faceva chiamare ‘Kinder’ ed era un fenomeno dello snowboard. Il ragazzo ha talento da vendere, doma la neve come chi fa shopping sul dorso di una tigre. Poi la vita prende parabole vertiginose, improbabili. <strong>Tre anni fa, nel 2014, Carini si trova nel luogo più pericoloso del pianeta, quello dove non vorresti essere mai, nella bocca dentata del Cerbero.</strong></p>
<figure id="attachment_58677" aria-describedby="caption-attachment-58677" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-58677" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4-300x200.jpg" alt="Carini 4" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4-768x511.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4-1024x681.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4-600x399.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-4.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-58677" class="wp-caption-text">Su tutte le immagini pubblicate ©Stefano Carini / DARST</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Carini, viso virile e sguardo d’acciaio, ha mollato la tavola per la macchina fotografica, la passione di sempre. Si fa le ossa come photo editor per l’azienda fotografica Noor Images di Amsterdam. Ad Amsterdam incontra un fotografo iracheno, Kamaran Najm, che gli offre di lavorare con la sua agenzia, la prima agenzia di fotografi iracheni. Nel 2014 è a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno. Non è lì a fare l’eroe. Quando sbarca, in Iraq è ancora epoca di calma apparente. <strong>Solo che quando Carini atterra in Iraq, un mese dopo, cambia il mondo, cambia la Storia. L’Isis avanza come una piovra, Mosul è accerchiata e sconfitta, il suo amico, Kamaran, viene rapito, e non se ne saprà più nulla. Un altro avrebbe girato i tacchi per tornarsene nella placida Europa. Carini no.</strong> Resta. Afferra la macchina fotografica. Si strappa le pupille e le getta nel golfo dell’orrore. Fotografa. Lavora. Insieme ad altri fotografi s’inventa il progetto <a href="http://www.mapofdisplacement.com/" target="_blank" rel="noopener"><em>Map of Displacement</em></a>, in cui, passo per passo, scatto per scatto, si testimonia l’avanzata dell’inferno in Iraq. <strong>“I diciotto mesi che ho trascorso in Iraq sono stati i più intensi mesi di tutta la mia vita, pieni di eventi incredibili, tragedie, dolore, guerra, successi, amore, leggerezza e follia”</strong>, scrive lui, presentando il suo libro fotografico, il diario dell’incredibile, <em>La Donna, la Luna, il Serpente</em>, realizzato in forma indipendente, tramite un progetto di crowdfunding divulgato da ‘produzionidalbasso’ (trovate tutto <a href="https://www.produzionidalbasso.com/project/la-donna-la-luna-il-serpente-un-libro-di-stefano-carini-darst-projects/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>). Dalla tragedia alla leggerezza, dal dolore all’amore. Emerso dagli inferi iracheni, Carini, che abita in Sicilia, ma mi parla da Torino e ha una testa zingara che vaga nel resto del mondo, ha fondato insieme a Dario Bosio l’atelier fotografico digitale <a href="http://darstprojects.com/about/" target="_blank" rel="noopener">Darst</a>, che è poi un opificio creativo nato con lo scopo, vertiginoso, di dare avvio a “una rivoluzione culturale nel modo di produrre e consumare le immagini”. Con micidiale dedizione e audace vitalità, Carini continua a dare voce e volto agli ultimi, a chi ha attraversato l’inferno per costruire il proprio spoglio paradiso su questo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiegaci il tuo amore per la fotografia. Come nasce. Che studi fai. Dove vai.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ho sempre avuto la fotografia intorno a me, in forme diverse, in diversi contesti. Mi ha sempre affascinato il processo fotografico, e tutto ciò che ci sta intorno, in particolar modo l’approccio dell’essere umano al momento fotografico. <strong>Da bambino strisciavo sui prati in alpeggio per avvicinarmi alle marmotte, agli stambecchi, ai camosci e poterli fotografare meglio. Ho fatto molti anni di snowboard da professionista: lavoravo spesso con i fotografi, ma stavo io dall’altra parte della camera.</strong> Ho poi scoperto solo più tardi le capacità della fotografia di raccontare storie, eventi, vite. Ho avuto la fortuna di vivere in molti posti diversi, di conoscere molta gente che viveva con la fotografia e di scegliere sempre come e dove lavorare, collaborando con alcuni dei migliori al mondo. Così è nata la passione/ossessione per l’immagine e per la cultura visuale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai lavorato in Iraq, dal 2014. In che circostanza, come mai? Hai vissuto in prima persona la catastrofe di Mosul, degli sfollati. Raccontaci l&#8217;episodio più atroce, quello più bello.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Mi sono trasferito in Iraq nel maggio 2014, dopo aver conosciuto Kamaran Najm, fotografo iracheno e fondatore di <em>Metrography</em>, la prima agenzia di fotografi irachena. Andavo in un paese in pace a lavorare con i fotografi iracheni come <em>project manager</em> e <em>photo editor</em> dell’agenzia.<strong> <img decoding="async" class="size-medium wp-image-58678 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2-300x200.jpg" alt="Carini 2" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-2.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il 10 giugno, un mese dopo il mio arrivo, Mosul è caduta nelle mani dei militanti di ISIS (Islamic State in Iraq and Syria) che in tre giorni sono arrivati alle porte della capitale Baghdad, conquistando centinaia di km di territori, sfollando più di un milione di persone e causando una delle più grandi catastrofi umanitarie dalla Seconda guerra mondiale. </strong>Inoltre il 12 giugno, il mio capo, la persona che mi aveva portato in Iraq, è stato rapito dai miliziani. Di lui non abbiamo mai più avuto notizie. La mia decisione di rimanere per mandare avanti il lavoro dei fotografi è stata immediata, semplice e non ha avuto nulla di eroico. Per me non c’era altra soluzione se non fare ciò che sapevo di poter fare e, in parte, di dover fare. Gli episodi sono tanti ma sicuramente l’incontro con i bambini sfollati è stato molto forte, molto difficile. Ricordo in particolare l’incontro che ha dato il via a un progetto fatto con i fotografi, <em>Map of Displacement</em>. Tornavo da Duhok verso Erbil nell’agosto 2014. Sono sceso dalla macchina, fradicio di sudore mi sono caricato le borse in spalla e mi sono incamminato, ma non sono potuto andare oltre. <strong>Avrà avuto cinque o sei anni, non di più; pelle e capelli bruciati dal sole. A piedi scalzi mi è corso incontro, tenendo le braccia tese e le mani unite davanti al petto. Mi guardava insistendo con la mano e pregandomi con gli occhi immersi nella paura; erano occhi quelli che avevano visto troppo, la cui innocenza era stata strappata, improvvisamente. Tutto intorno a noi polvere e caldo. </strong>Le strade di Ainkawa stracolme di gente; ogni angolo, ogni strada, ogni pezzetto di ombra era diventato un rifugio. Il più bello invece è sicuramente l’incontro con l’amore. Ma di quello è difficile dire”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale è stata la fotografia che è stato più difficile scattare, se c&#8217;è stata, e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non credo ci sia stata una fotografia veramente difficile da scattare. <strong>Forse i ritratti sono i più difficili, quando parli con qualcuno a lungo, e poi viene il momento di scattare quel ritratto, in atmosfere alle volte molto strane, delicate, intime e surreali.</strong> Sei lì a bere del tè con una persona che hai conosciuto da magari due o tre ore, a volte meno. Questa persona ti ha già fatto entrare in casa sua, offerto il suo cibo, aperto le sue porte. Non contenti, noi chiediamo ancora di più, e scattiamo. È bello e strano, ambiguo e misterioso, ma assolutamente eccitante e ossessionante”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua vita, fatta, narri, anche, di “amore, leggerezza e follia”, è raccolta nel libro <em>La Donna, la Luna, il Serpente</em>. Perché questo titolo? Spiegaci meglio questo progetto bibliografico. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Io in Iraq non ero andato a scattare foto. Tutt’altro. Volevo lavorare con i fotografi, guidarli nella produzione di storie personali, e di un grande progetto collettivo. Sono poi successe molte cose, che mi hanno portato a fare anche tanto altro. Ho mandato avanti l’agenzia fotografica praticamente da solo per mesi senza sosta, 15 ore al giorno. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-58679 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-240x300.jpg" alt="Carini 3" width="240" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-768x958.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-821x1024.jpg 821w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-600x749.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Carini-3.jpg 1500w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" />La fotografia è diventato un mio esercizio per obbligarmi a staccare dal computer: passeggiare e fotografare per la città mi aiutava a schiarirmi la mente. Alla fine in quelle foto ho visto un racconto, diverso da tutto quello che conoscevo, e ho pensato che magari poteva essere interessante anche per altri. Scrivere è stata una necessità sentita dopo un anno dalla mia partenza dall’Iraq, per capire un po’ meglio cosa fosse successo. <strong>Questo libro è il mio modo di mettere ordine in quel vortice pazzesco durato 18 mesi che è stata la mia vita in Iraq. È un incontro personale con una terra costantemente intrappolata nella guerra e la sua gente,</strong> ma è anche un diario che racconta la mia vita intima, le mie riflessioni, gli aneddoti in un tentativo di condividere un’esperienza eccezionale ed irripetibile in un susseguirsi assatanato di eventi, incontri e situazioni. Il titolo, <em>La Donna, la Luna, il Serpente </em>riprende tre simboli molto forti di cambiamento, fertilità ed evoluzione, tre simboli che sono ritornati spesso nella mia vita in Iraq e che ritornano molto nelle pagine del libro e che rappresentano un po’ la speranza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi ha colpito la piattaforma ‘artistica’ Darst, di cui sei protagonista e direttore. Cosa significa <em>nomadic art studio</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Significa che per ora siamo nomadi alla ricerca del nostro posto, del nostro spazio e delle nostre radici. <strong>Io vivo a Scicli con mia moglie Anwar, il nostro piccolo Dario e presto una bimba. Il mio partner Dario Bosio, un grande amico ed eccellente professionista, invece fa base a Torino, ma sta in giro per l’Europa ed il Medio Oriente gran parte del tempo. </strong>Nel frattempo però, al nostro rientro dall’Iraq, volevamo continuare a lavorare insieme e avere una nostra piattaforma per la ricerca, per la produzione e per la divulgazione di progetti ibridi, fatti di immagini si, ma anche di molto altro. E quindi ci piace definirci uno <em>studio nomade di arte documentaria</em>. Siamo abituati a fare tutto da un portatile: dal montaggio video alla post produzione passando per il design di libri. Siamo un po’ zingari, ma credo che getteremo una buona base nel Mediterraneo, uno spazio largo dove poter lavorare in pace, magari invitando altra gente a collaborare su progetti che riteniamo urgenti, scomodi, che magari offrano diversi spunti di vista rispetto alle tendenze più dominanti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel progetto Darst tu denunci, chiaramente, di voler costruire “una rivoluzione culturale nel modo di produrre e consumare le immagini”. Cosa intendi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Viviamo in un’era molto affascinante, anche per quanto riguarda il mondo delle immagini, questo mezzo di comunicazione così onnipotente. Siamo inondati da miliardi di immagini ogni giorno, su ogni supporto possibile ed immaginabile. <strong>Lo sviluppo della tecnologia a me pare non andare di pari passo con lo sviluppo e l’evoluzione della coscienza umana, della nostra cultura, e della nostra capacità di assorbirne di nuova.</strong> Noto un uso delle immagini da parte di consumatori, ma ancora più dei produttori, sconsiderato, dannoso e pericoloso. Il mio obiettivo, attraverso DARST, è di spingere per una produzione, ma anche per un consumo, <em>a misura d’uomo</em>, mirato all’informazione, alla condivisione, all’arricchimento della memoria visiva collettiva e sicuramente ad un’educazione all’immagine per i più giovani che possa dar loro i mezzi necessari per leggere e usare le immagini in modo più profondo, consapevole e partecipato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come vivi con la fotografia? Vendi le tue fotografie? A chi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Vendo fotografie mie ai giornali, vendo fotografie di altri ai giornali, produco e vendo libri, curo mostre mie e mostre di altri, ideo, produco e curo progetti collettivi, dirigo workshops e progetti educativi, collaboro con molti artisti, e vado in giro a parlare della mia esperienza. Insomma, faccio tutto ciò che serve per perseguire i nostri obiettivi, ed evitare di rimanere per strada. <strong>Ma non faccio pubblicità né lavori commerciali, e raramente scatto foto su commissione. </strong>Sono fortunato, sono libero e sono totalmente indipendente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora? A cosa stai lavorando? Cosa stai fotografando? Che cosa hai intenzione di fare nel prossimo futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Mi piace lavorare su più progetti contemporaneamente quando possibile. In questo momento sto ultimando il mio libro e organizzando una serie di presentazioni in giro per l’Italia per promuoverlo; poi sto preparando la proposta educativa di DARST, con workshops, seminari e corsi particolari; sto cercando di spostare la mostra <em><a href="http://darstprojects.com/projects/#/over-my-eyes-storie-of-iraq/" target="_blank" rel="noopener">Over My Eyes, stories of Iraq</a> </em>dal Centro di Arte Contemporanea di Praga verso l’Italia; faccio ricerca fondi per alcuni progetti già in fase esecutiva e ricerca di base per alcuni progetti che invece vorremmo realizzare nel 2018. Fotografo poco in questo periodo, in cui mi sono dedicato ad altro come il design di libri e di mostre, la scrittura e la famiglia. <strong>Da due anni sto lavorando al racconto fotografico del processo di integrazione di una famiglia di amici palestinesi/siriani nella società svedese.</strong> <strong>Ci siamo conosciuti in Iraq, mentre loro erano sfollati da Damasco. Siamo diventati amici, e quando loro hanno deciso di andare in Svezia, attraversando mezza Europa, ho deciso di raccontare la loro storia</strong> perché vi ero così vicino e coinvolto che sarebbe stato un racconto bello ed intenso. <a href="https://medium.com/@darstprojects/eternally-displaced-people-33f9376b6c6a" target="_blank" rel="noopener">La prima parte è fatta</a>, ma non è che l’inizio, e vorrei riuscire a seguire questo progetto negli anni a venire per trasformarlo in una serie di pubblicazione e in una mostra”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gli-occhi-immersi-nella-paura-la-storia-stefano-carini-campione-snowboard-fotografato-lorrore-mosul/">“Con gli occhi immersi nella paura”: la storia di Stefano Carini, il campione di snowboard che ha fotografato l’orrore in Iraq</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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