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	<title>Roberto Herlitzka Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Roberto Herlitzka, il re del teatro italiano, riparte da zero, sovverte i canoni della cultura italiana, mette in ridicolo i cliché della fama con la miracolosa nobiltà del rischio. Un incontro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Feb 2020 10:38:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Calenda]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Benedetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arriva, la ragazza mi sussurra, “Arriva il re”. La macchina atterra fino alla soglia del piccolo spazio scenico. Lui scende. Non ha lo scettro ma una stampella. Il viso è quello, indimenticabile. Spigoloso. Rapace. Come se dell’aria, del mondo, frugasse con delicata violenza il cuore. È un re, ha ragione. * Lo accompagna, prendendolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/herlitzka-enrico-iv-roma/">Roberto Herlitzka, il re del teatro italiano, riparte da zero, sovverte i canoni della cultura italiana, mette in ridicolo i cliché della fama con la miracolosa nobiltà del rischio. Un incontro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quando arriva, la ragazza mi sussurra, “Arriva il re”.</strong> La macchina atterra fino alla soglia del piccolo spazio scenico. Lui scende. Non ha lo scettro ma una stampella. Il viso è quello, indimenticabile. Spigoloso. Rapace. Come se dell’aria, del mondo, frugasse con delicata violenza il cuore. È un re, ha ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-73607 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-225x300.jpg" alt="" width="404" height="539" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-1320x1760.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/IMG_20200220_183046-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" />Lo accompagna, prendendolo sotto braccio, mentre il re impartisce la sua rude benedizione a chi gli corre incontro, ‘Pino’ LePera, il figlio di Tommaso, il più grande fotografo di teatro in Italia. </strong>‘Pino’, come sempre, è elegantissimo, educato, eccitabile. È nato a teatro, anima i musoni, è una roulette di aneddoti, se gli chiedi qualcosa, qualsiasi cosa – a patto che tu gli vada a genio –, te la procura in un lampo. Ha le dita tatuate. Mi sfotte, con garbo arcaico, chiamandomi ‘il Professore’: qualche settimana fa abbiamo fatto notte, in una osteria romana, perché di ogni attore mi dettagliava spettacolo di debutto, spettacolo più importante, gossip. <a href="http://www.fotolepera.it/index.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L’archivio LePera</a>, in effetti, è una miniera, una giostra per chi ama il teatro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho il privilegio di vedere il re in scena. Sembra fragilissimo, eretto sul trono della propria voce. Ma quando parla… “Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa?</strong> trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! — Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi!”. Scuote la stampella, qualcuno ha messo la corona al re, è Enrico IV.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso mi porta dentro la macchina teatrale. <strong>Una ragazza suggerisce a Roberto Herlitzka le parole, lui le ripete, ogni volta in un tono diverso, come se dell’uomo conoscesse ogni recesso e dei sentimenti ogni sfumatura.</strong> È un miracolo. Alle parole di Herlitzka non <em>credi</em>: vi obbedisci. Poi scherza, questo titano, questo re del teatro italiano, per cui ogni premio, anche il <em>maximo</em>, sarebbe un’offesa, non ha nulla da aggiungere al genio, “dovrei cambiare mestiere, vedete, non so la parte”, dice.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Devo ripetere la geologia attoriale del re? Allievo di Orazio Costa, ha lavorato con tutti, da Luca Ronconi a Lavia, Missiroli, Squarzina. Al cinema ha assecondato Lina Wertmüller, Marco Bellocchio, Roberto Andò, Paolo Sorrentino, tra i tanti – in tivù, tra le tantissime cose, lo ricordo nella fiction tratta da <em>Il nome della Rosa. </em>L’anno scorso doveva essere a teatro con Franco Branciaroli, per <em>Falstaff e il suo servo</em>. Non è riuscito. Si è ripreso. Ha preteso di fare Enrico IV. Il re. Il re del teatro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di titani, in verità, ho il privilegio di vederne due. Me ne sto assiso in alto, al buio. Roberto Herlitzka ha movimenti minuti, regali – l&#8217;<em>Enrico IV </em>di Pirandello, in fondo, inscena il potere incantatorio del teatro e il suo tabù, la follia del credervi. Lo guida Antonio Calenda,</strong> <strong>prometeo della regia teatrale. Lui un <em>Enrico IV </em>lo ha già fatto: era il 1981, con un magnifico Giorgio Albertazzi.</strong> Il rapporto tra Calenda e Herlitzka dura da cinquant’anni. Nel 1969 Calenda realizza un <em>Coriolano </em>con lui, Gigi Proietti e Mario Sciacca; all’ombra di Shakespeare accade quell’altra produzione mirabile, il <em>Re Lear </em>del 2004, con Daniela Giovanetti – in scena anche per questo <em>Enrico IV</em>, elfica certezza –, Luca Lazzareschi e Alessandro Preziosi. Ancora un re. I due, insieme, non si limitano al classico canonico: nel 1971 lavorano a <em>Il balcone </em>di Jean Genet, con Sergio Tofano, Franca Valeri, Milena Vukotic, che vulcanica voglia di nuovo, che aristocrazia del rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto, però, è un altro. Lo chiamerei: la nobiltà della sfida. Anzi: il sovvertimento dei valori culturali. Roberto Herlitzka fa <em>Enrico IV</em> per la regia di Antonio Calenda. Dove sta il <em>nuovo</em>? Nel fatto che Herlitzka sceglie, senza sotterfugi, il sottosuolo. Non va su un grande palcoscenico, nell’alcova di un sontuoso teatro. Sceglie uno spazio off, austero, graniticamente rude – cioè: sacro – come il <a href="https://teatrobasilica.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Teatro Basilica</a></strong> in San Giovanni in Laterano. Poco meno di cento posti, una sorta di tabernacolo in pietra sotto il santuario della Scala Santa. Uno spazio selvatico, scomodo, roccioso – perciò, lo ridico: sacro. Herlitzka replica al ridicolo della cultura italiana odierna partendo da zero, guadagnandosi una nuova giovinezza, rifiutando le luci della fama. L’<em>Enrico IV</em> – che sarà in scena dal 25 febbraio all’8 marzo prossimi – è costruito con Calenda insieme ai ragazzi del Gruppo della Creta, coordinati dal regista assistente Alessandro Di Murro. C’è una povertà miracolosa, l’autentico, lo sfolgorio del candore, qui. Quando Herlitzka, dopo quasi quattro ore di prove, se ne va, sorride a tutti, “onorato”, dice, chinando di poco la testa, il re.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La sera, accade il miracolo numero due. Al Teatro Basilica vedo <a href="https://teatrobasilica.com/project/backtobeckett/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Back to Beckett</em></a>, spettacolo costruito assemblando alcune parti dei romanzi del divo Samuel. La scelta di Marco Carniti – il regista – è perfetta: ribalta i ruoli (gli spettatori siedono nello spazio scenico), copre le seggiole con un velo, quasi una nebbia, il gioco di luci&amp;suoni e la presenza muta, mutante di Dario Guidi, è ottima. <strong>Stupefacente, piuttosto, è Francesca Benedetti, attrice mitologica</strong> – classe 1935, ha lavorato con Costa, Proietti, Gazzolo, Ronconi, Strehler, Tiezzi, nel 1959, in <em>Uomini e nobildonne</em>, ha recitato con Vittorio De Sica, per dire – che urla, sbatte, sbraita, bercia di sesso, scoreggie, ano, defecazione beckettiana. Sputa, erutta incomprensioni, si sdraia, stravacca, scompare.<strong> Ha la faccia pitturata e un paio di pittoreschi occhiali. Non ha paura di nulla, Francesca. Questa diva, dico, non ha paura di eccedere, di sputtanarsi, si cede, totalmente, all’atto teatrale. Potrebbe apparire grottesca, invece è grande: </strong>sono gli spettatori, improvvisamente, al suo cospetto, a sentirsi inermi, ridicoli. Che lezione. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Roberto Herlitzka nelle vesti di &#8220;Enrico IV&#8221; per la messa in scena, sotto la direzione registica di Antonio Calenda, al Teatro Basilica in Roma; photo Tommaso LePera</em></p>
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		<title>Ha messo in scena Manganelli e Moravia, ha diretto Albertazzi, Branciaroli, Herlitzka. “Alla sclerosi della cultura italiana rispondo lavorando con i giovani”: dialogo con Antonio Calenda</title>
		<link>https://www.pangea.news/antonio-calenda-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 04:12:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/antonio-calenda-intervista/">Ha messo in scena Manganelli e Moravia, ha diretto Albertazzi, Branciaroli, Herlitzka. “Alla sclerosi della cultura italiana rispondo lavorando con i giovani”: dialogo con Antonio Calenda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, lei non ce la fa a farsi marmorizzare nel ruolo del Grande Regista del Teatro Italiano, gli dico, sfottendolo un po’. Un paio d’anni fa Manfredi Edizioni ha pubblicato un impressionante libro fotografico per celebrare <em>Il teatro di Antonio Calenda</em>. </strong>Dalle fotografie, meravigliose, di Tommaso Le Pera, baluginano i giganti, Giorgio Albertazzi, in un micidiale <em>Enrico IV </em>di Pirandello, Roberto Herlitzka, ovunque, da <em>Le Balcon </em>di Jean Genet a <em>Re Lear</em>, e poi Michele Placido (in un <em>Otello </em>del 2002) e Piera Degli Esposti, la sua attrice-feticcio (“sono stata scelta per la prima volta da ‘Tonino’ Calenda”, ammette lei), e Pupella Maggio e Franco Branciaroli, con cui ha fatto di tutto – compreso un <em>Edipo re </em>in cui Branciaroli faceva anche Giocasta, vestito da donna – e con cui torna a lavorare, ora, per un <em>Falstaff</em>. “Sa, lavorare con Branciaroli, per un regista, è fantastico: è uno che ha coraggio, è uno che si butta. Ho diretto tutti i grandi, è vero”, mi fa, mentre sciorino i nomi, “…e da loro ho appreso moltissimo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70384 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-768x960.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-820x1024.jpg 820w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-1320x1649.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-22-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" />Le dico una data e un anno. “Iperipotesi”, 1965. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le rispondo: Giorgio Manganelli. Sono stato il primo a mettere in scena un testo di Manganelli quando nessuno lo conosceva. Veniva a teatro in bicicletta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erano gli anni del Teatro Centouno, che ha fondato con Gigi Proietti e Virginio Gazzolo. Ora, affianca l’attrice Daniela Giovanetti, il regista Alessandro Di Murro e il Gruppo della Creta nella creazione del nuovo TeatroBasilica. Insomma, rifiuta la ‘canonizzazione’…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, c’è un valore simbolico. Il TeatroBasilica nasce nei pressi della più antica basilica romana, dove oggi sorge San Giovanni in Laterano. È uno spazio mistico, che fa percepire il valore sacro del teatro. E poi ho capito che in questo momento di sclerosi culturale non possiamo esimerci dalla trasmissione del sapere ai giovani. Questa trasmissione fisica, artigianale, storiografica del teatro ai giovani è la cosa che più mi ispira. D’altronde, io sono stato scoperto così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi spieghi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh, per tenere in piedi il Teatro Centouno io mi arrangiavo facendo l’avvocato, Proietti faceva cabaret. Ai nostri spettacoli venivano sì e no 15 persone. Corrado Augias era il nostro <em>dramaturg</em>… Nel 1965, appunto, mettevamo in scena <em>Direzione morale </em>di Augias. Nel pubblico, senza che sapessimo chi fosse, c’era anche Paolo Grassi. Dopo una settimana proprio Grassi mi telefona dicendomi di voler portare il nostro spettacolo al ‘Piccolo’ di Milano. All’inizio pensai a uno scherzo, ma fu il nostro lancio. Un lancio formidabile, perché ad assisterci, a Milano, c’erano i critici teatrali più importanti dell’epoca. Mi dica lei quale grande direttore di teatro, oggi, fa simili scommesse. Ho deciso di farle io.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi corregga se sbaglio: a me pare che le stagioni degli ‘stabili’ siano quasi tutte uguali, realizzate con gli stessi ingredienti, forgiando cartelloni ‘generalisti’ con un Pirandello qui uno Shakespeare là…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">…al contrario, io, anche quando sono stato alla guida dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, ho sempre dato spazio alla drammaturgia. Penso che gli stabili dovrebbero inaugurare le loro stagioni con il testo di un autore italiano: sarebbe l’unico modo per vivacizzare la nostra drammaturgia, piena di ottimi scrittori. In Inghilterra è normale agire in questo modo, da noi, di solito, l’autore italiano è mal sopportato, si va sul sicuro, pratichiamo un teatro ancora provinciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure lei è uno che ha lavorato moltissimo con i ‘classici’, sviscerando la tragedia antica, Shakespeare, Brecht…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“In questo caso, a mio avviso, bisogna cercare i nessi tra il classico e la realtà presente, agire con una sorta di regia ‘critica’. Oltre ad essere stato uno dei primi ad aver portato Harold Pinter sulle scene italiane, nel 1975 ho fatto un <em>Lear</em> di Edward Bond, prima che diventasse il drammaturgo notissimo che conosciamo, che lasciò la critica esterrefatta.</p>
<figure id="attachment_70385" aria-describedby="caption-attachment-70385" style="width: 408px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70385" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/calenda-300x200.jpg" alt="" width="408" height="272" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/calenda-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/calenda-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/calenda.jpg 1024w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /><figcaption id="caption-attachment-70385" class="wp-caption-text">Antonio Calenda ha fondato il Teatro Centouno con Gigi Proietti e Virginio Gazzolo, è stato direttore del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia; affianca la costruzione del nuovo TeatroBasilica a Roma. Ha diretto i più importanti attori del teatro italiano</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1969, cinquant’anni fa, mette in scena Alberto Moravia con “Il Dio Kurt”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno spettacolo potente, che fece letteralmente esplodere Gigi Proietti. Ho sempre pensato che i grandi scrittori di un’epoca e di una nazione dovessero cimentarsi con il teatro. Ho lavorato, tra gli altri, con Moravia e con Claudio Magris e in entrambi ho scoperto il desiderio assoluto di diventare drammaturghi. In un viaggio verso Foggia, per una replica del suo spettacolo, Moravia mi disse, “vorrei passare alla storia come Molière, scrivere una trentina di testi e metterli in scena”. Allo stesso modo, Magris, con cui ho lavorato con grande gioia in <em>La mostra </em>con Herlitzka e <em>Lei dunque capirà </em>con Daniela Giovanetti, ritiene il teatro come la forma di espressione più alta e difficile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Manganelli, Moravia, Magris… Simone Cristicchi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è cominciato con <em>Magazzino 18</em>: volevo che qualcuno raccontasse l’esodo dei dalmati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu uno spettacolo che fece parlare molto. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diventò un piccolo caso ‘politico’, attaccato da destra e da sinistra. Poi gli stessi di destra e di sinistra venivano allo spettacolo e si commuovevano. Fu un musical epico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rimpianti? O meglio: cosa vorrebbe mettere in scena?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quarant’anni fa chiesi ad Angelo Maria Ripellino un grande testo sulla nascita del teatro russo. Lui scrisse <em>Il trucco e l’anima</em>, un romanzo saggistico, bellissimo. È ora di metterlo in scena. Lo farò al TeatroBasilica, in forma di laboratorio. Poi sarò a Siracusa, in primavera. Voglio affrontare <em>Le nuvole </em>di Aristofane. Sarà la mia ottava regia <a href="http://www.indafondazione.org/it/eschilo-doro-2012-ad-antonio-calenda/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">al teatro greco di Siracusa</a>, sono il regista in esercizio che ne ha fatte di più…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’è punta di nostalgia in questa ultima asserzione, non c’è spina di rimpianto.</strong> Il grande regista non è pronto per mummificarsi in storia. Rilancia. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Giorgio Albertazzi nell'&#8221;Enrico IV&#8221; di Pirandello secondo Antonio Calenda, nel 1981; photo Tommaso Le Pera</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/antonio-calenda-intervista/">Ha messo in scena Manganelli e Moravia, ha diretto Albertazzi, Branciaroli, Herlitzka. “Alla sclerosi della cultura italiana rispondo lavorando con i giovani”: dialogo con Antonio Calenda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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