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	<title>ragazza Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Un bambino di un anno, sano e ben nutrito, è l’alimento più delizioso di tutti”: ecco perché 290 anni dopo la “Modesta proposta” di Swift è il libro più corrosivo di sempre</title>
		<link>https://www.pangea.news/un-bambino-di-un-anno-sano-e-ben-nutrito-e-lalimento-piu-delizioso-di-tutti-ecco-perche-290-anni-dopo-la-modesta-proposta-di-swift-e-il-libro-piu-corros/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 07:36:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima dei sei anni, i bambini non ce la fanno a campare di furti, quindi: meglio farli fuori. Anzi: mangiarli, cucinarli a puntino; in umido, arrostiti, al forno, bolliti. Parola del reverendo Jonathan Swift, decano della cattedrale di St Patrick a Dublino. Sono passati quasi tre secoli, duecentonovanta anni, da quel 1729, la crisi economica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/un-bambino-di-un-anno-sano-e-ben-nutrito-e-lalimento-piu-delizioso-di-tutti-ecco-perche-290-anni-dopo-la-modesta-proposta-di-swift-e-il-libro-piu-corros/">“Un bambino di un anno, sano e ben nutrito, è l’alimento più delizioso di tutti”: ecco perché 290 anni dopo la “Modesta proposta” di Swift è il libro più corrosivo di sempre</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Prima dei sei anni, i bambini non ce la fanno a campare di furti, quindi: meglio farli fuori. Anzi: mangiarli, cucinarli a puntino; in umido, arrostiti, al forno, bolliti. </strong>Parola del reverendo Jonathan Swift, decano della cattedrale di St Patrick a Dublino. Sono passati quasi tre secoli, duecentonovanta anni, da quel 1729, la crisi economica affligge l’Irlanda, la miseria è ovunque. “Che cosa malinconica, per coloro che passeggiano per questa grande città o viaggiano nel nostro Paese, vedere nelle strade principali e secondarie, e sulle soglie delle casupole, branchi di donne che importunano i passanti chiedendo l’elemosina, con al seguito tre, quattro o sei marmocchi coperti di stracci”. <strong>Le prime parole del pamphlet <em>Una modesta proposta </em>(titolo completo: <em>per evitare che i figli degli irlandesi indigenti siano di peso ai genitori o al Paese, facendone un beneficio per tutti</em>), a cura di Luciana Pirè (con testo originale a fronte, edito da Marsilio) hanno gambe da gigante per camminare, oltrepassano i secoli, come fossero centimetri.</strong> La tesi curiosa e senza tempo: per sconfiggere sovrappopolazione e disoccupazione il rimedio è semplicissimo, è l’antropofagia. <strong>Si mettano in vendita i figli più grassi e, cucinati a puntino con varie ricette, contribuiranno al welfare della nazione.</strong> <em>Ucci ucci sento odor di cristianucci</em>, le parole del racconto di Pollicino acquistano, nel delizioso saggio del geniale autore de <em>I viaggi di Gulliver</em>, un registro satirico e politicamente scorretto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66103 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/swift-199x300.jpg" alt="" width="138" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-768x1158.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift.jpg 1087w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" />Corrosivo e vitale, Swift – che pubblica la prima volta <em>A Modest Proposal</em> in forma anonima a Dublino, nell’ottobre 1729 – non prescinde mai dalla corporeità, dalle sue potenzialità mai esaurite</strong>, come scrive nell’utile <em>Introduzione</em> Luciana Pirè. La tesi della <em>Proposta</em> è corroborata da molti esempi e da spietate argomentazioni a sostegno. Un primo sguardo ai commercianti: “mi assicurano che un ragazzo o una ragazza non sono merce vendibile prima di dodici anni e che, anche quando raggiungono quest’età, non rendono più di tre sterline, o al massimo tre sterline e mezza corona secondo le quotazioni del mercato”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allusione al tema del cannibalismo nel nuovo mondo non è troppo velata ed è venata di riferimenti politici al partito dei Whig da cui Swift, a quel tempo, stava prendendo le distanze. <strong>“Un americano che ho conosciuto a Londra, da buon intenditore, mi ha garantito che un bambino di un anno, sano e ben nutrito, è l’alimento più delizioso, nutriente e salutare, sia in umido, arrostito, al forno o bollito: e non ho dubbi che possa rendere lo stesso ottimo servizio in <em>fricassée</em> o al <em>ragoȗt</em>”.</strong> Oltretutto i bambini non sono figli santificati da un vincolo di matrimonio, ma sono più che altro, diremmo noi oggi, <em>figli della serva</em>. I bambini costano e il trattatello di antropofagia infantile prevede anche sadici suggerimenti per le puerpere in allattamento: “consigliando sempre alle madri di lasciarli poppare in abbondanza nell’ultimo mese in modo che arrivino grassi e carnosi su una buona tavola”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il bambino entra così nel menù: “un bambino basterà per due portate in un pranzo tra amici: se invece la famiglia è senza compagnia, ricaverà porzioni ragionevoli dal quarto anteriore o posteriore; e, lessato e condito con un po’ di pepe o sale, sarà molto appetitoso il quarto giorno, specialmente d’inverno”.</strong> Già nei <em>Viaggi di Gulliver</em>, si notava l’interesse squisito di Swift per i diversi tipi di carne. Il gigante legato riceveva, infatti, dai piccoli abitanti, carne di “parecchi tipi di animali”, spalle, cosce, lombi, dalla forma di montone, sapientemente cucinati. Lo studio di Swift è approfondito e contempla i mesi in cui il mercato è più florido: “la carne infantile sarà di stagione tutto l’anno, ma più abbondante in marzo, e un po’ prima e un po’ dopo questo mese. Un autore serissimo, ed eminente medico francese, ci racconta infatti che nei paesi cattolici, dove una dieta a base di pesce è ritenuta propizia alla fecondità, nascono più bambini all’incirca nove mesi dopo la Quaresima che in ogni altra stagione”. Non potranno mancare i mattatoi appositi e nemmeno i macellai pronti a lavorare la carne tenera e ancora calda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’altra riflessione nasce dall’attenta distinzione di genere nella carne: “la carne dei maschi infatti, stando a quanto un mio conoscente americano ha verificato per reiterata esperienza, è in genere stopposa e magra</strong> come quella dei nostri scolari, a causa del loro continuo movimento, e il sapore non è gradevole, sicché metterli all’ingrasso non varrebbe la spesa”. Del resto, non si muore solo sotto la fredda lama di un coltello, anzi: “è risaputo che per il freddo, la carestia, la sporcizia e i pidocchi, ne muoiono e ne marciscono ogni giorno con la rapidità che ci si può ragionevolmente aspettare”.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione, si ridurrebbe il numero dei <em>Papisti</em> che, poi, sono i più prolifici d’Irlanda. Tale abbondanza di carne ingrasserebbe anche gli osti che, con tale prelibatezza, potrebbero arricchirsi. Per non parlare dell’incoraggiamento alle nozze, alla premura delle madri verso i figli, all’amorevolezza dei mariti verso le mogli in dolce attesa (che, normalmente, le gonfiano di botte). <strong>“Gli uomini sarebbero affezionati alle mogli durante la gravidanza, come lo sono ora alle cavalle pregne dei puledri, alle mucche dei vitelli o alle scrofe in procinto di sgravarsi; e, per timore di un aborto, non le riempirebbero di pugni e calci (usanza fin troppo frequente)”. </strong>La carne in scatola – o più precisamente “manzo in barili” – darebbe avvio ad un deciso export del settore. E ridurrebbe l’import: in Irlanda indurrebbe all’acquisto di beni nazionali. Insomma una facile politica economica, a costo zero, in grado di rialzare l’Irlanda dalla genuflessione verso lo sfruttamento colonialista dei governanti britannici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore corrosivo, acclamato come patriota irlandese, <em>ibernico</em> – lui che non amava l’Irlanda, nato da protestanti di origine inglese, la sua <em>modesta proposta</em> è volta unicamente al bene comune &#8211; si mette al riparo: <strong>lui non potrà ricavare un penny dai suoi figli, il più piccolo ha già nove anni e per la moglie si è già fermato ormai l’orologio biologico. La proposta è sarcastica, indecente ma del resto lo è anche la povertà, ieri come oggi.</strong> Cinque anni prima di morire, Jonathan Swift scrive anche il testamento, lascia le sue sostanze per la creazione di un manicomio che sarà aperto nel 1757: “Saint Patrick’s Hospital”, o del dott. Swift, come si chiama ancora oggi. I matti, i visionari, si sa, non muoiono mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>*<em>In copertina: Peter Paul Rubens, &#8220;Saturno&#8221;, 1636, Madrid, Museo del Prado</em></p>
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		<title>Valentino usa i poeti per fare moda. Sono tutti belli, ex modelli, impegnati nel sociale, molto social. Insomma, una pernacchia in faccia alla poesia (e c’è anche Allah in passarella)</title>
		<link>https://www.pangea.news/valentino-usa-i-poeti-per-fare-moda-sono-tutti-belli-ex-modelli-impegnati-nel-sociale-molto-social-insomma-una-pernacchia-in-faccia-alla-poesia-e-ce-anche-allah-in-passarella/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora potete sputare sulla mia ingenuità. * Serata solitaria, sciacalli lungo la riviera, l’ululato della malia. Cassone a sfamarmi, il tiggì di Rai 2 per farmi sentire parte della Storia. Il servizio parla di moda. Ascolto distrattamente. Si parla di una sfilata di Valentino. Il giornalista dice pressappoco che “Valentino ha usato per esaltare la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/valentino-usa-i-poeti-per-fare-moda-sono-tutti-belli-ex-modelli-impegnati-nel-sociale-molto-social-insomma-una-pernacchia-in-faccia-alla-poesia-e-ce-anche-allah-in-passarella/">Valentino usa i poeti per fare moda. Sono tutti belli, ex modelli, impegnati nel sociale, molto social. Insomma, una pernacchia in faccia alla poesia (e c’è anche Allah in passarella)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora potete sputare sulla mia ingenuità.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Serata solitaria, sciacalli lungo la riviera, l’ululato della malia. Cassone a sfamarmi, il tiggì di Rai 2 per farmi sentire parte della Storia. Il servizio parla di moda. Ascolto distrattamente. Si parla di una sfilata di Valentino.<strong> Il giornalista dice pressappoco che “Valentino ha usato per esaltare la nuova collezione i versi di alcuni poeti contemporanei”. </strong>Il cassone mi pare aragosta. Esulto. Con un tot di morigerata invidia. Chi saranno i “poeti contemporanei” che sfogano la loro vena lirica sugli abiti di Valentino?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per un po’ – sputate sulla mia ingenuità da agnellino con fauci da lupo – strologo. Saranno i versi di Milo De Angelis o quelli di Maurizio Cucchi?</strong> No, i guru della moda andranno su poeti più modaioli, penso a Isabella Leardini e alle truppe dei suoi lirici liceali. Certamente ci sarà Laura Pugno, forse Antonella Anedda o Mariangela Gualtieri, qualcosa saprà il mio amico Gabriele Galloni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora sputate sulla mia spuntata ingenuità da idiota con la maschera da Minotauro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi informo. La collezione è una evoluzione del progetto <a href="https://www.valentino.com/it-it/experience/spike-animation-on-love" target="_blank" rel="noopener"><em>Valentino On Love</em></a>, che prevede “la realizzazione di una collezione limited edition di 400 borse Valentino Garavani Rockstud Spike rosse con borchie rosse. Ogni borsa è numerata e personalizzata con una delle 400 poesie d’amore che Yrsa Daley-Ward ha dedicato al progetto, viene accompagnata da un libro contenente 25 componimenti inediti dell’autrice e un packaging speciale”. <strong>Chi cavolo è Yrsa Daley-Ward? Gran bella ragazza, mamma giamaicana, padre nigeriano, fa la modella e l’attrice, “spende il suo tempo tra Londra e Los Angeles” – che figata: io lo ‘spendo’, da straccione, tra Riccione, Misano e Milano, ogni tanto… Fa anche la poetessa. Per descrivere le sue poesie, dicono che è “vicina alle questioni femministe, antirazziste e LGBT”</strong> e che “le sue poesie, gesti istintivi che raccontano emozioni, hanno raggiunto migliaia di lettori e lettrici in tutto il mondo”. La schiena è attraversata da una scansione di cubi di ghiaccio. La ragazza è bella, sufficientemente ricca per vivere tra UK e USA, descritta, esteticamente, per i temi etici che tocca e attraverso i lettori che ne sono toccati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Provo a leggere una poesia di Yrsa, s’intitola <em>Profumo</em>, comincia così:</p>
<p>In teoria<br />
Ti ho scritto fuori dalla mia memoria.<br />
Comunque, il centro della mia faccia<br />
Rifiuta di essere detto.</p>
<p>Sono annullata. Forse c’è aria nella mia testa.<br />
Tre anni. E ho lavorato troppo nel nostro amore.<br />
Tra anni</p>
<p>E non posso annullare il problema del tuo profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che non mi pare memorabile. Con un po’ di sgomento continuo a informarmi. Leggo dal blog di Michele Ciavarella, sul <em>Corriere della Sera. </em>“Sugli abiti di questa collezione, discretamente ricamate all’interno di cappotti e di abiti, gelosamente inserite nei ricami e nelle stampe, ci sono le poesie di <strong>quattro poeti, Greta Bellamacina, Mustafa The Poet, Yrsa Daley-Ward, Robert Montgomery”. </strong>Non ci sono poeti italiani. Forse, non ci sono proprio poeti, ma poesie utili all’evento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Greta Bellamacina è un’altra bella tipa: viene da UK, classe 1990, fa la modella, l’attrice, è anche poetessa. Robert Montgomery è il marito di Bellamacina, classe 1972, è il più poeta di tutti</strong> – vizi sessantottini e un amore, dice, per Philip Larkin – celebre per certe azioni legate all’inclusione, all’amore planetario poetico e per le installazioni liriche: una delle ultime diceva “Le persone che ami diventano fantasmi dentro di te ed è così che le fai vivere”, roba che neppure i Baci Perugina. <strong>Mustafa the Poet è attore pure lui, poeta per necessità artistica, bilancia il quadro sul lato della tolleranza razziale e religiosa: “utilizza il potere delle arti”, si legge nel suo sito specifico – dacché tutti questi poeti hanno un sito internet proprio, figo – “toccando argomenti come la situazione giovanile, la malattia mentale, l’Islam, l’immigrazione, la violenza, la ricerca della pace”.</strong> Se aprite il suo sito, Mustafa vi dice che è “Solo grazie ad Allah e poi alla mia famiglia… sono riuscito a crescere come artista”. In un recente ‘cinguettio’ Mustafa ci dice che “Non vizierò il mio successo con cose di lusso: saprai che sono buono quando vado alla Mecca tre volte all’anno”. <strong>Prima di andare alla Mecca, però, Mustafa è in passerella, griffa un abito Valentino. Così anche Allah è diventata la divinità dei politicamente corretti.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Dite che non dovrei indignarmi? Io mi indigno. <strong>Vedere la poesia usata come decorazione dei buoni sentimenti e medaglia sugli ottimi fatturati, come altare dei buoni di cuore e panacea per tutte le stron*ate</strong> mi fa male.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lungi da fare il tango con gli snobismi: non contano i nomi – le griffe o le gaffe – ma le poesie, l’opera. <strong>Alla maison Valentino, brutalmente, dell’opera frega nulla. Ha scelto una nera impegnata per i diritti LGBT, un musulmano che porta Allah in passerella, una coppia di divi lirici inglesi. Tutti, va da sé, belli, fotogenici, social.</strong> <em>Politicamente corretto</em>, ormai, è una parola che va bene per i brontosauri, bisogna inventarne un’altra, più adatta, dalle malizie orwelliane. Il poeta non va in passerella, sguaina la spada per partecipare alla guerra degli sconfitti. Detronizza. Scarnifica i miti. Oppure si rinchiude nella purezza. Esagera. Non è servo – serve a liberarci. Se va in passerella, lo fa a suo modo, da disadatto, da re del regno d’altrove. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina, Greta Bellamacina</em></p>
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		<title>Serotonina è un pugno allo stomaco. Anzi, no, MH farebbe meglio a rileggersi Camus! Matteo Fais raccoglie l’opinione di quattro scrittori intorno all’ultimo libro di Houellebecq</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2019 07:49:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Uno scrittore non può non avere dei modelli. Il mio è Michel Houellebecq. Il che non vuol certo dire che abbia la vocazione dell’epigono. Ricordo troppo bene Nietzsche, in Così parlò Zarathustra: “si ripaga male il proprio maestro se si rimane sempre allievi”. Eppure, il romanziere in questione mi risulta un passaggio obbligatorio. In buona [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-un-pugno-allo-stomaco-anzi-no-mh-farebbe-meglio-a-rileggersi-camus-matteo-fais-raccoglie-lopinione-di-quattro-scrittori-intorno-allultimo-libro-di-houellebecq/">Serotonina è un pugno allo stomaco. Anzi, no, MH farebbe meglio a rileggersi Camus! Matteo Fais raccoglie l’opinione di quattro scrittori intorno all’ultimo libro di Houellebecq</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Uno scrittore non può non avere dei modelli.</strong> Il mio è <strong>Michel Houellebecq</strong>. Il che non vuol certo dire che abbia la vocazione dell’epigono. Ricordo troppo bene Nietzsche, in <em>Così parlò Zarathustra</em>: <strong>“si ripaga male il proprio maestro se si rimane sempre allievi”</strong>. Eppure, il romanziere in questione mi risulta un passaggio obbligatorio. In buona sostanza, se si vuole fare letteratura oggi come oggi, credo che non si possa prescindere da ciò che lui ha scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo altresì che la più <strong>grande lezione</strong> dei suoi romanzi sia come <strong>descrivere anche un’esistenza priva di avventura, di epica, di tragedia</strong>. Il mio secondo libro,<em> <strong>Storia Minima</strong></em>, riflette proprio su questo tema e cerca di dargli sostanza in una narrazione che è una non-storia. Certo, potrei citare anche <strong>Osamu Dazai</strong> e il suo <strong><em>Lo squalificato</em></strong>, ma Houellebecq, per appartenenza culturale, mi è più vicino e affine – il Giappone, anche quello americanizzato del post Seconda Guerra Mondiale, è pur sempre un altro mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg" alt="" width="142" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15.jpg 444w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Ho letto <strong><em>Serotonina</em></strong>, quest’ultimo romanzo del Maestro, con la solita passione, sospendendo nei giorni immediatamente successivi all’uscita qualunque altro tipo di attività. <strong>Vi ho trovato dei difetti, ma i pregi erano troppi e così travolgenti che mi sono innamorato anche questa volta</strong>. Houellebecq è comunque una spanna sopra gli altri, perfino quando non dà il meglio di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">In verità non ritengo che il suo testo appena uscito sia fiacco, come tutti vorrebbero far credere. È diverso! Vorrei proprio capire, quelli che lo trattano con sufficienza, che accidenti di autori abbiano in mente come termine di paragone. Non certo un italiano. <strong>Il branco di donzelle politicamente corrette che ci sono in circolazione, e fanno classifica, non mi pare degna neppure di aprirgli l’ennesima bottiglia del giorno.</strong> A ogni modo, vi sono certamente dei connazionali che stimo e che, come dimostrano i seguenti interventi, hanno tratto in qualche modo ispirazione dal francese. Purtroppo, <strong>la maggior parte di questi romanzieri sono semisconosciuti</strong> – se fossero francesi, forse la sorte sarebbe stata meno avversa nei loro confronti.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, ho pensato di raccogliere le loro <strong>impressioni a caldo</strong>, dopo la lettura di <em>Serotonina </em>– sapevo bene che anche loro non avrebbero resistito alla tentazione di leggerlo. Credo sia <strong>importante comprendere la ricezione di un testo</strong>, che volenti o nolenti risulta essere così importante per la narrativa europea, <strong>da parte di chi a sua volta ha la passione per la scrittura</strong>. Così ho posto loro la seguente domanda: <strong>“Rispetto all’influenza che può aver avuto l’opera di Michel Houellebecq sulla tua scrittura, ritieni che <em>Serotonina </em>possa costituire un modello per i tuoi prossimi lavori?”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>speranza </strong>è, infine, quella di far scoprire ai lettori di Houellebecq che <strong>esistono scrittori </strong>i quali, pur differenti dal noto autore di <em>Le particelle elementari</em>, <strong>potrebbero avere qualcosa da dire a chi cerca narrativa di valore</strong>, al di là dei brand imposti dal mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matteo Fais</strong> è nato a Cagliari, nel 1981. Ha scritto su diverse riviste. Al momento, è collaboratore fisso di “Pangea.news” e “VVox Veneto”. Il suo esordio letterario è avvenuto con <em>L’Eccezionalità della regola e altre storie bastarde</em>, Robin Edizioni. Per lo stesso editore ha pubblicato di recente <em>Storia Minima</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*******</p>
<p style="text-align: justify;">Seguo Houellebecq e lo rispetto molto come scrittore, ma non ho mai pensato di imitarlo. Trovo molto interessante la sua scrittura ma la sento lontana da quello che, attualmente, è il mio universo narrativo. <strong>In particolare <em>Serotonina</em> mi è sembrato un romanzo fuori fuoco, abbozzato, non al suo livello. Se dovessi usarlo come modello, sarebbe un modello negativo.</strong> Insomma: se persino Houellebecq può commettere simili leggerezze (vorrei dire errori) di verosimiglianza e plausibilità è perché la stesura di un romanzo è davvero una brutta gatta da pelare per chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cristò</strong> (1976), barese, ha pubblicato <em>Come pescare, cucinare e suonare la trota</em> (Florestano), <em>L’orizzonte degli eventi</em> (Il grillo), <em>That’s (im)possibile </em>(Caratterimobili e Intermezzi), <em>La carne</em> (Intermezzi), <em>Restiamo così quando ve ne andate</em> (TerraRossa).</p>
<p style="text-align: justify;">*******<br />
La risposta è no. Houellebecq è unico. Siamo molto differenti nello stile di scrittura. La sua è saramaghiana in certi momenti, con frasi lunghe, senza punto, le virgole a fare un po’ d’ordine al flusso di pensieri dirompenti. <strong>Contenutisticamente lui è il presente – io, finora, ho scritto solo del passato – e lo racconta come nessun altro. È devastante. <em>Serotonina </em>è un cazzotto in un occhio e un pugno alla bocca dello stomaco dei sentimenti, della nostra condizione miserabile di razza umana destinata al dolore e allo stordimento per cercare di dimenticare la sofferenza inevitabile.</strong> Nemmeno Dostoevskij era riuscito a sviscerare tanto il male di vivere. Ho letto non so dove che qualche scrittorino italiano lo avrebbe definito “populista”. Che pena noi scrittori italiani: abbiamo sempre e solo da criticare per via del senso di inferiorità che ci è connaturato. Peccato, la nostra è la lingua più bella del mondo e ci sentiamo i più sfigati. <em>Serotonina</em>, comunque, non mi può influenzare, perché io non so scrivere come lui e perché le mie tematiche sono lontane. Solo Houellebecq può dire certe cose del presente e sul presente. Perché le sa dire. Vorrei però aggiungere che il romanzo in questione, secondo me, non ci azzecca nulla né con i gilet gialli, né col populismo. Piuttosto, è una frustata sull’amore impossibile tra uomo e donna. Sulle “coincidenze che sono le strizzatine d’occhio di Dio”. Sulla devastazione delle nuove generazioni che si ubriacano di assenzio, come nell&#8217;Ottocento i minatori e i sottoproletari – e i ricchi borghesi nascenti –, per dimenticare una condizione lavorativa e sociale spaventosa (la stessa che viviamo noi oggi). <strong><em>Serotonina </em>è la Francia socialista che ha ucciso l’amore e la speranza, ma soprattutto i desideri. Quella Francia socialista che non ha mai saputo essere liberale e liberista, ma solo un mix di niente. Filo araba, fastidiosamente filo araba. Antisemita. </strong>Fascista nel suo socialismo d’accatto della ricca <em>gauche caviar</em>. La Francia stronza che guarda ai suoi interessi di <em>grandeur </em>e fa fuori Gheddafi (e crea il casino di Ustica) e si mangia l&#8217;Africa a fettine di cannibalismo tagliate a misura col franco travestito da euro. Houellebecq e <em>Serotonina </em>non possono essere un modello per me, perché io non scriverò mai sul e del presente. Questo mi fa orrore, così come mi fa orrore la nuova Europa musulmanizzata, queste periferie – e non solo – rovinate dalla presenza di tribù di donne velate e maschi da monta con barba e occhi da avvoltoi, le moschee che vorrebbero innalzarsi sulle mie, anzi sulle nostre, chiese e sinagoghe. Il presente è guerra del Capitale contro gli esseri umani – scusa la divagazione. Il Capitale che non si regge più sul complotto giudaico massonico – magari lo rifacesse –, ma sulla finanza islamica e islamizzante che non conosce diritti sociali ma solo schiavi e devoti, ciò che stanno tentando di farci diventare tutti quanti. No, <em>Serotonina </em>non sarà un mio modello, perché ho rispetto per le grandi opere e detesto gli epigoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Adriano Angelini Sut</strong>, romano, traduttore e scrittore. Ha pubblicato nel 2009 <em>101 cose da fare a Roma di notte</em> (Newton Compton). Nel 2015 esce <em>Jackie </em>(Gaffi Editore), un romanzo biografico su Jacqueline Kennedy. Nel 2017 <em>Mary Shelley e la Maledizione del lago</em> (Giulio Perrone), la biografia romanzata su Mary Shelley. Nel 2018 è presentato allo Strega con il romanzo <em>L&#8217;ultimo singolo di Lucio Battisti</em> (Gaffi Editore). Ha collaborato con “Il Foglio” e “Radioradicale.it”. Collabora con www.atlanticoquotidiano.it. Fra le sue traduzioni, <em>Ogni Cosa è Maschera</em> di Janice Galloway (Gaffi); <em>Sex Trafficking</em> di Siddarth Kara (Castelvecchi); <em>Il programma</em> di  James Dashner (Fanucci).</p>
<p style="text-align: justify;">**********</p>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci di nuovo a tu per tu con il Maestro. <strong>Ci tengo a precisare fin dall’inizio che a me, quest’ometto che raramente vien bene in foto – una rapida ricerca su Google non può che confermarlo –, con quella faccia da pervertito etilista, sta proprio simpatico. </strong>E forse neanche troppo per qualità letterarie od originalità di una voce che si sta permutando in marchio. A me sta simpatico perché la sua faccia dice tutto. Ad andarci di fisiognomica ci si legge il disastro in atto, un senso di frana, di caduta libera, una scapigliatura – in tutti i sensi – flaccida e imbolsita. Le stesse caratteristiche che si ritrovano appiccicate ai suoi personaggi, dal Bruno Clèment di <em>Le particelle elementari </em>al protagonista di <em>Estensione del dominio della lotta </em>fino ad arrivare al Florent-Claude Labroust di questo nuovo <em>Serotonina</em>. Detto in estrema sintesi, il buon vecchio Michel inizia a mostrare la corda, ripetendosi in cliché, situazioni e narcisismi vari che rimandano a quel gusto di <em>èpater </em>un po’ fine a se stesso. Lo stesso gusto che può starci nei primi lavori, sorretto da una tensione metafisica che fa da contraltare a un certo decadentismo fuori moda. Quindi va bene il nichilismo esasperato, figlio a sua volta di un consumismo fuori controllo – simpatiche, in questo senso alcune situazioni serotoniniane, Yuzu, la ragazza giapponese letteralmente ricoperta di diciotto lozioni per la pelle, e vien da immaginare, altrettanto facilmente ricoperta di sperma canino in un filmato scovato fra le sue mail. A voler fare i sociologi da strapazzo rieccoti la solita equazione fra sessualità e consumo, la marxistica reificazione del corpo, del desiderio, eccetera eccetera. <strong>Simpatico, quindi, il buon vecchio Michel, che però pare non riuscire ancora a sganciarsi da un certo maledettismo da banchi di scuola – la stessa Yuzu è maestra di “sorprendenti” pugnette in aereo, ma davvero, apro parentesi, a quasi cinquant’anni ci si deve ridurre così?</strong> Insomma, se il nostro vuol farsi interprete di un disagio, lo stesso che fu di suoi compatrioti come Céline, Sartre o Camus, e mi par di capire che la sua ambizione sarebbe quella, gli consiglierei di metter da parte le frettolose chiacchiere con il suo agente sul tipo di pubblico a cui rivolgersi – l’editore francese è la potente casa Flammarion – e farsi una rilettura, che tanto fa sempre bene, ad esempio del suo amato <em>Lo straniero</em>. In esso, anche un nichilista dell’ultima ora capirebbe che le conseguenze dell’angosciante rapporto di Meursault con la madre non erano questione da risolvere con due pugnette in aereo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Campucci</strong> nasce a Firenze, nel 1983. Qui si laurea in Filosofia e inizia a collaborare con vari editori. Nel 2009, tramite il sito ilmiolibro.it, esce il suo primo romanzo, <em>Naive</em>. È poi la volta di un saggio filosofico, <em>Nietzsche, la fine della ragion pura</em>, 2011, per l’editore Mimesis. Nel 2012 pubblica, per Arduino Sacco, la raccolta di racconti <em>Cupio dissolvi</em>, per poi arrivare, nel 2013, al romanzo <em>La scampagnata</em>, sempre per l’editore Arduino Sacco. Nel 2016, approda alla Leone edizioni con il romanzo <em>Plastic shop</em>. Per lo stesso editore, nel 2018, pubblica infine il romanzo <em>Porn food</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*******</p>
<p style="text-align: justify;">Quando uscirono <em>Le particelle elementari</em> (il secondo romanzo di Houellebecq, che però l’Italia scoprì per primo) e, di seguito, <em>Estensione del dominio della lotta</em>, mi colpì l’andamento saggistico incistato nella narrazione con cui, tra cinismo e dolente ironia, questo scrittore smascherava le pecche del mondo contemporaneo e l’inettitudine – l’inesorabile perdita di libido compresa – del maschio bianco occidentale. Parlo delle leggi del liberalismo applicate alla competizione sessuale tra individui, impegnati in una strenua lotta; del sesso che, una volta svincolato dalla procreazione, non sussiste più come principio di piacere, ma è veicolo di differenziazione narcisistica, ecc. E qui vengo all’impatto che queste narrazioni possono aver avuto nella mia formazione di scrittore: quando nei romanzi <em>Nicola Rubino è entrato in fabbrica</em> (Feltrinelli 2004, Terrarossa 2016) e <em>La gente per bene</em> (Terrarossa 2018) ho scelto di raccontare le vite di operai o di disoccupati – quasi mai protagonisti nel panorama letterario italiano –, tratteggiando gli ambienti in cui vivono e gli stanchi rituali aziendali, ho tenuto ben presente una delle sue massime, valida ancora oggi: “Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non vuole sentire parlare. Il contrario del decoro. Insistete sulla malattia, l’angoscia, lo squallore. Parlate della morte e dell’oblio. Della gelosia, dell’indifferenza, della frustrazione, dell’assenza di amore. Siate abietti, e sarete veri”. <strong>Non so ancora dire se <em>Serotonina</em> saprà suggerirmi degli spunti interessanti, anche perché in questo romanzo c’è quello sguardo a cui Houellebecq ci aveva già abituati (le cosiddette massime, ad esempio, le ho trovate un po’ annacquate e di maniera, meno ficcanti che in passato), ma è <em>comunque apprezzabile e vitale</em> il tentativo di confrontarsi con la realtà e il presente.</strong> Lasciamo stare l’Italia letteraria o che si ritiene tale, ben inteso, narrativamente ferma all’analisi storica del fascismo e alla musealizzazione della Resistenza, o persa in contorti sperimentalismi, o che ciurla snobisticamente nel manico della distopia, incapace di dire pane al pane e vino al vino – un modo per schifarla, o scansarla, questa realtà. Concedetemi: conoscete altre voci europee che, al giorno d’oggi, si occupino di queste tematiche con altrettanta virulenza? Ho trovato interessanti quei passaggi in cui il protagonista, totalmente alla deriva, in preda a meditazioni suicide e ossessionato dai ricordi della sua Camille (il perduto amore di gioventù che forse avrebbe potuto salvarlo), per ignorare i festeggiamenti di Natale e Capodanno, si immerge nella provincia rurale francese. Sì, mi sono piaciute le descrizioni dei luoghi, in particolare. <strong>Un momento caustico del romanzo è quello in cui il personaggio, irrimediabilmente depresso, si stona di trasmissioni televisive, quasi sempre a carattere culinario, e afferma che l’Occidente – e con essa l’umana libido – sta regredendo allo <em>stadio orale</em>: </strong>nella città in cui vivo, ad esempio, è l’unica cultura che resiste, non si parla d’altro che di cibo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Dezio</strong> è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto nell’antologia <em>Sporco al sole. Racconti del sud estremo</em> (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo <em>Nicola Rubino è entrato in fabbrica</em>, opera che inaugura una nuova stagione della cosiddetta letteratura industriale e ora riproposta da TerraRossa Edizioni. Del 2014 è la sua prima raccolta di racconti, <em>Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta</em> (Stilo), diversi dei quali già apparsi su quotidiani e riviste. Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit, su Rai Radio 3. Ha collaborato con “l’Unità”, “la Repubblica-Bari”, “Corriere del Mezzogiorno”. Il suo ultimo romanzo è <em>La gente per bene</em> (TerraRossa Edizioni, 2018).</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-un-pugno-allo-stomaco-anzi-no-mh-farebbe-meglio-a-rileggersi-camus-matteo-fais-raccoglie-lopinione-di-quattro-scrittori-intorno-allultimo-libro-di-houellebecq/">Serotonina è un pugno allo stomaco. Anzi, no, MH farebbe meglio a rileggersi Camus! Matteo Fais raccoglie l’opinione di quattro scrittori intorno all’ultimo libro di Houellebecq</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</title>
		<link>https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 05:34:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No, non è perfetto – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. Eppure è superlativo, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No, <strong>non è perfetto</strong> – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. <strong>Eppure è superlativo</strong>, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il corso del nuovo anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo Houellebecq, in <em>Serotonina</em>, ha un <strong>problema </strong>troppo grande per non essere notato, che mi porterebbe a bocciarlo senza appello, se non fosse per il tripudio di saggezza esistenzialista – e politicamente scorrettissima – che tracima abbondante dalle sue righe. Il francese ha creato un <strong>personaggio </strong>– un consulente esterno del Ministero dell’Agricoltura – decisamente <strong>inadatto per far uscire dalla sua bocca riferimenti letterari che spaziano con leggerezza all’interno di tutta la letteratura europea</strong>. Se la cosa era tranquillamente accettabile per Bruno, il professore di letteratura in <em>Le particelle elementari</em>, oppure nel caso del docente universitario di <em>Sottomissione</em>, con <em>Serotonina</em> sembra proprio che Houellebecq abbia voluto strafare. In verità, qui, <strong>il solo protagonista è lui, con le sue idee</strong>, e le mentite spoglie che ha scelto come abito di scena non gli si attagliano neanche un po’. Ma forse il mio è un vezzo da critico pieno di rigide convinzioni come quella che <strong>il linguaggio debba essere commisurato</strong>, in particolare quando si usa la prima persona, <strong>al soggetto parlante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg" alt="" width="139" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15.jpg 444w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Diciamo allora che adotteremo quella che in gergo tecnico si chiama <strong>“sospensione di credibilità”</strong>. In sostanza: <strong>nella vita reale uno non parlerebbe mai così ma, quando si tratta di fiction, non si possono adottare gli stessi parametri</strong>. Difficile dirlo per un romanzo che avrebbe la pretesa di essere realista, se non neonaturalista – almeno questo sembra essere il genere adottato dallo scrittore, da <em>Sottomissione</em> in poi. Noi lo prenderemo per buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, <strong>Houellebecq vince a mani basse. “Ed ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé…”</strong>. Vero, verissimo! Direi che non c’è altro da aggiungere. Houellebecq è il medico perfetto per l’Occidente, quello a cui ognuno si vorrebbe rivolgere, quando abbiamo la certezza della malattia e tutti intorno ci prendono oscenamente per il culo. E lui ha ragione, <strong>siamo malati terminali e un’ideologia idiota ci impedisce di metterlo nero su bianco</strong> – per fortuna, lui di lusingare il pensiero dominante se ne sbatte altamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto delle considerazioni, solo apparentemente buttate lì a caso, è ogni volta fulminante: “il porno è sempre stato all’avanguardia dell’innovazione tecnologica”; “di sicuro non c’è alcun settore dell’attività umana che sprigioni una noia così assoluta come il diritto”. Personalmente non avrei alcunché da obiettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto, comunque, di tutta la sordità diffusa tra quelli che faranno finta anche questa volta di non sentire, <strong>vorrei proprio sapere chi non si ritrova nella vita del protagonista</strong> di <em>Serotonina</em>. Certamente, lui è ricco o almeno decisamente benestante – condizione oramai rara, dopo lo sterminio programmato della borghesia. Per il resto, è tutto <strong>impietosamente vero: “In Occidente nessuno sarà più felice […], mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche”</strong>. O vorreste forse negare che “Parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine” e che “il mondo sociale era una macchina per distruggere l’amore”, ovvero l’unica cosa che potrebbe dare un senso alle nostre già miserabili – ontologicamente miserabili – esistenze?</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, Houellebecq sa bene che <strong>c’è stato un tempo in cui le cose erano più semplici, naturali, normali e francamente meno problematiche</strong>. Quell’epoca è tragicamente <strong>venuta meno a seguito di tutte le cosiddette “grandi conquiste di civiltà”</strong>: “per me come per tutti i miei contemporanei la carriera professionale delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra cosa, era il criterio assoluto”. Sulla base di questo presunto grande principio, infatti, il protagonista perde la possibilità di avere al suo fianco la ragazza che ama. Non è concepibile chiederle di abbandonare il lavoro per diventare “la mia donna”. Sarebbe troppo in controtendenza rispetto al progressismo diffuso. <strong>E così l’uomo occidentale si ritrova a dover inghiottire ogni giorno il dosaggio massimo di un farmaco antidepressivo, a ubriacarsi per reggere l’insulso susseguirsi dei giorni, sperando solo che tutto ciò lo porti quanto prima all’estrema conseguenza, la morte.</strong> Alla donna, oggetto d’amore del protagonista, non va meglio: dopo un concerto, si è fatta scopare da uno ed è rimasta incinta, ritrovandosi infine a dover crescere un figlio senza padre. Potrebbe unirsi nuovamente a lei, in una di quelle assurde forme altrimenti note oggigiorno con la neutra e quasi dolce dicitura di “famiglie allargate”, che i francesi chiamano letteralmente “ricomposte”? Stando a Houellebecq, pare proprio di no: <strong>“io di famiglie ricomposte non ne avevo mai viste, mentre di famiglie decomposte sì, in pratica non avevo visto altro”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza voler essere eccessivi, si può tranquillamente ammettere che <strong>nessuno di questi tempi</strong> – e malgrado questi siano effettivamente i tempi che stiamo vivendo – <strong>parli di ciò, del vero e proprio tramonto dell’Occidente</strong>, e meno che mai in letteratura. Perlomeno, nessuno riesce a contemplarlo in tutta la sua portata.</p>
<p style="text-align: justify;">In <strong><em>Serotonina</em></strong>, invece, <strong>la visione è totale</strong>, non esclude niente: la <strong>distruzione della famiglia</strong> e di conseguenza della società; i gloriosi e tragici <strong>movimenti di rivolta di una borghesia allo stremo</strong> – e non una semplice anticipazione dei gilet gialli; <strong>l’annichilimento </strong>di qualsiasi <strong>pulsione vitale</strong> in noi; il <strong>bisogno di trovare un senso trascendente</strong> – le ultime righe sono per Lui: Dio esiste ed è amore, non diversamente da quanto sosteneva Ratzinger nella sua enciclica <em>Deus caritas est</em>. E questo Dio potrà anche “essere un mediocre sceneggiatore”, come sta scritto, ma di certo non lo è lo scrittore francese. <strong>Houellebecq è il profeta</strong>, la coscienza europea, l’unica possibilità di salvezza della sua letteratura e del continente stesso. Se un giorno avremo dimenticato questo spaventoso incubo europeista, sarà grazie a lui che ci ha brutalmente svegliati, mentre eravamo in caduta libera verso il precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Caro Michel,</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">lo sapevo – lo sapevamo tutti – lo sapevi tu, soprattutto. Non avrei dovuto leggere <em>Serotonina</em>, sappiamo tutti che è un romanzo mediocre, d’altronde, lo sai, hai scelto di ergere la mediocrità a genio, dimostrando che <strong>si può vendere molto con un libro modesto, che <em>Houellebecq</em> è diventato una griffe dello scemo prêt-à-porter editoriale, ormai sei l’Armani dei depressi, la panacea per gli scrittori ombelicali, il cesso del narcisismo.</strong> Intendo, Michel, che sei uno scrittore tipicamente, clamorosamente degli anni Novanta, un reazionario dell’ovvio, lo sai anche tu – la massa lettrice riconosce sempre ciò che gli è noto, che annota da anni, a cui è riconoscente; l’ignoto, che è il carato della profezia, sconvolge il giudizio, viene ammesso con sospetto. <strong>Le tue riflessioni sono barbaricamente idiote, meno interessanti delle speculazioni del lavandino. Ne cito una, sull’amore:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella donna l’amore è una potenza, una potenza generatrice, tettonica, quando l’amore si manifesta nella donna è uno dei fenomeni naturali più imponenti di cui la natura possa offrirci lo spettacolo, è da considerare con timore, è una potenza creatrice dello stesso tipo dei terremoti o degli sconvolgimenti climatici, è all’origine di un altro ecosistema, di un altro ambiente, di un altro universo, con il suo amore la donna crea un mondo nuovo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, una frase come questa va bene come sfondo a una puntata di <em>Grey’s Anatomy</em>, dove turbe di umani esagitati, nella latrina dell’ego, spacciano sentenze esistenziali, esiziali, inesistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vado avanti, Michel, sperando che questa mia abbia per te un valore catartico, catatonico. Qui definisci la prostituta, senza alcuno sforzo intellettivo: <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La puttana non seleziona i propri clienti, è proprio quello il principio, l’assioma, la puttana dà piacere a tutti, senza distinzione, ed è grazie a questo che accede alla grandezza.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui ti fai delle domande che dovrebbero creare qualche sommovimento nel sistema arterioso, invece sono stupide, indotte dal dio del banale, servono per indottrinare i sudditi del giusto mezzo</strong>, i vagabondi del niente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da dirti, Michel, mai letto Leopardi?, mai sperimentato il suo adamantino rafting nel nulla? Provaci, sfoglia lo <em>Zibaldone</em>, scoprirai il piacere di essere ammutolito, Leopardi zittisce tutti i tuoi incubi da illibata concubina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vuoi fare il battutista, Michel, mi intristisci con la tua insipienza:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una Lolita sarebbe stata in grado di far perdere la testa a Thomas Mann; Rhianna avrebbe fatto sbarellare Marcel Proust; quei due autori, vette delle rispettive letterature, non erano, per dirla con altre parole, uomini dignitosi, e si sarebbe dovuto risalire più indietro, all’inizio del XIX secolo, ai tempi del romanticismo nascente, per respirare un’aria più salubre e pura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magari possedessi la sontuosità narrativa di Thomas Mann, magari fossi benedetto dalla vastità intellettuale di Marcel Proust, magari riuscissi a scrivere <em>Lolita</em>, magari fossi eroticamente penetrante come Rhianna. </strong>I temi definitivi del romanzo, il sesso e Dio, cioè la vita e la morte, cioè il tutto e il nulla, cioè i cardini della letteratura, sono trattati scioccamente, senza il brillio di una intuizione, di una avventatezza narrativa. Sul sesso ti cito questo passaggio:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pieno di buona volontà, mi tolsi i pantaloni e gli slip per renderle più agevole prenderlo in bocca, ma in realtà ero già preda di una premonizione inquietante, e quando Claire ebbe vanamente masticato per due o tre minuti il mio organo inerte capii che la situazione rischiava di degenerare e le confessai che in quel periodo prendevo degli antidepressivi (“dosi massicce” di antidepressivi, aggiunsi per sicurezza) che avevano l’inconveniente di sopprimere in me ogni traccia di libidine.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio annacquato, la libido che sbrodola via, la sessualità incancrenita, la vecchiaia che disintegra ogni bramito di carne, sono elementi che vanno esasperati, esagitati, abusati. Ecco. Non c’è alcun abuso, in te, Michel, che non sia l’abusivismo dei cliché, dottrine retrodatate – te l’ho detto, sei uno scrittore degli anni Novanta che giunge a noi, ora, in ritardo, vent’anni dopo – stinte, antiquate.</strong> Leggiti Massimiliano Parente, Michel, che sull’eros, sul porno, sull’eccesso e sull’oltreterra della foia e sul sopruso ha scritto, con la ‘Trilogia dell’inumano’, qualcosa di notevole, di drastico, dovrebbe diventare il tuo abbecedario. Leggiti Andrea Temporelli, che in <em>Tutte le voci di questo aldilà </em>porta la questione letteraria sul tremito del suicidio, Michel, mioddio, bela, ulula, sbraita, abbandonati al gorgoglio dei ghigni, strappati la pelle, spolpaci, portaci in un viaggio mefistofelico dal sottosuolo alla Gerusalemme celeste, dal fango al cosmo, ma questo pantano retorico, ti prego, evitacelo.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Su Dio, poi, sei quasi pietoso, il beghino del buon credo:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se hai scoperto il sacro nel dissacrato, sono felice per te, piglia la via del monastero e non farci la predica. Se invece pigli Dio sul serio, sfidalo a duello, prendilo a testate</strong>, detronizzalo, dissezionalo, annaffialo nella colpa, coltivalo nel danno, dagli valore di dramma. Si scrive azzannando, mica facendo un valzer sul primo pulpito che capita.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, Michel, la tua scrittura, speculare alla mediocrità sponsorizzata nel romanzo. <strong>Sciupata, nitidamente anonima, da scrittore sottodotato, frollato nel piagnisteo. Ti cito un esempio, tra i tantissimi:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alle sette in punto mi alzai e attraversai il soggiorno senza fare il minimo rumore. La porta dell’appartamento, blindata e massiccia, era silenziosa quanto quella di una cassaforte. A Parigi il traffico era fluido in quel primo giorno di agosto, trovai perfino parcheggio in Avenue de la Sœur-Rosalie, a pochi metri dall’albergo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sai, un lettore vuole annegare nella gioia o nell’angoscia. “L’infinito è l’eccesso, l’opposto del giusto mezzo, della misura, del finito”, scrive Benjamin Fondane</strong> in un miracoloso saggio che sonda <em>Baudelaire e l’esperienza dell’abisso. </em>In particolare, parlando della filosofia greca, Fondane forgia una memorabile metafora: “si presenta a noi come la Vittoria di Samotracia – una scultura senza testa da cui la testa fu deliberatamente omessa, poiché doveva rimanere esclusiva proprietà degli ierofanti; consegnato il corpo al pubblico, la testa, gelosamente conservata chissà dove, non smetteva di guidarne l’espressione e il significato, come verità occulta e ineffabile su cui riposava il discorso visi bile ed espresso”. Vedi, in te, Michel, non c’è infinito e non c’è eccesso, non c’è occulto né mistero: ma è quello, solo quello, incedere in ciò che inciampa, che squassa, che cerchiamo.<strong> Il resto – il giusto mezzo, il visibile – è davvero geometricamente troppo poco. Ora che anche chi ti ha osannato per anni – non sono tra costoro – comincia a nutrire dubbi su di te, caro Michel, ora che soltanto per questo, per spirito di sfida, ti difenderei a spada tratta, non posso che ricordarti, per onore di verità, </strong>che sei uno scrittore senza testa, che sei uno scrittore senza palle.</p>
<p style="text-align: justify;">Affettuosamente,</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-baricco-fa-il-parroco-e-usa-le-paretesi-quadre-come-wittgenstein-per-capire-il-delirio-del-sesso-contemporaneo-passate-a-vargas-llosa-e-meglio/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 11 Jan 2019 08:08:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è stato un momento, vent’anni fa, in cui la produzione di informazioni su internet si è agganciata alla produzione di ormoni. Un’ora fatale era scoccata, e anche il sesso ormai pronto per venire inscatolato. A ognuno il suo e viva il parroco!<strong> Ma se lo chiami il parroco non tarda a venire e Alessandro Baricco ha riprodotto sulle mappe che guarniscono la sua ultima fatica da spirito del tempo che soffia un po’ dove vuole.</strong> Il capolavoro pronto mesi prima di Natale sugli scaffali s&#8217;intitola <em>The Game</em> (Einaudi, 2018). Una summa di teurgia bianca, sinistra, insomma la solita minestra di angeli della storia e contropelo alla Benjamin.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggete (prima comprate) <em>The Game</em> dell’incantatore dei sonagli smanettoni del web e studiate le sue mappe a fondo libro per capire il resto: in quest’anno avevamo youporn, ma ora abbiamo quest’altro e poi lì, in quell’angolo della mappa troviamo whattsapp. E lì in fondo l’idromele di Steve Jobs.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64976 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg" alt="baricco" width="119" height="187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco.jpg 638w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Esempio numero uno. Tinder. “Riesce a sdoganare per sempre un penoso desiderio che avevano quasi tutti: tornati a casa completamente scoglionati, poter scegliere in un catalogo un partner mai visto prima con cui uscire a cena [o eventualmente entrare in un letto]”. </strong>Notare la parentesi quadra degna di Wittgenstein e Frankenstein. E ancora “la genialità di Tinder fu quella di capire che stare lì a scegliere nel catalogo con le chiappe sul sofà e la TV accesa rappresentava per la stragrande maggioranza degli esseri umani una cosa più divertente che uscire cena  [piuttosto caro e comunque prima dovevi lavarti e è vestirti] o accoppiarsi veramente [non sto a sottolineare le innumerevoli scocciature”. Insomma l’ha provato? Ecchisenefrega. Definizione finale data dal sommo “Tinder, un solitario con le carte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio numero due. “2006. Nasce Youporn. Va be’, questo sapete cos’è&#8221;. Evviva. Laconico come uno spartano a Torino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esempio numero tre per quadrare il cerchio del teologo hegeliano che inventa il suo lessico e se lo gira tra le mani come un pupo. “Alla fine la principale differenza tra l’idea di esperienza che aveva il ’900 e l’idea di post-esperienza che esce dall’insurrezione digitale non sta tanto in quella faccenda della profondità e della superficialità”. Perché “la post-esperienza è l’inizio di un gesto, è l’apertura di un’esplorazione, è un rito d’allontanamento, è la traiettoria di un andare”.</p>
<p style="text-align: justify;">E per concludere, una bella mappa del malandrino per chi voglia afferrare lo stile prolisso del nostro campione e scoliasta, manco fosse il dio Montaigne che si chiude nella torre con venti libri e scrive mille pagine. O Bolaño che nell’ascensore guarda l’infermiera e muore d’eros perché sente la malattia ai reni, ma rimane in piedi e lo scrive e tiene la conferenza come è lui – un gaucho insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma pazienza non ce n’è. Dopo Montaigne e Bolaño una storia da sempliciotti come quella di <em>The game</em> è insoffribile. Corriamo ai ripari e compriamo coi soliti noti (Adelphi o Bompiani) i <em>Saggi</em> di Montaigne per toccare il nostro corpo come se fosse fatto d’anima.</strong> Meglio ancora, diamo l’obolo ad Adelphi o Sellerio, spacchiamoci gli occhi con le ultime parole di Bolaño (<em>Il gaucho insostenibile</em>) a proposito di sesso e malattia e leggiamo di questo cileno intrappolato in ascensore con un&#8217;infermiera mentre pensa che muore per insufficienza ai reni e si appende al sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oppure. Primo passo, riavvolgere il nastro. Prendere il primo libro erotico uscito negli anni in cui internet sbalordiva gli utenti e li trasformava in surfisti</strong> (ma va bene, direte non c’era youporn vent’anni fa – aspettate un momento).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64977 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg" alt="vargas llosa" width="120" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa.jpg 250w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Londra 1996. Mario Vargas Llosa finisce i suoi <em>Quaderni di don Rigoberto</em>, storia di infiniti intrecci e fantasie tra il saggio sognatore erotico che presta il nome al romanzo, e la instancabile doña Lucrezia.</strong> Tra ex-motociclisti evirati, vecchi amanti romanticissimi e clienti che la prendono per una prostituta, vedete un po&#8217; le traversie di Lucrezia prima di tornare tra le braccia di Rigoberto. Per poi capire come tutto sia un sogno, un sogno divino&#8230; ma fermi qui. La trama non va violata. Leggete e vedrete se non vi sentirete più eccitati dopo Vargas Llosa anziché dopo le menate di Baricco che spiega il perché e il percome che viaggia sul web.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un assaggio di Vargas Llosa? Ecco servito: “La civiltà nasconde e assottiglia il sesso per meglio approfittarne, circondandolo di rituali e di codici che lo arricchiscono fino a limiti insospettabili per l’uomo e per la donna pre-erotici, copulatori, generatori di rampolli.</strong> Dopo aver percorso un lunghissimo cammino, di cui in qualche modo il lambiccamento del gioco erotico è stato spina dorsale, per inconsueta via – la società permissiva, la cultura della tolleranza – siamo tornati al punto di partenza ancestrale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fategli lanciare la freccia: “fare l’amore è ridiventato una ginnastica corporale e semipubblica, esercitata a sproposito,</strong> al ritmo di stimoli prodotti non dall’inconscio e dall’anima ma dagli analisti di mercato, stimoli tanto stupidi come quella falsa vagina di vacca che fanno passare nelle stalle sotto il naso dei tori affinché eiaculino e si possa in questo modo immagazzinare il seme che verrà utilizzato nell&#8217;inseminazione artificiale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Complimenti all’ancora non nobelizzato Vargas Llosa del 1996. <strong>E auguri a chi pensava che il grande mandrillo peruviano, una volta messo sul podio svedese dopo un libraccio alla Conrad, si sarebbe fatto una doccia fredda e avesse parlato di angeli. Invece! Due anni fa se ne è venuto fuori con <em>Crocevia</em>, avventura di due donne peruviane nel passaggio al neoliberismo condotto dai loro mariti capitani d’industria.</strong> La storia è semplice ma scivolosa: espulso il dittatore giapponese, vent’anni fa il Perù viene portato al passo del capitalismo dagli uomini, e nel frattempo le donne si divertono a modo loro (tra di loro). Una bella rivoluzione, che mostra chi comanda (sempre, ovunque, per fortuna) e cioè le donne. E che è il sesso a tirare il capitalismo, e non viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Baricco bisognerebbe dare in lettura una versione espurgata di Balzac. Mi spiego. Pensa che tutto sia libidinoso, che <em>the game</em> sia facile e ammirevole perché ognuno ha le sue castronerie sullo schermo dello smartphone</strong> (o telefono, chiamatelo come vi pare su <em>Pangea</em>). E si comporta come quei Vittoriani che non stampavano <em>La ragazza dagli occhi d’oro</em> di Balzac e lasciavano senza la terza e ultima parte l’avventura che cominciava con <em>Ferragus</em>. Si sa. O no? Dobbiamo rivederci <em>Eyes wide shut</em> del dio Kubrick se abbiamo dimenticato tutto da quando vent’anni fa il telefono ci ha fatto credere di essere più liberi (ma leggete <em>Crocevia</em> per capire quante spie ci siano a piede libero, mentre non smettiamo di smanettare).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riguardiamo Kubrick e la sua preghiera finale “fare sesso” come soluzione, perché Baricco ha le traveggole e non dice nulla della trasformazione indotta nelle menti</strong>, fuori dalle mappe del suo libro Apple-whattsapp-youporn. E soprattutto senza scordare che nemmeno il sesso è poi la grande salvezza perché Kubrick ci mostra nel suo film</p>
<p style="text-align: justify;">a) personaggi compulsivi che nemmeno con lo shopping natalizio riescono ad ammansire i loro demoni nevrotici, manco fossero la signora Woolf da Harrods</p>
<p style="text-align: justify;">b) attraverso la sua storia permeata di sesso e scrupoli, Kubrick mostra il romanzo che l’ha ispirato – un libretto breve scritto in modo vaporoso da Schnitzler, amico di Freud nella Vienna che contava le sue paturnie (sessuali, mentali) sul lettino stregonesco, mentre Klimt dipingeva in oro le madame e Zweig faceva poesie sulle storie delle donne sedotte e abbandonate</p>
<p style="text-align: justify;">c) ci fa vedere infine cosa avrebbe fatto di una storia altrettanto tesa sessualmente come <em>Paura</em> di Zweig. Ne scrisse il copione negli anni ’50 ma quei pisciasotto puritani lo pagavano per non molestare i loro sogni hollywoodiani. Il copione è stato reso noto la scorsa primavera e ha vellicato, da queste parti, anche i cronachisti di <em>Repubblica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In definitiva, meglio andare alle origini del fenomeno internet e vedere cosa era la letteratura e il sesso quando la rete militare fu resa disponibile al grande pubblico</strong> (poi ci sarà sempre chi vuole giocare al biliardino e si legge <em>The game</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">E se venisse la fregola di seguire Vargas Llosa nella sua produzione mostruosa, non resta che leggere altre cose come <em>La guerra della fine del mondo</em> (Conrad + civiltà e barbarie + amori e tempeste brasiliane) oppure <em>Pantaleon e le visitatrici</em> (fare poesia sui bordelli visti con gli occhi dell&#8217;infanzia, quando tutto è ancora potenzialmente uguale) e <em>La zia Julia e lo scribacchino</em> (dove Vargas Llosa scrive sprofondandosi racconto dentro racconto come da migliore tradizione di telenovele).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo per il sesso. E la teoria? Teoria Vargas Llosa non ne dà, è un modesto pensatore benché vigoroso scrittore.</strong> E poi rimane americano e non europeo: la teoria gli interessa meno della realtà inventata e ripridotta nella pagina che va scalata perché ha certi passaggi che sembrano della stessa struttura del vecchio marchese. E questo adesso che ha superato i settant&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come al solito, l’età conta poco. Come l’esperienza. <strong>Se manca il graffio e lo sputo indecoroso, rimaniamo alle devote mappe di cronistoria per bambini che vorrebbero indottrinarci.</strong> Non ci riescono. <em>In my opinion</em>,</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
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		<title>Iniziare l’anno a Londra, indimenticabile Milf. Tra Peter Pan, i migliori cessi pubblici al mondo, troppe pinte in corpo e i cani (che in Italia sbraitano ma in UK hanno una aristocratica eleganza)</title>
		<link>https://www.pangea.news/iniziare-lanno-a-londra-indimenticabile-milf-tra-peter-pan-i-migliori-cessi-pubblici-al-mondo-troppe-pinte-in-corpo-e-i-cani-che-in-italia-sbraitano-ma-in-uk-hanno-una-aristocratica-eleg/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 09:39:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La mia prima volta. Succede, ed è questo il bello della vita: puoi stare con lei per una vita intera, inseguirla, raggiungerla, sedurla (o farti sedurre) e poi abbandonarla per 20 volte e più in 13 anni. Perché è sempre bellissima, sia quando si veste di bianco e nero sia quando azzarda i suoi colori [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/iniziare-lanno-a-londra-indimenticabile-milf-tra-peter-pan-i-migliori-cessi-pubblici-al-mondo-troppe-pinte-in-corpo-e-i-cani-che-in-italia-sbraitano-ma-in-uk-hanno-una-aristocratica-eleg/">Iniziare l’anno a Londra, indimenticabile Milf. Tra Peter Pan, i migliori cessi pubblici al mondo, troppe pinte in corpo e i cani (che in Italia sbraitano ma in UK hanno una aristocratica eleganza)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La mia prima volta. Succede, ed è questo il bello della vita: puoi stare con lei per una vita intera, inseguirla, raggiungerla, sedurla (o farti sedurre) e poi abbandonarla per 20 volte e più in 13 anni. Perché è sempre bellissima, sia quando si veste di bianco e nero sia quando azzarda i suoi colori fluo e improbabili. <strong>La Vecchia Signora è una MILF alle volte fredda, distratta, ma che quando apre le sue porte, te le spalanca davanti agli occhi, senti l’impulso di infilarti dentro, viverla, giocarla, comprarla. Lei si chiama Londra. E ho deciso di vederla a Capodanno assieme a due fedeli ronzini, Johnny e Marta. </strong>Sono ronzini non perché ronzano (non siamo andati a Mosca) ma perché scarpinano, non conoscono la fatica del camminare, e hanno suole, fiato e gambe da grimpeur.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il volo Italia-UK si stacca dal suolo marchignolo (Ancona) il 28 dicembre. Ryanair, per questioni di costi e orari, è sempre una certezza.</strong> Partenza programmata per le 16:45, partenza di ritorno in calendario il primo giorno dell’anno alle 11:40. Sulla carta. E di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">In aereo penso all’abbraccio con la MILF. Non so se è capitato anche ad altri ma Londra – la sua aria, la sua alimentazione, la sua essenza british – ha effetti anche diuretici. Non che faccia cagare, ovvio, ma stimola. <strong>Sull’argomento ci gioca molto anche “La zanzara” di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, uno dei programmi di punta di Radio 24. A fine novembre li ho chiamati per dire la mia sui migliori cessi pubblici della città. I due conduttori mi hanno ascoltato ma soprattutto non mi hanno insultato (visto l’argomento, potevano mandarmi a cagare sempre problemi).</strong> Il top? British Library. Gabinetti sempre puliti, forse perché chi la frequenta ne fa poca e quella che fa è profumata e non lascia sgommate…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64939 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Carli1-300x170.jpg" alt="Carli" width="300" height="170" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli1-300x170.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli1-768x436.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli1-1024x581.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli1-1320x749.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli1.jpg 1550w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />29 dicembre. </strong>Sei di Londra se. Quello che era un gioco di quando ero piccolo, da una manciata di anni è diventato anche uno spot pubblicitario. Averci pensato prima. Comunque. Sei stato a Londra se. Dipende dalle volte che hai preso il volo e l’hai raggiunta. <strong>La prima deve essere turistica: Buckingham Palace, Big Ben, Trafalgar Square, Piccadilly. Quattro posti <em>must</em> e puoi dire di esserci stato. La mia 21esima volta parte dal mercatino di Portobello Road e si conclude con una serata al Sadler’s Wells Theatre.</strong> Sveglia mattutina quindi. A Londra ti devi svegliare presto per poter respirare la città prima del suo risveglio. Passeggiata a Kensington Gardens, qualcuno corre con le cuffiette e, nonostante la temperatura seria, riesce a sudare. Fanno footing all’alba e poi si devastano di pinte di birre o di prosecco (già, vanno di bianco frizzante o di rosato. E una pinta equivale a poco più di mezzo litro) dalle 17.30 in poi, ma solo sino alle 23 quando la tradizionale campanella avverte gli avventori che le spine vengono chiuse. Non c’è bisogno di fare tardi come in Italia, che si esce alle 23. Gli inglesi partono prima, si piantano sugli sgabelli dei pub e quando sono cotti “come dei sardoni” alzano il culo e tornano a casa. È nei locali che servono birra che tocchi con mano (e senti con il naso) il meltin’ pot di razze e generazioni, la perfetta sintonia tra giovani e meno giovani. <strong>Al pub si beve in compagnia e se entri da solo esci accompagnato. Talvolta anche a braccio, ma solo quando superi un tot di pinte, generalmente almeno 6. Se ti fermi prima, riesci anche a intavolare un discorso sui massimi sistemi.</strong> Esco dal “The Swan”, fermata Lancaster Gate. Sono le 16. Mike, un ragazzotto nordico, mi chiede da accendere. Parliamo di Brexit, di donne, di birre e di politica. Viene dalla Scozia, fa il manager di un’azienda. E, con un certo stupore, esordisce su Berlusconi. In Italia è quasi scomparso, ma nella Big Smoke è ancora un nome che parla di Italia, scappatelle, corna nelle foto e in parte politica. Per Mike l’ex Cavaliere si è dato alla politica per salvaguardare i suoi affari imprenditoriali: scendere in campo significa chiudere il portafoglio, significa smettere di dare soldi ai partiti. Ordina un’altra pinta. Ma non è birra inglese: è europea. “Le nostre birre non hanno le bollicine e sono tiepide. E hanno pochi gradi. Le vostre hanno l’anidride carbonica che ti dà la botta in testa. Per sentirti leggero ne servono meno”. Lezione di economia domestica, ma anche pratica. Saluto, hotel per una rinfrescata e poi a teatro. <strong>Prendo la linea rossa e poi la nera, fermata “Angel”, la più vicina al Sadlers’. Danno “Swan Lake” di Matthew Bourne. Andare a vedere uno spettacolo è un obbligo se vai a Londra. Anche di danza, se serve.</strong> Una rivisitazione del celebre “Lago dei cigni” fresco e contemporaneo, trasgressivo per la chiave di lettura omosessuale dell’amore tra il Principe e il Cigno. In scena tutti i linguaggi dell’arte, teatro, movimento, musica, scenografia e alcuni accenti comici, quasi a voler ricordare alla platea che la serietà è pesantezza e che per saltare più in alto e fare i <em>zompi </em>bisogna ridere: primo atto micidiale, con alcune “quentintarantinate” di una bellezza che fanno quasi male agli occhi (sul palco, oltre alla vamp svampita, anche il “cane della Regina giocattolo” con tanto di ruote al posto delle zampe). Il secondo invece classico, nell’accezione più nobile e alta del termine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poco prima dell’inizio dello spettacolo una ragazza mi chiede se il posto vicino al mio, quello libero, è il numero… Rispondo in inglese con la parola più semplice e meno scivolosa, anche nella pronuncia. “Yes, of course”. “Are you italian?” mi chiede. Peggio di una doccia gelata, di una birra analcolica, di sentirti dire dalla tua compagna che sono anni che non ti ama più e che finge ogni volta che avete un accenno di intimità: </strong>si fa di tutto per mescolarsi gli inglesi e poi basta aprire bocca che i 1.600 e passa chilometri che separano Ancona da Londra vengono immediatamente annullati. Osservo il suo outfit. Diverso dal mio, anche perché lei è donna e io uomo. Nonostante il freddo, indossa ai piedi le scarpine basse senza tacco – le ballerine, del resto siamo a vedere uno spettacolo di danza – e un vestito leggero a fiori. È “succosa” pur non essendo niente di che. E va a teatro da sola. Una “Alessandro Carli” al femminile in salsa inglese. La saluto alla fine del primo atto, sicuro di rivederla poco dopo. <strong>Odora di gin e prosecco, di profumo e cipria. Mi dice “bye” e sorride, ma so già che ha la musicalità di un “Farewell”. Addio cigno romagnolo che bevi e sorridi, che te ne freghi delle diete, che sfidi l’inverno indossando la primavera.</strong> “Nice job” azzardo, ma si è già messa a camminare. Passo veloce e frequente, forse per il baricentro basso, forse perché è sbronza: si è ingollata una pinta di prosecco e una di gin lemon. Con la rapidità di un levriero in gara, zampetta, lieve, e penso a quanto è bello e banale andare a teatro in coppia quando poi, una volta che si fa buio in sala, si è sempre soli. Tu e lo spettacolo. Non c’è altro.  Soprattutto se il secondo atto diventa più spazioso, con due posti liberi, uno alla mia destra e uno alla mia sinistra.</p>
<figure id="attachment_64940" aria-describedby="caption-attachment-64940" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64940" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Carli2-225x300.jpg" alt="Carli" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli2-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli2-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Carli2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-64940" class="wp-caption-text">Chi è davvero Peter Pan? Alessandro Carli a Kensington</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>30 dicembre. </strong>Drin driiin alle sette in punto. Doccia, colazione alle 7.30. Alle 8 mi aspetta Peter Pan a Kensington. Passeggiata all’alba, sono già 12 gradi. Raggiungo i due poderosi compagni di viaggio a Holborn per andare a vedere il British Museum. File di orientali composti, più indietro un gruppo di giovanotti con lo zaino dell’Invicta. Sono italiani, ovviamente. Invicta è più di una bandiera: un distintivo piantato sulla schiena, a ricordare il tricolore. Mummie, Partenone, grecità, papiri, l’immancabile shop per i gadget. Poi si esce, in cerca d’aria. Due panini al “Pret a manger”, tappa in hotel per scaricare gli zaini, cambio delle scarpe e si riesce: loro “non so dove”, io Baker Street. La fila davanti al museo dell’investigatore è degna di nota. Viro per lo shop, un modo per raccontare di aver visitato le stanze che profumano di tabacco da pipa senza essere entrato. Prendo due cose due, al bancone una ragazza italiana capisce che sono italiano e mi parla in italiano. È gentile, ha una cadenza del centro Italia ma mescolata alla pronuncia inglese. Una coppia giapponese mi chiede indicazioni per la fermata della metro. Mi dicono che amano viaggiare, che l’Italia è un posto bellissimo e che Firenze è splendida. Non conoscono Rimini. Spiego che è la città di Federico Fellini, “the videomaker”. Ridono, perché gli orientali, nel dubbio, ridono. “Amarcord”, “Otto e mezzo”. “Yes, yes”, più per gentilezza che per altro. <strong>Metro e via verso i Docks: cena al “Prospect of Whitby”. Esco a “Tower Hill”, Johnny e Marta mi aspettano. Lei è provata, l’acido lattico si fa sentire. Johnny è un diesel, fresco come una rosa. La passeggiata a Santa Caterina è deliziosa, poi prendiamo la direzione “Wapping” per raggiungere il pub.</strong> Una ragazza fuma una sigaretta sulla panchina davanti all’entrata. Le chiedo se vuole fare un selfie con me. Accetta. Penso che ci vedremo dentro al pub. Ovviamente non ci incontriamo più. Il piatto della domenica è grande e variegato, e scende assieme a due pinte di birra. Cambio dell’<em>acqua al merlo </em>prima di uscire e mi appare la vera essenza dell’Inghilterra: un ragazzo fa la pipì con una mano in basso e una che attanaglia il bicchiere della birra. Superiore a ogni fantasia più azzardata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>31 dicembre. </strong>“Hide park” alle 7.30 della mattina è il miglior modo per salutare l’ultimo giorno dell’anno. Qualche coraggioso fa il bagno nel “Serpentine lake” e ha tutta la mia ammirazione. Al bar prendo una tazza di tè, e attacco pezzo con un lord che sta leggendo un libro. Maledice i contadini che hanno votato la Brexit, e si dice sicuro che la “Dancing queen” May non avrà vita politica lunga. Gli scozzesi si staccheranno perché hanno la vista lunga e non intendono perdere la locomotiva UE. Raggiungo i compagni di viaggio davanti ad “Harrods” per poi separarci di nuovo: hanno in programma il Museo delle Scienze, io invece un giro in metro senza meta. <strong>“Royal Albert Hall”, poi “Barbican”, poi ancora “Maida Vale” a vedere “Abbey Road”. Sui muri le firme dei fans dei Beatles, qualcuno attraversa la strada e si fa immortalare per rivivere la copertina dell’omonimo album.</strong> Ci si vede allo “Shakespeare’s head” di “Holborn” alle 19. A Capodanno è meglio anticipare la cena. Non siamo gli unici ad aver avuto la pensata, ma con una certa botta di culo troviamo un tavolo. Hamburger farcito di salse strane e una “London pride”. Il pub è pieno, sfilano ragazzette tirate a lucido, poppe in bella vista e gambe nude. Bevono, mammamia se bevono: birre con le bollicine ma soprattutto prosecco. Caraffe di prosecco, pinte di prosecco. Si truccano, parlano e ridono. A 20 anni la vita ha la leggerezza di una bolla di sapone. A 40 e un po’, per creare una bolla di sapone ci devi soffiare dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pol, un caro amico di Rimini che è britannico dentro, prima di partire mi ha ammonito: “Evitate il centro e ‘Trafalgar square’, volano bottiglie e ubriachi”.</strong> Ci rifugiamo allo “Swan” di “Lancaster Gate”: un ragazzo suona, i tavoli sono liberi, ordiniamo sei pinte di “London pride” e aspettiamo mezzanotte. L’hotel ci aspetta, la strada che ci separa dal letto ha il retrogusto delle birre a cascata. Ondulata, forse in salita. Poi capisco che erano i gradini dell’hotel…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1 gennaio. </strong>Londra è una città operativa: l’1 gennaio funziona tutto. Metro e treno in orario, il volo è fissato per le 11.40. Dentro al “tube” persone che stanno tornando a casa avvolta in sciarpe che odorano di <em>marijuana, </em>ragazze con il trucco sbafato e le calze rotte, i bicchieri di caffè, <strong>gli sguardi da deposizione di Cristo. Occhiali scuri. Qualcuna dorme sdraiata e fa intravvedere lembi di cosce e tette. Unghie lunghissime e capelli cotonati. </strong>Coroncine in testa. Lo stato dell’incosciente, innocente e giovanile stordimento. Ancona ci accoglie in orario assieme alla sua umidità. L’effetto sonoro è devastante: tutti parlano italiano. La sintonizzazione richiede qualche minuto, poi capisco di essere ritornato. <strong>Cani che abbaiano (quelli inglesi sono silenziosi), litigate e urla, vociare alto e disturbante. Londra è già un Altrove, una “fatamorgana” che inizia a essere meno recente.</strong> Ho voglia di piadina, del mio letto, di ricordare il viaggio. Perché si parte sempre per ritornare e poi ripartire. Destinazione Londra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Alessandro Carli </strong></em></p>
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		<title>“La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore”: un racconto di Simone Cattaneo</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-paura-e-uno-yo-yo-che-fa-la-spola-dallo-stomaco-alla-gola-passando-per-il-cuore-un-racconto-di-simone-cattaneo/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2018 07:55:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le feste le passo a battere al computer alcuni racconti di Simone Cattaneo. Sono scritti a macchina. Me li ha generosamente passati il nipote di Simone. Il racconto che pubblico, in parte, qui sotto, s’intitola “La luce rossa” ed è inedito. Il talento di Simone è quello di farci percepire, da dentro, nel sigillo quotidiano, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Le feste le passo a battere al computer alcuni racconti di Simone Cattaneo. Sono scritti a macchina. Me li ha generosamente passati il nipote di Simone. Il racconto che pubblico, in parte, qui sotto, s’intitola “La luce rossa” ed è inedito. <strong>Il talento di Simone è quello di farci percepire, da dentro, nel sigillo quotidiano, nel santuario dei piccoli, il dolore, l’epifania di rapporti sconclusionati, torti, turbati.</strong> In effetti, i racconti – paralleli ai gusti letterari di Cattaneo, che leggeva Saul Bellow e Denis Johnson, Leonard Cohen e Jim Carroll – <strong>già dotati di un linguaggio personale, pieno di pietà e di asfalto, vanno letti insieme alle poesie, per avviare una storia di coincidenze, per farli stagionare insieme.</strong> Penso che il natale, cioè il giorno della nascita, abbia senso se ci si rivolge ai morti: si nasce perché qualcuno è morto, si nasce per lenire e santificare una morte – quando s’interrompe, per viltà o paura, il dialogo con i morti, la vita è finita, sfinisce. <strong>Ribattere i racconti di Simone, poi, per me, è come toccargli i denti, uno a uno, i denti di uno che ha preso a morsi la vita, che aveva cuori sotto le ossa</strong>, molti, moltissimi cuori. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<figure id="attachment_64709" aria-describedby="caption-attachment-64709" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64709" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/cattaneo-737x1030-215x300.jpg" alt="Cattaneo" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/cattaneo-737x1030-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/cattaneo-737x1030-733x1024.jpg 733w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/cattaneo-737x1030.jpg 737w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-64709" class="wp-caption-text">Simone Cattaneo in un ritratto di Dariush, pubblicato da &#8216;il Giornale&#8217;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>I piattini pieni di miele che Giulia ha messo al centro della stanza sono diventati completamente neri. Le formiche vi ci sono tuffate dentro ingorde.</strong> Lei per un attimo ha pensato che dev’essere stata una morte orrenda, poi ha gettato tutto nella spazzatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta cercando di pulire casa per non pensare. In realtà il suo sguardo cade spesso sul telefono che non ne vuole sapere di mettersi a squillare. Pensa che lui non chiamerà mai e che forse dovrebbe farlo lei. Lo pensa un secondo ma poi l’orgoglio vince sempre. Sempre e solo quando non dovrebbe. E in realtà, anche se chiamasse, non cambierebbe niente, continuerebbero a dirsi sempre le solite cose, le solite frasi:</p>
<p style="text-align: justify;">Perché no?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché sì allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Per lo stesso motivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché boh!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…e si andrebbe avanti così come sempre, ognuno con le proprie ragioni che non vanno mai al di là del proprio egoismo, non superano mai la cortina di ferro delle difficoltà materiali, si perdono nel sottobosco del non detto, del non completamente affermato o afferrato. Ecco, è tutta qui l’idea che lei ha dell’amore.</strong> È questo il tipo di amore che si costringe a vivere. Senza nessuna possibilità di risoluzione, senza spiragli di luce là in fondo. Niente, zero. Solo nebbia fitta emozionale, sentimenti che non hanno mai il coraggio di venire allo scoperto. Dovrebbe chiamare, forse; invitarlo a casa, magari. Avvertire l’Ombretta che oggi non può farle nessuna commissione, non può uscire di casa perché aspetta una telefonata. Che stupida. Dio come odia le attese! Sta cercando di fare il punto della situazione mentre strofina con forza una macchia di caffè che si è infiltrata in una fessura dell’angolo cottura. Si ritrova a pensare che la sua passione, il suo amore per lui, sia più o meno come quella macchia: lì dove non dovrebbe stare, stonato, fastidioso. Ha paura che l’attesa possa essere infinita. Ha paura che l’amore per lui non la abbandoni mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre chiama l’Ombretta per avvertirla, sa che sta sbagliando come sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, due minuti dopo, mentre compone il numero di lui, sa che non può più tornare indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il corpo cade a terra a peso morto. Il tonfo sordo è attutito dal cappotto di lana. </strong><strong>È incredibile come, in certi momenti, le azioni che abitualmente si consumano in fretta, accadano al rallentatore. Così lei si ritrova a pensare a quello che le sta succedendo. Lì. Il cemento del marciapiede che si avvicina sempre di più.</strong> Se ci fosse uno specchio, lì in basso, lei potrebbe certo vedere i propri occhi pieni di stupore e paura. Occhi che si avvicinano sempre di più al cemento. Sempre più al rallentatore, man mano che l’impatto diviene via via più imminente. E, quando il suo viso tocca il terreno, una carta di plastica le sfugge di mano. Qualcuno si mette a correre, qualcuno le si avvicina. Altri osservano curiosi e sgomenti. Una chioma bionda sgattaiola via tra la gente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui arriva e non sembra né tranquillo né niente. Ha il sorriso ebete di chi non sa cosa dire. Di chi non sa cosa fare di ogni secondo della propria vita. Di chi, alla propria vita, non dà mai risposte. Di chi se ne sta lì ad aspettare una domanda o una affermazione dalla persona che ha di fronte.</strong> E lei è lì a fissare gli occhi su quelli di lui e poi sul pavimento tirato a lucido. E sente la paura, o la certezza, di aver sbagliato un’altra volta. Fugge via con lo sguardo e poi ritorna sugli occhi di lui. E sono uno contro uno e palla al centro. Uno contro uno e la paura. Troppe incertezze. Forse, troppe certezze create altrove. Una famiglia, lui. Un futuro davanti, lei. Stessi anni di vita e vite troppo diverse. Incontrati per sbaglio nel buio. Avvicinati da un gioco di sguardi. Ancora fermi a squadrarsi, a scrutarsi. Animali in recinto. Animali in calore. Spesso la vita gioca brutti scherzi. Domani è un altro giorno, ma oggi va vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tempo è lento solo quando non deve, e la chioma bionda si allontana per davvero. La gente attonita diventa capannello davanti alla donna.</strong> Si fa sempre più contro e domanda. Lei nemmeno sa perché si trova lì: è una cosa troppo strana, troppo inusuale, troppo che non ci pensa. Si sente solo mancare. Mancare come se fosse davvero la vita che se ne va. L’artrite che la condanna a morte. Un attimo. Ma basta per fare paura. Sente che tutto, ossa e coraggio, le sta cedendo. Guarda la sua tessera magnetica spaccata a terra. La prima volta che la usava. La prima volta che componeva quel numero segreto. Ci aveva anche messo un po’ per capirci qualcosa. Quel po’ che in questo istante è una vita. Questo istante in cui un doppio urlo disperato si sputa violento nell’aria con l’ambulanza che già serpeggia nel cuore della città.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">[…] <strong>L’urlo dell’ambulanza spiana la strada a paure maldestre. Si intrufola con violenza nel cuore dei colpevoli. Uccide, di quei cuori, ogni altro pensiero, ogni altra certezza, ogni altra motivazione di vita. Prende il sopravvento su tutto. E la colpa si muove sospesa nell’aria, aleggia tra la sirena e l’orecchio che l’ode. </strong>C’è in palio il tutto in pochi istanti. Ce lo si gioca così: a colpo secco.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei incrocia le braccia al petto. Ansima e sbuffa. Le gambe si muovono da sole. Secche e coi muscoli tirati sotto le calze pesanti. Gli anfibi quasi le scappano dai piedi. Lei li picchia sull’asfalto come se volesse sterminare con violenza le formiche. Muore un po’ ad ogni passo, la ragazza, e la tendinite è oramai inevitabile. Ma il senso di colpa è molto più doloroso. Sogna un taxi o che so altro, un autobus, un treno, un extraterrestre che la porti lontano. Suda e stringe le braccia e la borsa al petto. Girato l’angolo, ferma un taxi.</p>
<p style="text-align: justify;">All’ospedale, dice.</p>
<p style="text-align: justify;">All’ospedale e di corsa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La luce rossa fuori dalla stanza è accesa, segno che l’operazione non è ancora terminata. Lei muove i suoi anfibi verso quella luce, verso quella stanza, verso una speranza.</strong> La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore. Lei raggiunge la sedia accanto a quella dove è seduto un uomo con la barba e gli occhiali. I tendini le danno fastidio. Le brucia una fiacca sul tallone destro, laddove l’anfibio si è sfregato di più nella corsa. Lei appoggia la borsa. Si siede accanto all’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu devi essere Giulia, giusto?, le domanda l’uomo che, a guardarlo bene, si direbbe stia soffrendo le pene dell’inferno e forse ha addirittura pianto.</p>
<p style="text-align: justify;">Come?, risponde lei colta di sorpresa dalla domanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei Giulia, giusto? Io sono il figlio dell’Ombretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei sul principio non risponde. Non sa che dire. Bastava una scelta diversa. Guarda negli occhi quell’uomo annientato dal dolore. Ha paura. Si sente in colpa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simone Cattaneo</em></strong></p>
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		<title>“Sapevo che Anita Ekberg era caduta in disgrazia e le telefonai senza un motivo preciso, forse solo per sentire la sua voce…”: la diva della “Dolce vita” diventa un romanzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 09:49:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sapevo che Anita Ekberg era caduta in disgrazia e le telefonai senza un motivo preciso, forse solo per sentire la sua voce. Parlammo a strappi, finché il suo tono si alterò immotivatamente e riattaccai. Era il 2012. I miti che si spengono sono dei vinti, più interessanti di quando hanno la luce dei riflettori puntata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sapevo-che-anita-ekberg-era-caduta-in-disgrazia-e-le-telefonai-senza-un-motivo-preciso-forse-solo-per-sentire-la-sua-voce-la-diva-della-dolce-vita-divent/">“Sapevo che Anita Ekberg era caduta in disgrazia e le telefonai senza un motivo preciso, forse solo per sentire la sua voce…”: la diva della “Dolce vita” diventa un romanzo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sapevo che Anita Ekberg era caduta in disgrazia e le telefonai senza un motivo preciso, forse solo per sentire la sua voce. Parlammo a strappi, finché il suo tono si alterò immotivatamente e riattaccai. Era il 2012.</strong> I miti che si spengono sono dei vinti, più interessanti di quando hanno la luce dei riflettori puntata addosso e di loro si sa tutto, oltre il dovuto, con la complicità e l’invadenza di quei rotocalchi che rubano un bacio galeotto o sbattono il mostro in prima pagina, rendendo l’oggi e la dicibilità del mondo un coacervo di soggetti manipolati, fotografati, dediti al lusso e al vizio, un fine e non mezzo per la gente comune che guarda, spettatrice di un vuoto di maschere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64482 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/ANITA-195x300.jpg" alt="ANITA" width="119" height="183" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/ANITA-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/ANITA.jpg 623w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Il mio romanzo <em>Gli ultimi giorni di Anita Ekberg</em>, appena uscito da Melville, non racconta le gesta di una ex diva (altrimenti avrei scritto una biografia autorizzata), ma rievoca in piccole miniature intagliate un tempo passato messo continuamente sotto osservazione.</strong> Ricordi, dunque, ma non solo. La vecchiaia arriva e rovescia tutto. Seguo un ritmo inquieto, frammentario come la mente della protagonista, che nella sua smania di guarire da mali reali e immaginari, si pone una miriade di domande che girano vorticosamente anche nei colloqui che intrattiene di volta in volta con personaggi anonimi. La vicenda è sezionata tra dicotomiche percezioni che si riconcorrono in un tutt’uno indissolubile, frenetico: giovinezza e vecchiaia, bellezza e decadimento fisico, vita e morte, eros e sogno. Il polo tematico è mortuario, ma anche sigillato da una tensione che vuole superarlo in una verità archetipica, risvegliante, custode della rinascita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anita Ekberg, la celebre attrice consacrata al grande cinema con <em>La dolce vita </em>di Federico Fellini, il capolavoro che è diventato anche un modo di dire</strong> (uscì nel 1960), che era stata Miss Svezia appena diciannovenne, vive gli ultimi scampoli della sua esistenza terrena in una casa di riposo a Rocca di Papa, in un territorio di torri e declivi, dopo che hanno dato fuoco alla sua villa di Genzano. Cammina appoggiata a delle stampelle e successivamente sarà costretta a muoversi su una carrozzina, dimenticata da tutti in seguito a vari interventi chirurgici. Un giovane e infatuato giornalista la incontra per intervistarla e tra loro nasce un’intesa durante il pranzo domenicale in uno dei più rinomati ristoranti di Roma. I due si frequentano per alcuni mesi che diventeranno l’occasione per passare in rassegna il periodo d’oro della carriera, quando Anita Ekberg era considerata la diva dagli occhi di ghiaccio, il sogno di tutti gli italiani, specie dopo la celeberrima scena che la vide camminare dentro la Fontana di Trevi con un esterrefatto Marcello Mastroianni svegliatosi da un sogno ribelle. <strong>Torna il tempo trascorso con Fellini, Risi, Agnelli, l’incontro con Salvatore Quasimodo che se ne innamorò e che cercò di sedurla facendo leva sul carisma del poeta che aveva vinto il Premio Nobel.</strong> Si riaffacciano gli uomini che l’hanno amata passionalmente come coloro che l’hanno tradita nella fiducia. Fellini le appare in sogno ad indicarle una via d’uscita dalla paura della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Anita Ekberg stringe amicizia con un anacoreta d’altri tempi, con un prete dedito all’alcool e con una signora minuta e garbata: figure aleggianti in una quotidianità surreale, tra cose mai dette che emergono nelle zone d’ombra che ognuno di noi si porta dentro. La metafora della vecchiaia è racchiusa in un quadernone dove l’ex attrice appunta, tramite lettere che non spedirà mai, impressioni e stati d’animo, racconti visionari e preveggenze, sedute spiritiche e nostalgici flash back. Ma non tragga in inganno la ritualità delle giornate, il malessere della donna, la nudità di senso e lo spaesamento nella proliferazione verbale e nella lacerazione confessionale. <strong>Anita Ekberg vorrebbe vivere in eterno e si chiede ossessivamente, nelle viscere della dialettica, come sarà il dopo, se mai ci sarà. Immagina, con una vena felliniana, il paradiso e il nulla, la luce e il buio, nel terrore di sprofondare in un niente abissale, inanimato. </strong>In un’affermazione pulsionale quanto surreale, in un’intelaiatura al limite dell’incontro con un oscuro demone, è afflitta dall’agone della malattia. La contesa è con il tempo epifanico riscattato da forme immaginose, mitopoietiche, come quando esce dall’involucro del corpo volando via in una nebula inattingibile, irreale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questi giorni è uscito un saggio di Vincenzo Paglia, Arcivescovo ed ex presidente della Federazione Biblica cattolica, dal titolo <em>Vivere per sempre</em> (Piemme). Si parla di Gesù risorto, di un Dio di fede non astratto.</strong> La vita risorge con il corpo, con la sua storia, con il bagaglio di esperienze vissute, secondo Paglia. Il paradiso non può fare a meno della carne, ci suggerisce il teologo. È esattamente quanto succede nel mio romanzo. Anita Ekberg sale in un piroscafo che la condurrà in Svezia, sulle rive del Mar Baltico, dove verranno lanciate in acqua le ceneri della ex diva direttamente dalla nave. Il viaggio la conduce verso la morte, mentre una sequenza di paesaggi accompagna il transatlantico (in realtà è ospedalizzata e gli esami clinici alla quale la sottopongono confermano un male incurabile). I paesaggi sono fatti di rocce, spiagge, natura incontaminata, piccoli centri, giardini botanici. Sembra il preludio del paradiso, l’anticipazione di un immenso eden. Nella nave ci sono i vivi e i morti: Orietta Berti, Nilla Pizzi, Renato Carosone, Fellini stesso con Giulietta Masina. Gli ospiti si lanciano in una danza sfrenata, dionisiaca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anita Ekberg rinascerà nel momento del trapasso avvenuto in ospedale, ma a vent’anni. Irriconoscibile, viaggerà in treno da Rimini a Roma, nei luoghi della libertà e del successo. Ricomincerà da capo, esattamente come le aveva predetto, in una seduta spiritica, la minuta suor Secondina, che annunciava il destino dell’anima dopo la morte del corpo.</strong> <em>Gli ultimi giorni di Anita Ekberg</em> è un romanzo visionario, pagano, ma con un fondamento cristiano. Dio esiste e si avverte, come scrivo, in una sorgente che viene dal passato remoto, dal passato prossimo e dal presente che pian piano si fa lattescente, umido al largo della luce. Quando si rinasce non si ha più paura della morte, perché in fondo la morte non è altro che la sconfitta della perdizione, di ogni tipo di dissipazione e di solidarietà tra le persone. Perfino Gianni Agnelli parlava di Dio nell’assillo di comunicare con l’Altissimo, mentre amava Anita Ekberg. Agnelli avrebbe portato Dio in barca, lo avrebbe trattato da magnate, da agente segreto, con grande rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo è scritto in una sorta di <em>patchwork</em>, perché non utilizzo un solo stile, classico, una struttura narrativa determinata, ma un linguaggio tirato, sollecitato dall’inconscio, tanto che la parola è qualcosa da plasmare, da adattare nella griglia spazio-temporale, nell’espressività dei significati. Per illustrare gli anni Quaranta menziono la strage di via Rasella e quella delle fosse Ardeatine, alla quale assistette il marito di un’ospite della casa di riposo, “un partigiano duro, rispettato, temuto” che sfuggì alla cattura dei tedeschi. Arrivando agli anni Settanta tiro in ballo la cronaca, il delitto Moro, la strategia della tensione che costrinse Anita Ekberg, avvinta dalla paura, a recarsi in Svizzera perché a Roma si sparava e si uccideva in un orizzonte culturale mutato con l’eversione e l’uso delle armi. Per inquadrare gli anni Novanta e Duemila, subentra <strong>un gentilissimo Silvio Berlusconi che in un onirico scenario casalingo invita Anita Ekberg giovane a visitare una delle ville lussuose di cui è proprietario, cedendo ai consigli di una ragazza perspicace.</strong> Da un’epoca di livori collettivi si passa ad un edonismo dove l’anima non è più riconosciuta come un dato dell’esistenza umana. Ecco un passo del romanzo in cui Anita Ekberg definisce il terzo millennio dell’ipervisività: “Ci sono trasmissioni televisive in cui i sentimenti vengono ridicolizzati in quanto strumenti per rifugiarsi nel sentimentalismo facile, come fosse merce da vendere. Il sentimentalismo non è altro che fiction. Cioè svenevolezza, smanceria. Fa colpo quando diviene corpo e si vede”. E ancora: “La nascita e la morte: oggi un’ondata insana di superficialità fa credere che siamo padroni di noi stessi anche nelle funzioni biologiche. Mai come adesso si parla di morte solo in seguito ad una sciagura, perché la morte è una sensazione, non un evento terminale nel ciclo della vita. La morte come un incidente che non doveva succedere, ma è accaduto per l’intervento di un agente esterno che l’ha disgraziatamente provocato. L’esistenza è diventata una corsa contro il tempo, una sfida indomita per rimanere giovani”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinto che il romanzo debba anche spiegare, non solo descrivere. La narrazione di idee prevale sul plot che sviluppa una storia secondo tappe cronologiche. In fondo l’idea genera i fatti e a questo punto non può non subentrare il senso metafisico, assoluto. Forse questa è la novità del libro. <strong>L’ossessione di Anita Ekberg, nella sua intemperanza psichica, non esclude la dimensione erotica, tanto che la donna ricorda, in un’intervista fattale proprio da Salvatore Quasimodo che ho recuperato, il mito della sensualità, quando il poeta la definiva con strane formule: “regina dei giardini dei Borgia”, “cortigiana del novelliere”, “Venere del Botticelli”.</strong> Anita Ekberg è stata una donna carnale, passionale, seppure volesse superare l’icona di donna del sesso e assumere la veste, inusuale, di donna del pensiero, “che non va solo a fare l’amore”. L’intervista con Quasimodo è di poco successiva all’uscita nelle sale di tutto il mondo della <em>Dolce vita. </em>Anita Ekberg, in quel momento, è una principessa sul set ritratta con il seno debordante, con ampie scollature, con un’aria trasognata, con i capelli tirati all’indietro, che indossa vestiti neri con lo strascico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’attrice è morta l’11 gennaio 2015, ma continua a vivere da qualche parte. Fellini, nel film mai realizzato <em>Il viaggio di G. Mastorna</em>, era stato l’ideatore, con Dino Buzzati, di un tempo perduto, di un girone dantesco. Dove si va a finire quando si muore? La morte e l’aldilà, coincidono davvero?</strong> Si vive ancora dopo il decesso, che nella sceneggiatura del film avviene con un disastro aereo annunciato in un tg? Mastorna, detto Fernet, è un clown che suona il violino e il violoncello. Peccato che il cinema italiano sia stato privato di quello che sarebbe stato di sicuro un grande film allucinatorio, magmatico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si morirà, si chiede Anita Ekberg? “All’improvviso, senza accorgersene? Di notte, nel sogno? O la morte verrà a prenderla, personificata, sotto forma di una signora che potrebbe assomigliarle?”. La diva si avvia verso Roma, rinata, lasciando una stazione di provincia al fianco di Federico Fellini</strong> (non si è accorta di essere venuta a mancare, ma solo della sua resurrezione). Proseguono senza parlare, osservando piccoli dettagli tra bagliori e trasparenze, buio e risalto visivo (visionario), nella cerniera tra mare e città, nel senso armonico tra cielo e terra, illuminati dalla cometa, da un soprassalto che l’occhio misura nella natura crepuscolare. Il passato, nel fine-sequenza, è ormai stretto in una osmosi ideale e lo scoramento appare un’orazione lasciata alle spalle per un’efflorescenza di rivelazioni, in una mediazione liberante e conclusiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Anita Ekberg fotografata da Georg Oddner, Malmö 1953</em></p>
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		<title>“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</title>
		<link>https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2018 10:25:04 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/">“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando mi vergogno di doverlo dire, tanto è un’ovvietà, e dunque lo dico piano e sottovoce: <strong>nel sesso ognuno di noi è nudo. Non può più mentire. Il tuo modo di fottere rivela, inesorabile, il tuo rango di creatura, quale genere di carica vitale ti porti dietro, la qualità del tuo caos, le risorse delle tue impurità</strong>, quanto sei all’altezza dei tuoi squilibri e se conservi ancora il segreto della tua <em>natura</em>: “le parti dov’è più odore, sono quelle dove si raccoglie più anima”.</p>
<figure id="attachment_64329" aria-describedby="caption-attachment-64329" style="width: 167px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64329" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Luca-281x300.jpg" alt="Luca" width="167" height="178" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-281x300.jpg 281w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-768x821.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-958x1024.jpg 958w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-600x641.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Luca-1320x1411.jpg 1320w" sizes="(max-width: 167px) 100vw, 167px" /><figcaption id="caption-attachment-64329" class="wp-caption-text">Lui è Émile Ronin, visto di spalle</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Quando il corteggiamento, questa farsa ipocrita, è un differimento, una sofisticazione rituale, retorica di un atto predatorio, feroce, in cui i due contendenti recitano una parte, che può concludersi con l’illusione di un assenso a essere presi, e in realtà è uno ‘stupro’ quasi desiderato, e codificato, anche quando ci si illude del contrario (chi non capisce che queste parole non sono un invito allo stupro, né la sua apologia, smetta di leggere)<em>.</em> <strong>Un ratto dissimulato. Un capitolare, a organi virili e potenti, si spera. Forza della coercizione, seduzione e soggezione, il loro unisono e rapinoso <em>whirlpool</em>. L’irresistibile.</strong> Potere assoluto, che può sprigionare anche da una ragazzina di quindici anni, una creatura all’apice della sua impertinenza animale ed estetica, una Lolita qualunque di questa terra, prorompente di ambigua bellezza, che riduce in polvere, compiaciuta, ogni difesa maschile. Quando, fin da epoche antiche, nel momento in cui una donna dipinge le sue labbra di rosso, replica sul suo volto, ritualmente, la sua fica eccitata, per sfoggiare seduzione sessuale, potere, l’esca incantevole e letale di una bagliore predatore, alludendo a quello che ha in mezzo alle gambe, occultato sotto le vesti: “Non so quanto le falene fossero <em>coscienti</em> di girare intorno a un lume… anche avessero saputo, nulla avrebbe impedito loro di correre comunque verso il loro incantesimo, verso la loro rovina”. E il potere uccide l’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scorgi una ragazza, una donna o una femmina, non importa dove, ovunque, e il primo impulso è sempre quello di capire se vuoi <em>attirarla</em> nelle tue braccia, avere un contatto fisico, e scambiare fluidi, odori e profumi con lei. Quelli atavici. <strong>Quando emerge, imperiosa e abominevole, la volontà di possederla, mangiarla, leccarla fino allo sfinimento, e insinuarti in ogni sua fessura, solcare le sue curve, saggiare il sapore dei suoi baci, del suo sudore, l’odore della sua pelle. I suoi misteriosi piedi. Quando i sentimenti, qui, non c’entrano nulla, né il dialogo, seppur muto, poiché la parola qui non ha udienza.</strong> Quando è puro istinto, volontà di predare e soddisfare se stessi. Un <em>craving </em>ancestrale, feroce. Un grumo di puro egoismo, l’espressione immemoriale delle tare più innominabili. E cosa c’è di <em>legittimo </em>in tutto ciò? Niente, e tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/lintellettuale-piu-capace-dei-nostri-tempi-si-chiama-stoya-fa-la-pornostar-ed-e-editorialista-sul-new-york-times-sapra-liberarvi-dalle-vostre-paranoie/" target="_blank" rel="noopener">Quando leggo Barbara Costa</a>, con interesse e curiosità, e rimango comunque perplesso. Quando, con me, lei sfonda una porta aperta, eppure qualcosa non convince, tra le righe di ciò che scrive.</strong> Quando sa troppo di <em>new age</em>, di ingenuo e volutamente rivoluzionario, programmatico, di manifesto politico-letterario. Immaginazione e sesso al potere! Quando sospetto addirittura che abbia molto letto, forse, ma non studiato a sufficienza – e dato che è auspicabile, se ti diverti a giocare con concetti, idee e filosofie, e a sfottere pubblicamente i pregiudizi. Quando non mi spiego altrimenti certe sue ingenuità teoriche, artistiche, letterarie, e la mancanza di quella lucida consapevolezza, quella scettica, che avrebbe dovuto immunizzarla e, soprattutto, a non farsi nessuna illusione sugli esseri umani, né sulle filosofie o la letteratura, e tanto meno a far sue le illusioni degli intellettuali contemporanei, immaginando di scardinarle e radicalizzarle solo perché le inserisce nel porno ludico. Del suo abbaglio su Asia Argento, <a href="http://www.pangea.news/analisi-filosofica-e-spietata-del-fenomeno-asia-argento-care-donne-il-problema-non-e-luomo-ma-lumanita-e-comunque-meglio-marilyn-e-vivian-maier-autentiche-sovversive/" target="_blank" rel="noopener">ho già scritto altrove.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lei scrive frasi in cui si contraddice platealmente, nel momento in cui afferma: “nel sesso non esiste anormalità, è giusta qualsiasi ‘pratica’ frutto di scelta libera, consapevole e consensuale”, e subito dopo aggiunge: “negli affari di letto dovremmo dar più spazio e legittimità ai nostri istinti, scordarci la razionalità”; e già mi ha perduto.</strong> Quando evoca l’irrazionale, gli istinti, l’anormalità come norma, la sfera bestiale, più impura e ambigua della natura umana, quella più torbida, dove vige sovrana la legge della vittima e del carnefice, del più forte e del più debole, e nonostante questo lei aggiunge a giustificazione la “legittimità”, la libera scelta, cosciente e consensuale, preoccupandosi della <em>fruibilità</em> della trasgressione, del consenso <em>cosciente</em>, dell’essere “in controllo”. Quando questo scelta consapevole è già teatro, una facile via d’uscita, uno spazio scenico da riempire, anziché la vita come forma cava, buco nero; e già mi ha perduto. Quando è un’idea trasgressiva ma ludica del sesso, tutta artistica, legale; e già mi ha perduto. Quando il sesso della vita reale, fuori dalla pornografia è un coacervo caotico, illegittimo, ambiguo, talvolta abominevole, spesso inespresso e frustrato, per ovvie ragioni, ma ben presente nelle nostre menti assolutamente tarate e ‘patologiche’ dalla nascita – e “la psichiatria è dello Stato”, scrive Brodskij. Quando la reale immaginazione sessuale è inconfessabile, va ben al di là del semplice ludismo controllato e concordato, del piacere artistico, o di una pretesa emancipazione collettiva attraverso la libido. <strong>Quando, ridotta all’osso, la Costa vi propone una sorta di catarsi aristotelica attraverso il sesso, un irrazionalismo ludico, salutare, una sorta di Sisifo felice <em>à la </em>Camus, e afferma che tutto ciò che va oltre è un sesso malato, patologico, chiudendo irrevocabilmente le porte a quello che di più vero c’è nel sesso</strong>, perché più meschino, disgustoso, abominevole. E questo benché, in teoria, lei dica che non esiste l’anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando leggete attentamente tra le righe della Costa, tra i suoi articoli, e trovate che battono sempre sullo stesso chiodo: l’idea mitica, irrealistica, di una donna che non sia più vittima, ma al contrario una creatura <em>sempre</em> in controllo, anche sessualmente; e mi vengono in mente le parole che la Costa dedica alla Beauvoir nel rapporto con Sartre, o a <em>Lolita</em>.</strong> Quando la Costa sembra più amichevole nei confronti degli uomini, eppure loro rimangono comunque, ai suoi occhi, di volta in volta: schiavi del loro pene, sotto il giogo della femmina, degli impotenti, sotto sotto dei mutanti bisessuali o gay (cosa perfettamente legittima, ovviamente), o si buttano in massa sui trans poiché questa creatura doppia, per il debole e ormai antiquato etero, rappresenta un modello di “donna rassicurante”, un modello che non esiste più. Parole testuali della Costa, con un messaggio implicito: l’etero puro, anche quando è cosciente di quanto sia ridicola e ristretta l’eterosessualità normativa, di tipo antropologico, borghese, che poi da noi è di matrice cattolica, resta comunque un povero coglione, un non-liberato, un rigido. Una creatura superata. <strong>In ogni caso, nessuno scopa meglio una donna di un’altra donna, ce lo dice quella fulminata di Asia Argento, e la Costa sottoscrive zelante, dato che, tra l’altro, ritiene l’attrice romana un genio. Quando la Costa fa passare Asia per una novella Bukowski al femminile, o una impavida Anna Karenina in mezzo a un legione di Vronskij cretini!,</strong> uomini “che non sono granché, artisti brutti, falliti, scrittori con cani piscioni… e registi nanetti 36enni a letto amanti penosi… uomini col cazzo moscio irrecuperabile, bamboccioni, prepotenti perché vigliacchi”. Il tutto racchiuso, infine, da questa frase eloquente, inequivocabile, della stessa Costa: “nel porno c’è vera disparità in base al sesso, e tutto a vantaggio della vagina”, riferendosi a soldi e potere, e allora penso a chi ha sofferto ed è stato discriminato, e non è mai umile, e alla relazione tra sventura e megalomania, alla volontà di avere un destino. <strong>Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Dal fallo-centrismo, al vagino-centrismo. Un’ossessione – l’essere sempre <em>in controllo </em>della donna, negli articoli della Costa rappresenta, ahimè, un refrain costante – che in realtà rivela una segreta debolezza, l’antagonismo del risentimento, della fragilità.</strong> Non un potere, né un atto di forza, ma solo un guazzabuglio di sterili contraddizioni. Nessuno, infatti, è mai davvero in controllo, o è mai davvero <em>se stesso.</em> Non esiste questo essere umano mitologico, teologico, detentore del controllo, del potere, tutto d’un pezzo. E promuoverlo, auspicarlo e immaginarlo, con lo sfruttamento razionale dell’irrazionale, come fa la Costa, è puerile, e non originale, poiché lo hanno già fatto quasi tutte le avanguardie artistiche: Surrealismo, Dada, Le Grand Jeu, Esistenzialismo, sia quello religioso, che quello umanista, ateo e ideologizzato di Sartre e quello di Camus, che, dopo aver letto in anteprima, alla Gallimard, il <em>Sommario di decomposizione</em>, accusa Cioran, questo <em>mujik</em> balcano amante del byronismo russo, di non essere ancora entrato nel circolo della “grandi idee” che contano, di essere un parvenu dell’Intelligenza: “Adesso lei deve entrare nel campo delle cose davvero <em>intellettuali</em>”. Letteralmente, cazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è impossibile negare che gli stessi ignobili limiti, le stesse pietose contraddizioni, che vengono elencate con tanta disinvoltura contro gli uomini, non si trovino nella stessa misura anche nelle donne, perché lo riscontrate tutti i giorni, platealmente. <strong>Quando, al contrario, tu non riesci a essere stronzo con le donne, a sminuirle, e ti limiti a registrare la generale e irrimediabile fragilità e vanità umana, e ti sforzi di provare un po’ di ironica pietà. Quando riconosci, con grande serenità, che la donna, potenzialmente, è più radicata degli uomini nella vita</strong>, ha diverse zone erogene, e che la sua complessa libido le conferisca un peso tutto particolare, misterioso, eppure riconosci anche, altrettanto serenamente, che la maggior parte degli esseri umani, in generale, vivono quasi sempre al di sotto del loro potenziale umano, sessuale, immaginale, intellettuale, e che la maggior parte di loro non sono fatti per essere liberi; che, salvo una ristretta minoranza, la maggior parte delle persone ‘normali’, anche quando trasgrediscono, sono per lo più penose e grottesche. Che i motivi di alienazione, oggi, sono innumerevoli, e credere nella facoltà redentrice della liberazione sessuale, è esilarante; che le persone normali, che si alzano alle sei del mattino per andare a lavorare, fino alle sette di sera, e pagano il mutuo, hanno famiglia, figli, devono vivere, e spesso sopravvivere, sono la maggioranza delle persone di questo Paese; <strong>che a un certo punto sono costrette a far passare il sesso in secondo piano, perché la società moderna uccide l’energia sessuale, la volontà di praticare il sesso ludico come ce lo descrive la Costa. È penoso, ma è realtà nuda e cruda. La maggior parte degli esseri umani è in catene, e lo sarà sempre.</strong> Forse, solo i giovani, gli artisti, i perdi giorno, i <em>flâneur</em> e ricchi hanno il tempo e la testa di coltivare il ludismo sessuale di cui parla la Costa. Bukowski, grande e irriverente ‘<em>trombeur</em>’, paradossalmente, per il genere di vita assurda che faceva, da disadattato, non ha fatto sesso per ben nove anni della sua vita adulta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando faccio davvero fatica a capire l’interesse della Costa per Jean-Paul Sartre, un filo-stalinista (benché uno possa essere filo-stalinista o filo-fascista, e comunque essere un grandissimo scrittore!), e un mediocre imitatore di Dostoevskij, via Heidegger; un intellettuale francese, con tutto ciò che comporta di troppo Parigino, di sterile raffinatezza</strong> (leggersi <em>De la France</em>, di Cioran); un esistenzialista, ossia un ideologo dell’esistenza, poiché, come afferma lo stesso Beckett, l’Esistenzialismo rappresenta un vaneggiamento filosofico e culturale di cui farsi beffe, un mero movimento filosofico-letterario che oggi al massimo interessa l’antropologia filosofica, la storia delle idee, la storia della filosofia o la critica letteraria. Una fottuta dottrina che, al pari di ogni altra filosofia, converte la vita in un assoluto filosofico o letterario, in qualcosa di troppo positivo per poter davvero riflettere l’equivoco essenziale della vita. Esattamente come fai tu, Barbara. <strong>Consiglio il ritratto impietoso che Emil Cioran fa di Sartre, senza nominarlo direttamente, ne <em>Il sommario di decomposizione</em>, intitolato <em>L’impresario d’idee</em>, poiché anche la Costa sembra l’impresaria di un’idea, della pornografia unita all’eros della letteratura come antidoto al pensiero unico.</strong> E un maschio, qualche giorno fa, ahimè cade addirittura nella trappola e le dà manforte sulla stampa nazionale: “una tendenza eretica rispetto al pensiero e allo stile letterario dominante, si mette in polemica con la contemporaneità e arriva a concepire il sesso, nel deserto nichilista e disperato dell’Occidente, come una via di uscita dalla crisi e una fonte insostituibile di energia vitale… esaltando il sesso e la carne come via di accesso a una ritrovata vitalità primordiale”! Super-cazzola notevole, non vi pare? Il sesso redentore, da cui dipendono le sorti di una civiltà, delle nostre energie vitali, a livello collettivo. Si esce tramortiti da tanta pomposa fiducia, che solo un intellettuale o un letterato, uno che ha fatto dei libri il proprio mondo, può immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando detesto tanto i “vegani del sesso che odiano la carne”, quanto l’estetica e i teorici della sacralità della carne, e della natura.</strong> Gli uni esaltano la purezza attraverso un grigio ascetismo, gli altri, sublimano intellettualmente un potere incontaminato, privo di sovrastrutture, sprigionato dalla sessualità, e dal contatto irrazionale con la natura, in teoria. E lo fanno buttandosi, da specialisti, amateur ed eruditi – che non conoscono direttamente il cuore di tenebra della strada, che non hanno mai fatto una rissa, mai partecipato dal vivo a una guerra, mai fatto sesso potente, estremo – su De Sade, D.H. Lawrence, A. Miller, V. Nabokov, P. Roth, S. Bellow, T. Bernand, A. Nin, G. Bataille.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando in quello che dice Barbara Costa troviamo troppe scorie di cose non fertili. Forse troppo Reich, forse troppo Freud, </strong><strong>che parla di inconscio e sesso, eppure è per la ragione che brucia di passione.</strong> Troppa preoccupazione per ciò che è intellettuale, troppa letteratura, troppi sterili riferimenti filosofici. Quando parla di ciò che è ‘legittimo’, mi ha già perso. Quando si premura – e anche qui mi perde – di legittimare quello che scrive, o che scrivono i suoi idoli, la Stoya e la Argento, conferendo loro dignità intellettuale, erudita, dotta; quando è esattamente il contrario che dovrebbe fare, ossia sdegnare questa patente di valore intellettuale, libresca, solo artistica. <strong>E invece cosa fa? Un errore clamoroso: parla di sesso, evocando direttamente quelle parole o quegli autori che andrebbero presi con le pinze e non amati in modo ossessivo: ‘intellettuale’, ‘filosofia’, Sartre, De Beauvoir, Bataille; e indirettamente la genealogia de <em>La</em> <em>Repubblica delle Lettere</em> di Marc Fumaroli, quella dei dotti, in cui rientrano, paradossalmente, anche i più trasgressivi. Leggere per credere.</strong> È solo così che si spiega la volontà della Costa di spacciarci, in maniera del tutto incomprensibile, la coppia Sartre-De Beauvoir come esempio di buon sesso e dunque, ahimè, di buona filosofia; due intellettuali francesi, nella patria in cui nasce, nel Settecento, la figura dell’Intellettuale; dotti, filosofi-letterati, come esempio per parlare di sesso, di un territorio irrazionale, oscuro e muto, che al contrario parla la lingua di tutto ciò che è primitivo, incolto e privo di filosofia; esperienza e soggetto, unità immediata e vitale, un territorio dove ogni atto, anche quello della creazione, è ancora un organo della natura. Lo diceva anche Baudelaire, il quale, benché ancora avvolto dal simbolismo intellettuale del suo <em>spleen</em> – non a caso infinitamente meno vitale della noia moldava, assai meno raffinata ma assolutamente più corrosiva –, scrive: “Solo al bruto gli si rizza bene”, intendendo con ciò, indirettamente, che tanto più si è cultura, e meno si è natura; che il sesso, se non in assoluto, è in gran parte un fatto di natura, profondamente irrazionale, e non di cultura; che l’<em>erotismo </em>è già una pallida complicazione e sofisticazione rituale, intellettuale e culturale, della sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, al contrario, la Costa, parlando di una faccenda irrazionale, vuole farlo con le categorie dell’epoca moderna, con il frutto sterile dei dotti, l’organo alle sole dipendenze della riflessione, appendice del pensiero. Niente, qui, che sia autentico charme geologico, atavico, fascino della creatura, ma solo pornografia, ossia la sofisticata volgarità dell’umano che copula con la giustificazione intellettuale, dotta, filosofica, letteraria, generando un aborto.</strong> E quanto ci tiene, Barbara! E così che la Costa ci rassicura che il “buon sesso” della coppia Sartre-De Beauvoir – sesso e <em>intellighenzia</em>! – è automaticamente “buona filosofia”, e ci sarebbe da scrivere un intero trattato su quanto sia sbagliata ed esilarante questa associazione; che ci rassicura che Asia Argento leggeva Melville a quattro anni, ed è una persona colta; che Stoya, “pornostar-intellettuale”, legge libri, ed è “ossessionata” da Bataille, <strong>al pari di quella noiosissima travestita del male, la scrittrice dark Isabella Santacroce, che ahimè, per evocare il sacro e l’erotismo, cita Georges Bataille, con una stupefacente super-cazzola che sa addirittura di rimasticatura</strong> – “io sono da sempre nella dimensione del sacro, così come era pensata da Bataille, ovvero quella degli estremi… il Bene produce frivola bardatura insensatamente aggiunta all’opera compiuta da Dio onnipotente… solo il male ha una distruttrice potenza, il Bene nulla distrugge, nulla crea”; un nevrotico affascinato dal male e dall’erotismo, come Nietzsche, un impotente e un casto, era affascinato dalla forza; un semplice elucubratore filosofico, pletorico del Negativo, non all’altezza del suo squilibrio. Nessun miglior segno di falsità, infatti, per un creatore che si pretende profondo e libero, che citare <em>prima di ogni altro</em> Georges Bataille, l’Estremo coltissimo, parlando del Male. Un altro fottuto filosofo-letterato francese; e ve lo dico io, che da giovane l’ho studiato in lungo e largo, come si studia un fratello-nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino, dove santo Bataille non manca mai, ma proprio mai, cazzo; e quando, vittime del complesso della conoscenza, si preoccupano, tutte, di apparire intelligenti, colte, dotte, di giustificare con la <em>filosofia </em>e con le <em>lettere</em> le loro tesi estreme sul sesso, per timore di non essere prese sul serio, con il più banale dei complessi.</strong> Quando la Costa ammette onestamente, che pochi, nella realtà, faranno sesso come Rocco Siffredi, e che pochi potranno replicare le cose mirabolanti che si vedono nella pornografia, ma aggiunge, nondimeno, che, se non altro, alimentarsi di tutto ciò è liberatorio, vi apre la mente, “ha funzione pedagogica, è fonte di conoscenza”, è catartico! Quando, infine, con un sincretismo da metallica ingegneria culturale, lei unisce sesso, porno, letteratura, intellettuali, dotti, filosofia e nature libresche, compiendo quello che in realtà sarebbe da evitare come la peste; e lo fa metabolizzando acriticamente, forse in maniera irriflessa, una letale tendenza, tipica della cultura francese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando hai il timore che Valentina Nappi legga l’articolo della Costa, e si metta in mente di fare in Italia quello che la “pornostar-intellettuale” Stoya ha fatto negli Stati Uniti, ovvero scrivere su testate prestigiose, di porno e sesso.</strong> Quando ha già iniziato a farlo. Quando a Ottobre ho visto la Nappi in una intervista con Peter Gomez, dove il conduttore, a una Nappi che fa la splendida con citazioni dotte, Platone e altre cazzate, la mette subito in difficoltà, chiedendole di spiegarsi meglio, di approfondire, con somma irritazione di lei, che viene colta in fallo, e farfuglia cose pretestuose, sconclusionate, dato che non è in grado di approfondire, e accampa atteggiamenti antagonisti, di sufficienza, contro Gomez, che ha osato metterla all’angolo, rivelando l’effettiva impostura della ragazza, che si spaccia per la porno attrice intellettuale, una tuttologa che crede di aver capito tutto, con il suo lavoro e la sua  erudizione d’accatto, inesistente. Andate a vedere, per credere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, come diretta conseguenza dell’influenza della Costa, incontri una giovane ragazza, venticinquenne, modella, dalla bellezza intimidatoria, spirito rock, un metro e ottanta di sconcertante e dichiarata aura bisessuale, sedotta da questo fenomeno di costume (legge anche la Costa), al punto da fare una tesi sul godimento – con relatore una specialista di Sartre – centrata su Freud, Lacan e soprattutto Bataille, che non manca mai!</strong> Una ragazza a cui chiedi il numero di telefono e te lo dà, subito; a cui scrivi immediatamente che sei rapito dal suo lungo collo, dal suo viso, e lei ti risponde, seduta a mezzo metro da te, tra altre persone, con un sorriso complice e un “grazie, così mi fai arrossire”, mentre si gira un secondo dopo e ti fissa dritto negli occhi, implacabile, per dirti che ti vuole; una ragazza che ama avere atteggiamenti antagonisti, fissata con<em> Nyphomaniac</em>, il Male di Bataille, la sofferenza, <em>Taboo </em>di Tom Hardy e il francese <em>La vita di Adele </em>(soprattutto una delle due protagoniste, quella col ciuffo blu, che elegge a suo nume tutelare, casualmente, proprio Sartre), al punto da verbalizzarlo, sfoggiando una serie di sconcertanti cliché, e tu ridendo le fai capire che è una cogliona, e le dici: “che noia, non sarai mica una clone della Santacroce?”; che la sua è sola una posa estetica; <strong>che tu non consiglieresti mai a nessuno la sofferenza, in sé, anche se affascinante e foriera di creatività, perché quella vera abbatte, ottunde, imbruttisce e annienta; è disgustosa.</strong> Le dico che fare tesi sul “godimento”, è come diventare “specialisti dell’esistenza”, una cazzata galattica, da seppellire sotto il boato di una risata cosmica, e che negli atenei queste grottesche figure esistono davvero – guarda caso, soprattutto in Francia – e si prendono molto seriamente. E lei, che tra l’altro scrive articoli insulsi su Foucault, si urta, e ti dice: “Ora vorrei picchiarti fortissimo!”. Per i due giorni successivi, ospite di una conferenza internazionale come relatore, l’unica a cui abbia mai osato partecipare, siamo sempre vicini, non stacchiamo quasi mai l’attenzione l’uno dall’altro, anche se io la snobbo un po’, perché raffreddato dalle sue puerili preferenze, e dal suo inutile antagonismo. Alla fine, a sera lei mi accompagna in stazione, e dato che non mi faccio avanti, indispettita, per incoraggiarmi, si vede costretta a dirmi: “Ma guarda che io scherzo! Uffa!”. Io non le do corda, esco dalla macchina, la saluto calorosamente e nulla più, e inizio a incamminarmi verso la stazione; dopo neanche dieci metri, lei si affaccia con la testa dal finestrino della macchina, con il broncio, e grida: “Ma insomma!! Proprio non vuoi baciarmi come si deve?!”. A questo punto crollo rovinosamente, di fronte a tanta irresistibile protesta, e torno sui miei passi; ci baciamo a lungo, e lei tutta soddisfatta, con il sorriso sulla bocca: “Ecco, è così che si salutano due amanti”. Una adepta della Costa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripeto, dolorosamente irresistibili, ma fatte con lo stampino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questa epoca di bellezza perennemente sfoggiata, di libertinismo apparente, di costanti allusioni sessuali, ovunque, di ipertrofia pornografica, la trasgressione è banalizzata. Quando, ormai, è come farsi le canne, e tutti si fanno le canne, fin dall’infanzia, credendo di essere liberi, e invece sono solo conformisti dell’anticonformismo.</strong> Quando tutti possono fare il peggio del peggio nelle camere da letto delle loro case, e ci si chiede: chi è davvero all’altezza dei propri squilibri; chi è qualcuno, e non chiunque? Quasi nessuno. Quando, cazzo, <em>Masterchef</em> rovina le cene, e lo stesso fa la Costa, con questa ossessione esclusiva, pedagogica, per il porno, il sesso e il vagino-centrismo rampante. Quando disprezzi ogni forma di specializzazione e, per quanto la Costa lo neghi, la sua ossessione artistica, e la sua specializzazione, è il sesso; e non si è mai tanto lontani dalla sessualità, quanto nel momento in cui le si vota un culto, trasformandola in <em>cosa</em>, e la vera trasgressione, paradossalmente, fugge altrove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Émile Ronin</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina Helmut Newton, “David Lynch e Isabella Rossellini”, Los Angeles, 1983</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-noia-mortale-porno-come-avanguardia-della-rivalsa-femminile-tutte-queste-virago-della-liberta-sessuale-sembrano-fatte-con-lo-stampino-in-risposta-a-barbara-costa/">“Che noia mortale. Porno come avanguardia della rivalsa femminile! Tutte queste virago della libertà sessuale sembrano fatte con lo stampino”: in risposta a Barbara Costa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Helmut-Newton_1-e1543826148953.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</title>
		<link>https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2018 07:16:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I romanzi di Alessio Arena li aspetto come a suo tempo si faceva coi bastimenti, ben sapendo che non si sarebbero trattenuti a lungo poiché ogni ritorno non è che il preparativo per la prossima partenza. Con la letteratura va così: il suo movimento ti ricorda la tua quota di immobilità, e ti molla una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/">“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>I romanzi di <a href="http://www.alessioarena.com/it/about/" target="_blank" rel="noopener">Alessio Arena</a> li aspetto come a suo tempo si faceva coi bastimenti, ben sapendo che non si sarebbero trattenuti a lungo poiché ogni ritorno non è che il preparativo per la prossima partenza. Con la letteratura va così: il suo movimento ti ricorda la tua quota di immobilità, e ti molla una spinta: adesso prova a diventare tu la persona che provoca l’attesa, metti la tua storia su una nave e falle conoscere il mare aperto di una nuova consapevolezza. Dopo aver letto <a href="https://www.fandangoeditore.it/shop/marchi-editoriali/fandango-libri-2/la-notte-non-vuole-venire/" target="_blank" rel="noopener"><strong>La notte non vuole venire </strong></a>(Fandango, 2018) ho voluto incontrare chi di questo romanzo è sia il capitano sia il passeggero di terza classe, per spostarmi con lui nel tempo e nello spazio e sbarcare in una New York italoamericana sedotta dal canto di una sirena assai insolita se si considera che attira nell’abisso sé stessa prima di chiunque altro. Il romanzo è un pezzo di luna precipitato sulla terra portando scompiglio tra gl’animi notturni e inquieti, modificando ogni equilibrio, riportando in vita poeti scomparsi, restituendo la voce a chi aveva dovuto restituirla all’ombra. (Antonio Coda)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-full wp-image-63579 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-arena.jpg" alt="libro arena" width="190" height="266" />La notte non vuole venire </em>doveva essere scritto come ospite presso la Columbia University ma&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma <em>por H o por V</em> come dicono gli spagnoli, per un motivo o l’altro, ero costretto a posticipare il viaggio. Il romanzo era in costruzione, io avevo in me una visione di New York ma volevo andare a vedere cosa fosse diventata, <strong>consapevole che la Little Italy della prima metà del Novecento, periodo in cui è ambientata la storia, non esistesse più. Quando poi sono stato in condizione di partire, fosse pure a mie spese siccome l’offerta della Columbia University l’avevo lasciata sfumare, ho deciso di non farlo: ho capito che volevo creare la mia New York; tanto più che quella reale ormai era sparita.</strong> Credo molto nel gioco della letteratura grazie al quale poter ricreare mondi che non esistono più o che non sono mai esistiti. Ecco cos’ho fatto: ho messo a confronto due foto del 1923, quella del Mercato dei Vergini, nel mio quartiere di origine, e quella di Mulberry Street. Erano tali e quali. Era la stessa città; con la differenza che nella foto del quartiere Sanità c’era la facciata della chiesa settecentesca di fronte al Palazzo dello Spagnolo e che a Mulberry Street c’erano i <em>basements</em>, con quelle loro scale d’emergenza all’esterno. Ho deciso che sarei andato a New York dopo la pubblicazione del libro. Adesso è tutto prenotato, parto il prossimo gennaio, per riportare Gilda in America, dopo averla prima riaccompagnata in patria, con il romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi voglio avvicinare al romanzo partendo da <em>Atacama</em>, il tuo ultimo singolo musicale, in cui canti: “<em>pa’ ser felices arriesguen su amor</em>”, “<em>per essere felice, rischia il tuo amore.” </em>Al centro dell’invenzione romanzesca ci sono due donne: Gilda Mignonette, donna di passione, strabordante, certo non la classica eroina da romanzo, e Esterina, una donna viceversa fantasmatica fin dalla capigliatura: “<em>Sembrava in testa avesse dello zucchero filato. Oppure con cosa se li era lavati quei capelli, con la lisciva, con l’acqua ragia</em>?” Sono due donne che hanno rischiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella Mignonette ho voluto creare un personaggio che non fosse l’eroe aristotelico con il quale il lettore empatizza. Gilda Mignonette è una eroina abbastanza respingente e io non volevo affatto farne l’apologia, anche perché il libro non ha mai voluto essere la sua biografia romanzata. Gilda Mignonette è sempre stata avvolta da una grande aura di mistero. I pochi dati biografici che se ne hanno basterebbe metterli in successione per costruire un romanzo movimentato al punto giusto; ma non ho voluto rendermi la vita facile. <strong>Ho ricercato e indagato su un’ombra ancora più profonda, quella della donna che le stava vicino, la sua assistente, e ho voluto raccontare partendo da lei. </strong>La Mignonette la privò persino del nome: per lei era ‘<em>a signurina</em>; nel romanzo la chiamo “<em>la guagliona</em>”. Il nome Esterina apparve soltanto in qualche cartellone al Caffè-Concerto Pennacchio, dove Gilda Mignonette si esibiva agli inizi degli Anni Venti. Il terzo personaggio invisibile del romanzo è la <em>spartenza</em>, quel sentimento di distacco e di perdita che accomuna tutte le persone migranti che si trovano costrette a rischiare, ecco, pur di tentare la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La notte non vuole venire </em>è il tuo quarto romanzo, al suo interno c’è anche la storia della tua crescita da scrittore, mi riferisco al linguaggio, al senso della misura, al bilanciamento delle parti. L’ho trovata l’opera matura di uno scrittore che sa di aver scritto altri libri e che sa perciò fare un uso più controllato della sua bravura stilistica. Ricapitolando i tuoi libri precedenti: <em>L’infanzia delle cose </em>inizia con “<em>Questa è la mano di mia madre.</em>” Nel secondo, <em>Il mio cuore è un mandarino acerbo</em>, ancora prima dell’incipit scrivi questa dedica: “<em>A Silvia Longo, che mi ha insegnato a scrivere con le mani aperte</em>”. Incipit di <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>: “<em>Sono nato nelle mani di mia madre”. </em>L’immagine della mano è molto presente, e potente, anche in <em>La notte non vuole venire</em>: dalla pallottola che andrà a ficcarsi nella mano di García Lorca – a cui nel romanzo doni una sorta di ora-di-vita-in-più – all’incubo ricorrente di Gilda Mignonette. Testualmente vi appare in corso di explicit: “<em>Prendi la mia mano per sentire che alla fine di tutto, alla fine di ogni cosa, non sei stata tu a uccidere me</em>”. Cosa sono le mani per la tua scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono un innamorato della parola, un feticista. Mi piace vederla nella sua interezza, mi piace alzarla dalla pagina scritta e cantarla, tradurla, tradirla, impararne il suono in diverse lingue, ma la parola primigenia per me resta il gesto, e le interpreti principali della parola sono le mani. <strong>Dove non puoi arrivare con la voce e con le parole scritte, te lo dico anche da cantante, puoi ancora provarci con le mani. Nella scrittura deve essere rifluita la mia necessità di toccare gli altri con le parole. </strong>Le tue osservazioni sulla grana della scrittura del romanzo mi rallegrano ma allo stesso tempo mi preoccupano se penso a cosa succederà nel prossimo, col quale mi sto cimentando fin dalla stesura della seconda pagina de <em>La notte non vuole venire</em>. Io non ho una teoria del romanzo, non c’è una pratica, una scuola tale che se arrivi al terzo, al quarto, al quinto libro puoi poi farne tesoro. Non so come riescano gli altri scrittori che pubblicano un libro all’anno, uno ogni due anni; io ogni volta che scrivo un romanzo ho veramente la grandissima vertigine non della prima pagina bianca ma di tutte e trecento le pagine in bianco più o meno che lo comporranno. Mi perdo continuamente, è un labirinto per il quale non prevedo il filo di sicurezza di una via d’uscita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proseguendo il gioco di rimandi interni e esterni alla tua opera: in <em>La notte non vuole venire </em>scrivi che “<em>la notte è guaritora</em>”, come pure, spostandoci da New York allo Yucatán: “<em>Quello sciancato li lasciò così: con la notte addosso che veniva piena di stelle e di cuccurucù di uccelli che sembravano un coro di monache</em>”. Il pensiero allora va alla notte che deve passare di Eduardo De Filippo, <em>Adda passà &#8216;a nuttata</em>, a <em>Prima che sia notte </em>di Reinaldo Arenas, scrittore a cui ti senti molto legato. Cos’è questa notte, questo archetipo: è una speranza in ritardo, è il male che non passa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo del libro sai da dove proviene? <em>La noche no quiere venir / para que tú no vengas / ni yo pueda ir</em>. Una <em>casida</em> di Federico García Lorca. Molto bella la versione che ne ha musicato Amancio Prada. Cercala. Il titolo in origine era un altro. Avevo pensato a: <em>Io sono la canzone</em>. Pare sia una cosa che Gilda Mignonette abbia detto in un’intervista: <em>d’accordo la Piedigrotta, gli autori, ma la canzone sono io! </em>La notte annunciata dal romanzo è mortifera: è la morte a non voler venire. È la notte di García Lorca, che ha una simbologia molto complessa della notte, della luna. <strong>Nel romanzo García Lorca appare non a caso mentre cade dalla giostra <em>Trip to the moon</em>, all’interno di quello che forse è il primo Luna Park a essere stato costruito, a Coney Island, Cunailando per gli italoamericani. </strong>Il titolo del romanzo riporta alla morte che non viene durante l’ultima traversata oceanica di Gilda Mignonette; è il suo addio definitivo alla vita. <em>La letteratura Tamil a Napoli</em> iniziava con la grande minaccia plateale di un personaggio che stava per farsi saltare in aria. Anche <em>La notte non vuole ven</em><strong>ire </strong>inizia con una minaccia ma molto più subdola, è una minaccia più intima. È Esterina che dice a Gilda Mignonette: ti sei risvegliata senza ricordi ma io adesso ti ricorderò la tua vita, per ricordarti quanto sei stata una maledetta e quanto male mi hai fatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È la vendetta della memoria. D’altronde l’ingresso di García Lorca ‘<em>con tutto il corpo sospeso nel vuoto</em>’ è salutato da una voce della folla che grida: “<em>Volto santo, aiutatelo, quello cade e si apre la memoria davanti a tutti noi!</em>”, rischia cioè di rompersi la testa. La memoria perduta nel romanzo non è più il risultato di una ferita, anzi: proprio per ferirti, farò in modo che tu la recuperi.</strong></p>
<p>Nessuno merita di andarsene così leggero di ricordi nella tomba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Napoletano, italiano, broccolino, spagnolo anche. La lingua segue la storia: da Napoli verso New York, fino a raggiungere il Messico. Forse in ogni pagina del libro avviene uno spostamento: case, teatri; auto, navi, ciuchini da trasporto. Una scrittura in viaggio, in continuo movimento. L’andamento del romanzo riflette una tua condizione esistenziale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riflette la mia condizione attuale. Non ho mai viaggiato tanto come durante la scrittura del romanzo, non perché questo romanzo mi ci abbia obbligato per essere scritto; è coinciso al periodo della mia vita in cui non avevo una fissa dimora; che ancora non ho. <strong>Durante la scrittura del romanzo ho scritto due dischi che sono assolutamente due dischi camminanti, migranti, li ho incisi tra il Cile, Barcellona e l’Italia.</strong> Nel romanzo ho raccontato una cantante, migrante come me, lei non è mai stata ferma durante la sua vita, ma c’è un momento in cui viene fermata, è l’FBI a denunciarla, la considera una sovversiva, Gilda Mignonette non può più uscire dagli Stati Uniti e è allora che lei muore. L’ultimo movimento è quello del suo tentativo di tornare a casa, di rifare per l’ultima volta la traversata da New York a Napoli, ed è questo a ridarle un po’ di vita, è la scintilla che io sfrutto per raccontare la sua storia, dall’interno dell’ultima notte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una scrittura migrante ma ancor di più nomade, un movimento dettato dalla necessità come anche da una volontà, dal sano e positivo desiderio di non stare al proprio posto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Voglia di speranza, e di riscatto. <strong>Emigrare negli Stati Uniti per tutti rappresentava il sogno della vita; la cuccagna.</strong> Lo rappresentava per la Esterina del romanzo, una ragazza destinata a una vita tutt’altro che da romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per La <em>notte non vuole venire </em>hai voluto inventare una New York, e hai voluto inventare e raccontare anche una Napoli, “<em>quella città sporca e annura</em>.” Una città inedita oltre la doppia immagine prevista e pregiudicata della Napoli o tutta bellezze o tutta amarezze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una Napoli inedita è possibile se la racconti dal punto di vista sincero e di parte di un personaggio concreto, attraverso la sua visione personale e trasfigurata della città. Per il romanzo mi sono misurato con qualcosa che è molto difficile per me, il punto di vista onniscente, la terza persona che mi provoca sempre grande rispetto. Ho immaginato che a parlare fosse uno dei personaggi invisibili della storia, uno dei musicisti della Mignonette o una persona molto vicina a Esterina, senza mai farlo entrare in scena. Una Napoli sicuramente più complessa e inedita è quella che ho raccontato in <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>. Per <em>La notte non vuole venire</em> ho voluto raccontare una Napoli che innanzitutto si contrapponesse alla luccicante New York proibizionista di quei tempi. <strong>È la Napoli del ventennio fascista, ma più che entrare nel dettaglio storico ho voluto rappresentare la città sporca, ‘annura’, che non fa nulla per nascondere la sua bestialità</strong>, che anzi te la offre, senza mascherarsi, senza ritoccarsi. Non succede in molti altri posti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Scarabattola, azzoffonata, non pepetea</em>. Oggi non esiste un napoletano letterario codificato ma nella lingua con cui impasti il tuo romanzo ritorna qualcosa di classico, un modo dolce di dire, di porgere il dialetto. Da dove arriva il tuo napoletano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto non è un napoletano borghese. In questo senso io sono un desimoniano e non un defilippiano, per quanto ami entrambi alla follia. <strong>È un napoletano che si arricchisce del lessico familiare. Appunto, non essendoci una codificazione, il napoletano cambia da quartiere a quartiere, addirittura da famiglia a famiglia.</strong> Io provengo da un proletariato artistico con le sue parlesie, con i suoi ingressi atipici nel vocabolario: anche nella mia famiglia ci sono stati degli emigranti, non andarono negli Stati Uniti ma in Uruguay. Parto sempre dal napoletano, ho imparato le altre lingue veicolari a scuola. Io non devo fare un lavoro per andare verso il napoletano, in scrittura, ma per distaccarmene. Una scrittrice che usa un napoletano più colto, per farti qualche altro esempio di esito linguistico, è Antonella Ossorio. La apprezzo molto, il suo ultimo titolo è <em>La cura dell’acqua salata</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuando lungo la pista delle parole: c’è la <em>cannurutizia</em>. È un termine dialettale che ricopre un campo semantico suo proprio, la cui migliore definizione l’ho rimediata in <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>, dove lo riallacci al sentimento tedesco romantico del <em>Sehnsucht</em>: “<em>Un desiderio che non mira a una meta certa</em>”. Mi sembra sia la forza che domina tutto il romanzo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi del romanzo scelgono gli obiettivi più sbagliati, si innamorano delle persone di cui non avrebbero mai dovuto, inseguono un desiderio che non appaga e non alimenta nessuno. <strong>È un’altra ombra che complica la situazione e che dà dei riflessi di mostruosità alla famiglia strana e improvvisata</strong>, assemblata, di Gilda Mignonette.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come te la cavi tu con la cannurutizia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente con la Mignonette non condivido la <em>cannurutizia</em> quanto quel sentimento di <em>spartenza</em> di cui ti dicevo prima, che non riguarda soltanto la separazione dalla propria terra; <strong>è la sofferenza che proviene dalla vita obbligatoriamente scissa di un artista, dalla lotta necessaria per ottenere il riconoscimento del suo lavoro che troppe volte si contrappone al suo desiderio di costruire una famiglia a cui poter fare ritorno.</strong> In <em>La notte non vuole venire</em> Gilda ha artisticamente tutto quello che Esterina non ha ma è vero anche il contrario: Esterina ha la vita affettiva che manca all’altra. È questo che fa impazzire entrambe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La notte non vuole venire </em>è una storia di emigrazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’emigrazione di cui parlo è sia quella fisica sia quella interiore dei personaggi, costretti a decidere se effettuare o no la loro traversata esistenziale. D’altronde, io stesso sono un migrante. Mi si considererebbe un migrante di prima classe, per quanto il dedicarmi alla scrittura e alla musica mi abbia condotto in situazioni lavorative abbastanza precarie. <strong>Oggi è difficile parlare del fenomeno in atto ma è anche doveroso: trovo offensivo per la nostra intelligenza pensare a un futuro o a un presente fatto di piccoli stati sovrani protetti da frontiere. Non è mai accaduto e mai accadrà, non si può fermare questo movimento che interessa l’umanità da sempre, altrimenti nessuno si sarebbe mai mosso dall’Africa dell’homo habilis.</strong> Pure vero che l’emigrazione non è mai stata vissuta come un arricchimento da parte dei paesi che l’hanno ricevuta. Noi italiani stessi siamo sempre stati trattati malissimo.</p>
<p><strong>Come a dire, con l’emigrazione hanno iniziato prima gli italiani.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lasciando momentaneamente da parte gli Stati Uniti, basta pensare alla Svizzera, che ha rappresentato la pagina nera della nostra emigrazione, è il Paese che ci ha trattato peggio. Forse questo non è successo in America Latina, dove c’era una situazione di spopolamento. <strong>L’episodio argentino potrebbe considerarsi quello più felice, te lo dico da studioso dell’emigrazione che è il tema che pervade tutto quello che faccio, in musica e in scrittura. In Cile il governo addirittura promuoveva l’immigrazione italiana, aveva terre da fargli coltivare, senza però tenere in considerazione la presenza dei Mapuche, con cui gli italiani entrarono in conflitto.</strong> Da questo conflitto sorsero delle comunità molto interessanti, ma ci stiamo spostando nel territorio del prossimo romanzo. In <em>La notte non vuole venire</em> mi sono limitato a fare l’unica cosa che possiamo fare un po’ tutti: ricordarci della nostra storia, di quando esportavamo pulci e povertà ed eravamo i morti di fame di tutto il mondo. Tornando al discorso della finestra sul fascismo aperta nel romanzo: gli emigranti napoletani di New York ne sapevano veramente pochissimo, e se l’hanno difeso, perché lo hanno difeso, era per un sentimento patriottico al quale non erano nemmeno abituati: era la prima volta che vedevano il loro Paese alzarsi in piedi, fondare un Impero; pensa: esportava una bandiera e non più soltanto la fame.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti senti molto vicino a chi vive questi sconvolgimenti della storia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Te l’ho detto, io non sono un artista borghese. Riconosco che tra i miei miti molti siano stati borghesi e che abbiano raggiunto vette elevatissime di qualità. <strong>L’artista borghese è chi può fare a meno di preoccuparsi dell’appagamento dei suoi bisogni primari. L’artista proletario è chi non ha nessuna copertura economica e deve trarre dalla sua creazione il suo sostentamento, la sua arte allora è permeata per forza di cose da una urgenza, di sopravvivenza intendo, che la rende completamente diversa da qualunque altra.</strong> Da qui la mia ammirazione per Reinaldo Arenas, per esempio, al quale ritorno continuamente, abbiamo persino una omonimia imperfetta nel cognome. Mi sento vicino a lui non solo perché come lui devo lottare per uscire dal pozzo psichico dell’invenzione letteraria, ma perché come lui devo proprio lottare per poter vivere di questo. Chi sceglie di fare della sua arte il suo lavoro deve sapere che per poterlo fare bene non può fare altro che questo, sa che deve spingere ogni giorno, e come ricordavi tu: <em>pa’ ser felices arriesguen su amor</em>”, “<em>per essere felice, rischia il tuo amore”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voglio concludere rifacendomi al testo di un’altra canzone, <em>La realitat vista per un artista</em>, dal disco <em>La </em></strong><strong><em>secreta fanza</em>, che ha tutta l’aria di essere un micromanifesto di poetica: <em>“S&#8217;ha de dir, / s&#8217;ha de fer el que </em></strong><strong><em>ens queda per fer. / S&#8217;ha d&#8217;aprendre a somiar / fins i tot amb la realitat./” Dunque, che fare?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non stancarsi, non deprimersi, non gettare la spugna, mai. Godersi le piccole cose che accompagnano ogni giorno anche la mia vita da artista, senza mai precipitare nel pozzo della cannurutizia che ha ingoiato la Gilda Mignonette del romanzo. <strong>Essere soprattutto sinceri con la propria opera. Arrivato a questo punto del mio </strong><strong>cammino potrei aver individuato la cifra che <em>funziona </em>con il pubblico che mi segue: quando scrivo <em>questo </em>tipo di canzone, <em>questo </em>tipo di romanzo&#8230; Io però resto e voglio restare un incosciente, non premedito, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso</strong>, a volte lo sento come un limite ma è così che mi mantengo sincero, cerco di assecondare i miei cambiamenti, siano essi una evoluzione o una involuzione, lavorando su di loro. Ogni nuova opera è diversa da quella prima quanto sono diverso io dalla persona che ero quando l’avevo composta. Il prossimo romanzo, vedi, risponde a una verità biografica, ci porta in Cile. Sono stato nel posto più sterile del mondo e vi ho trovato radici della nostra storia italiana. Ho vissuto in una città dove non piove dal 1992, si chiama Iquique; è gemellata con Oppido Lucano, che gli iquiqueños considerano una grande città italiana, e lì ci ho trovato tante e tante storie di oppidani, degli abitanti di questo piccolo paese della Lucania, in provincia di Potenza, che prima dell’Unità d’Italia si chiamava Palmira, come la famosa capitale dell’antica Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E con la storia secondo cui sono finite le storie e dobbiamo diventare postmoderni e quindi dei virtuosi </strong><strong>della variazione come la mettiamo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dimenticato che <strong>ci sono più in cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra letteratura </strong><strong>contemporanea. </strong>Dobbiamo solo rimetterci in movimento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/">“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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