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	<title>Pietro Cimatti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 09 Dec 2019 11:18:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Sono ignoto. Ospite: tutto è buono”. Che non ci sia più Pietro Cimatti in libreria è uno scandalo. Rimediamo</title>
		<link>https://www.pangea.news/cimatti-poesia-clery-celeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 11:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Clery Celeste]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cimatti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[riscoperta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pietro Cimatti tra i 25 e i 29 anni è stato capace di poesie che fratturano il pavimento oculare, passando dall’amore alla morte, dal tema del divino a poesie carnali, a testi con richiami storici, tutto però in un impeto di fuoco e fiamma. Le poesie di Cimatti sono fuochi che non si arrestano, quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cimatti-poesia-clery-celeste/">“Sono ignoto. Ospite: tutto è buono”. Che non ci sia più Pietro Cimatti in libreria è uno scandalo. Rimediamo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pietro Cimatti tra i 25 e i 29 anni è stato capace di poesie che fratturano il pavimento oculare, passando dall’amore alla morte, dal tema del divino a poesie carnali, a testi con richiami storici, tutto però in un impeto di fuoco e fiamma. <strong><a href="http://www.pangea.news/pietro-cimatti-poesia-clery-celeste/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Le poesie di Cimatti</a> sono fuochi che non si arrestano, quando inizi a leggere i suoi versi non puoi fare a meno di continuare a leggere, non ti puoi fermare e più vai avanti più ti riducono a cenere.</strong> Credo che un grande autore debba essere capace di fare questo, farti incendiare e ridurti a niente, ridurti alla coscienza di quanto poco sappiamo, di quanto siamo mediocri. Spingerci quindi a sprofondare ancora di più nella ricerca.</p>
<p><em>Tutto il mio amore è cenere. Mia madre<br />
arde, la madre di mia madre e ancora<br />
madri di madri ai talami di pietra<br />
arsero. Io sento sciogliere le dita<br />
sento tra pelle e sangue la ridente<br />
gioia del fuoco, e gli occhi sono vetri<br />
(dentro mi guardi e mi vedrai bruciare)</em></p>
<p><em>Cenere anch’io. Ti stringo, ultimo amore</em><br />
<em>perché tu gridi perché mi ricordi</em><br />
<em>che sei di fiamma. E gli occhi sono vetri</em><br />
<em>(dentro ti guardo, anche tu ardi, amore)</em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-71919 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-7-241x300.jpg" alt="" width="268" height="334" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-7-241x300.jpg 241w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-7-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-7.jpg 616w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Questi sono solo i primi versi (dalla poesia <em>Cenere e Rosa</em>) che si incontrano aprendo questo libro. <em>Io non ho nome</em> (1958) procede per assoluti a partire dal titolo, direi estremamente chiaro, una presa di posizione decisa. Cimatti è uno che scrive estrapolando le parole dalla carne, pulendole dal sangue, te le porta alla luce, non te le porge con delicatezza, te le pianta davanti. <strong>Le sue parole fanno crescere abeti, ti confronti con alberi possenti e altissimi.</strong> Improvvisamente rimpicciolisci, appunto ritorni cenere, non hai nome neanche tu.</p>
<p style="text-align: justify;">Cimatti non ha paura delle parole, le usa senza pietà e la sua poesia ha il carattere della profezia, ci parla una voce da un luogo vietato e inaccessibile. Pare che ci guardi da un punto remoto, ma più basso, sepolto nella terra, come un tunnel scavato pronto a franarci sotto i piedi. “<em>O mamma possono i morti essere ancora sinceri?/ Perché di tante parole non dette di tante spezzate/ Restano dissepolte ombre ancora implacate/ Le oscuratamente perdute lungo le vie della vita./ O mamma possono i morti essere ancora sinceri/Dinanzi alla sfinge camusa agli angeli senza sorriso/ sciogliere nodi di enigmi che i vivi riposino in pace?</em>”. Sono i morti infatti che si portano dentro la morte la sincerità, che non lasciano riposare i vivi in pace. Cimatti è capace di una verità nei suoi testi che apre insieme due porte, sta tra la morte e la vita, semplicemente, ci dice quello che vede con una lucidità quasi estranea. Eppure quel “o mamma” ce lo riporta all’uomo, al ragazzo che chiama il primo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è dal nome, dal primo suono che ci viene imposto, che bisogna partire per conoscere, annullandosi, estraendosi dalla parola. “<em>Uomo ancora. Nascendo m’hai chiamato/ con un nome (se i nomi vanno persi/ sul lividir dei marmi abbandonati/ altri nomi sian dati) e m’hai chiamato./ Uomo.</em> (…) <em>Pietro fui detto. Prima del respiro/ m’hai dato il sangue della tua paura</em>”. <strong>I nomi appunto vanno persi perché altri nomi siano dati. Siamo in un flusso di esistenze, di vite brevi, dove il nome viene dato e perso insieme</strong>, dove si tenta di restare con la scrittura, con una parola che appartenga a tutti, che si espropri del suo dio creatore, che sia solo creatura. “<em>Io non dispero/ non deliro non chiamo. Sono ignoto./ Ospite: tutto è buono. Ospite: il succo/ che fu bevuto mi fu offerto in dono./ Io non sono. E per chi m’ama perdona/ madre più buona per il suo dolore./ Io son uno che muore</em>”. Il poeta si nega, nega il suo nome, nega la sua voce, si fa totalmente a servizio della parola, diventa un suono, un segno scritto. Devo dire che leggere questi testi di Cimatti a quasi trent’anni dalla sua morte mi emoziona e mi fa infuriare, leggere “io son uno che muore, non deliro non chiamo” e trovare ora invece questa chiamata potente. <strong>Questa voce che mi ossessiona anche di giorno. Vedere che era davvero uno che non chiamava, dato che tutti i suoi libri sono estinti dal commercio, in rete e non. E trovarli per me è stata una sfida, un’avventura.</strong> Cimatti mi fa ricordare sempre di più che la parola se vera, se sincera, resiste. Qualcuno la può trovare, ti viene a cercare. E cosa è scrivere se non un dolore resistente, recidivante, che non ha alcuna cura, che nemmeno l’amore placa: “<em>Mi vorrei/ togliere dalle dita questa pena/ scura di canti che non placherà/ luna salubre mani, mai foglia santa</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/s/FuocoDiSagitt/FuocoDiSagitt01.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La poesia di Cimatti</a> è anche terra perché riconosce nella terra arata la sua origine di sviluppo, di tensione verso l’alto, l’altro. La parola la si estrae nei solchi duri della terra, è un lavoro di attese e di semina, di trebbiatura e di luce che brucia: “<em>Amo quel mondo perché m’è sanguigno/ perché m’arde alle tempie/ amo le cose luride le scempie/ le vive le carnose lievitanti,/ adoro le calendule giganti/ e le rose sfiorite e le ferite/ del sole e le trebbie e le brucianti/ mietiture e le fiabe imperiture/ dei cambi, e la rude poesia della natura”. </em><strong>Scrivere poesie per Pietro Cimatti è quindi abitare la solitudine, essere soli anche nel suono, nessuno può chiamarti se non hai un nome. </strong>Sei solo il verbo che ti porti appresso, sei un residuo di sangue e carne che tenta di estrarre dalla gola un suono. “<em>Poesia è una folle aureola di stupori/ una voluttuosa solitudine/ una porta nel vuoto della notte</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pietro Cimatti aveva già una moltitudine di voci che gli parlavano nel vuoto della notte, era capace di voci tragiche, delle voci misere degli ultimi, di voci apocalittiche e di voci che ululano alla speranza. Una gamma di toni tutti estremi, tutti perfettamente esauditi nel loro compito. “<em>La mia camera nera è una conchiglia,/ se l’ascolto mi parla di maree./ Ma io aspetto seduto la parola./ Io voglio ricopiare su una pagina/ il disegno stellare della notte./ La mia camera nera è una conchiglia/ che a mezzanotte narra di maree./ Ma io aspetto paziente la parola./ L’infinito già bussa alla mia porta/ stringe le mura della stanza nera,/ l’infinto è maturo per parlare./ E’ l’ora eterna, l’ora sempreverde…</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io non ho nome</em> contiene anche poesie che sono dialoghi con Dio, non sono richieste, perché Cimatti non chiama, sono le parole di un uomo che dice come sta, che dice esattamente quello che pensa. Che lo scrive, imprime un segno nella pagina bianca perché possa farsi domanda altrui, perché la domanda possa trasferirsi, perché questa solitudine possa passare oltre. <strong>Dio non deve tornare, lo si nomina solo per renderlo cosciente di dove il tormento delle domande ci hanno gettato.</strong> “<em>Dove ora vivo, la notta incompiuta/ del cuore umani, non tornare, Dio,/ cogli angeli del vento, a tormentare/ il mio sangue veggente. Il tuo mistero/ è la mia vita. Già non ho fratello/ che mi comprenda. Ogni mistero è solo/ nel sangue che lo espresse – Io sono fermo/ sopra il mio cuore d’alga, e ascolto il mare –”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’uomo allora è il suo mistero, il nodo della verità ci sta arrotolato nei globuli del sangue.</strong> Ci scorre impietoso dentro, chiede e continuamente chiede di essere espresso, fino a farci dimenticare il nome, fino a smettere di farci nominare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Dunque, nascere, è proprio necessario – paurosamente”. Pietro Cimatti, il poeta che non ha pietà per nessuno, fa 90 anni</title>
		<link>https://www.pangea.news/pietro-cimatti-poesia-clery-celeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2019 07:31:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Clery Celeste]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cimatti]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>– dunque, nascere, è proprio necessario – paurosamente. E sentiva ruotare la bolla d’acquanera. E da una luce sconosciuta, oltre il dedalo, richiami. Come se fosse già tempo di andare, lasciando lo zigote, il tepidario. Questi i primi versi di Pietro Cimatti che mi hanno lasciata senza respiro in una giornata di pioggia a Bologna, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">– dunque, nascere, è proprio necessario –<br />
paurosamente. E sentiva ruotare<br />
la bolla d’acquanera. E da una luce<br />
sconosciuta, oltre il dedalo, richiami.<br />
Come se fosse già tempo di andare,<br />
lasciando lo zigote, il tepidario.</p>
<p><strong>Questi i primi versi di Pietro Cimatti che mi hanno lasciata senza respiro in una giornata di pioggia a Bologna, immobile alla bancarella dei libri usati. A lettura già iniziata vado a scorrere la breve nota biografica e scopro che è nato a Forlì nel 1929</strong>, mia stessa città, “<em>ma subito dopo la guerra è sbarcato fortunosamente a Roma, dove si è cimentato in molti mestieri e ha cambiato molti indirizzi prima di stabilirsi, provvisoriamente, in via della Polveriera</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-71459 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro1-11-179x300.jpg" alt="" width="199" height="334" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-11-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-11.jpg 299w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" />Avvicinarsi a un poeta è sempre un rischio, è sempre pericoloso, bisogna stare davanti ai versi completamente nudi, bisogna essere capaci di farci segnare il corpo dalle parole. <strong>Aprirsi ai versi di Pietro Cimatti equivale a entrare in una foresta, non importa quanto ci impegniamo a scansare i rovi, ci sarà sempre qualche ramo a renderci lo schiaffo dopo il nostro passaggio.</strong> Sono versi questi di Cimatti che non possono lasciarci indifferenti, illesi. La poesia, se è tale, ti cambia la vita, ti ribalta la visione, ti fa girare la testa. “<em>Raccontami qualcosa che dia chiaro/ nella sera che già cade e mi oscura.</em>”, “<em>Un silenzio di sibili serali,/ un odore di fumo: viene l’uomo/che non sono, non sono chi lo chiama.</em>”, “<em>Forse c’è una ferita che mi butta/ sotto la giacca, forse la mia vita/ è tutta in questo inchiostro che si secca</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Cimatti è ferocemente umano, le sue poesie non hanno pietà per nessuno e il ritmo è intenso, non ti lascia scampo, non puoi permetterti di scappare. <strong>Questo è un poeta che si deve leggere fino in fondo, non si possono fare pause nella lettura. I testi sono tagli continui, veloci come il trottare di un cervo spaventato nel bosco. In questo “Stanze sulla polveriera” trovate sangue e uomo, dei e fango, rabbia e dolore, dolcezza e perdono.</strong> La poesia di Pietro Cimatti è capace di passare da un tono tipico dell’invettiva al lamento disperato, all’ultima richiesta di aiuto di un uomo che sa che deve morire. Nascita e morte per Pietro sono due atti uniti, sono movimenti di creazione, riguardano la carne e il sangue, l’ossigeno che entra e poi ci abbandona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Nel camminare e sciogliersi degli anni/ sono stato abitato dagli dei/ – se posso dirlo, se non posso dirlo./ Mi fermeranno quando sarò pieno/ di voci come il Colosseo di polvere:/ uscirà da cento occhi il loro sole/ – abiterò, per poco, nel sereno</em>”. Scrivere non è un atto che proviene dall’io, dall’ego, scrivere è un dono perché chi scrive è abitato dagli dei. La poesia quindi è un fatto sacro, riguarda l’accoglienza: si scrive perché si accolgono nelle nostre corde vocali tante voci, si cerca di dargli un unico suono per trovare una pace, anche se poco, abitare il sereno. <strong>Pietro Cimatti è pieno di voci, è un’abitazione antica che ha accolto tutti i suoni che lì sono accaduti</strong>, li porta alla luce, cerca di dargli forma di parola.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I testi di Cimatti hanno anche il carattere della sentenza: nascosta da un’accurata musicalità, da un lavoro altissimo sulla parola e sul suono, ci sono versi che sono ghigliottine, tagliano il tuo asse portante e ci metti qualche secondo per capire come è successo, torni indietro e rileggi tutto da capo. <strong>Cimatti non ha pietà per nessuno, non ha pietà per sé stesso e nemmeno per il lettore: “<em>Mi dico addio, a te non potrò dirlo./ Sei forte come chi tradisce. </em></strong><em>Il golgota/ conosco, calda camera d’albergo./ Ma questo ho seminato e ora raccolgo</em>.” (…) “<em>Sei forte come chi non ama, il golgota/ puoi offrirmi in una camera d’albergo./ Ma questo ho seminato, che raccolgo./ Perché ti ho amato come chi si dona,/ ti ho chiesto eternità come chi muore,/ mi hai dato verità come chi uccide</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pietro Cimatti scrive quello che pensa in una verità assoluta, verticale e che acceca. Queste poesie sono un ottimo strumento di analisi, o rispondi o ammutolisci. Cimatti ti chiede che cosa sai fare, quanto sai essere uomo e umano insieme, quanto riesci a vivere nella verità. <strong>Non sono poesie per deboli, se quindi volete poesie da leggere la sera per farvi cullare lasciate stare questo libro di Cimatti, lui è un uomo che domanda e che vuole risposta. Dopo la lettura di questo libro sarete disorientati, passerete da una stanza all’altra chiedendovi chi siete e che senso ha ciò che fate, dove sta il vostro sangue.</strong> Nel testo “In poeti riuniti a Scanno” Cimatti riporta la domanda che ci esaurisce “Quali prospettive per la poesia contemporanea?” e risponde senza sottrarsi al censimento “<em>Dunque, non siamo utili, più che mai necessari,/ né cancellati né iscritti nell’albo dei mestieri/ e dei doveri, del bene e del male,/ siamo assolutamente superflui e totalmente/ ridicoli e magnificamente irrisorii,/ invendibili, incomprabili, fuoriusciti, fuori</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo della seconda sezione, “Antologia del quotidiano ingiallito”, mantiene la sua promessa: Pietro Cimatti ci porta nel quotidiano, in un quotidiano però stirato dal presente. L’autore è aderente alle cose e allo stesso tempo tenta di porre una distanza, prova a rendere obliqua la verità usando ad esempio la mitologia come scudo, come mezzo. Cimatti però non ce la fa, a questo tentativo fallisce, si dice la verità, dirla obliqua non è una soluzione. E allora “<em>Prometeo non mi è strano – / e la rupe è domestica. Dell’aquila/ so il battito, l’accosto rituale./ Dopo i primi anni è un passero –/ e Prometeo non grida più, la rupe/ è il lavoro sicuro. A questa roccia/ di vimini in giardino viene l’aquila/ ma non è poi temibile: il telefono,/ la scheda perforata, lo scadere</em>” (…) “<em>Prometeo è qui, dopo il coito interrotto,/ antichi calendari gli rinnovano/ l’aquila cieca, squilla nel telefono/ un debito di lebbra: pagherò/ a dio la colpa di avere creduto/ (e, guarda, siamo neri come preti)</em>”.</p>
<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>
<p>*</p>
<p>L’USCITA DAL TEPIDARIO</p>
<p>–  dunque, nascere, è proprio necessario  –<br />
paurosamente. E sentiva ruotare<br />
la bolla d’acquanera. E da una luce<br />
sconosciuta, oltre il dedalo, richiami.<br />
Come se fosse già tempo di andare,<br />
lasciando lo zigote, il tepidario.</p>
<p>–  da questa sfera mai dissigillata,<br />
carico d’ombra, a farti vita, vai,<br />
è fuori chi ti aiuta e chi ti stritola.<br />
Qui è come dopo. –<br />
&#8211; dove? – già staccato,<br />
nell’utero succhiante, giù la testa.<br />
–  tu sei già nato. Io resto, – lo zigote.<br />
e si contrasse, come addormentato.</p>
<p>–  pesce abissale, ti fulminerà<br />
la luce appena esplosa. Sarà vita<br />
quel più cieco terrore, o cuore vuoto, o<br />
bocca nell’acqua, sarà una ferita<br />
senza memoria. Perché sei già nato,<br />
addio. –<br />
E non seppe – prima che a un bagliore<br />
di suoni lacerati, o mani vuote,<br />
scoppiassero gli orecchi, e già un oblio<br />
l’anneriva – perché senza zigote<br />
nasceva. E fu scuoiato del calore,<br />
costretto, solo, come è necessario.<br />
E l’altro era lontano, il tepidario,<br />
oltre la nascita. Urlò come era atteso,<br />
giù la testa, col cuore spaccato,<br />
e la memoria lo dimenticò,<br />
annegò nell’ossigeno spietato.</p>
<p>– pesce abissale, ti fulminerà<br />
la luce appena accesa. Sarà vita<br />
questo cieco terrore, o cuore atteso, o<br />
bocca senz’acqua. Perché sei già nato.<br />
Sei libero. Zigote. Sono libero</p>
<p><strong><em>Pietro Cimatti</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pietro-cimatti-poesia-clery-celeste/">“Dunque, nascere, è proprio necessario – paurosamente”. Pietro Cimatti, il poeta che non ha pietà per nessuno, fa 90 anni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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