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	<title>nuovo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>In superficie. Riguardo all’ultimo libro di Murakami Haruki siamo certi soltanto di una cosa: i capelli in copertina sono magnetici</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 11:08:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Se invece dei capelli sulla testa/ ci spuntassero i fiori, sai che festa?/ Si potrebbe capire a prima vista/  chi ha il cuore buono, chi la mente trista./ Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:/ non può certo pensare a brutte cose./ Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:/ gli crescono le viole del pensiero./ [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“<em>Se invece dei capelli sulla testa/ ci spuntassero i fiori, sai che festa?/ Si potrebbe capire a prima vista/  </em><em>chi ha il cuore buono, chi la mente trista./ Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:/ non può certo pensare a brutte cose./ Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:/ gli crescono le viole del pensiero./ E quello con le ortiche spettinate?/ Deve avere le idee disordinate</em>”. Gianni Rodari si divertiva a mettere in filastrocca i capelli come cartina di tornasole di stati d’animo e pensieri. E pare quasi di vederli, questi tripudi floreali spuntati dalla testa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65000 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/murakamivol2-189x300.jpg" alt="Murakami" width="127" height="202" />I capelli come narrazione grafica, in copertina vanno del resto a colpo sicuro:</strong> il recente <em>Donne che parlano</em> (Marcos Y Marcos, 2018) di Miriam Toews presenta due donne di spalle che si abbracciano, unendo i loro capelli di diverso colore in una sola treccia. Segno di una solidarietà che di lezioso ha ben poco, visto che il romanzo racconta la tragica storia avvenuta in una comunità mennonita boliviana, in cui alcune donne di notte venivano anestetizzate da uomini che abusavano di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è nell’ultimo romanzo di Murakami Haruki, <em>L’assassinio del Commentarore Vol. 2: Metafore che si trasformano </em>(in uscita a fine mese) che <strong>i capelli disegnati centrano l’obiettivo di aderire in una sintesi eloquente al contenuto promesso dal testo:</strong> ancora fresca la suggestione, regalata dal primo volume, del pittore che sa carpire i segreti che nascondono i volti delle persone che ritrae, in questo secondo libro spunta in copertina un grande chignon nero stilizzato che si fa immagine di un uomo intento a dipingere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gioco sembra quello classico del disegno della giovane-vecchia basata sull’ambivalenza di lettura, permessa dal possibile capovolgimento del rapporto figura-sfondo. L’illusione ottica che intrappola chi guarda sulla base di ciò che gli occhi preferiscono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel nuovo libro di Murakami sono infatti due i pittori della storia:</strong> <em>“uno vive la tragedia del materialismo artistiche che, in quanto mezzo limitato, lo trascina verso gli inferi; l’altro che, proprio in quella corsa disperata verso il basso, vi legge il mistero dell’arte”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Doppi, mistero e fantastico, realtà e allucinazione, sospensione e movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">E tutto scivola, e tutto resta.</p>
<p><strong><em>Elena Paparelli</em></strong></p>
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		<title>Lui ha scritto il più bel libro del 2019: si chiama Galsan Sagil, alleva cavalli in Mongolia, ma in questo Paese di editori rionali nessuno ve ne ha ancora parlato…</title>
		<link>https://www.pangea.news/lui-ha-scritto-il-piu-bel-libro-del-2019-si-chiama-galsan-sagil-alleva-cavalli-in-mongolia-ma-in-questo-paese-di-editori-rionali-nessuno-ve-ne-ha-ancora-parlato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 05:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scrittore che vedete in copertina ha scritto il più bel libro del 2019. Non so quando lo tradurranno in Italia, non so come suona in lingua originale – oltre i bastioni di Russia non sono linguisticamente attrezzato – ma in inglese il ritmo è suadente. Quando le pietre diventarono stelle e il prato sfociò [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore che vedete in copertina ha scritto il più bel libro del 2019.</strong> Non so quando lo tradurranno in Italia, non so come suona in lingua originale – oltre i bastioni di Russia non sono linguisticamente attrezzato – ma in inglese il ritmo è suadente. <em>Quando le pietre diventarono stelle e il prato sfociò nella gola di una tigre. </em><strong>Lo scrittore si chiama Galsan Sagil, fa l’allevatore di cavalli, in Mongolia è noto come poeta. Conosce le peripezie delle costellazioni, l’allerta del loro migrare, ma ignora i fondamenti della filosofia occidentale, sa metrare il tempo dal colore dell’erba, per questo non indossa orologio, agli enigmi della ‘proprietà privata’ preferisce la privazione</strong>, sa costruire una jurta, perciò è magneticamente ostile a ogni sorta di ‘casa’, è piantato nella sua terra come una rupe – s’inorgoglisce quando mostra un coltello istoriato eredità di avi frollati nella memoria di tre generazioni fa – ma è libero come un falco. Cercando di inquadrarlo nello schema geometrico della ‘storia della letteratura’, gli anglofoni hanno citato l’epopea di Gengis Khan redatta dal giapponese Inoue Yasushi – ancora inedita in Italia, terra dell’inedia culturale, ma si continua a stampare Murakami Haruki a go-go – le <em>Mille e una notte</em> e perfino – per un certo tributo alla ferocia – Cormac McCarthy. Il suo libro, letto a tentoni, è magnifico, rompe con le regole euclidee della narrativa occidentale – da svago o ‘sperimentale’ – è una deliziosa ‘novità’, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fate conto che ciò che ho scritto non esiste. Non esiste Galsan Sagil. Non esiste il suo romanzo. La fotografia è di un tizio che, effettivamente, fa l’allevatore di cavalli in Mongolia, forse detta versi intorno al fuoco, rievocando le epopee degli avi, chi lo sa. Il punto non è quello, è altro, è questo.</strong> ‘Nuovo’ è una delle parole che il dizionario etimologico rimarca tra le antichissime. Dal sanscrito (<em>navas</em>) ce lo portiamo dietro percorrendo il latino (<em>novus</em>) fino ad oggi, spagnoleggiando (<em>nuevo</em>) o anglicizzando (<em>new</em>), come vi va. C’è, in effetti, qualcosa di avveniristico e di nostalgico nella parola <em>nuovo</em>. L’uomo, sempre, è proiettato verso il nuovo, ma il nuovo non è lo sconosciuto, l’ignoto, è ciò che è – in sanscrito – <em>giovane</em>. La novità è amata perché ci parla della giovinezza perduta – la novità non è un’andata, è un ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rientrando in me. Un sistema editoriale che non va verso il nuovo, verso la gioventù, con spavalda giovinezza, è morto, mortificante, senile, sentitamente geriatrico. </strong>Smanettate su internet cercando, da avventurieri avventori, le ‘novità’ della stagione editoriale entrante. Vi casca la mascella. Soliti nomi, solite cose, stessi panni sporchi risciacquati in acido e stesi nel quartiere. La nostra non è nemmeno più una letteratura ‘nazionale’ o ‘provinciale’, è addirittura ‘rionale’. Per questo, ormai, tendo a pensare che grandi opere vanno vegetando nel sottobosco di ciò che non è pubblicato, che non ha pubblico – chessò, la raccolta poetica in perpetuo divenire di Riccardo Ielmini, i versi scritti a penna di Luca Gaviani – se non il samizdat degli affettuosi, dei cercatori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono, appunto, i grandi libri che si stanno scrivendo in Mongolia, i grandi poeti che cantano in Congo, i grandi autori che pubblicano nel Laos, i nuovi, geniali narratori che abitano in Vietnam? Non sono nato ieri: la letteratura è un atto di forza</strong>, lo slancio con cui una nazione impone il proprio immaginario narrativo, colonizzando il resto del mondo. La lotta si è sempre fatta a quel livello, mitragliando il mondo con le proprie storie, con i propri miti, con i propri autori. Michel Houellebecq contro Martin Amis contro Philip Roth contro Javier Marías contro Cees Nooteboom contro Eduard Limonov. Non conta la ‘correttezza’, conta il carisma. E noi, italioti, che immaginario esportiamo? La Napoli di Elena Ferrante. Contenti voi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma il punto resta questo. Le avventure editoriali. Andare fino in capo il mondo a scoprire il meraviglioso, per condividerlo in patria. Marco Polo.</strong> Siamo sempre stati questo, italici occidentali. Oggi preferiamo le quattro mura del consueto, abbiamo paura delle ombre – di cui io, umbratile, mi abbevero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il resto è un esercizio da biografi del sogno. Amo inventare vite, dettagliandole. In un libro recente ho impastato dal vento la biografia di Joseph Gries, che ha scritto un racconto, <em>L’imperatore</em>, sugli ultimi anni di vita di Napoleone</strong> (il racconto è raccolto in <em>Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro</em>, Melville 2018). Era lui: “Joseph Gries (Norla 1923 – Tokyo 1979) è considerato insieme a Knut Hamsun «il grande innovatore della letteratura norvegese contemporanea» (Fulvio Ferrari). Indisciplinato, ha preferito pubblicare le proprie opere per editori d’arte o tipografi, ma ciò non gli ha impedito di essere segnalato al Nobel per la letteratura, nel 1976. Dopo l’esordio poetico (<em>Cronache</em>, 1947), ha pubblicato i romanzi <em>L’epicentro dell’alba</em> (1953),<em> I lupi che divorarono la luna</em> (1957), <em>Mia sorella è l’assalto</em> (1962),<em> Come rettili della terra</em> (1967) e <em>Il malvagio non è un peccatore</em> (1975), il suo libro più importante, «dove l’impianto romanzesco impossibile, totalizzante, che ricorda Hermann Broch, si mescola alla lucidità stilistica di Borges» (Daniele Piccini): è questo l’unico libro di Gries pubblicato in Italia (per Guida, nel 1989). <strong>Importante la produzione saggistica, che spesso sfocia nella narrativa: <em>Reazione</em> (1962) e <em>Atlante letterario di tutti i tempi </em>(1970), costruito da una antologia di centinaia di autori totalmente inventati, sono diventati libri “di culto” per la nuova generazione di scrittori e artisti norvegesi.</strong> Studioso di religioni orientali, dopo aver diretto una biblioteca nell’isola di Flagh, Gries ha insegnato all’Università di Tokyo, la città dove è sepolto”. Il bello, va da sé, è mescolare al fittizio, al favoloso, il dato reale, che riguarda l’intima biografia dell’estensore della nota – vai a pescare dove il vero s’indisciplina dal falso… Ora, giocate anche voi: chi è Galsan Sagil?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 08:30:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Fu da cattolico [&#8230;] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/">“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Fu da cattolico [&#8230;] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass<strong>., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’</strong>, la visione che la parola Beat significava beato”.</p>
<p style="text-align: justify;">È una frase tratta da <em>Scrivere bop</em> di Jack Kerouac che deve inchiodare per sempre ogni lettore del grande romanziere, statunitense sì ma <em>quebecois</em> ergo francofono, con profondo legame col paese d’origine dei suoi avi, con la sua lingua, con i suoi autori. <strong>È una frase che deve inchiodare anche nel viaggio, sulla strada, in un letto, nelle ebbrezze date da donne, alcol e droga, nelle visioni più o meno deliranti o lucide</strong>, altrimenti non si avrà mai in mano un libro del vecchio, piccolo Jack, ma uno stereotipo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64833 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums-200x300.jpg" alt="Kerouac" width="118" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/DharmaBums.jpg 220w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />C’è chi, come Alberto Beretta Anguissola, tra gli infiniti fiumi d’inchiostro profusi per le molte possibili interpretazioni della <em>Recherche du temps perdu</em>, ha osato proporre l’ipotesi di un Proust quasi fulminato da una visione cristologica nei paraggi di Balbec, vicino forse a una conversione mai realizzata, anche se la forma della <em>madeleine</em> resta quella della conchiglia di Santiago alias San Giacomo e la pietra d’inciampo sarà tra i piedi del suo narratore fino alle ultime pagine della sua grande esplorazione nella memoria. <strong>Invece molto poco pare esser stato scritto del più evidente, a un tempo fragile e potente, schietto ma anche zigzagante, confondente, stordente cattolicesimo di Kerouac. Un tema da riscoprire, per non cadere nei <em>cliché</em> imposti dai suoi primi lettori e promotori, da scelte ideologiche, distrazioni, superficialità e mode ormai molto vecchie.</strong> La <em>madeleine</em>, oggetto nascosto, sotterraneo del blues apocalittico e visionario anche nei suoi di romanzi, è d’altronde ciò che i <em>cliché</em> li spezza, come notava Deleuze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kerouac non solo generazionale ma anche eterno. Kerouac non solo stelle e strisce ma anche francese. Kerouac non solo <em>beat</em> ma anche proustiano. Kerouac non solo nomadista ma anche sedentario. Kerouac non solo droghe e alcol ma anche cattolico.</strong> Kerouac non solo scrittore ma anche pittore. Kerouac non solo celibe in macchina sulle strade d&#8217;America. Kerouac anche a scrivere nella casa di sua madre. Kerouac anche alla ricerca del padre nelle chiese di Francia. Kerouac da rileggere, riscoprire e ridefinire, dalla A alla Z&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dizionario Kerouachiano (parte seconda):</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Madre –</strong> Al termine di ogni suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, Kerouac faceva ritorno alla casa della madre e qui componeva i suoi libri. I suoi periodi di sedentarietà a fianco della madre furono indubbiamente più lunghi di quelli dei nomadismi sulle strade d’America. Morì nella sua dimora a St. Petersbourg in Florida. Con lei condivise la passione maledetta per il bere. <em>Cf.</em> <em>Alcol</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Neal – </strong>Neal Cassady. Il grande amico di Jack. Il Dean di <em>Sulla strada…</em> “E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, […] e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64834 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels-206x300.jpg" alt="Kerouac" width="123" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/220px-DesolationAngels.jpg 220w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Orfismo, Orrore – </strong>Se il primo romanzo pubblicato, nel 1951, appena un anno prima di<em> Sulla strada</em>, fu <em>La città e la metropoli</em>, tra il 1944 e il 1945 Kerouac scrisse <em>Orfeo emerso</em>, edito negli Stati Uniti soltanto nel 2002. Orfica è tutta la sua opera, costante discesa agli inferi e riemersione per raccontare le visioni, spesso allucinate, apocalittiche. Tra nomadismo e staticità. Tra metropoli e provincia. Tra isolamento e amicizie. Tra gioia e disperazione. Tra estasi e desolazione. Tra ebbrezza e lucidità&#8230; Kerouac dionisiaco. Kerouac apollineo. (“Senz’Apollo, chi saprebbe che Dioniso è passato?”, scrive Pierre Drieu La Rochelle in un testo sulla poesia, tradotto anch’esso ne <em>L’eroe da romanzo</em>). Orfismo di Kerouac. Orrore del mondo. Ricerca della pace. <em>Big Sur</em> è esemplare. <em>Cf. Alcol; Beato; Madre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proust e il Padre – </strong>Al di là delle divagazioni sincretiste nel nichilismo orientale, ogni pagina di Kerouac è colma di una brama quasi mistica di Dio, presenteassente, figura umana e divina, corporea e spirituale a un tempo, fondamentalmente compassionevole e legata a quella del Padre che lo scrittore sempre ricercò lungo le strade d’America e credette identificare nelle radici europee del suo sangue, materializzate nelle cattedrali di Francia. Altre analogie con l’amato (al pari di Louis-Ferdinand Céline) Marcel Proust cui fa riferimento quale modello l&#8217;intera opera di Kerouac, che appare come una vera e propria ricerca del tempo, e del padre, perduto, in versione americana. “La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. [&#8230;] non sono che capitoli dell’intera opera ch’io chiamo La Leggenda di Duluoz [&#8230;] veduta attraverso gli occhi del povero Ti Jean (<em>io</em>), altrimenti noto come Jack Duluoz” (in esergo a <em>Big Sur</em>). <em>Cf. Cattolicesimo, Francia e Francofonia; Neal</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Québec – </strong>Kerouac era figlio d’immigrati canadesi di origine francese. Il padre nacque Saint-Hubert-de-Rivière-du-Loup nel 1889. La madre era cugina di René Lévesque, primo ministro dello stato francofono canadese tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. <em>Cf. Francia e Francofonia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Route 66 –</strong> La grande strada che va da Chicago, Illinois, a Santa Monica, California, attraversando il Missouri, l’Oklahoma, il Texas, il Nuovo Messico e l&#8217;Arizona, parte del viaggio di <em>Sulla strada</em>. Ben più breve la strada percorsa in dieci giorni di Francia, da Parigi alla Bretagna con volo aereo, Rennes, Saint-Brieuc, dov’è sepolto lo scrittore Roger Nimier, Brest e infine Chartres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sedentario – </strong>Eterne alternanze di Kerouac. Tra nomadismo e staticità. Tra isolamento e amicizie. Tra metropoli e provincia. Tra la madre e le altre donne. (<em>Satori a Parigi</em>: “Le donne mi amano – così mi pare – ma poi capiscono che sono ubriaco ebbro di tutto il mondo e che non posso dedicarmi a loro, solo a loro, per molto, e questo le rende gelose, e io sono un pazzo Che Ama Dio. Sì”). Negli ultimi anni, tra il 1966 e il 1969, visse per lo più in modo stabile con la madre e la moglie Stella in una classica villetta della provincia statunitense, bevendo i suoi amati ma famigerati <em>shot and a wash</em>, giocando a biliardo con amici, e scrivendo. L’esperienza in Francia del 1965, pagato dalla sua casa editrice Grove Press e vissuta per lo più vagabondando, bevendo, contemplando le chiese e le strade, e trovando compagnia nelle puttane, come testimoniato dalle pagine di <em>Satori a Parigi</em>, non porterà a nuovi stimoli letterari e di viaggio. <em>Cf. Madre; Orfismo, Orrore.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64835 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard-212x300.jpg" alt="Kerouac" width="122" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VisionsOfGerard.jpg 220w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Tradizione – </strong>Quella di Kerouac è una ribellione contro il tradizionalismo della <em>middle-class</em> borghese americana per riabbracciare la vera Tradizione nello spirito cristiano-cattolico, il Padre sempre bramato, anche attraverso la ricerca delle radici europee e con uno “sregolamento dei sensi” stile <em>voyant</em> di Rimbaud&#8230; <em>Cf. Beato; Cattolicesimo; Proust e il Padre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Updike – </strong>Kerouac, a parte la tra l’altro poco spiegabile eccezione de <em>I vagabondi del Dharma</em>, ebbe sempre critiche negative. John Updike si spinse fino a scrivere una breve parodia dello stile kerouachiano in un breve testo, <em>On the Sidewalks. </em>Sono aperte le scommesse su chi verrà dimenticato per primo, se l’autore di <em>Corri, Coniglio!</em> o quello di <em>Sulla strada</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viaggi, Visioni, Vanità – </strong>Viaggi in movimento. Viaggi sul posto. Visioni in movimento. Visioni sul posto. <em>Satori</em> in strada. <em>Satori</em> in chiesa. <em>Satori </em>sui monti. (L’ascesa de <em>I vagabondi del Dharma</em>, il Desolation Pick in <em>Angeli di desolazione…</em>). Rivelazioni zen. A chiudere la<em> Recherche</em> kerouachiana, “La Leggenda di Doluoz”, nello stesso anno di <em>Satori a Parigi</em>, ecco<em> Vanità di Duluoz</em>, l’ultimo libro pubblicato in una vita di cui ripercorre alcuni episodi fondamentali dalla giovinezza a Lowell agli anni alla Columbia University, al servizio nella marina durante la guerra, al movimento <em>Beat</em>. Vanità di un ego. Vanità del <em>satori</em>. (La parola giapponese significa “illuminazione improvvisa”, “improvviso risveglio”). Vanità dello zen. Verità del Cristo. <em>Cf. Zen</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zen –</strong> Leggere <em>Satori a Parigi </em>per comprendere il senso dello pseudo buddhismo zen di Kerouac, di un Kerouac pseudo orientalista per ciò che riguarda lo spirituale. Cercare il <em>satori. </em>Andando, dove? A Rennes, o a Chartres, o a Parigi, alla Madeleine, alle Tuileries, a un <em>Requiem</em> di Mozart nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, “coi violinisti rapiti trasognati dai gomiti frementi di gioia perché i banchi e persino i posti riservati erano affollati di tanta gente distinta”, o alla Sainte-Chapelle o in Saint-Louis-en-l’Île, per ritrovare l’eterna infanzia, il tempo perduto, la vera religione: “Morivo dalla voglia di visitare la Sainte-Chapelle dove San Luigi, re Luigi IX di Francia, aveva collocato un frammento della Vera Croce. […] E morivo dalla voglia di vedere la chiesa di San Luigi di Francia nell’isola di San Luigi sulla Senna, perché così si chiama la chiesa dove fui battezzato a Lowell, Massachusetts”.</p>
<p><em><strong>Marco Settimini</strong></em></p>
<p><em>*la prima parte del Dizionario Kerouachiano è stata pubblicata <a href="http://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/" target="_blank" rel="noopener">su “Pangea” qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-io-sono-un-pazzo-che-ama-dio-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-seconda-dalla-m-di-madre-alla-z-di-zen/">“E io sono un pazzo Che Ama Dio”: Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte seconda: dalla M di Madre alla Z di Zen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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