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	<title>Nanni Moretti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 30 Apr 2023 07:30:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>In un mondo dominato dal denaro, la bellezza è eversiva. Sull’ultimo film di Nanni Moretti</title>
		<link>https://www.pangea.news/nanni-moretti-sol-dellavvenire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 07:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[Il sol dell&#039;avvenire]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Nigro]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che a Nanni Moretti non andassero a genio molte cose dell&#8217;epoca in cui vive, l&#8217;avevamo intuito da tempo. La critica alla contemporaneità (e l&#8217;autocritica) che partendo da Ecce bombo passa per Palombella rossa, Caro diario e Aprile, trova forse una piena maturità nel suo ultimo film intitolato Il sol dell&#8217;avvenire. Una critica all&#8217;etica politica, artistica, [&#8230;]</p>
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<p>Che a <strong>Nanni Moretti</strong> non andassero a genio molte cose dell&#8217;epoca in cui vive, l&#8217;avevamo intuito da tempo. La critica alla contemporaneità (e l&#8217;autocritica) che partendo da <em>Ecce bombo</em> passa per <em>Palombella rossa</em>, <em>Caro diario</em> e <em>Aprile</em>, trova forse una piena maturità nel suo ultimo film intitolato <strong><em>Il sol dell&#8217;avvenire</em></strong>. Una critica all&#8217;etica politica, artistica, sociale; una critica all&#8217;estetica cinematografica, morale, sentimentale. <strong>Nanni Moretti, ancora una volta, parla di se stesso, usa se stesso e la sua esperienza privata e professionale per evidenziare, non senza un&#8217;immancabile dose di ironia, le parti indigeste dell&#8217;esistenza e dei difficili rapporti interpersonali,</strong> gli elementi insopportabili delle scelte altrui, le sfumature su cui molti non si soffermano per pigrizia mentale e morale. Al di là delle “larussate” sul <strong>25 aprile</strong>, su via Rasella e sulla presunta assenza del termine <strong>“antifascismo”</strong> (o meglio, del suo significato ideologico) nella <strong>Costituzione Italiana</strong>, questo film del regista romano rimette in moto la voglia non dico di “fare politica” ma almeno di interessarsi a essa dopo un&#8217;epoca di governi multicolori e quindi amorfi, appiattiti dal punto di vista partitico, e trasformati in un &#8220;circo&#8221; mediatico senza sostanza. Ma il Nulla che tutto semplifica, persiste ancora nelle cose amate dal protagonista Giovanni: persino la violenza, nelle scene di un certo cinema contemporaneo, è stata semplificata, predigerita, de-estetizzata dalle esigenze del <strong>marketing “netflixiano”</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/ISDA_Poster_NoData_Cannes_Web-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95447" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/ISDA_Poster_NoData_Cannes_Web-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/ISDA_Poster_NoData_Cannes_Web-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/ISDA_Poster_NoData_Cannes_Web-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/ISDA_Poster_NoData_Cannes_Web.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p>Nelle trame dei film (anche in quelli concepiti per illustrare la storia politica), l&#8217;amore, ovvero l&#8217;individualismo, vuole a tutti i costi prevalere sulla politica, scavalcando i copioni e le rigide direttive del regista; <strong>c&#8217;è bisogno di stupire e non di far pensare: persino gli oggetti del nostro presente invadono prepotentemente la scena storica riprodotta sul set; il ricordo politico di un&#8217;epoca è costantemente minacciato dalla modernità.</strong> Moretti è diventato (o forse lo è sempre stato) un vecchio trombone brontolone che non accetta i cambiamenti? Niente affatto: Giovanni strappa senza esitazione un poster di Stalin dalla scena del suo film perché convintamente aderente a quel <strong>“comunismo europeo”</strong> che con lentezza ma inesorabilmente prese le distanze dal totalitarismo sovietico (e ci chiediamo: quand’è che il nostro Presidente del Consiglio strapperà la fiamma tricolore – simbolo del neofascismo missino – dallo stemma del suo partito? Essere <strong>“post-fascisti”</strong> può significare tutto o niente!).</p>



<p>Nonostante le evoluzioni inevitabili, il primo comandamento resta inalterato: “difendere la complessità”, nell&#8217;arte come nella politica. Il processo delicato di destalinizzazione del <strong>Partito Comunista Italiano</strong> all&#8217;indomani della rivolta ungherese del ’56 è una lezione di etica politica ignorata da chi nel XXI secolo si stupisce – a causa di una grave ignoranza storica – dell&#8217;esistenza, in passato, dei comunisti in Italia. La parola &#8220;comunista&#8221; da aggettivo/sostantivo è diventata esclusivamente un sostantivo con carattere offensivo (Berlusconi docet!). <strong>Le scelte estetiche delle moderne (e nevrotiche) produzioni cinematografiche, deprimono Giovanni che crede ancora fermamente nella bellezza articolata di certi processi interiori descritti dalla pellicola:</strong> rappresentare la violenza in maniera complessa e non semplificata, allontana lo spettatore dalla violenza stessa, lo educa a un&#8217;igiene “artistica” dell&#8217;atto che predispone a una selezione etica in favore della non violenza. Viviamo in un&#8217;epoca in cui semplificando il significato delle cose, ne banalizziamo l&#8217;impatto etico: la verità cruda è altamente formativa solo quando non diventa mera pornografia.</p>



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<p>Come già accaduto in altri suoi film, Moretti – stonato come sempre! – utilizza la canzone per raccontare, per integrare il non detto: commuovente nel finale il brano <em>Voglio vederti danzare </em>di <strong>Franco</strong> <strong>Battiato</strong>, cantautore più volte intervenuto con le sue canzoni nella narrativa cinematografica di Nanni Moretti. Al di là di ogni <strong>nostalgismo</strong>, <em>Il sol dell&#8217;avvenire</em> è un film che invece induce a una feroce riflessione sul presente, a una rivalutazione della partecipazione politica ma non attraverso i <em>social</em> (anche riuscire a vedere un film insieme, in famiglia, è diventata un&#8217;impresa perché tutti distratti dagli smartphone e presi da altro), a una presa di distanza dai dogmi di quel marketing (che di fatto ha invaso anche il cinema) che tutto livella, pianifica, predigerisce per rendere appetibile il prodotto a un pubblico conosciuto nei suoi più intimi desideri: significativo quando Giovanni afferma candidamente che mentre gira un film non pensa mai al suo pubblico e a cosa penserà. Così come Battiato dichiarava di non assecondare mai i desideri dei suoi estimatori ma di seguire esclusivamente gli obiettivi della propria ricerca musicale.</p>



<p><strong><em>Eversivo</em></strong> diventa ciò che si fa con ingenua naturalezza in un mondo dove domina, oggi più di ieri, la sconfortante legge del denaro. Come direbbe forse <strong>Vincenzo Mollica</strong> con il suo solito stile apparentemente accomodante: “Il sol dell&#8217;avvenire è proprio un bel film!”, anche se l&#8217;espediente del <strong>film nel film</strong> non è originalissimo ma è efficace per creare un confronto, un utile distanziamento temporale per ripensarsi nel presente. È un film che ridona speranza agli estimatori di Moretti, che, come il Giovanni della storia, fa un film ogni 5 anni (o quasi), mentre il mercato richiederebbe una più produttiva presenza cinematografica, e al cinema italiano in generale che grazie a registi come Nanni Moretti si salva dal marasma dell&#8217;animazione e degli effetti speciali, e per una volta stimola riflessione e presa di coscienza sociale e politica. Credere in un avvenire è difficile ma non impossibile.</p>



<p><strong><em>Michele Nigro</em></strong></p>
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		<title>“Di’ qualcosa di sinistra”. L’insostenibile lessico della Sinistra</title>
		<link>https://www.pangea.news/lessico-sinistra-grittani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2022 04:31:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[D&#039;Alema]]></category>
		<category><![CDATA[Debora Serracchiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«D’Alema, di’ qualcosa di sinistra» evocava Nanni Moretti (Aprile, 1998). Ridimensionando subito le pretese,&#160;quando si accorse che&#160;nel confronto&#160;televisivo&#160;con Berlusconi, Fini, Bossi e Dini stava soccombendo vittima della sua&#160;dialettica sofisticata, pretenziosa, francamente insopportabile. «D’Alema, di’&#160;soltanto una cosa. Anche non di sinistra.&#160;Una cosa di civiltà». Un appello che da ironico&#160;si sarebbe fatto&#160;disperato, quando sempre Moretti (stavolta&#160;a&#160;piazza Navona,&#160;febbraio [&#8230;]</p>
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<p>«D’Alema, di’ qualcosa di sinistra» evocava Nanni Moretti (<em>Aprile</em>, 1998). Ridimensionando subito le pretese,&nbsp;quando si accorse che&nbsp;nel confronto&nbsp;televisivo&nbsp;con Berlusconi, Fini, Bossi e Dini stava soccombendo vittima della sua&nbsp;dialettica sofisticata, pretenziosa, francamente insopportabile. «D’Alema, di’&nbsp;soltanto una cosa. Anche non di sinistra.&nbsp;Una cosa di civiltà». Un appello che da ironico&nbsp;si sarebbe fatto&nbsp;disperato, quando sempre Moretti (stavolta&nbsp;a&nbsp;piazza Navona,&nbsp;febbraio 2002) rivolgendosi ai dirigenti dell’allora Partito Democratico&nbsp;di Sinistra&nbsp;disse «mi dispiace ma fin quando alla guida di questo partito ci sarà la burocrazia alle mie spalle, noi non vinceremo mai».&nbsp;Fornendo,&nbsp;al suo&nbsp;personale ma ancora insuperato&nbsp;anatema, connotati così lucidi da sembrare inquietanti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Ascoltando gli ultimi interventi (Fassino e Rutelli, NdR), che scarso rispetto per le opinioni delle elettrici e degli elettori. Nei precedenti interventi si richiedeva un minimo di autocritica rispetto alle scelte di questi ultimi anni, rispetto alla timidezza, rispetto alla moderazione, rispetto al non saper più parlare alla testa, all’anima e al cuore delle persone…».</strong></p></blockquote>



<p>Chiunque ne avrebbe tratto&nbsp;una necessaria&nbsp;lezione per il futuro, soprattutto perché si trattava di opinioni largamente condivise&nbsp;(oggi come allora). Invece la Sinistra non solo le ha ignorate ma le ha&nbsp;quasi subito&nbsp;ritenute acqua passata, come quelle classi magistrali che dopo qualche ripasso credono di aver imparato tutto quello che c’era da imparare e si&nbsp;professano&nbsp;«pronte».&nbsp;Per un’altra battaglia&nbsp;di parole.&nbsp;Già, ma da combattere con quali, visto che non ne&nbsp;hanno più. E che, nella maggioranza dei casi, non sanno più&nbsp;dirle, enunciarle, porgerle a chi ascolta.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Smacchiare il giaguaro,&nbsp;un “non sense” da cinema muto.</strong></p>



<p>Durante la campagna elettorale del 2013 gli italiani impiegarono oltre due mesi per capire cosa significasse – o volesse significare – l’affermazione un po’ arrogante e un po’ sgangherata di Pier Luigi Bersani:&nbsp;«Stavolta dobbiamo smacchiare il giaguaro». Mentre la Destra col suo linguaggio fisico,&nbsp;la sua prossemica inequivocabile e la sua semantica un po’ malconcia ma certamente più efficace, macinava numeri, intenzioni, auspici e promesse espresse&nbsp;perlopiù&nbsp;a vanvera, la Sinistra trascorse&nbsp;più di&nbsp;due mesi a svelare al mondo il&nbsp;presunto&nbsp;mistero del giaguaro. Quando ci riuscì le elezioni si erano già tenute, il risultato fu così striminzito che per portare a morte naturale quella Legislatura ci vollero ben tre presidenti del Consiglio (Letta 2013/14, Renzi 2014/16 e Gentiloni 2016/18).&nbsp;<strong>Cosa&nbsp;ci fa&nbsp;un giaguaro in una campagna elettorale?&nbsp;La stessa aspettativa di vita di un gatto in tangenziale.&nbsp;Cosa avrà mai da spartire coi bisogni di un popolo che intende essere guidato, amministrato e talvolta consolato? </strong>Solo nel 2019, sei anni dopo quella infelice e tortuosa trovata che passò alla storia come una caduta da cavallo senza nemmeno esserci&nbsp;mai&nbsp;salito, Bersani trovò&nbsp;il coraggio e l’ironia per commentarla: «Era un modo di dire che ai vecchi baroni andava data una smacchiata, tra i vecchi baroni c’era ovviamente anche il Berlusca».&nbsp;Un “non sense” da cinema muto. Che ai più attenti, tuttavia, stava già dicendo quale deriva autoreferenziale stesse prendendo la Sinistra italiana. E perché era impossibile correggerne la rotta.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>L’ossessione di Berlusconi,&nbsp;la sciagurata rinuncia all’identità.</strong></p>



<p>La verità vera è che dopo la famigerata discesa in campo del 1994, la Sinistra ha trovato il&nbsp;giullare e&nbsp;malinconico nemico che fino ad allora gli era mancato. Berlusconi per la Sinistra è stato bersaglio, proiettile e persino pistola di certe “menti sopraffine”&nbsp;che hanno ossessivamente ristretto sul Cavaliere ogni ricerca semantica e ogni forma di antagonismo lessicale. Da&nbsp;Burlesquoni&nbsp;a&nbsp;Cavaliere Mascarato,&nbsp;da&nbsp;Sua Emittenza a Bellachioma,&nbsp;da&nbsp;Testa d’Asfalto&nbsp;a&nbsp;Psiconano (cit.&nbsp;Beppe Grillo),&nbsp;a&nbsp;Er Catrame, Nanefrottolo, Tappone, Caimano, Silviolo&nbsp;e&nbsp;l’Ottavo nano.&nbsp;Una concentrazione di insulti&nbsp;e imprecazioni&nbsp;che racconta da sola, senza bisogno di aggiungere altro, la sterilità degli argomenti dei rivali&nbsp;di Berlusconi, che per primo – da abilissimo comunicatore qual&nbsp;è stato&nbsp;– pensava di avere a che fare con degli avversari e invece si è trovato di fronte solo&nbsp;prodromi di&nbsp;<em>hater&nbsp;</em>in giacca e cravatta.&nbsp;La&nbsp;debolezza strutturale all’origine dell’impoverimento della lingua della Sinistra è&nbsp;stata,&nbsp;per l’appunto,&nbsp;la mancanza di argomenti che andassero oltre l’odio personale, l’assenza di una controffensiva verbale degna della più tenace tradizione della Sinistra. A 12 anni Antonio Gramsci urlava sul marciapiede di scuola «vogliamo il salario, vogliamo l’orario di lavoro, viva il grande sciopero<em>», </em>a quasi 60&nbsp;Walter&nbsp;Veltroni sui gradini di piazza del Popolo (Convention Pd,&nbsp;2015)&nbsp;più timidamente auspicava</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«andrebbe riformata questa sinistra aprendo a fenomeni civici sempre più interessanti e senza pensare che rappresentino la negazione della nostra storia».</strong></p></blockquote>



<p>Detto fatto. In moltissimi comuni italiani, il Pd&nbsp;e Sinistra Italiana&nbsp;non presentano&nbsp;nemmeno più il proprio logo per evitare che eventuali&nbsp;ben disposti&nbsp;al voto possano cambiare idea, respinti dalla&nbsp;loro&nbsp;stessa identità.&nbsp;Dalla&nbsp;loro&nbsp;storia.&nbsp;Un peccato originale da cui sarà impossibile tornare indietro.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Pancetta o Guanciale?&nbsp;Diteci che è uno scherzo.</strong></p>



<p>La storia recente e non solo della Sinistra è attraversata da macchiette come quelle di Piero Fassino, quando in un&nbsp;<em>ipse dixit&nbsp;</em>ormai passato alla storia esortò Beppe Grillo&nbsp;«se mai ne avesse avuto il coraggio, a fondare un&nbsp;proprio&nbsp;partito, a mettere in piedi un’organizzazione e a presentarsi alle elezioni». Grillo seguì&nbsp;alla lettera&nbsp;il consiglio e nel 2018 il Movimento 5 Stelle divenne primo partito d’Italia, polverizzando il Pd&nbsp;ovunque (anche a Torino, dove espresse anche la sindaca Chiara Appendino). Ma non solo di strafalcioni è composta l’infelice vita&nbsp;interiore&nbsp;del Pd, bensì di&nbsp;metafore, citazioni e slogan dadaisti (come quello attuale,&nbsp;diteci che è scherzo per favore!), paradossi&nbsp;semantici&nbsp;di chi&nbsp;sarebbe&nbsp;nato per&nbsp;parlare al popolo&nbsp;ma&nbsp;sembra aver del tutto&nbsp;smarrito la parola, la sua efficacia e la passione con cui andrebbe difesa.&nbsp;Condizionata&nbsp;dall’arroganza dell’élite intellettuale e da una presunzione di superiorità che non trova ragioni (né storiche né ideologiche), la Sinistra ha clamorosamente fallito tutte le campagne elettorali degli ultimi trent’anni. Compresa quella in corso.&nbsp;A prescindere dalla&nbsp;improbabile&nbsp;presa su famiglie, imprese e opinione pubblica in generale di slogan come&nbsp;«Pancetta o Guanciale», rimane come un macigno&nbsp;sullo stomaco di tutti&nbsp;l’impressione che per la Sinistra tutto continui a essere un gioco a cui cimentarsi perché obbligata. Una sciarada in cui tutto dovrebbe assumere significati più o meno chiari, senza rinunciare a un tocco di eleganza e improvvisazione che rende le parole rivolte agli Elettori ancora più&nbsp;empatiche (ebbene sì, la Sinistra dove aver disintegrato il significato della parola&nbsp;«resilienza»&nbsp;è passata a fare lo stesso con&nbsp;«empatia»: anche qui con brillanti risultati). Il focus della Sinistra, che per tutta la sua&nbsp;lunga&nbsp;stagione&nbsp;politica è stato il popolo, oggi è&nbsp;un’indagine demoscopica in cui malesseri, difetti, delitti e imperfezioni di un partito molto simile a una setta non solo non sono mai stati&nbsp;corretti&nbsp;ma sono esacerbati&nbsp;fino a diventare&nbsp;un archivio di Stato,&nbsp;un muro di gomma.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La simbolica parabola&nbsp;di Debora Serracchiani</strong></p>



<p>Quando evocate l’antico adagio secondo cui si nasce incendiari e si muore necessariamente pompieri, pensate alla simbolica&nbsp;parabola&nbsp;di Debora Serracchiani. Dentro l’involuzione del suo lessico, dentro la scomparsa della sua&nbsp;affascinante&nbsp;dialettica – un tempo combattiva e feroce, oggi compassata e&nbsp;quasi&nbsp;misericordiosa – c’è tutto il disastro linguistico e pedagogico della Sinistra italiana.&nbsp;<strong>La Serracchiani fu presa proprio per il suo ardore, oggi è un tizzone spento&nbsp;da secoli. Fu inquadrata perché rappresentava la tensione emotiva del nuovo, oggi ascoltarla fa addormentare le signore sotto il casco dal parrucchiere.</strong>&nbsp;La Sinistra non è&nbsp;solo vittima di un palese imborghesimento, ma ostaggio di personalità&nbsp;antitetiche&nbsp;capaci di annullarsi a vicenda. Ecco perché non c’è più alcuna lingua nella Sinistra, perché a parlare non sono più persone ma ologrammi. Perché a esprimersi non sono più politici ma commissari prefettizi, che nel loro dizionario domenicale ed ecumenico sono capaci di esprimere al massimo una contrarietà,&nbsp;mai una ragionata (e magari pasoliniana) indignazione. Ecco perché non c’è più fiato nelle parole della Sinistra, perché i polmoni da cui attingono sono stati trapiantati dentro logiche così diverse e opposte tra loro che adesso producono solo gli effetti del&nbsp;rigetto. Ed ecco, infine, perché della Sinistra non interessa più niente a nessuno, perché dentro quelle formule&nbsp;argomentali&nbsp;– così dozzinali, bassamente globali e pubblicitarie – non c’è più nessuno che possa sentirsi rappresentato. Men che meno la pancetta e il guanciale, che sono – e restano – cose troppo serie perché possa occuparsene questa Sinistra.</p>



<p>***</p>



<p><em>* Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Il suo ultimo romanzo,&nbsp;La bambina dagli occhi d’oliva&nbsp;(Arkadia Editore, 2021), ha vinto il premio Alda Merini 2022, il premio Città di Siena 2022 ed è stato finalista al premio Città di Grottammare-Franco Loi 2022. È editorialista del&nbsp;Corriere del Mezzogiorno, scrive per&nbsp;Pangea. È consulente di diverse case editrici italiane, dirige la collana di reportage narrativi&nbsp;Dispacci Italiani / Viaggi d’amore in un Paese di pazzi&nbsp;per&nbsp;Les Flaneurs Edizioni&nbsp;(Bari).&nbsp;</em></p>
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		<item>
		<title>&#8220;I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia&#8221;. Aspettando Nanni Moretti, leggiamo Eshkol Nevo</title>
		<link>https://www.pangea.news/tre-piani-nanni-moretti-eshkol-nevo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 10:24:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Eshkol Nevo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Posato sul comodino. L’ultimo film di Nanni Moretti, Tre piani, ha fatto la stessa fine dell’opera omnia di Freud che appare verso le ultime pagine di Tre piani di Eskhol Nevo (precisamente pagina 253, Neri Pozza, traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi, 2017). “Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tre-piani-nanni-moretti-eshkol-nevo/">&#8220;I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia&#8221;. Aspettando Nanni Moretti, leggiamo Eshkol Nevo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p><em>Posato sul comodino</em>. L’ultimo film di Nanni Moretti, <em>Tre piani</em>, ha fatto la stessa fine dell’opera omnia di Freud che appare verso le ultime pagine di <a href="https://neripozza.it/libri/tre-piani" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Tre piani</em> di Eskhol Nevo</a> (precisamente pagina 253, Neri Pozza, traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi, 2017). “Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri sera, dopo aver terminato l’ultimo volume dell’opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l’ha fatto”. <strong>C’è un errore, infatti. La pellicola di Moretti doveva uscire a primavera 2020. Poi l’annuncio per i primi mesi del 2021. Poi, chissà. Così mi sono letta il bel romanzo di Nevo</strong>. E ho maturato una certa curiosità per il film che vede, nel cast, Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Anna Lietti e lo stesso Moretti.</p>



<p>L’errore freudiano è l’idea che sorregge tutto il romanzo. “I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia”. La distanza è diventata poi distanziamento, oggi solitudine. E tra la bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia una mascherina, che un po’ ci protegge, un po’ ci soffoca. Protegge e isola i nostri segreti. Prendi tre piani di una tranquilla palazzina borghese nei pressi di Tel Aviv. Un parcheggio ordinatissimo, le piante potate all’ingresso, il citofono nuovo. <strong>Dietro queste porte blindate, eleganti famiglie, all’apparenza, normalissime. Ma davvero? Che cosa succede dietro quelle finestre, dentro quegli appartamenti?</strong> </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="613" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-613x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83764" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-613x1024.jpg 613w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-768x1282.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-920x1536.jpg 920w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1-1227x2048.jpg 1227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/ab-1.jpg 1400w" sizes="(max-width: 613px) 100vw, 613px" /></figure>



<p>Il libro squaderna tre storie slegate tra loro all’apparenza, come possono essere distanti le vite di famiglie che vivono nello stesso condominio. Tre e più segreti che, in parte, si possono conoscere, in parte no. Il problema dei segreti, ce lo spiega Nevo, è questo: <strong>“Se non sai che esistono, non ti infastidiscono. Ma se ti porgono un capo del filo, non puoi fare a meno di tirarlo”</strong>. Non è forse così? I tre piani dovrebbero raccontare quindi i tre luoghi della psiche, Es, Io, Super-io. Tuttavia nell’inconscio affondano le radici segrete del nostro comportamento e dei nostri inconfessabili tradimenti. Che cosa c’è di male – questo l’abbrivio della prima storia – ad affidare la propria bambina alle cure di due anziani vicini in pensione? Ruth e Hermann sono ebrei tedeschi, lei insegna pianoforte, lui un timido accenno di Alzheimer. Un giorno, tuttavia, questa brava bambina, Ofri, viene rapita dall’innocuo Hermann. Che cosa è successo davvero, nel frutteto, tra Hermann e la piccola? <strong>Nel mentre, la bella e disinibita nipote dei due anziani, Karin, fa girare la testa al padre della bambina. “Un giramento brutto. Come le vertigini quando sei in alto se fai l’errore di guardare in basso”</strong>. </p>



<p>Piano secondo: Hani è una vedova che, però, non ha perso il marito, Assaf, sempre all’estero per lavoro. Due bambini piccoli e un cognato, il fratello del marito, Eviatar che non vede da dieci anni e che ritrova, sulla porta di casa, con una piccola sacca sportiva verde in mano, intrigante, e pieno di guai. Un pensiero e uno paio di sguardi di troppo. “Sono seguite molte altre domande, precise da far male. Mentre parlavo non mi toglieva gli occhi di dosso. Non guardava il cellulare ogni tre per due, come fa Assaf. Non è rimasto immobile con la testa inclinata, così da far sospettare che stesse pensando ad altro”. La tentazione è smisurata, quasi insopportabile. L’amore (vai a pagina 202) non è quello che rivela tutta la verità, “in questo mondo bugiardo”? I segreti di oggi non sono quelli di ieri. Non esistono. <strong>“Due parole sui segreti al giorno d’oggi, prima di raccontarti (grazie della pazienza) il mio: non esistono. Al giorno d’oggi non esistono più segreti. Tutto è scoperto, fotografato, documentato, condiviso, tutto trapela, passa, è su Facebook, su TalkBack, tutto è sbandierato, spudorato, niente è più misterioso al tuo moroso, la privacy nel water è finita, sarà seppellita in onda e in differita”</strong>. Eppure, sembra tutto il contrario. </p>



<p>Terzo piano. Dovra, un giudice in pensione, registra monologhi al defunto marito su una (di lui) vecchia segreteria. Le intenzioni erano buone, ma loro figlio Adar è diventato un disastro. “In che guai è finito, se posso chiedere? Una sera è uscito con gli amici. Mentre tornavano, all’alba, ha investito una donna incinta che attraversava la strada sulle strisce pedonali. Guidava veloce. Molto più veloce di quanto sia lecito in città. Lei ha battuto la testa ed è morta all’istante”. La distanza del tempo chiarisce le cose? Forse sì. Forse no. Dovra ritrova suo figlio che è, da poco, diventato padre. <strong>Nella vita, non esistono le azioni sensate, né tantomeno le azioni sensate. “Esiste solo l’azione che una persona specifica, in un momento specifico, deve compiere”</strong>. “Freud ha ragione, ho pensato, e mi sono girata anch’io verso il finestrino. Gli uomini cercano sempre una sostituta alla mamma, e io non sono una madre abbastanza buona”. La maggior parte di noi, “i sette ottavi”, sono sott’acqua, del resto. Siamo fatti di errori e di azioni sbagliate, prese nei momenti sbagliati. </p>



<p>“Chiaro che anche tu hai le tue pecche. Non dico di no. Sai cosa? Immaginati che si tratti di una storia che stai scrivendo. Immagina che tutto quello che ti ho raccontato sia l’inizio, la metà e i tre quarti della storia, e adesso arriva il finale. E l’happy ending è obbligatorio. Perché già così il protagonista ha sofferto abbastanza e ha fatto soffrire abbastanza gli altri. Prenditi tutto il tuo tempo, amico. Io mi spazzolo la bistecca e le patatine e tu nel frattempo pensa a un finale per questa storia, d’accordo?”. Chissà, poi, come finisce il film.</p>



<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tre-piani-nanni-moretti-eshkol-nevo/">&#8220;I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia&#8221;. Aspettando Nanni Moretti, leggiamo Eshkol Nevo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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