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	<title>Nanni Cagnone Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Apr 2026 04:03:47 +0000</lastBuildDate>
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		<title> “Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un eresiarca senza seguaci</title>
		<link>https://www.pangea.news/nanni-cagnone-maura-baldini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 04:03:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Maura Baldini]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Cagnone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bomarzo, 4 gennaio 2026 Il borgo abbarbicato su di un dirupo è avvolto da una benda di nebbia inviolabile. Sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatte un’apocalisse di pioggia.&#160; Lì, da anni, esiliato e felice, vive, con la moglie Sandra Holt,&#160;Nanni Cagnone, poeta che sfugge a qualsiasi tassonomia letteraria e persino a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nanni-cagnone-maura-baldini/"> “Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un eresiarca senza seguaci</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Bomarzo, 4 gennaio 2026</em></p>



<p>Il borgo abbarbicato su di un dirupo è avvolto da una benda di nebbia inviolabile. Sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatte un’apocalisse di pioggia.&nbsp;</p>



<p>Lì, da anni, esiliato e felice, vive, con la moglie Sandra Holt,&nbsp;<strong>Nanni Cagnone</strong>, poeta che sfugge a qualsiasi tassonomia letteraria e persino a se stesso.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sandra mi accoglie con un ombrello e due occhi che sono diaspri neri, un precipizio. Senza troppi convenevoli, ci avviamo verso casa, passando per un andito esterno, le cui pareti sono rivestite da un florilegio di libri di ogni genere, preda dell’umidità esiziale di quel giorno. Entriamo, lasciandoci alle spalle il diluvio, e Nanni è lì, ad attendermi, dietro lo schermo giganteggiante del suo computer: il volto è pallido, quasi ectoplasmatico, ma il sorriso è sgargiante, come il suo sguardo. Ci abbracciamo, a lungo. Poi Sandra prepara un tè affumicato che Nanni stesso si era procurato in uno dei suoi vagabondaggi parigini.</p>



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<p>La casa, me ne accorgo subito, è davvero “grande come una valigia”<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>, e la sua scrivania ne è il cardine, archeologia nostalgica dell’infanzia, un prato di amuleti; su di essa giacciono, come dèi dormienti, pietre, foglie secche, accendini, e oggetti d’un tempo antico. Mi racconta dei sassi, raccolti nel fiume Bormida, dove ha trascorso i momenti più radiosi della sua fanciullezza.&nbsp;</p>



<p><strong>Nanni nasce il 10 aprile 1939, a Carcare, paese ligure che disdegna il mare, un po’ come lui, che, appunto, gli preferisce il fiume camaleontico, i boschi, le alture.&nbsp;</strong>La sua vita è un arabesco di esperienze, dissidenze e incontri miliari che lo hanno reso un poeta e un uomo straordinario, disallineato, un eresiarca senza seguaci. Perché Nanni, in effetti, è, fin da ragazzo, un dissidente, uno che al liceo si appassiona a Eschilo e, anni dopo, lo traduce poiché trova insipienti e insipide le traduzioni esistenti. Nanni, in giovinezza, finisce addirittura per subire un ricovero psichiatrico a causa della sua personalità tracimante e indomabile. Me lo racconta con amarezza, mentre si accende una sigaretta, e gli si spezza un poco la voce, già arrochita e sfilacciata dal tabacco.</p>



<p>Ed è proprio quella personalità a trascinarlo per anni in un vortice di passioni e dimissioni: il poeta, infatti, prima di scoprirsi tale, si dedica a studi eterogenei (la medicina, la filologia, la filosofia) senza mai portarli a termine, s’innamora del jazz, che pratica come batterista,&nbsp;<strong>e, mentre vagabonda per il mondo, fra incontri artistici ed erotici, intraprende una sequela di lavori disparati (impiegato comunale, facchino, direttore creativo per agenzie pubblicitarie, docente universitario etc.).</strong>&nbsp;Frequenta altri vagabondi celebri, come Emilio Villa, Carmelo Bene, Giuseppe Pontiggia, Fernanda Pivano, Elio Pagliarini, e l’amata Amelia Rosselli, che elegge ad apogeo della poesia novecentesca e alla quale dedica, nel 2017, una stanza del poema&nbsp;<em>Ingenuitas&nbsp;</em>(La Finestra Editrice, 2017)<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32144483153-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106991" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32144483153-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32144483153-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32144483153-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32144483153.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Mi dice che, fra i suoi anni più belli, annovera quelli trascorsi in una villa a Stresa, sul mio lago Maggiore, del quale – scopro quel pomeriggio – amiamo entrambi l’austera eleganza e il silenzio severo ma misericordioso; scambiamo anche qualche battuta sullo storico Gigi Bar, dove un tempo ci si incontrava e ci si innamorava al ritmo della musica degli anni Sessanta.&nbsp;Dopo tutto, Nanni, per un lungo periodo, alla poesia ha preferito donne e balere notturne.</p>



<p>Ma è a partire proprio dagli anni Sessanta che Cagnone, dopo svariate metamorfosi professionali, giunge a inverare i suoi talenti, approdando al mondo editoriale; fra i diversi ruoli ricoperti, è redattore presso l’editore Lerici, collabora con la rivista d’avanguardia&nbsp;<em>Marcatrè</em>, si dedica al giornalismo per testate come&nbsp;<em>Chelsea Review</em>,&nbsp;<em>Icognita</em>,&nbsp;<em>Il Giornale</em>,&nbsp;<em>Il</em><em>Messaggero</em>,&nbsp;<em>Panorama,&nbsp;</em>e altre, e, sul declinare degli anni Ottanta, fonda Coliseum, piccola casa editrice che edita libri insoliti, proteiformi, in cui si intrecciano il pensiero ellenistico, quello persiano, il protoromanticismo europeo, la mistica ebraica, la filosofia, avanguardie varie e altre rarità.</p>



<p><strong>A guardarlo quel pomeriggio, l’ennesima sigaretta fra le dita ad affumicare ulteriormente il mio tè, e una gestualità lenta, quasi olimpica, mi viene spontaneo chiedergli dove sia finito il Nanni febbrile e inquieto dei tempi andati.</strong>&nbsp;Lui mi racconta a lungo del corpo prostrato, il che non lo priva di una certa serenità, dovuta alla consapevolezza di sé e delle proprie scelte; scelte che gli hanno fatto bene, come quella di sposare Sandra – donna di rara generosità e vigore lapideo – e di appartarsi con lei in un borgo a perpendicolo su un declivio boscoso.&nbsp;</p>



<p>Non si è mai pentito, mi confessa, di essersi estraniato da un sistema editoriale intorpidito, arreso allo smercio di favori e alla produzione incontrollata di opere per lo più pedestri, e soprattutto di aver ripudiato le conventicole dei poeti, dalle quali, con dolcezza paterna, mi invita a stare lontana (come se ce ne fosse bisogno). Ma mi dice anche che l’inquietudine, in realtà, è ancora desta e sta proprio lì, nel desiderio della scrittura, nell’inesausta ricerca della parola accurata, della parola eccelsa, una parola capace di osteggiare la sciatteria del linguaggio, che altro non è se non lo specchio della volgarità dell’epoca contemporanea. D’altronde, in uno dei suoi libri più icastici (<em>Le cose innegabili</em>, Avagliano, 2019), Nanni suggella la dichiarazione della sua poetica: “Non scrivere parole/ di cui al risveglio/ dispiacerti”.&nbsp;</p>



<p>È proprio l’aspetto del linguaggio, la sua portata metastorica, che mi fa amare questo poeta più di altri, un poeta che, per oltre cinquant’anni, con pertinacia e coraggio, ha mantenuto alta l’intonazione dei suoi versi, disprezzando apertamente la truffaldina e insopportabile atrofizzazione della nostra lingua, la sua crudele disincarnazione (ipocritamente spacciata per modernizzazione).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="746" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106992" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL-746x1024.jpg 746w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL-768x1054.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL-600x823.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/51DNqN60tJL.jpg 787w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></figure>



<p>È Nanni stesso a confessarlo in una intervista pubblicata proprio su questa rivista:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri l’accusa d’esser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la propria lingua per renderla gradita e comprensibile agl’ignari, è agire da vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca involgarita e stupida…”<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn3"><sup><strong>[3]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Cagnone non ama i compromessi, il tacere per tornaconto; al contrario, è spietato censore non soltanto dell’ultima generazione poetica, ma anche di grandi autori novecenteschi (Zanzotto, Montale, Merini, per citarne alcuni); per questo è stato spesso tacciato di alterigia, da chi, evidentemente, non ne ha mai compreso sapienza e nitore intellettuale.&nbsp;</p>



<p>Cagnone combatte il declino del presente per contrasto, mantenendo il passato vibrante, soprattutto quello classico, le cui ombre circonfondono la sua lingua, la innalzano, ma senza mai renderla vanamente indecifrabile; passato e presente, nella sua poesia, si amalgamano, la tradizione non è tumulazione del lessico, ma àncora che il poeta getta e leva, inducendo così un costante rinnovamento della memoria.&nbsp;</p>



<p>Ecco ancora le sue parole:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La poesia non dovrebbe dipendere dalle circostanze, ma essere in certo modo metastorica. Poiché tiene care le possibilità e la memoria della lingua, e non la sua condizione momentanea; la lingua della poesia facilmente si sottrae alla linguistica sincronica. In poesia, non ci sono né arcaismi né neologismi, la sua lingua non appartiene del tutto al presente d’una lingua. In poesia, ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è, in certo modo, lingua morta.”<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn4"><sup><strong>[4]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Oltre al lessico coltissimo, classicheggiante, eteroglossico<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn5"><sup>[5]</sup></a>, inarrivabile, Nanni possiede una raffinata sensibilità musicale, la quale imprime ai suoi versi (per lo più, senari, settenari e novenari) effetti ritmici e fonetici del tutto originali, conferendo loro una cadenza onirica, ondivaga, a tratti persino psichedelica. Leggere i suoi testi è come ascoltare certi ariosi, voluttuosi fraseggi del jazz, significa pencolare fra sogno, sonniloquio e improvvisi risvegli, questi ultimi cagionati dalle chiuse spiazzanti. Sono versi, i suoi, che hanno una grazia sospesa, dalla quale si ha sempre l’impressione che tralucano frammenti di ignoto.&nbsp;</p>



<p>Eppure, il linguaggio è solo uno dei volti della sua ricerca poetica, è senz’altro la sua ossessione, ma non è l’ala della sua poesia.&nbsp;<strong>La poesia di Nanni Cagnone s’invola sopra la mediocrità comune, poiché in essa predomina non già la postura (spesso posticcia) del poeta, ma lo sguardo dell’uomo. Nanni ne è sempre stato convinto: non può prodursi grandezza artistica in animi meschini.</strong>&nbsp;E il suo animo, nonostante la franchezza ferina di certe esternazioni, ha una delicatezza rara, la celeste indulgenza dei suoi versi.&nbsp;</p>



<p>In quell’interminabile pomeriggio invernale, mi ribadisce che accogliere la poesia significa rifuggire il compromesso in nome di una libertà di spirito incondizionata. Occorre lasciarsi contaminare dalle cose, sfiorarne la polvere invisibile, arrendersi allo smarrimento e all’ignoto, vivere incautamente, poiché soltanto così può sgorgare quella “escandescenza del pensiero” e quella “anomalia del linguaggio” che si traducono in un autentico gesto poetico.&nbsp;Un pensiero che deve nascere già in forma lirica, non come meditazione preesistente e successivamente strutturata in versi. Perché la poesia, per Nanni, non è rimpasto di conoscenze letterarie (spesso maldigerite), né, d’altro canto, è il rigurgito di un’emotività estemporanea e d’impatto, di un ego che sviscera se stesso. Nasce, invece – per utilizzare una delle sue folgoranti definizioni –, come “una difficoltà di pensiero”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="651" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788832236088_0_0_0_0_0-651x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106993" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788832236088_0_0_0_0_0-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788832236088_0_0_0_0_0-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788832236088_0_0_0_0_0-600x943.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788832236088_0_0_0_0_0.jpg 687w" sizes="(max-width: 651px) 100vw, 651px" /></figure>



<p>Del resto, basta leggere le sue opere – che spaziano dalla lirica alla prosa, dalla saggistica alla drammaturgia, sino alla traduzione<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>&nbsp;– per sperimentare l’autenticità e l’originalità della sua scrittura. Nei testi poetici, in particolare, si percepisce nettamente l’arretrare dell’autore dinanzi all’epifania delle cose, soprattutto le più infime, quelle minuzie con aura d’eterno che egli abita con grazia e dimestichezza, ma soprattutto con amore. Le ho davanti a me, le sfioro sulla sua scrivania, le vedo alle sue spalle, fra i suoi libri, nella tazza del tè, in un pacchetto di sigarette accartocciato, e persino nel suo spesso cardigan variopinto.&nbsp;</p>



<p>Ma come si rinominano le cose? Nanni dice (in alcune geniali speculazioni su poesia ed estetica<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>):&nbsp;<strong>facendosi indifesi contro la loro verità, contro le verità del mondo, e persino contro il vuoto, senza mai arrendendersi a un riduzionismo nichilista</strong>, accettando semmai l’inconciliabilità fra il bisogno di dare ordine al caos e l’impossibilità di ricondurre la complessità dell’esistere a un sistema chiuso. La poesia di Nanni, io la vedo così, è uno sporgersi, un costante oscillare in un campo di tensione fra metafisica e corpo, una sollecitudine verso ciò che è essenziale, umano e vulnerabile. È suono di una purezza strabiliante. Come il jazz, appunto, che è l’arte del&nbsp;<em>quasi</em>, del&nbsp;<em>non detto</em>, così la sua poesia si traduce in una coalizione perfetta fra silenzio e parola; una parola che non dice il mistero dell’esistenza, ma vi allude soltanto, con quel senso di malinconia e disincanto che deriva dalla consapevolezza della sua inafferrabilità.</p>



<p>Tutto è indugio nei versi di Nanni, polisemia, stratificazione, sospensione e languore, come nel sogno, che per lui, “ostinato redentore”<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn8"><sup>[8]</sup></a>, ha dignità pari alla veglia. Eppure, sarebbe eresia pensare che&nbsp;la sua poesia sia&nbsp;l’esito di vacue astrazioni,&nbsp;di un processo di&nbsp;dematerializzazione delle cose. Essa, al contrario,&nbsp;“è la salvezza erotica delle cose:&nbsp;le conosce come non-finite e ne prosegue&nbsp;il desiderio. Non potrà mai sapere il desiderio”<a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftn9"><sup>[9]</sup></a><em>.</em><em>&nbsp;</em>Ed è proprio quel desiderio la matrice della creazione di nuove forme capaci di circoscrivere il vuoto, di dargli concreta sembianza, avvertibile risonanza.<em></em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="697" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Come-colui-scaled-1-697x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106994" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Come-colui-scaled-1-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Come-colui-scaled-1-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Come-colui-scaled-1-600x882.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Come-colui-scaled-1.jpg 735w" sizes="(max-width: 697px) 100vw, 697px" /></figure>



<p>Si potrebbe scrivere a lungo di Nanni Cagnone, la cui opera si traduce, in fin dei conti, in un <em>corpus </em>unico, un discorso clastico protrattosi per più di cinquant’anni. Ho provato a dire di più in un contributo <strong><a href="https://www.crocettieditore.it/rivista/poesia-rivista-internazionale-di-cultura-poetica-nuova-serie-2026-vol-36-bob-dylan-il-bardo-rock/">per la rivista <em>Poesia</em> (Crocetti), comparso, a mo’ di odiosa profezia commemorativa, soltanto tre giorni prima della sua morte</a></strong> (la poesia, si sa, è azzardo, una trama di segni che sfasa la logica anonima del reale).</p>



<p>Ma qui, ora, stiamo vivendo il presente del passato – per dirla con Sant’Agostino – e il ricordo di un poeta deve lasciare spazio alle sue parole. D’altronde, lui stesso, in&nbsp;<em>Esito,&nbsp;</em>il suo monologo finale, ci ammonisce:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>Non ha cerimonie&nbsp;<br>l’addio, né gonfior&nbsp;<br>di lingua –&nbsp;&nbsp;<br>per una volta,&nbsp;<br>tacere avanti ai fatti”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>E allora io taccio, amato Nanni, e lascio parlare te, come quel quattro gennaio, fra un’eruzione di cielo, un abbraccio e una tazza di tè.</p>



<p><strong><em>Maura Baldini</em></strong><strong><em></em></strong></p>



<p>***</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Armi senza insegne</em>, Coliseum, 1988</strong></p>



<p>Raggiungere la morte<br>di un pensiero – sarà questa<br>giustizia, o congiungerlo vivente<br>all’opposito qualunque il suo merito,<br>finché accerti i tormenti<br>di non essere solo, e perda<br>la grazia in indurita bellezza.<br>Tenere fede alla prova,<br>passando la spirale<br>fino al colmo ove ripete<br>uguale. Un solo filo d’erba<br>divenuto tempesta,<br>un dio senza rimedio, inoperoso.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Index vacuus</em>, Edgewise Presse, 2004</strong></p>



<p>Oscuro<br>come una guarigione,<br>una prodezza del respiro,<br>questo solenne encomio<br>dell’inverno – dormienti<br>contesi dal primo riverbero,<br>al congedo di una canzone<br>d’esuli, e noi nell’ordito,<br>mani vuote, di qua<br>dal risoluto orizzonte,<br>così elementare<br>per un Borromini<br>delle nuvole.</p>



<p>Alfine uno si volga<br>verso la meditazione<br>della resina<br>sul vecchio pinastro.</p>



<p>*</p>



<p>Fine del mutevole.<br>Roveti di fiori. Abbàssati<br>finché l’argilla manda odore.<br>Non resta che la terra,<br>il polveroso promemoria,<br>il gelo il calco l’arsura.<br>Fossimo tra i primi,<br>macchiati da spavento,<br>la sapremmo dura sindone<br>di un’insaziata parte<br>di cielo.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Perduta comodità del mondo</em>, La Camera verde, 2013</strong></p>



<p>Vieni scorrere accanto,<br>mia diletta, e non esser mai<br>della stirpe dei ricordi.</p>



<p>Conosci gli sposi<br>della rugiada, e<br>– nella silenziosa chimica<br>dei boschi – coloro<br>che affidano il mondo.</p>



<p>Non nominare la scure.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Tornare altrove</em>, La Finestra Editrice, 2016</strong></p>



<p>Mi smarrii quel giorno<br>in un villaggio<br>– prego, non ridere –<br>come potrei smarrirmi<br>in un riverbero,<br>nell’erba tremula<br>a un ruscello, ne<br>l’inatteso suo sorriso,<br>donna che in un punto<br>fa delicato il mondo.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Le cose innegabili</em>, Avagliano Editore, 2018</strong></p>



<p>I</p>



<p>Non sarà l’annuvolato cielo,<br>né il difettoso patto,<br>a tralasciare uno dei due<br>su mulattiere d’infanzia –<br>saremo noi, senza fretta<br>in un istante, contenti<br>d’assodarci e guarire.</p>



<p>Eravamo pretendenti,<br>poi spericolate serietà<br>di cui nessuna<br>attenta a uno spiraglio,<br>solo un trasalire di colori<br>in falso lume.</p>



<p>Noi come siamo<br>ora, noi che siamo<br>distanziato sogno.</p>



<p>*</p>



<p>V</p>



<p>E un giorno<br>non si resiste più<br>ai particolari: l’intonaco<br>ancora screpolato<br>qui, l’esclamazione<br>d’un libro accantonato,<br>quell’insistere d’ombre<br>verso il buio. E noi,<br>alberi sfrondati, ignari,<br>dell’abbondanza del disegno<br>e minuziosamente asserviti.</p>



<p>Anomalíe – tra selci<br>e amuleti, respinti doni.</p>



<p>*</p>



<p>IX</p>



<p>Mattino,<br>che giunge senza scorta<br>tranne le sue abitudini,<br>fanciullo assorto<br>già invaghito<br>di un’ansia pomeridiana,<br>e affanno di passi<br>nei molti recinti, scrutando<br>le sconfinate pretese d’erba –<br>alta sfinita erba di novembre,<br>le sue speranze<br>non sono che le nostre.</p>



<p>Uomo scolaro d’ombra,<br>abbassa le tue palpebre.</p>



<p>*</p>



<p>X</p>



<p>Addietro, ove per tempo<br>l’antagonista delle lontananze<br>addomesticò il vuoto,<br>quante cose custodite<br>che non sono, esuli in serre<br>che non han stagione.</p>



<p>Quel che germoglia qui,<br>non mai disfatto –<br>per indolenza di fioritura.</p>



<p>*</p>



<p>XIII</p>



<p>Questo lento inverarsi non è il mio,<br>che saprei precipitare il mondo<br>come un disastroso condottiero,<br>almeno incontrando cose<br>invece di guardar avanti<br>se sopravvivano a loro stanchezza –<br>le cose innegabili, esordio senza sigillo<br>il cui adempimento richiede il tu,<br>temerario ornamento dell’io.</p>



<p>*</p>



<p>XXIX</p>



<p>E trasognando le vedi,<br>figure scarse,<br>livide come un delitto<br>o per sortilegio amorose.</p>



<p>Invidia d’una vita<br>senza le mie vertebre, un<br>non orgoglioso scorrere<br>facendo del sorriso<br>un’abitudine – come<br>in certe locande fuori mano,<br>sai, quando sbagli strada<br>e chissà dall’errore<br>cosa speri.</p>



<p>*</p>



<p>XXXI</p>



<p>Vegliare accanto ai solchi<br>ove i semi insonni maturano<br>senza rumore, senza sognarsi<br>spighe, poi andar via,<br>orme superstiti<br>su rovesciate zolle, simili<br>al coltivatore dell’inverno,<br>orfano di terra, che inutile<br>andrà verso una casa<br>come farebbe la grandine.</p>



<p>*</p>



<p>XLI</p>



<p>È simile a un assedio<br>questa luce,<br>a un volitare in arnie<br>e nessun ridosso per noi<br>che verremo espugnati<br>prima del crepuscolo.</p>



<p>Così ripensi all’inverno,<br>all’invenzione del buio<br>che mise in pericolo<br>i nostri sentimenti,<br>li costrinse nel respiro<br>ma li promise a marzo –<br>marzo che irrompe<br>come un teppista<br>nel cagionevole noi.</p>



<p>*</p>



<p>XLIV</p>



<p>Al fine, scrivere la storia<br>delle cose minute –<br>la vicenda d’un pettine<br>ai capelli<br>o il culto delle scaglie<br>di madreperla.</p>



<p>È tempo di destarsi<br>per consistere<br>nell’ardua interezza<br>dei frammenti:<br>è qui che si viene vinti –<br>un vetro offuscato,<br>un appuntamento<br>con la polvere.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>A ritroso 2020-1975</em>, Nottetempo, 2020</strong></p>



<p>La notte<br>sparse quel che doveva,<br>a impoverire accomunare<br>la terra. La notte<br>chiese un’altra notte,<br>resina di sogni<br>sotto ultimi rami,<br>e tacito affinché.</p>



<p>Potesse questo buio<br>dietro l’impeto dei sogni<br>ritornare<br>le sue tristi sorgenti<br>o il riso inascoltato,<br>quel lontano fermaglio<br>delle molte vite<br>caduto quando<br>prendemmo a sognare.</p>



<p>*</p>



<p>Nascere.<br>Illudere luce<br>percuotere onde.<br>Andar di nuovo<br>lungo muri di sale,<br>spargendo voce<br>su cose finite.<br>Timore che il sonno,<br>nel suo racconto,<br>completi ognuno<br>col pianto.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Esito</em>, La Finestra Editrice, 2024</strong></p>



<p>Mandriano di sogni,<br>li spingi controluce<br>a migrazione,<br>sei stanco<br>mentir aurore.</p>



<p>Non si ha più<br>indipendenza –<br>in questo<br>febbricitante<br>convivere – caduto<br>in subbuglio<br>il disadorno scudo –,<br>è opera dei vivi<br>il nostro morire.</p>



<p>Vado tra coloro<br>che in giorni senz’età<br>hanno già pianto.</p>



<p>*</p>



<p>Non ha cerimonie<br>l’addío, né gonfior<br>di lingua –<br>per una volta,<br>tacere avanti ai fatti.<br>Guárdati da brevità,<br>non vorrai deludere<br>quel peso – sollevalo,<br>lascialo ricadere<br>tra fólle taciturne<br>d’altre età,<br>pensa senza luogo<br>a quel laggiù<br>ove imaginavi<br>comprendere.</p>



<p>Se in tua anàmnesi<br>una patria, evita<br>far ritorno, ché<br>un vento più antico<br>dell’ordine dorico<br>schiantò i tuoi boschi.<br>All’orlo precipitoso<br>degli eventi, non puoi<br>con affanno soffermarti –<br>sommessamente<br>non t’aduni negli eventi,<br>hai diritto<br>a maggior grembo.</p>



<p>Addío – germogliante –<br>benevola piaga.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Intervista di Fabrizio Buratto, dicembre 2018, Bomarzo, reperibile in rete.</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>&nbsp;“Il letto era fatto. La povertà / annusava il suo dovere.’ / Non servono altri versi / per sapere Amelia al culmine, / sprofondati coloro che viva / la schernivano, ragazza / da principio malfatta, / che doveva ritrarsi / o ridere a squarciagola, / stremata iraconda fanciulla /straniera ad ogni sé stessa. / Non essendo al servizio / d’ingiustizia, molti anni / dopo, da qui verso di te – / ti chiamo.”</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> <a href="https://www.pangea.news/nanni-cagnone-intervista/">Intervista dell’11 dicembre 2020 pubblicata su questa rivista.</a></p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>&nbsp;<em>A ritroso 2020-1975,&nbsp;</em>Nottetempo, 2020, pag. 172.</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>&nbsp;Sovente, nei testi di Cagnone, si rinvengono latinismi, francesismi, anglicismi, iberismi (oltre ai consueti eleganti arcaismi).&nbsp;</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>&nbsp;<em>What’s Hecuba ti Him or He to Hecuba?</em>, Out of London Press, New York, 1975;&nbsp;<em>Andatura</em>, Milano Società di Poesia, 1979;&nbsp;<em>Vaticinio</em>, PDF Press, 1984;&nbsp;<em>Notturno sopra il giorno</em>, Severgnini, Cernusco sul Naviglio, 1985;&nbsp;<em>Armi senza insegne</em>, Coliseum, 1988;&nbsp;<em>Anima del</em>&nbsp;<em>vuoto</em>, Palomar, Bari, 1993;&nbsp;<em>Avvento,&nbsp;</em>Palomar, Bari, 1995;&nbsp;<em>The book of giving back</em>, Edgewise, New York, 1998;&nbsp;<em>Il popolo delle cose</em>, Jaca Book, Milano, 1999;&nbsp;<em>Doveri dell’esilio</em>, Night Mail, Pavia, 2022;&nbsp;<em>L’oro guarda l’argento – Opere scelte</em>, Anterem, Verona, 2003;&nbsp;<em>Index Vacuus,&nbsp;</em>Edgewise, New York, 2004;&nbsp;<em>Le cose innegabili</em>, Avagliano, Modena, 2010;&nbsp;<em>Penombra della lingua</em>, La Camera Verde, Roma, 2012;&nbsp;<em>Perduta comodità del mondo</em>, La Camera Verde, Roma, 2013;&nbsp;<em>Tacere fra gli alberi</em>, Coup d’idée, Edizioni d’arte di Enrica D’Orna, Torino, 2014;&nbsp;<em>Tornare altrove</em>, La Finestra Editrice, Lavìs, 2016;&nbsp;<em>Corre alla sua sorte,&nbsp;</em>Carteggi Letterari – Le Edizioni, Messina, 2016;&nbsp;<em>Cammina mare</em>, La Finestra Editrice, Lavìs, 2016;&nbsp;<em>Ingenuitas,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2017;&nbsp;<em>La genitiva terra,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2019;&nbsp;<em>Mestizia dopo gli ultimi racconti,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2019;&nbsp;<em>Accoglimento,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2020;&nbsp;<em>A ritroso, 2020-1976,&nbsp;</em>Nottetempo, Milano, 2020;&nbsp;<em>Ex animo,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2020;&nbsp;<em>Sterpi e fioriture,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2021;&nbsp;<em>Carmina. Poemi 1979-2017,&nbsp;</em>La Finestra Editrice, Lavìs, 2022;&nbsp;<em>Come colui che teme e chiama,&nbsp;</em>Giometti &amp; Antonello, Macerata, 2023;&nbsp;<em>Esito</em>, La Finestra Editrice, Lavìs, 2024.</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>&nbsp;Tali speculazioni sono raccolte, fra l’altro, nell’opera&nbsp;<em>Discorde,&nbsp;</em>sorta di zibaldone in origine pubblicato dalla casa editrice Coliseum, diretta da Nanni, e in seguito ripubblicato da La Finestra Editrice (nel 2015).&nbsp;</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>&nbsp;<em>Esito</em>, La Finestra Editrice, 2024, pag. 76.</p>



<p><a href="applewebdata://374ACD65-7FA6-49DD-AC91-3F3F69BE21D3#_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>&nbsp;<em>A ritroso 2020-1975,&nbsp;</em>Nottetempo, 2020.</p>



<p><em>*In copertina: Nanni Cagnone secondo Dino Ignani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nanni-cagnone-maura-baldini/"> “Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un eresiarca senza seguaci</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il presente… epoca moralistica, involgarita e stupida”. Dialogo con Nanni Cagnone intorno a Eschilo etc.</title>
		<link>https://www.pangea.news/nanni-cagnone-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2020 05:25:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è chi ragiona in millenni, per cui l’epoca non è che un miraggio, un formicaio, la misura parziale. Scrive su pietra, cancellando, Nanni Cagnone, frasi augurali sull’elmo di chi era a Ecbatana, epigrafi sul cranio delle tigri dai denti a sciabola, sciabolate di versi sul casco di avventurieri sublunari. Scrive dal codice inflessibile, con una [&#8230;]</p>
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<p>C’è chi ragiona in millenni, per cui l’epoca non è che un miraggio, un formicaio, la misura parziale. Scrive su pietra, cancellando, <strong><a href="http://www.nannicagnone.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nanni Cagnone</a></strong>, frasi augurali sull’elmo di chi era a Ecbatana, epigrafi sul cranio delle tigri dai denti a sciabola, sciabolate di versi sul casco di avventurieri sublunari. Scrive dal codice inflessibile, con una severità sagace, che coltiva la nera ironia e la sentenza – pare un Geremia, un cartografo delle parole che impegnano a un compito, a scombinare le facili conclusioni. <strong><a href="http://www.pangea.news/nanni-cagnone-intervista-parmenide/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">È un sapiente, Cagnone, e disancorato da tutto, avvezzo al medianico</a>, forse, più che ai media, torna, con folgore apocalittica, tra gli antichi. “Ciò che si perde scrivendo, ecco quel che si cercava”,</strong> scrive nelle parole – un libro nel libro – che aprono il suo <em>Agamemnon</em>, catabasi nell’opera assoluta, teatrale e rituale, di Eschilo, ora, dieci anni dopo, per le Edizioni Galleria Mazzoli, scortato dal “Racconto per figure di Mimmo Paladino” (inutile ribadire l’ovvio: i grandi libri si trovano fuori dai grandi circuiti librari). Il capo supremo degli Achei torna a Micene, vincitore, e viene sgozzato dalla moglie, liturgia sanguinaria e tracotante stravolta al tradimento (Egisto sta tra i turbini della viltà); la veggente accerchiata dagli increduli, Cassandra, fa la stessa fine, ed è la vendetta di un figlio ad appagare la giustizia, che ha molteplici denti. Nanni Cagnone –<strong><a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/a-ritroso" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> l’editore Nottetempo ha pubblicato l’antologia poetica <em>A ritroso. 2020-1975 </em></a></strong><em>–</em> non dirime risposte, ci lascia smarriti nel testo, in un tripudio di agnizioni (“Sperma polvere sudore, smania sangue esaltazione. Avidità dello sguardo, insofferenza e voluttà del percepire. Amare il luminoso, temere l’oscuro. Sottovalutata importanza, per la cultura greca, di quell’intensità somatica che sempre rivaleggia con le virtú astrattive e si dispera per il metodico indietreggiare del presente”), perché un grande testo è anche questo, l’ultimo: labirinto e basilica, ristoro e morso che non demorde, mentre fuori le iene dilaniano il giorno, ossificato. La sentinella di Isaia veglia mirando un cumulo bianco, una lebbra nel grumo della notte; la sentinella presso le mura di Micene apre il canto sanguinario di Agamennone, <strong>“so bene il notturno adunarsi delle stelle/ e quando fulgide potenze si levano/ quando declinano, astri in ètere eccelsi/ ch’estate inverno arrecano ai mortali”</strong>, riallineando l’allentata congiunzione tra astri e uomini. “Vicenda di stelle, tramonti e levate”, è la vita – questo è Ezio Savino, la sola traduzione di Eschilo che possa stare al fianco dell’impeto bronzeo di Cagnone. Comincia come un racconto intorno al fuoco, come la fola di un soldato – “Oh benvenuto lume, che di notte/ luce del giorno fai vedere” – la storia terribile che da millenni ci turba, quella maschera in lamina d’oro che non dorme, ci sogna. (d.b.)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="707" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Cover-2-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81624" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Cover-2-707x1024.jpg 707w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Cover-2-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Cover-2-768x1112.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Cover-2.jpg 822w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /></figure>



<p><strong>“Non si esageri nell’interrogare&nbsp;Eschilo”. Pare una specie di anatema. Il poeta, forse, va assunto, tracannato, più che interrogato. In ogni caso, ti dico, cosa dice, all’oggi, nell’oltretempo, <em>Agamennone</em>, a te, a me?</strong></p>



<p>Sono convinto che la fruizione d’un testo, la sua percezione, sia superiore alla successiva interpretazione.&nbsp;Non conviene perquisire un poeta come tendono a fare psicoanalisti e filosofi accigliati dalle proprie teorie, che hanno dei testi letterari una funesta precomprensione. Sia pur ammirevolmente, inducono un poeta a testimoniare in loro favore, trasformandolo in un propizio antenato che dà il suo assenso da lontano. Al leggerlo preferiscono il rileggersi. La grande letteratura è metastorica, non dipende mai dalle circostanze, passa incolume d’epoca in epoca. In&nbsp;<em>Agamemnon</em>, l’insurrezione d’una lingua che colpevole dice la giustizia, fatue le imprese, patologiche le istituzioni. Innanzi alla&nbsp;<em>skené</em>, dietro quelle maschere, altri come noi:&nbsp;soggetti senza rimedio, casi individuali che le teorie generali non aiuteranno.</p>



<p><strong>“L’italiano è lingua adeguatissima, se assimila il presente senza passività e dalla propria storia non per capriccio prende insegnamenti; se fa tornare a sé l’energia medievale, ancor piú della destrezza barocca”. Cosa ami di questa tua lingua, e cosa vedi che sta, irrimediabilmente, perdendo?</strong></p>



<p>Ci sono poetastri e pseudoprosatori, forse eredi della mentalità degli scrittori ‘cannibali’, che – imitando la peggior oralità – espongono una lingua sgangherata, da periferia, e sintatticamente maldestra. Forse vogliono rendersi accessibili agl’idioti. Consiglierei loro di leggere, ma in francese, Queneau e Céline: imparerebbero che si può far buon uso del gergo e della lingua della&nbsp;<em>banlieue</em>. Sono convinto che sia dover nostro opporci alla bassezza odierna, difendere il rapporto con la tradizione e l’onore della lingua. L’incompetenza linguistica ci priva della possibilità d’aver taluni pensieri.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="675" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Sandra_Holt_Nanni_Cagnone-1024x675.jpg" alt="" class="wp-image-81626" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Sandra_Holt_Nanni_Cagnone-1024x675.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Sandra_Holt_Nanni_Cagnone-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Sandra_Holt_Nanni_Cagnone-768x506.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Sandra_Holt_Nanni_Cagnone.jpg 1326w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nanni Cagnone e Sandra Holt secondo Eric Toccaceli, 2019</figcaption></figure>



<p><strong>Perché ti sei dato a maneggiare Eschilo, a sfondare Agamennone? E con che gesto hai agito: da Cassandra, da Clitemnestra&#8230;</strong></p>



<p>Il saggio introduttivo ti risponde. Lo cito e mi faccio da parte.&nbsp;«Savona, terza liceo:&nbsp;<em>Eptà epì Thébas</em>. Fu cosí ch’Eschilo mi tenne suo debitore. E cosa eguale meritai da Gerard Manley Hopkins. Trent’anni dopo – con tardivo riguardo ai debiti – tradussi&nbsp;<em>The Wreck of the Deutschland&nbsp;</em>e presi a pensare distrattamente ad&nbsp;<em>Agamemnon</em>. Ma intravedevo fatiche, mi dicevo: chi vorrebbe biasimarmi per non aver ripagato un greco del V secolo? Se una delle sue risapute versioni m’avesse contentato, oziosamente avrei lasciato perdere. Costernazione, invece…».&nbsp;Quanto al mio atteggiamento nei confronti del testo, nelle ultime righe si legge: «Alla fine, quando tutto si svuota e dileguano gli attori, d’una cosa si è certi: non si può sottrarre alcunché all’ineluttabile, e non si può&nbsp;<em>preferire</em>. Rammento d’aver scritto, in&nbsp;<em>Vaticinio</em>, “Abita con i suoi discendenti | chi vide la bellezza del nemico”»..</p>



<p><strong>“L’arresa devozione alla bellezza è forse il piú intimo dei modi in cui possiamo indebitarci col mondo”: cosa intendi?</strong></p>



<p>Immagino sia ormai vietato dire, d’una donna, ch’è racchia o, d’un uomo, ch’è uno sgorbio, eppure chi ha sposato un brutto, una bruttina, fantastica d’aver accanto qualcuno di bell’aspetto. Naturalmente, quel ch’è bello per me può esser brutto per te, tuttavia – accettando il modello implicito nelle preferenze d’ognuno – è ovvio che il bello tenda ad esser ammirato più del brutto. Sfortunatamente, l’idea che si ha del bello non sfugge alle mode: negli anni Cinquanta, ci s’invaghiva delle maggiorate alla Jayne Mansfield; oggi, delle anoressiche e delle rifatte. E le cose cambiano da paese a paese: una ragazza opulenta della Transilvania che vada a vivere nei molto obesi States, passerà per magra. Lecito affermare che ci sia una relativa banalità nel cosiddetto bello, ma provate a dirlo a Socrate mentre contempla Alcibiade. Non conosco alcuno che non si sia arreso al mito della bellezza, anche se non può ottenerla, contraendo un debito con tale mito. Da parte mia, colpevolmente confesso di non aver mai frequentato intimamente una donna che non fosse bella o quasi bella. Forse mi scuserò.&nbsp;</p>



<p><strong>Trai un trancio di versi dal tuo “Agamennone”, che ti paiono esemplari, e spiegami perché.&nbsp;</strong></p>



<p>Scelta ardua, a causa della generale grandezza del testo eschileo. Ad ogni modo:&nbsp;«Ebbene, che la diletta mano | del ritornante signore della casa | io possa reggere con mano. | Quanto al resto, taccio: gran bue | s’è messo sulla lingua. Avesse voce, | la casa stessa direbbe assai chiaramente; | da parte mia, parlerò volentieri | per quelli che sanno, ma smemorato | per quelli che non sanno». Oppure: «Ah, gli affari dei mortali! Cosa che riesce, | un’ombra la storna; se fallisce, | colpi d’umida spugna perdono il disegno. | E di questo ho pietà, ben piú che di quello».&nbsp;In questi versi, si manifesta un ammirevole qualcosa che rende superflue le spiegazioni.&nbsp;</p>



<p><strong>E adesso? Cosa leggi? In quale linguaggio vaghi? E questo contagio ti contagia?</strong></p>



<p>Io sono scarso lettore: abitualmente non leggo, mi limito a consultare dei testi quando devo documentarmi. La mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri l’accusa d’esser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la propria lingua per renderla gradita e comprensibile agl’ignari, è agire da vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca moralistica, involgarita e stupida: basterebbe considerare il successo dell’ipocrisia puritana (a cui si deve anche il delirio tassonomico dei&nbsp;<em>genders</em>),&nbsp;che ora vieta di dire, nei teatri britannici, “Ladies and Gentlemen”, obbligando a dire invece “Welcome”, come si legge sugli zerbini posti innanzi alla porta di casa. Riguardo alla pandemìa e ai suoi effetti, non riesco ad angosciarmi: la storia del genere umano mi ricorda che le calamità ne fanno parte. Per me, non è cambiato niente: uscivo poco, ed esco poco ora; scrivevo prima, e scrivo ancora (ma non sul Covid).</p>
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		<title>“La poesia è chiassosamente praticata da troppi, pur essendo cosa per pochi”: dialogo con Nanni Cagnone (a partire dal suo Parmenide)</title>
		<link>https://www.pangea.news/nanni-cagnone-intervista-parmenide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2019 04:19:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il confronto che Nanni Cagnone – tra i rari ispirati, oggi, maestro d’ombre e di pietre, si direbbe, uno che andrebbe osannato nei luoghi pubblici per farci esplodere alla conversione, alla conversazione coi fondamentali – opera con Parmenide – che, scrive, “nell’avarizia e desolazione odierne, lo si fingerebbe fastidioso e astruso” – non è accademico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nanni-cagnone-intervista-parmenide/">“La poesia è chiassosamente praticata da troppi, pur essendo cosa per pochi”: dialogo con Nanni Cagnone (a partire dal suo Parmenide)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il confronto che <strong><a href="http://www.nannicagnone.eu/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nanni Cagnone</a> – tra i rari ispirati, oggi, maestro d’ombre e di pietre, si direbbe, uno che andrebbe osannato nei luoghi pubblici per farci esplodere alla conversione, alla conversazione coi fondamentali</strong> – opera con Parmenide – che, scrive, “nell’avarizia e desolazione odierne, lo si fingerebbe fastidioso e astruso” – non è accademico, non è neppure filosofico, biecamente contemplativo. Cagnone sta nell’insidia del linguaggio, entra nelle parole delle origini – già è stato in Eschilo, ad esempio – trapiantando il proprio detto, ampliando verso il domani, verso ciò che non è circoscritto né è carcerato o ascrivibile alla didattica, quel parlare. <strong>Per questo, <em><a href="http://www.la-finestra.com/public/html/catalogo.html#151" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Parmenides Remastered</a> </em>(La Finestra Editrice, 2019), la traduzione di ciò che ci resta del libro <em>Sulla natura </em>ma soprattutto un’opera a parte,</strong> di Cagnone, d’indicativa altezza (“Si pensa assiduamente a durata ed estensione – spazio e tempo sono la trama del nostro inconcludente romanzo, del quale alfine non resterà che la prima, impubblicabile stesura”), <strong>di maestria indecente, cioè senza decoro, nell’abbaglio del primo, senza abbigliamento</strong> (“Come chiunque senza fissa dimora, dovrai cercare quel che inutilmente hai veduto, prima che ogni cosa ricada perdendo sua radice, prima che l’amuleto di tuo padre ceda alla sovranità della polvere, si affretti nella ruggine. Un estraneo s’è portato via quasi tutto”). Per lo più, mi siedo, mastico qualche parola (“Ogni degna lettura è un’estenuante trattativa”), ascolto questo maestro che sta sul chiodo di ogni cosa, nell’apice che ferisce. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-67310 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/Parmenides_c-204x300.jpeg" alt="" width="186" height="274" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Parmenides_c-204x300.jpeg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Parmenides_c.jpeg 436w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" />Tornare a Elea, cioè alla questione dell’Essere. Che senso ha (o è questo il solo senso plausibile)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non pensavo a Parmenide dai tempi dell’università. <strong>Frequentavo Eschilo, Plotino, Empedocle. Poi, in un giorno d’autunno, mi ricordai d’una frase che avevo scritto un anno prima: “Sia pur esistendo, noi siamo”. Frase involontaria, non meditata. </strong>A quel punto, tolsi dalla biblioteca le edizioni di Parmenide e presi a tradurlo, cosa di cui avrei fatto volentieri a meno, se le traduzioni disponibili non fossero penose. Dopo aver affrontato Parmenide, posso dire di non condividerlo. Ho voluto un rapporto con lui perché il suo pensiero è ancora un ostacolo, un fondamentale assillo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ren</strong><strong>é </strong><strong>Char entra in Eraclito, tu aderisci (o disubbidisci?) a Parmenide. Vorrei, però, farti parlare sui rapporti (interrotti o ininterrotti) tra poesia e filosofia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di recente, avendo letto il mio <em>Parmenides Remastered</em>, qualcuno ha osservato che non si capisce se si tratti di poesia o di filosofia – asserzione legittima, dato che la poesia è da molto tempo priva di pensiero, il che sembra autorizzare la distinzione. <strong>Ma: come si può distinguere quando si leggono Lucrezio, John Donne o G.M. Hopkins? Pensare non consiste nel mettere in versi pensieri precedenti, come fece Eliot nei </strong><strong><em>Four</em></strong> <strong><em>Quartets</em></strong><strong>: si deve trovare un pensiero ‘in poesia’.</strong> Naturalmente, un pensiero asistematico, intuitivo, che renda possibile evitare la metafora euforica, quello pseudoimprovviso di cui per sua fortuna si tacciono i legami, l’estrosa figura senza fondamento che fa ritorno all’esuberante, ibrido ornato della grottesca (avrai compreso che non sono un ammiratore di Celan e Char, benché ne riconosca il valore). In poesia, il senso appena avvenuto deve raggiungere la superficie, ossia dev’essere, piú che inteso, percepito. E l’attività percettiva è piú felice se non c’è nudità ma sensualità di senso, se l’esplicito cede all’implicito e il pensiero ombrosamente s’avventura fino a raggiungere uno strato inevidente della superficie, un suo commosso nascondiglio. Sia lucente, la superficie, e implicito il pensiero, recondita la sua complessità. Sotto quel ch’è nitido, linearità nessuna – non c’è pensiero adeguato che non sia sinuoso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entri in Parmenide ma non dici di Heidegger se non sfottendolo, “autore e mallevadore d’un tortuoso egocentrismo filosofico”: perch</strong><strong>é</strong><strong>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto quasi tutto Heidegger, ma invano. Anche il corso friburghese dedicato a Parmenide non m’è servito a nulla. Ha ragione Jean Bollack: “il faut de-heideggeriser Parménide”. Negli anni Ottanta, pubblicai <em>Dialogo intorno a Eraclito</em>, di Heidegger e Fink, ma ero maggiormente interessato a quel che diceva Fink. Heidegger costringe ad accettare la circolarità del suo lessico (o giochi a modo suo o devi sottrarti). Quel che osserva Rorty a proposito di Derrida, vale anche per lui: fa un uso argomentativo dell’enigma. Inoltre, è il capostipite della puerile propensione etimologica di non pochi filosofi contemporanei. I reduci dell’<em>ontologischer Krie</em>g prediligono estendere gli esiti dell’indagine etimologica, legittimando con la biografia dell’infanzia d’una parola le attuali pretese del pensiero.<strong> Il presunto senso iniziale lascia quello strato profondo del tempo, in cui agiva, per rivendicare il suo valore adesso. È il ritorno vittorioso dell’antefatto, l’imporsi della mitologia filosofica alla filosofia. In coloro che nell’ètimo cercano ‘il vero della parola’, si può intravedere una degenerazione stoica, una fallace obbedienza postuma o quella pretesa dell’intimit</strong><strong>à </strong><strong>ch’è l’autentico.</strong> Da parte mia, non condivido neppure l’interpretazione heideggeriana di <em>al</em><em>é</em><em>theia</em>. D’altronde, i filologi dicono incerta persino l’etimologia di <em>ete</em><em>ó</em><em>s</em>, da cui <em>é</em><em>tymos</em>. La cosa che piú m’innervosisce? Heidegger induce Parmenide a testimoniare a suo favore, facendone un propizio antenato che dà il suo assenso da lontano: al leggerlo, preferisce il rileggersi. Ad ogni modo, non si tratta mai d’aver ragione, infatti non ho questa pretesa: ognuno deve trovare i pensieri di cui ha bisogno, ossia la propria necessità.</p>
<p><figure id="attachment_67314" aria-describedby="caption-attachment-67314" style="width: 198px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67314" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/Cagnone-photo-Eric-Toccaceli-1-e1557738256561-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Cagnone-photo-Eric-Toccaceli-1-e1557738256561-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Cagnone-photo-Eric-Toccaceli-1-e1557738256561-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Cagnone-photo-Eric-Toccaceli-1-e1557738256561.jpg 388w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /><figcaption id="caption-attachment-67314" class="wp-caption-text">Nanni Cagnone secondo Eric Toccaceli</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cito alcune tue frasi (mai ‘interpretazioni’, forse suggestioni, torce sulla via) e ti chiedo di esplicitarle. Intanto: “La via negativa, la sola a noi familiare ma da non seguire, non solo è vuota d’essere: toglie esistenza”. Insomma, all’Essere abbiamo preferito il ‘non’, il ‘non siamo e non vogliamo’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In quel caso, stavo soltanto ribadendo gli effetti della via negativa tratteggiata da Parmenide. <strong>Ciò che per lui è negativo, non è tale per me, che amo la superficie, l’apparenza e la molteplicit</strong><strong>à</strong><strong>. Se fossi un credente, sarei beatamente politeista.</strong> Come ho scritto, “L’esistenza non è esilio, separazione, smorfia dell’Essere, il quale non è che l’inevitabile – e anche troppo accolta – allusività dell’esistere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dovrò allontanarmi dalle parole </strong><strong>— </strong><strong>se non ci sono più d</strong><strong>è</strong><strong>i, è perch</strong><strong>é </strong><strong>siamo uomini dalla lingua lunga”. Si può parlare, allontanandosi, verificando gli d</strong><strong>è</strong><strong>i al sole del silenzio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nostra lingua è profana, se n’è perduta la sacralità. Dunque converrebbe tacere, o almeno far del silenzio il soggetto del dire. <strong>Quanto a me, sono scarsamente contemporaneo: la mia lingua è diacronica, il mio atteggiamento è metastorico. In poesia non ci sono arcaismi, neologismi, parole usuali o desuete. La sua lingua non appartiene del tutto al presente d’una lingua.</strong> In poesia, ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è, in certo modo, lingua morta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa didattica estetica è ammaliante: “Per render degna la propria poesia, si deve trovare in s</strong><strong>é </strong><strong>un altro poeta”. Spiegaci questa spoliazione che forse l’intrepido Rimbaud diceva “Io è un Altro”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’affinità con Rimbaud mi sembra incerta. Dicendo, nelle lettere a Georges Izambard e a Paul Demeny, “Je est un autre”, Rimbaud si oppone anzitutto al repertorio pronominale, intimistico, del suo tempo. Non credo intuisca la crisi dell’identità e l’irruzione dell’alterità, poi teorizzate da Nietzsche, Sartre, Lacan, Lévinas&#8230; Diversamente, non vagheggerebbe “d’arriver à l’inconnu par le dérèglement de tous les sens”. La mia asserzione completa è: “Nel <em>Canone Pali</em>, la piú ardua richiesta: distruggere la teoria di sé stessi. Dunque, per render degna la propria poesia, si deve trovare in sé un altro poeta”. Non ho mai fatto pellegrinaggi in India, ma le culture orientali si possono in certo modo ‘praticare’, mentre la differenza ontologica o lo schematismo trascendentale in pratica non servono a niente.<strong> L’altro poeta di cui dicevo – poeta possibile, poeta avvenire –, non è un dono dell’acido lisergico o dell’inconscio, ma l’esito d’una rigenerazione interiore. La persona del poeta deve sempre attendere una decisione sulla propria sorte</strong>, se non vuole la povertà d’assumere uno stile – la maschera d’uno stile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia, ora, che cos’è?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sociologicamente, una malattia che resiste alle terapie d’urto dei mass media e dei social networks. Una delicata attività asintotica, che richiederebbe solitudine, e invece <strong>è chiassosamente praticata da troppi, pur essendo cosa per pochi.</strong> Sarò un reazionario, insensibile al mito della democrazia, ma condivido quel che si dice negl’<em>Inni orfici</em>: “Il numero degli eletti è chiuso”.</p>
<p><em>*In copertina: Nanni Cagnone secondo Dino Ignani</em></p>
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