11 Dicembre 2020

“Il presente… epoca moralistica, involgarita e stupida”. Dialogo con Nanni Cagnone intorno a Eschilo etc.

C’è chi ragiona in millenni, per cui l’epoca non è che un miraggio, un formicaio, la misura parziale. Scrive su pietra, cancellando, Nanni Cagnone, frasi augurali sull’elmo di chi era a Ecbatana, epigrafi sul cranio delle tigri dai denti a sciabola, sciabolate di versi sul casco di avventurieri sublunari. Scrive dal codice inflessibile, con una severità sagace, che coltiva la nera ironia e la sentenza – pare un Geremia, un cartografo delle parole che impegnano a un compito, a scombinare le facili conclusioni. È un sapiente, Cagnone, e disancorato da tutto, avvezzo al medianico, forse, più che ai media, torna, con folgore apocalittica, tra gli antichi. “Ciò che si perde scrivendo, ecco quel che si cercava”, scrive nelle parole – un libro nel libro – che aprono il suo Agamemnon, catabasi nell’opera assoluta, teatrale e rituale, di Eschilo, ora, dieci anni dopo, per le Edizioni Galleria Mazzoli, scortato dal “Racconto per figure di Mimmo Paladino” (inutile ribadire l’ovvio: i grandi libri si trovano fuori dai grandi circuiti librari). Il capo supremo degli Achei torna a Micene, vincitore, e viene sgozzato dalla moglie, liturgia sanguinaria e tracotante stravolta al tradimento (Egisto sta tra i turbini della viltà); la veggente accerchiata dagli increduli, Cassandra, fa la stessa fine, ed è la vendetta di un figlio ad appagare la giustizia, che ha molteplici denti. Nanni Cagnone – quest’anno l’editore Nottetempo ha pubblicato l’antologia poetica A ritroso. 2020-1975 non dirime risposte, ci lascia smarriti nel testo, in un tripudio di agnizioni (“Sperma polvere sudore, smania sangue esaltazione. Avidità dello sguardo, insofferenza e voluttà del percepire. Amare il luminoso, temere l’oscuro. Sottovalutata importanza, per la cultura greca, di quell’intensità somatica che sempre rivaleggia con le virtú astrattive e si dispera per il metodico indietreggiare del presente”), perché un grande testo è anche questo, l’ultimo: labirinto e basilica, ristoro e morso che non demorde, mentre fuori le iene dilaniano il giorno, ossificato. La sentinella di Isaia veglia mirando un cumulo bianco, una lebbra nel grumo della notte; la sentinella presso le mura di Micene apre il canto sanguinario di Agamennone, “so bene il notturno adunarsi delle stelle/ e quando fulgide potenze si levano/ quando declinano, astri in ètere eccelsi/ ch’estate inverno arrecano ai mortali”, riallineando l’allentata congiunzione tra astri e uomini. “Vicenda di stelle, tramonti e levate”, è la vita – questo è Ezio Savino, la sola traduzione di Eschilo che possa stare al fianco dell’impeto bronzeo di Cagnone. Comincia come un racconto intorno al fuoco, come la fola di un soldato – “Oh benvenuto lume, che di notte/ luce del giorno fai vedere” – la storia terribile che da millenni ci turba, quella maschera in lamina d’oro che non dorme, ci sogna. (d.b.)

“Non si esageri nell’interrogare Eschilo”. Pare una specie di anatema. Il poeta, forse, va assunto, tracannato, più che interrogato. In ogni caso, ti dico, cosa dice, all’oggi, nell’oltretempo, Agamennone, a te, a me?

Sono convinto che la fruizione d’un testo, la sua percezione, sia superiore alla successiva interpretazione. Non conviene perquisire un poeta come tendono a fare psicoanalisti e filosofi accigliati dalle proprie teorie, che hanno dei testi letterari una funesta precomprensione. Sia pur ammirevolmente, inducono un poeta a testimoniare in loro favore, trasformandolo in un propizio antenato che dà il suo assenso da lontano. Al leggerlo preferiscono il rileggersi. La grande letteratura è metastorica, non dipende mai dalle circostanze, passa incolume d’epoca in epoca. In Agamemnon, l’insurrezione d’una lingua che colpevole dice la giustizia, fatue le imprese, patologiche le istituzioni. Innanzi alla skené, dietro quelle maschere, altri come noi: soggetti senza rimedio, casi individuali che le teorie generali non aiuteranno.

“L’italiano è lingua adeguatissima, se assimila il presente senza passività e dalla propria storia non per capriccio prende insegnamenti; se fa tornare a sé l’energia medievale, ancor piú della destrezza barocca”. Cosa ami di questa tua lingua, e cosa vedi che sta, irrimediabilmente, perdendo?

Ci sono poetastri e pseudoprosatori, forse eredi della mentalità degli scrittori ‘cannibali’, che – imitando la peggior oralità – espongono una lingua sgangherata, da periferia, e sintatticamente maldestra. Forse vogliono rendersi accessibili agl’idioti. Consiglierei loro di leggere, ma in francese, Queneau e Céline: imparerebbero che si può far buon uso del gergo e della lingua della banlieue. Sono convinto che sia dover nostro opporci alla bassezza odierna, difendere il rapporto con la tradizione e l’onore della lingua. L’incompetenza linguistica ci priva della possibilità d’aver taluni pensieri. 

Nanni Cagnone e Sandra Holt secondo Eric Toccaceli, 2019

Perché ti sei dato a maneggiare Eschilo, a sfondare Agamennone? E con che gesto hai agito: da Cassandra, da Clitemnestra…

Il saggio introduttivo ti risponde. Lo cito e mi faccio da parte. «Savona, terza liceo: Eptà epì Thébas. Fu cosí ch’Eschilo mi tenne suo debitore. E cosa eguale meritai da Gerard Manley Hopkins. Trent’anni dopo – con tardivo riguardo ai debiti – tradussi The Wreck of the Deutschland e presi a pensare distrattamente ad Agamemnon. Ma intravedevo fatiche, mi dicevo: chi vorrebbe biasimarmi per non aver ripagato un greco del V secolo? Se una delle sue risapute versioni m’avesse contentato, oziosamente avrei lasciato perdere. Costernazione, invece…». Quanto al mio atteggiamento nei confronti del testo, nelle ultime righe si legge: «Alla fine, quando tutto si svuota e dileguano gli attori, d’una cosa si è certi: non si può sottrarre alcunché all’ineluttabile, e non si può preferire. Rammento d’aver scritto, in Vaticinio, “Abita con i suoi discendenti | chi vide la bellezza del nemico”»..

“L’arresa devozione alla bellezza è forse il piú intimo dei modi in cui possiamo indebitarci col mondo”: cosa intendi?

Immagino sia ormai vietato dire, d’una donna, ch’è racchia o, d’un uomo, ch’è uno sgorbio, eppure chi ha sposato un brutto, una bruttina, fantastica d’aver accanto qualcuno di bell’aspetto. Naturalmente, quel ch’è bello per me può esser brutto per te, tuttavia – accettando il modello implicito nelle preferenze d’ognuno – è ovvio che il bello tenda ad esser ammirato più del brutto. Sfortunatamente, l’idea che si ha del bello non sfugge alle mode: negli anni Cinquanta, ci s’invaghiva delle maggiorate alla Jayne Mansfield; oggi, delle anoressiche e delle rifatte. E le cose cambiano da paese a paese: una ragazza opulenta della Transilvania che vada a vivere nei molto obesi States, passerà per magra. Lecito affermare che ci sia una relativa banalità nel cosiddetto bello, ma provate a dirlo a Socrate mentre contempla Alcibiade. Non conosco alcuno che non si sia arreso al mito della bellezza, anche se non può ottenerla, contraendo un debito con tale mito. Da parte mia, colpevolmente confesso di non aver mai frequentato intimamente una donna che non fosse bella o quasi bella. Forse mi scuserò. 

Trai un trancio di versi dal tuo “Agamennone”, che ti paiono esemplari, e spiegami perché. 

Scelta ardua, a causa della generale grandezza del testo eschileo. Ad ogni modo: «Ebbene, che la diletta mano | del ritornante signore della casa | io possa reggere con mano. | Quanto al resto, taccio: gran bue | s’è messo sulla lingua. Avesse voce, | la casa stessa direbbe assai chiaramente; | da parte mia, parlerò volentieri | per quelli che sanno, ma smemorato | per quelli che non sanno». Oppure: «Ah, gli affari dei mortali! Cosa che riesce, | un’ombra la storna; se fallisce, | colpi d’umida spugna perdono il disegno. | E di questo ho pietà, ben piú che di quello». In questi versi, si manifesta un ammirevole qualcosa che rende superflue le spiegazioni. 

E adesso? Cosa leggi? In quale linguaggio vaghi? E questo contagio ti contagia?

Io sono scarso lettore: abitualmente non leggo, mi limito a consultare dei testi quando devo documentarmi. La mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri l’accusa d’esser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la propria lingua per renderla gradita e comprensibile agl’ignari, è agire da vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca moralistica, involgarita e stupida: basterebbe considerare il successo dell’ipocrisia puritana (a cui si deve anche il delirio tassonomico dei genders), che ora vieta di dire, nei teatri britannici, “Ladies and Gentlemen”, obbligando a dire invece “Welcome”, come si legge sugli zerbini posti innanzi alla porta di casa. Riguardo alla pandemìa e ai suoi effetti, non riesco ad angosciarmi: la storia del genere umano mi ricorda che le calamità ne fanno parte. Per me, non è cambiato niente: uscivo poco, ed esco poco ora; scrivevo prima, e scrivo ancora (ma non sul Covid).