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	<title>manifesto Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Contestazione assoluta e totale”. Il Gruppo 63 &#038; il manifesto “Per un nuovo teatro” di Scabia</title>
		<link>https://www.pangea.news/gruppo-63-scabia-teatro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 04:26:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Scabia]]></category>
		<category><![CDATA[Gruppo 63]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[Sanguineti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Di fatto dietro a questa sigla c’era un movimento spontaneo suscitato da una vivace insofferenza per lo stato allora dominante delle cose letterarie: opere magari anche decorose ma per lo più prive di vitalità. Furono l’ultima fiammata del neorealismo in letteratura, fioca eco populista della grande stagione cinematografica dei Rossellini e dei De Sica”. Nanni [&#8230;]</p>
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<p><strong>“Di fatto dietro a questa sigla c’era un movimento spontaneo suscitato da una vivace insofferenza per lo stato allora dominante delle cose letterarie:</strong> opere magari anche decorose ma per lo più prive di vitalità. Furono l’ultima fiammata del neorealismo in letteratura, fioca eco populista della grande stagione cinematografica dei Rossellini e dei De Sica”. Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani.</p>



<p>*</p>



<p><strong>“Nel ’63, l’anno stesso in cui si costituisce il Gruppo, io pubblico un romanzo, <em>Capriccio italiano</em>, che diventa proprio la pietra dello scandalo di una narrativa alternativa”. Edoardo Sanguineti.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Tra pochi mesi compirà 60 anni il “Gruppo 63”: il movimento letterario difatti si costituì a&nbsp;Palermo nell’ottobre del 1963. <strong>Nel gruppo di Neoavanguardisti – che si ispiravano al marxismo e ai dettami dello strutturalismo</strong> (l’opera, in sintesi, veniva presa in esame come un insieme organico scomponibile in elementi e unità; valore funzionale era determinato dall’insieme dei rapporti fra ogni singolo livello) – molti nomi che hanno lasciato un solco d’inchiostro indelebile: Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Sebastiano Vassalli, per esempio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="657" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31055680405-657x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95585" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31055680405-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31055680405-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31055680405-600x935.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31055680405.jpg 693w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Del Gruppo 63 – dimenticato dai programmi ministeriali scolastici, più o meno a ragione (non per qualità ma per quantità di tempo, risicato, che viene dedicato a quello che è avvenuto nel Dopoguerra; c’è anche dell’altro, in una sovraproduzione di rivoluzioni artistiche, politiche e sociali che hanno scandito gli anni Sessanta) – si è scritto abbastanza: <strong>Umberto Eco, Sebastiano Vassalli (ottimi i suoi libri, su tutti <em>La&nbsp;chimera</em> e <em>La notte della cometa</em>, incentrato sulla vita di Dino Campana), Achille Bonito Oliva, Antonio Porta. E Giuliano Scabia.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Scabia che ritroviamo, quattro anni più tardi, <strong>tra i firmatari del manifesto “Per un nuovo teatro”,</strong> nato dal Convegno di Ivrea: un momento di battaglia e di riflessione, utopica e utopistica, contro la politica dei teatri stabili.&nbsp; Oltre a Scabia – che ha scritto per il “nuovo teatro” lo spettacolo <em>Zip-Lap-Lip-Vap-Mam-Crep-Scap-Plip-Trip-Scrap e la Grande Mam</em> diretto dal regista Carlo Quartucci&nbsp;– lo hanno sottoscritto Corrado Augias, Giuseppe Bartolucci, Marco Bellocchio, Carmelo Bene, Cathy Berberian, Sylvano Bussotti, Antonio Calenda, Virginio Gazzolo, Ettore Capriolo, Liliana Cavani, Leo De Berardinis, Massimo De Vita, Nuccio Ambrosino, Edoardo Fadini, Roberto Guicciardini, Roberto Lerici, Sergio Liberovici, Emanuele Luzzati, Franco Nonnis, Franco Quadri, Carlo Quartucci, Luca Ronconi e Aldo Trionfo.</p>



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<p><strong>*</strong></p>



<p>“La lotta per il teatro è qualcosa di molto più importante di una questione estetica.</p>



<p><strong>In una situazione di progressiva involuzione, estesa a molti settori chiave della vita nazionale, in questi anni si è assistito all’inaridimento della vita teatrale, resa ancora più grave e subdola dall’attuale stato di apparente floridezza.</strong> Appartenenza pericolosa in quanto nasconde l’invecchiamento e il mancato adeguamento delle strutture; la crescente ingerenza della burocrazia politica e amministrativa nei teatri pubblici; il monopolio dei gruppi di potere; la sordità di fronte al più significativo repertorio internazionale; la complice disattenzione nella quale sono state spente le iniziative sperimentali a cui si è tentato di dare vita nel corso di questi anni.</p>



<p>Come conseguenza le realtà italiana e i mutamenti intervenuti nella nostra società così come le nuove tecniche drammatiche e i modi espressivi elaborati in altri paesi non hanno trovato che isolati e sporadici riferimenti nella nostra produzione teatrale. Sono mancati d’altra parte il ricambio e l’aggiornamento delle tecniche di recitazione, l’analisi e l’applicazione di rinnovati materiali di linguaggio, gestici e plastici, mentre lo stesso innegabile affinamento della regia ha finito per risolversi in un estenuato perfezionismo di sterile applicazione, contro ogni possibilità di rinnovamento dei quadri.</p>



<p><strong>La critica drammatica istituzionale, dal suo canto, invece di svolgere una funzione di provocazione e di stimolo su questa situazione generale, ha contribuito al mantenimento dello stato di fatto</strong> e si è troppo facilmente allineata alle posizioni ufficiali, ancorando linguaggio e metodi a modalità ormai superate con una rinuncia di fatto al suo compito primo di ricerca e di interpretazione.</p>



<p><strong>Con poche consapevoli eccezioni il nostro teatro, oltre a dimostrarsi incapace di svolgere un discorso proprio, si è così venuto a trovare in una posizione di completo isolamento, sistematicamente impermeabile cioè ad ogni innovazione culturale</strong>, alle ricerche e agli esiti della scrittura poetica e del romanzo, alla sperimentazione cinematografica, ai discorsi aperti dalla nuova musica e dalle molteplici esperienze pittoriche e plastiche.</p>



<p>La nostra attività di scrittori, critici, registi, scenografi, musicisti, attori, tecnici del teatro, anche se di diverse ideologie, attestati su differenti posizioni di lavoro, ci fa sentire estranei ai modi, alle mentalità e alle esperienze del teatro cosiddetto ufficiale e alla politica ufficiale nei riguardi del teatro.</p>



<p>Per la diversità dei metodi e dell’ispirazione che improntano l’attività in cui siamo impegnati, noi non ci poniamo come gruppo almeno nel senso in cui questa parola ha caratterizzato passate esperienze nella vita letteraria e teatrale. Al di sopra di ogni diversità pensiamo però di poter individuare una sufficiente forza di coesione nel trovarci comunque di fronte a problemi di lavoro fondamentalmente analoghi.</p>



<p>L’attività finora svolta da ciascuno di noi può costituire perciò la basa di un comune senso di lavoro che si proponga come fine di suscitare, raccoglier, valorizzare, difendere nuove forze e tendenze del teatro, in un continuo rapporto di scambio con tutte le altre manifestazioni artistiche, sulla linea delle esigenze delle nuove generazioni teatrali. Non crediamo infatti utile né necessario partire da zero, convinti come siamo che sia possibile essere tanto più precisi quanto più si è coscienti delle esperienze che sono già state iniziate e portate avanti da noi altrove.</p>



<p>Oggi si impone la necessità di adeguare gli strumenti critici agli elementi tecnico formali dello spettacolo, di affrontare l’impegno drammaturgico senza alcuna soggezione agli schemi prestabiliti, con un recupero di tecniche e una proposta di altre tecniche con l’uso di attori fuori della linea accademica e quotidiana, con la scelta di ambientazioni che ricreino lo spazio scenico.</p>



<p><strong>Non c’è nuova strada nel teatro come in ogni altra attività della scienza e dell’arte che non implichi di necessità estesi margini di errore. Noi li rivendichiamo. </strong>Non vogliamo dar vita a un teatro clandestino per pochi iniziati, né rimanere esclusi dalle possibilità offerte dalle organizzazioni di pubblico alle quali riteniamo di avere diritto; rifiutiamo però un’attività ufficialmente definita come sperimentale, ma costretta ad allinearsi alle posizioni dominanti.</p>



<p>Il teatro deve poter arrivare alla contestazione assoluta e totale.</p>



<p>Di tutto questo e dei problemi connessi all’aspetto organizzativo, è nostra intenzione discutere in un convegno di apertura e di verifica che indiciamo per la fine della presente stagione teatrale e al quale invitiamo tutti quanti, in base alle esperienze raggiunte, si sentano di condividere con noi gli obiettivi contro cui operare e questo appello di urgente lavoro.</p>



<p>Non crediamo infatti alle contestazioni puramente grammaticali. Crediamo invece che ci si possa servire del teatro per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, mettere in moto qualche pensiero. Crediamo in un teatro pieno di interrogativi, di dimostrazioni giuste o sbagliate, di gesti contemporanei”.</p>



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<p>*</p>



<p>Il Gruppo 63 e i manifesta(n)ti di Ivrea avevano in comune la necessità di rompere con una tradizione. I primi ce l’hanno fatta, i secondi anche, ma in maniera diversa. Diverso è stato il pubblico e diversa l’altezza dell’onda. <strong>Ma mentre il Gruppo 63 è inciampato sul marxismo – che era “passato” e quindi “tradizione” – quelli d’Ivrea hanno sì contestato un elefante senza abbatterlo, ma sono riusciti a guardare avanti,</strong> tracciando un percorso che è arrivato, indebolendosi negli anni, sino ad oggi. Non è invecchiato, o almeno non del tutto. Semmai si è seduto dopo aver vibrato negli anni del fervore politico. Poi, come ha cantato Giorgio Gaber, “molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare. Come dei gabbiani ipotetici”. E molti altri, una volta che si sono seduti nelle stanze del potere, hanno perso lo slancio. Perché le rivoluzioni si fanno all’aperto, incontrando gli altri, e non sprofondati comodamente su una sedia o una poltrona, foraggiati e messi all’ingrasso da quella tradizione osteggiata e ostracizzante.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Al Gruppo 63 e al suo satellite, quell’appendice scenica partorita a Ivrea, non mancò l’entusiasmo, la spinta iniziale, la voglia di cambiare.</strong> Ma forse la presunzione – motivata negli Anni Sessanta da tante altre rivoluzioni – spense quel fuoco. Così si sono ritrovati come il gabbiano di Giorgio Gaber, “senza più neanche l’intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito”.</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<title>“Manifesto per la liberazione dell’uomo”: Laura De Luca prende posizione in difesa del maschio, contro gli estremismi del nuovo femminismo. “Perché dovrebbe inibirci la meraviglia?”</title>
		<link>https://www.pangea.news/laura-de-luca-intervista-matteo-fais/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 07:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non tutte le donne vengono per nuocere. Quelle che non sono femministe di sicuro ci fanno solo del bene e ci aiutano a riconciliarci con un mondo che sembra nutrire sempre più astio nei confronti dell’uomo, per il mero fatto che esiste e risulta essere portatore sano di pene. Ogni giorno è uno stillicidio e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Non tutte le donne vengono per nuocere. Quelle che non sono femministe di sicuro ci fanno solo del bene</strong> e ci aiutano a riconciliarci con un mondo che sembra nutrire sempre più astio nei confronti dell’uomo, per il mero fatto che esiste e risulta essere portatore sano di pene. <strong>Ogni giorno è uno stillicidio e un diluvio delirante di accuse infondate</strong> in cui i maschi vengono sovente equiparati a patriarchi dalle mafiose tendenze, desiderosi unicamente di sottomettere, malmenare e uccidere femmine, quasi che il nuovo sport nazionale fosse il femminicidio in luogo del calcio.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna, <strong>alcune donne si sottraggono di loro spontanea volontà a questo gioco al massacro</strong>, in cui ogni scusa è buona per darci addosso. Prevalentemente, inutile sottolinearlo, <strong>appartengono a un’area politica <em>becera</em>, secondo i canoni del pensiero unico, o scrivono sui giornali <em>sbagliati</em></strong> – non certo su quelli che campano demonizzando l’uomo. Qui su Pangea abbiamo già avuto l’occasione di intervistare Laura Tecce, uscita per la collana <strong>Fuori dal Coro</strong> di <strong>“Il Giornale”</strong> con <em>Femministe 2.0</em>. Questa volta abbiamo invece voluto sentire <strong>Laura De Luca</strong> che, sempre per lo stesso quotidiano, pubblica <a href="http://store.ilgiornale.it/prodotto/manifesto-per-la-liberazione-delluomo-di-laura-de-luca/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Manifesto per la liberazione dell’uomo (Scritto da una donna)</em></strong>,</a> un testo coraggioso, in cui la giornalista in questione <strong>aspira niente meno che a salvarci dalla stupidità di un certo femminismo attuale</strong>, svelandone l’idiozia sottesa alla sua visione dell’uomo e della donna. Che dire? Grazie infinite Laura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71906 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-6-e1575876290597-202x300.jpg" alt="" width="232" height="345" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-6-e1575876290597-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-6-e1575876290597.jpg 402w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" />Laura, perché hai sentito la necessità di scrivere un manifesto per la liberazione dell’uomo e, soprattutto, da che cosa vorresti aiutarlo a liberarsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché sento da decenni una propaganda demagogica che esaspera temi come la violenza contro le donne o le discriminazioni di genere, inducendo la gente a non pensare più, a non porsi più domande, ad adagiarsi su luoghi comuni e a vedere il mondo diviso tra buoni e cattivi, a incoronare alcuni (alcune) sempre e comunque come vittime, bollando altri come persecutori a prescindere. Io, invece, sospetto di malafede tanti maestri di pensiero che si fanno paladini e garanti di diritti, guardandosi bene dal richiamare ai doveri. <strong>Per questo vorrei aiutare l&#8217;uomo – ma anche la donna – a liberarsi da queste pastoie conformistiche che hanno tutta l’aria di strumentalizzazioni politiche. E poi non ne posso più di queste opinioniste imbufalite nostalgiche di rivendicazioni femministe fuori tempo massimo: </strong>come donna me ne vergogno, ci fanno apparire tutte stupide, ottuse, manovrabili, soldatini di una dittatura mascherata da democrazia. Non si ottiene rispetto in forza delle leggi, è una questione di civiltà, di educazione, di rispetto dei ruoli, anche se questo è un discorso molto impopolare. Ma essere liberi non significa poter agire arbitrariamente senza pensare alle conseguenze, a ciò che un esercizio indiscriminato e assoluto delle nostre esigenze individuali può provocare sul resto della collettività. Va detto anche questo, che essere donne non può comportare una libertà assoluta in forza del sesso o come dovuto risarcimento di soprusi passati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu giustamente sottolinei come non vi sia alcun tipo di ideologia alla base di certe violenze. Insomma, un femminicida non ha nessun fondamento teorico che ne giustifichi i gesti. Eppure, le femministe parlano di una cultura patriarcale. Francamente non ho mai capito a quale antropologia facciano riferimento, né ho mai sentito qualcuno giustificare la violenza o anche solo la sottomissione femminile. A cosa si riferiscono secondo te, a qualcosa di realmente esistente o a un fantasma persecutorio che esiste solo nella loro mente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo la seconda, perché è più comodo sentirsi vittime e molto vantaggioso fare in modo che altri si sentano tali, per avviare campagne e battaglie in loro difesa e farsene appunto paladini titolati a basso costo, in nome di ovvietà. ‘Femminicidio’ è un’invenzione mediatica per meglio strutturare una battaglia in molti casi pretestuosa. Il genocidio degli ebrei era sorretto dal nazismo. Quello degli armeni trovava giustificazione nella politica dell&#8217;impero ottomano. <strong>Quale ideologia sarebbe sottesa al femminicidio? Chi potrebbe sostenere che si vogliano sistematicamente sterminare tutte le donne? Piuttosto: accanto a uomini che uccidono o sfregiano o violentano donne, non esistono forse donne che uccidono, sfregiano, torturano e violentano i loro compagni e perfino i loro figli?</strong> Parliamo semmai di casi isolati sempre meno isolati e chiediamoci i motivi di questa escalation generalizzata. Io non nego affatto che vi sia stata per secoli una cultura patriarcale, ma anche in questo caso nessun sociologo o nessuno storico se ne è mai chiesto il perché: la maggioranza continua a vedervi solo il gusto sadico del maschio di schiacciare la femmina, e dunque lo spunto per pretendere un riscatto planetario e capovolgere i ruoli, rivendicando con violenza ciò che non sarebbe rivendicabile neppure con educazione, cioè la parità. Ma la parità assoluta non esiste, non può esistere. Chi si riempie la bocca con certi discorsi lo sa bene, diversamente non avrebbe più nulla per cui combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono molte affermazioni nel tuo testo che sono veri e propri azzardi – insomma, se certe frasi le avesse messe su carta un uomo, avrebbe rischiato il linciaggio mediatico e forse anche fisico. Penso per esempio a “L’uomo ha diritto di sapere che una donna ha sempre propositi seduttivi, in un modo o nell’altro. Ciò non dipende dalla malizia, ma dalla biologia e da automatici e istintivi scopi riproduttivi. Spesso avviene inconsapevolmente, tranne che per alcune donne particolarmente avvertite che sanno perfettamente di voler essere attraenti anche quando pubblicamente lo negano o quando pensano sinceramente di non pensarci affatto mentre parlano di politica o di astrofisica”. Laura, perché non siamo più liberi di dire quello che pensiamo e ancora di più se quello che pensiamo potrebbe urtare una certa sensibilità femminile-femminista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le mie affermazioni sono volutamente provocatorie, vedi sopra. Non siamo più liberi di dire quello che pensiamo perché a volte non siamo più liberi neppure di pensare, di distinguere un pensiero da un condizionamento, perché siamo vittime del pensiero unico espressione di una democrazia contraffatta. <strong>Per la stessa ragione per cui se dai del maleducato a un nero maleducato vieni bollato come razzista. Vuol dire che il razzismo è dentro chi si scandalizza, vuol dire che il maschilismo è dentro chi si picca di voler difendere le donne, che il maschilismo è dentro le donne stesse! Se fossimo tutti davvero consapevoli delle differenze e non ne avessimo paura, se fossimo capaci di accettarle serenamente per ciò che sono, non avremmo bisogno di leggi per ricordarci che le differenze non devono esistere, quando è la natura stessa a mettercele continuamente sotto il naso.</strong> Non sono sempre gli stessi maestri di pensiero che si eccitano di fronte alla tutela delle biodiversità? E perché non dovrebbero esistere biodiversità umane, di genere? Il tabù della differenza, l’orrore per la differenza è un indizio molto sospetto. Io non mi sento offesa se un uomo mi guarda ‘apprezzando’ la mia differenza da lui. È da quando siamo bambini che guardiamo con ‘avidità’ tutto ciò che non ci assomiglia. Perché dovrebbe inibirci la meraviglia? La meraviglia nasce da ciò che è diverso. Perché allora dobbiamo pretendere che sia uguale, che tutto sia trattato, guardato, vissuto allo stesso modo? Il pensiero unico cerca di convincerci che anche il mondo è unico, ovvero uniforme&#8230; Per favore, non diventiamo ottusi garantisti di una impossibile identità. Restiamo diversi, ma diversi davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu scrivi che l’ignoranza per cui alcuni uomini uccidono, causano danno, o comunque discriminano le donne non può essere combattuta a suon di leggi. Similmente ritengo che non bastino cortei o manifestazioni – anzi, direi che sono proprio ridicoli. Un assassino non muta di sicuro il suo proposito in ragione del fatto che un certo numero di persone sia sceso in strada. Perché allora tutto questo fermento legislativo e tutte queste passeggiate antiviolenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per mettersi in pace la coscienza? Per mimare una battaglia politica e ottenere voti? Per passare il tempo? Per darsi un tono? Per sfruttare la frustrazione di certe poverette poco avvertite? Per lasciare tante di loro nell’incoscienza piuttosto che educarle a educare i loro compagni? <strong>Per non voler affrontare il problema da un punto di vista ben più impegnativo e difficile, ovvero quello dell’educazione al rispetto dell’altro</strong> e al riconoscimento delle differenze, fin dalla scuola elementare?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“L’uomo ha diritto di continuare a sbirciare gambe, sederi, tette. Di provarci in ascensore o al lavoro, magari sbagliando nell’interpretare un’occhiata di assenso o di intesa, senza per questo dover finire processato per atti di violenza. Per difendersi in molti casi basta alle donne un rifiuto fermo. Ve ne sono infiniti a disposizione delle prede non consenzienti, fino al liberatorio vaffanculo. Da questo gioco delle parti serenamente accettato per quello che è e non presentato ogni volta come una barbara manifestazione di oppressione universale del forte sul debole deriva l’equilibrio e anche la salute mentale di una società. Come è possibile che nessuno lo capisca?”: già, bella domanda! Solo una donna può chiarircelo. Perché non lo capiscono? Non sarà che ad alcune conviene far finta di non comprendere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo proprio di sì. Il vittimismo frutta sempre. Tanto più se sei vittima a causa del tuo fascino, dell’attrattiva che eserciti su un altro fino a scatenare i suoi più bassi istinti. <strong>Far finta di non capire, scandalizzarsi, è un modo astuto, forse inconscio, di continuare a esibire questo fascino ma in modo più aderente ai mutati costumi. Un tempo le donne erano più schiette nel desiderare e provocare attenzioni maschili, semplicemente sentendosi attraenti. </strong>Oggi il percorso è di necessità più contorto. Cozzano tra di loro l’emancipazione e la biologia. Dopo il decennio delle assatanate (“l’utero è mio e lo gestisco io”), oggi sedurre un uomo potrebbe apparire contraddittorio, a parte il fatto che è diventata un’impresa, perché molti uomini si sono impauriti, e non è un luogo comune (“Davvero io se fossi un uomo avrei paura delle donne, e ci sono alcuni che non entrano nemmeno più in un ascensore se c’è una donna sola, per timore di essere accusati di violenza”). E allora molte di loro sbandierano un’aggressione anche semplicemente galante gloriandosene come di una ferita di guerra. Non potendo più gongolare di un semplice e genuino complimento, finiscono per farne un atto persecutorio, un atto di lesa maestà femminile. Ho il sospetto che sia solo un altro modo di reclamare attenzione da parte maschile e da parte femminile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure tu dici che una forma di discriminazione nei confronti della donna esiste ancora e arriva proprio dalla parte più progressista. Consiste nel ritenere, grazie alle varie fecondazioni possibili e agli uteri in affitto, la presenza della donna, il fare coppia, come secondario. Ci potresti spiegare meglio questo concetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti, uomini e donne, hanno gridato allo scandalo della donna oggetto, del corpo femminile mercificato sulle strade, sui giornali o nei film porno etc. Nessuno, particolarmente fra i maestri di pensiero più progressisti e ‘bacchettoni’ in tal senso, si scandalizza delle fattrici che danno i loro uteri in affitto o delle donatrici di ovuli. In questo caso non c’è mercimonio? <strong>Solo perché queste signore non sono vistosamente esposte in cartelloni pubblicitari o su schermi cinematografici, ma al contrario agiscono nell’anonimato, non sarebbero altrettanto mercificate? O dovremmo piuttosto pensare che in questo caso la compravendita del corpo femminile sia tacitamente accettata perché sostiene discutibili progetti di sostituirsi a Dio (o alla Natura) nella fabbricazione di figli a nostro piacimento?</strong> Perché ci aiuta nell&#8217;esercizio indiscriminato dei nostri diritti (o meglio delle nostre pretese) in barba al corrispondente rispetto di altrettanti doveri? Dobbiamo meditare: su questa pantomima fra i generi, si gioca una partita delicatissima, quella fra pubblico e privato, erodendo sempre più il secondo a vantaggio del primo. E non so se sia un bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em> <em>LAURA DE LUCA, giornalista professionista, autrice radiofonica, conduttrice, produttrice, regista, è caporedattrice alla Radio Vaticana per il settore cultura. Ha curato antologie di testi radiofonici, raccolte poetiche, realizzato spettacoli teatrali, pubblicato diversi saggi. Fra questi ultimi, “La radio disegnata – Ipotesi per una filosofia dell’ascolto” (Mimesis, 2017), “Domande impossibili. Una al giorno per cristiani pensanti” (Libreria Editrice Vaticana, 2018) e “Piedi. Pensieri per un feticista” (Fefè, 2018).</em></p>
<p><em>**In copertina: John Singer Sargent, &#8220;Repose&#8221;, 1911</em></p>
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		<title>“Io non so chi sono”: sulle poesie di Klaus Kinski (che terrorizzano l’editoria italiana). Dialogo con Antonio Curcetti</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 05:27:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questo è un libro che fende, che offende, che afferra, come se ti esplodesse un bicchiere di vetro tra le mani, i frammenti, piccolissimi, si conficcano sotto le unghie, tra le palpebre, sui denti. Il libro è sobrio, dedicato alla circolazione clandestina: titolo maledetto (Febbre. Diario di un lebbroso), autore magnetico (Klaus Kinski), editore che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è un libro che fende, che offende, che afferra, come se ti esplodesse un bicchiere di vetro tra le mani, i frammenti, piccolissimi, si conficcano sotto le unghie, tra le palpebre, sui denti.</strong> Il libro è sobrio, dedicato alla circolazione clandestina: titolo maledetto (<em>Febbre. Diario di un lebbroso</em>), autore magnetico (Klaus Kinski), editore che sembra uscito dalla mente di Borges (Nessuno Editore). Il libro va orfano di codice isbn, fuori commercio, come le uniche cose degne, che non hanno prezzo. <strong>Delle poesie di Klaus Kinski, il viso più potente della storia del cinema, avevo letto anni fa, in un antico numero – era il 2012 – della mitologica rivista di Crocetti, <em>Poesia. </em>C’era da attendersi un libro. Non accadde.</strong> Quasi subito, l’irruzione lirica e iconoclasta di Kinski imprime nel cervello una furia dionisiaca: “Io lecco la pietra annerita dalle preghiere/ sulle mie labbra incerte fiorisce l’herpes –/ io sputo contro il Dio che in ginocchio/ gorgoglia con le ostie come un maiale malato”. In questo flusso di reietti, allucinazioni a piene mani, catabasi nell’immemore del sottosuolo,<strong> il maledetto (cioè Kinski) è in fondo l’unico innocente (“io non so niente di quello che i cuori ruminano/ io so solo che da qui al sole c’è il mio angelo”): bisogna sorbire tutti i veleni del mondo – lo detta Rimbaud – per vivere assolti, al sole.</strong> Le poesie di KK, redatte nell’estrema giovinezza – tra il 1948 e il 1956 – su cui gravano enigmi, poco prima della vita cinematografica, sono andate perse, poi miracolosamente ritrovate. Pubblicate in Germania nel 2001 e nel 2006, sono state scoperte e tradotte con devozione lisergica da Antonio Curcetti, che ho contattato. Nessun editore italiano di pregio s’è preso il rischio di pubblicarle – KK ha le stimmate del dannato, ancora, e può farsene vanto. <strong>Appena giunte le poesie, come gesto liturgico, ho sfogliato la mia copia di <em>Fitzcarraldo. </em>Quando l’uomo mi affligge e il mondo mi è troppo, guardo il film e rileggo il soggetto di Werner Herzog.</strong> Rivivo l’epopea di Kinski, in perfetto abito bianco, icona dell’innocenza, il dissennato, l’idiota che vuole portare la musica classica nel caos della foresta amazzonica. La parte finale è superba. ‘Fitz’ che sussurra al pappagallo, mentre l’orchestra su enormi chiatte abbozza Wagner, “al di là dell’equatore non esiste il peccato”; poi scatta la chiusa, con KK che ascolta l’opera, “e questo lo rende felice”. Il film si chiude sul bordo della felicità. La felicità. Questa forma pura che irrompe nell’impossibile, nell’impensato. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65481 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868-171x300.jpg" alt="" width="124" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868-171x300.jpg 171w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868-768x1344.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868-585x1024.jpg 585w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868-1320x2311.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinski-libro-e1549533633868.jpg 1904w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" />Partiamo dalla prima volta che ha incrociato Klaus Kinski…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo ancora adesso la prima volta che vidi la sua faccia in un western all’italiana, incarnava brutalità eppure irradiava tenerezza, toccava corde “psichiche”. <strong>D’altronde negli anni ’70 fu lui a ricoprire i muri di Roma con un manifesto che riproduceva il suo volto e con un’unica parola, “La Faccia”</strong>; un’operazione affatto pubblicitaria, anzi, impietosa nel rimarcare il destino d’avere un volto unico e già segnato da una solitudine fatale, così come recita una poesia tratta da “Febbre”: “<em>Caro il prezzo di possedere un volto!</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le poesie di KK provengono dai recessi della sua giovinezza, un periodo di cui si sa molto poco. Ci spieghi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggo ancora da una sua poesia: “<em>Io non so chi sono, né chi sono stato, un estraneo davanti a me stesso, eppure giovane e vecchio, quando mi guardo allo specchio – io credevo che la mia casa fosse ovunque, e già ero un profugo ancora prima d’esserci arrivato</em>”. <strong>Questo per dire che, quando Kinski diventò un attore famoso interpretando personaggi luciferini e psicologicamente instabili, della sua vita di “prima”, dei luoghi in cui aveva vissuto, poco o nulla si conosceva; si venne a sapere dell’arruolamento nella Wehrmacht, della prigionia e delle prime rappresentazioni teatrali in abiti femminili nel campo d’internamento inglese</strong> (così come fece in seguito nel dopoguerra, quando recitò vestito da donna “La voix humaine” di Jean Cocteau), della morte della madre e di una delle sorelle sotto ai bombardamenti alleati. Anche della sua ossessione per François Villon, il padre dei poeti maledetti, cantore di puttane e bordelli e che il giovanissimo Kinski aveva presentato per la prima volta in Germania, dopo aver riadattato e reso ancora più blasfema la traduzione fatta del poeta espressionista tedesco Paul Zech; e di come nei primi anni ’50, dopo il debutto in teatro, Kinski continuasse a leggere poesie di Rimbaud e testi di Dostoevskij, Büchner e Nietzsche, a piedi scalzi e in piedi sui tavoli di oscuri locali berlinesi, lì dove ebbe inizio la sua leggenda di attore folle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>KK scrittore è davvero una scoperta. Che rapporto ha Kinski con la scrittura e perché non ha mai fatto cenno alle sue poesie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la morte di Klaus Kinski vennero alla luce molti inediti: sceneggiature, abbozzi di romanzo, tentativi di autobiografie abbandonate sul nascere.  <strong>Di lui si conoscevano il “Jesus Christus Erlöser”, dove un Cristo anarcoide predica circondato da genti in lotta contro autorità e morale, o “All I need is Love”, l’autobiografia definitiva pubblicata nel 1989 e scritta con prosa céliniana, dove lui si raffigura come un angelo depravato per bisogno di dolcezza, infine la sceneggiatura del “Kinski-Paganini”, una delle sue maggiori ossessioni, film che realizzò e che lo portò dapprima all’isolamento, poi alla morte.</strong> Delle poesie non si sapeva nulla, al punto che, quando le pubblicarono postume, ci fu chi dubitò della loro totale autenticità, forse perché l’attore non ne aveva parlato nella sua egoica autobiografia; altri credettero che una mano-ombra avesse dato unità a dei testi incompleti, finendoli alla “maniera” di Kinski. <strong>Quello che sappiamo è che nel 1955, durante un’intervista con un giornalista di “Film Revue”, l’attore dichiarò d’aver scritto nel passato una raccolta di poesie “<em>senza eguali nel suo tempo</em>”, e che in uno dei suoi primi tentativi autobiografici, “Leben bis sommer 1952”, parlando di sé in terza persona afferma: “<em>Scrive più di dieci poesie al giorno, non riflette più, tutto è pronto da lungo tempo. Il cervello lavora in fretta e le parole arrivano come un urlo improvviso</em>”.</strong> Prima, nel 1949, Kinski era stato ricoverato a forza nella clinica psichiatrica di Wittenau e di fatto ognuna delle sue poesie appare permeata da quell’esperienza dolorosa, dall’urlo di chi subisce l’elettroshock, quello del poeta coperto di scherno, del reietto che finisce per immedesimarsi in Cristo, del lebbroso o, con una definizione che somma tutte le precedenti, del malato di mente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che contesto emergono queste poesie, quando sono state scritte, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel dopoguerra Kinski visse a Parigi con Thomas Harlan, figlio del regista tedesco Veit Harlan, autore di uno tra i film più famigerati della storia, “Süss l’ebreo”. <strong>Fu proprio Thomas Harlan a ricordare l’amico che gli leggeva esaltato le sue poesie, aggiungendo che il titolo provvisorio della raccolta era “Bergell”</strong><strong>,  nomignolo che il giovanissimo Klaus aveva dato a una ragazza norvegese di cui s’era invaghito, magrissima e gravemente malata alla gola, forse ispirato dal nome di un paese della Val Bregaglia, in Svizzera, non molto distante da quello natio di Alberto Giacometti, dove i due amanti erano andati a trascorrere qualche settimana, per poi separarsi.</strong> Ritornato a Parigi, Kinski decise di raggiungere Marsiglia in compagnia di Thomas Harlan, dove si imbarcarono come mozzi su di una nave diretta ad Haifa, in Israele; prima di partire, stivò le sue cose in una valigia, lasciandola in custodia presso l’abitazione della famiglia di un amico, dove non tornò più a riprendersela. In questo prematuro stillicidio io vedo l’ombra di un addio definitivo, perché da lì a poco Kinski avrebbe abbandonato poesia e teatro, scegliendo il cinema, diventando l’emarginato di successo in un mondo che disprezzava. Forse non tutti sanno che molti anni più tardi, <strong>all’apice della fama, buttò nella spazzatura la “légion d’honneur” attribuitagli dalla Francia per i suoi meriti nel cinema;</strong> ma non sarà un caso se, in mezzo all’odio e all’irrisione tributati a tutti i registi e colleghi di cinema con cui aveva lavorato, quasi con consapevolezza sadiana sull’universale prostituzione, Kinski avrebbe ricordato con piacere solo gli anni in cui recitava Villon e Rimbaud davanti a pochi spettatori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65480 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/kinskilibro-183x300.jpg" alt="" width="137" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinskilibro-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/kinskilibro.jpg 300w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Come sono state scoperte le poesie di KK?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando Kinski divenne un attore famoso, qualcuno si ricordò della grossa valigia lasciata in custodia per decenni nella soffitta di una casa borghese; la trovarono vuota, incolparono una domestica non più a servizio d’averne sottratto e venduto il contenuto. <strong>Passarono altri due decenni, finché a otto anni dalla morte di Kinski un centro d’aste di Monaco mise in vendita una collezione di memorabilia appartenuta a un medico scomparso qualche tempo prima; assieme a molti materiali sul cinema tedesco, c’erano anche le poesie di Kinski vergate in grafia Sütterlin, o dattiloscritte in inchiostro rosso. </strong>Oltre a disegni autoritratti e fotografie, c’era anche la copertina che Kinski aveva ideato e che raffigurava una scimmia legata da un viluppo di corde; questo lotto fu acquistato da Peter Geyer, uno sconosciuto giornalista tedesco che dal 1999 ne amministra ufficialmente le sorti. <strong>La prima edizione di “Febbre – diario di un lebbroso” apparve in Germania nel 2001 per la Eichborn Verlag, introdotta da un testo di Thomas Harlan, che rievocava gli anni trascorsi in compagnia di Kinski; letta la notizia in un trafiletto di settimanale, riuscii a procurarmene una copia.</strong> Così mi gettai in quello che la liturgia ufficiale aveva e avrebbe espulso, vagai nella lingua tedesca alla cieca e fu un’esperienza opprimente per chi viveva con me.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ha tradotto KK? Che tipo di esperienza è stata penetrare la sua poesia? E poi… perché la pubblicazione per un editore clandestino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’insieme delle poesie costituisce un canto nevrastenico modellato sull’uomo “fuori di sé”, com’era il Cristo di cui riferisce il Vangelo di Giovanni, e il loro messaggio finale sta nella sfida estrema di chi, rispedendo a Dio la responsabilità delle proprie colpe, cerca la propria morte pur non volendo morire. <strong>Tradurre questo garbuglio di luci e ombre in conflitto, pronte a scannarsi eppure complementari, è stata un’esperienza travolgente e ossessiva;</strong> oltre a dare forma alla componente visiva in tutta la sua potenza, bisognava fare i conti con la forte percussività del testo tedesco pensato per la recitazione. Non volendo e non potendo mimarla, ho accentuato la tessitura di dissolvenze, una dinamica ritmica più interna e sostenuta dal battito di allitterazioni consonantiche che aiutano a scolpire il verso nella testa; oltre a far deflagrare il senso sul fronte del significante più che del significato. <strong>E ora che quell’esperienza vertiginosa è “sfinita”, posso dire d’essere contento d’aver dato voce a poesie che fanno a meno d’ogni idea consolatoria di perennità dell’arte, che inseguono il sensibile ma non la metafisica; sono soprattutto contento d’aver messo in fuga quasi tutti, la grande editoria spaventata dall’orco e quella cosiddetta alternativa, invecchiata e senza più il coraggio della pura perdita.</strong> L’unico che le avrebbe pubblicate e senza preoccuparsi delle conseguenze di doverlo poi giustificare, è stato Nicola Crocetti, costretto però al ritiro dalla rapacità del mercante tedesco. <strong>E così questo libro, metafora della cacciata dall’Eden editoriale, restituisce Kinski alla clandestinità di quei locali fumosi dove iniziò a declamare poesie;</strong> e anche ammantata di fugacità, quest’opera è destinata a diventare un classico profano nel senso letterale del termine, ovvero quello di starsene “fuori” imprecando davanti al tempio.</p>
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		<title>A proposito di Festival di Sanremo… Pasquale Panella, quello di “trottolino amoroso” e del sodalizio mistico con Battisti, mi piace, mi svena, mi rende indecente</title>
		<link>https://www.pangea.news/a-proposito-di-festival-di-sanremo-pasquale-panella-quello-di-trottolino-amoroso-e-del-sodalizio-mistico-con-battisti-mi-piace-mi-svena-mi-rende-indecente/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 08:15:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Io mi sono innamorata di Pasquale Panella che leggeva un testo di Mogol. E precisamente, <em>Anonimo</em>, quel verso, “una goccia di benzina…”, come lo dice e come lo ripete: </strong>la sua voce è eroina che scende nelle vene, ti crolla le ossa, non ti collassa ma è lingua che ti batte sul clitoride, e ti viene voglia di aprirgli le gambe. Ci sono scrittori per cui vale perdere ogni femmina dignità, per cui sperperarsi. <strong>Oltre a farmi venire affastellando parole, Panella ha questo che me lo rende speciale: la sua libertà di andarsene, di disessere, di non partecipare, e di goderne. Ti getta addosso i suoi versi a farti un favore, con noncuranza, del destino delle sue creazioni frega il niente.</strong> In questa modica e monotona realtà dove l’umiltà è vanto, è pregio, Panella si erge a superbia e alterigia (“Se devo chiedere un parere autorevole, lo chiedo a me”), due qualità adorabili in un uomo, e mi si trovi qualcuno a lui migliore, o superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65468 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA-215x300.jpg" alt="" width="163" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/BATTISTI-PANELLA.jpg 286w" sizes="(max-width: 163px) 100vw, 163px" />C’è che quel seme, il suo, nel mondo della canzone non ce lo mette nessuno perché nessuno ne ha cervello e coraggio, e la facilità, l’immediatezza.</strong> Hai letto bene, Panella è facile e immediato, ogni appellativo che i sapientoni della critica osano affibbiargli, ermetico, dadaista, orfico, tutte caz*ate, credi a me. Panella è Panella. Vertiginoso, esigente, così giocoso. Non c’è bisogno di spiegare altro, e anche queste mie righe a lui odiose (“detesto riassumermi”), risultano inopportune, innecessarie. <strong>Ma che ci posso fare, Panella mi piace, mi svena, mi rende indecente, è lui il primo a essere indecente a scrivere, a vivere e morire nel solo atto di scrivere, nel giocarsi l’autenticità a versi stesi, nel venirti tutto</strong>, dentro, a sc*parsi l’udito di chi ascolta, che nel suo intento è sempre donna, è sempre pronta. Panella è un baco che secerne seta, è un invito a impazzire, per lui non esiste pubblico, non esiste recensione, è ogni volta una questione a due. Ti sfida a fare letteratura con le mani, ti aspetta all’alba a duellare, pronto con armamenti linguistici che impugna e offre a chi lo legge e l’ascolta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con lui, in una canzone, non è pensabile che l’eccesso. Cosa vuoi ascoltare, che la vita è difficile, che l’amore fa soffrire? Allora vuoi solo quello che sai già, vuoi canzoni acquietanti, analgesiche.</strong> Cerchi un senso nel godimento, nel piacere? Allora non vuoi ciò che può esserne <em>diluvio</em>, non vuoi l’illecito, non vuoi <em>l’apparenza</em>. Dice Panella: “Non so mai quello che scrivo, magari so quello che non scriverò”. Si inca*zi, si indigni, mi prenda a sberle, io gli rinfaccio che è un gran truffatore che si trastulla a pensar parole, titillandone il limite estremo. Ma alle parole sa dare configurazione, sa metterle a rischio, provare a confonderle, prima che le stesse, o la noia, abbiano il sopravvento. Chiede Panella: “Esiste qualcosa che non sia un punto di vista?”. È un punto di vista rispondergli – o ratificargli – che è lui l’incredibile, da oltrepassare la vergogna? Ci gode a trascorrere e percorrere le parole e i sensi, ad attirarti alla scoperta di un tesoro che vuoi evitare. Portarti all’estenuazione. Panella fugge il senso unico, o meglio, l’unico senso. Se solo si conoscesse l’indicibile, velato da tutto ciò che pare detto: il mondo di Panella azzardo inizi da qui, da questo sguardo su questo farsesco orrore. <strong>Adattare teoriche parole alle parole, e sia: <em>trottolino amoroso</em>, (“un verso che volli e l’ottenni, me lo estorsi godendo”), </strong><em>dolcezza e</em> <em>liturgia/orgetta e leccornìa</em>, (“dietro c’è un corpo, e si sente”), e ancora, “alla canzone non è chiesto di dire, ma di apparire. Ecco perché <em>L’apparenza</em>: con Lucio Battisti, io per la prima volta ho fatto provare alla canzone il brivido della scrittura”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole non hanno un significato, ne hanno molti: ci sono scrittori che hanno una vocazione parossistica del senso, sono contro la riduzione della figura retorica a senso, detestano chi ne enfatizza uno soltanto. <strong>Pasquale Panella non ricerca il senso, persegue l’esaltazione. È un uomo, è <em>cose che pensano</em> non di questo mondo, ha un ‘suo’ tempo. Per lui esiste un’altra realtà, l’inopportuna.</strong> I testi sono la sua Abissinia, di cui far commercio di parole schiave. Se l’amore è, se è possibile che sia, è vampa nascente, dolosa, non manifesto per istinto, e senza futuro. Ogni altra forma è arredamento, è adeguatezza. L’amore è abbaglio, è lotta tra due cecità, l’altra è l’odio. <strong>L’amore è farlo, è voglia. E cosa vuole la voglia? Esaudirsi, e spirare (“con l’amore ho ingaggiato una lotta, gli ho messo le mani addosso, questo amore del quale oggi si fa abuso narcotico, calmante”).</strong> Far piangere di desiderio: è per Panella la funzione della scrittura. Una scrittura che sia più improvvisata che altro. Tutto il resto, sono piccole moralità.</p>
<p><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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		<title>Quando una sculacciata diventa letteratura… “The Art of Spanking” di Milo Manara: il libro che rivela le nostre ossessioni più occulte</title>
		<link>https://www.pangea.news/quando-una-sculacciata-diventa-letteratura-the-art-of-spanking-di-milo-manara-il-libro-che-rivela-le-nostre-ossessioni-piu-occulte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 07:56:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono gesti che muori dal desiderio di vedere ma in cui mai vorresti essere vista, spiata, sorpresa. Azioni quotidiane così intime che quando le fai ti ‘scopri’, e sei debole, vulnerabile. Come sfilarsi gli slip. E se vieni scoperta a denudarti il sesso in pubblico, nello scompartimento di un treno, per masturbarti o per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-una-sculacciata-diventa-letteratura-the-art-of-spanking-di-milo-manara-il-libro-che-rivela-le-nostre-ossessioni-piu-occulte/">Quando una sculacciata diventa letteratura… “The Art of Spanking” di Milo Manara: il libro che rivela le nostre ossessioni più occulte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono gesti che muori dal desiderio di vedere ma in cui mai vorresti essere vista, spiata, sorpresa. Azioni quotidiane così intime che quando le fai ti ‘scopri’, e sei debole, vulnerabile. Come sfilarsi gli slip. <strong>E se vieni scoperta a denudarti il sesso in pubblico, nello scompartimento di un treno, per masturbarti o per prenderti il piacere di uno schiaffo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64072 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/MANARA-ENARD-THE-ART-OF-SPANKING-220x300.jpg" alt="Manara" width="159" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/MANARA-ENARD-THE-ART-OF-SPANKING-220x300.jpg 220w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/MANARA-ENARD-THE-ART-OF-SPANKING.jpg 348w" sizes="(max-width: 159px) 100vw, 159px" />L’ombra di una mano che si avvicina aperta, minacciosa, sulle natiche nude di una donna che freme di voglia. La stessa donna poi ce l’hai in braccio, a cavalcioni, a possederla, a prenderla a schiaffi, per poi lasciare che a farlo sia un’altra, tua amica, tua complice, con te che guardi. Tutto questo succede in un libro che racconta un altro libro, che lo disegna. <strong>Una sculacciata può essere letteratura, il fumetto la sua piccante rappresentazione, se poi è firmato Milo Manara, hai tra le mani sesso ben fatto, vero seppur magnificato.</strong> Manara ‘nasce’ Manara, il suo è estro, genio innato, intinto nell’inchiostro dell’erotismo, anche in quello torbido, poco narrato, più segreto. Come il sesso <em>spanking</em>, il piacere vissuto, raggiunto nel dolore, nell’umiliazione, nella sopraffazione voluta. <strong><em>The Art of</em> <em>Spanking</em> è un libro illustrato da Milo Manara e scritto da Jean-Pierre Enard, dove appunto tre protagonisti, un uomo e due donne, se le danno godendo. Eccitazione che sgorga anche dallo scenario, un luogo chiuso ma accessibile, lo scompartimento di un treno in cui Eva entra, vi trova posto vicino a Donato, addormentato accanto a un libro.</strong> Questo libro è un taccuino pieno di disegni <em>spanking</em>, di fantasie porno impresse su carta, immagini che scuotono Eva, la eccitano all’istante, e lo scorrere dei suoi occhi su quelle scene di sesso violento la spingono a togliersi le mutandine, allargare le gambe, cercarsi il sesso con le mani, infilarci le dita. Ma Donato non dorme, finge, ha usato il libro a esca delle voglie di Eva, sue, e di un’altra donna che aspetta al varco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Eva i giochi sessuali che ha appena scoperto piacciono, ne ha fame vera, non onirica. Quello scompartimento, quel viaggio in treno è viaggio verso nuove vette di estasi, tra lei e Donato, lei e l’altra, ma sono Donato e la sua amica i padroni del suo corpo, delle sue natiche, su cui spalmano scosse elettriche di piacere.</strong> E allora pagine, vignette di corpi nudi, avvinghiati, come Manara vuole e fa, sempre, rendendo le donne – e gli uomini – liberi come solo al momento dell’orgasmo sappiamo essere. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-64073 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/manara-10-300x195.jpg" alt="Manara" width="300" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/manara-10-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/manara-10-768x500.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/manara-10-600x391.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/manara-10.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nei suoi disegni, Milo Manara rende manifesto quello di cui più ci vergogniamo, o meglio siamo gelosi, il nostro corpo inarcato al momento del piacere massimo, ma ancor di più il nostro viso, i suoi tratti dilatati, la maschera che diventiamo quando godiamo e siamo in quegli istanti senza coscienza, puri. Le donne di Manara sono terribilmente reali, anche se hanno tratti e forme chimerici: quando raggiungono l’orgasmo è come se fossero fotografate, il loro piacere, per quanto è perfetto l’attimo in cui viene fermato, sembra uscire dalla pagina, e investirti del suo caldo sapore. Le onomatopee sono quasi ornamento di gemiti che tu sai esistere. <strong>Il corpo femminile è il centro del mondo poetico di Manara, ci dà verità e rispetto proprio mostrandoci nei nostri atti più inconfessabili, esponendo la nostra sessualità, le nostre voglie e ossessioni, a chiunque ci voglia guardare. </strong>Il corpo nudo di Eva, i suoi seni turgidi e il suo sesso gonfio in primo piano, protesa a chiedere, a supplicare di colpirla, di farle male, sono un inno alla nostra libertà, alla nostra autenticità. <strong>Chi oggi ha la faccia tosta – o l’ignoranza – di accusare Manara di sessismo nel disegnare le donne così, sottomesse e gridanti piacere?</strong> Il sesso di Manara mi sembra ogni volta più fatato in quanto immensamente scevro da pregiudizi, condanne, catene morali. Come se sghignazzasse davanti alle seghe mentali che spesso ci facciamo più per nefasta influenza altrui che per congenito, naturale timore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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		<title>Che fine ha fatto Luigi Bartolini, l’“anarchico celeste”? Alla scoperta dello scrittore di “Ladri di biciclette” (da cui il capolavoro di De Sica), ruvido e misantropo come Landolfi</title>
		<link>https://www.pangea.news/che-fine-ha-fatto-luigi-bartolini-lanarchico-celeste-alla-scoperta-dello-scrittore-di-ladri-di-biciclette-da-cui-il-capolavoro-di-de-sica-ruvido-e-mis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 07:04:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il polemista, l’incisore, il poeta, il narratore degli eccessi, è oggi consacrato ai vertici come artista con la puntasecca in mano. Non altrettanto si può dire della sua fertilissima produzione in prosa e in versi, spesso dimenticata dalla critica italiana. Se il centro di documentazione di Cupramontana, cittadina nella collina anconetana, che ha dato i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il polemista, l’incisore, il poeta, il narratore degli eccessi, è oggi consacrato ai vertici come artista con la puntasecca in mano. Non altrettanto si può dire della sua fertilissima produzione in prosa e in versi, spesso dimenticata dalla critica italiana. <strong>Se il centro di documentazione di Cupramontana, cittadina nella collina anconetana, che ha dato i natali a <a href="http://www.luigibartolini.com/biografia_4.html" target="_blank" rel="noopener">Luigi Bartolini</a>, è stato capace di raccogliere un consistente numero di opere cartacee, di articoli giornalistici e di tesi di laurea, il merito è da ascrivere principalmente ad un municipio attento al suo figlio più illustre.</strong></p>
<p><figure id="attachment_63602" aria-describedby="caption-attachment-63602" style="width: 158px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63602" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/bartolini-221x300.jpg" alt="bartolini" width="158" height="214" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/bartolini-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/bartolini.jpg 251w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" /><figcaption id="caption-attachment-63602" class="wp-caption-text">Luigi Bartolini (1892-1963) fu creativo totale, scrittore e artista</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il volume <em>Laboratorio di carta. Bibliografia degli scritti apparsi in volume di Luigi Bartolini</em> (Centro di Documentazione Luigi Bartolini 2007) è curato da Fabrizio Mugnaini. Un libro irregolare, come irregolare e assolutamente atipico è stato Luigi Bartolini. Sembra perfino inevitabile arrivare immediatamente alla “verifica” di <em>Ladri di biciclette</em>, stampato per la prima volta nel 1946 dall’editore Polin di Roma, che aveva un sottotitolo assai accattivante: <em>Romanzo umoristico del furto e del ritrovamento d’una bicicletta per tre volte. </em><strong>Dopo il frontespizio, la dedica tipografica, laconica: “Ai ladri romani, pregandoli di non rubarmi la bicicletta per la quarta volta”. Il libro, trasposto nella versione cinematografica da Zavattini e De Sica, è uno dei capolavori del neorealismo italiano, anche se mai avallato dallo stesso Bartolini (il film è più malinconico, il romanzo più disperato).</strong> La seconda pubblicazione di <em>Ladri di biciclette</em> avvenne nel 1948 (per opera di Longanesi). Nel 1949 la prima traduzione in francese, nel 1950 la diffusione in Danimarca, Spagna, Portogallo, Argentina e Stati Uniti. Nella sequenza cronologica della ricca bibliografia si arriva al romanzo <em>Il mazzetto</em> edito da Mondadori nel 1959, dove nella seconda sezione vengono riprodotte tutte le incisioni originali inserite nei volumi (tra le quali spicca “L’eremo dei frati bianchi” del 1960). Tra le pubblicazioni più recenti è da segnalare <em>Vita di Anna Stickler</em> (Avagliano 2002). <strong>Scrisse Enzo Siciliano su “Repubblica” (28 settembre 2002): “Di Luigi Bartolini marchigiano, incisore di qualità, quindi pittore e poeta, prosatore, narratore di racconti amorosi, va messa alla luce la natura randagia e il magnifico scatto virile che assolutizza solitudine e sensualità, ma anche rabbia, insolenza e tenerezza”.</strong> Bartolini fu un appassionato anticonformista (si definiva anarchico celeste), dalla “campestre erraticità” per dirla ancora con Siciliano. Il “Notiziario bartoliniano” edito in tre numeri dal Comune di Cupramontana, permette di scovare sorprendenti recensioni: dalle più recenti come “Un sogno chiamato Anna Stickler” di Antonio De Benedetti apparso sul “Corriere della Sera” il 13 ottobre 2003, a “Pagine a sbalzo di un ninfale marchigiano”, scritto da Massimo Raffaeli su “Alias-il manifesto” (25 gennaio 2003), ai più datati, tra i quali “Arte e scrittura come approfondimento dello stato di contemplazione” di Giuseppe Appella, pubblicato su “L’Osservatore Romano” l’8 febbraio 1992. <img decoding="async" class=" wp-image-63603 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/ladri-biciclette-201x300.jpg" alt="ladri biciclette" width="129" height="193" />Interessante l’accostamento di Goffredo Fofi, quando su “L’Unità” dell’11 dicembre 1995, individuò alcuni elementi chiave di questa scrittura. <strong>“Se dovessi dire dei nomi ai quali la prosa e la poesia, il racconto e la divagazione di Bartolini possono farlo accostare, ne azzarderei due, che so impropri e inadeguati: la pienezza del sentire e del godere (della bellezza e della luce, del paesaggio e dei sentimenti) di un Comisso, la scorbutica, infastidita ruvidezza e misantropia di un Landolfi (tentato bensì dalla deformazione fantastica)”.</strong> Luigi Bartolini è stato uno scrittore onnivoro che nella sua irruenta e insieme delicata meraviglia (si tratta di un prosatore e di un poeta di ossimori) ha cercato solo lo specchio della verità. La parola è esplorativa nella terrigena virtù, nell’aggettivazione scarna, in un qualcosa che taglia in due la realtà naturalistica e il carattere umano. Il paesaggio collinare delle Marche illumina un’oasi che placa in parte, nel suo molle andamento, il sangue caldo di un uomo poliedrico, ardito come oggi nessuno saprebbe essere più.</p>
<p><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
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		<title>“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</title>
		<link>https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2018 07:16:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I romanzi di Alessio Arena li aspetto come a suo tempo si faceva coi bastimenti, ben sapendo che non si sarebbero trattenuti a lungo poiché ogni ritorno non è che il preparativo per la prossima partenza. Con la letteratura va così: il suo movimento ti ricorda la tua quota di immobilità, e ti molla una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/">“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>I romanzi di <a href="http://www.alessioarena.com/it/about/" target="_blank" rel="noopener">Alessio Arena</a> li aspetto come a suo tempo si faceva coi bastimenti, ben sapendo che non si sarebbero trattenuti a lungo poiché ogni ritorno non è che il preparativo per la prossima partenza. Con la letteratura va così: il suo movimento ti ricorda la tua quota di immobilità, e ti molla una spinta: adesso prova a diventare tu la persona che provoca l’attesa, metti la tua storia su una nave e falle conoscere il mare aperto di una nuova consapevolezza. Dopo aver letto <a href="https://www.fandangoeditore.it/shop/marchi-editoriali/fandango-libri-2/la-notte-non-vuole-venire/" target="_blank" rel="noopener"><strong>La notte non vuole venire </strong></a>(Fandango, 2018) ho voluto incontrare chi di questo romanzo è sia il capitano sia il passeggero di terza classe, per spostarmi con lui nel tempo e nello spazio e sbarcare in una New York italoamericana sedotta dal canto di una sirena assai insolita se si considera che attira nell’abisso sé stessa prima di chiunque altro. Il romanzo è un pezzo di luna precipitato sulla terra portando scompiglio tra gl’animi notturni e inquieti, modificando ogni equilibrio, riportando in vita poeti scomparsi, restituendo la voce a chi aveva dovuto restituirla all’ombra. (Antonio Coda)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-full wp-image-63579 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-arena.jpg" alt="libro arena" width="190" height="266" />La notte non vuole venire </em>doveva essere scritto come ospite presso la Columbia University ma&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma <em>por H o por V</em> come dicono gli spagnoli, per un motivo o l’altro, ero costretto a posticipare il viaggio. Il romanzo era in costruzione, io avevo in me una visione di New York ma volevo andare a vedere cosa fosse diventata, <strong>consapevole che la Little Italy della prima metà del Novecento, periodo in cui è ambientata la storia, non esistesse più. Quando poi sono stato in condizione di partire, fosse pure a mie spese siccome l’offerta della Columbia University l’avevo lasciata sfumare, ho deciso di non farlo: ho capito che volevo creare la mia New York; tanto più che quella reale ormai era sparita.</strong> Credo molto nel gioco della letteratura grazie al quale poter ricreare mondi che non esistono più o che non sono mai esistiti. Ecco cos’ho fatto: ho messo a confronto due foto del 1923, quella del Mercato dei Vergini, nel mio quartiere di origine, e quella di Mulberry Street. Erano tali e quali. Era la stessa città; con la differenza che nella foto del quartiere Sanità c’era la facciata della chiesa settecentesca di fronte al Palazzo dello Spagnolo e che a Mulberry Street c’erano i <em>basements</em>, con quelle loro scale d’emergenza all’esterno. Ho deciso che sarei andato a New York dopo la pubblicazione del libro. Adesso è tutto prenotato, parto il prossimo gennaio, per riportare Gilda in America, dopo averla prima riaccompagnata in patria, con il romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi voglio avvicinare al romanzo partendo da <em>Atacama</em>, il tuo ultimo singolo musicale, in cui canti: “<em>pa’ ser felices arriesguen su amor</em>”, “<em>per essere felice, rischia il tuo amore.” </em>Al centro dell’invenzione romanzesca ci sono due donne: Gilda Mignonette, donna di passione, strabordante, certo non la classica eroina da romanzo, e Esterina, una donna viceversa fantasmatica fin dalla capigliatura: “<em>Sembrava in testa avesse dello zucchero filato. Oppure con cosa se li era lavati quei capelli, con la lisciva, con l’acqua ragia</em>?” Sono due donne che hanno rischiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella Mignonette ho voluto creare un personaggio che non fosse l’eroe aristotelico con il quale il lettore empatizza. Gilda Mignonette è una eroina abbastanza respingente e io non volevo affatto farne l’apologia, anche perché il libro non ha mai voluto essere la sua biografia romanzata. Gilda Mignonette è sempre stata avvolta da una grande aura di mistero. I pochi dati biografici che se ne hanno basterebbe metterli in successione per costruire un romanzo movimentato al punto giusto; ma non ho voluto rendermi la vita facile. <strong>Ho ricercato e indagato su un’ombra ancora più profonda, quella della donna che le stava vicino, la sua assistente, e ho voluto raccontare partendo da lei. </strong>La Mignonette la privò persino del nome: per lei era ‘<em>a signurina</em>; nel romanzo la chiamo “<em>la guagliona</em>”. Il nome Esterina apparve soltanto in qualche cartellone al Caffè-Concerto Pennacchio, dove Gilda Mignonette si esibiva agli inizi degli Anni Venti. Il terzo personaggio invisibile del romanzo è la <em>spartenza</em>, quel sentimento di distacco e di perdita che accomuna tutte le persone migranti che si trovano costrette a rischiare, ecco, pur di tentare la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La notte non vuole venire </em>è il tuo quarto romanzo, al suo interno c’è anche la storia della tua crescita da scrittore, mi riferisco al linguaggio, al senso della misura, al bilanciamento delle parti. L’ho trovata l’opera matura di uno scrittore che sa di aver scritto altri libri e che sa perciò fare un uso più controllato della sua bravura stilistica. Ricapitolando i tuoi libri precedenti: <em>L’infanzia delle cose </em>inizia con “<em>Questa è la mano di mia madre.</em>” Nel secondo, <em>Il mio cuore è un mandarino acerbo</em>, ancora prima dell’incipit scrivi questa dedica: “<em>A Silvia Longo, che mi ha insegnato a scrivere con le mani aperte</em>”. Incipit di <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>: “<em>Sono nato nelle mani di mia madre”. </em>L’immagine della mano è molto presente, e potente, anche in <em>La notte non vuole venire</em>: dalla pallottola che andrà a ficcarsi nella mano di García Lorca – a cui nel romanzo doni una sorta di ora-di-vita-in-più – all’incubo ricorrente di Gilda Mignonette. Testualmente vi appare in corso di explicit: “<em>Prendi la mia mano per sentire che alla fine di tutto, alla fine di ogni cosa, non sei stata tu a uccidere me</em>”. Cosa sono le mani per la tua scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono un innamorato della parola, un feticista. Mi piace vederla nella sua interezza, mi piace alzarla dalla pagina scritta e cantarla, tradurla, tradirla, impararne il suono in diverse lingue, ma la parola primigenia per me resta il gesto, e le interpreti principali della parola sono le mani. <strong>Dove non puoi arrivare con la voce e con le parole scritte, te lo dico anche da cantante, puoi ancora provarci con le mani. Nella scrittura deve essere rifluita la mia necessità di toccare gli altri con le parole. </strong>Le tue osservazioni sulla grana della scrittura del romanzo mi rallegrano ma allo stesso tempo mi preoccupano se penso a cosa succederà nel prossimo, col quale mi sto cimentando fin dalla stesura della seconda pagina de <em>La notte non vuole venire</em>. Io non ho una teoria del romanzo, non c’è una pratica, una scuola tale che se arrivi al terzo, al quarto, al quinto libro puoi poi farne tesoro. Non so come riescano gli altri scrittori che pubblicano un libro all’anno, uno ogni due anni; io ogni volta che scrivo un romanzo ho veramente la grandissima vertigine non della prima pagina bianca ma di tutte e trecento le pagine in bianco più o meno che lo comporranno. Mi perdo continuamente, è un labirinto per il quale non prevedo il filo di sicurezza di una via d’uscita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proseguendo il gioco di rimandi interni e esterni alla tua opera: in <em>La notte non vuole venire </em>scrivi che “<em>la notte è guaritora</em>”, come pure, spostandoci da New York allo Yucatán: “<em>Quello sciancato li lasciò così: con la notte addosso che veniva piena di stelle e di cuccurucù di uccelli che sembravano un coro di monache</em>”. Il pensiero allora va alla notte che deve passare di Eduardo De Filippo, <em>Adda passà &#8216;a nuttata</em>, a <em>Prima che sia notte </em>di Reinaldo Arenas, scrittore a cui ti senti molto legato. Cos’è questa notte, questo archetipo: è una speranza in ritardo, è il male che non passa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo del libro sai da dove proviene? <em>La noche no quiere venir / para que tú no vengas / ni yo pueda ir</em>. Una <em>casida</em> di Federico García Lorca. Molto bella la versione che ne ha musicato Amancio Prada. Cercala. Il titolo in origine era un altro. Avevo pensato a: <em>Io sono la canzone</em>. Pare sia una cosa che Gilda Mignonette abbia detto in un’intervista: <em>d’accordo la Piedigrotta, gli autori, ma la canzone sono io! </em>La notte annunciata dal romanzo è mortifera: è la morte a non voler venire. È la notte di García Lorca, che ha una simbologia molto complessa della notte, della luna. <strong>Nel romanzo García Lorca appare non a caso mentre cade dalla giostra <em>Trip to the moon</em>, all’interno di quello che forse è il primo Luna Park a essere stato costruito, a Coney Island, Cunailando per gli italoamericani. </strong>Il titolo del romanzo riporta alla morte che non viene durante l’ultima traversata oceanica di Gilda Mignonette; è il suo addio definitivo alla vita. <em>La letteratura Tamil a Napoli</em> iniziava con la grande minaccia plateale di un personaggio che stava per farsi saltare in aria. Anche <em>La notte non vuole ven</em><strong>ire </strong>inizia con una minaccia ma molto più subdola, è una minaccia più intima. È Esterina che dice a Gilda Mignonette: ti sei risvegliata senza ricordi ma io adesso ti ricorderò la tua vita, per ricordarti quanto sei stata una maledetta e quanto male mi hai fatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È la vendetta della memoria. D’altronde l’ingresso di García Lorca ‘<em>con tutto il corpo sospeso nel vuoto</em>’ è salutato da una voce della folla che grida: “<em>Volto santo, aiutatelo, quello cade e si apre la memoria davanti a tutti noi!</em>”, rischia cioè di rompersi la testa. La memoria perduta nel romanzo non è più il risultato di una ferita, anzi: proprio per ferirti, farò in modo che tu la recuperi.</strong></p>
<p>Nessuno merita di andarsene così leggero di ricordi nella tomba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Napoletano, italiano, broccolino, spagnolo anche. La lingua segue la storia: da Napoli verso New York, fino a raggiungere il Messico. Forse in ogni pagina del libro avviene uno spostamento: case, teatri; auto, navi, ciuchini da trasporto. Una scrittura in viaggio, in continuo movimento. L’andamento del romanzo riflette una tua condizione esistenziale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riflette la mia condizione attuale. Non ho mai viaggiato tanto come durante la scrittura del romanzo, non perché questo romanzo mi ci abbia obbligato per essere scritto; è coinciso al periodo della mia vita in cui non avevo una fissa dimora; che ancora non ho. <strong>Durante la scrittura del romanzo ho scritto due dischi che sono assolutamente due dischi camminanti, migranti, li ho incisi tra il Cile, Barcellona e l’Italia.</strong> Nel romanzo ho raccontato una cantante, migrante come me, lei non è mai stata ferma durante la sua vita, ma c’è un momento in cui viene fermata, è l’FBI a denunciarla, la considera una sovversiva, Gilda Mignonette non può più uscire dagli Stati Uniti e è allora che lei muore. L’ultimo movimento è quello del suo tentativo di tornare a casa, di rifare per l’ultima volta la traversata da New York a Napoli, ed è questo a ridarle un po’ di vita, è la scintilla che io sfrutto per raccontare la sua storia, dall’interno dell’ultima notte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una scrittura migrante ma ancor di più nomade, un movimento dettato dalla necessità come anche da una volontà, dal sano e positivo desiderio di non stare al proprio posto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Voglia di speranza, e di riscatto. <strong>Emigrare negli Stati Uniti per tutti rappresentava il sogno della vita; la cuccagna.</strong> Lo rappresentava per la Esterina del romanzo, una ragazza destinata a una vita tutt’altro che da romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per La <em>notte non vuole venire </em>hai voluto inventare una New York, e hai voluto inventare e raccontare anche una Napoli, “<em>quella città sporca e annura</em>.” Una città inedita oltre la doppia immagine prevista e pregiudicata della Napoli o tutta bellezze o tutta amarezze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una Napoli inedita è possibile se la racconti dal punto di vista sincero e di parte di un personaggio concreto, attraverso la sua visione personale e trasfigurata della città. Per il romanzo mi sono misurato con qualcosa che è molto difficile per me, il punto di vista onniscente, la terza persona che mi provoca sempre grande rispetto. Ho immaginato che a parlare fosse uno dei personaggi invisibili della storia, uno dei musicisti della Mignonette o una persona molto vicina a Esterina, senza mai farlo entrare in scena. Una Napoli sicuramente più complessa e inedita è quella che ho raccontato in <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>. Per <em>La notte non vuole venire</em> ho voluto raccontare una Napoli che innanzitutto si contrapponesse alla luccicante New York proibizionista di quei tempi. <strong>È la Napoli del ventennio fascista, ma più che entrare nel dettaglio storico ho voluto rappresentare la città sporca, ‘annura’, che non fa nulla per nascondere la sua bestialità</strong>, che anzi te la offre, senza mascherarsi, senza ritoccarsi. Non succede in molti altri posti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Scarabattola, azzoffonata, non pepetea</em>. Oggi non esiste un napoletano letterario codificato ma nella lingua con cui impasti il tuo romanzo ritorna qualcosa di classico, un modo dolce di dire, di porgere il dialetto. Da dove arriva il tuo napoletano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto non è un napoletano borghese. In questo senso io sono un desimoniano e non un defilippiano, per quanto ami entrambi alla follia. <strong>È un napoletano che si arricchisce del lessico familiare. Appunto, non essendoci una codificazione, il napoletano cambia da quartiere a quartiere, addirittura da famiglia a famiglia.</strong> Io provengo da un proletariato artistico con le sue parlesie, con i suoi ingressi atipici nel vocabolario: anche nella mia famiglia ci sono stati degli emigranti, non andarono negli Stati Uniti ma in Uruguay. Parto sempre dal napoletano, ho imparato le altre lingue veicolari a scuola. Io non devo fare un lavoro per andare verso il napoletano, in scrittura, ma per distaccarmene. Una scrittrice che usa un napoletano più colto, per farti qualche altro esempio di esito linguistico, è Antonella Ossorio. La apprezzo molto, il suo ultimo titolo è <em>La cura dell’acqua salata</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuando lungo la pista delle parole: c’è la <em>cannurutizia</em>. È un termine dialettale che ricopre un campo semantico suo proprio, la cui migliore definizione l’ho rimediata in <em>La letteratura Tamil a Napoli</em>, dove lo riallacci al sentimento tedesco romantico del <em>Sehnsucht</em>: “<em>Un desiderio che non mira a una meta certa</em>”. Mi sembra sia la forza che domina tutto il romanzo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi del romanzo scelgono gli obiettivi più sbagliati, si innamorano delle persone di cui non avrebbero mai dovuto, inseguono un desiderio che non appaga e non alimenta nessuno. <strong>È un’altra ombra che complica la situazione e che dà dei riflessi di mostruosità alla famiglia strana e improvvisata</strong>, assemblata, di Gilda Mignonette.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come te la cavi tu con la cannurutizia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente con la Mignonette non condivido la <em>cannurutizia</em> quanto quel sentimento di <em>spartenza</em> di cui ti dicevo prima, che non riguarda soltanto la separazione dalla propria terra; <strong>è la sofferenza che proviene dalla vita obbligatoriamente scissa di un artista, dalla lotta necessaria per ottenere il riconoscimento del suo lavoro che troppe volte si contrappone al suo desiderio di costruire una famiglia a cui poter fare ritorno.</strong> In <em>La notte non vuole venire</em> Gilda ha artisticamente tutto quello che Esterina non ha ma è vero anche il contrario: Esterina ha la vita affettiva che manca all’altra. È questo che fa impazzire entrambe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La notte non vuole venire </em>è una storia di emigrazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’emigrazione di cui parlo è sia quella fisica sia quella interiore dei personaggi, costretti a decidere se effettuare o no la loro traversata esistenziale. D’altronde, io stesso sono un migrante. Mi si considererebbe un migrante di prima classe, per quanto il dedicarmi alla scrittura e alla musica mi abbia condotto in situazioni lavorative abbastanza precarie. <strong>Oggi è difficile parlare del fenomeno in atto ma è anche doveroso: trovo offensivo per la nostra intelligenza pensare a un futuro o a un presente fatto di piccoli stati sovrani protetti da frontiere. Non è mai accaduto e mai accadrà, non si può fermare questo movimento che interessa l’umanità da sempre, altrimenti nessuno si sarebbe mai mosso dall’Africa dell’homo habilis.</strong> Pure vero che l’emigrazione non è mai stata vissuta come un arricchimento da parte dei paesi che l’hanno ricevuta. Noi italiani stessi siamo sempre stati trattati malissimo.</p>
<p><strong>Come a dire, con l’emigrazione hanno iniziato prima gli italiani.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lasciando momentaneamente da parte gli Stati Uniti, basta pensare alla Svizzera, che ha rappresentato la pagina nera della nostra emigrazione, è il Paese che ci ha trattato peggio. Forse questo non è successo in America Latina, dove c’era una situazione di spopolamento. <strong>L’episodio argentino potrebbe considerarsi quello più felice, te lo dico da studioso dell’emigrazione che è il tema che pervade tutto quello che faccio, in musica e in scrittura. In Cile il governo addirittura promuoveva l’immigrazione italiana, aveva terre da fargli coltivare, senza però tenere in considerazione la presenza dei Mapuche, con cui gli italiani entrarono in conflitto.</strong> Da questo conflitto sorsero delle comunità molto interessanti, ma ci stiamo spostando nel territorio del prossimo romanzo. In <em>La notte non vuole venire</em> mi sono limitato a fare l’unica cosa che possiamo fare un po’ tutti: ricordarci della nostra storia, di quando esportavamo pulci e povertà ed eravamo i morti di fame di tutto il mondo. Tornando al discorso della finestra sul fascismo aperta nel romanzo: gli emigranti napoletani di New York ne sapevano veramente pochissimo, e se l’hanno difeso, perché lo hanno difeso, era per un sentimento patriottico al quale non erano nemmeno abituati: era la prima volta che vedevano il loro Paese alzarsi in piedi, fondare un Impero; pensa: esportava una bandiera e non più soltanto la fame.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti senti molto vicino a chi vive questi sconvolgimenti della storia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Te l’ho detto, io non sono un artista borghese. Riconosco che tra i miei miti molti siano stati borghesi e che abbiano raggiunto vette elevatissime di qualità. <strong>L’artista borghese è chi può fare a meno di preoccuparsi dell’appagamento dei suoi bisogni primari. L’artista proletario è chi non ha nessuna copertura economica e deve trarre dalla sua creazione il suo sostentamento, la sua arte allora è permeata per forza di cose da una urgenza, di sopravvivenza intendo, che la rende completamente diversa da qualunque altra.</strong> Da qui la mia ammirazione per Reinaldo Arenas, per esempio, al quale ritorno continuamente, abbiamo persino una omonimia imperfetta nel cognome. Mi sento vicino a lui non solo perché come lui devo lottare per uscire dal pozzo psichico dell’invenzione letteraria, ma perché come lui devo proprio lottare per poter vivere di questo. Chi sceglie di fare della sua arte il suo lavoro deve sapere che per poterlo fare bene non può fare altro che questo, sa che deve spingere ogni giorno, e come ricordavi tu: <em>pa’ ser felices arriesguen su amor</em>”, “<em>per essere felice, rischia il tuo amore”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voglio concludere rifacendomi al testo di un’altra canzone, <em>La realitat vista per un artista</em>, dal disco <em>La </em></strong><strong><em>secreta fanza</em>, che ha tutta l’aria di essere un micromanifesto di poetica: <em>“S&#8217;ha de dir, / s&#8217;ha de fer el que </em></strong><strong><em>ens queda per fer. / S&#8217;ha d&#8217;aprendre a somiar / fins i tot amb la realitat./” Dunque, che fare?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non stancarsi, non deprimersi, non gettare la spugna, mai. Godersi le piccole cose che accompagnano ogni giorno anche la mia vita da artista, senza mai precipitare nel pozzo della cannurutizia che ha ingoiato la Gilda Mignonette del romanzo. <strong>Essere soprattutto sinceri con la propria opera. Arrivato a questo punto del mio </strong><strong>cammino potrei aver individuato la cifra che <em>funziona </em>con il pubblico che mi segue: quando scrivo <em>questo </em>tipo di canzone, <em>questo </em>tipo di romanzo&#8230; Io però resto e voglio restare un incosciente, non premedito, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso</strong>, a volte lo sento come un limite ma è così che mi mantengo sincero, cerco di assecondare i miei cambiamenti, siano essi una evoluzione o una involuzione, lavorando su di loro. Ogni nuova opera è diversa da quella prima quanto sono diverso io dalla persona che ero quando l’avevo composta. Il prossimo romanzo, vedi, risponde a una verità biografica, ci porta in Cile. Sono stato nel posto più sterile del mondo e vi ho trovato radici della nostra storia italiana. Ho vissuto in una città dove non piove dal 1992, si chiama Iquique; è gemellata con Oppido Lucano, che gli iquiqueños considerano una grande città italiana, e lì ci ho trovato tante e tante storie di oppidani, degli abitanti di questo piccolo paese della Lucania, in provincia di Potenza, che prima dell’Unità d’Italia si chiamava Palmira, come la famosa capitale dell’antica Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E con la storia secondo cui sono finite le storie e dobbiamo diventare postmoderni e quindi dei virtuosi </strong><strong>della variazione come la mettiamo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dimenticato che <strong>ci sono più in cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra letteratura </strong><strong>contemporanea. </strong>Dobbiamo solo rimetterci in movimento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/">“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Gli uomini? Oggi sono tutti profumati e depilati. E, poi, hanno sempre il cellulare in mano. Preferisco quelli di una volta”: Francesca Maria Giuliano, la curvy più famosa d’Italia, si racconta a Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/gli-uomini-oggi-sono-tutti-profumati-e-depilati-e-poi-hanno-sempre-il-cellulare-in-mano-preferisco-quelli-di-una-volta-francesca-maria-giuliano-la-curvy-piu-famosa-di/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2018 06:57:32 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gli-uomini-oggi-sono-tutti-profumati-e-depilati-e-poi-hanno-sempre-il-cellulare-in-mano-preferisco-quelli-di-una-volta-francesca-maria-giuliano-la-curvy-piu-famosa-di/">“Gli uomini? Oggi sono tutti profumati e depilati. E, poi, hanno sempre il cellulare in mano. Preferisco quelli di una volta”: Francesca Maria Giuliano, la curvy più famosa d’Italia, si racconta a Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dio ci preservi dal male e, se la sua bontà è davvero infinita, anche dalle magre. <strong>Niente seno, niente sedere</strong>: sembrano porzioni da fame in un’economia di guerra, oppure in uno di quei ristoranti dove ti prendono per i fondelli a colpi di assaggini insignificanti. Ma, per fortuna, <strong>in Italia abbiamo una tradizione secolare che va dai bronzetti nuragici alla Bellucci</strong>. Col cavolo che sappiamo accontentarci – non sappiamo farlo e non vogliamo. Piuttosto, ci uniamo all’irriverente estasi di un Tinto Brass al cospetto delle forme opulente di una giovane Serena Grandi. Crepi l’avarizia e lode alla bramosia insaziabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fermamente convinti che una donna ci debba riempire al contempo il cuore e l’occhio, siamo andati a sentire Francesca Maria Giuliano</strong>, apparizione fissa in diverse trasmissioni televisive da Bonolis alla D’Urso, <strong>la curvy più famosa d’Italia</strong>. Se non sapete cosa significhi questo anglismo, <strong>“curvy”</strong>, beh, cercate di documentarvi. Per farvela breve, si parla di<strong> tutte quelle donne formose, maggiorate, giunoniche, piene di carne a dare un poco di sostanza allo spirito</strong>. Noi vogliamo raccontarvi a distanza ravvicinata la più nota di queste. Magari, a darle una sbirciata nella scollatura, vi passerà la voglia di una tristissima taglia trentasei. E ricordate: <strong><em>melius est abundare quam deficere</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63188 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4-300x200.jpeg" alt="Francesca Maria Giuliano" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4-300x200.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4-768x512.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4-1024x683.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4-600x400.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-4.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Leggendo certe precedenti interviste, mi sono imbattuto in questa tua dichiarazione: “la donna maggiorata è una donna in salute”. Più in generale tu difendi un modello di femmina procace, esplosiva, formosamente esuberante. Perché fino a poco tempo fa ha trionfato, invece, il tipo anoressico-scheletrico. Cosa ha portato l’uomo che, dalla notte dei tempi, ha sempre desiderato l’abbondanza ad accontentarsi di poche ossa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono convinta che sia la moda la responsabile di questi modelli, preferendo persone molto magre sulla base del risparmio economico che ciò comporta. <strong>Se riesci a utilizzare poco tessuto e poi vendi l’abito a 700-800 euro, hai fatto un affare. Ecco spiegato perché siano stati imposti certi ideali di bellezza.</strong> Almeno, io la penso così. Una cosa comunque è certa: i modelli che vengono veicolati non sono esempi di salute.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però, si potrebbe obiettare a questo discorso: allora perché, in altri tempi, andava un diverso tipo di donna? Non erano imposti anche quelli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, perché il business della moda non era così sviluppato come negli ultimi decenni. Infatti, <strong>come modello di italianità, noi siamo ancora legati alle forme morbide di Sophia Loren e Gina Lollobrigida, quando lo show business era diverso da quello odierno.</strong> Oramai i guru della moda si mettono a tavolino e, come decidono il colore che andrà durante l’anno, altrettanto fanno con il modello di femmina da imporre. Malgrado ciò, all’estero, continuano a osannare la Bellucci che richiama, appunto, un modello di femmina molto anni ’50.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu hai frequentato il salotto di Barbara D’Urso. Immagino conosca le critiche che le vengono rivolte, ovvero di essere l’apoteosi del trash e di rappresentare la peggiore involuzione della cultura nazionale. Onestamente, tu ritieni che queste valutazioni siano fondate o no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente non sono d’accordo. <strong>La Signora D’Urso è una gran donna, di notevole cultura. Il trash lo vedo in altre trasmissioni. Io la posso solo ringraziare.</strong> Personalmente, per come parla di determinate vicende, a me piace. La seguivo già da prima. È così composta! Prima di andarci pensavo facesse la diva, invece è di un’umiltà… Dal vivo, poi, mi ha colpito la sua bellezza, così rara a quella età. Mi piace come lavora, con una certa leggerezza. Fa compagnia, allegria – tutte cose di cui abbiamo tanto bisogno in questo momento storico. Se si ha successo, purtroppo, è inevitabile attirare le critiche di cui è vittima. Quando, poi, non sanno come parlar male di te, iniziano a tirare in ballo il trash.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Personalmente, ritengo che il successo della D’Urso sia il pubblico stesso a decretarlo e che molta gente non si voglia arrendere al principio del <em>vox populi vox dei</em>. L’intellighenzia non riesce a farsi entrare in testa che la televisione non sceglie per il popolo, ma dà al popolo ciò che questo desidera. Del resto, non credo che se, parallelamente, trasmettessero programmi sulla poesia contemporanea quelli che la criticano sarebbero lì a seguirli. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esatto! Peraltro, la D’Urso, nella prima parte del programma, va ad approfondire anche temi di cronaca che non vengono sviscerati dai giornali o dal servizio pubblico – cosa che, per esempio, a me interessa. <strong>Vorrei anche sottolineare che, avendomi decretata “la curvy più famosa d’Italia”, mi ha permesso di dare voce anche a chi pesa più di cinquanta chili,</strong> trasformandomi nella prova vivente che si può lavorare in tv pur senza essere magrissima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stando a quanto da te dichiarato, durante il provino per partecipare al programma di Bonolis, <em>Avanti un altro</em>, hai risposto, alla domanda se leggessi dei libri, con un: “No, a me piace mangiare!”. Da lettore compulsivo, mi verrebbe da chiederti: come fai a vivere senza leggere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà il mio provino andò molto male <em>(ride)</em>. Per il resto, <strong>confesso che è vero, non leggo. Dovrei iniziare. Questa è una mia mancanza.</strong> Ho una sorella che legge tantissimo, eppure siamo nate nella stessa casa, dalla stessa madre. Io comunque ho studiato, sono una ragioniera. Malgrado ciò, non sono molto propensa alla lettura. Un libro però l’ho letto, di recente, e mi è piaciuto molto: <em>Il fuoco di Agnese</em>, della grandissima Cristina Nutrizio. Ogni donna vorrebbe vivere una passione forte come quella della protagonista. Mi permetto di consigliarlo ai lettori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è l’amore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’amore è quando sei felice e non hai bisogno di altro, tipo che stai a casa a preparare una lasagna per tua madre, per i nipoti, o per i tuoi amici. Quello è amore. Quando sei vicino alla persona a cui vuoi bene e non ti importa di nient&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E tu hai mai sperimentato un simile sentimento?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, spesso. Io sono molto legata ai miei nipoti, a mia mamma. E, non essendo fidanzata, mi dedico molto ad amici e amiche… <strong>Per quel che riguarda gli uomini, non so nemmeno se mi sono mai innamorata sinceramente. È piuttosto complesso trovare una persona con cui condividere un percorso d’amore</strong>, di complicità, raggiungendo insieme un equilibrio perfetto, la sintonia. Insomma, sto ancora aspettando di trovare l’amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu credi sia la questione del sesso a complicare le cose nel rapporto uomo-donna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sesso è complementare, una bella cornice, molto importante, ma non può ridursi tutto a quello. Ci vuole rispetto. A volte, per esempio, mi capita di andare a cena con una persona, per conoscerla un po’, e vedo che guarda un’altra donna mentre è con me. Io non lo farei, anche se fossi con un amico, per rispetto appunto. <strong>Personalmente mi rifaccio a un’idea che fa parte del mio personaggio: quella dell’uomo di una volta. Perciò, per me, oggi come oggi, è molto difficile trovare qualcuno.</strong> Questi non fanno altro che stare col cellulare in mano. È offensivo. Mancano le basi proprio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’uomo si è effemminato negli ultimi anni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente. Sono depilati, profumati… terribilmente lontani dai miei canoni di bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorresti essere famosa? Lo sei già? Perché ti interessa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi sento assolutamente famosa. Spero però di avere l’opportunità di diventarlo, per quanto i risultati raggiunti con le mie sole forze non siano di per sé cosa da poco, non avendo io neppure un’agenzia alle spalle. Poi, tutti nella vita vogliamo avere successo, anche chi apre un negozio di frutta. <strong>Quel che mi piacerebbe, a livello televisivo e cinematografico, sarebbe di riportare nel firmamento dello spettacolo un modello di salute e italianità: un modello curvy, insomma.</strong> Mi piacerebbe essere d’esempio per le tante ragazze che cadono nell’anoressia, o per le madri ossessionate dalla dieta. Vorrei spingere le persone ad accettarsi per quello che sono, tutto qui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo tempo segna il ritorno delle curvy. Mi pare però, per esempio curiosando su Instagram, che sotto questa categoria si voglia raccogliere un po’ troppi tipi di donna. Parlandoci fuori dai denti, alcune sono obese piuttosto che formose. Secondo te è normale catalogare ogni rappresentante robusta del genere femminile sotto questa categoria, oppure c’è una differenza tra chi come te ha un fisico giunonico e una palesemente afflitta da pinguedine?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna puntualizzare sul discorso salute e ciò, ovviamente, vale anche per le curvy. Non possiamo pesare trecento chili, questo mi pare ovvio. Io infatti mi riferisco a un tipo di donna, anche con molti chili in più, che però accetta sé stessa. <strong>Una curvy può essere pure una di quelle che purtroppo, spesso per questioni fisiologiche, non riesce a calare di peso e veste comunque con un abito aderente, o scollato, dando prova di non avere complessi verso il proprio corpo. </strong>Io, malgrado tutta la carne in più, sono fiera di esserlo. Ci sono, poi, delle ragazze obese che hanno visi bellissimi. A ogni modo, si può pesare anche centoventi chili purché si tenga sotto controllo la salute. Del resto, non è che chi non riesce a dimagrire si debba sparare, o debba essere costretto a girare con un lenzuolo addosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ti sentiresti se dovessi improvvisamente perdere qualsiasi attrattiva sugli uomini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente non avrei problemi. Chiaramente, mi piace piacere. Però – e sono sincera, quando lo dico – non è proprio il centro della mia vita. <strong>Avere un po’ di visibilità, mi ha permesso di vivere un bel momento che ricorderò sempre. Se poi dovesse terminare, pazienza! </strong>Me ne farò una ragione. Mi occuperò di altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si fa un gran parlare, dopo il caso Weinstein e le polemiche sul movimento #metoo, di violenza contro le donne. Vorrei chiederti cosa sia per te violenza. Voglio dire, per le femministe anche uno sguardo insistente è al limite della prevaricazione, come scherzare sulla prosperità di una donna. Tu come la vedi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sto girando un film intitolato <em>#metoo</em>, per la regia di Giorgio Molteni, che sarà presentato al festival di Cannes. Sono certa che lascerà tutti senza parole.  Per il resto, <strong>io non mi sento violentata se mi guardi, o se mi dici “sei bella”, o “quanto sei bona”. Se la cosa mi infastidisce, manifesto indifferenza</strong>: giro lo sguardo e così capisci che non mi devi rompere le scatole. Mi spiace essere contro le femministe, però non credo che questa sia violenza. La violenza è violenza ed è quella fisica, o psicologica. Sono violenza le telefonate degli stalker – io ne ricevo quattrocento all’ora. Uno è venuto addirittura a bucarmi le ruote della macchina. Bisogna, insomma, che ci siano degli atti persecutori.</p>
<p><strong>Secondo te, quanto avvenuto tra Asia Argento e Weinstein, è violenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono sempre dalla parte delle donne solitamente, ma su questa faccenda non ho mai voluto rispondere dato il poco che ne sappiamo. Purtroppo, molte stanno zitte per anni, per mantenere il posto di lavoro – parliamo di solito di lavori più umili. Io sono stata fortunata, perché ho sempre trovato un ambiente di lavoro idilliaco. Sul caso Asia Argento potrei dire che forse ha dovuto accettare e stare zitta e, solo dopo cinque anni, è riuscita a parlare. <strong>A volte, sai, lo stupro non è solo l’atto in sé consumato frettolosamente. La violenza fisica è spesso collegata a quella psicologica e, per anni, capita di dover sopportare in silenzio o non riuscire a parlare. </strong>Certo c’è gente che grazie a Weinstein ha preso l’Oscar e solo dopo ha parlato, quando ha raggiunto a sua volta una certa notorietà e potere. Io non credo che ad Asia Argento sia piaciuto fare ciò che ha dovuto fare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io ho la sensazione che, in generale, il movimento #metoo alimenti, nei confronti degli uomini, una caccia alle streghe. Ogni cosa sta diventando violenza: uno sguardo, financo il semplice essere maschio. Si è arrivati ad avere paura nel rivolgere la parola a una donna. Personalmente, non ritengo che da parte degli uomini ci sia sempre un atteggiamento prevaricante.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A me – e sono una che attira l’attenzione, quando va in giro –, non succedono mai cose del genere. Certo ti guardano, fanno la battuta, ma io nemmeno li ascolto. Bisogna mostrarsi indifferenti, non andare in giro da sole, stare sempre in luoghi pubblici e in mezzo alla gente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In cosa consiste la tua bellezza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia bellezza consiste nelle mie forme, però piace molto anche il viso tra le altre cose. Ma le forme spiccano, perché rievocano un tipo di donna che è difficile da trovare di questi tempi in cui sono tutte terribilmente magre. Io sono fermamente convinta che l’essere curvy, oggi, possa aiutare una donna ad avere risalto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando hai cominciato a sentirti attraente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Capivo di piacere molto all’altro sesso già verso le medie, quando avevo tra i dodici e i tredici anni. Sai, ero molto sviluppata fin da allora.</p>
<p><strong>Come ti faceva sentire questo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In grande imbarazzo. Sono molto timida. Da una parte mi faceva piacere, ma dall’altra mi metteva a disagio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai mai desiderato essere un’altra donna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, mai, e sono sincera. Invidio solo quelle persone che possono mangiare, mangiare, mangiare senza mai ingrassare <em>(ride)</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è un uomo politico che trovi attraente? Se sì, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Silvio Berlusconi, malgrado i suoi anni – gli altri se li mette tutti in tasca. <strong>Non ho mai avuto il piacere di conoscerlo, ma il suo charme e la sua eleganza, quando parla, mi incantano </strong>e credo di non essere la sola a pensarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesca, tu che ci sei dentro, ci potresti dire cosa c’è di vero e di falso nella televisione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto vero, anche perché se così non fosse non si andrebbe avanti. Per quella che è la mia esperienza, da un anno e mezzo a questa parte, per esempio da Bonolis, l’ambiente è serissimo. Ci dà anche del lei. Non ci sono copioni e da questo ti accorgi che niente è falso, meno che mai quello che diciamo. Anche quando vado dalla D’Urso, non è che gli autori mi indichino cosa dire. Persino io, quando la guardavo da casa, pensavo che ci fosse un canovaccio e invece no. Siamo noi stessi, senza che nessuno ci abbia mai imposto niente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo te, veramente sul piccolo schermo c’è un’ostentazione intollerabile del corpo femminile, esibito alla stregua di una merce, come sostengono alcuni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È così bello il corpo femminile! Perché non mostrarlo? Noi, del resto, facciamo intrattenimento. <strong>Uno torna a casa, dopo una giornata di lavoro, in cui magari gli è pure arrivata una multa, oppure ha litigato col suo capo, e allora accende la tv e vede una bella ragazza prosperosa che sorride&#8230; </strong>finché non ce la volgarità, dove sta il male?</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gli-uomini-oggi-sono-tutti-profumati-e-depilati-e-poi-hanno-sempre-il-cellulare-in-mano-preferisco-quelli-di-una-volta-francesca-maria-giuliano-la-curvy-piu-famosa-di/">“Gli uomini? Oggi sono tutti profumati e depilati. E, poi, hanno sempre il cellulare in mano. Preferisco quelli di una volta”: Francesca Maria Giuliano, la curvy più famosa d’Italia, si racconta a Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“A Beppe Grillo ho dato solo consigli sbagliati – e oggi faccio fatica a non dirmi dell’Isis”: dialogo con Massimo Fini</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Sep 2018 04:29:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questo Governo s’ha da continuare. Da cannibale e mangiapolitici, da nietzschiano bastian contrario, ora sei un fan di questo Governo… “Dico che questo Governo, vincendo i sospetti dei più spregevoli, funziona. Di Maio e Salvini vanno abbastanza bene insieme, e credo che ciò dipenda dal fatto che c’è reciproca stima tra i due. Punto sul [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-beppe-grillo-ho-dato-solo-consigli-sbagliati-e-oggi-faccio-fatica-a-non-dirmi-dellisis-dialogo-con-massimo-fini/">“A Beppe Grillo ho dato solo consigli sbagliati – e oggi faccio fatica a non dirmi dell’Isis”: dialogo con Massimo Fini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Questo Governo s’ha da continuare. </strong>Da cannibale e mangiapolitici, da nietzschiano bastian contrario, ora sei un fan di questo Governo… “Dico che questo Governo, vincendo i sospetti dei più spregevoli, funziona. Di Maio e Salvini vanno abbastanza bene insieme, e credo che ciò dipenda dal fatto che c’è reciproca stima tra i due. Punto sul fatto che il Governo tenga, ma sia chiaro che sono più vicino, con tutti i distinguo, al Movimento 5 Stelle che alla Lega”. Io penso, invece, che il Governo non reggerà: <strong>Salvini si sta pappando il M5S, lo ha vampirizzato; tanto vale far saltare il banco, giocare grosso e andare a elezioni. “…e a quel punto mi trasformerei nel ‘bombarolo’ di De André e farei saltare Salvini…</strong> No. Non penso che Salvini sia così sciocco da perdere tutto”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62944 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini-207x300.jpg" alt="libro fini" width="158" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini-768x1111.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini-708x1024.jpg 708w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini-600x868.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/libro-fini.jpg 1000w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Il ribelle canonizzato. </strong>Ogni tot consulto Massimo Fini. Più che un Geremia che lancia l’orda di anatemi contro le mura del palazzo, più che una Cassandra che strologa sull’apocalisse futura, mi pare un Montaigne con la raffinata enfasi di disintegrare tutto per salvare ciò che resta del buono. Ora che il suo ribellismo è stato canonizzato, per così dire, nel repertorio <em>Confesso che ho vissuto. Esistenza inquieta di un perdente di successo </em>(<a href="http://www.marsilioeditori.it/catalogo/scheda-autore/146/massimo-fini" target="_blank" rel="noopener">stampa Marsilio</a>, quest’anno, e lui ribadisce, “ricordati di ricordare Cesare De Michelis: un grande editore, un grande uomo. Tutti se ne stanno accorgendo solo ora, che non c’è più”), <strong>Fini, che si è sempre permesso tutto, che non si è fatto giornalisticamente mancare nulla, può avere, perfino, bramiti di tenerezza. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Grillo solo consigli sbagliati. </strong>Torniamo alla politica. Ma cosa t’importa dei ‘grillini’? “Il riequilibrio sociale sancito nel loro programma: è quello che manca a questo Paese ed è quello che m’interessa. I ragazzi del Movimento li conosco tutti, sono bravi, preparati. Rispetto al resto, poi…”. Conosci anche Beppe Grillo, presumo. “Da una vita. Cominciò a interessarmi trent’anni fa, se non ricordo male, quando i suoi spettacoli si trasformarono da comici a politici. Per merito della moglie, l’affascinante iraniana, aveva letto <em>La Ragione aveva torto?</em>, e mi chiese dei consigli. Io, ovviamente, gli diedi solo consigli sbagliati”. Ad esempio. <strong>“Beh, durante uno spettacolo Beppe prende un’ascia e spacca un computer. Ecco, questo era un consiglio sbagliato, considerando che il Movimento è nato intorno a Internet e ai social. L’unica volta che gli ho dato un consiglio giusto, però, non mi ha ascoltato”. </strong>Racconta. “Era l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, per sostituire quell’ectoplasma di Giorgio Napolitano. Dalla piattaforma web del Movimento, una cosa folle – un partito con milioni di elettori non può affidarsi per le decisioni importanti a 150mila fanatici… – tra i papabili, appare anche Romano Prodi. Consiglio a Grillo di andare da Bersani e di proporre Prodi come Presidente, Bersani non avrebbe potuto dire di no. Invece, il Movimento optò per Stefano Rodotà, il tipico radical chic, un uomo per tutte le stagioni”. Ma con Grillo vi sentite ancora? “Ogni tanto. Ma lui fa per i fatti suoi”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bossi era un genio. Salvini è un razzista. </strong>In <em>Una vita </em>spendi parole di platino per Umberto Bossi. “Ovvio: è stato l’unico politico italiano degli ultimi anni, dai Novanta in qua. Aveva idee troppo avanzate”. Esempio. “Le macroregioni. Bossi ha previsto che in una Europa politicamente unita non possono esistere Stati o Regioni, ma aggregazioni coese dal punto di vista sociale, economico, culturale, climatico”. Ora c’è Salvini e la Lega finalmente riesce dove Bossi non riuscì: liberarsi di Berlusconi e governare. <strong>“Salvini ha molti vantaggi rispetto a Bossi. Bossi turbava l’establishment e tutti gli erano contro. Bossi non era razzista, la mitica Padania è di chi lì vive e lì lavora, senza esami del sangue. Salvini, invece, è antropologicamente un razzista”.</strong> Come la maggior parte degli italiani. “…e questo è strano. Non eravamo così. Non eravamo un Paese razzista. Ma è ovvio che di fronte a questa migrazione, di cui l’Occidente è totalmente responsabile, si è creata una guerra tra poveri che Salvini ha buon gioco a stimolare”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Fallaci? Forte con i deboli e debole con i forti. </strong>Il 15 settembre è stato l’anniversario dalla morte di Oriana Fallaci. Oggi sono tutti fallaci ‘fallaciani’. “Ho lavorato con Oriana all’<em>Europeo. </em>Io venivo dall’<em>Avanti </em>e i giornalisti dell’<em>Europeo </em>parlavano solo di ristoranti e di puttane. Con Oriana il dialogo era altro, più alto. Ma non era profonda, ecco. Dal punto di vista personale la Fallaci era totalmente insopportabile, era forte con i deboli e debole con i forti. A me, per dire, ha intentato un processo. Voleva tre miliardi di lire. Non li ha avuti”. Racconta. “Avevo scritto un suo ritratto dove mettevo in evidenza il talento della giornalista e le ombre del carattere. Le ombre non le sono garbate”. Spiegati meglio. “Nel ritratto racconto questo episodio. Oriana torna da Teheran con dei tappeti che alla dogana non riescono a passare. Allora chiede a una segretaria dell’<em>Europeo</em>, incinta, di andare a sdoganare i tappeti per lei. La segretaria, gentilmente, acconsente, ma non riesce a sdoganare i tappeti. In redazione, la Fallaci assale la segretaria, incinta, con calci e pugni, al punto che devono intervenire due colleghi per frenarla”. Mica male la signora. “La Fallaci migliore è quella degli inizi, dei grandi ritratti di artisti e letterati: scrive in un bellissimo italiano, allieva di Curzio Malaparte, il più grande giornalista italiano di tutti i tempi. <strong>Quando comincia a trafficare con la Storia non ne azzecca una. L’ultima Fallaci, poi, è di un razzismo stupido.</strong> Ad ogni modo, nonostante tutto, al Cimitero evangelico agli Allori, dove è sepolta, le ho portato una rosa bianca…”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Usa o Cina? Meglio Isis… </strong>Stretti tra la boria statunitense e il cinismo cinese, cosa ci tocca subire? “Il nostro è un totalitarismo inaccettabile. Abbiamo esportato la democrazia e la nostra way of life ovunque, in Cina, in India. <strong>Gli unici antagonisti, ormai, sono quelli dell’Isis. Devo fare molti sforzi per non dichiararmi concettualmente aderente a Isis…”. </strong></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggo la “Gazzetta dello Sport”. Ma è degenerata pure lei. </strong>Sfilza di domande spot. Il direttore di giornale più bravo? “Per me, Perluigi Magnaschi. Era il vice di Guglielmo Zucconi al <em>Giorno</em>, che gli faceva fare<em>. </em>Fu lui a crearmi come polemista e per lui ho scritto le cose più feroci”. I giornali li leggi ancora? “Leggo la <em>Gazzetta dello Sport</em>. Ma è degenerata pure lei. Era meglio quando la dirigeva Carlo Verdelli. <strong>Il primo quotidiano che leggo, comunque, è il <em>Corriere della Sera</em>: è cerchiobottista ma almeno dà delle indicazioni. Fisicamente, invece, trovo rivoltante <em>la Repubblica</em>, proprio non posso guardarlo”.</strong> Il libro che consigli. Che non sia Nietzsche o Dostoevskij. “…e neanche <em>Viaggio al termine della notte </em>di Céline o Marcel Proust, presumo. Beh, ti dico un libro recente. <em>Canale Mussolini </em>di Antonio Pennacchi. Fa capire cosa è stato, dal basso, il fascismo, è da far leggere ai ragazzi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi bolleranno come uno schifoso modernista. </strong>Ti piace la parola <em>sovranismo</em>, ci sono delle affinità con il tuo “Manifesto dell’Antimodernità” in cui auspichi il ritorno “alle piccole patrie”? <strong>“Nessun paese, tanto meno l’Italia, può esistere e resistere, oggi, ai grandi agglomerati internazionali. Solo l’Europa, nel suo insieme, ha risorse tali da contrastare Usa, Russia, Cina e India.</strong> Il ritorno alle piccole patrie e al localismo è un progetto di lunga durata. Ho vinto pochissime battaglie nella mia vita, e questo è un bene… ma questa la vincerò. Il mio timore è che quando tutti saranno antimodernisti, io sarò bollato come uno schifoso modernista…”. Ribelle impenitente, imperiale ‘anti’, mai domo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Massimo Fini parlerà dei suoi libri insieme a Davide Brullo e a Jonathan Grassi mercoledì 19 settembre, alle ore 18</em></strong><em>, al Museo della Città di Rimini, nell’ambito della rassegna “Hybris. Discorsi sulla tracotanza e sul tramonto” ideata da Pangea. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2018 06:09:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come e perché siamo diventati quello che siamo, ossia dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato? Quando è cominciato il tempo della perenne emergenza, dell’apocalisse perpetua, della scimmiottatura delle ideologie, dello sberleffo costante, della ossessiva percezione di pericoli inesistenti, dei gridi d’allarme per ogni nonnulla? Quando abbiamo cominciato a trasformarci in macchiette, nella parodia di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-siamo-diventati-dei-cartoons-turisti-di-passaggio-nella-nostra-esistenza-gianluca-barbera-dialoga-con-giulio-milani/">Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come e perché siamo diventati quello che siamo, ossia dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato? Quando è cominciato il tempo della perenne emergenza, dell’apocalisse perpetua, della scimmiottatura delle ideologie, dello sberleffo costante, della ossessiva percezione di pericoli inesistenti, dei gridi d’allarme per ogni nonnulla? <strong>Quando abbiamo cominciato a trasformarci in macchiette, nella parodia di ciò che sognavamo di essere? Ce lo racconta Giulio Milani nel romanzo <em>La cartoonizzazione dell’Occidente</em>, uscito nel 1998 e che oggi riappare in versione ebook per <a href="http://www.laurana.it/wp/" target="_blank" rel="noopener">l’editore Laurana</a> nella collana Reloaded</strong>, di cui ha da poco assunto la direzione lo scrittore Demetrio Paolin, fine conoscitore di cose letterarie. Giulio Milani non è solo l’autore di romanzi e di saggi come <em>La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri </em>(Laterza, 2015) e <em>I naufraghi del Don. Gli italiani sul fronte russo. 1942-1943</em> (Laterza, 2017); è anche l’editore di Transeuropa; un intellettuale la cui intelligenza vola alta: basta leggere quello che scrive e come lo scrive per rendersene conto (anche questa stessa intervista). Come si diventa dei cartoon, dunque? Semplice. Quando tutto si fa finto. Quando si recita una parte scritta da altri, incuranti del tempo che passa, proprio come accade ai personaggi dei fumetti, i cui caratteri sono fissati una volta per tutte. Si diventa dei cartoon quando si rimane intrappolati in un ruolo. Come Bela Lugosi che continuava a credersi un vampiro anche a telecamere spente. Quello di Milani è un romanzo assolutamente da leggere, se non altro perché ci fa crescere nella consapevolezza. Abbiamo intervistato l’autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-62743 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-225x300.jpg" alt="milani libro" width="144" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-768x1025.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-767x1024.jpg 767w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-600x801.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro.jpg 1573w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />La cartoonizzazione dell&#8217;Occidente</em> è la storia di un giovane che nel corso di una torrida estate si rifugia in una località sulle Alpi Apuane e da lì, come messaggi nella bottiglia, scaglia invettive contro tutto e tutti attraverso lettere che cominciano allo stesso modo: “Compagni! Compatrioti! Irriducibili!”. Una chiamata alle armi che però si risolve in avventure farsesche. Come è nata l&#8217;idea e cosa ti prefiggevi scrivendolo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo spunto è autobiografico. Nel 1994 mi ritirai dagli studi e cominciai a passare in rassegna tutto il materiale storico e letterario che riguardasse i movimenti rivoluzionari degli ultimi due secoli. Correva l&#8217;anno in cui Berlusconi vinceva le elezioni e sdoganava le destre – Fini, Bossi – gettando la sinistra nella frustrazione e nell’angoscia. Non potevo saperlo, ma come altri ero appena precipitato nella terrificante “guerra delle memorie” che da allora in avanti avrebbe scosso il Paese, alla ricerca di una nuova identità dopo il crollo del Muro e la fine della guerra fredda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E cosa trovasti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1995 uscì il manifesto di Umberto Eco sull’Urfascismo, quest’idea che il pericolo fascista non è morto con la fine della seconda guerra mondiale ma è una specie di malattia morale dell’umanità, che può manifestarsi con determinati sintomi (in pratica, aveva applicato il modello della Sindrome di immunodeficienza acquisita al fascismo). Era un’operazione politica e letteraria molto suggestiva, e il mio personaggio risponde per iscritto a questa necessità o compito storico di mappare i sintomi dell’epoca per rintracciare – nella famiglia, tra le amicizie, negli studi, sul lavoro, in amore, in politica, insomma nel privato come nella sfera pubblica – le prove di questo contagio. Il problema è che l&#8217;analisi dell’inconscio è interminabile, freudianamente, e quindi il mio personaggio comincia ad avvitarsi sempre di più, fino ad affondare in un limbo che non si aspettava di trovare: quello della “cartoonizzazione”, appunto, un mondo dove “resistere è inutile” perché il totalitarismo delle tecnologie dell&#8217;informazione ha vinto su tutto e tutti, compreso il fascismo e l’antifascismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come e perché dunque siamo diventati dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato, secondo quando recita il titolo del tuo romanzo? Il “rivoluzionario da salotto” ne è il tipico esempio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio perfetto di “rivoluzionario da salotto” cartoonizzato <strong>è Diego Fusaro: come scrivo nella postfazione questo “marxista scongelato” rappresenta quasi un parto della mia fantasia di allora</strong>, perfino nel rifiuto dell&#8217;inglese come lingua del mercato turboliberista e nei cascami di linguaggio libresco/rivoluzionario otto-novecentesco, di cui abbonda anche il mio romanzo. Solo che il mio protagonista si accorge di essere “cartoonizzato”, ossia coglie la verità romanzesca sotto la menzogna romantica, mentre Fusaro ci costruisce un personaggio mainstream, un radicale in un mondo dove la radicalità ci è preclusa per statuto. Alla fine lui ci fa i soldi e io no: vita cartoonizzata vince romanzo realista 1 a 0. Anche questa è cartoonizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62744 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Gli-struggenti-204x300.jpg" alt="Milani" width="136" height="200" />Eppure non tutto è cartoonizzato; di tragedie ne esistono ancora, lo vediamo tutti i giorni. In quei casi passa la voglia di scherzare. Anche di fronte a esse restiamo cartoonizzati?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La distanza che ci separa dalle cose e dal mondo è ormai stratosferica. Le tecnologie dell’informazione hanno completamente deformato la nostra percezione della realtà. <strong>Viviamo con la velocità negli occhi anche quando siamo in casa, nel posto più isolato, come se abitassimo in un perenne autogrill. Siamo diventati turisti di passaggio nella nostra stessa esistenza,</strong> degli altri ci interessa solo il consenso e l’approvazione che possono darci. La nostra condizione è già abbastanza tragica da renderci insensibili alle sofferenze altrui e quindi ogni cosa ci appare come farsesca, cartoonizzata appunto: il sentimento prevalente nei social non è l&#8217;indignazione o la rabbia, ma l’ironia. Ironia social, la chiamano, e condisce ogni altro e ogni altrui sentimento espresso. Di fronte a questo dilagare dell&#8217;ironia o del sarcasmo, non c&#8217;è tragedia che tenga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I nostri nonni non scherzavano quando si trovavano alle prese con fascisti e nazisti. Quando si trovavano a combattere battaglie per la sopravvivenza e per i diritti in un’epoca in cui venivano negati, contro lo sfruttamento. Ma poi è accaduto che l’Occidente è diventato ricco, ha conosciuto il benessere, ha conquistato molti dei diritti per cui si è battuto. E a quel punto ha iniziato a combattere battaglie di retroguardia, marginali. Non che manchino le battaglie vere in cui cimentarsi. Ma sono in pochi quelli che se la sentono di rischiare. Un tempo non si aveva nulla da perdere. Ora si ha tutto da perdere. Non credi che sia la mancanza di realtà e di tragedia ad aver cartoonizzato il mondo? Non è forse vero che la cartoonizzazione comincia quando finisce la tragedia e inizia la farsa, quando viene a mancare il gancio con la realtà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, lo scollamento tra la percezione e la realtà, tra l’interpretazione e i fatti, ha acuito la mancanza d&#8217;essere di cui parli. Oggi sempre più dobbiamo “avere per essere” e l’invidia per ciò che hanno gli altri e che a noi sembra sempre mancare produce il meccanismo di consumo che tiene in piedi il gran teatro del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Siamo tutti in cerca di una nuova regia e della sceneggiatura più adatta al nostro ruolo” hai scritto. Come mai non ne veniamo a capo? E venirne a capo porterebbe dei benefici?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se troviamo una regia e una sceneggiatura è la fine: significa che siamo diventati personaggi e non persone. Guadagnare un ruolo significa sopravvivere nel mondo della cartoonizzazione, da una parte, e dall’altra rinunciare alla nostra libertà di continuare a cercare. Per questo non se ne viene a capo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62745 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-196x300.jpg" alt="Milani" width="120" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-768x1177.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Leggendo il tuo romanzo mi sono domandato: Milani, vent’anni dopo, avrebbe scritto le stesse cose e in quella forma? Poi mi sono accorto che avevi già fornito la risposta, scrivendo nella postfazione: “Per certi versi, nessuno – o comunque non io – può dirsi molto più adulto del ventiseienne che scrisse quelle pagine”. In altre parole, sei d’accordo con me se dico che il nostro è un mondo nel quale non si diventa mai adulti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un mondo sempre più complesso, che richiede tempi di adattamento sempre più lunghi. <strong>Se è vero che si diventa adulti quando ognuno è ormai ciò che poteva essere e lo accetta, è vero però che il nostro tempo ci spinge a credere che ci sia sempre la possibilità di tentare un’altra strada, di “vivere una vita diversa”.</strong> Quindi l&#8217;impressione di essere “ancora giovani” aumenta. Peccato che sia solo un&#8217;impressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo è un romanzo di idee. C’è tutto il gergo dell’epoca, nelle sue pagine; che in parte è anche quello di oggi. Anche se l’impressione è che, come spesso accade in questo genere di opere, l’impalcatura teorica prevalga sulla resa narrativa, finendo un po’ per sacrificarla. Che ne pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La cartoonizzazione</em> è una sorta di pièce pirandelliana in cui non ci sono personaggi in senso stretto, ma attori che s’interrogano sull’idea di diventarlo e di accettare quindi una regìa e un sacrificio, intuendo che la decisione comporterà qualcosa da guadagnare e altro da perdere: sono persone giovani e fluttuanti colte nell&#8217;atto di esercitare la loro libertà, che è un momento terrificante, sacro. Per forza di cose, con una impostazione del genere, l’azione è sempre percepita dentro il donchisciottismo cerebrale della voce narrante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A <em>La cartoonizzazione</em> è seguito un altro romanzo, sei anni dopo, per Baldini &amp; Castoldi, che doveva esserne la naturale prosecuzione: <em>Gli struggenti o i kamikaze del desiderio</em>. In che rapporto stanno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver affermato sé stesso nelle terribili sessioni di studio e di contemplazione del passato che si infligge, l’io senza nome della <em>Cartoonizzazione</em> diventa Guido, l’ideologo del gruppo di “macchine celibi desideranti” – indifferentemente omo ed eterosessuali –, che negli <em>Struggenti</em> trova un nemico comune da battere nell’orrido architetto Cartesio Curzi, simbolo del pensiero logico-calcolante alla base del nichilismo contemporaneo. <strong>Proprio qui, nell’azione che tenta di realizzare il desiderio di lotta e di rivalsa, il donchisciottismo cerebrale della <em>Cartoonizzazione </em>rompe lo stallo e si trasforma in uno spettacolo d’idiozia spaventoso e a tratti insopportabile</strong> (tanto che l’editor dell’epoca, Canalini, mi suggerì di attribuirlo a una prospettiva “rossobruna”, diremmo oggi, operazione di addomesticamento che mi rifiutai di eseguire). Viceversa, per me tutto si teneva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come va a finire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La cartoonizzazione</em> termina con l’ingresso di un attore spagnolo che porta il gruppo a lavorare, con le forme disponibili al teatro, sulla costruzione di un’identità stabile e fittizia, una cifra riconoscibile, che venga assunta come statuto e faccia da trampolino per individuare un nucleo di desideri opzionabili e di opportunità per realizzarli: è quanto va in scena nel romanzo d&#8217;azione antagonista successivo, e poi in onda sui nostri schermi (il sottotitolo degli<em> Struggenti</em>, “i kamikaze del desiderio”, è posteriore al 2001 e tiene conto di quanto era avvenuto, nel frattempo, col fenomeno del Jihad, non diversamente da quanto deve aver pensato Tiziano Scarpa per il suo <em>Kamikaze d’Occidente</em>, 2003, pubblicato nella stessa collana “Sintonie” dove sarebbero dovuti apparire i miei kamikaze l&#8217;anno prima). <strong>La voce narrante della <em>Cartoonizzazione</em>, che cerca a tutti i costi di trovare, nei modelli della Resistenza e dell’antagonismo di matrice marxista e libertaria, un’identità politica forte in cui riconoscersi, finisce così per preconizzare tanto il colpo di coda donchisciottesco delle “nuove Br” quanto l&#8217;avvento di personaggi popolari come Diego Fusaro, appunto, il marxista-gramsciano scongelato</strong>, nemico del “nichilismo, dell’americanizzazione, della società dei consumi” e di ogni prestito “dalla lingua degli sfruttatori e del mercato assoluto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62746 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Milani-bianca.jpg" alt="Milani" width="119" height="178" />A sentirti parlare, chissà perché, mi viene in mente Willliam Burroughs, <em>La macchina morbida</em>, <em>La lettera che esplose</em>, <em>Nova Express</em>, e cose così. Ma andiamo avanti. Col tempo mi sono convinto che, se il mondo che ciascuno di noi sogna si tramutasse in realtà, per molti sarebbe un incubo. Perché la verità, secondo me, è che il mondo in cui viviamo, nel bene e nel male, è una specie di mondo medio o di sogno medio. E cambierà ogni volta che muterà la media dei nostri sogni, attraverso aggiustamenti tendenti al raggiungimento di nuovi punti di equilibrio. È questo a renderlo vivibile e accettabile per i più. Lo sbaglio in cui quasi tutti incappano, storicamente, è quello di voler a tutti costi eleggere a modello unico, a ideale di bellezza, il proprio mondo sognato, agognato. Per dirla con Cioran: “In ciascuno di noi sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo”. Perché la domanda delle domande è: può esistere un sogno comune a tutta l’umanità? Un mondo ideale per tutti? Io non credo, dal momento che a me appare evidente che ciò che per alcuni è il paradiso per altri è l’inferno. Di questo dovremmo ricordarci; ecco dove hanno fallito le ideologie, le grandi utopie. Che ne pensi al riguardo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono d’accordo. Per me la verità è un processo, non una conquista. E quindi non può e non deve esistere una minoranza che imponga il suo modo di vedere la cose a tutti gli altri. <strong>Ogni utopia che comporti la dittatura di un pensiero unico va combattuta con tutte le forze. Il sogno di eradicare il male e l’errore dalla società umana è un incubo</strong>, perché il male e l&#8217;errore sono proprio l’altro nome della nostra umanità. Per tutto il resto, bastano i robot.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’ultima cosa: spesso gli intellettuali – ma non solo loro – generalizzano fino al punto da rasentare la più totale ingenuità e sprovvedutezza; non trovi che a sparare nel mucchio o si manchi completamente il bersaglio o si faccia strage di innocenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, generalizzare è una brutta abitudine che dipende spesso dall’errore di costruire una teoria per induzione, sulla base di casi specifici. Diversa la circostanza in cui si dispone di una teoria strutturata e la si mette alla prova della realtà, tenendo però conto del fatto che la persona umana non è mai nulla che si possa ridurre al contenuto di una proposizione. Il linguaggio, per quanti sforzi si faccia, resta il modo in cui ci sforziamo di afferrare la realtà, ma è condannato per sua natura a fallire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già. Dite quel che volete, ma una mente così lucida e complessa la si incontra raramente. Non so in che misura abbia ragione e in che misura abbia torto. </strong>Per la verità non so nemmeno se ragione e torto esistano veramente. A volte penso di sì, a volte di no. In ogni caso non fatevi mettere troppo in soggezione. Milani è pur sempre un uomo in carne e ossa, proprio come noi. Leggete i suoi libri, parlatene con gli amici; e anche con lui, se volete. Lo trovate alla sua pagina Facebook, sempre molto attivo e disponibile al dialogo. Mi preme da ultimo segnalare le prossime uscite della collana: il romanzo <em>Codice</em>, di Mauro Giorgi, a settembre, libro non meno misterioso dei romanzi di Kafka. E a seguire <em>Gli ultimi giorni di Lucio Battisti</em> di Iginio Domanin.</p>
<p><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-siamo-diventati-dei-cartoons-turisti-di-passaggio-nella-nostra-esistenza-gianluca-barbera-dialoga-con-giulio-milani/">Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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