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	<title>Jean Cau Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 08 Jul 2023 05:04:36 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Ragazzi del 2000, che cosa diventerete senza le vecchie fedeltà?&#8230; Creperemo a forza di essere falsi americani”. Jean Cau, un anticonformista in lotta contro la decadenza</title>
		<link>https://www.pangea.news/jean-cau-ritratto-breschi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 08:48:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[antimoderno]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Breschi]]></category>
		<category><![CDATA[decadenza]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Je suis l’Empire à la fin de la décadence, / Qui regarde passer les grands Barbares blancs / En composant des acrostiches indolents / D’un style d’or où la langueur du soleil danse». Ovvero, nella traduzione di Luciana Frezza: «Sono l’Impero alla fine della decadenza, / che guarda passare i grandi Barbari bianchi / componendo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-cau-ritratto-breschi/">“Ragazzi del 2000, che cosa diventerete senza le vecchie fedeltà?&#8230; Creperemo a forza di essere falsi americani”. Jean Cau, un anticonformista in lotta contro la decadenza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Je suis l’Empire à la fin de la décadence</em>, / <em>Qui regarde passer les grands Barbares blancs</em> / <em>En composant des acrostiches indolents</em> / <em>D’un style d’or où la langueur du soleil danse</em>». Ovvero, nella traduzione di Luciana Frezza: <strong>«</strong><strong>Sono l’Impero alla fine della decadenza, / che guarda passare i grandi Barbari bianchi / componendo acrostici indolenti / dove danza il languore del sole in uno stile d’oro».</strong> Così recita la prima strofa del sonetto <em>Languore </em>(<em>Langueur</em>), raccolto in <em>Jadis et naguère</em> di Paul Verlaine.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78032 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-28-e1595053179556-182x300.jpg" alt="" width="303" height="499" />Nessun popolo come quello francese – intendo il popolo delle lettere – è stato così potentemente contagiato dall’ossessione della decadenza negli ultimi due secoli. Credo lo si spieghi bene con il fatto che la Francia è stata la terra che 231 anni fa ha partorito la Rivoluzione con l’iniziale maiuscola e, con essa, la Modernità con l’iniziale altrettanto maiuscola. <strong>La rivoluzione del 1789 ha posto fine alla monarchia che, più di ogni altra, si era approssimata al suo idealtipo assolutistico, quanto meno nella retorica e nella capacità di auto-rappresentazione. Furono i rivoluzionari dell’estate di quel fatidico anno a bollare come <em>Ancien Régime</em>, nel senso di così vetusto da essere anacronistico e da rottamare senza sconti né rimborsi, non soltanto un sistema politico e sociale, ma un’intera epoca, addirittura potremmo dire un universo mentale e culturale in senso antropologico.</strong> Fu la fine dell’età feudale e l’assunzione della modernità, del proprio presente, come inizio di una nuova epoca, diametralmente opposta alla precedente. Non solo materialmente diversa, ma persino moralmente. Il bene che trionfa sul male, la giustizia e l’equità sul sopruso e il privilegio. Non fu subito chiaro, anche se l’entusiasmo ben presto divampò fino alle stelle, ma la consapevolezza che nulla sarebbe tornato come prima lo compresero anzitutto i più acerrimi avversari della rivoluzione. Furono loro a segnalare a fautori e simpatizzanti della rivoluzione che il padre era morto, con tutti gli avi e il passato ingombrante, d’un colpo liquidato, così che il figlio si auto-fondava e s’intestava l’intera ipoteca sul futuro.</p>
<p>*</p>
<p>La letteratura sulla decadenza ha continuato ad avere in Francia la propria patria d’elezione anche dopo che la Germania ha visto l’autoctona <em>Kultur </em>soccombere alla <em>Zivilisation</em> nella battaglia campale seguita al 1789 e durata circa centocinquant’anni. Tutt’ora regina sul tema, si pensi solo a Michel Houellebecq o Éric Zemmour tra i tanti, proprio in materia di decadenza la saggistica letteraria e filosofica d’oltralpe si è mostrata sovente trasgressiva rispetto al discrimine destra/sinistra. <strong>Figura esemplare di questi frequenti oltrepassamenti compiuti in nome dell’antimodernità e dell’ossessione per la decadenza è <a href="http://www.gallimard.fr/Contributeurs/Jean-Cau" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jean Cau</a>. </strong></p>
<p>Segretario di Jean-Paul Sartre dal 1947 al 1956, <em>enfant prodige </em>della sinistra francese, ad un certo punto libera la propria sensibilità da sovrastrutture ideologiche e mode intellettualistiche, elementi estranei a ciò che istintivamente sente. E passa il guado. A destra? Alcune idee o, com’egli avrebbe preferito dire, alcune esigenze naturali lo avvicinano chiaramente alla tradizione del pensiero controrivoluzionario francese, con in testa un Joseph de Maistre. <strong>Ma oltre all’ordine e alla sua affermazione, <a href="http://www.pangea.news/dobbiamo-tornare-alla-grotta-alla-pergamena-e-stalin-e-un-ditale-riscopriamo-jean-cau-ribelle-alla-stupidita-odierna-ovviamente-impubblicabile/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cau ama la negazione</a> quando l’ordine è oramai rugginosa impalcatura che cerca di nascondere la decomposizione. È un “barbaro” che ricorda il nietzscheano uomo non corrotto dagli ideali ascetici e che perciò dice sì alla vita.</strong> L’avversione nei confronti della modernità democratico-borghese e di ciò che essa comporta (in una parola, la decadenza) lo apparenta ad una schiera di autori, fra loro non sempre sovrapponibili, ma tutti comunque distanti dalla sinistra marxista e socialdemocratica.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78033 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-35-203x300.jpg" alt="" width="350" height="518" />Allora Cau è di destra? Lasciamo rispondere il diretto interessato: «non si sfugge a questa oscillazione tra sinistra e destra – destra e sinistra – e a nulla serve urlare che non sono un pallone da football volteggiante da una parte all’altra del campo e preso a calci dalle due squadre: i giocatori sono sordi». In <em>Contre-attaques</em>, saggio il cui manoscritto aveva consegnato ad Alain de Benoist nel 1993, poco prima di morire, dicendo «È un testo per voi, fatene ciò che volete», <strong>Cau dichiarava di non avere un’ideologia, una teoria razionale con la quale orientarsi nel mondo orientandolo, ma piuttosto «un modo di vivere [ch]e partecipa più della vita che della ragione».</strong> Su Cau non esercitò particolare attrazione nessun modello politico, semmai a dominare nella sua opera è sempre stato l’elemento estetico, poiché la vita è solo una questione di stile e «l’uomo di stile non propenderà per nessuna» delle due parti in cui abitualmente si articola il gioco parlamentare; <strong>«gioiosamente o cupamente si porrà al di sopra, per elegante esercizio della sua volontà libera e per naturale inclinazione a una solitudine che rompe solo per decisione e per scelta».</strong> Se proprio volessimo azzardare una definizione, sempre e comunque insoddisfacente, potremmo parlare di un esteta anarchico, di una destra “strettamente personale” che detesta la politica democratica e ama la dea pagana della bellezza. Un pagano è stato il brillante saggista francese, nel senso etimologico, arcaico e un po’ idealizzato della parola: l’abitante del <em>pagus</em>, del villaggio, il contadino in comunità di tradizioni pervicaci ed immani fatiche sopportate.</p>
<p>*</p>
<p>Cos’è, in conclusione, la decadenza per Jean Cau? Proprio nelle pagine consegnate ad Alain de Benoist come testimone in un’ideale staffetta così rispondeva: <strong>«C’è decadenza quando una civiltà non <em>risponde più</em>, quando non ha più capi che portino in loro la certezza e pronuncino la decisione. La civiltà non ha più preti per lodare un Dio (qualunque) e affermarlo <em>vero</em>».</strong> Manca la fede in ogni dove e soprattutto nella verità. Tutto si liquefa, tutto svapora e la libertà concepita dal nuovo borghese scaturito dagli sviluppi della rivoluzione del 1789 ha come compito «la trasformazione di tutti i vincoli responsabili in rapporti contrattuali con possibilità di rescissione», per dirla con le parole vergate da Ernst Jünger nel 1932, quando nel suo <em>Operaio </em>trasfigurava configurazioni marxiane entro nuove forme guerresche di milizia tecnocratica del lavoro. È per questo che la prima parte di <em>Contre-attaques</em> si compendia in un <em>Elogio sconveniente del pesante</em>, tutto giocato sui significati reconditi dei termini «leggero» e «pesante». Nel ripensamento di Cau il primo di essi ha a che vedere con l’effimero, mentre il secondo fa pensare a qualcosa di duraturo. Dallo specchio della mattina davanti a cui ci si rade con rasoi Bic, al parabrezza dell’auto che corre per le autostrade bagnate dalla pioggia, dal confronto con se stessi alla visione di ciò che è fuori: ecco come nasce quell’elogio sconveniente, un flusso di pensieri non ortodossi che compiono scorribande nella mente di Cau e dei suoi lettori.</p>
<p>*</p>
<p>Pesante era la vita quando era una cosa seria, fatta di fatica e sudore quali uniche monete di scambio per la sopravvivenza. Lo ricorda il bambino che andava al pozzo e se ne tornava a casa con due secchi pieni d’acqua. <strong>Perfino l’acqua era una conquista, frutto di una lotta o quantomeno di uno slancio, di una tensione nella coscienza, di un atto di volontà (propria o di altri, qui non conta). Compiere un sacrificio significava ricevere ricompense, materiali o morali. O entrambe.</strong> In ogni caso, rendevi sacro il tuo tempo e il tuo spazio. Entrambi prendevano consistenza e splendevano.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78034 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro3-178x300.png" alt="" width="322" height="543" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-178x300.png 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3.png 502w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" />Senza dubbio in questa rappresentazione cova della nostalgia per il bel tempo andato. È l’<em>amarcord</em> di chi, nato da umili origini, ha vissuto in una società già industrializzata, ma in cui l’agricoltura e la connessa cultura contadina svolgevano ancora un ruolo di primo piano, formavano coscienze e irrobustivano nervi. Cau è appartenuto ad una generazione, quella nata negli anni Venti (lui era del 1925), che assistette, specie in Europa, a trasformazioni tanto rapide quanto radicali: <strong>«Basta avere vissuto mezzo secolo per fare paragoni tra ciò che è stato e non sarà più. […] E il tempo, che andava al passo del cavallo, ora corre più veloce del suono. Oramai anch’esso viene consumato dalla velocità».</strong> Tutto così scorrevole in un batter d’occhio che l’intero mondo si alleggerisce. Così non è, in realtà, e l’attuale crisi della globalizzazione lo conferma, ma in tal senso s’illuse un’intera generazione nutritasi di un cocktail mortifero, che è nato, scrive Cau, dalla mistura esplosiva di cristianesimo, marxismo e freudismo. La bevanda così ottenuta ha un retrogusto amaro ed effetti deformanti in chi la ingurgita. Ne vien fuori una creatura abnorme e insidiosa, dotata di tre teste: «il professore di psicoanalisi cristiano di sinistra ex sessantottardo».</p>
<p>*</p>
<p>Le pagine di Cau proseguono tra eccessi e <em>divertissement</em>, in perfetto stile da saggista francese, sempre un po’ <em>flâneur</em>. L’estremo che Cau costeggia merita uno sguardo da parte di quel lettore che comunque è in cerca di antidoti al sonnifero della pseudocultura che domina il nostro presente. Pagine consone al lettore conscio dell’importanza civilizzatrice del restare svegli. Ecco il motivo per cui le parole testamentarie del francese risuonano a distanza di quasi trent’anni. <strong>«Ragazzi del 2000, che cosa diventerete senza le vecchie fedeltà?», si chiedeva allora, nel 1993, ci chiediamo noi oggi, nel 2020. Secondo Cau, «creperemo a forza di essere falsi americani».</strong> Virulento è l’antiamericanismo che percorre le pagine di <em>Contre-attaques</em>. È un’invettiva che non conosce misura. Ma Cau si mostrava conscio della grave corresponsabilità delle élites finanziarie e politiche che governavano l’Europa, soprattutto a partire dagli anni Settanta. In effetti, le cause di una colonizzazione, qualunque forma essa assuma, vanno ricercate non solo nella forza del conquistatore ma anche nella debolezza del conquistato, quando non nella sua complicità co-interessata. Come funziona la colonizzazione culturale? «Il procedimento è semplice: si spezza per meglio fondere in uno stesso crogiolo i frammenti ottenuti». Spezzare le fedeltà, i legami, la lealtà e il rispetto che onora e quell’adempimento della consegna affidata che nobilita l’esecutore, lo eleva.</p>
<p>*</p>
<p>Vogliamo chiudere con un ultimo contrattacco, tra i molti che Jean Cau sferra. È riservato all’impatto di una cultura video formata sull’umano contemporaneo (siamo nei primi anni Novanta, è bene ricordarlo): <strong>«La TV (e siamo solo all’inizio dei suoi danni) l’abbrutisce lentamente ma sicuramente. O l’addormenta in un sonno ebete; o lo rimpinza di sogni pazzi che lo destabilizzano nella sua stessa carne. E qui nomino l’erotizzazione di massa. La sua enorme stupidità denudata.</strong> La trasformazione della donna in stupida <em>polpa</em>. […] Questi corpi non hanno più anima. […] Siamo seri: l’erotizzazione di massa conduce la massa alla solitudine. All’amarezza di vivere vite la cui inevitabile banalità pian piano dà la nausea e – senza sapere perché, essendo la testa senza difese – la disperazione». Non credo serva altro ancora per invitarvi a leggere Jean Cau.</p>
<p><strong><em>Danilo Breschi</em></strong></p>
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		<title>“Non avrai una vita Ernesto Che Guevara, ma un destino”. Sul “Che”, il corpo della Storia</title>
		<link>https://www.pangea.news/che-guevara-corpo-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2019 04:22:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Che Guevara]]></category>
		<category><![CDATA[Domodossola]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Cau]]></category>
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		<category><![CDATA[Vallecchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dunque il corpo della Storia è quello. Un corpo immobilizzato sulla barella, terreo, gli occhi come selci che separano ricordo a codardia. La barba caotica conferisce al corpo, il corpo della Storia, un’ambizione cristica – un Cristo con la divisa da guerrigliero. Giovanni Bellini in Bolivia saprebbe trarre una fatidica Deposizione, con stuolo di estatici [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-guevara-corpo-storia/">“Non avrai una vita Ernesto Che Guevara, ma un destino”. Sul “Che”, il corpo della Storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dunque il corpo della Storia è quello. Un corpo immobilizzato sulla barella, terreo, gli occhi come selci che separano ricordo a codardia</strong>. La barba caotica conferisce al corpo, il corpo della Storia, un’ambizione cristica – un Cristo con la divisa da guerrigliero. Giovanni Bellini in Bolivia saprebbe trarre una fatidica Deposizione, con stuolo di estatici visitatori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quelli non sono discepoli, però – ma nemici, forse traditori (anche in questo, si rispetta il cliché evangelico). Uno per tenacia ricorda Tommaso – il fucile al posto dell’indice. Insieme agli altri ammira il corpo, il corpo della Storia, con un certo timore: e se non fosse morto? Quante vite può avere un mito, quante può valerne?</strong> Due soldati, uno con una granata appesa alla giacca manco fosse un fazzoletto da tasca, fissano la camera, complici, severi. Pensano di poter sostituire quel corpo, certi di aver fatto la Storia. Ma la Storia – e la Storia, si sa, ha un odore laido, la Storia non è di chi attraversa i giorni nuotando, facendosi bombardare da un sospiro di stelle – non si fa imbragare dai briganti di terz’ordine. Il morto ha un viso così indelebile da essere replicato – manco fosse il Crocefisso – in centinaia di migliaia di bandiere e di t-shirt. Si può dire che il giorno della morte, in realtà, coincida con il giorno della nascita di quel corpo, il corpo della Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_70815" aria-describedby="caption-attachment-70815" style="width: 443px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70815" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-300x199.jpg" alt="" width="443" height="294" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small.jpg 776w" sizes="(max-width: 443px) 100vw, 443px" /><figcaption id="caption-attachment-70815" class="wp-caption-text">Il &#8216;Che&#8217; fotografato da Osvaldo Salas (1914-1992): &#8220;Nel 1959, mentre Castro conduce con successo la rivoluzione cubana, lo chiama a Cuba. Osvaldo Salas, accompagnato dal figlio Roberto, allora diciottenne, ritorna e diventa capo del dipartimento di fotografia del quotidiano Revolución ed illustrerà per ventitré anni l&#8217;evoluzione dell&#8217;avventura cubana&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è l’enigma: la gloria bacia qualcuno, ma la Storia ha bisogno di un morto per compiersi. Un morto dalla natura immortale</strong> <strong>– così quei colpi che bucano il collo, in realtà, sono stimmate, e subito, qualcuno, come i venditori di reliquie del Medioevo, misura e prezza il dito mignolo del ‘Che’, il naso, l’occhio destro, la fibbia della cintura, la rotula, il prepuzio.</strong> C’è chi pensa di fatturare reliquie fasulle, tratte da un misero calco, e di venderle nell’imbuto sudamericano, e poi a Nord. Anche qualche adepto della Cia non rifiuta l’acquisto dell’unghia del ‘Che’, perché al netto delle infamie – la Storia è così, eleva dal niente i bastardi per ergerli a re – conta l’eroe, e chi non preferisce una giungla all’ombra di un grattacielo di Manhattan, e chi non imbraccerebbe la prima, perfino la più misera, guerra ‘per la libertà’ pur di sfilarsi dalla frustrazione quotidiana. Meglio il massacro che timbrare il cartellino, osa dire, qualcuno, ingoiando quella vigliaccata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Disposti a tutte le guerre perché il sangue è eros e la parola magica, ‘popolo’</strong> è come falangi di visionari straccioni al casino, estasi, eutanasia dell’ordinario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La spavalderia prima dello spavento: la Storia è un lebbrosario. Assurgere a simbolo è una dannazione, per un uomo – ogni scelta è una finestra sul fraintendimento.</strong> La fotografia del ‘Che’ ucciso sembra una deposizione bastarda: la t-shirt al posto del sudario, i comizi al posto del sepolcro schiantato, <em>La guerra di guerriglia </em>al posto del Vangelo. Qualcuno è stato Giuda – di certo, risorgerà. Uno sbaglio della giovinezza, l’avventatezza dell’avvenire, fece dell’avventuriero un castrista che castrava. Anche uccidere, nella foga ideale, può essere disciplina. Non gli restò che morire per dare autenticità alla Storia – della sua resta un corpo, parte di ceramica, il ‘Che’ non era più lì, era una medaglia, una canzone, una bestemmia, una utopia, un sibilo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro più bello sul ‘Che’ lo ha scritto un irredimibile scalmanato, che ha fatto il salto dalla <em>gauche</em> all’abisso, <a href="http://www.pangea.news/dobbiamo-tornare-alla-grotta-alla-pergamena-e-stalin-e-un-ditale-riscopriamo-jean-cau-ribelle-alla-stupidita-odierna-ovviamente-impubblicabile/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jean Cau.</a> Nel 1978 firma, per Juillard, <em>Une passion pour Che Guevara</em>, poi pubblicato dalla risorta (per poco) Vallecchi nel 2004, con prefazione di Pino Cacucci, poi scomparso. <strong>“È il ritorno dalla battuta e i cacciatori hanno finalmente ferito e catturato la più temibile di tutte le fiere. Ti hanno obbligato a camminare, malgrado le tue ferite, ma il ritorno verso il villaggio di La Higuera assumeva un’andatura troppo lenta di processione. Inciampavi, somigliavi a un Cristo che due centurioni portano o trascinano, non si sa.</strong> Le tue braccia passate sopra la spalla dei due ‘berretti verdi’ che ti tenevano, così sistemato, per i polsi. I tuoi piedi che sfioravano il suolo. ‘Pesa…’, ha detto uno dei soldati all’ufficiale. ‘Pesa mucho…’. Allora l’ufficiale ha detto di portarti con una coperta. Ecco fatto. Quattro soldati serrano tra i pugni i cordoni di questo drappo funebre che ondeggia come un’amaca al ritmo della loro marcia. Stelle rosse vi nascono: il tuo sangue che inzuppa la coperta”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70818 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1-204x300.jpeg" alt="" width="259" height="381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1-204x300.jpeg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1.jpeg 283w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Con la profezia della morte che avvampa, Jean Cau racconta la storia del ‘Che’ <strong>(“Ciò che mi affascina e mi commuove è la serietà che metti nel recitare una parte di politico rivoluzionario che non è tua. Sono affascinato perché so che hai un appuntamento a La Higuera e che la luce alla Rembrandt del tuo cadavere nudo – della pelle così bianca, del petto imberbe e così mortalmente lattiginoso – spostato (era sul lavello) per collocarlo su questa sorta di tavolo-barella, e la luce che illumina questo libro, decompone l’universo della tua vita… Non avrai una vita, Ernesto Che Guevara, ma un destino”).</strong> Riesce a essere fermo all’estasi, Cau (“Mi piace ammirare. Mi piace rispettare. Mi piace arrendermi, quando sono vinto dall’angelo. Ebbene, ti amo e ti rispetto, ma con un’irritazione che mi indigna. Quanto ad arrendermi a te, no, anche se per un omaggio respingo la terra della mia salvezza”); legge nel ‘Che’ l’ulteriore fine di un mondo, come se l’assassinio (di spalle) chieda d’essere temprato nel reiterare. “E i giovani dell’Occidente… Sono così giovani ed io, sulla mia sedia di paglia, improvvisamente così vecchio. Avrò saputo leggere e scrivere. Amare, non so. Vivere? Oh, non c’è di che vantarsene quando non si è morti a vent’anni. Come te, Ernesto, figlio mio, che non avesti mai un’altra età. E i giovani dell’Occidente che non la finiscono di sognare la Rivoluzione hanno appuntato il ‘poster’ del guerrigliero al muro della loro stanza. Per alimentare gli ultimi fuochi del forno che si spegne, non hanno altro che questo rettangolo di carta, lambito dal languore delle fiamme e che si contorce sotto la carezza”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spesso, sul corpo morto del ‘Che’ s’impalca la metafora cristica – quel corpo a Jean Cau pareva dipinto dal Mantegna</strong>, aveva la torsione luminosa di Rembrandt. Qualcosa di pittorico e di preordinato, comunque – forse perché il destino è un artista. “Da tremila anni muore lo stesso toro nero che ho visto mille volte rotolare e il sole girava tra le sue alte corna. Da duemila anni il Crocifisso agonizza e rinasce ogni giorno sino alla fine del mondo. Si dice. Topi, tori e Gesù Cristi, ce ne sono sempre a bizzeffe”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il ‘Che’ ammorba la Storia, frate nel convento del proprio ego. <a href="http://www.pangea.news/che-guevara-le-lettere/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nelle lettere pubblicare da poco a Cuba</strong> </a>come <em>Epistolario de un tiempo. Cartas 1947-1967</em>, il ‘Che’ si districa dai ruoli governativi (“Abbiamo commesso molti errori in ambito economico. Il primo, il più importante, è stata l’improvvisazione con cui abbiamo portato avanti le nostre idee, tramite una politica estemporanea”, scrive a Castro), percorre il preludio di una filosofia anarchica (“A Cuba non viene pubblicato nulla, se escludiamo i ‘mattoni’ sovietici che hanno l’inconveniente di non farti pensare, dal momento che sono stati scritti perché tu debba soltanto digerirli… Abbiamo fatto molto, ora dobbiamo imparare a pensare”, scrive ad Armando Hart, Ministro dell’Educazione cubano). <strong>Ma la Storia lo ha avvinto, divorando il suo volto, per renderlo riconoscibile a tutti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensando al ‘Che’, prediligo lo scarto, il ‘pazzo in Dio’, che adempie la fede nel fango dell’irriconoscenza, nel gargarismo dell’incomprensione. Scacciato da tutti, cacciato da ogni luogo, senza l’armatura della tunica, il ‘pazzo in Dio’ indossa quei versetti scanditi e sconvolgenti di Paolo: </strong>“Andavano, vestiti di pelli – senza niente – bastonati – bistrattati – il mondo non è degno di loro. Perlustravano i deserti, le montagne, s’inoltravano nelle grotte della terra” (<em>Lettera agli Ebrei</em> 11, 37-38). Radicalità che abbaglia per eccesso di precisione, che ha dettaglio in questi versetti intagliati della <em>Prima lettera ai Corinzi </em>(3, 18-19), che qui segno secondo la traduzione di Giovanni Testori:</p>
<p>Non cedete<br />
a seduzione.<br />
Chi di voi<br />
secondo le regole del mondo<br />
si sente sapiente,<br />
s’annulli<br />
e si faccia demente.<br />
Solo allora<br />
si sentirà<br />
veramente sciente.<br />
La scienza di questo mondo<br />
presso Dio<br />
è totale insipienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al corpo della Storia antepongo il suo opposto: la carne.</strong> Allo stremare dell’azione, lo spreco.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Questo testo è stato pensato per l<a href="https://lecoledesitaliens.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a mostra “Che”, in atto a Domodossola</a> nel 2019</em></strong><em>. Vi si mostravano fotografie di René Burri, Alberto Korda e Osvaldo Salas, da collezione privata. L’interesse particolare riguardava alcuni scatti, presi da anonimo a La Higuera, Bolivia, il 9 ottobre 1967, che mostrano il ‘Che’ morto.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/che-guevara-corpo-storia/">“Non avrai una vita Ernesto Che Guevara, ma un destino”. Sul “Che”, il corpo della Storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La letteratura come tauromachia, ovvero: elogio di Jean Cau (nell’arena è meglio di Hemingway)</title>
		<link>https://www.pangea.news/jean-cau-toro-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 04:23:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A 33 anni Ernest Hemingway si crede Cristo e scrive il suo libro più bello, “con la sua perpetua esibizione di onniscienza, di virilità e di antica saggezza riguardo al mistero della vita e della morte” (Masolino d’Amico). Nel 1932 Hemingway stampa il saggio romanzesco Morte nel pomeriggio. Parla della Spagna, della corrida, del sangue [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>A 33 anni Ernest Hemingway si crede Cristo e scrive il suo libro più bello, “con la sua perpetua esibizione di onniscienza, di virilità e di antica saggezza riguardo al mistero della vita e della morte” (Masolino d’Amico).</strong> Nel 1932 Hemingway stampa il saggio romanzesco <em>Morte nel pomeriggio. </em>Parla della Spagna, della corrida, del sangue e della morte. Non si scende nell’agone per uccidere la bestia, ma per il rischio di essere uccisi. Lì – non c’entrano gli animalisti, in questo discorso, ma l’animalità – si evoca il rito del Minotauro, a volte l’arena ha viso di labirinto. Anche secondo Luca Doninelli <em>Morte nel pomeriggio </em>è il libro più alto di Hemingway. Avido di matador, Hemingway torna in Spagna nel 1959: per “Life” pubblica una serie di articoli che diventano <em>Un’estate pericolosa. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70794 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro1-11-197x300.jpg" alt="" width="213" height="324" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-11-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-11-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-11.jpg 221w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" />“Sulla strada del ritorno, nell’auto di Manolo V</strong><strong>ázquez flagellata dal diluvio, fanno a pezzi Hemingway e il suo prossimo libro sulla tauromachia che comincia a uscire a puntate nell’edizione americana di Life… Penso che don Ernesto ne ha avuto del fegato a rimetter piede in Spagna. Non è simpatico qui”.</strong> Hemingway ha raccontato la morte del toro con nitore cinematografico: ma qui la bestia è mito, la sua morte una liturgia. Solo <a href="http://www.pangea.news/dobbiamo-tornare-alla-grotta-alla-pergamena-e-stalin-e-un-ditale-riscopriamo-jean-cau-ribelle-alla-stupidita-odierna-ovviamente-impubblicabile/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jean Cau</a> poteva permettersi di <em>matare</em> Hemingway: sul <em>Toro</em>, in effetti, sull’arte arcaica, terribile, sanguinaria, suprema della tauromachia ha scritto il libro più profondo. Pubblicato da Longanesi nel 1962, torna, ora, <a href="https://www.idunaeditrice.it/catalogo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per Iduna,</a> nella stessa traduzione di allora (Elisa Morpurgo), per la cura di <a href="http://www.pangea.news/volevo-un-libro-che-mandasse-in-estasi-il-lettore-come-2001-odissea-nello-spazio-quali-sono-i-libri-che-raccontano-la-vostra-vita-dialogo-con-carlos-dercole/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Carlos D’Ercole, bibliomane folle</a>, autore, l’anno scorso, di un libro imparagonabile, <em>Dizionario Gonzo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’uomo vive nel confronto con la morte – anche amare è una tauromachia. Jean Cau, tuttavia, a differenza di Hemingway, non indugia nel lago metaforico. “Michel Leiris ha detto press’a poco che anche in letteratura c’è il pericolo di prendersi una cornata. Ciò significa che lo scrittore deve assumersi dei rischi e andare fino in fondo alla ricerca della sincerità.</strong> Egli considera la letteratura ‘come una tauromachia’… Rimane il fatto che questa angoscia non ha nulla a che vedere con la paura che ti strappa il cuore e ti secca la bocca, con la paura nuda e selvaggia della vera morte. Che un matador di parole rischi la ragione, la salute e l’avvenire dei suoi figli è cosa che merita certamente rispetto e (se l’uomo ha talento) ammirazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non indugia nell’estasi, non rende angelico il matador: Jean Cau racconta, in un reportage corrusco, un tour nella giugulare umana, perfino i trucchi, le bassezze, la sbrigativa malizia di certi affettatori di tori. Fermezza ed eleganza sono tutt’uno. Sangue e splendore meridiano. <strong>“Avrebbe voluto che la società, la politica, la vita degli uomini fossero orientate alla bellezza. ‘Per me ciò che è bello è buono e non viceversa’, diceva, ‘quando c’è bellezza, appare la mia moralità: fatta di ammirazione’”, </strong>scrive <a href="https://www.centrostudilaruna.it/jean-cau.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alain de Benoist in un efficace, raro ritratto</a> di Jean Cau. “Bimbo in decadenza”, si diceva Cau. “Se ti chiedi, ‘chi sono?’, non cercare troppo in là la risposta: sei ciò che eri nella tua infanzia, quando vivevi senza difese, in innocenza. Dimmi che bambino eri e ti dirò chi sei e cosa sarai”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70795 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-194x300.jpg" alt="" width="213" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18-1320x2045.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-18.jpg 1401w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" />Nelle prime pagine, nella <em>Nota</em>, Cau sistema la questione ‘politica’. “Molti pericoli minacciano l’uomo di lettere che s’azzardi a parlar di toros e ne elencherò alcuni: 1) Lirismo e letteratura. Vale a dire, il costume di luce, sangue, tragedia, morte e così via. 2) Se è uno straniero (ed è il mio caso) il ridicolo. 3) La tentazione di mentire. Più o meno, questo pericolo numero tre si ricollega al numero uno. 4) La tentazione della ‘verità’. Cioè, la tentazione di vedere nella corrida soltanto un’immensa e maleodorante cucina. Infine, un onest’uomo può incorrere in un pericolo ancor più grave: <strong>quello di farsi giudicare fascista. Infatti, com’è noto, l’uomo di sinistra si picca di sputare sulla corrida, spettacolo ripugnante, marcio di bestialità e superstizioni, dedicato alla parte più ‘mistificata’ dell’uomo in generale e dell’uomo spagnolo in particolare.</strong> Giacché ho poppato alle mammelle della sinistra, mentirei se negassi che questi argomenti mi danno un vago imbarazzo… <strong>La corrida, si sostiene, sarebbe uno spettacolo essenzialmente fascista. Il sangue, la virilità, la morte, il sesso, insomma tutti gli ingredienti che, in dosi diverse, ne fanno parte, rivelerebbero la loro natura perversa se esaminati ai microscopi perfezionatissimi della sinistra.</strong> A dir il vero noi ci siamo fatti sino a poco tempo fa un’immagine stereotipata dell’uomo di sinistra che lo stalinismo ha contribuito ad alimentare. L’uomo di sinistra era una specie di santo, più virtuoso di Catone, più dolce di Gesù, bevitore d’acqua, fermo nei suoi propositi, deciso e al tempo stesso misurato nei suoi atti, il cuore colmo d’amore per l’umanità e di democratico orrore per la violenza. Vestito di bianco, il viso disteso, la voce calma, si chiamava Stalin e (così ci appare in un film sovietico) coltivava le rose. In sostanza, la sinistra incarnava la virtù, la destra il vizio”. Morale, firmata da Siviglia, il 24 ottobre 1960: “La mia intenzione non è di demistificare (parola di moda) la tauromachia (si ‘demistifica’ tutto coi tempi che corrono), ma di scrivere con penna salda e insieme affettuosa”. In effetti, questo è un libro che corre, è un’incornata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nato nel 1925, segretario di Jean-Paul Sartre dal 1947 al 1956, pupillo della sinistra, “figlio indocile”, Lancillotto di genio, “il più grande”</strong> (secondo Pierre Bénichou, stretto collaboratore e intimo amico di Mitterrand), tra le tante cose, nei mirabili Sessanta, Jean Cau scrive la sceneggiatura de <em>La calda preda </em>di Roger Vadim (con Jane Fonda e Michel Piccoli), del <em>Ribelle di Algeri </em>(per Alain Cavalier, con Alain Delon e Lea Massari) e di <em>Borsalino</em> (con Jean-Paul Belmondo e Delon, che diventerà suo amico). <strong>Soprattutto, nel 1961 vince un Goncourt con <em>La pietà di Dio</em>, stampato da Gallimard e prontamente tradotto da Mondadori (per firma di Roberto Cantini) l’anno dopo, a dire del genio repentino di Cau. Quelli, però, son pure gli anni in cui l’enfant prodige scopre l’intima ipocrisia della <em>gauche</em>. </strong>“Ero esigente, asciutto, piuttosto duro. Credevo in certe cose, in certi ideali, in certi valori. Poi incontro Sartre e mi impegno in sezioni dell’intellighenzia francese. Con mio grande stupore, cosa scopro? Che questi intellettuali erano tutti di origine borghese, ma adoravano il popolo e la sinistra. Non hanno mai visto un lavoratore in vita loro, hanno dei domestici, delle cameriere, degli schiavi, insomma, ma sono di sinistra. C’era un atteggiamento nevrotico, un regolamento di questioni personali. Incapaci di essere se stessi, sono andati dal popolo”. <img decoding="async" class=" wp-image-70796 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6-203x300.jpg" alt="" width="219" height="324" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6-768x1135.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6-693x1024.jpg 693w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6-1320x1950.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-6.jpg 1610w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" />Da allora, Cau continua a scrivere, moltissimo <a href="http://www.gallimard.fr/Contributeurs/Jean-Cau" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(i libri editi da Gallimard li vedete qui),</a> <strong>ma scompare, sostanzialmente, dall’orizzonte editoriale italiano che conta. </strong>L’editore Volpe pubblica <em>Il papa è morto… </em>(1969), <em>Le scuderie dell’Occidente </em>(1973) e <em>Il cavaliere, la morte e il diavolo </em>(1979); Settecolori edita, nel 1993, <em>Il popolo, la decadenza e gli dei. </em>Insomma, Jean Cau è felicemente squalificato tra gli autori ‘di destra’. Eppure, Cau è inafferrabile: nel 1971, in <em>Le Temps des eclaves</em>, fa di Yukio Mishima la chiave per scassinare una società imprigionata nel perbenismo (“Ciò che vale non è la vita in sé, ma ciò che si fa di essa… quando non ci sono più veri Maestri, tutta la società è schiava. Ma sono schiavi tristi e vuoti”); nel 1984, in <em>Proust, le chat et moi</em>, torna alla tauromachia e descrive la “Recherche” come ultimo grande romanzo dell’Occidente (“Per quale mistero la tauromachia assomiglia alla letteratura? Nel fatto che l’autore ha vinto il tempo e ripetuto le sequenze di una vita irresponsabile attraverso la letteratura. Nel fatto di aver vissuto l’infanzia dell’arte e per il fatto che l’arte è una eterna infanzia. <strong>La <em>Recherche</em> è l’ultimo romanzo dell’Occidente. Sullo sventrato Titanic dell’Occidente, Marcel Proust ha scritto, con la <em>Recherche</em>, l’ultima sinfonia di violini prima della fine. Dopo la <em>Recherche</em> nessun Grande Scrittore può emergere dai fianchi decomposti della decadenza”).</strong> D’altronde, per Juillard, nel 1979, Cau firma il suo elogio per il ‘Che’, <em>Une passion pour Che Guevara</em>, stampato da Vallecchi nel 2004, con prefazione di Pino Cacucci, da cui ci abbaglia quella frase indimenticata: “ci sono mille modi di suicidarsi. Balzac scelse il caffè, Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia, e Guevara la giungla”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piace questo scrittore sconsiderato e antimoderno, anticonvenzionale, che ha il gusto di prendersi il giro, che non ha il culto della morte – lo ha, per dire, Henry de Montherlant – ma il senso alto della sfida.</strong> <em>Toro</em>, molto semplicemente, che non ha il nitore del tramonto – quello è Hemingway, semmai – ma il vorace della luce intera, diretta, eretta, ha pagine molto belle. “Ecco Ordóñez, la fronte quadrata sotto i capelli ben lisciati dall’attaccatura bassa, il viso pieno, il mento grasso, il ventre ben nutrito. Una curvatura potente gli gonfia le spalle e contribuisce non poco a dare alla veronica ordoñesca quella forza e quella dolcezza davvero uniche, quel suo lento svolgersi inimitabile. Si può preferire il gioco di cappa di un altro torero. Non si può negare che quello di Ordóñez è di una profondità sconvolgente. <em>Suprema</em> sarebbe l’aggettivo esatto”. E poi Cau, per cui i toreri non sono apollinei ma uomini bassi, butterati, per nulla fascinosi se non lì, nell’acme dell’arena, cambia tono: “Oggi Ordóñez combatterà male. Ha viaggiato tutta la notte e buona parte della mattina. È scoppiato”.<strong> È un libro inatteso, questo, vitale prima che vitalista, ebbro più che dionisiaco, imprevedibile. </strong>Di questi tempi – dove il troppo ha tratti di grigio – è un lusso. (d.b.)</p>
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		<title>“Dobbiamo tornare alla grotta, alla pergamena (e Stalin è un ditale)”: riscopriamo Jean Cau, ribelle alla stupidità odierna. Ovviamente impubblicabile</title>
		<link>https://www.pangea.news/jean-cau-ribelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 05:23:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una cosa che non sopporto. Non sopporto che mi impongano cosa devo leggere. Eppure, sappiamo che la stortura, il peccato originale, è proprio qui. Decido cosa devi leggere. Ti educo a leggere ciò che voglio io – letteratura ‘edificante’. * Ora. Per me si ‘edificano’ le case, non gli uomini. Chi ha voluto educare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-cau-ribelle/">“Dobbiamo tornare alla grotta, alla pergamena (e Stalin è un ditale)”: riscopriamo Jean Cau, ribelle alla stupidità odierna. Ovviamente impubblicabile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una cosa che non sopporto. <strong>Non sopporto che mi impongano cosa devo leggere. </strong>Eppure, sappiamo che la stortura, il peccato originale, è proprio qui. Decido cosa devi leggere. Ti educo a leggere ciò che voglio io – letteratura ‘edificante’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora. Per me si ‘edificano’ le case, non gli uomini. <strong>Chi ha voluto educare o ‘edificare’ gli uomini ha dovuto edificare, anzi tutto, la ghigliottina o i campi di lavoro.</strong> Di solito, in effetti, non si ‘educa’, si ‘ri-educa’. Siamo educati, per natura, infatti, a obbedire a noi stessi, alla nostra fame.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che ci sono autori e libri che ‘bisogna leggere’, ben installati nel canone del perbenismo – <strong>e altri che non bisogna neanche nominare.&nbsp;</strong>Come lui.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62276 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori-189x300.jpg" alt="Cau Mondadori" width="154" height="244" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori.jpg 440w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Le notizie più intriganti in merito a Jean Cau, le leggo dalla penna di James Kirkup, che quest’anno farebbe cento anni, non fosse morto nel 2009. <strong>James Kirkup è famoso – povero lui – per aver scritto nel 1977, su <em>Gay News</em>, un poema in cui marca il suo possente amore omosessuale verso Gesù. </strong>Il poema s’intitola <em>The Love That Dares to Speak Its Name</em>, è stato perseguito per legge e giudicato blasfemo dal tribunale d’Albione. Letto oggi il poema fa tenerezza, è delicatamente osceno (un centurione si eccita a scavare il corpo crocefisso di Gesù: “Questa è la crocefissione passionale e beata/ la soffrono, pazientemente e con godimento, gli amanti dello stesso sesso”). All’epoca, più che altro, Kirkup firmava ‘coccodrilli’ <a href="https://www.independent.co.uk/news/people/obituary-jean-cau-1494832.html" target="_blank" rel="noopener">per l’<em>Independent</em></a> e attacca subito così, qualche giorno dopo la morte di Cau – accaduta il 18 giugno del 1993: “è stato uno dei principali personaggi letterari e intellettuali della Francia postbellica”. Addirittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">James Kirkup gode nel titillare il tasto del gossip, così di Cau ci dice che prima “abbraccia l’ideale esistenzialista nei cafè intellettuali esistenzialisti”, insieme a Jean Genet, ad Albert Camus, a Jean-Paul Sartre. “La loro musa era Juliette Greco e Cau ricorda di averla vista ballare a piedi nudi fuori dalla chiesa di Saint-Germain-des-Pres, nonostante la ruvidezza dei ciottoli”. Ruvido, piuttosto, divenne lui, Cau. Pubblicista di talento, scrittore formidabile <strong>(<em>La pietà di Dio </em>vince il Goncourt nel 1961 e viene tradotto l’anno dopo da Roberto Cantini per Mondadori, nella collana ‘Il bosco’, tra Marcel Proust e Samuel Beckett e Ernest Hemingway),</strong> sceneggiatore di pregio (<em>Borsalino</em>, con Alain Delon e Jean-Paul Belmodo e <em>Il ribelle di Algeri </em>portano la sua firma), divenne segretario personale di Sartre, <strong>salvo scaricare Sartre (“Non gli devo nulla, eppure gli devo tutto – è un prodigioso pugile dell’intelletto, ma senza alcuna traccia di sensibilità”, disse di lui, rimarcando che la rinuncia al Nobel da parte del filosofo fosse una mera operazione pubblicitaria)</strong> e “iniziare una brillante carriera come pamphlettista di destra, nella tradizione dei Mauriac e dei Raymond Aron”. Diciamo, stando nel ring del gossip, che sfotteva Hemigway – diceva che di Spagna sapeva nulla – scrisse che Mitterand “pare Dracula… si muove tra le tombe polverose del Pantheon come una statua di gesso”, sfotteva tutta la <em>gauche</em> e fu, in era progressista, un imperdonabile antimoderno.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il fatto di non essere ‘dalla parte giusta’, ha esiliato Cau dall’editoria nostrana – d’altronde, ora che, pare, la destra è al governo, pare che di questo strepitoso anomalo freghi a nessuno, nessuno sa chi è, siamo al sovranismo dell’ignoranza da qualche decennio. In Italia, al di là del romanzo edito da Mondadori – e mai più ristampato, perché poi Cau è diventato uno dei ‘cattivi’ – Cau è stato stampato da Volpe (<em>Il papa è morto…</em>, 1969; <em>Le scuderie dell’Occidente</em>, 1973; <em>Il cavaliere, la morte e il diavolo</em>, 1979), da Longanesi (<em>Toro</em>, 1962), da Vallecchi (<em>Un passione per Che Guevara</em>, 2004), insomma, è roba che risale a valanghe di anni fa, introvabile. <strong>Noi proponiamo dei brani da <em>Il popolo la decadenza e gli dei </em>(Edizioni Settecolori, 1996), in particolare stralciando il testo di apertura, <em>Elogio sconveniente del pesante</em>, dove Cau, pensatore d’acciaio ma con l’agilità di un Cassius Clay, parte dai “rasoi Bic, in plastica gialla, ‘usa e getta’”, per compiere una micidiale messa in questione del nostro mondo, dell’Occidente imbarbarito dallo stipendio fisso, dai consumi, dalla viltà.</strong> Fulgida delizia stilistica francese: gusto per l’eccesso, arguzia provocatoria, stile provocante. (d.b.)</p>
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<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62277 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-192x300.jpg" alt="Cau" width="134" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-600x937.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867.jpg 1578w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Oggi bisogna stare attenti al proprio sguardo, evitare che si ingorghi e rigurgiti, come una fogna che non può più inghiottire rifiuti. Bisogna allenarsi continuamente alla polizia. Non avere la tv, non andare al cinema, è già un buon metodo. È uno dei miei segreti. Una donna mi indica i suoi bambini: “Si sono svegliati male stamattina. Ieri hanno guardato la televisione fino alle 22”. Il mio dolore è tremendo. Mi risponde: “Hanno già dimenticato tutto, non è grave”. Sì, è grave, perché domani dimenticheranno tutto.</p>
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<p style="text-align: justify;">Da poeta, Jean Genet aveva il genio di leggere attraverso i muri e di vedere quali spettacoli venivano dati dietro le quinte. In generale parlavamo di argomenti importanti – per esempio di Racine o di Giovanna d’Arco che, secondo lui, doveva essere stato un gran bel ragazzo – ma, <strong>quel giorno, siccome parlavamo di politica, appresi che Stalin era un ditale.</strong> Feci notare al poeta che Churchill e Roosevelt, a Yalta, che de Gaulle (ecc.) avevano incontrato un dittatore in carne e ossa. Alzò le spalle: “No!”. “Eppure…”. “Rifletta! Come vuole che Churchill dica a Roosevelt: ‘Ha notato che Stalin è un ditale?’. Avrebbe temuto di passare per pazzo. E Roosevelt faceva lo stesso ragionamento. E de Gaulle anche (ecc.). E se tutti vedevano chi era in realtà Stalin, nessuno osava rivelarlo”. “Ma gli accordi di Yalta, discussi aspramente e firmati tra Roosevelt-Churchill da una parte e un ditale dall’altra?”. “Certo! È l’interprete che ha fatto tutto il lavoro, perché anche lui si trovava in una situazione terribile. Come avrebbe potuto dire a Roosevelt, Churchill, ai marescialli, all’ufficio politico: ‘Ascoltate, non posso tradurre. Stalin non esiste, è un ditale’. Sarebbe stato fucilato. È evidente. È la perfezione ammirevole della dittatura. Questo non si discute”. “Lei sa un formidabile segreto”. “Ma no. Non ha capito niente. C’è solo una connivenza mondiale”. Ero convinto. <strong>Allo stesso modo, dite che, come Stalin, poesia, musica, scultura, pitture contemporanee non esistono e che ci sono solo parole, rumori, materia e macchie.</strong> Osate dire che vedete solo quello che vedete – un neonato, un ditale – e sentite solo quello che sentite. Osate proclamare che non vi commuovete per l’arte contemporanea e il partito strapperà la vostra tessera e vi espellerà. Non avrete nessun peso…</p>
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<p style="text-align: justify;">Il gesto perde ogni solennità. Già mio padre, che si rasava con l’aiuto di una sciabola, mi scrutava con diffidenza, quando, non più imberbe, acquistai un Gilette. “Questo lo chiami rasoio?”. Mi feci – e lo rimpiango – avvocato del diavolo. “È pratico…” dissi, ignorando che un giorno questa vile spiegazione mi avrebbe condotto al Bic usa e getta e all’acquisto di un’auto piena di “circuiti elettronici” in cui ci si siede senza complimenti. Dove siete, giorni di settembre, quando saltavo sulla carretta della vendemmia, appollaiato in alto sul banco di legno come un imperatore sul carro trionfale? <strong>I grappoli, tagliati con l’aiuto di un’accetta, pesavano in mano e, quando uno era di eccezionale bellezza, si chiamavano da lontano gli altri vendemmiatori per esibirlo, con il braccio teso, come uno scalpo di cannibale se era nero, di viso pallido se era dorato.</strong> Con un colpo di reni si vuotava il secchio nella bigoncia. L’estate scorsa ho visto un mostro ronzare nelle vigne: una macchina per vendemmiare! Foglie, grappoli, avanzava, strappava tutto, ingoiava tutto. La sua ferocia, la sua voracità mi riempirono di spavento.</p>
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<p style="text-align: justify;">Oramai c’è solo una soluzione, per non volare via, Bic in tasca, e diventare un coriandolo umano, sballottato e gettato ovunque. Ai coriandoli – lo preciso – perdono la leggerezza veneziana perché mi fanno sognare feste che non vedremo più, belle donne mascherate e vestite di broccati. A Venezia, sugli abiti neri delle vedove, avrei gettato coriandoli rossi. Presto sedotte dalla mia impertinenza, le avrei condotte nella camera del mio palazzo e lì, sulla neve del loro corpo bianco e nudo, avrei gettato coriandoli neri. Ecco un’altra catastrofe! Le vedove non vestono più di nero. Alle vecchie lo perdonerei, ma le giovani che errore commettono nel ritrovarsi pimpanti di colori dopo aver pianto il marito! Prima, tutte vestite di nero, si riconoscevano subito e il lutto era per loro un modo di annunciare la ritrovata libertà. A cinquanta metri si esclamava: “Ecco una vedova!”; poi, che fosse pallida o ben truccata, presto la si corteggiava. Se era pallida, dovevamo consolarla. Se era truccata, voleva dire che si ritoccava con i belletti per invitarci a sedurla senza troppi sforzi. Una vedova nuda dal corpo immenso e bianco su un letto e, sulla poltrona, i veli neri… Sulla terra e nei cieli c’è visione più bella? <strong>Ma dicevo che, per non scomparire, oramai, si può solo risalire, ostinatamente, il corso dei secoli. Fino alla Genesi, alla grotta, alla pergamena, all’olio, all’uccello e alla piuma d’oca o d’aquila. Al momento in cui la scimmia smette di volare sull’albero per camminare sulla terra, pesantemente, e catturare, sulle pareti delle grotte, l’animale che fuggiva.</strong> Vedo, in quell’istante, due antenati, ancora molto villosi, ad Altamira o a Lascaux. L’uno dipinge un uro, l’altro un cavallo. Grugniscono e mai tra artisti si udì un dialogo più profondo. Si radono solo con lamine di selce intagliate, accendono il fuoco strofinando due pietre dalle quali sprizza la scintilla. Sono molto cambiato da queste aurore. <strong>La mia caverna è un’auto, i cavalli bevono benzina e il velo di pioggia è cancellato dal tergicristallo. Insomma, con grande vergogna collaboro con la plastica e col polistirolo;</strong> e, invece di chiamare da lontano il mio amico nella foresta, gonfiando il petto per gridare, gli telefono. Collaboro!</p>
<p><strong><em>Jean Cau</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-cau-ribelle/">“Dobbiamo tornare alla grotta, alla pergamena (e Stalin è un ditale)”: riscopriamo Jean Cau, ribelle alla stupidità odierna. Ovviamente impubblicabile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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